CREDITO TOTALE INTERNO

Acr.: CTI. Aggregato monetario costituito dalla somma dei finanziamenti interni al settore non statale e dal fabbisogno interno del settore statale al netto dei finanziamenti del Tesoro agli enti creditizi. Esso include gli impieghi delle banche in lire ed in valuta, i mutui degli istituti di credito speciale, le emissioni di obbligazioni da parte delle imprese e degli enti territoriali, i titoli che le banche acquistano temporaneamente dalla clientela e il fabbisogno del settore statale (Tesoro, Cassa DD.PP, e aziende autonome), comunque finanziato. La sua importanza tra gli aggregati monetari si deve al frequente impiego tra gli obiettivi intermedi della politica monetaria. In tale veste esso è considerato più efficace, ai fini di una variazione delle condizioni monetarie, della manovra tramite la sola base monetaria, i cui effetti possono essere stemperati da un incremento dei finanziamenti privati diretti. La scelta di tale variabile, nel caso italiano, si deve alla relazione diretta che intercorre tra la base monetaria, e il saldo della bilancia dei pagamenti, dimostratosi sovente (e in particolare nel corso degli anni Settanta) il vincolo più stringente alla crescita economica. In termini contabili si ha infatti che la variazione del credito totale interno (CTI) sommata al saldo della bilancia dei pagamenti (BP) è pari alla variazione delle attività finanziarie sull’interno (AFI), cioè: ∆AFI= ∆CTI + BP. Se in tale identità si introduce l’ipotesi che la domanda di AFIsia, similmente a quella di moneta, sufficientemente stabile, risulta che variazioni dell’ammontare el credito totale interno direttamente si ripercuotono sul saldo del settore estero.

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