EUROMERCATO

Locuzione utilizzata per identificare il mercato delle eurovalute, cioè l’insieme dei mercati dove vengono negoziati rapporti creditizi (depositi, prestiti, emissioni obbligazionarie) denominati in certe valute che si sviluppano al di fuori dei confini dei paesi ove tali valute hanno corso legale e mercato primario. Tali mercati, “esterni” rispetto a quelli di origine delle divise stesse (c.d. “mercati domestici”), sono interconnessi fra loro tanto da configurare un unico mercato. Un simile mercato esiste principalmente per il dollaro, ma anche per altre valute, tra cui la sterlina, lo yen e, prima del 2002, il marco tedesco e la lira e ad esso si deve l’individuazione di due tipi di fondi per ciascuna valuta: quelli nazionali e quelli euro. Si hanno, così, o si avevano, i dollari USA e gli eurodollari, i marchi nazionali e gli euromarchi, le lire interne e le eurolire. Sotto certi aspetti, quindi, il prefisso “euro” è fuorviante e non possiede alcuna valenza geografica, sia perché le divise contrattate non si riducono a quelle dei paesi europei, sia perché altri paesi localizzati al di fuori dell’Europa intervengono attivamente nelle transazioni (esso andrebbe quindi sostituito più correttamente con “xeno”). Il tratto distintivo di una negoziazione in eurovalute consiste quindi nel riguardare disponibilità depositate in conti accesi presso banche non residenti nei paesi di emissione della valuta. Sotto questo profilo è rilevante il paese di localizzazione della banca, e non quello di origine. La circostanza che tale banca risieda o meno nel paese di emissione della valuta è relativamente irrilevante, ciò che importa è che non vi risieda la banca che conduce l’operazione. Da un punto di vista storico, si deve evidenziare come la circolazione di valute al di fuori del paese di emissione non rappresenti una novità del dopoguerra, in quanto operazioni di depositi e prestito denominate in dollari venivano p.e. negoziate in Europa già dagli anni Trenta. Ciò che contraddistingue il mercato delle eurovalute rispetto a qualsiasi esperienza precedente è tuttavia il fatto che la sua dimensione quantitativa lo ha portato gradualmente ad affrancarsi dai mercati nazionali ed a sperimentare condizioni autonome rispetto ad essi. Tutto questo in concomitanza con una pluralità di fattori che, a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, ne hanno creato i presupposti: la crescente apertura in campo finanziario e commerciale dei singoli sistemi economici, cui si sono accompagnati, in ossequio alla filosofia ispiratrice degli Accordi di Bretton Woods, l’abolizione da parte della maggioranza delle nazioni europee delle restrizioni di ordine valutario e la reintroduzione del principio della convertibilità esterna; il deficit del saldo dei movimenti di capitale nella bilancia dei pagamenti statunitensi, che ha favorito il formarsi di saldi creditori denominati in dollari presso non residenti; il ritiro di depositi detenuti presso il sistema bancario statunitense e la loro ricostituzione presso istituti creditizi europei da parte delle autorità monetarie cinesi e sovietiche, giustificato dal timore di subire, nel periodo della c.d. “guerra fredda”, un “congelamento” delle proprie disponibilità in dollari; l’atteggiamento e le operazioni poste in essere da alcune banche centrali; l’adozione, da parte delle autorità statunitensi, di taluni provvedimenti monetari e creditizi, in particolare in materia di controllo dei tassi corrisposti sui depositi vincolati. Le principali caratteristiche dell’euromercato sono così sintetizzabili: assenza di normative; elevato grado di tensione concorrenziale; elevato importo unitario delle operazioni; elevata dimensione (in termini relativi) del comparto interbancario. La mancanza di un organo centrale di controllo consente agli operatori di operare in un regime di relativa libertà, e si ricollega alle minori preoccupazioni che ogni paese “ospite” di operazioni in valute estere manifesta rispetto alla gestione della propria liquidità. In realtà ciascun operatore risulta soggetto all’autorità di almeno due organi di controllo, cioè a dire quello del suo paese di origine e, eventualmente, quello del paese in cui si trasferisce per concludere una negoziazione. I vincoli imposti dal primo sono indiretti, nel senso che condizionano le possibilità di uscita e di entrata dell’operatore e dei flussi finanziari generati dall’operazione dal mercato di origine, ed hanno un’incidenza assai eterogenea poiché alcuni paesi adottano politiche liberiste mentre altri sono meno permissivi. I vincoli imposti dal paese “ospite”, invece, tendono ad essere minimi in quanto gli operatori si orientano verso le piazze finanziarie caratterizzate dal minore grado di regolamentazione, nelle quali le autorità tendono ad attrarre gli operatori garantendo loro un regime valutario, fiscale e legale il meno vincolistico possibile. Il maggior dinamismo concorrenziale rispetto ai mercati domestici è attribuibile a due fattori fondamentali: l’assenza di un’autorità centrale di vigilanza istituzionalmente deputata a disciplinare il livello di concorrenza esistente fra gli intermediari e l’impossibilità di concludere accordi collusivi miranti a ridurre le tensioni competitive. Quest’ultimo elemento, in particolare, è riportabile all’elevato numero di partecipanti al mercato ed alle profonde differenze nei sistemi di valori a cui sono improntate le decisioni dei management delle diverse istituzioni (differenze nei contenuti delle singole funzioni diverse strutture remunerazione ecc.). Ne consegue una riduzione dei margini d’interesse per gli intermediari ed un’elevata tendenza alla fluttuazione delle condizioni di mercato secondo l’andamento della domanda dell’offerta di fondi. La natura di mercato tipicamente all’ingrosso (wholesale), alimentato dalla negoziazione di operazioni di elevato importo unitario in genere in contropartita con aziende industriali e commerciali di grandi dimensioni (spesso di carattere multinazionale), enti pubblici, istituzioni sovranazionali ed investitori istituzionali, pone per le eurobanche una serie di conseguenze, fra cui la minore necessità di un’articolazione capillare sul territorio e di un elevato numero di dipendenti addetti a mansioni esecutive, la maggiore enfasi posta sui prodotti innovativi e sofisticati rispetto a quelli tradizionali e standardizzati e la connessa esigenza di ispirarsi a modelli organizzativi più simili a quelli organici che a quelli burocratico-meccanici. L’elevato volume delle transazioni interbancarie può essere fatto risalire a due ordini di circostanze: in un’ottica macroeconomica, alla funzione di riequilibrio delle eventuali misallocazioni di fondi a livello internazionale svolta dall’attività interbancaria; in un’ottica microeconomica, al movimenti che sono alla base del ricorso al mercato da parte delle singole banche, che vanno dal finanziamento del portafoglio di impieghi all’investimento di risorse eccedenti, dall’offerta di una gamma di servizi alla clientela depositante al conseguimento di profitti di natura speculativa, fino a ricomprendere finalità di “cosmesi” e di scambio reciproco di informazioni. L’analisi, su un arco di tempo pluriennale, delle condizioni che hanno prodotto la nascita e lo sviluppo dell’euromercato e ne assicurano la sopravvivenza, consente di mettere in luce la capacità delle eurobanche, in assenza di controlli sui flussi e di capitali fra mercati interni ed esterni, di offrire condizioni maggiormente favorevoli alla clientela rispetto alle banche domestiche, ossia di operare con spreads più ridotti (tassi attivi inferiori, tassi passivi superiori). Le determinanti di tale maggiore efficienza tecnico-operativa sono essenzialmente le seguenti: assenza di disposizioni concernenti la riserva obbligatoria, con conseguente vantaggio in termini di costo opportunità rispetto agli intermediari operanti in un mercato regolamentato, e, più in generale, maggiore discrezionalità nel determinare il volume e la composizione dell’attivo e del passivo patrimoniale; assenza di disposizioni ufficiali o di accordi interbancari tesi a disciplinare il livello dei tassi; natura prevalentemente wholesale ed interbancaria del mercato, che consente di operare con una funzione di costo differente da quella che contraddistingue l’attività domestica e in regime di costi operativi unitari sostanzialmente inferiori; possibilità di sfruttare a proprio vantaggio le differenze nei regimi fiscali vigenti nei diversi paesi, domiciliando le transazioni in quelli reputati pro tempore più convenienti (c.d. “paradisi fiscali”); esistenza di economie nei costi di informazione determinate dalla circostanza di operare con controparti largamente note, di elevato standing e prestigio internazionale; possibilità di sfruttare 1e proprie caratteristiche di multinazionalità per effettuare arbitraggi nel tempo e nello spazio, costituendo posizioni aperte rispetto ai tassi di cambio e d’interesse. Il motivo per cui tali caratteristiche non si traducono in un incremento dei margini d’interesse è costituito dal fatto che la clientela percepisce le operazioni in eurovalute come più rischiose di quelle dei mercati domestici, e richiede quindi un maggior premio al rischio. La “mappa” degli strumenti finanziari trattati sull’euromercato, a disposizione delle unità di avanzo desiderose di investire le proprie eccedenze, delle unità in disavanzo interessate al fi- nanziamento dei propri deficits e degli intermediari comprende, fra gli altri: euro-commercial papers; euro-notes; euro-dollar bankers’ acceptance; euro-bond; floating rate notes; London dollar certificates of deposit; floating rate certificates of deposit; depositi vincolati; europrestito.

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