SOMMARIO 1. Dall’economia di baratto alle prime monete metalliche
2. La funzione politica della moneta e l’atteggiamento dei filosofie dei legislatori
3. Dal monometallismo al bimetallismo dei romani
4. Le riforme di Giulio Cesare e di Cesare Augusto§
5. La riforma di Nerone
6. La funzione informativa della moneta
7. La crisi monetaria del basso impero
8. I monetieri medievali. 9. Il denaro dei re carolingi
10. Dalla libbra al marco
11. La monetazione comunale e gli aurei italiani
12. Le lire di Francia
13. L’allineamento monetario sotto Carlo V
14. Le monete nere, le monete di banco e le ricevute di deposito
15. Le prime monete cartacee
16. Il monometallismo aureo o Gold Standard
17. Il disordine monetario tra le due guerre mondiali
18. Da Bretton Woods al Sistema monetario europeo e all’Unione monetaria europea
1 - Dall’economia di baratto alle prime monete metalliche
Quando le prime comunità, almeno 35 mila anni fa, superarono lo stadio di ominidi e si diedero un minimo di organizzazione, è probabile che alcuni beni divenissero oggetto di scambio. Nel tempo pochi beni e tra questi, gli utensili da caccia e da lavoro, le armi, la pecora, il bue, il sale e poi i metalli, specie quelli nobili, funsero oltre che da mezzo di scambio anche da misura di valore e di riserva di valore. Il bene scelto per svolgere queste funzioni aveva le caratteristiche per essere moneta. In questo stadio si imposero le monete di conto. In un processo evolutivo lungo e sofferto dell’umanità si sentiva tra l’altro anche il bisogno di un mezzo adatto ad adempiere soprattutto alla funzione di intermediazione degli scambi in natura. Non doveva essere sempre necessario dare materialmente il bene moneta, ovvero la moneta merce. Essa doveva servire come misura di valore dei beni scambiati o da scambiare. In altri termini, non doveva essere indispensabile, dare, ad esempio, un bue per 10 pecore, ma contare, ossia valutare, una mandria di buoi in termini di pecore, o viceversa, un gregge di pecore in termini di buoi. Molto probabilmente si giunse a questo stadio quando circa 3 mila anni a.C., gli assiro-babilonesi crearono il primo sistema ponderale scientifico derivato da nozioni geometriche e astronomiche, essendo già stato inventato il tempo. Un grado sessagesimale fu equiparato a quattro minuti primi.
Dal tempo e dalla geometria si passò alle misure di lunghezza. In quattro minuti primi un uomo compiva 480 passi, ossia due passi al secondo. Dalla misura base di lunghezza, il passo con i suoi multipli e sottomultipli, si arrivò con l’elevazione a potenza a definire le misure di superficie e di volume. Occorreva ora inventare il peso e all’uopo l’unità base ponderale, la mina, fu definita come peso dell’acqua piovana contenuta in un recipiente di un palmo di lato. E questa, nel tempo, fu definita mina del re per distinguerla dalle varie mine che via via erano venute in essere per degenerazione della misura originaria, che forse era la mina pesante babilonese di circa 1.004 grammi.
Altro noto peso fu lo statere di 1/30 di mina. Il multiplo più usato, il talento, fu posto uguale a 60 mine. L’uso di differenti beni di riferimento impose la distinzione di vari talenti, che di norma rispecchiò i rapporti di valore tra i vari beni. Si fece riferimento al talento d’oro e a quello d’argento, oggi stimati rispettivamente in circa 2,5 e in 26 chilogrammi. Questi valori si riferiscono all’epoca di Alessandro Magno, allorché il rapporto oro argento si abbassò a 1 a 10 circa per effetto delle razzie dei tesori persiani fatte dagli ingordi e avvinazzati soldati macedoni. In generale, fino al IV secolo a.C. il talento d’argento presentò un’ampia gamma di pesi con un massimo di circa 36 chilogrammi.
Fu fatto inoltre riferimento al talento di rame, a quello per il legname, ecc. Dopo la definizione dei pesi fu più facile effettuare gli scambi minuti. Non sempre il bue e la pecora potevano essere le monete di conto più adatte a scambiare alcune misure di frumento, un piccolo attrezzo agricolo, una pelle, un sacchetto di sale, ecc. Ancor più spediti risultarono gli scambi quando furono utilizzati come moneta di riferimento i metalli, scambiati anch’essi a peso, dando maggiore valore a quelli più rari o a quelli più richiesti. In questo stadio, che si può riconoscere nel mondo omerico, si ebbe anche la moneta-tesoro, intesa come metallo prezioso da conservare soprattutto per farne dono votivo agli dei e regalo agli ospiti, i quali alla prima occasione avrebbero ricambiato il dono.
In epoca storica, al tempo del re Salomone, la moneta-tesoro svolgeva anche funzioni di riserva di valore per essere scambiata, ovvero spesa al momento opportuno con merci varie, necessarie, ad esempio, per pagare in natura gli operai e i servi occupati nei lavori pubblici o nelle costruzioni del re. L’ammontare del tesoro era indicazione della potenza del principe, il quale si sentiva in dovere di donare una parte delle sue razzie e dei suoi commerci alla divinità. Nabucodonosor II, siamo dopo la metà circa del VI secolo a.C., si vanta di aver deposto ai piedi della statua d’oro del dio Marduk parte dei beni ammassati nelle sue scorrerie e soprattutto molto oro e molto argento. Questo re non parla però di moneta coniata. Nella splendida Babilonia l’economia era ancora di baratto.
Più a occidente, tuttavia, nel regno dei lidi, la cui capitale era Sardi, in Asia Minore, all’alba del VII secolo a.C. fu inventata la moneta coniata, servendosi per lo più dell’elettro, lega naturale di oro e argento in varia percentuale. Gli inventori furono i mercanti-banchieri o più verosimilmente gli agenti incaricati dal re di pagare i mercenari, le cui clausole d’ingaggio prevedevano il pagamento in metalli preziosi. Le operazioni erano lunghe ed estenuanti, dovendosi pesare per ogni mercenario la sua parte di oro. Per mera comodità qualche banchiere o agente provvide a coniare pezzetti pressoché uniformi di oro o di elettro del peso di uno statere e per evitare contestazioni ogni mercante-banchiere vi impresse in seguito un proprio marchio.
Si passò pertanto dalla fase della pesatura a quella molto più rapida del conteggio. Via via i pezzi coniati assunsero la forma lenticolare o globulare e poi di disco e assunsero il valore del metallo con il quale erano battuti. Ben presto sorse la necessità di disporre di una scala di sottomultipli ben definita, con suddivisione duodecimale fino a 1/48 e anche a 1/96 di statere, come ad esempio nel sistema fenicio e in quello focese. Ma prima che questi e altri sistemi monetari si imponessero, il re della Lidia, Aliatte, comprendendo in pieno l’importanza del nuovo mezzo che rappresentava le varie forme della ricchezza, aveva creato sul finire del VII secolo il monopolio pubblico di emissione. A Sardi, inoltre, si iniziò a separare l’oro dall’argento e si produssero distintamente monete dell’uno e dell’altro metallo, che era a pieno titolo.
Queste monete raggiunsero sotto suo figlio Creso un alto grado di lavorazione. Con la separazione dei metalli nobili nacque il bimetallismo con definito rapporto di valore tra l’oro e l’argento, di norma più elevato di quello di mercato. La scoperta di nuovi filoni di metalli nobili e i miglioramenti nelle tecniche di estrazione fecero variare questo rapporto, che nell’antichità oscillò tra 1 a 14 e 1 a 10. Molto usato fu il rapporto astrologico caldeo di 1 a 13 e 1/3. La scelta del bimetallismo, scomparso definitivamente alla vigilia della prima guerra mondiale, non fu casuale.
L’impiego di due differenti metalli per usi monetari, di norma oro e argento, ma anche argento e bronzo, consentiva di contenere le relative oscillazioni di prezzo. Ma non tutte le città ricorsero al bimetallismo. Le poleis della Grecia e della Magna Grecia operarono per lungo tempo con il monometallismo argenteo. Fece eccezione Sparta, che inizialmente scelse il ferro, essendo povera di argento. Per motivi commerciali Roma, come si vedrà, scelse il bronzo. La scoperta della moneta coniata diede inizio all’economia monetaria, la cui espansione fu rapida. Al tempo di Creso la moneta coniata si era diffusa in tutte le poleis dell’Asia minore e della Grecia e in altre città bagnate dal Mediterraneo. Tramite Creso, finito prigioniero di Ciro il Vecchio, la moneta coniata fece la sua prima apparizione anche in Persia, ma la coniazione sistematica fu opera di Dario I, salito al trono nel 522 a.C. Questo re fu il primo a battere parte dei tributi in oro e in argento e a produrre nella zecca regia il darico d’oro di circa 8,34 grammi al corso o cambio di 20 sicli d’argento di circa 5,5 grammi l’uno, con un rapporto teorico di valore tra i due metalli di 1 a 13 e 1/3. Il siclo prima di diventare moneta fu per lungo tempo un piccolo peso.
Sempre in Persia, le satrapie interne rimasero però ancorate al baratto, come del resto vi rimase anche la campagna in Asia Minore e nella stessa Grecia. In generale l’economia monetaria interessò la vita cittadina. La molteplicità degli scambi e quindi dei prezzi richiese un certo ordine nella scale monetarie e impose l’uso di moneta tipo, come lo statere per i pagamenti di più rilevante importo, o come la dracma per quelli più correnti, nonché l’obolo, che era 1/6 di dracma, per le minute transazioni. Per l’aggiustamento dei resti c’erano i sottomultipli dell’obolo. Nel frattempo era già avvenuta la caduta dell’identità tra peso e moneta. Mentre lo statere ponderale rimaneva invariato, lo statere monetario si riduceva di peso. Il principe aveva fatto la scoperta dell’utilità sua propria di ridurre il peso della moneta.
2 - La funzione politica della moneta e l’atteggiamento dei filosofie dei legislatori
Il passaggio dall’economia di baratto a quella monetaria fu sotto ogni riguardo una delle più grandi scoperte dell’antichità e gli uomini del tempo ne sottolinearono l’importanza attribuendo l’invenzione della moneta agli eroi, figli per parte di padre o di madre degli dei dell’Olimpo. La moneta assunse anche una funzione politica, oltre a quella economica, di indipendenza della polis.
Le città più piccole, i cui limitati scambi potevano ancora reggersi sul baratto e sulla moneta di conto, vollero la propria moneta e non avendo una zecca la fecero coniare presso altre città, tra cui Egina, che disponevano di attrezzature e di monetieri, veri artisti che spesso, come accadeva a Siracusa, incidevano sul conio il proprio nome. Ma nei primi tempi l’arte di battere moneta si concentrò nei santuari, tra cui quelli più noti di Delfi, di Delo, di Ilio, di Apollonia del Ponto, i quali tutti si specializzarono nella produzione su commissione di tondelli, di punzoni e di monete.
Templi e santuari batterono anche moneta in proprio e la imposero ai pellegrini che affluivano nelle ricorrenti feste o ai singoli visitatori che si recavano ai luoghi sacri per consultare gli oracoli. Come testimoniano i reperti archeologici, vi era di norma un cambio all’acquisto e uno alla vendita. La differenza consentiva un guadagno e la copertura dei costi di produzione della moneta. I santuari, essendo luoghi sicuri, divennero inoltre i prototipi delle banche di deposito e intrapresero anche la funzione creditizia, dando a prestito i depositi disponibili e l’eccedenza delle loro entrate, che in gran parte erano formate da offerte votive all’oracolo.
I tassi dell’interesse tenevano conto dei rischi. Difficilmente le disponibilità dei santuari venivano impegnate per erogare il prestito marittimo, troppo rischioso e quindi caro, con un tasso dell’interesse non inferiore al 36%. Facevano, invece, prestiti al consumo, limitati a 300 dracme a testa, al tasso del 10% e prestiti alle città e ai regni vicini al tasso del 20%. Prestiti non superiori al 3% di interesse erano erogati alle autorità del territorio ove si trovava il santuario. 1 templi e i santuari furono i primi banchieri internazionali e la loro autorità morale seppe evitare crediti in lunga sofferenza e mancati rimborsi. Attraverso i loro agenti, le autorità dei santuari rendevano difficile a un debitore insolvente trovare credito presso altri centri.
La varietà delle monete determinò problemi di cambio e il verificarsi di aggi a favore delle monete migliori, per cui alcuni sistemi monetari si affermarono sugli altri. Nel particolarismo ponderale trovarono ulteriore spazio economico le città che svolgevano un’intensa attività di scambi interni e internazionali. Queste città imposero le loro leggi economiche e le famiglie dominanti, che il più delle volte si arrogavano il diritto di battere moneta, sulla quale imprimevano le proprie effigi, non furono aliene dal manifestare forme smodate di avidità. Non mancarono pertanto casi di condanna della moneta da parte di filosofie di legislatori. Licurgo, ad esempio, stando alla leggenda, introdusse a Sparta una moneta di ferro svilito con aceto, onde non fosse più utilizzabile, e del peso di 10 mine, oltre quattro chili, al fine di scoraggiarne l’uso. Ma la funzione precipua della moneta di allargare gli spazi economici e di contenere in poco peso e in ridottissimo spazio molto valore, impose anche a Sparta di adattarsi all’economia monetaria in continuo sviluppo.
D’altra parte, gli spartani erano stati truffati da Policrate di Samo, celebre pirata e falsario, che vendette loro anziché monete d’oro, monete di piombo dorate. Dracone di Atene fu più realistico di Licurgo e maggiormente lo fu Solone, la cui riforma monetaria diede nuovo impulso alla vita economica della città. Solone attuò una riforma delle misure, dei pesi e della moneta. Fu abbandonato il sistema monetario corintio e la dramma fu fissata in 1/70 della mina attica, ossia a circa 6 grammi, alla pari con la dracma delle città ioniche. Non sappiamo come i prezzi reagirono. È noto che una pecora valeva una dracma e dieci pecore valevano un bue. La riforma consentì l’ampliamento dei traffici e produsse un maggior gettito dei diritti portuali e dei dazi doganali. Platone, invece, nei suoi scritti relegò la moneta ai soli rapporti esterni della città. Ma quando egli scrisse le Leggi aveva già compiuto due viaggi alle scuole pitagoriche di Taranto e di Siracusa e la potenza del suo pensiero, invischiatasi nei numeri, si era offuscata. Più tardi Atene creò una valuta internazionale, la tetradramma, grazie soprattutto al suo potere politico e militare. Il tentativo fu ripetuto da Filippo II e poi da Alessandro Magno. La monetazione di gran parte degli immensi tesori razziati ai persiani (si parlò di 351 mila talenti d’oro) fece abbassare, come già detto, il rapporto oro argento a 1 a 10 e tutto il bacino del Mediterraneo, inondato dalle monete macedoni, conobbe la prima inflazione internazionale, con raddoppio dei prezzi in breve tempo. Il prezzo di uno schiavo, ad esempio, passò da 250 a 500 dracme d’argento di 4,30 grammi ciascuna, ossia 1/100 di mina. Questo abbassamento della dracma risaliva al tempo della svalutazione di Pisistrato, effettuata molto probabilmente dopo la metà del VI secolo a.C. Questo peso della dracma fu lasciato invariato nelle riforme di Filippo II di Macedonia e di suo figlio, Alessandro Magno.
3 - Dal monometallismo al bimetallismo dei romani Nell’antichità solo Roma riuscì a imporre stabilmente e per alcuni secoli il suo sistema monetario non soltanto nelle varie province, ma anche al di là dei confini dell’impero, in virtù della potenza militare ed economica e prima ancora politica, anche quando, dopo la metà del III secolo, durante l’anarchia militare, la moneta era diventata di biglione, pessima mistura di stagno, di piombo e di zinco, oppure era un pezzo di bronzo appena imbiancato d’argento. In Roma la moneta coniata dai poteri dello stato fece la sua apparizione con un certo ritardo rispetto alle monetazioni italiote della Magna Grecia e della Sicilia, degli etruschi e di alcuni popoli italici a contatto con i greci immigrati e con gli etruschi. Servio Tullio, che regnò tra il 578 e il 535 a.C., provvide a definire il patrimonio dei cittadini romani nell’unità monetaria di base, ossia l’asse di bronzo di una libbra (circa 327,5 grammi) di 12 once, ovvero di 288 scrupoli. Lo scrupolo (1,137 grammi) era il più piccolo peso della scala ponderale romana formatasi nel tempo e in modo empirico.
Gli orafi, tuttavia, conteggiavano anche in frazioni di scrupolo, segno evidente di un alto prezzo dei metalli pregiati. Come nelle poleis, anche in Roma la moneta coniata, identica in peso all’unità ponderale di base, l’asse appunto, fu consacrata agli dei e precisamente a Giunone Ammonitrice, ovvero Giunone Moneta, al cui tempio fu affiancata la zecca. Si sottolineava in tal modo non tanto il passaggio dall’economia di baratto all’economia monetaria, quanto la coniazione della moneta effettuata dai pubblici poteri. In Roma circolavano infatti da tempo monete, soprattutto d’argento, delle città greche e di quelle etrusche, nonché le monete fatte coniare in proprio non tanto dai patrizi legati all’economia naturale, quanto dai commercianti in contatto con il mondo degli scambi fluviali e marittimi. Lo stato monarchico non aveva però provveduto a stabilire í cambi o i corsi ufficiali, come, invece, era avvenuto nelle poleis.
La scelta del bronzo fu dovuta al potere dei Tarquini, data la specializzazione degli etruschi nella produzione di questa lega di rame e di stagno. In un’epoca in cui non era stata ancora inventata la biacca antiruggine, e vi provvidero in seguito i romani, il bronzo era preferito al ferro e gli etruschi lo esportavano in Europa, in Africa e in Asia Minore. Il rame si trovava nell’Isola d’Elba e lo stagno preveniva in massima parte dalle Isole britanniche in concorrenza con i cartaginesi. Quando questi rimasero padroni della rotta atlantica, gli etruschi furono costretti a percorrere la via del Reno e del Rodano per arrivare all’Isola d’Elba e poi nelle coste dell’Etruria. L’asse aveva i suoi multipli e i suoi sottomultipli, i primi articolati su base decimale e i secondi, su quella duodecimale. I grandi multipli e lo stesso asse librale servirono però più da peso che da moneta. Scarsa aderenza storica ha la distinzione del bronzo scambiato a peso, ossia dell’aes rude o aes infectum e dell’aes signatum con la nota peculum, ossia un pane di bronzo con l’effigie del bestiame.
La caduta della monarchia nel 509 a.C. e la concomitante dichiarazione della repubblica dei patrizi, favorita dagli accordi con Cartagine, che così eliminava la potenza commerciale e finanziaria del Tarquini, ridussero l’asse a moneta solo cittadina. Ci fu un forte regresso economico e l’asse ebbe vita travagliata per circa un secolo. Poi le varie guerre di conquista ne ridussero via via il peso. Per lungo tempo i pubblici poteri monetarono solo per fini fiscali, ossia per pagare i soldati dopo che fu introdotto il soldo militare al tempo della guerra contro Veio, e per fare opere pubbliche. I privati monetarono sotto il controllo dello stato per i loro interessi economici.
Si può arguire il valore dell’asse librale dalla legge Aternia Tarpeia del 454 a.C., che definiva l’entità delle multe: una pecora valeva 10 assi e un bue 10 pecore, ossia 100 assi. Questo particolare rapporto di un bue per 10 pecore, caratteristico dell’economia di baratto, ha espresso un prezzo molto stabile nel tempo e fino ai giorni nostri nell’economia contadina. Solo nel 269 a.C. (cinque anni dopo ebbe inizio la prima guerra punica) la repubblica romana provvide a definire la ratio denararia, in base alla quale il denarius d’argento fu tariffato 10 assi di bronzo, che le varie guerre avevano ridotto a 72 scrupoli, ossia 1/4 di libbra, vale a dire 82 grammi circa, con un rapporto tra i due metalli di 1 a 120. Il denario pesava 6 scrupoli e si suddivideva in 2 quinari e in 4 sesterzi. Anche le prime due guerre puniche produssero svalutazioni, che colpirono sia la moneta di bronzo, che quella d’argento. L’asse si ridusse al peso di un’oncia e il denario a 3,43 scrupoli. Ci fu un nuovo corso di un denario per 16 assi, con un rapporto argento bronzo di 1 a 112.
Le guerre imposero anche la coniazione della moneta d’oro, ma l’asse e il denario rimasero le monete con corsi ufficialmente tariffati e con un valore ancora elevato. Al tempo della terza guerra punica con un mezzo asse si faceva pensione completa per un giorno in una locanda non certo di lusso. Ce lo dice Polibio, che si riferisce ai valori della pianura padana, terra anche allora molto fertile e ricca.
4 - Le riforme di Giulio Cesare e di Cesare Augusto La produzione regolare di aurei e la loro tariffazione in termini di argento, di oricalco (ottone) e di bronzo, per cui si ebbe in Roma e nelle terre conquistate un plurimetallismo, debbono essere attribuite alla riforma di Giulio Cesare, che tolse al senato il secolare diritto di battere moneta e di controllare il libero conio. Il bronzo, già relegato dopo la guerra sociale (89 a.C.) a moneta fiduciaria, assunse il ruolo di moneta divisionaria.
Il sesterzio fu battuto in oricalco e qualche spicciolo fu emesso in rame anziché in bronzo. Giulio Cesare stabilì i corsi fissi, immutabili di un aureo per 25 denarii d’argento, oppure per 100 sesterzi in oricalco, oppure ancora per 400 assi di bronzo. Dopo la guerra civile, la successiva riforma di Cesare Ottaviano Augusto fissò per l’oro i rapporti di 1 a 12,5 con l’argento, di 1 a 350 con l’oricalco e di 1 a 560 con il bronzo. L’aureo era al 98% di fino a pesava 1/42 di libbra, ossia 7,79 grammi; il denario d’argento, anch’esso puro, era 1/84 di libbra, vale a dire 3,89 grammi; il sesterzio di oricalco veniva battuto come 1/12 di libbra e quindi pesava un’oncia, ossia 27,29 grammi; l’asse di bronzo era 1/46, cioè 10,91 grammi. Inoltre, da una libbra di rame si ritagliavano 96 quadranti, per cui ciascun pezzo pesava 3,4 grammi.
Il sistema monetario di Augusto comprendeva anche le monete intermedie e cioè il mezzo aureo o quinario d’oro, il mezzo denario o quinario d’argento, il mezzo sesterzio, detto dupondio e il mezzo asse, detto a sua volta semisse. In tutto erano battute 9 monete diverse, tante quante compongono un odierno sistema monetario. Si esclude il quaternione, che valeva quattro aurei, perché ebbe essenzialmente la funzione di medaglione di onorificenza e di liberalità del principe, anziché quella di moneta effettivamente circolante, anche se poteva prestarsi come mezzo per grandi pagamenti o come forma di tesoreggiamento.
A far DATA dai Gracchi Roma aveva nel frattempo conosciuto, come del resto le poleis del Mediterraneo, le manipolazioni della moneta: le tecniche della svalutazione e del ritiro delle monete in circolazione, i divieti di esportazione di valuta con controlli ai porti e alle dogane, l’adulterazione della moneta d’argento. In particolare, sul finire del II secolo a.C. e nei primi decenni del secolo successivo, il senato nell’intento di addossare alla plebe e ai cavalieri il costo delle riforme sociali emetteva il denario suberato, avente cioè l’anima di rame. Per contro i tribuni della plebe, d’accordo con i cavalieri, facevano emettere il denaro serrato, avente cioè l’orlo seghettato, per cui si poteva vedere che la moneta era stata coniata con un solo metallo.
Poi i patrizi trovarono il modo tecnico di emettere denarii serrati ma con l’anima di rame. Per rassicurare la gente si dovette ricorrere alla saggiatura gratuita delle monete da parte della zecca. Il pretore Gratidiano che la propose ebbe gloria e monumenti, ma sotto la dittatura di Silla pagò con la vita questa sua popolarità. Sotto il governo dittatoriale di Silla, volto a ripristinare con la violenza gli antichi privilegi dei patrizi, la saggiatura fu proibita e fu imposto il corso forzoso del denario suberato. Roma sperimentava così la circolazione fiduciaria della moneta di uso più corrente, il denario, il cui valore era quindi più elevato di circa 1/8 e anche di più del metallo in esso incorporato. La produzione dei falsari risultò incoraggiata e Silla dovette emanare la nota Lex Cornelia testamentaria nummaria, che si riferiva alle monete false e non certo al denario suberato emesso dai poteri dello stato. Nella politica economica e in specie monetaria si erano inoltre ben delineate due chiare tendenze, alle quali non possiamo certo attribuire il termine di scuole. Da un lato, i patrizi e i loro senatori, tutti espressione degli interessi della proprietà fondiaria, tendevano a valorizzare la moneta e quindi cercavano di contenere le emissioni; dall’altro lato, plebei e cavalieri cercavano di disporre di molta moneta e pertanto imponevano frequenti e consistenti monetazioni, necessarie per istituire colonie e per effettuare lavori pubblici ritenuti utili anche per combattere la disoccupazione.
La plebe inoltre voleva moneta come un modo diretto e concreto per partecipare ai benefici dell’impero strappandoli almeno in parte all’oligarchia senatoria. L’alternarsi dei ceti ai vertici della repubblica faceva variare pertanto e in misura rilevante la quantità di moneta in circolazione. Il tasso dell’interesse inevitabilmente fluttuava e l’usura dilagava quando i patrizi riprendevano il controllo delle emissioni e limitavano di nuovo la quantità di moneta di volta in volta battuta. Al fine di porre un freno all’usura, che maggiormente imperversò durante il corso forzoso, si provvide a stabilire una specie di tasso ufficiale dell’interesse. Vi provvide Silla, che da buon patrizio limitava le emissioni, pur essendo le sue meno costose, giacché erano adulterate. Egli fissò per legge il livello del tasso dell’interesse, che non doveva superare l’1% al mese, ossia il 12% l’anno. Questo tasso di interesse ufficiale doveva essere corrisposto d’ora in avanti secondo l’uso greco e cioè ogni mese e fu detto centesima pars sortis, giacché prendeva a riferimento una somma di 100 assi, ossia un asse di interesse su ogni 100 di prestito.
Un tasso del 33% era detto tertia centesima pars oppure usurae trientes. Il tasso massimo dell’usura raggiunse il 48% l’anno. Questo era il tasso dell’interesse che anche Bruto, il macerato e tormentato figlio di Servilia, amante di Giulio Cesare, per calcolo politico supposto suo figlio adottivo e altrettanto supposto suo pugnalatore, faceva pagare ai provinciali in cerca di prestiti nella piazza di Roma necessari per pagare le imposte. Con la rivoluzione cesariana il senato, come già detto, perse il diritto di battere moneta. Le emissioni passarono sotto il controllo di Cesare, che batté abbondante buona moneta quando poté monetare i tesori razziati in Gallia, in Germania e in Britannia. Durante la guerra civile il disordine monetario dilagò, perché chiunque poté disporre di un minimo di potere creò con mezzi leciti e illeciti metallo da monetare per proprio conto, sovente imprimendo sulle monete la propria effige. Dopo la battaglia di Azio del 31 a.C. e la successiva conquista dell’Egitto, Cesare Ottaviano monetò l’immenso tesoro dei Faraoni e Mecenate, suo primo ministro e in seguito suo consigliére per la cultura, studiò e attuò una vasta riforma monetaria, prendendo però a base quella di Giulio Cesare e i suoi corsi fissi. Ci fu una sola divergenza fra Cesare Ottaviano detto Augusto, ossia Venerabile, e il nobile etrusco Cilnio Gaio Mecenate. Questi voleva concentrare a Roma tutta la monetazione dell’impero onde tenerla strettamente sotto controllo.
Augusto volle tenere in funzione anche la zecca di Lione per ragioni militari e per rispondere alle attese delle genti delle Gallie, che volevano un minimo di autonomia. La riforma monetaria di Augusto e di Mecenate fece scomparire l’usura e in un primo tempo il tasso dell’interesse cadde al 4% l’anno. Tuttavia, l’aspetto più rilevante fu la programmazione della prosperità. L’ingente, ma sotto ogni riguardo ottima circolazione sostenne uno sviluppo economico di lungo periodo. Rallentato e poi bloccato dal parsimonioso Tiberio, il corso degli affari fu rimesso in movimento da Caligola, fu sostenuto da Claudio e fu spinto ancor più avanti da Nerone.
5 - La riforma di Nerone
L’obiettivo del principato di unificare le genti dell’impero e di diffondere la prosperità in un contesto di stabilità monetaria richiedeva la formazione di un unico mercato e Nerone tentò di abolire i dazi doganali interni, e cioè, tra provincia e provincia e tra le province e l’Italia. Il senato ancora espressione del ceto patrizio ancorato alla proprietà terriera e quindi timoroso della concorrenza dei prodotti provinciali, bocciò l’apposito disegno di legge e impedì che le genti dell’impero godessero, come diceva la relazione al senato, di un ribasso permanente del costo della vita. Nerone, scosso nel prestigio dovette reagire e fece smascherare gli illeciti dei senatori, che in combutta con i cavalieri e con i pubblicani, oppure attraverso i liberti partecipavano all’aggiudicazione dei lavori pubblici, all’appalto delle esattorie, al finanziamento delle aste mercantili, alle case bancarie, al collocamento di ingenti somme in privato.
Secondo la tradizione e alcune leggi, i senatori potevano dedicarsi solo alla cura delle loro proprietà, specie terriere e non ai commerci, ai traffici, all’attività bancaria. Anche l’attività forense era gratuita, salvo farsi ricompensare, com’era di regola, con regali e donazioni. Si sviluppò una lotta sorda e aspra che condusse a congiure, tra cui quella in cui si trovò implicato lo stesso Seneca. Il filosofo che predicava il distacco dai beni materiali, era nella vita pratica un avido e un corrotto fino a vendere licenze, cariche pubbliche e posti di comando. Era anche uno spietato usuraio. Destò scalpore la vicenda del prestito di 10 milioni di denarii da lui concesso ai commercianti della Britannia. Questi furono costretti a rimborsare l’ingente somma poco dopo che l’avevano ricevuta, perché nel frattempo Seneca aveva trovato un collocamento più redditizio. L’economia della Britannia subì un duro colpo. Prima di questi avvenimenti, Nerone aveva dovuto ritoccare la riforma monetaria di Cesare Augusto.
L’apprezzamento dell’argento, fortemente richiesto per usi domestici e artistici, fu corretto abbassando il peso del denaro da 1/84 a 1/96 di libbra, ossia da 3,89 a 3,41 grammi e riducendone al 95-90%, a seconda dell’andamento del prezzo dell’argento, il tenore di fino. In parallelo, il peso dell’aureo fu ritoccato, portandolo da 1/42 a 1/45 di libbra, ossia da 7,79 a 7,28 grammi. Era di fondamentale importanza che i corsi tra le varie specie monetate rimanessero immutati. Con í suoi corsi fissi e certi tra le monete di diverso metallo, la valuta romana, in particolare sotto forma di aureo e di denario, era diventata il mezzo di pagamento internazionale, da tutti i popoli più evoluti accettato e anzi bramato. In tutto il mondo allora conosciuto esterno all’impero, e cioè fin nella lontana penisola scandinava, fornitrice di pelli e di parrucche bionde, nelle terre oltre il fiume Neman, importante via dell’ambra, nell’Ucraina, produttrice di grano, nel medio e basso bacino del Volga, via d’acqua del commercio di schiavi, di pelli e di legname, in Persia, in India e in Cina, terre di spezie e di profumi, nei lidi bagnati dal Mar Rosso, nelle Isole di Sumatra e di Giava, da dove vennero ambasciate a riverire Augusto e poi altri imperatori romani, nell’Etiopia, presso i nomadi del deserto e le tribù dell’Atlantide, la moneta imperiale regolò ogni sorta di traffico utile ai romani o in qualche modo richiesto dalle varie genti nell’impero.
I regni limitrofirinunciarono alle loro monetazioni di metallo pregiato. In generale, l’aureo servì per i pagamenti interni ed esterni di più rilevante importo e anche per remunerare i grandi funzionari e gli ufficiali. Il denario fu la moneta per i vilia ac minuta commercia e il numerario dei ceti medi. Il sesterzio e i suoi sottomultipli, asse compreso, furono le monete della plebe e dei soldati, anche se questi ultimi quando andavano in congedo percepivano una liquidazione in denarii. La somma, che variò con l’aumento delle paghe e all’inizio, al tempo di Augusto, era di 3 mila denarii, consentiva in tempi di stabilità monetaria e se depositata in una banca di perpetuare la paga base vita natural durante. La programmazione della prosperità mirò a creare benessere. Essendo strettamente legata al mercato non corresse tuttavia le molte e ampie sperequazioni.
Al tempo di Augusto, ad esempio, gli stipendi più elevati ammontavano a 60 mila denarii l’anno, equivalenti a 2.400 aurei, per complessivi 18.700 grammi d’oro in cifra arrotondata. La paga annua di un operaio comune era di 264 denarii l’anno, integrata dai donativi in denaro e dalle distribuzioni in natura. Per emissioni ordinarie, per quelle straordinarie e per rimpiazzare la moneta logora ritirata dalla circolazione, la produzione della zecca di Roma e di quella di Lione si contava in milioni di pezzi l’anno. Nei soli due primi anni di principato e attingendo al bottino egizio, Augusto monetò per 250 milioni di denarii. Caligola, attingendo alle casse lasciate colme e inoperose da Tiberio, distribuì in un solo anno 2,7 miliardi di sesterzi. Nerone durante gli ultimi anni del suo principato distribuì 2,2 miliardi di sesterzi in elargizioni e donativi ai ceti meno abbienti, in regalie varie e in pensioni, ovvero sussidi, ai rampolli delle grandi casate, che non avendo più il censo prescritto, avrebbero perduto il seggio in senato. Traiano di ritorno dalla seconda spedizione nella Dacia, mise in circolazione 6 milioni di monete d’oro come donativo ai cives Romani domo Roma, ossia i cittadini iscritti nelle liste civiche del municipio di Roma. Per impedire ripercussioni nei corsi monetari fu necessario monetare adeguati quantitativi d’argento e di altri metalli. Alla circolazione romana si aggiungeva quella provinciale, che era solo divisionaria. L’Egitto fino a quando non imperò Diocleziano ebbe una monetazione in argento e in bronzo a sé stante, controllata dall’apposito prefetto romano di origine equestre. L’area monetaria dell’Egitto era chiusa e la piazza finanziaria di Alessandria perse il primato che aveva da tempo e che passò a quella di Roma. Ostia divenne la principale piazza per il finanziamento delle aste mercantili. Cambiali, lettere di credito e lettere di affari, insieme con gli ordini di incasso e di pagamento dell’amministrazione finanziaria dell’impero, girati ai pubblicani, evitavano trasferimenti di valuta e nel contempo svolgevano anche funzioni di moneta, e si aggiungevano sovente al circolante vero e proprio.
6 - La funzione informativa della moneta A far DATA della rivoluzione cesariana e con l’inizio del principato la moneta svolse la funzione di messaggio urbi et orbi. Questa funzione di messaggio era nota anche ai greci, ai persiani e alla Roma repubblicana, ma i messaggi contenuti nelle monete tendevano essenzialmente a ribadire l’autorità dell’ente emittente. Con il principato il messaggio monetale fu completo e complesso, fonte come l’Acta populi e l’Acta Senatus, fusi in seguito negli Acta diurna, di notizie, di esortazioni, di auspici, di vittorie. Il messaggio monetale imperiale recò oltre alle effigi, simboli e leggende d’ordine religioso, politico, economico, militare, sociale. I grandi avvenimenti, i trionfi, i giochi, i ludi, le più importanti opere pubbliche e le ricorrenze erano celebrati anche sulle monete e il mondo apprendeva le vicende dell’impero e il programma politico del principe. Di volta in volta il messaggio monetale poteva essere rivolto al senato, alla plebe, ai militari, ai popoli amici e ai popoli vinti.
L’avvicendarsi degli imperatori fu annunciato dalle monete e quelli che, come i Flavi, non discendevano da un illustre casato si premurarono di comunicare la loro ascesa al principato celebrando sulla moneta, prima ancora del trionfo, una vittoria. Attraverso le monete le genti interne ed esterne all’impero conobbero le fattezze del principe e dei suoi familiari. Con l’inoltrarsi nel III secolo e specie durante il cinquantennio dell’anarchia militare allorché la vita media degli Augusti e dei Cesari non raggiungeva i tre anni, le leggende impresse sulle monete vollero significare stati d’animo e auspici. Il motto Concordia Militum fu ripetuto in moltissime emissioni e tutto poteva significare meno che l’accordo tra le legioni.
7 - La crisi monetaria del basso impero Il crescere delle spese pubbliche, la pressione fiscale, la produzione dell’argento per usi non monetari, nonché a far DATA da Settimio Severo l’accentramento dei mezzi materiali di produzione nelle mani del principe, condussero ad aumentare fino al 60% la percentuale di rame nel denario, finché M. Aurelio Severo Antonino Bassiano, più noto come Caracalla, nel 214 dovette svalutare. La sua riforma monetaria stabilì nuovi corsi tra le specie monetate e introdusse I’antoniniano o doppio denario di 1/64 di libbra, al 45% di contenuto d’argento fino. Un aureo più leggero, essendo 1/50 di libbra, fu tariffato 20 doppi denarii, oppure 160 sesterzi, oppure ancora 800 assi di bronzo anch’essi più leggeri. Il III secolo fu contraddistinto da un progressivo deterioramento della qualità della moneta d’argento. II doppio denario o antoniano di Caracalla si ridusse a una moneta di pessima mistura con appena il 3% di argento e infine non fu più battuto. Il sesterzio fu emesso in bronzo e poiché con l’imperversare dell’inflazione costava più del suo multiplo si rinunciò a coniarlo. Gli aurei divennero sistematicamente più leggeri fino a scendere a 1/75 di libbra. Fu conveniente emettere mezzi aurei, specie quando l’impero al tempo di Gallieno si trovò diviso in tre tronconi. La moneta corrente si distribuiva ormai a sacchetti (folles) e di norma un follis conteneva mille antoniniani. Fu necessario aprire molte zecche al fine di non far mancare la moneta nelle varie province.
L’imperatore Aureliano con grande lungimiranza seppe fermare l’inflazione pur elevando alla dignità dell’argento il bronzo argentato al 4,5% di fino. Questo imperatore, che fu costretto a chiudere con la forza dei suoi legionari la zecca di Roma, dove la corruzione imperava, emise però in sufficiente quantità aurei di peso pieno, per cui la gente, costatando che la moneta d’oro non mancava, accettò i bronzi argentati al corso indicato sulla moneta. Anche l’aureo recò l’indicazione del suo peso, che era 1/50 di libbra, come quello di Caracalla. Aureliano era però riuscito a ricondurre a unità le varie parti dell’impero, compresa quella orientale finita sotto Zenobia di Palmira, e quindi a ricompattare il gettito fiscale. Con impiego massiccio di squadroni di cavalleria “corazzata”, ovvero catafratta (cavalieri e cavalli ricoperti di una cotta di ferro) Aureliano aveva cacciato i barbari dall’impero e aveva recuperato l’oro razziato. L’uccisione per tragico errore di questo imperatore impedì il consolidamento della riforma monetaria e l’inflazione riprese di nuovo vigore, dapprima lentamente e poi con ritmi vertiginosi quando le sorti dell’impero caddero sotto Diocleziano.
La riforma monetaria di questo imperatore, figlio di operai a giornata ancora barbari, non sufficientemente romanizzato nella cultura e nei costumi, tanto che introdusse a corte la proskinesis e diede al principe in carica doppia natura, umana e divina, fallì in pieno. Attuata nel 295, nell’anno successivo era già in crisi, giacché non furono rispettate le condizioni di Aureliano, ossia una circolazione di buoni aurei sufficiente in ogni momento a consentire il cambio dei bronzi argentati. Inoltre tra l’aureo e il bronzo argentato fu posto il buonissimo denario neroniano, anch’esso non monetato a sufficienza, per cui il bronzo argentato si svilì e fece fuggire ogni moneta buona.
L’impero risultò inondato del cosiddetto follis e propriamente del nummo italico, moneta di bronzo di circa 10 grammi rivestita di una sottile patina d’argento. Al fallimento della riforma monetaria di Diocleaziano concorse anche la riforma fiscale introdotta nel 296. Seguendo schemi barbarici, fu imposta l’annona militare e quella civile in natura, per cui non fu possibile redigere il bilancio finanziario dell’impero, ma solo un lungo elenco di beni e di servizi richiesti dallo stato. Diocleziano non poté quantificare la spesa pubblica e misurare la pressione fiscale. Inoltre con l’annona militare e civile in natura ebbe inizio il regresso dell’economia monetaria. Si creò infatti lo spazio per gli scambi in natura e per la pesatura della moneta d’oro. Il calmiere sui prezzi e sulle mercedi contribuì anch’esso a provocare il disastro monetario. Tutti i prezzi e tutti i salari si portarono al livello massimo consentito dalla tariffa. Durante il principato di Diocleziano il prezzo di una libbra d’oro salì da 7,5 mila a 90 mila denarii. Il denario, come si è visto, non era più moneta effettiva, ma solo moneta di conto. I prezzi raddoppiarono tra il 285 e il 295 e aumentarono del 500% da quest’ultima DATA al 305, anno dell’abdicazione di Diocleziano e del suo collega Massimiano. Durante il I e il II secolo l’inflazione non aveva mediamente raggiunto l’1% l’anno. Costantino, divenuto, unico signore dell’impero non potè fermare l’inflazione e abbandonò la moneta divisionaria alle leggi inesorabili del mercato.
Nella sua riforma monetaria del 326 l’aureo di riferimento, il noto solido, fu fissato a 1/72 di libbra, ossia 4,54 grammi, e valeva 18 miliarensi, oppure 24 silique d’argento, oppure ancora 240 folles, ossia 4.800 denarii di conto. Il solido fu accompagnato dal semisse e dal tremisse. Si voleva dotare l’impero di una buona circolazione aurea, ma si continuò a emettere cattiva moneta in misura crescente. Il prezzo di una libbra d’oro, che durante le tetrarchie successive a quella di Diocleziano, era continuamente salito, si portò nel 326, anno della riforma monetaria, a 345.600 denarii e risultò di 691.200 denarii nel 337, anno della morte di Costantino. Pur avendo ripristinato l’imposta in denaro e ridato spazio all’economia monetaria, le disposizioni di Costantino abbassarono però la moneta d’oro al rango di merce, sia pure pregiata. Si conteggia sempre in moneta, ma quando si paga occorre pesarla.
La riforma di Costantino non riuscì a tenere i corsi monetari prestabiliti e quindi il mercato determinò i valori a seconda della quantità e del peso della moneta di volta in volta in circolazione. Quando lo stato incassava le imposte, le rendite e altri introiti, voleva solidi, semissi e tremissi, non in numero ma in peso. L’esempio dello stato non poteva non essere imitato dai privati, nonostante le disposizioni contrarie. In un mondo dove nessuno garantiva un corso fisso tra le varie monete di specie diversa, anche la moneta più pregiata pur se coniata in un preciso peso, si doveva ancorare a qualcosa di stabile, ossia alla libbra da cui derivava. Il solido costantiniano diventò pertanto un sottomultiplo di una libbra non coniata, ma ovunque accettata come unità ponderale di conto. Gli storici hanno sottolineato che il solido aveva il pregio di essere un sottomultiplo di facile impiego, giacché era semplice dividere o moltiplicare per il numero 6. Si hanno 6 solidi per oncia, 36 solidi per mezza libbra, 54 solidi per 3/4 di libbra, 72 solidi per una libbra. Sotto i figli di Costantino l’inflazione continuò a incalzare con ritmi crescenti, tanto che per esprimere il prezzo di una libbra d’oro si iniziò a contare in miriadi di denarii, con una miriade pari come in Grecia a diecimila unità. Il solido divenne essenzialmente moneta di riferimento di aurei più leggeri a effettiva circolazione: il semissis e poi il solo triens.
L’imperatore Costante cercò di emettere buone monete divisionarie, come la pecunia maiorina e il nummus centenionalis, le quali nonostante le norme severissime e i posti di polizia, diventavano oggetto di incetta o di tesoreggiamento appena entravano in circolazione. Breve sosta ebbero i prezzi durante il principato del parsimonioso Giuliano, detto in seguito l’Apostata. Questo imperatore cercò di superare i danni provocati dalla politica monetaria di Costantino. Da un lato, svalutò il solido abbassandolo da 1/ 72 a 1/84 di libbra e dall’altro, rafforzò la monetazione in argento e in bronzo, coniando nuove monete ma in misura contenuta. Inoltre fissò e mantenne i corsi tra le varie specie monetate. Per contrastare l’inflazione derivante dalla spesa pubblica, cercò di ridurre l’attività imprenditoriale dello stato vendendo parte delle proprietà pubbliche. Giuliano rinunciò all’oro coronario, fece attenuare le norme severissime in materia di riscossione delle imposte e pagò i soldati non in moneta d’oro come da qualche tempo pretendevano le legioni, ma in moneta d’argento. Sulle monete riapparvero i simboli pagani. Una lancia persiana e non cristiana, come erroneamente fu creduto da molti, compreso il re persiano, impedì al restauratore della romanità di completare il risanamento dell’impero. Scomparso Giuliano, l’economia imperiale si avviò di nuovo, specie in occidente, verso il collasso, essendo in preda a un odioso fiscalismo e a un’inflazione travolgente. La documentazione relativa all’Egitto ci informa che nel 324, anno in cui Costantino assunse il controllo di questa particolare provincia, un solido d’oro valeva 4.350 denarii. Nel 380, due anni dopo la battaglia di Adrianopoli, in cui perse la vita l’imperatore Valente, la sua quotazione era salita a 4.050 miriadi di denarii, ossia a 40 milioni e 500 mila denarii. A svilire ulteriormente la moneta concorrevano anche i falsari.
Per combattere le frodi si cercò di rassicurare i possessori di monete imprimendo particolari sigle accanto a quelle delle molte zecche sparse per l’impero. Questi nuovi segni indicavano che la moneta era di oro purissimo o di argento depurato. Tuttavia l’oro monetato si esprimeva ormai essenzialmente nel tremisse di 1/215 di libbra, vale a dire circa 1,52 grammi. Per grosse cifre, quando occorrevano, come nel caso dell’indennità chiesta da Alarico per il mancato adempimento del foedus da parte di Stilicone, che non trovò l’appoggio di Onorio, suo imperatore, si faceva riferimento solo al peso del metallo e non alla quantità di moneta. Poco dopo la parte occidentale e quella orientale dell’impero iniziarono a percorrere strade separate anche nella monetazione.
La prima correva verso il marasma; la seconda si apprestava a vivere una nuova storia, che fu quella bizantina. Secondo i numismatici, la riforma di Anastasio, attuata sul finire del V secolo, segna l’inizio della monetazione dell’impero romano d’oriente. Al contrario di quanto accadde in occidente, nell’impero bizantino la moneta fu sempre espressione del potere centrale. Le monete d’oro, d’argento e di rame, pur travagliate dall’inflazione, dalla corruzione, dal dispotismo e dalle guerre, riuscirono a superare drammatiche crisi e a durare ancora per alcuni secoli.
8 - I monetieri medievali La caduta dell’impero romano d’occidente è datata ufficialmente all’anno 476 della nostra era, ma se si guarda alle condizioni economiche sarebbe da anticipare. Se, invece, si considera il comportamento dei duci barbari, i quali si dichiaravano generali dell’imperatore e si mettevano al suo servizio, sarebbe da posticipare. Comunque la crisi era da tempo irreversibile a causa del decadimento dell’esercito del tutto imbarbaritosi e dell’eccessivo fiscalismo che aveva prodotto lo spopolamento delle campagne e l’estensione del latifondo, tramite soprattutto l’istituto del patrocinium. Inoltre corruzione e inflazione sembravano mali incurabili. Nella miseria dilagante le bande di predoni facevano danni molto più rilevanti di quelli attribuiti ai barbari. L’economia monetaria, dopo un regresso sistematico, scomparve quasi del tutto. In un primo tempo i pochi scambi si ressero sulla circolazione in essere, giacché nessuna autorità centrale provvedeva alle emissioni di moneta.
La poca moneta battuta fu opera sporadica di duci romani e di duci barbari, che si limitarono a quella divisionaria, emessa peraltro per conto e in nome dell’imperatore di Costantinopoli, il solo signore che aveva i poteri di battere qualsiasi tipo di moneta, compresa soprattutto quella d’oro. I vari popoli che calarono nell’impero romano e in particolare, gli Svevi, i Visigoti, i Burgundi, gli Alemanni, i Franchi, i Goti e poi i Vandali e infine i Longobardi, anche quando monetarono lo fecero in nome dell’imperatore romano d’oriente, del quale si dichiaravano federati fin dal momento della penetrazione nell’impero. Soltanto dopo la scomparsa di Giustiniano i Visigoti in Spagna diedero inizio alla monetazione nazionale, seguiti poi dai Franchi e infine dai longobardi in pieno VII secolo. Una qualche importanza ebbe almeno in Italia tra la fine del V secolo e la metà del VI la monetazione vandalica nei pezzi d’argento da 2 scrupoli, ossia 2,27 grammi, da 1 e da 1/2 scrupolo, accompagnati da tre monete di rame.
Da questa monetazione emergono elementi per riscrivere la storia dei vandali. Presso i popoli franchi al tempo di Clodoveo, forse all’alba del VI secolo, circolava una moneta d’argento di 1,36 grammi, vale a dire 1/240 di libbra romana e che stava con l’oro nel rapporto di 1 a 11 circa. Intanto, dopo la vittoria sui bizantini avvenuta nel 537, i duci merovingi, forse Teodoberto I e il suo parente Childeberto I, si erano sentiti autorizzati a battere anche monete d’oro, ma nella versione di un triens abbassato a 1,29 grammi. Questa moneta sembra abbia avuto un corso di 12 monete d’argento di 1/240 di libbra ciascuna, con un rapporto quindi tra oro e argento di 1 a 10,9. Ma verso la fine del VII secolo anche i minuscoli triens d’oro, peraltro ormai rari, scomparvero sostituiti in alcune contrade da qualche moneta dorata. Nel frattempo c’era stata un’altra caduta della moneta d’argento, giacché si era ridotta a 1/300 di libbra, ossia 1,09 grammi. Da qualche tempo queste monetine d’argento erano chiamate denari e considerati come sottomultipli del solido d’argento di 1/20 di libbra e cioè di 16,37 grammi circa. Questo nuovo solido, che è solo moneta di riferimento e non moneta circolante, ha preso il posto del solido d’oro.
Questo ulteriore scadimento della moneta potrebbe coincidere con il periodo in cui i re merovingi abbandonarono la monetazione in mano ai monetieri privati, con conseguente progressiva proliferazione delle zecche e quindi adulterazione delle leghe, irregolarità dei pesi, emissioni dettate dalle esigenze dei castelli, delle chiese, dei tribunali, delle stazioni di posta, delle barriere doganali, dei palazzi signorili, degli agglomerati urbani. C’è anche una produzione di moneta nei boschi ad opera dei falsari. Secondo un computo ancora largamente incompleto, operarono all’epoca della decadenza dei re merovingi ben 5.000 monetieri e sono state individuate più di 800 località in cui sono stati coniati terzi di solido. In tutto l’occidente le officine dove si poteva battere oro, argento e rame o bronzo superarono le duemila unità. In queste cifre c’è la diretta testimonianza di un mutamento profondo nella produzione, nella circolazione e nella stessa velocità di circolazione della moneta.
La moneta effettiva è un bene che è ancora necessario, ma la sua produzione e la sua circolazione sono locali, come quella dei beni manufatti, la cui lavorazione avviene a domicilio. Non esistono più fabbriche e laboratori del tempo dell’economia imperiale, dove lavoravano centinaia e centinaia di persone e la loro produzione era smerciata in ogni parte dell’impero e anche al di là dei suoi confini. In occidente il sistema monetario si è ripiegato su se stesso e proprio quando l’Islam avanza e si impossessa delle terre più ricche dell’impero romano e di tutta la Persia, nelle quali alla fine del VII secolo impone la circolazione del dinar o soldo d’oro di 4,25 grammi, detto più tardi mancuso, e del dirhem d’argento di 2,82 grammi, entrambi in lega: 22,5 carati la moneta d’oro e 15 carati quella d’argento. Durante i secoli più bui del Medioevo l’emissione fu opera dei monetieri singoli, i quali apponevano nelle monete le loro sigle e le figure di imperatori romani celebrati dalla storia o dalla leggenda. Sovente la moneta recava il segno della proprietà del metallo monetato. Venivano infatti emesse monete con la dicitura ratio domini, ratio fisci, ratio ecclesiae, e il cui peso variava in funzione dei vari sistemi ponderali in uso nei vari feudi. Nonostante il rilevante numero di zecche e di monetieri la quantità di moneta in circolazione rimase insignificante rispetto ai secoli d’oro dell’impero romano.
Anche quando Pipino il Breve volle dare al suo regno un ordinato sistema monetario la moneta era quasi una rarità, almeno per la maggior parte della gente. Il sistema merovingio si era ridotto a un solo pezzo d’argento e non era in grado di risollevare le sorti economiche del paese. La riforma di Pipino il Breve riordinò dapprima il sistema di pesi e di misure e ricondusse sotto l’autorità regia le innumerevoli zecche private. Sembra che se ne contassero circa 1.500. In effetti più che vere e proprie zecche doveva trattarsi di botteghe di fabbri ferrai, dove di tanto in tanto qualcuno si appoggiava per fare monili e se del caso anche monete. L’ordinanza di Pipino ridusse il numero di queste botteghe e proibì ai monetieri di apporre le loro sigle o i loro nomi sulle monete. Inoltre la circolazione delle monete straniere, nonostante fosse quasi insignifi cante, fu proibita e fu dato ordine di fondere quelle che già si trovavano nel regno. Intanto entravano in circolazione le nuove monete, il cui piede era quello vandalico basato sulla libbra romana di 12 once, per complessivi 327,5 grammi e articolato, come si è visto su tre monete d’argento e su tre monete di rame. Ma questo sistema monetario era troppo ricco per l’economia del regno di Pipino. Secondo la sua ordinanza dei 765, la libbra fu ritagliata in 264 denari, per cui il singolo denaro risultò di 1,24 grammi. La riforma rafforzò dunque il denaro allora in circolazione, scaduto a 1/300 di libbra, ma rimase ben al di sotto della buona moneta vandalica e anche del denaro dei primi re franchi, che secondo la legge salica era, come si è visto, di 1/240 di libbra. Sottomultipli effettivi, ma rari furono il mezzo denaro o obolo e il quarto di denaro o pite.
Quest’ultima monetina pesava appena 0,31 grammi e come il suo multiplo testimoniava l’alto prezzo dell’argento e quindi il basso livello del tenore di vita. Multiplo di conto per le grandi transazioni, il cui pagamento avveniva dando l’argento in lingotti, fu il soldo di 1/22 di libbra, ossia il 14,89 grammi. Per diritto di monetaggio il monetiere si tratteneva un soldo, vale a dire in concreto 12 denari effettivi. Un altro soldo era trattenuto dal re per diritto di signoraggio. Per battere una libbra intera occorreva aggiungere due soldi di rame emettendo quindi il denaro circolante al 90% di argento fino.
Per poco tempo fu battuto anche il triens d’oro, ossia il terzo di solido costantiniano. Ma l’oro era bene rifugio e quindi poco adatto a circolare in un contesto di mera attività agricola, dove il baratto imperava. Inoltre non si volevano creare complicazioni nei rapporti con l’imperatore di Costantinopoli, l’unica autorità da tempo riconosciuta in Europa per battere moneta d’oro. Per i pagamenti di una certa consistenza si continuò a usare il lingotto d’oro da tempo suddiviso in tacche atte a facilitare pagamenti di minore importo. Il rapporto oro argento si pose nei valori di 1 a 12. Si dava cioè un’oncia d’oro per 12 once d’argento. Uguale rapporto, sia pure con qualche oscillazione, si poteva rilevare nell’impero bizantino e nelle sue province conquistate dall’Islam. Nelle terre del regno persiano e a oriente di questo la riforma monetaria del califfo Abd al-Malik impose alla fine del VII secolo il secolare rapporto astrologico caldeo di 1 a 13 e 1/3. La differenza tra questi rapporti non sembra tanto rilevante da provocare una fuga dell’oro dall’occidente verso l’impero bizantino e a maggior ragione verso le terre orientali degli arabi, date le distanze, le difficoltà di comunicazione e la rarefazione dei traffici.
La relativa scarsità di oro in occidente è da attribuire ad altri fattori. Come già detto, l’oro non era più adatto a causa del suo elevato valore a costituire in occidente parte della circolazione monetaria. L’oro non prese la via dell’oriente, come di norma si sostiene, ma quella del tesoreggiamento onde proteggerlo dalle continue calamità. L’oro fu impiegato anche per la produzione di monili e soprattutto per abbellire le chiese. Nella cosiddetta “età della fede” si costruirono altari e si fusero statue in oro massiccio, oppure si provvide a ricoprire gli uni e le altre di lamine d’oro. L’oro fu impiegato anche per fare calici, candelabri e altri oggetti del culto. Inoltre, l’oro finì nelle tombe, essendo invalso l’uso di seppellire i morti con i loro monili. Merita infine rilevare che molto oro affluì in occidente in pagamento delle “mandrie” di schiavi che l’Europa esportava verso Bisanzio e verso l’impero islamico.
9 - Il denaro dei re carolingi
Carlo Magno ereditò il trono di Pipino il Breve nel 768, ma soltanto nel 794 provvide a emettere il novus denarius, il cui peso fu eguagliato a 32 grani di Parigi e più precisamente a 32 chicchi del grano turchino d’Aquitania. In misure romane 32 chicchi corrispondevano a 1,5 scrupoli (1,70 grammi). Il nuovo piede monetario fu stabilito in 8.448 grani in argento fino, da cui ricavare 264 denari, ovvero 22 soldi di conto. Dovendo aggiungere due soldi di conto in rame per alligare il metallo, il nuovo piede monetario risultò di 18 once romane, vale a dire 491,22 grammi. Il nuovo denaro risultò di 1,70 grammi in fino e di 1,86 grammi in lega. I campioni del piede monetario e del denaro furono portarti a Palazzo per essere custoditi. Il rafforzamento del denaro rispetto a quello di Pipino il Breve fu deciso nella convinzione che una moneta forte potesse servire meglio gli scambi.
Nel regno c’era ora una maggiore disponibilità di argento ricavato dalle miniere di Melle. Alla prova dei fatti il denaro carolingio risultò però scarsamente adatto in quei tempi di generale depressione economica a rianimare gli scambi. All’inizio il nuovo denaro fu rifiutato, perché comportò il ribasso dei prezzi, che furono fissati d’imperio. Al danno della deflazione si aggiunsero le ordinanze con le quali si dichiarava immorale il commercio. Il negocium, cui la moneta doveva presiedere, non doveva essere un atto di lucro, ma solo un modo per colmare le deficienze della produzione domestica. Con ciò la moneta veniva allontanata dal suo ambito naturale. Né occorreva emettere molta moneta per pagare i soldati, giacché questi erano pochi e data la relativa scarsità di popolazione non c’era possibilità di avere grandi eserciti. Inoltre al loro sostentamento vi provvedeva in gran parte in natura il feudatario o il castellano che si sentiva obbligato e anche onorato di mettere le sue truppe al servizio del re. Alla luce della storia si può dire che Carlomagno non ebbe una chiara visione dei fatti economici, ma si prefisse l’obiettivo di combattere le frodi, l’usura, il commercio dei chierici e l’indisciplina, che era generale.
A ulteriore testimonianza dello spirito dei tempi e anche della grande miseria c’è anche l’ordinanza reale che istituiva due giorni di digiuno obbligatorio alla settimana. Se ci fu un tentativo di stimolare lo sviluppo economico, questo fu ostacolato dalle disposizioni regie, contenute nei capitolari, di lotta al lucro e al profitto e volte a regolare i rapporti economici secondo la visione moralizzatrice della chiesa. Contrariamente a quanto è comunemente affermato, Carlomagno non inventò né libbra, o lira, né soldo, né tanto meno il denaro. L’emissione monetaria annua continuò a essere estremamente limitata e i tentativi di concentrarla tutta a Palazzo furono abbandonati. L’unica forma di controllo fu la distribuzione del metallo da monetare.
Ogni anno, al primo giorno di luglio, ogni contea riceveva soltanto 5 libbre d’argento da monetare. La distribuzione del metallo, prima, e la pesatura delle monete, poi, avvenivano solennemente a Palazzo. Secondo l’uso, il re, come già detto, si tratteneva un soldo per libbra come diritto di signoraggio e un altro soldo sempre per libbra andava al monetiere come compenso del suo lavoro di artista. I conti, una volta integrata la libbra con l’aggiunta di rame e aver battuto la moneta, riportavano a Palazzo 1.344 denari ciascuno e se ne ripartivano con 1.320. Questo era l’incremento annuo della circolazione monetaria in ogni contea. Questa somma, da spendere durante un anno, era la metà circa di quella percepita da un sottufficiale di più basso grado dei pretoriani al tempo del principato augusteo e senza tener conto del peso della moneta. II denario romano da Augusto a Settimio Severo pesava il doppio di quello carolingio.
Il sistema monetario di Carlomagno e dei suoi successori fu monometallico a base argentea, non essendoci lo spazio nel sistema economico per la moneta d’oro e nemmeno per le monete d’argento di valore più elevato del denaro. Il soldo di 12 denari, che in teoria sarebbe stato di 22,3 grammi circa in lega, rimase moneta di conto. I pochi pezzi d’oro che Carlomagno emise all’inizio del suo regno ebbero la funzione simbolica di medaglie commemorative.
Non risponde a verità la supposta convenzione segreta fra Carlomagno e gli imperatori bizantini, tra cui l’imperatrice Irene che fu spodestata quando erano in corso le trattative per sposare l’imperatore del franchi e dei longobardi, di non emettere moneta d’oro nell’impero carolingio. Carlomagno si fregiò bensì del titolo di imperatore a far DATA dal Natale dell’anno 800, ma a Bisanzio fu considerato soltanto basileus dei franchi e dei longobardi e non imperatore dei romani.
Anche l’imperatore Ludovico il Pio, figlio di Carlomagno fece coniare pochi pezzi d’oro a imitazione degli Augusti romani e come affermazione sia pure simbolica della renovatio imperii, nel significato del diritto di associare al regno il figlio maggiore Lotario I. Ludovico volle rafforzare il denaro e a valere sempre sulla libbra di suo padre lo portò a 1/240 di libbra, ossia a 2,04 grammi. Anche questo fu uno sforzo inutile e ben presto il denaro fu colpito da sistematiche svalutazioni, che ne ridussero il peso. Dopo Carlo il Calvo, che con l’editto di Pitres dell’864 riportò il denaro a 1/264 di libbra, la moneta carolingia divenne ancor più leggera per effetto dell’abbassamento del peso della libbra. Nonostante le severe disposizioni in materia di emissioni monetarie, la proliferazione delle zecche non fu fermata e significò più una specie di rivincita dell’economia naturale sull’economia monetaria. Nell’ulteriore impoverimento dell’economia più frequenti divennero i contratti che recavano la formula in quocumque pretio potuerint, ossia qualunque bene, compresa la moneta, che il compratore avrebbe potuto consegnare per soddisfare il pagamento dell’obbligazione assunta.
10 - Dalla libbra al marco
Con il declino di fatto della dinastia carolingia, ovvero del regno dei Franchi, sul finire del IX secolo, la monetazione si frantumò di nuovo in mano ai signori feudali. Castellani, abati, vescovi e conti monetarono in proprio tramite i soliti monetieri viaggianti, che recavano con sé gli strumenti della loro arte. Ma nell’economia curtense il bisogno di moneta fu ancor meno sentito di prima. Con la servitù della gleba e con i compensi in natura, con armigeri che risiedevano stabilmente a palazzo o nel castello, la moneta effettiva fu una cosa rara. D’altra parte mancava il suo ambito naturale, ossia il fiorire degli scambi.
Era, invece, tornata in auge la moneta di conto utile a misurare il valore delle cose in un’economia che trovava comodo esprimersi essenzialmente con il baratto, DATA la limitazione dei commerci, nonché la ridotta scala dei beni prodotti. Ma anche quando fu necessario battere qualche spicciolo il piede monetario di una libbra era diventato troppo elevato e cioè caro e quindi si ripiegò su un lingottino di metallo prezioso di alcune once, di norma otto, delle varie libbre in uso nei molti domini in cui l’Europa era divisa. Nacque il cosiddetto “marco”, con l’indicazione del peso e della purezza del metallo impiegato. Uno dei primi marchi d’argento fu quello di Filippo I di Francia, vissuto tra il 1060 e il 1108. Questo marco pesava 244 dei nostri grammi ed era soltanto moneta di conto e piede monetario e non una moneta effettiva.
La purezza del marco si esprimeva in denari e 12 denari indicavano l’argento puro. Il marco d’oro, di norma più leggero, era indicato in carati e 24 carati esprimevano il massimo della purezza. Il marco d’oro di Innocenzo II, eletto papa nel 1130, era di due once, e di due marchi d’oro fu il tributo annuo stabilito da questo papa quando pochi mesi prima di morire concesse il titolo di feudatario ad Alfonso I del Portogallo. Nel frattempo avevano iniziato ad avere una certa notorietà le monete di Venezia, di Pavia, di Aquileia e di altri comuni italiani, tra cui Pisa, Cortona e Lucca. Si ha notizia di librae veneticorum nel trattato di pace e di amicizia stipulato tra Pier Tradonico, divenuto doge nell’anno 836, e l’imperatore Lotario, in occasione della definizione dei confini di Cittanova. Del denaro veneziano si parla in un documento del 972, dove è valutato 1/2 denaro milanese dell’imperatore Berengario. Questo denaro veneziano, che era concavo, pesava 1,09 grammi ed era di pessima lega, di poco inferiore al 20% di fino. Erano note anche le monete di certi signori di Francia e di Germania. A testimonianza del disordine monetario si può ricordare che a Venezia e in Francia si distingueva da tempo la lira numeralis di denari piccoli dalla lira ponderalis di denari grossi. Entrambe non avevano visto la luce né in Francia, né a Venezia, ma risalivano alle esperienze dei bizantini.
Nell’impero greco circolava da tempo un soldo d’argento, noto come soldo grosso, di 1/6 di oncia di libbra romana o lira di 12 once, del peso dunque di 54,58 grammi. Quando questi avvenimenti accadevano, la ripresa dell’economia monetaria era già avvenuta. Ne furono artefici i comuni, specie quelli italiani e a far DATA pochi decenni dopo la metà dell’anno mille, in attesa del quale e a espiazione delle colpe, l’oro, l’argento e la pietre preziose defluirono in maggior copia verso le chiese, le abbazie, i conventi e i sepolcreti. Dopo la metà dell’XI secolo fu superata la paura della fine del mondo, che dalla notte di capodanno dell’anno mille fu spostata all’anno 1033, perché 33 erano gli anni di Cristo. Questa nuova attesa fu seguita dagli anni della grande pestilenza, del fuoco di sant’Antonio, che fu mortale, e bisognò, come sempre era accaduto, riprendere il lavoro e di nuovo sperare nel ritorno di giorni migliori. Abati e vescovi ebbero bisogno di riparare i luoghi di culto, non più curati, e attinsero ai tesori monetandoli. Le autorità cittadine si inserirono per procacciare viveri in terre lontane. Si cercò di ritrovare la moneta coniata e le esigenze commerciali portarono a imitazioni di monete d’oro islamiche e che quindi recavano incisi versetti del Corano.
La ripresa dell’economia monetaria, che fu piuttosto lenta, trovò sostegno anche nel bellum sacrum, ossia nella prima crociata, avvenuta sul finire dell’XI secolo. Fu necessario organizzare mezzi di trasporto, ammassare viveri, armi, tende e bandiere e trovare monete e metalli preziosi. Si sentì anche il bisogno di trovare un metro comune alle varie monete, diverse per peso e per contenuto di fino. Le varie monete dei crociati furono riferite a un’unica moneta di conto, che fu il marco d’argento di otto once. Le flotte genovesi, pisane e veneziane si fecero pagare in marchi d’argento a pieno titolo. Nella confusione delle monete il riferimento al marco di otto once e puro consentì di attenuare gli effetti del particolarismo monetario. È da dare per certo che la monetazione veneziana si rafforzò molto con la IV crociata, avvenuta tra il 1202 e 1204 e che portò alla costituzione dell’Impero latino d’oriente, nei cui porti si insediò Venezia.
11 - La monetazione comunale e gli aurei italiani I comuni batterono all’inizio solo moneta d’argento, che non sempre fu buona, accompagnata da qualche pezzo di rame. Anche l’economia monetaria comunale ricorse ben presto alle manipolazioni della moneta. Ma superata la metà del XIII secolo, l’affermarsi della vita cittadina e l’intensificarsi del commercio interno, di quello interregionale e di transito condussero a maggiori entrate e quindi a risanare la circolazione e a renderla più articolata monetando anche l’oro.
Nel 1251 Genova batté il genovino di 2,46 grammi e pochi mesi dopo, al primo di gennaio nel 1252, Firenze coniò il fiorino d’oro di 3,53 grammi, a imitazione anche nel peso del fiorino d’argento. Questo era stato coniato nel 1182 e aveva sostituito le monete battute a far DATA dal 1115, anno in cui la contessa Matilde aveva concesso ai fiorentini l’autonomia comunale come ricompensa dell’aiuto prestatole per reprimere disordini nel Mugello. Come ai tempi delle poleis della Ionia, l’autonomia comunale si coniugò subito con l’autonomia monetaria. Dopo tanti secoli si riscopriva la funzione politica della moneta, senza la quale le altre funzioni non sempre hanno modo di esplicarsi in pieno. La moneta era ancora lo strumento e l’espressione concreta dell’indipendenza politica, oltre che manifestazione essenziale della vita economica. La zecca fiorentina pose il fiorino d’oro sul Banco della moneta d’oro, di nuova istituzione, che operò a fianco del Banco della moneta d’argento. La zecca vendeva 64 fiorini d’oro racchiusi in un sacchetto di pelle o borsa, alla maniera del follis romano, e la chiusura recava i sigilli del Comune. Si ebbe pertanto il cosiddetto “fiorino di suggello”.
La rottura dei sigilli comportava un immediato deprezzamento, imputabile a una effettiva o presunta circolazione, tanto che occorrevano 65 fiorini sciolti per avere 64 fiorini di suggello. Inizialmente un fiorino d’oro fu posto al corso di 12 fiorini d’argento, ossia pari a una lira fiorentina di conto, con un rapporto oro argento di 1 a 12. Occorrevano dunque 768 fiorini d’argento per avere un sacchetto di 64 fiorini d’oro di suggello. L’emissione del fiorino costrinse Genova ad allineare subito il suo genovino e così dal 1252 l’Europa e i paesi bagnati dal Mediterraneo iniziarono a disporre di due aurei equivalenti, del peso ciascuno di 1/64 di marco a pieno titolo e pertanto di piena incondizionata fiducia, sì che furono preferiti a monete d’oro più pesanti, come, ad esempio, l’augustale della Sicilia di 5,23 grammi, che era però in lega anziché in oro zecchino, quello cioè a 24 carati. Le fortune del fiorino e del genovino indussero Venezia a dotarsi dal 1284 di un aureo equivalente.
La monetazione veneziana, già carica di esperienze, si arricchì dello zecchino d’oro, anch’esso di 3,53 grammi. Firenze passò alla monetazione aurea grazie ai guadagni delle Arti maggiori, specie quella della lana; Genova in virtù dei suoi traffici e delle sue razzie e Venezia anche per merito dei servizi di trasferimento di denaro per i crociati e dei commerci con il Medio oriente. Ben presto re, duchi, autorità cittadine e religiose di altri stati imitarono gli aurei italiani, specie il fiorino, ma limandone il peso. Fiorini più leggeri furono coniati anche dal re di Francia, Luigi IX, nel 1266 e dal papa Giovanni XXII in Avignone, il quale poté continuare a battere un fiorino in più da ogni marco previa scomunica, chiesta dai fiorentini, di tutti i potenti che coniavano fiorini non regolari. Così il fiorino di Luigi IX non ebbe fortuna. Uguale sorte toccò in seguito allo scudo e al cruzado dei portoghesi, coniati entrambi con l’oro africano. Si trattò di fiorini a 23 carati e 3/4, per cui non avevano il pieno titolo dell’aureo fiorentino.
12 - Le lire di Francia Le esperienze dei comuni italiani e soprattutto quelle di Firenze consentirono a Luigi IX di battere oltre che il fiorino d’oro più leggero, anche un soldo e un denaro ricavati da una lira di conto, detta lira tornese, che divenne moneta nazionale di Francia. La lira tornese fu inizialmente di 8,27 grammi d’oro e di 80,84 grammi d’argento. Il soldo, al contempo moneta effettiva di 4,04 grammi d’argento fino e moneta di conto, servì per i pagamenti di più rilevante importo e fu detto denaro grosso. Il vecchio denaro, a sua volta, continuò a essere moneta spicciola e fu detto denaro piccolo, all’inizio di 1,13 grammi in bassa lega d’argento, forse ad appena il 30% di fino. C’era anche la lira di Parigi, moneta di conto pari a 5/4 della lira tornese e del peso ideale di 101 grammi al tempo di Luigi IX.
La lira di Parigi, derivata dalla libbra romana, risaliva a Ugo Capeto, che sul finire del X secolo la definì in 305 dei nostri grammi. Prima ancora della lira tornese era stata creata la lira di Troyes, ritagliata idealmente dall’omonimo marco di 244 grammi d’argento, nella misura di circa 81,33 grammi, ossia 1/3. Dal XIII secolo la Francia dispose dunque di 3 lire di conto: la lira di Troyes o lira della Champagne, moneta di fiera di cambi monetari; la lira tornese, moneta nazionale; la lira parigina, di più elevato valore. Questa lira resse i traffici dell’Isola di Francia e i suoi sottomultipli effettivi furono battuti nella zecca di Parigi fino a quando non fu demonetizzata nel 1336. Pochi anni prima, nel 1329, era stata emessa una lira d’oro di 7,41 grammi. Il grosso italiano e il grosso francese furono imitati in molte contrade europee. Ogni grosso ebbe sempre alla sua base un marco d’argento, sempre lingotto e sempre moneta di conto.
Assunsero a notorietà il grosso dei Paesi Bassi, del Brabante, di Liegi, delle Fiandre, di Ungheria e di Boemia. Minor successo ebbe il grosso d’Inghilterra, forse perché il vecchio penny d’argento di 1,55 grammi, erede degli ultimi tempi dell’impero romano d’occidente e la cui coniazione risaliva intorno al 780, era riuscito a contenere l’erosione monetaria e assolveva bene ai pagamenti che si effettuavano nell’Isola. Gli stati tedeschi ebbero dal XIII secolo un grosso di circa 4 grammi ritagliato dal marco di Colonia, che risaliva all’XI secolo. Questo marco era un lingotto di otto once della libbra carolingia di 16 once ridotta a 467,7 grammi. Il marco di Colonia pesava pertanto 233,8 grammi. Il ritorno di buona e in senso relativo di abbondante moneta consentì di sviluppare in ausilio ai traffici e alle fiere, un fiorente commercio di lettere di cambio, stilate di norma in marchi d’oro o in fiorini. Queste lettere evitavano costosi e anche pericolosi trasferimenti di denaro contante.
A limitare il trasporto di moneta provvedevano anche gli stessi banchieri, giacché il pagamento delle lettere di cambio avveniva di norma parte in oro e parte in moneta d’argento, sovente di pessima lega, per cui quando non era strettamente necessario si preferiva trasferire la lettera e cioè darla in pagamento per altri affari. I progressi nelle comunicazioni e nei trasporti fecero accrescere la domanda di capitali, e quindi delle lettere di affari. Sorsero apposite imprese prima ancora che si affermassero quelle più note, tra le quali va ricordata la casa della famiglia Taxis di Milano, cui Filippo il Bello affidò nel 1505 il primo servizio di corrieri regolari. All’interno degli stati la moneta d’oro, rappresentata in alcuni reami e signorie anche dal ducato, fu sussidiata dalle monete d’argento dai vari nomi, come i quattrini, i soldi di moneta piccola, gli scudi, i talleri, i grossi, ecc., tutti battuti a valere sui vari marchi.
13 - L’allineamento monetario sotto Carlo V Sulla moneta d’argento si scaricarono ovunque le imperizie dei governanti, le loro cupidigie, i loro sogni di grandezza, causa prima di ricorrenti guerre. Non fu facile nemmeno per Firenze, per Genova e per Venezia difendere i loro aurei. Di fronte a gravi difficoltà fu opportunamente scelta la strada di sacrificare la moneta d’argento, in particolare il quattrino a Firenze, per salvare l’aureo, moneta internazionale necessaria a difendere le quote di mercato delle manifatture conquistate in Europa e non solo in Italia.
La purezza degli aurei italiani cedette però di fronte all’avventura di Carlo V, costretto dai debiti a svalutare il suo scudo d’oro. Guidato con mano ferma dal cardinale Florent, divenuto poi papa Adriano VI, Carlo V ottenne dalla finanza internazionale con a capo i Fugger la somma di 850 mila fiorini d’oro in lettere di cambio, con le quali poté persuadere i principi elettori a eleggerlo imperatore del Sacro romano impero. Al reperimento dell’ingente somma parteciparono anche i banchieri di Milano e di Augusta, nonché alcune case fiorentine, ivi compresa quella dei Medici. A Francesco I la finanza internazionale non concesse credito e fu guerra, specie in Italia. Al momento di onorare gli impegni Carlo V si trovò però in difficoltà, nonostante la pace di Cambrai gli avesse fruttato promesse di pagamento da parte di Francesco I per 2 milioni e 290 mila scudi d’oro, e una somma in contanti per 1,2 milioni di scudi, sempre d’oro. Di fronte alle difficoltà di pagare i prestiti e di sostenere le spese di numerosi eserciti, fu del tutto naturale abbandonare il pieno contenuto di fino del suo scudo, lo scudo d’oro di Castiglia, ed emetterlo anziché a 24 a 22 carati. Correva l’anno 1531 quando questa svalutazione ebbe luogo. Firenze, dove nel frattempo erano ritornati i Medici, nonché Genova, Roma e Napoli si allinearono subito al nuovo scudo, mentre Venezia fortemente impegnata nei commerci con il Levante tentò inutilmente di mantenere il suo zecchino a pieno titolo.
Va notato che durante il tempo di Carlo V l’Europa dispose di un allineamento generale delle monete d’oro. Circolò infatti lo scudo detto delle Cinque Stampe, coniato a Firenze, a Genova, a Roma, a Napoli e a Siviglia. Questo scudo era battuto nella misura di 100,5 pezzi per libbra fiorentina di 339 grammi. Intanto si erano allineati anche gli scudi di Milano, di Palermo e di altre città che avevano i poteri per monetare. L’allineamento si estese anche ai marchi di Castiglia, di Colonia e della Torre di Londra. Le fiere di Besançon, dove operava la finanza che sosteneva Carlo V, spiazzarono quelle di Lione, dove intrattenevano affari i banchieri allineati con Francesco I, compresi i fuoriusciti fiorentini in seguito al ritorno dei Medici in Firenze. Lo scudo di marco di Besançon, moneta di conto allineata allo scudo delle Cinque Stampe, isolò la Francia e il suo enrico d’oro. Caterina de’ Medici preferì tornare al vecchio scudo al sole, che valendo di più fu però esportato o fuso. Né gli aurei inglesi riuscirono a imporsi. Nelle varie fiere, luoghi di contrattazione delle merci e dei cambi monetari, si formarono i primi elementi dell’attività borsistica. In questo giro di affari gli italiani non mancavano e il più delle volte il console di fiera era un milanese, un genovese, un lucchese. A Lione prevalevano i fiorentini.
Lo sviluppo degli affari e del raggio di azione portò alla formazione dei vari cambi. In fiera vige il cambio ufficiale, che è obbligatorio e corrisponde in linea generale all’odierno prezzo di compenso. C’è poi il cambio ufficioso stabilito nelle varie piazze che non sono sede di fiere di cambi. Vi sono, inoltre, i cambi correnti, ossia i prezzi spuntati dai singoli operatori, e precisamente uno di andata e uno di ritorno. Le provvigioni giocano di norma sull’incerto per certo. Infine si ha la scontrazione, che avviene sempre in fiera, e che corrisponde in certo qual modo all’odierna spunta a compenso della stanza di compensazione.
14 - Le monete nere, le monete di banco e le ricevute di deposito L’afflusso di metalli preziosi dal Nuovo Mondo, le migliorate tecniche di estrazione dei metalli nobili, le guerre e i bisogni dei vari stati ruppero ben presto l’equilibrio monetario e inflazionarono ovunque la moneta. Divenne più difficile amministrare e gestire il bimetallismo. Ne soffri ulteriormente la moneta d’argento, che divenne quasi nera a causa del piombo contenuto nella lega. Molti dei numerosi stati tedeschi fecero dell’esportazione di moneta nera una fonte di entrate fiscali.
La moneta si cedeva a sacchi e i banchieri, al fine di snellire le operazioni, ne calcolavano il valore applicando opportune percentuali di riduzione, talvolta del 50%. Dopo l’infelice esperienza delle Ordinanze e delle Grida, con le quali i regnanti si illudevano di fermare i prezzi, fallì anche il tentativo di affidare ai banchieri il risanamento monetario. Una via di uscita fu trovata nella creazione di particolari monete di conto da parte dei banchieri.
Sorsero e si svilupparono banche, come il Banco di Amburgo, che per ovviarealla confusione monetaria provvidero a tenere la contabilità in una propria moneta di conto. Ricevevano in deposito moneta corrente e la registravano in moneta di conto. Facevano prestiti in moneta corrente e li registravano in moneta di conto. Mentre la moneta corrente si deprezzava, quella di conto o di banco rimaneva stabile. Quest’ultima aveva un suo prezzo di acquisto e un suo prezzo di vendita. L’importanza assunta dal Banco di Amburgo, specie nell’Europa settentrionale, diventata per varie cause, compresa la scoperta dell’America, sede del baricentro economico del mondo a danno del Mediterraneo, portò il marco banco a essere la moneta con la quale si definivano i punti di acquisto e di vendita nel mercato dell’argento. In un’Europa travagliata dalle guerre, dalla caduta di valore delle monete ìn lega d’argento e quindi dall’inflazione, la moneta di conto dei banchieri si impose. La scomodità del trasporto di moneta fece riscoprire le ricevute di deposito, che ben presto iniziarono a circolare avvalendosi della girata, invenzione italiana. Venezia ne comprese la portata e l’introdusse nel 1593 presso il Banco della Piazza di Rialto. Il pagamento delle cambiali doveva avvenire tramite il giro conto.
La girata fu anche l’elemento fondamentale per ulteriori sviluppi della moneta. Quella metallica, dato l’intensificarsi degli scambi, diventa scomoda e in generale è di pessima lega. Conviene depositarla presso un banchiere, anche se questo deprezza il valore della somma depositata in funzione del prevalere della moneta nera. Si preferisce la ricevuta che può essere munita di girata. All’affermarsi di questo nuovo strumento di pagamento si associa la sua proliferazione, giacché il banchiere si accorge che può fare credito emettendo ricevute di deposito senza che sia necessario avere i depositi disponibili.
Ben presto banchieri troppo avidi abusarono della facile e comoda emissione di ricevute. Non mancarono i fallimenti e fu necessario iniziare di nuovo su basi meno empiriche. Ma ormai il salto di qualità era avvenuto e fu irreversibile. Si avvicinava la scoperta della carta moneta e dei banchi pubblici di emissione. Sovente si trattò di banchi già istituiti nel XVII secolo dalle autorità per meglio monetizzare ìl loro debito. Sì erano già affermati il Banco di Amburgo, di Amsterdam, di S. Giorgio a Genova, il Banco di Giro a Venezia, il Monte dei Paschi a Siena, il Banco di S. Ambrogio a Milano, la Tavola pubblica di prestito a Napoli e a Palermo, il Banco di Svezia. Questo elenco parziale si arricchisce verso la fine del secolo con la creazione della Banca d’Inghilterra, avvenuta precisamente nel 1694.
15 - Le prime monete cartacee La confusione monetaria si accrebbe allorché apparì la moneta cartacea vera e propria, dapprima come titolo di credito emesso dai banchieri e portante interesse e poi come potere d’acquisto emesso dalle autorità. Si ripeteva con altra materia, questa volta la carta, ciò che era accaduto all’alba della moneta metallica.
Ben presto il principe ebbe chiara nozione dell’importanza di emettere carta moneta in funzione delle sue necessità di pagamento. Le prime esperienze con la moneta cartacea furono ovunque travagliate o complesse, non escluse quelle della Banca d’Inghilterra sorta con il compito di monetizzare il debito pubblico e non di risanare la circolazione monetaria. Dato che il biglietto della Banca d’Inghilterra finanziò le imprese delle compagnie mercantili e le guerre dei suoi re, non sempre fu di piena incondizionata fiducia. Ma altri biglietti fecero addirittura misera fine, perché si giunse all’annullamento del valore che dovevano rappresentare. L’esempio più noto è quello della carta moneta ideata in Francia dallo scozzese John Law, che nel 1716 creò la Banca Generale trasformata due anni dopo in Banca Reale e affidata in gestione alla Compagnia francese delle Indie. La speculazione portò il valore di un’azione di questa compagnia da 500 lire tornesi a ben 18.000 lire. Di fronte a questo valore qualcuno ebbe dei dubbi. Poi iniziò il panico con connessa svendita delle azioni e dato che attraverso questa compagnia si mettevano in circolazione i biglietti della Banca Reale, il fallimento della prima causò anche la rovina della seconda e del suo biglietto. Non ebbe sorte diversa riguardo alla perdita di valore, il dollaro continentale emesso dalle colonie britanniche del Nuovo Mondo durante la guerra di indipendenza.
Con la Rivoluzione francese apparvero i primi assegnati, che ben presto furono travolti dal turbinio degli eventi. Emessi anche negli stati o nelle città, dove i monarchi o i loro rappresentanti erano costretti a fuggire e si dichiarava la repubblica, gli assegnati videro annullato il proprio valore con il ripristino dei vecchi regimi politici. Fecero eccezione gli assegnati di Caterina II di Russia, che, emessi alla fine del 1768, riuscirono a conservare almeno un quarto del loro valore originario allorché nel 1843 furono ritirati dalla circolazione per essere sostituiti dal rublo credito. Ma nonostante le esperienze infelici, la carta moneta si imponeva per i suoi costi di produzione insignificanti rispetto a quelli della moneta metallica, per la sua facilità di essere emessa in brevissimo tempo nelle quantità necessarie e, infine, per la sua maneggevolezza e facilità di trasporto in tempi in cui la buona e la cattiva moneta metallica erano diventate scomode per essere usate per medi e per grandi importi. L’esperienza impose regole di buona condotta e di ancorare la carta moneta a qualcosa di alto valore.
16 - Il monometallismo aureo o Gold Standard Dopo le guerre napoleoniche, tra il 1816 e il 1821, la Banca d’Inghilterra provvide a emettere la sterlina di carta a parità con la sterlina d’oro, coniata a 22 carati e nel peso in fino di 7,322382 grammi. In lega la sterlina pesava quanto l’aureo di Augusto. Prima della sua emissione era solo moneta di conto, ma con le nuove leggi monetarie diventava moneta effettiva, il noto pound, e sostituiva la sovrana, anch’essa di 20 scellini e che a sua volta aveva sostituito la moneta tipo, che era la guinea. Ebbe così inizio l’epoca del Gold Standard con precisa e garantita copertura aurea della carta moneta in circolazione, liberamente convertibile in moneta aurea o in lingotti. Inoltre fu instaurata la piena libertà di movimento dell’oro in entrata e in uscita dal paese. La Banca d’Inghilterra fu autorizzata a comperare oro e a venderlo al prezzo rispettivamente di 77 scellini e 9 denari e di 77 scellini e 10,5 denari per oncia standard. Per oncia di fino, pari a circa 480 grani, corrispondenti a 31,1035 grammi, il prezzo di vendita, che divenne il prezzo ufficiale, risultava di 84 scellini e 11,45 denari, vale a dire 4,2477 sterline.
Alla base del funzionamento del sistema monetario aureo che consentiva il libero conio, dovevano operare certi automatismi onde regolare la quantità di moneta occorrente al sistema economico. Ad esempio, un eccesso di esportazioni provocava un afflusso di oro nella banca centrale, che poteva quindi aumentare la quantità di moneta cartacea in circolazione con copertura aurea garantita. A parità di altre condizioni, l’aumento dell’offerta di moneta provocava però un aumento dei prezzi e quindi determinava la convenienza a ridurre le esportazioni e a incrementare le importazioni, divenute ora meno care. Aveva quindi inizio un deflusso di oro, con conseguente riduzione della quantità di moneta cartacea e quindi dei prezzi. Un eccesso di importazioni era corretto dagli automatismi di segno opposto a quelli sopra indicati. Il Gold Standard aggiunse alle tre classiche funzioni della moneta (misura dei valori, mezzo di scambio, riserva di valore) il ruolo di regolatore del sistema economico. Quando altri paesi fecero proprio il sistema monetario aureo questa nuova funzione dell’oro si estese a tutto l’ambito dei sistemi economici avanzati.
La scoperta di nuovi ricchi giacimenti di oro accelerò la fine del bimetallismo. Dopo la metà del secolo l’argento fu via via relegato al ruolo di moneta sussidiaria. La svolta decisiva avvenne con le leggi monetarie tedesche dopo la guerra franco-prussiana del 1870. Nell’anno dopo la Germania definì il marco d’oro in 0,358422919 grammi di fino, in modo da stabilire precisi tassi di conversione con le monete circolanti e da ritirare e precisamente il tallero di Prussia, il fiorino della Baviera e il marco di Amburgo. Nel 1872 la Germania entrava in regime monetario aureo e fu subito seguita dall’Unione monetaria scandinava. Svezia, Norvegia e Danimarca scelsero il tallone aureo, ritenuto più adatto a regolare il loro commercio estero, che gravitava nell’orbita britannica e in quella degli ex stati tedeschi. La Francia passò al Gold Standard nel 1878 e con questa decisione innescò una crisi, che divenne irreversibile, dell’Unione monetaria latina, sorta nel 1865 tra la stessa Francia, l’Italia, la Svizzera e il Belgio. Questi paesi si trovavano di fatto in unione monetaria, giacché avevano in comune il franco d’oro di 0,2903225 grammi di fino e quello d’argento di 4,5 grammi sempre di fino, con un rapporto oro argento di 1 a 15,5. Uguali monete aveva anche la Grecia, per cui nel 1868 e per soli motivi politici ne fu accolta la domanda di adesione. Ma le sorti dell’unione, che non riusciva a darsi un unico ambito doganale ed economico e tanto meno politico, declinarono con la crisi dell’argento e con l’affermarsi del Gold Standard.
Prima della fine del secolo le monete cartacee dei principali paesi si erano ancorate all’oro. Magistrale fu definita la riforma monetaria russa del 1895-97, attuata dal primo ministro Witte e studiata in loco da tutti i governi europei e da quello degli Stati Uniti. Per l’Italia il primo ministro Luzzatti inviò per un anno il prof. Eteocle Lorini a San Pietroburgo. Questa riforma definì la nuova parità del rublo oro in 0,7742 grammi di fino e rese convertibile la nuova carta moneta emessa dalla Banca di Russia e coperta al 100% dalla riserva aurea. Agli stranieri fu DATA facoltà di pagare i dazi doganali con le cedole della rendita russa. Con la nuova parità del rublo l’impero zarista iniziò a operare in regime aureo e assunse la figura di grande prenditore nel mercato internazionale dei capitali. Nel 1897 anche il Giappone sceglieva l’oro come tallone monetario e già l’Italia aveva abbandonato lo standard monetario d’argento. Gli Stati Uniti entrarono ufficialmente nel Gold Standard nel marzo del 1900, con il Gold Coniage Act, che fissò il peso standard del dollaro in 1,504656 grammi di fino al prezzo di 20,67 dollari per oncia sempre di fino.
Il bimetallismo era stato però abolito, sia pure tacitamente, nel 1873 con l’atto che aveva fissato il tasso di conversione del dollaro con la sterlina in 4,8665 dollari. Vicende particolari interessarono l’Italia, il cui sistema economico non poté reggere nei primi decenni dell’unità. nazionale il confronto con altri paesi di più antica formazione o come la Germania di Bismarck, di più omogenea struttura interna. La lira italia- na creata con la legge del 24 agosto del 1862, operò subito in regime di bimetallismo nel triplice segno di lira oro con contenuto di fino di 0,2903225 grammi, di lira d’argento con contenuto di fino di 4,5 grammi e di lira carta pienamente convertibile. Come già detto, parità aurea e parità argentea della lira coincidevano con quelle del franco francese. La convertibilità durò fino al 1866, che fu l’anno della III guerra di indipendenza. Poi fu necessario dichiarare il corso forzoso. Nel 1878 la legge sospese il libero conio dell’argento e successive disposizioni, alcune delle quali anche di segno opposto, come l’abolizione del corso forzoso e poi il suo ripristino, portarono infine la lira a operare dal 1893 in regime aureo, limitato però al solo ambito internazionale.
I cambi di parità rimasero uguali a quelli delle altre monete auree dei paesi che ormai solo nominalmente facevano parte dell’Unione monetaria latina. Non solo in Italia, ma anche in altri paesi, inclusa la Gran Bretagna, il funzionamento del Gold Standard non sempre funzionò secondo gli schemi teorici e anche per questo motivo attirò critiche, sovente severe da parte di coloro che vedevano gli andamenti economici condizionati dalle vicende dell’oro e dai comportamenti della Banca d’Inghilterra, volti a dare stabilità ai cambi e scarsamente sensibili ai ristagni e ai ribassi dei prezzi. Molti paesi pur rimanendo in regime aureo abbandonarono il libero scambio per rifugiarsi in pratiche protezionistiche, ritenute idonee a fronteggiare la concorrenza. Di fronte però ai risultati conseguiti e confrontati con quelli precedenti, il sistema monetario aureo brillò di vivida luce e maggiormente il suo ricordo rifulse quando, a far DATA dall’estate del 1914, il disordine monetario dilagò in tutto il mondo.
17 - Il disordine monetario tra le due guerre mondiali La prima guerra mondiale pose fine al Gold Standard. La mobilitazione generale degli eserciti fece fuggire dalla circolazione interna e internazionale la moneta metallica pregiata e il primo tuonare dei cannoni rese ovunque inconvertibile la carta moneta. Ebbe inizio un sistematico deprezzamento dei segni monetari, che a guerra conclusa si tradusse in media nei paesi neutrali e negli Stati Uniti nel raddoppio dei prezzi. Nel resto del mondo si sperimentarono tassi di inflazione più elevati e in alcuni casi impensabili. In particolare, in Italia e in Francia l’aumento dei prezzi superò il 500 per cento. Nei paesi che avevano perduto la guerra ci si avviò addirittura verso l’annullamento del valore della carta moneta.
La circolazione cartacea raggiunse e superò grandezze dell’ordine dei trilioni. In Germania fu sfiorata la cifra di 500 quadrilioni di marchi, vale a dire il numero 5 seguito da 26 zeri. La riforma del 1924 stabilì un tasso di conversione di un nuovo marco, il Reichsmark, per un bilione di vecchi marchi e, passando prima per il Rentenmark, richiamò in vita il marco d’oro del Bismarck. Il Reichsmark fu dichiarato convertibile, ma la decisione di renderlo effettivamente tale fu lasciata alla banca centrale. Le vicende della moneta furono sconvolgenti anche in Austria, in Ungheria, in Turchia e in Polonia, mentre in Russia si snodarono in un’immane tragedia. Fin dall’indomani della Rivoluzione d’ottobre con un incalzare vertiginoso di decreti emanati dai bolscevichi si mirò a realizzare subito un’economia senza moneta. Dopo aver ripudiato il debito pubblico verso l’estero e poi quello interno, furono via via imposte transazioni senza dar luogo a passaggi di denaro tra le imprese nazionalizzate. Inoltre fu proibito il possesso dell’oro, si attuarono scambi obbligatori in natura e si abolirono le imposte e le tasse.
L’attività bancaria fu sterilizzata e i depositi furono confiscati. La stessa sorte toccò al contenuto delle cassette di sicurezza. In piena guerra civile Lenin stesso collaborò alla formazione di tabelle di equivalenza dei vari beni espressi per lo più in frumento, assunto a moneta di riferimento per le transazioni al minuto e all’ingrosso. Furono elaborate tabelle di equivalenza diverse da regione a regione con il risultato che il grano diventato moneta di conto ebbe un “prezzo” diverso da luogo a luogo. In altri termini, l’impero dei bolscevichi ebbe per uno stesso bene tanti prezzi quante erano le tabelle di equivalenza. Il lavoro divenne obbligatorio e fu pagato in natura. I sindacati istituirono prigioni per rinchiudervi gli operai che reclamavano contro le razioni di fame. La rivolta della base navale di Kronstad, già culla del bolscevismo, indusse il gruppo dirigente che aveva fatto la rivoluzione e la guerra civile a introdurre la Nep.
La Nuova Economia Politica pose fine ai tentativi non riusciti nemmeno all’imperatore romano Diocleziano, di redigere il bilancio pubblico in natura. Il rublo merce, il rublo segale e il rublo ened, basato cioè sul minimo indispensabile di calorie necessarie in media a ogni abitante, non poterono imporsi. Con la Nep si riscoprì l’insostituibilità della moneta e infine dopo aver sperimentato un’inflazione incommensurabile, fu possibile tornare verso la fine del 1924 ad ancorare la moneta cartacea al nuovo rublo d’oro, uguale salvo che nelle effigi al rublo di Nicola II. Nel frattempo, tenendo conto del taglio di alcuni zeri nelle sostituzioni dei biglietti avvenute nel 1922 e nel 1923, la circolazione cartacea aveva raggiunto la cifra di 17,3 trilioni di rubli. A questo importo andrebbe aggiunto quello derivante dal calcolo della circolazione di oltre 2.000 segni monetari diversi dal rublo emessi un po’ ovunque in Russia, in Siberia, in Ucraina e nel Caucaso dai soviet locali, dalle fabbriche, dalle bande armate, dagli atamani, nonché dagli eserciti bianchi, compresi quelli dei tedeschi in Ucraina e degli inglesi ad Arcangelo. Gli sconvolgimenti economici prodotti dalla prima guerra mondiale impedirono dopo la pace il ritorno al Gold Standard anche nei paesi che non avevano conosciuto le immani sofferenze prodotte dall’iperinflazione. Ovunque dopo la guerra l’oro non fu più monetato e la circolazione metallica si ridusse alle monete d’argento in lega e a quelle di bronzo. La carta moneta rimase inconvertibile e ogni banca centrale fu gelosa custode delle sue riserve auree.
Solo negli Stati Uniti alla metà del 1919, dopo aver recuperato il deprezzamento del 42% nei confronti dell’oro, il dollaro carta tornò convertibile. Con un processo sofferto di deflazione durato alcuni anni la Gran Bretagna tentò il recupero dei cambi prebellici e tornò all’oro nel 1925. Il Gold Standard pieno non fu però restaurato, ma si ripiegò sul sistema a cambio aureo, detto Gold Bullion Standard. Questo sistema consentiva la convertibilità del biglietto per i pagamenti di rilevante importo, partendo da una minima cifra corrispondente al valore di una barra d’oro di 400 once di fino, ossia 12.441,4 grammi. Altri paesi accolsero in gran parte le raccomandazioni della conferenza di Genova del 1922 e ripiegarono sul Gold Exchange Standard. Questo sistema instaurava la convertibilità esterna dei biglietti di banca in una valuta estera ancorata, come il dollaro statunitense, al Gold Standard, oppure, come la sterlina britannica dal 1925 al 1931 al Gold Bullion Standard. Il Gold Exchange Standard sopperì alla scarsità di oro in molti paesi, ma non ripristinò gli automatismi del sistema monetario aureo. Inoltre, come era stato previsto, non aveva influsso sulla quantità di moneta nei paesi a valuta di riserva e quindi non fu un regolatore della liquidità internazionale. Favorì anzi il sorgere di tensioni inflazionistiche nei paesi in cui era operante. Non mancarono infatti inflazioni e svalutazioni, dette eufemisticamente stabilizzazioni dei cambi valutari.
Limitatamente ai grandi paesi, ebbero particolare risonanza le stabilizzazioni della lira italiana e del franco francese. Il 21 dicembre del 1927 la lira fu ridefinita nel suo contenuto aureo, che fu fissato in 0,07919 grammi di fino, con una diminuzione del 72,5% circa rispetto alla parità aurea prebellica. Il cambio con il dollaro si venne a porre su 19 lire e quello con la sterlina in 92,46 lire. Era la famosa “quota 90”. Il 25 giugno del 1928 anche la Francia stabilizzava il franco svalutandolo del 79,7%. Il nuovo franco, il cosiddetto “franco Poincaré”, fu definito in 0,05895 grammi di fino, con conseguente cambio di parità aurea di 25,524 franchi per dollaro e di 124,213 franchi per la sterlina. La Francia entrò tuttavia in regime di Gold Bullion Standard. Poco dopo la Germania iniziava a creare una serie di marchi bloccati, che di fatto snaturavano il libero trasferimento delle valute, rimasto peraltro più teorico che pratico dopo la riforma del 1924. La crisi economica internazionale, esplosa dapprima negli Stati Uniti con il crollo della borsa valori nel 1929, annullò gli sforzi per ricostituire un nuovo ordine monetario e infine travolse monete e cambi. Il 21 settembre del 1931 la Gran Bretagna abbandonava il regime di Gold Bullion Standard e nell’aprile dell’anno successivo creava l’Exchange Equalisation Account, il cui funzionamento doveva consentire il controllo delle oscillazioni del cambio della sterlina.
Nel marzo del 1933 gli Stati Uniti sospendevano la convertibilità del dollaro e il possesso di oro da parte dei privati cittadini veniva limitato a soli 100 dollari a testa. Il 31 gennaio 1934 il presidente Roosevelt sulla base dei poteri conferitigli dal Congresso, decideva la svalutazione del dollaro. Al fine di aumentare la circolazione interna, fortemente diminuita a causa della crisi economica, che tra l’altro aveva provocato il fallimento di molte banche, e nell’intento di consentire alle banche superstiti di ricostituire le loro riserve, il contenuto aureo del dollaro fu progressivamente abbassato a 0,8886706 grammi di fino. Rispetto alla parità prebellica la diminuzione fu del 40,9%. Questi valori dipendevano dall’aver fissato il nuovo prezzo dell’oro a 35 dollari per oncia di fino. La svalutazione del dollaro, dato il suo peso nel commercio e nella finanza internazionali, non poteva essere un fatto a sé stante. Nel 1935 la Gran Bretagna doveva accettare la svalutazione della sterlina del 43% circa. Nell’ottobre dell’anno successivo, il 1936, il franco francese e la lira italiana dovettero essere di nuovo definiti nel loro contenuto aureo, che si abbassò rispettivamente a 0,0441 e a 0,04677 grammi. Il cambio di parità aurea risultò di 20,15 franchi e di 19 lire per dollaro. Una lira valeva un franco e sei centesimi. Sempre nel 1936 il governo nazista deprezzava in varia misura i differenti marchi amministrati già introdotti dalla Repubblica di Weimar, e introduceva la pena capitale contro i trasgressori delle norme valutarie.
Circa due anni prima era stata decretata la moratoria per i trasferimenti valutari all’estero. Ancora nel 1936, in ottobre, l’URSS di Stalin, che fin dal 1929 aveva di fatto abolita la Nep e reso il rublo un semplice mezzo di pagamento e quindi privo delle altre funzioni proprie della moneta, decideva la svalutazione. Il contenuto aureo del tutto teorico del rublo fu abbassato da 0,7742 a 0,187425 grammi. Il cambio estero fu riferito al franco francese nella misura di un rublo contro 4,25 franchi. Nel 1937 ci fu un ritocco, abbassando la parità aurea a 0,167673 grammi di fino e fu fatto riferimento al dollaro con un cambio di 5,30 rubli per dollaro. Ma anche questo riferimento era del tutto nominale, giacché l’estero accettava in pagamento solo l’oro e non i rubli di Stalin. All’interno dell’Urss il rublo era, come già detto, solo un biglietto, anzi un semplice buono con valore diverso non per merce o per prodotto diverso, ma per differente sistema di prezzi. Di norma per una stessa merce o per uno stesso prodotto vigevano sei prezzi. Il massimo potere d’acquisto interno del rublo si riscontrava nei magazzini riservati alle gerarchie comuniste. Quello minimo, negli spacci dove potevano rifornirsi coloro che accusati di essere sabotatori o comunque nemici del popolo non avevano ancora preso la via della Siberia o dei campi di rieducazione.
18 - Da Bretton Woods al Sistema monetario europeo e all’Unione monetaria europea L’incalzare dei processi di aggiustamento dei cambi e le norme valutarie sempre più restrittive testimoniavano la gravità della situazione economica che il mondo attraversava. Invero la crisi era politica, come la progressione nella spesa per armamenti ampiamente dimostrava. Nubi di guerra sempre più minacciose allontanarono l’obiettivo di costruire un nuovo ordine monetario internazionale. Nel settembre del 1939, dopo appena venti anni di pace precaria, una nuova guerra mondiale determinò come quella del 1914-18 un altro tracollo monetario. Prima che la guerra si concludesse, il mondo si era accorto della supremazia del dollaro degli Stati Uniti.
Le esperienze accumulate nell’intervallo tra le due guerre mondiali, il riconoscimento degli errori compiuti, la determinazione di risanare rapidamente le ferite del conflitto, nonché la capacità economica e finanziaria degli Stati Uniti, che uscirono dalla guerra più ricchi di prima, consentirono, insieme con altre condizioni politiche, di gestire il dopoguerra mirando a ricostruire nel più breve tempo possibile un ordine monetario internazionale capace di assecondare la ripresa economica e la diffusione del benessere. Nel luglio del 1944, mentre ancora infuriava la guerra, furono gettate le basi del sistema dei cambi fissi, con parità delle singole monete riferite all’oro e al dollaro. Merito di questa conferenza internazionale, che creò il Fondo monetario e la Banca mondiale, fu di aver compreso che il mondo della produzione e degli scambi esigeva una moneta effettiva e di generale accettazione. Furono pertanto accantonate le proposte di creare monete di conto ancorate all’oro, come il Bancor o come l’Unitas, le quali avrebbero introdotto elementi di artificiosità nei rapporti economici e finanziari dei vari paesi. Le singole monete trovarono, invece, uno stretto legame tra di loro e con la moneta internazionale tramite vincoli certi, che pur limitando la sfera di autonomia degli stati, assicurarono nel tempo la multilateralità dei cambi valutari. Questi, inoltre, proprio attraverso i vincoli posti ed accettati, trovarono e conservarono i naturali legami con il mercato. Questa opportunità venne a mancare al rublo sovietico, perché l’Urss, pur avendo partecipato agli accordi di Bretton Woods, non ne ratificò poi le decisioni. La politica sovietica prefigurava un rublo contrapposto al dollaro e svolgente come questo il ruolo di moneta chiave, ovviamente nei paesi che sarebbero gravitati nell’orbita comunista.
L’insieme degli aiuti e l’assistenza ai paesi occidentali, nonché la creazione di appositi organismi come il Gatt, sorto per addivenire a un sistema di scambi multilaterali in un contesto di progressive riduzioni tariffarie, o come l’Oece, poi Ocse, posto in essere per gestire le risorse del Piano Marshall, dapprima evitarono che nei paesi percossi dalla guerra e specie in quelli vinti si ripetesse il collasso delle monete. Furono pertanto facilitati i tempi per addivenire alla convertibilità multilaterale delle monete cosiddette “occidentali”, comprese quelle dell’Estremo oriente. Anche in questa parte del globo gli aiuti degli Stati Uniti furono ingenti. In particolare, in Giappone il sostegno economico e finanziario si sommò all’azione politica volta a demolire il regime feudale e a instaurare la democrazia. Un problema a sé stante fu costituito dalla debolezza della sterlina, incapace di affiancarsi al dollaro nel ruolo di moneta internazionale. La valuta britannica, travagliata da una crisi profonda e appesantita dai saldi di bilancia dei paesi operanti nella sua area, non poté ritornare alla convertibilità esterna in oro. Invero, il 15 luglio del 1947, in base all’accordo finanziario con gli Stati Uniti del dicembre del 1945, la Gran Bretagna dichiarò la libera convertibilità della sterlina alla parità stabilita dal governo e dalla banca centrale e accettata dal Fondo monetario di 3,58134 grammi di fino e di 0,248139 sterline per dollaro, ossia 4,03 dollari per sterlina. Il 21 agosto successivo, dopo una strenua difesa del cambio che era costata 2/3 delle riserve valutarie, il provvedimento di convertibilità fu però annullato. Il 18 settembre del 1949 la sterlina doveva essere svalutata del 30,5%. Le nuove parità furono definite in 2,48828 grammi di fino e in 2,80 dollari.
L’assestamento monetario internazionale che seguì a questa svalutazione rafforzò ulteriormente il dollaro nella sua funzione di moneta chiave del sistema monetario internazionale. Il dollaro divenne anche moneta di conto dell’Unione dei pagamenti europea, sorta il 19 settembre del 1950 con lo scopo di portare le valute europee alla convertibilità multilaterale. L’Unione, sostituita poi dall’Accordo monetario europeo, operò in modo multilaterale sui saldi di bilancia dei pagamenti dei paesi aderenti, evitando così al massimo i trasferimenti di oro e di valuta pregiata, che avrebbero ostacolato e in molti casi impedito il ritorno alla convertibilità.
Alla fine degli anni Cinquanta, che videro i primi passi del Mercato comune europeo, sorto con il Trattato di Roma del 25 marzo del 1957, le monete si trovavano in regime di convertibilità multilaterale alle parità dichiarate al Fondo monetario. Per la lira italiana la dichiarazione di piena convertibilità avvenne nel dicembre del 1958 e la parità fu dichiarata ufficialmente il 30 marzo del 1960 nei termini di 0,0014218736 grammi di fino corrispondenti al cambio di 625 lire per dollaro, peraltro in essere dal 1949. Il sistema dei cambi fissi assecondò l’inusitata crescita economica dei paesi occidentali, alcuni dei quali conobbero tassi di aumento del prodotto interno lordo molto elevati in un contesto economico privo di tensioni inflazionistiche.
Alcuni, come la Germania e l’Olanda, ebbero anche attivi strutturali di bilancia dei pagamenti, per cui secondo le regole del Fondo monetario dovettero rivalutare le rispettive monete. In particolare, nel marzo del 1961 il cambio del marco si rivalutava del 5% e passava da 4,20 a 4 marchi per dollaro e la parità aurea saliva da 0,211588 a 0,2222168 grammi di fino. La crescita economica dei paesi appartenenti all’area Ocse sarebbe stata ulteriormente stimolata se sul finire degli anni ‘60 non fosse mancata la capacità di aggiustare le parità monetarie, che, come quella del dollaro, si erano deteriorate per effetto di differenti tassi di aumento della produttività e quindi dei costi e dei prezzi. Un certo aggiustamento ebbe luogo con la seconda svalutazione nel dopoguerra della sterlina, avvenuta il 18 novembre del 1967. Le nuove parità risultarono di 2,13281 grammi di fino e di 2,40 dollari per sterlina, con una svalutazione del 14,3% rispetto ai corrispondenti valori del 1949. A causa dei saldi in sterline dei paesi dell’area della valuta britannica, la crisi non fu completamente risanata con la svalutazione. L’insieme dei paesi industrializzati accordò alla Gran Bretagna prestiti finalizzati al sostegno della sterlina in un contesto di scarsa liquidità internazionale. Per far fronte a questo problema, che tra l’altro era di forte ostacolo allo sviluppo dei paesi economicamente meno avanzati, il 24 luglio 1969 si arrivò all’accordo del Gruppo dei Dieci operante presso il Fondo monetario, sulla creazione e sulla distribuzione della nuova moneta di riserva internazionale e cioè i Diritti speciali di prelievo. I paesi più industrializzati avevano raggiunto l’intesa dopo studi approfonditi e lunghe discussioni concernenti anche l’alternativa di aumentare il prezzo dell’oro. La prima attivazione di diritti speciali di prelievo fu di 9,5 miliardi di dollari da distribuire in nove anni. Intanto il mancato riallineamento generale dei cambi continuava a provocare tensioni valutarie, con ripercussioni sul prezzo dell’oro atteso in rivalutazione.
La difesa del suo prezzo da parte dei paesi del “pool dell’oro”, attuata vendendo oro nel mercato, se da un lato rispondeva all’obiettivo di demonetizzare gradualmente questo metallo, dall’altro, non riusciva a impedire che le tensioni proprie del dollaro non si scaricassero sulla moneta di volta in volta più debole o, per contro, attesa in rivalutazione. L’11 agosto del 1969 il governo francese dovette dichiarare la svalutazione del franco nella misura dell’11,l%. La nuova parità scese da 0,00180 grammi di fino, in essere dal primo gennaio del 1960, a 0,00160 grammi. Il cambio con il dollaro passò da 4,937 a 5,5542 franchi. Nel momento questa svalutazione poté sembrare una questione di politica economica interna, perché la Francia, dopo la dichiarazione della parità aurea nel 1945 in 0,00746 grammi di fino, aveva dovuto svalutare nel 1949, nel 1950 e nel 1958. A quest’ultima DATA era stato creato il “franco Pinay”. Nel 1960 il ritocco del cambio era stato mascherato dalla creazione del franco pesante, pari a 100 franchi vecchi.
A ben guardare la svalutazione del 1969 era, invece, la risultante del mutato quadro di forze. I movimenti di capitale speculativi si diressero infatti subito dopo sul marco tedesco, atteso in rivalutazione. Questi movimenti di capitale trovavano la loro forza dirompente nel mercato degli eurodollari, che si accresceva a causa di disavanzi inusitati della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti. Inoltre il moltiplicatore del credito in eurodollari non era sottoposto ad alcun vincolo. Mentre il sistema monetario internazionale si inflazionava per l’eccessiva circolazione di dollari al di fuori degli Stati Uniti, si delinearono chiaramente due tendenze diametralmente opposte: da un lato, gli Stati Uniti erano orientati a demonetizzare l’oro; dall’altro lato, non mancavano paesi disposti a sostenere la tesi francese di un ritorno all’oro per disciplinare la creazione di liquidità internazionale. La convertibilità esterna del dollaro fu messa in dubbio da ulteriori disavanzi di bilancia dei pagamenti. Dopo il passivo di 9,82 miliardi di dollari nel 1970, il saldo globale di bilancia, tenuto conto di tutte le transazioni concernenti spostamenti nel livello delle riserve valutarie, si proiettava in tendenza verso i 30 miliardi per la fine del 1971.
Continuarono pertanto e in misura crescente gli spostamenti di eurodollari verso il mercato dell’oro, dove il prezzo di 35 dollari per oncia di fino appariva incompatibile con l’inusitata crescita della liquidità internazionale in dollari a seguito delle spese ingenti relative alla guerra del Vietnam e alla conquista dello spazio. A queste spese gli altri paesi industrializzati non avevano partecipato, nonostante precise richieste degli Stati Uniti. Il 15 agosto del 1971 il presidente degli Stati Uniti, Nixon, annunciava la decisione di portata storica di sospendere a tempo indeterminato la convertibilità che ancora rimaneva al dollaro, ossia quella esterna. Il successivo 18 dicembre fu raggiunto il cosiddetto “Accordo smithsoniano”, che riconoscendo una svalutazione del dollaro del 7,9% nei confronti del prezzo dell’oro, ne portava il prezzo ufficiale a 38 dollari per oncia di fino. Questo adeguamento fu giudicato insufficiente, per cui la crisi dei cambi si aggravò, rendendo illusoria la pubblicazione del Piano Verner contenente le direttive per giungere rapidamente all’Unione economica e monetaria dei paesi della Cee. Il Piano Verner appariva avulso dalla situazione economica e politica internazionale e soprattutto sembrava sottovalutare la capacità del dollaro di tenere la sua posizione di moneta chiave internazionale.
La necessità di ritrovare un ordine monetario internazionale che ridesse coesione all’area dei paesi industriali, portò ad escogitare accordi particolari di fluttuazione congiunta dei cambi esteri. Nell’aprile del 1972 entrò infatti in funzione il cosiddetto “Serpente monetario europeo”, in base al quale le quotazioni delle monete dei paesi Cee si dovevano muovere congiuntamente in una fascia di oscillazione del 2,25% in più o in meno delle nuove parità centrali smithsoniane, all’interno del “Tunnel del dollaro”, senza dar luogo all’incongruenza sorta in seguito alla decisione del gennaio dello stesso anno, concordata nell’ambito del Fondo monetario, di consentire al cambio di ogni moneta di oscillare entro il limite del 2,5% in più o in meno del tasso centrale o medio di parità rispetto al dollaro. Ciò aveva dato luogo a un’oscillazione istantanea e a una nel tempo rispettivamente del 4,5% e del 9%. L’operatività del Serpente monetario fu però ostacolata da una nuova crisi valutaria, che il 13 febbraio del 1973 portò alla seconda svalutazione del dollaro del 10% rispetto al prezzo dell’oro, che pertanto salì a 42 dollari per oncia di fino. Contemporaneamente la lira italiana e lo yen giapponese iniziavano a fluttuare liberamente come facevano già la sterlina britannica, il dollaro canadese e il franco svizzero.
Fu necessario chiudere il mercato dei cambi europeo, dove si attendeva la rivalutazione del marco tedesco e del fiorino olandese. Prima della riapertura del mercato il marco tedesco era stato rivalutato del 3% nel suo contenuto aureo. Il cambio era passato da 2,9 a 2,8816 marchi per dollaro. La valuta statunitense si era deprezzata anche nei confronti della lira italiana. Il cambio commerciale risultava infatti di 571,95 lire e quello finanziario di 575,20 lire. Il prezzo dell’oro nel mercato libero, istituito fin dal marzo del 1968 e regolato dalla domanda e dall’offerta privata senza alcun intervento delle autorità monetarie, aveva superato 80 dollari per oncia di fino. Successivi forti aumenti del prezzo dell’oro e indebolimento di molte valute, tra cui la lira, condussero all’abolizione del doppio mercato dell’oro, quello libero e quello ufficiale. Venne quindi a cessare l’impegno delle banche centrali a non vendere oro. Nel contesto delle tensioni valutarie si innestò sul finire del 1973 l’aumento elevato e repentino del prezzo del petrolio, indotto in parte dalla politica energetica degli Stati Uniti, volta a sfruttare i ricchi ma costosi giacimenti dell’Alaska.
L’aumento del prezzo del petrolio dipendeva in parte anche da particolari informazioni tendenti a far risaltare la scarsità di greggio sulla Terra. La quadruplicazione del prezzo del petrolio decisa dai paesi produttori del Golfo Persico rifletteva questa presunta scarsità e nel contempo tendeva a recuperare i margini di profitto erosi dai cedimenti del dollaro. Si innescò di conseguenza una spirale inflazionistica propria di tempi di guerra, che scardinò il sistema dei cambi fissi. Inevitabilmente e pur tra forti contrasti, l’insieme dei paesi industrializzati ripiegò sul sistema di cambi liberamente fluttuanti, considerato più idoneo a operare in un contesto di grande inflazione. Il vincolo della bilancia dei pagamenti fu ritenuto incompatibile con una situazione che doveva evolversi verso l’adeguamento dei prezzi dei prodotti manufatti ai nuovi costi dell’energia. Al fine di evitare oscillazioni dei cambi troppo ampie, le banche centrali intervennero a sostegno delle proprie valute. La fluttuazione fu quindi detta sporca. Il ripetersi di ulteriori aumenti del prezzo dell’energia e quindi dei costi e dei prezzi vanificò gli sforzi per arginare i movimenti internazionali di capitali speculativi. Nell’imperversare dell’inflazione a due cifre i paesi industrializzati attivarono politiche anticongiunturali volte a contenere crescenti disavanzi delle partite correnti della bilancia dei pagamenti e dei conti delle amministrazioni pubbliche. Queste ultime mobilitarono risorse monetarie per contenere la disoccupazione, ma nel contempo contribuirono a spostare la distribuzione del reddito nazionale su valori inflazionati. Inevitabile fu il ricorso a misure amministrative nella politica del credito, accompagnate dall’aumento dei tassi di interesse. Inoltre le banche centrali furono autorizzate a mobilizzare l’oro della riserva e a computarlo ai prezzi di mercato in continua e anche rapida ascesa. Per finanziare almeno in parte i disavanzi dei conti con l’estero furono attivati presso la Cee e presso il Fondo monetario fondi speciali di cooperazione finanziaria.
Dal 1975 ristagno economico e inflazione colpirono i paesi industrializzati e in misura maggiore i paesi in via di sviluppo. Si crearono nuovi problemi in tema di occupazione. Nel 1979 un ulteriore aumento del prezzo del greggio acuì la crisi economica e finanziaria internazionale e rese più problematica la cooperazione. In particolare, in Germania fu possibile scaricare parte delle tensioni licenziando manodopera straniera, specie quella extracomunitaria e il governo svolse una politica aggressiva dell’esportazione, capace di assorbire i costi crescenti dell’energia. Anche il Giappone privilegiò la politica mercantilista. In altri paesi, tra cui l’Italia, si optò per la salvaguardia dei livelli di occupazione e per il sostegno dei redditi tramite la politica del debito pubblico. Tra le molte cifre che possono documentare l’entità e il tipo della crisi economica internazionale emergono il livello della disoccupazione, il prezzo del petrolio e quello dell’oro.
Alla fine degli anni Settanta la disoccupazione colpiva nell’ambito dei paesi Ocse oltre 30 milioni di lavoratori dipendenti, il prezzo del petrolio greggio era prossimo ai 30 dollari per barile, il prezzo dell’oro aveva superato 600 dollari per oncia fino. L’Europa particolarmente colpita cercò nuove intese volte a stabilire una più stretta cooperazione. Per frenare l’inflazione occorreva trovare qualche limite allo scivolamento continuo del potere d’acquisto interno ed esterno delle monete. L’esperienza fatta con il Serpente monetario consentì di gettare le basi del Sistema monetario europeo (SME), con la sua moneta di conto, l’Ecu, detto anche Scudo europeo, e di renderlo operativo dal marzo del 1979. Nonostante la sua complessità e la sua insufficiente aderenza al mercato, essendo l’Ecu una moneta creata a tavolino, lo SME ebbe inizialmente il merito di indurre i governi a praticare la via del ritorno dall’inflazione. Intanto la crisi economica e finanziaria internazionale, che aveva toccato il suo punto di massimo all’inizio degli anni Ottanta, esaurì la sua energia nel nuovo contesto della politica economica statunitense. L’afflusso crescente di greggio proveniente da aree esterne al Golfo Persico smitizzava il presunto esaurimento del petrolio e più in generale degli idrocarburi, le cui fonti sono di origine cosmica. L’accertamento di disponibilità di gas metano e di altri idrocarburi per circa 5 miliardi di anni a venire, tanti sono in teoria gli anni di vita residua del nostro Sole, contribuiva insieme con la politica economica statunitense, a far cadere il prezzo del petrolio sotto i 20 dollari per barile. Contemporaneamente i paesi industriali mettevano in atto più decise politiche antinflazionistiche.
Risultati positivi in merito al controllo dell’inflazione consentirono sul finire degli anni Ottanta di rilanciare il progetto di unione economica e monetaria della Cee per addivenire quindi alla creazione di una moneta europea a effettiva circolazione e in sostituzione tanto della moneta di conto dello Sme, vale a dire l’Ecu, quanto delle singole monete nazionali. Nel medio termine si prevedeva anche di pervenire ad accordi monetari più ampi, in vista cioè di ricostituire un nuovo ordine monetario internazionale, capace di far superare il concetto di aree economiche e monetarie distinte proprio nello stesso ambito dei paesi industrializzati e cioè area del dollaro, area della moneta europea, area dello yen giapponese e fatte certe riserve anche l’area del rublo. Tappa importante dell’auspicato processo di unificazione economica e monetaria dell’Europa fu l’approvazione dell’Atto unico europeo (AUE), entrato in vigore all’inizio del luglio del 1987. Suo scopo precipuo era l’instaurazione progressiva del mercato interno europeo entro il 31 dicembre del 1992, sia sotto il profilo economico, sia sotto quello monetario. Dall’Atto unico prese il via il Trattato sull’unione europea, più noto come Trattato di Maastricht, che tra l’altro creò il Sistema europeo di banche centrali (SEBC), l’Istituto monetario europeo (IME) e la Banca centrale europea (BCE). Questo trattato, firmato a Maastricht il 7 febbraio del 1992 e sottoposto a referendum popolare nei vari paesi europei, sembrò privilegiare l’unificazione monetaria rispetto all’integrazione economica e soprattutto politica dei paesi europei, sempre auspicata e per un complesso di cause che attengono alla storia dell’Europa, mai avviata verso una qualche soluzione.
Limitatamente alla moneta il Trattato di Maastricht poneva condizioni severe per la creazione dell’area monetaria europea e non era difficile scorgere forti ipoteche della politica monetaria tedesca sulla politica che l’unione monetaria avrebbe dovuto seguire. In particolare, veniva dato grande rilievo all’equilibrio del bilancio pubblico e a un rapporto debito pubblico Pil che non fosse fonte di tensioni. Si trascurava del tutto per evidenti ragioni legate alla politica commerciale tedesca l’equilibrio delle partite correnti della bilancia dei pagamenti dei vari paesi. Il Trattato, infine, attribuiva alle banche centrali nazionali e alla banca centrale europea un potere decisionale che scavalcava quello dei parlamenti e dei governi. Si configurò un governo tecnocratico della moneta.
Per l’insieme di queste problematiche che ventilavano difficoltà di accesso per alcuni paesi all’area monetaria europea, fu innescata una crisi di fiducia che investì in pieno lo SME con movimenti di ingenti flussi speculativi sulle varie monete, alcune attese in deprezzamento e altre in apprezzamento. In seguito alle pressioni la lira italiana e la lira sterlina uscivano dallo SME nel mese di settembre dello steso anno 1992 e iniziavano a fluttuare liberamente. La crisi dello SME si acuì nei mesi successivi e portò nel luglio del 1993 all’allargamento della fascia di fluttuazione dal 2,25 al 15 per cento in più o in meno del tasso centrale di parità. Questo ampio margine di fluttuazione introdotto per accrescere la sfera dei rischi di cambio per gli speculatori significò in pratica la fine dello SME e riconfermò la validità nel tempo e nello spazio delle leggi dell’economica monetaria, fondate sull’identità tra moneta e potere politico. Di queste leggi occorreva fare tesoro nel tentativo di giungere a un’area monetaria europea espressione delle potenzialità economiche del vecchio continente. Gli sforzi per giungere a questo traguardo non collimavano però con l’esperienza storica, come dimostrò il Consiglio europeo di Madrid del dicembre del 1995, che diede il nome di Euro allo Scudo europeo e lo pose su un piede di parità. Nello stesso Consiglio fu decisa l’introduzione sia dell’Euro nei conti comunitari per l’inizio del 1999, sia, nei due anni successivi, delle banconote e delle monete metalliche denominate in Euro nei paesi facenti parte delle Comunità europee. Sotto questo profilo sarebbe arduo scorgere differenze sostanziali rispetto alle unioni monetarie del XIX secolo, specie quelle tra gli stati tedeschi del nord con a capo la Prussia, quelle degli stati del sud con a capo la Baviera, quella tra gli stati tedeschi del nord e del sud e infine, tra quest’ultima unione e l’Austria Ungheria. Queste unioni monetarie furono spazzate via dall’unificazione monetaria della Germania dopo la guerra franco-prussiana e con la creazione del marco d’oro.
Nel giugno del 1997 le forze messe in movimento condussero il Consiglio europeo ad approvare tra l’altro il Patto di stabilità monetaria e di crescita economica per impedire deficit di bilancio pubblico. Nel maggio del 1998 il Consiglio europeo decise solennemente che per Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo e Spagna sussistevano le condizioni per far parte della zona dell’Euro. All’inizio del 1999 furono fissati i tassi irrevocabili di conversione delle monete partecipanti all’Euro. Per l’Italia il tasso di conversione fu stabilito in 1936,27 lire per Euro. La nuova moneta europea divenne una moneta virtuale con tasso di cambio con le altre valute e in particolare il dollaro, la sterlina e lo yen. Fu ribadito l’impegno di introdurre i nuovi segni monetari a far DATA dall’inizio del 2002. Da una situazione iniziale di apprezzamento dell’Euro sul dollaro e sulle altre monete, l’Euro si è via via deprezzato e le sue sorti contrariamente alle attese nutrite invero con notevoli dosi di illusioni, dipendono dall’andamento del dollaro. Le cause di questa dipendenza sono varie, ma una sembra preponderante: la mancanza di unione politica tra gli stati membri dell’unione monetaria europea.
Tra moneta e politica c’è un’identità indissolubile verificata incessantemente da circa 2.700 anni di storia della moneta. Se l’Europa avrà la capacità di costituirsi almeno in confederazione di stati, superando quindi gli schemi odierni, moneta e politica potranno trovare quel legame che tuttora manca.