nuovissima Enciclopedia di banca, borsa e finanza

Lettera selezionata: A

  • A BOCCA DI BARILE

    Espressione di gergo borsistico per individuare quelle operazioni il cui scopo principale è l’acquisizione o la vendita di un titolo, indipendentemente dalla quotazione e dal reddito prodotto. Tali operazioni avvengono generalmente per elevati quantitativi, anche se il prezzo di acquisto si discosta da quello di mercato o il prezzo di vendita è inferiore a quello ottenibile con vendite distanziate nel tempo. Le compravendite di titolo “a bocca di barile” avvengono generalmente per acquisire una maggiore partecipazione delle società trattate, spesso in vicinanza di assemblee di particolare importanza, o per forti necessità di liquidità che comportano la smobilizzazione frettolosa dei titoli stessi.

     

  • A CAVALLO

    Espressione usata nel linguaggio di Borsa per indicare che il prezzo di un titolo non è esattamente fissato ma oscilla attorno ad un valore di riferimento, in prossimità del quale esistono operatori disposti all’acquisto o alla vendita. Se un titolo vale 1000 lire, “a cavallo” significa che ci sono operatori disposti p.e. ad acquistarlo a 990 e a venderlo a 1010.

     

  • A FAILURE OF CAPITALISM (DI R.A. POSNER)

    Posner è un giudice di corte d’appello al tribunale del settimo distretto e ricercatore senior alla University of Chicago. Autore di numerose pubblicazioni nel tema dell’analisi economica del diritto. Il volume affronta le radici della crisi finanziaria originata nei crediti subprime nel 2007 e analizza i due approcci per risolverla, quello monetarista e quello keynesiano. L’approccio monetarista ha dato luogo ad un aumento di base monetaria, per evitare la deflazione. L’approccio keynesiano ha invece prodotto un fortissimo aumento della spesa pubblica. Il volume spiega in modo non tecnico come queste soluzioni, seppur parzialmente efficaci, non risolvono alla radice la crisi. Le cause della crisi secondo Poster sono la carente regolamentazione e controllo, la scarsa supervisione e la scarsa sensibilità per le interconnessioni opache create sui mercati finanziari. La filosofia applicata dalle autorità americane, Federal Rerserve e SEC in testa, è stata quella del libero mercato capace di autoequilibrasi. Questo approccio funziona laddove gli incentivi sono gli stessi per tutti gli operatori: in realtà gli intermediari non regolamentati, come i Fondi Hedge, hanno incentivi netti alla speculazione, distorcendo il meccanismo di funzionamento del mercato.
    La politica monetaria espansiva applicata dalla Federal Reserve dal 2001 in poi ha, inoltre, agevolato l’assunzione dei rischi da parte degli investitori, che grazie al denaro a basso costo hanno avuto maggiore accesso ai mercati finanziari.
    La ricetta di Poster per curare il male che ha causato il fallimento del capitalismo sta nella regolamentazione non necessariamente maggiore, ma sicuramente migliore ed efficace.
    Redattore: Chiara OLDANI
    © 2010 ASSONEBB

  • A FERMO

    Contratto di borsa in cui la volontà delle parti, e di conseguenza le reciproche obbligazioni, erano definite in modo definitivo al momento della conclusione del contratto. Tale contratto rientrava tra i tradizionali contratti a termine legati alla liquidazione mensile, che hanno cessato di esistere in quanto sostituiti dai contratti futures, contratti uniformi a termine su strumenti finanziari collegati a valori mobiliari, la cui conclusione è destinata a realizzarsi nell’IDEM (mercato degli strumenti derivati) dove è possibile effettuare operazioni puramente speculative.

  • A NUOVO

    Rilevazione contabile, effettuata all’inizio di un periodo, dei saldi determinati alla fine di quello precedente. In materia ragionieristica, l’apertura dei conti dello stato patrimoniale iniziale avviene registrando a nuovo il saldo rilevato alla chiusura dell’esercizio precedente. Così, un conto, tanto analitico che sintetico, come p.e. il conto cassa, il conto titoli di proprietà, il conto debitori diversi ecc., si aprirà con il saldo nuovo. Nei prospetti di conto corrente, il debito o il credito dell’intestatario del conto rilevabile il giorno di chiusura, suole indicarsi con le espressioni “saldo debito a nuovo” o “saldo credito a nuovo” e rappresenta l’importo in linea capitale che viene trasferito al prospetto successivo.

     

  • A PREMIO

    La caratteristica dei contratti di borsa a premio è quella di attribuire ad una delle parti, dietro pagamento di un corrispettivo detto appunto premio, la facoltà, che non è altro che un diritto di opzione (art. 1373, c.c.) - da esercitare entro un dato termine o alla scadenza di esso - di acquistare o di vendere determinate attività a un certo prezzo, oppure di riscuotere un importo determinato in base all’andamento di un indicatore di riferimento. Ai contratti di borsa a premio (dont; noch; put; stellage; straddle;spread; strip; strap) precedenti alla riforma introdotta con il cosiddetto decreto Eurosim n. 415, del 1996, successivamente abrogato nel 1998 dal TUF, si aggiungono i contratti options, che in quanto contratti uniformi a termine su strumenti finanziari collegati a valori mobiliari sono, come i futures, destinati alla conclusione nell’IDEM (mercato degli strumenti derivati), in quanto da considerare quali operazioni di pura speculazione. I contratti a premio, nella loro originaria configurazione tecnico-giuridica, sono destinati alla negoziazione in un particolare comparto del mercato di borsa, che è lo MPR (mercato telematico dei contratti a premio).

  • A PREZZO FERMO O FISSO

    Termine che indica una particolare modalità di collocamento delle nuove emissioni di titoli alternativa all’organizzazione del collocamento in forma d’asta, per la quale i titoli stessi sono assegnati al pubblico ad un prezzo fissato. Tale prezzo, concordato tra emittente e sottoscrittore, è dato dalla somma di quello pagato dal secondo e di una commissione fissa remunerativa del servizio di ricerca della controparte svolto

  • A PRONTI

    Espressione commerciale per la clausola dei contratti di compravendita stabilente che il pagamento deve essere effettuato alla consegna, o, al massimo, con una brevissima dilazione di pochi giorni, quando e come gli usi locali la prevedono (v. anche contante; cash). Sin.: a pronta cassa, a contanti, a pronti contanti, a denari contanti, in contanti, per contanti, di contanti. Nel linguaggio delle borse valori e delle borse merci prezzo a pronti (spot price) è la quotazione dei valori mobiliari o delle merci trattati per contanti e consegna immediati. In genere, la consegna del bene e il pagamento avvengono entro pochi giorni dalla data di stipula del contratto, per consentire l’esecuzione dei mandati di pagamento e consegna e il trasporto del bene oggetto dello scambio, nel caso in cui il contratto ne prevede la consegna fisica. P.e. le negoziazioni per contante dei titoli esteri sono regolate sette giorni dopo la data di definizione dell’operazione; nel mercato dei cambi la consegna della valuta avviene, di solito, due giorni lavorativi successivi alla data di esecuzione della transazione). Mercato a pronti (mercato cash, mercato contante, spot market) indica l’insieme delle operazioni per valori mobiliari, valute, merci, da effettuarsi per consegna e pagamento immediati. Tipico esempio di mercato a pronti sono l’MTA, l’MCW, il mercato after hours (TAH), il MOT, l’EuroMOT, il Mercato ristretto e il Nuovo mercato, dove la liquidazione avviene (secondo il caso) entro il terzo giorno di borsa aperto successivo alla stipula del contratto, ovvero per i diritti d’opzione (v. diritto di opzione) al termine stabilito da Borsa Italiana spa e, per i diritti inoptati, nel giorno di borsa successivo alla stipulazione. Per i contratti a premio nell’MPR la liquidazione avviene, relativamente al premio, il terzo giorno successivo alla stipulazione e, per la compravendita relativa all’esercizio della facoltà, il terzo giorno di borsa aperta successivo a quello in cui la facoltà è stata esercitata. Per i contratti sull’Idem la liquidazione avviene per contanti il primo giorno successivo alla negoziazione del contratto e, per la compravendita relativa all’esercizio della facoltà, il terzo giorno di borsa aperta successivo a quello in cui la facoltà è stata esercitata. Anche nel MIF la liquidazione del premio e della compravendita avviene negli stessi termini fissati per l’Idem. Il mercato a pronti si contrappone al mercato a termine (forward market), dove le operazioni sono alla scadenza del contratto. Analoga contrapposizione si ha concettualmente tra contratti a pronti e contratti a termine.

  • A SALDO

    Estinzione di una obbligazione o di quella parte di essa ancora da soddisfare, per effetto del versamento o della riscossione di una somma. La qualifica “a saldo” è conclusiva rispetto alla diversa espressione “in conto”. Così, relativamente ad un contratto di finanziamento, dopo una serie di erogazioni parziali, cioè in conto, si effettua l’ultima a saldo. Analogamente, si versa o si riscuote una somma a saldo di una fattura, oppure si preleva o si versa a saldo per estinguere un rapporto di conto corrente ecc. L’espressione si usa anche per indicare la liquidazione, anche al minuto, di un quantitativo di merce che costituisce la rimanenza di una grossa partita, posta in vendita a prezzo inferiore per esaurire la partita stessa (vendita a saldo; saldi).

  • A TERMINE

    Adempimento differito, nel contatto di vendita, di una o di entrambe le prestazioni rispetto alla conclusione del negozio. In particolare, si fa uso delle diciture “pagamento differito” e “consegna differita”, a seconda che, rispettivamente, sia il compratore o il venditore ad eseguire la prestazione qualche tempo dopo la conclusione del contratto. L’a termine caratterizza i contratti conclusi nelle borse merci e con la riforma dei mercati finanziari, attuata tra il ‘96 e il ‘98 (rispettivamente d.lg. 23.7.1996 n. 415 e il TUF), i contratti a premio dello MPR (mercato telematico dei contratti a premio), oltre che i contratti futures e options (v. opzioni), conclusi sull’IDEM, contratti uniformi su strumenti finanziari collegati a valori mobiliari che comportano: a) nel primo caso, l’assunzione dell’obbligo dello scambio, tra le parti, alla scadenza prestabilita di determinate attività (valori mobiliari, nel quantitativo fissato), a un prezzo anch’esso precedentemente convenuto, oppure del versamento o della riscossione di un importo stabilito in virtù dell’andamento di un indicatore di riferimento; b) nel secondo caso, l’attribuzione di un diritto di opzione, ex art. 1373 c.c., a una delle parti dietro pagamento di un corrispettivo (il premio), che si risolve nella facoltà (da esercitare entro un dato termine o alla scadenza di esso) di acquistare (call option) o di vendere (put option) determinate attività, a un prezzo prefissato, ovvero di riscuotere la differenza di prezzo che misura l’andamento dell’indice di borsa prescelto, qualora quest’ultima sia positiva, rispetto al prezzo di esercizio, nel giorno in cui l’opzione è esercitata.

  • A VISTA

    Clausola applicata ai titoli di credito con la quale si dispone che il titolo è pagabile alla presentazione, di modo che data di scadenza e data di presentazione coincidono.

  • A.M. BEST CO

    Agenzia di rating specializzata nella valutazione delle compagnie di assicurazioni, fondata a New York nel 1899 da Alfred M. Best. È la più antica agenzia di rating e la più autorevole nel settore delle assicurazioni. Ha sede a Oldwick dal 1974 e nel 1997 ha costituito a Londra la filiale A.M. Europe Ltd. Affianca l’attività di rating con pubblicazioni importanti e ben conosciute tra gli addetti (Best’s Insurance Report, Best’s Review, Best’s Key Rating Guide, Best’s Underwriting Guide, Best’s Loss Control Engineering Manual, Best’s Directory of Recommended Insurance Attorneys and Adjusters, Best Day, newsletter online e diverse altre).

  • AAA TENANT

    Lett.: inquilino a tre stelle. Nel settore immobiliare si definiscono tali le società assai rinomate a livello nazionale, che godono di largo credito e conferiscono prestigio agli immobili da loro occupati.

  • AAA-TRIPLE A

    Secondo la metodologia di classifica adottata dalle principali società di rating, tale sigla identifica le emissioni di valori mobiliari caratterizzate dal massimo grado di affidabilità finanziaria, vale dire da un rischio di insolvenza pressoché nullo.

  • ABA

    Acr. di: American Bankers’ Association. Associazione nazionale dei banchieri statunitensi, costituita nel 1875. Ha sede a Washington e rappresenta ogni categoria di banca degli USA (comprese holdings bancarie, savings associations, trust companies e savings banks). Missione dell’Associazione è il servizio per gli associati e lo sviluppo del loro ruolo come principali fornitori di servizi finanziari. L’associazione è strutturata in 35 gruppi di lavoro, 4 divisioni, 7 commissioni e diversi consigli e comitati.

  • ABBANDONARE IL PREMIO

    Nel linguaggio di borsa indica la dichiarazione con cui il compratore di un contratto a premio (v. contratti a premio 2) manifesta il giorno della risposta premi la sua volontà di rinunciare al contratto pagando solo l’importo del premio. Tale decisione viene presa razionalmente se il ritiro e/o la consegna degli strumenti finanziari oggetto del contratto al prezzo di esercizio (base) determinerebbe una perdita rispetto al prezzo del giorno di scadenza del contratto.

  • ABBUONO

    Riduzione del prezzo (trade discount) che il venditore accorda al compratore in considerazione di particolari requisiti che caratterizzano la compravendita (correttezza e capacità commerciale del cliente, quantitativi negoziati, modalità di consegna ecc.). In alcuni casi può essere giustificato da cali riscontrati nel peso delle merci negoziate, da un rimborso di spese, da errori di fabbricazione, oltre che dall’esistenza di limiti di tolleranza, di quantità o qualità, stabiliti nel contratto di compravendita. In altri, viene imposto da arbitri chiamati a dirimere controversie contrattuali. Per la sua liquidazione si può emettere una fattura che, in sostanza, costituisce una nota di accredito (v. fattura di abbuono).

  • ABROGAZIONE

    Cessazione dell’efficacia di una legge (o di singole norme giuridiche) in forza di una legge successiva. L’abrogazione è espressa quando la legge successiva la dispone espressamente, ed è invece tacita (o implicita) quando c’è incompatibilità tra le nuove disposizioni e quelle precedenti, o quando una nuova legge regoli per intero la materia regolata dalla legge anteriore, non potendo coesistere, in quest’ultimo caso, due diverse discipline della stessa materia (art. 15 prel.). Gli effetti abrogativi delle nuove norme si possono produrre solo se le norme precedenti non sono di livello superiore (p.e., un nuovo regolamento non può abrogare precedenti norme di legge). Inoltre, la regola della abrogazione tacita non si applica quando la disciplina della legge anteriore possa considerarsi speciale (od eccezionale) rispetto a quella generale della legge posteriore. L’abrogazione espressa di una legge può avvenire, in virtù dell’art. 75, comma 1, Cost., anche ad opera di un referendum. Si tratta di un’autentica abrogazione, essendo il referendum un vero e proprio atto legislativo: pur non provenendo dagli organi del potere legislativo, infatti, esso promana dal popolo che da quegli organi è rappresentato politicamente. Non può invece considerarsi abrogazione in senso proprio la pronuncia di illegittimità emessa dalla Corte Costituzionale ai sensi dell’art. 136, comma 1, Cost., benché dalla stessa derivi la cessazione della efficacia delle norme dichiarate incostituzionali. Si preferisce parlare, in questo caso, di disapplicazione della norma di legge. L’abrogazione di una norma che, a sua volta, aveva abrogato una norma precedente, non fa rivivere quest’ultima, salvo che sia espressamente disposto: in tal caso la norma si chiama ripristinatoria. Per la distinzione tra abrogazione e deroga v. deroga.

  • ABUSIVISMO BANCARIO

    Categoria generale prevista nel titolo VIII del TUBC che ricomprende tre diverse fattispecie di reato punite con pene detentive e pecuniarie. Vi rientrano: a) l’abusiva attività di raccolta del risparmio, configurabile ogniqualvolta vi sia lo svolgimento di attività di raccolta del risparmio tra il pubblico in violazione della norma che ne riserva l’esercizio alle banche; b) l’abusiva attività bancaria, configurabile quando l’attività di raccolta del risparmio abusivamente svolta sia accompagnata dall’esercizio del credito e c) l’abuso di denominazione bancaria (v. denominazione bancaria abusiva), consistente nell’uso da parte di soggetti diversi dalle banche, delle locuzioni di “banca”, “banco”, “credito” e “risparmio” o equivalenti espressioni idonee a trarre in inganno sulla loro legittimazione allo svolgimento dell’attività bancaria, attraverso il loro inserimento nella denominazione, nei segni distintivi, o nelle comunicazioni rivolte al pubblico. Qualora vi sia il fondato sospetto di condotte di abusivismo bancario, la Banca d’Italia può farne denunzia al pubblico ministero ai fini dell’adozione dei provvedimenti di cui all’art. 2409.

  • ABUSIVISMO BANCARIO E FINANZIARIO, DISPOSIZIONI PENALI

    Il capo I del titolo VIII del TUBC, genericamente rubricato “abusivismo bancario e finanziario”, disciplina alcune fattispecie incriminatrici dirette a tutelare la regolamentazione del sistema bancario e finanziario. L’istanza repressiva, rinvenibile anche in altri settori dell’intermediazione finanziaria (si vedano gli artt. 166 e 188 TUF con riguardo alla prestazione di servizi di investimento in strumenti finanziari e alla gestione collettiva del risparmio), trova fondamento nella riserva di attività sancita nel TUBC: l’esercizio del credito e del risparmio e l’attività finanziaria sono esclusiva dei soggetti iscritti negli albi ed elenchi tenuti dalle competenti autorità di vigilanza (artt. 106, 107 e 113 TUBC). Gli artt. 130 e 131 TUBC sanzionano la violazione del precetto contenuto nell’art. 11 TUBC (“la raccolta del risparmio fra il pubblico è vietata a soggetti diversi dalle banche”) incriminando l’abusiva attività di raccolta del risparmio tra il pubblico e l’esercizio abusivo dell’attività bancaria (non solo raccolta del risparmio, ma anche esercizio del credito). Il delitto di abusiva attività fi- nanziaria (art. 132 TUBC) punisce, invece, con la reclusione da sei mesi a quattro anni e con la multa da lire quattro milioni a lire venti milioni la violazione dei precetti contenuti agli artt. 106 e 113 TUBC quando l’esercizio delle attività finanziarie (elenco ex art. 106 primo comma TUBC) nei confronti del pubblico o meno venga svolto da soggetti non iscritti nell’elenco degli intermediari finanziari (artt. 106 comma terzo, 108 e 109 TUBC) tenuto dal Ministero dell’economia e delle finanze con la collaborazione dell’UIC. Va, infine, segnalata la contravvenzione contenuta nell’art. 16 comma 9 l. 1996/108 (arresto fino a due anni ovvero ammenda da quattro a venti milioni di lire) che incrimina la condotta dei soggetti abilitati all’esercizio di attività bancaria, di intermediazione finanziaria o mediazione creditizia che indirizzino una persona, per operazioni bancarie e finanziarie, a un soggetto non abilitato all’esercizio dell’attività bancaria o finanziaria. Per tutto quanto attiene al delitto di cui all’art. 133 TUBC, si rinvia alla voce denominazione bancaria abusiva.

  • ABUSIVISMO FINANZIARIO

    Fattispecie di reato prevista dall’art. 132 TUBC, che si configura ogniqualvolta vi sia lo svolgimento nei confronti del pubblico di attività finanziaria da parte di soggetti non iscritti nell’elenco generale tenuto dall’UIC o in apposita sezione dello stesso (v. società finanziaria In riferimento all’attività di intermediazione finanziaria (v. intermediazione finanziaria, disposizioni penali) il reato di abusivismo ricorre, ai sensi dell’art. 166, d lg. 24, 2.1999 n. 58 (TUF), in caso di esercizio, da parte di soggetti non abilitati, di: a) servizi di investimento o di gestione collettiva del risparmio; b) attività finalizzata all’offerta in Italia di quote o azioni di OICR; c) offerta fuori sede ovvero promozione o collocamento, mediante tecniche di comunicazione a distanza, di strumenti finanziari o servizi di investimento. In caso di fondato sospetto di condotte di abusivismo finanziario, l’UIC è legittimato a farne denunzia al pubblico ministero per l’adozione dei provvedimenti di cui all’art. 2409. Qualora la condotta abusiva riguardi lo svolgimento di servizi di investimento o l’attività di gestione collettiva del risparmio, legittimata alla denunzia è la Consob. Ogni condotta che integri ipotesi di abusivismo finanziario è punita con pena detentiva e pecuniaria.

  • ABUSO DI ATTI D'UFFICIO

    Delitto previsto dall’art. 323 c.p., così come modificato dall’art. 13 della l. 26.4.1990 n. 86. L’articolo riformula la previgente ipotesi di abuso innominato e, in seguito alla contemporanea abrogazione degli artt. 324 e 315 c.p. e alla modifica dell’art. 314 c.p., estende il suo ambito di operatività ai fatti che prima venivano ricondotti all’interesse privato in atti d’ufficio oltre che al peculato (e alla malversazione) per distrazione. La nuova figura punisce il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che abusa del suo ufficio. Tale elemento materiale così genericamente descritto si concretizza semplicemente con l’uso illegittimo dei poteri funzionali, ovvero con l’esercizio illegittimo dei compiti inerenti un pubblico servizio. La norma stabilisce peraltro che un tale fatto ricada sotto il proprio ambito soltanto qualora esso non costituisca più grave reato. Tali caratteristiche fanno dell’art. 323 c.p. la fattispecie cardine in ordine alla repressione dei reati contro la pubblica amministrazione, anche se la evidente genericità della descrizione della condotta ha suscitato forti perplessità in ordine alla legittimità costituzionale della norma in esame, sotto il profilo della sufficiente determinatezza. Si richiede il dolo specifico, la diversa direzione del quale comporta un diverso trattamento sanzionatorio: se il fatto è commesso al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio non patrimoniale o per arrecare ad altri un danno ingiusto, il primo comma stabilisce la pena della reclusione fino a due anni; nel caso che il fatto sia commesso per procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale, il secondo comma prevede la pena della reclusione da due a cinque anni. Non è peraltro pacifico in dottrina se i due commi configurino autonomi reati, ovvero se il secondo non descriva altro che una circostanza aggravante.

  • ACCANTONAMENTO

    Alla fine di ognuno dei periodi amministrativi in cui si divide convenzionalmente la vita dell’azienda, viene rilevato il risultato economico della gestione e si imputano all’esercizio anche i costi presunti che, pur essendo incerti nell’ammontare, sono correlati all’attività svolta ed ai ricavi realizzati nell’esercizio in chiusura. Contabilmente, si registra in Dare l’accantonamento (in corrispondenza ad un componente positivo del conto economico d’esercizio) ed in Avere (in corrispondenza del passivo dello stato patrimoniale) il fondo di contropartita (variazione finanziaria negativa presunta = passività potenziale). Il d.lg. 9.4.1991 n.127 prevede tassativamente l’iscrizione al passivo dei soli fondi che riguardano passività potenziali effettive (p.e: TFR e obblighi simili per particolari rapporti di lavoro) e non poste rettificative dei valori dell’attivo (fondo svalutazione dei crediti), che vanno dedotte dalla posta attiva cui si riferiscono. I fondi si dicono accantonati, ma sono semplicemente iscritti nel passivo e non corrispondono ad alcun effettivo vincolo di impiego di denaro dal conto cassa (che è fra le attività). L’articolo 2424 bis del c.c., comma 3, precisa in ogni caso che “gli accantonamenti per rischi ed oneri sono destinati soltanto a coprire perdite o debiti di natura determinata, di esistenza certa o probabile, dei quali tuttavia alla chiusura dell’esercizio sono indeterminati o l’ammontare o la data di sopravvenienza”.

  • ACCAPARRAMENTO

    Acquisto concentrati in periodi di tempo relativamente brevi di grandi quantità di materie prime, merci, titoli per speculare sul loro prevedibile aumento di prezzo. È sanzionato tra i delitti contro l’economia pubblica se inteso come sottrazione dal mercato di materie prime, generi alimentari di largo consumo o prodotti di prima necessità in modo adatto a determinarne la rarefazione e il rincaro. In certi casi può configurarsi il reato di aggiotaggio.

  • ACCEPTING HOUSE

    Istituzione creditizia operante nel mercato all’ingrosso inglese, compresa nella categoria più ampia della merchant bank. Il segmento di operatività originario delle accepting houses riguarda i mercati internazionali all’ingrosso e si sostanzia nella concessione di crediti per accettazione. Attualmente operano nel sistema britannico 16 accepting houses. Esse sono membri dell’Accepting Houses Committee la cui adesione richiede parti- colari requisiti, quali la nazionalità britannica, la sede principale nella City, lo statuto conforme alla legislazione britannica, l’autonomia gestionale nello svolgimento delle operazioni. Le accepting houses intrattengono rapporti privilegiati con la Bank of England e le loro accettazioni sono riscontabili presso di essa. Oltre al credito per accettazione, tali istituzioni sono attive nei mercati all’ingrosso del corporate finance e nei servizi di investimento e di gestione del risparmio. Particolare rilevanza esse assumono nell’organizzazione dei collocamenti di titoli e nell’attività di mergers and acquisitions. Le accepting houses si sono di recente dotate di strutture di gruppo, attraverso l’acquisizione o la creazione di socio specializzate in una serie molto varia di attività, tra cui la gestione di patrimoni mobiliari, la gestione di fondi comuni d’investimento, l’assicurazione. Ciò nonostante i gruppi delle accepting houses non sono definibili plurifunzionali: ciascuno di essi è il risultato della ricerca di particolari ambiti di specializzazione.

  • ACCERTAMENTO

    1.-Si intende per accertamento in economia aziendale il complesso di flussi finanziari positivi comprendente entrate di cassa, nuovi crediti a breve, diminuzione di debiti a breve. Se gli accertamenti di un esercizio superano gli impegni si ha un incremento del capitale liquido netto. 2.-Nell’ambito delle aziende di erogazione (e in specie nella contabilità pubblica), l’articolo 222, comma 1 del r.d. 23.5.1924 n.827 e successive modificazioni definisce “accertamento” una fase delle entrate in cui l’amministrazione appura la ragione del credito dello Stato, la persona debitrice, l’ammontare del credito, la scadenza del credito e iscrive la relativa partita nella competenza dell’anno finanziario.

  • ACCERTAMENTO CON ADESIONE

    1.-Istituto già disciplinato con l. 30.11.1994 n. 656, profondamente modificato con d.l. 19.6.1997 n. 218. Rispetto alla precedente formulazione, fortemente limitata (l’accertamento con adesione era infatti previsto solo con riguardo alle imposte dirette e all’IVA, risultava ammesso unicamente per i redditi di impresa e di lavoro autonomo e limitatamente ai profili concernenti l’esistenza, la stima, l’inerenza e l’imputazione al periodo di imposta dei componenti positivi e negativi di tali redditi), ha ora ampiezza illimitata di contenuto e di estensione. Esigenze di deflazione del contenzioso e di accelerazione della percezione delle imposte accertate hanno indotto il legislatore a innovare sensibilmente l’istituto che ora si applica all’IRPEF, all’IRES, all’ILOR, all’IVA, alle imposte sostitutive delle imposte sui redditi, all’IRAP e alle principali imposte indirette, quali l’imposta di registro, l’INVIM, le imposte ipotecarie e catastali, l’imposta sulle successioni e donazioni. La nuova disciplina non contiene più limitazioni con riguardo alle questioni risolvibili mediante accertamento con adesione. In relazione alle imposte dirette e all’IVA è scomparso ogni riferimento alle questioni relative alla sola determinazione dell’imponibile; per le imposte indirette l’adesione non è limitata ai soli accertamenti di maggiore valore potendo coinvolgere anche questioni non prettamente estimative. Non sono definibili per adesione le pretese meramente sanzionatorie. Considerando le imposte dirette e l’IVA va notato che l’accertamento con adesione (che può essere richiesto dal contribuente o proposto dall’Ufficio) si perfeziona con il pagamento delle maggiori imposte dovute e determina i seguenti effetti: impossibilità di modificare o integrare il reddito accertato da parte dell’amministrazione finanziaria e impossibilità di impugnazione da parte del contribuente; esclusione dell’applicazione delle sanzioni penali, con alcune eccezioni (p.e. frode fiscale), applicazione delle sanzioni amministrative riguardanti le imposte definite e il contenuto delle dichiarazioni nella misura di un quarto del minimo previsto dalla legge. 
    2.-Con l’introduzione della pianificazione fiscale concordata da parte della l. 30.12.2004 n. 311 (legge finanziaria 2005, art. 1, commi da 387 a 398), si riducono i poteri di accertamento da parte dell’amministrazione finanziaria, per quanto riguarda sia le imposte dirette attraverso l’inibizione dei poteri di accertamento (accertamenti analitici, accertamenti analitico-induttivi e accertamenti induttivi), sia l’IVA con l’inibizione dei poteri spettanti all’Agenzia delle Entrate per procedere ad accertamento induttivo nei confronti del contribuente quando omissioni e false o inesatte indicazioni accertate a seguito della liquidazione della dichiarazione, sono così gravi, da rendere inattendibile la contabilità del contribuente. Ciò non significa, però, che aderendo alla pianificazione fiscale concordata si esclude del tutto il potere di controllo del Fisco. L’Agenzia delle Entrate può sempre disporre ispezioni, verifiche o richiedere al contribuente che ha aderito alla piani- ficazione fiscale concordata, l’esibizione di documenti e ragguagli sulla sua posizione fi- scale. Con il mancato rispetto della pianificazione fiscale concordata, debitamente comunicato nella dichiarazione dei redditi, interviene l’Agenzia delle Entrate che procede ad accertamento parziale. Tale accertamento può essere evitato solo mediante il contraddittorio da accertamento con adesione, previsto dal d.lg. 19.06.1997 n. 218, nel caso in sui si siano verificati gravi eventi, straordinari ed imprevedibili, motivati e documentati tali da aver impedito il contribuente al rispetto degli accordi alla pianificazione fiscale concordata.

  • ACCERTAMENTO DEL PASSIVO

    Fase della procedura fallimentare che ha, da un lato, la funzione di controllare se sussistono obiettivamente le condizioni che hanno dato luogo all’apertura dell’esecuzione concorsuale e, dall’altro, quella di accertare il numero, l’entità, la natura (e quindi il grado) dei crediti insinuati, onde rendere possibile ai creditori l’esercizio di quei diritti e poteri che la legge loro riconosce nel fallimento del debitore. Dichiarato il fallimento, i creditori debbono depositare nella cancelleria del tribunale le domande di ammissione al passivo, che vengono esaminate dal giudice delegato, con l’assistenza del curatore, previo controllo dei documenti giustificativi e dei titoli (non necessariamente esecutivi) prodotti (c.d. formazione dello stato passivo) dopo di che, in un’apposita adunanza dei creditori e alla presenza del curatore e del fallito, il giudice verifi- ca lo stato passivo, apportandovi le necessarie modificazioni e integrazioni, lo sottoscrive unitamente al cancelliere e lo rende esecutivo per mezzo di un decreto, depositandolo in cancelleria affinché tutti gli interessati ne possano prendere visione. Il curatore immediatamente deve dare la notizia, a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento, dei provvedimenti emessi dal giudice a quei creditori le cui domande non siano state in tutto o in parte ammesse o siano state ammesse con riserva (queste ultime relative a crediti condizionali o per le quali non siano stati depositati i documenti giustificativi). Infatti, entro il termine perentorio di quindici giorni dal deposito in cancelleria di cui si è sopra parlato, debbono essere proposti i ricorsi di opposizione allo stato passivo e di impugnazione dei crediti ammessi. Il decreto del giudice che rende esecutivo lo stato passivo ha natura di un vero e proprio provvedimento giurisdizionale e, se non impugnato o nelle parti non impugnate, costituisce giudicato nei confronti di tutti i soggetti del fallimento, sempre però nell’ambito della procedura fallimentare. Nella liquidazione coatta amministrativa la verifica del passivo è posta in essere esclusivamente da un organo amministrativo, il commissario liquidatore, senza le garanzie giurisdizionali date dalla presenza del giudice e dal contraddittorio degli interessati. Costoro, naturalmente, possono proporre l’opposizione allo stato passivo nel termine di quindici giorni da quello in cui il commissario ha depositato nella cancelleria del tribunale competente per territorio l’elenco dei crediti ammessi o respinti, mediante ricorso al giudice, designato dal presidente del medesimo tribunale.

  • ACCERTAMENTO TRIBUTARIO

    Potere degli uffici dell’Amministrazione finanziaria in ordine all’applicazione dei vari tributi. Le modalità di esercizio di tale potere variano da tributo a tributo. Ai fini delle imposte dirette e dell’IVA, gli Uffici, in base ai controlli delle dichiarazioni presentate dai contribuenti e al rilevamento dei casi di omissione sulla scorta dei dati, notizie e informazioni comunque raccolte (richiesta di notizie, invio di questionari, accessi, ispezioni e verifiche) provvedono agli accertamenti in rettifica delle dichiarazioni presentate e agli accertamenti d’Ufficio nei confronti dei soggetti che hanno omesso la dichiarazione (o che l’hanno presentata nulla). Sia nell’accertamento in rettifica che in quello d’Ufficio si può procedere in via analitica o con metodi sintetici o induttivi nei casi tassativamente previsti dalla legge. Di regola l’accertamento tributario si concreta nella emissione di un avviso di accertamento, che è l’atto attraverso il quale l’Ufficio porta a conoscenza del contribuente gli elementi in base ai quali ha ritenuto opportuno rettificare quanto dichiarato ovvero ha accertato redditi omessi. Ai fini delle imposte sui redditi e dell’IVA il potere di rettifica deve essere esercitato entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione, mentre nell’ipotesi di accertamento d’Ufficio tale termine si estende al 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata. Dall’esercizio del potere di accertamento nasce una situazione debitoria del contribuente (v. debito d’imposta) che può essere oggetto di contestazione da parte dello stesso solamente attraverso l’esperimento dei rimedi previsti dalla legge (v. contenzioso tributario).

  • ACCERTAMENTO VALUTARIO

    Attività di verifica diretta alla constatazione di illeciti valutari svolta dagli organi ai quali solo per legge può essere affidato tale compito.
    L’evoluzione della normativa relativa all’accertamento valutario in Italia
    In base alla l. 30.4.1976 n. 159, alla l. 26.9.1986 n. 599 e al d.p.r. 29.9.1987 n. 454, al TU norme valutarie (d.p.r. 31.3.1988 n. 148) e infine alla l. 21.10.1988 n. 455, sino all’entrata in vigore dei più recenti interventi normativi in materia valutaria gli organi preposti alla verifica di illeciti valutari risultavano essere l’UIC, il quale operava attraverso un proprio servizio ispettorato, la Banca d’Italia e l’ICE, la Guardia di Finanza e il Nucleo speciale di polizia valutaria istituito presso di essa, la Pubblica sicurezza (dietro richiesta dell’UIC) e i funzionari delle amministrazioni doganale e postale nei limiti dei loro compiti e delle loro attribuzioni. La contestazione delle violazioni veniva effettuata attraverso la stesura di un processo verbale, da parte degli addetti all’accertamento relativamente ai fatti riscontrati, ai sequestri eseguiti e alle dichiarazioni rese dagli interessati. Vi era anche la possibilità di definizione in via automatica (art. 30 D.P.R. 31 marzo 1988, n. 148 "TU norme valutarie") attraverso il versamento all’Erario, entro 120 giorni, di una somma calcolata in misura percentuale sul valore dei beni oggetto dell’illecito e il ristabilimento entro un anno della situazione valutaria dei beni nell’ambito della regolarità. Il normale procedimento consentiva la presentazione di scritti difensivi o documenti all’UIC e la domanda di audizione verbale. Gli atti venivano trasmessi dall’UIC al Ministero dell’economia e delle finanze, il quale, entro 180 giorni, udito il parere di una commissione, decideva con decreto motivato la somma dovuta e ne ingiungeva il pagamento. Le sanzioni previste dovevano esser commisurate al valore dei beni oggetto della violazione. In riferimento agli accertamenti valutari presso le banche, è bene ricordare che le disposizioni del 1976 hanno notevolmente modificato la normativa precedente, la quale, in questo settore specifico, riservava poteri ispettivi esclusivamente all’UIC, che poteva peraltro esercitarli solo a mezzo di funzionari della Banca d’Italia. A seguito dell’emanazione della l. 30.4.1976 n. 159, invece, oltre che all’UIC sono state attribuite particolari facoltà per gli appartenenti al corpo della Guardia di Finanza. Questi ultimi infatti, se facenti parte dello speciale Nucleo di polizia valutaria, hanno acquisito la facoltà di richiedere agli istituti di credito, soggetti a ispezione, di fornire tutte le informazioni e di esibire tutta la documentazione necessaria ai fini dell’indagine e di procedere al temporaneo sequestro dei libri e delle scritture. La l. 1976/159 ha anche previsto sanzioni penali per i dirigenti e i dipendenti bancari che con il loro comportamento o per scarsa vigilanza rendessero possibile il reato valutario da parte della clientela. A seguito dei numerosi interventi in materia valutaria, dovuti anche alla necessità di adeguare di volta in volta la legislazione nazionale agli sviluppi legislativi sul tema in ambito comunitario (direttiva 2001/97/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 dicembre 2001, recante modifica della direttiva 91/308/CEE del Consiglio relativa alla prevenzione dell'uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attivata illecite; regolamento (CE) n. 1889/2005 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 ottobre 2005, relativo ai controlli sul denaro contante in entrata nella Comunità o in uscita dalla stessa; direttiva 2005/60/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 ottobre 2005, relativa alla prevenzione dell'uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo e la direttiva 2006/70/CE che ne reca misure di esecuzione) le fattispecie di illecito e gli organi di volta in volta competenti sono stati modificati nel tempo. La mutazione del quadro normativo valutario italiano ed in particolare l’utilizzazione del sistema normativo e procedurale di cui al D.P.R. n. 148/88 (TU in materia valutaria) che ha rovesciato l’impostazione della precedente Legge Valutaria, prevedendo che "tutto è consentito tranne quello espressamente vietato", hanno modificato il contenuto e gli strumenti preposti all’accertamento. L’elenco di tali fattispecie illecite è stato esteso alle violazioni delle norme disciplinanti, sotto il profilo del monitoraggio fiscale, la circolazione transfrontaliera dei capitali; alla violazione degli embarghi nei confronti di Stati sottoposti a sanzioni economiche; alle violazioni relative alla mancata comunicazione valutaria statistica; alle violazioni relative alla l. 17 gennaio 2000, n. 71 sulla "Nuova disciplina del mercato dell’oro" ed infine alle violazioni relative alla nuova normativa sul contrasto del terrorismo sul piano finanziario e sulla lotta al riciclaggio. In particolare su quest’ultimo tema si e’ intervenuti di recente con l’emanazione del Decreto Legislativo 19 novembre 2008, n. 195 (pubblicato GU n. 291 del 13-12-2008), con effetti dal 1 gennaio 2009. Il decreto prevede delle misure dirette a contrastare l'introduzione dei proventi di attività illecite nel sistema economico e finanziario ed istituire un adeguato sistema di sorveglianza sui movimenti transfrontalieri di denaro contante. Viene introdotto l'obbligo della dichiarazione, movimenti di denaro contante in entrata nella Comunità europea o in uscita da essa e tra l'Italia e gli altri Paesi comunitari. Poteri di accertamento e di contestazione sono attribuiti ai funzionari dell'Agenzia delle dogane; ai militari della Guardia di finanza (esercitando i poteri e le facoltà attribuiti dal decreto legislativo 19 marzo 2001, n. 68, del decreto del Presidente della Repubblica 31 marzo 1988, n. 148, dalla legge 7 gennaio 1929, n. 4, e dalle leggi tributarie laddove applicabili; ai militari appartenenti al Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza esercitano secondo i già citati poteri attribuiti dal decreto del Presidente della Repubblica 31 marzo 1988, n. 148. L'applicazione delle sanzioni spetta al Ministero dell'economia e delle finanze. L’ Unità di informazione finanziaria (UIF) che ha sostituito in alcune sue funzioni il vecchio UIC, continuerà, a svolgere l'istruttoria dei procedimenti sanzionatori per le irregolarità accertate fino all'entrata in vigore del decreto n. 185 del 2008.
    Redattori: Fernando FORGHIERI, Bianca GIANNINI
    © 2010 ASSONEB

  • ACCERTAMENTO, CONCETTO GIURIDICO

    Attività dichiarativa posta in essere per eliminare una situazione di incertezza inerente a un determinato rapporto giuridico. Tale attività può essere svolta o nel processo civile o dai soggetti del rapporto in questione. Nel primo caso si hanno un’azione ed una sentenza di mero accertamento (o dichiarativa). Nel secondo, si ha un negozio giuridico di accertamento: con esso le parti fissano i tratti della situazione giuridica esistente in modo da impedire, in merito, qualsiasi nuova discussione (p.e., la ricognizione di enfiteusi ex art. 969 c.c.).

  • ACCESSO REMOTO AL SISTEMA DEI PAGAMENTI

    Partecipazione a un sistema di scambio e di trasferimento dei fondi e/o a un sistema di compensazione e/o di regolamento di un paese (“paese ospite”) con la possibilità, se necessario, di detenere un conto di regolamento a proprio nome presso la banca centrale di quel paese, da parte di un soggetto che ha sede legale all’estero e non vi è quindi insediato con proprie succursali o filiali.

  • ACCETTAZIONE BANCARIA

    Cambiale tratta (nota anche col nome di carta bancaria) da un imprenditore all’ordine proprio su di una banca che accetta in base a un accordo di credito di firma. L’imprenditore negozia l’accettazione sul mercato anche tra i risparmiatori, direttamente o tramite una società di intermediazione, per procurarsi liquidità. L’accettazione bancaria non serve a creare credito, ma a far circolare un credito già esistente. Con l’accettazione la banca diventa obbligato cambiario anche se in base all’accordo, il vero obbligato resta il traente. La durata dell’accettazione dura di regola da 3 a 12 mesi e alla scadenza l’accettazione viene presentata allo sportello indicato dalla banca accettante per il pagamento. Il traente provvede al riguardo a costituire presso la banca la provvista necessaria, ma possono darsi accordi preventivi tra banca e traente per il rinnovo dell’accettazione, alla scadenza, per un certo numero di volte. La circolazione avviene per girata piena, ma con l’apposizione della clausola senza garanzia per evitare l’azione di regresso tra i successivi giratari (solo la banca e il traente assumono la veste di obbligati cambiari). La negoziazione avviene come operazione di sconto, ossia calcolando il valore attuale del titolo sulla base di un tasso di sconto che varia a seconda dell’importo, della durata e delle qualità personali e professionali del traente. Le accettazioni bancarie possono essere utilizzate per il generico finanziamento dell’impresa o per lo smobilizzo di effetti commerciali a lunga scadenza non bancabili (che vengono depositati a garanzia presso la banca con l’accordo di poter emettere tratte a breve scadenza che la banca accetterà). Quando l’operazione è d’importo molto elevato, interviene normalmente una pluralità di banche accettanti (pool di banche). Raramente la emissione di accettazioni bancarie è fenomeno isolato. Di regola, infatti, essa si inserisce in un più ampio programma concordato con la banca nell’ambito dei limiti di rischio che questa intende assumersi nell’interesse del cliente. L’accettazione bancaria appartiene alla categoria del credito di firma: la banca mediante l’accettazione della cambiale emessa da un proprio cliente, previa autorizzazione, si obbliga, anche cartolarmente e in adempimento dell’obbligazione assunta nei confronti del proprio cliente in forza del “rapporto di base”, a pagare l’importo del titolo a chi si presenterà legittimato. Per il risparmiatore rappresenta un bene di investimento che consente di lucrare un interesse superiore a quello normalmente praticato sui depositi bancari. Quale corrispettivo della prestazione della banca, consistente nell’assunzione dell’obbligazione cartolare, il traente deve corrispondere all’istituto la commissione di accettazione, determinata con riferimento a diversi parametri quali la solvibilità del cliente, la natura dell’operazione cui la accettazione si riferisce oltre che la contingente situazione di mercato. Il cliente-traente è inoltre obbligato a corrispondere alla banca o ad un terzo operatore finanziario la commissione di intermediazione per il collocamento delle accettazioni bancarie presso il pubblico degli investitori. Al momento dell’instaurazione del rapporto e, successivamente, con cadenza periodica, il cliente-traente è tenuto a fornire alla banca accettante notizie ed informazioni sulla propria struttura organizzativa e sulla propria solidità finanziaria inviando anche documentazione di supporto. L’accettazione bancaria si era largamente diffusa tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, fino all’introduzione del trattamento fiscale fissato con d.l. 2.10.1981 n. 546 (conv. con modif. nella l. 1.12.1981 n. 692) che l’ha resa meno conveniente. 
    Regime fiscale. L’accettazione bancaria è assoggettata all’imposta di bollo dello 0, 1‰ sul valore di emissione. Sugli interessi e sugli altri frutti corrisposti ai possessori di accettazioni bancarie la banca all’atto del pagamento opera una ritenuta del 27% con obbligo di rivalsa (inizialmente 15%: art. 1, 3° comma d.l. 2.10.1981 n. 546 conv. con modif. nella l. 1.12.1981 n. 692 e elevato al 27% dal d.lg. 21.11.1997 n. 461) a titolo di acconto nei confronti di imprenditori, società, enti e stabili organizzazioni commerciali residenti nello Stato, a titolo di imposta in ogni altro caso. Le plusvalenze realizzate mediante cessione delle accettazioni bancarie sono assoggettate a imposta sostitutiva delle imposte sui redditi con l’aliquota del 12, 50% (art. 5 d.lg. 1997/461).

  • ACCETTAZIONE DELL' EREDITÀ

    Atto giuridico unilaterale non recettizio che il chiamato all’eredità è tenuto a compiere, una volta apertasi la successione, se vuole acquistare la qualità di erede. Sotto il profilo sostanziale vi sono due tipi di accettazione: pura e semplice e con beneficio d’inventario (art. 470 c.c.). Per effetto della prima si verifica la confusione tra i due patrimoni, quello del defunto e quello dell’erede, che succede sia nell’attivo che nel passivo: egli è perciò tenuto al pagamento dei debiti del defunto, anche se, per ipotesi, questi superino l’attivo che gli perviene dall’eredità. Se, invece, il chiamato accetta con beneficio d’inventario, non si produce la confusione tra i patrimoni e, quindi, l’erede non è tenuto al pagamento dei debiti ereditari e dei legati oltre il valore dei beni a lui pervenuti (art. 490 c.c.). In proposito va sottolineato che l’accettazione delle eredità devolute ai minori, agli incapaci ed alle perso- ne giuridiche diverse dalle società non può farsi che col beneficio di inventario (artt. 471-473 c.c.): l’accettazione pura e semplice, pertanto, può essere compiuta soltanto da una persona fisica dotata di capacità, oppure da una società. Dal punto di vista formale, l’accettazione col beneficio d’inventario deve essere necessariamente fatta mediante dichiarazione ricevuta da un notaio o dal cancelliere della Pretura del mandamento in cui si è aperta la successione, mentre l’accettazione pura e semplice può essere espressa o tacita. É espressa quando viene fatta per iscritto (scrittura privata o atto pubblico), dichiarando di accettare l’eredità o assumendo il titolo di erede. È invece tacita quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede. Talvolta l’acquisto dell’eredità è imposto al chiamato anche se questi non abbia accettato, e perfino nonostante la sua rinuncia. Ciò accade, in primo luogo, quando egli rinunci ai diritti di successione contro il pagamento di un corrispettivo; ma un discorso analogo vale anche per il caso in cui l’istituto erede resti per un certo tempo nel possesso dei beni ereditari, senza farne fare l’inventario con le garanzie di legge, oppure senza dichiarare se accetta o se rinuncia; o quando lo stesso alieni beni ereditari senza autorizzazione; oppure commetta omissioni o infedeltà nel compilare l’inventario; o, ancora, quando egli sottragga o nasconda beni spettanti all’eredità. In tutte queste ipotesi l’acquisto della qualità di erede è imposto al chiamato senza, e addirittura, contro la sua volontà. Perciò, è inopportuno parlare di accettazione legale o di accettazione presunta: si tratta invece di acquisto ex lege, senza bisogno di accettazione. Il diritto di accettare l’eredità è soggetto alla prescrizione ordinaria decennale (art. 480 comma 1 c.c.). Tuttavia, chi vi abbia interesse può chiedere all’autorità giudiziaria la fissazione di un termine entro il quale il chiamato dichiari se accetta o se rinuncia: trascorso questo termine senza che abbia fatto la dichiarazione, il chiamato decade dal diritto di accettare. L’accettazione non tollera l’apposizione di termini o condizioni che rendono nulla l’intera dichiarazione. Essa si può impugnare solo per violenza o per dolo, ma non per errore.

  • ACCETTAZIONE DELLA CAMBIALE

    L’accettazione della cambiale è l’atto (facoltativo, salvo che sia diversamente stabilito dalla legge o dalla volontà delle parti) con il quale il trattario, da semplice designato a pagare, diventa obbligato principale verso tutti i firmatari della cambiale, incluso lo stesso traente. Per ottenere l’accettazione è necessario presentare il titolo al trattario. Tale presentazione ha carattere facoltativo, ma deve essere sempre presentata, entro un anno dalla sua data (o entro il diverso termine stabilito dal traente), la cambiale “a certo tempo vista”. L’accettazione è scritta sulla cambiale con la parola “accettato”, “visto” o altre equivalenti ed è sottoscritta dal trattario. Vale accettazione anche la semplice sottoscrizione del trattario, apposta però sulla faccia anteriore della cambiale. L’accettazione deve essere incondizionata, ma il trattario può limitarla ad una parte della somma. Se l’accettazione apposta sulla cambiale è cancellata dal trattario prima di restituire il titolo, l’accettazione si considera rifiutata.

  • ACCETTAZIONE IN GARANZIA DI AZIONI PROPRIE NELLE BANCHE POPOLARI

    Ai sensi dell’art.9, d.lg. 10.2.1948 n. 105, le banche popolari potevano concedere anticipazioni ai soci accettando in garanzia azioni da loro stesse emesse: l’operazione era subordinata alla autorizzazione della Banca d’Italia e al rispetto del limite del 40% delle riserve legali. La norma però risultava contrastante con la disciplina dettata per le società di capitali e con quella relativa alle casse rurali e artigiane, ora divenute banche di credito cooperativo per le quali, peraltro, l’intervenuta abrogazione (a seguito dell’entrata in vigore del d.lg. 4.8.1999 n.342) del 5° comma dell’art. 34 del TUBC, che stabiliva il divieto di acquistare proprie azioni, di fare anticipazioni su di esse o compensazioni con le obbligazioni dei soci, comporta la rinnovata vigenza in materia delle disposizioni e, nello specifico, dei divieti di cui alla disciplina ordinaria delle società di capitali. Tale disciplina trova applicazione anche nel caso delle banche popolari per le quali la relazione ministeriale afferma che rispetto alle banche costituite in forma di società per azioni il solo tratto distintivo è rappresentato dalla variabilità del capitale, essendo da tempo intervenuta una completa parificazione operativa. Del resto l’intervenuta abrogazione integrale del d.lg. 1948/105 e successive modificazioni disposta dal TUBC sembra non lasciare dubbi in merito alla preclusione assoluta alle banche popolari di concedere anticipazioni ai soci e accettare,quale garanzia di restituzione del prestito, azioni proprie.

  • ACCOLLO

    Contratto tra il debitore e un terzo, con il quale questi assume a suo carico l’obbligo che ha il debitore verso il creditore; si concreta, quindi, nell’assunzione di un debito altrui da parte di un terzo, che si dice accollante. L’efficacia dell’accollo può rimanere limitata ai soggetti che lo hanno posto in essere, cioè debitore e terzo, e in tal caso si denomina accollo semplice che può essere annullato da un altro accordo fra le stesse parti, senza l’intervento del creditore, che rimane sempre estraneo alla vicenda. Per la stessa ragione, l’inadempimento del terzo accollante può dare luogo a responsabilità solo nei confronti del debitore accollato, e non anche del creditore. Affinché il contratto possa esplicare efficacia anche nei confronti del creditore, è necessaria l’adesione di questi all’accollo, e da tale adesione nasce la responsabilità dell’accollante nei confronti del creditore accollatario per l’obbligazione assunta. In tal caso si parla anche di accollo esterno o accollo cumulativo, poiché al debitore originario se ne aggiunge uno nuovo, che resta obbligato con quello originario. Infine si ha accollo liberatorio allorché il creditore, oltre ad aderire al contratto stipulato in suo favore fra il debitore e il terzo, dichiara espressamente di liberare il debitore originario e di tenere obbligato in sua vece solo l’accollante. Nei mutui concessi da istituti e sezioni di credito fondiario per la costruzione di immobili da destinare ad unità abitative, ogni singolo acquirente si accolla la parte di mutuo gravante sull’appartamento acquistato; l’accollo si verifica automaticamente, una volta notificato all’istituto mutuante l’avvenuto trasferimento di proprietà dell’immobile.

  • ACCOMMODATION BANKER'S ACCEPTANCE

    Particolare tipologia di accettazione bancaria diffusasi sul mercato statunitense nei primi anni ‘70. Differisce dall’accettazione bancaria tradizionale per il fatto che è una banca estera a spiccare la tratta per l’accettazione su una banca americana, la quale poi si occupa anche di classare l’effetto presso la clientela domestica. Usufruendo di tale strumento la banca estera, che ha finanziato il proprio cliente, si ri- finanzia.

  • ACCONTI D'IMPOSTA

    1- Anticipazioni che i soggetti passivi delle imposte sul reddito delle persone fisiche e giuridiche devono ersare a titolo d’acconto delle imposte dovute per il periodo in corso, in due rate. In specie, sull’IRPEF va pagato (periodo di imposta 2005) un acconto complessivo del 98% delle imposte dovute in base alla dichiarazione dei redditi presentata per il periodo d’imposta precedente. Il versamento non è dovuto per chi ha una base di calcolo sino a € 51, 65 e va eseguito in unica soluzione se l’importo da versare non è superiore a € 103, altrimenti deve essere effettuato in due rate, del 40% entro il 20 giugno, la prima e del 60% entro il 30 novembre, la seconda. 2- Per le società e gli enti soggetti a IRES (periodo di imposta 2005) la percentuale è del 102, 5%. L’acconto non è dovuto per chi ha una base di calcolo sino a € 20, 66 e va eseguito in unica soluzione se l’importo da versare non è superiore a € 103, altrimenti va effettuato in due rate, del 40% la prima e del 60% la seconda. Il versamento dell’acconto deve essere effettuato (art. 17 d.p.r.. 7.12.2001 n. 435, sost. dall’art. 2 del d.l. 15.4.2002 n. 63, conv. dalla l. 15.6.2002 n. 112), per la prima rata, nel termine previsto per il versamento del saldo dovuto in base alla dichiarazione relativa all’anno precedente; per la seconda rata, nel mese di novembre, con l’eccezione di quella dovuta dalle persone giuridiche il cui periodo di imposta non coincide con l’anno solare, che effettuano il versamento entro l’ultimo giorno dell’undicesimo mese dello stesso periodo di imposta. I soggetti che, in base a disposizioni di legge, approvano il bilancio oltre il termine di quattro mesi dalla chiusura dell’esercizio, versano la prima rata di acconto entro il giorno 20 del mese successivo a quello di approvazione del bilancio o, se il bilancio non è approvato nel termine stabilito, entro il giorno 20 del mese successivo a quello di scadenza del termine stesso (p.e. in caso di approvazione del bilancio il 30 giugno 2005, la società deve effettuare i versamenti entro il 20 luglio 2005 e, analogamente, in caso di mancata approvazione del bilancio entro il 30 giugno 2005, la società deve effettuare i versamenti entro il 20 luglio 2005). 3- Per i soggetti a IRAP (periodo di imposta 2005) si applicano le regole previste per l’IRPEF, o per l’ IRES, a seconda che il contribuente sia soggetto all’una o all’altra imposta. 4- Il versamento della prima rata di acconto può essere effettuato entro il trentesimo giorno successivo ai termini normali con la maggiorazione dello 0, 40 % a titolo di interesse. 5- A decorrere dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2006, la misura dell’acconto dell’IRPEF è fissata al 99% e quella dell’acconto dell’IRESal 100%. 6- Con la legge finanziaria 1991 n. 405 del 29.12.1990 è stato introdotto un sistema di anticipazione anche con riferimento all’IVA. In specie, si è previsto, a decorrere dal 1991, l’obbligo per i contribuenti obbligati agli adempimenti di liquidazione e versamento periodico di versare entro il giorno 27 del mese di dicembre, a titolo di acconto, un importo pari all’88% dell’IVA relativa all’ultimo periodo (trimestre o mese dell’anno precedente). 7- Con d.l. 31.12.1996 n. 669, conv. in l. 28.2.1997 n. 30, si è previsto che per i redditi soggetti a tassazione separata, da indicare nella dichiarazione dei redditi e non soggetti a ritenuta alla fonte, è dovuto un versamento a titolo di acconto nella misura del 20%, effettuato nei termini e con le modalità previsti per quello a saldo delle imposte sui redditi.

  • ACCONTI SUL DIVIDENDO

    Detti anche: dividendi d’acconto o interinali. Si tratta di utili distribuiti in corso di esercizio e prima della redazione del relativo bilancio in acconto sul futuro dividendo che sarà poi deliberato in sede di assemblea. Per lungo tempo la materia non è stata espressamente disciplinata, anche se nella prassi si ammetteva la distribuzione di acconti-dividendo. L’art. 19 del d.p.r. 1986/30, di attuazione della II Direttiva CEE, ha dettagliatamente disciplinato questa prassi (col nuovo art. 2433 bis c.c.), prevedendola però espressamente per le sole società assoggettate per legge alla certificazione del bilancio. La distribuzione di acconti deve essere prevista dallo statuto e rientra nel potere discrezionale degli amministratori, dai quali può essere deliberata, con il parere del collegio sindacale, dopo la certificazione e l’approvazione del bilancio dell’esercizio precedente. Essa non è possibile se da questo bilancio risultino perdite dell’esercizio o dell’esercizio precedente. L’ammontare degli acconti non può superare la minor somma tra l’importo degli utili conseguiti dalla chiusura dell’esercizio precedente, diminuito dell’importo da destinare a riserve legali e statutarie, e quello delle riserve disponibili: pertanto sono distribuibili in acconto solo gli utili già accertati dell’esercizio precedente e destinati a riserva disponibile, entro il limite dell’utile stimato dagli amministratori come già prodotto nell’esercizio in corso. La deliberazione deve essere adottata sulla base di un prospetto contabile e di una relazione, che devono restare depositati presso la sede sociale fino all’approvazione del bilancio dell’esercizio. L’art. 2433 bis ultimo comma stabilisce anche che gli acconti riscossi dai soci nel rispetto delle norme di legge non sono ripetibili. Nel caso di distribuzione di acconti sui dividendi da parte di società quotate, la procedura ordinaria disciplinata dall’art. 2433 bis c.c. è in parte modificata dall’art. 154 del TUF. Quest’ultima norma esclude che si debba acquisire (come altrimenti ai sensi del 5° comma del 2433 bis, unica disposizione di quest’ultimo articolo non applicabile alle quotate proprio ai sensi del medesimo 154 del TUF) il parere del collegio sindacale sui documenti (prospetto contabile e relativa relazione) dai quali risulta che la situazione patrimoniale, economica e finanziaria della società consente tale operazione.

  • ACCORDI CURRENCY SWAP (BRASILE E CINA)

    Cina e Brasile hanno firmato un accordo di currency swap, per un valore di 30 miliardi di dollari, che consente ai due Paesi di usare le proprie rispettive monete per gli scambi commerciali bilaterali. In questo modo le due economie, facenti parte dei Paesi BRICS, sarebbero protette da fluttuazioni improvvise dei cambi e dalla “guerra tra valute”. Si tratta di un importante passo in avanti per la politica di “diplomazia valutaria” dei Paesi BRICS. Questi ultimi spingono per un ruolo più internazionale per le loro valute, al fine di promuovere un’alternativa alla principale moneta internazionale che è il dollaro statunitense. L'accordo è stato firmato nel marzo 2013 a margine del quinto vertice BRICS di Durban, in Sud Africa.

    In questo accordo si stabilisce che il Governo brasiliano avrà a disposizione una linea di credito in Renmimbi-Yuan in Cina, e che il tasso d'interesse sarà determinato attraverso una media tra i coefficienti applicati nei sedici maggiori istituti bancari cinesi. Allo stesso modo, i cinesi potranno ricorrere ad analoghi finanziamenti, in Real, presso la Banca centrale brasiliana, e al tasso d'interesse Selic, cioè quello preso come riferimento per ogni politica monetaria nazionale. Le banche centrali che custodiscono le riserve in valuta estera delle due nazioni effettueranno scambi nelle rispettive monete fino a 60 miliardi di Real, pari a 190 miliardi di Renmimbi-Yuan.

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • ACCORDI DI BRETTON WOODS

    Intese che costituiscono la base dell’organizzazione internazionale creata nel secondo dopoguerra, nel quadro delle Nazioni Unite e nella sfera sia della cooperazione valutaria a breve-medio termine, sia degli investimenti internazionali a lungo termine. Vengono designati dalla località degli Stati Uniti (nel New Hampshire) dove vennero stipulati, nel luglio 1944, a seguito di una conferenza finanziaria internazionale di cui furono i maggiori protagonisti gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Le prime intese tra i due paesi si svolsero già agli inizi del 1941; la conferenza, alla quale partecipò anche l’Unione Sovietica che non ha tuttavia ratificato successivamente gli accordi, si concluse il 22.7.1944, con l’approvazione degli Stati del FMI e della BIRS, entrati in vigore nel dicembre 1945. Per il commercio internazionale non fu possibile, invece, realizzare una terza organizzazione e si dovette ripiegare su un accordo generale (il GATT) stipulato nel 1947. L’organizzazione (il WTO) venne costituita solo nel 1995. Pur essendo stati inizialmente sottoscritti da 44 paesi, gli accordi erano aperti all’adesione degli altri paesi che ne accettassero i principi fondamentali di cooperazione e di ripudio della discriminazione negli scambi e nei pagamenti internazionali. Per le successive vicende degli accordi v. FMI. La fine degli Accordi di Bretton Woods è avvenuta con gli Accordi di Kingston (q.v.).

  • ACCORDI DI CLEARINGS

    Accordi di compensazione tra Stati che concordano una quota reciproca di import-export per un prezzo uguale. Allo scopo di evitare trasferimenti di divise, gli importatori di un Paese versano il corrispettivo non agli esportatori dell’altra nazione, ma a una Cassa speciale (in genere costituita presso la Banca Centrale che provvede, poi, a pagarein moneta nazionale gli esportatori nazionali a un cambio prefissato. I crediti all’esportazione possono essere incassati solo se vengono pagate le importazioni. Negli accordi di compensazione devono prevedersi norme per la conversione delle monete, attraverso un tasso di compensazione che affronta il rischio di cambio connesso alle transazioni tra le divise. Quest’onere viene di solito caricato sulle aziende dedite all’import/export con un premio percentuale sulle operazioni svolte. I premi sono raccolti da un istituto governativo che assume il rischio di cambio delle operazioni oggetto degli accordi.

  • ACCORDI DI FINANZIAMENTO REGIONALE

    Meccanismi di finanziamento sottoscritti da gruppi di paesi (generalmente appartenenti alla stessa regione geografica) allo scopo di raccogliere risorse tali da garantire a ciascun membro dell’accordo una disponibilità superiore al proprio contributo. Possono essere istituiti per far fronte a crisi di liquidità o a crisi di bilancia dei pagamenti.
    Fonte: Banca d'Italia

  • ACCORDI DI KINGSTON

    Intese alle quali si è giunti nella riunione (Jamaica Conference) tenuta a Kingston (Giamaica) il 7-8.1.1976 dal comitato interinale del FMI che formalizza il passaggio dal regime dei cambi fissi alla fluttuazione dei cambi tra le principali valute e stipula un accordo su emendamenti allo statuto del FMI riguardanti, in particolare, la demonetizzazione dell’oro (abolendone il prezzo ufficiale) e il cambiamento del metodo di valutazione dei DSP (il cui valore viene fissato in base ad una paniere di valute). La decisione più importante è stata quella relativa al regime dei cambi che ha posto fine de jure agli Accordi di Bretton Woods.

  • ACCORDI EUROPEI

    Forma specifica di accordo d’associazione di durata illimitata (fr. Accords européens; ingl. Europe agreements) concluso tra l’Unione europea ed alcuni Stati dell’Europa centrale ed orientale (articolo 238 del trattato CE). L’obiettivo dell’accordo è di preparare la futura adesione all’Unione europea dello Stato associato e ha come fondamento il rispetto dei principi dei diritti umani, della democrazia, dello Stato di diritto e dell’economia di mercato. Finora sono stati conclusi accordi europei con dieci paesi: Bulgaria, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica ceca, Romania, Slovacchia e Slovenia. L’accordo europeo prevede consultazioni bilaterali e multilaterali su qualsiasi questione di interesse comune (componente politica); una politica commerciale diretta a instaurare una zona di libero scambio; la cooperazione a livello economico, culturale e finanziario; il ravvicinamento delle legislazioni, in particolare per quanto riguarda la proprietà intellettuale e le regole di concorrenza. Sul piano istituzionale, la gestione generale dell’accordo europeo spetta al Consiglio di associazione, composto, da un lato, da rappresentanti del Consiglio e della Commissione e, dall’altro, da rappresentanti del governo dello Stato associato. Un Comitato di associazione, composto da membri del Consiglio di associazione, provvede alla sorveglianza dei lavori e prepara le delibere del Consiglio di associazione. Infine è prevista una Commissione parlamentare d’associazione, composta da membri del Parlamento europeo e del parlamento nazionale dello Stato associato, il cui compito è di formulare raccomandazioni al Consiglio di associazione. In argomento si v., da ultimo, le decisioni del Consiglio dell’UE, assunte il 28.1.2002, relative ai principi, alle priorità, agli obiettivi intermedi e alle condizioni specificati nel partenariato per l’adesione, pubblicate sulla GUCE del 14.02.2002.

  • ACCORDI EUROPEI DI CAMBIO

    Acr.: AEC (fr. Accords de change européens-AEC; ingl. European Exchange Agreements-EEA). Più noti come meccanismo europeo di cambio (fr. Mecanisme de Change Européens-MCE; ingl. Exchange Rate Mechanism-ERM). Accordi stipulati nell’ambito dello SME Esso definiva il cambio delle valute partecipanti in termini di un tasso centrale rispetto all’ECU. I tassi centrali con l’ECU erano utilizzati per determinare una griglia di tassi di cambio bilaterali tra le valute partecipanti. I tassi di cambio potevano fluttuare intorno a questi tassi centrali bilaterali entro i margini di oscillazione degli AEC. Nell’agosto 1993 era stata presa la decisione di ampliare tali margini a ±15 per cento. In seguito a un accordo bilaterale tra Germania e Paesi Bassi, il margine di oscillazione tra il marco tedesco e il fiorino olandese era stato mantenuto a ±2, 25 per cento. Una modifica dei tassi centrali richiedeva l’accordo reciproco di tutti i paesi partecipanti agli AEC. Tra i Paesi aderenti all’Eurosistema il meccanismo ha cessato di esistere con l’inizio della terza fase della UEM (1°.1.1999). Per i Paesi UE non aderenti all’Eurosistema il meccanismo è stato rinnovato ed è indicato con il numero romano II (MEC II; ERM II; SME II).

  • ACCORDI EUROPEI DI CAMBIO II (AEC II)

    Entrati in vigore il 1° gennaio 1999, sostituiscono gli AEC e forniscono l’assetto per la cooperazione nelle politiche del cambio tra i paesi dell’area dell’euro e gli Stati membri della UE che non ne fanno parte. La partecipazione agli AEC II è volontaria; tuttavia, vi è la presunzione che gli Stati membri con deroga vi aderiscano. Attualmente partecipa agli accordi la corona danese con una banda di oscillazione rispetto alla parità centrale nei confronti dell’euro pari al ±2,25 per cento. Gli interventi sul mercato dei cambi ai margini della banda di oscillazione sono, in linea di principio, automatici e illimitati, con disponibilità di finanziamento a brevissimo termine. La BCE e le banche centrali nazionali partecipanti al meccanismo possono tuttavia sospendere gli interventi automatici qualora questi confliggano con l’obiettivo del mantenimento della stabilità degli AC.
    Fonte: Banca d'Italia

  • ACCORDI GENERALI DI PRESTITO

    Acr.: AGP (fr. Accords généraux d’emprunt-AGE; ingl. General Arrangements to Borrow-GAB). Denominazione ufficiale di intese entrate in vigore nell’ottobre 1962 tra il FMI e gli undici maggiori Paesi industriali, successivamente denominati Gruppo dei Dieci (G-10). Questi paesi si impegnarono, per il periodo iniziale di un quadriennio, a mettere proprie valute per l’equivalente di 6 miliardi di dollari a disposizione del FMI per integrarne le disponibilità valutarie, in un momento critico in cui prese a manifestarsi la pressione di prelievi dovuta all’intensificarsi dei movimenti di capitali. Gli accordi sono stati più volte rinnovati. Nel rinnovo del 1983 che elevò l’ammontare del credito disponibile a 17.000 milioni di DSP più 1.500 milioni di DSP messi a disposizione con un accordo separata con l’Arabia Saudita. Norme particolari disciplinano sia le modalità di richiesta effettiva ai Paesi che si sono impegnati a mettere a disposizione le somme, sia la loro restituzione, sia la corresponsione di interessi. L’Italia è compresa tra ì paesi che hanno aderito agli accordi con una linea di 1.105 milioni di DSP. Gli Accordi generali di prestito sono rinnovati in media ogni 4-5 anni. L’ultimo rinnovo risale al luglio 1998. I fondi messi a disposizione del FMI dagli undici paesi più industrializzati aderenti all’accordo ammontano a circa 23 miliardi di dollari. Nel 1998, al manifestarsi della crisi del Messico, agli AGP sono stati affiancati nuovi accordi che hanno messo a disposizione del FMI ulteriori 34.000 milioni di DSP (v. Nuovi Accordi di Prestito).

  • ACCORDI INTERBANCARI PER LA PUBBLICITÀ E LA TRASPARENZA DELLE CONDIZIONI PRATICATE ALLA CLIENTELA.

    L’ABI ha da tempo autonomamente avviato iniziative di autoregolamentazione della materia in esame. L’elaborazione di un primo accordo interbancario in argomento risale, infatti, al 1978 ed aveva per oggetto sia la pubblicità, mediante esposizione di appositi cartelli, dei tassi passivi praticati e delle tariffe di alcuni servizi offerti, sia l’introduzione negli estratti conto di dati che consentissero “un più agevole riscontro delle competenze a favore e/o a carico della clientela”. Questo accordo è stato sostituito nel 1988 con un “Accordo interbancario per la pubblicità e la trasparenza delle condizioni praticate alla clientela” il cui contenuto costituiva un perfezionamento ed un adeguamento del precedente. In particolare, detto accordo (che si applicava alle operazioni attive e passive in lire) obbligava le aziende di credito aderenti: A) dal 1°.12.1988 ad esporre nei locali aperti al pubblico delle proprie dipendenze: a.a) un avviso contenente le condizioni applicate alle diverse operazioni poste in essere, redatto secondo un fac-simile suscettibile di integrazioni e di eliminazioni di voci in relazione all’attività effettivamente svolta da ciascuna azienda; a.b) un avviso di formato, colorì e contenuto standard - quindi non modificabile dai singoli aderenti - che costituiva un estratto dell’avviso di cui alla lettera precedente; B) dal 1°.1.1989: b.a) a seguire, per la determinazione degli interessi sulle operazioni attive e passive, il metodo di calcolo secondo l’anno civile (di 365 giorni) e il tasso applicato, tranne che per i finanziamenti con piani di ammortamento a rate costanti e salvo che esistessero diverse disposizioni legislative o amministrative; b.b) ad adottare per gli estratti di conto corrente e per il conto scalare contenuti uniformi, indicati in allegato all’accordo; b.c) a dare comunicazione alla clientela di ogni variazione dei tassi attivi e passivi e della commissione sul massimo scoperto, per i rapporti di conto corrente, e dei tassi praticati per i libretti di deposito a risparmio, mediante apposito cartello da esporre con adeguata evidenziazione presso gli sportelli dell’azienda, contenente ogni necessario dettaglio delle variazioni apportate; il cliente che entro quindici giorni dalla data di esposizione di detto cartello comunicasse alla banca la sua volontà di recedere dal rapporto, aveva diritto, in sede di liquidazione del rapporto medesimo, all’applicazione delle condizioni precedentemente in essere. Inoltre le aziende si impegnavano comunque a comunicare le modifiche in parola ai correntisti mediante l’estratto conto da emettersi alla fine del mese nel quale erano intervenute le variazioni ed ai depositanti alla prima presentazione del libretto successiva alle variazioni medesime; C. dal 1°.7.1989 ad uniformare, oltre che i contenuti, anche il tracciato degli estratti di conto corrente e del conto scalare, sempre secondo standards indicati in allegato all’accordo. La vigilanza ed il controllo sull’applicazione dell’accordo venivano esercitati da un comitato costituito presso l’ABI, composto da rappresentanti delle singole categorie di aziende di credito e presieduto da persona, nominata dal Governatore della Banca d’Italia, che assicurasse la necessaria imparzialità di giudizio ed autorevolezza delle decisioni assunte. un’ulteriore garanzia in tal senso era offerta dalla partecipazione alle riunioni del comitato di un rappresentante della vigilanza della Banca d’Italia all’uopo designato. L’iniziativa fu stata estesa anche agli istituti ed alle sezioni di credito speciale i quali, a partire dal 1°.7.1989 si impegnavano ad esporre un avviso contenente le condizioni delle principali operazioni di raccolta e di impiego a tasso ordinario. L’avviso in parola doveva essere redatto seguendo i contenuti dei fac-simile allegati all’accordo con carattere “minimale”, nel senso che le indicazioni ivi previste non potevano essere eliminate, ma soltanto integrate in relazione alla operatività dei singoli enti. Oltre ad esporre l’avviso nei propri locali, gli istituti, inoltre, per assicurare una più ampia diffusione delle informazioni, si impegnavano a comunicare le condizioni vigenti alle aziende ed agli istituti di credito che svolgevano funzioni di supporto alla loro attività, raccomandando ai medesimi di portarle a conoscenza della clientela. Anche per il rispetto di questo accordo era previsto un comitato di vigilanza. Il suo presidente era nominato dal Governatore della Banca d’Italia, il quale nominava altresì il delegato della vigilanza che interveniva alle riunioni del comitato stesso. Per la normativa attualmente in vigore v. trasparenza bancaria.

  • ACCORDO DI BASILEA

    Accordo (fr. Accord de Bâle ; ingl. Basel Capital Accord) in materia di adeguatezza patrimoniale delle banche, siglato a Basilea l’11.7.1988 dai Governatori delle banche centrali del Gruppo dei Dieci e applicato dalle autorità di vigilanza nazionali. L’Accordo è prodotto dei lavori del Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria e, in particolare, di un suo documento dal titolo International convergence of capital measurement and capital standards. L’Accordo è stato modificato e integrato nel 1991, 1994. 1995 e 1998. Nel giugno 1999 il Comitato ha reso pubblico un documento intitolato New Capital Adequacy Framework contenente un progetto, sottoposto alle banche centrali e al settore creditizio, di un nuovo Accordo (New Basel Capital Accord, acr.: NBCA) noto in Italia come Basilea 2 (q.v.), destinato a sostituire quello del 1988.

  • ACCORDO DI BASILEA-NYBORG

    Accordo del settembre 1987 tra i ministri finanziari e i governatori delle banche centrali della CEE per aggiornare gli Accordi europei di cambio. L’Accordo di Basilea-Nyborg prevedeva di rafforzare le procedure di sorveglianza congiunta sul mercato dei cambi; di accettare l’utilizzo di una banda di fluttuazione più estesa; di usare in modo più pronto e flessibile la manovra dei tassi di interesse e gli interventi sul mercato dei cambi per scoraggiare la speculazione; di accettare una flessibilità maggiore delle condizioni e dei termini di rimborso dei debiti tra le banche centrali, originati dal finanziamento degli interventi nell’ambito della credit facility a brevissimo termine; di poter utilizzare la credit facility anche per finanziarie gli interventi inframarginali.

  • ACCORDO DI COTONOU

    Nuovo accordo di partnership della durata di venti anni stipulato a Cotonou, capitale del Benin, il 23.6.2000 tra la CE e i Paesi dell’ACP per il rinnovo della Convenzione di Lomé. Il nuovo accordo riunisce, dalla parte dell’ACP, 5 nuovi Stati in aggiunta ai 72 partecipanti alla precedente Convenzione e cioè: le isole Cook, la Repubblica di Nauru, la Repubblica di Palau, la Repubblica delle Isole Marshall, Nioue e gli Stati federali di Micronesia, tutte isole nell’Oceano Pacifico. Il nuovo Accordo prevede uno stanziamento di € 13, 5 miliardi di aiuti allo sviluppo per i primi cinque anni in conto del FES.

  • ACCORDO DI SCHENGEN

    Negoziato intergovernativo conclusosi il 14.6.1985, cui ha fatto seguito la Convenzione di applicazione del 19.6.1990, relativa all’eliminazione graduale dei controlli alle frontiere comuni, entrata in vigore il 26.3.1995 tra Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna; in attesa d’adesione sono l’Austria (entro la primavera 1997), la Grecia e l’Italia (entro il 31.12.1995). La Convenzione, che si compone di un Preambolo, di 142 articoli, raccolti in otto titoli a loro volta suddivisi in capitoli, prevedeva: la soppressione dei controlli alle frontiere interne e la libera circolazione delle persone nell’area protetta; la cooperazione tra i corpi di polizia dei Paesi interessati, la collaborazione tra gli organi giudiziari in materia penale, l’estradizione, l’esecuzione delle sentenze; la creazione di un sistema di scambio di informazioni (il cosiddetto SIS, Scambio Informazioni Schengen, con un centro a Strasburgo, collegato con centri nazionali in ognuno dei Paesi partecipanti) e la protezione dei dati di carattere personale; il trasporto e la circolazione delle merci. Al testo della Convenzione è aggiunto un Atto finale ed un processo verbale allo scopo di consentire alle Parti contraenti di precisare i relativi impegni, oltre che una “dichiarazione comune” dei governi in ordine ai settori nei quali si continuerà il negoziato tra gli Stati firmatari. Per conciliare la libertà di circolazione e la sicurezza dei cittadini (p.e. contro il traffico di droga, l’immigrazione clandestina, la grande criminalità e il terrorismo) sono state previste “misure di accompagnamento” che riguardano il rafforzamento dei controlli, omogenei per tutti gli Stati interessati, alle frontiere esterne dell’area relativa all’accordo di Schengen; l’organizzazione di un’effettiva cooperazione tra i sistemi giudiziari, gli organi di polizia ed i servizi amministrativi; l’armonizzazione progressiva delle politiche di immigrazione; la coerente ed univoca applicazione del diritto di asilo. Gli Stati firmatari dell’accordo hanno ribadito comunque la volontà di non pregiudicare le misure che saranno adottate in applicazione del Trattato CE, che prevede che il mercato interno comporti uno spazio comune senza frontiere. Il titolo della Convenzione di Schengen consta di un unico articolo nel quale si precisano i termini e le nozioni impiegate. Nel titolo II (artt. 2-28) si fa riferimento alla soppressione dei controlli alle frontiere interne ed alla libera circolazione delle persone. Esso si articola nei seguenti capitoli: passaggio delle frontiere interne; controllo delle frontiere esterne; visti di soggiorno di breve edi lunga durata; condizioni di circolazione degli stranieri; permessi di soggiorno; misure di accompagnamento; trattazione delle richieste di asilo. Secondo la Convenzione le frontiere interne possono essere attraversate ovunque senza controllo sulle persone, con l’unica riserva del mantenimento dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale. Al contrario, le frontiere esterne sono valicabili ai posti di frontiera e negli orari previsti. Il controllo alle frontiere esterne viene rafforzato e applicato secondo le seguenti regole comuni: controllo del possesso e della validità dei documenti necessari oltre che della sussistenza dei presupposti per l’entrata nel paese; soggiorno, esercizio di attività lavorativa regolare, uscita dal paese di provenienza; verifica delle persone e delle merci trasportate con riguardo all’ordine pubblico e alla sicurezza nazionale. L’accordo, la Convenzione, oltre che le dichiarazioni e le decisioni adottate dal Comitato esecutivo dello spazio Schengen formano quello che si è convenuto di denominare l’acquis di Schengen. Nel corso della stesura del Trattato di Amsterdam (2.10.1997) si è deciso di integrare l’acquis nell’Unione europea dal 1°.5.1999, in quanto ordinato al conseguimento di uno dei principali obiettivi del mercato unico: la libera circolazione delle persone. A tal fine, il Consiglio dei ministri ha, in un primo momento definito quali fossero i documenti costitutivi del “sistema Schengen” propriamente detto; successivamente, per attribuire loro un fondamento normativo all’interno del Trattato, esso ha determinato quali di esse rientrassero nel nuovo titolo IV del Trattato che istituisce la Comunità europea (Visti, asilo, immigrazione ed altre politiche connesse con la libera circolazione delle persone) e quali nel titolo VI del Trattato sull’Unione europea (Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale). L’integrazione delle norme di Schengen nell’ordinamento dell’Unione europea è stata inoltre accompagnata da un’integrazione a livello istituzionale, grazie alla quale il Consiglio dell’Unione si è sostituito al comitato esecutivo di Schengen ed il segretariato generale del Consiglio al segretariato di Schengen. Per quanto riguarda l’Islanda e la Norvegia, Stati non comunitari, l’Unione europea ha firmato con questi due paesi, il 18.5.1999, un accordo che li associa all’attuazione ed all’ulteriore sviluppo del sistema di Schengen, istituendo in questo modo la loro partecipazione allo spazio di libera circolazione posto in essere nell’Unione Europea.

  • ACCORDO ECONOMICO E COMMERCIALE GLOBALE (CETA)

    Il CETA è un accordo globale di commercio sottoscritto tra la UE e il Canada nel febbraio 2017; i parlamenti nazionali dovranno ratificare il CETA prima che questo possa entrare in vigore.

    L'accordo ridurrà le tariffe tra i due paesi, renderà reciproci i marchi e le sigle di tutela ambentale e produttiva (es. DOCG), aiuterà le imprese della UE ad accedere ai bandi pubblici in Canada e vice versa, garantisce la tutela dell'ambiente e del lavoro,

    Questa la pagina della UE sull'accordo.

  • ACCORDO INDUSTRIALE

    Contratto in base al quale imprese pubbliche o private vendono o scambiano una fonte potenziale di sviluppo, che può consistere nell’alienazione di un know-how industriale di fabbricazione di un prodotto o di sfruttamento di un processo; in altre parole, si tratta di una subfornitura di produzione all’estero, senza investimenti, che si distingue dal licensing per l’entità dello scambio previsto e per la complessità del rapporto. Esso contempla la fornitura di assistenza tecnica per consentire all’acquirente un pieno sfruttamento della tecnologia oggetto dell’accordo. Sovente gli accordi industriali prevedono anche la consegna di impianti e conoscenze di commercializzazione e gestione e persino di addestramento del personale, costituendo nell’insieme una forma complessa di cooperazione, rispetto a cui la licenza di brevetto rappresenta solo un elemento in base al quale viene concesso il diritto di utilizzare l’invenzione contro pagamento. L’accordo industriale si differenzia anche dal franchising per la natura e le clausole del contratto: l’accordo industriale ha una componente tecnica e tecnologica importante, mentre raramente nel franchising i diritti di proprietà intellettuale costituiscono la base del rapporto. In generale un accordo di licenza deve sempre essere visto in una prospettiva di lungo termine per entrambi i partners, poiché influenza pro- fondamente le strategie delle imprese. Pertanto richiede la preventiva e accurata analisi della situazione dei brevetti negoziabili nel paese d’origine e nel mercato estero, oltre che la loro validità e indipendenza da terzi, e della situazione del know-how, se sufficientemente originale e sofisticato; la verifica del possesso di un marchio di commercio che contraddistingua i prodotti all’estero; la definizione delle risorse umane disponibili per l’assistenza tecnica al licenziatario; la raccolta di informazioni sul mercato internazionale per individuare i potenziali acquirenti e i paesi da analizzare, utilizzando come punto di riferimento gli agenti di brevetto locale o appoggiandosi a organismi specializzati nella ricerca di partners industriali; la scelta attenta del partner interessato a sviluppare la tecnologia acquisita e che offra garanzie di successo, scelta con orientamento o al prodotto (stabilimento di produzione idoneo) o al mercato (partner con propria rete di distribuzione); la scelta della forma della licenza, esclusiva o meno, sulla base di valutazioni non solo economiche (la prima è più onerosa) ma anche fiscali o legali; la negoziazione delle clausole più importanti riguardanti canoni, spese di assistenza tecnica, utili, apporto iniziale, eventuali dividendi, informazioni, scambi di licenze, spese per servizi, partecipazioni al capitale, vendite tra partners di attrezzature, spese di gestione ecc. In particolare, alcune grandi imprese occidentali concedenti hanno concluso accordi con paesi in via di sviluppo, in base ai quali i prodotti semilavorati, una volta prodotti, vengono importati dal concedente e assemblati in Occidente. Le condizioni finanziarie possono variare in base al prodotto, al processo, alle imprese o alla nazione ma, in linea generale, le parti stabiliscono le modalità di pagamento in funzione dei propri obiettivi e necessità. Non in tutti i paesi il concedente è libero di fissare l’ammontare dei canoni; spesso è prevista una clausola che obbliga al pagamento di una penale in caso di mancata realizzazione degli obiettivi previsti o di risoluzione del contratto. Un accordo industriale richiede partners di dimensioni simili per alimentare una volontà comune di sviluppo. Gli accordi industriali assumono un ruolo sempre più importante nelle strategie delle piccole e medie imprese a tecnologia sviluppata, in quanto consentono loro di ovviare alla scarsità delle risorse necessarie per creare filiali all’estero. La firma di accordi industriali con partners stranieri consente di recuperare in breve tempo i costi di ricerca e sviluppo.

  • ACCORDO INTERBANCARIO PER LA TRANSIZIONE ALL'EURO

    Accordo sottoscritto dalle banche italiane in preparazione all’euro concernente l’esecuzione delle disposizioni di incasso e pagamento impartite dalla clientela. Tale Accordo rientra in una serie di interventi che sono stati adottati in vista dell’introduzione dell’euro, elaborato attraverso l’ABI, quali il Progetto EMU, riguardante in particolare l’adeguamento delle infrastrutture operative nel contesto interbancario, la preparazione all’operatività in doppia valuta e la conversione in euro di tutta la massa monetaria circolante oltre che la formazione del personale e l’informazione alla clientela.

  • ACCORDO INTERBANCARIO PER LE CONDIZIONI

    Insieme di norme relative alle condizioni (tassi e commissioni) applicabili ai servizi prestati alla clientela e alle operazioni di raccolta e di impiego, concordate in Italia fino agli anni Settanta del secolo scorso tra le banche per disciplinare la concorrenza. Il primo Accordo è stato stipulato, auspice e promotore il ministro del Tesoro Francesco Saverio Nitti, nel giugno del 1918 tra le quattro grandi banche (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano, Banco di Roma e Banca Italiana di Sconto). Esso stabiliva i limiti massimi dei tassi passivi e quelli minimi per i tassi attivi e comminava sanzioni pecuniarie in caso di inosservanza. L’Accordo veniva successivamente rinnovato di anno in anno su base pattizia, finché tra il 1932 e il 1936 veniva pubblicizzato sotto forma di cartello bancario riconosciuto dall’Autorità creditizia e sottoposto al potere del Governatore della Banca d’Italia (in quanto capo dell’Ispettorato) di modificarlo, completarlo e farlo rispettare. L’esistenza del cartello veniva così legittimata a imitazione della politica seguita all’epoca dalla Germania per i principali settori dell’economia. Questa scelta era facilitata dal fatto che il ricorso all’autodisciplina, comunque fortemente influenzata e sorretta dall’Autorità, era un modo di regolamentazione del settore finanziario alternativo alla via della fissazione di regole dall’alto, consentita facoltativamente dalla nuova legge bancaria del 1936 (r.d.l. 12.3.1936 n. 375) all’art. 32, 1° c. e praticata anche allora in altri Paesi (p.e. negli Stati Uniti). Questa procedura è continuata fino al 1954, anno in cui gli accordi tornano a essere pattizi, sia pure sotto il consenso e l’influenza dell’Autorità creditizia che dal 1963, con delibera del CICR, prende annualmente atto in modo ufficiale dell’esistenza dell’Accordo dichiarandone la conformità all’interesse generale. Proprio in quel decennio prendeva piede tra le banche la concorrenza che si acuirà nei due decenni successivi anche per l’entrata nei mercati finanziari di nuovi competitori. Nonostante i rinnovi, la violazione dell’accordo (lo scartellamento) diventa un fenomeno usuale, specialmente per le operazioni di raccolta e quindi per i tassi passivi. A partire dal 1969 l’Accordo non è stato più rinnovato. Nel 1971 viene stipulato un accordo sulla remunerazione della raccolta. Nel 1975 l’ABI prende a pubblicare la misura del prime rate inteso come tasso “raccomandato” per i crediti in bianco utilizzati in conto corrente da clientela di prim’ordine. L’innovazione segue il venir meno dei vincoli dell’Accordo che fissavano i tassi attivi in ragione di punti percentuali in più rispetto al TUS. Nel frattempo l’Autorità monetaria, seguendo l’indirizzo internazionale, tende a lasciare la formazione dei tassi alle contrattazioni del mercato. L’Accordo sui tassi non è più rinnovato dal 1982 e il prime rate ABI diventa un indicatore statistico. Con la l. 10.10.1990 n. 287 (norme per la tutela della concorrenza e del mercato) la formazione di intese del tipo Accordo interbancario per le condizioni sono proibite dalla legge. L’Accordo era un’intesa stabilita tra le aziende di credito per l’osservanza di un complesso di condizioni e norme concernenti le principali operazioni e i servizi bancari, allo scopo precipuo di ridurre entro termini di convenienza e opportunità l’azione di reciproca concorrenza fra le aziende medesime. Le condizioni-limite prescritte da tale intesa costituivano il trattamento più favorevole accordabile alla clientela ordinaria, pur essendo in facoltà di ogni azienda di applicare in concreto condizioni di maggiore onerosità in funzione diretta delle caratteristiche peculiari e dei particolari rischi connessi con le singole operazioni. Le principali disposizioni di tale accordo riguardavano in generale: i tassi massimi corrisposti dalle aziende di credito sui depositi bancari costituiti nelle diverse forme di depositi a risparmio, buoni fruttiferi e conti correnti, in relazione anche ai vincoli di durata degli stessi; i tassi minimi applicati alle operazioni di impiego, (sconto, credito in bianco, anticipazione e crediti assistiti da garanzie reali). Tali tassi si uniformavano di norma all’andamento del tasso ufficiale di sconto, rispetto al quale tendevano a conservare un costante stacco all’insù, ma si evolvevano altresì in funzione delle determinazioni di politica creditizia e dell’andamento della liquidità del sistema. Le disposizioni del c.d. cartello riguardavano, infine, la normativa inerente alla esplicazione delle diverse operazioni e servizi bancari più generali, con particolare riferimento alla fissazione delle valute, provvigioni, commissioni, rimborso spese, tariffe e competenze a carico della clientela.

  • ACCORDO MONETARIO EUROPEO

    Acr. AME (fr. Accord monétaire européen-AME ; ingl. European Monetary Agreement-EMA) Intesa divenuta operante nel 1958, che ebbe per oggetto soprattutto la convertibilità - sia pure parziale e limitata - delle valute dei paesi che lo sottoscrissero. All’accordo aderirono gli Stati europei dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), con la sola eccezione della Finlandia. L’attività dell’AME fu indirizzata essenzialmente in due direzioni: la compensazione dei saldi registrati tra i paesi membri che veniva effettuata in dollari, e la concessione di crediti a breve termine per superare difficoltà transitorie della bilancia dei pagamenti. A questa seconda attività provvedeva un apposito fondo, nei limiti delle disponibilità ad esso assegnate. L’AME faceva seguito ad una precedente intesa, l’UEP, creata nel 1950 nell’ambito dell’Organizzazione europea per la cooperazione economica (OECE). L’AME, soppresso alla fine del 1972 venne sostituito da un accordo tra le banche centrali dei paesi aderenti all’OCSE (v. anche unione monetaria; serpente monetario).

  • ACCORDO PREFERENZIALE

    Agevolazione di natura commerciale i cui effetti economici si riflettono solo sui paesi stipulanti e non si estendono, a parità di altre circostanze, a tutte le nazioni, come nei trattati contenenti la “clausola della nazione più favorita”. Gli accordi preferenziali, stipulati soprattutto nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, si sono spesso risolti in vere e proprie intese di cooperazione economica e di libero scambio, includendo aspetti della politica economica e sociale delle nazioni interessate. Obiettivo comune alla stipulazione degli accordi di tale tipo è il perseguimento di un armonico processo di sviluppo mediante l’integrazione delle economie dei paesi membri. Tra gli accordi più importanti è forse il caso di ricordare il Trattato di Roma, con cui si è dato vita alla CEE e quello istitutivo dell’EFTA.

  • ACCORDO STAND-BY

    Impegno di massima in vista di future aperture di credito che, di fatto, potrebbero anche non essere accordate, stipulato tra i paesi membri ed il FMI. I paesi membri del Fondo, oltre a rivolgersi ad esso per ottenere immediata assistenza valutaria in caso di difficoltà legate a squilibri nella bilancia dei pagamenti, possono anche predisporre un accordo stand-by che di norma ha validità per sei mesi, è rinnovabile e comporta il pagamento di una provvigione. Esso può ovviamente essere revocato nel caso in cui il paese beneficiario perda il diritto di avvalersi delle risorse del Fondo. Accordi del genere furono introdotti nel 1952.

  • ACCORDO SUGLI ASPETTI DEI DIRITTI DI PROPRIETA' INTELLETTUALE ATTINENTI AL COMMERCIO (TRIPS)

    L'Accordo TRIPS è uno dei tre pilastri del World Trade Organization (WTO) entrato in vigore nel 1995. Le motivazioni alla base dell’accordo per i Paesi membri sono di ridurre le distorsioni e gli impedimenti nel commercio internazionale, tenendo conto della necessità di promuovere una protezione sufficiente ed efficace dei diritti di proprietà intellettuale nonché di fare in modo che le misure e le procedure intese a tutelare tali diritti non diventino esse stesse ostacoli al commercio internazionale. Grazie all'Accordo TRIPS, tutti gli aspetti della proprietà intellettuale vengono inseriti per la prima volta nel testo di un accordo multilaterale: diritti d'autore e diritti affini, marchi di fabbrica, marchi di commercio e marchi di servizi, indicazioni di provenienza, design, brevetti, topografie di prodotti a semiconduttori, come pure segreti d'affari e segreti di fabbricazione. Secondo l’accordo, la protezione e il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale contribuiscono alla promozione dell’innovazione tecnologica nonché alla sua diffusione, a reciproco vantaggio dei produttori e degli utilizzatori di conoscenze tecnologiche, in modo da favorire il benessere sociale ed economico e l’equilibrio tra diritti e obblighi.

     

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • ACCORDO SULL'ORO DEL SETTEMBRE 1999

    Dichiarazione congiunta di intenzioni sull’uso dell’oro posseduto (Joint Statement on Gold) rilasciata il 26.9.1999 dalle 12 banche centrali nazionali dell’Eurosistema e dalle banche centrali di Svezia (Sveriges Riksbank), Svizzera (Schweizerische Nationalbank) e Regno Unito (Bank of England). Vi si dichiara che l’oro resterà una componente importante elle riserve monetarie, che le 15 banche non entreranno sul mercato come venditrici, con l’eccezione delle vendite già decise. Queste verranno eseguite attraverso vendite programmate di comune accordo nei cinque anni successivi alla stipulazione dell’Accordo. Le quantità annuali messe in vendita non eccederanno approssimativamente 400 tonnellate all’anno e le 2.000 tonnellate nell’arco dei cinque anni. Le banche firmatarie hanno anche concordato di non espandere le loro operazioni di leasing di oro e di non compiere operazioni di futures e di opzioni sull’oro in questo periodo. L’Accordo sarà rivisto dopo cinque anni (e cioè non prima del 2004).

  • ACCORDO USA UE PER L'INTRODUZIONE DI REGOLE COMUNI SUI DERIVATI FINANZIARI

    Nel 2013 da Bruxelles si diffuse la notizia che UE e Stati Uniti avevano raggiunto un accordo per armonizzare le regole nel settore dei derivati, considerato all’origine della crisi dei mercati finanziari culminata con il fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008.

    Il valore del mercato mondiale dei derivati è stimato in circa $630 mila miliardi nel 2013. "Le nostre discussioni sono state lunghe e qualche volta anche difficili - ha commentato il commissario Ue al Mercato unico e ai servizi finanziari, Michel Barnier - ma sono sempre state caratterizzate da un dialogo continuo e collaborativo fra partner e amici".

    L’accordo prevede la reciprocità delle regole: la Commissione Europea e la controparte americana, la Commodity Futures Trading Commission, il cui presidente Gary Gensler ha definito l’intesa "un passo avanti significativo verso una maggiore trasparenza e minori rischi sul mercato mondiale" dei derivati, sottolineano che "le giurisdizioni e i regolatori dovrebbero poter affidarsi l’uno all’altro quando è possibile".

    Coerente con l’impegno preso al G20 "di abbassare i rischi e promuovere la trasparenza nei mercati dei derivati non regolamentati, che sono stati al centro della crisi finanziaria", l’accordo è stato raggiunto proprio nel giorno in cui scadeva l’esenzione dalle regole americane per gli operatori europei, ma soprattutto in una fase di crescenti tensioni fra Ue e Stati Uniti in seguito alla vicenda delle intercettazioni americane nelle sedi diplomatiche Ue.

    Lunedì 8.7.13 a Washington è partito il negoziato per un accordo di libero scambio, considerato come un altro passo fondamentale nella lotta alla crisi globale e nel cammino verso una maggiore trasparenza della finanza. "Come risultato dello sforzo di collaborazione congiunto - si legge in una nota della Commissione sull’accordo sui derivati - in molti casi le regole finali sono essenzialmente identiche".

    Sotto un profilo tecnico, i derivati sono strumenti finanziari complessi che, per la loro enorme diffusione sui mercati finanziari - consolidatasi nei primi anni duemila - hanno finito per acquisire un ruolo di assoluta centralità nell’intera economia globale, con effetti disastrosi.

    Come si evince dal loro stesso etimo, i derivati non sono titoli muniti di un proprio valore intrinseco. Essi prendono il loro valore da altri prodotti finanziari, ovvero beni reali al cui prezzo sono agganciati: il titolo o il bene la cui quotazione imprime il valore al derivato assume il nome di “sottostante”, e gioca un ruolo fondamentale. Il punto - ed è questo a creare problema - riguarda l’aggancio del derivato al “sottostante”, cioè la forma, diretta o indiretta, della derivazione stessa.

    Sui mercati finanziari globali i derivati si sono affermati soprattutto quale mezzo di speculazione. In effetti, ogni derivato ha ad oggetto una previsione sull’andamento futuro di un particolare indice di prezzo, come ad esempio quotazioni di titoli, tassi d’interesse, ecc. A creare il pericolo è il fatto che una delle caratteristiche peculiari del derivato è quella di essere uno strumento finanziario acquistabile sui mercati da un numero indefinito di “scommettitori” che non vantano alcun rapporto diretto col “sottostante”, ma vogliono solo facili guadagni.

    Redattore: Chiara OLDANI

  • ACCOUNT

    Abbr.: a/c, acc., acct. Termine anglo-americano che indica ogni scrittura relativa a transazioni finanziarie. a) È impiegata in banca per indicare l’accordo di deposito monetario della clientela ed è solitamente specificato con un aggettivo qualificativo delle condizioni di prelievo, remunerazione, ammontare minimo e altro (in it.: conto corrente). b) In borsa per metonimia indica il periodo di due settimane (tre in ricorrenza di bank holidays) che intercorre tra due successivi giorni di liquidazione. Durante questo periodo si svolgono le contrattazioni che vengono poi liquidate nei giorni di liquidazione. c) In contabilità indica il conto cioè l’insieme ordinato di scritture contabili in dare e in avere attinente a un determinato oggetto. d) Altri significati estensivi sono quello di documento che riporta l’ammontare dovuto da una persona a un’altra col dettaglio delle voci che lo compongono, di rendiconto finanziario, e, al plurale accounts, i documenti contabili di un’organizzazione. Nel mercato pubblicitario indica l’area di prodotti da reclamizzare affidato da un cliente a un’agenzia pubblicitaria.

  • ACCOUNT SETTLEMENT

    Liquidazione di tutti i contratti di borsa stipulati in un certo periodo (ciclo operativo) in un’unica data successiva (ciclo di liquidazione), che si contrappone al rolling settlement, riferito alla liquidazione dei contratti a scadenza fissa, senza quindi accumulo di posizioni. Conformandosi ad una tendenza prevalente a livello internazionale, le autorità di borsa (Banca d’Italia e Consob) hanno riformato le procedure di liquidazione adottando il rolling settlement (assieme alla riduzione della durata del ciclo di liquidazione, all’automazione delle fasi preparatorie alla liquidazione e alla previsione di strumenti di garanzia del buon fine delle operazioni) al fine di evitare i ritardi e il rischio sistemico che possono derivare dall’inadempimento degli intermediari.

  • ACCREDITAMENTO

    Registrazione di una partita contabile nella sezione avere di un conto. L’accreditamento si contrappone all’addebitamento, che consiste, infatti, nell’iscrivere una partita contabile nella sezione dare di un conto. I termini dare e avere, che contraddistinguonole due sezioni di un conto (nella forma sezioni accostate la prima è quella di sinistra e la seconda quella di destra), traggono origini dall’epoca in cui la contabilità era imperniata esclusivamente su conti intestati a persone (teoria personalistica), cosicché ogni registrazione in dare evidenziava un importo che l’intestatario del conto doveva dare e ciascuna registrazione in avere una somma che lo stesso doveva avere. L’evoluzione della scienza contabile, connessa alle mutate esigenze conoscitive nell’ambito aziendale ha introdotto l’uso di una pluralità di conti, molti dei quali sono impersonali, accolgono cioè una serie omogenea di valori inerenti ad un oggetto (merce, denaro ecc.), perciò i termini dare e avere sono rimasti nell’uso ragionieristico pur perdendo il loro significato originario. Nei rapporti che la banca intrattiene con i propri correntisti, l’accreditamento del conto corrente intestato al cliente concerne la registrazione di partite di origine diversa (versamenti in contanti, in assegni, netto ricavo di effetti scontati ecc.) che alimentano il conto accrescendo le disponibilità del cliente, mentre l’addebitamento riguarda operazioni (prelevamenti a mezzo assegno, esecuzione di ordini di pagamento ecc.) le quali rappresentano una utilizzazione delle somme disponibili nel conto. Tali disponibilità tuttavia possono essere superiori al totale degli importi accreditati per tacita concessione della banca di scoperti di conto limitati nell’ammontare, brevi nella durata e saltuari nella loro frequenza o per effetto di una concessione di fido.

  • ACCREDITO E ADDEBITO DEL CONTO CORRENTE

    Le somme di denaro versate o prelevate direttamente dal correntista e quelle che la banca riscuote e paga per conto dello stesso sono riportate sul conto corrente attraverso registrazioni, dette di accredito se a suo favore e di addebito nell'ipotesi opposta. Le operazioni di accredito determinano una variazione in aumento dei risparmi raccolti, quelle di addebito invece una loro diminuzione.
    Fonte: Banca d'Italia

  • ACCRESCIMENTO

    In diritto successorio si ha accrescimento quando più eredi sono stati istituiti con uno stesso testamento nella universalità dei beni, senza determinazione di parti od in parti uguali, ed uno di essi non possa o non voglia accettare l’eredità: la sua parte si accresce, allora, a quella degli altri (art. 674 c.c.) e ugualmente avviene se più eredi sono stati istituiti in una stessa quota (comma 2). Per l’accrescimento tra collegatari, non è necessario che gli stessi siano stati istituiti con un medesimo testamento: è sufficiente che sia stato loro legato lo stesso oggetto. Un fenomeno di accrescimento può verificarsi pure nella successione legittima allorché succedano, in concorso tra loro ed in parti uguali, tutti gli appartenenti ad una determinata categoria di successibili (p.e. i fratelli e le sorelle): in questo caso se uno di essi non può o non vuole accettare, la sua quota si accresce agli altri. L’accrescimento opera di diritto, senza bisogno di una specifica accettazione da parte di colui che ne trae vantaggio. Esso, comunque, non ha luogo quando dal testamento risulta una diversa volontà del testatore e quando si ha rappresentazione.

  • ACCUMULAZIONE

    1.-Analisi tecnica. In sede di analisi dei mercati finanziari, indica una fase laterale di un movimento altalenante che si verifica al termine di un movimento ribassista e che precede un rialzo del mercato. Normalmente, in questa fase del mercato si muovono soprattutto gli investitori istituzionali e professionali che iniziano lentamente ad acquistare i titoli senza forzarne il prezzo. 2.-Economia e finanza. In economia e finanza indica il processo di formazione di uno stock di capitale (accumulazione del capitale) o di attività finanziarie (p.e. fondo ad accumulazione) destinati a restituire un rendimento futuro.

  • ACMONITAL

    Acr. di: Acciaio Monetario Italiano. Lega composta da acciaio, cromo, nickel e vanadio, utilizzata in Italia dal 1939 per coniare monete divisionarie (v. moneta divisionaria) da 5 e 10 centesimi e da 1 lira e, nel dopoguerra, dal 1955 per le monete da 50 e 100 lire su modelli di Giuseppe Romagnoli.

  • ACP GROUP

    Abbr. di: African, Caribbean, and Pacific Group of States. Denominazione del Gruppo di Stati (originariamente 46) localizzati nell’area sub-sahariana del continente africano, nei Carabi e nel Pacifico, che sono stati controparte della CEE nella sottoscrizione della Convenzione di Lomé I (28.2.1975) e dei suoi successivi rinnovi quinquennali e dell’Accordo di Cotonou (23.6.2000). Il Gruppo trae origine dalla conferenza ministeriale paritetica CE-Stati poi firmatari a Lomé, tenutasi il 25-26.7.1974 a Kingston (Giamaica) per le decisioni da adottare in vista della della Convenzione di Yaoundé e dell’Accordo di Arusha. La Convenzione di Lomé è stata sostituita dall’ Accordo di Cotonou (23.6.2000), firmato da 77 Paesi ACP. Tra di essi l’art. 6 dell’Accordo tiene distinti 39 paesi meno avanzati (LDC) da altri 38 non considerati tali. a) I 39 LDC sono: Angola, Benin, Burkina Faso, Burundi, Repubblica del Capo Verde, Repubblica Centrafricana, Ciad, Comore, Repubblica Democratica del Congo, Gibuti, Etiopia, Eritrea, Gambia, Guinea, Guinea Bissau, Guinea Equatoriale, Haiti, Kiribati, Lesotho, Liberia, Malawi, Mali, Mauritania, Madagascar, Mozambico, Niger, Ruanda, Samoa, São Tomé e Príncipe, Sierra Leone, Isole Salomone, Somalia, Sudan, Tanzania, Tuvalu, Togo, Uganda, Vanuatu, Zambia. b) Gli altri 38 Paesi (non considerati LDC) sono: Antigua e Barbuda, Bahamas, Barbados, Belize, Botswana, Camerun, Congo (Brazzaville), Cook (Isole), Costa d’Avorio, Dominica, Repubblica Dominicana, Figi, Gabon, Ghana, Grenada, Guyana, Giamaica, Kenia, Marshall (Isole), Isola Maurizio, Micronesia (Stati federati di), Namibia, Nauru, Nigeria, Niue, Palau, Papuasia Nuova Guinea, Saint Christopher e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Senegal, Seicelle, Suriname, Swaziland, Tonga, Trinidad e Tobago, Zimbabwe e, a titolo parziale, il Sudafrica. c) 15 Stati ACP sono anche Paesi senza accesso al mare (LLDC): Botswana, Burkina Faso, Burundi, Republica Centrafricana, Ciad, Etiopia, Lesotho, Malawi, Mali, Niger, Ruanda, Swaziland, Uganda, Zambia, Zimbabwe. Gli Stati ACP sono legati da accordi di parnership con l’UE e possono beneficiare di finanziamenti della BEI e del FES.

  • ACQUIESCENZA

    L’acquiescenza nel diritto processuale civile è l’accettazione della sentenza proveniente dalla parte interessata a proporre l’impugnazione. Può risultare da una dichiarazione espressa o da atti incompatibili con la volontà di avvalersi dell’impugnazione (art. 329 c.p.c.). La proposizione di una impugnazione parziale importa acquiescenza alle parti della sentenza non impugnate, purché autonome e non dipendenti da quella che forma oggetto dell’impugnazione. In diritto amministrativo l’acquiescenza si sostanzia in un comportamento di (esplicita o implicita) adesione all’operato della pubblica amministrazione e spiega i suoi effetti sia sul piano sostanziale (riconoscimento della legittimità del provvedimento preso), che su quello processuale (inimpugnabilità del provvedimento).

  • ACQUIRENTE UNICO S.P.A. - AU

    Acquirente Unico è una società per azioni istituita ai sensi del decreto legislativo n. 79/99 "Attuazione della direttiva 96/92/CE recante norme comuni per il mercato interno dell'energia elettrica"pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n.75 del 31 marzo 1999 dal gestore della rete di trasmissione nazionale (GRTN). A seguito dell’emanazione delle disposizioni del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell' 11 maggio 2004 il Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale S.p.a. si è successivamente trasformato nel Gestore dei Servizi Energetici - GSE S.p.a. che attualmente è capogruppo delle società controllate AU (Acquirente Unico S.p.a.), GME (Gestore dei Mercati Energetici S.p.a.) e RSE (Ricerca sul Sistema Energetico S.p.a.). A norma dell’art. 4 del decreto la società stipula e gestisce contratti di fornitura al fine di garantire ai clienti vincolati, ovvero agli utenti che non sono legittimati a stipulare contratti di fornitura con soggetti diversi dal distributore che esercita il servizio nella loro area territoriale, la disponibilità della capacità produttiva di energia elettrica necessaria e la fornitura di energia elettrica in condizioni di continuità, sicurezza ed efficienza del servizio nonché di parità del trattamento, anche tariffario. Dunque il principale ruolo svolto dalla società nell’ambito del sistema elettrico nazionale, gradualmente riformato a partire dal 1999, è quello di garante della disponibilità della capacità produttiva e della fornitura di energia elettrica per gli utenti del mercato vincolato. Tale compito è svolto mediante l’acquisto di energia elettrica sul mercato libero, prevalentemente attraverso la Borsa dell’energia elettrica, e la successiva cessione ai distributori per la quota destinata al mercato vincolato secondo le direttive dell’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas. A seguito dell’emanazione Decreto Legge n.73 del 18 giugno 2007 "Misure urgenti per l'attuazione di disposizioni comunitarie in materia di liberalizzazione dei mercati dell'energia" pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 139 del 18 giugno 2007, Acquirente Unico continua a svolgere la funzione di approvvigionamento a tutela dei clienti finali domestici non riforniti di energia elettrica sul mercato e le piccole imprese (meno di 50 dipendenti e un fatturato annuo non superiore a 10 milioni di euro), che siano connesse in bassa tensione. Le modalità di approvvigionamento cui Acquirente Unico deve attenersi sono state fissate nel decreto del Ministro delle Attività Produttive del 19 dicembre 2003. Dal 2009 sono state attribuiti ad Acquirente Unico Spa l’ulteriore compito di gestire lo Sportello per il Consumatore di Energia e, a norma del decreto del 3 settembre 2009 del Ministero dello Sviluppo Economico, di effettuare le procedure per l'individuazione dei soggetti fornitori di ultima istanza nel mercato del gas naturale per i clienti finali.

    Link: www.acquirenteunico.it

    © 2010 ASSONEB

  • ACQUIS COMMUNAUTAIRE

    Costituisce l’insieme di diritti e obblighi assunti dagli Stati membri nell’ambito dell’Unione europea e cioè: principi, obiettivi politici e dispositivo dei trattati; legislazione adottata in applicazione dei trattati o giurisprudenza della Corte di giustizia; dichiarazioni e risoluzioni adottate nell’ambito dell’UE; atti che rientrano nella politica estera e di sicurezza comune (PESC); atti che rientrano nell’ambito della giustizia e degli affari interni (GAI); accordi internazionali conclusi dalla Comunità e da quelli conclusi dagli Stati membri tra di loro nei settori di competenza dell’UE. L’acquis communautaire è quindi composto dal diritto comunitario e dagli atti adottati a titolo del secondo e del terzo pilastro (v. Unione europea) e dagli obiettivi comuni in genere fissati dai trattati. I Paesi candidati all’adesione devono accettare interamente l’acquis per essere accettati dall’UE, salvo deroghe eccezionali e di portata limitata e in vista dell’adesione devono la propria legislazione a esso, secondo le modalità concordate con la Commissione.

  • ACQUISIZIONE DI CONTROLLO

    Assunzione del controllo di una società (controllata) da parte di un’altra (controllante) mediante l’acquisto del necessario pacchetto azionario, o di una quota, ovvero in virtù di una partecipazione ad un patto parasociale di controllo, ovvero ancora in virtù di particolari vincoli contrattuali (v. controllo societario).

  • ACQUISTO DAL NON PROPRIETARIO

    È l’acquisto da parte di colui che compra in buona fede da chi non sia proprietario (a non domino, donde anche acquisto a non domino) del bene venduto. Secondo l’art. 1153 c.c., colui al quale sono alienati beni mobili da parte di chi non ne è proprietario, ne acquista la proprietà mediante il possesso, purché sia in buona fede al momento della consegna e sussista un titolo idoneo al trasferimento della proprietà. Questo principio, spesso impropriamente sintetizzato come possesso vale titolo, si giustifica in considerazione della necessità di assicurare la sicurezza del traffico giuridico, stante la difficoltà di indagine circa la proprietà mobiliare. Mentre, infatti, la titolarità dei beni immobili è facilmente accertabile grazie alla loro immobilità spaziale ed all’esistenza dei registri immobiliari, non altrettanto si può dire per quella dei beni mobili, il cui trasferimento sfugge ad ogni pubblicità e difetta spesso di documentazione scritta. Per rendere più agevole la circolazione mobiliare, pertanto, ed a tutela della buona fede dell’acquirente, la legge utilizza l’indice presuntivo di titolarità rappresentato dal possesso dell’alienante e stabilisce che, quando la cosa alienata viene consegnata, il possesso cosi ottenuto unito alla buona fede dell’acquirente gli fa acquistare la proprietà, nella ipotesi in cui l’alienante non fosse proprietario del bene stesso. È da notare che la buona fede del possessore vale ad eliminare soltanto il vizio rappresentato dal difetto del diritto di proprietà (o titolarità del diritto reale) dell’alienante, e non, anche, l’eventuale invalidità o inefficacia del titolo d’acquisto. Il possesso di buona fede determina l’acquisto della proprietà a titolo originario, estinguendo pertanto i diritti altrui sulla cosa che siano ignorati dall’acquirente. Perciò, il comma 2 dell’art. 1153 c.c. dispone che la proprietà si acquista libera da diritti altrui sulla cosa (se questi non risultano dal titolo e vi è la buona fede dell’acquirente). Ipotesi particolari di acquisto dal non proprietario sono quelle dall’erede apparente (art. 534 c.c.) e da chi appaia presuppone un atto di disposizione da titolare per una simulazione contrattuale parte del titolare cui fa seguito un atto di (art. 1415 c.c.). volontà dell’acquirente.

  • ACQUISTO DI UN DIRITTO

    Si ha acquisto di un diritto da parte di un soggetto quando costui ne diviene titolare a titolo originario o titolo derivativo. Nel primo caso, il diritto non è trasferito da un precedente titolare, ma si costituisce in capo al soggetto autonomamente: p.e., l’usucapione. È a titolo derivativo, invece, se l’acquisto consiste in un trasferimento da parte di un precedente titolare (autore o dante causa): in quest’ultimo caso vige il principio in base al quale l’acquisto del diritto del nuovo titolare dipende, di regola, dalla effettiva esistenza del diritto in capo all’alienante e quello in base al quale il nuovo titolare non può vantare un diritto di portata più ampia di quello che spettava al dante causa. L’acquisto a titolo derivativo, poi, può essere di due tipi: si può trasmettere lo stesso diritto che aveva il precedente titolare (acquisto derivativo-traslativo), o può invece attribuirsi un diritto differente che, per altro, deriva da una più ampia posizione giuridica del precedente titolare (acquisto derivativo-costitutivo): ciò accade, p.e., quando il proprietario costituisce a favore di altri un autonomo diritto di usufrutto. In ordine al presupposto dal quale si fa dipendere l’acquisto, infine, si distingue l’acquisto mortis causa da quello inter vivos. Nel primo, il trasferimento del diritto si verifica in conseguenza della morte di una persona fisica (o, più in generale, della estinzione di un soggetto). Nel secondo, invece, il trasferimento presuppone un atto di disposizione da parte del titolare cui fa seguito un atto di volontà dell’acquirente.

  • ACTION SPÉCIFIQUE

    Titolo azionario creato in Francia nel 1986 in occasione dei processi di denazionalizzazione delle imprese del settore pubblico, caratterizzato da una durata non superiore a cinque anni, al termine dei quali si trasforma automaticamente in azione ordinaria salvo che un decreto delle autorità non abbia sancito tale trasformazione prima della decorrenza del termine naturale. Il suo possesso attribuisce allo Stato il diritto di opporsi all’assunzione di quote partecipative superiori al 10% della società emittente, siano esse in mano ad un unico soggetto o a più persone agenti in modo congiunto (diritto di gradimento). I soggetti non graditi non possono esercitare il diritto di voto e devono vendere entro tre mesi i titoli, pena l’esecuzione forzata degli stessi. L’emissione di tali titoli, quindi, ha effetti assai più limitati rispetto all’istituto della golden share e abilita al controllo della sola fase iniziale delle privatizzazioni di imprese pubbliche.

  • ACTUS LEGITIMUS

    Atto giuridico insuscettibile di essere sottoposto a termini o a condizioni. Se, nonostante il divieto, questi vengono ugualmente apposti, talvolta essi si considerano non presenti, sì che il negozio possa continuare a produrre i suoi effetti; talaltra, invece, contribuiscono a rendere nullo l’intero negozio. Rientrano in questa categoria: il matrimonio (art. 108 c.c.); l’accettazione e la limitatamente alla condizione (artt. 1, 16, 31, l. camb.); il testamento, limitatamente al termine (art. 637 c.c.).

  • ADATTAMENTO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO

    L’insieme di azioni intraprese per minimizzare gli effetti del surriscaldamento globale. Esse si traducono in un processo evolutivo di aggiustamento in risposta all’attuale o atteso cambiamento climatico nel sistema umano o naturale. L’adattamento permette di moderare i danni potenziali e garantire la tutela delle specie. Esso può essere distinto in anticipatorio o proattivo (se ha luogo prima del generarsi dell’impatto), autonomo o spontaneo (se il sistema umano o naturale cambiano automaticamente non necessariamente in risposta del cambiamento climatico) ed infine pianificato (se viene deliberata specificamente una misura di policy in quanto richiesta dallo stato in cui si trovano i vari ecosistemi). La valutazione dell’adattamento aiuta ad identificare le alternative possibili in termini di potenziali costi e benefici.
    Redattore: Melania MICHETTI
    © 2009 ASSONEBB

     

  • ADDIZIONALI LOCALI

    Maggiorazioni locali di un tributo erariale. Questo termine è, a volte, nella prassi, utilizzato impropriamente anche per indicare quote di compartecipazione allo stesso. Attualmente è in vigore l’addizionale regionale dell’IRPEF (istituita dall’art. 50 del d.lg. 446/1997), sostitutiva della corrispondente quota di tributo erariale, applicata per il biennio 1998-1999 nella misura dello 0.50% a ogni scaglione di reddito; a partire dall’anno 2000 è stata data facoltà alle Regioni di fissarne la misura, all’interno di limiti minimi e massimi stabiliti con d.lg. 18.02.2000 n. 56, tra lo 0,9 e l’1,4%. La l. 27.12.2002 n. 289 (legge finanziaria 2003, art. 3, comma 1) ha disposto la sospensione delle maggiorazioni delle aliquote regionali IRPEF deliberate dopo il 29.09.2002. Esiste, poi l’addizionale comunale all’IRPEF, istituita dall’art. 1 del d.lg. 28.9.1998 n. 360 (mod. dall’art. 11 della l. 18.10.2001 n. 383). Oltre a una quota uguale su tutto il territorio nazionale, i Comuni possono deliberare una quota aggiuntiva; la variazione dell’aliquota di compartecipazione non può eccedere complessivamente 0,5 punti percentuali, con un incremento annuo non superiore a 0,2 punti percentuali. Anche le maggiorazioni delle aliquote delle addizionali comunali sono state sospese dalla legge finanziaria 2003. Il blocco è stato confermato dalla l. 30.12.2004 n. 311 (legge finanziaria 2005, art. 1, comma 51) per gli aumenti deliberato dopo il 29.9.2002. I commi 51 e 52 dell’art. 1 della legge 311 del 2004 dispongono, però, che per gli anni 2005, 2006 e 2007 è consentito l’aumento dell’aliquota di compartecipazione dell’addizionale comunale all’Irpef ai soli enti che, alla data di entrata in vigore della suddetta legge finanziaria, non si siano avvalsi della facoltà di aumentare tale addizionale. L’aumento deve comunque essere limitato entro la misura complessiva dello 0,1%.

  • ADDRESS COMMISSION

    It.: commissione di raccomandazione. Riduzione del nolo, ovvero rimborso che in passato l’armatore corrispondeva al noleggiatore per il compenso da questi versato al raccomandatario nel porto di destino, ovvero bonifico riservato al noleggiatore raccomandatario della nave a destino. Il compenso si giustificava con la cura che il noleggiatore o il suo agente prestava nel porto di caricazione o di discarica in aiuto dell’armatore. Per questa ragione, ancora oggi, è detta anche commissione di raccomandazione. Oggi che le operazioni portuali sono curate direttamente dalla società armatrice o dal raccomandatario, l’address commission non avrebbe più ragione di esistere. Essa è rimasta, trasformandosi però in un vero e proprio elemento di riduzione del nolo (generalmente in misura variante fra il 2 e il 5%) che viene di norma liquidata a destino anche se non mancano casi in cui viene dedotta dall’anticipo nolo. Raffigura uno degli elementi accessori del nolo e viene concessa dall’armatore al noleggiatore soprattutto per ragioni di concorrenza.

  • ADEBA

    Acr. di: Arab Bank for Economic Development in Africa; fr. Banque Arabe de Développement Économique en Afrique-BADEA. Banca multilaterale di sviluppo costituita nel 1974 con sede a Khartoum (Sudan) per promuovere, finanziare e assistere tecnicamente lo sviluppo economico in Africa araba e stimolare il contributo del capitale arabo allo sviluppo africano. Il capitale sottoscritto e versato a fine 2000 è di $ USA 1.145, 8 miliardi cui partecipano 18 Stati arabi (Algeria, Bahrain, Egitto, Iraq, Giordania, Kuwait, Libano, Libia, Mauritania, Marocco, Oman, Palestina, Qatar, Arabia Saudita, Sudan, Siria, Tunisia, United Arab Emirates) È retta da un Board of Governors composto da ministri delle finanze degli Stati partecipanti e da un Board of Directors di 11 membri (uno dei quali è eletto presidente) che gestisce gli affari della banca ed esercita i poteri delegati dal Board of Governors.

  • ADEGUATEZZA DEL CAPITALE

    Idoneo dimensionamento dei mezzi propri (nella loro accezione di capitale netto aziendale) nella struttura finanziaria di un intermediario finanziario e segnatamente in rapporto al volume dei fondi amministrati. La dimensione relativa dei mezzipropri deve essere adeguata, in particolare, rispetto ad una serie di funzioni da essi svolte: assorbimento di eventuali svalutazioni dell’attivo patrimoniale con conseguente sterilizzazione del rischio sopportato dai depositanti; garanzia della continuità gestionale dal punto di vista della flessibilità delle politiche dei tassi d’interesse (leva finanziaria ottimale); garanzia dell’offerta costante di combinazioni rischio- rendimento accettabili ai soggetti conferenti il capitale proprio; mantenimento di un certo grado di coerenza tra tasso di sviluppo degli impieghi da un lato, condizioni competitive di mercato e caratteristiche del funzione-obiettivo aziendale dall’altro. La corretta dotazione di mezzi patrimoniali, infine, va valutata anche alla luce della necessità di rispettare le normative di vigilanza prudenziale in materia di coeffi- cienti minimi di capitalizzazione (v. coefficienti patrimoniali).

  • ADEMPIMENTO

    Modo normale di estinzione dell’obbligazione, consistente nell’esatta esecuzione della prestazione dovuta. Uguale significato ha, nel linguaggio giuridico, la parola pagamento, anche se l’uso comune la riferisce normalmente alle sole obbligazioni pecuniarie. Di fondamentale importanza, al fine di valutare la regolarità dell’adempimento, sono il soggetto tenuto al pagamento, il destinatario, le modalità di esecuzione, il luogo ed il tempo. L’obbligazione può essere adempiuta dal debitore personalmente, oppure per mezzo di dipendenti o ausiliari del cui comportamento, peraltro, il debitore è sempre responsabile di fronte al creditore. Solo in determinati casi l’adempimento deve essere fatto esclusivamente dal debitore: p.e., quando l’obbligazione è sorta da contratti stipulati in considerazione delle qualità personali di quest’ultimo, considerate infungibili. Il debitore deve eseguire il pagamento nelle mani del creditore o del suo rappresentante legale, oppure del soggetto indicato dal creditore, o autorizzato dalla legge o dal giudice (art. 1188 c.c.). Se il debitore paga a chi non era legittimato a ricevere, non si libera dall’obbligazione (a meno che il creditore non ratifichi il pagamento o non ne abbia approfittato). Ma il debitore si libera se paga in buona fede a una persona che, in base a circostanze univoche, appariva creditore (c.d. creditore apparente). L’art. 1176 c.c. stabilisce, come regola generale, che nell’adempiere la obbligazione il debitore deve usare “la diligenza del buon padre di famiglia”. La prestazione (salvo che la legge o gli usi consentano diversamente) deve essere eseguita per intero ed il debitore deve eseguire esattamente ciò che è dovuto: non può infatti liberarsi eseguendo una prestazione diversa, anche se di valore uguale o maggiore, salvo che il creditore vi consenta. Il luogo di adempimento dell’obbligazione è normalmente stabilito nel titolo costitutivo del rapporto (p.e., il contratto), ovvero è stabilito dagli usi o dalla natura stessa della prestazione. In difetto, le obbligazioni di fare e quelle di dare cose fungibili diverse dal denaro si adempiono al domicilio del debitore; le obbligazioni pecuniarie si adempiono di regola al domicilio del creditore; l’obbligazione di consegnare una cosa certa e determinata si adempie nel luogo in cui si trovava la cosa quando la obbligazione è sorta (art. 1182 c.c.). Normalmente sono le parti a fissare il termine per l’adempimento: questo si presume a favore del debitore (che può quindi adempiere anche prima), a meno che non risulti diversamente. Se non è determinato il tempo in cui la prestazione deve essere eseguita, il creditore può esigerla immediatamente; ma gli usi o la natura della prestazione possono escludere la esigibilità immediata: in tal caso il termine, in mancanza di accordo delle parti, è stabilito dal giudice. Il termine si calcola non computando il giorno nel corso del quale cade il momento iniziale; se il termine scade in un giorno festivo, è prorogato di diritto al giorno seguente non festivo (art. 1187 c.c.). Per le obbligazioni pecuniarie v. anche: potere liberatorio della moneta.

  • ADSL

    Acr. di: Asymmetric Digital Subscriber Line (Linea Digitale Asimmetrica). Tecnologia che consente di utilizzare un normale doppino telefonico (quello del nostro telefono) per la trasmissione dati utilizzando tutta la banda passante disponibile. L’ADSL è la più nota e diffusa delle tecnologie xDSL che possono raggiungere i 10 Mbit/secondo (per un doppino breve ed in perfette condizioni) anche se sono più comuni prestazioni nell’ordine dei 1-2 Mbit/ secondo. Per fare questo i dispositivi xDSL richiedono la presenza di apparecchiature particolari nelle centraline elettroniche. Il concetto di “Asimmetrico” esprime il fatto che l’utente usa 1/3 della banda in trasmissione e 2/3 per la ricezione.

  • ADUNANZA DEI CREDITORI

    Assume funzioni diverse a seconda che intervenga nella procedura fallimentare oppure in quelle due altre procedure concorsuali che sono il concordato e l’amministrazione controllata. Nel primo caso l’adunanza viene convocata in una apposita udienza, in cui ha luogo la verifica dello stato passivo già predisposto dal giudice delegato, il quale, tenuto conto delle osservazioni e delle contestazioni, oltre che dei nuovi documenti esibiti dagli interessati, può apportare quelle variazioni e integrazioni che ritenga necessarie (v. accertamento del passivo). Nel secondo caso, i creditori partecipano, su comunicazione del commissario giudiziale, all’adunanza presieduta dal giudice delegato, nella quale sono chiamati singolarmente ad approvare o a respingere con il loro voto la proposta formulata dal debitore. Questa si intende approvata, se ha dato l’adesione la maggioranza dei creditori votanti, che rappresenti almeno i due terzi della totalità dei crediti ammessi. Non hanno diritto al voto quei creditori che abbiano diritti di prelazione sui beni del debitore, a meno che non rinuncino alla prelazione; l’esercizio del voto implica comunque rinuncia alla prelazione.

  • ADVANCE PAYMENT BOND

    Particolare forma di garanzia fideiussoria richiesta dal committente estero di grandi opere pubbliche e di forniture di merci per importi elevati. Essa viene prestata dalle banche in caso di pagamento anticipato, rispetto al normale stato di avanzamento dei lavori, di parte del prezzo. La garanzia consente quindi la committente di coprirsi dalle eventuali perdite connesse all’ipotesi di un’interruzione del progetto. Date le sue caratteristiche, l’advance payment bond viene costituito al momento del versamento dell’anticipo e tende gradualmente a ridursi, con velocità difforme in relazione agli specifici accordi contrattuali, fino al termine dei lavori (V. anche: contratto autonomo di garanzia; fideiussione bancaria; garanzie bancarie negli scambi internazionali all’esportazione).

  • ADVANCED ECONOMIES

    Una delle tre categorie in cui BIRS, FMI e OCSE classificano i Paesi per uso statistico e per le scelte di politica di assistenza allo sviluppo (le altre due sono le countries in transition e le developing countries). La categoria delle advanced economies include 28 Paesi: Australia, Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Hong Kong, Islanda, Irlanda, Israele, Italia, Corea del Sud, Lussemburgo, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Portogallo, Singapore, Spagna, Svezia, Svizzera, Taiwan, UK, USA. Deve ritenersi che rientrino nella categoria anche Andorra, Bermuda, Faroe Islands, Stato della Città del Vaticano, Liechtenstein, Monaco e San Marino. Sin.: Developed Countries-DC; First World.

  • AFFIDAMENTO

    Concessione di credito accordato sotto qualsiasi forma contrattuale da una banca a un cliente dopo aver accertato la correttezza professionale e morale di questi (qualora si tratti di persona giuridica riferendosi ovviamente alla persona o alle persone fisiche che la amministrano) oltre che la situazione patrimoniale, finanziaria ed economica. L’analisi di fido, definita tecnicamente istruttoria, è finalizzato alla valutazione della capacità di reddito dell’affidato e delle future fonti finanziarie che gli consentiranno di rimborsare il credito ottenuto. L’istruttoria della pratica di fido comporta in particolare l’esecuzione di indagini patrimoniali sul richiedente il credito e la valutazione delle garanzie prestate, reali o personali. Nel caso in cui il fido sia richiesto da un’impresa, il momento più importante dell’istruttoria è rappresentato dall’analisi di bilancio, intesa ad ottenere informazioni concernenti la gestione aziendale dell’impresa affidanda, riferita alla situazione aziendale attuale e alla sua presumibile evoluzione futura, valutando serie storiche di dati ed estrapolandone gli andamenti alla luce degli indirizzi aziendali e dei prevedibili orientamenti di mercato. Essa viene attuata attraverso l’esame dei ratios (v. ratio) o indici di bilancio e la stima del flusso delle risorse generate dalla gestione reddituale, ossia del cash flow, che esprime la capacità dell’impresa di autofinanziarsi. I risultati di tali analisi sono assai utili, ma inidonei da soli ad esprimere un sicuro giudizio sull’andamento futuro dell’azienda. Occorre infatti considerare le condizioni in cui l’azienda ha operato e quelle nelle quali potrebbe operare in avvenire, onde giudicare se è opportuno concedere il fido e, nel caso affermativo, a quali condizioni, in quale misura ed in quali forme. Una volta deliberato, l’affidamento va registrato nel libro dei fidi, annotando analiticamente tutte le forme tecniche in cui sarà utilizzabile ed il loro singolo ammontare, oltre che le garanzie che lo devono assistere.

  • AFFIDAMENTO E APPARENZA

    Principi generali del nostro ordinamento giuridico, applicabili quando vi sia divergenza tra dichiarazione e volontà (o questa sia viziata da errore), ovvero quando la situazione di fatto sembra corrispondere ad una situazione giuridica invece inesistente. Secondo il principio dell’affi- damento, se una dichiarazione non corrisponde alla effettiva volontà del dichiarante od è viziata da errore, ma il destinatario non era in grado di rendersi conto della situazione, il negozio è valido; invece è invalido se il destinatario poteva rendersi conto, usando la normale diligenza, che la dichiarazione non corrispondeva alla volontà del dichiarante o che costui versava in errore. Il principio vale per i contratti a titolo oneroso, nei quali la tutela di chi fa la dichiarazione incontra un limite in quella accordata alla controparte. Non vale, invece, per la donazione, per i negozi non patrimoniali e per quelli mortis causa nei quali prevale la tutela dell’effettiva volontà del dichiarante.

  • AFFISSIONE IN BORSA

    Forma di pubblicità di determinati atti, che avveniva mediante l’esposizione nei locali della borsa. L’affissione era obbligatoria per portare a conoscenza del pubblico (e degli operatori in particolare) notizie di un certo rilievo, quali l’elenco degli esclusi dalla borsa per inadempienza o per altri gravi circostanze previste dalla legge. L’affissione non è più richiesta in seguito all’informatizzazione del mercato di borsa e degli altri mercati regolamentati di negoziazione di strumenti finanziari e alla dematerializzazione dei titoli quotati.

     

  • AFRICAN DEVELOPMENT BANK - AFDB

    Acr. di: African Development Bank; fr. Banque Africaine de Developpement-BAD. Costituita, con sede ad Abidjan (Côte d’Ivoire), il 4.8.1963 in seguito alla risoluzione 52(IV) dell’Economic Commission for Africa delle Nazioni Unite; operativa dal 1964. È partecipata da 53 Stati africani e da 24 Stati non africani (ammessi a partire dal 1982) tra cui l’Italia. A fine 2000 il capitale sociale ammontava a21.870 milioni di unità di conto (ogni unità di conto è pari a 1 DSP), di cui sottoscritti 20.547 milioni e versati 1.997, 3 milioni. Sempre a fine 2000 gli Stati africani detenevano il 59, 35% dei poteri di voto (i principali Stati erano: Nigeria, Algeria, Egitto, Libia, Côte d’Ivoire, Marocco) e quelli non africani il 40, 65% (i principali erano gli USA col 6, 847% e il Giappone col 5, 65%; l’Italia deteneva il 2, 408%). L’AfDB costituisce un gruppo composto dall’AfDB vera e propria, dall’African Development Fund-ADF (fr. Fonds africain de développement- FAD), costituito il 1°.8.1973 e dal Nigerian Trust Fund-NTF (fr. Fonds Special du Nigeria), costituito dalla Nigeria nel 1976. La Banca concede prestiti su base commerciale agli Stati africani membri e alle imprese private meritevoli di credito. L’ADF e il NTF concedono prestiti agevolati ai Paesi africani membri più poveri. È diretta da un Board of Governors, composto dei rappresentanti dei Paesi membri e da un Board of Directors di 18 membri di cui 12 eletti da Governatori dei Paesi africani e 6 da quelli non africani. I Directors sono eletti per tre anni e possono essere rieletti. Tutti i poteri della Banca sono esercitati dal Board of Directors, eccetto quelli riservati al Board of Governors. Il presidente della Banca è eletto dal Board of Governors su indicazione del Board of Directors, dura in carica cinque anni ed è rieleggibile. Egli è presidente della Banca e delle altre due istituzioni del Gruppo ed è anche chairman dei loro Board of Directors.

  • AFTER HOURS

    Termine con cui si indica l’estensione degli orari di negoziazione del mercato azionario fino alle ore serali. In Italia il mercato del Trading After Hours (TAH) ha preso ufficialmente il via il 15.5.2000 ed è gestito dalla Borsa Italiana spa. Per le caratteristiche del TAH v. Mercato After Hours.

  • AFTERMARKET

    Insieme di operazioni che vengono messe in atto nei trenta giorni successivi alla quotazione di un titolo mediante IPO da alcuni dei principali soggetti coinvolti nell’offerta quali il sindacato di banche, il global coordinator, lo specialist. Rientrano nella definizione di aftermarket l’insieme di attività quali l’investor relations e il market making curate dallo specialist ma anche la definizione di alcuni aspetti contrattuali dell’operazione di IPO come l’opzione greenshoe e lock-up al fine di garantire la stabilizzazione del prezzo dei titoli neoquotati.
    Bibliografia
    G. Forestieri (a cura di), Corporate & investment banking, Egea, Milano, 2009
    Redattore: Bianca Giannini
    © 2010 ASSONEBB

  • AGENCE FRANCAISE DE DÉVELOPPMENT - AfD

    L’AfD è stata costituita a Londra dal Generale de Gaule con ordonnance 2.12.1941 sotto il nome di Caisse Centrale de la France Libre, trasformata in Caisse Centrale de la France d’Outre-mer nel 1944 (2.2.1944), poi ancora in Caisse Centrale de Coopération Economique (30.10.1992) e, infine, ridenominata Agence française de développement il 17.4.1998. L’AfD è oggi un ente pubblico (établissement public) e l’agente principale del dispositivo francese per il finanziamento dell’assistenza allo sviluppo. L’AfD costituisce un gruppo composto da Proparco, CEFEB, 8 banche, 3 società di sviluppo regionale e 3 società immobiliari. Nelle sue attività vanno distinte quelle svolte per proprio conto, nei Paesi stranieri e nei Départements et territoires français d’outre-mer (DOM, TOM) e collectivités territoriales, da quelle realizzate per conto di terzi. Opera con oltre 1.200 dipendenti in più di sessanta Paesi africani (tra i quali i 14 Paesi dell’area del franco), del Maghreb, del Pacifico, della penisola indocinese, del Medio oriente, dei Carabi e dell’Oceano indiano direttamen- te con 45 agenzie (36 nei Paesi stranieri, 4 nei DOM, 3 nei TOM e 2 nelle collectivités territoriales). Le attività per conto proprio sono realizzate nei Paesi stranieri con prestiti a lungo termine e sovvenzioni allo sviluppo economico a progetti pubblici e privati, compresa l’assistenza all’adattamento strutturale ai Paesi che il Governo francese decide di sostenere particolarmente (prestiti a quelli a medio reddito, sovvenzioni a quelli a basso reddito). I finanziamenti alle imprese private sono accordati specialmente da Proparco (Société de PROmotion et de PARticipation pour la COopération économique), controllata AfD, ma con partecipazione minoritaria di 42 altri soci (società fi- nanziarie e industriali). Nei dipartimenti, territori e collettività d’oltre mare l’AfD finanzia i progetti pubblici e privati (anche con partecipazioni al capitale di imprese), quelli privati tramite società finanziarie locali o Proparco. Le attività per conto di terzi sono svolte come gestore per conto del Ministero degli esteri e del Ministero dell’economia francesi per prestiti e sovvenzioni a progetti di sviluppo, come agente pagatore per conto del Ministero degli esteri per il Fonds d’Aide et de Coopération, come finanziatore per conto dello Stato della Poverty Reduction and Growth Facility del FMI (q.v. sub Operatività, a). L’AfD cura, infine, la formazione e il perfezionamento dei quadri superiori dei Paesi in via di sviluppo attraverso il CEFEB (Centre d’Etudes Financières, Economiques et Bancaires), costituito nel 1963. A fine 1999 il capitale sociale di AfD era di 972 milioni di euro e i prestiti in essere di 10.216 milioni di euro. L’AfS è retta da un Conseil de surveillance di 15 membri nominati dal Governo e da un Direttore generale nominato dal Consiglio dei ministri su proposta del Ministro dell’economia, assistito da un vice, da tre direttori esecutivi e da un segretario generale. Il direttore generale è anche direttore generale dell’Institut d’émission des départements d’outre-mer-IEDOM e dell’Institut d’émission des territoires d’outremer- IEOM (v. area del franco francese).

  • AGENDA 2000

    Programma d’azione per il periodo 2000-2006 predisposto dalla Commissione Europea a domanda del Consiglio europeo di Madrid (dicembre 1995), che aveva richiesto un parere sulle candidature di nuovi Stati all’adesione all’UE e una comunicazione sul futuro contesto finanziario dell’UE tenendo conto del possibile ampliamento. Con la crisi dell’URSS, l’UE era diventata un polo di attrazione per i Paesi dell’Europa Centrale e Orientale (PECO) e dei Balcani occidentali. Proprio in quegli anni 10 Paesi PECO avevano domandato l’adesione, aggiungendosi ad altri tre Paesi mediterranei. Inoltre l’UE era abbastanza impegnata nell’aiuto ai Paesi dei Balcani occidentali (v. Unione europea sub Adesioni, domande di adesione ecc.). Il 16.7.1997 la Commissione ha presentato la comunicazione dal titolo “Agenda 2000: per un’Unione più forte e più ampia” [COM(97) 2000] con il parere sull’adesione di dieci Paesi dell’Europa orientale. Il documento è articolato in tre sezioni. La prima sezione riguarda il funzionamento dell’UE e tratta della politica agricola comune (PAC), della politica di coesione economica e sociale (politica strutturale, v. politica strutturale dell’UE) e delle reti transeuropee (RTE); la seconda della strategia dell’allargamento; la terza del nuovo assetto finanziario per il settennio 2000-2006 conseguente alle riforme della PAC e delle politiche strutturali e al possibile allargamento dell’UE. Per queste tre aree la Commissione ha presentato il 18.3.1998 una ventina di proposte legislative di attuazione. Su di esse, dopo lunghe trattative con gli Stati membri e le altre Istituzioni comunitarie, il Consiglio europeo tenuto a Berlino il 24.3.1999 ha raggiunto un accordo politico che ha permesso di completare il progetto “Agenda 2000” dando, se si vuole, un quadro chiaro e coerente del futuro dell’UE all’inizio del XXI secolo. Il pacchetto legislativo copre quattro settori principali: a) riforma della politica agricola comune; b) riforma della politica strutturale; c) strumenti di preadesione; d) nuovo quadro finanziario. Alcuni altri settori prioritari trattati nella comunicazione iniziale della Commissione (politiche interne, azioni esterne, riforme amministrative) non hanno richiesto una traduzione in misure legislative specifiche. 1.-Attuazione dell’Agenda 2000. Riforma della politica agricola comune-PAC. Sono stati confermati e integrati gli obiettivi: aumentare la competitività dei prodotti agricoli comunitari sul mercato interno e mondiale; dare maggior considerazione delle questioni di ordine ambientale e strutturale; assicurare redditi equi agli agricoltori; semplificare la normativa e decentrarne l’applicazione; aumentare la sicurezza alimentare, rafforzare la posizione dell’UE in vista del prossimo ciclo di negoziati dell’OMC e stabilizzare le spese agricole, in termini reali, al livello del 1999. La riforma prevede diverse riduzioni graduali nei settori di latte, cereali e carni, compensate da una serie di aiuti diretti a beneficio degli agricoltori, un nuovo regolamento del mercato vitivinicolo, un nuovo regolamento della gestione del finanziamento della politica agricola comune, in base al quale gli Stati membri gestiscono la loro quota di stanziamenti del FEOGA sia pure rispettando i criteri stabiliti a livello comunitario. Novità di rilievo (considerato il secondo pilastro della PAC) è il regolamento sullo sviluppo rurale che vuol tutelare il futuro delle zone agricole incentivando le misure di accompagnamento varate nel 1992 (prepensionamento, misure agroambientali e rimboschimento), le misure di diversificazione delle aziende agricole, il loro adeguamento strutturale e l’inserimento dei giovani. Nella programmazione finanziaria per il settennio 2000-2006 (proposte della Commissione) il settore “Agricoltura” assorbe mediamente il 44,4% degli stanziamenti complessivi e cioè € 308,34 miliardi (597.029 miliardi di lire) rispetto a un totale di € 693,91 miliardi. 2.-Politica strutturale. Con un riorientamento e una concentrazione degli obiettivi (da 7 a 3), una riduzione delle iniziative comunitarie (da 13 a 4), modifiche e decentralizzazione nella gestione attuate col reg. (CE) n.1260/ 99 del Consiglio dei Ministri del 21.6.1999 si è cercato di migliorare l’efficienza dei Fondi strutturali. Nella programmazione finanziaria per il settennio 2000 essi assorbono mediamente il 31, 8% degli stanziamenti complessivi e cioè € 220,92 miliardi (427.761 miliardi di lire), di cui € 202,29 miliardi (391.684 miliardi di lire) per i 4 Fondi strutturali regionali e € 18,63 miliardi (36.077 miliardi di lire) per il Fondo di coesione. Gli importi sono quelli determinati in occasione del Bilancio generale dell’UE per il 2001 e sono superiori a quelli inizialmente previsti dall’Agenda 2000. Per approfondimenti v. politica strutturale dell’UE. Resterà pendente una condizione di ammissibilità supplementare per cui gli Stati membri beneficiari devono attuare e rispettare un programma di stabilità economica. Al riguardo, è prevista per il 2003 una revisione intermedia per determinare se e quali Stati non risponderanno più ai criteri di ammissibilità. 3.-Allargamento dell’UE e strumenti di preadesione. Nella seconda parte dell’Agenda 2000 la Commissione aveva raccomandato di intensifi care la preparazione dei Paesi candidati all’adesione disegnando una “strategia rafforzata di preadesione” che è stata realizzata con gli accordi europei (Accords européens-AE, Europe Agreements-EAs) stipulati per un periodo di tempo illimitato secondo l’art. 310, ex 238, CE (“La Comunità può concludere con uno o più Stati o organizzazioni internazionali accordi che istituiscono un’associazione caratterizzata da diritti ed obblighi reciproci, da azioni in comune e da procedure particolari”; v. accordo europeo). Con questi accordi i Paesi candidati si impegnano ad applicare l’acquis communautaire, ad adattare di conseguenza l’economia e le istituzioni, a ravvicinare le legislazioni, ad entrare in una zona di libero scambio. Il Paese candidato assume la veste di partner dell’UE (partnership per l’adesione), mantiene regolari consultazioni bilaterali e multilaterali su qualsiasi questione di interesse comune, instaura una cooperazione a livello economico, culturale e finanziario. L’Agenda 2000 suggerisce anche di sostenere la preparazione all’adesione con strumenti finanziari appositi: il programma PHARE, già istituito nel 1989 e due strumenti di nuova istituzione, poi denominati nel 1999 strumento strutturale di preadesione, con compiti simili a quelli svolti all’interno dell’UE dal Fondo di Coesione e strumento agricolo di preadesione, per favorire l’adeguamento a lungo termine del settore agricolo e delle zone rurali nei paesi candidati. Per i Paesi dei Balcani occidentali, instabili politicamente, anche per la conflittualità tra le etnie, e meno prossimi agli standard occidentali, la politica dell’UE mira a promuovere processi verso la stabilità e lo sviluppo interno attraverso Accordi di stabilizzazione e di associazione (ASA) da stipulare quando ne esistano le condizioni. Finora sono stati stipulati accordi in tal senso con la Macedonia (9.4.2001) e la Croatia (siglato il 14.5.2001). In proposito per maggiori dettagli v. Unione europea. 4.-Nuovo quadro finanziario. Nuove prospettive finanziarie. Negli anni Ottanta le Comunità hanno convenuto un nuovo metodo per rimediare alle tensioni crescenti sulla ripartizione delle risorse tra le istituzioni che intralciavano le procedure di formazione del bilancio e tendevano a portare fuori governo la spesa: l’accordo interistituzionale (fr. accord interinstitutionnel; ingl. interinstitutional agreement). Il nuovo quadro finanziario è stato varato nel 1999 e include diverse decisioni, tra cui la più importante è quella relativa alle “Nuove prospettive finanziarie 2000-2006”, un progetto di impiego delle risorse nel settennio compatibile con la realizzazione degli obiettivi della politica economica e sociale e con l’allargamento dell’UE, in un quadro di gestione rigorosa delle finanze pubbliche, riassunta nel contenere il massimale delle risorse proprie, cioè del prelievo fiscale comunitario, all’1,27% del PNL (1,2% nel periodo precedente). Accompagnano le “Nuove prospettive” una serie di miglioramenti alle procedure di bilancio. Le prospettive finanziarie fissano solo un quadro di riferimento che viene riveduto annualmente dalla Commissione per tener conto dell’evoluzione dei prezzi e del PNL, non costituiscono un bilancio pluriennale e il bilancio annuale resta necessario per definire e autorizzare l’ammontare effettivo delle spese e la loro ripartizione. Il quadro delle prospettive risulta da un accordo interistituzionale tra Parlamento europeo, Consiglio e Commissione, secondo una regola instaurata nel 1988. Da allora ci sono stati tre accordi di tal fatta: il primo nel 1988 sulle prospettive finanziarie per il quinquennio 1988-92 (pacchetto Delors I), un secondo nel 1993 per il settennio 1993-1999 (pacchetto Delors II). L’accordo 1999 per il settennio 2000-2006 è il terzo della serie. Nel progetto originario disegnato nel 1999 il massimale totale delle spese impegnabili scende da € 92,03 miliardi nel 2000 a € 90, 66 miliardi nel 2006, con un andamento intermedio prima crescente (massimo € 93, 96 miliardi nel 2003) e poi decrescente. Col medesimo andamento gli importi corrispondenti per i pagamenti passano da € 89, 60 miliardi a 89,62 miliardi di euro, il che equivale a una percentuale decrescente del PNL (dall’1,13% allo 0,97%). A questi importi sono però aggiunte previsioni di oneri per il possibile accesso di Nuovi Stati membri per un totale di € 45,4 miliardi nel settennio (7% in più), che spostano un poco l’incidenza percentuale sul PNL. Esistono anche proiezioni per l’UE a 21 Stati membri, contenute entro gli stessi parametri percentuali. L’intervento dell’UE continuerà a essere importante in particolare nell’ambito della PAC e nelle azioni strutturali; a tali ambiti verranno affiancati anche obiettivi più innovativi relativi alla modernizzazione dell’amministrazione comunitaria, al ruolo dell’UE nella sfera internazionale, ad alcune delle politiche interne quali le piccole e medie imprese, le reti transeuropee, l’istruzione e la formazione, le reti transeuropee, le nuove tecnologie e l’ambiente.

  • AGENDA DI DOHA PER LO SVILUPPO (ADS)

    L’Agenda di Doha per lo Sviluppo (ADS), conosciuta più in generale come Doha Round, è il nome ufficiale del programma di lavoro dei negoziati di Doha. Questi ultimi si contraddistinguono, in primo luogo, per alcune importanti aperture fatte alle richieste dei Paesi in via di sviluppo, a causa della loro maggiore influenza nel definire il piano d'azione dei negoziati, da cui appunto il nome Agenda di Doha per lo Sviluppo (ADS). Tale Agenda prevede la trattazione di tre temi fondamentali: tariffe industriali, argomenti di interesse per i Paesi in via di sviluppo e modifiche alle norme del World Trade Organization (WTO). Nello specifico, il programma di lavoro elenca 21 temi, tra cui: Riforma delle sovvenzioni agricole; Garanzia che le nuove liberalizzazioni dell'economia globale rispettino l'esigenza di una crescita sostenibile nei Paesi in via di sviluppo; Miglioramento dell'accesso ai mercati globali per le esportazioni dei Paesi in via di sviluppo. La scadenza originaria dell’Agenda era il 1° gennaio 2005, ma la conclusione di tutti i negoziati è avvenuta con gli Accordi di Bali nel dicembre 2013 (vedi Wto e Accordi di Bali. Dall’Uruguay Round al Doha Round).

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • AGENDA EUROPEA DEL DIGITALE

    Iniziativa faro della Commissione europea, inclusa in Europa 2020, lanciata il 22 maggio 2010, rappresenta la strategia per accelerare la diffusione delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT) e sfruttare i vantaggi di un mercato unico del digitale per famiglie e imprese entro il 2020. L'agenda del digitale prevede interventi mirati a realizzare un mercato unico del digitale favorendo l'accesso a servizi e contenuti online; migliorare l'interoperabilità dell'ICT attraverso la promozione di standard, rafforzare sicurezza, confidenza e privacy dei cittadini europei nell'utilizzazione dell'ICT; assicurare la diffusione capillare e l'accesso dei cittadini ad internet ad altissima velocità; aumentare gli stanziamenti su ricerca ed innovazione nel settore dell'ICT; promuovere la conoscenza dell'ICT per favorirne l'uso da parte di tutti i cittadini; accelerare l'adozione di soluzioni intelligenti basate sull'ICT per affrontare le grandi sfide del futuro come la riduzione dei consumi energetici. Responsabilità degli Stati membri è di elaborare strategie operative per l'internet ad alta velocità e disporre un quadro legislativo che permetta la riduzione dei costi di ampliamento della rete.

    http://ec.europa.eu/europe2020/europe-2020-in-a-nutshell/flagship-initiatives/index_en.htm


  • AGENDA PER NUOVE COMPETENZE E NUOVI POSTI DI LAVORO

    Iniziativa faro della Commissione europea, nell'ambito di Europa 2020, lanciata dalla Commissione il 23 novembre 2010, vuole porre le basi per il rinnovamento dei mercati del lavoro, attraverso l'acquisizione di nuove competenze, l'adeguamento alle mutate condizioni ed il riorientamento professionale. Per un soddisfacente funzionamento dei mercati del lavoro dell'UE la Commissione propone una moltitudine di azioni concrete che contribuiranno ad accelerare la riforma del mercato del lavoro in modo da migliorare la flessibilità e la sicurezza, anche detta flessicurezza; fornire alle persone e alle imprese opportuni incentivi e investire nella formazione; ad assicurare condizioni di lavoro dignitose tramite un innalzamento della qualità della legislazione; a garantire condizioni adeguate per la creazione di posti di lavoro, come la riduzione degli oneri amministrativi e della fiscalità che grava sul lavoro e sulla mobilità. A livello nazionale l'impegno degli Stati membri è finalizzato ad attuare i propri percorsi nazionali di flessicurezza e a monitorare regolarmente l'efficienza dei sistemi fiscali e previdenziali. Inoltre si mira alla creazione di quadri nazionali per le qualifiche, all'acquisizione e al riconoscimento delle competenze in tutti i sistemi di insegnamento, unitamente a partenariati tra il settore dell'istruzione ed il mondo del lavoro.

    http://ec.europa.eu/europe2020/europe-2020-in-a-nutshell/flagship-initiatives/index_en.htm

  • AGENTE DI CAMBIO

    Intermediario ufficiale delle borse valori, fino alla riforma dell’intermediazione mobiliare introdotta dalla alla l. 2.1.1991 n. 1. All’agente di cambio era riservata la negoziazione dei titoli in borsa. La riserva è cessata con la legge 1991/1 che ha demandato tale attività alle SIM che possono operare nei mercati regolamentati con propri dipendenti abilitati a seguito di apposito esame e, transitoriamente, anche attraverso agenti di cambio. Poiché non saranno più banditi concorsi per la nomina di agenti di cambio, questi saranno col tempo sostituiti dalle SIM nelle negoziazioni in borsa. Gli agenti di cambio in carica alla data di entrata in vigore della l. 1991/1 hanno potuto optare tra le seguenti alternative: a) assumere la qualità di soci, amministratori o dirigenti di una SIM ed essere iscritti in un ruolo speciale istituito presso il Ministero del Tesoro; b) continuare ad esercitare le attività consentite loro dalle precedenti e ancora vigenti disposizioni di legge. Nel primo caso essi possono svolgere le attività loro consentite dalla legge sulle SIM esclusivamente nell’interesse della società di appartenenza ed essere soci, amministratori o dirigenti soltanto di una delle predette società.Essi restano individualmente assoggettati ai divieti ed alle incompatibilità stabiliti dalle leggi vigenti alla data di entrata in vigore dellal. 1991 n.1. Nel secondo caso a essi continuano ad applicarsi le disposizioni di legge e di regolamento concernenti l’attività degli agenti di cambio e i relativi ordini professionali. Gli agenti di cambio sono comunque tenuti all’osservanza delle disposizioni di cui agli artt. 5, 11e 12 della l. 1991/1. Quello degli agenti di cambio è un ruolo ad esaurimento (art. 21, decreto Eurosim 1996/415), in quanto l’esercizio professionale nei confronti del pubblico dei servizi di investimento è, ai sensi dell’art.18 del t.u. n. 58, del 1998, riservato alle imprese di investimento e alle banche. Per imprese di investimento si intendono le SIM, le imprese di investimento comunitarie e quelle extracomunitarie. Il legislatore prevede che anche gli intermediari finanziari iscritti nell’elenco speciale previsto dall’art.107 del TUBC, possono essere autorizzati dalla Banca d’Italia all’esercizio di alcuni di tali servizi.

  • AGENTE DI COMMERCIO INDIPENDENTE

    Soggetto che assume stabilmente, dietro corrispettivo e per lo più con diritto di esclusiva, l’incarico di promuovere, per conto del suo preponente, la conclusione di contratti nella zona assegnatagli. All’attività promozionale è generalmente congiunta anche quella di concludere i contratti, propria del rappresentante di commercio. La materia è regolata dagli artt. 1742 sgg. sul contratto di agenzia (modif. dal d.lg. 15.02.1999 n. 65) e dalla l. 3.5.1985 n. 204, modif. con la l. 15.5.1986 n. 190 (v. anche il d.m. 21.8.1985). L’attività dell’agente di commercio è caratterizzata da una piena autonomia organizzativa. Egli è normalmente sfornito di veri e propri poteri di rappresentanza; ha libertà di iniziativa e consegue il diritto alla provvigione per i soli affari che hanno avuto regolare esecuzione. Sotto il profilo civilistico è imprenditore commerciale (v. agenzia), ma di fatto gli agenti con i loro dipendenti sostituiscono dipendenti che altrimenti il preponente dovrebbe assumere in proprio. Per avvicinare le diverse normative del rapporto di agenzia la Comunità ha emanato la direttiva di coordinamento 86/653/CEE del Consiglio del 18.12.1986. L’attuazione parziale di questa direttiva nel nostro Paese compiuta dal d.lg. 10.9.1991 n. 303 è stata completata dal d.lg. 15.02.1999 n. 65 per sanare l’infrazione contestata dalla Commissione nel 1998. Per la garanzia di adempimento del terzo v. star del credere e agenzia.

  • AGENTE IN ATTIVITA' FINANZIARIA

    L’agente in attività finanziaria è la persona fisica o giuridica che professionalmente promuove e conclude, su mandato delle società finanziarie, i contratti riconducibili alle attività di concessione di finanziamenti, intermediazione in cambi, servizi di pagamento, assunzione di partecipazioni. L’esercizio dell’attività in agenzia finanziaria è subordinato alla iscrizione nell’elenco degli agenti in attività finanziaria tenuto dalla Banca d'Italia.
    Fonte: Banca d'Italia

  • AGENTE INTERNAZIONALE

    Intermediario commerciale che opera sul mercato estero. Rappresenta il fornitore in base ad un mandato, mantenendo con lo stesso un forte legame; agisce secondo le istruzioni ricevute ma con ampio margine di discrezionalità. È remunerato, come ogni altro agente di commercio, mediante unaprovvigione, commisurata in forma di percentuale al volume degli affari conclusi mediante la sua attività. Il rapporto è regolato da un contratto di agenzia, che prevede i poteri e regola la responsabilità dell’agente. La proprietà della merce e la fatturazione sono normalmente riservate all’esportatore. L’agente può essere con o senza deposito. Nel primo caso esso mette a disposizione del fornitore i locali per il deposito della merce, pur rimanendo la proprietà in testa all’esportatore. Valgono per l’agente internazionale le norme comuni europee della direttiva 86/653/CEE (v. agente di commercio indipendente; agenzia).

  • AGENZIA

    Contratto, regolato dagli artt. 1742 e sgg. c.c. (modif. dai d.lg. 10.9.1991 n. 303 e 15.02.1999 n. 65 e dalla l. 21.12.1999 n. 526), con il quale una parte, detta agente, assume stabilmente dietro corrispettivo l’incarico di promuovere per conto di un’altra, detta preponente, la conclusione di contratti in una zonadeterminata. Costituiscono caratteristiche di tale rapporto contrattuale: la stabilità, per cui non possono configurarsi come rapporti di agenzia quelli meramente occasionali; l’onerosità, dato che l’agente ha diritto alle provvigioni per gli affari che hanno avuto regolare esecuzione; l’elemento del luogo, giacché l’agente deve svolgere la propria attività nell’ambito di una zona determinata. Il contratto deve essere stipulato per iscritto. Salvo espresso patto contrario, è intrinseco al contratto di agenzia il diritto di esclusiva (v. clausola di esclusiva), la cui efficacia bilaterale si esplica nel senso che, nella stessa zona e nello stesso ramo di affari, né l’agente può operare per conto di altri imprenditori, né il preponente può avvalersi della collaborazione di altri agenti. I poteri di rappresentanza che si accompagnano per legge al contratto di agenzia sono rigorosamente circoscritti: sotto il profilo sostanziale, infatti, l’agente può validamente ricevere soltanto dichiarazioni attinenti l’esecuzione del contratto o reclami connessi ad inadempienze contrattuali, mentre, sotto il profilo processuale, gli è solo consentito di chiedere provvedimenti cautelari, volti alla immediata e temporanea tutela di un interesse del preponente. La normativa del contrattodi agenzia è stato coordinato in sede comunitaria dalla direttiva 86/653/CEE CEE del Consiglio del 18.12.1986. L’attuazione parziale di questa direttiva nel nostro Paese compiuta dal d.lg.10.9.1991 n. 303 è stata completata dal d.lg. 15.02.1999 n. 65 per sanare l’infrazione contestata dalla Commissione nel 1998 (v. anche: agente di commercio indipendente; agente internazionale). La l. 21.12.1999 n. 526 ha modificato l’art. 1746 c.c. eliminando la previsione a carico dell’agente dell’obbligo di rispondere della buona riuscita degli affari conclusi per conto del preponente e cioè dello star del credere e ha fatto divieto di stipulare patti che pongono a carico dell’agente una responsabilità, anche parziale, per l’adempimento del terzo. Resta la possibilità di uno star del credere per singoli affari, di particolare natura e importo, individualmente determinati. La garanzia deve avere in contropartita un adeguato compenso e non può, però, essere prestata per un importo superiore alla provvigione che l’agente ha diritto di percepire per lo stesso affare.

  • AGENZIA AUTOMATICA

    Locale con accesso controllato, utilizzabile dalla clientela anche fuori del normale orario di sportello e attrezzato con apparecchiature che permettono l’erogazionedi banconote e l’effettuazione di altre operazioni.

  • AGENZIA DI AFFARI

    Impresa la cui attività consiste nella prestazione di servizi di varia natura. L’oggetto specifico dell’attività qualifica tipi differenziati di impresa, quali p.e. l’agenzia di viaggi, l’agenzia di investigazioni, l’agenzia di informazione, l’agenzia di pubblicità, l’agenzia di prestito su pegno, l’agenzia immobiliare ecc.

  • AGENZIA DI PRESTITO SU PEGNO

    Specializzate nell’attività di esercizio del credito pignoratizio (v. pegno), le agenzie di prestito su pegno previste dall’art. 32, comma 2, della l. 10.5.1938 n. 745 sono disciplinate dalle norme sugli intermediari finanziari non bancari iscritti all’elenco generale di cui all’art. 106 del TUBC. Infatti l’art. 155, 3° comma del TUBC afferma proprio la loro qualifica di intermediari finanziari non bancari e, conseguentemente, impone loro l’adeguamento ai requisiti previsti dal medesimo art. 106 citato, entro il 1.1.1995. Ai sensi delle suddette disposizioni, esse devono iscriversiin un apposito elenco tenuto dal Ministero del Tesoro, assumere, in via alternativa, la forma di società per azioni o in accomandita per azioni o a responsabilità limitata o di società cooperativa ed avere un capitale pari a cinque volte il capitale minimo previsto per la costituzione della società per azioni. Altri rilevanti obblighi riguardano i requisiti di onorabilità e professionalità delle cariche di presidente del consiglio di amministrazione, di amministratore delegato, di direttore generale e di membro del collegio sindacale, oltre che i requisiti di onorabilità dei soci e degli esponenti. L’attività di concessione di credito su pegno, disciplinata dalla l. 10.5.1938 n. 745, e dal r.d. 25.5.1939 n. 1279, continuava ad essere esercitata peraltro dalle banche a ciò già abilitate precedentemente all’entrata in vigore del TUBC. Successivamente proprio l’art. 48 del TUBC disciplinò la materia. Tale articolo nella sua versione originaria prevedeva che altre banche (oltre a quelle già abilitate precedentemente al t.u.) potessero intraprendere l’esercizio di tale attività, individuando, nell’approntamento delle necessarie strutture e nell’ottenimento di un nulla osta da parte della Banca d’Italia e di una licenza da parte del questore, i requisiti indispensabili. Oggi l’art. 48 riformato dal d.lg. 4.8.1999 n. 342, prescrive che le banche che vogliano intraprendere tale attività si dotino sempre delle necessarie strutture, ma risolve il carico di oneri ulteriori in una semplice comunicazione alla Banca d’Italia. La disposizione appena citata non si applica alle banche che, all’atto della data di entrata in vigore del decreto di riforma, sono già abilitate all’attività di credito su pegno. Sotto il profilo operativo, l’attività di concessione di credito su pegno rientra ormai tra le forme tipiche di credito al consumo. Essa ha perduto, infatti, il carattere della mitezza delle condizioni economiche che l’accompagnavano prima dell’abrogazione dell’art. 1, l. 745/1938, pur conservando il requisito dello scarto tra garanzia e somma mutuata. Non è più ammesso il banco di pegno privato tenuto da una singola persona fisica. V. anche: credito su pegno; licenza per le agenzie di prestito su pegno.

  • AGENZIA DI RATING DI SOSTENIBILITA'

    L'agenzia di rating della sostenibilità è un centro di ricerca specializzato nella raccolta ed elaborazione di informazioni, dati sul comportamento ambientale, sociale, di governance ed etico delle imprese, al fine di fornire agli investitori le informazioni utili a prendere consapevoli decisioni d'investimento.

    Fonte: Il Sole 24 Ore, Il risparmio sociale, Le guide di Plus 24

  • AGENZIA EUROPEA DELL' AMBIENTE (AEA)

    Agenzia dell'Unione europea, istituita con regolamento entrato in vigore nel 1993, con sede a Copenaghen e conta 32 stati membri. L'agenzia fornisce informazioni di natura indipendente sull'ambiente, garantendo qualità nei dati raccolti ed aiutando gli stati e l'Unione nel suo complesso ad integrare considerazioni di tipo ambientale nelle politiche economiche; in particolare essa propone valutazioni ed analisi dello stato dell'ambiente e del suo andamento. Altro mandato è quello di coordinare la rete europea di informazione e di osservazione ambientale Eionet, basata su un partenariato tra l'Agenzia e gli stati membri. La rete coinvolge le agenzie nazionali dell'ambiente o i ministeri dell'ambiente, quali responsabili del coordinamento delle reti nazionali. Infine, poiché la maggior parte delle questioni rilevanti per l'ambiente hanno carattere transfrontaliero o globale, l'AEA è impegnata attivamente nella cooperazione internazionale. A tal proposito si cita il progetto ENPI-SEIS nell'ambito della cooperazione regionale, per promuovere la protezione dell'ambiente nei paesi aderenti alla politica europea di vicinato e partenariato.

    http://www.eea.europa.eu/

    Redattore: Marianna RONCHINI

  • AGENZIA INTERNAZIONALE DELL'ENERGIA (AIE)

    L'agenzia internazionale dell'energia e' un’organizzazione internazionale costituita dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) nel 1974 in seguito alla crisi petrolifera del 1973 - 1974. L'obiettivo principale dell'agenzia e' favorire un determinato grado di approvvigionamenti energetici (con particolare attenzione al petrolio) al fine di sostenere una continuativa e duratura crescita economica agevolando il dialogo tra i 28 paesi membri attraverso politiche coordinative. Negli ultimi anni, considerata la particolare attenzione per i temi ambientali all'interno delle agende internazionali, l'AIE ha deciso di orientare il suo operato verso lo sviluppo sostenibile mitigando i gravi effetti del cambiamento climatico attraverso la promozione e lo sviluppo di nuove forme di energie alternative.
    L'energia nucleare non rientra tra le aree operative dell'AIE essendo tale comparto di competenza sia dell'Agenzia internazionale per l'Energia nucleare della stessa OECD che dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica delle Nazioni Unite.
    www.iea.org
    Redattore: Claudio DICEMBRINO
    © 2009 ASSONEBB

  • AGENZIA MULTILATERALE PER LA GARANZIA DEGLI INVESTIMENTI (MIGA)

    Acr. di: Multilateral Investment Guarantee Agency (it. Agenzia Multilaterale per la Garanzia degli Investimenti; fr. Agence Multilatérale de Garantie des Investissements-AMGI; sp. Organismo Multilateral de Garantía de Inversiones- OMGI). Organizzazione del Gruppo della Banca mondiale (v. World Bank Group) costituito nel 1988 per prestare agli investimenti esteri un servizio di assicurazione contro i rischi non commerciali (p.e. espropriazione e guerra). Oltre al servizio di garanzia, MIGA offre anche assistenza e consulenza legale per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad aumentare la loro capacità di attrarre investimenti esteri e un servizio di marketing degli investimenti per diffondere in rete informazioni su opportunità di investimento attraverso i siti Investment Promotion Network (www.ipanet.net/), PrivatizationLink (www.privatizationlink.com/), PrivatizationLink Russia (www.privatizationlink.com/). Partecipano a MIGA 22 Paesi industrializzati e 132 paesi in via di sviluppo (in totale 154 Paesi). 13 altri Paesi sono in lista di adesione. L'organismo di ricorso per i progetti sostenuti dalla MIGA è il Compliance Advisor Ombudsman (CAO).

  • AGENZIA PER LA PROMOZIONE DELLO SVILUPPO DEL MEZZOGIORNO

    1.-Istituzione dell’Agenzia. Dopo la soppressione della Cassa per il Mezzogiorno, il ruolo a questa spettante è stato assunto dall’Agenzia per la promozione dello sviluppo del Mezzogiorno, regolata dalla l. 1.3.1986 n. 64 che ha posto la nuova disciplina organica dell’intervento straordinario del Mezzogiorno per il periodo 1985-1993 e ha riordinato gli altri enti di promozione per lo sviluppo del Mezzogiorno che affiancano l’Agenzia (FINAM,FIME, INSUD, ITALTRADE, FORMEZ, IASM). L’Agenzia ha operato per l’attuazione degli interventi promozionali e finanziari affidatile dal programma triennale per lo sviluppo del Mezzogiorno ed analiticamente indicati dai piani annuali di attuazione. Tali interventi riguardano esclusivamente: a) il finanziamento delle attività di partecipazione, assistenza e formazione svolte dagli altri enti di promozione per lo sviluppo del Mezzogiorno oltre che dai soggetti pubblici e privati indicati dalla l. 1986/64; b) la concessione di agevolazioni finanziarie a favore delle attività economiche in conformità alle direttive previste dal programma triennale; c) il finanziamento dei progetti regionali e interregionali di interesse nazionale, assicurandone la realizzazione mediante apposite convenzioni con i soggetti indicati dal piano.2.-Soppressione dell’Agenzia. Per realizzare la trasformazione dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno attraverso un passaggio graduale a una gestione ordinaria degli interventi per le aree depresse, con l. 19.12.1992 n. 488 (art. 2) è stata disposta la soppressione dell’Agenzia. Il d.lg. 3.4.1993 n. 96 ha successivamente provveduto all’individuazione delle amministrazioni cui trasferire le competenze prima spettanti all’Agenzia. In particolare le funzioni del Ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno sono state attribuite dal d.lg. 3 aprile 93 n. 96, al Ministro del bilancioe della programmazione economica (ora Ministero dell’economia e delle finanze) e attualmente l’intervento ordinario per le aree depressedel territorio nazionale si attua secondo le finalità di coesione economica e sociale utilizzando anche il trasferimento delle competenze già attribuite al Dipartimento per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno ed all’Agenzia per la promozione dello sviluppo delMezzogiorno. Il Ministro dell’economia e delle finanze, p.e., attende al coordinamento, alla programmazione, anche finanziaria e alla vigilanza sul complesso dell’azione di intervento pubblico nelle aree economicamente depresse el territorio nazionale in accordo con la politica regionale, strutturale e di coesione economica e sociale della Commissione dell’Unione Europea. Le partecipazioni finanziarie dell’Agenzia per la promozione dello sviluppo del Mezzogiorno nell’Istituto per lo sviluppo economico dell’Italia meridionale-ISVEIMER, nell’Istituto regionale per il finanziamento alle industrie in Sicilia-IRFIS, nel Credito industriale sardo-CIS (v. Istituti meridionali), negli enti di promozione per lo sviluppo del Mezzogiorno di cui all’art. 6 della legge 1° marzo 1986, n. 64, sono state conferite al Ministero dell’economia e delle finanze, al fine di provvedere al loro riordino, ristrutturazione, privatizzazione o liquidazione.

  • AGENZIA PER LE EROGAZIONI IN AGRICOLTURA - AGEA



    Ente di diritto pubblico non economico istituito dal d.lg. 27.5.1999 n.165 (modif. dal d.lg. 15.6.2000 n.188), dotato di autonomia statutaria, regolamentare, organizzativa, amministrativa, finanziaria e contabile, posto sotto la vigilanza del Ministero per le politiche agricole e forestali. Esso è subentrato dal 16.10.2000 all’AIMA in liquidazione in tutti i rapporti attivi e passivi e nella qualifica di organismo pagatore. Rappresenta il Paese presso la Commissione europea per tutte le questione relative al FEOGA, coordina e controlla la gestione degli aiuti assegnati in campo agricolo e ne è responsabile unico nei confronti dell’UE. Gli aiuti sono erogati direttamente agli agricoltori dalle regioni cui questi appartengono, tramite appositi enti pagatori, che possono essere costituiti anche in forma di consorzio o di società a capitale misto pubblico-privato. Tali enti esercitano anche il controllo e la verifica degli atti di pagamento e comunicano all’AGEA le informazioni contabili necessarie a ché questa compili il rendiconto all’UE. L’AGEA può sostituirsi agli enti in caso di loro inerzia. Il Ministero dell’economia e delle finanze può effettuare anticipazioni agli enti pagatori a loro richiesta. La certificazione dei conti dell’AGEA è compiuta da un comitato istituito presso il Ministero dell’Economia e delle finanze. L'AGEA, quale Organismo di Coordinamento, è, tra l'altro, incaricata: della vigilanza e del coordinamento degli Organismo Pagatori ai sensi del regolamento (CE) n. 1290/2005 del Consiglio del 21 giugno 2005; di verificare la coerenza della loro attività rispetto alle linee-guida comunitarie; di promuovere l'applicazione armonizzata della normativa comunitaria e delle relative procedure di autorizzazione, erogazione e contabilizzazione degli aiuti comunitari da parte degli Organismi pagatori, monitorando le relative attività. In tale ambito l'AGEA supporta le attività svolte dagli Organismi pagatori e assicura la predisposizione - ai fini dell'armonizzazione delle procedure - di appositi manuali di indirizzo. L'AGEA è anche l'Organismo pagatore italiano ed ha competenza per l'erogazione di aiuti, contributi, premi ed interventi comunitari, nonché per la gestione degli ammassi pubblici, dei programmi di miglioramento della qualità dei prodotti agricoli per gli aiuti alimentari e per la cooperazione economica con altri paesi. L’AGEA infine nello svolgimento delle sue funzioni si avvale della collaborazione di altri organismi quali i Centri di Assistenza Agricola (CAA), che hanno il compito di garantire il costante rapporto tra l’Organismo Pagatore e i produttori ai fini della corretta predisposizione delle domande di aiuto.

    Link:http://www.agea.gov.it/portal/page/portal/AGEAPageGroup/HomeAGEA

    Redattori: Gian Carlo LORASCHI, Bianca GIANNINI
    © 2010 ASSONEB

     

  • AGENZIE ESTERNE DI VALUTAZIONE DEL MERITO DI CREDITO

    Le Agenzie esterne di valutazione del merito di credito, in inglese External Credit Assessment Institution (ECAI), sono state previste dal nuovo Accordo sul capitale definito dal Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria ("Basilea 2"). Si tratta di istituzioni specializzate in possesso di determinati requisiti quali credibilità e indipendenza , nonché oggettività e trasparenza nel giudizio circa il merito creditizio della clientela di quelle istituzioni finanziarie che non hanno ancora implementato un sistema di rating interno (IRB) ma che hanno adottato il metodo Standardized per il calcolo del requisito patrimoniale. Le banche possono avvalersi della valutazione di una ECAI anche nell'ambito del metodo IRB ma solo limitatamente alle posizioni verso cartolarizzazioni. Il 18 gennaio 2006 il Committee of European Banking Supervisors (CEBS) ha approvato le linee guida per il riconoscimento delle ECAI e successivamente la Banca d’Italia ha emanato le "Nuove disposizioni di vigilanza prudenziale per le banche" (Circolare 263 del 27 dicembre 2006) per il riconoscimento delle agenzie. In particolare tale riconoscimento e il mapping (riconduzione dei rating ai coefficienti di ponderazione) spetta a Banca d'Italia (cfr. Circolare 263, Titolo II, Capitolo I, Parte prima). Tali informazioni, un elenco aggiornato delle ECAI riconosciute e il relativo mapping, sono reperibili sul sito ufficiale da Banca d’Italia.

    Redattore: Bianca GIANNINI
    © 2010 ASSONEBB

     

  • AGENZIE FISCALI

    Il d.lg. 30.7.1999 n.300 attuativo delle deleghe contenute nella l. 12.3.1997 n. 59, art. 11.1) ha trasformato l’operatività del Ministero dell’economia e delle finanze nel campo fiscale-tributario, con l’istituzione di quattro agenzie (Entrate, Dogane, Territorio, Demanio). Le Agenzie fiscali hanno personalità giuridica di diritto pubblico e autonomia regolamentare, amministrativa, patrimoniale, organizzativa, contabile e finanziaria (art.61 d.lg. 1999/300), ma restano sottoposte al potere di indirizzo e vigilanza del Ministro, che riguarda alcuni atti fondamentali, l’emanazione di direttive di indirizzo, l’acquisizione di dati e notizie riguardanti i risultati conseguiti e i fattori gestionali. In particolare il Ministero, entro un termine di 10 giorni, può intervenire sulle deliberazioni del Comitato Direttivo dell’Agenzia relative agli statuti, ai regolamenti ed agli atti di carattere generale che regolanoil funzionamento delle agenzie stesse. Le regioni e gli enti locali possono attribuire alle agenzie fiscali, in tutto o in parte, la gestione delle funzioni ad essi spettanti, regolando con autonome convenzioni le modalità di svolgimento dei compiti e gli obblighi che ne conseguono. Le relazioni tra Ministero e Agenzie sono regolate da convenzioni. Il rapporto di lavoro del personale delle Agenzie è di natura privatistica ed è disciplinato dalla contrattazione collettiva e dalle leggi, in conformità al d.lg. 3.2.1993 n. 29 (con succ. modifiche e integrazioni). La Corte dei Conti esercita il controllo sulla gestione finanziaria delle agenzie, con le modalità previste dalla l. 21.03.1958 n. 259 e riferisce al Parlamento anche avvalendosi delle indicazioni fornite dalle apposite strutture di controllo interno previste dagli statuti delle agenzie fiscali.

  • AGEVOLAZIONE

    Facilitazione, anche sotto forma di esenzione, concessa ad un soggetto e, al tempo stesso, vantaggio che esso ne riceve, p.e.: agevolazioni di pagamento, creditizie, fiscali. In materia penale, è il rendere più agevole il compimento di un fatto che costituisce reato ed è un reato essa stessa, punita secondo le disposizioni previste dall’ordinamento giuridico.

  • AGEVOLAZIONI CREDITIZIE

    Condizioni di particolare favore collegate a finanziamenti concessi in ragione di una destinazione dei mezzi ottenuti definita di interesse generale dalla legge. Di regola i finanziamenti sono a medio-lungo termine e sono erogati a un’impresa. Sulle agevolazioni creditizie si fonda il credito agevolato. Esse consistono nella riduzione del costo del finanziamento in modo di renderlo inferiore a quello di mercato. Le agevolazioni creditizie sono accordate dallo Stato, dagli Enti locali, da altri organismi anche sovranazionali (CECA, BEI), che se ne accollano il costo. L’istruzione delle pratiche e l’erogazione del finanziamento avviene di egola tramite una banca. Le forme tecniche utilizzate sono diverse: contributi in conto interessi, erogati alla banca o direttamente alle imprese; rifinanziamento delle banche a condizioni inferiori ai normali costi di provvista, così da consentire loro di praticare tassi agevolati; contributi in conto capitale (a fondo perduto) a copertura di una quota degli investimenti finanziati; esenzioni fiscali relativamente ai contratti di prestito ed agli atti connessi; concessione di garanzie, direttamente dallo Stato od a valere su fondi gestiti da enti a ciò delegati, integrative di quelle che le imprese sono in grado di offrire utilizzando i beni aziendali; garanzie statali a copertura del rischio di cambio su finanziamenti effettuati in valute estere. Storicamente sono stati indicati diversi obiettivi delle concessioni di agevolazioni, tutte aventi sulla carta un carattere comune: l’interesse considerato che va al di là di quello della singola impresa beneficiaria per riferirsi a un gruppo più ampio, spesso quello di tutta la collettività. Si ricordano, in proposito, gli incentivi alle medie e piccole industrie, stabiliti per sostenere e dare impulso all’intera economia nazionale; la politica di intervento nel Mezzogiorno per la correzione degli squilibri economico-territoriali; il sostegno delle imprese artigiane; le agevolazioni alle imprese commerciali, per la razionalizzazione del sistema distributivo; le facilitazioni alle compravendite di macchine utensili o di produzione; il sostegno all’esportazione mediante la concessione di agevolazioni in relazione sia alla vendita all’estero di beni e servizi, sia all’attuazione di programmi di penetrazione commerciale; l’intervento nei processi di ristrutturazione industriale; il sostegno di settori produttivi in crisi (come, in passato, il tessile) o ritenuti meritevoli di particolare considerazione, quali l’editoria e la stampa quotidiana; l’attuazione di programmi di tutela ambientale, di risparmio energetico, di innovazione tecnologica e di ricerca applicata; la riallocazione di manodopera eccedentaria proveniente da settori in crisi (p.e. agevolazioni CECA per la creazione di posti di lavoro per ex dipendenti di aziende siderurgiche). Un altro filone di agevolazioni creditizie riguarda quelle concesse per la ricostruzione di zone colpite da catastrofinaturali (terremoti, alluvioni) o da eccezionali eventi atmosferici (nevicate, fortunali e nubifragi); in questi casi alle usuali forme di intervento a favore delle imprese aventi sede nelle zone interessate (concessione di finanziamenti a tassi ridotti, contributi in conto capitale) si accompagnano spesso agevolazioni relative a rapporti già in essere, quali la sospensione dei termini di scadenza delle cambiali e la proroga nel pagamento delle rate dei mutui e finanziamenti in corso di ammortamento. Agevolazioni non propriamente creditizie, ma che qui possono essere ricordate per omogeneità, in quanto disposte nel contesto dei medesimi provvedimenti e con le stesse finalità, sono le esenzioni ed agevolazioni fiscali connesse con la realizzazione degli investimenti ed i contributi connessi alle società per azioni in relazione all’emissione di prestiti obbligazionari.

  • AGEVOLAZIONI FISCALI

    1.-Disposizioni di favore fiscale concesse dalla legge a determinate categorie di contribuenti, accordate in dipendenza di situazioni di fatto che il Parlamento ha considerato valide in vista del conseguimento di finalità tutelate dalla Costituzione. Nella storia finanziaria italiana le agevolazioni tributarie si sono moltiplicate, nel corso degli anni, in modo impressionante, rispetto a tutti i tributi. Una delle finalità preminenti della riforma fiscale del 1972 è stata quella di limitare tali agevolazioni. Tale finalità però è stata ampiamente disattesa. La disciplina delle agevolazioni tributarie è contenuta in numerosissime leggi; tra le più rilevanti si ricordano il d.p.r. 29.9.1973 n. 601, che contiene, tra l’altro, agevolazioni per il settore del credito e in particolare per i soggetti che compiono operazioni di credito a medio e lungo termine; il d.lg. 30.3.1990 n. 76 contenente il TU dei provvedimenti agevolativi relativi ai territori del Mezzogiorno; la l. 30.7.1990 n. 218 concernente la ristrutturazione e integrazione patrimoniale degli Istituti di credito di diritto pubblico (cosiddetta Legge Amato-Carli). Le agevolazioni fiscali possono assumere varie forme: esenzioni o esclusioni propriamente dette, riduzioni di aliquote, facilitazioni nel pagamento, previsione di detrazioni ecc. Una particolare forma di esenzione fiscale è opportunamente prevista dall’art. 88, d.p.r. 22.12.1986 n. 917, nel caso degli organi e amministrazioni dello Stato, dei Comuni, delle Comunità montane, delle Province e delle Regioni. Diverse, infine sono le esclusioni da imposta che si hanno quando il legislatore, dopo avere enunciato la fattispecie che costituisce il presupposto del tributo, fornisce ulteriori disposizioni che, in forma negativa rispetto all’enunciazione principale, delimitano l’ambito normativo del presupposto. Le esclusioni, anziché porsi in rapporto di eccezione alla regola, ovvero impedire la produzione degli effetti giuridici derivanti dal verificarsi del presupposto (come avviene per le esenzioni), costituiscono successive delimitazioni del presupposto e quindi concorrono alla sua definizione normativa. Particolari complicazioni in ordine alla distinzione tra i concetti di esenzione e diesclusione si manifestano in materia di imposta sul valore aggiunto perché il d.p.r. 26.10.1972 n. 633, contempla anche le operazioni non imponibili (v. IVA). Il legislatore in tale campo, tuttavia, richiama sempre le operazioni facendo espresso riferimento alle corrispondenti normelegislative. Il che evita, p.e., che a operazioni considerate escluse dalla legge sull’IVA, ma che forse più propriamente andrebbero classificate come esenti, sia comunque applicabile la disciplina tipicamente prevista per le operazioni esenti. Agevolazioni fiscali di estremo rilievo sono state introdotte allo scopo di incentivare le iniziative produttive e di combattere la disoccupazione. A titolo indicativo si consideri l’attribuzione di un credito di imposta alle imprese e ai lavoratori autonomi che assumono nuovi dipendenti e la detassazione degli utili di impresa impiegati in nuovi investimenti (quali la realizzazion eovvero l’acquisto di nuovi impianti l’ampliamento di quelli esistenti, il completamento di opere sospese). I provvedimenti citati hanno in genere efficacia temporale limitata, ma il legislatore fiscale tende a introdurne di analoghi quando questi cessano di operare (si veda, da ultimo: l. 18.10.2001 n. 383). 2.-Negli ultimi anni le leggi finanziarie hanno continuato a modificare il sistema delle agevolazioni, p.e., tra le altre, la previsione di detrazioni per i figli a carico nella finanziaria nel 2002, l’introduzione della no tax area nel 2003, oltre all’importante manovra, realizzata con la finanziaria per il 2005 (l. 30.12.2004 n. 311) che ha portato una riduzione delle aliquote per i contribuenti e della pressione fiscale che grava sulle imprese per l’IRAP, sulle spese per la ricerca e sulle nuovi assunzioni e per il Sud.

  • AGGIO

    Genericamente è la differenza in più che in un dato momento di realizza tra valore reale rispetto e valore nominale di un’attività finanziaria, specialmente costituita da moneta, valute, prestiti e contrattazioni. Ricorre specialmente nelle espressioni aggio sul cambio e aggio di emissione. Il termine viene usato, però, anche per indicare: la differenza tra il valore nominale di un titolo e il suo valore scontato; l’interesse pagato dal trattario nel caso di rinnovo della cambiale; la percentuale riconosciuta all’esattore sui tributi riscossi (aggio esattoriale).

  • AGGIO DI EMISSIONE

    Differenza tra prezzo di emissione e valore nominale delle azioni ed obbligazioni nel caso di emissioni sopra la pari. Nelle emissioni obbligazionarie l’aggio costituisce un ricavo pluriennale, che può essere portato annualmente in detrazione degli interessi passivi del prestito; nelle emissioni azionarie, invece, confluisce al fondo sovrapprezzo azioni, che rappresenta una particolare riserva. Più frequentemente, tuttavia, si verifica il caso contrario di emissioni obbligazionarie sottola pari, le quali (eventualmente con l’ausilio di altri strumenti, come la corresponsione di un saggio di interesse superiore a quello corrente o l’estrazione periodica di premi) costituiscono per i risparmiatori un incentivo a sottoscrivere titoli a reddito fisso, particolarmente in tempi di difficoltà di collocamento sul mercato obbligazionario. In riferimento alle emissioni sotto la pari si parla di disaggio di emissione.L’art. 2346 c.c. vieta l’emissione di azioni per somma inferiore al loro valore nominale: è evidente lo scopo di tutelare l’effettività del capitale sociale, dal momento che, in caso di emissioni azionarie sotto la pari, al valore nominale corrisponderebbe minor valore dei beni conferiti.Per le obbligazioni l’emissione sotto la pari è consentita ed è molto usata per adeguare il rendimento effettivo dei titoli al tasso di mercato.

  • AGGIO SU PRESTITI

    Maggior importo che viene incassato in seguito all’accensione di un prestito rispetto al valore nominale dello stesso. L’art. 2424 c.c. ne prescrive l’iscrizione, con separata indicazione, nella voce “ratei e risconti” del passivo. Deve essere ripartito nei vari esercizi secondo la durata del prestito. Contribuisce a ridurre il tasso effettivo del prestito rispetto a quello nominale.

  • AGGIO SUL CAMBIO

    Eccedenza del cambio rispetto alla parità monetaria legale in caso di negoziazione sopra la pari, e cioè nell’ipotesi in cui il valore della moneta acquirente è, nei confronti di un’altra, maggiore della parità monetaria legale. Tale espressione fu impiegata dagli economisti anche per definire la differenza tra il valore intrinseco e il valore corrente di una moneta metallica che si doveva pagare o si percepiva per ottenere lo scambio di una moneta con altra di metallo o di carta. Di norma il valore corrente era inferiore a quello intrinseco e, in tale ipotesi, si parlava di aggio di perdita; tuttavia poteva accadere che la particolare stabilità di una moneta determinasse un incremento del suo potere di acquisto e, con l’espressione aggio di dignità, si indicava appunto la differenza di segno positivo tra il valore corrente e quello intrinseco.

  • AGGIOTAGGIO

    Reato previsto dall’art. 501 c.p. (rialzo e ribasso fraudolento dei prezzi), comunemente denominato aggiotaggio. Consiste nel fatto di colui che, al fine di turbare il mercato interno dei valori o delle merci, pubblichi o altrimenti divulghi notizie false, esagerate o tendenziose o adoperi altri artifici atti a cagionare un aumento o una diminuzione del prezzo delle merci, ovvero dei valori ammessi nelle liste di borsa o negoziabili nel pubblico mercato. Trattasi di delitto di frode, che colpisce l’economia nazionale, punito con la pena della reclusione fino a tre anni e la multa da uno a cinquanta milioni di lire. Le pene si applicano anche se il fatto è commesso all’estero, quando sia realizzato in danno della valuta nazionale o di titoli pubblici italiani. Il delitto di aggiotaggio appartiene alla categoria dei reati a consumazione anticipata; infatti, l’avvenuta alterazione del corso dei prezzi esula dalla struttura tipica del reato e costituisce circostanza aggravante. Se il fatto è commesso a un cittadino italiano per favorire interessi stranieri o se dal fatto derivi un deprezzamento della valuta nazionale o dei titoli dello Stato, ovvero il rincaro di merci di comune o largo consumo, le pene previste sono raddoppiate. Trattasi di circostanze aggravanti speciali. Alla condanna segue la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici. L’elemento psicologico è costituito dal dolo che consiste nella consapevolezza e nella volontà di porre in essere il comportamento previsto dalla legge, ma la volontà deve essere rivolta anche a provocare il turbamento nel mercato interno dei valori o delle merci (v. anche: accaparramento).

  • AGGIOTAGGIO BANCARIO

    La disciplina relativa al delitto di aggiotaggio bancario, già delineata dall’art. 98 della legge bancaria (l. 7.3.1938 n. 141), è stata riscritta dall’art. 138 del TUBC e, da ultimo, riformata dal d.lg. 11.4.2002 n. 61 (emanato in base alla legge delega 3.10.2001 n. 366 sulla riforma del diritto societario) che ha riscritto l’art. 2637 c.c. Secondo la disciplina vigente fino al d.lg. 11.4.2002 n. 61, il reato era commesso da “chiunque divulghi, in qualunque forma, notizie false, esagerate o tendenziose riguardanti banche o gruppi bancari, atte a turbare i mercati finanziari o a indurre il panico nei depositanti, o comunque a menomare la fiducia del pubblico”. La norma riproduceva sostanzialmente la precedente disciplina, con la differenza che la nuova disposizione voleva impedire la turbativa dei “mercati finanziari” e non più l’ambito, più limitato, “dei titoli e dei valori”. Questo elemento suffraga la tesi secondo la quale diverso è il bene giuridico tutelato da questa fattispecie rispetto alle altre ipotesi di aggiotaggio. In questo caso, infatti, non si tutela il momento di formazione delle quotazioni, bensì, più in generale, la stabilità del mercato finanziario. Quanto alla sanzione, era prevista la reclusione fino a tre anni e la multa da uno a cinquanta milioni di lire. Per espressa disposizione dell’art. 138 TUBC, restavano fermi l’art. 501 c.p. (v. aggiotaggio), l’art. 2628 c.c. (v. aggiotaggio societario) e l’art.181 TUF (v. aggiotaggio su strumenti finanziari). Il d.lg. 11.4.2002 n. 61 ha accorpato la fattispecie dell’aggiotaggio bancario con quelle dell’aggiotaggio su strumenti finanziari (ex art. 181 TUF abrogato) e delle manovre fraudolente sui titoli della società (v. aggiotaggio bancario e su strumenti finanziari). Pertanto per la punibilità dell’aggiotaggio bancario occorre far riferimento al nuovo art. 2637 c.c. riscritto dal d.lg. 11.4.2002 n. 61.

  • AGGIOTAGGIO BANCARIO E SU STRUMENTI FINANZIARI

    In seguito alla riforma, attuata dal d.lg. 11.4.2002 n. 61, emanato in base alla legge delega 3.10.2001 n. 366, della disciplina degli illeciti penali e amministrativi riguardanti le società commerciali contenuta nel Tit. XI, libro V c.c., sono stati accorpati nel nuovo art. 2637 c.c. tre delitti di aggiotaggio in precedenza disciplinati separatamente dall’art. 138 del TUBC (aggiotaggio bancario), dall’art. 181 TUF (aggiotaggio su strumenti finanziari) e dall’art. 2628 c.c. (manovre fraudolente sui titoli della società, ovvero aggiotaggio societario). La riforma è il frutto della ricerca di semplificazione e di razionalizzazione delle fattispecie alla base della riforma del diritto penale societario (intendimenti dichiarati nella legge delega 3.10.2001 n. 366). Il delitto di aggiotaggio, punito con la reclusione da uno a cinque anni, è commesso da chiunque diffonde notizie false ovvero pone in essere operazioni simulate o altri artifici concretamente idonei (reato di pericolo concreto) a: 1) provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari, quotati o non quotati (aggiotaggio su strumenti finanziari), ovvero 2) incidere in modo significativo sull’affidamento che il pubblico ripone nella stabilità patrimoniale di banche o di gruppi bancari (aggiotaggio bancario). Il bene giuridico tutelato non si esaurisce nella formazione e nella negoziazione dei titoli, ma afferisce all’intera stabilità del mercato finanziario.

  • AGGIOTAGGIO SOCIETARIO

    Delitto previsto nell’originaria disciplina dell’art. 2628 c.c., accorpato nel delitto di aggiotaggio bancario e su strumenti finanziari disciplinato dall’art. 2637 del muovo testo del Tit. XI, libro V c.c. sulle disposizioni penali in materia di società e di consorzi promulgato con d.lg. 11.4.2002 n. 61. Il delitto previsto dal vecchio art. 2628 c.c., denominato manovre fraudolente sui titoli della società, afferisce tuttora a fatti commessi anteriormente all’entrata in vigore del d.lg. 2002/61 (argomento ex art. 2 comma 3 c.p.). La fattispecie stabiliva che “gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e i liquidatori che diffondono notizie false o adoperano altri mezzi fraudolenti atti a cagionare nel pubblico mercato o nelle borse di commercio un aumento o una diminuzione del valore delle azioni delle società o di altri titoli ad esse appartenenti, sono puniti con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa non inferiore a lire seicentomila”. La norma tutelava la regolare formazione del prezzo dei titoli nel mercato, volendo impedire che manovre speculative e fraudolente possano artificiosamente modificare il prezzo dei titoli e così pregiudicare gli interessi della società nonché dei singoli soci, specie di quelli di minoranza, che non hanno il controllo sulla gestione sociale, e ancora dei terzi interessati alla negoziazione. A differenza dell’aggiotaggio comune, di cui all’art. 501 c.p., si tratta qui di reato proprio e, benché la norma non sia esplicita sul punto, si deve ritenere che le azioni o i titoli debbano essere della società di cui l’agente è intraneo. Ciò, del resto, spiega il maggior rigore sanzionatorio dell’ipotesi “societaria”. La condotta è descritta in termini generici. Per quanto attiene alla diffusione di notizie false, basta ad integrare il delitto la comunicazione ad una sola persona, che poi a sua volta la diffonda ad altri. Circa l’utilizzazione di altri mezzi fraudolenti, vengono in considerazione tanto comportamenti commissivi che omissivi. Non è necessario che la condotta abbia effettivamente provocato l’aumento o il ribasso, anche se si ritiene che l’azione debba essere idonea ad influenzare il mercato: si tratta quindi di reato di pericolo concreto. Mentre nell’aggiotaggio comune il dolo è specifico, in quanto l’agente deve agire “al fine di turbare il mercato interno dei valori”, qui il dolo è generico. Si ritiene infine che l’art. 2628 c.c. fosse in rapporto di specialità nei confronti dell’aggiotaggio comune, quando il soggetto attivo rivesta tali peculiari qualità.

  • AGGIOTAGGIO SU STRUMENTI FINANZIARI

    1.-Il delitto di aggiotaggio su strumenti finanziari era disciplinato dall’art. 181 del TUF (che riformulava integralmente l’art. 5 l. 17.5.1991 n. 157 ed è stato abrogato dal d.lg. 11.4.2002 n. 61. v. in fine a questa voce). Riguardava esclusivamente i fatti relativi a strumenti finanziari ammessi alla negoziazione nei mercati regolamentati italiani, o di altri paesi dell’Unione Europea (art. 183 TUF). L’art. 181 TUF puniva con la reclusione fino a tre anni e con la multa da uno a cinquanta milioni di lire la condotta di “chiunque divulga notizie false, esagerate o tendenziose, ovvero pone in essere operazioni simulate od altri arti- fici idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari o l’apparenza di un mercato attivo dei medesimi” (con l’applicazione delle pene accessorie previste dagli artt. 28, 30, 32 bis e 32 ter c.p. “per una durata non inferiore a sei mesi e non superiore a due anni, oltre che la pubblicazione della sentenza su due quotidiani, di cui uno economico, a diffusione nazionale”: art. 182 TUF). La fattispecie in esame completava e integrava le diverse incriminazioni in materia di aggiotaggio disciplinate nel codice penale (art. 501 c.p.: “rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato e nelle borse di commercio”: v. aggiotaggio), nel codice civile (art. 2628 c.c.: “manovre fraudolente sui titoli della società”; v. aggiotaggio societario) e nel TUBC(art. 138: v. aggiotaggio bancario). Proseguiva, dunque, il percorso normativo, strutturato attraverso una tipizzazione più marcata delle fattispecie a seconda degli ambiti di applicazione, volta a rendere effettiva la lotta contro i fenomeni di illecita speculazione. Il concorso di norme fra il delitto di aggiotaggio su strumenti finanziari e le varie fattispecie di aggiotaggio non era risolvibile in termini unitari. Mentre il reato di cui all’art. 501 c.p. è da intendersi abrogato con riferimento alla sfera di applicazione dell’aggiotaggio su strumenti finanziari (non sussiste alcun concorso apparente di norme, sebbene l’art. 501 c.p. contenga l’elemento specializzante del dolo specifico), nel confronto fra l’art. 181 TUF e l’art. 2628 c.c. andava applicata la disposizione civilistica tutte le voltein cui il fatto compiuto dagli amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori, amministratori giudiziari e commissari governativi avesse a oggetto azioni della società o altri titoli a essa appartenenti, mentre, se si trattava di altri strumenti finanziari, trovava applicazione l’art. 181 primo comma TUF).2.-Sul piano della tecnica normativa, il reato di aggiotaggio su strumenti finanziari anticipava la tutela penale alla soglia del pericolo: il giudizio sull’idoneità della condotta (“operazioni simulate od altri artifici idonei…”), suscettibile di provocare con rilevante possibilità la realizzazione del pregiudizio temuto e determinante per l’imputazione, era formulato in concreto con prognosi ex ante su base parziale. Con riguardo all’elemento soggettivo, la fattispecie andava qualificata senz’altro a dolo generico: è sufficiente che l’agente abbia, insieme alla rappresentazione dell’idoneità della condotta, la coscienza e volontà di divulgare notizie false, esagerate o tendenziose, ovvero compiere operazioni simulate o altri artifici. Gli ultimi due commi dell’art.181 del TUF prevedono, rispetto alla disciplina previgente (art. 5 l. 1991/15), alcune significative innovazioni in materia di circostanze aggravanti legate, in un caso, alla sensibile alterazione del prezzo o all’apparenza di un mercato attivo e, nell’altro, alla presenza di una serie di qualifiche soggettive (“il fatto è commesso” dagli azionisti che esercitano il controllo a norma dell’art. 93 TUF, dagli amministratori, dai liquidatori, dai direttori generali, dai dirigenti, dai sindaci e dai revisori dei conti di imprese di investimento o di banche che esercitano servizi di investimento, ovvero da agenti di cambio o da componenti o dipendenti della Consob) o al verificarsi di particolarisituazioni di fatto (i “casi previsti dal terzo comma dell’art. 501 c.p.” e la divulgazione a mezzo stampa o di altri mezzi di comunicazione di massa). 3.-Il d.lg. 11.4.2002 n. 61 ha accorpato in un’unica norma (art. 2637 c.c.) le fattispecie di reato in precedenza contenute nel Codice Civile (vecchio art. 2628), nel TUF (art. 181) e nel TUBC (art. 138).

  • AGGIUDICAZIONE

    Nel diritto amministrativo è l’atto con cui si conclude il procedimento di scelta del contraente privato da parte della Pubblica Amministrazione. L’autorità che presiede alla gara (v. gare pubbliche) dichiara qual è l’offerta prescelta e conseguentemente qual è il soggetto vincitore della gara. L’aggiudicazione, che è inserita in un apposito verbale, va inquadrata fra gli accertamenti costitutivi. Essa costituisce l’atto di stipulazione (eccetto che nella trattativa privata) e rende perfetto il contratto, anche se questo dispiega immediata efficacia solo per l’aggiudicatario, mentre per l’amministrazione diventa efficace solo dopo l’approvazione da parte dell’organo competente. Nel diritto processuale civile è la dichiarazione resa nel procedimento di esecuzione forzata secondo cui il bene espropriato è attribuito al miglior offerente.

  • AGGREGATO MONETARIO

    Ogni raggruppamento statistico di grandezze monetarie definito secondo il grado di prossimità al concetto di moneta liquida per eccellenza. Gli aggregati monetari sono utilizzati per misurare l’offerta di moneta. Se ne è cominciato a rilevare dagli anni Settanta a cominciare da Stati Uniti e UK. La definizione del loro contenuto ha variato neltempo ed è spesso diversa da Paese a Paese, anche per gli adattamenti alle peculiarità del sistema finanziario nazionale. Alcuni degli aggregati proposti in passato sono stati abbandonati. Gli aggregati monetari più noti sono quelli della serie M0, M1, M2, M3, M4, M5, M10 (q.v.), non tutti ovunque rilevati. La Banca d’Italia rilevava per il nostro Paese, fino al 1998, tre aggregati: M1, M2 e M2 estesa. Con l’avvio della terza fase dell’UEM sono state adottate tre misure, denominate M1, M2, M3, la cui rilevazione è unificata secondo un modello standard per l’area dell’euro. La Federal Reserve statunitense(V. Federal Riserve System) ha introdotto un’altra misura della liquidità, denominata L, comprendente grosso modo il circolante, i conti correnti, depositi fruttiferi e altre attività investite a breve termine, i depositi a medio termine, i saldi liquidi in eurodollari detenuti dai residenti statunitensi che non sono banche, bankers’ acceptance, commercial paper, saving bonds, Treasury bills e altri titoli liquidi del Tesoro americano. PSL (Private Sector Liquidity), introdotto nel 1979 dalla Bank of England, è unconcetto più ampio delle definizioni tradizionali di stock di moneta implicite nelle serie M. La regolazione dei valore degli aggregati monetari è un obiettivo delle politiche monetarie dei singoli paesi (obiettivi intermedi di politica monetaria). Una eccessiva espansione di tali grandezze tende ad introdurre o accelerare processi inflazionisti; un loro eccessivo contenimento influenza negativamente la domanda aggregata di beni e servizi e può provocare nel sistema economico tendenze recessive.

  • AGGRESSIVE GROWTH FUND

    Tipologia di fondo comune d’investimento mobiliare orientato verso impieghi ad alta volatilità. Esso si indirizza quindi verso titoli a coefficiente beta elevato, suscettibili di dare luogo a consistenti guadagni in conto capitale e può ricorrere a tecniche speculative che configurano combinazioni più elevate di rischio-rendimento, utilizzando contratti futures e options, vendita allo scoperto e facendo leva su un’elevata quota di indebitamento. Per le sue caratteristiche, un aggressive growth fund richiede la massima attenzione riguardo al momento della sottoscrizione e impone una prospettiva temporale giocoforza di lungo periodo.

  • AIAF

    Acr. di: Associazione Italiana degli Analisti Finanziari. Costituita nel 1971 con sede a Milano. Ha per missione di facilitare e sviluppare l’esercizio della professione di analista finanziario, curarne la qualificazione professionale e promuovere il riconoscimento della sua funzione; di promuovere lo studio e l’analisi del mercato mobiliare, per contribuire al suo sviluppo ed efficienza facendosi portavoce nelle sedi e nei modi delle esigenze e dei pareri dei propri soci. Ha aderito nel 1972 all’European Federation of Financial Analyst Societies- EFFAS. Di particolare rilievo sono i corsi di formazione per analisti finanziari certificati dall’EFFAS, che si tengono due volte l’anno. Essi sono organizzati dall’AIAF e sono rivolti a giovani praticanti dotati di formazione universitaria. Il superamento degli esami con l’ottenimento del diploma di merito consente l’iscrizione all’AIAF con qualifica di socio ordinario e l’ottenimento del CEFA (Certified EFFAS Financial Analyst).

  • AIFI

    Abbr. di: Associazione italiana investitori istituzionali nel capitale di rischio. Costituita con sede a Milano nel maggio 1986 tra le società che professionalmente come attività principale effettuano investimenti in aziende, sotto forma di capitale di rischio attraverso l’assunzione, la gestione e lo smobilizzo di partecipazioni, prevalentemente di minoranza e in società non quotate in borsa con l’obiettivo preminente di conseguire nel medio-lungo termine un capital gain. Partecipano all’AIFI società finanziarie di partecipazione, società di gestione di fondi chiusi italiani e advisory companies di fondi chiusi internazionali, banche italiane e internazionali aventi una divisione dedicata all’attività di private equity, finanziarie regionali, società pubbliche per la nascita e lo sviluppo di attività imprenditoriali. Sono inoltre associati ad AIFI, in qualità di membri aderenti, associazioni, enti, istituti di ricerca, studi professionali, società di revisione e consulenza, interessati allo sviluppo del marcato italiano del capitale di rischio. L’AIFI si propone di sviluppare e coordinare l’attività di tali società rappresentandone gli interessi e favorendone la collaborazione in Italia e all’estero; di curare la raccolta e la divulgazione di informazioni nonché i contatti fra gli Associati, il mercato ed altri organismi esterni; di contribuire alla formazione di gruppi manageriali qualificati sia nelle società associate che nelle loro partecipate; di stabilire rapporti con i competenti organi italiani e stranieri al fine di promuovere l’emanazione di provvedimenti legislativi e/o regolamentari volti a disciplinare e favorire l’attività di investimento a titolo di capitale di rischio. Collabora con la European Venture Capital Association-EVCA.

  • AIMA

    Acr. di: Azienda di Stato per gli Interventi sul Mercato Agricolo. Ente pubblico economico istituito con l. 13.5.1966 n. 303, con il compito di intervenire sul mercato del grano, in applicazione del Regolamento 62/19/ CEE, soppressa, posta in liquidazione e sostituita a decorrere dal 16.10.2000 con l’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura-AGEA dal d.lg. 27.5.1999 n.165. L’intervento dell’AIMA consisteva nell’acquisto sul mercato interno del prodotto offerto in vendita al prezzo minimo garantito (detto prezzo di intervento) e nella reimmissione o nel ricollocamento sui mercati della Comunità del prodotto stesso, nel quadro di una politica equilibratrice diretta a mantenere i prezzi ad un livello sufficientemente remunerativo per i produttori, ad un prezzo indicativo. Successivamente l’area degli interventi siè enormemente estesa abbracciando decine di prodotti.

  • AIRe

    Acr. di: Associazione Italiana delle società di Revisione. Costituita nel 1989 con sede a Milano, riunisce otto società di revisione contabile e certificazione dei bilanci di matrice italiana di cui intende tutelare gli interessi anche di fronte alle altre società di revisione di origine estera.

  • AIUTI CONCESSI DAGLI STATI

    Principio generale d’incompatibilità. Il Trattato CE stabilisce all’art. 87 (ex art. 92), che gli aiuti sotto qualsiasi forma concessi dagli Stati (ai diversi livelli: centrale, regionale o locale), o mediante risorse statali, sono incompatibili con il mercato comune. Tale principio generale è tuttavia sottoposto, da una parte (1° comma), ad alcune precise condizioni e, dall’altra (2° e 3° comma), a specifiche deroghe generali e particolari. Le condizioni richieste dal primo comma rispondono all’esigenza di assicurare, anche in questo ambito, il rispetto del principio della concorrenza nei rapporti intracomunitari. È infatti richiesto che tali aiuti, per essere considerati incompatibili, debbano incidere sugli scambi tra gli Stati membri falsando o, anche, minacciando di falsare, la concorrenza, favorendo quindi alcune imprese o talune produzioni. Non rientrano nella categoria degli aiuti incompatibili i c.d. aiuti de minimis (non superiori in tre anni a € 100.000). 1.-Aiuti compatibili. Il secondo comma dell’art. 87 individua invece i casi nei quali gli aiuti, in deroga al principio del 1° comma, sono comunque compatibili; si tratta in particolare: a) degli aiuti a carattere sociale concessi ai singoli consumatori, a patto che non sussista discriminazione sull’origine dei prodotti; b) degli aiuti posti in essere per ovviare a calamità naturali o altri eventi eccezionali; e, infine, c) degli aiuti concessi dalla Germania alle regioni danneggiate dalla divisione del Paese. Il terzo comma, infine, individua i casi nei quali la Commissione europea può autorizzare delle deroghe al principio di cui al primo comma. Le deroghe possono pertanto essere concesse per quegli aiuti destinati: a) a favorire le regioni nelle quali vi sia un ritardo di sviluppo o nelle quali il tasso di disoccupazione sia particolarmente elevato; b) allo sviluppo di un importante progetto d’interesse europeo ovvero alla risoluzione di un grave turbamento dell’economia di uno Stato; c) allo sviluppo di talune attività o di talune regioni e quelli destinati alla cultura, sempre che, in ogni caso, ciò sia nel comune interesse europeo e non alteri gli scambi intracomunitari. Sussiste poi la possibilità che il Consiglio dei Ministri, a maggioranza qualificata e su proposta della Commissione europea, possa autorizzare determinate categorie di aiuti (in proposito si veda, da ultimo, il Regolamento del Consiglio n. 994/98). 2.-Controllo sugli aiuti. La Commissione europea esercita il controllo degli aiuti concessi dagli Stati e ne valuta la compatibilità con il Trattato e con il mercato unico. A tal fine gli Stati, nelle loro diverse articolazioni, devono previamente notificare alla Commissione la disciplina degli aiuti che intendano erogare così che si possa procedere alle opportune verifiche; nelle more, salvo casi eccezionali, l’aiuto non può essere erogato. Se le autorità nazionali erogano degli aiuti incompatibili con la disciplina comunitaria, le stesse autorità possono essere condannate al recupero delle somme erogate o delle agevolazioni concesse incrementate degli interessi e, comunque, in modo da riportare la situazione alle condizioni iniziali di concorrenza. È stato ritenuto opportuno fissare un termine di 10 anni in caso di aiuto illegale, alla scadenza del quale non ci può essere ingiunzionedi recupero. 3.-Procedure. Col Regolamento del Consiglio n. 659/99, è stata per la prima volta data applicazione all’art. 89 (ex art. 94) CE, definendo le procedure per le notifiche e autorizzazioni dei uovi aiuti e sulle procedure da adottare in caso di aiuti illegali e abusivi. Nel gennaio 2001 la Commissione europea ha adottato una serie di regolamenti che riserva un regime speciale agevolato, tra gli altri, agli aiuti di Stato concessi alle Piccole e Medie Imprese (Reg. (CE) n. 70/2001 della Commissione, del 12 gennaio 2001), alla formazione (Reg. (CE) n. 68/2001 della Commissione, del 12 gennaio 2001), a ricerca e sviluppo tecnologico (Reg. (CE) n. 71/ 2001 della Commissione, del 12 gennaio 2001) oltre che ad ambiente e formazione.

  • AIUTI DE MINIMIS

    Nel linguaggio comunitario indica gli aiuti di importanza minore, da ultimo disciplinati con il Regolamento (CE) n. 69/2001 della Commissione, del 12 gennaio 2001, relativo all’applicazione degli articoli 87 e 88 TCE. Si tratta di aiuti che non rientrando nella previsione dell’articolo 87 (ex art. 92), paragrafo 1 del Trattato e sono dispensati dalla procedura di notifica di cui all’articolo 88 (ex art.93), paragrafo 3 del Trattato, a condizione che, ove concessi ad una medesima impresa (escluse quelle appartenenti ad alcuni specifici settori critici) in un determinato arco di tempo (tre anni), non superino un importo prestabilito. Per gli aiuti de minimis si ritiene infatti che il loro importo poco elevato non è tale da falsare o da minacciare di falsare in modo sensibile la concorrenza e da incidere sugli scambi tra gli Stati membri. L’importo massimo totale dell’aiuto rientrante nella categoria de minimis è di 100 000 euro su un periodo di tre anni a decorrere dal momento del primo aiuto de minimis. L’importo comprende qualsiasi aiuto pubblico accordato quale aiuto de minimis e non pregiudica la possibilità del beneficiario di ottenere altri aiuti in base a regimi autorizzati dalla Commissione. Esso comprende qualsiasi aiuto pubblico accordato quale aiuto, indipendentemente dalla sua forma e obiettivo, con l’eccezione degli aiuti all’esportazione. Gli aiuti pubblici da prendere in considerazione ai fini del rispetto del massimale di 100 000 euro sono quelli concessi dalle autorità nazionali, regionali o locali (ma di regola sono erogati nell’ambito di regimi gestiti da enti locali o regionali) a prescindere dal fatto che le risorse provengano interamente dagli Stati membri o che le misure siano cofinanziate dalla Comunità tramite i fondi strutturali, in particolare il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR). La regola de minimis, benché interessi prioritariamente le PMI, è applicabile a prescindere dalle dimensioni delle imprese beneficiarie (cioè anche alle grandi imprese). Per l’art. 1 del Regolamento (CE) n. 69/ 2001 della Commissione del 12.1.2001, la normativa de minimis non si applica: al settore dei trasporti e alle attività legate alla produzione, alla trasformazione o alla commercializzazione dei prodotti di cui all’allegato I del Trattato istitutivo dell’Unione Europea; agli aiuti a favore di attività connesse all’esportazione, vale a diregli aiuti direttamente connessi ai quantitativi esportati, alla costruzione e gestione di una rete di distribuzione o ad altre spese correnti connesse all’attività di esportazione; agli aiuti condizionati all’impiego preferenziale di prodotti interni rispetto ai prodotti importati.

  • AL BUIO

    Operare, decidere al buio significa nel gergo di borsa (e in generale nella vita) eseguire operazioni sulla base dell’intuito personale o di voci non controllabili, senza una precisa analisi della solidità del titolo negoziato e del suo andamento sul mercato azionario.

  • AL PORTATORE

    Particolare categoria di titoli di credito, in cui la legittimazione all’esercizio del diritto incorporato nel documento è data dal semplice possesso materiale del titolo medesimo. L’eventuale indicazione di un nominativo effettuata sul titolo, o la sua individuazione anche attraverso espressioni simboliche o di fantasia, come avviene p.e. per i libretti di risparmio nominativi pagabili al portatore, non incide sulla natura di questa categoria di titoli di credito. La circolazione dei titoli di credito al portatore si attua, pertanto, con la semplice traslazione materiale del possesso del documento da un soggetto ad un altro, il quale ultimo acquistala legittimazione solo mediante il possesso del titolo e senza bisogno di alcun’altra formalità. Ne deriva che, mentre non è possibile seguire la circolazione del documento nei suoi vari passaggi, sono altresì inconcepibili, per questa categoria di titoli, quelle clausole limitative dellacircolazione pienamente consentite, invece, per i titoli all’ordine, come la clausola non trasferibile, o non all’ordine. Non essendo, di norma,ammesso l’ammortamento di un titolo di credito al portatore salvo eccezioni, come avviene per i libretti di risparmio al portatore (v. libretto di deposito), chi denunci all’emittente del titolola sottrazione o lo smarrimento del medesimo, fornendo la relativa prova, ha diritto di ottenere la prestazione, una volta che sia decorso il termine di prescrizione del titolo stesso. Ove invece il titolo si logori o si deteriori, il possessore ha diritto di ottenere dall’emittente, a proprie spese e previa restituzione del titolo deteriorato, un titolo equivalente.

  • ALBO

    Pubblico registro in cui sono elencati quei soggetti per i quali l’iscrizione costituisce elemento necessario per l’esercizio di una determinata attività. Finalità fondamentale dell’albo è quella di dare pubblicità e di consentire un controllo dei soggetti iscritti e dei requisiti relativi.

  • ALBO DELLE BANCHE E DEI GRUPPI BANCARI

    Registri nei quali la Banca d’Italia iscrive rispettivamente le banche autorizzate in Italia (banche italiane e succursali di banche extracomunitarie) e le succursali di banche comunitarie stabilite in Italia (art. 13 TUBC) e i gruppi bancari (art. 64 TUBC; per i gruppi l’iscrizione può avvenire anche d’ufficio). Mentre per le prime l’iscrizione nell’albo è subordinata al rilascio dell’autorizzazione dell’attività bancaria, l’iscrizione delle succursali di banche comunitarie deve essere preceduta da un’apposita comunicazione alla banca interessata da parte della Banca d’Italia ovvero, in caso di silenzio, dal decorso di due mesi dalla comunicazione effettuata all’Istituto medesimo da parte dell’Autorità del paese d’origine (art. 15.3 TUBC). L’iscrizione di una banca extracomunitaria è soggetta all’autorizzato con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, d’intesa con il Ministro degli affari esteri, sentita la Banca d’Italia. La cancellazione dall’albo è prevista come conseguenza della conclusione della procedura di liquidazione coatta amministrativa. L’albo riporta delle banche il codice identificativo, il nome, l’indirizzo, la data di inizio dell’attività, il gruppo istituzionale di appartenenza (banca spa, banca di credito cooperativo, banca popolare, filiale di banca estera, istituto centrale di categoria, istituto di rifinanziamento), lo Stato estero di insediamento della casa madre per le filiali di banche estere, oltre all’annotazione di eventuali procedure di liquidazione in corso.

  • ALBO DELLE IMPRESE DI INVESTIMENTO

    Istituito dall’art. 20 TUF, l’Albo delle imprese di investimento, tenuto dalla Consob, appare riconducibile alla categoria dei c.d. albi professionali e imprenditoriali, nei quali vengono iscritti i soggetti e le imprese abilitate all’esercizio di determinate professioni o attività. Per quanto concerne il contenuto dell’albo, si può rimarcare una sostanziale analogia con quello precedente di cui all’art. 9 del decreto Eurosim, individuato con delibera Consob n° 10296/1996. In esso, vengono iscritte le SIM e le imprese d’investimento extracomunitarie mentre quelle comunitarie sono iscritte in un apposito elenco allegato all’albo (art. 20, 1° comma TUF). Tutte le iscrizioni vengono comunicate dalla Consob alla Banca d’Italia ed i soggetti iscritti devono indicare negli atti e nelle corrispondenza gli estremi dell’iscrizione. Quest’ultima realizza così una funzione di pubblicità e di informazione del pubblico dirette a tutelare l’interesse pubblico circa la capacità e la qualifica professionale dei soggetti che esercitano attività di investimento.

  • ALBO UNICO NAZIONALE DEI PROMOTORI FINANZIARI

    Albo prescritto dall’art. 31, c. 4 del TUF (ma già istituito dalla l. 2.1.1991 n. 1 e preceduto da un Albo di autodisciplina dei consulenti finanziari privato, fondato nel 1988 dall’ANASF, l’associazione i categoria dei promotori) articolato in sezioni territoriali contenente l’elenco di tutti i promotori iscritti alla data di pubblicazione. L’albo contiene le informazioni previste dal Regolamento Intermediari (art. 97, comma 2) relative a ciascun soggetto abilitato: cognome e nome; luogo e data di nascita; indirizzo di residenza e, se residente all’estero, indirizzo del domicilio eletto in Italia; data di iscrizione all’Albo; denominazione eventuale dell’intermediario per cui il promotore opera. Alla tenuta dell’albo provvede un organismo costituito dalle associazioni professionali rappresentative dei promotori e dei soggetti abilitati (Organismo per la tenuta dell’albo dei promotori finanziari), istituito nel 1999 ma pienamente operativo dal 2009. L’organismo opera nel rispetto dei principi e dei criteri stabiliti con regolamento della Consob, e sotto la vigilanza della medesima. Il DM 11/11/1998 n. 472 ha individuato i requisiti di onorabilità e di professionalità necessari ai fini dell'iscrizione all'Albo unico dei promotori finanziari valutati sulla base della pregressa esperienza professionale, ovvero sulla base di prove valutative. La Consob ha invece il compito di determinare, con regolamento, i principi e i criteri relativi alla formazione dell'albo previsto dal comma e alle relative forme di pubblicità; ai requisiti di rappresentatività delle associazioni professionali dei promotori finanziari e dei soggetti abilitati; all'iscrizione all'albo e alle cause di sospensione, di radiazione e di riammissione; alle cause di incompatibilità; ai provvedimenti cautelari e alle sanzioni; all'esame, da parte della stessa Consob, dei reclami contro le delibere dell'Organismo per la tenuta dell’albo dei promotori finanziari; alle regole di presentazione e di comportamento che i promotori finanziari devono osservare nei rapporti con la clientela; alle modalità di tenuta della documentazione concernente l' attività svolta dai promotori finanziari; all'attività dell'Organismo per la tenuta dell’albo dei promotori finanziari e alle modalità di esercizio della vigilanza da parte della stessa Consob; e infine alle modalità di aggiornamento professionale dei promotori finanziari. La Consob può chiedere ai promotori finanziari o ai soggetti che si avvalgono di promotori finanziari la comunicazione di dati e notizie e la trasmissione di atti e documenti fissando i relativi termini. Essa può inoltre effettuare ispezioni e richiedere l'esibizione di documenti e il compimento degli atti ritenuti necessari. Per conseguire l’iscrizione all’albo è necessario essere in possesso dei requisiti di onorabilità prescritti dal regolamento ministeriale e non trovarsi in una delle situazioni impeditive previste regolamento medesimo; essere muniti di un titolo di studio non inferiore al diploma di istruzione secondaria superiore come prescritto dal regolamento ministeriale;aver superato la prova valutativa, avente carattere teorico-pratico, indetta con cadenza almeno annuale dall’Organismo, volta a verificare l’effettivo possesso da parte dei candidati delle competenze necessarie per lo svolgimento dell’attività di promotore. La prova valutativa verte almeno sulle seguenti materie: diritto del mercato finanziario, disciplina dell’attività di promotore, nozioni di matematica finanziaria e di economia del mercato finanziario, nozioni di diritto privato e nozioni di diritto tributario riguardanti il mercato finanziario. La prova è organizzata e valutata dall’Organismo, il quale a tal fine si avvale di commissioni esaminatrici composte da soggetti dotati di provata competenza professionale, composta in maggioranza da soggetti non iscritti all’albo dei promotori né esponenti o dipendenti di soggetti abilitati. Nei seguenti casi l’Organismo può procedere alla cancellazione del promotore dall’albo: su domanda dell’interessato; in caso di perdita di uno dei requisiti per l’iscrizione all’albo;mancato pagamento del contributo di vigilanza;mancato pagamento del contributo previsto dall’Organismo; e infine in caso di decesso. E’ tuttavia possibile che i promotori cancellati dall’albo possono esservi nuovamente iscritti a domanda, purché o siano rientrati in possesso dei requisiti richiesti ai fini dell’iscrizione, e non sussistano alcune delle condizioni precedentemente elencate.

    Redattori: Andrea LORASCHI, Bianca GIANNINI
    © 2010 ASSONEB

  • ALEA

    Per alea (in senso giuridico) si intende il rischio che grava sulle parti di un contratto, riguardo al “se” e al “quanto” delle prestazioni da loro dovute. Si considerano aleatori i contratti che sono caratterizzati da una incertezza (al momento della loro conclusione) su tali punti (p.e., i contratti di gioco e scommessa, di assicurazione, di rendita vitalizia). Non basta, invece, a rendere aleatorio un contratto, il rischio che riguarda le possibili variazioni in merito al costo e al valore delle prestazioni delle parti. Questo rischio, che inerisce ad ogni operazione contrattuale, costituisce la c.d. alea normale del contratto, del tutto priva di rilievo se non nel caso in cui sia alterata da avvenimenti straordinari ed imprevedibili e possa pertanto determinare la risoluzione del contratto per eccessiva onerosità. Accanto ai contratti aleatori, in cui l’incertezza indicata è essenziale alla funzione che il contratto svolge (come negli esempi sopra fatti; si parla allora di alea tipica), vi sono altri contratti che possono diventare aleatori perché le parti convenzionalmente creano a carico di una di esse un rischio che tipicamente non esisterebbe, p.e. pattuendo che l’acquirente debba comunque pagare il prezzo anche se la cosa venduta non venga ad esistenza. Ai contratti aleatori, che sono tali per volontà delle parti o per loro natura, non si applicano le regole sulla rescissione per lesione (art. 1448 c.c.) e sulla risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta (art. 1467 c.c.), perché la eventualità di uno squilibrio tra le due prestazioni rientra nel rischio tipico del contratto o, comunque, viene accettata anche dalla parte che ne subisce le conseguenze.

  • ALFA DI JENSEN

    L’Alfa di Jensen rientra tra gli indici di rendimento "risk-adjusted" e misura il rendimento incrementale o extrarendimento che un fondo di investimento ha prodotto rispetto alla redditività che avrebbe dovuto offrire sulla base del suo livello di rischio sistemico1.
    La qualità di un fondo, infatti, è normalmente misurata confrontando la sua performance con quella del benchmark di riferimento. In una gestione attiva, il gestore tenterà di battere il benchmark sovrappesando o sottopesando alcuni titoli del portafoglio (discostandosi così dal benchmark) che lui stesso ritiene sottovalutati/sopravalutati. Se si considera il rischio sistemico beta () del fondo e pertanto la correlazione tra il rendimento del fondo e quello del benchmark di riferimento, i fondi che presentano un valore dell’alfa di Jensen elevato hanno prodotto un rendimento (o extrarendimento) maggiore rispetto a quello che avrebbero dovuto registrare sulla base del solo rischio sistemico.
    Per calcolare l’alfa di Jensen è necessario individuare:
    - il differenziale medio tra il rendimento del fondo e quello dell’attività priva di rischio;
    - il coefficiente beta () del fondo;
    - il differenziale medio tra il rendimento del benchmark e quello dell’attività priva di rischio.

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    1Assogestioni, (2006), "Guida italiana al risparmio gestito", Milano.
    Redattore: Mirko IORI
    © 2009 ASSONEBB

     

  • ALGORITMO

    Schema o procedimento matematico di calcolo descrivibile con un numero finito di regole che porta al risultato dopo un numero finito di operazioni, cioè di applicazione delle regole; p.e. il calcolo del codice di controllo delle coordinate bancarie, del PIN, delle chiavi di cifratura (v. cifrario; cifra chiave).

  • ALGORITMO CRITTOGRAFICO

    Procedimento per codificare un messaggio in modo che lo possa decodificare e leggere solo il destinatario. Gli algoritmi crittografici sono classificati in due famiglie: simmetrici (a chiave privata) e asimmetrici (a chiave pubblica). a) Negli algoritmi simmetrici il mittente e il destinatario si accordano su una singola chiave da mantenere segreta che è usata sia in fase di cifratura, sia in quella di decifratura. Il più noto algoritmo simmetrico, il DES (Data Encryption Standard), sviluppato da IBM e certificato in USA nel 1977, non è più considerato assolutamente sicuro in quanto è stato è più volte violato. Per questi motivi ha perso nel 1998 la certificazione, ma continua a essere abbastanza usato. Con questa categoria di algoritmi è necessaria una chiave per ogni coppia di persone e perciò (per fare un esempio) per 100 utenti servono 4.950 chiavi. Ciò rende estremamente complesso il problema della distribuzione delle chiavi, che è il vero punto debole di questo schema. b) Gli algoritmi asimmetrici sono a “a doppia chiave” basati sul seguente schema: ognuno possiede due chiavi, legate una all’altra, l’una privata, nota solo al proprietario, l’altra pubblica nota a tutti; ciò che viene cifrato con la prima chiave può essere decifrato con l’altra (e di solito viceversa). il primo algoritmo è lo RSA stato sviluppato nel 1978 da Ron L.Rivest, Adi Shamir e Leonard Adleman (la sigla è l’acr. dei loro nomi).

  • ALIENAZIONE DI UN DIRITTO

    È il trasferimento di un diritto da un soggetto ad un altro, che lo acquista a titolo derivativo. Non di tutti i diritti è consentita l’alienazione. Accanto alla categoria, certamente ampia nel diritto privato, dei diritti disponibili, vi è quella dei diritti indisponibili, quelli, cioè, che per il fatto di essere strettamente inerenti alla persona che ne è titolare (si pensi, p.e., al diritto alla vita, alla integrità fisica, al nome, all’onore ecc.) si acquistano con la nascita e si estinguono con la morte. L’alienazione, a seconda che venga o meno effettuata verso la corresponsione di un corrispettivo, può essere a titolo oneroso o a titolo gratuito. In genere, l’alienante a titolo oneroso è protetto meno intensamente dell’alienante a titolo gratuito: p.e., riguardo ai vizi della cosa (cfr. gli artt. 798 e 1490 c.c.).

  • ALIENAZIONE, DIVIETO

    La possibilità del titolare di alienare una cosa può essere limitata dalla legge o convenzionalmente. P.e. gli assegnatari di alloggi economici e popolari non possono per legge vendere l’alloggio assegnato se non dopo un certo numero di anni. Il patto di non alienare è sottoposto ad alcune restrizioni: non è valido se non è contenuto entro convenienti limiti di tempo e se non risponde ad un apprezzabile interesse di una delle parti (art. 1379 c.c.). L’efficacia del patto si produce solo tra le parti, nel senso che l’acquisto del terzo è pienamente valido e l’alienazione comporta soltanto un obbligo di risarcimento del danno (per inadempimento) a carico dell’alienante.

  • ALIQUOTE D'IMPOSTA SULLE IMPRESE IN EUROPA

    Secondo la teoria, l'aliquota legale indica quanto è dovuto dal contribuente per ogni unità di reddito imponibile, mentre l'aliquota effettiva dice quanto dovuto dal contribuente per ogni unità di reddito complessivo (BOSI, Corso di scienza delle finanze, Bologna, Il mulino). Dunque, contenendo informazioni maggiori sulle modalità di calcolo della base imponibile, l'aliquota effettiva può fornire una visione d'insieme migliore su quello che è l'onere complessivo a carico delle imprese. Infatti questa riesce a cogliere il modo in cui le aliquote legali, le detrazioni per gli ammortamenti fiscali e le modalità di finanziamento degli investimenti (se con utili non distribuiti, debito o nuovo capitale) possano influenzare l'importo dell'imposta da pagare.

    Il grafico 4 illustra come è variata l'aliquota effettiva nei paesi europei in quattro anni compresi tra il 2007 e il 2017: 2007, 2010, 2013, 2017 (fonte Commissione Europea). All'inizio del periodo il paese con l'aliquota effettiva più elevata era la Germania, con il 35,5%, seguita a poca distanza da Francia e Spagna. L'aliquota legale era invece del 38,7%. Nel 2017 invece, il paese che applicava la percentuale più alta era la Francia al 33,4%,seguita da Malta al 32,2% e Spagna al 30,1%. Il livello più basso si ha invece in Bulgaria al 9%. Questi dati sono generalmente coerenti con quanto osservato riguardo le aliquote legali. La Francia, pur non avendo l'aliquota legale più alta (è il secondo paese dopo Malta), ha quella effettiva più alta. La media delle aliquote effettive rilevate nei 28 Stati Membri dell'Unione tra l'inizio e la fine del periodo considerato si è ridotta di 2 punti percentuali.

    Se in quello stesso periodo l'andamento delle aliquote legali è stato discendente, ci si aspetta che anche le effettive seguano un andamento simile, anche se in modo meno marcato. Ciò è evidenziato dal grafico 5. Da questo andamento non è però subito chiaro se le differenti traiettorie siano un indicatore dell'ampliamento della base imponibile, soprattutto in assenza di evidenti cambiamenti nella base.

  • ALL'ORDINE

    Particolare categoria di titoli di credito, in cui legittimato ad esercitare il diritto incorporato nel documento è colui che, oltre ad essere possessore del documento stesso, è stato indicato dall’emittente come ordinatario o primo prenditore, o può dimostrare di essere un prenditore successivo sulla base di una serie continua di girate risultanti dal titolo. Mezzo tecnico di circolazione di questa categoria di titoli di credito è la girata, che è l’ordine impartito, con dichiarazione scritta dal possessore (girante) al debitore di eseguire la prestazione alla persona a favore della quale la girata è fatta. La girata trasferisce tutti i diritti inerenti al titolo. Appunto perché si concreta nell’ordine dato all’emittente di eseguire la prestazione indicata dal titolo a favore di altri, la girata parziale è nulla e, se condizionata, la condizione si considera non apposta. In caso di distruzione, sottrazione o smarrimento del titolo all’ordine si può ricorrere alla procedura di ammortamento (v. ammortamento dei titoli).

  • ALLA PARI

    Identità tra la quotazione di un titolo (cioè il prezzo corrente attribuitogli dal mercato o il prezzo di emissione) e il suo valore nominale. Con riferimento ai cambi esteri, tale espressione individua l’equivalenza di un corsodi cambio rispetto alla parità base tra le valute considerate. Alla pari indica anche un’operazione qualsiasi realizzata senza guadagni né perdite

  • ALLARGAMENTO DELLA COMUNITÀ EUROPEA

    Con questo termine si designano le cinque adesioni che si sono succedute nella storia della Comunità europea, con il risultato che ventuno Paesi si sono finora aggiunti ai sei paesi fondatori che sono la Germania, il Belgio, la Francia, l’Italia, il Lussemburgo e i Paesi Bassi. Le date dei suddetti ampliamenti sono state le seguenti: 1973 per Danimarca, Irlanda e Regno Unito; 1981 per la Grecia; 1986 per Spagna e Portogallo; 1995 per Austria, Finlandia e Svezia; 2004 per Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica slovacca, Slovenia e Ungheria. Col Trattato di Lussemburgo del 25.4.2005 l'allargamento è stato infine esteso a Bulgaria e Romania con decorrenza dal 1° gennaio 2007. L'UE a 27 ha oggi una popolazione di oltre 495 milioni di abitanti e costituisce il mercato interno più grande del mondo. Il mercato unico allargato rappresenta il 19% circa del commercio mondiale. In particolare, nel 2004 l'adesione dei 10 nuovi paesi ha prodotto un aumento del prodotto nazionale lordo (PNL) complessivo dell'UE a 25 del 4-5% ma ha ridotto nel contempo il PNL pro capite al 92% del precedente PNL dell'UE a 15.
    1.Criteri di adesione.
    In concreto, il Consiglio ha fissato alcuni criteri sulla base dei quali valutare la richiesta di ciascun Paese candidato:
    a) il raggiungimento di una stabilità istituzionale che garantisca la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani, il rispetto e la protezione delle minoranze;
    b) l’esistenza di un’economia di mercato funzionante oltre che la capacità di rispondere alle pressioni concorrenziali e dalle forze di mercato all’interno dell’Unione; 
    c) la capacità di assumersi gli obblighi connessi con tale appartenenza, compresa l’adesione agli obiettivi dell’unione politica,economica e monetaria.
    Insistendo sull’importanza dell’elemento economico, il Consiglio europeo di Essen (9 e 10 dicembre 1994) ha identificato l’elemento essenziale per il ravvicinamento di questi Stati nella loro preparazione all’integrazione nel mercato interno dell’Unione, attraverso l’adozione graduale dell’acquis comunitario(la cosiddetta strategia di preadesione). In seguito a tale risoluzione, la Commissione ha presentato nel 1995 un Libro bianco relativo alla "Preparazione dei Paesi Associati dell’Europa centro-orientale per l’integrazione nel Mercato Interno dell’Unione" in cui sono identificate le principali aree di intervento necessarie per riavvicinare i PECO al disposto dell’acquis comunitario e dunque preparare la loro adesione. In sintesi, in questa prima fase che arriva fino al Consiglio europeo di Amsterdam (16 e 17 giugno 1997), la strategia di preadesione, formalizzata ad Essen e basata sui criteri identificati dal Consiglio europeo di Copenaghen, si è realizzata da un lato attraverso gli accordi europei, accordi bilaterali tra ogni Stato candidato e l’UE, in cui inserire diverse forme di cooperazione, e dall’altro attraverso il Libro bianco sul mercato unico ed il programma PHARE, finalizzati a favorire l’adozione in tempi brevi dell’acquis comunitario. 

    2.L’Agenda 2000. 
    A seguito dell’invito formulato dal Consiglio europeo di Madrid (15 e 16 dicembre 1995) che chiedeva il rafforzamento della strategia di preadesione definita ad Essen, ed in conformità al calendario da esso fissato per il processo d’ampliamento, in cui si chiedeva alla Commissione di preparare pareri sulle candidature presentate da trasmettere al Consiglio dopo la conclusione della Conferenza Intergovernativa del 1996-97, la Commissione ha presentato al Parlamento europeo il 16 luglio 1997 la sua comunicazione sulla Agenda 2000. Le proposte della Commissione contenute in Agenda 2000 sono state in seguito adottate dal Consiglio europeo di Lussemburgo (12 e 13 dicembre 1997), che ha preso le decisioni necessarie per avviare il processo di ampliamento nel suo insieme. Il Consiglio europeo ha caratterizzato l’ampliamento come un "processo globale, capillare ed evolutivo", che si svilupperà per tappe, a seconda del ritmo di ciascun Paese candidato ed in funzione del suo livello di preparazione. Tuttavia, poiché lo stesso ampliamento deve mantenere necessariamente la caratteristica di processo unitario che coinvolge tutti i Paesi candidati, il Consiglio ha deciso di istituire la Conferenza europea, proposta dalla Commissione quale forum multilaterale di consultazione politica per un dialogo diretto e formale al più alto livello tra le parti oggetto del processo di allargamento dell’Unione, al fine di favorire il suo completamento nella maniera meno traumatica possibile. Alla luce di quanto elaborato dal Consiglio europeo di Lussemburgo, il processo di ampliamento così concepito si può allora riassumere attraverso due linee evolutive principali. In primo luogo, il quadro normativo costituito dai negoziati di adesione in senso stretto, unico per tutti i Paesi candidati e gestito a livello bilaterale tramite gli "accordi europei" tra l’UE ed ogni singolo Stato candidato.

    3. Strategia di preadesione rafforzata. 
    Il secondo elemento centrale del processo di ampliamento è la strategia di preadesione rafforzata. Accanto agli accordi europei che continuano a costituire la base giuridica bilaterale delle relazioni dell’UE con i suddetti Paesi, questa strategia si basa su due elementi. In primo luogo, il partenariato per l’adesione è lo strumento che costituisce l’asse portante della strategia di preadesione rafforzata con l’obiettivo di riunire tutte le forme di assistenza a favore dei Paesi candidati dell’Europa centrale ed orientale in un unico quadro per l’attuazione di programmi nazionali di preparazione all’adesione all’Unione. L’obiettivo dei partenariati per l’adesione, che non vanno comunque ad interferire con i singoli negoziati in corso con i Paesi candidati, è definire un unico quadro di riferimento che contempli specificamente da un lato le priorità che ciascun Paese candidato dovrà soddisfare per il recepimento dell’acquis comunitario, priorità risultanti dall’analisi della situazione di ciascun Paese in considerazione del soddisfacimento dei criteri politici ed economici, e dall’altro gli strumenti finanziari disponibili a questo fine, ed in particolare il programma PHARE. Il Consiglio ha definito nel marzo del 1998 i principi, le priorità, gli obiettivi intermedi e le condizioni applicabili a ciascun partenariato con i Paesi candidati. A seguito di questa decisione, il 25 marzo seguente la Commissione europea ha presentato i progetti definitivi dei partenariati per l’adesione per i dieci Paesi candidati dell’Europa centrale ed orientale, fissando per ciascun Paese le priorità a breve (un anno) ed a medio termine. I partenariati per l’adesione comprendono in tutti i casi una clausola di condizionalità, secondo la quale gli aiuti concessi per la preadesione sono subordinati all’osservanza degli accordi europei e alla realizzazione di progressi nel rispetto dei criteri politici fissati a Copenaghen.

    4.Rafforzamento degli aiuti alla preadesione.
    Circa il rafforzamento degli aiuti alla preadesione, il secondo elemento della nuova strategia di preadesione rafforzata, il Consiglio europeo di Lussemburgo ha deciso il sostanziale aumento dell’aiuto alla preadesione e, come complemento al programma PHARE per il periodo 2000 - 2006, sono stati istituiti lo strumento strutturale preadesione (ISPA) e lo strumento agricolo di preadesione (SAPARD). Successivamente lo strumento di assistenza preadesione (IPA) ha sostituito i precedenti per il periodo 2007 - 2013 (l'IPA sostituirà per lo stesso periodo anche gli aiuti di preadesione specifici ai sensi del regolamento (CE) n. 2500/2001 destinati alla Turchia). Sempre lo stesso Consiglio europeo di Lussemburgo ha deciso altresì di orientare il programma PHARE su due obiettivi prioritari: da un lato, il rafforzamento della capacità amministrativa e giudiziaria (30 per cento della sua dotazione) e dall’altro gli investimenti connessi con il recepimento dell’acquis comunitario (il rimanente 70 per cento). Secondo la Relazione della Commissione, del 12 gennaio 2007, intitolata "Relazione del 2005 su PHARE e sugli strumenti di preadesione e di transizione" [COM(2007) 3 def. - Non pubblicata nella Gazzetta ufficiale] Il programma Pharecosì rinnovato per il periodo 2000-2006, ha disposto di un bilancio di oltre 10 miliardi di euro. Anche se inizialmente concepito come un programma riservato ai paesi PECO (la Bulgaria, l'Estonia, l'Ungheria, la Lettonia, la Lituania, la Polonia, la Repubblica ceca, la Romania, la Slovacchia, la Slovenia e la Croazia sono i paesi candidati che hanno beneficiato del programma) il Phare si è poi esteso ai paesi candidati dei Balcani occidentali.

    5.Il processo di allargamento
    In base all’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea ogni Stato europeo che rispetti i principi di libertà, democrazia, Stato di diritto, tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali può domandare di diventare membro dell'Unione. Spetta poi al Consiglio, previa consultazione della Commissione e previo parere conforme del Parlamento europeo,esprimersi all’unanimità sulla richiesta di adesione per concedere lo status di paese candidato. Una volta stabilito da parte del Consiglio un mandato negoziale con un paese candidato membro dell’Ue si procede con i negoziati per stabilire tempi e modalità di adozione della normativa comunitaria. In tale fase lo stato membro può procedere mediante i cosiddetti partenariati per l’adesione ad attuare le riforme e gli adattamenti necessari ad aderire all’UE. Lo stato può aderire all’UE solo se soddisfa i cosiddetti criteri di Copenaghen e ha adottato l’acquis comunitario. In particolare, la normativa comunitaria cui ciascun candidato membro deve adeguarsi è suddivisa in diversi capitoli (Libera circolazione delle merci, Libera circolazione dei lavoratori, Diritto di stabilimento e libera prestazione di servizi, Libera circolazione dei capitali, Appalti pubblici, Diritto societario, Normativa sulla proprietà intellettuale, Politica della concorrenza, Servizi finanziari, Società dell’informazione e media, Agricoltura, Sicurezza alimentare e politica veterinaria e fitosanitaria, Pesca, Politica dei trasporti, Energia, Fiscalità, Politica economica e monetaria, Statistiche, Politiche sociali e occupazione, Politica industriale e delle imprese, Reti trans europee, Politica regionale e coordinamento degli strumenti strutturali, Sistema giudiziario e diritti fondamentali, Giustizia, libertà e sicurezza, Scienza e ricerca, Istruzione e cultura, Ambiente, Tutela dei consumatori e della salute, Unione doganale, Relazioni esterne, Politica estera, di sicurezza e di difesa, Controllo finanziario, Disposizioni finanziarie e di bilancio, Istituzioni, Altre questioni), corrispondenti ognuno ad un settore strategico. In una fase di screening la legislazione del candidato membro viene analizzato sotto il profilo della compatibilità con la legislazione comunitaria in ciascuno dei settori strategici, su ciascuno dei quali ha luogo inseguito un negoziato separato. Nella fase di screening ha un ruolo importante il programma di assistenza tecnica e di scambio di informazioni (Technical Assistance Information Exchange Office - TAIEX) che supporta le istituzioni UE in questa analisi. A conclusione delle negoziazioni viene elaborato un progetto di Trattato di adesione, in cui confluisce il risultato delle negoziazioni su ciascun capitolo. Sul testo del Trattato di adesione si esprime il Parlamento europeo e dopo la firma, il Trattato di adesione è sottoposto alla ratifica da parte di tutti gli Stati membri, nonché del paese interessato, in base alle rispettive norme costituzionali.

    6. Future adesioni 
    Il 3 ottobre 2005 sono stati avviati formalmente i negoziati per l’entrata nell’Unione Europea di Croazia, Turchia. Anche i negoziati per l’adesione dell’Islanda sono stati recentemente avviati (17 giugno 2010) a seguito della sua candidatura sottoposta al Consiglio il 16 luglio 2009. Infine, anche l’ex Repubblica iugoslava di Macedonia ha espresso la sua aspirazione ad entrare in Europa ( è ufficialmente diventato un paese candidato nel dicembre del 2005). Tuttavia, i negoziati per l’adesione non sono ancora stati avviati. Al momento gli altri paesi dei Balcani occidentali(Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Serbia e Kosovo) sono invece considerati paesi candidati potenziali in quanto è stato inizializzato per loro un processo – noto come " processo di stabilizzazione e di associazione" – teso ad avvicinarli progressivamente all’UE (già attuato ad esempio in Croazia e nell’ex Repubblica iugoslava di Macedonia).

    Redattori : Carlo SECCHI, Laura RESMINI, Carlo ALTOMONTE, Bianca GIANNINI
    © 2010 ASSONEB

  • ALLEGGERIMENTO DELLA POSIZIONE

    Operazione compiuta, nell’ambito della speculazione di borsa, sulla posizione titoli allo scopo di ridurre il rischio, in un momento di reazione del mercato, quando i prezzi tendono al ribasso ma in modo ritenuto transitorio, tale cioè da far prevedere una successiva ripresa. L’alleggerimento della posizione si può ottenere: con una operazione contraria a quella iniziale e per un quantitativo minore di titoli; p.e., con la vendita a prezzo inferiore rispetto ad un acquisto a prezzo più alto; con un’operazione simile a quella iniziale, cioè con una compera a prezzo inferiore rispetto alla prima per un quantitativo uguale, minore o maggiore di titoli, in modo che l’ammontare complessivo dei titoli aumenti e il costo medio, cioè la c.d. media di carico dell’intera posizione titoli, diminuisca con la conseguente riduzione del rischio di perdita.

  • ALLENTAMENTO MONETARIO - QUANTITATIVE EASING (ENCICLOPEDIA)

    Abstract

    Il termine “allentamento monetario”, conosciuto anche come “alleggerimento quantitativo” o QE (acronimo di Quantitative Easing) rientra nelle politiche monetarie che può adottare una Banca Centrale. E’ un’operazione mediante la quale la Banca Centrale si pone come “investitore” nella propria economia acquistando azioni o titoli di Stato per stimolare la crescita. In tal modo le banche commerciali e le società finanziarie possono disporre di nuovi capitali necessari a finanziare mutui e prestiti per imprese e famiglie, accrescendo indirettamente l’attività economica e la creazione di posti di lavoro. Attraverso il QE viene allargata la massa monetaria presente in un sistema economico che di fatto equivale alla stampa di nuovo denaro.

    Perché una Banca Centrale ricorre al QE e i suoi effetti sull’economia

    Uno dei principali strumenti che spesso una Banca Centrale utilizza quando la sua economia è in difficoltà, è l’abbassamento dei tassi d’interesse, al fine di aumentare la quantità di capitale in circolazione per stimolare la ripresa. Questa manovra comporta principalmente la riduzione del costo del denaro con la conseguenza di rendere meno costosi i finanziamenti per le imprese e di diminuire il tasso di disoccupazione. Tuttavia, quando una crisi del sistema economico è molto profonda, questo strumento di politica monetaria da solo non è adeguato a rilanciare in modo significativo l’economia di un Paese. In questo caso, le Banche Centrali utilizzano “strumenti non convenzionali” di politica monetaria, come il QE, più incisivi e diretti per iniettare nuovi capitali nell’economia.

    Le Banche Centrali possono quindi avvalersi del QE per favorire l’accesso al credito, stimolare la crescita economica fornendo liquidità al sistema quando i prestiti accordati a famiglie e imprese calano significativamente ed eliminando dal mercato i cosiddetti “titoli tossici”, quelli cioè poco remunerativi e molto rischiosi (come mostrato nella Tab. 1).

    Tab. 1: Quantitative Easing

    La Banca Centrale dunque, può ridurre il fenomeno del credit crunch, salvare istituti di credito, eliminare dai loro bilanci i "titoli tossici" e acquistare titoli di Stato con l'obiettivo di ridurre i costi di indebitamento pubblici.

    In questo modo i principali effetti del QE sul sistema economico riguardano l’aumento dell’attività economica promosso dalla maggiore circolazione di liquidità e l’abbassamento del costo dei prestiti dovuto all’acquisto dei titoli di Stato da parte della Banca Centrale che ne fa aumentare la domanda e, allo stesso tempo, ne riduce i costi.

    FED, Bank of England, Banca del Giappone, BCE. Le Banche Centrali a Confronto

    Subito dopo lo scoppio della crisi economica nel 2007 e la successiva crisi economica mondiale si sono verificati grandi afflussi di capitali da parte delle principali Banche Centrali attraverso lo strumento del QE. In particolare hanno fatto ricorso a tale politica la Federal Reserve (FED), la Bank of England (BOE) e la Banca Centrale Giapponese (BOJ) immettendo migliaia di miliardi di dollari nell'economia mondiale, nel tentativo di rivitalizzare le loro economie (come mostrato nella Tab. 2).

     

    Tab. 2: Politiche QE adottate da USA, Inghilterra e Giappone 2001-2014

     

    Alla crisi economico-finanziaria del 2007, i Governi delle principali economie mondiali hanno adottato due modi diversi di affrontare la crisi. Negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Giappone (vedi anche la voce Trappola della liquidità e politica monetaria: il caso giapponese) le Banche Centrali di questi paesi, hanno appunto utilizzato il QE, creando moneta nuova e iniettandola, con operazioni di mercato aperto, nel sistema finanziario ed economico e utilizzandola per comprare i titoli del debito sovrano dei propri Paesi.

    In Europa, al contrario, la Banca Centrale Europea (BCE), non ha potuto adottare tale strumento di politica monetaria a causa delle restrizioni del suo mandato, che impediscono il QE, e a causa del veto posto dalla Germania a qualsiasi operazione di politica monetaria espansiva da sostituire alle riforme dei Governi.

    Negli Usa la crisi economico-finanziaria del 2008 è stata affrontata con un approccio molto espansivo con una strategia definita anche come Credit Easing (CE). L’eccezionale carenza di liquidità che ha immediatamente colpito gli Stati Uniti ha infatti portato la FED ad abbassare il federal funds rate dal 2% all’1,5% e poi ulteriormente ridotto all’1% fino all’assegnazione di una fascia di oscillazione dello 0-0,25%, cioè un livello pressoché azzerato per la prima volta nella storia americana (come mostrato nella Tab. 3).

     

    Tab. 3: Rendimento target sui FED funds e rendimento effettivo

    Fonte: FED

    Successivamente la FED ha stimolato l’economia con tre piani di QE (rispettivamente QE1, QE2 e QE3). La forma più recente di questa espansione (QE3) è consistita nell’acquisto di titoli del debito pubblico e di Mortgage Backed Security (MBS) da parte della Banca Centrale. Tale approccio è stato seguito dalla Bank of England (BOE) e qualche anno più tardi dalla Banca Centrale Giapponese (BOJ) attraverso la politica monetaria conosciuta anche come Abenomics. Al contrario la BCE ha adottato una politica monetaria meno espansiva nonostante le condizioni di rischio e di illiquidità dei mercati interbancari europei abbiano ricalcato, seppur con ritardo e minore intensità, quelle degli Stati Uniti e degli altri Paesi.

    La BCE, infatti, al fine di perseguire il suo fondamentale obiettivo (stabilità dei prezzi e tasso di inflazione non superiore al 2%), inizialmente decise di non ricorrere a operazioni di QE, limitandosi a piccoli acquisti di Bond sostenuti attraverso aste di liquidità e non attraverso l'emissione di nuova moneta (nel Dicembre del 2011, la BCE ha realizzato due operazioni di Rifinanziamento a Lungo Termine - LTRO). Nel 2011 infatti, la BCE ha acquistato circa 10 miliardi di obbligazioni bancarie e circa 200 miliardi di titoli del debito pubblico di Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia. Ma il volume complessivo di questi acquisiti era abbastanza ridotto rispetto al QE annunciato nell’Aprile 2014. Oltre ad un possibile QE europeo la BCE ha varato due nuove importanti operazioni di rifinanziamento (LTRO) alle banche con scadenza fino al 2018, per la concessione di prestiti a favore di famiglie e imprese (con l'esclusione dei mutui per l'acquisto di case). L'ammontare iniziale che verrà mobilitato su questi interventi corrisponderà a circa 400 miliardi di euro.

    Nell’ultima riunione del 5 giugno 2014, il Consiglio direttivo della BCE ha comunicato le prossime misure di politica monetaria:

    - Condurre per un periodo di due anni una serie di operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (OMRLT), finalizzate a migliorare l’erogazione di prestiti bancari a favore del settore privato non finanziario dell’area dell’euro esclusi i prestiti concessi alle famiglie per l’acquisto di abitazioni;

    - Intensificare i lavori preparatori per l’acquisto definitivo di attività cartolarizzate (asset backed security, ABS).

     

    Bibliografia

    BANCA CENTRALE EUROPEA (2014) Comunicato Stampa, BCE, 5 Giugno (http://www.ecb.europa.eu/press/pr/date/2014/html/pr140605_2.it.html)

    BANK FOR INTERNATIONAL SETTLEMENTS (2013) Mercati suggestionati dall’allentamento monetario, Rassegna trimestrale BRI, Giugno

    BARUCCI - CORSARO S. - MILANI C (2014) Il punto sulle politiche monetarie non convenzionali, Finriskalert

    BBC NEWS (2013) What is Quantitative Easing?, BBC news, 7 Marzo

    BUFACCHI I. (2014) Il credit easing che piace ai mercati, Il Sole 24 ore, 10 Giugno

    CASAVECCHI S. (2014) BCE: Tassi, QE, Abs. Tutte le misure applicabili oggi da Mario Draghi, Forexinfo 5 Giugno

    CORONA F. (2014) Flussi finanziari: verso una nuova politica della BCE, Centro Italiano di Strategia e Intelligence, Maggio

    CORSARO S. (2014) Un bilancio del Quantitative Easing della FED, Finriskalert

    FERONI G., FERRARI G. (2012) Crisi economico-finanziaria e intervento dello Stato. Modelli comparati e prospettive, Giappichelli, Torino

    JOYCE M., MILES D., SCOTT A., VOYANOS D. (2012) Quantitative easing and unconventional monetary policy, The Economic Journal, Novembre (http://qed.econ.queensu.ca/pub/faculty/milne/870/QE%20and%20unconventional%20monetary%20policy.pdf)

     

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • ALLO SCOPERTO

    Forma di apertura di creditoche ricorre quando la banca mette a disposizione dell’accreditato una determinata somma senza pretendere da questi alcuna garanzia.La natura di credito allo scoperto non viene meno quando la banca richieda la sottoscrizione, da parte del medesimo accreditato, di un certo numero di pagherò cambiari, che vengono per lo più emessi in bianco. Questa procedura è, infatti, frequentemente utilizzata dalle banche al fine di poter disporre, in caso di inadempimento, di un titolo esecutivo per rivalersi, con maggiore facilità e più rapidamente, ma al pari di qualsiasi altro credito chirografario, sul patrimonio del debitore. Allo scoperto o scoperto viene anche detto l’assegno bancario emesso senza che sussista una equivalente disponibilità di fondi presso la banca trattaria. (v. sconfinamento; scoperto di conto corrente).

  • ALLOCAZIONE DI BENE

    Con il termine generico "Asset Alloccation" si intende il processo il cui fine è quello di distribuire un investimento tra diverse categorie di attività finanziarie (azioni, obbligazioni, commodities, liquidità, ecc.). L’obbiettivo di tali scelte è quello di diversificare l’investimento, ottenendo l’ottimizzazione del rapporto rischio/rendimento in linea con il profilo del cliente. Nei fondi comuni di investimento l’asset allocation determina la tipologia stessa del fondo. Secondo la classifica "Assogestioni", possono essere individuate cinque macrocategorie di fondi comuni di investimento in relazione all "asset allocation di base"1:
    - Azionari;
    - Bilanciati;
    - Obbligazionari;
    - Liquidità;
    - Flessibili.
    Ognuna delle citate macrocategorie si distingue per la percentuale di investimento azionario al suo interno. 
    ------------------------------------------
    1Si veda la classificazione Assogestioni su WWW.ASSOGESTIONI.IT.
    Redattore: Mirko IORI
    © 2009 ASSONEBB

     

     

  • ALLUMINIO

    Metallo di colore bianco argenteo, leggerissimo, duttile, malleabile, abbastanza resistente alla corrosione in aria e acqua, diffusissimo in natura nei suoi composti e di basso costo. Ha molti usi industriali specialmente in lega con cromo, ferro, magnesio, manganese, nickel, rame, silicio, stagno e titanio. Nella monetazione è stato usato in lega col 3, 5% di magnesio e col 0, 3% di manganese (italma) dalla Repubblica Italiana tra il 1946 e il 1953 per coniare monete divisionarie (v. moneta divisionaria) da 1, 2, 5 e 10 lire. La leggerezza naturale di questo metallo si riflette psicologicamente sulla moneta e ne limitano l’uso nella monetazione.

  • ALTERNATIVE INVESTMENT MARKET - AIM

    L’Alternative Investment Market  (AIM) , inaugurato dal London Stock Exchange Ltd. il 19 luglio 1995, è specializzato nella quotazione di "small, young and fast-growing companies", non necessariamente operanti in settori innovativi e caratterizzato da un’accentuata semplificazione delle procedure di ammissione (dettata anche dalla naturale tendenza in Gran Bretagna alla quotazione in borsa da parte delle società maggiori). Le società emittenti possono essere di piccole dimensioni e anche di recente costituzione, non essendo imposti requisiti minimi in termini di anzianità dell’impresa, di dimensione patrimoniale, di redditività, di entità del flottante. Il London Stock Exchange, di cui l’AIM è una branca, ha dedicato a questo specifico mercato un gruppo di professionisti (Nomads), sia a livello di sede centrale che di uffici regionali, per fornire informazioni e assistenza e ha messo in atto un’intensa attività di marketing per promuovere le quotazioni. Il numero di società quotate all’AIM è particolarmente elevato oltre 1.200 società quotate provenienti da 40 diverse nazioni. Il 1° dicembre 2008 è stato lanciato AIM Italia, il mercato organizzato e gestito da Borsa Italiana dedicato alle PMI ad alto potenziale di crescita.
    Link: http://www.londonstockexchange.com/companies-and-advisors/aim/aim/aim.htm

    Redattore: Francesco CESARINI, Davidia ZUCCHELLI, Bianca GIANNINI
    © 2010 ASSONEB

  • ALTERNATIVE TRADING SYSTEM (ATS)

    Sistemi elettronici di negoziazione, conosciuti anche come Proprietary Trading Sistems (PTS) o Electronic Communication Networks (ECN) ovvero come Broker-dealer trading systems (BDTS), che oltre a fornire servizi tradizionali non offerti dalle borse consentono agli investitori di eseguire automaticamente ordini di negoziazione.Tali sistemi sono utilizzati da investitori istituzionali e professionali e non sono solitamente utilizzabili né accessibili per gli investitori individuali. La loro caratteristica principale consiste nella possibilità di accedere direttamente alle contrattazioni senza la necessità di passare per intermediari specializzati. I vantaggi connessi agli ATS sono rappresentati dalla velocità di esecuzione, dalla riduzione dei costi, dall’anonimato e, nel caso in cui si negozi ai prezzi di chiusura, dall’assenza di price impact. L’introduzione degli ATS, nei quali tutte le società di brokeraggio hanno già acquisito partecipazioni e/o stretto alleanze, influenzerà moltoil futuro dei mercati organizzati e dell’industria mobiliare.

  • ALTO RAPPRESENTANTE DELL'UE PER GLI AFFARI ESTERI

    Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1.12.2009, ha previsto la nomina dell'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Il Consiglio europeo, deliberando a maggioranza qualificata con l'accordo del presidente della Commissione europea, procede alla nomina e mediante la medesima procedura può porre fine al suo mandato.
    La nomina dell’alto rappresentante è soggetta, insieme al presidente e agli altri membri della Commissione, ad un voto di approvazione del Parlamento europeo.
    Conformemente agli artt. 18 e 27 del Trattato sull’Unione europea, l'alto rappresentante:
    - guida la politica estera e di sicurezza comune dell'Unione;
    - contribuisce con le sue proposte all'elaborazione della politica estera e della politica di sicurezza e di difesa comune, e ne dà attuazione in qualità di mandatario del Consiglio europeo;
    - presiede il Consiglio «Affari esteri»;
    - è uno dei vicepresidenti della Commissione ed è incaricato delle responsabilità che incombono a tale istituzione nel settore delle relazioni esterne e del coordinamento degli altri aspetti dell'azione esterna dell'Unione;
    - vigila sulla coerenza dell'azione esterna dell'Unione;
    - conduce, a nome dell'Unione, il dialogo politico con i Paesi terzi ed esprime la posizione dell'Unione nelle organizzazioni internazionali e in seno alle conferenze internazionali.
    Nell'esecuzione delle sue funzioni, l'alto rappresentante si avvale di un Servizio Europeo per l'Azione Esterna. Il SEAE assisterà il presidente del Consiglio europeo ed il presidente e i membri della Commissione nell'espletamento delle rispettive funzioni nel settore delle relazioni esterne, assicurando una stretta collaborazione con gli Stati membri.
    Redattore: Cristiana MENE'

     

  • ALTRE ECONOMIE AVANZATE

    Australia, Corea del Sud, Danimarca, Hong Kong, Islanda, Israele, Macao, Norvegia, Nuova Zelanda, Porto Rico, Repubblica Ceca, San Marino, Singapore, Svezia, Svizzera e Taiwan.
    Fonte: Banca d'Italia

  • ALTRI RESIDENTI

    Fondi comuni non monetari, altre istituzioni finanziarie, società non finanziarie, imprese di assicurazione e fondi pensione, famiglie e istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie. Nei conti finanziari (Attività e passività finanziarie dell’Italia), alla voce “Biglietti, monete e depositi a vista” e “Altri depositi”, gli altri residenti includono le amministrazioni pubbliche.
    Fonte: Banca d'Italia

  • AMERICAN DEPOSITARY DEBENTURE

    Acr.: ADD. Strumento che ripete per le obbligazioni il meccanismo degli american depositary receipts. Gli ADD sono certificati negoziabili emessi da una banca estera e che rappresentano obbligazioni di una società non statunitense depositate presso la banca stessa.

  • AMERICAN DEPOSITARY RECEIPTS

    Acr.: ADR. Certificato, espresso in dollari USA e negoziabile nelle borse statunitensi, di partecipazione al capitale di una società non statunitense. Esso rappresenta le azioni straniere tenute in deposito vincolato presso una filiale di una banca USA nel Paese della società non statunitense. L’ADR è un titolo che sostituisce le azioni depositate ed è negoziabile nell’AMEX, nel NYSE e nel NASDAQ, dove sostituiscono il titolo originario. L’utilizzo di questo strumento finanziario si è diffuso a partire dagli anni Sessanta grazie ai vantaggi per gli investitori americani: basso costo di transazione, custodia sicura, negoziabilità nel mercato domestico, quotazione e pagamento dei dividendi in dollari. Esso serve, grazie all’opera prestata dalle banche depositarie, a rendere omogeneo il valore unitario dei titoli all’uso statunitense e, soprattutto, ad agevolare l’investitore finale nell’esercizio dei diritti associati al possesso delle azioni (riscossione dei dividendi, partecipazione ad aumenti di capitale ecc.), nell’acquisizione di informazioni sulla società emittente e nel regolamento delle transazioni. Si parla di International Depositary Receipts o di European Depositary Receipts quando l’emittente delle ricevute ha sede legale al di fuori degli Stati Uniti. Ogni ADR è un documento che enumera una o più american depositary shares (ADS) cioè una o più azioni vincolate presso la banca nel Paese di origine della società. Sovente ADR è usato anche come sinonimo di ADS, sebbene si tratti di concetti diversi.

  • AMERICAN DEPOSITARY SHARES

    Acr.: ADS. Azioni di società statunitensi che sono specificate in un american depositary receipts (ADR) e che rappresentano le azioni della società vincolate presso la banca depositaria emettente degli ADR stessi. Sovente ADR è impiegato oltre che nel significato del certificato fisico anche in quello delle ADS virtuali in esso specificate.

  • AMERICAN NATIONAL STANDARDS INSTITUTE - ANSI

    L’ANSI è una federazione privata non profit che coordina le circa mille imprese, organizzazioni, agenzie governative e altri membri istituzionali partecipanti che si occupano, su base volontaria, di standardizzazione negli Stati Uniti (dove rappresenta l’ISO) in un vasto ambito di industrie, dalle costruzioni all’information technology. L’ANSI non predispone essa stessa gli American National Standards-ANS, ma ne facilita la formazione promuovendo il consenso trai membri sulla loro stesura. Fino al 2001 gli ANS approvati sfiorano il numero di 15.000. Si fa carico anche di incoraggiare l’applicazione degli standards negli Stati Uniti e nel mondo. Fondato nel 1918, ha sede a Washington e uffici a New York ed è il rappresentate ufficiale USA presso l’ISO e, attraverso il Comitato Nazionale statunitense, presso l’IEA, oltre che presso altre organizzazioni regionali per la standardizzazione. L’ANSI ha elaborato, tra l’altro, una serie di caratteri alfanumerici conosciuto con la sigla ANSI che consente di scambiare dati fra computer con diverso sistema operativo o fra diversi programmi. È simile, ma non uguale al sistema ASCII. L’ANSI ha emesso numerose norme per il settore finanziario tra cui la X9.30.1, che definisce il Digital Signature Algorithm (DSA), e la X9.30.2, che specifica il Secure Hash Algorithm (SHA-1) recepito anche dall’ISO nella norma ISO/IEC CD 10118- 3 [JTC196].

  • AMERICAN STANDARD CODE FOR INFORMATION INTERCHANGE - ASCII

    Codice binario accettato dall’American National Standards Institute che codifica con gruppi di 7 bit 128 caratteri alfanumerici, punteggiatura e simboli grafici e 32 codici di controllo di periferiche e di apparecchi di comunicazione. Una serie di caratteri ASCII rappresentati da numeri binari di otto bit (chiamato ASCII esteso) consente l’uso di caratteri speciali o accentati, ma non è standard fra i diversi sistemi operativi o diversi software. Per tale motivo è stato sostituito dall’ANSI.

  • AMEX

    Abbr. di: American Stock Exchange. L’acr. ufficiale è ASE. Le origini dell’AMEX risalgono alla fine del Settecento, quando alcuni broker in titoli di Stato e privati presero a riunirsi all’aperto in Wall Street. Inizialmente l’AMEX era chiamato The Curb Market (mercato del parapetto) in quanto le negoziazioni avvenivano all’esterno nella piazza, si pensa con una certa regolarità a partire dal 1849. Col 1908 è conosciuta ufficialmente come la New York Curb Agency e le contrattazioni si sono ritirate al coperto nel luogo che essa attualmente occupa nell’area di Wall Street. Il nome è stato cambiato con l’attuale nel 1953. La fama di mercato dei titoli non meritevoli abbastanza per essere quotati al NYSE, che l’ha accompagnato per anni, è caduta e l’AMEX pone ora requisiti molto stretti per l’ammissione dei membri alle negoziazioni e dei titoli alla quotazione. Seconda borsa USA dopo il NYSE fino agli anni Ottanta, l’AMEX è stato poi superato dal NASDAQ. Quasi tutta l’attività dell’AMEX è concentrata in small-caps e in strumenti finanziari derivati. Di recente si è collegato al NASDAQ.

  • AMF

    Acr. di: Arab Monetary Fund. Costituito da 21 Paesi arabi con personalità giuridica e sede ad Abu Dabi (Emirati Arabi Uniti) dall’Economic Council della Lega degli Stati arabi (League of Arab States) il 27.4.1976, operativo dal 1977. È un’organizzazione intergovernativa finanziaria araba che ha per obiettivi di assistere i Paesi membri principalmente con crediti agevolati a sostegno contro disavanzi con l’estero. Ne sono membri 21 Paesi della Lega degli Stati arabi e cioè Algeria, Arabia saudita, Bahrain, Djibouti, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Iraq, Oman, Palestina, Qatar, Kuwait, Libano, Libia, Marocco, Mauritania, Siria, Somalia, Sudan, Tunisia, Yemen.

  • AMMINISTRATORE DI BANCA

    Persona fisica che ricopre, nell’ambito di enti creditizi, ovvero holding di controllo di tali soggetti, cariche negli organi amministrativi. Si tratta dei presidenti, dei vice-presidenti, degli amministratori delegati, dei componenti i consigli di amministrazione e i comitati esecutivi. Per l’art. 26 del TUBC, i soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione o controllo presso banche devono possedere requisiti di professionalità e di onorabilità stabiliti con regolamento del Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica adottato, sentita la Banca d’Italia, ai sensi dell’art. 17, comma 3, della l. 23.08.1988 n. 400. Il regolamento del Ministero del Tesoro, è contenuto nel d.m. 18.03.1988 n. 161, recante norme, tanto per l’individuazione dei requisiti di onorabilità e professionalità degli esponenti aziendali delle banche, quanto per la definizione delle cause di sospensione dai relativi incarichi. La normativa prevede che i consiglieri di amministrazione delle banche costituite in forma di società per azioni e delle banche popolari devono essere scelti secondo criteri di professionalità ecompetenza fra persone che abbiano maturato una esperienza complessiva di almeno un triennio attraverso l’esercizio di: a) attività di amministrazione o di controllo ovvero compiti direttivi presso imprese; b) attività professionali in materia attinente al settore creditizio, finanziario, mobiliare, assicurativo o comunque funzionali all’attività della banca; c) attività di insegnamento universitario in materie giuridiche o economiche; d) funzioni amministrative o dirigenziali presso enti pubblici o pubbliche amministrazioni aventi attinenza con il settore creditizio, finanziario, mobiliare o assicurativo ovvero presso enti pubblici o pubbliche amministrazioni che non hanno attinenza con i predetti settori purché le funzioni comportino la gestione di risorse economico-finanziarie.1. -Presidente del consiglio di amministrazione. Riguardo al presidente del consiglio di amministrazione, i criteri di professionalità e competenza si risolvono nell’esercizio delle attività predette, protratto però per un periodo di tempo di almeno un quinquennio (art.1, comma 2). Relativamente poi all’amministratore delegato e al direttore generale, il comma 3, dell’art.1, dispone che la competenza in materia creditizia, finanziaria, mobiliare o assicurativa debba essere maturata, anche qui, in almeno un quinquennio. Dispone altresì che la medesima esperienza può essere stata maturata in imprese aventi una dimensione comparabile con quella della banca presso la quale la carica deve essere ricoperta. Tale criterio vale anche nel caso di esercizio di funzioni equivalenti a quelle di direttore generale. Per quanto si riferisce ai requisiti di onorabilità, le cariche, comunque denominate, di amministratore, sindaco e direttore generale in banche non possono essere ricoperte, ai sensi dell’art. 5, da coloro che: a) si trovano in una delle condizioni di ineleggibilità o decadenza previste dall’art. 2382, c.c.; b) sono stati sottoposti a misure di prevenzione disposte dall’Autorità giudiziaria ai sensi della l. n. 1423, del 1956, recante misure di prevenzione nei confronti di persone pericolose per la sicurezza e la moralità pubblica, o della l. n. 575, del 1965, contenente disposizioni contro la mafia, e successive modificazioni e integrazioni, salvi gli effetti della riabilitazione, c) sono stati condannati con sentenza irrevocabile, salvi anche qui, gli effetti della riabilitazione: c1) pena detentiva per uno dei reati previsti dalle norme sull’attività bancaria, finanziaria, mobiliare, assicurativa e dalle norme in materia di mercati e valori mobiliari, di strumenti di pagamento; c2) alla reclusione per uno dei reati societari e per quelli previsti nell’ambito della disciplina delle procedure concorsuali; c3) alla reclusione per un tempo non inferiore a un anno per un delitto contro la pubblica amministrazione, contro la fede pubblica, contro il patrimonio, contro l’ordine pubblico, contro l’economia pubblica ovvero per un delitto in materia tributaria; c4) alla reclusione per un tempo non inferiore ai due anni per un qualunque delitto non colposo. Le cariche in discorso possono essere ricoperte, nel caso di una delle pene di cui ai numeri 1), 2), 3), 4), in caso di estinzione del reato; le pene previste ai numeri 1), e 2), non rilevano se inferiori a un anno (art. 5, comma 2). I requisiti di professionalità dei soggetti che svolgono le funzioni di amministrazione e direzione di banche di credito cooperativo si segnalano per la previsione del diverso profilo previsto per il presidente del consiglio di amministrazione, rispetto a quello che deve caratterizzare la figura del direttore generale, o di chi debba ricoprire un carica che comporti l’esercizio di funzioni equivalenti a quelle di quest’ultimo. Presidente del consiglio di amministrazione può essere solo chi, per un periodo non inferiore a un anno, abbia svolto: a) le medesime attività previste alle lettere a), b), c), d), per gli amministratori di banche costituite nella forma della spa o della banca popolare; b) attività di insegnamento in materie attinenti al settore creditizio, finanziario, mobiliare o assicurativo; c) attività di amministrazione, direzione o controllo nel settore della cooperazione o in enti a carattere mutualistico. 2.-Direttore generale. Per la carica di direttore generale o equivalente, è richiesta un’adeguata esperienza di lavoro in materia creditizia, finanziaria, mobiliare o assicurativa per un periodo non inferiore a un biennio. I soggetti che esercitano l’attività di controllo dei conti delle banche devono essere iscritti nel registro dei revisori contabili (art. 3). Nella verifica dei requisiti di idoneità a questa carica al consiglio di amministrazione è attribuito un maggiore margine di discrezionalità. 3.-Impedimenti all’assunzione dell’incarico di amministratore, direttore e sindaco. Costituisce poi situazione impeditiva all’assunzione di incarichi di amministrazione, direzione e controllo nelle banche, l’aver svolto, per i due esercizi precedenti l’adozione dei provvedimenti di nomina, incarichi di analogo rilievo in imprese sottoposte a fallimento, a liquidazione coatta amministrativa o a procedure equiparate (art. 4). Le frazioni di esercizio di durata superiore ai sei mesi si considerano equivalenti, ai suddetti fini, a un esercizio intero. Tale impedimento sussiste anche per coloro che abbiano esercitato le medesime funzioni in imprese operanti nel settore creditizio, finanziario, mobiliare o assicurativo sottoposte ad amministrazione straordinaria; ovvero nell’esercizio della professione di agente di cambio non abbiano fatto fronte agli impegni previsti dalla legge o si trovino in stato di esclusione dalle negoziazioni in un mercato regolamentato. Dalle situazioni impeditive appena descritte discende un divieto della durata di tre anni dall’adozione dei relativi provvedimenti. Tale periodo si riduce a un anno qualora le relative istanze provengano dall’imprenditore o dagli organi amministrativi dell’impresa. Un ultimo punto è quello relativo alle cause di sospensione dalle funzioni di amministratore, sindaco e direttore generale. Esse sono: a) la condanna con sentenza non definitiva per uno dei reati indicati, in materia di requisiti di onorabilità, ai numeri 1), 2), 3) e 4); b) l’applicazione, con sentenza non definitiva e su richiesta delle parti, di una delle pene previste sempre per i reati in materia di requisiti di onorabilità di cui ai numeri 1), 2), 3) e 4); c) l’applicazione provvisoria di una delle misure previste dall’art. 10, comma 3, della l. n. 575, del 1965, da ultimo sostituito dall’art. 3 della l. n. 55, del 1990, e successive modificazioni e integrazioni, disciplina recante disposizioni contro la mafia; d) l’applicazione di una misura cautelare di tipo personale. 4.-Cause di sospensione dell’incarico di amministratore, direttore e sindaco. Il consiglio di amministrazione iscrive la proposta di revoca dei soggetti, dei quali si stata dichiarata la sospensione, tra le materie da trattare alla prima assemblea successiva al verificarsi della causa sospensiva. Il direttore generale nominato dagli amministratori non può essere sospeso per un periodo superiore ai quarantacinque giorni, pena la revoca obbligatoria da parte del consiglio stesso ove tale termine venga superato. Se alla sospensione non fa seguito la revoca si ha sempre il reintegro nel pieno delle funzioni. Anche nel caso del direttore generale nominato dagli amministratori il termine dei quarantacinque giorni non si applica nei casi delle cause di sospensione di cui alle lettere c) e d), per le quali il provvedimento ha la stessa durata delle misure ivi previste. Il difetto dei requisiti di onorabilità e professionalità determina la decadenza dall’ufficio. Essa è dichiarata dal consiglio di amministrazione entro trenta giorni dalla nomina o dalla conoscenza del difetto sopravvenuto. In caso di inerzia la decadenza è dichiarata dalla Banca d’Italia. Ai sensi dell’art. 27, del TUBC, il CICR, può disciplinare l’assunzione di cariche amministrative presso le banche da parte dei dipendenti delle amministrazioni dello Stato. Ciò non incide sulla piena e diretta applicazione di quanto disposto all’art. 26, TUBC. Nell’ambito della disciplina dei gruppi bancari (v. gruppo bancario), gli amministratori delle società del gruppo sono tenuti, ai sensi dell’art. 61, TUBC, a fornire alla capogruppo ogni dato e informazione utili per l’emanazione delle disposizioni necessarie al fine di dare attuazione alle istruzioni impartite dalla Banca d’Italia, nell’interesse della stabilità del gruppo stesso. La disciplina sui requisiti di onorabilità e professionalità di coloro che esercitano le funzioni di amministrazione e di controllo presso le banche si applica (art. 62, TUBC) anche ai soggetti che svolgono le medesime funzioni presso la società finanziaria capogruppo di un gruppo bancario. Chi svolge funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso una banca non può contrarre obbligazioni di qualsiasi natura o compiere atti di compravendita, direttamente o indirettamente, con la banca che amministra, dirige o controlla, se non previa deliberazione dell’organo di amministrazione presa all’unanimità e col voto favorevole di tutti i componenti dell’organo di controllo, fermi restando gli obblighi di astensione previsti dalla legge (art. 136, comma 1, TUBC). Le medesime disposizioni, seppur adattate alla disciplina dei gruppi bancari, si applica nel caso che una tale situazione coinvolga chi svolge le funzioni suddette presso una banca o una società facenti parte proprio di un gruppo bancario.

  • AMMINISTRATORE DI BANCA, DISPOSIZIONI PENALI

    La responsabilità penale degli amministratori di banca è disciplinata dal TUBC. Il dettato normativo si articola in una fattispecie generale, “di copertura” ed in una serie di ipotesi particolari. L’architrave del sistema è l’art. 135 TUBC che dichiara applicabili le disposizioni penali previste nel titolo XI del libro V del codice civile in materia di società anche a chi svolge funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso banche, pur se non costituite in forma societaria (peraltro, tutte le banche sono oggi costituite in forma societaria, tranne una che ha conservato quella di istituto di diritto pubblico). Fra le ipotesi particolari va menzionata la fattispecie di conflitto di interessi di cui all’art. 136 TUBC, che configura due ipotesi. La prima prevede che commette reato chi svolge funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso una banca, se contrae obbligazioni di qualsiasi natura, o compie atti di compravendita, direttamente o indirettamente, con la banca che amministra, dirige o controlla, senza previa deliberazione dell’organo di amministrazione presa all’unanimità e col voto favorevole di tutti i componenti dell’organo di controllo, fermi restando gli obblighi previsti dal codice civile in materia di interessi degli amministratori. La seconda estende la previsione di reato anche a chi svolge funzioni di amministrazione, direzione e controllo, presso una banca, o società facenti parte di un gruppo bancario, per le obbligazioni e per gli atti indicati descritti, posti in essere con la società medesima, o per le operazioni di finanziamento poste in essere con altra società, o con altra banca del gruppo. In tali casi l’obbligazione o l’atto sono deliberati, con le stesse modalità, dagli organi della società o banca contraente e con l’assenso della capogruppo. L’art. 136 TUBC punisce il reato con la reclusione da uno a tre anni e con la multa da 206 a 2.066 euro. Vanno, infine, ricordate, come ipotesi particolari, le disposizioni che riguardano la responsabilità di chi svolge funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso banche concernenti il falso interno bancario in relazione all’erogazione del credito (art. 137 comma 2, TUBC: arresto da sei mesi a tre anni e ammenda fino a lire venti milioni; v. mendacio e falso interno bancario).

  • AMMINISTRAZIONE

    Attività diretta alla gestione di un patrimonio, pubblico o privato, che si attua in maniera diversa a seconda della natura dei beni e dei fini, economici e giuridici, che debbano essere perseguiti. Di norma l’amministrazione viene esercitata dal titolare dei beni oggetto del patrimonio (persona fisica o giuridica, in quest’ultimo caso degli organi della persona giuridica); talvolta invece è affidata, da parte dello stesso titolare, previo rilascio di procura generale o speciale, o dalla legge o dal giudice, a soggetti diversi, come avviene, nell’ambito del diritto privato, relativamente ai beni di proprietà di soggetti incapaci di agire. Nel diritto privato l’attività di gestione di un patrimonio viene distinta in atti di ordinaria e atti di straordinaria amministrazione. La distinzione, che ha un substrato di natura economica, si fonda sullo scopo cui è diretta l’amministrazione. Si dicono atti di ordinaria amministrazione quelli che sono rivolti alla conservazione o, tutt’al più, al miglioramento dei beni, senza che ne venga alterata la natura dei beni-capitali, mentre tutti gli altri, che concernono la trasformazione del capitale, l’impiego del reddito, l’acquisto o l’alienazione di beni, l’assunzione del rischio di una perdita e, in genere, quelli che superano lo scopo conservativo, sono atti di straordinaria amministrazione. Tenuto conto del pericolo inerente a questi ultimi atti, la legge stabilisce particolari cautele per il compimento degli stessi quando sono posti in essere da soggetti diversi dal titolare.

  • AMMINISTRAZIONE AUTONOMA

    Complesso di beni, servizi e attività facente parte del patrimonio e dell’organizzazione dello Stato gestito in amministrazione separata con autonomia amministrativa, finanziaria e contabile (sin.: azienda autonoma). All’inizio del secolo scorso e fino agli anni Venti questa era, in Italia, la forma di gestione preferita per le imprese pubbliche, anche per i monopoli fiscali e per i grandi servizi pubblici (sali, tabacchi, chinino, poste e telegrafi, telefoni, ferrovie, strade, aziende meccaniche portuali). L’autonomia è però sempre stata abbastanza ristretta, essendo l’azienda autonoma sottoposta ai poteri gerarchici del ministro competente e, di norma, priva di personalità giuridica. L’autonomia si svolge attraverso una certa libertà di gestione dei beni affidati alla sua amministrazione, con la redazione di un bilancio distinto da quello statale, seppure allo stesso allegato.Il bilancio autonomo esime l’azienda dai vincoli più stretti della contabilità pubblica. Utili e perdite confluiscono nelle finanze statali. Malgrado l’autonomia finanziaria e contabile, le aziende non hanno un proprio patrimonio, distinto da quello statale, in quanto i beni di cui esse dispongono sono solo affidati loro in gestione, restando di proprietà dello Stato. Esse sono rette da un Consiglio di amministrazione, presieduto, di solito, dal ministro competente e da un direttore generale facente parte del ministero da cui dipendono. Erano in passato amministrazioni autonome statali i gestori di importanti servizi pubblici: l’Amministrazione autonoma delle Ferrovie dello Stato (oggi Ferrovie dello Stato spa), l’Amministrazione Autonoma delle Poste e Telecomunicazioni (oggi Poste Italiane spa), l’Azienda Nazionale Autonoma delle Strade Statali (oggi Ente Nazionale per le Strade ANAS, ente pubblico economico), l’Azienda delle Foreste Demaniali (soppressa). Altra amministrazione autonoma importante è stata l’Azienda per gli Interventi nel Mercato Agricolo (AIMA), soppressa e sostituita con l’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (AGEA), costituita in forma di ente di diritto pubblico non economico. La trasformazione in enti pubblici, spa o agenzie ha eliminato l’obbligo di allegare il bilancio di queste organizzazioni al bilancio dello Stato presentato al Parlamento. La principale amministrazione autonoma rimasta sono gli Archivi notarili (Ministero della giustizia). Per le aziende autonome degli enti locali (che costituivano un tempo la categoria dell’azienda municipalizzata) v. azienda speciale. Anche la Cassa DDPP è un’amministrazione autonoma dello Stato, sia pure dotata di personalità giuridica propria. Il bilancio della Cassa DDPP non è mai stato allegato a quello dello Stato.

  • AMMINISTRAZIONE CONTROLLATA

    1.- Procedura concorsuale, detta recuperatoria (il cui precedente storico è l’istituto della oratoria disciplinata dagli artt. 819 e ss. del codice di commercio 1882), dalla durata massima di due anni che, a differenza del fallimento, del concordato fallimentare e del concordato preventivo con cessione dei beni (dette procedure liquidative), è diretta non al soddisfacimento dei creditori concorrenti, bensì a ristabilire quelle condizioni, di liquidità e quell’equilibrio gestionale che consentono l’adempimento regolare delle obbligazioni da parte dell’imprenditore. Presupposto oggettivo della procedura non è, quindi, lo stato di insolvenza previsto quale condizione per la dichiarazione di fallimento, o lo stato di crisi previsto per l’ammissione al concordato preventivo secondo l’art. 160 l.f., così come modificato dal d.l. 14.3.2005 n 35, ma una situazione di temporanea difficoltà, di crisi reversibile, comprovata dalla passibilità di risanamento dell’impresa, superata la quale l’imprenditore, persona fisica o società, può chiedere al tribunale competente, quello del luogo ove si trova la sede principale dell’impresa, il controllo della gestione della stessa e dell’amministrazione dei beni, al fine di garantire, nell’interesse dei creditori e della loro par condicio, la conservazione dell’integrità del suo patrimonio. 2.-Il tribunale, al fine dell’ammissione alla procedura, deve ritenere l’imprenditore meritevole del beneficio ed accertare la sussistenza dell’unica condizione oggi richiesta (dovendosi ritenere modificate, dal d.l. 14.3.2005 n. 35, quelle di cui ai nn. 1, 2 e 3 del comma 1 dall’originario art. 160 l.f.), da individuarsi in un piano che può prevedere: a) la ristrutturazione dei debiti e la soddisfazione dai crediti attraverso qualsiasi forma anche mediante cessione dei beni, accollo, o altre operazioni straordinarie, ivi compresa l’attribuzione ai creditori (o a società da questi partecipate) di azioni, quote, ovvero obbligazioni anche convertibili in azioni, o altri strumenti finanziari e titoli di debito; b) l’attribuzione delle attività delle imprese interessate dalla proposta di concordato a un assuntore (possono costituirsi assuntori anche i creditori o società da questi partecipate o da costituire nel corso della procedura, le cui azioni siano destinate ad essere attribuite ai creditori per effetto del concordato); c) la suddivisione dei creditori in classi secondo posizione e interessi economici omogenei. 3.-Il tribunale, se concorrono le condizioni stabilite dalla legge e se ritiene il debitore meritevole, lo ammette alla procedura con decreto non impugnabile, ma ricorribile per cassazione ex art. 111, co, , a 2, Cost., stante il suo contenuto decisorio, il carattere definitivo a la sua inimpugnabilità, provvedendo anche, con il medesimo atto, a delegare un giudice alla procedura, a ordinare la convocazione dei creditori, a nominare il commissario giudiziale e a stabilire lo somma necessaria presunta per l’intera procedura. Entro trenta giorni dalla data del provvedimento i creditori sono chiamati a votare, in una apposita adunanza presieduta dal giudice delegato, in merito alla proposta di amministrazione controllata formulata dall’imprenditore debitore; il giudice delegato, tenuto conto del parere dei creditori intervenuti all’adunanza, nomina un comitato composto da tre o cinque creditori con funzioni di assistenza al commissario giudiziale. Se la maggioranza prescritta (voto favorevole dei creditori che rappresenta la maggioranza dei crediti, esclusi i creditori aventi, diritti di prelazione sui beni del debitore), viene raggiunta si dà corso al procedimento durante il quale ai creditori è preclusa qualsiasi azione esecutiva sui beni dell’imprendi tare. In caso contrario cessano gli effetti del decreto dì ammissione alla procedura e il tribunale, accertata la sussistenza dei presupposti, dichiara il fallimento. 4.-Nell’ipotesi di ammissione alla procedura, il commissario giudiziale e il comitato dei creditori devono denunciare al giudice delegato i fatti che consigliano la revoca dell’amministrazione controllata. Lo stesso giudice, se accerta che la procedura non può essere continuata, promuove dal tribunale la dichiarazione di fallimento, salva sempre la facoltà del debitore di proporre, in entrambe le ipotesi, il concordato preventivo alle condizioni di cui all’art. 160 l.f., al momento modif. dak d, l, n, 35 del 2005 citato.

  • AMMINISTRAZIONE DI SOSTEGNO

    Nuovo istituto, introdotto nel c.c. dalla l. 9.1.2004 n. 6, cui è affidato il compito “di tutelare, con la minore limitazione possibile della capacità di agire, le persone prive in tutto o in parte di autonomia nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana, mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente”. La novità consiste nel prevedere una protezione graduabile e modulabile sulle specifiche esigenze del beneficiario che modifica radicalmente gli strumenti di tutela dei soggetti deboli e rappresenta il risultato della mutata considerazione sociale e, quindi, giuridica della disabilità e del cambiamento di immagine della persona incapace. La finalità della legge, infatti, è di ridurre al minimo le pronunce dei provvedimenti di interdizione e di inabilitazione, i quali oltre ad essere pesanti e penalizzanti sotto il profilo giuridico e morale, di fatto curano prevalentemente solo l’interesse alla conservazione del patrimonio. È significativa, in tal senso, la modifica della rubrica del titolo XII, Libro I c.c., che prima recitava “Dell’infermità di mente, dell’interdizione e dell’inabilitazione” e ora si intitola “Delle misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia”. Le misure dell’interdizione e dell’inabilitazione (v. incapacità) diventano, così, un rimedio residuale, limitato ai casi in cui l’amministrazione di sostegno - strumento di protezione a carattere generale - si riveli inidonea a realizzare la piena tutela del benefi ciario.

  • AMMINISTRAZIONE FINANZIARIA

    In un significato ristretto, ma usuale, denota gli uffici statali che accertano i crediti relativi ai tributi, amministrano i beni immobili demaniali e patrimoniali e i monopoli fiscali, gestiscono il contenzioso tributario. In ciò si confondeva con il vecchio Ministero delle finanze, prima della fusione col Ministero del Tesoro e comprende oggi il Dipartimento per le politiche fiscali del Ministero dell’economia e delle finanze, gli organi accessori del Ministero, le Commissioni tributarie (v. commissione tributaria), le quattro Agenzie fiscali (Entrate, Dogane, Territorio e Demanio), l’Amministrazione dei Monopoli di Stato, questa ormai ridotta a lotto, lotterie, Gratta e vinci e concessioni del Bingo, ma in passato importante gestore dei monopoli dei tabacchi, del sale, delle cartine da sigarette e del chinino. In questo significato ristretto è sin. di: Finanze; Fisco; Uffici finanziari. In un significato più esteso l’Amministrazione finanziaria è l’insieme degli uffici statali che svolge l’attività amministrativa di gestione e di rilevazione contabile di entrate e uscite in denaro, delle esistenze di valori, crediti, beni in genere e di debiti dello Stato. Comprendeva i quattro Ministeri di Tesoro, Finanze, Ministero del Bilancio e della programmazione economica e Partecipazioni statali, oltre agli uffici del Ministero dell’Industria che si occupavano delle assicurazioni, prima degli accorpamenti che hanno portato alla loro unificazione nel Ministero dell’economia e delle finanze (d.lg. 30.7.1999 n.300). In questo senso l’Amministrazione finanziaria coincide più o meno con gli organi e le Agenzie di questo Ministero, con le loro ramificazioni locali.

  • AMMINISTRAZIONE GIUDIZIARIA

    Istituto previsto dalla legge (artt. 592 e sgg. c.p.c.) con riferimento alla procedura di espropriazione immobiliare. Ove la vendita all’incanto non abbia avuto luogo per mancanza di offerte, e non siano state proposte istanze di assegnazione da parte dei creditori, o queste non siano state accolte, il giudice dell’esecuzione può ordinare che si proceda ad un nuovo incanto, fissando un prezzo base inferiore di un quinto a quello precedente, o disporre l’amministrazione giudiziaria dei beni immobili oggetto dell’esecuzione per un tempo non superiore a tre anni, prorogabile, alla scadenza e su richiesta di tutte le parti, per un periodo massimo di un ulteriore triennio. L’amministrazione è affidata a uno o più creditori o a un istituto all’uopo autorizzato o allo stesso debitore se tutti i creditori vi consentano. Alla fine di ogni trimestre l’amministratore deve presentare in cancelleria il conto della gestione e depositare le rendite riscosse, che possono essere assegnate ai creditori secondo il progetto di distribuzione formato dal giudice; questi deve approvare sia i conti parziali, sia quello finale, che l’amministratore dovrà presentare al termine della sua gestione. L’amministrazione cessa alla fine del periodo stabilito e si procede a un nuovo incanto; in qualsiasi momento, però, i creditori intervenuti possono chiedere che si proceda alla vendita dell’immobile e qualsiasi interessato può fare offerte di acquisto in base alle norme che regolano la vendita senza incanto. Oltre ai casi sopra indicati, altre ipotesi di amministrazione giudiziaria sono contemplate in diverse norme del c.c Fra le più importanti, si può ricordare quella prevista dall’art. 2091, secondo cui la magistratura del lavoro, ove l’imprenditore non adempia agli obblighi di cui al precedente art. 2089 (cioè provochi gravi danni all’economia nazionale), può nominare un amministratore che assuma la gestione dell’impresa; oltre che quella prevista dall’art. 2409, secondo cui, in caso di gravi irregolarità compiute dagli amministratori e dai sindaci nelle società di capitali, i soci che rappresentano almeno un decimo del capitale sociale possono fare ricorso al tribunale, il quale può revocare amministratori e sindaci e nominare un amministratore giudiziario. La denuncia può essere anche formulata dal pubblico ministero.

  • AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA DELLE GRANDI IMPRESE IN STATO DI INSOLVENZA

    1.-La Nuova disciplina dell’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza (d.lg. 8.7.1999 n. 270, c.d. Prodi-bis) ha sostituito la normativa del 1979 (d.l. 30.1.1979 n. 26 conv. con modif. inl. 3.4.1979 n. 95, c.d. legge Prodi) sull’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi. I requisiti per l’ammissione alla procedura e i tempi di accertamento e di dichiarazione dello stato di insolvenza e di autorizzazione all’esecuzione del piano di ristrutturazione sono stati modificati dal d.l. 23.12.2003 n. 347, conv. in l. 18.2.2004 n. 39 e dal d.l. 29.11.2004 n. 281, conv. in l. 28.1.2005 n. 6, dopo la crisi Parmalat. Pur nella sua novità, continua a trattarsi di una procedura concorsuale di natura prevalentemente amministrativa la cui esclusiva finalità è rappresentata dalla conservazione del patrimonio “produttivo” dell’impresa insolvente (art. 1). Il d.lg. 270/1999 ha esteso l’ambito di applicabilità della procedura anche alle imprese individuali (art. 2), rinviando, ai fini di determinare l’ambito di applicabilità della procedura, alle “imprese soggette alle disposizioni del fallimento”. Presupposti per l’assoggettabilità alla procedura, secondo le più recenti disposizioni, sono, congiuntamente, il fatto che l’impresa, singolarmente o come gruppo costituito da almeno un anno, presenti i seguenti requisiti: a) lavoratori subordinati, anche in cassa integrazione, in numero non inferiore a cinquecento da almeno un anno; b) debiti, inclusi quelli derivanti da garanzie rilasciate, per un ammontare complessivo non inferiore a trecento milioni di euro. 2.-Quando un’impresa assoggettabile ad amministrazione straordinaria sia insolvente, tale stato viene dichiarato con sentenza dal tribunale del luogo ove l’impresa ha la sede principale. La legittimazione attiva spetta agli stessi soggetti individuati dall’art. 6 l. fall. per la dichiarazione di fallimento. Prima della dichiarazione, il tribunale deve convocare in camera di consiglio, oltre all’imprenditore, il ricorrente e il Ministro delle attività produttive, che può designare un delegato o far pervenire un parere scritto. Con la sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza, il tribunale nomina il giudice delegato e uno o tre (nei casi di eccezionale rilevanza e complessità della procedura) commissari “giudiziari” in conformità delle indicazioni del Ministro delle attività produttive o anche autonomamente, se l’indicazione non è pervenuta tempestivamente; ordina all’imprenditore di depositare in cancelleria, entro due giorni, le scritture contabili e i bilanci; dà avvio al procedimento per la verificazione dello stato passivo fissando il termine per la presentazione delle domande e la data dell’udienza in cui si procederà all’accertamento dello stesso. Sempre in questa fase viene, inoltre, stabilito se la gestione dell’impresa debba essere lasciata all’imprenditore o debba essere affidata al commissario giudiziale (art. 8, lett. f, Prodi-bis). Contro la sentenza può essere proposta opposizione nel termine di trenta giorni, sostanzialmente secondo la stessa disciplina che vale per l’opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimento. Organi della procedura, durante questa fase, sono il tribunale, il giudice delegato e il commissario giudiziale. Nel sistema della nuova normativa Prodi-bis la valutazione della sussistenza delle condizioni per l’ammissione alla procedura individuate dall’art. 27 d.lg. 8.7.1999 n. 270 (e cioè “concrete prospettive di recupero dell’equilibrio economico delle attività imprenditoriali” o attraverso la cessione dei complessi aziendali o attraverso la ristrutturazione economica e finanziaria dell’impresa) spetta al tribunale che ha dichiarato lo stato di insolvenza: se la valutazione è positiva questo pronuncerà con decreto l’apertura della procedura, che, quindi, diversamente che in passato, non spetta più all’autorità amministrativa (art. 30). In seguito alle modifiche introdotte dal d.l. 23.12.2003 n. 347 e succ. modif., anche l’impresa può richiedere, con istanza motivata, al Ministro delle attività produttive e corredata di adeguata documentazione, l’ammissione alla procedura di amministrazione straordinaria nelle forme della ristrutturazione economica e finanziaria di cui all’art. 27, 2° comma lett. b) del d.lg. 8.7.1999 n. 270.3.-Spetta al commissario giudiziale depositare, entro trenta giorni dalla dichiarazione dello stato di insolvenza, una relazione che deve contenere, oltre ad un’indagine sulle cause dell’insolvenza, una valutazione motivata sulla sussistenza delle condizioni di cui all’art. 27. Si perviene, così, alla fase successiva dell’amministrazione straordinaria in senso proprio, caratterizzata, nel momento iniziale, dalla predisposizione, ad opera del commissario straordinario nominato dal Ministero dell’Industria, di un programma che illustri le modalità attraverso le quali si renda possibile la realizzazione dell’obbiettivo della conservazione del patrimonio produttivo, attraverso uno dei due percorsi alternativi delineati dall’art. 27 d.lg 270/1999: la cessione ai terzi dei complessi aziendali ovvero la ristrutturazione economica e finanziaria dell’impresa. Il programma deve essere presentato dal commissario straordinario all’autorità di vigilanza entro sessanta giorni dall’apertura dell’amministrazione straordinaria. Il ministero autorizza con decreto l’esecuzione del programma, sentito il comitato di sorveglianza, entro trenta giorni dalla sua presentazione. Il programma autorizzato può essere modificato, durante la sua esecuzione, dall’autorità di vigilanza, su richiesta del commissario. Può essere, altresì, disposto il passaggio da uno all’altro degli indirizzi alternativi previsti dall’art. 27 d.lg 270/1999. 4.-Dopo l’approvazione, il commissario straordinario deve provvedere all’attuazione del programma presentando, ogni tre mesi, all’autorità di vigilanza una relazione sull’andamento dell’attività d’impresa e sull’esecuzione del programma. Per quanto riguarda la liquidazione dell’attivo, il legislatore non impone un sistema rigido limitandosi a prevedere, tra l’altro, che la vendita di singoli beni o di complessi di beni deve essere preceduta da una stima e che l’alienazione dei beni dell’impresa insolvente debba avvenire in conformità con quanto previsto dal programma autorizzato ed essere effettuata “con forme adeguate alla natura dei beni” (art. 62, comma 1 d.lg 270/1999). Nel corso della procedura, in qualunque fase della stessa, il commissario può procedere alla distribuzione di acconti a tutti i creditori o ad alcune categorie soltanto. È sempre possibile la conversione in fallimento della amministrazione straordinaria sia nel corso della procedura, che al termine della stessa. Nel primo caso la conversione è richiesta dal commissario oppure è disposta d’ufficio, quando risulti che l’amministrazione straordinaria “non può essere utilmente proseguita” (art. 69, comma 1). Al termine della procedura la conversione in fallimento avrà luogo, invece, quando, alla scadenza dei programmi alternativamente previsti dall’art. 27 d.lg 270/1999, si constati che questi non abbiano avuto successo. Per converso, è possibile anche il passaggio dal fallimento all’amministrazione straordinaria (art. 35 d.lg 270/1999). La chiusura dell’amministrazione straordinaria ha luogo per mancanza di domande di ammissione al passivo (art. 74, comma 1, lett. a), sia per il recupero da parte dell’imprenditore della capacità di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni (art. 74, comma 1, lett. b d.lg 270/1999), sia, infine, nel caso di adozione del programma di cessione dei beni aziendali, l’integrale pagamento dei creditori ammessi al passivo (art. 74, comma 2 d.lg 270/1999).

  • AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA DI BANCHE

    Istituto disciplinato dagli artt. 70 e segg. del TUBC. L’amministrazione straordinaria comporta lo scioglimento degli organi della banca, ai quali si sostituiscono uno o più commissari straordinari (v. commissario straordinario) assistiti da un comitato di sorveglianza. In virtù della riforma dell’art. 71 del TUBC intervenuta a seguito dell’entrata in vigore del d.lg. 4.8.1999 n.342, (recante modifiche al TUBC), il legislatore ha introdotto una previsione circa i requisiti di onorabilità degli organi dell’amministrazione straordinaria Con l’aggiunta di un 6° comma all’art. 71 si stabilisce che “agli organi della procedura si applicano i requisiti di onorabilità stabiliti ai sensi dell’art. 26”. Pertanto anche gli organi dell’amministrazione straordinaria devono possedere requisiti di professionalità e di onorabilità stabiliti con regolamento del Ministro dell’economia e delle finanze adottato, sentita la Banca d’Italia, ai sensi dell’art.17, comma 3, della l. 23.8.1988 n.400. Discussa è la natura giuridica: da chi la considera come una sanzione amministrativa contro comportamenti illegittimi si passa (attraverso varie altre interpretazioni: provvedimento cautelare a tutela dei creditori; provvedimento integrativo della capacità dell’ente) a chi vi vede uno strumento per risanare l’impresa creditizia in crisi. Il Ministro dell’economia e delle finanze, su proposta della Banca d’Italia, può disporre con decreto lo scioglimento degli organi con funzioni di amministrazione e di controllo della banca quando: a) risultino gravi irregolarità nell’amministrazione, ovvero gravi violazioni delle disposizioni legislative, amministrative e statutarie che regolano l’attività delle banche; b) siano previste gravi perdite di patrimonio; c) lo scioglimento sia richiesto con istanza motivata dagli organi amministrativi dall’assemblea straordinaria (art.70 TUBC). A seguito del decreto ministeriale, le funzioni degli organi della banca sono sospese e, a norma dell’art. 73 TUBC, i commissari devono prendere in consegna l’azienda dagli organi amministrativi disciolti, previo sommario processo verbale. I commissari (art. 72) provvedono ad accertare la situazione aziendale, a rimuovere le irregolarità e a promuovere le soluzioni utili nell’interesse dei depositanti. I commissari, nell’esercizio delle loro funzioni, sono pubblici ufficiali. L’amministrazione straordinaria dura per il periodo massimo di un anno, eccezionalmente prorogabile di altri sei mesi(art. 70 comma 5) e può concludersi con il superamento della situazione di crisi e la ricostituzione degli organi della banca (art.75) oppure con la liquidazione coatta della medesima. Al termine delle loro funzioni i commissari straordinari e il comitato di sorveglianza devono redigere separati rapporti sull’attività svolta e li trasmettono alla Banca d’Italia, la quale cura che della chiusura dell’amministrazione straordinaria sia data notizia mediante avviso da pubblicarsi nella G.U. I commissari devono altresì redigere il bilancio di chiusura dell’amministrazione. Ai sensi dell’art. 75, comma 2, TUBC, la chiusura dell’esercizio in corso alla data dell’amministrazione straordinaria è protratta ad ogni effetto di legge fino al termine della procedura. Tale bilancio è soggetto all’approvazione della Banca d’ Italia. È dubbio se possa essere impugnato. Da segnalare, tra l’altro, la sospensione dei pagamenti di cui all’art. 74 TUBC La Banca d’Italia, fatto salvo quanto detto a proposito della normale procedura di amministrazione straordinaria, agli artt. 70 e sgg. TUBC, può attivare la cosiddetta gestione provvisoria, istituto previsto all’art. 76 del TUBC e riformato dal d.lg. 4.8.1999, n 342, già citato. Infatti qualora concorrano ragioni di assoluta urgenza, la Banca d’Italia appunto può disporre, nei casi indicati all’art.70, comma 1, che uno o più commissari assumano la gestione provvisoria della banca con i poteri degli organi amministrativi. A tale disposizione consegue la sospensione delle funzioni degli organi di amministrazione e di controllo. È previsto che possano essere nominati amministratori anche funzionari della Banca d’Italia. Anche in questo caso i commissari, nell’esercizio delle loro funzioni, sono pubblici ufficiali. La gestione provvisoria non può avere una durata superiore ai due mesi. Qualora, durante questo periodo di 2 mesi, intervenga lo scioglimento degli organi di amministrazione e di controllo a norma dell’art. 70, comma 1, i commissari, subentrati agli organi medesimi a seguito dell’inizio della gestione provvisoria, assumono le attribuzioni del commissario provvisorio fino all’insediamento degli organi straordinari e all’avvio della ordinaria procedura dell’amministrazione straordinaria

  • AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE IN CONTABILITÀ NAZIONALE

    Settore che raggruppa le unità istituzionali le cui funzioni principali consistono nel produrre per la collettività servizi non destinabili alla vendita e nell’operare una redistribuzione del reddito e della ricchezza del Paese. Le principali risorse sono costituite da versamenti obbligatori effettuati direttamente o indirettamente da unità appartenenti ad altri settori. Il settore delle amministrazioni pubbliche è suddiviso in tre sotto-settori: a) Amministrazioni centrali che comprendono l’Amministrazione dello Stato in senso stretto (i ministeri) e gli organi costituzionali; gli enti centrali con competenza su tutto il territorio del paese (Cassa DDPP, ANAS, CRI, CONI, CNR, CNEN, ISTAT, ISAE ecc.); b) Amministrazioni locali che comprendono gli enti pubblici la cui competenza è limitata ad una sola parte del territorio (Regioni, Province, Comuni, Ospedali pubblici e altri enti locali economici, culturali, di assistenza, Camere di commercio, Università, EPT ecc.); c) Enti di previdenza che comprendono le unità istituzionali centrali e locali la cui attività principale consiste nell’erogare prestazioni sociali finanziate attraverso contributi generalmente a carattere obbligatorio (INPS, INAIL ecc.).

  • AMMISSIONE A QUOTAZIONE

    Provvedimento con il quale viene autorizzata la quotazione e la negoziazione di uno strumento finanziario in un mercato regolamentato. Con la riforma della borsa e con la sua privatizzazione attuata dal d.lg. 23.7.1996 n. 415 competente a ammettere alla quotazione e alla negoziazione è Borsa Italiana spa che vi provvede con i suoi regolamenti. Fanno eccezione i titoli di Stato, che sono ammessi di diritto alla quotazione con decreto ministeriale del Tesoro. Le procedure di ammissione (e quelle di sospensione e revoca) sono disciplinate dal Regolamento dei mercati organizzati e gestiti da Borsa Italiana spa (MTA, MCW, TAH, Mercato ristretto, MOT ecc.), dal Regolamento del Nuovo Mercato organizzato e gestito da Borsa Italiana spa. Per gli strumenti finanziari derivati (futures; opzioni) si parla solo di ammissione alla negoziazione. I regolamenti sono deliberati dall’Assemblea di Borsa Italiana spa e approvati dalla Consob. I requisiti per l’ammissione sono articolati e abbastanza differenziati secondo la specie di strumento finanziario e riguardano le sue caratteristiche e quelle degli emittenti. Ruoli speciali sono riservati allo sponsor e allo specialista. Al primo, che solitamente è una banca d’affari (ma anche una SIM, un’impresa di investimento o un intermediario finanziario iscritto nell’elenco speciale di cui all’articolo 107 TUBC), collabora con l’emittente assumendosi diverse responsabilità relative alla completezza e all’affidabilità delle informazioni fornite dall’emittente. Lo sponsor svolge in tal modo la funzione di garante sugli atti e fatti dell’emittente resi noti alla borsa. La nomina di uno sponsor è richiesta quando l’emittente che chiede l’ammissione a quotazione non ha altri strumenti già ammessi nei “mercati organizzati e gestiti” e nel Nuovo Mercato. Lo specialista è un intermediario che assume l’impegno di formulare in via continuativa proposte di acquisto o di vendita relative a certi strumenti finanziari. Ne è richiesta la designazione per la quotazione nel segmento Star, per i fondi chiusi, l’EuroMOT, il TAH e il Nuovo mercato.

  • AMMISSIONE AL PASSIVO

    Atto mediante il quale il creditore, nel corso di. una procedura fallimentare, chiede al giudice delegato il riconoscimento del proprio credito al fine di partecipare alla ripartizione dell’attivo susseguente alla liquidazione del patrimonio del fallito (v. liquidazione dell’attivo). La domanda produce gli stessi effetti di qualsiasi altra domanda giudiziale e, per gli atti che non possono essere compiuti durante il fallimento, impedisce la decadenza dai termini. Deve contenere il nome e cognome del creditore, l’indicazione del titolo da cui il credito deriva e l’ammontare del credito stesso, oltre che la indicazione dei documenti giustificativi. Se proposta successivamente al decreto che dichiara chiuso ed esecutivo lo stato passivo (v. accertamento del passivo), e comunque prima del riparto finale, la domanda dicesi tardiva e dà luogo a uno speciale procedimento, dato che il giudice deve convocare il ricorrente e il curatore in un’apposita udienza, nel corso della quale, se il curatore non contesta l’ammissione, e se il giudice la ritiene fondata, il credito viene ammesso al passivo; in caso contrario si procede all’istruzione della causa.

  • AMMORTAMENTO

    1.-Procedimento contabile con cui si ripartisce in più esercizi un costo pluriennale, ovvero, in generale, il valore di carico delle immobilizzazioni materiali e immateriali (v. immobilizzazioni). Ha lo scopo di misurare la loro perdita di valore, inevitabile col tempo, e il loro contributo alla gestione, oltre che di accantonare contabilmente risorse finanziarie per il recupero del costo dell’investimento finanziato con mezzi propri o mezzi di terzi. Per altre accezioni specifiche del termine “ammortamento” v. ammortamento dei titoli, ammortamento del debito pubblico, ammortamento di un prestito, ammortamento finanziario, ammortamento fiscale. 2.-L’art. 2426 c.c., n.2 prescrive che “il costo delle immobilizzazioni, materiali e immateriali, la cui utilizzazione è limitata nel tempo deve essere sistematicamente ammortizzato in ogni esercizio in relazione con la loro residua possibilità di utilizzazione”, cioè alla vita utile, un concetto coincidente con la vita (media) economica, il periodo in cui, con utilizzo e manutenzione normali, si prevede che il manufatto resterà efficiente anche economicamente, cioè in grado di dare prestazioni in quantità, qualità e costo considerati soddisfacenti (v. vita). Tale nozione tiene conto anche dell’obsolescenza tecnica. La durata della vita utile è rimessa all’apprezzamento del contabile, salvo che per i costi di impianto e di ampliamento, le spese di ricerca e pubblicità, l’avviamento, per i quali è fissato un periodo massimo di cinque anni. Per l’avviamento è tuttavia consentito l’ammortamento in un periodo di durata superiore, purché non sia superiore alla durata della sua utilizzazione e purché ne sia data adeguata motivazione nella nota integrativa (art. 2426, nn.5 e 6 c.c.). 3.-Si possono seguire diversi criteri per la determinazione delle quote di ammortamento, ovvero nell’adozione dei coefficienti da applicare ai valori da ammortizzare. Il criterio sistematico più seguito in Italia è quello matematico rigido a quote costanti, che consiste nel suddividere il valore del bene da ammortizzare per il numero degli anni di vita utile. Se si prevede di utilizzare il bene in misura diversa nei diversi esercizi, si possono applicare, secondo il caso, altri criteri sistematici di ammortamenti a quote crescenti o a quote decrescenti prefissate. Criteri elastici non sistematici, detti logici, lasciano la determinazione anno per anno dell’ammontare delle quote. Questi procedimenti vanno contro la sistematicità dell’ammortamento, costituendo di fatto una modifica da un anno all’altro dei coefficienti. L’art. 2426 n. 2 c.c. prescrive che le modifiche dei criteri di ammortamento e dei coefficienti applicati devono essere motivate nella nota integrativa. 4.-Ci sono due forme di contabilizzazione degli ammortamenti. La prima è la rettifica indiretta che consiste nel portare le quote annuali in aumento di un fondo di ammortamento iscritto nel passivo dello stato patrimoniale e nel lasciare immutato nell’attivo il valore storico dell’immobilizzazione. La seconda, attualmente adottata in Italia, porta la quota di ammortamento di competenza dell’anno in diretta diminuzione del valore residuo dell’immobilizzazione da ammortizzare alla fine dell’esercizio precedente.

  • AMMORTAMENTO DEI TITOLI

    Procedura promossa dal possessore legittimo di un titolo di credito all’ordine o dall’intestatario o giratario di un titolo nominativo, i quali, avendo perduto la disponibilità materiale del documento, per distruzione, sottrazione, o smarrimento, possono chiedere, con ricorso al presidente del tribunale del luogo ove deve avvenire il pagamento, che sia dichiarata l’inefficacia del titolo. Il presidente del tribunale, premessi gli opportuni accertamenti, pronuncia con decreto l’ammortamento e tale provvedimento deve essere, a cura del ricorrente, notificato al debitore e pubblicato nella G.U. Entro trenta giorni dalla pubblicazione, il detentore o il debitore, che abbia già eseguito la prestazione, possono proporre opposizione avverso il decreto di ammortamento, nel qual caso si svolge un vero e proprio giudizio, con il contraddittorio di tutti gli interessati, per l’accertamento delle rispettive ragioni. Se, invece, nel termine predetto non è proposta opposizione, il decreto emesso dal presidente acquisterà efficacia esecutiva, onde chi ha ottenuto l’ammortamento può esigere il pagamento od ottenere un duplicato del titolo se quest’ultimo era stato emesso in bianco o non era ancora scaduto. Il procedimento descritto non si applica per i titoli al portatore, per i quali il possessore può solo denunciare all’emittente la sottrazione o lo smarrimento del titolo, fornendogli le prove di tali fatti e della sua legittimazione, per ottenere la prestazione una volta decorso il termine di prescrizione (art. 2006 c.c.). Tuttavia, alcune leggi speciali ammettono anche per taluni titoli al portatore la procedura di ammortamento, che ricalca, nelle sue grandi linee, quella prevista per i titoli all’ordine: così la 1. 30.7.1951 n. 948 stabilisce che i libretti di deposito bancario e di risparmio al portatore sono ammortati mediante decreto del giudice, non seguito da opposizione, previa denuncia fatta all’istituto emittente contenente le notizie necessarie per l’identificazione del titolo. Per gli assegni circolari e i vaglia non trasferibili non v’è procedura di ammortamento: il prenditore denuncia alla banca emittente lo smarrimento, distruzione o sottrazione del titolo e trascorsi venti giorni per l’assegno circolare e quindici giorni per il vaglia, la banca è tenuta al pagamento.

  • AMMORTAMENTO DEL DEBITO PUBBLICO

    Procedura di estinzione dei debiti dello Stato, consistente nel rimborso di titoli del debito pubblico loro portatori. I debiti contratti dallo Stato possono essere redimibili o irredimibili. Nel primo caso la loro estinzione è automatica, nel secondo è necessario invece far ricorso a un’apposita procedura, che si definisce appunto ammortamento del debito pubblico. Quanto alle modalità di esecuzione, l’ammortamento può aver luogo o utilizzando avanzi di bilancio, o mediante stanziamenti annuali, o infine acquistando i titoli in borsa. In quest’ultima ipotesi è prevista la istituzione di una cassa di ammortamento (per l’Italia v.Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato).

  • AMMORTAMENTO DI UN PRESTITO

    Modalità di estinzione di un debito che avviene con una serie di pagamenti rateali periodici secondo un piano di rimborso predeterminato (piano di ammortamento). I pagamenti rateali comprendono una parte del capitale e gli interessi del periodo. Di regola si ricorre all’ammortamento per debiti a medio-lungo termine, specialmente per quelli nascenti da mutui e prestiti con emissione di titoli. Piani di restituzione si stendono anche per somme dovute nascenti dal consolidamento di debiti a breve incagliati che il debitore si impegna a rimborsare in uno-tre anni, ovvero da rateazioni del rimborso di prestiti al consumo (in genere a uno-tre anni con rateazione mensile). Altre modalità di rimborso, oltre al piano di ammortamento, sono quelle del capitale a scadenza con pagamento periodico degli interessi e quello con pagamento a scadenza del montante di capitale più interessi. Nel primo caso di hanno rate periodiche composte a soli interessi, nel secondo caso un’unica rata a scadenza comprensiva di capitale e interessi. A queste due modalità non si dà il nome di ammortamento, che è riservato alle forme in cui i pagamenti rateali comprendono anche quote di capitale. Per i finanziamenti a mediolungo termine non è frequente il rimborso del capitale, meno che mai del capitale e degli interessi, in unica soluzione a scadenza, tranne che per i titoli di Stato (obbligazioni a cedola zero). Le condizioni del prestito possono prevedere il pagamento della rata in via posticipata o, meno frequentemente, anticipata. Per il caso degli interessi posticipati le due forme tipiche di costruzione del piano sono l’ammortamento francese e l’ammortamento italiano. Il primo (usato correntemente per i mutui) è progressivo con annualità (ma anche semestralità ecc.) costanti per capitale e interessi. Con esso il debitore è vincolato al pagamento di rendite di importo costante in cui la quota degli interessi è calcolata sul capitale residuo all’inizio di ogni periodo. Pertanto nella rata la parte di capitale cresce quella degli interessi decresce col progredire del tempo, mentre il debito residuo decresce a sua volta. La formula per il calcolo della rata per un debito è la seguente:

                    i(1+i)n

    rata = C -----------

                   (1+i)n-1

    L’ammortamento italiano è uniforme con quote di capitale costanti e pari a C/n (n = numero dei periodi. La quota interessi si calcola sul debito residuo all’inizio del periodo. Nel caso di rata anticipata la formula dell’ammortamento francese diventa la seguente:

                  i(1+i)n-1

    rata = C -----------

                 (1+i)n-1

    Altre due forme, non comuni in Italia, sono l’ammortamento tedesco (in cui gli interessi sono corrisposti all’inizio del periodo e calcolati sul debito residuo esistente a quel momento) e l’ammortamento americano con quote di accumulazione in un fondo (sinking fund) generalmente acceso presso un terzo fiduciario (trustee). Il meccanismo è specifico per l’ammortamento dei prestiti obbligazionari (v. sinking fund bonds).

  • AMMORTAMENTO FINANZIARIO

    Beni gratuitamente devolvibili. Ammortamento concesso, in luogo di quello ordinario, per i beni gratuitamente devolvibili alla scadenza di una concessione. L’art. 69, d.p.r. 22.12.1986 n. 917, dispone infatti al primo comma che “per i beni gratuitamente devolvibili alla scadenza di una concessione è consentita, in luogo degli ammortamenti di cui agli articoli 67 e 68, la deduzione di quote costanti di ammortamento finanziario”. La ratio di questa norma va in specie ricercata nella gratuità della devoluzione del bene al concedente al termine della concessione. La gratuità implica - infatti - la necessità per il concessionario di ammortizzare i capitali investiti negli impianti gratuitamente reversibili. Da qui il ricorso all’ammortamento finanziario, al fine di recuperare la quota del valore originario che annualmente il concessionario perde nell’arco del periodo della concessione. La quota deducibile: “ è determinata dividendo il costo dei beni, diminuito degli eventuali contributi del concedente per il numero degli anni di durata della concessione considerando tali anche le frazioni. In caso di modifica della durata della concessione la quota deducibile è proporzionalmente ridotta o aumentata a partire dall’esercizio in cui la modifica è stata convenuta” (art. 69, comma 2, citato). In specie, mentre per il calcolo della base ammortizzabile dei beni materiali di cui all’art. 67, il costo è assunto al lordo del contributo, in quanto questo rappresenta una componente del reddito imponibile che non deve influenzare il costo, nel caso dei beni gratuitamente devolvibili, trattandosi di ammortamento finanziario e che deve quindi riguardare l’esposizione in termini di capitale del concessionario, il contributo del concedente deve essere detratto dalla base imponibile. La durata dell’ammortamento finanziario è pari al numero degli anni di durata della concessione. Per quanto riguarda poi il criterio di determinazione delle quote, l’art. 69 fa riferimento al criterio delle quote costanti, salva la deroga che è prevista con riguardo alle concessioni relative alla costruzione e all’esercizio di opere pubbliche, per le quali è possibile operare l’ammortamento in base alle quote previste nel piano economico finanziario della concessione, quote che possono essere costanti, crescenti o decrescenti. Questa deroga si giustifica in considerazione del fatto che normalmente i primi esercizi sono caratterizzati da elevati costi e limitati ricavi. Allora diventa opportuno un ammortamento a quote crescenti, in modo tale da ridurre l’incidenza degli ammortamenti nei primi esercizi, e da concentrare gli ammortamenti negli ultimi, dove i ricavi risulteranno presumibilmente più elevati. Altra deroga per le imprese concessionarie della costruzione di opere pubbliche è la possibilità di includere nel valore da ammortizzare gli interessi passivi. Questa deroga è stata motivata dall’Amministrazione finanziaria, con Risoluzione ministeriale n. 9150230 del 23.12.1975, per il fatto che “ le società concessionarie devono provvedere alla restituzione dei capitali presi a mutuo mediante rate annuali costanti, comprensive dei relativi interessi, mentre a fronte di tali oneri i proventi della gestione sono inizialmente molto bassi e inferiori alle dette rate annuali crescendo poi solo man mano che si sviluppa l’utenza dell’opera pubblica in concessione”. La “capitalizzazione” degli interessi passivi è perciò prevista per consentire alle imprese predette di ripartire l’incidenza di tali oneri in tutti gli esercizi di durata della concessione, e salvaguardare così la redditività dei primi esercizi, altrimenti compromessa. Beni concessi in locazione finanziaria. Di ammortamento finanziario si parla, ora, anche con riferimento ai beni concessi in locazione finanziaria. Per effetto delle modifiche introdotte dalla l. 28.12.1995 n. 549, infatti, per i beni in oggetto le quote di ammortamento sono determinate in ciascun esercizio nella misura risultante dal relativo piano di ammortamento finanziario e non è ammesso l’ammortamento anticipato.

  • AMMORTAMENTO FISCALE

    Limite entro il quale le norme fiscali ammettono la deducibilità nella determinazione del reddito di esercizio delle quote di ammortamento economico. La legge tributaria disciplina gli ammortamenti dei beni aziendali con norme molto più particolareggiate di quanto dispongono gli artt. 2425 e 2426 c.c. In specie, l’art. 67 d.p.r. 22.12.1986 n. 917 stabilisce che le quote di ammortamento del costo dei beni materiali strumentali per l’esercizio dell’impresa sono deducibili a partire dall’esercizio di entrata in funzione del bene. La deduzione è ammessa in misura non superiore a quella risultante dall’applicazione al costo dei beni dei coefficienti stabiliti con decreto del Ministro delle Finanze pubblicato nella G.U., ridotti alla metà per il primo esercizio. I coefficienti sono stabiliti per categorie di beni omogenei in base al normale periodo di deperimento e consumo nei vari settori produttivi. La misura massima può essere superata in proporzione alla più intensa utilizzazione dei beni rispetto a quella normale del settore. La misura stessa può essere elevata fino a due volte, per ammortamento anticipato, nell’esercizio in cui i beni sono entrati in funzione per la prima volta e nei due successivi. Per i beni concessi in locazione finanziaria le quote di ammortamento sono determinate in ciascun esercizio nella misura risultante dal relativo piano di ammortamento finanziario e non è ammesso l’ammortamento anticipato. La deduzione dei canoni da parte dell’impresa utilizzatrice è ammessa a condizione che la durata del contratto non sia inferiore a otto anni se questo ha per oggetto beni immobili, e alla metà del periodo di ammortamento corrispondente al coefficiente stabilito con decreto in relazione all’attività esercitata dall’impresa stessa, se il contratto ha per oggetto beni mobili. Con specifico riferimento ai beni immateriali, stante il disposto dell’art. 68, d.p.r. n. 917 le quote di ammortamento del costo dei diritti di utilizzazione di opere dell’ingegno, dei brevetti industriali, dei processi, formule e informazioni relativi a esperienze acquisite in campo industriale, commerciale o scientifico sono deducibili in misura non superiore a un terzo del costo; quelle relative al costo dei marchi di impresa in misura non superiore a un decimo del costo. Le quote di ammortamento del valore di avviamento iscritto nell’attivo del bilancio sono deducibili in misura non superiore a un decimo del valore stesso. Speciali regole sono previste per l’ammortamento dei beni devolvibili allo Stato alla scadenza di una concessione. In specie, l’art. 69, d.p.r. n.917 ammette per tali beni, in luogo della deducibilità di quote di ammortamento ordinario,la possibilità di dedurre quote di ammortamento finanziario. In tali casi la quota di ammortamento deducibile deve tenere conto del costo originario dei beni, degli eventuali contributi del concedente, della durata della concessione e degli eventuali incrementi o decrementi dei beni stessi. Le spese relative a studi e ricerche sono deducibili nell’esercizio in cui sono state sostenute ovvero in quote costanti nell’esercizio stesso e nei successivi ma non oltre il quarto. Le spese di pubblicità e di propaganda sono deducibili nell’esercizio in cui sono state sostenute o in quote costanti nell’esercizio stesso e nei quattro successivi. Le spese di rappresentanza sono ammesse in deduzione nella misura di un terzo del loro ammontare e sono deducibili per quote costanti nell’esercizio in cui sono state sostenute e nei quattro successivi. Le predette limitazioni non si applicano ove le spese di rappresentanza siano riferite a beni di valore unitario non eccedente L. cinquantamila (€ 25, 82). Regole specifiche sono dettate dall’art. 121-bis d.p.r. n. 917 con riguardo ai limiti di deduzione delle spese e degli altri componenti negativi relativi a taluni mezzi di trasporto, utilizzati nell’esercizio di impresa, arti e professioni.

  • ANAGRAFE TITOLI

    L’anagrafe titoli è un dataset tenuto dalla Banca d’Italia, contenente informazioni sugli strumenti finanziari emessi o trattati dai residenti in Italia, oltre ai dati anagrafici relativi ai soggetti italiani e alle società estere, che abbiano emesso titoli o che siano oggetto di segnalazioni statistiche e/o di vigilanza o di specifici adempimenti previsti dalla normativa antiriciclaggio. Dal 1991 l’Ufficio Italiano dei Cambi (UIC) ha svolto il ruolo di Agenzia Nazionale di Codifica degli strumenti finanziari, occupandosi della raccolta di tali dati; a seguito della soppressione dell’UIC (D. Lgs. 21/11/2007 n.231) la tenuta dell’anagrafe titoli è passata alla Banca d’Italia, che la utilizza a fini di segnalazioni statistiche e di vigilanza. I titoli sono individuati in modo univoco da un codice internazionale chiamato ISIN (International Securities Identification Number),attribuito secondo lo standard ISO 6166, pertanto l’anagrafe titoli rappresenta la fonte ufficiale e completa dei codici ISIN italiani. Tale standard è gestito dalle Association of National Numbering Agencies (ANNA) cui partecipa la Banca d'Italia in veste di agenzia di codifica nazionale per l'Italia. Per quanto riguarda le informazioni relative alle società estere (controparti estere) , queste vengono identificate, nell'Anagrafe Titoli, con un codice interno, il cosiddetto "codice UIC", mentre i soggetti italiani sono identificati dal codice fiscale. L’Anagrafe titoli è a disposizione delle Autorità Centrali di controllo, National Numbering Agencies, Pubbliche Amministrazioni, enti preposti al funzionamento dei mercati e a tutti i soggetti che fanno segnalazioni di vigilanza a Banca d’Italia (Banche, SIM, OICR, Fiduciarie, Agenti di cambio, Finanziarie iscritte all'albo art.107 B.I.) e a ISVAP (Assicurazioni) cui viene trasmessa gratuitamente direttamente dalla Banca d’Italia mentre chiunque può farne richiesta, previo pagamento, impegnandosi ad utilizzarla esclusivamente per esigenze operative proprie.Dal 1° dicembre 2009, la documentazione relativa all'Anagrafe Titoli è consultabile all'indirizzo www.bancaditalia.it, sezione Statistiche -> Raccolta dati e servizi -> voce Anagrafe Titoli e ISIN.
    Link: http://www.bancaditalia.it/statistiche

    Redattore: Bianca GIANNINI
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  • ANAGRAFE TRIBUTARIA

    Ufficio che deve raccogliere e ordinare, su scala nazionale, i dati e le notizie risultanti dalle dichiarazioni e dalle denunce presentate agli Uffici dell’Amministrazione finanziaria e dai relativi accertamenti, oltre che i dati e le notizie che possono comunque assumere rilevanza ai fini tributari (art. 1, d.p.r. 29.9.1973 n. 605). Al funzionamento dell’anagrafe tributaria il Ministero delle Finanze provvede mediante un sistema informatico basato sull’impiego di apparecchiature elettroniche centrali, periferiche e di trasmissione dei dati. A tal fine sono istituiti centri informatici presso gli uffici dell’amministrazione finanziaria. Una Commissione parlamentare di undici membri, designati dai Presidenti delle due Camere del Parlamento, ha il compito della vigilanza sull’anagrafe tributaria. La realizzazione e la conduzione tecnica del sistema informatico predetto, compresa la gestione delle apparecchiature centrali, potevano essere affidate (ed in effetti erano state affidate) a una società specializzata a prevalente partecipazione statale, per un periodo non superiore ai cinque anni. Scaduta la convenzione stipulata su tali basi, è stato previsto che il completamento e l’esecuzione di nuove realizzazioni e di integrazioni, oltre alla conduzione, di tale sistema informatico possano essere affidati a una o più società specializzate a totale partecipazione pubblica (art. 7, d.l. 30.9.1982 n. 688 convertito in. l. 27.11.1982 n. 873); in attuazione di tale legge venne stipulata con la Società generale d’informatica (SOGEI), a totale partecipazione pubblica, una convenzione per il completamento e la conduzione tecnica del sistema informativo che, scaduta il 31.12.1987, è stata prorogata per il successivo triennio e successivamente rinnovata fino al 2001. Sono peraltro in fase di discussione progetti di riforma del sistema monopolistico attualmente vigente, diretti a bandire appalti aperti per la citata gestione. All’anagrafe tributaria sono iscritte le persone fisiche, le persone giuridiche, le società, le associazioni e le altre organizzazioni di beni o di persone, prive di personalità giuridica. Tutti questi soggetti sono tenuti, sia che abbiano già o acquistino la qualità di contribuente, a chiedere un numero di codice fiscale che deve essere indicato in numerosi atti, scritture private e atti pubblici, talora addirittura a pena di irricevibilità e di inefficacia di domande e di atti presentati a Uffici pubblici. Recentemente è stata poi stabilita l’estensione di tale sistema di codificazione anche a tutti i soggetti per i rapporti con le gestioni previdenziali e assistenziali, con le Camere di commercio e con le altre amministrazioni pubbliche. Attraverso l’anagrafe tributaria è stato dunque creato, non solo una specie di “stato civile” dei contribuenti, ma anche una raccolta di tutti i dati, cui collaborano anche i Comuni, le Camere di commercio, gli Ordini professionali, gli Uffici del Ministero delle Finanze, utili o indispensabili per l’accertamento dei singoli tributi, oltre che per compimento di studi sui fenomeni tributari. L’anagrafe peraltro non ha alcuna efficacia costitutiva della soggettività passiva tributaria, anche se l’iscrizione a essa e l’attribuzione di un numero di codice fiscale sono obbligatorie. Tale soggettività presuppone infatti il compimento di atti o comunque la realizzazione di fattispecie rilevanti agli effetti delle leggi impositive.

  • ANALISI COSTI BENEFICI (ENCICLOPEDIA)

    Ogni qualvolta si tenta di comparare vantaggi e svantaggi di una determinata situazione  si pone in essere una sorta di analisi costi benefici (ACB). Anche se, questa riguarda solitamente l’analisi di investimenti, privati e pubblici, è applicabile a qualunque ipotesi di cambiamento dell’ambiente, anche a quelli solamente istituzionali e apparentemente senza costi diretti (es. la modifica dell’orario dei negozi o del limite della maggiore età).
    L'ACB rappresenta una tecnica di valutazione di progetti o di politiche, atta ad identificarne, stimarne ed esprimerne in termini monetari gli effetti su determinate variabili economiche (P.R. Portney).
    Nella pratica si distinguono due tipi di analisi: la valutazione finanziaria e valutazione economica. Metodi e procedure di entrambe sono grosso modo le stesse e le principali differenze dipendono: a) dal fatto che la prima considera solo elementi che si configurino con effetti interni al bilancio della persona che realizza l’investimento, mentre la seconda anche elementi (esternalità, economie esterne) che si configurino come effetti esterni, sociali o, comunque, ricadenti, nel bene e nel male, di regola su soggetti diversi dall’investitore; b) dal metro di valorizzazione impiegato: prezzi di mercato per la valutazione finanziaria; prezzi ombra variamente elaborati per la valutazione economica. Alcuni (in Italia) riservano la denominazione di analisi costi-benefici alla valutazione economica. Altri precisano meglio quest’ultima come social cost-benefit analysis. Si noti che la valutazione finanziaria riguarda solo lo stato giuridico dell’investitore (la sua posizione patrimoniale rilevante nei confronti dei terzi), mentre la valutazione economica dovrebbe abbracciare l’intero stato di benessere della collettività interessata dal progetto. Le due forme di valutazione non sono specializzate: quella economica esprimerà giudizi adatti agli interessi collettivi, se applicata a un progetto di privati; quella finanziaria di investimenti di un’organizzazione pubblica giudicherà degli effetti sul bilancio dell’organizzazione stessa.
    Nel complesso, l’ACB si propone anzitutto di rigettare i progetti non efficienti, ossia quelli che, a parità di condizioni, raggiungono gli stessi obiettivi di altri progetti, ma con un dispendio superiore di risorse. In subordine,  non senza notevoli difficoltà teoriche, essa si propone anche di selezionare i progetti che assicurano il massimo contributo al benessere sociale, compatibilmente con un adeguato incremento di benefici netti per gli agenti economici individuali (D. W. Weimer, 2008).
    L’ACB trova le radici del suo sviluppo nella letteratura economica marginalista, in particolare nella “nuova economia del benessere”, un filone teorico sviluppato a partire dagli anni ’60 (Weisbrod, Burton, 1960-1962). I principi di base dell'ACB sono stati formulati per la prima volta da Dupuit in un articolo del 1848 e formalizzati successivamente nei lavori di Alfred Marshal. La sua applicazione pratica ha avuto inizio alla fine degli anni '30 negli Stati Uniti, in seguito al Federal Navigation Act del 1936, nell’ambito del quale è stato esplicitamente richiesto l'utilizzo dell'ACB per tutti quei progetti riguardanti la costruzione di infrastrutture pubbliche. Da allora questa tecnica è stata utilizzata per valutare progetti e politiche nel settore dei trasporti, della sanità, della giustizia, della difesa, della educazione e dell’ambiente.
    In Italia, l’ACB è stata introdotta nelle amministrazioni pubbliche, agli inizi degli anni Ottanta per gli investimenti di cui si richiedeva il finanziamento del FIO-Fondo per gli Investimenti e l’Occupazione presso il Ministero del bilancio e della programmazione economica, dove venne istituito uno speciale ufficio di valutazione (il Nucleo di valutazione degli investimenti pubblici) e poi adottata dalla Cassa DDPP (ma come valutazione finanziaria) per i finanziamenti agli enti locali e da altri uffici pubblici (da ultimo dal Ministero dell’Ambiente: v. valutazione di impatto ambientale).
    Negli ultimi 10 anni l'utilizzo dell’ACB si è esteso ad altri settori, come il settore della cultura e del turismo. Oggi esistono diverse linee guida da seguire in funzione del settore di applicazione e del paese di riferimento.
    Il processo di valutazione, nell’ambito del quale viene ad essere effettuata l’ACB, si sviluppa in una sequenza di fasi di approfondimento progressivo. Ogni fase si conclude con un giudizio di rigetto o di ammissione al giudizio della fase successiva, in modo da scartare al più presto i progetti non validi e di evitare i costi non indifferenti di ulteriori ricerche. Nell’articolazione più estesa (ma, di solito, l’istruttoria e la decisione avviene più brevemente) la sequenza è la seguente: identificazione, proposta e studio di opportunità dell’investimento, seguita eventualmente da studi di supporto su aree che si ritiene meritevoli di particolare approfondimento; studio di prefattibilità; studio di fattibilità; stima e previsione degli elementi da mettere in conto; valutazione e scelta. Segue, quindi il monitoraggio e controllo nell’esecuzione e nell’esercizio e, dopo un certo numero di anni, una revisione e valutazione ex post.
    Alla base della metodologia sta l’applicazione del criterio paretiano, attraverso la comparazione tra benefici, in termini di miglioramenti del benessere collettivo, e costi, in termini di prezzi ombra (costi opportunità) delle risorse, di un progetto di investimento. Tale raffronto è generalmente giustificato facendo appello al cosiddetto criterio di Kaldor-Hicks, secondo cui ad una situazione A, rappresentata da una certa allocazione di risorse, è socialmente preferibile una situazione B, rappresentata da una allocazione alternativa, se coloro che guadagnano nel passaggio da A a B possono compensare coloro che perdono nello stesso passaggio, anche se tale compensazione non viene materialmente effettuata (Kaldor, 1939, Hicks, 1939).
    Nel complesso, come mostra anche l’analisi sviluppata nel Report to Congress on the Costs and Benefits of Federal Regulations (U.S. Office of Management and Budget, 2000), le implicazioni distributive dell’aggregazione dei costi e dei benefici sono oggi ritenute rilevanti solo quando riguardano grandi gruppi della popolazione o vaste fasce di percettori di reddito (Pennisi, Scandizzo, 2003).
    La pratica, prima e, poi, la dottrina hanno elaborato diversi metodi di valutazione. Il metodo comunemente adottato, perché tiene conto del diverso valore della moneta nel tempo, consiste nella tecnica dei flussi di cassa attualizzati (DCF, dall’acronimo inglese discounted cash flow analysis), il cui risultato determina l’opportunità o meno della realizzazione del progetto, espressa attraverso criteri di selezione. Tra questi se ne ricordano almeno tre: il rapporto costo-beneficio, il valore attuale netto e il tasso interno di rendimento. Tenendo conto di questi criteri di selezione il progetto o la politica viene giudicata “fattibile” se il suo rapporto costo-beneficio è maggiore di uno, se il valore attuale netto è maggiore di zero e se il tasso di rendimento interno è maggiore del tasso di sconto utilizzato nell'analisi. I criteri di selezione assolvono anche al ruolo di definire un ordine di preferibilità tra più alternative progettuali. Particolare attenzione occorre mettere all’analisi del rischio, che dovrebbe essere sempre inclusa nell’analisi costi-benefici.
    Attraverso la DCF costi e benefici vengono rapportati ad un comune denominatore attualizzandoli (solitamente all'inizio dell'arco di tempo preso in considerazione) con un fattore che riflette il tasso a cui il valore dell'unità di misura, in cui vengono espressi, declina al passare di ogni unità di tempo; tale fattore viene chiamato tasso di attualizzazione o di sconto.
    Sia il fattore di attualizzazione, sia l’unità di misura nella quale vengono espressi i flussi di cassa da attualizzare varia a seconda dello scopo della valutazione. Spesso la stima di costi e benefici progettuali è molto complicata poiché dipende da numerose variabili, tra cui il  punto di vista dell’analisi (es. pubblico, privato, etc.), le caratteristiche intrinseche del progetto, gli obiettivi progettuali. Esistono importanti differenze anche nella valutazione di progetti appartenenti a diversi settori (infrastrutture, settori produttivi, terziario, etc.), e anche sostanziali differenze nei criteri di valutazione usati in paesi diversi (Commissione UE, 2008).
    Nella pratica, gli analisti stimano costi e benefici progettuali sia attraverso l’utilizzo di metodologie di indagine diretta, sia attraverso metodologie di inferenza statistica.
    Come già precedentemente detto, secondo la metodologia dell'ACB tutti i potenziali benefici e costi progettuali vengono stimati e convertiti in unità monetarie e comparati sulla base di regole decisionali che ne definiscono la fattibilità dal punto di vista di diverse prospettive.
    Nella valutazione economica, in particolare, i  prezzi di mercato, espressi in unità di conto monetario, diventano un termine di riferimento inaffidabile sia perché essi non sono osservabili per tutti i beni e servizi considerati, sia perché i prezzi di mercato osservabili spesso non riflettono gli obiettivi a medio e lungo termine della società ed i vincoli sotto i quali essi possono essere perseguiti non sono necessariamente quelli meglio indicati per la valuta­zione economica dei benefici e dei costi. Sono da utilizzare, in questo caso, i “prezzi ombra” o “prezzi contabili”, come sostituti o correttivi dei prezzi di mercato non efficienti (Little - Mirrlees, 1968). I prezzi ombra o prezzi contabili sono, pertanto, dei prezzi di sti­ma che riflettono meglio dei prezzi di mercato la valutazione che la società dà al costo opportunità di beni e servizi.
    In definitiva, quale che sia la natura del progetto, la sua implementazione ridurrà sempre l'offerta degli input (utilizzata dal progetto) e aumenterà l'offerta degli output (prodotta dal progetto). L’ACB raffronta la situazione con il progetto, con la situazione che si avrebbe senza il progetto, senza cioè gli interventi specifici previsti dal progetto. Le situazioni con e senza il progetto differiscono da quelle dopo e  prima in quanto, in molti casi, anche in assenza di progetto la situazione preesistente subirebbe un’evoluzione. Un'accurata descrizione della situazione senza il progetto può comportare notevoli difficoltà di giudizio.
    Bibliografia
    Eu Commision: Guide to cost-benefit analysis of investment  projects, July 2008.
    Hicks, J. (1939), The Foundations of Welfare Economics,  Economic Journal, December, 49.
    Kaldor, N. (1939), Welfare Propositions of Economics and Interpersonal Comparisons of Utility, The Economic Journal, 49:195.
    Little, I.M.D. e Mirrlees, J.A. (1968). A Manual of Industrial Project Analysis, OECD, Parigi.
    Pennisi, G. e Scandizzo, P.L. (2003), Valutare l’Incertezza, L’Analisi Costi Benefici nel XXI Secolo,  Giappichelli, Torino.
    Portney P. R. Benefit-Cost Analysis, the Concise Encyclopedia of Economics.
    Squire L., van der Tak H. G., (1988), Economic Analysis of project, World Bank publications.
    U.S. Office of Management and Budget (2000), Report to Congress on the Costs and Benefits of Federal Regulations, Government Printing Office, Washington D.C.
    Weimer  D. L., (2008), The New Palgrave Dictionary of Economics, Second Edition, Edited by Steven N. Durlauf and Lawrence E. Blume.
    Weisbrod, Burton: “Does Better Health Pay?” Public Health Report, vol. 75, June 1960, pp. 557-60.
    Weisbrod, Burton: “Education and Investment in Human Capital,” Journal of Political Economy, Supplement, vol. 70, no. 5, part 2, October 1962, pp. 106-23.
    Redattore: Carmela NOTARO
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  • ANALISI COSTI-EFFICACIA

    Tecnica di valutazione connessa all’analisi costi-benefici, impiegata per identificare la linea da seguire meno onerosa per la realizzazione di un obiettivo predeterminato. Solitamente l’analisi costi-efficacia è impiegata nella produzione di servizi pubblici e nelle spese pubbliche, quando, per ipotesi che non si vuole porre in discussione, l’obiettivo o comporta benefici talmente estesi da essere comunque superiori ai costi, oppure è prevalentemente di natura qualitativa, alla quale si attribuisce un valore assorbente per ragioni sociali, ma più spesso politiche e religiose, tali da rendere superflua o importuna l’analisi e la valutazione dei benefici (p.e.: diminuzione della mortalità infantile; eliminazione dell’anofele; centri per il ricovero di tossicodipendenti; realizzazione di luoghi di culto e di pellegrinaggio; spese per giubilei et sim.). Ciò posto, l’analisi e la valutazione procede come nell’analisi costi-benefici, salvo che non vengono considerati, di regola, i benefici. Il metodo di valutazione correntemente impiegato è quello di attualizzare o capitalizzare con qualche procedimento di matematica finanziaria i costi e la scelta viene indirizzata sul progetto che comporta il costo minore a parità di realizzazione. L’applicazione concettuale dell’analisi costi-efficacia è applicata anche nell’analisi micro-aziendale (v metodo del costo equivalente).

  • ANALISI DEL RISCHIO

    Nelle decisioni di investimento è molto importante tener conto dei possibili eventi futuri che, se si realizzassero, modificherebbero le previsioni sulla base delle quali si sta conducendo la valutazione. Non tutti gli eventi futuri sono prevedibili probabilisticamente con statistiche oggettive: quando lo sono, si dovrebbe parlare di rischio, altrimenti di eventi incerti, purtroppo prevalenti nelle decisioni di investimento, per loro natura di durata pluriennale, anche lunga. Sono rischi quelli non dolosi di incendio, esplosione, rottura di macchinari, fenomeni atmosferici; sono eventi incerti la caduta di un governo o di un regime di qui a qualche anno e, in generale, il rischio paese. La teoria microeconomica tende oggi a ignorare la distinzione tra rischio e incertezza, assumendo che, in condizioni di incertezza ambientale, anche se non dispone di evidenze statistiche oggettive l’uomo può sempre decidere attribuendo a ogni evento una probabilità soggettiva e, in base alle proprie preferenze (o avversione) per il rischio, apprezzare l’utilità attesa dai cambiamenti indotti da una sua azione. Nelle decisioni di investimento l’analisi del rischio è anzitutto rilevante per identificare le opportunità di copertura contrattuale con assicurazioni, tra le quali, oltre a quelle dei rischi elementari, sì ricordino l’assicurazione dei crediti all’esportazione e l’assicurazione di cambio e con altre tecniche di copertura dell’incertezza mediante prodotti finanziari derivati (financial derivative products: v. strumenti finanziari derivati; futures; options; swap; v. anche hedging). Per altri versi l’analisi del rischio va intesa come studio delle possibili manifestazioni future di eventi incerti e dei loro effetti sulla gestione del progetto. Sovviene al riguardo l’analisi di sensitività (sensitivity analysis, detta anche, in italiano, analisi di sensibilità o analisi di reattività), che individua le componenti delle previsioni del progetto più a rischio e gli effetti di una loro variazione, rispetto alla misura assunta in progetto, sui risultati impiegati dai metodi di valutazione. Un secondo passo sta nell’analisi di probabilità, che consiste nell’attribuire una probabilità, anche soggettiva, ai valori che si ritiene che le variabili critiche potrebbero assumere e calcolare, quindi, i risultati che ne conseguirebbero, associando a ciascuno la corrispondente probabilità. La distribuzione dei risultati consente di selezionare i progetti in base oltre che al rendimento, anche al rischio, misurato dalla probabilità composta. Una variabile critica nello studio del rischio è la dipendenza dei risultati di un progetto dall’effetto combinato dell’andamento delle variabili macroeconomiche (prodotto interno lordo, esportazioni ecc.), delle politiche (p.e. quella monetaria e creditizia in genere) e di eventuali progetti pubblici. Difficile da trattare analiticamente (nessun modello di simulazione è risultato finora affidabile nel medio-lungo termine), questa variabile è peraltro tanto più importante quanto maggiori sono le dimensioni del progetto.

  • ANALISI DELLA QUALITA' DEGLI ATTIVI - ASSET QUALITY REVIEW (AQR)

    Abstract

    Nel Novembre 2013 la Banca Centrale Europea (BCE) e l’Autorità Bancaria Europea (EBA) hanno stabilito degli importanti parametri per lo sviluppo del progetto di un’Unione Bancaria Europea attraverso l’esame sui bilanci delle principali banche della zona euro. Il primo step verso l’implementazione di un sistema di vigilanza unico (SSM), vede la BCE impegnata in un esame della qualità degli attivi (in inglese Asset Quality Review - AQR) con l’obiettivo di valutare la solidità e la qualità dei bilanci di circa 130 istituti di credito. L’esame della qualità degli attivi che si dovrà concludere entro Ottobre 2014, rientra in un'operazione di trasparenza del sistema bancario europeo il cui obiettivo principale è di restituire la fiducia degli investitori internazionali nella solidità del sistema finanziario dell’UE. Esso include una valutazione generale del rischio delle banche e uno Stress Test (ST) per verificarne la risposta in casi di sviluppi negativi dei mercati.

    Esame della Qualità degli Attivi (AQR). La BCE Esamina i Bilanci di 130 Banche Europee

    Affinché le banche europee tornino a destinare risorse per finanziare l’economia reale, è necessario che le stesse riescano a risolvere alcuni problemi patrimoniali interni. La valutazione della qualità degli attivi (AQR) è quindi un passaggio obbligato per un riallineamento del settore creditizio con l’economia reale e in vista dell’entrata in funzione del Meccanismo di Vigilanza Unico europeo (SSM). Proprio per questo motivo le maggiori banche dei Paesi membri hanno iniziato a riordinare i bilanci e rafforzare il proprio stato patrimoniale in vista dell’esame AQR. Le autorità nazionali competenti si sono infatti dotate di apposite strutture destinate al controllo, alla ricerca di dati e alla trasmissione dei risultati alla BCE.

    Gli istituti di credito sottoposti all’esame in questione saranno circa 130 (l’85% del sistema bancario dell’UE), tra cui 15 banche italiane. Secondo la BCE, l’AQR è un passaggio strategico per stimolare i necessari interventi correttivi sui bilanci delle maggiori banche europee.

    La valutazione AQR si svilupperà su tre livelli di analisi (vedi Tabella 1):

    -Valutazione generale del rischio (risk assessment): attività di vigilanza sia quantitative che qualitative (liquidità, leva finanziaria, fonti di raccolta) attualmente svolte dalle autorità nazionali.

    -Verifica della qualità degli attivi (AQR vero e proprio): esame in modo dettagliato non solo dei crediti ma anche di titoli e strumenti finanziari.

    -Stress Test (ST) finale: i bilanci verranno sottoposti a simulazioni di forte recessione per valutarne la capacità di reazione.

    Tabella 1: Esame sullo stato patrimoniale della banche europee.

    Verranno così esaminati gli attivi illiquidi, i Convertible Contingent Bond (Coco Bond), i debiti sovrani e i crediti deteriorati. Uno dei punti critici nell’esercizio dell’AQR è rappresentato proprio dalla valutazione di questi ultimi e al riguardo nel 2013, l’EBA ha stabilito degli standard uniformi per la classificazione dei non-performing loans (NPL).

    Al termine dell’esame AQR, la BCE darà il suo giudizio su ogni singola banca nazionale e ciò potrà implicare la necessità di aumentare il capitale. I Governi saranno i principali indiziati a dover immettere la liquidità necessaria per evitare attacchi speculativi all’istituto in difficoltà. Pertanto la BCE ha previsto la creazione, da parte dei Governi europei, di una rete di sicurezza dotata di risorse finanziarie pubbliche da usare in caso di necessità (public back stop).

     

    Bibliografia

    BANCA D’ITALIA (2014) La recente analisi dei prestiti deteriorati condotta dalla Banca d’Italia: principali caratteristiche e risultati, Banca d’Italia

    EUROPEAN CENTRAL BANK (2014) Asset Quality Review Phase 2 Manual, ECB, March (http://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/other/assetqualityreviewphase2manual201403en.pdf?e8cc41ce0e4ee40222cbe148574e4af7)

    EUROPEAN CENTRAL BANK (2013) La BCE da inizio alla valutazione approfondita in vista dell’assunzione delle funzioni di vigilanza, Comunicato stampa BCE, 23 Ottobre

    HENRY J. e KOK C. (2013) A macro stress testing framework for assessing systemic risks in the banking sector, ECB Occasional paper series no 152 / October (http://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/scpops/ecbocp152.pdf)

    OTTOLINI R. e UBALDI E. (2014) Liquidity Stress Test: da utili a necessari, FinRiskAlert.it

    QUAGLIARIELLO M. (2013) Dall’analisi della qualità degli attivi allo stress test europeo, Contributi Bancaria n.9 (http://www.bancaria.it/assets/PDF/2013-09.pdf)

     

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • ANALISI DI BILANCIO PER INDICI E PER FLUSSI

    Esame comparato delle varie voci di un bilancio o delle componenti omogenee di più bilanci riferiti a diversi esercizi, al fine di valutare le condizioni passate, attuali e prospettiche dell’andamento aziendale. Tali indagini, che concernono la condizione di operatività dell’impresa, dovrebbero costituire la necessaria pregiudiziale alla possibilità dell’inizio del rapporto creditizio banca-cliente. È opportuno rilevare che i bilanci, quale fonte di esperienza storica, debbono far luce e consentire previsioni sulla situazione futura giacché la conveniente e razionale definizione di una pratica di fido bancario è anche correlata all’attività aziendale proiettata nell’avvenire. Il bilancio deve essere presentato su un modulo che contiene la classificazione delle componenti patrimoniali e reddituali, onde predisporre uno schema interpretativo che consenta la comprensione dell’andamento aziendale nel suo complesso. L’analista, dopo aver verificato la completezza, l’attualità, la concretezza e l’attendibilità delle valutazioni, dovrà, attraverso determinate tecniche, ricercare tra le cifre tutti quei nessi e quelle relazioni che legano le quantità economiche e finanziarie e che possono considerarsi indici attendibili dell’evoluzione dell’attività d’impresa. L’analisi dei bilanci della clientela non deve essere limitata alla fase dell’affidamento originario o del rinnovo del fido, ma essere considerata una prassi costante per lo studio delle aziende finanziate, anche al fine di prevederne le insolvenze e, di conseguenza, attenuare i rischi bancari. Il conto economico e lo stato patrimoniale riclassificati vengono utilizzati per le analisi di bilancio, che si suddividono in “analisi per indici” (v. indici di bilancio) e “analisi per flussi” (v. rendiconto finanziario). Condizione fondamentale perché l’analisi di bilancio sia utile ai fini decisionali è che il bilancio sia attendibile e corrisponda al reale andamento economico e finanziario dell’azienda esaminata. Questo vincolo vale in particolare per l’analista “esterno” del bilancio, cioè per colui che esamina un’azienda quasi esclusivamente alla luce della documentazione ufficiale.

  • ANALISI DI FIDO

    Studio degli affidamenti richiesti e di quelli già in essere attuato dalla banca. I fidi infatti debbono essere attentamente esaminati sia in sede di concessione (tale esame prende più propriamente il nome di istruttoria, v. affidamento), sia successivamente, allo scopo di controllarne l’andamento quali-quantitativo e verificare il loro allineamento agli obiettivi di politica aziendale perseguiti. In questa seconda fase, in particolare, l’analisi deve essere condotta prima sul complesso dei fidi e, poi, per settori di clienti affidati, fino a giungere al più alto grado di dettaglio (singolo cliente con fido di un certo ammontare). Ciò che si dovrà soprattutto accertare è il grado di utilizzo medio degli affidamenti nel periodo considerato e confrontarlo con l’andamento verificato in analoghi periodi precedenti, onde trarre motivate conclusioni sulle cause che determinano i mutamenti o giustificano la costanza ed adottare le più opportune linee strategiche per il futuro. Così, se si dovesse constatare che in un certo settore si riscontra sempre, in un determinato periodo dell’anno, un bassissimo utilizzo dei fidi, si potrebbe, senza dover aumentare la raccolta, accrescere, per lo stesso periodo, le concessioni di credito ad altri settori. Diminuirebbe l’inutilizzo di mezzi finanziari, senza pericoloso aumento di rischio e con sicuro vantaggio economico per la banca. L’analisi dei fidi, quindi, oltre che essere condotta con i tradizionali metodi tecnico-contabili, deve utilizzare anche lo strumento statistico, per essere più razionale ed allineata all’esigenza della moderna gestione bancaria.

  • ANALISI DI PORTAFOGLIO

    Valutazione dell’insieme delle attività (o passività) finanziarie detenute da un individuo ad una certa data (il portafoglio, appunto), diretta a verificarne ed eventualmente modificarne, in senso ottimizzante, il profilo di rischio-rendimento, data la funzione di preferenza del titolare.

  • ANALISI ECONOMICA DELLA CRISI SUBPRIME

    Secondo la Riserva Federale (2004) i crediti subprime rappresentano un’evoluzione naturale del sistema del credito. Solo nel 2007 la Riserva Federale ha iniziato ad affrontare i rischi connessi con questi strumenti finanziari.
    I crediti subprime, all’origine della crisi, sostenuti dallo sviluppo del mercato immobiliare, sono cresciuti in rapporto al credito "prime" grazie ai tassi d’interesse bassi, alle pratiche predatorie e ai profitti elevatissimi che garantivano. Per mezzo della cartolarizzazione i crediti subprime sono stati incorporati nei fondi d’investimento e rivenduti fuori dagli Stati Uniti; il buon merito di credito di tali fondi è stata la chiave che ha aperto le porte dei mercati e ha incrinato la fiducia degli operatori nel momento in cui la capacità di valutazione è venuta meno.
    Secondo numerose autorevoli analisi le cause della crisi subprime sono sia di natura congiunturale (boom del mercato immobiliare, errata valutazione della rischiosità e manovre di politica monetaria espansive) e strutturale (deregolamentazione finanziaria e bancaria, speculazione-amore per il rischio) (tra le altre, Gorton 2009 e Oldani, 2008).
    A seguito dello sgonfiamento del mercato azionario americano (2001) e le crisi aziendali (2002-03, Enron tra le altre) la ricchezza finanziaria si è spostata nel settore immobiliare, grazie al credito a basso costo, e in parte posizionata "fuori mercato" (Over The Counter-OTC), grazie alla deregolamentazione spinta dalla filosofia del libero mercato. Il meccanismo di valutazione dei rischi è diventato fondamentale per permettere il fluire delle risorse nel sistema finanziario globale; le agenzie di rating hanno determinato, talvolta in conflitto di interessi, le metodologie per la valutazione del merito di credito e la trasparenza non è stata sempre garantita. A tal proposito si veda l’approfondimento di Mazzoni e Masera.
    Nel periodo 2001-06 la politica monetaria è stata accomodante, rispetto alle esigenze del sistema finanziario, ha fornito liquidità (nelle principali valute) e alimentato la crescita del credito. I tassi d’interesse delle principali aree economiche sono stati bassi, talvolta addirittura nulli, come nel caso del Federal Fund rate americano nel periodo 2008-09.
    Il risultato della politica monetaria espansiva è stato che gli aggregati monetari più ampi sono risultati fuori controllo, ma questo era il prezzo da pagare per sostenere la crescita. Nel 2006 la Federal Reserve americana ha deciso di non misurare più e di non considerare l’aggregato M3 poiché "ha perso la relazione con l’attività economica", presupposto per un suo utilizzo di policy.
    La deregolamentazione bancaria ha permesso la proliferazione finanziaria e la creazione di un sistema bancario "ombra", che ha operato parallelamente a quello tradizionale per raccogliere capitali e finanziarsi, in assenza di un sistema di vigilanza e controllo (i.e. hedge fund, private equity, fondi sovrani).
    La fede nei mercati efficienti, nel liberismo e nella capacità di auto-correzione del mercato è, in estrema ratio, la radice della deregolamentazione. Essa ha permesso la creazione continua di strumenti innovativi, tagliati sulle esigenze degli operatori, che hanno movimentato grandi ricchezze fuori mercato. Questi strumenti sono rientrati nel sistema finanziario e nei portafogli degli operatori attraverso il meccanismo della securitization, con cui si sono impacchettati parti dell’attivo di istituti finanziari, anche ombra, per poi creare fondi che hanno ottenuto un elevato merito di credito dalle agenzie specializzate nel rating.
    Nel corso del 2008-09 le banche centrali americana, europea, giapponese e inglese hanno iniettato quantità crescenti di liquidità nei sistemi finanziari e bancari, per evitare il credit crunch. Hanno inoltre acquistato sul mercato dei titoli che non trovavano altri acquirenti a causa della difficoltà di valutarne la rischiosità. Questa politica monetaria ha spinto a tassi d’interesse reali nulli e ha forse evitato il peggio nel breve periodo. Nel corso del 2010 l'eccessiva esposizione di alcuni paesi ha generato delle crisi di debito pubblico; in particolare la Grecia e l'Irlanda hanno sfiorato la bancarotta e si sono salvate grazie ai fondi straordinari messi a disposizione dall'Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale.
    A fine 2010 non è ancora chiara quale possa essere la exit strategy delle banche centrali; la grande liquidità immessa nel sistema potrebbe creare inflazione, che colpisce il sistema produttivo e il mercato del lavoro, già in seria difficoltà a causa della recessione.


    Bibliografia
    Bernanke B. (2007) The subprime mortgage market, speech at the
    Federal Reserve Bank of Chicago’s 43rd Annual Conference on Bank Structure and Competition, Chicago, Illinois, May 17.
    González-Páramo José Manuel (2008) Sub-prime crisis, liquidity tensions and central banks: One year on, Member of the Executive Board of the ECB, 2nd Spanish Capital Markets Forum Madrid, 30 September.
    Gorton Gary 2009 The subprime panic, European Financial Management, Vol. 15, No. 1, pp. 10-46, January 2009.
    Gramlich Edward M. (2004) Subprime Mortgage Lending: Benefits, Costs, and Challenges, The Financial Services Roundtable Annual Housing Policy Meeting, Chicago, Illinois, May 21.
    Oldani C. (2008) Governing Global Derivatives, Ashgate, London.
    US Federal Reserve (2006), Discontinuance of M3, Federal Reserve Statistics Release.

    Redattore: Chiara OLDANI
    © 2010 ASSONEBB

  • ANALISI FINANZIARIA

    Detta anche analisi di bilancio, è lo studio dei bilanci, compiuto attraverso una rielaborazione dei dati e il calcolo di certi indicatori caratteristici utili a individuare e valutare i punti di forza e di debolezza della società anche in una prospettiva futura (v. analisi di bilancio per indici e flussi). Un’applicazione alle azioni quotate e allo studio dell’evoluzione della loro quotazione (securities analysis) è sviluppata nell’analisi fondamentale e nell’analisi tecnica.

  • ANALISI FONDAMENTALE

    Trad. dell’ingl. basic analysis. Metodologia di analisi, parte dell’analisi finanziaria, impiegata nella valutazione del fair value (tradotto in it. valore intrinseco) delle società sulla base dei dati storici di bilancio, dei budget e di ogni altro elemento di previsione conosciuto. L’analisi fondamentale presuppone che i movimenti dei prezzi rispecchiano il valore delle azioni di una società (così come dei beni in generale), studia quindi le cause e i fattori che lo determinano e traggono previsioni sul suo possibile andamento futuro. Ciò a differenza dell’analisi tecnica (anch’essa parte dell’analisi finanziaria) che trae queste previsioni direttamente dallo studio dei movimenti del mercato presupponendo che questo esplicita direttamente le cause della tendenza. Gli analisti elaborano le valutazioni relative alle società prendono in esame i bilanci e gli altri documenti che forniscono informazioni sulla gestione aziendale, sui suoi risultati e sulla consistenza e composizione di attività, passività e patrimonio. Dall’esame dei bilanci vengono ricavati indicatori che, integrati con ogni altra utile informazione di origine esterna alla società (congiuntura, problemi e rischi del settore di attività e dell’economia in generale ecc.) e inseriti in schemi di valutazione dinamica portano a un giudizio sulla redditività e sulla produttività futura della società. Il metodo di analisi più diffuso è rappresentato dai multipli borsistici, ovvero i multipli di mercato, che agevolano con immediatezza un primo giudizio favorendo una comparazione omogenea fra le diverse società quotate in relazione ai settori di attività. Il più conosciuto e il più antico esempio di multiplo, utilizzato come thumb rule in tutte le valutazioni degli investimenti anche al di fuori dell’analisi fondamentale, è il rapporto prezzo/utile (price earnings/ratio, in sigla: p/ e). L’analisi fondamentale utilizza anche indicatori di redditività quali il ROI (return on investiment), il ROE (return on equity) e il ROS (return on sales) e gli altri indicatori usualmente utilizzati nell’analisi di bilancio per indici e per flussi.

  • ANALISI TECNICA

    Trad. dell’ingl. technical analysis. Metodologia di analisi, parte dell’analisi finanziaria, che, utilizzando la rappresentazione grafica della quotazione di un titolo o dell’andamento di un indice di mercato, ha lo scopo di prevedere la direzione e l’intensità degli andamenti futuri utilizzando una serie di indicatori che permettono di anticipare o confermare i principali movimenti del mercato. Attraverso questo studio metodologico si cerca di intuire la situazione reale di una determinata società o di uno specifico mercato, osservando l’andamento delle quotazioni ed i relativi grafici e anticipando le notizie ufficiali spesso non proprio tempestive. Mentre per l’analisi fondamentale (anch’essa parte dell’analisi finanziaria) i movimenti dei prezzi rispecchiano il valore delle azioni di una società (così come dei beni in generale) e vanno quindi studiate le cause e i fattori che lo determinano per trarre previsioni sull’andamento futuro delle quotazioni, l’analisi tecnica trae queste previsioni direttamente dallo studio dei movimenti del mercato presupponendo che questo esplicita direttamente le cause della tendenza.

  • ANALOGIA

    È quel procedimento logico-giuridico attraverso il quale l’interprete, facendo ricorso alla disciplina dettata per il “caso simile”, individua la norma da applicare ad un caso privo di regolamentazione propria. L’analogia, che presuppone l’esistenza tra le due fattispecie non di una somiglianza qualsiasi, ma di una vera e propria identità di ratio giuridica, si presenta quindi come strumento in grado di colmare le lacune presenti nell’ordinamento giuridico. È possibile distinguere un’analogia legis ed un’analogia juris. La prima ricorre quando la norma applicabile è desunta dalle disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe; la seconda, quando la stessa viene ricavata dai principi generali dell’ordinamento giuridico. Il ricorso all’analogia è sottoposto a limiti: per espresso divieto legislativo, infatti, non è possibile per le norme penali e per quelle eccezionali (art. 14 prel.).

  • ANASF

    Anasf è l’associazione rappresentativa dei professionisti che svolgono l'attività di offerta fuori sede e di consulenza finanziaria.

    Fondata nel 1977, l'Associazione conta oggi su oltre 12.000 iscritti, e svolge un’azione di rappresentanza della categoria dialogando con le istituzioni e le autorità di riferimento, in ambito sia europeo che nazionale, su tutti gli aspetti riguardanti la regolazione dell’attività di consulenza finanziaria e dei servizi di investimento.

    L’Associazione partecipa attivamente e con propri rappresentanti ad OCF, l’Organismo di vigilanza e tenuta dell’Albo unico dei consulenti finanziari.

    Nel 2005 ha realizzato la Carta dei diritti dei Risparmiatori, con l’obiettivo di favorirne una maggiore tutela e di promuovere tra i cittadini una maggiore consapevolezza nelle scelte di investimento e di gestione dei risparmi.

    Dal 2016 l’Associazione siede nell’Assemblea dei Delegati e nel Consiglio di Amministrazione Enasarco.

    2018 ASSONEBB

  • ANATOCISMO

    Consiste nella capitalizzazione periodica degli interessi nelle operazioni bancarie dovuti per un capitale. L'anatocismo è il calcolo degli interessi sugli interessi che sono già maturati su una somma dovuta. L’anatocismo è vietato dall’art. 1283 c.c. che, tuttavia, ammette che gli interessi primari possano produrre nuovi interessi dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza e sempre che si tratti di interessi dovuti per almeno sei mesi. Altre ipotesi di produzione di interessi anatocistici possono essere previste dagli usi o da leggi speciali. La Banca d'Italia fornisce informazioni e dettagli normativi qui.

    L'anatocismo bancario rappresenta una problematica nei rapporti tra banca, impresa e clientela retail; nel recente passato, infatti, le banche addebitavano gli interessi passivi alla clientela con cadenza almeno trimestrale, mentre accreditavano gli interessi attivi con cadenza annuale. Questo genera un disallineamento negli interessi e solleva problematiche e conflitti con la normativa nazione (es. Testo Unico delle Disposizioni in materia di Intermediazione Finanziaria -TUF) e Direttiva Europea.

    Nel 2015 la Banca d'Italia è intervenuta per definire alcune questioni e dirimere alcune controversie che vedono opposte le banche a la clientela. Per una storia del fenomeno il lettore può andare qui.

    Per una interessante analisi critica del fenomeno, anche dal punto di vista finanziario, il lettore può andare qui.

    La capitalizzazione degli interessi, sia attivi che passivi, viene generalmente adottata nei rapporti bancari, variando anche, a seconda dei due casi, il periodo di scadenza convenzionale ai fini della capitalizzazione stessa. Così, la capitalizzazione degli interessi avviene a periodi trimestrali nei conti correnti debitori e di regola annualmente nei conti correnti creditori. La legge consente l’anatocismo per le operazioni del Bancoposta e della Cassa DDPP. La capitalizzazione degli interessi, attivi passivi, viene generalmente adottata nei rapporti bancari. Il periodo di scadenza convenzionale ai fini della capitalizzazione era, però, differente a seconda che si trattasse di interessi attivi o passivi. Così la generalizzata prassi bancaria è sempre stata la capitalizzazione trimestrale degli interessi a debito. Ciò in base a quanto previsto per quel che concerne il conto corrente per corrispondenza e servizi connessi predisposte dall’ABI in vigore dal 1952. La giurisprudenza ha dichiarato l’illegittimità di questa pratica in quanto contraria alle disposizioni uniche del TUBC che vietano le clausole contrattuali che rinviano agli usi. L’ha inoltre giudicata vessatoria nei confronti del contraente debole (che nella fattispecie è rappresentato dal correntista) al quale, peraltro, gli interessi a credito sono corrisposti in un’unica soluzione a fine anno, oltre che in contraddizione con la disciplina europea sulla concorrenza, considerato che trattasi di una clausola che ha la sua origine in accordi di cartello fra istituti di credito. Il legislatore è dovuto pertanto intervenire ad apportare importanti modifiche alle disposizioni del TUBC col d.lg. 4.08.1999, n. 342. L’art. 25 del d.lg. 1999/342 ha, in particolare, aggiunto un secondo comma all’art 120 del TUBC con il quale viene demandata al CICR la facoltà di stabilire modalità e criteri per la produzione degli interessi maturati nelle operazioni poste in essere in generale nell’esercizio di attività bancaria. Tale regolamentazione demandata al CICR deve in ogni caso assicurare, nei confronti della clientela e per quel che concerne le operazioni in conto corrente, la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori che creditori. Il terzo comma del citato art. 25 prevedeva, inoltre, che per quel che concerne i contratti stipulati anteriormente la data di entrata in vigore della delibera del CICR rimanessero valide ed efficaci fino a tale data le clausole relative alla produzione di interessi sugli interessi maturati le quali, tuttavia, dopo tale data, si sarebbero dovute adeguare al disposto della menzionata delibera. La conseguenza del mancato adeguamento sarebbe stata l’inefficacia di tali clausole che avrebbe potuto far valere solo il cliente. La sentenza della Corte Costituzionale, n. 425 del 17 ottobre 2000, ha statuito l’illegittimità costituzionale della succitata norma del d.lg. 1999/342. La Corte, per la precisione, eliminando ogni dubbio in merito all’illegittimità delle clausole anatocistiche, anche se contenute nei contratti bancari, ha ritenuto illegittimo l’art. 25, comma terzo, per violazione dell’art. 76 della Costituzione. La norma, infatti, senza operare alcuna distinzione fra i contratti ad effetti contrattuali anteriori o posteriori alla sua entrata in vigore, stabilisce una indiscriminata validità temporanea alle clausole anatocistiche contenute in contratti stipulati anteriormente all’entrata in vigore della prevista deliberazione del CICR, prescindendo dal tipo di vizio da cui sarebbero colpite e da ogni collegamento con il TUBC che non sia meramente occasionale. La Corte, ritiene, infatti, di poter escludere che la suddetta delega legittimi una disciplina retroattiva e genericamente validante, sia pure nell’esercizio del potere di armonizzazione del TUBC con il resto della normativa di settore.

  • ANCORAGGIO

    Abstract
    Nella Finanza Comportamentale l’ancoraggio rappresenta la tendenza delle persone a formare delle valutazioni partendo da un valore iniziale (punto di riferimento - ancóra) ed effettuando successivamente degli aggiustamenti sulla base di nuove informazioni. Il valore iniziale può essere il risultato di una misurazione svolta in passato o formulata e suggerita da altri soggetti in grado di influenzare le stime degli investitori. Tale valore rappresenta per l’individuo un’ancóra capace di agganciare i valori e gli aggiustamenti successivi.

    L’ancoraggio viene utilizzato da coloro che utilizzano l’analisi tecnica, cioè lo studio dell’andamento di prezzi del mercato nel tempo, allo scopo di prevederne le tendenze future mediante l’utilizzo di metodi grafici e statistici, con riferimento ai trend e ai valori passati, cioè gli operatori hanno una forte propensione a utilizzare i prezzi e i trend passati come ancóra. Una dimostrazione dell’effetto di ancoraggio è stata realizzata da Kahneman e Tversky (1974). Nell’esperimento proposto è stato chiesto ai soggetti intervistati di individuare la percentuale dei paesi africani nelle Nazioni Unite, determinata facendo girare precedentemente una ruota della fortuna e estraendo a sorte un numero compreso tra lo 0 e 100. Dall’analisi delle risposte date risultava che i soggetti erano stati influenzati dal numero casuale estratto dalla ruota, in quanto risultava essere per loro un punto di riferimento. Ad esempio, le stime mediane della percentuale dei paesi africani nelle Nazioni Unite per i gruppi che avevano ricevuto 10 e 65 come punti di partenza, risultavano essere, rispettivamente, di 25 e 45, confermando il fatto che gli individui erano stati influenzati dal numero estratto casualmente. Per Kahneman e Tversky l’ancoraggio non si verifica solo quando il punto di partenza è dato dal soggetto, ma anche quando il soggetto basa la sua stima sul risultato di qualche calcolo incompleto.
    Attraverso uno studio di stima numerica è stato illustrato questo effetto. Due gruppi di studenti delle scuole superiori hanno stimato, entro 5 secondi, un’espressione numerica scritta sulla lavagna. Il primo gruppo di studenti ha stimato il seguente prodotto:
    8x7x6x5x4x3x2x1
    Mentre il secondo gruppo ha stimato il seguente prodotto:
    1x2x3x4x5x6x7x8
    Per rispondere rapidamente a queste espressioni numeriche, gli studenti hanno svolto pochi passaggi di calcolo e hanno stimato il prodotto mediante estrapolazione o adattamento. Poiché gli adattamenti sono spesso insufficienti, questa procedura dovrebbe portare ad una sottovalutazione del risultato finale. Inoltre, poiché il risultato dei primi passaggi di moltiplicazione ( eseguita da sinistra verso destra ) è maggiore nella sequenza decrescente rispetto a quella crescente, la prima espressione dovrebbe essere giudicata maggiore della seconda. Entrambe le ipotesi sono state confermate, infatti la mediana stimata per la sequenza crescente era 512, mentre per la sequenza decrescente era 2250. La risposta corretta è 402030.

    Bibliografia
    Kahneman D., Tversky A. (1974). Judgement under uncertainty: Heuristics and Biases. Science, 185(4157), 1124-1131.

  • ANDAF

    Acr. di: Associazione Nazionale Direttori Amministrativi e Finanziari. Costituita nel 1968, ha sede a Milano e ha per missione di promuovere lo scambio di esperienze e informazioni tra i responsabili delle funzioni amministrative, finanziarie e di controllo di gestione; di contribuire al progresso delle tecniche relative; di farsi portavoce nelle sedi e nei modi appropriati delle esigenze e dei pareri professioni degli aderenti. È membro dell’International Association of Financial Executives Institutes- IAFEI e dell’European Federation of Financial Executives Institutes-EFFEI.

  • ANIMAL SPIRIT

    Secondo John Maynard Keynes gli operatori economici sono mossi da impeti e pulsioni quasi viscerali e molte delle loro azioni sono spiegabili solo con essi; la teoria economica tradizionale fallisce quando tenta di spiegare alcuni comportamenti irrazionali, come quelli che si registrano sui mercati finanziari (es. over-reaction, under-.copnfidence). Gli animal spirit sono alla base dei comportamenti irrazionali sia individuali che di gruppo (es. herding).

  • ANNA

    Acr. di: Association of National Numbering Agencies scrl. Associazione con sede in Parigi di organizzazioni nazionali (National Numbering Agency-NNA; per l’Italia l’UIC) che promuovono la stesura e l’aggiornamento degli standards internazionali per la codificazione dei titoli e degli altri strumenti finanziari. L’ANNA in particolare segue la stesura e l’aggiornamento dei codici ISIN dei titoli (ISO6166) e CFI(ISO 10962). ANNA collabora, nell’ambito di sua competenza, con l’ISO, l’organizzazione internazionale per la standardizzazione con sede a Ginevra.

  • ANNACQUAMENTO DEL CAPITALE

    Valutazione del capitale netto aziendale superiore al valore che gli compete secondo una razionale determinazione dei cespiti attivi e passivi del patrimonio dell’azienda. In altri termini si ha l’annacquamento del capitale per effetto di una sopravvalutazione delle attività o di una sottovalutazione delle passività. È proprio per evitare l’annacquamento e, quindi, per non indurre i terzi, soprattutto i creditori, ad accordare ad un’impresa più fiducia di quanto non meriti, stante la sua reale consistenza patrimoniale, che il legislatore ha dettato criteri di valutazione da seguire in sede di redazione del bilancio di esercizio (art. 2426 c.c.).

  • ANNO CIVILE

    Periodo di tempo che va da un qualsiasi momento di un giorno di un annofino allo spirare dell’ultimo minuto del corrispondente giorno dell’anno successivo (art. 2963 c.c.). Tale modo di computazione è quello normale nel campo del diritto e si contrappone al modo naturale di computazione, secondo il quale il periodo mobile termina nel preciso momento dell’anno successivo, che corrisponde al momento dell’anno precedente, in cui esso ha avuto inizio.
    Nei calcoli dell’interesse l’anno civile è il procedimento alternativo all’anno commerciale di computare il tempo secondo il calendario di 365 o 366 giorni e i giorni effettivamente trascorsi secondo il calendario.

  • ANNO COMMERCIALE

    Durata convenzionale, in base alla quale l’anno risulta formato da dodici mesi ciascuno di trenta giorni. Tale convenzione è utile perché semplifica il calcolo in computisteria e in matematica finanziaria, altrimenti difficoltose con l’anno civile di 365 (o 366) giorni e mesi di durata variabile. L’anno commerciale era utilizzato dalla banche per gli interessi dovuti dai clienti, mentre per gli interessi pagati sui depositi si considerava l’anno civile. L’invenzione delle calcolatrici tascabili elettroniche e dei PC ha eliminato le difficoltà di computo di modo che l’anno commerciale è oggi generalmente abbandonato in favore dell’applicazione dell’anno civile (ma con chiusura al 31.12), salvo che nel calcolo degli interessi maturati sui titoli (BOT esclusi) secondo gli usi di borsa. La BCE computa gli interessi in base all’anno commerciale.

     

  • ANNUALITÀ

    Rata di una rendita a periodi eguali all’anno. Il concetto trova impiego nella risoluzione di molti problemi finanziari; come l’estinzione di un debito (rata di ammortamento) o l’accumulazione di un capitale (rata di costituzione). Può essere costante o variabile: posticipata o anticipata; temporanea o perpetua; immediata o differita (il versamento della prima annualità si effettua dopo un certo intervallo di tempo detto differimento). L’annualità può essere composta da una quota capitale e da una quota interesse, ma può anche rappresentare soltanto una quota di capitale, come l’ammortamento di prestito con quote capitali costanti, oppure di soli interessi, come l’ammortamento con rimborso unico.

  • ANNUARIO DELLE BANCHE E FINANZIARIE

    Pubblicazione annuale curata dall’Associazione Bancaria Italiana (la prima edizione risale al 1921) che riporta informazioni e dati statistici relativi al sistema creditizio italiano. Essa comprende tutte le 940 banche italiane e le finanziarie associate all’ABI. L’Annuario è suddiviso in due parti: una parte anagrafica (Dati sulle banche) in cui sono riportati, oltre a dati statistici sul sistema bancario, i dati anagrafi ci, gli organi sociali, la dirigenza e i principali dati di bilancio, l’elenco di tutte le piazze servite da almeno uno sportello, gli elenchi dei gruppi bancari e delle fondazioni bancarie. La seconda parte dell’Annuario è costituita dall’Elenco degli sportelli bancari, che riporta, secondo l’ordine alfabetico di comune di insediamento, tutte le 26.000 dipendenze operanti in Italia, corredate da dati informativi essenziali quali indirizzo, telefono, fax, CAB e codice ABI. Nel volume Chi è in banca, pubblicato annualmente a partire dal 1981, si elencano gli oltre 16.000 amministratori, sindaci e dirigenti delle Direzioni Centrali delle banche e società finanziarie italiane. Esso contiene inoltre l’elenco delle banche operanti nelle singole province con le rispettive piazze di insediamento e l’elenco delle piazze bancabili, ovvero di tutti i comuni nelle quali opera almeno uno sportello bancario.

  • ANNULLABILITA' DELL'ATTO AMMINISTRATIVO

    E' annullabile Atto amministrativo viziato per incompetenza, adottato in violazione di norme imperative, o viziato per eccesso di potere. È viziato per incompetenza il provvedimento adottato da organi di amministrazione pubbliche diverse da quelle alle quali il relativo potere è attribuito, oltre che nell’ambito della stessa amministrazione, il provvedimento adottato in violazione delle norme sulla ripartizione della competenza tra gli organi di direzione politica e gli organi amministrativi. Non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla struttura formale dell’atto, quando il contenuto del medesimo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato. Si veda anche Vizi di legittimità e di merito dell'atto amministrativo.

    Maggiori approfondimenti sono disponbili a questa pagina.

  • ANNUNCIO LEGALE

    Pubblicazione di atti, nell’interesse pubblico o privato, mediante inserzione a pagamento, a credito o gratuitamente nel foglio degli annunzi legali della provincia. Le inserzioni hanno per oggetto avvisi o comunicazioni al pubblico di determinati atti per i quali la legge prescrive tale forma di pubblicità.

  • ANSI X12

    Sigla derivata da American National Standards Institute Accredited Standards Committee X12. Indica il set di standards elaborati dall’Accredite Standards Committee (ASC) X12 costituito nel 1979 dall’ANSI per facilitare nelle telecomunicazioni gli scambi elettronici di dati (electronic data interchange- EDI) relativi a una grande varietà di transazioni commerciali, compresi l’invio e l’elaborazione degli ordini, la spedizione e il ricevimento dei beni, la fatturazione, il pagamento ecc. Dal nome del Comitato il set è noto anche come ASC X12. L’ANSI X12 era stato sviluppato indipendentemente dall’altro progetto EDI europeo, le Guidelines on Trade Data Interchange (GTDI) che si stava implementando nello stesso periodo in Europa. Nel 1986 Stati Uniti ed Europa hanno concordato di unificare gli standards EDI e nel 1987 è stato realizzato EDIFACT. Tuttavia l’ANSI X12 continua a essere utilizzato da imprese statunitensi.

  • ANSTALT

    Soggetto giuridico proprio del Liechtenstein, iscritto a Vaduz in apposito pubblico registro, disciplinato dagli artt. 540 sgg. della legge sul Diritto delle persone e delle società del Principato del Liechtenstein. Ha assunto rilevanza dopo gli anni Sessanta nelle intestazioni fiduciarie, soprattutto al fine di superare divieti fiscali e valutari. Nel Liechtenstein costituisce un ente dotato di autonomia patrimoniale e di una propria organizzazione, costituito e amministrato da un professionista o da una banca con sede nel Principato sulla base di un rapporto fiduciario col resale interessato. L’Anstalt dispone di un patrimonio costituito da diritti reali o personali, su mobili e/o su immobili. Esso non ha carattere pubblico, né una struttura necessariamente associativa. È assai controverso, in dottrina e in giurisprudenza, se esso possa essere considerato, per il diritto italiano, come soggetto autonomo di diritto. In senso contrario a tale soggettività si è addotto che nel nostro diritto non è ammessa la costituzione di un patrimonio separato (allo scopo), al di fuori dalle ipotesi dell’esercizio collettivo di una impresa, per la mancanza sia di un’organizzazione esterna sia della titolarità dei beni che rimangono intestati al fondatore dell’Anstalt; questo è tutelato dall’anonimato del capitale impiegato, anche se il patrimonio separato e personalizzato può essere da lui liberamente trasferito, in tutto od in parte, ad altri. Detto altrimenti l’interessato non solo rimane del tutto anonimo, ma riesce anche a separare il proprio patrimonio da quello dell’Anstalt, pur conservando realmente in sé tutti i poteri di gestione di esso. Dopo alcune decisioni dei giudici di merito, contrarie a riconoscere all’istituto ogni rilevanza giuridica in Italia, la Corte di Cassazione ha attribuito all’Anstalt personalità giuridica, perché non contraria all’ordine pubblico italiano (art. 31 prel.) e ha riconosciuto, a carico dell’unico titolare, l’esistenza di una responsabilità illimitata, cioè eccedente i beni costituiti in patrimonio, quantomeno nell’ambito del territorio italiano.

  • ANTI MONEY LAUNDERING COMMITTEE

    Sub-comitato istituito nel 2011 dal comitato congiunto delle tre autorità di vigilanza europee - EBA, ESMA ed EIOPA - chiamato ad assisterle nel compito di assicurare, tra l’altro, l’uniforme recepimento della regolamentazione europea antiriciclaggio. Il neo-istituito Anti Money Laundering Committee - cui partecipa la Banca d’Italia - ha assunto le funzioni della disciolta AML Task Force, costituita nel 2006 dai Comitati europei di 3° livello (CEBS, CESR e CEIOPS).
    Fonte: Banca d'Italia

  • ANTICIPAZIONE BANCARIA

    Contratto con il quale la banca (anticipante) si obbliga a tenere a disposizione del cliente (anticipato) una certa somma di denaro per un certo periodo di tempo ed il cliente, a garanzia dell’adempimento del proprio obbligo di restituzione, costituisce in pegno a favore della banca titoli o merci. Sotto il profilo economico-funzionale, l’operazione consente al cliente di ottenere disponibilità pecuniaria. Sul piano giuridico, si tratta di un’operazione di finanziamento garantita da pegno: a fronte dell’obbligazione della banca di consentire al cliente di disporre di una certa somma dalla stessa anticipata, il cliente costituisce in pegno cose mobili caratterizzate da un’ampia commerciabilità e da una quotazione di mercato facilmente accertabile. Il contratto è disciplinato, benché non espressamente definito, dall’art. 1846 sgg. c.c. Si distinguono: l’anticipazione su titoli (azioni, obbligazioni e altri titoli di credito); l’anticipazione su merci e su beni di facile commercializzazione; l’anticipazione su titoli rappresentativi di merci (fede di deposito, polizza di carico, copia della lettera di vettura). La diversa natura dell’oggetto del pegno incide sulla disciplina applicabile, che sarà alternativamente quella del pegno di cose mobili o del pegno di crediti. Si distingue anche tra anticipazione bancaria semplice o a scadenza fissa e anticipazione bancaria in conto corrente (modalità cui più comunemente si ricorre). Nel primo caso, il cliente può disporre della somma una sola volta anche se con prelevamenti frazionati e successivi e deve restituire alla scadenza contrattuale prevista l’intera somma utilizzata. Nel secondo caso, il cliente può prelevare la somma in una o più soluzioni e può, anche prima della scadenza del termine, ripristinare la provvista iniziale e riutilizzare ripetutamente la disponibilità così ricostituita. Anche il contratto in esame deve, a norma dell’art. 117 TUBC, essere redatto per iscritto a pena di nullità(che può essere fatta valere solo dal cliente: art. 127 comma 2, TUBC). Nella prassi bancaria il contratto è concluso mediante moduli predisposti dalla banca, che prevedono condizioni generali riguardo, tra l’altro, le modalità di costituzione e la stima delle cose che si costituiscono in pegno, i modi di prelevamento della provvigione dovuta alla banca, la disciplina degli interessi e la durata del contratto. Sotto il profilo strutturale il contratto di anticipazione bancaria è simile al contratto di apertura di credito dal quale si differenzia per la presenza di un ulteriore elemento costitutivo: la garanzia reale mobiliare, cioè il pegno. Il pegno costituisce elemento essenziale del contratto dal momento della conclusione e per tutta la durata dello stesso. Contratto di credito e pegno stanno tra loro in rapporto di proporzionalità, scarto, il quale deve rimanere costante per tutta la durata del contratto. Il termine scarto indica la differenza di valore tra la somma anticipata e le cose costituite in pegno; differenza che deve essere tale da garantire che in caso di inadempimento da parte dell’anticipato, la banca, attraverso la vendita dei beni e la realizzazione del pegno, incasserà una somma sufficiente al proprio completo soddisfacimento per capitale anticipato, interessi maturati ed accessori. Al fine di consentire la stabilità dello scarto il legislatore ha individuato vari meccanismi. Se nel corso del rapporto il valore delle cose costituite in pegno diminuisce in misura di almeno un decimo, la banca può richiedere al cliente un supplemento di garanzia e, ove il cliente non aderisca alla richiesta, il contratto si risolve con diritto della banca a procedere alla vendita coattiva dei beni oggetto di pegno. Il cliente, in deroga al principio della indivisibilità del pegno, può ridurre la garanzia concessa anche prima della scadenza del contratto proporzionalmente alla riduzione del debito. Il contratto di anticipazione fa sorgere diritti ed obblighi a favore e a carico di entrambi i contraenti. La banca ha diritto al rimborso delle spese di custodia, alla corresponsione degli interessi maturati sulle somme anticipate, alla richiesta di supplementi di garanzia; è obbligata a tenere la somma a disposizione del cliente fino alla scadenza, se il contratto è a tempo determinato, o fino al recesso, in caso di contratto a tempo indeterminato; è obbligata a provvedere alla assicurazione delle cose costituite in pegno e, cessato il rapporto, deve restituire al cliente le cose stesse. Il cliente ha diritto a disporre della somma posta a sua disposizione dalla banca secondo le modalità convenute; può ottenere la riduzione della garanzia concessa in misura proporzionale al decurtarsi del proprio debito a condizione che il credito residuo risulti sufficientemente garantito; è obbligato alla restituzione della somma anticipata alla scadenza del contratto, se a tempo determinato o in seguito al recesso della banca, se a tempo indeterminato.

  • ANTICIPAZIONE DEL PAGAMENTO

    Estinzione totale o parziale di un debito prima della scadenza convenuta. Nel caso di debito infruttifero, il creditore concede solitamente al debitore uno sconto, che va a decurtare il residuo debito, in base ad un determinato tasso di sconto e per il periodo intercorrente tra l’epoca del pagamento e la scadenza suddetta. Nel caso di debito fruttifero, la prevista anticipata estinzione comporta la determinazione del valore attuale (valore all’epoca del pagamento) del residuo debito ad un tasso solitamente diverso da quello stabilito in origine. Quando in conto di una certa somma dovuta ad una data scadenza vengono effettuati in anticipo dei versamenti da parte del debitore, a questi spetta, salvo patto contrario, un compenso di anticipazione che può consistere o in una riduzione (compenso di somma) dell’importo del residuo debito pari all’ammontare degli interessi calcolati ad un certo tasso sugli anticipi corrisposti e per il periodo di anticipazione, oppure in una proroga (compenso di tempo) nel pagamento del residuo debito rispetto alla scadenza originaria. Il compenso di tempo, soluzione generalmente adottata, è determinato ricorrendo indistintamente ai procedimenti della maggiore mora e della completa mora. Il procedimento della maggiore mora permette di determinare il tempo di proroga a partire dalla scadenza del debito originario nel rispetto della condizione per cui la somma degli interessi calcolati sugli anticipi per i rispettivi tempi di anticipazione deve eguagliare l’interesse sul residuo debito per il tempo incognito. Il procedimento della completa mora, invece, permette di determinare il tempo di proroga a partire dalla data di assunzione del debito, nel rispetto della condizione che l’interesse di quest’ultimo per il periodo della sua originaria durata deve eguagliare la somma degli interessi sugli anticipi, dalla data di assunzione del debito alle rispettive epoche di versamento, maggiorata dell’interesse sul debito residuo per il periodo incognito.

  • ANTICIPO DI NOLO

    Prestito, generalmente pari a un terzo del nolo, concesso da banche o anche da privati all’armatore della nave (o al capitano), che debba far fronte a spese di viaggio o di carico, dietro garanzia dei noli da riscuotersi al porto di sbarco (artt. 519-520 c, nav.). Il contratto di anticipo di nolo, che può comprendere nell’ambito della autonomia contrattuale delle parti le più varie clausole, si stipula tra anticipante (o sovventore), da un lato, e anticipato (o sovvenuto, o sovvenzionato, detto anche, nel caso di anticipo da banca, cliente), dall’altro. L’anticipo viene concesso dietro riconoscimento all’anticipante, che la detrae dalla somma da versare, di una speciale provvigione detta premio o abbuono per interesse e sicurtà, comprensiva degli interessi sulla somma anticipata e del relativo premio di assicurazione. Nelle vendite CIF e DES (v. incoterms) in cui il nolo è dovuto dal venditore dopo l’arrivo della nave nel porto di destinazione, l’anticipo, quando non sia concesso da una banca, viene di regola versato dal venditore e il saldo è pagato dal compratore a destino con deduzione dell’importo dall’ammontare della fattura. Anche nelle vendite FOB, nelle quali il nolo è dovuto dal compratore, si può convenire che il venditore paghi per suo conto l’anticipo di nolo, indicandone l’importo e gli interessi nella fattura.

  • ANTIRECINTO

    Nei locali della borsa era lo spazio compreso tra la corbeille (cioè la zona delle contrattazioni) e i banconi degli agenti di cambio, banche e commissionarie di borsa (o coulisse). Da qui i procuratori e gli impiegati delle banche, i rappresentanti e gli impiegati delle commissionarie ammesse segnalavano operazioni e ordini.

  • ANTIRICICLAGGIO

    Complesso di norme tendente a prevenire l’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio. L’antiriciclaggio in Italia viene definito per la prima volta con la Legge 5 luglio 1991 n. 197 ("Provvedimenti urgenti per limitare l’uso del contante e dei titoli al portatore nelle transazioni e prevenire l’utilizzazione del sistema finanziario a scopo di riciclaggio") in applicazione della prima direttiva europea 91/308/CE del 10 giugno 1991 sulla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio. Tale direttiva nasceva sulla base delle 40 Raccomandazioni emanate nel febbraio del 1990 dal Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale (GAFI), il più importante organismo intergovernativo per la lotta al riciclaggio, con lo scopo di combattere unicamente il riciclaggio dei proventi di reati connessi al traffico di stupefacenti. È stato così introdotto in Italia il divieto di trasferimento di contante, libretti di deposito bancari e titoli al portatore dal valore complessivo di trasferimento superiore a € 12,500 (20 milioni di lire) effettuato a qualsiasi titolo tra soggetti residenti. Sono stati inoltre previsti precisi compiti di identificazione delle controparti e di segnalazione per le operazioni sospette a carico delle banche e degli altri intermediari abilitati ed è stato identificato l’Ufficio Italiano dei Cambi (UIC) quale organo competente a verificare il rispetto di tali norme. Negli anni è emersa la tendenza ad una definizione molto più ampia del riciclaggio, fondata su una gamma più vasta di reati "base" o "presupposto" accolta dal GAFI nel 1996 con la revisione delle sue 40 Raccomandazioni. A seguito di tale necessità viene emanata la seconda direttiva antiriciclaggio 2001/97/CE del 4 dicembre 2001. Essa amplia la gamma dei reati di base, agevola la segnalazione delle operazioni sospette nonché la cooperazione internazionale in questo settore, ed estende gli obblighi stabiliti dalla prima direttiva antiriciclaggio in materia di identificazione dei clienti, tenuta delle registrazioni e segnalazione delle operazioni sospette ad un numero limitato di attività e di professioni suscettibili di utilizzo a fini di riciclaggio, come ai notai ed i professionisti legali indipendenti. La normativa italiana viene nuovamente adeguata con il D.Lgs del 20/02/2004 n. 56 (recante "Attuazione della direttiva 2001/97/CE in materia di prevenzione dell'uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi da attività illecite") che estende l’obbligo di segnalazione il dovere di collaborazione attiva con le autorità anche ai professionisti. Il D.M. del 03/02/2006 n. 141 prevede che taluni soggetti tra cui consulenti del lavoro, revisori contabili, società di revisione iscritte all’albo (art. 161 del D.Lgs 58/98), notai e gli avvocati qualora effettuino operazioni di natura finanziaria o immobiliare, in nome o per conto di propri clienti, dottori commercialisti, ragionieri e periti commerciali, debbano conservare un Archivio Unico Informatico antiriciclaggio, nel quale registrare le anagrafiche dei clienti e dei soggetti nei confronti dei quali effettuano le prestazioni previste dalla legge antiriciclaggio. Nel giugno 2003, anche a seguito degli attacchi terroristici dell’11 settembre, il GAFI  ha nuovamente completato una sostanziale revisione delle sue 40 Raccomandazioni e congiuntamente ha emanato le 8 Raccomandazioni relative al finanziamento del terrorismo. Viene pertanto emanata la terza direttiva europea 2005/60/CE sull’antiriciclaggio (concernente la prevenzione dell'utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo) e la direttiva 2006/70/CE che ne reca misure di esecuzione. Il legislatore comunitario, riconoscendo che alcune situazioni comportano un minore rischio di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo, stabilisce il principio secondo il quale in determinati casi si applicano obblighi semplificati di adeguata verifica della clientela, fermo restando la necessità di stabilire l'identità ed il profilo economico di tutti i clienti. In tal senso si prevede l’istituzione di una Unità di informazione finanziaria (UIF) a livello nazionale per ricevere, analizzare e comunicare alle autorità competenti le segnalazioni di operazioni sospette ed altre informazioni che riguardano casi potenziali di riciclaggio o finanziamento del terrorismo ed agevolare la cooperazione internazionale. In recepimento di questa direttiva viene pertanto adottato il D.Lgs. del 16/11/2007 n. 231 contro il riciclaggio di denaro sporco. La limitazione all'uso del contante rimane uno dei cardini della normativa italiana come strumento essenziale nella lotta al riciclaggio, vietando il trasferimento a qualsiasi titolo, tra soggetti diversi, di denaro contante e titoli al portatore per somme pari o superiori a 12.500 euro; viene istituita l'Unità di informazione finanziaria (UIF), che subentra nell'attività già svolta dall’UIC, con la funzione di "filtro" tra i soggetti privati sui quali grava l’obbligo delle segnalazioni e le autorità pubbliche incaricate delle verifiche investigative, cui vengono assegnati compiti e funzioni di analisi finanziaria in materia di prevenzione e contrasto sia del riciclaggio che del finanziamento del terrorismo internazionale. La UIF esercita le proprie funzioni in autonomia e indipendenza e la Banca d'Italia ne disciplina con regolamento l'organizzazione e il funzionamento. Al fine di "migliorare il sistema di prevenzione, eliminare alcune difficoltà applicative e a chiarire alcuni dubbi interpretativi" relativi al D.Lgs. n. 231/2007 è stato infine emanato il D. Lgs. 25 settembre 2009, n. 151 che integra e modifica la normativa vigente in tal senso.
    Redattori : Fernando FORGHIERI, Bianca GIANNINI
    © 2010 ASSONEBB

  • APACS

    Acr. di: Association for Payment Clearing Services. Associazione delle maggiori banche e building societies istituita con sede a Londra nel 1985 su base volontaria per la regolamentazione, la sorveglianza e la gestione del sistema dei pagamenti. Con l’istituzione dell’APACS si è dato corso alla riforma raccomandata dal Rapporto Child. Oltre a gestire il sistema dei pagamenti attraverso tre società operative, l’APACS definisce gli standard che i suoi membri debbono osservare, costituisce un forum di discussione per i suoi membri, formula previsioni sulle tendenze dei pagamenti, svolge ricerche, elabora statistiche. Ne fanno parte attualmente 32 membri: la Bank of England, le principali banche e building societies e l’Amministrazione postale. La partecipazione all’APACS è comunque aperta a ogni altro istituto soggetto ad appropriata vigilanza, che soddisfi determinate soglie di entrata. Le tre società operative (clearing companies) sono la BACS Ltd, la Cheque and Credit Clearing Company Ltd e la CHAPS Clearing Company Ltd. Non tutte le 32 istituzioni finanziarie partecipano alle tre società. La BACS (costituita nel 1971 col nome di Bankers’ Automated Clearing Services Ltd; 15 membri su 32) si occupa del clearing dei pagamenti elettronici (p.e., l’82% dei lavoratori dipendenti nel Regno Unito sono pagati attraverso la BACS). La CHAPS (acr. di: Clearing House Automated Payment System) opera in collaborazione con la Bank of England e si occupa dei pagamenti elettronici con liquidazione su base lorda, con valuta “stesso giorno”, da banca a banca, in sterline e in euro. Aderiscono alla CHAPS, operativa dal 1984, 21 istituti, per il clearing in euro e/o in sterline. La Cheque and Credit Clearing Company (costituita nel dicembre 1985; 12 membri su 32) si occupa del clearing degli assegni e di altri titoli cartacei. Il ciclo del clearing si svolge su 3 giorni. Una quarta società, l’APACS Administration Ltd, interamente posseduta dai membri dell’APACS, è una società di servizi (oltre 140 dipendenti) per l’APACS, I suoi gruppi di lavoro e i suoi comitati, le clearing companies (eccetto BACS).

  • APEC

    Acr. di : Asia-Pacific Economic Cooperation (it. Cooperazione Economica Asia-Pacifico; fr. Coopération économique Asie-Pacifique). L’APEC. costituita il 7.11.1989 con sede a Singapore. Sorto come punto d’incontro tra responsabili di governo per il dialogo e la discussione si è trasformato in un importante congegno per promuovere la liberalizzazione del commercio e la cooperazione economica a livello regionale dei Paesi dell’Asia e altri Paesi che si affacciano sul Pacifico. L’APEC è composta da 21 Stati rivieraschi: 12 fondatori (Australia, Brunei Darussalam, Canada, Filippine, Giappone, Indonesia Corea del sud, Malesia, Nuova Zelanda, Singapore, Tailandia, Stati Uniti d’America) e 9 aggiunti a partire dal 1992: Cile, Cina continentale, Hong Kong, Messico, Papua Nuova Guinea, Perù, Russia, Taipei e Viet Nam. Le economie dei 21 Paesi dell’APEC comprendono circa 2, 5 miliardi di consumatori, un PIL aggregato nel 1999 intorno a € 18.000 miliardi e oltre il 47% del commercio mondiale. L’APEC opera sulla base del consenso. La Presidenza dell’APEC, che ruota a turno ogni anno, ospita il meeting annuale dei ministri degli affari esteri e dell’economia, preparato in precedenza da tre comitati, un subcomitato e 11 gruppi di lavoro. Altri meetings di ministri specializzati sono convocati secondo necessità. Un Segretariato è stato istituito in Singapore per il coordinamento e il supporto tecnico e consultivo. L’APEC redige specifici programmi di azione in particolari settori produttivi o sociali. Un organo peculiare dell’APEC è l’ABAC (APEC Business Advisory Council), un consiglio permanente costituito nel 1995 e composto da fino a 3 rappresentanti del mondo degli affari per ciascun Paese col compito di dare pareri e raccomandazioni sulla realizzazione sui programmi di azione dell’APEC e su altre priorità specifiche di settore (p.e. realizzazione di un forte sistema finanziario, l’e-commerce e altro) e di discuterne con i ministri.

  • APERTURA DI CONTO

    Iscrizione in un conto della prima partita. Benché talvolta usata nel senso di accensione di un conto, tecnicamente ne differisce. Sotto il profilo specificamente bancario, l’espressione è riferita all’apprestamento, in seguito alla conclusione di contratti bancari, degli strumenti tecnico-contabili atti a recepire, mediante apposite registrazioni, lo svolgimento di rapporti giuridici fra la banca e uno o più soggetti. Nella prassi usuale, l’apertura di un conto corrente attivo è preceduta in genere, dalla raccolta d’informazioni circa la correttezza commerciale del nuovo cliente, dati i possibili rischi, connessi all’evolversi del rapporto, ai quali la banca si espone. Il conto viene aperto con la registrazione della prima partita contabile (versamento o prelievo) un tempo materialmente sulla scheda cartacea, oggi su supporto elettronico (nella quale sono poi annotati i movimenti successivi) intestata al nome di uno o più soggetti. Inoltre, la banca attribuisce al conto un numero che lo identifica. Essa fa sottoscrivere altresì al cliente un modulo a stampa contenente le clausole che disciplinano il rapporto e richiede il deposito della o delle firme (su apposito cartoncino, contenente lo specimen di firma), indicando (ove il conto sia intestato a più persone e secondo i loro accordi) le modalità (sottoscrizioni congiunte, disgiunte; rilascio di procure ecc.) per operare sul conto. Infine, dopo la conclusione del contratto e l’apertura del conto, la banca consegna al cliente, secondo i casi, il carnet di assegni oppure il libretto (nominativo o al portatore) di deposito a risparmio.

  • APERTURA DI CREDITO

    Contratto con il quale la banca si obbliga a tenere a disposizione del cliente accreditato una certa somma di denaro per un certo periodo di tempo ovvero a tempo indeterminato. Sotto il profilo economico è uno strumento atto a soddisfare le esigenze di liquidità della clientela. L’apertura del credito è un contratto bancario di credito e consensuale. Anche il contratto in esame deve, a norma dell’art. 117 TUBC, essere redatto per iscritto a pena di nullità (che può essere fatta valere solo dal cliente: art. 127, comma 2 TUBC). Nella prassi bancaria il contratto è concluso mediante moduli predisposti dalla banca sulla base delle norme uniformi bancarie. L’apertura di credito è contratto oneroso, a prestazioni corrispettive, e da esso sorgono diritti ed obbligazioni a favore ed a carico di entrambi i contraenti. La banca è obbligata a tenere a disposizione del cliente una certa somma di denaro per il tempo contrattualmente previsto o per un tempo indeterminato; a titolo di corrispettivo per la prestazione effettuata, essa ha diritto a ricevere dal cliente la “commissione” o “provvigione di conto” che, salvo diversa pattuizione, è dovuta indipendentemente dalla effettiva utilizzazione del credito; la banca ha inoltre diritto agli interessi sulle somme utilizzate al tasso convenzionale pattuito con decorrenza dal giorno dell’utilizzazione della somma o da qualche giorno prima nel caso di “perdita di valuta”. Si ha perdita di valuta quando, essendo convenuto un limite massimo per ogni singolo prelevamento, il cliente prelevi in una sola volta una somma superiore a tale limite. La liquidazione degli interessi è effettuata periodica- mente e gli interessi producono a loro volta interessi (anatocismo). II cliente, a fronte delle suddette obbligazioni, ha il diritto di utilizzare la somma posta a sua disposizione nei limiti della disponibilità stessa. Salvo diversa pattuizione, le modalità di utilizzazione della somma sono, come prevede l’art. 1843 c.c., le c.d. forme d’uso: la banca è tenuta ad effettuare, presso la propria sede, i pagamenti richiesti dal cliente a proprio favore o a favore di terzi dallo stesso indicati. Normalmente l’operazione è regolata in conto corrente e il correntista stipula con la banca la c.d. convenzione di assegno conconseguente diritto del cliente di disporre della somma tramite assegni ed obbligo della banca di onorare tali ordini. Le parti possono anche prevedere l’obbligo della banca di accettare cambiali tratte su di essa dall’accreditato; si parla allora di c.d. fido di firma, ma la forma è nella pratica scarsamente utilizzata. Se la banca, onorando un ordine dell’accreditato, paghi somme eccedenti la disponibilità alla stessa riconosciuta, l’operazione non comporta un aumento della precedente disponibilità, né una nuova ulteriore apertura di credito. L’operazione si qualifica, infatti, come fido occasionale sottratto alla disciplina propria dell’apertura di credito ed in relazione alla quale la banca ha diritto alla restituzione della somma (tale affermazione non è unanimemente condivisa ma sembra ora indirettamente confermata dal già citato art. 117 TUBC che impone, anche per la stipulazione del contratto di apertura di credito, la forma scritta). L’apertura di credito è contratto di durata. Essa può assumere, alternativamente, la forma di contratto a tempo determinato, nel qual caso si ha predeterminazione del termine di cessazione del rapporto e, quindi, di esigibilità del credito di restituzione della somma posta a disposizione del cliente oltre che del credito per interessi; ovvero di contratto a tempo indeterminato, nel qual caso l’obbligo di restituzione sorge solamente per effetto del recesso di una delle parti. Il contratto di apertura di credito si estingue per scadenza del termine fi- nale, recesso unilaterale di una delle parti (banca o cliente), sopravvenuta incapacità dell’accreditato o suo fallimento. La cessazione del rapporto, a qualunque causa dovuta, determina,per la banca, il venir meno dell’obbligo di tenere la somma a disposizione del correntista e, per il cliente, la cessazione del poter disporre di tale somma. Il c.c. disciplina espressamente (art. 1845) l’istituto del recesso dal contratto di apertura di credito prevedendo modalità differenti per l’una o per l’altra forma del contratto. In caso di contratto a tempo determinato il diritto di recesso è riconosciuto in via esclusiva alla banca e solo in presenza di una giusta causa (salva peraltro la possibilità di una diversa pattuizione). Quando il contratto è a tempo indeterminato, il diritto di recedere è riconosciuto ad entrambi i contraenti. Nel primo caso il recesso sospende immediatamente l’utilizzo del credito ma la banca deve concedere al cliente un termine non inferiore a 15 giorni per restituzione delle somme utilizzate e degli accessori. In caso di recesso da contratto a tempo indeterminato, lo stesso non ha effetto immediato, ma decorre dalla scadenza del preavviso contrattualmente pattuito ovvero da quello legale di 15 giorni: la restituzione delle somme deve dunque avvenire allo spirare del periodo di preavviso. La disciplina codicistica appena riferita è derogata nei modelli contrattuali in uso nella prassi bancaria. In particolare, tale modulistica riconosce alla banca al facoltà di recedere in qualsiasi momento anche dall’apertura a tempo determinato, prevede che il recesso ha l’effetto di sospendere immediatamente l’utilizzo del fido concesso e riduce sensibilmente il termine assegnato al correntista per la restituzione delle somme utilizzate. Un crescente orientamento dottrinale e giurisprudenziale afferma peraltro l’invalidità di questa disciplina pattizia per il recesso dall’apertura di credito. La Circolare ABI 23.02. 1996, emessa in attuazione della direttiva n.93/13/CEE concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, legge 6.2.1996 n. 52, prevede che in ordine alle n.b.u. per i conti correnti di corrispondenza e servizi connessi un’approfondita analisi meriti il profilo del recesso dall’apertura di credito disciplinata dall’art.6, comma1, lettera c), alla luce dei principi introdotti dalla normativa sopra citata nei rapporti con i consumatori. Secondo la Circolare, è previsto il principio per cui è ammesso il recesso da contratti a tempo indeterminato, senza un ragionevole preavviso, nel caso in cui ricorra una giusta causa (a questo riguardo nel provvedimento si cita il n.8 del comma 3 dell’art.1469 bis c.c.), oltre che quello per cui, se il contratto ha ad oggetto la prestazione di servizi finanziari a tempo indeterminato, il professionista, qualora ricorra un giustificato motivo, può recedere dal rapporto senza preavviso, dandone immediata comunicazione al consumatore (e, in questo senso si cita il n.1, del comma 4 del citato art.1469 bis c.c.). La Circolare però non riconosce l’esistenza di un principio speciale, nelle disposizioni in discorso, che consenta il recesso nei rapporti di apertura di credito a tempo determinato, rispetto ai quali rimanda conseguentemente alla disciplina codicistica che richiede quale condizione indispensabile l’esistenza di una giusta causa. Circa le modalità di utilizzazione della somma si distingue tra apertura di credito semplice, ove l’accreditato può utilizzare la somma posta a sua disposizione una sola volta seppure con prelievi frazionati e successivi ed apertura di credito in conto corrente, disciplinata dall’art. 1843 c.c., come forma naturale del contratto, nella quale l’accreditato non solo può utilizzare la somma in varie tranches ma può anche e per tutta la durata del rapporto ripristinare la disponibilità con rimborsi parziali ed utilizzare poi nuovamente la somma (c.d. rotatività del fido).Si distingue tra apertura di credito allo scoperto, ove la banca fa affidamento solo sulla generica garanzia patrimoniale del cliente ed apertura di credito garantita, caratterizzata dalla concessione da parte del cliente di distinte garanzie reali (pegno, ipoteca) o personali (fideiussione, cambiali accettate, rilasciate o avallate da terzi). Non si ha apertura di credito garantita quando la banca ottiene dall’accreditato il rilascio di effetti da lui emessi a recupero o a smobilizzo. Tale operazione non aumenta la garanzia patrimoniale della banca, ma ha l’unico effetto di facilitare alla stessa il recupero delle somme dovute dall’accreditato. La tecnica bancaria distingue tra apertura di credito a favore del richiedente ed apertura di credito a favore di terzi. A quest’ultima categoria appartiene la c.d. apertura di credito documentata (v. credito documentario) che rappresenta nel commercio internazionale un utile strumento di garanzia per il compratore. In tale operazione la banca interviene per conto del compratore a favore del venditore in modo da consentire a questo di esigere il prezzo della merce dietro consegna alla banca dei documenti originariamente pattuiti. Tra le aperture di credito speciali si annovera, infine, la lettera di credito.

  • APPALTO

    Contratto con il quale una parte (appaltatore), con organizzazione dei mezzi e con gestione a proprio rischio, assume il compimento di un’opera o di un servizio nei confronti di un’altra parte (appaltante o committente) contro un corrispettivo in danaro (art. 1655 c.c.). L’organizzazione dei mezzi e il rischio economico dell’appaltatore, normalmente imprenditore, distinguono tale contratto dal contratto d’opera, nel quale la prestazione è eseguita da un soggetto con lavoro prevalentemente proprio (artigiani, professionisti, intellettuali ecc.); l’oggetto, cioè il compimento di un’opera o di un servizio, lo distingue dal contratto di lavoro subordinato. Il corrispettivo può essere stabilito globalmente oppure a misura. Se le parti non lo hanno determinato, si fa riferimento alle tariffe o agli usi e, in mancanza, esso è determinato dal giudice. In base al principio della sopravvenienza, è ammessa la revisione del prezzo, se, per effetto di circostanze imprevedibili, si siano verificate, successivamente alla stipulazione del contratto, variazioni superiori o inferiori al decimo del prezzo complessivo stabilito. In caso di difficoltà di esecuzione dell’opera derivanti da cause geologiche, idriche e simili, non previste dalle parti e che incidono notevolmente sulla onerosità della prestazione dell’appaltatore, questi ha diritto ad un equo compenso. La legge detta regole particolari per il caso di variazioni apportate al progetto originario. Il committente può controllare lo svolgimento dei lavori per accertarne il buon andamento e la corrispondenza alle condizioni stabilite dal contratto, e prima di ricevere la consegna ha diritto di verificare, con il collaudo, che l’opera sia stata bene eseguita. L’appaltatore è tenuto alla garanzia per le difformità e i vizi dell’opera. Dopo l’accettazione dell’opera, la garanzia è limitata ai vizi non riconoscibili o dolosamente taciuti dall’appaltatore. I vizi devono essere denunziati, a pena di decadenza, entro sessanta giorni dalla scoperta. L’azione contro l’appaltatore è soggetta a prescrizione biennale; una particolare garanzia decennale è stabilita per la rovina di cose immobili. L’appalto è fondato sulla fiducia nella persona dell’appaltatore, il quale, pertanto, senza l’autorizzazione del committente, non può, a sua volta, dare in appalto i lavori (subappalto). Per gli appalti con lo Stato e le altre Amministrazioni pubbliche v. appalto pubblico.

  • APPALTO DI LAVORI PUBBLICI

    Detto anche appalto di opere pubbliche e abbr. appalto d’opera. È il contratto con il quale lo Stato e gli altri enti pubblici si assicurano la prestazione di un imprenditore necessaria per la costruzione, demolizione, restauro e manutenzione di opere e di impianti. La disciplina in materia è stata rappresentata a lungo dalla legge 1865/ 2248, all. F e dal relativo regolamento esecutivo 1895/350. Tale normativa ha subito nel corso degli ultimi anni notevoli modifiche in virtù della l. 10.2.1962 n. 57 istitutiva dell’Albo Nazionale dei Costruttori, dell’armonizzazione del quadro normativo nazionale con le direttive di materia comunitaria e in conseguenza dell’introduzione di strumenti di lotta nei confronti delle associazioni criminali di stampo mafioso. Vi è stata poi l’emanazione della l. 11.2.1994 n. 109 (legge quadro in materia di lavori pubblici e Legge Merloni), che ha fissato importanti punti chiave della disciplina del contratto di appalto di lavori pubblici, compresa la qualificazione delle imprese. Essa ha disciplinato esattamente gli appalti per le opere programmate dalla pubblica amministrazione; ha istituito una specifica Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici; ha posto delle limitazioni alla discrezionalità della pubblica amministrazione nella scelta dell’impresa costruttrice, frenando le possibilità di ricorso alla trattativa privata; ha soppresso l’Albo Nazionale dei Costruttori, sia pure non immediatamente e ha contemporaneamente attivato un diverso metodo di individuazione delle imprese; ha, infine, previsto il ricorso a forme di garanzia o copertura assicurativa al fine di porre le pubbliche amministrazioni in condizione di essere garantite o di poter comunque selezionare le imprese contattate. Vi è stata poi l’emanazione della Legge Merloni (l. 11.2.1994 n.109), a sua volta integrata dall’emanazione della Merloni bis (d.l. 3.4.1995 n. 101 conv. nella l. 2.06.1995, n. 216) e, poi, dalla l. 18.1.1998 n. 415 (Merloni ter) che ha stabilito alcune importanti novità. Tra le principali si ricordano: l’estensione alle aziende locali ed alle società a partecipazione pubblica delle procedure d’appalto; l’introduzione del c.d. supplente, il quale è chiamato a subentrare al vincitore della gara in caso di suo fallimento o di risoluzione del contratto; oltre che l’introduzione di una disciplina organica del project financing. Si deve inoltre ricordare, per quel che concerne gli appalti di lavori pubblici soggetti alla normativa comunitaria, che la direttiva 97/52, recepita in Italia con d.lg. 25.11.1999 n. 525, ha fissato in cinque milioni di DSP (Diritti Speciali di Prelievo) la soglia oltre la quale si applica la normativa comunitaria.                                  
    1.-Sistema unico di qualificazione per gli esecutori di lavori pubblici
    . Una ulteriore evoluzione normativa si è avuta con l’emanazione del d.p.r. 25.01.2000 n. 34 (Regolamento Bargone), mediante il quale si è inteso istituire un sistema unico di qualificazione per gli esecutori di lavori pubblici ai sensi dell’art. 8 della l. 11.02.1994, n. 109 e successive modificazioni. La qualificazione delle imprese (obbligatoria solo per gli appalti di valore superiore a 150 mila euro, pari a 290.440.500 lire) diviene infatti non solo un requisito di partecipazione alle gare, ma un vero e proprio requisito legittimante l’esecutore dei lavori ad essere parte del rapporto di appalto di opera pubblica durante tutta la durata di esso e pertanto anche nella fase contrattuale. Nel sistema precedente, in vigore dal 1962 (l. 10.2.1962 n. 57 istitutiva dell’ Albo Nazionale dei Costruttori) la qualificazione di un’impresa era implicita una volta conseguita l’iscrizione all’Albo Nazionale dei Costruttori e l’impresa poteva partecipare alle gare senza obbligo di ulteriori prove della propria idoneità se non quelle della vigenza dell’iscrizione presso il registro delle imprese e dei requisiti morali attestati dai certificati del casellario giudiziale. Nel nuovo sistema secondo il d.p.r 2000/34, subentrato dal 1.3.2000 a quello imperniato sull’Albo Nazionale dei Costruttori, l’attestazione di qualificazione è condizione necessaria e sufficiente per la dimostrazione dell’esistenza dei requisiti abilitativi in capo all’impresa e le stazioni appaltanti non possono, ai sensi del successivo comma 4, richiedere alle imprese concorrenti la dimostrazione della qualificazione con modalità, procedure o contenuti diversi da quelli espressamente dettati dal regolamento in oggetto. Al vertice del sistema è posta l’Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici. La qualificazione delle imprese (obbligatoria per gli appalti di valore superiore ai 150.000 euro) è configurata secondo le tipologie e l’importo dei lavori ed è certificata da organismi di diritto privato, le Società organismi di attestazione (SOA) autorizzate e sottoposte al controllo dell’Autorità. La qualificazione è subordinata al possesso di requisiti di ordine generale oltre che tecnico organizzativi ed economico finanziari conformi alle norme comunitarie e al possesso (in via tra loro alternativa) della certificazione di qualità o della dichiarazione della presenza di elementi, significativi e tra loro correlati, del sistema di qualità. Le SOA attestano in capo all’impresa il possesso dei requisiti e della certificazione (o della dichiarazione) rilasciata dai soggetti accreditati secondo le norme europee UNI CEI EN 45000.                              
    2.-Capitolato generale d’appalto dei lavori pubblici
    . Con decreto del ministero dei lavori pubblici 19.04.2000 n. 145 è stato emanato il Capitolato generale d’appalto dei lavori pubblici, ai sensi dell’art. 5 della l. 11.02.1994 n. 109 e successive modificazioni. Tale Capitolato, contenente la disciplina regolamentare dei rapporti tra le amministrazioni aggiudicatrici e i soggetti affidatari di lavori pubblici, trova applicazione ai lavori affidati dai soggetti di cui all’art. 2, comma 2, lett. a) della legge quadro, e cioè ai lavori affidati dalle amministrazioni dello Stato, dagli enti pubblici, compresi quelli economici, dagli enti locali oltre che dagli organismi di diritto pubblico. È importante sottolineare che in quanto regolamento ministeriale le disposizioni di tale Capitolato generale si sostituiscono di diritto alle eventuali clausole di contratto o di capitolato con esse contrastanti, ove ovviamente non sia diversamente disposto dalla legge, dal regolamento o dallo stesso Capitolato.

  • APPALTO PUBBLICO

    L’appalto pubblico è un contratto caratterizzato dal fatto che il committente è un ente pubblico, la proprietà del bene prodotto appartiene ad un ente pubblico el’opera o il servizio sono destinati a soddisfare un bisogno pubblico. Il contratto pur avendo natura privatistica, in quanto rientra nell’ambito dell’attività negoziale di diritto privato della P.A., si differenzia però dall’appalto di diritto civile in quanto il procedimento di formazione della volontà dell’ente committente è regolato dal diritto pubblico, con la sovrapposizione della legislazione comunitaria. Inoltre la scelta del contraente da parte del committente pubblico è vincolata a precise modalità di aggiudicazione. La legislazione comunitaria ha suddiviso il contratto di appalto pubblico in quattro settori: l’appalto di lavori pubblici, l’appalto pubblico di forniture, l’appalto pubblico di servizi e l’appalto pubblico nei settori esclusi (q.v.). Per ciascuno di questi settori la Comunità ha emanato direttive disciplinanti gli appalti di importo superiore una determinata soglia (contratti di rilevanza comunitaria), mentre i contratti inferiori a tale soglia (contratti infracomunitari) restano tuttora disciplinati da fonti normative nazionali e quelle comunitarie intervengono solo se specificamente richiamate dalla normativa nazionale, la quale peraltro specifica di volta in volta quali sono le amministrazioni aggiudicatrici (Stato e altre amministrazioni pubbliche) soggette alla stessa normativa comunitaria (cfr., p.e., il d.lg. 1992/358, art. 1, comma 3, in materia di appalti pubblici di forniture).Per le normative nazionale e comunitaria delle gare v. gare pubbliche.

                                                                                                                                            
    1 - Modalità di presentazione delle domande e di trasmissione degli inviti a presentare offerte
    . Merita menzione anche la previsione contenuta nell’art. 6 del d.lg. 25.11.1999 n. 525 (il quale sostituisce il comma 5 dell’art. 18 del d.lg. 17.3.1995 n. 158) relativa alle modalità di presentazione delle domande e di trasmissione degli inviti a presentare offerte. Si rende infatti più flessibile il novero delle modalità di presentazione delle offerte, in quanto è rimessa all’autonomia di ciascun ente aggiudicatore la possibilità di consentire altre modalità di presentazione delle offerte (differenti da quelle stabilite per legge), a condizione tuttavia che tali offerte abbiano certi requisiti di completezza ovvero siano trattate in modo determinato ovvero secondo una determinata tempistica.                                                                                              
    2 - Doveri degli enti aggiudicatari nei confronti dei partecipanti alla gara
    . Si segnala, infine, la sostituzione dell’art. 27 del d.lg. 17.3.1995 n. 158, in materia di conservazione di atti, che comporta una serie di doveri cui sono tenuti gli enti aggiudicatari nei riguardi dei partecipanti alle gare. In particolare, il comma 3 reca importanti disposizioni utili a a) dare una compiuta illustrazione, a coloro che vi abbiano interesse, delle ragioni che hanno condotto all’esclusione dalla gara; b) rendere noto il nominativo dell’aggiudicatario; ai soggetti non aggiudicatari; c) comunicare le informazioni utili di contenere al minimo i tempi di introduzione di un’eventuale fase contenziosa. Il comma 4 dispone, infine, la possibilità dell’omissione di una serie di informazioni relative all’aggiudicazione dell’appalto se, p.e., le stesse possono essere in contrasto con le esigenze di privacy (d.lg. 25.11.1999 n. 525, art. 9).

  • APPALTO PUBBLICO DI FORNITURE

    È un contratto a titolo oneroso avente per oggetto l’acquisto, la locazione finanziaria, la locazione, l’acquisto a riscatto con o senza opzioni per l’acquisto, concluso per iscritto tra un fornitore ed una pubblica amministrazione aggiudicatrice. Per quel che concerne i contratti di importo superiore ai 200.000 ECU si applicano le norme della direttiva comunitaria 93/36/CEE, la quale è stata recepita in Italia con l. 24.4.1998 n. 128 ed attuata mediante d.lg. 1998.10.20 n. 402. Tale ultimo provvedimento ha inoltre dato attuazione alla direttiva 97/52/CE che ha stabilito in 200.000 DSP (Diritti speciali di prelievo) la nuova soglia oltre la quale si applica la normativa comunitaria. In linea di massima la disciplina comunitaria non si discosta da quella dettata per l’appalto di lavori pubblici. I punti salienti concernono dunque i criteri di scelta contrattuale ed in particolare la libertà di scelta accordata all’ente pubblico fra procedura aperta e procedura ristretta, oltre che l’introduzione nell’ambito della procedura ristretta di un meccanismo che prevede un numero minimo ed uno massimo di imprese partecipanti alla gara, c.d. forcella.

  • APPALTO PUBBLICO DI SERVIZI

    È un contratto concluso per iscritto tra un prestatore di servizi ed un’amministrazione aggiudicatrice avente ad oggetto la prestazione dei servizi elencati negli allegati 1 e 2 dell’art. 3 del d.lg. 17.3.1957 n. 157 (modif. dal d.lg. 25.2.2000 n. 65). Con questo d.lg. è stata recepita la direttiva comunitaria 92/50 con la quale l’istituto è stato dotato di una configurazione autonoma. Alcuni dei suddetti servizi sono definiti “prioritari” (tra i quali si ricomprendono quelli relativi alla progettazione e quelli connessi al terziario avanzato) ed altri “residuali” (come i servizi di trasporto per ferrovia e quelli inerenti il collocamento e reperimento del personale). È importante segnalare che la normativa richiamata si applica ai contratti di servizi nei quali le amministrazioni aggiudicatrici sono solo a carattere pubblico, come le amministrazioni statali, gli enti pubblici non economici, le regioni, gli enti territoriali o le province autonome. Per quel che concerne gli appalti pubblici di servizi soggetti alla normativa comunitaria, è prevista in 200.000 DSP (Diritti Speciali di Prelievo) la soglia oltre la quale si applica la normativa comunitaria. Tale limite è stato fissato precisamente dalla direttiva 97/52, recepita in Italia con il d.lg. 25.11.1999 n. 525. Si ricorda, infine, che la l. 18.11.1998 n. 415 (Merloni ter) ha disposto che, in presenza di appalti misti di lavori e di servizi, si considerano appalti pubblici di servizi quelli i cui lavori hanno una funzione accessoria, inferiore al 50% dell’importo totale.

  • APPALTO PUBBLICO NEI SETTORI ESCLUSI

    È un appalto di servizi e forniture relativo ad attività disciplinate dal d.lg. 17.3.1995 n. 158, il quale ha recepito la direttiva comunitaria 93/38/CEE. Il motivo della particolare denominazione di tale appalto si rinviene nelle regolamentazione, da parte della richiamata direttiva, di settori che non erano stati presi in considerazione dalle precedenti direttive, come p.e. quelli dei trasporti, della distribuzione di acqua e delle telecomunicazioni. La Comunità ha pertanto disciplinato tale materia mediante un provvedimento ad hoc, che tenesse conto della particolare situazione in cui operano i gestori privati nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti e delle telecomunicazioni. La l. 1998/415 (c.d. Merloni ter) ha in seguito stabilito che per i lavori posti in essere da soggetti operanti nei settori esclusi si applica il d.lg 1995/158 per i lavori che abbiano un importo pari o superiore ai 5 milioni di euro; il d.lg 1995/158, ma con alcune eccezioni, per i lavori ricompresi fra i 200.000 e i 5 milioni di euro; la disciplina cui i soggetti sono tenuti in base alla loro natura giuridica per i lavori il cui importo non superi i 200.000 euro. Si ricorda, inoltre, che la direttiva 98/4, recepita col d.lg. 25.11.1999 n. 525, ha disposto che la soglia oltre la quale si applica la normativa comunitaria sia espressa in DSP (Diritti Speciali di prelievo). L’emanazione del d.lg 25.11.1999 n. 525 ha rappresentato un adempimento dell’Italia a quanto disposto dalla direttiva n. 4/98/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 13.10.1997. Con tale direttiva sono state infatti apportate una serie di modificazioni in materia di gare per l’aggiudicazione di appalti pubblici nei settori esclusi. Uno dei punti salienti del d.lg 1999/525 è rappresentato dall’esclusione degli appalti relativi ai servizi di telecomunicazione dal campo di operatività delle norme in materia di appalti negli ex settori esclusi.

  • APPELLO AL PUBBLICO RISPARMIO

    Locuzione introdotta dal TUF (d.lg. 1998/58) per designare quell’insieme di operazioni dirette a provocare l’investimento o il disinvestimento del risparmio rispettivamente mediante tecniche di sollecitazione all’investimento e offerta pubblica di acquisto e di scambio. Tali operazioni, che coincidono in gran parte con quelle in precedenza ricomprese nella nozione di sollecitazione al pubblico risparmio, si svolgono sotto il controllo della Consob e sono soggette ad una disciplina amministrativa diretta a garantire la correttezza dell’informazione e della parità di trattamento dei risparmiatori. Un rilievo particolare nella materia dell’appello al pubblico risparmio è dato ai Regolamenti della Consob che indicano il contenuto e le modalità del prospetto informativo, le regole di correttezza cui devono attenersi l’offerente, l’emittente e l’intermediario deputato al compimento dell’operazione, sia le modalità di svolgimento oltre che la durata della stessa.

  • APPLICAZIONE

    Indicazione del prezzo al quale uno dei contraenti nelle negoziazioni di borsa è disposto a vendere o ad acquistare uno stesso titolo. Colui che propone l’applicazione determina la specie e la quantità dei titoli e lascia libero l’altro contraente di scegliere la posizione da lui ritenuta più conveniente (vendere al prezzo più basso o acquistare al prezzo più alto tra i due proposti). Il contraente che chiede e ottiene dall’altro una applicazione non può rifiutare la proposta avuta, mentre se l’applicazione è fatta senza richiesta, non si può pretendere che venga accettata.

  • APPLICAZIONI INTERBANCARIE

    Procedure informatiche che consentono, sulla base di standard di sistema, lo scambio tra gli intermediari di informazioni e di dati contabili relativi ai pagamenti o agli incassi da eseguire.

  • APPROPRIAZIONE INDEBITA

    Delitto previsto dall’art. 646 c.p. che punisce, con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a lire due milioni, chiunque, allo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria del denaro o della cosa mobile altrui di cui abbia, qualsiasi titolo, il possesso. Presupposto del reato è quindi il possesso, a qualsiasi titolo, del denaro o della cosa mobile altrui (ciò a differenza del furto) e il delitto si consuma quando il possessore compie un atto di disposizione riservato al proprietario. L’elemento psicologico è richiesto nella forma del dolo specifico. Si richiede, infatti, non solo la previsione e la volontà dell’evento come conseguenza della propria azione (art. 43, comma 1, c.p.), ma anche che l’agente abbia operato al fine (il cui raggiungimento non influisce sul perfezionamento del reato) di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto. Il reato è punibile a querela di parte. Si procede, invece, d’ufficio, allorché ricorra una delle circostanze di cui all’art. 61, n. 11 c.p. (aver commesso il fatto con abuso di autorità o relazioni domestiche, con abuso di relazioni d’ufficio, di prestazione d’opera, di coabitazione o di ospitalità). L’art. 647 c.p., poi, punisce con la reclusione fino a un anno o la multa da lire sessantamila a seicentomila le c.d. appropriazioni minori, e cioè l’appropriazione di cosa smarrita, del tesoro, di cose avute per errore o per caso fortuito. Il reato è perseguibile sempre a querela di parte.

  • APPUNTI BANCARI

    Effetti, ricevute, lettere di accreditamento e tutti gli altri recapiti per i quali le banche effettuano il servizio di incasso per conto della clientela.

  • ARAB FUND FOR ECONOMIC AND SOCIAL DEVELOPMENT (AFESD)

    Acr. di: Arab Fund for Economic and Social Development (fr. Fonds Arabe de Développement Economique et Social-FADES). Organizzazione finanziaria multilaterale regionale con personalità giuridica (che si autodefinisce autonomo regional Pan-Arab development finance organization), costituita con sede nel Kuwait dall’Economic Council della Lega degli Stati arabi (League of Arab States) con accordo siglato il 16.5.1968. L’accordo entrò in vigore il 18.12.1971 e il Fondo compì la prima operazione agli inizi del 1974. Ne sono membri i 21 Stati della Lega degli Stati Arabi e cioè Algeria, Arabia saudita, Bahrain, Djibouti, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Iraq, Oman, Palestina, Qatar, Kuwait, Libano, Libia, Marocco, Mauritania, Siria, Somalia, Sudan, Tunisia, Yemen. Ha per obiettivi lo sviluppo, l’integrazione economica e la cooperazione dei Paesi membri. Assiste progetti pubblici di sviluppo economico e sociale, progetti privati negli Stati membri con ogni forma di finanziamento e garanzia, compresa la partecipazione al capitale e con consulenza tecnica e giuridica, costituisce e amministra fondi speciali.

  • ARBITRAGE PRICING THEORY

    Acr.: APT. Teoria formulata da Stephen Ross nel 1976 con lo scopo di superare i limiti connessi alle ipotesi restrittive del Capital Asset Pricing Model (CAPM), incorporante un modello esplicativo dei meccanismi di formazione dei prezzi e dei rendimenti di equilibrio degli strumenti finanziari che si differenzia da quest’ultimo in primo luogo per la filosofia di fondo che vi è sottesa. Il CAPM, infatti, postula che il mercato mobiliare adotti un comportamento ottimizzante alla Markowitz, secondo le regole della media/ varianza, e che tale comportamento conduca ad una composizione di portafoglio dominante (portafoglio di mercato). Per contro, l’Arbitrage Pricing Theory non assume ipotesi impegnative sulla propensione al rischio degli investitori, i quali si presumono genericamente avversi ad esso; si ipotizza, inoltre, che tutti gli investitori facciano riferimento ad un’unica relazione esplicativa della generazione dei rendimenti e che il mercato sia perfettamente concorrenziale. L’approccio metodologico suggerito presuppone la possibile costruzione di un modello quantitativo di generazione dei rendimenti ex post dei singoli titoli, nel quale i rendimenti stessi siano posti in relazione con un numero limitato di fattori sistematici (o pervasivi), comuni a tutte le attività finanziarie, e di fattori tipici di singole aziende o settori, denominati fattori idiosincratici. La componente di variabilità dei rendimenti dovuta ai fattori idiosincratici risulta tuttavia poco rilevante, giacché essa si manifesta in modo casuale e può essere pressoché annullata nel medio periodo tramite la diversificazione del portafoglio. Accogliendo una pluralità di fattori sistematici, l’Arbitrage Pricing Theory si dimostra più efficace rispetto al Capital Asset Pricing Model (CAPM) nel “residualizzare” la componente di rischio diversificabile, evidenziando come un eguale livello di rischio sistematico associato a due portafogli diversi (espresso dalla medesima covarianza rispetto al mercato) possa sottintendere diverse esposizioni ai singoli fattori di rischio; questa diversa articolazione delle sensibilità è fonte di sensibili scostamenti fra i rendimenti ex post dei due portafogli e rende opportuna una definizione più minuziosa dei requisiti di equivalenza tra portafogli, che consenta di monitorare più accuratamente ex ante gli scostamenti in questione. Da un punto di vista analitico, quindi, è possibile scomporre i rendimenti ex post nel rendimento atteso all’inizio del periodo di valutazione e in scostamenti inattesi da tale valore, determinati da variazioni non anticipate dei fattori sistematici incidenti sui redditi o sul valore di mercato dell’attività considerata secondo parametri di sensibilità (positivi, negativi o nulli) quantificabili e sufficientemente stabili. Il numero e la natura di tali fattori sistematici non sono determinati, anche se l’osservazione empirica ne ha individuato alcuni: le variazioni inattese del tasso di inflazione, dell’indice della produzione industriale, dei premi al rischio sulle obbligazioni, dell’inclinazione della curva dei rendimenti ecc. Posto che i partecipanti al mercato mobiliare dispongano di un modello fattoriale unanimemente condiviso ed affidabile, è possibile operare degli arbitraggi analoghi a quelli effettuati sul mercato obbligazionario o dei cambi. Nell’ipotesi che non vi siano limiti alle vendite allo scoperto e che il ricavato di queste sia integralmente disponibile, risulterà conveniente la costruzione di portafogli con posizioni lunghe pareggiate da vendite allo scoperto per il medesimo valore di mercato (investimento di liquidità nullo), caratterizzati da una composizione tale da rendere nulla l’esposizione qualsiasi fattore di rischio sistematico; a queste condizioni il rendimento ex post coinciderà con quello atteso, ed il valore appropriato di quest’ultimo, in un portafoglio con caratteristiche di rischio ed investimento nulli, dovrà essere del pari nullo. Partendo da queste relazioni si perviene alla equazione finale del modello, che correla il rendimento di equilibrio atteso di ogni titolo alla sua “struttura delle sensibilità”. In tale equazione, il rendimento in oggetto è definito come la somma di una componente costante e di una serie di componenti supplementari, date dal prodotto dei parametri di sensibilità del titolo per una serie di termini riferiti a ciascun fattore ed uguali per tutti i titoli. II termine costante coincide con il rendimento atteso di equilibrio di un portafoglio con esposizione netta nulla al set di fattori sistematici. Il rendimento ex post di un simile portafoglio sarà praticamente certo ed equivalente al tasso a rischio zero. La seconda componente è invece interpretabile come la somma dei premi al rischio, attribuiti al titolo in relazione alla sua esposizione ad ogni fattore sistematico ed al rispettivo premio per unità di esposizione allo stesso. Le affinità con il Capital Asset Pricing Model (CAPM) sono evidenti se si fa riferimento ad un modello monofattoriale, che assuma come unico fattore sistematico i rendimenti sul portafoglio di mercato, nel qual caso le equazioni definitone dei due modelli coincidono. I pregi principali dell’Arbitrage Pricing Theory sono rappresentati dalla sua natura di modello contingency, adattabile a mercati nei quali coesistano diverse classi di investitori con funzioni di utilità ed obiettivi diversi, accomunati soltanto da una generale avversione al rischio, e dalla trasparenza delle relazioni che lo definiscono, le quali lo rivelano particolarmente idoneo a fornire un quadro di riferimento concettuale nel cui ambito organizzare strategie di gestione di portafogli su basi rigorose. Nello specifico, esso appare più idoneo ad orientare il confezionamento di portafogli “personalizzati” (tailor-made), che tengano debitamente conto dei profili di esposizione ai fattori di rischio caratteristici di ogni investitore, a loro volta collegati alla struttura delle “passività implicite” a fronte delle quali viene costruito il portafoglio; esso consente, inoltre, di inquadrare globalmente le problematiche dell’investimento mobiliare e la gestione di qualsiasi strumento finanziario, differenziandosi dal Capital Asset Pricing Model (CAPM) che, al contrario, tende ad avere implicazioni circoscrivibili nell’ambito del mercato azionario. Per quanto concerne i limiti, oltre alla non corrispondenza alla realtà di alcune delle ipotesi di fondo (p.e. quella di prevalenza sul mercato di grossi investitori con portafogli ampiamente diversificati), si riscontrano problematiche di non poco conto sia riguardo alla selezione dei pochi fattori sistematici rilevanti, sia in merito all’isolamento della componente inattesa dell’andamento di tali fattori.

  • ARBITRAGGIO

    1.-Nel linguaggio giuridico, determinazione di elementi del contenuto del contratto ad opera di un terzo, detto arbitratore, al quale è stata deferita dalle parti. Si distingue dall’arbitrato perché l’incarico dato al terzo non riguarda una decisione su questioni controverse. È contemplato da diverse disposizioni del codice civile (p.e., gli artt. 1286 e 2264 c.c.) che, in generale, prevede che nella determinazione della prestazione dedotta in contratto il terzo debba procedere con equo apprezzamento, a meno che le parti non si siano rimesse al suo arbitrio individuale (art. 1349 c.c.). Nel primo caso i contraenti possono impugnare la determinazione dell’arbitratore se questa è manifestamente iniqua od erronea e, nell’eventualità di determinazione mancata, possono chiedere al giudice una pronuncia sostitutiva; nel secondo, invece, il giudizio del terzo potrà essere impugnato solo provandone la mala fede e, in caso di determinazione mancata, il contratto è nullo (se le parti non si accordano per sostituirlo).
    2.-Nel linguaggio finanziario arbitraggio indica operazioni combinate di acquisto e di vendita in modo tale da ricavare un guadagno dalla differenza dei prezzi. Nelle operazioni tipiche di arbitraggio una delle operazioni è a pronti e l’altra a termine (eseguita da chi si aspetta che il prezzo a termine di un titolo, di una merce, di una valuta si rivelerà diverso da quello a pronti che si determinerà in futuro), oppure le operazioni avvengono su piazze differenti (eseguita da chi intende guadagnare il differenziale tra il prezzo, p.e., di un titolo sulla piazza di Londra rispetto a quello di Milano. La rapidità delle comunicazioni nei mercato globalizzati tende a ridurre o ad annullare i differenziali tra le piazze e quindi a ridurre le opportunità di compiere operazioni di arbitraggio tra piazze. Di regola, l’arbitraggio rientra nell’attività ordinaria svolta dalle banche o da altri istituti finanziari (p.e.: arbitraggio di portafoglio, su riporti, in cambi) ovvero dagli agenti di cambio o dagli operatori di borsa (p.e.: arbitraggio di borsa).

  • ARBITRAGGIO DI BANCA

    Operazione mediante cui la banca sceglie tra diverse alternative di investimento quello ritenuto più conveniente in base ad una serie di elementi di valutazione. In particolare, l’analisi costi-benefici condotta a tal fine dalla banca considera variabili esogene ed endogene, quali p.e. l’aspetto temporale, l’andamento dei tassi di mercato, i rischi bancari connessi ai singoli investimenti posti a confronto. Generalmente con il termine arbitraggio si fa riferimento a scelte speculative compiute nell’ambito della gestione titoli e cambi.

  • ARBITRAGGIO DI BORSA

    Operazione realizzata ponendo in essere in due o più piazze due contratti, per contanti o a termine, di segno opposto e generalmente di uguale importo quantitativo dei medesimi titoli per guadagnare sull’eventuale differenza dei corsi esistenti tra le due borse. Si differenzia dalle operazioni di borsa a termine nelle quali il guadagno è atteso dalla tendenza del titolo a cambiare di prezzo nel tempo sulla stessa piazza. L’operazione può complicarsi con l’innesto di varianti (operazioni su titoli diversi, diritti, premi ecc.). Queste operazioni, apparentemente semplici, richiedono in realtà molta esperienza e particolari competenze di borsa e, inoltre, una rete di informazioni precise e tempestive alla portata solo di organizzazioni e professionisti qualificati. D’altra parte la tecnologia dell’informazione e della comunicazione ha reso normalmente abbastanza uniformi le piazze e ha ridotto la convenienza di queste operazioni rispetto ai costi.

  • ARBITRAGGIO DI INTERESSE

    Scelta tra condizioni di interesse più convenienti per gli operatori economici, riferite sia a condizioni di interesse legate a dilazioni di pagamento, sia a condizioni di investimento. La moderna impresa non può prescindere dall’ausilio del credito: può operare con credito mercantile o credito bancario o può attingere contemporaneamente a tutte e due le diverse fonti. Le correlazioni fra questi due tipi di credito possono essere economiche e tecniche. Le prime si concretano nel costo: diretto per il credito bancario (interesse o sconto), indiretto per il credito mercantile (prezzo in funzione del termine di pagamento); mentre le seconde derivano dalle necessità funzionali dell’azienda. Gli arbitraggi di interesse riguardano anche i vari tipi di investimenti che possono realizzarsi sia sul mercato monetario che su quello finanziario. Queste scelte “razionali” vengono in genere realizzate da investitori istituzionali che operano in modo continuativo sul mercato, allo scopo di realizzare un impiego sicuro e profittevole.

  • ARBITRAGGIO IN CAMBI

    Scelta del modo più conveniente, fra quelli a disposizione, per effettuare un’operazione in valuta estera in regime di libero scambio valutario. Queste operazioni possono essere: di cambio diretto; mediante la rimessa o la tratta; di cambio indiretto: tramite una o più piazze intermediarie pensate od operanti. Si fa distinzione tra arbitraggi del creditore, arbitraggi del debitore, arbitraggi dello speculatore, a seconda che gli arbitraggi si effettuino per scegliere la via più conveniente per riscuotere un credito, o per pagare un debito, oppure per speculare sui cambi. L’arbitraggio è del debitore quando questi ha un debito in moneta estera: il debitore sceglie allora il modo che gli permette di sostenere il minor costo nell’estinzione del suo debito. L’arbitraggio è del creditore quando questi ha un credito in moneta estera: il creditore ricerca allora la via che gli consente di conseguire il maggior ricavo nella riscossione del suo credito. L’arbitraggio è dello speculatore, allorché questi determina le modalità che gli permettono il maggior guadagno nell’acquisto di divise estere su alcune piazze e nella successiva rivendita su altre.

  • ARBITRAGGIO MERCANTILE

    Determinazione della piazza e della condizione più conveniente per acquistare o vendere una determinata partita di merce. Si esegue mediante calcoli che indicano all’operatore i costi ed i ricavi delle diverse soluzioni in esame. I prezzi di acquisto o di vendita della merce debbono essere prima livellati, e debbono mettere in evidenza, per ciascuna delle vie oggetto dell’arbitraggio, un costo o un ricavo, riferito alla stessa unità di misura, al medesimo tempo e modo di pagamento, alla stessa unità monetaria, allo stesso luogo di consegna ecc. I risultati dei calcoli prendono nome di parità mercantili fra le quali l’operatore sceglie la più conveniente. L’arbitraggio mercantile assume particolare importanza nel commercio internazionale, dove viene applicato in relazione a piazze di diversi paesi, ognuna delle quali pratica condizioni diverse.

  • ARBITRATO

    1.-Forma di composizione stragiudiziale della lite consistente nel rimettere la decisione della controversia, anziché al giudice, ad uno o più arbitri privati. A tal fine le parti possono stipulare per iscritto un’apposita convenzione, detta compromesso, nella quale specificano l’oggetto della lite in corso: oppure possono inserire in un contratto una clausola compromissoria, con la quale si impegnano a demandare ad arbitri le controversie che eventualmente nasceranno dal contratto stesso. L’arbitrato è escluso dalla legge per determinate controversie: p.e., quelle che riguardano questioni di stato o di separazione personale tra i coniugi e per quelle che non possono formare oggetto di transazione. Gli arbitri possono essere uno o più, purché in numero dispari; il compromesso o la clausola compromissoria devono contenere la loro nomina oppure stabilirne il numero ed il modo di nominarli. Le norme che gli arbitri devono osservare nel procedimento possono essere stabilite dalle parti nel compromesso, nella clausola compromissoria o con altro scritto successivo: in mancanza, gli arbitri hanno facoltà di regolare il procedimento nel modo che ritengono più opportuno. Gli arbitri possono anche essere autorizzati a decidere secondo equità. Quando le parti si accordano per far decidere la controversia ad arbitri secondo la disciplina suddetta, l’arbitrato viene definito rituale e produce le conseguenze stabilite dalla legge (artt. 806 ss c.p.c.). L’arbitrato è invece irrituale quando le parti conferiscono agli arbitri il potere di comporre la lite mediante un semplice atto negoziale, impegnandosi a considerare come propria la volontà espressa dagli arbitri (v. arbitrato rituale e irrituale).                                                                                                                                                                                  2.-Relativamente alle società per azioni c.d. “chiuse”, alle società a responsabilità limitata e alle società di persone, il d.lg.17.1.2003 n.5 (artt. 34-37) ha introdotto una specile disciplina per la clausola comprimissoria e i relativi procedimenti arbitrali.

  • ARBITRATO RITUALE E IRRITUALE

    Decisione di una controversia che le parti demandano a terzi di loro fiducia (arbitri), anziché rivolgersi all’autorità giudiziaria (artt. 806 ss c.p.c.), stipulando per iscritto una convenzione, detta compromesso, nella quale specificano l’oggetto della lite. Le parti possono anche inserire in un contratto una clausola compromissoria, con la quale si impegnano a demandare ad arbitri le controversie eventualmente nascenti dal contratto stesso. La clausola è nulla se non risulta da un atto scritto, se non è specificamente approvata (art. 1341 c.c.), se autorizza gli arbitri a pronunciare secondo equità (vedi, però, gli artt. 822 e 829 c.p.c.), o se dichiara il lodo non impugnabile (art. 808 c.p.c.). L’arbitrato è escluso dalla legge per determinate controversie: p.e., quelle che riguardano questioni di stato o di separazione personale tra coniugi e per quelle che non possono formare oggetto di transazione (art. 806 c.p.c.). Gli arbitri possono essere uno o più, purché in numero dispari; il compromesso o la clausola compromissoria devono contenere la loro nomina oppure stabilirne il numero ed il modo di nominarli. Le norme che gli arbitri devono osservare nel procedimento possono essere stabilite dalle parti nel compromesso, nella clausola compromissoria o con altro scritto successivo. In mancanza di tali norme, gli arbitri hanno facoltà di regolare il procedimento nel modo che ritengono più opportuno. La decisione degli arbitri (lodo arbitrale) acquista ef- ficacia di sentenza quando il giudice la dichiara esecutiva con decreto, previo controllo di regolarità formale del lodo e del deposito Tribunale. Contro il lodo, divenuto esecutivo, è ammessa impugnazione per nullità davanti al Tribunale o alla Corte d’Appello a seconda che, per la causa decisa, sarebbe stato competente (se non vi fosse stato arbitrato) il Giudice di pace o il Tribunale. Il giudice, quando accoglie l’impugnazione e dichiara la nullità del giudizio arbitrale, pronuncia egli stesso nel merito. L’arbitrato c.d. “rituale”, che è quello sopra descritto, si distingue dall’arbitrato “irrituale”, che si ha quando viene affidato agli arbitri di dirimere una controversia non come “giudici privati”, ma in via negoziale, cioè mediante gli stessi strumenti contrattuali di cui potrebbero disporre le parti, le quali, pertanto, restano vincolate al lodo, così come a qualsiasi altro atto contrattuale.

  • ARBITRO BANCARIO FINANZIARIO - ABF (Enciclopedia)

    L'Arbitro Bancario Finanziario (ABF) è uno strumento stragiudiziale per la soluzione delle controversie in ambito bancario e finanziario. È un sistema da non confondere con la conciliazione o con l'arbitrato ed è detto "stragiudiziale" perché offre una procedura meno complessa e anche più rapida ed economica rispetto al ricorso al giudice. Esso è composto da un Organo decidente e da una Segreteria tecnica: l'Organo decidente è articolato sul territorio nazionale in tre Collegi: uno a Milano, uno a Roma e uno a Napoli. In ciascun Collegio l'Organo decidente è composto da cinque membri: il Presidente e due membri sono scelti dalla Banca d'Italia, un membro è designato dalle associazioni degli intermediari ed un altro è designato dalle associazioni che rappresentano i clienti (imprese e consumatori). Il Presidente resta in carica per cinque anni, mentre gli altri per tre anni, con mandato rinnovabile una sola volta. Il regolamento dispone, inoltre, che tutti i componenti debbano possedere requisiti di esperienza, professionalità, integrità ed indipendenza. La composizione di ciascun Collegio deve rispettare i criteri di imparzialità previsti dalla legge e deve assicurare che gli interessi dei diversi soggetti coinvolti siano rappresentati. Ogni Collegio ha la sua Segreteria tecnica, che ha il compito di: ricevere il ricorso; attestare se il ricorso è incompleto o irregolare oppure se è stato presentato oltre i termini previsti e darne comunicazione alle parti; ricevere la documentazione fornita dall'intermediario per spiegare la propria posizione (controdeduzioni) insieme ai documenti relativi al reclamo presentato all'intermediario; verificare che la documentazione sia completa e regolare e che l'intermediario abbia rispettato i tempi per l'invio; chiedere alle parti eventuali integrazioni della documentazione già presentata, se ciò è necessario per la decisione. L’ambito di applicazione dell’organo, non ha limitazioni dal punto di vista soggettivo (può rivolgersi tutta la clientela) , ma dal punto di vista oggettivo, esso può risolvere esclusivamente controversie relative ad operazioni e servizi bancari e finanziari (escludendo, dunque, l’attività di investimento, i contratti di leasing e di factoring) , con un valore non superiore a € 100.000 e che abbiano ad oggetto operazioni e servizi non anteriori al 1 gennaio 2007. La creazione dell'Arbitro Bancario Finanziario è stata prevista dall'articolo 128-bis del Testo Unico Bancario, introdotto dalla legge sul risparmio (legge n. 262/2005). Secondo questa norma, le banche e gli altri intermediari finanziari sono obbligati ad aderire a sistemi di risoluzione stragiudiziale delle controversie con la clientela. Il Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio (CICR), con la delibera del 29 luglio 2008, ha stabilito i criteri per lo svolgimento delle procedure di risoluzione delle controversie e ha affidato alla Banca d'Italia il compito di curarne l'organizzazione e il funzionamento. Quest’ultima ha reso disponibile in data 18 marzo 2009 un documento di consultazione, con possibilità da parte di tutti gli interessati di inviare entro il 17 maggio 2009 i propri commenti e le proprie proposte. Al fine di incrementare la possibilità di conoscenza da parte di tutti i soggetti interessati dell'esistenza di sistemi alternativi di risoluzione delle controversie, nonché dell'esistenza di altri meccanismi di risoluzione stragiudiziale nelle materie affini, è stato disposto che informazioni sulle controversie arbitrabili dinnanzi all'ABF siano pubblicate sul sito internet dell’organo, che prevede anche un percorso guidato per l'utenza volto ad agevolare l'individuazione dei casi in cui il cliente può adire l'ABF. La stessa Banca d’Italia ha nominato i componenti dei collegi il 14 ottobre 2009, ed il giorno seguente l’ABF è diventato operativo per il pubblico.

    La procedura di ricorso all’arbitro bancario finanziario

    Analizzando la procedura, c’è da evidenziare che prima di rivolgersi all'Arbitro Bancario Finanziario, il cliente deve presentare un reclamo all'intermediario, il quale deve avere al suo interno un apposito ufficio. Se non riceve risposta entro 30 giorni oppure se non è soddisfatto della risposta, il cliente può presentare ricorso all'Arbitro, purché non siano trascorsi più di 12 mesi dalla presentazione del reclamo all'intermediario. Prima di presentare il ricorso è necessario versare un contributo per le spese della procedura pari a 20 € (rimborsato dall’intermediario se il ricorso è accolto in tutto o in parte). Successivamente, il cliente, deve inviare alla Segreteria tecnica competente (ed all’intermediario stesso) , il modulo di ricorso e l’attestazione del pagamento delle spese, per posta o strumenti informatici. Dalla ricezione della comunicazione, l'intermediario ha a disposizione al massimo 45 giorni per inviare alla Segreteria tecnica le proprie controdeduzioni e la documentazione necessaria per decidere il ricorso. La Segreteria tecnica svolge l'istruttoria esclusivamente sulla base della documentazione fornita dalle parti. Può, comunque, chiedere alle stesse di fornire ulteriori documenti. Il Collegio si pronuncia entro 60 giorni dalla data in cui la Segreteria tecnica ha ricevuto le controdeduzioni da parte dell'intermediario oppure dalla data di scadenza del termine di presentazione. La decisione è presa a maggioranza ed è sempre motivata. Infine, la Segreteria tecnica comunica alle parti decisione e motivazione entro 30 giorni dalla pronuncia. Se il ricorso è accolto anche solo in parte, il Collegio fissa il termine entro il quale l'intermediario deve adempiere alla decisione; se non fissato, l'intermediario deve adempiere entro 30 giorni dalla comunicazione della decisione. Non essendo vincolante la decisione dell’ABF, lo strumento utilizzato per garantirne il rispetto da parte dell’intermediario, è la pubblicità dell’inadempimento. Nel caso in cui l’intermediario non adempia o non collabori, infatti, è prevista la pubblicazione dell’inadempimento sul sito dell’organo dove è possibile inoltre visualizzare un elenco aggiornato delle decisioni ordinate per oggetto del ricorso.

    Link http://www.arbitrobancariofinanziario.it/
    Bibliografia
    ABI (2009), Osservazioni al documento Banca d’Italia su "Disposizioni sui sistemi di risoluzione stragiudiziale delle controversie in materia di operazioni e servizi bancari e finanziari", 29 maggio 2009

    Redattore: Bianca GIANNINI
    © 2010 ASSONEBB

     

     

  • ARCHITETTURA DISTRIBUITA

    Tipologia di sistema di elaborazione dei dati basato su una pluralità di elaboratori di diversa potenza (generalmente dislocati su tre livelli (elaboratori centrali, elaboratori intermedi o dipartimentali, stazioni di lavoro) e in ambienti fisici anche distanti fra di loro) in grado di operare complessivamente, secondo opportuni criteri di interconnessione.

  • ARCHIVIO

    Insieme organizzato di dati di consultazione omogenei, aggiornato costantemente o periodicamente, memorizzati su supporti elettronici ai quali si può accedere mediante sistemi informatici.

  • ARCHIVIO DEGLI ASSEGNI BANCARI E POSTALI E DELLE CARTE DI PAGAMENTO IRREGOLARI

    Istituito presso la Banca d’Italia in base all’art.36, comma 1, del d.lg. 30 dicembre 1999 n. 507, recante la disciplina di depenalizzazione dei reati minori e la riforma del sistema sanzionatorio, è un sistema informatizzato, denominato Centrale di allarme interbancaria (CAI), volto alla raccolta di dati utili per un monitoraggio continuo delle operazioni effettuate con tutti gli strumenti di pagamento, appunto, diversi dalla moneta legale. L’Archivio è disciplinato dall’art.10 bis (introdotto dall’art.36 del d.lg. 30.12.1999 n. 507) della l. 15.12.1990 n. 386 che aveva introdotto quella che allora era la nuova disciplina sanzionatoria degli assegni bancari. L’Archivio raccoglie i seguenti dati: a) generalità dei traenti degli assegni bancari o postali emessi senza autorizzazione o senza provvista; b) assegni bancario postali emessi senza autorizzazione o senza provvista, oltre che assegni non restituiti alle banche e agli uffici postali dopo la revoca dell’autorizzazione; c) sanzioni amministrative pecuniarie e accessorie applicate per l’emissione di assegni bancari e postali (v. assegno bancario) senza autorizzazione o senza provvista, oltre che sanzioni penali e connessi divieti applicati per l’inosservanza degli obblighi imposti a titolo di sanzione amministrativa accessoria; d) generalità del soggetto al quale è stata revocata l’autorizzazione all’utilizzo di carte di pagamento; e) carte di pagamento per le quali sia stata revocata l’autorizzazione all’utilizzo; f) assegni bancari e postali e carte di pagamento di cui sia stato denunciato il furto o lo smarrimento. La titolarità della gestione dei dati contenuti nell’Archivio è della Banca d’Italia, che ne può affidare il servizio di gestione a un ente esterno. Ciascuno ha diritto di accedere alle informazioni che lo riguardano, e che siano custodite nell’archivio, oltre che di esercitare tutte le prerogative giuridiche che sono riconosciute agli interessati dall’art. 13, della l. 31.12.1996 n. 675 (legge sulla privacy), rispetto al trattamento dei dati personali. L’art.10 bis, individua anche tutta una serie di soggetti, dalle banche, ai prefetti, agli intermediari finanziari vigilati, agli uffici postali, che possono avere accesso alle informazioni dell’Archivio L’esigenza di salvaguardare il corretto espletamento delle funzioni sue proprie, giustifica la previsione dell’accesso diretto ai dati dell’Archivio da parte dell’autorità giudiziaria. La normativa è entrata in vigore il 5.6.2002.

  • AREA DEL DOLLARO

    Area monetaria costituita dai Paesi che, prima del ritorno alla convertibilità delle monete principali, utilizzavano senza restrizione il dollaro USA nel regolamento delle loro transazioni con l’estero. Sembra improprio definire l’area del dollaro come quella composta da tutti i Paesi (praticamente tutti al mondo) che accettano il dollaro come moneta di riserva e la utilizzano come moneta preferita per i regolamenti internazionali.

  • AREA DEL FRANCO

    Unione monetaria tra i Paesi le cui monete erano legate al franco francese. È costituita da ex colonie dell’Impero francese che, raggiunta l’indipendenza, hanno scelto di restare in un insieme omogeneo caratterizzato da un sistema di cambio comune. È organizzata nella Conference des Ministres des Finances des Pays de la Zone Franc con sede presso la Banque de France, Service de la Zone Franc, a Parigi. L’area del franco era costituita: a) dalla Francia, dai Départements d’Outre-mer (Guiana, Guadeloupe, Martinique, Réunion) e dalle collectivités di Mayotte (Oceano indiano) e di Saint-Pierre-et-Miquelon (nell’Atlantico di fronte alla costa canadese), dove la moneta legale era il franco francese, emesso dalla Banque de France e, per i DOM e le collectivités, dall’Institut d’émission des départements d’outre- mer-IEDOM; b) da 14 Stati africani (Bénin, Burkina Faso, Côte-d’Ivoire, Guinea-Bissau, Mali, le Niger, Sénégal e Togo nell’Africa occidentale; Cameroun, Repubblica Centro-africana, Congo, Gabon, Guinea Équatoriale e Chad in Africa centrale), dove la moneta legale era ed è il franc CFA (acr. di Communautée financière africane; 1 FF = 100 F CFA); c) dalle Comores, dove moneta legale è il franc comorien (1 FF. = 75 FC); d) dai possedimenti del Pacifico (Nouvelle Calédonie, Polinesia francese, Wallis-et- Futuna), dove la moneta legale è il franc CFP (Colonies Françaises du Pacifique), istituito dal décret N. 45-0136 del 25.12.1945 (art. 3), con parità di cambio(1 FF = 18, 18182 F CFP; 1000 F CFP = 55 FF) fissata il 1°.9.1949 (da allora CFP = Change Franc Pacifique) e rimasta invariata fino a oggi, salvo l’effetto nominale dell’introduzione del franco pesante. I 14 Stati africani sono divisi in due unioni: l’Union Economique et Monétaire Ouest Africaine (UEMOA) comprendente Bénin, Burkina Faso, Côte d’Ivoire, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo e l’Union Monétaire de l’Afrique Centrale (UMAC) comprendente Cameroun, Chad, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana. Nell’UEMOA istituto di emissione è la Banque Centrale des Etats de l’Afrique de l’Ouest (BCEAO) e nell’UMAC è la Banque des Etats de l’Afrique Centrale (BEAC). Nei Territori del Pacifico l’istituto di emissione del franc CFA è l’Institut d’émission des territoires d’outre-mer-IEOM. Nelle Comores l’emissione di moneta cartacea di franc comorien è compiuta dall’Institut d’Emission des Comores un currency board collegato al Tesoro francese, mentre la moneta metallica è emessa dalla Banque Centrale des Comores (BCC), compartecipazione dello Stato delle Ciomorese e della Repubblica francese.                                                                                                                                                                                                                                            Effetti dell’introduzione dell’euro. Con l’avvio della terza fase dell’UEM, dal 1°1.1999 il franco francese è stato sostituito come moneta legale dall’euro anche nei dipartimenti e nelle collettività d’oltre mare. Nei DOM e nelle collectivités i compiti di emissione della moneta legale nell’ambito del SEBC sono stati assunti dalla Banque de France (ordonnance n°2000-347 du 19 avril 2000). L’IEDOM è stato conservato come ente di diritto pubblico, ma emette moneta per conto e sotto il controllo della Banque de France; seguita comunque a svolgere compiti per conto dello Stato (p.e. la circolazione delle monete metalliche) e per conto di terzi e opera anche come osservatorio economico. Per la moneta dei 14 Stati africani e per le Comores l’ancoraggio al franco è stato sostituito con l’ancoraggio all’euro. Le parità sono ora 1 euro = 655, 957 franchi CFA e 1 euro = 491, 96775 franchi delle Comores, calcolate in base al cambio franco francese/euro. Gli accordi monetari precedenti sono rimasti in vigore, riconosciuti anche dalla CE (decisione 98/683/CE del Consiglio del 23.11.1998). Per i possedimenti francesi del Pacifico la parità è stata fissata in 1000 F CFP = 8, 38 euro (1 euro = 119, 3317F CFP) dall’Arrêté du 31.12.1998 del Ministre de l’économie, des finances et de l’industrie.

  • AREA DEL MARCO

    Denominazione dell’insieme dei Paesi che a fine 1978 ancora rimanevano nel serpente monetario europeo e cioè Belgio, Danimarca, Germania, Lussemburgo e Olanda legati in fluttuazione congiunta contro il dollaro USA. Data la forte componente della moneta tedesca nell’ECU (33%) di fatto questi Paesi costituivano un’area monetaria dominata dal marco, donde l’espressione entrata nell’uso di chiamarla area del marco. Formalmente l’area ha cessato di esistere con la costituzione dello SME. Una nuova area del marco si è venuta a formare negli anni Novanta quando alcuni Paesi dell’Europa dell’est (Estonia nel 1962, Bulgaria nel 1997 e Bosnia Herzegovina nel 1997) hanno ancorato la propria moneta al marco tedesco col sistema del currency board e, nel contempo, il marco diventava moneta di regolamento generalmente accettata e preferita alla moneta nazionale negli altri Paesi ex socialisti, compresa la Croatia.

  • AREA DEL RUBLO

    Insieme dei Paesi del Comecon dove con un accordo firmato il 22.10.1963 era stato istituito un sistema multilaterale di pagamenti basato sul rublo trasferibile, cioè utilizzabile per acquisti presso tutti i Paesi membri. Il Comecon è stato disciolto il 1°.1.1991 e con esso anche l’area del rublo ha cessato di esistere.

  • AREA DELLA STERLINA

    Con l’abbandono del gold standard e la svalutazione del 1931, diversi Paesi dentro e fuori dell’Impero britannico seguirono il Regno Unito e ancorarono la propria moneta alla lira sterlina, continuando a mantenere le riserve valutarie presso la Banca d’Inghilterra (blocco della sterlina; sterling bloc). Alle soglie della seconda guerra mondiale avevano adottato questo sistema tutti i Paesi dell’Impero (escluso il Canadà e Terranova) e alcuni Stati indipendenti (Bolivia, Danimarca, Finlandia, Grecia, Norvegia, Portogallo, Svezia). L’insieme di UK, Paesi dell’Impero e Stati indipendenti costituivano l’area della sterlina (sterling area). Nel dopoguerra gli Stati indipendenti uscirono dall’area della sterlina che però si estese a Egitto, Giordania, Iraq, Sudan anglo-egiziano e Islanda. L’insieme di questi Paesi beneficiavano di un trattamento preferenziale di fronte alle restrizioni valutarie e i controlli dei cambi conservati anche quanto nel corso degli anni Cinquanta la sterlina fu resa convertibile. L’UK Orders and Rules under the exchange control regulations del 1°.12.1961 (modif. nel 1999) definiva l’area della sterlina in questi termini: “the United Kingdom, the Channel Islands and the Isle of Man, the Commonwealth of Australia, the State of Bahrain, Bangladesh, Barbados, Botswana, the British Solomon Islands and Brunei, Ceylon, the Republic of Cyprus, Fiji, the Gambia, Ghana, Guiana, Iceland, India (incluso il Sikkim), the Republic of Ireland, Jamaica, the Hashemite Kingdom of Jordan, Kenya, the State of Kuwait, Lesotho, Malawi, Malaysia, Malta, Mauritius, New Zealand, Nigeria, Pakistan, the State of Qatar, Sierra Leone, Singapore, the People’s Democratic Republic of Yemen, Swaziland, the United Republic of Tanzania, Tonga, Trinidad and Tobago, Uganda, the United Arab Emirates, Western Samoa, Zambia, any protectorate, protected state or trust territory within the meaning of the British Nationality Acts, 1948 and 1958, and any British dominion not mentioned before, except Canada and Rhodesia.” Di fatto gli Stati indipendenti compresi in questo elenco avevano sganciato la loro moneta dalla sterlina già con la prima svalutazione di questa nel 1967. L’area della sterlina ha cessato di esistere nel 1979 con l’eliminazione dei controlli sui cambi.

  • AREA DI LIBERO SCAMBIO

    Elementare forma di integrazione economica fra paesi il cui fine è di permettere una libera circolazione dei prodotti al proprio interno. È detta anche zona di libero scambio (dal tedesco die Freihandelszone). La sua istituzione prevede quindi sia l’abolizione dei dazi che quella di tutti gli ostacoli a carattere non tariffario (v. barriere non tariffarie) agli scambi all’interno dell’area. L’area di libero scambio si differenzia dall’unione doganale in quanto i paesi aderenti mantengono il potere di condurre autonomamente una propria politica tariffaria nei confronti delle importazioni provenienti dal resto del mondo. Una differenza nel livello dei dazi imposti sulle importazioni provenienti dai paesi terzi da due paesi aderenti all’accordo di libero scambio, può dare origine al fenomeno della deflessione commerciale (trade deflection), cioè l’importazione verso il paese che impone la tariffa più elevata di un bene proveniente dal resto del mondo, per il tramite di un altro paese aderente all’accordo praticante un inferiore livello dei dazi. Per evitare questo fenomeno si ricorre all’imposizione di una appropriata regolamentazione amministrativa (v. regole di origine). Per esempi di aree di libero scambio v. integrazione economica e monetaria.

  • AREA MONETARIA

    Può intendersi tanto nel senso di insieme di Paesi in cui ha corso legale un’unica moneta (l’area cisalpina e la penisola italiana comprensiva dei territori della Repubblica italiana, della Repubblica di San Marino e dello Stato della Città del Vaticano per la lira a suo tempo), oppure, meno restrittivamente, di Paesi che conservano monete nazionali, ma legate fra loro da cambi fissi, oppure ancora (ma in senso improprio) come insieme dei Paesi dove di fatto una certa moneta è il mezzo di pagamento ordinario nelle transazioni, preferito alla moneta nazionale. La Comunità europea ha tentato di costituire un’area monetaria propria dapprima col serpente monetario (1972), poi con lo SME (1979), entrambi sistemi della seconda specie. La penetrazione del marco tedesco nell’Europa dell’est e nei Balcani nel corso degli anni Novanta è un esempio della terza specie. Con l’UEM, la Comunità ha avuto infine successo, ma solo con 12 dei 15 Stati membri che hanno partecipato all’Eurosistema (area monetaria della prima specie). I meccanismi che sostengono un’area di seconda specie è rendere convertibili presso la banca centrale di uno dei Paesi nella moneta di questo a cambio fisso le monete degli altri aderenti all’aerea. In questo caso la moneta della banca centrale tenuta alla conversione è moneta forte e, di regola, l’area monetaria è anche zona d’influenza economica del Paese che emette la moneta forte. In passato per costruire un’area monetaria è stato usato anche il procedimento di impegnare tutte le banche centrali degli aderenti a convertire liberamente a prezzo prefissato una riserva comune in oro, argento ecc. L’area moneta ria ottimale (tr. dell’espressione ingl.: Optimal Currency Area-OCA, ma anche optimal monetary area) è definita in macroeconomia come quella in cui due o più Paesi condividono una stessa moneta senza effetti svantaggiosi. Si impiegano generalmente tre criteri per definire un’OCA: apertura delle economie di un’area allo scambio mutuo attraverso l’import- export; diversificazione delle economie di ciascun Paese ed esistenza di mobilità del lavoro all’interno dell’area. Sin.: area valutaria (con riferimento ai controlli sui cambi).

  • AREA UNICA DEI PAGAMENTI IN EURO (AUPE)

    Nota comunemente come SEPA, dall’inglese Single Euro Payments Area, l’area unica dei pagamenti in euro è un progetto finalizzato ad estendere il processo d'integrazione europea ai pagamenti al dettaglio in euro effettuati con strumenti diversi dal contante, mediante la creazione di un mercato integrato dei servizi di pagamento, aperto a un'effettiva concorrenza e in cui non sussistono distinzioni fra pagamenti nazionali e transfrontalieri in euro. La SEPA nasce subito dopo l’introduzione dell’euro nel 2002 come un’iniziativa dell’industria bancaria europea dunque il suo organo di rappresentanza, il Consiglio europeo per i pagamenti (European Payments Council - EPC) è preposto alla sua realizzazione. Le istituzioni che si occupano di promuovere e sostenere la creazione della SEPA a livello comunitario sono la Banca centrale europea (BCE) e la Commissione europea, oltre alle infrastrutture europee di compensazione e regolamento che elaborano i pagamenti SEPA in conformità alle regole stabilite dall'EPC. A livello nazionale la SEPA è sostenuta dalle Banche centrali nazionali dell’Eurosistema, da Comitati nazionali di migrazione alla SEPA cui partecipano rappresentanti dei consumatori, delle imprese, del commercio e delle pubbliche amministrazioni. In Italia nell'ambito dei suoi compiti di sorveglianza condivisa all'interno dell'Eurosistema, dà il suo contributo la Banca d'Italia che con l’Associazione Bancaria Italiana (ABI) presiede il Comitato nazionale di migrazione alla SEPA. Lo scopo principale della SEPA è quello di rendere possibile per tutti i cittadini europei di usufruire di un singolo conto bancario e di servizi di pagamento armonizzati in qualsiasi stato aderente all’area euro, trasformando i vari sistemi di pagamento al dettaglio dei singoli paesi in un unico sistema europeo in cui tutte le operazioni vengano considerate "domestiche" senza più distinzione fra pagamenti nazionali e transfrontalieri. Aderiscono al progetto 31 paesi europei: i 15 paesi della Unione europea che hanno già adottato l'euro come valuta nazionale (Austria, Belgio, Francia, Finlandia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Slovenia, Spagna, Cipro e Malta); i 12 paesi della Unione europea che utilizzano una valuta diversa dall'euro ma che effettuano pagamenti in euro (Bulgaria, Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Regno Unito, Romania, Slovacchia, Svezia, Ungheria); e infine Islanda,Norvegia, Svizzera e Liechtenstein.
    L’EPC, di concerto con la BCE, ha elaborato un piano programmatico 2004-2010 chiamato SEPA Roadmap per l’implementazione della SEPA che consiste in tre fasi. 

    Fonte:ABI

    La prima tappa realizzata nel corso del 2005-2006 prevedeva l’elaborazione del progetto mediante la definizione e lo sviluppo di due schemi di pagamento elettronico di base per bonifici ed incassi, del quadro di riferimento per le carte di pagamento e quello per le infrastrutture di compensazione e regolamento. La seconda tappa ha visto la realizzazione del progetto mediante l’istituzione dei comitati nazionali di migrazione SEPA e il coordinamento degli altri organismi preposti alla realizzazione dell’iniziativa a livello nazionale (banche, gestori di infrastrutture, amministrazioni pubbliche, imprese e altri utenti). L’ultima fase iniziata nel 2007 di coesistenza e graduale migrazione ha rappresentato un periodo di transizione in cui gli utenti SEPA avevano a disposizione sia gli strumenti di pagamento nazionali che i nuovi strumenti SEPA. Va, infatti, precisato che sino al 2007 i mercati dei servizi di pagamento degli stati membri sono stati organizzati separatamente, su base nazionale presentando un quadro giuridico frammentato in 27 ordinamenti nazionali nonostante l’adozione di numerosi atti comunitari in quest’ambito. L’emanazione della direttiva 2007/64/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 13 novembre 2007 relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno (Payment Services Directive - PSD) che ha disciplinato a livello comunitario l’accesso al mercato dei servizi di pagamento, la trasparenza delle condizioni per i servizi di pagamento e le condizioni relative alla prestazione dei servizi di pagamento rappresenta il maggiore impulso alla realizzazione della SEPA compiuto dall’introduzione dell’euro in quanto ne ha definito il quadro giuridico armonizzato di riferimento. La SEPA è stata successivamente avviata in via ufficiale il 28 gennaio 2008 con l'introduzione dello strumento di pagamento SEPA per i bonifici mentre il quadro di riferimento SEPA per le carte di pagamento è entrato in vigore dal 1° gennaio 2008 e il sistema degli addebiti diretti SEPA è operante dal 2 novembre 2009. La disponibilità di strumenti AUPE è stata solo il primo passo verso la creazione della SEPA in quanto il principale obiettivo stabilito dall’EPC è il completamento della fase di transizione entro la fine del 2010 mediante il passaggio a strumenti AUPE di una massa critica di pagamenti nazionali (bonifici, addebiti preautorizzati e pagamenti mediante carta). Tale obiettivo si è dimostrato difficile da realizzare se si considera che all'agosto 2009 soltanto il 4,5% del totale delle transazioni era stato effettuato mediante il formato dei bonifici SEPA1 si prevede che saranno attuate pertanto ulteriori iniziative per garantire un livello di servizio associato agli strumenti AUPE superiore o almeno pari a quello dei "vecchi" prodotti nazionali esistenti. 
    ________________________________________
    1Risoluzione del Parlamento europeo del 10 marzo 2010 sull'attuazione dell'Area unica dei pagamenti in euro (SEPA).
    Link:
    https://www.abi.it/Pagine/Mercati/Sistemipagamento/Sepa/Sepa.aspx
    http://www.bancaditalia.it/sispaga/sms/sepa
    Redattore: Bianca GIANNINI
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  • ARGENTO

    Metallo nobile dal colore caratteristico, duttile, malleabile, non si ossida all’aria (l’annerimento tipico è solo una patina superficiale di solfuro che non procede in profondità) ed è attaccato solo dall’acido nitrico e dagli acidi ossidanti. Si trova, ma non facilmente, anche allo stato nativo e, più spesso, in composti (solfuri e cloruri) da cui deve essere estratto con procedimenti metallurgici abbastanza complessi. Per questi motivi esso è apparso più tardi a fianco dell’oro (solo i Lidi nel VI secolo a.C. riuscirono a separarlo dall’oro nelle leghe naturali di elettro). Con l’oro ha però condiviso l’impiego nella monetazione e nella produzione di manufatti preziosi (oltre ad avere in tempi moderni numerosi impieghi industriali). L’argento puro è molto malleabile ed è per lo più utilizzato in lega anche negli usi industriali. La purezza della lega espressa in argento si misura in millesimi (un tempo col denaro, suddividendo la lega in ventiquattresimi come per l’oro). In oreficeria e nella monetazione l’argento è impiegato solitamente in lega col rame che resta bianca fino al tenore di 500 millesimi. Per gli oggetti di argenteria si usa generalmente una lega a 800 millesimi. L’argento Sterling (sterling Silver, dove sterling vale “genuino”, “di buona lega”) ha un tenore di 925 millesimi. In lega con 750 millesimi di oro forma l’oro verde. L’argento ha costituito la base dei sistemi monetari talvolta da solo (monometallismo) e più spesso congiuntamente all’oro (bimetallismo) e anche al rame-bronzo. La monetazione merovingia e carolingia era monometallica argentea ed è rimasta tale in Francia fino alla Rivoluzione (sebbene già nel XIV avessero preso a circolare monete d’oro), in Inghilterra e negli Stati Uniti fino al XIX secolo. Il rapporto dell’argento con l’oro è variato nei secoli in ragione delle quantità estratte: era intorno a 1:5 (5 parti di argento per una d’oro) in Mesopotamia intorno al 2500 a.C., 1:12, 5 ai tempi di Augusto, 1:15, 5 con Napoleone I. A metà Ottocento la base monetaria argentea è stata generalmente abbandonata a causa delle forti variazioni del prezzo dell’argento e, quindi, il tasso di scambio fluttua nel mercato. Esso era di 1:18 verso il 1875 ed è, oggi, intorno a 1:65. L’argento è stato usato generalmente per monete di taglio inferiore a quelle d’oro e per monete divisionarie (v. moneta divisionaria), specie in leghe a basso tenore di metallo nobile. La prima 1 lira italiana del 1861-1862 era in argento come pure i pezzi da 5 lire e da 20 e 50 centesimi. In Italia nel secolo scorso si è continuato a battere monete d’argento da 1, 2, 5, 10 e 20 lire tra il 1906 e il 1937. Dopo l’interruzione bellica, nel 1957 è stata coniata una moneta da 500 lire raffigurante al dritto, eseguito dall’ incisore Pietro Giampaoli, una testa di donna contornata dagli stemmi di tutte le regioni e al rovescio, opera dello scultore Guido Veroi, le tre caravelle di Cristoforo Colombo.

  • ARMATORE

    Persona fisica o giuridica, pubblica o privata, società o associazione, che assume l’esercizio della nave (art. 265 c. nav.) e la impiega per uno o più viaggi, svolgendo, direttamente o a mezzo di ausiliari, la relativa attività di organizzazione e di direzione, anche se non ha provveduto all’allestimento ed equipaggiamento della stessa. Non occorre che l’armatore sia proprietario della nave, bastando che ne abbia la disponibilità in virtù di un rapporto reale o obbligatorio, né è necessario che operi professionalmente e per un fine di lucro, potendo l’impiego della nave, p.e., avvenire anche per diporto, onde non sempre l’armatore è anche imprenditore. L’armatore, a norma dell’art. 274 c. nav. ed entro i limiti di cui al successivo art. 275, è responsabile dei fatti (illeciti) dell’equipaggio e delle obbligazioni contratte dal comandante, per quanto riguarda la nave e la spedizione. Ai fini di tale responsabilità è previsto un sistema di pubblicità che normalmente si attua, su richiesta dell’armatore o del proprietario della nave, mediante la presentazione della dichiarazione di armatore, la trascrizione di tale dichiarazione nel registro d’iscrizione della nave e, per le navi maggiori, mediante annotazione sul relativo atto di nazionalità. In mancanza di tale pubblicità, si presume armatore, fino a prova contraria, il proprietario della nave.

  • ARMONIZZAZIONE

    Il principio dell’armonizzazione ha rappresentato un elemento essenziale per il progredire del processo di integrazione economica della Unione Europea ed ha trovato applicazione in differenti campi. In materia di normativa tecnica esso ha costituito la pietra angolare dei primi venticinque anni di azione della Comunità ed ha portato a progressi assai rilevanti nella creazione di norme comuni in molti settori produttivi (circa trecento Direttive adottate con lo scopo di definire le particolarità tecniche relative alla progettazione ed alla fabbricazione di un’ampia gamma di prodotti). Tuttavia, nel corso degli anni sono state constatate numerose lacune, soprattutto a causa dei tempi lunghi necessari per la realizzazione di normative comuni attraverso lo strumento dell’armonizzazione minima. È quindi apparso chiaro che un mercato veramente comune non avrebbe potuto essere realizzato entro il 1992 (termine previsto dall’Atto Unico Europeo) fondandosi esclusivamente su questo principio per l’abolizione delle barriere tecniche che ancora ostacolano la libera circolazione dei beni e dei servizi in ambito comunitario. Per questo motivo con l’Atto Unico è stata adottata una nuova procedura di armonizzazione insieme al principio del mutuo riconoscimento. Secondo la nuova procedura le direttive comunitarie si limitano a definire le esigenze fondamentali e gli obiettivi di principio in materia di sicurezza e tutela ambientale, lasciando agli enti di normazione nazionali e comunitari la definizione delle specifiche tecniche. Ciò è possibile col ricorso al principio del mutuo riconoscimento degli ordinamenti nazionali. Ulteriore campo di applicazione del principio di armonizzazione riguarda l’imposizione fiscale, sia diretta che indiretta, per garantire l’eliminazione di tutte le possibili fonti di distorsione alla libera circolazione dei beni, dei servizi e dei fattori della produzione all’interno dell’accordo di integrazione economica (v. barriere fiscali). In particolare, la libera circolazione dei capitali ha imposto la necessità della tutela dei risparmiatori e dei depositanti al cui fine la UE ha elaborato un programma di armonizzazione delle normative bancarie e finanziarie nazionali.

  • ARMONIZZAZIONE CONTABILE ENTI PUBBLICI ITALIA

    Il decreto legislativo n.118/2011 rappresenta una svolta epocale nel quadro della riforma, da più anni auspicata, dell'ordinamento del sistema contabile delle amministrazioni pubbliche diretto a fornire una maggiore trasparenza, un quadro più fedele dei conti e di conseguenza anche un miglior processo decisionale fondato su dati completi e più attendibili.
    In base al decreto il settore pubblico italiano dovrà implementare un sistema di contabilità finanziaria affiancato ad uno di contabilità economico-patrimoniale, garantendo la rilevazione omogenea dei fatti gestionali, sia sotto il profilo finanziario che sotto il profilo economico-patrimoniale.
    L’applicazione di tale decreto, prevista per il 2015, ma avviata solo nel 2017, rappresenta il punto di partenza per l’imminente emanazione dei principi contabili comunitari EPSAS. Si tenderà sempre più a convergere verso un sistema armonizzato di contabilità pubblica nazionale e comunitaria, a valenza economica oltre che finanziaria, come richiesto dalle norme di riferimento nazionali, europee e internazionali.


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  • ARMONIZZAZIONE FISCALE COMUNITARIA- ACCISE

    1. Diversamente da quanto proposto per l’IVA, in materia di accise la Commissione europea ha proposto fin dall’inizio il mantenimento del sistema di tassazione nel paese di destinazione e l’adozione di un sistema comunitario di depositi doganali. Queste proposte iniziali della Commissione hanno dato origine a un ampio dibattito, con rilievi critici che investono in particolare il livello armonizzato delle aliquote. In conseguenza, è stato avanzato da parte della Commissione un nuovo piano che mantiene il principio secondo cui la tassazione deve avvenire nel Paese di destinazione attraverso un sistema comunitario di depositi doganali, ma al contempo prevede, conformemente alle richieste avanzate dal Parlamento europeo e dagli Stati membri, una certa flessibilità delle aliquote, più o meno ampia a seconda dei prodotti, purché non venga messo in discussione il principio dell’abolizione delle frontiere fiscali. La Direttiva in ordine al regime generale delle accise applicabile alla detenzione, alla circolazione e ai controlli dei prodotti sottoposti ad accisa è stata approvata dal Consiglio il 23.3.1992 (Direttiva 92/12/CEE). Con d.lg. 26.10.1995 n. 504, è stato approvato il Testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi. La nuova fonte normativa raccoglie, coordina e armonizza le disposizioni in materia con le Direttive comunitarie, per soddisfare le esigenze derivanti dal processo di integrazione europea, tenendo conto, in particolare, della Direttiva 94/74 del Consiglio, che modifica la Direttiva 92/12. La nuova disciplina trova applicazione in relazione all’imposta di fabbricazione sugli spiriti e sulla birra, a quella sugli olii minerali, a quella sul consumo di energia elettrica, a quella sul consumo di gas metano, a quella sul consumo di olii lubrificanti e bitumi. La nuova normativa non si applica, invece, in relazione alle imposte di fabbricazione sui tabacchi e sui fiammiferi (v. imposta di fabbricazione). Per l’applicazione delle accise il legislatore fiscale ha previsto due concetti fondamentali: il concetto di presupposto (la fabbricazione o l’importazione del prodotto soggetto) e quello di esigibilità (l’immissione in consumo del prodotto soggetto).

    2. In tema di armonizzazione fiscale europea, per quanto riguarda gli oli minerali, la benzina e il gasolio, è da segnalare la decisione n. 1152/ 2003/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 giugno 2003, relativa all’informatizzazione dei movimenti e dei controlli dei prodotti soggetti ad accisa col sistema EMCS (ExciseMovements and Control System). L’EMCS ha per obiettivi di consentire la trasmissione elettronica del documento d’accompagnamento istituito con il regolamento (CEE) n. 2719/92 e a migliorare i controlli e di migliorare il funzionamento del mercato interno, semplificando la circolazione intracomunitaria dei prodotti soggetti ad accisa in regime sospensivo e offrendo agli Stati membri la possibilità di controllare in tempo reale la circolazione e procedendo se del caso ai necessari controlli.

  • ARMONIZZAZIONE FISCALE EUROPEA

    L'armonizzazione fiscale consiste nel coordinare i regimi fiscali dei paesi europei per evitare l'introduzione di modifiche non concertate che mettano in concorrenza le politiche fiscali nazionali, il che potrebbe rivelarsi nocivo per il mercato interno. La realizzazione di una vera e propria armonizzazione fiscale che interessi tutti e 27 i paesi è un processo difficile poiché sono gli Stati membri a mantenere per l'essenziale la competenza primaria in tale ambito. Si è raggiunto però un grado minimo di armonizzazione, ad esempio con le forchette comuni delle aliquote d'imposta sul valore aggiunto (IVA) che impongono un'aliquota minima di IVA del 15% su tutti i prodotti (salvo esoneri e autorizzazioni speciali). L'ultimo allargamento ha ampliato notevolmente i divari fiscali all'interno dell'Unione. Parallelamente, l'adozione della moneta unica in 16 paesi europei ha reso necessaria la definizione di vere e proprie aliquote IVA comuni e di regole comuni per l'imposizione delle imprese nell'Unione europea. Con dcorrenza dal 1997 gli Stati membri hanno avviato un ampio dibattito sulle possibilità di un'azione coordinata per tentare di contenere gli effetti nocivi della concorrenza fiscale. Sono stati affrontati in particolare tre ambiti: l'imposta sulle società, l'imposizione sui redditi da risparmio e l'imposizione sui canoni tra società. Nel quadro del "pacchetto fiscale" volto a lottare contro la concorrenza fiscale nociva, il Consiglio ha adottato:
    - un codice di comportamento sulla fiscalità delle imprese (dicembre 1997);
    - uno strumento normativo per ovviare alle distorsioni esistenti nell'imposizione effettiva dei redditi da risparmio in forma di pagamento di interessi ("direttiva sulla fiscalità del risparmio transfrontaliero" - giugno 2003);
    - una misura legislativa per eliminare le ritenute alla fonte sui pagamenti transfrontalieri di interessi e di canoni effettuati tra società associate ("direttiva sui pagamenti di interessi e canoni" - giugno 2003).

  • ARMONIZZAZIONE FISCALE EUROPEA- IMPOSTE DIRETTE E TASSAZIONE DEI REDDITI FINANZIARI

    L’esistenza di notevoli divergenze nei livelli di imposizione fra i diversi paesi europei ha posto sul tappeto il problema dell’armonizzazione fiscale fin dal momento della nascita della Unione Europea.

    1 - Scambi di informazioni
    . In particolare, il diritto in vigore in materia di imposte dirette è assai limitato e si concretizza innanzitutto nella Direttiva 77/799/CEE del 19.12.1977 sull’assistenza reciproca delle amministrazioni finanziarie in materia di accertamento delle imposte sul reddito e sul patrimonio. Lo scambio di informazioni può essere di tre tipi: su richiesta di un’amministrazione, automatico (in casi definiti di comune accordo fra amministrazioni diverse attraverso la procedura di consultazione prevista dall’art. 9 della Direttiva), spontaneo, nei casi espressamente previsti dall’art. 4, par. 1 - p.e., se l’autorità competente di uno Stato membro ha motivo di presumere che vi sia un’evasione d’imposta grazie a trasferimenti fittizi di profitti all’interno di un gruppo di imprese. Questi scambi di informazioni sono già previsti da molte convenzioni bilaterali in atto fra i paesi membri, il cui contenuto è spesso ispirato all’art. 26 del modello di Convenzione elaborato dall’OCSE. La differenza fondamentale consiste tuttavia nel fatto che la Direttiva impone un obbligo alle amministrazioni degli Stati membri, mentre la mancata applicazione delle disposizioni convenzionali non può essere sanzionata da un organo giurisdizionale.

    2 - Imposte dirette
    . In materia di imposizione diretta il Consiglio ha, inoltre, approvato il 23.7.1990 tre proposte di Direttiva da tempo avanzate dalla Commissione per favorire la cooperazione transnazionale delle imprese.
    2.a) Regime fiscale comune applicabile alle società madri e figlie
    . La prima Direttiva approvata, presentata dalla Commissione il 15.1.1969, riguarda l’adozione di un regime fiscale comune applicabile alle società madri e figlie residenti in Stati membri diversi. È infatti evidente che la decisione di un’impresa di costituire una filiale in un altro paese della Comunità è fortemente ostacolata dal fatto che i dividendi che essa è destinata a percepire saranno soggetti, nel paese in cui è residente, all’imposta sulle società e inoltre, nello Stato membro di residenza della filiale a una ritenuta alla fonte, non recuperabile.La Direttiva adottata dal Consiglio prevede in conseguenza, per garantire una neutralità fiscale rispetto alle scelte di investimento, la soppressione della doppia imposizione e delle ritenute alla fonte che incidono sugli utili distribuiti dalla filiale alla società madre residente in un altro Stato membro se questa ha una partecipazione importante nel capitale della società figlia. Il limite della partecipazione ha suscitato notevoli contrasti fra i paesi membri, che sanciscono limiti molto diversi per fondare regimi privilegiati madre-figlia. Lo Stato membro della società madre ha la scelta fra due metodi per eliminare la doppia imposizione, concedendo l’esenzione dei dividendi percepiti dall’imposta sulle società ovvero la detrazione dell’imposta già pagata nel paese di residenza della filiale dall’imposta nazionale. 2.b) Regime fiscale comune per le operazioni di fusione, scissione e conferimento. La seconda Direttiva approvata dal Consiglio, proposta dalla Commissione il 16.1.1969, prevede l’adozione di un regime fiscale comune per le operazioni di fusione, scissione e conferimento fra società appartenenti a Stati membri diversi. Successivamente l’ambito di applicazione di questa proposta è stato esteso per includere anche gli scambi di azioni. L’approvazione di questa Direttiva è di grande rilievo anche per la realizzazione dello Statuto della “società europea”, la cui versione aggiornata è stata approvata dalla Commissione nell’agosto 1989. È chiaro, infatti, che l’esistenza di ostacoli di natura fiscale alle fusioni può pregiudicare gravemente la possibilità di costituire “società europee”, in quanto queste vedranno la luce, in generale, attraverso la fusione di società localizzate originariamente in Stati membri diversi. Per raggiungere l’obiettivo della neutralità fiscale la soluzione comunitaria adottata nella Direttiva si fonda sul principio di differire la tassazione delle plusvalenze conseguenti alla fusione fino al momento della loro effettiva realizzazione. Nel caso di fusione per assorbimento, la società assorbita di uno Stato membro diverrà stabile organizzazione della società assorbente situata in altro Stato membro. Se si ha, infine, una società con più stabili organizzazioni in Stati membri diversi, è possibile adottare per almeno 5 anni il principio della tassazione dell’utile mondiale, ossia di centralizzare la tassazione nello Stato in cui è stabilita la società controllante, deducendo altresì dalla base imponibile dello Stato di domicilio della società madre le perdite delle stabili organizzazioni in altri Stati membri. 2.c) Doppie imposizioni. Procedura arbitrale. La terza decisione adottata dal Consiglio riguarda una convenzione sulla procedura arbitrale, proposta dalla Commissione il 27.12.1977, e prevede l’eliminazione delle doppie imposizioni che si verificano quando una rettifica degli utili di un’impresa da parte dell’amministrazione finanziaria di uno Stato membro non è accompagnata da una variazione corrispondente nello Stato membro dell’impresa associata. Anche in questo caso, infatti, la cooperazione transazionale su scala europea risulterebbe penalizzata rispetto a quanto avviene all’interno di un mercato nazionale. In effetti, ogni Stato membro ha regole proprie in materia di transfer pricing e d’altra parte la procedura di scambio di informazioni nel quadro della collaborazione fra le amministrazioni finanziarie dei diversi Stati membri inevitabilmente aumenterà i casi di modifica unilaterale del livello degli utili con conseguente doppia imposizione. La proposta della Commissione, approvata dal Consiglio il 23.7.1990, prevede l’istituzione di commissioni arbitrali composte di rappresentanti delle amministrazioni fiscali in causa e da esperti indipendenti, che devono essere obbligatoriamente investite della questione se le amministrazioni interessate non pervengono consensualmente a un accordo.

    3 -Tassazione del risparmio (rendite finanziarie). La realizzazione di uno spazio finanziario europeo a partire dal 1.7.1990 ha posto in primo piano il problema della tassazione del risparmio. In proposito la Direttiva 88/361/CEE del 24.6.1988, relativa alla liberalizzazione dei movimenti di capitale, prevedeva la presentazione al Consiglio di proposte intese a sopprimere o ad attenuare rischi di distorsioni, di evasione e di frodi fiscali, connessi con la diversità dei regimi nazionali che gravano sugli interessi derivanti dall’impiego del risparmio. La proposta della Commissione, presentata l’8.2.1989, che prevedeva l’introduzione di una ritenuta alla fonte sugli interessi versati sia ai residenti che ai non residenti con aliquota minima del 15% e, parallelamente, il rafforzamento della cooperazione fra le amministrazioni fiscali nazionali è caduta politicamente (anche se formalmente rimane sul tappeto dato che non è stata ritirata dalla Commissione) in quanto si è manifestata una decisa opposizione di alcuni Stati membri, giustificata dalle notevoli divergenze che ancora sussistono tra i regimi di trattamento fiscale degli interessi nei paesi membri. Di fronte a queste difficoltà la Commissione ha avanzato ulteriori proposte in uno spirito costruttivo, volte a promuovere un accordo unanime in seno al Consiglio dei Ministri. Esse si muovono nella direzione di rafforzare la cooperazione fra le amministrazioni finanziarie degli Stati membri al fine di evitare possibilità di elusione dell’obbligo tributario e quindi di distorsioni di natura fiscale nell’allocazione del risparmio. In questo contesto si colloca il Pacchetto fiscale Monti che prevede (i) la regolamentazione del codice di condotta, diretto anzitutto a bloccare tutte le misure nazionali in grado di creare nuove situazioni di concorrenza sleale e successivamente di condurre al graduale smantellamento delle misure di concorrenza fiscale esistenti, (ii) una proposta di direttiva in materia di pagamenti di interessi e royalties fra imprese associate volta a evitare, con l’adozione del principio di tassazione solo nel Paese di residenza dell’impresa beneficiaria, la doppia imposizione su tali flussi di reddito, eliminando così gli onerosi adempimenti amministrativi necessari per il rimborso delle imposte pagate all’estero, e infine (iii) una proposta di direttiva sulla tassazione degli interessi dei non residenti, che si articola nella seguente alternativa: comunicazione obbligatoria all’autorità finanziaria dello Stato di residenza del percettore, da parte dell’autorità dello Stato in cui sono pagati gli interessi, senza sottoposizione degli stessi ad alcuna ritenuta, ovvero applicazione di una ritenuta alla fonte con aliquota minima prefissata senza scambio obbligatorio di informazioni tra i due Paesi.

    4 - Fiscalità dei prodotti energetici e riduzioni dell’IVA sui servizi ad alta intensità di manodopera. Sono inoltre in fase di studio una proposta di direttiva in materia di fiscalità dei prodotti energetici e una proposta di direttiva per l’applicazione di un’aliquota IVA ridotta sui servizi ad alta intensità di manodopera, prevalentemente forniti ai consumatori finali su base locale e senza distorsione della concorrenza, al fine di consentire l’incremento dell’occupazione per effetto del prevedibile aumento della domanda di questi servizi come conseguenza della riduzione dei prezzi provocata dalla riduzione dell’IVA.

    5 - In materia di scambi di informazioni la direttiva 77/799 (con le modifiche di ordine redazione introdotte dalla direttiva 79/1070/CEE) è stata integrata dalla direttiva 92/12/CEE estendendone le disposizioni all’IVA e alle accise sull’alcol e sulle bevande alcoliche e sui tabacchi lavorati, dalla direttiva 2003/93/CE per le tasse sui premi assicurativi (di cui alla direttiva 76/308/CEE) per proteggere meglio gli interessi finanziari degli Stati membri e la neutralità del mercato interno. Da ultimo, la direttiva 2004/56/CE relativa alle imposte dirette (imposta sul reddito, imposta sulle società e imposta sul plusvalore) ha cercato di accelerare il flusso di informazioni tra le autorità fiscali degli Stati membri per favorire gli Stati membri nel coordinamento delle indagini in materia di frode fiscale transfrontaliera e nell’attuazione di una serie più estesa di procedure per conto di altre autorità.

    6 - La direttiva 90/435/CEE del 23 luglio 1990 sul regime fiscale comune applicabile alle società madri e figlie è stata modificata e integrata dalla direttiva 2003/123/CE del 22 dicembre 2003. La disciplina è applicata da ogni Stato membro alla distribuzione degli utili percepiti da stabili organizzazioni di società di altri Stati membri situate in tale Stato membro e provenienti dalle loro società figlie di uno Stato membro diverso da quello in cui è situata la stabile organizzazione e alla distribuzione degli utili effettuata da società di questo Stato a stabili organizzazioni, situate in un altro Stato membro di società del medesimo Stato membro di cui sono società figlie. Società madre è, almeno, ogni società di uno Stato membro che detiene una partecipazione minima del 20% nel capitale di una società di un altro Stato membro che soddisfi le medesime condizioni. La medesima qualificazione è attribuita anche a una società di uno Stato membro che detiene nel capitale di una società dello stesso Stato membro una partecipazione minima del 20% parzialmente o totalmente attraverso una stabile organizzazione della prima società situata in un altro Stato membro. La percentuale di partecipazione minimasarà del 15% dal 1°gennaio 2007 e del 10% dal 1°gennaio 2009.

    7 - La disciplina comunitaria sul regime fiscale comune per le operazioni di fusione, scissione e conferimento di attivo e scambi di azioni riguardanti società di due o più Stati membri è regolata dalla direttiva 90/434/CEE, del 23 luglio 1990. Una proposta di modifica di questo atto era stata presentata dal Consiglio il 26 luglio 1993 per estendere l’applicazione della direttiva 90/434/CEE a tutte le imprese soggette all’imposta sulle società, qualunque sia la loro forma giuridica e, inoltre, per rendere la nozione di partecipazione conforme a quella di partecipazione minima della direttiva 90/435/CEE concernente il regime fiscale comune applicabile alle società madri e figlie di Stati membri diversi (v. al  6 che precede). Questa proposta non è accettata ed è stata, quindi ritirata e sostituita con un’altra proposta del Consiglio in data 17.10.2003 che, principalmente, intende aggiornare l’elenco delle società cui si applica la direttiva; evitare che il trasferimento della sede centrale di una società europea o di una società cooperativa europea da uno Stato membro ad un altro faccia sorgere un’imposizione diretta delle plusvalenze; precisare che il regime di riporto d’imposizione della direttiva può essere applicato qualora una società decida di trasformare la sua succursale straniera in filiale;assicurare che i valori dello scambio dei titoli e degli attivi all’atto delle fusioni e delle scissioni transfrontaliere siano calcolati nello stesso modo ai fini dell’imposizione in Stati membri diversi, quando sono da ultimo soggetti all’imposta.

    8 - Per la tassazione del risparmio la direttiva 2003/48/CE del 3 giugno 2003 ha regolato la tassazione dei redditi da risparmio sotto forma di pagamenti di interessi. La direttiva si basa sull’accordo raggiunto al Consiglio europeo di Santa Maria da Feira del 19 e 20 giugno 2000 e ai successivi Consigli ECOFIN del 26 e 27 novembre 2000, del 13 dicembre 2001 e del 21 gennaio 2003. L’obiettivo della direttiva è permettere che i redditi da risparmio sotto forma di pagamenti di interessi corrisposti in uno Stato membro a “beneficiari effettivi” (persone fisiche residenti ai fini fiscali in un altro Stato membro) siano soggetti a un’effettiva imposizione secondo la legislazione di quest’ultimo Stato. Il mezzo fissato per permettere la reale imposizione su tali pagamenti nello Stato membro di residenza fiscale del beneficiario effettivo è lo scambio automatico di informazioni tra gli Stati membri sui pagamenti di interessi. Gli Stati membri devono pertanto adottare le misure indispensabili per assicurare che i compiti necessari per l’attuazione della presente direttiva - cooperazione e scambio di informazioni bancarie - siano eseguiti dagli agenti pagatori stabiliti sul loro territorio, a prescindere dal luogo di stabilimento del debitore del credito che produce gli interessi. La direttiva riguarda unicamente l’imposizione sui redditi da risparmio sotto forma di pagamenti di interessi su crediti ed esclude le questioni relative alla tassazione delle prestazioni pensionistiche e assicurative. La data d’entrata in vigore della direttiva 2003/48/CE è stata rinviata dal 1°.1.2005 al 1° luglio successivo dalla decisione 2004/587/CE del Consiglio, del 19 luglio 2004.

  • ARPANET

    Sigla derivata da ARPA, acr. di Advanced Research Projects Agency e Network. Rete costituita nel 1969 dall’Advanced Research Projects Agency statunitense (branca dell’US Department of Defense, ridenominata nel 1972 Defence Advanced Research Project, DARPA) per la trasmissione senza l’intervento di un operatore di dati tra computer tra loro non necessariamente compatibili di università e centri militari, capace restare operativa anche in caso di scomparsa di qualche nodo e di sopravvivere a un attacco nucleare. La rete è stata divisa nel 1983 dalla DARPA in due reti: Milnet per le operazioni militari e Arpanet per la ricerca scientifica. La rete si è estesa in pochi anni a tutti gli USA ed è stata il prototipo di numerose altre reti purpose-built, limitate cioè a una ristretta cerchia di utilizzatori. La principale tra queste è stata la NSFnet avviata nel 1985 dalla National Science Foundation (agenzia federale USA per lo sviluppo della scienza e della tecnologia) per la comunicazione scientifica tra università e centri di ricerca. NSFnet è stata progettata come una rete dorsale (backbone network) negli USA per la trasmissione ad alta velocità basata sul protocollo TCP/IP e anche per il supporto delle reti regionali e locali. Arpanet è stata smantellata nel 1990. NSF ha cessato di amministrare NSFnet nel 1991 affidandola per la commercializzazione all’Advanced Network and Services Inc. (ANS), società con partecipazione anche di IBM che ha aggiornato la rete ridenominandola ANSNet (ceduta nel 1995 ad American Oline). v. Internet.

  • ARRICCHIMENTO SENZA CAUSA

    Istituto contemplato dall’art. 2041 c.c. che prevede l’azione di ingiustificato arricchimento e che nasce da una fondamentale esigenza di giustizia: in mancanza di una causa che giustifichi lo spostamento patrimoniale da un soggetto ad un altro, l’ordinamento giuridico non può consentire che quest’ultimo tragga vantaggio dal danno che il primo subisce. L’azione ha carattere sussidiario, nel senso che è proponibile solo quando il danneggiato non può esperirne altre per rimuovere il pregiudizio sofferto. È considerata preclusiva anche la circostanza che una diversa azione sia spettata a chi ha subito il danno dall’ingiusto arricchimento altrui e per sua negligenza sia andata perduta. Il debito di chi si è ingiustamente arricchito è di valore e non di valuta; pertanto la svalutazione monetaria assumerà rilevanza nella liquidazione del danno. L’istituto trova una particolare applicazione nel diritto cambiario: l’art. 67 r.d. 14.12.1933 n. 1669, stabilisce che, qualora il portatore abbia perduto l’azione cambiaria contro tutti gli obbligati e non abbia contro i medesimi azione causale, può agire contro il traente o l’accettante o il girante per la somma di cui questi soggetti si siano arricchiti ingiustamente a suo danno. In diritto amministrativo, l’azione di ingiustificato arricchimento può essere utilmente sperimentata dal privato solo se la pubblica amministrazione, che si è indebitamente arricchita, ha riconosciuto, sia pure tramite un organo incompetente e implicitamente, il vantaggio ricavato a spese del privato.

  • ARROTONDAMENTO DELLE PARITÀ

    Operazione che ha luogo quando le azioni nei cui confronti si intende esercitare il diritto di opzione non corrispondono esattamente al rapporto che caratterizza l’aumento di capitale. In questi casi è consentito all’azionista di vendere i buoni di opzione o di acquistarne altri, al fine di poter sottoscrivere poi altre nuove azioni così da arrotondare il numero totale delle azioni possedute, trasformando una spezzatura in una partita negoziabile.

  • ARTICOLAZIONE TERRITORIALE DELLE BANCHE

    Parlare di articolazione territoriale delle banche come di qualcosa di suscettibile di ingerenza da parte delle autorità di controllo appare non più congruente con gli sviluppi politico-legislativi che hanno interessato il settore creditizio e finanziario dalla metà degli anni Ottanta (con le prime direttive) a oggi. La questione riguarda tanto lo svolgimento di attività in un dato territorio dove non sono aperti sportelli (dove cioè una banca non ha insediata una filiale), quanto l’ampliamento dell’operatività mediante l’apertura di sportelli (v. sportello bancario). L’attività bancaria, nella nozione offerta dall’art. 10 del TUBC, si presenta come attività di raccolta del risparmio tra il pubblico e di esercizio del credito, ma soprattutto come attività di impresa. Tale qualificazione è fondamentale per le implicazioni tecnico-giuridiche che da essa discendono e che si risolvono nel riconoscimento dei principi di autonomia e libertà di stabilimento e di esercizio che garantiscono il corretto esercizio di qualsiasi attività imprenditoriale. Significativa di questo rinnovato stato di cose è tanto la disciplina relativa alla procedura per il rilascio dell’autorizzazione da parte della Banca d’Italia (v. autorizzazione dell’attività bancaria), che potremmo definire di tipo normativo e conseguentemente aperto; tanto, e soprattutto, l’apertura all’esercizio sul territorio nazionale dell’attività bancaria da parte di banche comunitarie e, seppur a seguito di una procedura parzialmente diversa, da parte di banche extracomunitarie, in applicazione del principio della libera prestazione dei servizi, di cui all’art.16, del TUBC. Le banche italiane possono quindi esercitare le attività ammesse al mutuo riconoscimento in uno stato comunitario senza stabilirvi succursali, nel rispetto delle procedure fissate dalla Banca d’Italia. E tanto vale per le banche comunitarie, nel territorio italiano, anche qui senza stabilirvi succursali, dopo che la Banca d’Italia sia stata informata dall’autorità competente dello stato di appartenenza, in applicazione del principio dell’home country control, ovvero del controllo del paese d’origine rispetto ad attività riconosciute nell’ambito dell’Unione. È necessaria l’autorizzazione dell’autorità di vigilanza nel caso in cui a richiedere di operare senza succursali sia una banca extracomunitaria. Discorso diverso vale per l’esercizio del credito nell’ambito della cooperazione e, in particolare da parte delle banche di credito cooperativo. Infatti per essere soci di una banca di credito cooperativo, ai sensi dell’art. 34, comma 2 del TUBC, è necessario risiedere, avere sede, ovvero operare con carattere di continuità nel territorio di competenza della banca stessa. Vi è quindi l’applicazione esclusiva di un criterio territoriale in sede di individuazione dei soci di tali banche, che evidentemente mira a salvaguardare il localismo e a garantire (come dalle risoluzioni della Banca d’Italia relative alle banche di credito cooperativo) l’esigenza che tra il territorio di competenza della banca e l’aspirante socio intercorra un rapporto non occasionale: il territorio deve costituire un centro di interessi per il soggetto che mira a far parte della compagine sociale della banca. Importante e coessenziale al primo è poi il dato relativo alla affermazione del concetto di zona di competenza territoriale delle BCC, ossia del territorio entro cui le banche di credito cooperativo, oltre ad acquisire i soci ed assumere rischi nei confronti della clientela. aprono e trasferiscono succursali. La zona di competenza territoriale ricomprende i comuni ove la banca ha la sede legale e le proprie succursali, oltre che i comuni ad essa limitrofi, fra i quali deve esistere contiguità territoriale. Essa è suscettibile di allargarsi in caso apertura di sedi distaccate, cui può darsi corso qualora la banca abbia posto in essere nel nuovo comune e nei comuni a questo limitrofiuna rete di rapporti con clientela ivi residente o operante ed abbia raccolto almeno 200 adesioni da parte di nuovi soci. Gli altri requisiti previsti per la modifica della zona di competenza territoriale sono il rispetto della disciplina in materia di coefficienti patrimoniali obbligatori e al dotazione di una struttura organizzativa e di un sistema di controlli interni adeguati, in relazione ai rischi connessi alle differenti caratteristiche delle nuove piazze di insediamento.

  • ARTIGIANO

    Figura di imprenditore non riconducibile automaticamente ad una delle due categorie civilistiche ricostruite sul principio della dimensione dell’impresa, riconosciute dalla dottrina e consolidatesi nelle interpretazioni giurisprudenziali. In altri termini la qualifica di piccolo imprenditore di cui all’art.2083 potrà riconoscersi all’artigiano soltanto ove l’attività imprenditoriale in discorso sia svolta con la prevalenza del lavoro dell’imprenditore e dei suoi familiari su gli altri fattori produttivi. In caso contrario si tratterà sempre di attività di impresa artigiana, ma da collocarsi nell’ambito dell’impresa medio-grande con la conseguente applicazione dello statuto dell’imprenditore commerciale. È imprenditore artigiano, secondo l’art.2 della l. 8.8.1985 n. 443 (che ha sostituito la l. 25.7.1956 n. 860), colui che esercita personalmente, professionalmente e in qualità di titolare, l’impresa artigiana, assumendone la piena responsabilità con tutti gli oneri e i rischi inerenti alla sua direzione e gestione e svolgendo in misura prevalente il proprio lavoro, anche manuale, nel processo produttivo. L’impresa artigiana si caratterizza per la produzione di beni anche semilavorati, o per la prestazione di servizi, con l’esclusione, tra le altre, delle attività agricole e di quelle di prestazione di servizi commerciali. La nozione di impresa artigiana offerta dalla l. 1985/443, è una nozione che serve soltanto ai fini dell’individuazione dell’ambito imprenditoriale da fare oggetto di provvedimenti regionali di tutela e sviluppo dell’artigianato e di conseguente valorizzazione delle relative produzioni. In questo senso, ed esclusivamente in questo senso, può parlarsi di efficacia costitutiva relativamente all’iscrizione delle imprese artigiane agli albi provinciali previsti all’articolo 5 della legge n. 443 del 1985: si tratta di un’iscrizione che consente di godere della speciale e favorevole disciplina di settore. Il medesimo regime di favore sul piano dell’azione regionale, in conformità alle disposizioni di cui all’art.117 della Costituzione, vale per le imprese artigiane esercitate in forma di società in nome collettivo, di cooperativa e, a partire dal 1997, di società in accomandita semplice oltre che di s.r.l. unipersonale (l. 20.05.1997 n. 133), nonché dal marzo 2001, anche di s.r.l. pluripersonale (l. 5.3.2001 n. 57) a condizione che la maggioranza dei soci ovvero uno nel caso di due soci, svolga in prevalenza lavoro personale, anche manuale, nel processo produttivo e che nell’impresa il lavoroabbia funzione preminente sul capitale. Alle condizioni appena esposte deve aggiungersi che, nella srl pluripersonale artigiana, la maggioranza dei soci, ovvero uno nel caso di due soci, deve detenere la maggioranza del capitale sociale e degli organi deliberanti della società. L’impresa artigiana può ricorrere anche a lavoratori dipendenti purché diretti personalmente dall’imprenditore artigiano: fino a un massimo (compresi i familiari dell’imprenditore) di 18 per l’impresa che non lavora in serie, di 9 per l’impresa che lavora in serie, purché non completamente automatizzata, di 32 per l’impresa operante nei settori delle lavorazioni artistiche tradizionali e dell’abbigliamento su misura, finoa 8 per l’impresa di trasporto, fino a 10 per l’impresa di costruzioni.

  • ASEM

    Abbr. di: Asia-Europa Meeting. Summit tenutosi per la prima volta (ASEM 1) a Bangkok nel marzo 1996 cui parteciparono i 15 Paesi dell’UE, il Presidente della Commissione europea e 10 Stati asiatici (Brunei Darussalam, Cina, Indonesia, Giappone, Corea del sud, Malesia, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam). I summit si sono susseguiti a cadenza biennale (ASEM 2, Londra aprile 1998; ASEM 3, Seoul ottobre 2000; ASEM 4 previsto a Copenhagen nella seconda metà del 2002). Oltre ai summit ci sono state riunioni biennali dei ministri degli esteri, dei ministri delle finanze e dei ministri economici dell’ASEM, preceduti da riunioni semestrali di senior official. La motivazione ufficiale per instaurare il summit è stato l’opportunità di stabilire una cooperazione in campo economico, politico e culturale, quella effettiva era la crisi delle economie dei Paesi dell’estremo Oriente. Nel summit del 1998 è stata decisa la costituzione dell’ASEM Trust Fund dotato di 40 milioni di dollari USA per aiuti ai Paesi asiatici.

  • ASEM TRUST FUND

    Gestione autonoma costituita presso la BIRS per l’aiuto ad alcuni Stato dell’estremo Oriente (Cina, Indonesia, Corea del sud, Malesia, Filippine, Tailandia, Vietnam) per favorire la ripresa dalla crisi finanziaria di fine secolo. E stato costituito nel 1998 nella seconda riunione dell’ASEM (Asia-Europe Meeting) tenutasi a Londra con una dotazione di 40 milioni di dollari USA, da destinare per metà ad attività nel settore finanziario e per metà nel settore sociale e da utilizzare per il finanziamento di attività addizionali a quelle realizzate dalla BIRS in conto proprio per la soluzione della crisi asiatica.

  • ASIAN CONSULTATIVE COUNCIL

    Forum (it.: Consiglio consultivo asiatico; fr. Conseil consultatif Asie) costituito nel marzo 2001 dalla BRI al quale partecipano i Governatori delle banche centrali azioniste della BRI della regione Asia-Pacifico. Il suo scopo è di fornire un canale di comunicazione fra queste ultime e il Consiglio o la Direzione della Banca su questioni di interesse e di rilevanza per la comunità di banche centrali della regione. I servizi di segretariato sono forniti dall’Ufficio di Rappresentanza per l’Asia e il Pacifico della BRI a Hong Kong. Il nuovo organismo si riunisce almeno una volta all’anno; incontri aggiuntivi potranno essere organizzati su iniziativa dei suoi membri.

  • ASIAN DEVELOPMENT BANK - AsDB

    (fr. Banque Asiatique de Développement-BAD).Banca multilaterale di sviluppo costituita con sede in Manila (Filippine) in forza di un accordo internazionale del dicembre 1965 entrato in vigore il 22.8.1966. La costituzione è avvenuta il 19.12.1966 e l’inizio dell’operatività nel 1968. Ne sono membri 43 Stati dell’Asia, del Pacifico, l’Australia e la Nuova Zelanda e 16 Stati non regionali (13 europei, tra cui l’Italia,la Turchia, il Canadà e gli USA). Il capitale sociale sottoscritto al 31.12.2000 ammontava a 16.445, 3 milioni di $ USA, di cui 3.184, 1 milioni versato. La quota detenuta dai Paesi della regione era del 65, 515%. I maggiori azionisti erano il Giappone e gli USA (13, 053% ciascuno) seguiti da Cina (5, 588%), India (5, 497%), Australia (5, 053%), Indonesia (4, 776%), Canadà (4, 6%), Corea del sud (4, 443%). La quota dell’Italia era dell’1, 811%. È diretta da un Board of Governors composto di rappresentanti di ciascun Stato membro e dei loro supplenti(ciascuno può rappresentare più Stati), da un Board of Directors di 12 persone, 8 nominate dai Governatori che rappresentano i Paesi membri regionali e 4 dai Governatori dei Paesi non regionali. I Directors sono nominati per due anni e sono rieleggibili. Il Presidente della Banca, che è anche presidente del Board of Directors, deve appartenere a uno Stato regionale, è eletto per cinque anni dal Board of Governors con una maggioranza del totale dei partecipanti che rappresenti non meno della maggioranza del totale dei voti a disposizione di ciascun membro ed è rieleggibile. La Banca ha 20 uffici distaccati nel mondo, di cui 17 operativi in Asia e nel Pacifico e tre di rappresentanza in Europa (Francoforte s/M), Washington e Tokyo. La Banca concede prestiti a condizioni di mercato. Per i prestiti agevolati opera lo “sportello” dell’Asian Development Fund (ADF), costituito nel 1974. La Banca amministra anche il Technical Assistance Special Fund (TASF) e il Japan Special Fund (JSF), istituito nel marzo 1988 e interamente finanziato dal Governo nipponico per il finanziamento di progetti di assistenza tecnica e progetti del settore privato mediante partecipazioni al capitale. Altre strutture gestite dall’AsDB sono l’Asian Development Bank Institute (ADBI), con sede in Tokyo, che affianca la Banca nell’attività di ricerca e di training e che è stato costituito ed è finanziato e controllato da un ente costituito ad hoc, l’Asian Development Bank Institute Special Fund (ADBISF). Le risorse degli special funds (ADF, TASF, JSF, ADBI, ADBISF) sono tenuti separati contabilmente e amministrativamente da quelli propri della Banca.

  • ASIAN FREE TRADE ASSOCIATION - AFTA

    (Area Asiatica di Libero Scambio). L’AFTA è stata fondata nel quarto Summit dell’ASEAN del gennaio 1992 per realizzare, all’interno dei Paesi membri, in 15 anni una zona di libero scambio, la più grande del mondo con circa 500 milioni di consumatori.

  • ASIAN INFRASTRUCTURE INVESTMENT BANK (AIIB)

    La Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) è una banca multilaterale di sviluppo con la missione di migliorare i risultati sociali ed economici in Asia, con sede a Pechino, nata nel 2016 e che a dicembre 2019 contava 102 aderenti in tutto il mondo.
    Obiettivo della AIIB è di investire in infrastrutture sostenibili e in altri settori produttivi in ??Asia per collegare meglio persone, servizi e mercati che col tempo avranno un impatto sulla vita di miliardi e costruiranno un futuro migliore. Dal sito web della AIIB si evince che i progetti approvati e finanziati sono volti alla realizzazione soprattutto di infrastrutture (trasporti, rete idrica ed elettrica, energie rinnovabili) nei paesi membri (tra gli altri Bangladesh, Cina, Egitto, Russia, Kazakistan, Uzbekistan).
    A settembre 2019 la AIIB evidenzia un totale dell’attivo di 22 miliardi di dollari USA, in titoli, obbligazionari e azionari, prestiti e denaro; il passivo è di soli 2,7 miliardi di dollari USA, a causa del suo avvio molto recente.

    Link https://www.aiib.org/en/index.html

  • ASIMMETRIA DELL'INFORMAZIONE

    Distribuzione non uniforme delle informazioni tra gli operatori di un mercato (v. anche moral hazard). Con riferimento al mercato finanziario, la teoria economica considera l’esistenza di asimmetrie informative come un fattore primario di imperfezione del mercato stesso. Esse, inoltre, tramite l’innesco di fenomeni indotti quali l’insider trading e l’aggiotaggio, possono determinare anche l’allontanamento da condizioni di efficienza. Nell’ambito della più generale teoria dell’intermediazione finanziaria, la “teoria delle asimmetrie informative” rappresenta un valido tentativo di spiegare la genesi degli intermediari finanziari. Essa si fonda sull’ipotesi che l’investitore abbia uno svantaggio informativo nei confronti del prenditore di fondi, posto che quest’ultimo, in quanto responsabile della messa a punto e della gestione dei progetti (delle imprese) da finanziare, conosce direttamente la qualità delle iniziative ed è perciò in grado di valutare in maniera più attendibile rischi e prospettive di rendimento. L’investitore, invece, basandosi su informazioni “esterne”, giocoforza incomplete (a prescindere dalle sue specifiche capacità tecniche), si trova nell’impossibilità di essere altrettanto preciso; egli, pertanto, è in qualche modo in “ostaggio” del prenditore di fondi, dovendone accettare le proposte senza facoltà di verifica critica ed esponendosi al rischio di assunzione di impegni di finanziamento inadeguati rispetto alla qualità degli investimenti. Tutto ciò spiega, in prima approssimazione, la presenza degli investitori nei circuiti di finanziamento; questi, cioè, svolgerebbero una funzione di produzione di informazioni “interne” in misura sufficiente a colmare il gap informativo che svantaggia l’investitore. Per informazione “interna” si intende quindi lo svolgimento di un processo di valutazione dell’affidabilità dei prenditori di fondi imperniato sull’analisi di dati “riservati”, scaturenti dal rapporto bilaterale. È evidente come un ruolo analogo possa essere visto in relazione all’emittente, il quale, per via del ricorso occasionale, si presume che abbia una conoscenza limitata delle condizioni ottimali di offerta al mercato. L’intermediario, per via della specializzazione che lo contraddistingue e delle informazioni di cui dispone, sarebbe pertanto in grado di valutare in maniera più approfondita e precisa i termini dell’emissione.

  • ASIMMETRIA DELL'INFORMAZIONE (Enciclopedia)

    (Si Veda anche voce del Dizionario: Asimmetria dell’informazione)
    Caratteristica strutturale dei mercati finanziari in base alla quale il prezzo di equilibrio di una attività finanziaria non riflette in modo completo e continuo tutta l’informazione disponibile, posseduta in modo disomogeneo dai diversi agenti del mercato.
    L'approccio dei mercati efficienti, nell’ambito della teoria classica-walrasiana, descrive una realtà in cui i prezzi riflettono tutta l'informazione disponibile. In questo caso il prezzo di equilibrio rappresenta il miglior previsore del prezzo futuro e permette al singolo di conoscere il valore fondamentale d'impresa.
    In un contesto di questo genere gli agenti che raccolgono informazione non hanno la possibilità di conseguire extraprofitti sul mercato perché anche gli operatori non informati conosceranno tale informazione, osservando il prezzo di equilibrio o variazioni dello stesso. L'ipotesi fondamentale su cui si basa il modello classico è l'assenza di costi informativi: se l'informazione fosse costosa non vi sarebbe incentivo a divenire informati, data l'impossibilità a riceverne un vantaggio economico rispetto ai non informati, e il meccanismo di trasmissione dell'informazione cadrebbe.
    Un mercato con queste caratteristiche non prevede inoltre la presenza di un intermediario: il contatto diretto tra operatori in deficit di risparmio e operatori in surplus determina un'allocazione del risparmio attraverso combinazioni Pareto-efficienti; l'introduzione di un intermediario tra queste due categorie di agenti creerebbe un'inutile duplicazione di costi1.
    Tale approccio è tuttavia carente nel giustificare determinati fenomeni. La presenza dell'intermediario nei mercati è teorizzata solo in base allo scarso sviluppo degli stessi: il ruolo ad esso attribuito dovrebbe scomparire con lo sviluppo dei mercati e il raggiungimento dell'efficienza.
    Un modello interpretativo dell’evoluzione dei mercati finanziari è fornito dalla teoria delle informazioni asimmetriche: il mercato non è perfetto perché sono presenti asimmetrie informative tra datore e prenditore di fondi. Il problema delle asimmetrie informative è inquadrabile in uno schema mandante/mandatario: le azioni del mandatario non sono osservabili né quando richiede il finanziamento al mercato, né quando lo impiega. L'allocazione delle risorse avviene attraverso contratti che inducono il mandatario a farsi riconoscere e il mandante a monitorarne le azioni. La minimizzazione dei costi di agenzia derivanti dalla determinazione di questi incentivi porta ad un equilibrio subottimale rispetto a quello classico - paretiano (ottimo di second best).
    In questo contesto muta profondamente la considerazione e il ruolo del mercato: da un prezzo di equilibrio che riflette tutta l'informazione disponibile e determina un'allocazione delle risorse Paretiana si passa al concetto di prezzo segnale: il prezzo rimane veicolo di trasmissione d'informazioni, solo che il meccanismo è imperfetto.
    Da un punto di vista teorico, introducendo l'ipotesi di informazione costosa nell’ambito di un modello con ipotesi "classiche", l’efficienza informativa risulta incompatibile con l’equilibrio competitivo: se i prezzi riflettono tutta l'informazione disponibile, gli operatori non informati osserveranno i prezzi di equilibrio anziché acquistare l'informazione e sostenerne il costo. Venendo meno l'incentivo a raccogliere informazione, anche i prezzi non saranno più il veicolo di trasmissione d'informazione e viene meno la possibilità di raggiungere un punto di equilibrio in un mercato concorrenziale2.
    Nella realtà, il fatto che alcuni operatori informati realizzino extraprofitti sul mercato determina una scelta tra le due alternative: o l'economia si trova in condizioni di disequilibrio oppure la teoria dei mercati efficienti è incompatibile con l'equilibrio competitivo.
    Grossman e Stiglitz (1980) mostrano come l'equilibrio sia raggiungibile abbandonando l'ipotesi di efficienza: i prezzi sono sempre veicolo di trasmissione d'informazione solo che il processo di trasmissione è imperfetto. In questo modo si ripristina l'incentivo a raccogliere informazione perché l'agente informato determinerà un profitto superiore rispetto al non informato.
    Esistono due classi di agenti: quelli informati, che sostengono un costo, e quelli non informati che osservano semplicemente le variazioni del prezzo di equilibrio.
    La differenza rispetto al modello con efficienza informativa3 è che in questo caso non sarà possibile distinguere nelle variazioni del prezzo di equilibrio quelle attribuibili alle preferenze degli agenti informati, da quelle derivanti dalla variazione dell’offerta dei titoli, ipotizzata non nota.
    Il prezzo fornisce un segnale ai non informati: questo dipende dal rendimento effettivo del titolo, dall’avversione al rischio degli agenti, dal disturbo stocastico e dalla variabilità dell’offerta dei titoli che, in questo caso, è ipotizzata non nota.
    In Grossman e Stiglitz, il prezzo di equilibrio dell’attività finanziaria rischiosa, che eguaglia la sommatoria della domanda degli agenti informati, che acquisiscono l’informazione sostenendo un costo c, e di quelli non informati con l’offerta del titolo (x) considerata non nota, in presenza di avversione al rischio, a, nell’ambito di un modello di allocazione temporale delle risorse tra un titolo rischioso e uno non rischioso, sarà funzione lineare del segnale, w:

    con:

    Un aumento della qualità dell'informazione aumenterà l'efficienza del meccanismo di trasmissione dei prezzi, così come una riduzione del costo dell'informazione e una riduzione dell'avversione al rischio. Inoltre, un aumento del disturbo ridurrà l'efficienza del meccanismo di trasmissione d'informazione, ma aumenterà tuttavia anche il ritorno economico degli operatori informati determinando un aumento nella proporzione degli operatori informati,: i due effetti si compensano e l'equilibrio non muta.
    La conclusione più importante è che se i prezzi riflettono tutta l'informazione disponibile non potrà determinarsi un punto di equilibrio: in questo caso viene meno l'incentivo a raccogliere informazione e il meccanismo di trasmissione della stessa. Se con un meccanismo di trasmissione imperfetto i prezzi rivelano soltanto un segnale agli operatori informati, dando agli stessi la possibilità di realizzare extra profitti, in caso di perfetta informazione il segnale sarebbe esattamente l'informazione a disposizione degli agenti informati, che non sosterrebbero quindi più il costo per la stessa. Il mercato sarebbe caratterizzato da operatori tutti disinformati: questo creerebbe l'incentivo per il singolo agente a diventare informato (la sua domanda non riuscirebbe a influenzare il prezzo di equilibrio). Quando tuttavia gli altri agenti si accorgono che il singolo realizza guadagni sfruttando la maggiore informazione, allora acquisteranno anch'essi l'informazione. Il mercato non giunge, pertanto, alla determinazione di un punto di equilibrio.
    Il sistema dei prezzi riflette l'informazione disponibile in misura tanto maggiore, quanto elevato è il numero degli operatori informati; maggiore sarà il costo dell'informazione e minore sarà la percentuale degli operatori informati; all'aumentare della qualità dell'informazione, la domanda degli operatori informati varierà in misura maggiore e con essa i prezzi; maggiore sarà l'entità del rumore, minore sarà l'utilità attesa degli operatori informati; se non vi è rumore, i prezzi riflettono tutta l'informazione e non vi è incentivo a raccogliere informazione. In presenza di informazione costosa l’equilibrio generale è raggiunto quando le utilità attese delle due classi di agenti sono uguali: in tal caso, infatti, non vi è incentivo per i non informati a divenire informati.
    I prezzi non riflettono tutta l'informazione disponibile perché sul mercato sono presenti asimmetrie informative ex ante ed ex post, che producono effetti distorsivi definiti con selezione avversa e azzardo morale.
    La selezione avversa è la conseguenza di un’asimmetria ex-ante: nel momento in cui le imprese richiedono un finanziamento al mercato, non rivelano per quale progetto d'investimento il finanziamento è richiesto, né tantomeno le caratteristiche di tale progetto4. Ciò porta a selezionare i progetti che non sempre sono i più meritevoli di finanziamento, ma in alcuni casi, i più rischiosi. In presenza di asimmetria informativa, infatti, per le imprese non solo emerge un problema di divulgare informazioni riguardo i propri progetti strategici, a vantaggio dei propri competitors, ma esiste anche un problema di credibilità dell'informazione divulgata. Non è detto, infatti, che l'impresa fornendo informazioni riguardo i propri progetti d'investimento riesca ad ottenere un finanziamento a più basso costo, poiché il mercato potrebbe non credere a tale informazione, applicando al tasso di finanziamento un premio per il rischio.
    L’azzardo morale è una conseguenza di un’asimmetria ex-post: una volta che il finanziamento è stato erogato, i prestatori di fondi non hanno la possibilità di controllare come il finanziamento venga impiegato e quindi il grado di redditività e sicurezza del loro investimento (supponendo che le componenti di redditività e rischio siano le variabili fondamentali di scelta per gli investitori) e ciò induce il prenditore a comportamenti maggiormente rischiosi.
    I rapporti sul mercato finanziario sono descritti da uno schema principal/agent (mandante/mandatario). Quando il principal non può osservare nessuna delle determinanti del risultato conseguito dall'agent, sorge un problema di asimmetria informativa ex-ante: non è possibile individuare una modalità di pagamento che induca l'agent a scegliere l'azione ottima. Il principal dovrà pertanto tenere in considerazione le sue scelte riguardo le modalità di pagamento delle prestazioni dell'agent, in base alle quali quest'ultimo sceglierà il comportamento a lui preferibile, senza che sia possibile controllare tale comportamento, a meno che non si sostenga un costo. La massimizzazione dell'utilità attesa del principal determinerà un ottimo di second best o Pareto vincolata.
    Si avrà la stipulazione di un contratto da parte di mandante e mandatario quando i benefici provenienti dall'attenuazione del problema di asimmetrie saranno almeno pari ai costi da sopportare per ridurle. In caso di asimmetria ex-ante il mandatario può inviare al mandante un segnale sulle proprie intenzioni, sostenendo un costo; alternativamente il mandante può offrire un contratto ad incentivi al mandatario in base alle informazioni che ha raccolto ed elaborato. L'equilibrio sarà tanto più prossimo a una configurazione di first best in condizioni di perfetta informazione, quanto più la formulazione del contratto indurrà gli agenti a farsi riconoscere, minimizzando al contempo i costi di agenzia.
    Dopo che il contratto è stato stipulato, può sorgere una situazione di asimmetria ex-post: il mandatario maschera il risultato delle sue azioni in modo da ridurre i suoi esborsi al mandante. Quest'ultimo è indotto a monitorare le azioni del mandatario, sostenendo il relativo costo, per evitare di incorrere in una perdita.
    Entrambe i conflitti provenienti da una situazione di asimmetria informativa possono essere risolti attraverso il sostenimento di costi di agenzia: il problema diventa quindi la stipulazione di contratti in grado di minimizzare tali costi.
    La presenza di asimmetria informativa tra mandante e mandatario è una caratteristica intrinseca al mercato e caratterizza tutti i rapporti presenti sullo stesso5. Si pensi, ad esempio, alla difficoltà dell'azionista (mandante) a controllare le azioni intraprese dal manager (mandatario) e a verificarne la rispondenza ad obiettivi della proprietà. Analogamente problemi di agenzia si rinvengono nei rapporti che si sviluppano all'interno della struttura organizzativa di una società.
    Anche l'intermediario deve affrontare problemi derivanti dalla credibilità della propria azione, analogamente a quanto avviene per l'impresa che deve finanziarsi direttamente sul mercato. L'aumento del tasso d'interesse pagato sui depositi, ad esempio, potrebbe rappresentare agli occhi del depositante tanto una migliore gestione degli impieghi bancari, quanto un aumento del rischio associato ai progetti d'investimento finanziati. Un intermediario mobiliare, che svolga attività di negoziazione e gestione di valori mobiliari, potrebbe consigliare l'investimento in alcuni titoli non in relazione alle caratteristiche di rischio/redditività dei titoli stessi, ma in base alle proprie esigenze di smobilizzo di determinati investimenti. L'investment bank, inoltre, nel valutare una nuova emissione azionaria potrebbe sottostimare il titolo per essere sicuro del suo collocamento. Tale problema è poi chiaramente individuabile in un contratto di assicurazione, dove l'assicuratore può essere danneggiato dalla reticenza dell'assicurato e dall’aumento della rischiosità del comportamento dell’assicurato, dopo aver stipulato la polizza.
    Particolarmente evidente è la presenza di asimmetria informativa tra i potenziali acquirenti nel caso di società in corso di quotazione. In tal caso infatti gli investitori istituzionali che hanno la capacità di stimare il valore d’impresa parteciperanno all’emissione solo se il prezzo è inferiore alla loro valutazione. Al contrario gli investitori retail, non informati, vedranno la loro offerta interamente soddisfatta solo nel caso delle emissioni meno appetibili, quando non parteciperanno gli agenti istituzionali informati (winner’s curse) e saranno disponibili a sottoscrivere l’emissione azionaria solo nel caso in cui i titoli siano venduti con uno sconto rilevante6.
    Al rapporto tra mercato anonimo e operatore atomistico si sostituisce quindi quello tra mandante e mandatario. Il problema è risolto da contratti ad incentivi che inducano il mandatario a farsi riconoscere e il mandante a monitorarne le azioni. Questi incentivi sono costosi (costi di agenzia). Il contratto ottimale è quello in grado di minimizzarli e offrire al contempo un segnale credibile agli altri agenti sul mercato.
    In presenza di asimmetria informativa non solo l'intermediazione bancaria è perfettamente spiegata, ma assume un ruolo fondamentale all’interno del sistema finanziario7. L'intermediario sostiene costi informativi iniziali che saranno poi ripagati dall'impresa oggetto del finanziamento; l'ottimalità del rapporto intermediario-impresa sta nella relazione di lungo periodo che l'intermediario è in grado di instaurare con l'impresa. In questo modo l'impresa è sicura di ottenere condizioni di prestito più vantaggiose una volta ripagati i costi iniziali sostenuti dall'intermediario per acquisire informazione e quest'ultimo è in grado di incidere sulle scelte di investimento delle imprese. La determinazione di un equilibrio diverso da quello classico-walrasiano, per la presenza di un costo per l'informazione e di un diverso meccanismo di trasmissione della stessa, porta ad una relazione stabile e di lungo periodo tra l'impresa e l'intermediario: in questo modo è privilegiato un investimento a lungo termine, in grado di assicurare una crescita nel tempo per l'impresa, e una riduzione del costo associato al finanziamento, rispetto a quello che si avrebbe se l'impresa dovesse finanziarsi direttamente sul mercato8.
    ___________________________
    1Cfr. Masera, (1991).
    2Cfr. Grossman, Stiglitz, (1980).
    3Cfr. Grossman, (1976).
    4Tra gli autori che per primi hanno affrontato tale problematica, Akerlof (1970) rappresenta tale situazione attraverso il mercato dei "bidoni" (lemons) automobilistici.
    5Cfr. Masera, (1997).
    6Cfr. Thaler, (1988).
    7Cfr. Merton, (1992).
    8Cfr. Mayer, (1988).
    Bibliografia
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    Redattore: Gianluca CALISE
    © 2009 ASSONEBB

  • ASPETTATIVE RAZIONALI

    Le aspettative razionali sono un modo di formulare previsioni sul futuro andamento di variabili economiche. In particolare si assume che gli agenti utilizzino tutte le informazioni di cui possono disporre (non solo quelle legate alla serie storica della variabile oggetto di previsione) e che abbiano una perfetta conoscenza dei fondamentali e del funzionamento del sistema economico. La loro introduzione nella modellistica economica si deve a John Muth (1960). 
    La rational expectations hypothesis (REH) – elemento centrale della Nuova Macroeconomia Classica – si è sviluppata per evitare l’assunzione che gli agenti possano compiere errori di previsione sistematici senza modificare il meccanismo stesso di formazione delle aspettative. Secondo la REH, l’aspettativa formulata al tempo t inerente alla realizzazione della variabile x in t + 1 è data da:

    dove Et denota la speranza matematica (operatore valore atteso) condizionata all’insieme di informazione disponibile per gli agenti al tempo . Caratteristica essenziale delle aspettative razionali è che l’errore di previsione al tempo t + 1 abbia un valore atteso al tempo t pari a 0:

    Nei modelli che utilizzano aspettative razionali assume notevole importanza la definizione di ove sono solitamente ricompresi i valori passati e correnti di tutte le variabili oltre che la struttura dell’economia. Le aspettative formate secondo la REH sono quindi coerenti con la struttura del modello economico sottostante all’economia. In sostanza è come se gli agenti utilizzassero l’insieme di equazioni del modello nel processo di formazione delle aspettative sulle variabili endogene determinate all’interno del modello stesso.
    Bibliografia
    Muth J.F. (1961) "Rational Expectations and the Theory of Price Movements", Econometrica, Vol. 29(3), pp. 315-335
    Sargent T.S. (1987), "Rational expectations" The New Palgrave: A Dictionary of Economics, Vol. 4, pp. 76-79.
    Redattore: Lorenzo CARBONARI
    © 2009 ASSONEBB

     

     

  • ASSBANK

    Abbr. di: Associazione nazionale banche private. Costituita nel 1953 come Associazione nazionale aziende ordinarie di credito, dopo la revisione statutaria del 1994, raggruppa le banche private, cioè le banche aventi forma giuridica di società per azioni il cui capitale di controllo non sia riservato, per legge o per statuto, a soggetti pubblici; le stabili organizzazioni in Italia di banche estere; altri istituti, società, enti e organismi anche associativi espressi dalle predette banche. Ha sede in Milano. Gli associati sono una cinquantina. Missione dell’Assbank è lo studio di problemi di ordine tecnico economico, finanziario, sociale, organizzativo, giuridico e fiscale relativi all’attività bancaria; la consulenza tecnica, fiscale, legale e amministrativa a favore degli Associati. L’Assbank collabora e intrattiene rapporti con amministrazioni e istituzioni pubbliche, con enti, organismi e altre associazioni per studi e iniziative di interesse generale per gli associati. Pubblica e diffonde notiziari, pubblicazioni periodiche e studi riguardanti l’attività bancaria e i problemi a essa attinenti. Pubblica la rivista Banche e Banchieri. L’importante base dati DETA, costituita dall’Assbank, è stata assunta dall’ABI e, ridenominata ABIdoc, è attualmente gestita dal Settore Documentazione di ABI. Promuove la formazione culturale e professionale in campo bancario organizzando seminari, convegni e altre idonee iniziative. Assbank partecipa all’ABI (Associazione Bancaria Italiana) agendo con essa in stretta collaborazione e coordinamento.

  • ASSEGNAZIONE GRATUITA

    Espressione che designa l’operazione di aumento gratuito del capitale sociale effettuata attraverso l’imputazione a capitale della parte disponibile delle riserve palesi e dei fondi speciali iscritti a bilancio ovvero tramite la rivalutazione di attività patrimoniali, e la distribuzione gratuita di azioni di nuova emissione. Rappresenta una modalità di attuazione di un aumento gratuito di capitale alternativa rispetto all’aumento gratuito del valore nominale delle azioni in circolazione. Le nuove azioni, ai sensi dell’art. 2442 c.c., devono possedere le stesse caratteristiche di quelle in circolazione, e devono essere assegnate agli azionisti proporzionalmente a quelle già possedute. Ai sensi dell’art. 2349 c.c. azioni gratuite possono essere pure assegnate ai prestatori di lavoro, sempre previo aumento di capitale. Per tali azioni possono comunque essere previste norme particolari riguardo alla forma, al modo di trasferimento ed ai diritti spettanti agli azionisti.

  • ASSEGNAZIONI

    Nell’ambito delle liquidazioni dei titoli, la procedura definita di “assegnazione” viene attivata quando un aderente non disponga dei titoli dovuti e non riesca a reperirli nei tempi previsti per la chiusura della fase di regolamento; essa consiste nell’abbattimento, totale o parziale, del saldo finale a debito in titoli di un aderente, reso possibile dalla corrispondente volontaria rinuncia all’introito degli stessi titoli da parte di uno o più aderenti creditori degli stessi titoli.

  • ASSEGNO

    Prestazioni economiche di sicurezza sociale (diversa dalla pensione, dalla rendita previdenziale e dall’indennità), che assumono diverse forme, ciascuna con una specifica normativa non riconducibile a una figura unitaria. Si ricordano, p.e. l’assegno ordinario e privilegiato di invalidità corrisposto dall’INPS agli assicurati la cui capacità di lavoro è ridotto in modo permanente a causa di infermità o difetto fisico o mentale a meno di un terzo in presenza di requisiti minimi di assicurazione e di contribuzione; l’assegno mensile per l’assistenza personale attribuito da INPS e INAIL ai propri pensionati che necessitano di assistenza continua; l’assegno familiare assegnato ai lavoratori con carico familiare a integrazione della retribuzione (sostituito oggi dall’assegno per il nucleo familiare); l’assegno per congedo matrimoniale a carico dell’INPS. Altre forme sono l’assegno mensile al personale assente per servizio di leva; l’assegno per disoccupazione tecnologica; l’assegno di natalità; l’assegno una tantum in caso di morte; l’assegno di incollocabilità; l’assegno mensile ai mutili e invalidi civili tra i 18 e i 65 anni; l’assegno di accompagnamento; l’assegno alimentare corrisposto in misura non superiore a metà dello stipendio al dipendente statale sospeso dal servizio; l’assegno vitalizio.

  • ASSEGNO A COPERTURA GARANTITA

    Assegno bancario (detto anche a taglio limitato, assegno vademecum; assegno a pagamento garantito) sul quale, per garantire il prenditore dell’esistenza della provvista, viene impressa sulla carta filigranata del titolo la cifra massima per la quale l’assegno può essere emesso. Il banchiere rilascia al cliente moduli il cui ammontare non superi l’ammontare dei fondi disponibili da parte del cliente: quest’ultimo potrà disporre degli stessi soltanto dopo il pagamento di tutti gli assegni emessi ovvero dopo la loro restituzione. Gli assegni così emessi hanno una funzione analoga d quelli sui quali compare il visto o la certificazione del banchiere trattario, anche se manca una dichiarazione cartolare di quest’ultimo. Il trattario, comunque, anche in tal caso, deve ritenersi obbligato ad impedire il ritiro dei fondi da parte del traente e ad evitare comunque che la provvista possa andare, per fatto proprio, compromessa. I costi di negoziazione sono minimi. Il titolare deve pagare una modica commissione. Per l’emissione di tali assegni la banca deve essere autorizzata dalla Banca d’Italia.

  • ASSEGNO BANCARIO

    Titolo di credito che contiene l’ordine incondizionato rivolto dal sottoscrittore (traente) ad un banchiere (trattario) di pagare a vista una somma determinata di denaro ad una determinata persona (prenditore) o al portatore. L’assegno bancario è disciplinato nel r.d. 21.12.1933 n. 1736 e successive modifiche, fra le quali di particolare importanza è la l. 15.12.1990 n. 386 sulla normativa penalista, ora però riformata dal d.lg. 30.12.1999 n. 507, recante norme per la depenalizzazione dei reati minori e la riforma del sistema sanzionatorio, ai sensi dell’art.1, l. 25.06.1999 n. 205. Il potere di emettere un assegno bancario presuppone: a) l’esistenza di una convenzione, espressa o tacita, tra il banchiere ed il traente (convenzione di assegno) in forza della quale il traente è autorizzato a trarre assegni, su appositi moduli forniti dalla banca e previo rilascio di uno specimen della sua firma; b) l’esistenza di fondi disponibili in virtù di un rapporto di provvista (deposito, apertura di credito ecc.) dal quale derivi un credito del traente verso la banca. L’emissione di assegni in assenza di tali presupposti, peraltro, non priva di efficacia il titolo, che vale come assegno bancario agli effetti civilisti. Il trattario, in caso di mancato pagamento, in tutto o in parte, di un assegno per mancanza di autorizzazione o di provvista, iscrive il nominativo del traente nell’archivio degli assegni bancari e postali e delle carte di pagamento irregolari, previsto dall’art.10 bis, inserito nella l. n. 386 del 90, dal d.lg. 30.12.1999 n. 507. L’iscrizione è effettuata: a) nel caso di mancanza di autorizzazione entro il ventesimo giorno dalla presentazione al pagamento del titolo; b) nel caso di difetto di provvista, quando è decorso il termine stabilito dall’art.8 (60 giorni), senza che il traente abbia dato la prova dell’avvenuto pagamento. L’iscrizione del nominativo del traente nell’archivio non può aver luogo se non sono decorsi almeno dieci giorni dalla data di ricevimento da parte del medesimo di una comunicazione da parte del trattario. Con essa quest’ultimo comunica che, in caso di scadenza del termine di cui all’art.8, senza che sia stata fornita la prova dell’avvenuto pagamento, il suo nominativo sarà iscritto nell’archivio degli assegni bancari e postali e delle carte di pagamento irregolari e che dalla stessa data gli sarà revocata ogni autorizzazione ad emettere assegni (art.9 bis, l. 1990/386, così come modificata dal d.lg. 1999/507). Tanto l’emissione di assegni bancari senza autorizzazione del trattario, quanto quella di assegni senza provvista costituiscono violazioni di disposizioni legislative depenalizzate, che importano l’irrogazione di sanzioni amministrative di importo variabile oltre che la comminazione di una serie di sanzioni accessorie, che si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del d.lg. 1999/507, sempre che il procedimento penale non sia stato definito con sentenza o con decreto divenuti irrevocabili. In tale ultimo caso il giudice dell’esecuzione revoca la sentenza o il decreto, dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato e adotta i provvedimenti conseguenti (artt.100 e 101, d.lg. 1999/507).Tra le sanzioni amministrative accessorie, oltre al divieto di emettere assegni bancari e postali, sono previste(art.5) per i casi di violazioni più gravi: a) l’interdizione dall’esercizio di un’attività professionale o imprenditoriale; b) l’interdizione dall’esercizio degli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese; c) l’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione. Le sanzioni amministrative di cui alle lettere a), b), e c), non possono avere una durata inferiore a due mesi, né superiore a due anni. Il divieto di emettere assegni bancari e postali non può avere una durata inferiore a due anni, né superiore a cinque anni (art. 5 bis). Per l’applicazione delle sanzioni amministrative principali, oltre che per quelle accessorie è competente il prefetto del luogo di pagamento dell’assegno. Il pagamento di un assegno bancario oltre i limiti della provvista, pur se non obbligatorio per la banca è, però, se effettuato, lecito e conteggiabile a carico del cliente. L’assegno bancario è un titolo astratto, non rilevando la causale della sua emissione: questa, peraltro, presuppone normalmente l’esistenza di un rapporto debitorio fra traente e prenditore. L’assegno a differenza della cambiale (v. cambiale), costituisce uno strumento di pagamento. Va detto che, ai sensi del d.lg. 1998/213, recante disposizioni per l’introduzione dell’euro nell’ordinamento nazionale, tutti gli strumenti di pagamento diversi dalle banconote e dalle monete metalliche, e quindi ogni forma di assegno, saranno, nel periodo transitorio - vale a dire nello spazio temporale compreso tra il 1°.1.1999 e il 31 dicembre 2001 - ridenominabili unilateralmente nelle forme previste nello stesso provvedimento legislativo. A partire poi dal 1°.1.2002, ogni riferimento ad una valuta diversa, per gli strumenti finanziari non ridenominati nel periodo transitorio, si intenderà come riferimento all’unità euro, ai sensi dell’art. 14, del d.lg. 1998/213. La scadenza dell’assegno è sempre a vista, il trattario deve essere sempre un banchiere e quest’ultimo, stante anche il divieto di accettazione dell’assegno, non diventa mai obbligato cartolare nei confronti del portatore del titolo, essendo solo tenuto nei confronti del traente in via extra cartolare, ove sussista la convenzione di assegno e nei limiti della provvista, ad eseguire il pagamento. Elementi essenziali dell’assegno bancario sono la corrispondente denominazione e la sottoscrizione del traente; devono essere indicati sul titolo pure il luogo del pagamento (in mancanza si considera tale il luogo indicato accanto al nome del trattario, ovvero, in via gradata, il luogo di emissione e se in questo non vi è uno stabilimento del trattario, il luogo della sede principale di quest’ultimo), il luogo e la data di emissione. L’assegno bancario può essere all’ordine o al portatore. Nel primo caso, che si presume sussistente in mancanza di diversa indicazione, il titolo circola mediante girata (apposta sulla faccia posteriore dell’assegno o nel foglio di allungamento) la quale, come per la cambiale, ha la duplice funzione di trasferimento del diritto cartolare e di garanzia del pagamento. La girata deve essere incondizionata e non può essere parziale; può essere piena o in bianco, cioè priva dell’indicazione del giratario. In tal caso il titolo può circolare anche con la semplice consegna a favore del successivo prenditore. La girata al trattario vale come quietanza e questi non può ulteriormente girare l’assegno se non a stabilimento diverso. In caso di apposizione della clausola “non all’ordine” l’assegno non può essere trasferito che nella forma e con gli effetti della cessione ordinaria. La legge prevede la possibilità, a tutela del portatore dell’assegno per il caso di suo smarrimento o sottrazione, di apporre sul titolo segni o clausole che ne rendano più difficile la trasferibilità o il pagamento: si hanno così l’assegno “sbarrato” (v. assegno sbarrato), l’assegno “da accreditare” (v. assegno da accreditare) e l’assegno “non trasferibile” (v. assegno non trasferibile). A seguito della l. 1991 197 ogni trasferimento nell’ambito del territorio nazionale di somme in lire o in valuta estera, effettuato a qualsiasi titolo fra soggetti diversi, di valore superiore a venti milioni, deve avvenire, se si usa il mezzo dell’assegno bancario o dell’assegno circolare (v. assegno circolare), a mezzo di un titolo recante l’indicazione del nome o della ragione sociale del beneficiario e della clausola di non trasferibilità. L’assegno va presentato al pagamento entro il termine di otto o quindici giorni dalla data di emissione a seconda della coincidenza o meno fra comune di emissione e comune di pagamento: successivamente a tale data si estingue l’azione di regresso dei giranti ed il traente può revocare l’ordine di pagamento (ciò che è normalmente senza effetto entro i termini previsti per il pagamento) e ritirare la provvista senza rispondere penalmente. La banca trattaria può incorrere in responsabilità verso il traente per il pagamento dell’assegno in vari casi: i più comuni sono il pagamento dell’assegno in caso di falsità di firma di traenza o di alterazione del titolo ed il pagamento a soggetto diverso da quello legittimato. Salva l’ipotesi in cui l’evento sia addebitabile a negligenza del traente, la banca risponderà ove si dimostri che essa avrebbe potuto riscontrare la falsità o l’alterazione, ovvero la non identità fra portatore e legittimato alla riscossione, usando la diligenza media. In particolare, per quel che concerne l’identificazione del portatore del titolo che richiede il pagamento, le normali cautele richieste alla banca non sono stabilite con criteri fissi, ma vanno individuate caso per caso a seconda delle circostanze dell’identificazione. Va pure precisato che la banca non è tenuta a verificare la verità delle firme di girata, dovendo solo controllare la formale sussistenza della serie continua di girate. Il rifiuto del pagamento da parte della banca autorizza il portatore a rivolgersi contro il traente ed i giranti: per far valere la responsabilità di regresso di questi ultimi è necessario che la mancanza di pagamento sia fatta constatare mediante protesto o mediante dichiarazione del trattario scritta sull’assegno e registrata, ovvero mediante dichiarazione della stanza di compensazione di presentazione in tempo utile del titolo. In caso di sottrazione, smarrimento o distruzione del titolo può chiedersi l’ammortamento dell’assegno bancario, che è disciplinato da norme analoghe a quelle previste per l’ammortamento della cambiale (v. ammortamento dei titoli). Tale disciplina si applica anche per gli assegni al portatore.

  • ASSEGNO BANCARIO DELLA BANCA D'ITALIA

    Titolo di credito all’ordine emesso per conto della Banca d’Italia (che funge da trattaria) da corrispondenti autorizzati (che fungono da traenti) a seguito del versamento di idonea cauzione. Può essere pagato a vista presso qualsiasi filiale della Banca d’Italia (assegno bancario libero) ovvero presso una sola filiale dell’Istituto di emissione (assegno bancario piazzato). Tale assegno (emettibile ai sensi dell’art. 98 sgg. della l.ass., ma di scarso uso) pur avendo la struttura della tratta assolve in realtà alla funzione di un assegno circolare ovvero di un assegno a copertura garantita, a ragione della sicura solvibilità dell’emittente. La Banca d’Italia non assume un’obbligazione cartolare verso il prenditore, potendosi, peraltro, ritenere sussistente in relazione all’affidamento del pubblico, un suo dovere di diligenza la cui inosservanza. Può dar luogo, in caso di mancato pagamento, a eventuale responsabilità extra-contrattuale. Infatti, nel caso dell’assegno bancario libero, il modulo proviene dallo stesso Istituto di emissione il quale lo emetterà sul presupposto dell’esistenza della provvista: nel caso dell’assegno libero piazzato, l’emissione è subordinata all’ulteriore condizione che la filiale trattaria abbia ricevuto la matrice vistata dalla filiale alla quale il corrispondente è aggregato. Ai sensi dell’art. 107 r.d. 1933/1736 tali assegni possono essere emessi anche dai banchi meridionali.

  • ASSEGNO CIRCOLARE

    Titolo di credito all’ordine che, a differenza dell’assegno bancario, ha la medesima struttura del vaglia cambiario, pur assolvendo ad una funzione di pagamento (senza però che la cessione dell’assegno abbia effetto solutorio fra le parti, restando sempre il suo trasferimento pro solvendo) e di mobilizzazione del denaro. L’assegno circolare, regolato dall’art. 82 sgg. r.d. r.d. 21.12.1933 n. 1736) infatti contiene una promessa incondizionata di un banchiere di pagamento di una somma determinata presso tutti i recapiti dell’istituto emittente. L’emissione di un assegno circolare (che avviene su apposito modulo filigranato) è subordinato ad una preventiva autorizzazione interministeriale a favore dell’istituto di credito: quest’ultimo, inoltre, è tenuto a costituire presso l’Istituto di emissione una idonea cauzione proporzionale all’ammontare dei titoli in circolazione (il 40% dell’ammontare degli assegni posti in circolazione il mese precedente), sulla quale i portatori degli assegni godono di privilegio speciale. L’emissione di un assegno circolare da parte di un istituto di credito non autorizzato, peraltro, non rende invalido il titolo e non pregiudica i diritti del portatore verso l’istituto emittente: quest’ultimo sarà colpito dalle sanzioni previste dall’art.117 r.d. 1933/ 1736 e dall’art. 14 r.d. 1923/2283. L’assegno circolare è emesso per somme che siano disponibili presso l’istituto di credito al momento dell’emissione e che possono anche derivare da una apertura di credito della banca a favore del richiedente; l’emissione di un assegno circolare in assenza di somme disponibili non lo rende invalido. L’assegno circolare può anche essere emesso da un banchiere corrispondente, purché il rappresentante sia un banchiere, l’assegno sia munito del visto dell’istituto autorizzato e sia emesso in nome del rappresentato. I corrispondenti devono costituire presso l’Istituto emittente cauzione pari al 50% degli assegni emessi nel bimestre a garanzia dello stesso istituto emittente. Requisiti essenziali dell’assegno circolare sono la corrispondente denominazione, l’indicazione del prenditore, della data e del luogo di emissione e la sottoscrizione dell’emittente; questi elementi devono essere presenti tutti, senza eccezioni, a pena di invalidità del titolo, al momento dell’emissione. Il titolo va presentato al pagamento entro trenta giorni dalla data di emissione, trascorso il quale il portatore perde l’azione di regresso contro i giranti, mentre l’azione diretta contro l’emittente si prescrive in tre anni. L’assegno circolare si trasferisce mediante girata e non può essere emesso in bianco o al portatore; è ammessa la girata per l’incasso e la girata all’istituto emittente estingue l’assegno. All’assegno circolare è apponibile la clausola di intrasferibilità: tale clausola è oggi obbligatoria per i trasferimenti di valuta superiori a venti milioni di lire effettuati a mezzo di assegni circolari (l. 5.7.1991 n. 197). Analoghe a quelle elaborate per l’assegno bancario sono le regole sulla responsabilità del banchiere per l’erroneo pagamento del titolo. In caso di smarrimento, sottrazione e distruzione del titolo, il legittimo portatore può esperire la procedura di ammortamento (v. ammortamento dei titoli), salvo che l’assegno circolare fosse “non trasferibile”, nel qual caso il portatore che denunci alla banca la sottrazione, la distruzione o lo smarrimento del titolo ha diritto di ottenere dopo venti giorni dalla denuncia il pagamento del titolo.

  • ASSEGNO CIRCOLARE DEGLI ISTITUTI CENTRALI DI CATEGORIA

    Assegno circolare degli istituti centrali di categoria (ICCRI Banca Federale Europea, Iccrea Banca spa, Istituto Centrale delle Banche Popolari Italiane - ICBPI) che viene emesso e pagato alle associate in base a un mandato di rappresentanza ex art. 85 l.ass. (r.d. 21.12.1933 n. 1736). Il servizio viene organizzato dagli istituti di categoria che predispongono i moduli in carta filigranata (e tutti esteriormente simili) apponendovi il proprio visto. Le banche associate che fanno richiesta dei moduli devono costituire apposite cauzioni quando previsto dalla legge ovvero dagli istituti. Si tratta di normali assegni circolari assoggettati per intero alla disciplina prevista per tali titoli.

  • ASSEGNO DA ACCREDITARE

    Trad. dell’amer. account-only cheque. Particolare clausola, di scarsa applicazione nel nostro Paese, apponibile sull’assegno bancario, al fine di tutelare il legittimo portatore del titolo dal rischio del pagamento dell’assegno in caso di suo smarrimento o sottrazione, il cui effetto è quello di impedire che il trattario possa pagare in moneta contante il titolo. L’importo, infatti, deve essere accreditato a favore del portatore del titolo su di un conto che questi abbia aperto presso la banca. La cancellazione della dicitura si considera come non apposta.

  • ASSEGNO ELETTRONICO

    Strumento di pagamento elettronico e virtuale che ripete tutte le caratteristiche dell’assegno cartaceo tradizionale. Esso è utilizzabile specialmente nell’e-commerce, ma potrà diventare un mezzo di pagamento anche per le transazioni non commerciali se la banca on line diventerà sufficientemente diffusa tra le famiglie. Per operare il sistema dell’assegno elettronico richiede l’esistenza di almeno una banca on line e di due soggetti che con questa intrattengano un conto corrente e abbiano una convenzione di assegno e che siano entrambi dotati di dispositivi hardware (PC, modem), di un software specifico e di un sistema di crittografia. Il soggetto debitore invia per e-mail al creditore l’assegno elettronico contenente l’ordine alla propria banca di pagare la somma dovuta e il soggetto creditore gira l’assegno inviandolo al computer della propria banca di appoggio per l’accredito in conto. La sottoscrizione dell’assegno per l’emissione e la girata avviene con firma digitale unica e irripetibile, verificabile dalla banca trassata (per la firma del debitore traente) o girataria dell’assegno(per la firma del creditore). Per evitare pericoli di frode da parte del beneficiario, l’acquirente che emette l’assegno cripta il proprio numero di conto ricorrendo alla chiave pubblica della banca. È una forma di pagamento sperimentale che sembra destinato a diffondersi e a soppiantare nell’e-commerce i pagamenti con carta di credito. A differenza di questi, infatti, i pagamenti con assegni elettronici non possono essere ritrattati dal debitore e non possono essere dal creditore maggiorati abusivamente rispetto alla somma inizialmente concordata.

  • ASSEGNO IN VALUTA ESTERA

    Si tratta di un assegno bancario pagabile in moneta non avente corso legale nel luogo di pagamento. La somma può essere pagata entro il termine di presentazione nella moneta del paese secondo il suo valore nel giorno del pagamento: in mancanza del pagamento al momento della presentazione il portatore può scegliere fra il valore al momento della presentazione ovvero al momento del pagamento. Il valore della moneta è determinato dagli usi del luogo di pagamento potendo tuttavia il traente stabilire che la somma da pagare sia calcolata secondo il corso indicato nell’assegno bancario. Il sistema ora delineato può essere escluso con l’apposizione della clausola di pagamento effettivo in moneta estera. Nel dubbio che insorgesse di fronte ad una moneta avente la stessa denominazione, ma valore differente, nel paese di emissione o di pagamento, va presunto il riferimento alla moneta del luogo di pagamento. Appare per di più superato dalla disciplina di introduzione dell’euro e comunque, sostanzialmente desueto, anche se non del tutto.

  • ASSEGNO NON TRASFERIBILE

    Clausola, frequentemente usata nel nostro Paese, apponibile su un assegno bancario o un assegno circolare per tutelare il legittimo portatore del titolo dal rischio del pagamento dell’assegno in caso di suo smarrimento o sottrazione Con l’apposizione della clausola il titolo non può essere più trasferito se non a un banchiere per l’incasso ovvero per l’accreditamento in conto. Le girate apposte in violazione della clausola si hanno per non scritte e si ha per non avvenuta la successiva cancellazione della clausola. La clausola di intrasferibilità esclude legalmente l’acquisto del titolo da parte di un soggetto successivamente all’apposizione della stessa. Sia la banca trattaria, sia la banca girataria per l’incasso sono responsabili per il danno causato dal pagamento a soggetto non legittimato, per aver acquistato il titolo successivamente all’apposizione della clausola. In caso di furto, smarrimento o distruzione dell’assegno il prenditore è esentato dal ricorso alla procedura di ammortamento dei titoli potendo ottenere un duplicato dell’assegno denunciando al trattario ed al traente la sottrazione lo smarrimento o la distruzione del titolo. Nell’ambito dei provvedimenti urgenti per limitare l’uso del contante e dei titoli al portatore nelle transazioni e prevenire l’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio la l. 5.7.1991 n. 197 stabilisce che tutti i pagamenti superiori all’importo di venti milioni operati a mezzo assegno bancario o circolare debbano essere effettuati con titoli muniti della clausola di intrasferibilità.

  • ASSEGNO POSTALE

    Il correntista postale può disporre del credito del suo conto mediante assegni per pagamenti a favore di terzi e prelevamenti a proprio favore. Gli assegni postali, che trovano la loro regolamentazione principalmente nel d.p.r. 29.3.1973 n. 156 e nel d.p.r. 1.6.1989 n. 256, vengono redatti su moduli predisposti dalle Poste e sono analoghi nella struttura e nella funzione agli assegni bancari. Per quanto non diversamente regolato dalle disposizioni postali, si applicano in genere le norme sui titoli di credito e, per analogia, quelle sull’assegno bancario. Peraltro gli assegni postali sono girabili (cioè trasferibili) al pari di qualsiasi assegno bancario se vidimati (v. assegni postali vidimati) e se recano un’espressa indicazione in tal senso apposta sul titolo dal traente. Negli altri casi sono non trasferibili, servono per disporre pagamenti a favore di un beneficiario designato e possono essere incassati da altri solo per delega, con firma del delegante conosciuta dall’ufficio pagatore o autenticata da notaio. La delega è sempre valida se rilasciata a una banca.

  • ASSEGNO POSTALE VIDIMATO

    Assegno a copertura garantita simile a quello delle banche. Su di esso lo sportello postale di radicamento del conto appone un visto (onde è detto anche assegno postale vistato) che attesta e garantisce l’esistenza di una sufficiente copertura. Contestualmente lo sportello addebita il conto del corrispondente importo. La singola richiesta non può superare l’emissione di 50 assegni vidimati. L’assegno vidimato è pagabile nei due mesi successivi alla data di vidimazione. Poste Italiane prestano alle imprese anche un servizio di emissione degli assegni vidimati da parte dei propri sportelli, provvedendo direttamente alla stampa, all’imbustamento e alla spedizione degli assegni, lasciando al cliente di scegliere di ricevere l’assegno oppure di farlo recapitare, da Poste Italiane, direttamente al domicilio del beneficiario.

  • ASSEGNO PROVVISORIO DI DEBITO PUBBLICO

    Titolo di credito all’ordine o nominativo, libero o vincolato, iscritto su registri speciali del debito pubblico, rappresentante una frazione di rendita, che non può in ogni caso essere di valore nominale inferiore a una certa somma. La legge stabilisce che il pagamento degli interessi debba essere corrisposto in un’unica soluzione nel momento in cui, per riunione di due o più assegni, questi si convertono in titoli del debito pubblico di capitale nominale pari a lire cinquemila o multiplo di tale cifra. È, inoltre, disposto che sugli assegni possano essere compiute operazioni di riscatto o di tramutamento dei titoli nominativi in titoli al portatore; anche se nominativi, comunque, gli assegni sono rimborsabili a chi li esibisca, senza che occorra alcun’altra documentazione o formalità, a meno che non siano soggetti a vincolo cauzionale.

  • ASSEGNO SBARRATO

    Apposizione su di un assegno bancario di due linee parallele sulla faccia anteriore del titolo per tutelare il portatore legittimo del titolo dal rischio di pagamento dell’assegno in caso di suo smarrimento o sottrazione. A seconda che fra le due linee sia apposta o meno l’indicazione del nome di un banchiere si parla di assegno sbarrato “speciale” o “semplice”. Effetto dello sbarramento è l’obbligo ex lege a carico della banca di non effettuare l’acquisto se non da un cliente o da altra banca Il trattario, inoltre, non può pagare il titolo se non a un proprio cliente o a una banca e, in caso di sbarramento speciale, soltanto al banchiere specificato sul titolo. Lo sbarramento può essere apposto sul titolo dal traente o da qualunque portatore.

  • ASSEMBLEA DEGLI OBBLIGAZIONISTI

    Organo collegiale disciplinato dagli artt. 2415- 2418 c.c., per la tutela degli interessi comuni dei creditori in base a obbligazioni emesse da una società per azioni. A norma dell’art.2415, c.c., l’assemblea degli obbligazionisti delibera su: a) nomina e revoca del rappresentante comune; b) modificazioni delle condizioni del prestito; c) proposte di amministrazione controllata e di concordato; d) costituzione di un fondo per le spese necessarie alla tutela dei comuni interessi e sul rendiconto relativo, e) sugli altri oggetti di interesse comune degli obbligazionisti. La convocazione dell’assemblea può avvenire tanto per iniziativa degli amministratori o del rappresentante comune (quando lo ritengano necessario), quanto a richiesta di un numero di obbligazionisti che giunga a rappresentare il ventesimo dei titoli emessi e non estinti. La disciplina dell’assemblea degli obbligazionisti è quella dell’assemblea straordinaria dei soci. Per la validità della delibera più delicata, vale a dire quella relativa alla modifica delle condizioni del prestito, è necessario, anche in seconda convocazione, il voto favorevole degli obbligazionisti che rappresentano la metà delle obbligazioni emesse e non estinte. Per la terza convocazione, istituto introdotto per le società quotate dal t.u. della finanza n.58, del 1998, è applicabile la disciplina di cui all’art. 126, del medesimo. La società emittente delle obbligazioni non può partecipare alle deliberazioni per le obbligazione possedute. Le deliberazioni dell’assemblea, regolarmente assunte, vincolano anche gli obbligazionisti assenti o dissenzienti. È sempre possibile impugnare le deliberazioni non conformi alla legge secondo le disposizioni di cui agli artt. 2377 e 2378, c.c. A seguito della riforma Vietti (d.lg. 17.1.2003 n. 6) il nuovo 2415, 3° comma è stato modificato prevedendo che le deliberazioni dell’assemblea degli obbligazionisti sono iscritte, a cura del notaio che ha redatto il verbale, nel registro delle imprese. L’organizzazione di gruppo degli obbligazionisti prevede anche la presenza di un rappresentante comune, che può essere scelto anche fra i non obbligazionisti, la cui nomina spetta all’assemblea degli obbligazionisti, e che, in mancanza di tale atto, è nominato con decreto dal presidente del tribunale su domanda degli obbligazionisti (uno o più), o degli amministratori della società. Il rappresentante comune non può essere scelto tra gli amministratori, i sindaci, i dipendenti della società debitrice, oltre che tra coloro per i quali operano le cause di ineleggibilità o di decadenza dalla carica di sindaco, di cui all’art. 2399 c.c Il rappresentante comune la cui durata in carica è di massimo tre anni, e che non può essere rieletto, deve provvedere all’esecuzione delle deliberazioni dell’assemblea degli obbligazionisti, tutelare gli interessi degli obbligazionisti nei rapporti con la società ed assistere alle operazioni di sorteggio delle obbligazioni. Ha, inoltre, la tutela degli interessi comuni nelle procedure fallimentari riguardanti la società debitrice.

  • ASSEMBLEA DELLE SOCIETÀ DI CAPITALI

    1.-L’organo assembleare nelle società azionarie continua ad assolvere, anche dopo la riforma del diritto societario (d.lg. 17.1.2003, n. 6) entrata in vigore il 1°.1.2004, l’essenziale funzione di formare, attraverso l’attività deliberativa, la volontà della società rispetto alle decisioni di maggior rilievo per la vita sociale stessa. Con l’introduzione, a seguito della riforma del diritto societario, della possibilità per i soci di adottare uno dei due sistemi di governance societari (sistema monistico o sistema dualistico) alternativi a quello tradizionale (assembleaconsiglio di amministrazione), in caso di scelta del modello dualistico l’assemblea deve cedere alcune delle sue competenze “naturali” al consiglio di sorveglianza.

    2.-L’assemblea, che può essere sia ordinaria che straordinaria, nelle società prive del consiglio di sorveglianza, in sede ordinaria: approva il bilancio; nomina e revoca gli amministratori; nomina i sindaci e il presidente del collegio sindacale e, quando previsto, il soggetto al quale è demandato il controllo contabile; determina il compenso degli amministratori e dei sindaci, se non è stabilito dallo statuto; delibera sulla responsabilità degli amministratori e dei sindaci; delibera sugli altri oggetti attinenti attribuiti dalla legge alla competenza dell’assemblea, nonché sulle autorizzazioni eventualmente richieste dallo statuto per il compimento di atti degli amministratori, ferma in ogni caso la responsabilità di questi per gli atti compiuti; approva l’eventuale regolamento dei lavori assembleari. La convocazione dell’assemblea ordinaria deve avvenire almeno una volta all’anno, entro il termine stabilito dallo statuto e comunque non superiore a centoventi giorni dalla chiusura dell’esercizio sociale per l’approvazione del relativo bilancio, passaggio non eludibile nella vita dell’organismo societario. Il termine può essere maggiore, ma in ogni caso non superiore a centottanta giorni, nel caso delle società tenute alla redazione del bilancio consolidato e uando lo richiedono particolari esigenze relative alla struttura ed all’oggetto della società. Nelle società ove è previsto il consiglio di sorveglianza, l’assemblea ordinaria: nomina e revoca i consiglieri di sorveglianza; determina il compenso ad essi spettante, se non è stabilito dallo statuto; delibera sulla responsabilità dei consiglieri di sorveglianza; delibera sulla distribuzione degli utili; nomina il revisore.

    3.-L’assemblea in sede straordinaria delibera sulle modificazioni dello statuto, sulla nomina, sulla sostituzione e sui poteri dei liquidatori e su ogni altra materia attribuita dalla legge alla sua competenza. Alle assemblea straordinaria della società deve partecipare un notaio in veste di verbalizzante. Lo svolgimento dell’assemblea è diretto dal presidente che gode di ampi poteri ordinatori nell’ambito di un istituto la cui disciplina si caratterizza, a seguito della riforma, per la posizione di regole che definiscono un ambito di prerogative decisorie che sono proprie del presidente e che non gli derivano più dall’assemblea

    4.-La nuova disciplina si caratterizza, poi, per l’ampia possibilità riconosciuta ai soci di delegare competenze altrimenti proprie dell’assemblea straordinaria agli amministratori (e, in taluni altri casi, agli stessi amministratori e al consiglio di sorveglianza o al consiglio di gestione). In questo senso spicca la previsione relativa alla possibile delega agli amministratori della decisione relativa all’emissione di obbligazioni convertibili, seppure per un ammontare determinato e per un periodo massimo di cinque anni; ovvero quella che consente di aumentare in una o più volte il capitale sociale, anche qui per il medesimo periodo e per un ammontare determinato nello statuto. Ciò che è ancora più significativo è che la delega può arrivare fino a consentire agli amministratori di assumere le determinazioni volte a limitare o a escludere il diritto di opzione in sede di aumento del capitale. La nuova disciplina societaria esclude invece la possibilità, prima riconosciuta, di riservare alla sede assembleare ordinaria la competenza relativa alla gestione della società. L’assemblea ordinaria, oggi, può solo eventualmente autorizzare singoli atti degli amministratori, senza, peraltro, che da tali determinazioni dei soci discenda la liberazione dei destinatari dell’autorizzazione dalla responsabilità (anche verso la società) per gli atti compiuti.

    5.-Per quanto attiene alle modalità di convocazione, l’assemblea deve essere convocata dagli amministratori, o dal consiglio di gestione, con un avviso - da pubblicarsi nella G.U., o su un quotidiano indicato nello statuto, almeno quindici giorni prima dell’adunanza - contenente l’indicazione del giorno, dell’ora e del luogo dell’assemblea, nonché l’ordine del giorno previsto per la medesima. Il termine di quindici giorni è portato a trenta per l’assemblea delle società quotate in borsa in mercati regolamentati italiani o di altri paesi dell’Unione Europea. Un ulteriore novità attiene alla facoltà, che il codice riconosce alle società chiuse, di procedere alla convocazione mediante avviso comunicato ai soci con mezzi che garantiscano la prova dell’avvenuto ricevimento almeno otto giorni prima dell’assemblea. L’eventuale omissione delle formalità di convocazione può non inficiare la regolarità della costituzione dell’assemblea ove sia comunque rappresentato l’intero capitale sociale e vi sia la partecipazione alla riunione della maggioranza dei componenti degli organi amministrativi e di controllo. Un caso di convocazione obbligatoria da parte degli amministratori, ovvero del consiglio di gestione, si ha ove ne sia fatta richiesta da tanti soci che rappresentino almeno il dieci per cento del capitale sociale, o la minore percentuale prevista nello statuto, e nella domanda siano indicati gli argomenti da trattare. Ai fini del calcolo della percentuale legittimata a richiedere la convocazione non si tiene conto delle azioni di risparmio. Qualora poi né gli organi di gestione né quelli di controllo provvedano alla convocazione dell’assemblea richiesta dalla minoranza, a ciò provvede, ove il rifiuto di provvedere risulti ingiustificato, il tribunale con decreto, individuando anche la persona destinata a presiederla. La convocazione su richiesta dei soci non è ammessa per argomenti sui quali l’assemblea delibera, a norma di legge, su proposta degli amministratori o sulla base di una relazione o di un progetto da essi predisposto.

    6.-I quorum poi variano a seconda che si tratti di assemblea di prima, di seconda o di terza convocazione e naturalmente che si riferiscano all’assemblea ordinaria ovvero a quella straordinaria. L’assemblea ordinaria in prima convocazione ha un quorum costitutivo, e quindi è validamente costituita, se sono presenti tanti soci che rappresentano almeno la metà del capitale sociale, escluse le azioni prive del diritto di voto nell’assemblea medesima. Per la validità delle deliberazioni è richiesta la maggioranza assoluta delle azioni salvo che lo statuto richieda una maggioranza più elevata. Norme particolari possono essere introdotte dai soci per la nomina alle cariche sociali. In seconda convocazione non è previsto un quorum costitutivo, mentre per l’approvazione si richiede la maggioranza delle azioni intervenute in assemblea. Lo statuto può prevedere maggioranze più elevateanche per la seconda convocazione, fatta eccezione per le delibere di approvazione del bilancio e di nomina e revoca delle cariche sociali. L’assemblea straordinaria delibera in prima convocazione con il voto favorevole di tanti soci che rappresentino più della metà del capitale sociale, se lo statuto non richiede una maggioranza più elevata. Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio l’assemblea straordinaria è regolarmente costituita con la presenza di tanti soci che rappresentino almeno la metà del capitale sociale o la maggiore percentuale prevista dallo statuto e delibera con il voto favorevole di almeno i due terzi del capitale rappresentato in assemblea. In seconda convocazione, l’assemblea straordinaria è regolarmente costituita con la partecipazione di oltre un terzo del capitale sociale e delibera con il voto favorevole di almeno i due terzi del capitale rappresentato in assemblea. In caso di aumento a pagamento del capitale con esclusione o limitazione del diritto d’opzione perché l’interesse della società lo esige anche nelle convocazioni successive alla prima si applicano i quorum per essa previsti. La medesima regola vale in ipotesi di esclusione del diritto di opzione per oltre un quarto dell’aumento al fine di garantirne la sottoscrizione ai dipendenti della società.

    7.-Nelle società che fanno appello al mercato del capitale di rischio è necessario, anche in seconda convocazione, il voto favorevole di tanti soci che rappresentino più di un terzo del capitale sociale per le deliberazioni concernenti il cambiamento dell’oggetto sociale, la trasformazione della società, lo scioglimento anticipato, la proroga della società, la revoca dello stato di liquidazione, il trasferimento della sede sociale all’estero e l’emissioni di particolari categorie di azioni il cui valore non può superare la metà del capitale sociale. Nelle società che fanno appello al mercato del capitale di rischio l’assemblea straordinaria è costituita, nelle convocazioni successive alla seconda con la presenza di tanti soci che rappresentino almeno un quinto del capitale sociale, salvo che lo statuto richieda una quota di capitale più elevata. Le relative delibere sono validamente assunte con il voto favorevole dei due terzi del capitale rappresentato in assemblea. Convocazioni ulteriori rispetto alla seconda possono essere previste anche dallo statuto delle società chiuse.

    8.-L’assetto organizzativo della società a responsabilità limitata è invece delineato in maniera tale da lasciare ampio spazio all’autonomia statutaria. Ove i soci si rimettano almodello legale, quest’ultimo continuerà a essere organizzato per uffici, con la conservazione dell’assemblea come unico luogo di formazione della volontà sociale; in caso contrario, sarà possibile un’ampia deformalizzazione del procedimento, con la conseguente obliterazione del metodo collegiale. Non a caso, le relative norme in materia di s.r.l. sono costruite intorno alla nozione di decisione dei soci, la quale presuppone l’abbandono del metodo assembleare. Nel caso in cui ciò avvenga le decisioni devono essere prese mediante consultazione scritta ovvero mediante consenso espresso per iscritto e dai documenti sottoscritti dai soci devono risultare con chiarezza l’argomento oggetto della decisione ed il relativo consenso alla stessa. L’assemblea, peraltro, vede ridotta la propria centralità nell’organizzazione della s.r.l. ma conserva comunque alcune competenze fondamentali anche nel caso in cui i soci abbiano sfruttato tutti i margini di autonomia statutaria riconosciuti dalla legge. In ogni caso, infatti, la decisione deve essere assunta con il metodo collegiale quando attiene alle modifiche dell’atto costitutivo, ad operazioni che comportano una sostanziale modificazione dell’oggetto sociale o una rilevante modificazione dei diritti dei soci, ovvero ove si tratti di riduzione obbligatoria del capitale successiva all’infruttuoso rinvio a nuovo delle perdite. La medesima soluzione deve adottarsi nei casi in cui ne sia fatta richiesta da uno o più amministratori o da tanti soci che rappresentino almeno un terzo del capitale sociale.

  • ASSEMBLY

    Accordo di collaborazione internazionale stipulato tra un’azienda esportatrice e un’azienda estera in base al quale l’esportatore invia componenti di fabbricazione nazionale, che sono assemblati o trasformati all’estero in prodotti finiti. Si utilizza in tal modo un insediamento produttivo all’estero, evitando il pagamento di forti diritti doganali che verrebbero richiesti per l’importazione del prodotto finito; i diritti per l’importazione dei componenti sono infatti più contenuti. Tale formula è diffusa tra le imprese produttrici di auto, di componenti elettronici, di farmaci e di bevande.

  • ASSENTED BOND

    Termine anglosassone che indica un’obbligazione il cui interesse è corrisposto o il cui rimborso è eseguito su base ridotta, secondo un piano di ristrutturazione del debito concordato con i creditori.

  • ASSENZA

    Situazione di incertezza sull’esistenza di una persona, accertata giudizialmente da parte del Tribunale dell’ultimo domicilio o dell’ultima residenza (su istanza dei presunti successori legittimi e di altri interessati) quando la persona non è più comparsa nel luogo del suo ultimo domicilio o dell’ultima residenza e non se ne hanno più notizie da oltre due anni (art. 49 c.c.). Divenuta esigibile la sentenza che dichiara l’assenza, il Tribunale può immettere nel possesso temporaneo dei beni dell’assente i presunti eredi (testamentari o egittimi), che, pur potendo amministrare i beni dell’assente, non ne acquistano però la titolarità e non possono quindi di regola alienarli. Se l’assente ritorna o ne è provata l’esistenza, cessano gli effetti della dichiarazione d’assenza ed i possessori dei beni devono restituirli; se, invece, è provata la morte dell’assente, la successione si apre a favore di coloro che, al momento della morte, erano suoi eredi o legatari. La dichiarazione di assenza, non essendo equiparata alla morte dell’assente, non consente il matrimonio dell’altro coniuge (art. 117 comma 3 c.c.).

  • ASSESTAMENTO DEI CONTI

    Fase del processo logico contabile di formazione del bilancio che a fine esercizio precede il riepilogo al conto economico dei conti di reddito accesi alle variazioni d’esercizio e la chiusura generale dei conti allo stato patrimoniale. In questa fase le operazioni mirano a integrare e rettificare i valori di conto (registrati in base al principio della manifestazione finanziaria, cioè al verificarsi della variazione finanziaria, p.e. sorgere del debito per il ricevimento della fattura) in base alla competenza economica d’esercizio. Le scritture contabili di assestamento si distinguono in:

    1) scritture di completamento in senso stretto, legate solo alla liquidazione al 31.12 e che non creano problemi di competenza economica; p.e: interessi maturati sui conti correnti;

    2) scritture di integrazione: a) rilevazione di costi o ricavi interamente di competenza dell’esercizio in chiusura e legati a future entrate e uscite; p.e: fatture da emettere per prestazioni già effettuate; b) rilevazione dei ratei attivi e passivi, quali quote di entrate e uscite previste relative a costi e ricavi parzialmente maturati nell’esercizio in corso ma che avranno manifestazione finanziaria nel futuro esercizio; c) adeguamento dei fondi rischi e dei fondi di spese future;

    3) scritture di rettifica o di storno: a) rilevazione delle rimanenze; b) rilevazione dei risconti attivi e passivi, quali quote di costi e di ricavi che hanno avuto manifestazione finanziaria anticipata ma di competenza dell’esercizio futuro (costi e ricavi sospesi da rinviare); c) rilevazione dei costi e dei ricavi anticipati; d) rilevazione delle quote relative ai costi pluriennali, di ammortamento diretto o in conto e indiretto o fuori conto.

  • ASSET PATRIMONIALE

    Poste attive del bilancio secondo la terminologia contabile anglosassone; comprendono qualsiasi valore in possesso dell’azienda, tangibile o intangibile, che possa, direttamente o indirettamente, essere posto a copertura delle passività. I principali tipi di assets sono i fixed (capital) asset, posta attiva tangibile permanentemente necessaria al processo produttivo e i current (liquid) asset, parte dell’attivo che si esaurisce nel giro di uno o due esercizi o che, comunque, è facilmente liquidabile. Altre nozioni sono frozen asset (qualsiasi bene che entri a far parte dell’attivo di bilancio e che, per motivi di vincolo o di scarsa commerciabilità, sia inalienabile in un tempo determinato), hidden asset (differenza fra il valore contabile e il valore di mercato di una società quando il secondo valore sia superiore al primo; ciò si veri- fica, p.e, nelle more di una rivalutazione dei cespiti patrimoniali), watered asset (attività che in bilancio vengono portate ad un valore superiore a quello reale mediante un artificio che mira all’annacquamento del capitale), net asset (che indica il netto patrimoniale, costituito dal capitale netto, lo share capital e dalle riserve, le reserves). Da distinguere, nell’esame di un bilancio in lingua inglese, sono i total assets dai total net assets.

  • ASSET STRIPPING

    Strategia di acquisire il controllo di un’impresa con l’obiettivo di venderne separatamente le attività (assets) in tutto o in parte o di destinarle a usi diversi da quelli originali per realizzare un guadagno nel giro del breve termine. La strategia può portare alla liquidazione dell’impresa acquistata, oppure alla vendita solo parziale di attività per rimborsare parte di o tutti i debiti dell’impresa, nella convinzione che le attività rimanenti dopo lo stripping avranno un valore significativamente superiore al prezzo di acquisto. Asset stripper è detto il raider che acquisisce una società con questo obiettivo.

  • ASSET-BACKED FINANCING

    Anche: asset-based financing. Espressione americana che indica ogni forma di finanziamento a fronte del quale la garanzia del finanziatore è concentrato su una certa porzione dell’attivo del finanziato, con o senza l’estensione a tutti i beni di questi. L’operazione è regolata con un certo sconto sul valore nominale dei crediti dipendente dalla loro esigibilità ed è di regola strutturata, cioè cartolarizzata con l’emissione di speciali titoli da parte del cessionario. Forme non cartolarizzate con elementi dell’asset-backed financing sono l’anticipazione s.b.f. su ricevute bancarie, la cessione pro soluto di un blocco di crediti a una società di factoring o ad altra finanziaria specializzata. Forme recenti sono le varie specie di prodotti strutturati della cartolarizzazione, in particolare le asset-backed securities, i prodotti collaterizzati e i relativi prodotti derivati (v. anche: consolidamento del credito; securitization).

  • ASSET-BACKED SECURITY (ABS)

    Lett.: titoli appoggiati ad attività. Una ABS è un titolo negoziabile strutturato il cui rendimento e il cui rimborso sono coperti dal cash flow generato da un “pacchetto”, o pool, o portafoglio, specificatamente individuato di attività con caratteristiche omogenee. Il cash flow che copre il fabbisogno per i pagamenti del rendimento e/o del rimborso del capitale dei titoli è detto sottostante o collaterale (amer. collateral). I primi assets utilizzati a copertura di titoli sono stati i mutui ipotecari (USA, 1970), seguiti pochi anni dopo da crediti commerciali. Il compito delle ABS consiste nel trasformare attività poco o punto negoziabili e anche immobilizzate in titoli negoziabili sul mercato. Questo processo di ingegneria finanziaria è denominato securitization, termine tradotto in italiano con “cartolarizzazione” dalla l. 30.4.1999 n. 130. La pratica ha esteso la securitization un po’ a tutti i crediti delle imprese e delle organizzazioni non profit, anche pubbliche. Vengono, p.e., cartolarizzati correntemente mutui ipotecari, prestiti al consumo originati dall’uso di carte di credito, altri prestiti personali compresi quelli ai privati acquirenti di automobili, canoni di leasing, canoni di locazione, royalties, rendite diverse, crediti in bonis e cattivi crediti, commerciali e non, diritti d’autore, debiti e crediti di Stati e di enti pubblici. Noti sono i Bowie bonds, titoli emessi negli USA per cartolarizzare i diritti del cantante David Bowie sulle vendite dei suoi dischi e delle sue cassette e i Brady bonds, emessi nel 1989 er convertire i debiti di Argentina, Messico e Venezuela in titoli negoziabili e che portano il nome del ministro USA che aveva steso il piano di conversione. Nel nostro Paese sono stati cartolarizzati anche i proventi dei giochi del lotto e delle lotterie, i crediti contributivi dell’INPS e dell’INAIL e, da parte della Regione Lazio, i crediti attesi per trasferimenti statali a copertura del disavanzo sanitario. I crediti cartolarizzati possono essere prestiti ammortizzabili, ossia prevedere un regolare piano di rimborso, oppure non ammortizzabili, cioè revolving e tali da non richiedere il rimborso del capitale a una scadenza prefissata, ma solo il regolare pagamento degli interessi.

    1.-Intermediari del processo di emissione di ABS. 1.a) Titolare originario e Special Purpose Vehicle. La formazione del pool, l’emissione e il collocamento di ABS si articola con modalità e con l’intervento di soggetti diversi anche secondo le legislazioni nazionali. Nella sua forma tradizionale la cartolarizzazione comporta il trasferimento di attività o di impegni da un titolare originario (originator; originating istitution: banca e altra organizzazione finanziaria, ma anche enti pubblici previdenziali, enti territoriali ecc.) a un intermediario parte terza (conduit), organizzazione separata appositamente costituita, solitamente denominata “società veicolo”, in sigla SPV dall’amer. special purpose vehicle (detta anche special purpose entity, SPE). A sua volta la SPV emette a fronte del pool titoli, negli USA in forma di bonds, certificates, commercial papers, ma anche finanziamenti sindacati e altro che rappresentano ragioni di credito nei confronti del pool di attività specificamente individuato. Ciò che importa è che la società SPV sia giuridicamente indipendente, nel senso che sia in grado di valutare e di decidere autonomamente l’operazione e che sia veramente special purpose,cioè anche professionalmente specializzata in questo tipo di operazioni. Ciò che si vuole ottenere è creare titoli facilmente negoziabili, se possibile ad alto rating, basati su o derivanti da attività dell’originator che ne garantiscono il servizio, ma in modo tale che i titoli vantano diritti solo su tali attività, non anche verso il titolare. Negli Stati Uniti le SPV sono costituite e intestate spesso a trust non-business (charitable trust). Si dice in tal caso che la SPV è una “società orfana” (orphan company). Il trasferimento può assumere una forma giuridica simile al deposito (procedura pass through), o quella della cessione pro soluto (procedura pay through). Nel primo caso la società SPV procede ai pagamenti agli investitori con la stessa cadenza e con le medesime fluttuazioni del flusso di cassa (le somme che ogni mese vengono incassate sono trasferite pro quota agli investitori, dedotte commissioni e spese). Nel secondo caso i pagamenti agli investitori sono fatti a cadenza regolare contrattualmente stabilita, indipendentemente dall’andamento del cash flow collaterale.

    1.b) Banca-ponte, società di rating, investitori. L’organizzazione di operazioni di securitization è attività tipi a di merchant banking. Nell’organizzazione dell’operazione intervengono uno o più advisors (una banca o altra organizzazione che presta consulenza per lo studio di fattibilità e per la stesura del progetto) e gli arrangers che operano come brokers del collocamento dei titoli. Entrambi possono essere più d’uno e sono di solito banche o filiazioni bancarie. Una banca organizzatrice (detta anche sponsor, o manager, nella sua attività di organizzazione), oltre a prestare consulenza, può rendersi cessionaria dei crediti e operare come banca-ponte (bridge bank) tra l’originator e la SPV, procurando di collocare l’emissione e di fare trading in modo da creare e mantenere un mercato secondario per i titoli emessi. Operando come loan servicer (o servicing agent) la banca può fornire, inoltre, linee di credito (servicer’s advance facility) per dare liquidità al progetto di cartolarizzazione nelle fasi cruciali, in particolare anticipando gli incassi entro un ammontare massimo prestabilito quando i flussi di cassa rivenienti dal portafoglio cartolarizzato non raggiungono per la SPV i minimi contrattualmente predefiniti. La banca può prestare garanzie e strumenti di copertura contro i rischi di cambio e di tasso. Garanzie parziali o totali sono fornite talvolta anche dal titolare originario o da altri soggetti. Questi interventi di credit enhancement sono diretti a migliorare la qualità del collaterale e quindi il rating delle ABS. Se cessionario è una banca (se cioè le attività non sono trasferite direttamente alla SPV), questa emette speciali titoli (credit linked notes) che sono ceduti a società SPV che a loro volta finanzieranno l’acquisto col collocamento di loro obbligazioni o di altri strumenti finanziari. Altra figura che entra nel processo sono le agenzie di rating che valutano i rischi dell’operazione e attribuiscono ai titoli un giudizio sintetico, il rating. Le tre società di rating operanti a livello mondiale sono Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch (che ha acquisito di recente il controllo della quarta societàdi rating Duff & Phelps). Infine l’operazione si chiude col collocamento delle obbligazioni sul mercato, presso investitori istituzionali e risparmiatori. Per facilitare l’accesso dei risparmiatori le ABS, se hanno i requisiti richiesti, sono quotati in borsa (nel nostro Paese all’EuroMOT di Borsa Italiana spa). Una banca può, dunque, entrare nella securitization come organizzatore adviser e arranger, cessionario, originator, banca-ponte servicer, investitore.

    2.-Le origini delle ABS. Le ABS sono una forma abbastanza nuova di titoli diffusasi prima negli USA e, di recente, in Europa e in Estremo Oriente. Negli Stati Uniti essi hanno preso avvio agli inizi degli anni Settanta per impulso del Governo in favore dell’edilizia residenziale e l’emissione di mortgage backed securities. Vennero costituite, con atto del Congresso, due organizzazioni per creare un mercato secondario ai mutui ipotecari (mortgages) mediante la cartolarizzazione: la GNMA (le si deve la prima cartolarizzazione di mutui ipotecari nel 1970) e la FHLMC. Altra organizzazione legata al Governo federale e attiva nella cartolarizzazione dei mutui è la FNMA, costituita come agenzia governativa nel 1938 e oggi trasformata in società di diritto privato. Peraltro qualcosa di simile alle mortgage backed securities già esisteva in Europa da duecento anni con le Pfandbriefe tedesche, omologo delle cartelle di credito fondiario emesse in Italia fino al gennaio 1976. La prima operazione di securitization di crediti commerciali è stata compiuta per contratti di leasing nel 1975 dalla Sperry Corporation. La diffusione fuori degli USA è avvenuta a partire dalla metà degli anni Ottanta. Nel nostro Paese le ABS sono comparsi sporadicamente come contratto atipico a partire dal 1994 e hanno avuto una disciplina generale con la l. 1999/130. Un precedente provvedimento per la cartolarizzazione dei crediti dell’INPS (l’art. 13 della l. 23.12.1998 n.448) ha avuto attuazione dopo la l.1999/130 con la l. 5.11.1999 n.402.

    3.-Specie di ABS. Negli Stati Uniti si distingue tra titoli emessi a fronte di prestiti ipotecari, le mortgage-backed securities, in sigla MBS, a loro volta distinti in residential (RMBS) e commercial (CMBS) da tutti gli altri titoli, cui è propriamente riservata la denominazione di asset-backed securities. Fuori degli Stati Uniti quest’ultima denominazione indica generalmente tutti i titoli nascenti da qualsiasi operazione di securitization. L’uso americano denomina inoltre asset-backed commercial papers (ABCP) i titoli a breve termine (tipicamente a 90-180 giorni) backed da crediti commerciali. I certificates for automobile receivable (CAR) hanno invece come sottostante i prestiti erogati a privati per finanziare l’acquisto di automobili. Una distinzione ulteriore viene fatta tra le ABS secondo che siano coperte da un sottostante composto da crediti a loro volta non cartolari (per le quali si parla di cartolarizzazione in senso stretto) piuttosto che cartolari (p.e. obbligazioni). In questo secondo caso di parla di repackaging. Pratica corrente negli Stati Uniti è di migliorare (parzialmente) il rating dei titoli emessi con la senior/subordinated structure (detta anche A/B structure). Questa consiste nella divisione del collaterale in distinti flussi cui corrispondono altrettante tranches di titoli con una classe (class) senior (o A) e una subordinata junior (o B; possono esserci più classi su- bordinate B, C, D ecc.) il cui compito è quello di costituire come uno strato protettivo per la classe A. La classe A resterà indenne, a meno che le perdite non eccederanno l’ammontare delle tranches subordinate. Lo stesso risultato può essere ottenuto strutturando i titoli backed in tranches con diverse scadenze ripartite nei termini di tempo dell’operazione di cartolarizzazione. L’insieme di titoli ripartito in tranches correlate a diversi separati flussi di cassa del collaterale sono detti collateralized obligations. Si distinguono, in particolare, collateralized mortgage obligation (CMO), collateralized bond obligation (CBO), collateralized loan obligation (CLO), collateralized debt obligation (CDO). Altro strumento finanziario strutturato statunitense sono i real estate mortgage investment conduit (REMIC) che più propriamente è un veicolo introdotto nel 1987 in seguito a una modificazione della normativa fiscale (Tax Reform Act of 1986) che assicura un trattamento tributario favorevole per gli emittenti e gli investitori. Per estensione REMIC denomina titoli strutturati il cui sottostante è composto di MBS. Oltre a strumenti strutturati, si hanno anche strumenti derivati: le stripped mortgage backed securities (SMBS), le planned amortization class (PAC) e le targeted amortization class (TAC).

    4.-Utilità delle ABS. Le ABS rientrano nell’attività di asset-backed financing, che indica ogni forma di finanziamento nel quale il credito del finanziatore è concentrato su una certa porzione dell’attivo del finanziato (tali sono, in generale, il factoring e le anticipazioni bancarie su titoli, effetti e ricevute), con o senza l’estensione a tutti i beni di questi. La ragione del successo delle ABS è che essi sono un buon strumento di corporate finance, in quanto permettono di smobilizzare grandi masse di crediti capaci nell’insieme di produrre un certo flusso pluriennale di cassa e, nello stesso tempo, offrono all’investitore un buon rendimento, non disgiunto però da rischi. I crediti che rientrano in un’operazione di securitization possono essere crediti di difficile smobilizzo o in sofferenza che vengono ceduti con l’applicazione di un abbattimento spesso elevato sul valore nominale a profitto di specialisti o di fondi-avvoltoio. Nonostante ciò l’operazione apporta al cedente il beneficio di far cassa e di liberarsi nel contempo di attività di gestione costosa, di migliorare il ROE e gli altri indici economico finanziari e di aumentare capacità di credito e credibilità sul mercato. Per le banche e gli altri intermediari finanziari la cartolarizzazione permette di migliorare i ratios imposti dalle norme di vigilanza prudenziale.

    5.-Normativa di vigilanza. Le ABS sono strumenti finanziari sottoposti alla normativa del TUF e del TUBC. Per le banche l’art. 58, c. 1 e 2 TUBC sottopone alle istruzioni della Banca d’Italia le cessioni a banche di aziende, rami d’azienda, beni e rapporti giuridici individuali in blocco e prevede l’autorizzazione della Banca d’Italia per le operazioni di maggior rilevanza (cioè quando la somma delle attività e delle passività cedute supera il 10% del patrimonio di vigilanza della banca cessionaria). La normativa di vigilanza a questo riguardo è contenuta nel Tit. III, cap. 5 delle Istruzioni della Banca d’Italia. Il Tit. IV, cap. 2, § 2.5 regola la cartolarizzazione da parte delle banche di propri crediti, prescrivendo l’obbligo di informazione della struttura tecnico-giuridica delle operazioni e di ogni altro elemento utile che consenta alla Vigilanza di valutare se e in quale misura l’operazione comporti un effettivo trasferimento di rischi su altri soggetti. Il Tit. IV, cap 2, § 3.3 (terzo aggiornamento alle Istruzioni in applicazione della direttiva 98/32/CE in base alla legge comunitaria 21.1.1999 n. 526) sono state disciplinate le MBS. Infine, nel marzo 2000 è stato disciplinato il trattamento prudenziale da applicare alle asset-backed securities in generale e in relazione al grado di subordinazione (in Bollettino di Vigilanza, n. 3, marzo 2000, pag. 4 sgg.). Le emissioni di valori mobiliari connesse a operazioni di cartolarizzazione e di repackaging, qualunque sia il soggetto emittente, sono soggetti a obbligo di informazione alla Banca d’Italia (art. 129 TUBC), che può differire o vietare le operazioni che possono compromettere la stabilità e l’efficienza del mercato dei valori mobiliari. Per questa e per le altre disposizioni in materia v. Istruzioni, Tit. IX, cap. 1. Particolari disposizioni, agli effetti della vigilanza, per le società di cartolarizzazione, per gli incaricati della riscossione di crediti cartolarizzati e per i titoli derivanti da cartolarizzazione sono state emanate nell’agosto 2000 (in Bollettino di Vigilanza, n. 3, agosto 2000). Per quanto riguarda la Consob sono da ricordare la delibera n. 11971 del 14 maggio 1999, che approva il Regolamento di attuazione del TUF concernente la disciplina degli emittenti (succ. modif. con delibera n. 12475 del 6 aprile 2000 e n. 13086 del 18 aprile 2001) e la delibera n.12175 del 2.11.1999, che approva il Regolamento di attuazione dell`art. 2, co. 5 l. 1999/ 130 in materia di operatori incaricati di svolgere la valutazione del merito di credito nelle operazioni di cartolarizzazione dei crediti. È da ricordare infine il secondo progetto di Nuovo accordo sui requisiti patrimoniali pubblicato il 31.5.2001 dal Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria, che dovrebbe sostituire nel 2004 l’Accordo in vigore del 1988. A differenza di quest’ultimo e della prima bozza di nuovo accordo stesa nel 1999, l’attuale progetto considera ampiamente la posizione delle banche nel processo di cartolarizzazione come banca cedente, organizzatrice e investitrice rispetto ai requisiti patrimoniali minimi. La Borsa Italiana spa ha disciplinato, da ultimo, le quotazioni e la contrattazione delle ABS italiane ed estere nel suo Regolamento dei mercati organizzati e gestiti dalla Borsa Italiana spa. Sono ammissibili alla quotazione l’intera emissione o singole sue tranches.

    6.-Sulla base delle nuove disposizioni del Regolamento dei mercati organizzati e gestiti dalla Borsa Italiana, le ABS emesse a fronte di operazioni di securitization vengono trattate nel mercato telematico delle euro-obbligazioni (EuroMOT), secondo le modalità della negoziazione continua. Per l’ammissione alla quotazione, allo scopo principale di tutelare i sottoscrittori, sono previsti taluni requisiti con riferimento agli SPV emittenti, alle stesse ABS e alle informazioni che devono essere fornite al mercato. L’emittente, in particolare, deve avere per oggetto esclusivo la realizzazione di una o più operazioni di cartolarizzazione, al fine di garantire la separatezza patrimoniale, e sottoporre il proprio bilancio a revisione contabile (v. special purpose vehicle; principio di separatezza). Per garantire liquidità al mercato, il Regolamento prevede un ammontare minimo in circolazione, pari a 100 miliardi di lire, l’assegnazione del rating da parte di un’agenzia specializzata, e una adeguata diffusione tra il pubblico o presso investitori professionali. Gli emittenti sono tenuti, infine, a comunicare alla Borsa Italiana tutti i rating a cui l’emissione è assoggettata e gli eventuali cambiamenti intervenuti nel piano di ammortamento e nei gradi di subordinazione tra tranche e l’eventuale coefficiente di rettifica del valore nominale della tranche (pool factor).

  • ASSICREDITO

    Abbr. di: Associazione Sindacale fra le Aziende di Credito. Costituita nel 1947 con sede in Roma con la missione di tutelare, nei rapporti di lavoro e in materia sociale, gli interessi delle aziende di credito, finanziarie e di quelle che esplicano attività funzionali all’intermediazione finanziaria. Oltre a stipulare accordi e contratti collettivi di lavoro con le Organizzazioni sindacali dei lavoratori svolgeva tutti gli altri compiti istituzionali propri delle più importanti Centrali sindacali dei datori di lavoro. Veniva consultata in sedi parlamentari e governative sulle questioni di politica sociale ed economica o su proposte legislative relative alla materia del lavoro ed era presente nel Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro; collaborava sia con gli organi decisionali centrali sia con quelli periferici dell’INPS. Sul piano internazionale, era tra gli organismi fondatori del Comité de Liaison pour les Affaires Sociales (costituito nel 1958), al quale partecipano tutte le Associazioni imprenditoriali europee del settore al fine di coordinare la politica sociale nelle Aziende di credito della Comunità. Nei confronti delle aziende associate svolge un’articolata attività di consulenza ed assistenza, anche relativamente alle controversie di lavoro collettive ed individuali. Nel 1967 è stata fusa per incorporazione dell’ABI, che è succeduta nei suoi rapporti e nei suoi compiti.

  • ASSICURAZIONE

    Contratto tipicamente aleatorio mediante il quale un soggetto, detto assicuratore, si obbliga, contro il pagamento di un corrispettivo, che viene chiamato premio, a rivalere un altro soggetto, detto assicurato, dei danni che possano derivargli da un determinato sinistro, ovvero a corrispondere una somma di danaro in seguito al verificarsi di un evento naturale inerente alla vita umana. La causa contrattuale consiste, quindi, nel trasferimento di un’alea che viene assunta dall’assicuratore in base ad un calcolo di probabilità fondato sul criterio della ripartizione dei rischi statisticamente considerati. Il rischio che viene assicurato costituisce l’elemento essenziale del contratto tanto che la sua mancanza, ovvero la sicurezza assoluta del suo verificarsi, determina la nullità del negozio; mentre la cessazione del rischio produce lo scioglimento del rapporto e l’inesatta conoscenza da parte del l’assicuratore può essere causa di annullamento, di risoluzione o di rettifica del contratto. Questo deve essere provato per iscritto e, normalmente, viene stipulato mediante la sottoscrizione di moduli a stampa, predisposti dall’assicuratore, costituenti parte integrante della polizza, che deve essere consegnata all’assicurato debitamente sottoscritta. In alcuni casi la polizza è considerata dalla legge come un vero e proprio titolo di credito, all’ordine o al portatore, e soggiace, quindi, alle regole proprie di tale categoria di documenti, in particolare per quanto concerne la circolazione e l’ammortamento. Il contratto può essere stipulato anche in nome altrui, per conto altrui o per conto di chi spetta. Nel primo caso il contraente è obbligato nei confronti dell’assicuratore fino a quando l’interessato non abbia ratificato il contratto, mediante una manifestazione di volontà che può essere espressa in qualsiasi momento. Negli altri due casi, a parte l’obbligazione del contraente verso l’assicuratore, quanto meno per quelle prestazioni che non siano esclusive dell’assicurato, vige la regola che il contraente, ancorché in possesso della polizza, non può far valere i diritti che spettano all’assicurato senza il suo consenso. Inoltre, i crediti del contraente verso l’assicurato per il rimborso di premi e spese del contratto hanno privilegio sulle somme dovute a quest’ultimo dall’assicuratore. I sinistri causati da dolo o colpa grave dell’assicurato non obbligano l’assicuratore al risarcimento del danno, salvo patto contrario per le ipotesi di colpa grave e nei casi di dolo o colpa grave di persone dipendenti dall’assicurato, e a parte l’ipotesi in cui i sinistri derivino da atti compiuti per dovere di solidarietà ovvero per la tutela di interessi comuni all’assicuratore. Le variazioni dell’entità del rischio possono dare luogo a diminuzione od aumento del premio, ovvero a recesso dal contratto da parte dell’assicuratore. Il mancato pagamento del premio dà luogo alla sospensione dell’assicurazione secondo tempi e modalità stabiliti dalla legge o dalle parti. L’assicurazione si suddivide nei due grandi rami dell’assicurazione contro danni e dell’assicurazione sulla vita. Attesa la particolare importanza dell’istituto, soprattutto in considerazione dell’imponenza dei mezzi economici necessari per fronteggiare la massa dei rischi, la legge dispone che l’attività assicurativa può essere esercitata soltanto dalle mutue assicuratrici e da società per azioni, le quali sono soggette ad autorizzazioni e controlli da parte del Ministero dell’economia e delle finanze (fino al 2001 da parte del Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato) e dell’ISVAP e all’osservanza di speciali norme di legge, che stabiliscono l’ammontare del capitale e riserve e le modalità della gestione. Fanno parte della categoria dell’assicurazione le assicurazioni sociali, rese obbligatorie dalla legge, che sono dirette a sollevare il lavoratore dallo stato di bisogno in cui può trovarsi in conseguenza dell’attività lavorativa espletata (v. previdenza sociale). Le peculiari caratteristiche di tali assicurazioni, che le distinguono dal contratto di diritto privato, consistono nel fatto che l’assicuratore è sempre un ente pubblico (INAM, INPS, INAIL ecc.), che il rapporto ha la sua fonte nella legge e non nella volontà delle parti e che, di norma, la persona dell’assicurato è distinta da quella del soggetto obbligato a versare il premio.

  • ASSICURAZIONE (Enciclopedia)

    (Si veda anche voce del Dizionario: Assicurazione)
    Considerato che il mercato in cui gli agenti economici si trovano ad operare è privo di quelle certezze che permetterebbero di determinare ex ante i risultati sicuramente ottenibili da una qualsiasi operazione di tipo finanziario, da un'analisi approfondita degli eventi si può dedurre che ogni decisione economica contenga un elemento di rischio. Pertanto dato che il rischio costituisce una componente imprescindibile in ogni sistema economico, risulta necessario adottare comportamenti che permettano di premunirsi di fronte ad eventi che, benché poco probabili, potrebbero provocare gravi conseguenze. Il primo passo è individuare il rischio, per poi effettuarne una valutazione (sulla base del grado di avversione), decidere riguardo alla sua esposizione o meno e, nel caso in cui la risposta sia negativa, trovare il modo di evitarlo, oppure controllarlo, oppure trasferirlo ad un altro soggetto.
    Evitare, controllare o trasferire il rischio sono le tre modalità per la sua gestione. La terza modalità rappresenta quella da cui origina la nascita dell’ impresa di assicurazione, attraverso la quale e per mezzo di un relativo accordo si trasferisce a un soggetto terzo il rischio di cui non ci si vuole far carico. Il soggetto terzo che assume il rischio è l’impresa di assicurazione che si impegna, dietro pagamento di un premio1, a risarcire i danni subiti in seguito al verificarsi dell'evento previsto nel contratto assicurativo. Tramite il ricorso all'assicurazione è possibile trasformare una situazione a rischio in una situazione di certezza.
    Il principio cardine del meccanismo assicurativo consiste nel riunire più soggetti che hanno rischi omogenei con lo scopo di ridurre la probabilità che si verifichino danni o perdite consistenti a fronte della maggior probabilità di dover sostenere esborsi di importo molto più limitato. La necessità di avere un numero sempre più elevato di soggetti esposti ad un rischio omogeneo e che intendano assicurarsi, è di facile comprensione dato che il meccanismo assicurativo funziona grazie alla nota "legge dei grandi numeri": aumentando i soggetti che assicurano rischi omogenei e non correlati è possibile, dato il pagamento di un premio da parte di ognuno, rimborsare coloro per i quali l'evento rischioso si verifica e far conseguire un utile a colui che gestisce i rischi. All’aumentare tuttavia del numero degli assicurati aumentano le difficoltà di gestione, data la complessità/difficoltà di avere una completa conoscenza di ogni individuo che ha intenzione di coprirsi dal rischio tramite la stipula di un contratto assicurativo. E’ evidente quindi la necessità di affidare a soggetti specializzati, gli intermediari assicurativi, l’attività di gestione dei rischi di terzi.
    Per un’impresa assicurativa è necessario che sia rispettato il vincolo di "equilibrio economico finanziario", in base al quale i premi incassati devono essere sufficienti a coprire i costi dei risarcimenti nonché i costi di gestione e quindi generare una remunerazione adeguata al capitale investito nell'impresa dagli azionisti. Peculiare è l'acquisizione dei premi preposta al pagamento delle prestazioni. Nelle imprese di assicurazione si verifica la c.d inversione del ciclo economico: l'impresa incassa i ricavi prima ancora di sostenere e conoscere l'esatto importo dei costi2. L'attività di una impresa di assicurazioni si sviluppa secondo tali direttive :
    a) quantificare i premi sulla base di ipotesi relative alle probabilità di accadimento degli eventi contro i quali sono state stimate le polizze, all'entità delle prestazioni finali e alla consistenza dei costi di gestione;
    b) accantonare una parte delle somme a riserva al fine di fronteggiare oneri futuri;
    c) gestire le somme a riserva in attività che ne mantengano il valore nel tempo attraverso un rendimento seppur minimo;
    d) elaborare appropriate tecniche di gestione al fine di poter individuare tutti i rischi a cui l'assicurazione fa fronte, considerata la particolarità delle imprese di assicurazione di avere ricavi certi e costi incerti.
    Nelle assicurazioni si distingue la gestione tecnica-assicurativa da quella finanziaria. Nella gestione tecnica esperti valutano diversi campioni per poter poi definire le varie classi di rischio e permettere che l'attività assicurativa venga svolta al meglio, determinando il valore dei premi, la tipologia di distribuzione delle polizze e la costituzione del "portafoglio rischi" e provvedendo alla gestione dei sinistri e alla liquidazione dei risarcimenti.
    La gestione finanziaria consiste nell’amministrazione delle disponibilità finanziarie acquisite attraverso i premi, sia per la gestione corrente della liquidità (pagamenti, costi operativi, prestazioni liquidate nell'esercizio; con l'obiettivo di mantenere l’equilibrio tra le disponibilità liquide e gli impegni che l'impresa deve onorare nel breve termine) sia per la gestione degli investimenti reali e finanziari effettuati con i mezzi propri o le riserve, con l’obiettivo di assicurare la solvibilità dell'impresa nel tempo.
    Secondo alcuni studiosi3 per quanto attiene al controllo e alla gestione dei rischi (rischi che corrispondono perlopiù a quelli stessi degli intermediari bancari) le compagnie d'assicurazione possono assumere gli stessi modelli di riferimento che vengono utilizzati nel mondo bancario.
    Capacità fondamentale di una impresa assicurativa è formulare previsioni corrette sulla base delle quali calcolare i premi che devono essere in grado di coprire i costi dei risarcimenti e le spese di gestione, nonché garantire un utile a colui che ha intrapreso tale attività assicurativa. Il premio pagato si compone di due elementi: uno denominato "premio puro"4, che serve a far fronte esclusivamente alle prestazioni assicurative, l'altro caratterizzato dai "caricamenti" ossia da quella parte dei premi che servono alla copertura delle spese di gestione e alla generazione di un utile per gli assicuratori.
    Per un’analisi efficace del rischio, e dunque del premio da applicare, occorre innanzitutto studiare un campione sul quale stimare le probabilità di accadimento, e poi calcolare la probabilità del verificarsi di ampi scostamenti tra quanto stimato e quanto si verifica nella realtà. Caratteristiche essenziali per l'assicurabilità dei rischi sono:
    a) elevata numerosità dei soggetti esposti al medesimo rischio;
    b) misurabilità del rischio: per poter definire il premio per il trasferimento di un rischio bisogna conoscerne la probabilità di accadimento e l'entità media della perdita da questo eventualmente generata;
    c) omogeneità e indipendenza dei rischi assicurati: due rischi per poter essere assicurati devono essere non correlati tra loro;
    d) indipendenza delle probabilità di accadimento dell'evento rischioso dal comportamento dell’assicurato (moral hazard);
    e) natura non speculativa del rischio: si possono assicurare infatti solo quei rischi che comportino, nel caso si verifichino, degli svantaggi economici al soggetto interessato.
    Le informazioni nell’attività assicurativa sono fondamentali e alla base di ogni decisione. Per fronteggiare i problemi di selezione avversa e azzardo morale le assicurazioni possono cercare di conoscere in maniera più approfondita i comportamenti degli assicurati e ricorrere a misure che consentano di contrastare e di disincentivare questi stessi fenomeni.
    A tal riguardo occorre che l'impresa di assicurazione si doti di un adeguato sistema informativo, che riscontra notevoli punti di contatto con il sistema informativo di un intermediario bancario, anch'esso volto a risolvere e/o minimizzare le conseguenze derivanti dalla selezione avversa e dall’azzardo morale, risultando pertanto possibili economie di scala dall’unificazione dei due comparti5.
    La gestione dei rischi rappresenta una funzione sempre più rilevante per le imprese di assicurazione. La capacità di gestire rischi, in modo da contenere al minimo gli squilibri economici e finanziari permettendo sempre la solvibilità nei confronti degli assicurati, costituisce il punto sostanziale su cui si fonda la gestione di un'impresa di assicurazione.
    Il rischio assicurativo attiene principalmente alla gestione tecnico/assicurativa e riguarda l'eventualità che i premi raccolti non siano sufficienti a far fronte alle prestazioni assicurate: rischio di sottotariffazione, rischio di insufficienza di riserve tecniche. Quest'ultimo presuppone che alla data di stipula della polizza almeno uno dei seguenti punti sia aleatorio:
    a) il manifestarsi dell’evento;
    b) il momento in cui l’evento si verificherà;
    c) l’impatto economico per l’assicuratore.
    Il rischio che qualifica il contratto come "assicurativo"6 deve essere, inoltre, un rischio preesistente che viene trasferito dall’assicurato all’assicuratore e, quindi, deve sussistere indipendentemente dall’esistenza del contratto. Tale rischio è significativo se e solo se il verificarsi dell’evento assicurato potrebbe condurre l’assicuratore a pagare significativi benefici addizionali definiti come gli importi che eccedono quelli che si pagherebbero nel caso in cui l’evento assicurato non si verificasse, al netto delle penalità di riscatto, costi di servizi futuri e possibili recuperi riassicurativi.
    Diverso dal rischio assicurativo è il rischio operativo. Quest’ultimo è legato al non corretto funzionamento delle procedure operative interne delle imprese di assicurazione ovvero a comportamenti scorretti o a frodi degli assicurati.
    I rischi nella gestione finanziaria sono invece connessi alla eventualità che il controvalore delle attività detenute in portafoglio sia insufficiente al momento dell'erogazione delle prestazioni a favore degli assicurati. Il rischio finanziario è diverso dal rischio assicurativo e si presenta ogni volta che l’impresa di assicurazione assume un rischio di credito, un rischio di mercato, un rischio di cambio, un rischio di variazione prezzo/indice di titoli o merci7.
    La gestione dei rischi finanziari non presenta elementi peculiari rispetto a quella attuata da qualsiasi altro intermediario finanziario, quale ad esempio una banca. Le possibili tecniche di gestione dei rischi possono essere le seguenti:
    a) tecniche di gestione integrata dell'attivo e del passivo di bilancio;
    b) tecniche di copertura dei rischi attraverso i derivati;
    c) tecniche di gestione che permettano all'impresa di riequilibrare la composizione dei rischi in portafoglio per ridurre la probabilità che un determinato evento possa causare risarcimenti tali da metterne in pericolo la stabilità8.
    La fase di distribuzione dei prodotti assicurativi viene a comporsi di tutte le azioni necessarie affinché i prodotti assicurativi possano essere acquisiti e sottoscritti dalla clientela. Canali di distribuzione sono gli agenti, i broker, gli sportelli bancari, il canale diretto, il canale telefonico ed internet.
    Gli agenti operano in rappresentanza dell'impresa stipulando coperture per proprio conto e incassando le somme relative alle coperture vendute e rilasciando i relativi contratti assicurativi. La loro remunerazione si basa su provvigioni legate ai volumi di premi raccolti e in funzione delle diverse tipologie di coperture assicurative distribuite. I broker operano come mediatori autonomi tra imprese di assicurazioni e i loro clienti rimanendo non vincolati da alcun accordo con le imprese e ricercando per i loro clienti le coperture più idonee alle loro esigenze assicurative. La distribuzione attraverso gli sportelli bancari rappresenta un fenomeno recente, motivato dall'esigenza avvertita da queste due tipologie di intermediari di contenere i costi distributivi, attuare strategie di vendita congiunta offrendo una gamma completa di prodotti volta a soddisfare tutte le esigenze finanziarie del cliente e favorire l' attività di cross-selling9. I prodotti assicurativi distribuiti tramite gli sportelli bancari sono prodotti standardizzati appartenenti perlopiù al ramo vita, quali le polizze index e unit linked, a cui si affiancano le coperture Rc auto e quelle caso morte collegate al rimborso di mutui ipotecari. Tale canale permette di sfruttare rapporti di clientela già acquisiti dalle banche e consente un risparmio alle imprese di assicurazioni, date le minori provvigioni riconosciute alle banche rispetto a quelle degli agenti o broker.
    Il canale diretto è rappresentato dai dipendenti stessi delle imprese di assicurazione e sempre più vede espandersi l'uso del canale telefonico e/o Internet che concerne perlopiù prodotti standardizzati del ramo danni quali le coperture Rc auto.
    Tra i prodotti che una impresa di assicurazioni può commercializzare è d'uopo innanzitutto distinguere tra eventi assicurabili a seconda che essi siano riconducibili alla durata della vita umana o a tutte le altre circostanze che possono riguardare un soggetto. Nel primo caso si parla di polizze vita, nel secondo caso di polizze danni a cose e persone. L'attività assicurativa si divide dunque in due rami10: il ramo vita e il ramo danni.
    ---------------------------------------------------------------------------
    1Il premio pagato non va considerato come corrispettivo per un futuro rimborso a cui si ha diritto bensì rappresenta il prezzo di una prestazione che è solo eventuale e che si concretizza solo qualora l'evento temuto si verifichi.
    2Percorrendo un parallelismo con gli intermediari bancari che hanno un ciclo economico opposto a quello degli intermediari assicurativi una combinazione dei due bilanci, quello bancario, ove si ha una più lunga duration sulle attività, e quello assicurativo, che ha invece una più lunga duration sulle passività, comporta dei sicuri vantaggi in termini di ALM (Asset & Liabilities Management), Cfr. Roberto Ruozi (2004) "Economia e gestione della banca", Egea editrice.
    3Cfr. Roberto Ruozi (2004) "Economia e gestione della banca", Egea editrice.
    4Un esempio della determinazione di un premio puro può essere fatto assumendo di voler assicurare 1000 autovetture ove la frequenza media annua dei sinistri sia del 10% con un costo medio di risarcimento pari a € 800, il fabbisogno dell'impresa d'assicurazione per garantire la copertura a tutti gli assicurati è di 800 moltiplicato 100 dunque 80.000; il premio sarà pari a 80.000 diviso 1000 ossia 80 euro.
    5I conglomerati finanziari, risultato dell'integrazione tra banche e compagnie di assicurazione, sono in grado, con sistemi informativi integrati, di disporre di una operatività completa per gestire il rapporto con il cliente fornendogli prodotti bancari e assicurativi vicini alle sue esigenze.
    6Un contratto è definito come assicurativo se attraverso tale contratto una delle parti (l’assicuratore) si assume un significativo rischio assicurativo convenendo di indennizzare un’altra parte (l’assicurato) nel caso in cui uno specifico evento incerto abbia degli effetti negativi sull’assicurato.
    7In generale, le imprese del ramo danni sono maggiormente esposte al rischio assicurativo mentre le imprese del ramo vita sono maggiormente esposte al rischio finanziario.
    8In tale fattispecie per una più approfondita analisi si rimanda alle tecniche di "riassicurazione".
    9Per cross selling s’intende la vendita, da parte della banca e/o dell’assicurazione, di servizi costituiti da più prodotti sovrapposti: sono esempi di questo tipo i mutui sugli immobili con inclusa la polizza assicurativa per gli stessi.
    10Si intende con il termine "ramo" il raggruppamento di rischi su base om.
    Bibliografia
    Desiderio L., Molle G. (2005) "Manuale di diritto bancario e dell'intermediazione finanziaria", Giuffrè editore.
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    Locatelli R., Morpurgo C., Zanette A. (2002) "L'integrazione tra banche e compagnie di assicurazione e il modello dei conglomerati finanziari in Europa", Enaudi editore.
    Patroni Griffi e Ricolfi. (1997) "La distribuzione bancaria di prodotti assicurativi in banche ed assicurazioni fra cooperazione e concorrenza", Giuffrè editore.
    Quagliariello M. (2001) "I rapporti tra banche e assicurazioni in Italia e in Europa: aspetti empirici e problemi di regolamentazione", Luiss University Press.
    Quagliariello M. (2003) "La bancassicurazione: profili operativi e scelte regolamentari", Luiss University Press.
    Ruozi R. (2004) "Economia e gestione della banca", Egea editrice.

    © 2009 ASSONEBB

  • ASSICURAZIONE CONTRO DANNI

    Contratto con il quale l’assicuratore, dietro pagamento di un premio, si obbliga a tenere indenne l’assicurato, entro i limiti convenuti, del danno ad esso prodotto da un sinistro. Rientra in tale vasta accezione tutta una serie di contratti assicurativi ai quali corrispondono altrettanti rami dell’attività assicurativa, in genere individuati a seconda dell’evento dedotto nel contratto. Fanno, così, parte del contratto di assicurazione contro i danni le assicurazioni contro i furti, contro la grandine e contro gli incendi, l’assicurazione della responsabilità civile, l’assicurazione contro gli infortuni ecc. Il principio fondamentale che regola il rapporto è che il sinistro e il correlativo indennizzo incidano nella sfera patrimoniale dell’assicurato nei limiti del valore della cosa e della perdita che ne è derivata. Pertanto non v’è interesse all’assicurazione se non sussiste all’inizio, o se viene meno nel corso del rapporto, la relazione fra l’assicurato e l’evento, tale da non potersi rapportare il danno al patrimonio dell’assicurato stesso; né l’assicurazione può essere contratta per somma eccedente il valore del bene assicurato. In ogni caso, al verificarsi del sinistro dedotto nel contratto, l’assicuratore è tenuto ad erogare all’assicurato soltanto una somma di danaro equivalente, e non superiore, al danno da questi effettivamente subìto per effetto del verificarsi dell’evento. Il danno è in genere liquidato in rapporto all’incidenza di esso sul totale del valore assicurato (clausole della “proporzionale”), a meno che non sia stata inserita la clausola di “primo sinistro assoluto”, nel qual caso la liquidazione è regolata in base a un certo ammontare. t questa la c.d. funzione indennizzatrice del contratto di assicurazione contro i danni, diretta, da un lato, a garantire il ristoro del danno subito dall’assicurato e, dall’altro, ad evitare che il sinistro si risolva nella realizzazione di un lucro da parte di quest’ultimo. In caso di coassicurazione, cioè quando l’assicurazione del medesimo rischio sia ripartita tra più assicuratori per quote determinate, ciascun assicuratore è obbligato a versare l’indennità solo in proporzione della rispettiva quota.

  • ASSICURAZIONE DEI CREDITI

    Attività del ramo crediti delle imprese assicurative, che rientra nel ramo danni. In base alle disposizioni del 1979 del Ministero dell’Industria l’assicurazione dei crediti può essere concessa soloa fronte di crediti di natura commerciale, derivanti da vendite a rate e da contratti di leasing, e di crediti ipotecari e agevolati assistiti da garanzia reale: non è invece possibile effettuare assicurazione di crediti di natura finanziaria. Questa forma di assicurazione presenta riflessi sul merito di credito dell’impresa che ne fa uso. Infatti, se l’impresa beneficia della copertura assicurativa delle perdite eventualmente subite sui propri crediti commerciali, ciò garantisce alla banca erogante un contenimento delle possibili perdite imputabili a insolvenza del debitore dovute a perdite relative alla sua attività commerciale. La copertura assicurativa è generalmente ari al 70-80% del valore del credito. Le compagnie di assicurazione effettuano selezioni e controlli sulle caratteristiche del portafoglio clienti dell’assicurato secondo procedure del tutto simili a quelle dell’istruttoria di fido condotta dalle banche. Una particolare forma di assicurazione dei prestiti è prevista per i finanziamenti all’esportazione ed è effettuata dalla SACE.

  • ASSICURAZIONE DEI CREDITI ALL'ESPORTAZIONE

    Misura di sostegno a cui gli esportatori ricorrono per coprirsi da vari tipi di rischi connessi alle transazioni internazionali. In Italia opera a tal fine la SACE, istituita dalla legge Ossola 24.5.1977 n. 227, autorizzata ad assumere in assicurazione e riassicurazione le garanzie sui rischi di carattere politico, economico, catastrofico, commerciale e di cambio. I rischi coperti sono individuati in dettaglio dall’art. 14 della legge stessa: essi includono la mancata riscossione, il mancato ritiro delle merci, la sospensione e la revoca di una commessa, difficoltà nei trasferimenti valutari, la distruzione o il danneggiamento delle merci, dovuti a eventi bellici, catastrofici, ma anche moratorie nei pagamenti, nazionalizzazioni o altri provvedimenti di carattere politico; includono l’insolvenza del debitore e il rischio di cambio e si estendono anche a determinati aumenti di costo nel caso di contratto con la clausola “prezzo fisso” e al mancato o incompleto ammortamento dell’onere sostenuto per campagne promozionali. L’operatore con l’estero può scegliere i rischi contro i quali assicurarsi. Le operazioni assicurabili comprendono le esportazioni di beni e servizi, l’esecuzione di lavori all’estero, gli investimenti diretti, il finanziamento, il leasing ecc. (artt. 15 e 16). Inoltre la SACE è autorizzata a concedere garanzia per i crediti concessi da istituti e banche estere a beneficiari di altri paesi esteri, purché tali crediti siano destinati al pagamento di esportazioni italiane o attività a esse collegate, esecuzione di studi, progettazioni e lavori, prestazione di servizi all’estero da parte di imprese nazionali. La copertura assicurativa è estesa anche al rischio di cambio per gli esportatori nel periodo intercorrente tra la presentazione dell’offerta e l’aggiudicazione della commessa, e alle operazioni di project financing destinate ai paesi a rischio. Per quanto riguarda le risorse, la SACE offre assicurazioni e riassicurazioni entro due massimali: il primo per operazioni con pagamento dilazionato di durata non superiore a 24 mesi (breve termine) con carattere rotativo; il secondo, per operazioni con dilazioni superiori a 24 mesi, stabilito annualmente con la legge di bilancio dello Stato, utilizzabile fino a esaurimento nel corso dell’esercizio. Inoltre è stato creato un Fondo rotativo per crediti legati ad accordi di ristrutturazione intergovernativi. I crediti fornitori sono assicurabili al 90%, quelli finanziari al 95%. Per le operazioni nei confronti di paesi ad alta rischiosità, o per merci di importo eccedente la quota di pagamento in via anticipata, le percentuali sono abbattute notevolmente; al contrario, per operazioni di interesse economico-politico, per crediti finanziari intergovernativi e per operazioni triangolari la copertura può raggiungere il 100%; per i rischi commerciali la percentuale massima di garanzia dipende dalla validità della controparte estera. La garanzia della SACE è subordinata al pagamento del premio, che è calcolato in base alla categoria di rischio del paese compratore, al tipo di rischio assicurato, alla durata, alla natura giuridica del debitore e al tipo di operazione. L’intervento assicurativo della SACE può essere associato a un’agevolazione finanziaria: se la dilazione di pagamento è superiore a 18 mesi il credito può infatti essere smobilizzato con un contributo agevolato della SIMEST.

  • ASSICURAZIONE DEI DEPOSITI

    È la più nota forma di garanzia costituita dalle banche (di solito per legge) a favore dei depositanti contro il rischio di insolvenza della banca depositaria. Essa risponde a una finalità di interesse generale, per conseguire stabilità del sistema bancario e finanziario e, potenzialmente, attraverso la fiducia dei depositanti, un contenimento del costo della raccolta. Il rischio di insolvenza dipende sia da cause strutturali del sistema (la trasformazione delle scadenze fra attivo e passivo), sia da cause congiunturali (recessione economica, rapido processo di innovazione finanziaria, mutamento delle dimensioni ottimali dell’azienda) o da cause riferite alla singola azienda (errori di strategia aziendale ecc.). La capacità dell’assicurazione dei depositi di rispondere ai suoi fini, assai elevata in termini teorici, trova limiti notevoli in termini operativi. Anzitutto la complessa natura del rischio rende problematico un esatto proporzionamento del volume dei fondi che entrano nel sistema di assicurazione alla possibile entità del rischio stesso. Vi è poi un duplice effetto di inefficienza, in quanto a) le banche economicamente più sane sostengono un onere (cioè un aumento di costo) che va a vantaggio di quelle meno sane o meno ben dirette, e b) la tutela dei depositi di fronte a qualunque situazione avversa è un fattore di deresponsabilizzazione nel comportamento delle banche (che sono indotte ad assumere attività più profittevoli, ma a più alto rischio). Minor peso ha l’analoga deresponsabilizzazione nei confronti dei depositanti (che in assenza di assicurazione otterrebbero tassi di remunerazione dei depositi correlati alla rischiosità della singola azienda) in quanto la loro capacità di controllare il grado di affidabilità della banca depositaria non può essere sopravalutata. Di conseguenza, pur tenendo conto dei carattere complementare che l’assicurazione ha rispetto alla regolamentazione bancaria (riserve obbligatorie, coefficienti patrimoniali ecc.) e di vigilanza prudenziale da parte delle autorità, l’assicurazione non può essere generale e totale, ma invece assoggettata a una serie di limiti e cautele. Gli Stati Uniti sono stati i primi a introdurre nel giugno 1933 un sistema di assicurazione dei depositi con la Federal Deposit Insurance Corporation, che gode di ampio potere di controllo e di vigilanza, e che nonostante la lunga esperienza recentemente ha dovuto fronteggiare numerosi fallimenti di banche grandi e piccole. Nel Regno Unito esiste a questo scopo dal 1982 il Deposit Protection Fund, che è un sistema para-assicurativo in quanto si affianca all’azione di vigilanza della banca centrale. In Italia è stato costituito nel 1987, a cura dell’ABI, il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. La materia è stata regolata in sede comunitaria dalla direttiva 94/19/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16.5.1994, relativa ai sistemi di garanzia dei depositi, recepita nel nostro Paese dalla l. 6.2.1996 n. 52 (legge comunitaria 1994) e dal d.lg. 4.12.1996 n. 659. Questi ha sostituito l’art. 96 TUBC e gli ha aggiunto gli artt. 96-bis, 96-ter e 96-quater nella se.IV, capo I, tit. IV sui “Sistemi di garanzia dei depositanti”. Obiettivi della direttiva 94/19/CE sono stati proteggere i depositanti delle banche e assicurare la stabilità del sistema bancario nel suo insieme in tutto il territorio dell’Unione europea, in modo da realizzare un minimo di armonizzazione finanziaria e di colmare la mancata applicazione della raccomandazione della Commissione CEE del dicembre 1986 da parte di numerosi Stati membri. I caratteri qualificanti della direttiva possono essere così riassunti: 1) applicazione del principio dell’home country control per il quale in caso di dissesto di una succursale estera di una banca è lo schema di assicurazione dei depositi del paese di origine a dover intervenire, in aderenza con il resto delle disposizioni comunitarie di armonizzazione in materia bancaria; 2) piena autonomia di cia- scuno stato nella scelta della struttura operativa e dei meccanismi di contribuzione del Fondo di tutela ritenuti maggiormente coerenti con la struttura del sistema bancario; 3) applicazione del principio dell’adesione obbligatoria da parte di istituzioni creditizie “autorizzate” (pur ammettendosi l’operatività di fondi privati); 4) tutela del depositante (aspetto in contrasto con l’attuale schema italiano, tendente alla protezione del singolo deposito più che del depositante); 5) estrema flessibilità concessa a ciascun Paese membro, naturalmente al di sopra di una assegnata soglia minima, nella determinazione dell’estensione quali-quantitativa della copertura. Col recepimento della direttiva il nostro Paese è passato dalla protezione dei depositi a quella dei depositanti e il Fondi interbancario è stato ridenominato Fondi Interbancario di Tutela dei Depositanti.

  • ASSICURAZIONE DEI DEPOSITI IN ITALIA E NELLA UE

    Abstract
    L’obiettivo dell’assicurazione dei depositi bancari è di tutelare i depositanti riducendo gli incentivi che possono spingere a prelievi dettati dal panico (noti come ‘corse agli sportelli’ nei casi in cui una banca viene ritenuta insolvente. Nonostante l’avvio dell’unione bancaria, non è ancora stato approvato un rafforzamento del meccanismo di protezione dei depositi a livello europeo, che rimane gestito ancora a livello nazionale.

    L’assicurazione dei depositi bancari è la più nota forma di garanzia volontaria costituita dalle banche a favore dei depositanti contro il rischio d’insolvenza della banca depositaria. Essa risponde a una finalità di interesse generale, per conseguire stabilità del sistema bancario e finanziario e, potenzialmente, attraverso la fiducia dei depositanti, un contenimento del costo della raccolta. Il rischio di insolvenza bancaria dipende sia da cause strutturali del sistema (la trasformazione delle scadenze fra attivo e passivo), sia da cause congiunturali (recessione economica, rapido processo di innovazione finanziaria, mutamento delle dimensioni ottimali dell’azienda) o da cause riferite alla singola azienda (errori di strategia aziendale, fuga di grossi depositanti, ecc.). Il disallineamento delle scadenze (mis-matching maturity) tra attivo (i.e., crediti) e passivo (i.e., depositi) determina l’impossibilità di liquidare tutti i depositi a vista e crea le condizioni per cui una temporanea crisi di liquidità si trasformi rapidamente in crisi d’insolvenza. Il meccanismo di assicurazione dei depositi interviene per mitigare questo rischio: garantendo in caso di insolvenza la restituzione dei depositi, fino ad un tetto massimo definito dalla legge (in Italia fino a € 100mila per depositante), annulla l’incentivo ad andarli a ritirare quando si diffondono timori sulla solidità di una banca, evitando così che questo causi una crisi di liquidità che porterebbe facilmente al fallimento.
    Il sistema di assicurazione dei depositi per funzionare al meglio deve essere credibile, ossia poggiare su un quadro giuridico ed economico che ne assicuri il pronto intervento in caso di necessità e lo doti di risorse adeguate a fronteggiare la crisi (fondo di garanzia). Gli enti creditizi contribuiscono al fondo di garanzia, denominato “sistema di garanzia dei depositi” versando una quota di adesione, ma soprattutto si impegnano a intervenire in caso di dissesto bancario di una banca. La teoria economica insegna che più credibile è questa assicurazione, minore è la probabilità che una corsa agli sportelli abbia luogo e che l'assicurazione venga effettivamente utilizzata (Freixas and Rochet 2008). Per questa ragione è essenziale che esista una proporzionalità diretta tra dimensione del sistema bancario e risorse disponibili per il fondo di garanzia.
    Il dibattito sull’assicurazione dei depositi europea nasce dalle riforme che hanno fatto seguito alla crisi finanziaria del 2007-2008, quando i paesi del G20 hanno riconosciuto l'esigenza di tutelare la clientela tra le finalità esplicite della regolamentazione del settore finanziario. In occasione dei meeting dei G20 del 2009 negli USA (Pittsburgh) e a Londra i paesi con un più elevato rapporto tra attività finanziarie e PIL, hanno promosso una profonda revisione istituzionale in chiave cooperativa per incrementare la stabilità finanziaria, limitare il contagio della crisi e limitare i costi delle crisi aziendali (es. General Motors negli USA) e bancarie (es. Northern Rock in Scozia). Come si vede dalla timeline della crisi del 2007-09 pubblicata dalla Federal Reserve di St. Louis, vi è stato un crescendo di eventi che hanno spinto a una profonda revisione della governance finanziaria globale, coordinata dal Financial Stability Forum. Negli Stati Uniti il neo-eletto presidente Barack H. Obama promulgò nel 2010 il Dodd Frank Wall Street Consumer Protection Act, l’atto normativo di modifica più radicale dagli anni ’30 del ‘900. L’Unione Europea ha affidato ad un gruppo di esperti, guidati da J. De Larosiére il compito di redigere i principi ispiratori per la revisione degli assetti finanziari; tali principi sono alla base delle direttive sul sistema bancario, come la Direttiva 2014/59/UE sul risanamento e la risoluzione delle banche (BRRD), sulla governance, sulla struttura di mercato, sull’informazione e trasparenza come EMIR e MIFID.

    Come funziona l’assicurazione dei depositi?
    Prima dell’avvio dell’unione bancaria in Europa i sistemi di garanzia dei depositi sono stati organizzati a livello nazionale, applicando, tuttavia, standard minimi diversi concordati a livello dell’UE come indicato nella direttiva 94/19/CE. In base alle regole dell’Unione Europea, questi sistemi garantiscono fino a un importo di 100.000 euro per depositante. In alcuni Stati membri esistono vari schemi, organizzati da diverse categorie di istituti bancari, quali casse di risparmio, banche cooperative, banche del settore pubblico o banche private.
    Qualora un sistema nazionale di garanzia dei depositi non fosse in grado di coprire le perdite dei depositanti in caso di grossi dissesti bancari, potrebbe ricadere sui contribuenti l’onere di colmare eventuali carenze, con possibili ripercussioni sui conti del paese. La crisi finanziaria ha messo in luce il fatto che i problemi del settore bancario travalicano spesso i confini nazionali.
    La Direttiva 2014/59/UE sul risanamento e la risoluzione delle banche (BRRD) ha introdotto una importante novità a tutela dei depositi, riconoscendone l'importanza sociale ed economica. Le nuove norme accordano un trattamento preferenziale ai depositanti rispetto agli altri creditori chirografari di una banca. I depositi fino a 100.000 euro sono protetti dal Fondo di garanzia e sono espressamente esclusi da rischi di perdite sia in caso di risoluzione (bail in) sia di liquidazione coatta amministrativa.
    I principali cambiamenti introdotti dalla direttiva 2014/49/UE modificata sui sistemi di garanzia dei depositi sono i seguenti:
    - abbreviazione a 7 giorni del termine per i rimborsi entro il 2024;
    - miglioramento delle informazioni fornite ai depositanti;
    - introduzione di meccanismi di finanziamento ex ante fissati in linea di massima allo 0,8% dei depositi coperti;
    - finanziamento dei fondi dei sistemi di garanzia assicurato dal settore bancario.

    La direttiva 2014/49/UE del 16 aprile 2014 (DGSD - deposit guarantee scheme directive) relativa ai sistemi di garanzia dei depositi nell’Unione Europea ha modificato sostanzialmente la Direttiva 94/19/CE introducendo il Sistema di Garanzia dei Depositi (SDG) europeo, eliminando delle marcate differenze nelle normative nazionali.
    La Direttiva è stata recepita nel sistema italiano con il decreto legislativo n. 30 del 15 febbraio 2016, in base al quale tutti gli enti creditizi devono obbligatoriamente aderire ad un il Sistema di Garanzia dei Depositi (SDG) senza eccezioni; i meccanismi di tutela della liquidità e solvibilità degli enti creditizi sono separati dal Sistema di Garanzia dei Depositi (SDG) e non lo escludono.

    Assicurazione dei depositi in Italia
    In Italia il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD), costituito nel 1987, garantisce i depositi; esso è un consorzio volontario, obbligatorio di diritto privato, riconosciuto dalla Banca d’Italia, la cui attività è disciplinata dallo Statuto e dal Regolamento. Il principio dell'adesione obbligatoria a un sistema di garanzia dei depositanti riconosciuto in Italia è stato introdotto nel 1996, a seguito dell’attuazione della prima direttiva (94/19/CEE) sui sistemi di garanzia dei depositi. Tale principio è stato confermato dal decreto legislativo n. 30 del 15 febbraio 2016, che recepisce la DGSD. Aderiscono al FITD tutte le banche italiane, ad eccezione di quelle di credito cooperativo, nonché le succursali di banche extracomunitarie autorizzate in Italia, salvo che non partecipino a un sistema di garanzia estero equivalente. Possono, altresì, aderire al FITD le succursali italiane di banche comunitarie, al fine di integrare la garanzia offerta dal sistema di garanzia del Paese di origine. Lo scopo del FITD è di garantire i depositanti delle banche consorziate, che forniscono le risorse finanziarie necessarie al suo perseguimento. Tale finalità istituzionale si realizza attraverso varie forme di intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi nei confronti di banche consorziate sottoposte a procedure di liquidazione coatta amministrativa e di risoluzione nonché mediante interventi alternativi volti a superare lo stato di dissesto o di rischio di dissesto delle consorziate. Il FITD opera attivamente nell'ambito del network costituito dai sistemi di garanzia a livello internazionale e dalle associazioni che li raggruppano, a fini di cooperazione, coordinamento operativo e partecipazione all’elaborazione della normativa di settore.

    Quali sono i soggetti in Italia che attualmente non godono della garanzia di assicurazione dei depositi?
    In Italia esistono diversi intermediari del risparmio che non aderiscono allo Schema di Garanzia dei Depositi (SGD); tra questi elenchiamo i più grandi in termini di totale dell’attivo.
    In primis le Banche di Credito Cooperativo, che sono tutelate da un proprio fondo privato di garanzia, il Fondo di Garanzia dei Depositanti (FGD) delle Banche di Credito Cooperativo della BCC. Esso garantisce i depositi fino alla somma di euro centomila, in ossequio alla normativa nazionale ed europea.
    Poste Italiane tramite il suo ramo BancoPosta, pur raccogliendo risparmio delle famiglie e delle imprese, che viene destinato ai progetti di Cassa Depositi e Prestiti o investito in titoli di Stato, non ha la licenza bancaria e i suoi depositi non sono garantiti dal Sistema di Garanzia dei Depositi (SDG). In caso di crisi aziendale, reversibile o meno, i suoi azionisti garantiscono il 100% del valore dei depositi, senza un tetto massimo come nel caso degli intermediari bancari e creditizi; la partecipazione di maggioranza dello Stato conferisce implicita garanzia di solvibilità.
    Il sistema delle COOP raccoglie presso i suoi soci il risparmio, garantendo un modesto rendimento. I fondi raccolti vengono investiti nei progetti di sviluppo di COOP. Il sistema non ha la licenza bancaria e non è garantito dal Sistema di Garanzia dei Depositi (SDG). In caso di crisi aziendale, reversibile o meno, i suoi soci garantiscono il 100% del valore dei depositi, senza un tetto massimo come nel caso degli intermediari bancari e creditizi. Non vi è tutela statale, come invece nel caso di BancoPosta, né uno schema obbligatorio come per le banche di credito cooperativo.
    La moneta elettronica, cd. Criptovaluta (Bitcoin, Ethereum, Litcoin, Monero, ecc.) non fa parte del sistema dei depositi, i depositanti non sono tutelati dalla Direttiva né dalle autorità monetarie nazionali, gli emittenti non aderiscono al Sistema di Garanzia e le risorse lì destinate non sono garantite dalle autorità nazionali o europee.

    Il sistema europeo di assicurazione
    La riforma dell’assicurazione dei depositi è uno dei tre pilastri del progetto dell’Unione bancaria europea, che ha come obiettivo di accrescere la stabilità finanziaria all’interno dell’area nel mercato unico. In risposta alla crisi finanziaria i paesi europei hanno deciso di unire le forze per mettere al riparo i contribuenti e tutelare i depositanti. Nell’ambito dell’unione bancaria le grandi banche, che insieme rappresentano oltre l’80% degli attivi bancari dell’area dell’euro, sono ormai vigilate secondo le stesse modalità nell’intera area attraverso il meccanismo di vigilanza unico, costituito dalla BCE e dalle autorità nazionali di vigilanza. Il meccanismo di risoluzione unico gestisce la risoluzione delle crisi bancarie, ossia il processo di ordinata ristrutturazione in caso di dissesto o rischio di dissesto.
    È al vaglio dei leader europei il meccanismo migliore per poter rafforzare e rendere più coerente la protezione dei depositi al dettaglio a livello europeo. Questa è l’ultima componente dell’unione bancaria che non è stata ancora realizzata. La riforma dell’assicurazione dei depositi rientra nel più ampio processo di revisione della struttura finanziaria europea volta a garantire la protezione dei clienti, da sempre considerata uno strumento per favorire la piena concorrenza nel mercato unico ed è stata inclusa nel mandato delle autorità preposte alla vigilanza micro-prudenziale sul sistema finanziario (De Polis 2016). Il deposito bancario non è una forma di risparmio ed è garantito fino ad una soglia massima che varia da Paese a Paese (es. in Italia € 100mila per depositante), ma la clientela ‘debole’ dal punto di vista socio-culturale può far ricorso a questo strumento in modo errato e ha necessità di forte tutela. Negli ultimi anni la disciplina bancaria e finanziaria è stata oggetto di progressivi affinamenti, essendo maturata l'esigenza di accrescere la trasparenza sostanziale nei rapporti tra intermediari e clienti, ispirata a una logica di tutela reale (e non solo formale) della clientela. La riforma si fonda sul principio secondo cui la documentazione fornita al cliente deve illustrare le caratteristiche, i rischi e i costi dei prodotti e servizi bancari con modalità comprensibili ad un pubblico non troppo ‘educato’ dal punto di vista finanziario, per agevolare il confronto fra prodotti e servizi offerti sul mercato. Alla disclosure effettiva delle condizioni contrattuali e assicurative devono accompagnarsi condotte improntate a principi di correttezza da parte degli intermediari. Gli intermediari devono dotarsi di presidi organizzativi, che includono procedure interne per la valutazione della comprensibilità dei prodotti da parte della clientela e accorgimenti finalizzati ad assicurarne la corretta commercializzazione. Alla predisposizione di un robusto apparato regolamentare deve affiancarsi un sistema di enforcement efficace e dissuasivo, per evitare il ripetersi di dissesti, truffe e crisi del 2008.
    Soltanto un sistema europeo di assicurazione dei depositi consentirebbe di proteggere i depositanti ovunque si trovino. Unendo le risorse potrebbe essere più facile gestire i grandi shock e le crisi finanziarie sistemiche che i paesi non sarebbero in grado di affrontare singolarmente, senza dover ricorrere al denaro pubblico. Un sistema di questo tipo allenterebbe anche il legame tra le banche e lo Stato, poiché le prime dipenderebbero in misura minore dal finanziamento pubblico in tempi di crisi.

    Come funzionerebbe un sistema europeo di assicurazione dei depositi?
    La Commissione Europea ha proposto l’introduzione di un sistema europeo di assicurazione dei depositi in più fasi. Occorrerebbero, inoltre, diversi anni per la costituzione di un fondo di assicurazione dei depositi da parte delle banche, con l’obiettivo di raggiungere una dotazione finanziaria pari allo 0,8% dei depositi totali oggetto delle garanzie. In base ai dati del 2011 tale dotazione ammontava a circa 43 miliardi di euro. Studi specifici dimostrano che un fondo di tale entità sarebbe sufficiente per provvedere agli esborsi necessari persino in situazioni più gravi della crisi finanziaria globale del 2007-2009. In base alle proposte correnti, il contributo versato da ciascuna banca al fondo di assicurazione dei depositi dipenderebbe dai rischi assunti rispetto agli altri enti creditizi all’interno dell’unione bancaria, anziché entro i confini nazionali.

    Bibliografia
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    CONSIGLIO EUROPEO. Schema di garanzia dei depositi, Francoforte
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    COOP, Prestito Sociale e Libretti di Deposito
    DE LAROSIERE J. (2009) Report of the high-level group on Financial Supervision in the EU, 25 February, Brussels
    DE POLIS (2016) La tutela dei depositi bancari nel quadro dell'Unione Bancaria Europea, La Sapienza Università di Roma
    Dodd Frank Wal Street Consumer Protection Act https://www.cftc.gov/LawRegulation/DoddFrankAct/index.htm
    FEDERAL RESERVE BANK of St. Louis' Financial Crisis Timeline https://fraser.stlouisfed.org/timeline/financial-crisis
    Fondo di Garanzia dei Depositanti delle Banche di Credito Cooperativo http://www.fgd.bcc.it/home/home.asp
    FREIXAS X. and ROCHET J. C. (2008) Microeconomics of Banking, The MIT Press: Cambridge, MA

    Redattore: Chiara OLDANI

  • ASSICURAZIONE DELLA RESPONSABILITÀ CIVILE

    Contratto con il quale l’assicuratore si obbliga, dietro versamento di un premio, a tenere indenne, entro i limiti della somma assicurata (c.d. massimale), l’assicurato di quanto questi, in conseguenza di un fatto illecito colposo, sia tenuto a pagare ad un terzo. Questo tipo di assicurazione si colloca nell’ambito dell’ampia categoria dell’assicurazione danni, tra le assicurazioni contro l’insorgere di un debito. Fra i diversi contratti di assicurazione della responsabilità civile, maggiore diffusione hanno quelle forme in cui la connessione tra la responsabilità e la persona dell’assicurato è data da una particolare situazione giuridica in cui si trova l’assicurato (proprietà, possesso o detenzione di cose suscettibili di provocare danno, come avviene, p.e., nell’assicurazione della responsabilità civile per effetto di investimento automobilistico) o dall’attività espletata dall’assicurato medesimo (come p.e. l’assicurazione del rischio professionale o quella connessa all’esercizio di una impresa commerciale). L’interesse collettivo, che può essere coinvolto dal rischio relativo all’esercizio di talune attività, o connesso all’utilizzazione di certe cose, estende progressivamente l’esigenza di rendere obbligatorie talune forme di assicurazione della responsabilità civile così come, negli anni recenti, è avvenuto per l’assicurazione dei veicoli a motore.

  • ASSICURAZIONE DI CAMBIO

    Operazione mediante la quale l’operatore con l’estero, che abbia concluso un contratto con pagamento differito in valuta estera, si garantisce contro il rischio di dover erogare, se debitore, o riscuotere, se creditore, una somma in valuta nazionale, rispettivamente maggiore o minore di quella prevista sulla base del cambio del giorno di contrattazione. La copertura del rischio contro le variazioni nel corso del cambio può essere assunta dal sistema bancario attraverso le operazioni di cambio a consegna, con le quali si stabilisce il corso di conversione della valuta estera indipendentemente da quello che sarà il rapporto di cambio nel momento in cui dovrà effettuarsi la conversione. E cioè l’operatore in valuta estera conviene con una banca un acquisto o una vendita di divise sul mercato a termine. Ricorrerà all’acquisto l’importatore che stabilirà con la banca il corso al quale essa gli procurerà la divisa estera necessaria al saldo della sua posizione debitoria. Ricorrerà, invece, alla vendita, l’esportatore, convenendo con la banca il corso al quale essa convertirà la valuta estera che egli dovrà ricevere. In regime di libero mercato dei cambi, le banche possono agevolmente coprirsi dal rischio assunto con tali operazioni, correlando opportunamente gli acquisti e le vendite a termine di divise estere, oltre che ricorrendo ad operazioni con i corrispondenti esteri. Tale forma di copertura, tuttavia, è limitata al breve termine e non soddisfa, quindi, il protrarsi del rischio di cambio per le operazioni di import-export che eccedono tale periodo. L’assunzione del predetto rischio a medio termine non può essere effettuata dal sistema bancario. È intervenuto, perciò, lo Stato che, seguendo l’esempio di molti altri paesi europei, ha assunto su di sé il predetto rischio affidandone la gestione alla SACE (v.anche assicurazione dei crediti all’esportazione; ECA).

  • ASSICURAZIONE DI CASSA

    Contratto assicurativo con il quale si garantisce la copertura dei danni o delle perdite derivanti da furti (o anche rapine) avvenute all’interno dei locali che svolgono servizio di cassa. Nel contratto devono essere evidenziati i mezzi di protezione dei valori, come i meccanismi di chiusura, i sistemi di allarme e la presenza di un servizio di sorveglianza armato. L’inosservanza o l’inesistenza di tali condizioni contrattuali determina l’inefficacia della copertura assicurativa. L’assicurazione può essere riferita al periodo di chiusura diurna e notturna ed anche estesa all’orario di servizio; le casseforti, gli armadi e le stanze corazzate possono essere assicurati singolar- mente, così pure le cassette di sicurezza (con un massimale). L’assicurazione di cassa in senso più ristretto copre il furto commesso con destrezza o con minacce nei locali di cassa destinati al pubblico, durante le ore di apertura degli stessi, o nel caveau (v. caveaux) o sacristia. Il furto va immediatamente, non appena constatato, denunciato oltre che alle autorità, alla compagnia assicuratrice del rischio.

  • ASSICURAZIONE DI VALORI

    Contratto con il quale si garantisce il risarcimento di eventuali danni o perdite, derivanti dal trasporto di ogni titolo rappresentativo di valore (moneta legale, assegni bancari, cambiali, cedole, titoli nominativi o al portatore, metalli e pietre preziose). Riguarda più propriamente l’abituale lavoro di trasporto per i bisogni di cassa degli operatori economici, particolarmente delle banche, effettuati da impiegati del mittente o del destinatario: assicurazione di portavalori. Tale assicurazione copre i rischi di furto e rapina commessi sulle persone adibite al trasporto dei valori, nell’esercizio delle loro funzioni, e anche quelli dovuti ad infortunio o malore degli stessi portavalori. La garanzia può essere riferita a determinati periodi, avere durata contrattuale o ristretta a singoli viaggi, può avere limiti di orario o di luoghi ed essere estesa al temporaneo deposito presso alberghi, clienti ecc. I portavalori debbono essere indicati nominativamente o appartenere alla stessa sede (intendendo per sede le succursali, le filiali, le agenzie e qualsiasi altra dipendenza dell’azienda), devono avere determinati requisiti e possono usare qualsiasi mezzo di locomozione. La società assicuratrice ha la facoltà di risarcire il danneggiato sia in contanti, per il valore della perdita subita, sia in titoli o divise della stessa specie di quella assicurata; il risarcimento riguardante le cambiali avviene non prima della data di scadenza delle cambiali stesse; per i titoli assoggettabili a procedura di ammortamento, infine, vengono risarcite solamente le spese legali all’uopo erogate, ed assicurata la disponibilità dei titoli per il periodo compreso fra la data in cui il danno diventa risarcibile e quella del decreto che dichiara l’inefficacia dei titoli smarriti o rubati.

  • ASSICURAZIONE MARITTIMA E AEREA

    Particolare tipo di assicurazione contro i rischi dei trasporti, la quale, a sua volta, rientra nell’ampio concetto di assicurazione contro i danni. Si distingue dall’assicurazione trasporti terrestri perché, mentre questa comprende, di regola, soltanto l’assicurazione merci, invece l’assicurazione marittima copre, normalmente, tutti i rischi inerenti alla navigazione marittima, che incombono sia sulle cose materiali (siano esse gli stessi mezzi di trasporto che le merci trasportate), sia su altri beni, come il nolo o il profitto sperato. Inoltre, l’assicurazione copre anche la responsabilità civile dell’assicurato nei confronti di terzi, a seguito di contribuzione di avaria comune o di urto contro navi, contro corpi galleggianti in genere, o contro opere portuali o altra opera fissa. Restano, quindi, esclusi dall’assicurazione marittima soltanto la responsabilità del vettore di merci e gli infortuni dei passeggeri, che richiedono separati e autonomi contratti d’assicurazione. Le condizioni contrattuali tipiche dell’assicurazione contro i rischi dei trasporti marittimi sono espresse dalle seguenti clausole: perdita totale della merce dovuta a perdita totale della nave; perdita totale della merce derivante da qualsiasi evento; franco avaria particolare; franco avaria particolare salvo in quattro casi (incendio, investimento, urto e sommersione); con avaria particolare (v. avarie marittime); tutti i rischi. L’assicurazione aerea, poi, è per alcuni rischi resa obbligatoria, come avviene nel caso degli infortuni aeronautici del personale e dei passeggeri e della responsabilità civile per danni a terzi; mentre è facoltativa l’assicurazione della responsabilità civile per danni da urto e verso il caricatore, regolata da disposizioni particolari di legge. Nelle assicurazioni contro i rischi dei trasporti marittimi e aerei l’assicuratore può risarcire l’intera somma assicurata, contro cessione da parte dell’assicurato dei resti del sinistro. Tale forma speciale di liquidazione dell’indennizzo si configura nell’istituto dell’abbandono regolato dal c. nav. negli artt. 540-542 e 1006-1008.

  • ASSICURAZIONE SULLA VITA

    Tali assicurazioni coprono i rischi legati alla durata della vita umana garantendo al beneficiario l'erogazione di una somma di denaro al verificarsi, in un momento futuro ma a priori incerto, di un evento connesso con la vita dell'assicurato. Funzioni e caratteristiche tecnico economiche variano a seconda che si tratti di polizze caso vita, caso morte o miste.
    Le polizze caso vita prevedono una erogazione monetaria qualora l'assicurato, ad una certa età, sia ancora in vita, in modo da disporre di un reddito sufficiente a mantenere l'abituale tenore di vita. Tali polizze risultano avere le caratteristiche fondamentali di un prodotto di investimento del risparmio con finalità previdenziali.
    Le polizze caso morte hanno la funzione di evitare che la scomparsa di un soggetto da cui dipendono economicamente altri soggetti possa causare a questi ultimi gravi difficoltà economiche. Una particolare tipologia di copertura per il caso di morte è quella che viene stipulata in concomitanza con l'accensione di un mutuo a lungo termine: in tal caso il contratto prevede in caso di morte dell'assicurato l'erogazione di un capitale pari al debito che in quel momento residua verso la banca. 
    Le polizze miste cercano di coprire contestualmente sia il rischio di premorienza sia quello di longevità. In tale tipologia di polizza l'elemento aleatorio è ridotto ed è accentuata la componente finanziaria, dato che contro il pagamento di una somma l'assicurazione si impegna a restituire a scadenza la somma iniziale, maggiorata degli interessi maturati nel tempo. 
    Nelle polizze index linked1 il capitale varia seguendo l'andamento di un determinato indice, in quelle unit linked il capitale è determinato sulla base delle performance ottenute da fondi interni di gestione assimilabili a fondi comuni d'investimento oppure su fondi comuni di terzi. Tali polizze presentano molte similitudini con i fondi comuni d'investimento ed evidenziano una spiccata natura finanziaria per quanto riguarda la determinazione del premio. Nelle polizze linked la prestazione non è subordinata allo stato di natura dell'assicurato e dunque rileva la sola natura finanziaria della polizza.
    Nelle polizze vita il premio deriva da valutazioni circa la probabilità che l'evento temuto si verifichi nei periodi di vigenza del contratto ("ipotesi demografica") che danno luogo alla componente attuariale del premio. A tale componente si affianca quella finanziaria che discende dalla "ipotesi finanziaria" e cioè dalle considerazioni circa il lasso di tempo tra il momento del versamento dei premi e l'erogazione del capitale o rendita e dalla necessità di attualizzare i capitali assicurati in base a una stima dei rendimenti attesi sulle somme versate2
    ---------------------------------------------------------
    1Nelle polizze linked il capitale finale è determinabile ricorrendo a predefiniti parametri fissati nella polizza.
    2In generale, vale la seguente formula: P = s * v * p. Per ciascuna: s : somme assicurate; v : fattore di sconto calcolato sulla base del tasso tecnico; p : probabilità che si verifichi l'evento rischioso; P : premio.

    Bibliografia
    CUCINOTTA G. e NIERI L. (2005) "Le assicurazioni, la gestione del rischio in una economia moderna", Il Mulino editore. 
    DESIDERIO L. e MOLLE G. (2005) "Manuale di diritto bancario e dell'intermediazione finanziaria", Giuffrè editore. 
    GUIDA R. (2004) "La Bancassicurazione: modelli e tendenze del rapporto tra banche e assicurazioni", Cedam editore. 
    LOCATELLI R., MORPURGO  C. e ZANETTE  A. (2002) "L'integrazione tra banche e compagnie di assicurazione e il modello dei conglomerati finanziari in Europa", Enaudi editore. 
    PATRONI GRIFFI e RICOLFI (1997) "La distribuzione bancaria di prodotti assicurativi in banche ed assicurazioni fra cooperazione e concorrenza", Giuffrè editore. 
    QUAGLIARIELLO  M. (2001) "I rapporti tra banche e assicurazioni in Italia e in Europa: aspetti empirici e problemi di regolamentazione", Luiss University Press.
    QUAGLIARIELLO M. (2003) "La bancassicurazione: profili operativi e scelte regolamentari", Luiss University Press. 
    RUOZI  R. (2004) "Economia e gestione della banca", Egea editrice.

    Redattore: Alberto Maria SORRENTINO
    © 2009 ASSONEBB

  • ASSICURAZIONI GENERALI

    Assicurazioni Generali è una compagnia d'assicurazione caratterizzata fin dal 1831 da una forte vocazione internazionale; è un key player nell’Europa Continentale, leader nei canali diretti e nel ramo vita e con presenze di rilievo in tutti i maggiori Paesi.

    E’ al 1° posto in Italia e al 19° posto assoluto nella classifica 2010 di “Fortune Global 500”.
    Opera attraverso un approccio multi-brand e multi-local. Si avvale di una struttura distributiva multi-channel.

    Il Presidente è Gabriele Galateri di Genola.
    In Europa raccoglie premi per 68.157 € mln; ha investimenti per 340.249 € mln con 70.932 dipendenti e 51.700.000 clienti



    ©2012 ASSONEBB

  • ASSICURAZIONI GENERALI (Enciclopedia)

    Assicurazioni Generali è una compagnia di assicurazioni italiana. Dal 1997 si è evoluta in Gruppo Assicurazioni Generali S.p.A., la più grande compagnia di assicurazioni in Italia e una delle maggiori nel mondo.
    Nata nel 1831 a Trieste sotto il dominio asburgico, il primo presidente fu Giovanni Cristoforo Ritter de Zahony e la prima sede fu Palazzo Carciotti. Nel 1848 assunse il nome di Assicurazioni Generali e sulle polizze cominciò a comparire il simbolo del leone di San Marco, al posto dell’aquila asburgica.
    Nel 1857 le azioni di Assicurazioni Generali furono quotate alla Borsa di Trieste. Nel 1881 si celebrarono i primi cinquant’anni di attività e a Vienna venne costituita Erste Allgemeine, la prima controllata. Nel 1886, la Direzione Centrale si trasferì nell’attuale sede di Piazza Duca degli Abruzzi. Nel 1900 venne dato il via a un vasto programma d’investimenti immobiliari.
    Nel 1918, terminato il primo conflitto mondiale e annessa Trieste all’Italia, Assicurazioni Generali diventa una società italiana e il capitale sociale convertito in lire. Negli anni Trenta, iniziano massicci investimenti immobiliari e agricoli, viene istituito un reparto elettrocontabile dotato di moderne macchine Hollerith. Con l’inizio della seconda guerra mondiale le Generali perdono i contatti con l’organizzazione del Gruppo nei paesi nemici. Nel 1945 la sede legale è trasferita a Roma e, con la fine del conflitto, si determina la perdita di tutta l’organizzazione e del patrimonio del Gruppo nell’Europa centro-orientale. Nel 1948 riprende l’espansione del Gruppo all’estero. Nel 1966 viene firmato l’accordo di collaborazione internazionale con Aetna, la più grande assicurazione multiramo negli USA. Nel 1971 viene lanciato il nuovo marchio “Generali”. Nel 1984 la prima campagna pubblicitaria viene lanciata sui mass media. Nel 1989 Generali è il primo assicuratore a tornare nell’est Europa tramite una joint venture in Ungheria. Nello stesso anno diventa operativo il complesso di Mogliano Veneto, oggi sede della Direzione per l’Italia. Nel 1990 la sede legale viene riportata a Trieste. Nel 1994 nasce Genertel, il primo assicuratore in Italia via telefono. Nel 1996 nasce il sito www.generali.com. Nel 1997 viene acquisito il controllo dei gruppi AMB in Germania e Migdal in Israele. Nel 1998, con la costituzione di Banca Generali e l’acquisizione di BSI, il Gruppo entra nel settore dei servizi finanziari, con a capo il presidente Alfonso Desiata. Nel 2000 si conclude l’OPAS su INA, mentre nel 2001 viene la Canton Generali China Life Ins Co. Alla presidenza di Gianfranco Gutty (2001) segue quella di Antoine Bernheim nel 2002. Nel 2003, viene lanciato il primo piano strategico triennale, mentre nel 2004 le Generali Properties con City Life si aggiudica la riqualificazione della Fiera Di Milano. Nello stesso anno esce il Codice Etico. Nel 2005 è pubblicato il primo bilancio di sostenibilità. Nel 2006 Generali acquisisce Toro in Italia e crea una joint venture in India con Future Group. Nel 2007 viene festeggiato il 175esimo anno di attività e si stabilisce una joint venture con Gruppo PPF per le attività in Europa centro orientale, che diventa operativa l’anno seguente. Nel 2009 si conclude la fusione con Toro-Alleanza. Nel 2010 Cesare Geronzi è nominato presidente, ma nel 2011 gli succede Gabriele Galateri di Genola.
    Da sempre caratterizzato da una forte vocazione internazionale, il Gruppo Generali è un key player nell’Europa Continentale, leader nei canali diretti e nel ramo vita, con presenze di rilievo in tutti i maggiori Paesi. È al primo posto in Italia e al secondo in Germania e Francia. Opera attraverso un approccio multi-brand e multi-local, avvalendosi di una struttra distributiva multi-channel. Il Gruppo, forte di un’esperienza più che secolare, opera in tutti i comparti assicurativi, promuovendo anche esperienze innovative: ne sono esempi l’esperienza di Europ Assistance, leader mondiale nei servizi di assistenza, o, in Italia, Genertel, specialista nella vendita diretta al telefono e via internet. Negli ultimi anni il Gruppo ha accentuato la penetrazione nel settore delle coperture a protezione della persona, della sua capacità di reddito e della tutela del suo risparmio, in particolare attraverso prodotti vita a contenuto previdenziale. In questo campo il Gruppo può anche offrire delle soluzioni particolarmente sofisticate alle imprese multinazionali tramite una struttura specializzata, il GEB (Generali Employee Benefits) che ha sede a Bruxelles. Come già evidenziato, recentemente il Gruppo ha allargato il proprio settore operativo dal tradizionale core business assicurativo all’intera area del risparmio gestito e dei servizi finanziari. In questo processo evolutivo si è dunque scelto di completare l’offerta dando vita ad una propria struttura bancaria, Banca Generali. Contemporaneamente si è cercato di ottimizzare la performance nei confronti con gli investitori accentrando le attività di asset management svolte nei vari mercati in alcune società specializzate, fra loro collegate in una unica rete europea.
    Nel 2010 le Assicurazioni Generali, secondo la rivista Fortune 500, si sono posizionate al diciannovesimo posto in scala globale per volume d’affari gestiti. Il top management è attualmente formato da Gabriele Galateri di Genola (presidente, eletto nell'aprile del 2011), Vincent Bolloré e Francesco Gaetano Caltagirone (vice presidenti), Giovanni Perissinotto (Group CEO), Sergio Balbinot (amministratore delegato), Raffaele Agrusti (CFO).
    Nel 2012, il Guppo Generali è presente in più di 60 Paesi, con più di 500 società internazionali, oltre 82.000 dipendenti, 65 milioni di clienti in tutto il mondo, una forza di vendita proprietaria di oltre 100.000 unità, oltre € 460 miliardi di assets gestiti e € 28 miliardi in immobili.

    Link: Assicurazioni Generali, www.generali.it

    Gruppo Generali, www.generali.com

    Banca Generali, www.bancagenerali.it

  • ASSIFACT

    Abbr. di: Associazione Italiana per il factoring. Costituita nel 1988, raggruppa le società che esercitano direttamente e in via continuativa una significativa attività di factoring. Raggruppa, nella qualità di associati fondatori o di associati corrispondenti, sia società di emanazione bancaria, sia società emanazione di gruppi industriali, e rappresenta la quasi totalità del mercato del factoring italiano per quanto riguarda il volume di affari. Ha sede in Milano, ed è membro di diritto dell’ABI. È amministrata da un consiglio di cui fanno parte gli esponenti delle associate, e dal punto di vista strutturale si articola in varie Commissioni tecniche che sono preposte alle problematiche legali, amministrative, di marketing e relazioni esterne. L’Associazione gestisce per conto delle associate un rilevante programma di rilevazioni statistiche, su base trimestrale ed annuale, che consente di diffondere informazioni significative relative all’attività di factoring.

  • ASSILEA

    Abbr.: di Associazione italiana leasing. Costituita nel 1983 con sede in Milano tra le società che esercitano la locazione finanziaria. Svolge attività di informazione ed assistenza a favore degli Associati collaborando, ai diversi livelli e nelle varie sedi, nazionali ed estere, alla soluzione dei problemi della locazione finanziaria. A questo fine promuove studi e ricerche ed intrattiene rapporti con istituzioni pubbliche e private, formulando indirizzi di comportamento e svolgendo una specifica azione finalizzata ad una regolamentazione dell’attività della locazione finanziaria con la natura e le caratteristiche peculiari delle relative operazioni. A livello internazionale, partecipa con propri rappresentanti negli organi della European Federation of Leasing Company Associations- Leaseurope, associazione europea di categoria costituita nel 1972 con sede in Belgio. È membro di diritto dell’ABI. L’Assilea ha pubblicato nel 1985 un Codice di comportamento per le associate e gestisce dal 1989 una Banca Dati-Centrale Rischi, che consente di conoscere i rapporti quali-quantitativi di ogni singolo utilizzatore della locazione finanziaria verso il complessivo sistema delle associate che aderiscono al servizio. Per l’approfondimento degli argomenti di competenza sono state costituite commissioni permanenti di studio, di cui quattro su tematiche generali (legale, fiscale, tecnica, Banca dati-centrale rischi) e tre su tematiche specifiche (leasing agevolato; leasing immobiliare; leasing automobilistico). Infine promuove ed organizza convegni e seminari su temi d’interesse generale e cura la pubblicazione della Rivista Italiana del Leasing e dell’Intermediazione Finanziaria.

  • ASSIREVI

    Abbr. di: Associazione italiana revisori contabili. Costituita nel 1980, riunisce sedici grandi società di revisione operanti in Italia, tra cui tutte le big six (ridottesi a cinque con la fusione di due di esse). Si propone di promuovere e sviluppare lo studio e la trattazione dei problemi che riguardano l’attività delle società di revisione italiane e di curare la tutela degli interessi delle associate nel quadro della loro disciplina legislativa e regolamentare. In particolare, gli obiettivi principali sono quelli di promuovere il coordinamento delle associate al fine di elaborare progetti volti a garantire la tutela delle attività delle società di revisione; determinare regole uniformi di condotta (norme etico-professionali, norme tecniche di svolgimento della revisione contabile, norme di stesura della relazione di certificazione); promuovere studi, pubblicazioni ed ogni altra iniziativa tendente alla maggiore conoscenza e diffusione dell’attività delle associate; tenere gli opportuni contatti e cooperare con le Autorità per le materie di interesse delle associate; esaminare e risolvere, sotto l’aspetto giuridico e fiscale, quesiti e problematiche professionali di comune interesse delle associate.

  • ASSISTENZA AI PAESI IN VIA DI SVILUPPO

    Politica consistente in interventi commerciali, finanziari e tecnici che vengono effettuati a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle vigenti sul mercato al fine di promuovere e accelerare il processo di sviluppo economico dei paesi del terzo mondo. L’assistenza ai paesi in via di sviluppo si suddivide in due grandi branche: assistenza su base bilaterale e assistenza su base multilaterale. Si ha assistenza su base bilaterale quando si istituisce un rapporto diretto fra il paese che concede l’aiuto e il paese che lo riceve; si ha invece assistenza su base multilaterale quando il flusso di aiuti in funzione dello sviluppo promana da organismi internazionali o regionali. Fra le forme più ricorrenti dell’assistenza bilaterale possiamo ricordare: a) i trasferimenti a titolo gratuito, cioè contributi in moneta e in beni o servizi che promanano dai governi dei paesi industrializzati verso quelli dei paesi sottosviluppati; b) i crediti finanziari a condizione di favore, e cioè i prestiti concessi da un paese industrializzato a un paese in via di sviluppo a condizioni che di regola devono risultare più vantaggiose rispetto a quelle vigenti sul mercato dei capitali; c) i crediti all’esportazione, cioè i crediti che danno la possibilità ai paesi in via di sviluppo di acquistare beni (soprattutto beni capitali) sul mercato del paese industrializzato che ha concesso tale credito. Infine, nel quadro dell’assistenza bilaterale, dobbiamo ricordare l’assistenza tecnica che viene attuata tramite la concessione di borse di studio da usufruire nel paese donatore, l’istituzione e il mantenimento di scuole e università nei paesi in via di sviluppo, l’invio di esperti e di tecnici per la redazione di programmi di sviluppo e così via. Per quanto attiene al problema dell’assistenza multilaterale, che inizia con gli Accordi di Bretton Woods del 1944, il flusso di aiuti internazionali in funzione dello sviluppo economico dei paesi meno progrediti è compito precipuo di alcune organizzazioni finanziarie multilaterali all’uopo creati dalle Nazioni Unite. Fra questi possiamo ricordare la BIRS (Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo), l’IFC (International finance corporation) e l’IDA (International Development Association). Ricordiamo infine l’assistenza multilaterale su base regionale che promana da istituzioni operanti solo in alcune regioni e che si propone di accelerare lo sviluppo economico dei paesi situati in queste aree geografiche. Per il conseguimento di tale obiettivo queste istituzioni (la Banca interamericana di sviluppo- IDB per l’America Latina, la Banca africana di sviluppo-AfDB, la Banca asiatica di sviluppo- AsDB) svolgono assistenza finanziaria e tecnica.

  • ASSISTENZA FINANZIARIA INTERNAZIONALE

    Politica di interventi finanziari compiuta a favore di paesi e regioni esteri. L’assistenza finanziaria può classificarsi in rapporto alla fonte, alla forma, all’oggetto e allo scopo. Con riferimento alla fonte si distingue l’aiuto pubblico da quello privato. In relazione alla forma che assume, l’assistenza può essere bilaterale (allorquando intercorre un rapporto diretto fra paese concedente l’aiuto e paese beneficiario), multilaterale (quando si realizza attraverso organismi internazionali, come la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo o le sue affiliate) o regionale (se si attua tramite organismi regionali quali il FES, la BEI e le banche regionali di sviluppo). In rapporto all’oggetto,l’assistenza finanziaria può concretarsi in prestiti o in contributi a fondo perduto. Per quanto concerne lo scopo, infine, si può parlare di assistenza alla ricostruzione e allo sviluppo, di assistenza alla difesa e di assistenza valutaria. L’assistenza finanziaria si è sviluppata a partire dal secondo dopoguerra, nel clima di collaborazione internazionale instauratosi tra i paesi occidentali, e soprattutto a seguito delle politiche intraprese in quel periodo dagli Stati Uniti per favorire la ricostruzione degli Stati europei devastati dalla guerra (UNRRA, ERP ecc.). Con la seconda metà degli anni cinquanta si è poi delineata la tendenza a difendere particolari interessi politici ed economici attraverso politiche di assistenza allo sviluppo che, attenuando il divario esistente fra i livelli di benessere dei vari popoli, siano in grado di eliminare una delle più importanti cause di tensioni internazionali (v. assistenza ai Paesi in via di sviluppo). L’assistenza finanziaria trova un’ulteriore motivazione nell’esigenza di favorire il finanziamento degli squilibri delle bilance dei pagamenti, onde evitare che i paesi deficitari ricorrano a misure restrittive degli scambi. A questo fine con gli Accordi di Bretton Woods è stato istituito il Fondo monetario internazionale, la cui funzione fondamentale consiste nel creare, mediante i contributi dei paesi membri, un pool di mezzi finanziari internazionali di pagamento al quale ogni partner possa attingere per eliminare gli squilibri temporanei della propria bilancia (v. FMI); allo stesso scopo provvedono le operazioni swap (v. accordo swap) delle banche centrali. Oltre che delle risorse del FMI, l’assistenza finanziaria internazionale si avvale dei prestiti che vengono negoziati tramite il Fondo e di quelli connessi a specifici accordi monetari, regionali. Più recentemente il problema dell’assistenza finanziaria internazionale si è esteso ai paesi dell’Est europeo (v. BERS).

  • ASSISTENZA TECNICA

    Forma di prestazione di servizi a livello internazionale, generalmente in funzione di un contratto di fornitura. Non prevede alcun investimento e permette un certo controllo del mercato estero. Può essere fornita per la messa a punto di un progetto, per procurare informazioni tecnologiche, per l’addestramento, per l’avvio di unità di produzione.

  • ASSOCIATION CAMBISTE INTERNATIONALE

    Acr.: ACI; abbr.: Forex Club (da FOReign EXchange Club), . Associazione non profit, senza fini politici o sindacali, fra operatori in cambi di diversi paesi, oggi ridenominata ACI-The Financial Markets Association. Il Forex Club è stata promosso dal francese Plaquet e costituito l’11.5.1957 a Parigi, dove ha sede, per favorire i contatti culturali e sociali tra i dealers in cambi, studiare e trattare problemi inerenti alla tecnica ed all’economia delle contrattazioni in cambi; favorire l’adozione di regole, norme ed usi uniformi; collaborare con le borse valori ed altri enti per incrementare e perfezionare questo particolare ramo dell’attività bancaria; promuovere ed attuare iniziative tendenti alla preparazione ed al perfezionamento tecnico dei cambisti. L’associazione è e non ha finalità politiche o carattere sindacale. Ogni nazione ha il proprio Forex club ciascuno dei quali aderisce all’ACI. Il Forex club italiano (oggi confluito nell’Atic Forex, q.v.) è stato fondato nel 1957 ed è dallo stesso anno membro dell’ACI.

  • ASSOCIATION OF BRITISH INSURERS

    Acr. di ABI. Associazione di categoria che unisce e rappresenta oltre 440 compagnie d’assicurazioni (circa il 90% del mercato assicurativo inglese). È nata nel 1985 ins seguito alla fusione della British Insurance Association, della Accident Offices Association, della Fire Offices Committee, della Life Offices Association e della Industrial Life Offices Association.

  • ASSOCIATION OF SOUTH EAST ASIAN NATIONS - ASEAN

    it.: Associazione delle Nazioni dell’Asia del Sud-Est-ANASE; fr. Association des nations de l’Asie du Sud-Est-ANASE). L’ASEAN, fondata l’8.8.1967 a Bangkokcome associazione anti-comunista, con sede a Giakarta, si è trasformata in organizzazione di cooperazione economica nel 1976 col il primo Summit, la Declaration of ASEAN Concord, il Treaty of Amity and Cooperation in Southeast Asia e l’accordo sulla costituzione di un ASEAN Secretariat. Ai 5 Paesi membri originari (Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Tailandia) si sono aggiunti nel 1984 il Brunei Darussalam, il Viet Nam ancora a regime comunista nel 1995, Laos e Birmania (Myanmar) nel 1997 e Cambogia nel 1999. L’associazione ha per obiettivo di promuovere la crescita economica sociale e culturale degli Stati della regione, favorire la pace e la stabilità attraverso il rispetto della giustizia nelle relazioni fra i paesi membri, collaborare per una maggiore espansione delle industrie, della agricoltura e del commercio. Ha stipulato nel 1980 un accordo con l’UE. Negli anni Settanta l’ASEAN ha avviato programmi di cooperazione dirigisti secondo l’inclinazione dell’epoca, trasformati nel 1997 in senso liberista nell’ASEAN Industrial Cooperation scheme (AICO). Nel 1992 il quarto Summit dell’ASEAN istituisce l’ASEAN Free Trade Area (AFTA), da realizzarein 15 anni (ridotti a 10 nel 1994). I contatti politici settoriali sono tenuti attraverso meeting annuali a livello di ministri: gli indirizzi politici generali mediante l’ASEAN Ministerial Meeting (AMM) dei ministri degli affari esteri istituito già nel 1967, quelli della cooperazione economica mediante l’ASEAN Economic Ministers (AEM), istituzionalizzato nel 1977. Un Joint Ministerial Meeting (JMM), istituito nel 1987, si riunisce quando necessario per il coordinamento delle attività dell’ASEAN come anche fanno i meetings di altri ministry. Dodici comitati composti dagli ambasciatori degli Stati membri dell’ASEAN in altrettanti capitali (Berlino, Bruxelles, Canberra, Ginevra, Londra, Ottawa, Parigi, Mosca, Nuova Delhi, Riyadh, Seoul, Tokyo, Washington e Wellington) mantengono incontri di consultazione e dialogo con i governi dei Paesi ospiti. Tre accordi promossi dall’ASEAN riguardano specificamente questioni politiche della sicurezza: la Dichiarazione del 1971 sul Sud-est asiatico zona di Pace, libertà e neutralità (ZOPFAN), il trattato di amicizia e cooperazione del 1976 e il trattato del dicembre 1995 dei 10 Stati (Treaty on the Southeast Asia Nuclear Weapon-Free Zone) dichiara zona denuclearizzata il Sud-est asiatico. Nell’ambito di questo indirizzo nel 1992, al termine della Guerra fredda, è stata costituitol’ARF, l’ASEAN Regional Forum (fr. Forum de la Coopération économique Asie-Pacifique), punto, diventato operativo nel 1994, per stabilire relazioni di amichevole fiducia con gli Stati interessati alla sicurezza nell’Asia orientale. Fanno parte dell’ARF insieme ai 10 Stati dell’ASEAN, questi Stati e unioni di Stati: Australia, Canada, Cina, Unione Europea, India, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Russia, Stati Uniti d’America, Papua New Guinea, Mongolia e la Corea del Nord (quest’ultima dal luglio 2000). L’APEC è altro punto di incontro per la discussione di problemi economici.

  • ASSOCIAZIONE

    1.-L’associazione è un’organizzazione, costituita per mezzo di un contratto plurilaterale aperto all’adesione di altre parti, volta al conseguimento di uno scopo comune agli associati diverso dal fine di lucro. Il contratto, denominato atto costitutivo, ai fini della concessione della personalità giuridica (ora regolata dal d.p.r. 10.02.2000 n. 361) deve essere redatto con la forma dell’atto pubblico, mentre per l’associazione non riconosciuta non sono ovviamente previsti vincoli formali, se non quelli attinenti alla particolare natura dei conferimenti degli associati. La vita dell’ente è regolata dallo statuto, che integra l’atto costitutivo fissando lo scopo dell’associazione, le disposizioni relative all’ammissione ed esclusione degli associati, oltre che i loro diritti ed obblighi all’interno dell’organizzazione, le cause di estinzione dell’ente, anche ulteriori rispetto a quelle previste nel codice civile, la liquidazione e la devoluzione dei beni residui. L’attività sociale è governata per mezzo di organi deliberativi, anch’essi previsti e disciplinati nello statuto; tra essi svolge un ruolo preminente l’assemblea, rappresentativa degli associati, la quale può essere formata dalla totalità dei medesimi ovvero da loro delegati, sussistendo perciò la possibilità di articolare la democrazia sociale in modo diretto o rappresentativo.

    2.-L’assemblea ha competenza inderogabile in tema di approvazione del bilancio d’esercizio, esclusione degli associati, nomina e revoca degli amministratori nonché per quanto concerne l’azione di responsabilità nei confronti di questi ultimi. L’atto costitutivo e lo statuto, quindi anche lo scopo sociale in essi previsto, può essere modificato dall’assemblea, e questo potere costituisce senza dubbio il quid proprium dell’istituto in esame, che vale a distinguerlo dalle altre istituzioni a carattere privato votate ad un fine ideale, prima fra tutte la fondazione.

    3.-Gli amministratori, come compito essenziale, oltre alla convocazione annuale dell’assemblea per l’approvazione del bilancio, debbono dare esecuzione alle delibere della medesima, approvate in base alle maggioranze previste dall’art. 21 c.c. Dette delibere, se contrarie all’atto costitutivo e/o allo statuto, possono essere annullate su istanza degli organi dell’ente, di qualunque associato o del pubblico ministero, ma sono comunque provvisoriamente esecutive, a meno che non ricorrano gravi motivi, per i quali l’autorità giudiziaria può sospenderne l’efficacia, mentre in caso di contrarietà all’ordine pubblico e al buon costume è la stessa pubblica amministrazione a provvedere in tal senso (art. 23 c.c.).

    4.-Il potere di ammissione di nuovi associati, in genere spettante, come si è detto, all’assemblea, si esprime tramite il meccanismo della cooptazione, n base al quale sono gli stessi associati a decidere se accogliere o meno un nuovo membro nella compagine sociale. Può concretamente verificarsi, peraltro, che siano gli amministratori a valutare la sussistenza dei requisiti di ammissione degli aspiranti e a pronunciarsi sul punto. È possibile modificare lo status di associato privando taluni (ma non tutti) gli appartenenti alla compagine associativa del potere di modificare lo scopo sociale; il limite posto all’autonomia privata in questo ambito consiste, peraltro, nel complesso dei diritti indisponibili del rapporto associativo tra i quali sono senz’altro da ricomprendere il diritto di intervento e parola in assemblea, il diritto all’informazione, al rendimento dei conti, a promuovere l’azione sociale di responsabilità. L’associato ha libertà di recedere da contratto in ogni tempo, senza essere soggetto ad oneri economici per rendere effettivo il suddetto diritto, salvo l’obbligo di versare i contributi in corso. Ciò a meno che egli non abbia assunto l’obbligo di far parte dell’associazione per n periodo di tempo determinato (art. 242), obbligo circoscritto nel tempo entro limiti tali da non far ritenere elusa la norma che consente il libero recesso; anche in questo caso si può comunque recedere in ogni tempo quando sussiste una giusta causa e quando si fa parte delle c.d. associazioni di tendenza, aventi cioè una caratterizzazione ideologica, politica o religiosa. Il recesso priva l’associato della relativa qualità dal momento in cui è esercitato, essendo nulla qualunque clausola statutaria volta a differirne gli effetti nel tempo.

    5.-L’esclusione dell’associato, deliberata dall’assemblea qualora lo statuto non ne attribuisca la competenza ad altro organo associativo, avviene per rilevanti motivi consistenti in un grave inadempimento di carattere patrimoniale o personale, o nella sopravvenuta mancanza dei requisiti soggettivi richiesti per assumere la qualità di associato. Essa produce il proprio effetto dal momento in cui è stata notificata all’interessato o questi ne è comunque giunto a conoscenza, decorrendo da allora i sei mesi in cui esercitare il diritto di impugnare l’esclusione. Gli associati receduti od esclusi, come anche quelli che per qualsivoglia motivo abbiano cessato di far parte dell’associazione, non possono ripetere i contributi versati, poiché l’assenza di uno scopo di lucro qualifica detti emolumenti come elargizioni a fondo perduto per l’associazione. Gli associati, pur non potendo perseguire un fine lucrativo, possono peraltro trarre un vantaggio immediato dai beni o servizi che l’ente mette a loro disposizione, il che rende necessario, nei casi limite, distinguere quando si tratti di società e quando invece di associazione. Un criterio sufficientemente preciso può allora rinvenirsi nell’imputazione del risultato convenzionalmente programmato, a seconda che il termine ultimo sia l’associato in quanto tale (trattandosi in tal caso di società) o il gruppo (nella qual ipotesi vi sarà associazione); in tale ultima ipotesi sarà affidato allo stesso associato il compito di specificare l’utilità attribuita in via generale alla comunità sociale.

    6.-L’associazione si estingue, oltre che per le cause statutariamente fissate, quando lo scopo è stato raggiunto ovvero è divenuto impossibile, o quando tutti gli associati sono venutia mancare (art. 27 c.c.). Inoltre, ulteriori cause possono essere la revoca del riconoscimento amministrativo, o una delibera di scioglimento approvata con le maggioranze prescritte dal- l’art. 213 c.c. (tre quarti degli associati). L’estinzione non fa venire meno l’associazione come soggetto di diritto, ma consente che questa compia le sole attività aventi carattere liquidativo; una volta cessate le medesime, la fine dell’ente coinciderà con la cancellazione dal registro delle persone giuridiche, per quanto concerne gli enti riconosciuti, mentre in ordine alle associazioni non personificate dovrà adottarsi il criterio della disgregazione dell’apparato organizzativo e del patrimonio sociale. I beni residui dell’associazione all’esito della fase liquidativa debbono essere devoluti secondo quanto stabilito dalla legge e dall’atto costitutivo, e non possono per statuto o per delibera assembleare essere distribuiti ai singoli associati. Il divieto di distribuzione non riguarda però le somme di ammontare pari all’importo del conferimento iniziale, del quale deve pertanto ritenersi consentito il rimborso.

    7.-Quanto alla distinzione tra associazione riconosciuta e non riconosciuta, la prima possiede come requisiti caratterizzanti un’organizzazione corporativa, una struttura personale aperta e uno scopo non lucrativo. Al contrario, l’associazione non riconosciuta prescinde, nella regolamentazione codicistica, dai requisiti suindicati, potendo perciò assumere qualsiasi fisionomia strutturale. L’unico dato specificato dal legislatore attiene alla responsabilità per le obbligazioni associative, che incombe, oltre che in via principale sul fondo dell’ente, anche,e sussidiariamente (pur con contrario avviso della giurisprudenza), su chi agisce in nome e per conto del medesimo (art. 38 c.c.). È inoltre stabilito che in questa tipologia di ente la rappresentanza processuale sia affidata al soggetto individuato come presidente o titolare della direzione (art. 362 c.c.) non solo dallo statuto, ma anche in base alla mera preposizione di fatto all’amministrazione. Sotto il profilo patrimoniale, oltre i contributi degli associati, gli altri beni, anche immobili (art. 2659 n. 1 c.c.) costituiscono il patrimonio dell’associazione non riconosciuta. L’associazione non riconosciuta soddisfa pertanto l’esigenza di chiusura del sistema, prevedendo una fattispecie residuale caratterizzata dall’assenza di una fisionomia cogente, e comunque dotata di una rilevante elasticità.

  • ASSOCIAZIONE BANCARIA ITALIANA - ABI

    Costituita nel 1919 e ricostituita 1945 su nuove basi, è una libera associazione non profit retta a norma dell’art. 36 c.c. alla quale aderisce la quasi totalità delle banche e gran parte delle società finanziarie operanti in Italia. 1. Storia. L’Associazione Bancaria Italiana viene costituita a Milano il 13.4.1919 dai rappresentanti di 53 banche. Tre associazioni di categoria erano già state costituite in precedenza: delle Banche popolari dal 1876, delle Casse di risparmio dal 1911 e delle Casse rurali e artigiane dal 1915. Nel primo quinquennio (1919-1925) di esistenza l’ABI svolge molteplici attività nel campo tecnico-economico, giuridico e tributario occupandosi, tra i progetti iniziali, dei problemi relativi alla stipula e all’esecuzione dei trattati di pace. Partecipa sin dalla sua creazione ai lavori della Camera di commercio internazionale ed è presente alla Conferenza di Genova sui problemi monetari e finanziari del primo dopoguerra. L’ABI si attiva anche in campo culturale con il “Bollettino economico-finanziario” che già dai primi numeri si presenta con la promessa di una vera e propria rivista scientifica, che diventerà poi la “Rivista Bancaria”, assumendo una dignità formale anche nel nome e diventando sempre di più un forum di dibattito scientifico e di comunicazione culturale. Il 1926 segna l’inizio dell’ordinamento corporativo, caratterizzato dalla regolamentazione dei rapporti di lavoro che culmina con l’emanazione della l.3.4.1926 n. 563, sulla “Disciplina giuridica dei rapporti collettivi di lavoro”, integrata successivamente dalle norme di attuazione che all’articolo 41 prevedono il possibile riconoscimento di “una confederazione nazionale bancaria”. E così il 10 maggio 1926 si costituisce la Confederazione generale bancaria fascista. La Confederazione viene divisa in due separate sezioni, sindacale ed economico-finanziaria. Nell’agosto 1934 l’Associazione diviene Confederazione nazionale fascista del credito e dell’assicurazione secondo i criteri del regime fascista, con l’approvazione di un nuovo statuto che le apre la via alla partecipazione al funzionamento delle corporazioni. Nel 1936 viene costituita una Associazione tecnica bancaria con sede a Milano alla quale viene assegnato un orientamento puramente tecnico, fermo restando il ruolo formale di rappresentanza esterna e di coordinamento attribuito alla Confederazione. Nel 1945, al termine del secondo conflitto mondiale, l’ABI si ricostituisce a seguito del referendum indetto tra tutte le banche italiane. Viene confermata la formula di associazione di primo grado con rappresentanza diretta degli associati, estesa a tutte le categorie di banche che in qualunque forma raccolgano risparmio ed esercitino attività di credito e finanziaria. Dal dopoguerra, il compito principale dell’ABI, oltre a quelli di servizio, è stato la trattazione e la tutela degli interessi comuni dell’intero settore, mentre alle Associazioni di categoria rimaneva affidata la tutela degli interessi specifici delle rispettive categorie di aziende associate, in quanto diversificati da quelli più generali. 2. Riorganizzazione recente. Con le recenti trasformazioni del sistema finanziario italiano e la conseguente scomparsa di ogni differenziazione categoriale tra le banche - fatta eccezione per le Banche Popolari e le Banche di Credito Cooperativo - i compiti d