EROSIONE DELLA BASE IMPONIBILE E PROFIT SHIFTING

Per le società e gruppo societario maggiormente strutturati è forte la tentazione di ridurre il peso degli effetti fiscali mediante uno strategico utilizzo delle possibilità offerte dai diversi regimi tributari nazionali e delle asimmetrie impositive. È quanto è stato rilevato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) (Enciclopedia) nel Rapporto “Addressing Base Erosion and Profit Shifting”, pubblicato in data 12 febbraio 2013 (cd. “Rapporto BEPS”). Nel documento è evidenziata la crescente ed evidente separazione tra il luogo in cui le imprese svolgono il proprio business ed effettuano gli investimenti e quello in cui i profitti realizzati sono registrati ai fini fiscali. Il rapporto OCSE fa notare come la pianificazione fiscale, comune tra le imprese transazionali, seppur molto aggressiva, non risulta formalmente in contrasto con alcuna disposizione legislativa, infatti ciò che per le amministrazioni fiscali tributarie dei vari Paesi può rappresentare un comportamento elusivo, per le società può rappresentare una opzione lecita, questo perché non vi è alcun divieto presente nel diritto positivo. Numerose sono le problematiche di carattere fiscale connesse alla dimensione globale del reddito di un’impresa multinazionale.
Una di queste è rappresentata dal principio delle fiscalità secondo il quale i redditi delle imprese nell’intero ciclo produttivo devono evitare il rischio sia i salti d’imposta che le doppie imposizioni, quest’ultimo derivante dal comportamento e legittimo esercizio della potestà impositiva da parte del paese di residenza dell’impresa transnazionale e del cd. Stato fonte del reddito.
Quindi la dimensione transnazionale presenta notevoli complicazioni soprattutto per il fatto che un medesimo flusso reddituale può qualificarsi diversamente secondo le singole normative tributarie dei Paesi che entrano in gioco nell’operazione. Diventa quindi per le società possibile “sgusciare tra le maglie di regolamentazioni diverse per crearsi delle scappatoie, beneficiando del lato vantaggioso di due regolamentazioni nazionali tra loro non simmetriche”.
L'emigrazione delle imprese in direzione di giurisdizioni estere è legata anche a motivazioni che vanno oltre a quelle legate ad aspetti tributari e impositivi, cioè all’opportunità di sottrarsi anche al carico amministrativo tributario previsto in Paesi come l’Italia, infatti le grandi imprese transnazionali richiedono anche sul piano fiscale una determinata chiarezza delle regole e del quadro di riferimento, delle politiche di prezzi intercompany, dei confini tra elusione e lecita pianificazione fiscale in modo da conoscere se una pianificazione fiscale può essere o meno ammessa. Invece “le condizioni ambientali italiane sono un inferno per le imprese che non occultano ricavi o non contabilizzano fatture fittizie, magari riprodotte scannerizzando le fatture di fornitori reali”.
Rispetto all’elusione interna, quella internazionale presenta generalmente profili di assoluta importanza, connessa al regime normativo di più paesi, le cui frontiere spesso facilitano l’occultamento ed il mascheramento delle situazioni di imponibilità; tanto più se la collocazione della materia imponibile avviene verso paesi il cui ordinamento è caratterizzato non solo da una bassa fiscalità, ma altresì da un segreto bancario particolarmente rigoroso, cui si contrappone un assai liberale e riservato regime di costituzione e disciplina della società. Questa tendenza all’esportazione della materia imponibile ha reso la sua ricerca particolarmente difficoltosa ma ha allo stesso tempo migliorato ed esteso la collaborazione fra le autorità fiscali dei diversi paesi. Si è dovuti giungere, inoltre, alla stipulazione delle convenzioni internazionali contro la doppia imposizione, soprattutto se nella loro formulazione si tenga conto delle necessità di evitare abusi connessi alla loro applicazione.
Dal punto di vista normativo l’elusione fiscale internazionale ha sempre attirato grande attenzione. Il primo intervento in materia, da parte del nostro sistema tributario, può essere individuato nell’emanazione della disciplina relativa al “trasfer price”, cioè all’emanazione dell’art.17 delle legge 8 giugno 1936 n.1231 che cosi disponeva: “ Nel reddito dei soggetti esteri che esplicano la loro attività nel territorio dello Stato per conto di società, ditte o associazioni estere, mediante la vendita e il collocamento di materie prime o di merci o mediante la fabbricazione di prodotti, sono computate anche le somme corrisposte alla società, ditta o associazione estera, sotto forma di maggiorazione dei prezzi delle materie prime, prodotti o merci o sotto forma di provvigioni, di compartecipazioni agli incassi, di commissioni, di premi e simili…”.
Tale articolo per molto tempo ha rappresentato l’unico verso orientamento legislativo in materia di redditi di dimensione transnazionale. Molto tempo dopo, a partire dagli anni 90’, l’intervento del legislatore si è intensificato al fine di raggiungere un livello di disposizioni tributarie che possa permettere di reagire a tutti i tentativi di delocalizzazione dei redditi e di fuga di ricchezze dai confini nazionali.
Cronologicamente sono state cosi varate:
- le disposizioni sul regime di deducibilità dei costi provenienti da Stati o territori a bassa fiscalità;
- la norma sul trasferimento all’estero della residenza o della sede di soggetti che esercitano imprese commerciali;
- la previsione riguardante l’inversione dell’onere della prova in ordine di residenza delle persone fisiche che si trasferiscono in Paesi a fiscalità agevolata;
- il regime concernente le società estere controllate o collegate;
- la presunzione di residenza in Italia delle società con sede legale all’estero;
- le innovazioni in tema di tassazione integrale dei dividendi provenienti da Paesi con fiscalità privilegiata.

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