STORIA DELLA BANCA E DELLA BORSA
Una Rivoluzione Bancaria e Finanziaria
di Luigi De Rosa
SOMMARIO 1. Nel mondo greco
2. Nel mondo romano
3. Nel Medioevo
4. I Templari
5. I mercanti banchieri italiani
6. La banca tedesca
7. Differenza tra banchieri italiani e banchieri tedeschi
8. Le transazioni internazionali: le fiere dei cambi
9. I banchi pubblici
10. Nascita della Banca d’Inghilterra
11. L’esperimento bancario di John Law
12. La diffusione delle borse
13. Le banche inglesi
14. Il credito di firma
15. Banche di affari e connessa attività delle Borse
16. Banca e Borsa
17. La specializzazione del credito
18. Credito fondiario, Banche popolari e Casse rurali
19. Le banche di emissione
20. La crisi del 1929 e le trasformazioni bancarie
21. Gli anni dal 1936 al 1945
22. Gli anni dal 1946 al 1973
23. La preferenza per le aziende di credito di piccole dimensioni
24. Distorsioni nel Crediop
25. Le modificazioni nell’Istituto nazionale per i cambi con l’estero
26. Sviluppo con inflazione
27. La crisi del 1962 65
28. Risparmi e investimenti
29. La fuga dei capitali dall’Italia
30. Carenza di capitali per gli investimenti produttivi
31. Impresa pubblica o privata?
32. Crisi petrolifera e inflazione
33. Tra svalutazione del dollaro e bilancia dei pagamenti italiana
34. Il credito totale interno
35. Riserva obbligatoria e massimale degli impieghi
36. L’emergere del parabancario
37. Gli istituti di credito speciale o mobiliare
38. Pronti contro termine
39. Specializzazione o despecializzazione?
40. Deregulation e concentrazione
41. Le direttive bancarie comunitarie
42. Gli accordi di Basilea
43. La privatizzazione bancaria
44. Il Testo Unico sulle Banche (TUBC)
45. Banche e industrie
46. Il rischio bancario
47. La redditività delle banche
48. L’euro e il sistema bancario
49. Gruppi e concentrazioni bancarie
50. Le concentrazioni in Italia
51. Verso la banca universale
52. Basterà la dimensione aziendale per assicurare efficienza e redditività?
53. Il rapporto dei Dieci
54. Le trasformazioni nella Borsa e nella finanza: il TUF
55. La Banca centrale dopo l’euro
56. Progressi e consistenza del sistema bancario italiano
1 - Nel mondo greco
È difficile dire quando precisamente cominciò ad esercitarsi una vera e propria attività bancaria. Ma non v’è dubbio che, sia pure in forme e modalità ben diverse dalle attuali e assai più elementari, una sorta di attività del genere doveva essere in atto quando, trasformandosi i primi e più semplici modelli di vita associativa in organismi via via più complessi e stratificati, diventarono necessari investimenti per opere e iniziative che si ritenevano proficue, ma per le quali chi le proponeva non disponeva di adeguati mezzi finanziari. Allorquando si passò dalle società nomadi alle società stabili e organizzate, vennero ad enuclearsi al loro interno individui o gruppi che, avendo avuto modo di accumulare risorse al di là dei loro bisogni immediati, ritennero conveniente prestarle ad altri individui o gruppi che si impegnavano a restituirle accresciute in una qualche misura. Il prestito era ovviamente espresso nella moneta accettata in quel tipo di società; e che, agli inizi, non fu rappresentata né dall’oro né dall’argento, ma dalla merce che appariva più ambita, e cioè in genere prodotti della terra o dell’allevamento, o qualche oggetto utile. Il valore delle derrate agricole e degli strumenti artigianali doveva esprimersi nella merce prescelta come moneta, che diventava così una moneta di conto.
Nelle società in cui la pastorizia era l’attività dominante, il bue o la vacca costituivano il denominatore comune delle merci ricche; la pecora, quello delle merci povere. Tra bue e pecora correva poi, secondo quanto è stato accertato, un rapporto di uno a dieci. Data la deperibilità di questo tipo di moneta, le popolazioni antiche fecero ricorso anche ad altri tipi di mezzi monetari. Il sale e le pelli di vari animali svolsero, presso alcune società, lo stesso ruolo che presso altre esercitarono il bue e la pecora. Ma un progresso significativo fu compiuto quando si ricorse all’impiego del metallo. Il metallo, a differenza delle merci e dei prodotti precedentemente usati, si accreditò, oltre che come moneta di conto, come moneta effettiva, nel senso che, ridotto in pezzi di varia grandezza, poté frammentare gli scambi, rendendoli più agevoli. Il rame, il bronzo, ottenuto dalla fusione del rame con lo stagno, e infine il ferro furono, uno alla volta, ridotti in pezzi e usati come moneta; ma tutti e tre i metalli si manifestarono soggetti ad alterazioni, ossidandosi i primi due, arrugginendosi il terzo. Il ricorso ai metalli preziosi rappresentò, alla fine, uno straordinario progresso, e poiché si trattava di metalli rari essi furono assunti a misura delle merci ricche, mentre per le merci povere fu scelto uno dei metalli citati, in genere il rame. Divenuto generale l’impiego dei metalli preziosi per uso monetario, il commercio interno e internazionale ne trasse indubbi stimoli, e con esso si intensificarono l’accumulazione dei capitali, e quindi la concessione di prestiti. È stato dimostrato che già i Babilonesi praticavano il prestito e conoscevano l’interesse, ed è da supporre che anche altri popoli del Medio Oriente o della Valle del Nilo avessero appreso, e praticassero, tecniche di accumulazione, di prestito e di calcolo dell’interesse. Ma limitiamoci al mondo europeo.
Nel mondo antico, in particolare in quello greco, la banca sarebbe nata dai trapeziti, parola derivante da trapeza, tavola o banco. Trapeziti erano coloro che attendevano sulla pubblica piazza al cambio della moneta straniera in moneta locale, saggiandone il peso e il fino contenuti in ciascuna di esse, prima di procedere al cambio. E poiché spesso si affidavano ad essi le monete cambiate per sottrarle ad eventuali rapine o furti, non di rado i trapeziti rimasero in possesso di non trascurabili somme, che si sforzarono di fare fruttare attraverso il prestito. Aggiunsero così alla funzione del cambio manuale quelle del deposito e del prestito. Banchiere privato, e non pubblico, anzi commerciante piuttosto che banchiere, il trapezita forniva prestiti su garanzia, e cioè su pegno di schiavi, di immobili, di preziosi, praticando spesso il cambio marittimo, anticipando cioè danaro per il viaggio di andata e/o di ritorno, per merci da esportare e/o importare. Di queste operazioni era obbligato a tenere adeguate registrazioni, e si vuole che la pratica delle registrazioni bancarie fosse diffusa nelle città greche già nel IV secolo a.C.; sicché ad una attività bancaria orale, svolta per testimonianze, si era sostituita una banca garantita da scritture segnate su papiri o su tavolette di argilla. A dare maggior forza a questa trasformazione si era aggiunto il fatto che anche i templi si erano dedicati ad una forma di attività bancaria, accogliendo depositi e concedendo prestiti, acquisendo in questo campo una posizione di prestigio, tanto che, per distinguerli dai comuni trapeziti, che erano dei privati, era stato riconosciuto a quanti operarono per conto dei Templi il carattere di pubblici ufficiali. L’uno e l’altro tipo di attività bancaria si diffusero poi, con l’estendersi dell’ellenismo, nelle varie regioni del Mediterraneo orientale, Egitto incluso. E qui, già nel III secolo a.C., si poteva incontrare, a fianco dell’attività dei più modesti cambiatori, quella esercitata dai templi, infinitamente più consistente per la fiducia di cui era circondata. Il sovrano, che era la persona più ricca del Paese, non svolgeva alcuna attività bancaria.
2 - Nel mondo romano Il termine trapeza passò dalla Grecia all’antica Roma repubblicana che lo tradusse in latino con mensa, cioè tavolo o banco, e quindi chi sedeva al banco assumeva il nome di mensarius. Roma adottò, in realtà, anche il termine mensularius, cioè tavolino, spesso confondendolo con nummularius - da nummus che significava norma o legge - e cioè colui che accertava la legalità e il valore della moneta che si scambiava al banco. Anche i mensari, mensulari, o nummulari, così come i trapeziti, accettavano depositi e consentivano prestiti; e certamente la loro importanza, o almeno l’importanza di alcuni di essi, crebbe considerevolmente con il crescere della potenza e della ricchezza di Roma. Si determinò, anzi, una netta differenza tra coloro che si erano affermati per disponibilità di denaro, e che, dal fatto che la moneta di Roma era d’argento, avevano assunto il nome di argentarii, e i più modesti cambiatori o nummularii. La differenza si manifestò anche nella loro localizzazione, dal momento che gli argentarii avevano botteghe nel forum, mentre i nummularii avevano banchi mobili, che, in genere, venivano sistemati di fronte alle botteghe degli argentarii. Le principali operazioni degli argentarii consistevano, nel periodo più brillante della loro attività, nel cambio delle monete, nei depositi, nei pagamenti con l’ordine orale davanti al banchiere, negli accreditamenti. Come Seneca ci informa, il depositante si recava con il suo creditore alla tavola del banchiere presso cui aveva depositato i suoi danari, e lo faceva pagare avanti ai testimoni pararii.
Dal punto di vista bancario, come riconobbe Giuseppe Salvioli, l’attività degli argentarii non superò il punto di arrivo della banca greca, e le loro operazioni, più che alla banca moderna, si avvicinarono a quella dei banchieri italiani del Medioevo o a quella degli Ebrei nel Basso Medioevo. Come i banchieri medievali, probabilmente anch’essi usarono istituti propri dell’economia fiduciaria, come, per esempio, una forma di cambiale, nel senso, però, di mero strumento per il trasferimento di danaro da un luogo ad un altro. Certo è che alcuni di questi argentarii, sia in età repubblicana che in età imperiale, svolsero un ruolo determinante nell’economia romana. Oltre che concedere prestiti ai privati, specie quelli a cambio marittimo, finanziarono sia le guerre che la pace, anticipando mezzi per la realizzazione di strade, bonifiche, acquedotti, canali, porti, e in genere di ogni opera pubblica. Più, ed oltre, che banchieri furono dei grandi uomini di affari, che non sempre stavano nelle botteghe del foro. Attico, Cecilio Giocondo, C. Oppio, M. Cluvio e altri avevano un giro di affari che andava assai al di là di Roma, interessava le province, e comprendeva una molteplicità di impieghi. D’altra parte, molte delle anticipazioni da essi concesse erano fatte senza concreto esborso di danaro, perché coloro che avrebbero dovuto riscuoterle avevano depositi presso gli stessi argentarii, e quindi l’anticipazione si traduceva in un giro-conto; operazione, per altro, già praticata sia presso i banchieri babilonesi che presso i trapeziti greci.
Non pochi di questi affaristi avevano poi corrispondenti nelle province, sicché non era loro difficile muovere cospicui capitali al di là dei mari e dei monti facendo ricorso all’invio di valuta mediante lettere di accreditamento. Nello svolgere la sua attività l’argentarius, cittadino romano, non era solo. Oltre a servirsi di nummulari per accertare il peso e il fino delle monete e delle verghe, impegnando liberti, si associava agli appaltatori di opere pubbliche per affari di varia entità. Argentarii e nummularii erano, al pari del trapezita greco, banchieri privati, ma, a differenza di quanto accadde in Grecia, assunsero, fin dall’età repubblicana, carattere di pubblici ufficiali, in quanto tenuti a conferire ai contratti privati valore di atto pubblico, tanto più che Roma non consentì ai templi né di ricevere legati e lasciti né di esercitare attività bancaria.
3 - Nel Medioevo
L’uso di una moneta da tutti accettata e l’affermarsi di istituti o individui capaci di trasferire le risorse accumulate da chi non era in grado, o non riteneva, di utilizzarle, a chi le avrebbe invece valorizzate e accresciute, sia pure con l’obbligo di fornire al reale proprietario una parte del loro accrescimento, facilitò la formazione di un mercato finanziario, nel quale si andò determinando non solo il prezzo del denaro preso in prestito, ma anche quello di una infinità di altri beni. L’agorà e la Curia mercatorum, o il forum, furono i luoghi che nel mondo antico, mediterraneo, accentrarono certamente queste attività. Ma con la caduta dell’Impero romano, lo spopolamento di vaste aree della penisola, le invasioni barbariche, il risveglio e l’avanzata araba nel Mediterraneo, il tipo di organizzazione bancaria accennato e il mercato, o borsa, che ad esso si accompagnava, furono confinati via via alle regioni rimaste sotto governo bizantino. Ma è noto che lo sconvolgimento e l’instabilità registrate in tutta Europa contrassero seriamente le ricchezze, gli scambi e le possibilità di accumulazione. Venne meno così la massa di opere pubbliche cui in passato usava porsi mano, gettando in crisi il sistema di intermediazione finanziaria che per secoli aveva consentito il funzionamento della macchina economica.
Sopravvisse certo l’attività del cambio manuale, il cambio cioè di monete straniere in moneta locale, specie considerando il moltiplicarsi di principati e repubbliche, e quindi la varietà delle monete in circolazione, e l’antica espressione di nummularii cedette il passo a quella dei campsores o cambiatores. Ed è da essi, via via che riuscirono ad assicurarsi profitti più consistenti, che iniziò la ripresa di un’attività creditizia e cominciò a funzionare di nuovo un mercato finanziario. Si affermò dapprima, DATA la scarsità di capitali esistenti, l’’usura; poi riprese il prestito a cambio marittimo. A praticarlo agli inizi non fu mai un solo cambiatore, ma piuttosto, per frazionare il rischio, un’associazione di cambiatores: quasi mai il rischio copriva il viaggio di andata e ritorno. Tuttavia, come è stato da più autori rilevato, il cambio marittimo non rappresentava un’operazione bancaria, in quanto il tasso d’interesse non era stabilito, dipendendo dall’itinerario e dalla durata del viaggio, dalla stagione in cui si effettuava, dalle condizioni di sicurezza dei mari che la nave attraversava, ecc.
Per registrare un effettivo risveglio bancario, o, meglio, per constatare la nascita della banca moderna, occorse superare i lunghi secoli dell’Alto Medioevo, e attendere che in Europa avessero fine i grandi movimenti di popoli; vi si registrasse una ripresa demografica; vi si costituissero governi in grado di assicurare una certa stabilità e sicurezza, e si riprendesse così l’attività commerciale. In realtà, anche se, già a partire dal 700, prima Amalfi, poi Venezia, Pisa e Genova si adoperarono per fornire crediti ai loro mercanti impegnati in porti e mari lontani per trasportare le mercanzie che il consolidarsi delle monarchie e della Chiesa sollecitavano, la nascita del concetto di banca non si può localizzare prima del XIII secolo, il secolo della rivoluzione commerciale nel bacino mediterraneo e in quello settentrionale e baltico. E poiché la nascita e lo sviluppo della banca avvenne, prima che altrove, in Italia, può ben dirsi che la Banca fu un’invenzione italiana, collegata alla grande attività commerciale a carattere internazionale dispiegata da Amalfie poi più massicciamente e a più ampio respiro e durata dalle repubbliche italiane centro-settentrionali. A partire dal Duecento emergono tre categorie di esercenti il credito: i prestatori su pegno, i cambiavalute e banchieri di deposito, i mercanti-banchieri. Come è stato osservato, la prima categoria era formata dai «degradati successori degli usurai altomedievali, indispensabili, ma sgradevoli»; la seconda, quella dei cambiatores, o bancherii, era manifestamente l’erede dei trapeziti e nummularii, abituati a garantire i loro crediti con ipoteche e con pegni; e tuttavia la loro attività aveva assunto un’articolazione più ampia e completa. Se, infatti, i cambiatores o bancherii, in alcune città, come a Genova, «tenuti a scovare le monete contraffatte o bandite», finivano in genere con lo svolgere una sorveglianza sulla qualità della moneta in circolazione, in altre, a Lucca ad esempio, trattavano non solo le monete straniere traducendole in monete del luogo, ma anche, ampiamente, l’oro e l’argento, sia lavorati in fogli e in filo sia in forma di lingotti. E mentre l’oro e l’argento in filo venivano venduti, sempre a Lucca, ai locali tessitori di seta, che se ne servivano per impreziosire le stoffe, l’oro e l’argento in verga venivano spesso ceduti alla Zecca: così in qualche misura i cambiatores finivano con l’essere fornitori della Zecca. Inoltre, uno degli aspetti più interessanti richiamato di recente nell’analisi della vita bancaria lucchese è che i cambiatores praticavano già sul finire del Duecento il deposito vincolato. Il deposito a termine consentiva al cambiatore di accrescere il suo giro di capitali e di ridurre la riserva di cassa. La tecnica era di prendere a prestito a lungo termine e di prestare a breve. Si trattava ovviamente di prestiti che si possono definire al consumo, e non solo perché il livello del prestito era modesto, ma perché in genere vi si ricorreva per soddisfare esigenze immediate. Quando veniva praticato a favore dei contadini, costoro se ne servivano per comprare sementi o arnesi, restituendo quanto ricevuto al momento del raccolto.
L’Herlihy ha calcolato che nel contado di Firenze l’interesse su questa forma di prestito non era quasi mai inferiore al 30%. Quando, poi, a trarne vantaggi erano abitanti di città, «il prestito serviva all’acquisto di utensili, cavalli», ecc. In qualche modo, tale forma di prestito, anche se dotata di altre garanzie, si avvicinava molto al prestito su pegno, che fu praticato dagli Ebrei a partire dalla seconda metà del Trecento e, dalla seconda metà del Quattrocento, anche dai Monti di Pietà, istituiti in quegli anni in molti Paesi d’Europa, per l’aggravarsi delle condizioni economiche delle classi sociali meno abbienti, su pressione della predicazione religiosa cattolica, e in particolare di Fra Bernardino da Feltre. Ma è sulla terza delle tre categorie indicate - quella dei mercanti-banchieri - che conviene soffermarsi con qualche approfondimento. Essa costituiva l’élite dell’intero sistema creditizio, e rappresentava un’istituzione nuovissima, con caratteristiche che avevano pochi precedenti nell’antichità. Sorta - si è detto - nella sua forma embrionale nel 700 circa d. C, ad Amalfie a Venezia; perfezionandosi ed affermandosi in seguito a Pisa e a Genova, orientata, più che verso l’agricoltura, verso il commercio; caratterizzata da una inedita collaborazione operativa fra chi dava e chi prendeva il prestito; tesa soprattutto a sostenere il commercio tra Bisanzio, i Paesi mussulmani e l’Occidente, questa nuova banca aveva alla base una domanda di credito fondata essenzialmente su rapporti personali e fiduciari e traeva forza dal convincimento che a rischi più alti corrispondessero profitti più alti.
A consentirne la nascita erano stati gli stessi mercanti i quali, consapevoli dei rischi che affrontavano, erano ad un tempo mutuanti e mutuatari, e spesso intrecciavano credito e compartecipazione, dando luogo a contratti del tipo della commenda e della compagnia. Via via che l’impegno creditizio si accrebbe, si fece sempre più arduo tener testa contemporaneamente alla duplice attività: quella commerciale e quella bancaria. Il commercio finì così con l’essere separato dall’attività bancaria, dando per questa via inconsapevolmente origine alla banca moderna. Infatti, a differenza dei trapeziti o degli argentarii, la banca moderna, come ha ben dimostrato Federigo Melis, non iniziò la sua attività utilizzando il denaro dei depositi, ma concesse prestiti prelevandoli dal capitale sociale o dagli ulteriori apporti finanziari dei soci. Solo quando il mondo economico locale si convinse della larghezza dei mezzi a disposizione, e quindi della solidità dell’azienda bancaria, e i depositi cominciarono ad affluirvi sempre più numerosi, essa trasse da essi nuova linfa per allargare la cerchia e l’entità dei suoi impieghi.
Nella seconda metà del Duecento le «compagnie» sorte per esclusivo esercizio bancario cominciarono a diffondersi e a mostrare di avere personale specializzato, mentre risultava che avevano già fatto ricorso all’operazione di provvista dei fondi. Dal deposito regolare di somme consegnate al banchiere, perché a tempo indicato le riconsegnasse al depositante cosi come erano, si era già passati al deposito irregolare, vale a dire al vero deposito bancario, per il quale la restituzione avviene in moneta della stessa specie e qualità, ma non nella stessa identità fisica di quella depositata. Melis ha dimostrato che alla fine del Duecento depositi, conti correnti, giro di partite, scoperti di conti si erano andati via via insinuando nelle aziende che praticavano il prestito, senza che vi si rinvenisse ancora ciò che attesta la presenza dell’attività bancaria in senso moderno, ossia lo chéque, o assegno, per utilizzare il deposito effettuato. Per questo bisognò attendere la seconda metà del Trecento, considerando che lo chéque era già in uso negli anni 1368-1369, ma con carattere privatistico, non regolato, cioé, da norme giuridiche, e non ancora affiancato dagli istituti collaterali del protesto, dell’avallo, della girata, ecc. Gli studi del Melis, completando e perfezionando quelli del De Roover, hanno, inoltre, consentito di accertare che agli inizi del XV secolo già si registra il passaggio della cambiale da strumento di cambio a strumento di credito, avvenuto con l’apposizione della girata. La girata sta, infatti, a testimoniare il momento in cui lo sconto bancario si è diffuso e generalizzato, al di là del semplice intestatario della cambiale, a una varietà di personaggi estranei alla originaria formulazione del titolo, consentendo anche ad essi i benefici del credito.
4 - I Templari
Come era avvenuto nella Grecia antica, anche in Europa si affermò un’attività creditizia svolta da istituzioni religiose. Già nel X secolo chiese e conventi erano conosciuti come prestatori a contadini liberi o semiliberi contro ipoteca sulla loro proprietà fondiaria. E si è accertato che nell’XI secolo Enrico III ed Enrico IV ottennero da conventi francesi cospicui prestiti. Oltre che da dotazioni, donazioni e lasciti dei fedeli, i conventi traevano i loro mezzi, in quei secoli di insicurezza e di sopraffazione, anche dai depositi loro affidati, i risparmiatori essendo convinti che non vi potessero essere luoghi più sicuri di chiese e conventi. La maggiore loro affermazione si ebbe tra il XII secolo e gli inizi del XIV, quando l’ordine religioso dei Templari costituì per il suo tempo quello che il Kulischer definisce l’istituto bancario più importante d’Europa.
Le centrali dell’ordine erano una a Parigi e un’altra a Londra, con diverse filiali in Francia e nel Levante. Per quanto utile e rilevante, l’azione dei Templari, passando dai prestiti ai contadini a quelli a favore di Re e della nobiltà, andò assumendo piuttosto la natura di grandi tesorieri. Ai Templari affidarono i loro capitali i Re e la nobiltà di Francia, di Inghilterra, nonché i Re d’Aragona e di Napoli; e i Re, oltre ad autorizzarli a riscuotere le imposte e gli affitti delle terre di loro proprietà li incaricarono della riscossione e del pagamento di qualunque somma a qualunque titolo. Così i Templari si occuparono della riscossione della decima per le Crociate, dell’Obolo di San Pietro e di tutte le imposte destinate a finanziare le Crociate, trasmettendo il ricavato dall’Europa al Levante. La banca rimase dunque attività caratteristica dei mercanti-banchieri italiani.
5 - I mercanti-banchieri italiani
Ma i mercanti-banchieri italiani svolsero anche un ruolo di primo piano, oltre che nel sostegno del commercio interno e internazionale, nell’attività di finanziamento di Re o Stati, sin dal XIII secolo. Nella maggior parte dei casi, in cambio dei prestiti ricevuti i Sovrani stranieri cedettero ai banchieri italiani, capitalizzato ad un determinato tasso d’interesse, il gettito totale o parziale, e talvolta anche l’amministrazione, di una o più entrate pubbliche; questo gettito rappresentava una specie di debito pubblico che i banchieri procuravano poi di collocare presso singoli risparmiatori, lucrando sulla differenza tra la quotazione alla quale l’avevano ricevuto e quella alla quale lo cedevano. Il valore di queste quote era oscillante, e le oscillazioni erano ben note sulle singole piazze. Questi prestiti ai Sovrani non furono tuttavia sempre fortunati. Noti sono i fallimenti dei Riccardi, dei Frescobaldi, dei Bardi e dei Peruzzi in Inghilterra, ecc. Ma, nonostante le esperienze negative, i banchieri italiani continuarono la loro attività internazionale, attraverso le comunità che avevano costituito nei singoli Paesi, dal Portogallo all’Olanda, dalla Francia alla Polonia, alla Gran Bretagna, alla Spagna, ecc. Attività che si esplicava non solo nei confronti degli Stati, attraverso i finanziamenti ai sovrani, ma anche nei confronti di operatori economici e finanziari privati, attraverso associazioni, partecipazioni e prestiti a iniziative prevalentemente nel campo commerciale e marittimo. Fatto è che - come ha scritto P.F. Bergier - «la banca fu italiana per nascita e tale rimase sino alla fine del XV secolo».
La crescente attività bancaria, sia nazionale che internazionale, il moltiplicarsi delle unità monetarie in circolazione, la sempre più diffusa attività assicurativa connessa con il trasporto via terra e soprattutto via mare, resero necessaria e conveniente la creazione di un luogo dove fosse possibile incontrarsi e trattare del prezzo del denaro, delle monete, delle merci, dei cambi a breve e a medio termine, dei noli, delle assicurazioni, ecc. Dapprincipio servirono allo scopo, in maniera informale, i portici degli antichi banchi, i cortili dei palazzi dei mercanti, ecc. Fu, anzi, il cortile di uno di questi palazzi, quello della famiglia di origine veneziana (Della Borsa o Der Bourse), a Bruges, il luogo dove solevano incontrarsi in Belgio i mercanti-banchieri italiani per definire i loro affari, a dare il nome all’insieme delle contrattazioni che si svolgono nella odierna borsa, e cioè relative a merci, società e monete. La Borsa diventò così, dal caso specifico, luogo ed insieme delle contrattazioni, e da allora il termine è stato usato universalmente, anche se nel mondo anglosassone si è ricorso, invece, all’espressione Stock Exchange.
6 - La banca tedesca
A partire dagli inizi del Cinquecento, così come era avvenuto per quella del mercante, anche la figura del banchiere cambiò. Tra il 1490 e il 1520 vi fu come una frattura, e quindi un cedimento della vecchia impalcatura bancaria. Nello spazio di una generazione i banchieri italiani cessarono di essere i soli protagonisti, e non furono più in grado, ad eccezione dei genovesi, di battere la concorrenza degli emergenti banchieri stranieri, tra i quali un ruolo di primissimo piano ebbero i tedeschi. I Függer, i Welser, gli Höchsteller, gli Imnhof, ecc. assunsero un posto rilevante nella banca internazionale. Anche se i banchieri genovesi non rimasero assenti dalle grandi trasformazioni economiche che interessarono l’Europa dopo le scoperte, inserendosi anzi nel sistema finanziario dell’Impero spagnolo in posizione di predominio, è evidente che lo spostamento dei traffici dal Mediterraneo all’Atlantico, l’ascesa degli Asburgo, ed anche il diffondersi della riforma, con la sottrazione alla Chiesa di Roma delle decime dell’Europa settentrionale, implicarono un rafforzamento economico dei paesi dell’Europa settentrionale. Così, mentre in questa parte dell’Europa l’economia in crescita spingeva verso un nuovo tipo di banchiere, nella parte meridionale dell’Europa si registrava un progressivo indebolimento della struttura bancaria italiana, aggravatosi ulteriormente con i fallimenti nei quali furono coinvolti, per le bancarotte spagnole, i banchieri genovesi.
7 - Differenza tra banchieri italiani e banchieri tedeschi Lo storico svizzero P.J. Bergier offre un triplice ordine di spiegazioni per il successo delle banche tedesche. Il primo riguarda l’attivismo mostrato dai tedeschi nel settore economico-commerciale, attivismo che era già manifesto in gran parte dell’Europa centro- settentrionale sullo scorcio del XV secolo. Il secondo è che i banchieri tedeschi erano collocati in una posizione particolarmente favorevole per l’intermediazione bancaria, essendo situati geograficamente nel cuore dell’Europa. Dopo aver attinto i capitali dalle attività commerciali, i banchieri tedeschi avevano tratto profitti - ed è la terza spiegazione - dalle speculazioni sui metalli, specie argento e rame. Il Bergier sottolinea come «dalle imprese commerciali, minerarie e industriali alle attività di banca» il passo fosse breve; a compierlo fu soprattutto un gruppo di pochi uomini d’affari, tutti originari di Augusta. Sotto il Regno di Carlo V il loro esempio fu seguito da altri, venendosi così a formare una vera e propria classe di banchieri.
Dal punto di vista della struttura, le banche tedesche non erano diverse da quelle italiane. Anch’esse si formavano per un periodo limitato di tempo, che andava in genere da uno a dodici anni, ma nella maggioranza dei casi non superava i 4-5 anni. Questa somiglianza di struttura può attribuirsi anche al fatto che compagnie miste, italiane e tedesche, non furono rare tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento. Il Bergier, tuttavia, non manca di notare differenze. Le compagnie italiane erano suddivise in filiali che operavano autonomamente, mentre quelle tedesche avevano una direzione fortemente centralizzata. C’è di più. Le banche tedesche, a differenza di quelle italiane, formavano cartelli e monopoli, che se erano intesi come mezzo per difendere gli interessi dell’Impero davano luogo anche ad una diversificazione degli affari. Inoltre, giova ricordare che, a differenza di quelle italiane, le banche tedesche impiegavano la cambiale meno regolarmente e in maniera più diretta, cioè solo per differire il pagamento o per trasferire denari, ed il loro sistema di contabilità era marcatamente arretrato rispetto a quello delle banche italiane. La partita doppia, diffusissima in Italia, fu introdotta assai tardi nelle banche tedesche. I tedeschi sembravano preferire espedienti più semplici; ad essi bastavano le dichiarazioni di debito e le promesse di pagamento.
Pur avendo occupato lo spazio internazionale che era stato degli italiani, i banchieri tedeschi non giunsero mai - come viene riconosciuto - alle raffinatezze dei banchieri italiani. Non inventarono alcun nuovo strumento di credito; al massimo, perfezionarono quelli esistenti. «Ogni credito di una certa dimensione a medio o a lungo termine era coperto, se possibile, da una specifica garanzia», senza per questo essersi assicurati contro i rischi, se si considerano i non pochi fallimenti che colpirono la vita bancaria tedesca.
8 - Le transazioni internazionali: le fiere dei cambi Lo sviluppo dei traffici e del movimenti internazionali di capitali fu chiaramente agevolato dalle fiere internazionali dei cambi. Indette quattro volte all’anno in località diverse; localizzate, secondo la preferenza del gruppo bancario dominante, in Lione, Medina del Campo, Piacenza, Verona, Novi, Besançon, ecc. esse registravano la partecipazione di banchieri provenienti da diversi Paesi che si incontravano per saldare tra loro le partite a debito con quelle a credito, in modo da ridurre al minimo l’effettivo esborso di denaro. Attivissime fino agli inizi del Settecento, queste fiere perdettero in seguito ogni vitalità in conseguenza del miglioramento delle comunicazioni e dei progressi compiuti dal sistema bancario. Finché il sistema delle fiere internazionali dei cambi resse, l’uso che esso fece di una moneta di conto - lo scudo di marco - trattenne molti governi dall’intervenire nella formazione e gestione delle banche. Ma i fallimenti che travolsero, nel corso delCinquecento e nei primi lustri del Seicento, molti banchieri genovesi, e che non risparmiarono neppure i banchieri tedeschi, per i rilevanti prestiti concessi agli Stati direttamente o indirettamente impegnati nelle guerre allora in atto, spinsero i governi ad agevolare la formazione e il funzionamento dei banchi pubblici.
9 - I banchi pubblici I primi modelli di banchi pubblici erano stati il Banco di S. Giorgio - un’associazione di creditori dello Stato - fondato a Genova agli inizi del XV secolo, e sul quale vi è un’abbondante letteratura, e la Taula de Canvi di Barcellona sorta nel 1401, e operante come agenzia fiscale della municipalità e, dal 1413, anche della Generalitat di Catalogna, accettando e amministrando i risparmi di privati cittadini. Per quanto in concorrenza con le banche private, essa non le sopravanzò mai, non potendo finanziare le iniziative speculative dei privati. La Taula de Canvi ebbe poi imitazioni nella stessa Spagna, a Valencia, Mayorca, Saragoza, Tarragona Gerona, Vic, Perpignano, Cervera, oltre che in vari centri della Sicilia, allora sotto governo catalano. Ma banchi pubblici sorsero anche a Napoli. Il primo può considerarsi quello derivato dal Monte di Pietà, sorto nel 1539 su iniziativa di alcuni mercanti napoletani per venire incontro alle esigenze delle classi più povere e che, al pari di enti operanti con analoghe finalità filantropiche, usava emettere, in cambio delle somme ricevute in deposito, un attestato o fede di credito.
Intorno agli anni ‘70 il governo vicereale riconobbe alle fedi di credito del Monte di Pietà, che potevano trasmettersi per girata, potere liberatorio nel pagamento di somme dovute allo Stato, riconoscendo ad esse, in concreto, funzioni monetarie, di portavalori nel tempo e nello spazio. Questo riconoscimento favorì notevolmente l’attività del Monte che non solo cominciò a raccogliere fondi oltre che da privati anche da enti pubblici e dal governo, ma vide le sue fedi di credito godere di un sempre crescente favore. Inoltre, negli ultimi lustri del ‘500 furono autorizzati ad operare, con gli stessi privilegi già concessi al Monte, ben altri sei banchi pubblici (Banco della SS.ma Annunziata, di S. Eligio, dello Spirito Santo, di San Giacomo e Vittoria, di S. Maria del Popolo, dei Poveri), tutti espressione di ospedali, o di opere assistenziali. Ad essi si affiancò nel 1640 il Banco del Salvatore, iniziativa degli appaltatori del dazio sulla farina. Le autorizzazioni concesse dal Sovrano non erano senza uno scopo. Miravano a trasformare gran parte della circolazione monetaria interna da metallica in cartacea, in modo da ridurre, in un paese a bilancia dei pagamenti costantemente passiva, e privo di miniere d’argento o di oro, gli approvvigionamenti di metalli preziosi, producendo, in tal modo, moneta a costo zero; moneta destinata, pertanto, ad eliminare, o a ridurre, dalla circolazione interna, quella metallica, che veniva così riservata solo agli scambi internazionali. E inoltre a disporre di una comoda fonte di finanziamento delle esigenze dello Stato e della Città in momenti di difficoltà. Anche i banchi pubblici napoletani, così come le taule spagnole e siciliane e il Banco di S. Giorgio, rifuggivano dalle operazioni speculative, e si limitavano a finanziare il governo centrale o quello della Capitale, a concedere prestiti garantiti da immobili oppure prestiti su pegno, gratuiti a favore delle categorie più povere, e onerosi a favore degli strati sociali medio-bassi o medio-alti.
Tra il Cinque e il Seicento banchi pubblici, senza funzioni monetarie, sorsero in numerose città di Europa: nel 1593 sorse a Milano il Banco di Sant’Ambrogio; nel 1600, ad Amsterdam, la Banca di Amsterdam; nel 1606, a Roma il Banco di Santo Spirito; nel 1619, a Venezia il Banco di Rialto; e ad Amburgo la Giro-Bank; nel 1621 a Norimberga, la Girobank. Nel 1622, a Siena nacque, però, il Monte dei Paschi, forse l’unico tra i banchi pubblici a trarre le sue origini e il suo vigore dal rapporto diretto con il mondo agrario. Ricorrendo queste banche a monete di conto, e obbligando in molti casi i mercanti delle città ad eseguire i pagamenti solo attraverso di esse, l’esborso di monete metalliche veniva ridotto a cifre insignificanti. Nessuno di questi banchi pubblici poté vantarsi di avere alimentato, come quelli napoletani, una consistente e crescente circolazione di carta moneta.
10 - Nascita della Banca d’Inghilterra
In questo stesso arco di tempo anche in Inghilterra il danaro contante, salvo che per le esigenze del commercio al minuto, non circolava quasi più. I pagamenti venivano fatti tramite la corporazione degli orefici, per via di girate, e gli orefici ricevevano, corrispondendo interessi, depositi contro i quali rilasciavano obbligazioni, le Goldsmiths’ Notes, che diventarono verso la metà del Seicento, quando gli orefici assunsero la qualifica di banchieri, Bankers’ Notes. Nella seconda metà del Seicento, gli orefici-banchieri, invece di rilasciare una sola nota contro il deposito ricevuto, ne emisero parecchie per piccole somme, alimentando cosi una circolazione di banconote. Da questa possibilità di emissione di mezzi di pagamento e dalle ristrettezze finanziarie dello Stato nacque - è noto - nel 1694 la Banca d’Inghilterra, la quale nel 1707 fu riconosciuta unica banca per azioni abilitata ad emettere banconote. Così, dopo che gli ultimi banchieri privati cessarono di emettere banconote, la Banca d’Inghilterra diventò la sola Banca d’emissione.
11 - L’esperimento bancario di John Law
Ben diverso lo sviluppo bancario in Francia. L’esperimento del Law, con la creazione (1716) della Banca generale, sembrò inizialmente avviato, per il credito di cui il suo promotore era riuscito a circondarsi, verso il più lusinghiero successo. La circolazione di biglietti di banca che la Banca generale alimentò, adeguatamente coperta di riserve metalliche, fu assorbita favorevolmente, e consentì di creare (1717) la Compagnia per la circolazione e il commercio della Louisiana, la quale assorbì poi, nei due anni seguenti, altre Compagnie di Commercio, trasformandosi nel 1719 nella Compagnia di Occidente. AI tempo stesso, la Compagnia delle Indie orientali assorbiva quelle del Senegal, dell’Africa, del Capo Negro, della Cina, assumendo il titolo di Compagnia delle Indie. Intanto, a partire dal 1° gennaio 1719, la Banca generale veniva trasformata in Banca Reale, con il compito di raccogliere tutta l’entrata dello Stato e di provvedere ad erogarne tutta la spesa, e dotata, a differenza della Banca generale, della facoltà di emettere biglietti senza obbligo di copertura metallica, su semplice decreto del sovrano. Grazie a questa autorizzazione il Law si proponeva di eliminare l’ingente debito pubblico che gravava sul bilancio statale.
Fece, infatti, emettere un equivalente ammontare di biglietti di banca che furono trasferiti, in cambio del rispettivo credito, ai creditori dello Stato. Costoro potevano o impiegare i biglietti in acquisto di azioni della Compagnia o cambiarli in moneta metallica presso la Banca stessa.
Dapprincipio, poiché le quotazioni delle azioni della Compagnia aumentavano di giorno in giorno, gran parte dei possessori di biglietti ritenne più conveniente investirli in azioni. Col passare dei mesi, però, non pochi di essi, stimolati dalla crescente differenza che si era stabilita tra la loro quotazione di borsa e il prezzo corrisposto per l’acquisto, si affrettarono a vendere le azioni. E poiché le vendite crebbero considerevolmente le quotazioni discesero, tanto da innescare un movimento di panico tra i possessori che portò rapidamente al crollo delle quotazioni. A questo punto i possessori dei biglietti di banca cominciarono a bussare agli sportelli della Banca per il cambio in moneta metallica; e poiché le riserve della Banca risultarono del tutto inadeguate a fronteggiare il massiccio afflusso di richieste ne derivò in breve la sua chiusura. Il primo tentativo di costituire in Francia una banca di emissione tramontò, così, miseramente e con effetti assai negativi, perché rese impossibile per decenni la costituzione di nuove banche. Bisognò attendere infatti la fine del Settecento perché si creasse in Francia una nuova banca, e non di emissione. Ma c’è di più. Il fallimento del Law condizionò lo sviluppo bancario di altri paesi europei. Sicché il secolo XVIII può dirsi segnasse, nell’insieme, una fase di decadenza nell’evoluzione bancaria dell’Europa continentale.
12 - La diffusione delle borse
Il moltiplicarsi quotidiano dei bisogni finanziari sia degli Stati che delle imprese commerciali e d’investimento d’oltreoceano, con l’introduzione, specie per la creazione delle grandi compagnie commerciali monopolistiche, delle prime società per azioni, fece avvertire sempre più pressante l’esigenza di disporre non più solo di un luogo e di un’occasione dove fosse possibile approvvigionarsi di tanto in tanto di mezzi finanziari, di merci o di servizi, ma di un luogo dove, invece, regolato da norme ufficiali, e in grado di offrire garanzie, il ricorso a tale approvvigionamento potesse essere immediato, a seconda delle esigenze. Sta di fatto che fin dalla seconda metà del Cinquecento a Siviglia funzionava una Casa de Contratacción, e che tanto a Londra quanto a Parigi e ad Amburgo erano sorte, sia pure a carattere privato, vere e proprie borse, e che ad Amsterdam, anche con un proprio edificio, ne era sorta una nel 1608.
Le borse diventarono pubbliche; furono cioè sottoposte ad una normativa statale, però, solo nel corso del ‘700. Quella di Parigi, per esempio, fu sottoposta a norme di legge solo al tempo degli esperimenti del Law, e fu più rigidamente disciplinata dopo il loro fallimento con i regolamenti del 1724, che la trasformarono in Bourse du Roi. Nel corso del Settecento quasi tutti i Paesi europei si dotarono di una borsa, dove collocare o acquistare capitali. Anche in Italia, all’antica borsa di Venezia che risaliva al Seicento se ne affiancarono altre: nel 1755 quella di Trieste; nel 1785 quella di Napoli; nel periodo napoleonico, quella di Milano. In breve, un sistema finanziario crebbe a fianco di quello bancario.
13 - Le banche inglesi
Ma ad accelerare la trasformazione del sistema bancario e di quello finanziario in generale fu il complesso processo che va sotto il nome di «rivoluzione industriale», i primi segni del quale si registrarono, com’è noto, in Gran Bretagna. Nei primi decenni del Settecento, accanto alla Banca d’Inghilterra, che deteneva, si è visto, il monopolio dell’emissione delle banconote, si andarono formando, nelle province inglesi, delle banche locali private, ossia delle country-banks, le quali - oltre alle normali operazioni bancarie (depositi, compravendita di titoli pubblici, prestiti a breve, sconti cambiari e anticipazioni) - provvedevano anche ad emettere banconote, con una ristretta circolazione locale. Fino alla metà del Settecento, i progressi delle country-banks furono modesti, anche perché non vi era nelle province nuova e rilevante attività economica e sufficiente specializzazione bancaria e commerciale. Superata, però, la metà del secolo, acquisite e diffusesi le necessarie competenze, il numero delle country-banks crebbe rapidamente. Basti dire che se nel 1750 si contavano appena 12 banche provinciali, nel 1776 erano cresciute a 150 e nel 1790 a circa 300, mentre nel 1775 era nata un banca rurale, alla quale altre seguirono.
Dopo il 1750 si può pertanto discorrere di un sistema bancario inglese, sia pure dominato dal mercato finanziario londinese, sul quale imperava la Banca d’Inghilterra, ma del quale facevano parte banchieri privati, assai più esperti dei loro confratelli provinciali. Questo mercato finanziario funzionava da intermediario, legando insieme la domanda e l’offerta. Mentre accoglieva le liquidità eccedenti delle country-banks, faceva affluire verso le regioni inglesi del nord e dell’ovest i capitali che le locali industrie sollecitavano per il loro sviluppo. Si trattava però di un mercato in via di trasformazione, perché molte delle country-banks, con il trascorrere degli anni, assunsero ruolo di corrispondenti, e, talvolta, di vere e proprie filiali di banche londinesi; oppure, per stabilirsi sul mercato londinese, le stesse country-banks non esitarono ad assorbire piccole banche operanti su quel mercato o ad aprirvi proprie filiali. Il rafforzamento dei legami bancari tra le province e Londra, tra periferia e centro, favorì il consolidarsi delle country-banks, che in talune regioni, stimolate anche dall’industrializzazione in atto, accrebbero l’emissione di banconote. E se quest’aumento non fu senza inconvenienti, perché, nei momenti di crisi, molte banche, non essendo in condizioni di provvedere alla convertibilità delle country-notes, andarono in fallimento, tuttavia, dopo che nel 1797 il Suspension Act of Cash Payments, emanato dal governo per finanziare la guerra con la Francia, sospese siffatta convertibilità, le country-banks tornarono rapidamente a moltiplicarsi e il totale delle loro emissioni divenne all’incirca uguale a quello della Banca d’Inghilterra e della Zecca insieme.
Ma la crisi del 1825, con i numerosi fallimenti che la contrassegnarono, mise nuovamente a nudo la debolezza delle country-banks. Il governo cercò di porvi riparo approvando nel 1826 un Act (il 7 Geo. IV, c. 46) che consentiva la creazione di banche di emissione sotto forma di società anonime nell’Inghilterra e nel Galles solo in un raggio distante non meno di 65 miglia da Londra; banche che non avrebbero potuto spiccare tratte su Londra di ammontare inferiore a 50 sterline e a meno di sei mesi a vista, ossia essenzialmente il tipo di «carta» finanziaria che occorreva nelle province. L’Act in questione fu particolarmente avversato sia dai banchieri privati che dalla Banca d’Inghilterra, e questo spiega perché in sette anni, dal 1826 al 1832, si costituirono nelle province solo 26 banche. Accoglimento assai più favorevole ebbe il Bank Charter Act del 1833, che autorizzò la creazione di banche di deposito sotto forma di società per azioni all’interno dell’area londinese, incoraggiando le banche ad investire le proprie disponibilità in cambiali commerciali piuttosto che in titoli di Stato. Ne seguì una rapida fioritura di banche per azioni. Nel 1834 furono create la London and Westminster Bank e la London Joint Stock Bank, ma, alla fine del 1837, risultò che il loro numero era particolarmente cresciuto, e ben 114 risultavano già in funzione. La crisi economica esplosa sul finire del 1836 creò non poche difficoltà nel settore bancario, tanto che la Camera dei Comuni ritenne di dover nominare una Commissione d’inchiesta, che accertò per molte banche la povertà del management e la inadeguatezza del capitale. Analoga inchiesta svolta nel 1840-41 fornì un quadro non meno deludente. I risultati delle due inchieste spiegano le leggi bancarie emanate fra il 1838 e il 1843, a maggior tutela degli azionisti delle banche. Un più ampio e approfondito intervento si ebbe nel 1844 con un nuovo Bank Charter Act e con un Joint Stock Bank Act. Con il primo provvedimento, oltre a stabilirsi il rapporto tra riserva e circolazione, fissato in uno a tre, si tornò a centralizzare l’emissione di banconote nelle mani della Banca d’Inghilterra. Nessuna nuova banca di emissione poteva essere autorizzata e quelle esistenti dovevano progressivamente restringere la propria emissione.
Con il secondo provvedimento si stabilì che, per creare una banca per azioni, occorreva una speciale autorizzazione, e un capitale minimo di 100 mila sterline divise in azioni del taglio non inferiore a 100 sterline ciascuna, capitale che doveva essere versato per almeno il 50%. Le condizioni richieste non incoraggiarono la costituzione di banche, ma non riuscirono nemmeno ad impedire che ben quattro di esse fallissero. Negli anni sessanta e settanta ci fu tra le banche per azioni un aumento nei processi di fusione, sicché cominciarono a costituirsi importanti banche regionali con una rete nazionale di filiali. Va tuttavia sottolineato che, nonostante questa serie di leggi e decreti, il sistema bancario inglese, come quello, del resto, di molti altri Paesi europei o americani, godette di ampia libertà nell’esercizio delle sue attività; fu questa libertà che gli consentì di affermarsi nel mondo, finanziando in una varietà di paesi iniziative di ogni genere, e contribuendo alla crescita economica generale. E fu questa libertà che, anche a costo di alcuni fallimenti, permise al sistema bancario inglese, almeno fino alla prima guerra mondiale, di fare della City il centro finanziario internazionale più importante del mondo e della sterlina il pilastro del sistema monetario mondiale.
14 - Il credito di firma
Intanto avevano fatto la loro comparsa sul mercato finanziario le case di accettazione; molte di origine ebraica, come i Rothschilds, i Lizardis, ecc., operavano in tutta Europa, come filiali o agenti collocati nelle principali capitali. Esse anticipavano i due terzi del fatturato a clienti di prima classe per brevi periodi, che erano di 3-4 mesi per le vendite nel Nord America e fino a 12 mesi per le vendite nei mercati orientali, e collocavano prestiti pubblici sul mercato internazionale. Le case di accettazione registrarono una rapida crescita dopo il 1825, nonostante le crisi economiche del 1825-26 e del 1836-37, aumentando in numero e in potenza finanziaria. Si affermarono più di tutte nell’intero corso dell’Ottocento le case dei Rothschilds e dei Barings. I Rothschilds avevano rappresentato un modello per altre famiglie ebraiche di Francoforte, loro città di origine, e questo spiega le non poche altre Case di accettazione di origini ebraiche che si affermarono sul continente e negli Stati Uniti: dagli Hirsch agli Stern, ai Seligman, ai Lazard, ai Kulm, Loeb & Co., ai Raphael, agli Speyer, ecc. Altre case che pure risultano operare con successo già negli anni settanta erano frutto di fusione tra gruppi inglesi e americani, come i Brown, Shipley and Co, i Barings, oppure tra inglesi e tedeschi: si allude ai Morgan, ai Morton, Bliss and Co., ai Dennistown, Cross & Co., agli Stuart, ai Benson, ai Kleinwort, agli Schuster, agli Hambro, ai Knoop, ecc.: quasi in tutte non mancava l’elemento ebraico, e tutte, le prime come le ultime, erano riuscite ad affermarsi grazie al credito che circondava le loro firme. Il credito di firma, ancor più che la raccolta, fu infatti lo strumento con cui esse operarono felicemente sul mercato internazionale, ricorrendo alla Borsa e spesso giovandosi anche dell’opera di agenti commissionari.
15 - Banche di affari e connessa attività delle Borse
Con le case bancarie di accettazione, un sicuro riconoscimento meritano le banche di affari, che, valorizzando brevetti e scoperte, e qualunque iniziativa presentasse, pur nel rischio, prospettive di successo, furono una risposta alla straordinaria rivoluzione economica che si registrò in Inghilterra tra la fine del Settecento e l’Ottocento. Si trattò di un periodo in cui non solo si trasformarono radicalmente tradizionali lavorazioni industriali (come la siderurgia, la meccanica, la tessitura, ecc.), ma ne nacquero numerose altre (come l’industria ferroviaria, quella chimica, l’industria elettrica, la elettromeccanica, l’elettrochimica, la cantieristica navale in ferro e a motore, ecc.). Di questo straordinario sviluppo industriale che, dall’Inghilterra, si estese al Belgio, alla Francia, agli Stati Uniti, alla Germania, alla Svezia, fino al Giappone, all’Italia, ecc. queste merchant banks costituirono il vero motore finanziario, fornendo i capitali per la costituzione delle società che di quello sviluppo si facevano carico. Una volta costituita la società, quelle banche provvedevano a collocare le azioni sottoscritte presso il pubblico dei risparmiatori, trattenendone una piccola percentuale nelle loro casse, in modo da essere presenti nei Consigli di amministrazione delle industrie finanziate. Funzionando da garanti degli investimenti, esse aprirono la strada all’ampliamento della base industriale, dell’occupazione, del volume di salari, redditi e profitti, elevando il livello economico dell’ambiente in cui operavano.
Non vi è dubbio che al centro del movimento finanziario alimentato dalle banche di affari e dalle case di accettazione stavano le borse, alcune delle quali erano assurte a livelli di grande prestigio. Nel corso dell’Ottocento le borse di Londra, Parigi e Francoforte consentirono il collocamento di ingenti prestiti a favore di moltissimi Stati, e soprattutto permisero il finanziamento di una varietà di iniziative produttive. Moltissime imprese bancarie, industriali, ferroviarie, di trasporti marittimi, ecc. poterono sorgere ed espandersi grazie alla possibilità che ebbero di collocare in borsa tanto le loro azioni quanto le obbligazioni (vedi più innanzi) che via via andarono emettendo. Le borse fissarono non solo i tassi di interesse o i prezzi delle principali materie prime occorrenti al nuovo sistema industriale, ma agevolarono la raccolta e gli impieghi di ingenti quantità di capitali, e fu grazie ad esse che il sistema bancario poté ampliare considerevolmente la sua attività, e stimolare e mobilitare al massimo l’accumulazione capitalistica ovunque si svolgesse.
16 - Banca e Borsa Distintesi poco alla volta in Borse valori e Borse merci, a seconda che trattassero obbligazioni, capitali, cambi, noli, servizi o materie prime e prodotti finiti, le Borse fornirono non solo quotazioni di prezzi, ma anche forme contrattuali in grado di soddisfare una varietà di condizioni di consegna e di modalità di pagamento. Con la tendenza alla tipicità dei contratti esse impressero un potente stimolo alla intensificazione delle contrattazioni; in pari tempo, l’aumento e la varietà delle contrattazioni moltiplicarono la necessità di disporre nelle Borse di personale specializzato, conoscitore non soltanto di leggi, procedure e istituzioni commerciali, monetarie, bancarie e finanziarie, ma anche di mercati di produzione e di vendita, di tecniche di mercato, ecc. In tutti i Paesi esse andarono sottoponendosi ad un graduale processo di accentramento, di modo che, pur continuando a sussistere più Borse nello stesso Paese, una sola diventò quella di riferimento generale all’interno e all’estero, e questo accentramento ha costituito un indubbio vantaggio per gli operatori.
Anche l’Italia non si è sottratta a questo fenomeno, per cui, pur continuando a sussistere singole Borse regionali, eredità degli antichi Stati, è assurta a principale Borsa italiana quella di Milano. Giova poi richiamare il prezioso apporto che ha recato, e reca, il «mercato ristretto» all’iniziazione alla vita di Borsa di parecchie società e aziende. In questa crescente ascesa delle Borse, le banche hanno svolto un ruolo decisivo. A volte direttamente, come in quelle tedesche, a volte, indirettamente, tramite intermediari, come in quelle inglesi, certo è che in tutto il mondo le Borse hanno tratto dalle Banche la linfa di cui alimentarsi. Per il fatto che erano collegate a solidi sistemi finanziari e bancari, talune di esse ascesero a livello mondiale. Fu il caso di quelle inglesi e francesi tra Ottocento e vigilia della prima guerra mondiale; di quella di New York dopo la prima guerra mondiale; di quella di Tokio a partire dagli anni sessanta di quest’ultimo dopoguerra. È quasi superfluo aggiungere che un solido sistema bancario e finanziario è collegato a un rilevante grado di sviluppo economico e industriale.
17 - La specializzazione del credito
La crescente urbanizzazione della popolazione si era accompagnata, intanto, ad una sempre più diffusa trasformazione dell’agricoltura. con il progredire della meccanizzazione, della concimazione artificiale, delle tecniche di bonifica e di irrigazione, ecc. Inauguratasi l’era del libero scambio, l’attività commerciale si era ampliata, stimolando attivamente la produzione. Si registrò anche una rivoluzione nei trasporti: la ferrovia si diffuse via via quasi ovunque; e le navi in ferro e a vapore, con tonnellaggi sempre più elevati, e poi adottando tecniche di refrigerazione a mano a mano più perfezionate, solcarono i mari in numero e direzioni crescenti, consentendo, oltre che trasporti massicci di merci deperibili (carni, cereali, vegetali, frutta, ecc.), di cui i Paesi industrializzati apparivano bisognosi, lo spostamento da un continente all’altro di masse considerevoli di lavoratori in cerca di lavoro e di benessere, dando luogo a nuove produzioni e a nuovi traffici. E in questo complesso sviluppo agì da motore la banca, anche se con il concorso della Borsa, ma da esso trassero nuova forza ed ampliamento l’una e l’altra. Bisogna precisare, però, che se I’Inghilterra - lo si è visto - anticipò tutti, alimentando la sua «rivoluzione industriale» con una forte carica creditizia, e negli stessi anni in Scozia si ebbe la diffusione delle casse di risparmio e l’introduzione del cash credit, nel resto del mondo il sistema bancario continuò a mostrare inadeguatezze rispetto al processo di sviluppo non solo durante il ‘700, ma anche nei primi lustri dell’800. E non a caso lo storico belga-americano R. de Roover ha potuto affermare che - eccezion fatta per I’Inghilterra - fino all’inizio dell’800 l’attività bancaria non si basò sullo sconto, ma sul cambio, subordinando a quest’ultimo perfino l’attività creditizia, che è la funzione caratteristica della banca.
Con l’inizio del nuovo secolo, però, lo scenario cominciò a mutare; la «rivoluzione bancaria» acquistò slancio e sicurezza, e non solo vennero istituite sul Continente banche di emissione, ma si andarono via via formando, sotto il pungolo delle trasformazioni industriali in corso, i sistemi bancari di molti Paesi che oggi si considerano industrializzati. Così la Germania registrò nel 1848 la nascita delle prime banche con capitale azionario, il cui sviluppo raggiunse il culmine intorno al 1870. Quanto alla Francia, si può dire che il suo sistema bancario si andò delineando gradualmente per apparire completato intorno al 1870. La sua fu una crescita continua. Dotato di una Banca centrale - la Banca di Francia - fin dagli inizi dell’Ottocento, e, assai prima della rivoluzione del 1848, di un’alta banca con tecniche di investment banking, ed, inoltre di un settore assicurativo di ampio spettro, il sistema bancario francese risultava arricchito, verso la metà del secolo, sia del Crédit Foncier che del Crédit Mobilier, anticipando incontestabilmente la tendenza ad una specializzazione creditizia per settori e per scadenze. Ma perché questa specializzazione in Francia come altrove potesse realizzarsi occorreva anche apprestare la varietà di istituzioni e strumenti di cui un’attività specializzata necessita. II secolo XIX si caratterizzò, infatti, per la ricerca e la creazione di istituti specializzati per periodi e settori, e per provvista di fondi. Così le banche d’affari di cui si è detto, nate alla fine del ‘700 e le Casse di Risparmio, di cui la prima era sorta in Germania nel 1778, si diffusero con successo agli inizi dell’Ottocento in tutto l’Occidente (Sparkasse, Savings Banks, Caisses d’épargne, Cajas de ahorros, Casse di Risparmio, ecc.). Esse furono intese a raccogliere il danaro di classi sociali non elevate, con la promessa di un tasso di interesse più alto, purché i depositanti si impegnassero a non ritirarlo a vista. Si puntò in tal modo a spingere verso il processo produttivo un capitale timido, che altrimenti non si sarebbe impegnato direttamente in un’impresa produttiva, e che, affidato alla Cassa di Risparmio, poteva contribuire a creare nuova occupazione e nuovo risparmio.
Volta all’utilizzazione di un risparmio ancor più timido, e tuttavia desideroso anch’esso di una buona remunerazione, fu l’istituzione delle Casse di risparmio postali. Sorsero in Gran Bretagna, per iniziativa del Premier Gladstone, nel 1861, in Francia nel 1881, negli Stati Uniti nel 1910, mentre in Italia iniziarono la loro esistenza, grazie a Quintino Sella, nel 1875 destinando l’ammontare dei depositi da esse raccolte ad alimentare la Cassa DD.PP., finanziatrice di importanti opere pubbliche locali. Con l’istituzione del Crédit mobilier, nella prima metà dell’Ottocento, si era creato uno strumento per consentire la concessione di crediti a medio e lungo termine, indispensabili per impiantare strutture industriali complesse o costruire strade ferrate, il cui capitale d’impianto poteva essere ammortizzato solo in un lungo lasso di tempo. Il Credito mobiliare si avvalse, oltre che dell’investimento diretto nel capitale sociale dell’intrapresa industriale, di un nuovo titolo di credito, l’obbligazione, che consentiva anche al modesto risparmiatore di contribuire allo sviluppo di gigantesche imprese, con la sicurezza di poter contare su un dato interesse, e su particolari privilegi. Le obbligazioni acquistate sarebbero state, in caso di fallimento, rimborsate con precedenza sugli altri creditori. Il successo dell’obbligazione fu immediato e vastissimo. I prestiti obbligazionari, a medio e lungo termine, collocati in Borsa, furono utilizzati largamente per fornire capitali alle società ferroviarie, che poterono così provvedere alla costruzione di decine di migliaia di km di ferrovie in Europa e fuori. Ma servirono anche ad una varietà di altre intraprese, e furono in genere usati non solo dalle banche di affari, ma anche da società per azioni di tutti i tipi.
18 - Credito fondiario, Banche popolari e Casse rurali
Per rispondere alle necessità di credito dell’agricoltura in trasformazione nacque negli anni quaranta dell’Ottocento, dopo che se ne era discusso a lungo in Germania e in Francia, il Crédit Foncier, con un nuovo titolo di credito: la Cartella fondiaria. Rilasciando mutui a lungo termine, fino a 50 anni, da utilizzare per costruire stalle, fabbricati, realizzare bonifiche, scavare canali di irrigazione, impiantare frutteti, ecc., la banca di credito fondiario si approvvigionava di fondi collocando sul mercato, in corrispondenza del mutuo stipulato, cartelle fondiarie, il cui ricavato veniva versato al mutuatario; ricavato che poteva essere, però, inferiore all’ammontare nominale del mutuo contratto. Le cartelle, a tasso fisso, e ad ammortamento per sorteggio annuale nell’arco di tempo fissato, venivano infatti quotate in Borsa, subendo le oscillazioni della domanda e dell’offerta, e potevano esservi collocate anche ad un prezzo minore di quello nominale. Inteso in origine come istituto di credito a favore dell’agricoltura, il credito fondiario non poté sottrarsi alla prepotente spinta dell’urbanizzazione in atto in tutti i Paesi, e si trasformò in credito edilizio. I mutui a favore dell’agricoltura incisero percentualmente assai poco sul totale elargito.
Lento fu, inoltre, il progresso del credito agrario, che avrebbe dovuto fornire all’impresa agricola il capitale di miglioramento e quello di esercizio. Solo i grandi e medi proprietari potevano in pratica farvi ricorso, dal momento che i contadini affittuari non avrebbero potuto fornire garanzie, non essendo possibile a tal fine utilizzare né i frutti pendenti né il raccolto in erba. Bisognò inoltrarsi nel XX secolo per trovare risolto, e non in tutti i Paesi, tale problema. Intorno agli anni sessanta, sempre dell’Ottocento, riscosse, invece, successo l’idea dello Schulze-Delitzsch della Banca popolare cooperativa, ossia l’idea che il credito al lavoro deve potersi alimentare con il risparmio del lavoro; idea di cui in Italia si fece tenace sostenitore e realizzatore Luigi Luzzatti. Nella seconda metà dell’Ottocento presero poi corpo le Casse rurali, applicazione delle idee del Raiffeisen, intese a fornire credito alle classi contadine meno abbienti in un ristretto ambito territoriale. Furono l’ultima innovazione creditizia dell’Ottocento, che si chiuse tuttavia, nonostante l’innegabile sviluppo bancario, senza che fosse soddisfatta l’intera gamma delle domande di credito che il sistema economico in trasformazione sollecitava.
19 - Le banche d’emissione Se Se l’Inghilterra, per la sua posizione economica e per i cospicui surplus della sua bilancia dei pagamenti, era riuscita a porsi al centro del sistema bancario, finanziario e monetario internazionale, tutti gli altri Paesi avevano posto al centro del proprio sistema bancario, pur incompleto, uno o più Istituti di emissione. Ne aveva uno la Francia, quella Banca di Francia creata da Napoleone; uno, la Germania; uno la Spagna, uno l’Austria, ecc. Quanto all’Italia, essa, al momento dell’unificazione, aveva sei Istituti di emissione, che diventarono tre dopo gli scandali di fine secolo, e cioè la Banca d’Italia, nata nel 1894 dalla fusione delle preesistenti due Banche di emissione toscane con la Banca Nazionale nel Regno d’Italia; il Banco di Napoli, le cui origini risalivano agli antichi Banchi pubblici napoletani del Cinquecento, e il Banco di Sicilia, nato da una costola del Banco di Napoli nel 1848. Solo a partire dal 1926 anche l’Italia si dotò di un solo Istituto di emissione: la Banca d’Italia.
A fianco delle banche di emissione operavano anche in Italia, in maggiore o minore misura, banche miste e/o di affari od anche banche universali, che esercitavano il credito a breve e a medio e a lungo termine. In particolare operava dal 1880 il Banco di Roma, cui si erano aggiunte due banche italo-tedesche: la Banca Commerciale Italiana nel 1894; il Credito Italiano nel 1895, e più tardi, a partire dal 1914, la Banca Italiana di Sconto poi fallita nel 1921 -, e inoltre banche di deposito e sconti, quasi tutte società per azioni, Casse di Risparmio, Banche popolari, Casse rurali, Monti di Pietà, ecc. Inoltre, della nutrita schiera di banchieri privati che avevano operato in Italia dal Risorgimento alla fine del secolo erano ancora attivi un discreto gruppo come i Passadore, i Ponti, i Marsaglia, i Cacace, ecc. Molti di essi furono travolti dalle difficoltà del primo dopoguerra; altri, come gli Zaccaria Pisa, non riuscirono a superare la seconda guerra mondiale; altri ancora sono scomparsi in quest’ultimo dopoguerra, e solo pochissimi continuano a resistere, spesso dopo aver assunto le vesti di vere e proprie società per azioni. Anche in Italia, come era avvenuto negli altri Paesi industrializzati (e come probabilmente avverrà in quelli ancora in via di industrializzazione) nella misura in cui il sistema bancario si articola in diverse istituzioni, in quella misura si modifica la percentuale dell’attivo di bilancio delle singole categorie di istituzioni sul totale del sistema degli intermediari finanziari.
Nei Paesi industrializzati, al dire di R.W. Goldsmith, la trasformazione si è manifestata nell’attivo di bilancio delle banche nazionali, che, se si escludono gli anni a cavallo della seconda guerra mondiale, hanno progressivamente perduto non poche posizioni, così come le banche commerciali, mentre è cresciuto il peso degli Istituti di risparmio e degli Istituti assicurativi. In particolare, in Italia, le banche a carattere nazionale hanno visto precipitare la loro quota di attivo di bilancio sul totale del sistema degli intermediari dal 27% nel 1880 al 12% nel 1938, e, dopo un’impennata al 28% nel 1948, l’hanno vista in seguito ulteriormente precipitare al 10% (1973).
20 - La crisi del 1929 e le trasformazioni bancarie
Durante il XX secolo la specializzazione del sistema bancario si è accentuata, assumendo forme inedite, più o meno, in tutti i Paesi, l’Italia inclusa. Poco alla volta sonosorti istituti di credito per le opere pubbliche e per le opere di pubblica utilità, di credito industriale, di credito navale, di credito agrario e di miglioramento, di credito sportivo, di credito artigiano, di credito cinematografico, di credito peschereccio, di credito alle esportazioni, di credito al consumo, ecc. Dovunque si è manifestata un’attività produttiva, di beni materiali o di servizi, là è sorta una domanda di credito, e il sistema bancario è andato approntando strumenti e titoli per soddisfarla. Il processo ha certamente trovato un punto di riferimento e di partenza nella crisi economica mondiale del 1929. Non era la prima volta che una crisi economica colpiva il sistema creditizio e finanziario. Crisi economiche, e quindi crisi di banche e di borse, non rappresentavano assolutamente novità nella pratica e nella storia economica e finanziaria. Sebbene non ignote nell’antichità, menzionate anche nella Bibbia, e non raramente richiamate anche nei secoli del Medioevo, questi eventi disastrosi erano diventati più frequenti con il progressivo ampliarsi dell’orizzonte economico, e soprattutto dopo la nascita della grande industria accentrata e meccanizzata. T. S. Ashton ci ha lasciato un’ampia disamina delle crisi che tormentarono l’economia britannica nel corso del XVIII secolo; e Kaplan ci ha documentato quelle che afflissero la Francia prima della Rivoluzione del 1789.
Ma fu a partire dall’Ottocento che esse assunsero un carattere più regolare, e mostrarono di volersi ripetere a scadenze più o meno costanti. Gli economisti e gli studiosi di scienze sociali si sforzarono di fornire una spiegazione plausibile, ma le cause che hanno indicato, puntando ad isolare il fattore determinante, variano da caso a caso, essendo manifesta la variabilità, nel corso del tempo, delle strutture e delle dinamiche economiche. Quel che è certo è che lo scoppio della crisi si avvertiva, in genere, prima che altrove, in Borsa. Fu così nel 1873, quando la lunga crisi che quell’anno iniziò prese le mosse dal crac sia della Borsa di New York che da quella di Vienna; fu così nel 1929 quando prese avvio dal crollo di Wall Street. La crisi di borsa ha quasi sempre avuto effetti negativi sul sistema bancario, e non solo perché è essa stessa segno di una crisi della produzione, e quindi del processo di accumulazione di risorse finanziarie. Ma perché innesca un processo che, a seconda della sua intensità e durata, tende a ridurre i rientri delle somme anticipate e/o prestate, impedendo alle banche di poter rispondere, talvolta, alle richieste di rimborso o di prestiti. È fatto notorio che in quella che sconvolse il mondo tra l’ottobre 1929 e la fine del 1933, e che registrò, per altro, il crollo della sterlina, insieme con la svalutazione massiccia del dollaro, si assistette allo sconvolgimento dei sistemi bancari di molti Paesi occidentali. Alla caduta di migliaia di piccole e grandi banche statunitensi si accompagnò il crollo di alcune delle banche miste più importanti dell’Europa centrale, dall’austriaco Credit Anstalt alle banche ungheresi e tedesche. In Italia le banche miste scomparvero del tutto e il loro pacchetto azionario fu nel 1933 assunto dal neo Istituto per la Ricostruzione Industriale (I.R.I.). Si ebbero inoltre chiusure di banche, grandi e piccole, in tutto il mondo, e in Italia si registrò una moria di casse rurali, oltre che la fusione di molte casse di risparmio e di banche popolari.
La risposta del sistema bancario internazionale alla crisi seguì due vie contrapposte. La prima fu quella seguita dalla legge bancaria italiana del 1936, che volle sanzionare la divisione del credito in rapporto alla durata del rimborso, distinguendo nettamente dalla banca a breve termine (banca di credito ordinario) la banca a medio e lungo termine, e condizionando anche le provviste di fondi a tali durate. Il sistema bancario italiano si articolò così intorno alla Banca d’Italia, che cessò nel 1936 di essere società per azioni per diventare Istituto di diritto pubblico; accanto ad essa alcuni istituti di diritto pubblico [Banco di Napoli, Banco di Sicilia, Monte dei Paschi, Istituto S. Paolo di Torino, Banca Nazionale del Lavoro (l’antica banca di credito per la cooperazione creata nel 1913)]; tre banche di interesse nazionale (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano e Banco di Roma), di cui l’IRI, cioè la mano pubblica, conservava la quasi totalità del pacchetto azionario; e poi un certo numero di banche regionali di credito ordinario; di casse di risparmio; di Banche popolari; di piccoli istituti di credito; di casse rurali; di Monti di Pietà; di istituti di credito fondiario, agrario, ecc.
21 - Gli anni dal 1936 al 1945
Il sistema bancario delineato dalla legge del 1936 stentò a reggersi. Negli anni cheseguirono, la sua rigidità si scontrò con le esigenze politico-economiche del Paese sottoposto a dure prove. Prima l’autarchia e poi la seconda guerra mondiale accrebbero i poteri dello Stato nell’esercizio dell’attività bancaria, specie sul versante del credito, e non di rado obbligarono le banche ad assumere, talvolta, in forma diretta o indiretta, partecipazioni in iniziative industriali che la legge del 1936 vietava. L’istituzione dell’Ispettorato per la difesa del risparmio e del credito e la politica restrittiva seguita nella concessione di autorizzazioni all’apertura di nuovi sportelli bancari condizionarono e limitarono ogni tentativo di espansione del sistema bancario nazionale. Fecero di più. Ridussero le aziende di credito dalle 2042 alle 1294. Dalla fine della guerra la situazione cominciò a segnare qualche consistente innovazione. La “rivoluzione industriale” nella quale il paese fu progressivamente coinvolto non poteva lasciare inalterato il sistema bancario e finanziario che l’andava sostenendo e sospingendo.
Banche, Finanze e Borse dovevano necessariamente passare attraverso una trasformazione o, come qualcuno ha voluto definirla, una La natura, la struttura, le articolazioni, le funzioni, le modalità, gli strumenti operativi del nostro sistema bancario e finanziario hanno registrato, infatti, nel corso del cinquantennio seguito alla guerra, continui cambiamenti, che hanno spinto verso un passato sempre più remoto la normativa stabilita in materia negli anni ’30. Perché possa cogliersi il senso dei mutamenti intervenuti nell’intero arco del cinquantennio, non è inopportuno ricordare che la legge del 1936 aveva organizzato il sistema bancario italiano per funzioni e per dimensioni, stabilendo che le funzioni bancarie vere e proprie fossero svolte da istituti di diritto pubblico (Banco di Napoli, Banco di Sicilia, Istituto S. Paolo di Torino, Monte dei Paschi di Siena, Banca Nazionale del Lavoro) a carattere nazionale e da banche di interesse nazionale (Banca Commerciale, Banco di Roma, Credito Italiano) con le quali avrebbero collaborato, nel rispettivo territorio, le banche regionali e locali. La legge aveva inoltre stabilito, accogliendo quanto concordato nelle convenzioni firmate da ciascuna delle tre banche nazionali con l’IRI, la separazione “nel sistema creditizio italiano tra esercizio del credito commerciale ed esercizio del credito industriale e mobiliare”. Si era cioè affermato il principio della specializzazione del credito, o, come sottolinea Parrillo, quello della separatezza. Nel primo periodo, cioè dal 1936 al 1946, i cambiamenti che si registrarono non furono di particolare rilievo.
Le innovazioni cominciarono dopo la fine della guerra e furono attuate dapprima non attraverso direttive generali, ma ricorrendo a modifiche statutarie, e, in generale, al controllo degli atti statutari. Nel primo periodo si concesse agli Istituti di diritto pubblico di ampliare la loro azione anche al medio e lungo periodo. Per alcuni di essi questo ampliamento si era verificato addirittura prima della legge bancaria. Il Banco di Napoli, per esempio, era stato autorizzato, fin dal 1928, attraverso apposite “sezioni”, a esercitare, oltre che il credito fondiario, anche il credito agrario di miglioramento. Ma è certo che l’autorizzazione ad aprire “sezioni speciali” fu largamente concessa dopo la guerra, ed anche il Banco di Napoli ne trasse vantaggio, ottenendo la sezione di credito industriale. Accanto alle trasformazioni intervenute nell’organizzazione del credito ordinario, vi furono quelle che incisero sul credito industriale, che ricavava dal mercato la massima parte dei mezzi necessari allo svolgimento della sua attività, e la cui importanza, già nel maggio 1960, era rappresentata dal fatto che i finanziamenti da esso erogati costituivano oramai la terza parte di quelli complessivamente concessi dalle aziende di credito.
22 - Gli anni dal 1946 al 1973
Oltre che le “Sezioni speciali” per il credito a medio-lungo termine assegnate agli istituti di diritto pubblico prima e dopo la guerra e agli istituti di credito a medio-termine, pubblici e privati, esistenti già alla vigilia della guerra, tra cui l’IMI, cui il governo italiano affidò la gestione e il controllo dei fondi del Piano Marshall (1948-1952), il Crediop, l’Icipu, ecc., fu, tra il 1946 e il 1973, che l’organizzazione del credito mobiliare segnò consistenti ampliamenti. Già nel 1946 si arricchì con l’istituzione di Mediobanca, su iniziativa della Banca Commerciale Italiana, seguita dal Credito Italiano e dal Banco di Roma.
Il neo-istituto, come, d’altra parte, le istituzioni consimili, era tenuto a procurarsi i fondi attraverso l’emissione di obbligazioni e di certificati di deposito vincolati per oltre 12 mesi; e a concedere crediti finanziari con scadenze tra uno e venti anni, oltre a organizzare e a partecipare a consorzi di collocamento di valori mobiliari e ad assumere partecipazioni in imprese finanziarie, industriali e commerciali. È noto, però, che, poco alla volta, Mediobanca, tramite società controllate, entrò in settori collaterali alla propria attività, come quelli delle amministrazioni fiduciarie, dei prestiti alle famiglie, dell’intermediazione mobiliare e del commercio internazionale. Tra le controllate, una delle più importanti è la Mediobanca International. La quotazione in Borsa di Mediobanca risale al 1956. Già allora, però, nel suo capitale erano entrati, oltre le citate Banche d’interesse nazionale, parecchi azionisti privati, anche non italiani. Pochi anni dopo, con la legge 22 giugno 1950, n. 445, il Tesoro autorizzava la costituzione di 14 istituti di medio-credito per il finanziamento delle medie e piccole imprese.
Questi istituti non nacquero contemporaneamente. Sorse prima quello della Toscana (1950); seguirono poi nell’arco di un trentennio tutti gli altri.. Due anni dopo fu istituito, con legge 25 luglio 1952, n. 949, l’Istituto centrale di credito a medio termine e per le piccole e medie industrie, denominazione che, però, è stata assunta solo con la legge di riforma 30 aprile 1962, n. 156. Tuttavia l’Istituto continua a essere noto come Mediocredito Centrale. L’anno successivo, il 1953, la legge 11 aprile, n. 298, consentì di istituire il Credito industriale sardo (CIS), l’Istituto per il finanziamento delle industrie siciliane (IRFIS), e, allo stesso tempo, di trasformare l’Isveimer, che il Banco di Napoli aveva creato con R.D.L. 3 giugno 1938, n. 883, in un Istituto, al cui capitale, come a quelli del CIS e dell’IRFIS, contribuirono considerevolmente la Cassa per il Mezzogiorno e il Tesoro dello Stato. A partire dal 1966, con l’approvazione del loro statuto-tipo, anche le Casse di risparmio furono autorizzate a istituire enti creditizi a medio-lungo termine. Nel 1968, furono creati l’Istituto di credito fondiario per la Toscana, l’Istituto di credito fondiario per il Piemonte e la Valle d’Aosta; ecc. Non particolarmente favorite furono, invece, le banche organizzate in forma societaria (Commerciale, Credito Italiano, Banco di Roma), perché, salvo che per la creazione di Mediobanca, esse non ottennero l’esercizio di alcuna sezione speciale a medio e lungo termine. Ciò nonostante, come è stato dimostrato, il 45% del valore dei loro impieghi può definirsi a media e lunga scadenza.
23 - La preferenza per le aziende di credito di piccole dimensioni
Non furono questi i soli cambiamenti registrati all’interno del sistema bancario e finanziario del paese. Negli anni dal 1948 in poi si modificò anche la distribuzione territoriale del credito. Si decise di dotare di sportelli bancari quelle località che ne erano sprovviste, consentendo l’apertura di filiali solo alle imprese di piccole e medie dimensioni. Vi fu pertanto una fioritura di piccole Banche popolari, di nuove casse di risparmio, di piccole società bancarie. Altra innovazione fu l’esercizio dell’attività all’estero. La legge bancaria del 1936 l’aveva riservata agli istituti di diritto pubblico e alle banche di interesse nazionale, ma con il 1969 anche altre aziende di credito, purché di elevata capacità patrimoniale, furono autorizzate ad aprire anch’esse uffici di rappresentanza all’estero. Il risultato di queste concessioni fu che, dal 1936 al 1974, le Casse di risparmio aumentarono i loro sportelli di 119 unità; le banche popolari e cooperative di 77; gli istituti di diritto pubblico, di 71; i Monti di credito su pegni, di 54; le filiali di aziende estere, di 50, mentre le banche d’interesse nazionale ottennero appena 34 nuovi sportelli. Alle modifiche nei rapporti tra le singole istituzioni creditizie e nella distribuzione territoriale del credito si accompagnarono le alterazioni nel mercato dei capitali con il massiccio ruolo assegnato al credito agevolato, che aveva operato in Italia anche prima della guerra, assumendo, però, un crescente rilievo negli anni ’5011.
Usato dapprima come strumento per stimolare la costruzione di civili abitazioni, specie nei centri danneggiati dalla guerra, il tasso agevolato era divenuto poi uno dei mezzi incentivanti più comuni per l’industrializzazione del Mezzogiorno e per il miglioramento delle aree depresse del Centro-nord12. I finanziamenti a tassi agevolati si erano via via intensificati, assumendo cospicue dimensioni, e ampliando via via i campi della sua applicazione, specie dopo che, nel 1965, la “contrattazione programmata” aveva portato all’insediamento nel Sud di grandi complessi industriali. Altri incentivi furono poi adottati a partire dal 1968. Tanto che, tra la prima metà degli anni ’60 e la prima metà degli anni ’70, ben tre quinti dei nuovi crediti a medio-lungo termine affluiti al settore industriale furono concessi a tassi agevolati. E gli investimenti nel Mezzogiorno avevano potuto addirittura avvalersi, tenendo presenti le varie concessioni, di tassi effettivi che si erano aggirati intorno all’1,82%. L’eccesso di credito agevolato aveva provocato un indebolimento di alcune aree industriali, creando un’abbondanza di capitale dove non esisteva, favorendo così artificiosamente gli investimenti ad alta intensità di capitale, una risposta non idonea alla disoccupazione che vi si lamentava.
24 - Distorsioni nel Crediop
Altri interventi del governo incisero su istituzioni già esistenti, distorcendone le finalità. Risaliva alla vigilia della guerra, per esempio, la serie di interventi che avevano contribuito ad alterare le funzioni del Crediop, ossia del Consorzio di credito per le opere pubbliche. Dopo le dimissioni di G. Beneduce, che aveva creato e diretto il Crediop fra le due guerre mondiali, la presidenza era stata assunta, in conseguenza del R.D. 4 aprile 1940, convertito nella legge 21 maggio 1940, n. 657, dal governatore della Banca d’Italia. Questi, assumendo la presidenza, in virtù della stessa legge, anche dell’ICIPU (Istituto di credito per le opere di pubblica utilità), e mantenendo quella dell’IMI che gli era stata assegnata in precedenza, finì con il concentrare nella sua persona, che già controllava e guidava l’istituto di emissione, l’intera attività di intermediazione finanziaria. Concentrazione di attività e potere che avvenne, forse, come da qualcuno è stato ipotizzato, causa le circostanze politiche che si attraversavano, ossia per l’imminente partecipazione dell’Italia alla guerra. Ma, a prescindere dai motivi che ne erano alla base, siffatto accentramento nel governatore della Banca d’Italia della direzione del Crediop si tradusse nella perdita della sua autonomia gestionale e nella sua graduale statizzazione. Il che non si manifestò immediatamente, dal momento che, “nei primi anni di guerra, il governo aveva sostanzialmente garantito il rispetto dei piani di ammortamento dei mutui concessi dal Consorzio agli enti locali”. La situazione cambiò nel 1942 quando, con il R.D.L. 21 maggio, n. 521, fu deciso che il Crediop avrebbe dovuto provvedere alla copertura dei disavanzi dei bilanci degli enti locali17. Decisione che distoglieva il Crediop dalle finalità che la legge istitutiva gli aveva assegnate, e cioè di procedere al finanziamento delle opere pubbliche. I mutui concessi per il pareggio dei bilanci di Province e Comuni capoluoghi furono garantiti con delega al Crediop per la riscossione di tributi per un ammontare equivalente a quello del mutuo concesso. Per tutta la durata della guerra, cioè fino al 1945, questo tipo di mutui assorbì oltre il 90% del totale di quelli complessivamente erogati dal Crediop; incidenza che si ridusse a poco più di un terzo nel 1946 e a poco più dell’8% nel 1947.
Nessun finanziamento di disavanzi di Comuni e Province venne concesso negli anni 1948-1954. Questo tipo di operazioni, seppure non in maniera così assorbente come negli anni della guerra, fu ripreso a partire dal 1955, per toccare cifre abbastanza elevate nel 1958 e 1959, a beneficiare delle quali furono soprattutto il Comune e la Provincia di Roma, ma anche i Comuni di Napoli e Firenze. Cessate le operazioni di copertura dei disavanzi degli enti locali, il Crediop non tornò, sic et simpliciter, a dedicarsi alle sue funzioni istituzionali. A partire dal 1961 fu oggettodi altra distorsione. Fu costretto a concedere mutui direttamente al Tesoro, operazioni che ebbero “una grande rilevanza soprattutto fra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta”. Si trattava di finanziamenti derivanti dall’approvazione di specifiche leggi: 14mila miliardi furono, in effetti, assorbiti dal Tesoro tra il 1961 e il 1975, che incisero, sul totale dei mutui concessi dal Crediop, nella misura del 33%. Ma se si esclude la minore entità dei mutui concessi al Tesoro in alcuni anni (1964, 1968, 1974, 1975), in genere il loro volume superò annualmente il 50% del totale e, in alcuni anni, come nel 1969, toccò il 67,50%, e nel 1970, il 107%. Parte dei mutui servì a finanziare le opere di sistemazione dei bacini montani, il programma straordinario di bonifica del delta del Po, al centro, nel 1951, di uno straordinario e drammatico straripamento, nonché altre bonifiche e opere di trasformazione fondiaria: e fin qui, pur attraverso il Tesoro, cioè annullando l’autonomia e la funzione decisoria del Crediop, la finalità istituzionale del Crediop sembrò rispettata. Non può dirsi altrettanto per i finanziamenti al Tesoro destinati all’aumento delle dotazioni di ENI, IRI, EFIM, Ente gestione cinema, BNL, Mediocredito Centrale, EGAM, ENEL, Ente gestione termali, GEPI e Artigiancassa, del fondo di solidarietà nazionale, degli interventi a favore della piccola e media industria, o per la revisione degli ordinamenti pensionistici, ecc.
25 - Le modificazioni nell’Istituto nazionale per i cambi con l’estero Altro cambiamento intervenne nella gestione e nel controllo del movimento valutario. L’Istituto nazionale per i cambi con l’estero per la gestione del monopolio dei cambi istituito dal Ministro del Tesoro, F.S. Nitti, nel 1917, nel vivo della prima guerra mondiale, aveva cessato di operare nel 1919, e non era stato rimesso in attività che nel 1934. Alla fine dell’ultima guerra, nel 1945, fu sostituito dall’Ufficio Italiano Cambi con il compito non solo di esercitare il monopolio dei cambi, ma anche “il commercio delle divise e di qualsiasi altro mezzo che po[tesse] servire per pagamenti all’estero, in tutte le possibili forme”. Ma tanto il monopolio quanto il conseguente commercio dei cambi non durò a lungo. Come scrisse C.A. Ciampi “il processo di liberalizzazione ebbe inizio già nei primi anni di pace”, e sfociò nei decreti del 1955 e 1956, che costituiscono “il nucleo della legislazione valutaria vigente”, che attribuisce “alle banche ampie facoltà operative nella negoziazione di divise e consentano l’istituzione di un mercato libero delle valute”. L’UIC, come organo tecnico del governo, ha però continuato a esercitare funzioni di controllo sui movimenti valutari. Presieduto, di diritto, dal governatore della Banca d’Italia, e basato su un fondo di dotazione fornito dalla stessa Banca, l’UIC, che, per molte operazioni, si avvale anche delle strutture della Banca centrale, costituisce così uno strumento della politica monetaria.
Il processo di liberalizzazione, oltre a svincolare l’UIC dall’obbligo del monopolio e della gestione delle valute, e a facilitare la progressiva integrazione dell’Italia nell’economia europea e internazionale, agevolò la convertibilità esterna della lira; convertibilità dichiarata nel 1958. Circa due anni dopo, il 31 marzo 1960, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) sanzionò poi la nuova parità della lira (625 lire per un dollaro) decretata dalla Banca d’Italia il 28 gennaio dello stesso anno. E D. Menichella non perse l’occasione, nella Assemblea generale della Banca d’Italia del maggio seguente, per ricostruire il lungo e faticoso cammino che l’Italia aveva percorso dall’agosto-settembre 1947; ammonendo che se la politica monetaria era stata capace di mettere fine alla grave inflazione che aveva colpito il paese, la stessa non sarebbe stata in grado di contrastarla, nel caso in cui l’inflazione fosse derivata non dalla domanda, ma dai costi, per evitare la quale sarebbe occorsa una confacente politica salariale, considerato che, in un’economia aperta, qual’era quella italiana, un peso determinante avevano più che mai le influenze esterne. Quando Menichella espresse queste considerazioni era il maggio 1960: ci si avviava verso la svolta del centro-sinistra, e si avvertivano gli effetti della rivoluzione industriale in atto nel paese.
L’economia procedeva a ritmo sostenuto. Produzioni ed esportazioni progredivano di concerto, e, con esse, l’occupazione. Guido Carli, succeduto a Menichella nell’agosto 1960, rivelò, nel maggio 1961, che il tasso di crescita industriale aveva superato del 13,7% quello dell’anno precedente, fatto che consentiva “al nostro paese di l’Europa occidentale”. E aggiunse “che se il reddito reale per abitante si e[ra] complessivamente triplicato dal 1861 al 1960, più della metà dell’incremento e[ra] stato ottenuto nel periodo relativamente breve compreso tra il 1951 e il 1960”. Un ritmo di crescita così intenso e rapido richiedeva l’esistenza di un mercato dei capitali ampio ed efficiente, e soprattutto non dominato dai titoli pubblici. Il primo problema che Carli riuscì a risolvere fu perciò il passaggio dalle emissioni dei Buoni del Tesoro ordinari in quantità illimitate e continue, indipendenti dalle occorrenze di cassa del Tesoro, alle emissioni mensili, in quantità limitate, e stabilite in funzione della situazione di cassa della Tesoreria.
26 - Sviluppo con inflazione Il cambiamento era di grande rilevanza, in quanto consentiva ampi margini di liquidità, e quindi la ricerca, da parte delle aziende di credito, degli investimenti più vantaggiosi, fra cui i titoli a medio-lungo termine. Titoli che allora non assorbivano più del 20% dei flussi annui delle attività finanziarie del sistema. Purtroppo gli anni che seguirono non furono particolarmente favorevoli. Il 1962 e il 1963 furono anni difficili. Esplosero i contrasti e gli squilibri che il rapido sviluppo industriale del paese e i processi migratori dal Sud al Centro-nord avevano prodotti, e che fin allora erano covati sotto le ceneri. Le controversie si risolsero con scioperi di lunga durata, e si conclusero con aumenti dei redditi da lavoro dipendente del 43%, ossia con un accrescimento del 27% del costo del lavoro industriale per unità di prodotto contro un aumento dei prezzi del 7%. Non è questa la sede per un’analisi della crisi, delle sue origini, svolgimento e conclusione.
Quel che qui va sottolineato è che emerse dalla crisi la necessità di una “coerente politica dei redditi”, tale da consentire “il mantenimento dell’equilibrio monetario”. Dopo anni di straordinaria crescita senza inflazione si diffuse il timore che tale condizione non si sarebbe più ripetuta. Gli inizi degli anni ’60 furono infatti caratterizzati dalla ricerca di strumenti capaci di consentire il finanziamento degli investimenti senza ricorrere a mezzi inflazionistici. Così, a parte l’auspicio di una messa in atto di una politica economica capace di assicurare “ragionevoli prospettive di equilibrio fra costi e ricavi”, si avanzò con insistenza e fermezza l’idea di inserire nel mercato elementi stabilizzatori, quali, ad esempio, i fondi comuni di investimento, senza attendere la riforma della legge sulle società per azioni, e ancora l’orientamento a tenersi pronti a usare “il controllo qualitativo del credito bancario” in talune situazioni congiunturali. La crisi del 1962-63 aveva cioè posto in difficoltà gli schemi di politica monetaria e creditizia fin allora seguiti, e spinto a ricercarne di nuovi, atti a conseguire gli stessi risultati di crescita senza innestare una spirale prezzi-salari.
27 - La crisi del 1962-65 Il rallentamento del processo produttivo nel 1963-1964, si era riflesso sul sistema bancario, provocando cedimenti in aziende di credito di piccole dimensioni, e costringendo la Banca centrale a intervenire in difesa dei depositanti, ricorrendo alla collaborazione di altre aziende di credito e dei loro istituti centrali. L’accaduto aveva messo a nudo le difficoltà che incontrava la vigilanza in assenza di norme in grado di assoggettare a controllo i trasferimenti di azioni di aziende di credito costituite in forma societaria. Si sottolineò perciò “la singolare concezione” affermatasi, secondo la quale si poteva rimediare alla carenza di capitali, “accordando a questo o a quell’ente la facoltà di emettere obbligazioni, e sollecitando quelli che ne [erano] muniti ad emetterne in gran copia”, limitandosi a promettere solo contributi sugli interessi. Peggio ancora! “Amministrazioni autonome [erano] state autorizzate ad assumere impegni di spesa prima ancora di aver reperito i capitali”, la cui scarsezza cominciava a farsi avvertire. La carenza di capitali era derivata dal fatto che la crisi del 1962-64 e la lenta ripresa registrata nei due anni successivi erano state seguite dalle agitazioni sindacali per i rinnovi contrattuali, sfociati nell’autunno caldo e poi nelle tensioni di piazza che caratterizzarono gli anni 1968-70 e che, considerata anche l’abolizione delle così dette “gabbie salariali” nel Sud, si tradussero in sensibili aumenti salariali, con effetti sul livello della domanda globale. Si registrarono in effetti aumenti del costo del lavoro per addetto valutati tra il 13 e il 16-17%; aumenti cioè più che doppi rispetto a quelli che la produttività poteva raggiungere nei settori in cui essa progrediva più celermente. E questo con “gravi difficoltà” per il mantenimento degli equilibri aziendali.
Si riconobbe che gran parte degli aumenti derivavano dall’insufficienza di infrastrutture economiche e sociali, e cioè che la grande emigrazione dal Sud verso il Centro-nord si era scontrata con le scarse disponibilità abitative, scolastiche, ospedaliere, nei trasporti, ecc. che gli immigrati vi avevano trovato, e che dimostravano come il Centro-nord non fosse in condizioni di accogliere l’enorme afflusso di manodopera che si stava registrando. Tali insufficienze furono imputate alle aziende che avevano assorbito i lavoratori immigranti; mentre le aziende ne addebitarono la colpa allo Stato e alle autorità locali. Di chiunque, però, fosse la colpa il problema non presentava soluzioni immediate né poteva risolversi senza intaccare l’equilibrio e la stabilità monetaria. L’incertezza politica e sociale, oltre che economica, che si era diffusa aveva, intanto, spinto le famiglie presso le quali era concentrata la massima parte del risparmio prodotto (nel 1969 la quota di risparmio netto delle famiglie era salita all’80%) a rinunciare ad aumenti di investimenti diretti nell’industria. Il risparmio accumulato dalle famiglie rifluì pertanto in gran parte nei depositi delle banche di credito ordinario, che non erano autorizzate a investirlo in crediti a medio-lungo termine, ma solo in acquisti di titoli.
28 - Risparmi e investimenti Va tenuto presente che, fin dal 1945, e sarà così anche dopo, le imprese si erano assicurate l’approvvigionamento del capitale di rischio attraverso l’indebitamento con gli intermediari finanziari, ossia con gli istituti di credito speciale; finanziamenti che avevano ottenuto spesso a condizioni agevolate, grazie al concorso dello Stato. Ma questi istituti usavano raccogliere fondi con l’emissione di obbligazioni sottoscritte in larga misura proprio dalle aziende di credito, determinando così un processo di dissociazione fra centri di formazione del risparmio e centri di decisione degli investimenti; una dissociazione in atto dal dopoguerra, e che si prolungherà lungo tutto l’arco di tempo 1945-1973, e anche oltre. Si ebbe, cioè, un aumento degli investimenti in titoli da parte delle aziende di credito e una marcata diminuzione negli acquisti di titoli da parte delle famiglie. Dissociazione che era conseguenza, ad un tempo, tanto dell’aumento del numero degli istituti di credito speciale quanto dell’estensione della loro sfera d’intervento. Si era voluto, in sostanza, ottenere che le disponibilità delle aziende di credito ordinario fossero trasferite, per il loro impiego, a istituti di credito a medio-lungo termine. E poiché la maggior parte di questi ultimi erogava fondi sulla base di pareri di conformità espressi da organi politicoamministrativi, l’attività di questi istituti si era ridotta, in ultima istanza, ad amministrare fondi raccolti da altri per impiegarli sulla base di decisioni altrui.
È stato giustamente sottolineato che tale prassi aveva violato del tutto il criterio di specializzazione alla base della legge del 1936, introducendo, quasi silenziosamente, una fase di despecializzazione dell’attività bancaria. Per stimolare le famiglie ad apprezzare i titoli a medio-lungo termine, necessari ad assicurare alle aziende il capitale di rischio, la Banca d’Italia era intervenuta stabilizzandone il corso, con il fissare il tasso d’interesse a medio-lungo termine a un livello reale positivo anche se contenuto, ma più elevato, in ogni caso, di quello delle attività finanziarie (per esempio, i depositi bancari) a breve termine. I risultati non si erano fatti attendere. Gli acquisti di titoli da parte del pubblico nei tre anni 1966-68 erano cresciuti e avevano raggiunto, in media annua, i 600miliardi di lire, e nel 1969 superarono anche i 1000miliardi di lire. Nondimeno, nonostante questi progressi, non si era riusciti a incentivare adeguatamente gli investimenti indispensabili all’espansione del sistema produttivo. Attratti dagli aumenti dei tassi di interesse all’estero, e preoccupati della situazione politica italiana, molti capitali stranieri erano usciti dall’Italia, e continuavano a uscire.
29 - La fuga dei capitali dall’Italia
Alla metà del 1970, per il governatore della Banca d’Italia, si trattava di un “fenomeno complesso”, specie per quella parte che aveva assunto la forma dell’esportazione clandestina di banconote, contro la quale non erano mancati severi provvedimenti repressivi. Provvedimenti che possedevano tutte le caratteristiche di un ripristino del controllo dei cambi, cioè di una misura assai anacronistica nella fase di progressiva integrazione internazionale in atto, e quando il mercato interno, non essendo in grado di soddisfare le scelte del consumatore e del produttore, costringeva gli uni e gli altri al ricorso al mercato estero, che, per la più efficiente organizzazione produttiva, presentava prodotti a tecnologia più avanzata e a prezzi minori. Nel tentativo di arginare il fenomeno, la Banca d’Italia aveva accentrato presso di sé, già nel febbraio 1969, la moneta cartacea italiana proveniente dall’estero; e ristretto i tempi entro i quali importatori ed esportatori potevano rispettivamente anticipare il pagamento delle merci importate o posticipare la riscossione del prezzo delle merci esportate. Aveva, inoltre, consentito alle banche di derogare dall’obbligo del pareggiamento delle posizioni in cambi, per utilizzare i crediti esteri intesi a finanziare esportazioni italiane; ecc..
Nell’intento di ampliare le disponibilità liquide da destinare al finanziamento, sia pure indiretto, dello sviluppo economico, aveva anche allentato la rigidezza delle riserve obbligatorie che le banche di credito ordinario erano tenute a osservare. Aveva ammesso a farne parte anche le cartelle fondiarie e altri titoli, anche se ciò modificava la redditività complessiva delle riserve. Aveva così liberato liquidità disponibile ad impiegarsi. L’autorizzazione aveva avuto, però, dei limiti. Non tutti i Buoni ordinari del Tesoro acquistati dalle banche potevano essere ammessi a costituire la riserva obbligatoria. Erano esclusi quelli nei quali le banche impiegavano le proprie disponibilità liquide. La nuova disciplina aveva solo autorizzato la Banca d’Italia ad acquistare dalle aziende questi ultimi, non diversamente da come essa acquistava o vendeva qualsiasi altro titolo dello Stato o dallo Stato garantito, praticando cioè i normali tassi di mercato. Aveva contribuito in ultimo, cioè, a gettare le basi per la nascita di un “mercato secondario anche per i buoni ordinari del Tesoro”.
30 - Carenza di capitali per gli investimenti produttivi
Rimaneva, però, sempre vivo il problema di un più consistente finanziamento dello sviluppo dell’industria. Da anni G. Carli, il governatore della Banca d’Italia, sosteneva che, per accrescere la resistenza finanziaria delle unità produttive italiane nel contesto internazionale, fosse necessario per l’industria allargare i suoi mercati, con partecipazioni e concentrazioni con gruppi stranieri, tenuto conto che i grandi gruppi promuovevano maggiormente la ricerca nelle imprese di medie dimensioni. Ma soprattutto aveva più volte insistito sull’opportunità dell’istituzione dei fondi comuni d’investimento, senza attendere oltre la riforma delle società per azioni, contrariamente a quanto molti degli addetti ai lavori sostenevano. Aveva inoltre considerato un progresso l’autorizzazione alle imprese a convertire, come nel 1965, le obbligazioni in azioni di risparmio, nonché le disposizioni a tutela dell’azionista, con la più rigorosa disciplina del diritto di opzione, con il sovrapprezzo nella fissazione dei rapporti di cambio fra le azioni in sede di fusione, con il diritto al risarcimento del danno derivante da deliberazioni contrarie alla legge e allo statuto. E aveva fermamente auspicato l’introduzione, anche in Italia, dopo che negli Stati Uniti si stavano affermando, dei certificati di deposito, che offrivano un grado di liquidità più elevato di quello derivante dal collocamento dei titoli sul mercato finanziario. Carli si manifestava, in sostanza, convinto che il finanziamento era diventato la condizione prima e determinante di ogni progresso industriale ed economico. E a riprova di ciò, alla metà del 1967, aveva condiviso l’idea di una “società a statuto europeo”, in grado di emettere azioni circolanti liberamente nei paesi del mercato comune, venendo, al tempo stesso, incontro alle insistenze delle autorità comunitarie miranti a realizzare una libera circolazione dei capitali, sempre che gli ordinamenti tributari non ne deviassero, con le loro disparità, le direzioni dei flussi.
Nel frattempo, per stimolare le nostre esportazioni, aveva acconsentito a modificare il contenuto dell’assicurazione dei crediti all’esportazione, limitata, agli inizi, al rischio di divieti al trasferimento delle somme versate dagli importatori, e poi ampliata fino a comprendere i rischi commerciali. L’accento posto sulle esportazioni e sulla concessione di facilitazioni si spiegava con le difficoltà che l’economia italiana attraversava, con gli insoddisfacenti investimenti nei settori produttivi più avanzati, e con la riconosciuta “condizione di inferiorità delle nostre imprese rispetto a quelle di altri paesi”, sottolineata, del resto, “dall’eccessivo loro indebitamento in rapporto ai capitali investiti”. A preoccuparlo maggiormente era la caduta di vitalità dell’apparato industriale del paese. Per gran parte degli anni Cinquanta, il progresso era derivato dalle immissioni nel sistema di nuove tecnologie, valorizzate dall’applicazione di lavoro via via qualitativamente migliorato. Il potenziale produttivo si era poi ampliato e rafforzato negli anni 1959-63, e, dopo il 1964, vari fattori - tra cui l’accrescimento dell’efficienza aziendale, le più economiche dimensioni aziendali, le migliori combinazioni dei fattori produttivi - avevano contribuito a imprimere all’economia nazionale un ritmo più sostenuto. Ma, alla metà del 1970, appariva “difficile prolungare questa fase”. Vi si opponevano la ridotta disponibilità di altre innovazioni tecniche, e soprattutto “le nuove condizioni di lavoro, il persistere di scioperi di gruppi non organizzati sindacalmente e l’assenteismo”. Il governatore della Banca d’Italia rilevava che “le situazioni conflittuali all’interno delle aziende [avevano] determinato l’impossibilità di programmare i costi”, che si erano configurati anzi come veri e propri disincentivi per gli investimenti”. Sicché, “in luogo di muovere verso equilibri più avanzati, il sistema re[grediva]”; “si determina[va] l’uscita dal mercato per motivi economici di intere imprese o, almeno, all’interno di esse, di quella parte degli impianti non più sfruttabili al nuovo livello dei costi: l’inflazione cioè genera[va] impulsi deflazionistici”. La conseguenza era che il crescente inserimento dell’Italia in una Comunità economica europea che si andava allargando e integrando sempre più avveniva quando una struttura di costi e prezzi scoraggiava la formazione del capitale e una struttura della spesa pubblica concorreva debolmente alla sua crescita.
31 - Impresa pubblica o privata? Il 14 agosto 1971 il dollaro cessava di essere convertibile, seppellendo gli accordi di Bretton Woods, e aprendo la via a nuove parità monetarie, ma anche esponendo la lira ad attacchi speculativi. La crisi dell’economia italiana si aggravò, accrescendo le “diffuse situazioni di dissesto”, che il governo cercò di alleggerire tramite la costituzione di fondi di ristrutturazione e della Società per la gestione e partecipazioni industriali (GEPI). Solo poche imprese continuavano a rifulgere; la produttività si era ovunque ridotta, mentre le ore lavorative erano aumentate di poco. C’è di più. Per usare le parole di Carli: “la quota di reddito destinata agli investimenti in macchinari e attrezzature resta[va] la più bassa nell’ambito dell’economia europea, con esclusione del Regno Unito e dell’Irlanda”. La crisi non aveva alcuna rassomiglianza con quella che, negli anni ’60, tra il 1962 e il 1964, aveva investito il Paese. Nel 1971, mentre la politica monetaria si era orientata verso l’espansione, l’apporto della pubblica amministrazione alla formazione del reddito aveva assunto dimensioni enormi; la situazione del settore privato era precipitata. E verso questo settore si andava anzi dispiegando un atteggiamento di crescente ostilità, occulta o palese, con una incalzante preferenza per l’impresa pubblica. Atteggiamento che Carli non poté non deplorare, dato che la diffusione dell’impresa pubblica danneggiava il processo di selezione delle dirigenze; limitava la cerchia dei cittadini eleggibili ai militanti nei partiti politici della maggioranza, dando origine “a un’imprenditorialità burocratizzata, scarsamente amante delle innovazioni.
32 - Crisi petrolifera e inflazione
La crisi petrolifera del 1973 trovò perciò l’economia italiana già in crisi, ma soprattutto trovò la politica monetaria in fase espansiva, con l’inflazione in progresso, nonostante i massicci interventi nel mercato dei cambi per la difesa della lira, con la stipula di cospicui debiti sul piano internazionale. Ma la situazione si presentava anche più preoccupante, perché non si era sicuri che, in caso di più grave e/o di più frequente indebolimento dell’unità monetaria, si potesse di nuovo ricorrere per prestiti al mercato dell’eurodollaro, in quanto anche altri paesi, prima o poi, si sarebbero rivolti a tale mercato. Non aveva torto, perciò, agli inizi del 1974, il Ministro del Tesoro, a esprimere timori circa il possibile “logoramento della nostra capacità di credito all’estero”. Il disavanzo nella bilancia dei pagamenti, conseguente all’aumento del costo delle importazioni petrolifere, aveva provocato incrementi negli impieghi bancari superiori a quelli registrati dai depositi, e, al tempo stesso, una diminuzione negli acquisti di titoli azionari. Il problema era, perciò, innanzi tutto, quello di un maggiore finanziamento dello sviluppo economico. A tale scopo fu deciso di istituire l’obbligo dell’acquisto, da parte del sistema bancario, di obbligazioni per una somma equivalente al 6% dei depositi in essere a fine 1972, e, per evitare possibili distorsioni a danno delle imprese di minori dimensioni, fu deliberato di limitare l’aumento del numero degli affidamenti42. Anche se non fu operazione facile, considerato che nel maggio 1974 l’indebitamento estero dell’Italia si aggirava sui 10miliardi di dollari, nel 1975 la difesa della solvibilità esterna del paese, attraverso complesse operazioni finanziarie internazionali, sembrò raggiunta, sia pure con una svalutazione del 20%.
La struttura degli impieghi bancari era però profondamente mutata. Rispetto ai depositi, la quota dei titoli in portafoglio era passata da una media del 13% negli anni ’50, ad una del 21% negli anni ’60, fino a raggiungerne una del 29% negli anni 1971-75, mentre la quota dei finanziamenti bancari diretti sul complesso dei finanziamenti concessi dal sistema creditizio era scesa, in media, dal 76% degli anni ’50 al 70% negli anni ’60 al 68% negli anni 1971-75. Quella dei finanziamenti al settore pubblico e privato, alimentata con depositi bancari, era andata, invece, contraendosi fino al 1971, aumentando poi, nei tre anni successivi, dal 78 all’83%.
L’inflazione che caratterizzò la vita economica di questi anni, pur registrando diminuzioni,considerato che l’aumento dei prezzi al consumo scese dal 24% del 1974 al 12% del 1975, non sembrò, però, ulteriormente contenibile. Tenendo conto che gli squilibri economici contribuivano ad aggravarla, si suggerì di mettere un freno alle distorsioni provocate dalla scala mobile. Si era nel maggio 1976, ma per la rimozione di queste distorsioni sarebbe stato necessario attendere ancora parecchi anni. Intanto il paese viveva sotto la minaccia di un peggioramento del disavanzo della bilancia dei pagamenti. Per contenerlo fu decretato nel gennaio 1975 la sospensione degli interventi sul mercato dei cambi per 40 giorni, ma si trattò di una misura di tamponamento: nel maggio la lira era già precipitata ai più bassi livelli dell’anno. Si ricorse anche a misure dirette e incisive, stabilendo l’istituzione di un deposito infruttifero in lire, della durata di un trimestre, pari al 50% degli acquisti di valuta, che si traduceva in un notevole aggravio a carico degli interessati. Fu rinnovato, al tempo stesso, il vincolo di portafoglio. Ciò nonostante, dopo l’agosto 1976, altri fattori contribuirono a provocare una nuova crisi. Tanto che, a fine settembre, si dovettero deliberare nuove e più severe restrizioni valutarie e monetarie, senza poter impedire l’aumento delle perdite sui cambi. Limitatamente al solo 1976, la Banca d’Italia aveva dovuto procedere a un aumento del fondo di dotazione dell’UIC da 100milioni a 500miliardi di lire. Un aumento cospicuo, che dovette essere tuttavia ulteriormente incrementato con un fondo di altri 2mila miliardi di lire, ricavato dai profitti della rivalutazione dell’oro compreso nelle riserve.
Le cospicue perdite sui cambi erano conseguenza anche delle trasformazioni intervenute nelle dimensioni delle aziende produttive. La loro crescita, anteriore di parecchio alla crisi petrolifera, aveva spinto il sistema bancario italiano a operare anche sui mercati stranieri. Si spiegavano così la maggiore presenza all’estero delle loro filiali e degli uffici di rappresentanza, le partecipazioni in istituti di credito stranieri, gli accordi di collaborazione con aziende di credito di altri paesi, le consistenti presenze di intermediari finanziari stranieri in Italia. Del resto, la crescita dell’intermediazione bancaria sull’estero era marciata, prima della crisi petrolifera, a un tasso medio annuo superiore al 30%, circa il doppio di quello con cui si era sviluppato quella interna.
33 - Tra svalutazione del dollaro e bilancia dei pagamenti italiana A parte i riflessi della crisi petrolifera, sulla bilancia dei pagamenti si manifestarono, in misura più incisiva, anche gli effetti dei provvedimenti adottati negli Stati Uniti, nell’agosto 1971, cioè la fine della convertibilità del dollaro. L’Italia era stato il paese dove la spesa pubblica si era maggiormente dilatata: fatto che aveva appesantito il bilancio statale, e tolto alla finanza pubblica ogni possibilità di incidere sui fenomeni congiunturali, e quindi sull’andamento del ciclo economico.
Nelle fasi di recessione la politica di bilancio si era espressa, infatti, in aumenti di spesa, in quelli di espansione, anziché in tagli di spesa, in aumenti di imposte, senza peraltro poter pareggiare quelli di spesa. Due erano state le componenti principali della crescita della spesa: le spese sociali, in particolare quelle relative alle pensioni e alla sanità, e quelle derivanti dalla pubblica amministrazione. Queste spese erano cresciute, tra il 1957 e il 1977, del 9,1% sul PIL; e l’onere per gli interessi sul debito pubblico prodotto dall’aumento di queste spese era aumentato di 4,5 punti. Per fronteggiare le esigenze di cassa, il governo aveva scelto il ricorso alla Banca centrale, approfittando del fatto che mentre negli altri Paesi industrializzati tale ricorso era limitato a un importo fisso, in Italia lo Stato poteva ottenere dalla Banca centrale linee di credito per un ammontare uguale al 14% del totale della previsione della spesa effettiva, accresciuta dell’ammontare dei successivi stati di variazione. Inoltre, negli altri Paesi i finanziamenti al Tesoro dello Stato da parte della Banca centrale erano erogati ai tassi ufficiali o di mercato, in Italia gli stessi finanziamenti erano concessi ad appena l’1%.Una volta raggiunto il livello del suddetto 14%, allo Stato non rimaneva, per coprire il deficit, che l’aumento della pressione fiscale (e lo Stato italiano non aveva trascurato questa strada), ma soprattutto l’aumento del debito pubblico.
L’emissione di titoli pubblici era infatti divenuta frequente, e più queste aumentavano più difficile ne risultava l’assorbimento da parte dei risparmiatori. Per ovviare all’inconveniente, il governo aveva addossato alla Banca centrale l’obbligo di acquistare i titoli invenduti alle aste mensili, e di acquistarli alle condizioni da esso stabilite, lasciando alla Banca centrale solo la possibilità di collocarli, quando possibile, sul mercato. Ne era derivato un progressivo ampliamento della base monetaria. Tra il 1972 e il 1976 i finanziamenti diretti o indiretti della Banca centrale allo Stato erano stati responsabili per oltre il 100% della creazione di moneta, e le banche, nel senso più generale del termine, acquistando alle aste o, dalla stessa Banca centrale, fuori delle aste, i titoli pubblici, erano diventate, già dal 1970-72, nell’inflazione dominante, il centro, sempre più presente, dell’intermediazione finanziarianazionale. Per evitare che provocassero ulteriori spinte all’inflazione, la Banca centrale aveva utilizzato strumenti diversi da quello classico della manovra del tasso di sconto. Aveva accresciuto, nel marzo 1973, ancor prima che la situazione economica si aggravasse per la crisi petrolifera, il vincolo di portafoglio e il massimale sugli impieghi. E questi vincoli, temporanei in origine, di rinnovo in rinnovo, salvo alcune modifiche e una breve interruzione per il massimale degli impieghi, risultavano ancora in vigore alla fine del 1982; risultavano anzi più onerosi di quanto fossero risultati al momento in cui avevano cominciato a far sentire i loro effetti.
Nonostante la crescente inflazione, la spesa pubblica non aveva cessato di espandersi. Nel tentativo di sollevare la domanda interna depressa, erano stati adottati provvedimenti di natura previdenziale, e cioè le facilitazioni all’esodo di dipendenti ex-combattenti e assimilati dallo Stato e dagli altri enti pubblici, e l’esodo anticipato del personale direttivo dello Stato. Il bilancio si era così caricato di ulteriori nuovi oneri, senza che vi corrispondesse un aumento delle entrate. Ma gli appesantimenti della spesa pubblica continuarono. Per sostenere le esportazioni si accrebbero il plafond assicurativo dell’INA, il fondo di dotazione del Mediocredito centrale per le operazioni di credito finanziario legate alle esportazioni, e il rifinanziamento delle banche interessate al commercio internazionale. Tutte concessioni che ampliavano il fabbisogno del Tesoro, e accrescevano quindi l’ammontare dei BOT da immettere in circolazione, gran parte dei quali finiva poi con l’essere assorbita dall’Istituto di emissione, che, per incoraggiarne il collocamento presso i privati, si adoperava, poi, a mantenere il tasso di lungo termine a un livello abbastanza elevato. Per porre un argine all’impoverimento delle riserve dell’Istituto di emissione, fu necessario ricorrere all’aiuto della Federal Reserve e a prestiti della Comunità europea e del Fondo monetario internazionale. Per rallentare il processo inflazionistico furono imposti al sistema bancario un cospicuo aumento del tasso di sconto; l’obbligo di investire in titoli e obbligazioni; un massimale per le concessioni di credito; la riduzione a 15 giorni dei termini di validità dei conti in valuta; l’obbligo di finanziamento bancario in valuta per i regolamenti anticipati di importazioni, oltre ad altre misure di natura fiscale e di bilancio, e a controlli su prezzi e salari: tutti provvedimenti che fecero, nel maggio 1976, del sistema creditizio italiano un sistema “imbrigliato”.
34 - Il credito totale interno Nonostante l’“imbrigliamento” del sistema creditizio, continuavano a registrarsi “fenomeni inflazionistici senza precedenti”. E più l’inflazione progrediva, più diminuiva la propensione delle famiglie ad acquistare titoli pubblici e più esse si mostravano decise a conservare ai loro risparmi il massimo di liquidità, preferendo i depositi presso le banche, le quali ne utilizzavano poi parte per l’acquisto di titoli pubblici. Ridotta a trasformare, in prevalenza, i depositi in titoli pubblici, la gestione della banca continuò a manifestarsi una gestione per conto terzi, una gestione passiva, determinata, da un lato, dalle scelte delle famiglie e, dall’altro, dalla politica delle autorità monetarie. Privata, in pratica di ogni stimolo all’unitarietà della gestione, con serie conseguenzequando si presentava la necessità di procedere a scelte strategiche globali, principale sua funzione era diventata la Tesoreria, ossia la raccolta e l’utilizzazione dei fondi, con nessun compito strategico. Il deficit della bilancia dei pagamenti continuava intanto a dilatarsi, nonostante il rientro degli investimenti di capitali italiani all’estero. Nel 1969 questi investimenti rappresentavano il 26% dei flussi annui delle attività finanziarie delle famiglie56. Ma negli anni ’70 precipitarono a valori sempre più insignificanti: il 7,9% nel 1971; il 3,7% nel 1973; l’1,2% nel 1975; per giungere addirittura a un disinvestimento dello 0,3% nel 197757.
Combattuta tra la necessità di finanziare lo Stato e le esigenze del sistema produttivo, la Banca centrale si era sforzata di escogitare una soluzione che servisse a conciliare un equilibrio esterno con un sopportabile grado d’inflazione interna, necessario a mantenere nel paese un sufficiente livello di attività economica. Di qui il controllo dei flussi quantitativi di credito destinati agli utilizzatori finali. Attraverso il concetto del credito totale interno (CTI), stabiliva, una volta individuata la quantità consentita, quanto di essa dovesse essere destinato al settore pubblico e quanto a quello privato. Quantunque ingegnosa, la formula apparve assai poco funzionale dal momento che il quantum da destinare al Tesoro non era mai, ieri come oggi, quello risultante dal bilancio di previsione statale. Il fatto è che, tra il 1974 e 1976, l’inflazione era continuata a crescere, specie dopo l’assunzione, da parte statale, del compito di provvedere ai fabbisogni finanziari del settore pubblico allargato58, dato che la Banca centrale aveva continuato ad acquistare la parte residuale invenduta dei titoli emessi dal Tesoro.
35 - Riserva obbligatoria e massimale degli impieghi Per sottrarre liquidità al mercato, oltre che a imporre alle banche la riserva obbligatoria e il massimale negli impieghi, la Banca centrale aveva accentuato, specie a partire dal 1977, il razionamento del credito, restringendo le anticipazioni in c/c. Il rapporto tra questi crediti e i depositi bancari si era così rapidamente contratto. Ma a partire dal 1979 fece anche di più, considerati i timori di inflazione da parte delle famiglie, consentì alle banche, tramite le emissioni di BOT a brevissimo termine, di aumentare le operazioni pronti contro termine, intensificando così il rastrellamento di liquidità. Per ridurre il deficit della bilancia dei pagamenti, fissò dei limiti alla concessione dei finanziamenti in valuta per le importazioni e per le concessioni di accettazioni bancarie.
Ai fini del controllo dell’eccesso di emissione, il maggior successo la Banca d’Italia lo conseguì liberandosi, nel luglio 1981, dell’acquisto dei titoli pubblici emessi e non venduti: risultato - o “divorzio”, come fu battezzato - che si dovette, in misura notevole, anche all’introduzione nel mercato finanziario, nel 1977, dei certificati di credito del Tesoro (CCT) a tasso variabile. Gli anni 1979-1981 furono, comunque, particolarmente importanti, giacché, con la riduzione dell’inflazione e dei deficit della bilancia dei pagamenti, il paese dimostrò di aver saputo assorbire gli effetti della crisi petrolifera e, nonostante l’inflazione, di aver operato sul risparmio delle famiglie, staccandolo, poco alla volta, in larga misura, dai depositi bancari e attraendolo, con i crescenti tassi d’interesse assicurati dai BOT e dalle loro scadenze ravvicinate. A questa perdita di depositi, le banche cercarono di reagire, mutando le strategie, con innovazioni nell’emissione di accettazioni e con una maggiore facilità nella concessione del credito di firma.
36 - L’emergere del parabancario La presenza di banche e istituti di credito speciale era divenuta intanto assai consistente nel campo del leasing, del factoring, del venture capital, del credito al consumo, e in quello della gestione del rischio, con i swaps, le options, i futures. Tra il 1979 e il 1981, le società di leasing con partecipazione delle aziende di credito si erano raddoppiate, passando da 26 a 44, mentre quelle con partecipazione degli istituti di credito speciale erano passate da 0 a 12. Al 31 dicembre 1981, le partecipazioni delle banche in società di leasing erano già aumentate a 215miliardi di lire e i finanziamenti ad esse erogati dal sistema bancario aumentati a 560miliardi. Si prevedeva che l’importo dei contratti di leasing avrebbe raggiunto i 1000-1500 miliardi di lire all’anno. Nel solo leasing immobiliare, i beni locati avevano superato, nel 1980, i 1910miliardi di lire. Non meno rilevante il coinvolgimento delle banche nelle società di factoring, anche se, “come nel leasing, con il passaggio del prodotto a una fase di crescita, erano entrati nel settore i primi gruppi industriali che vi avevano visto un modo per assicurarsene la maggior parte del prodotto, “offrendo servizi di smobilizzo crediti ai propri fornitori”. Il turnover nel factoring avrebbe toccato, nel 1981 i 2250miliardi di lire66. Quanto alle accettazioni bancarie, anch’esse oggetto di innovazioni, la loro consistenza aveva toccato, alla fine del 1981, i 13.663 miliardi di lire, ma la tendenza era negativa, a causa delle norme rigorose cui la loro emissione era stata sottoposta, e soprattutto per il trattamento fiscale al quale furono assoggettate nel 1981.
A fianco di queste attività, erano andate sorgendo e progredendo altre attività sia inquadrabili nel parabancario, con emissioni di azioni e di obbligazioni; sia operanti con il collocamento diretto presso il pubblico dei cosiddetti titoli atipici, cioè certificati immobiliari, fedi patrimoniali, certificati finanziari, che avviavano il risparmio delle famiglie verso beni rifugio come immobili e terreni, sia operanti attraverso lo strumento delle accettazioni bancarie. Occorre aggiungere che, mentre l’emissione di titoli atipici aveva costituito un fatto abbastanza nuovo, soprattutto per le dimensioni raggiunte, meno nuova si era rivelata la raccolta di risparmio operata dai fondi comuni mobiliari. Non tutti i nuovi prodotti finanziari erano emessi da operatori istituzionali. Al settore si erano affacciati nuovi e non sempre noti e solidi operatori. Di qui era derivato lo scarso entusiasmo con cui era stata accolta, tra gli addetti ai lavori, l’emissione dei titoli atipici. Taluni avevano messo in discussione la legittimità della loro ammissione al mercato, dato che molti degli operatori emittenti nel settore presentavano strutture d’impiego tutto sommato esigue e fragili, con bassi livelli di capitalizzazione (si citava il caso di una iniziativa di 20miliardi di lire lanciata da una società con un capitale di 200milioni), con assenza di criteri di ripartizione del rischio, e peraltro non soggetta a controllo. Per taluni si trattava di enti che avevano introdotto nel mercato un detonatore di instabilità che avrebbe potuto provocare conseguenze disastrose per l’intero sistema finanziario.
A dirottare il risparmio del piccolo e medio borghese, che fino al 1960-65 si era orientato prevalentemente verso la Borsa o la casa, verso i nuovi tipi di investimento, era stata soprattutto l’intento di sottrarsi alla pesante tassazione di cui tanto la Borsa quanto la casa erano fatte oggetto. L’investimento in Borsa era stato scoraggiato, a prescindere dalla modestia dei dividendi, dalla nominatività dei titoli azionari; dall’imposizione progressiva a carico delle persone fisiche; dalla doppia imposizione, fino a quando non fu abolita. Quanto agli acquisti di case, la mortificazione dell’investitore, oltre che dal regime dell’equo canone, equivalente in pratica a “una forma di tassazione discriminata nei confronti di certi soggetti, spesso anche in modo inverso alla capacità contributiva”, era aggravata da varie imposizioni, da quella sulle plusvalenze non reali ma nominali (cioè dall’imposta sulle aree fabbricabili) all’INVIM, senza dire della minaccia, sempre incombente, di un’imposta patrimoniale “gravemente distorsiva”.
Quali che fossero, in ogni caso, le ragioni e le modalità del loro affermarsi, i nuovi intermediari e i loro prodotti rappresentavano oramai una realtà, e non era facile disfarsene, anche se, essendovi raccolta di risparmio “tra il pubblico”, l’intervento dell’autorità non poteva differirsi; ed era anzi vivamente sollecitato. Da molti si auspicò un’autorizzazione caso per caso, stabilendo quali operazioni il soggetto autorizzato avrebbe potuto compiere. Si giunse così alla legge 197/1991 che pose sotto il controllo della Banca d’Italia gli intermediari non bancari, e cioè le società di leasing, di factoring e le finanziarie impegnate nella concessione di finanziamenti in qualunque forma, compresi locazione finanziaria, assunzione di partecipazioni, intermediazione di cambi, servizi d’incasso, di pagamento e di trasferimento di fondi, anche mediante emissione e gestione di carte di credito. I controlli non impedirono che gli istituti del parabancario continuassero a svilupparsi. Nel 1999 avevano raggiunto il ragguardevole numero di 1339, avendo concesso, nell’insieme, prestiti che assommavano al 10% di quelli elargiti dal sistema bancario. E avrebbero anche superato tale percentuale se la domanda dei servizi da essi offerti fosse stata più consistente.
37 - Gli istituti di credito speciale o mobiliare
Nel quadro normativo delineatosi nel 1981 altra trasformazione aveva riguardato gli istituti di credito speciale o mobiliare (ICM), che avevano assunto una configurazione operativa molto più articolata sul piano territoriale e con possibilità di raccolta e di impieghi assai più ampie. Essi avevano accresciuto la loro presenza nel breve-medio termine; erano entrati nello spazio operativo delle banche di credito ordinario, costrette a cedere loro quote di attività via via più consistenti. Questi istituti si erano trovati, tra il 1979 e il 1981, di fronte alla caduta della domanda delle grandi imprese e, nella ricerca di nuove opportunità, si erano orientati verso l’ampliamento della loro presenza tra le medie e le piccole industrie. Ne era derivato, con la riduzione del taglio medio delle operazioni, un aumento del costo di gestione.
Le tensioni inflazionistiche avevano poi costretto gli stessi istituti a misurarsi con la concorrenza in tema di raccolta e di impieghi. I tassi si erano dovuti confrontare con quelli delle corrispondenti facilitazioni bancarie, mentre le emissioni di obbligazioni e di certificati di deposito avevano continuato a essere soggetti ad autorizzazione. Sicché, nonostante avessero provveduto a introdurre indicazioni e opzioni circa la durata dei prestiti, gli ICM erano stati obbligati a gestire scrupolosamente il rischio di cambio. Di qui il loro interesse per i prestiti in valuta, che consentivano di addossare gli oneri alle imprese finanziate. Costretti a ricercare il maggior profitto, anche questi istituti si erano comunque avventurati, almeno a partire dal 1982, nelle operazioni di acquisto di titoli pubblici, e le somme investite in questo tipo di attività erano diventate presto considerevoli, anche per l’elevatezza del reddito che ne derivava, tanto che si era profilato per alcuni di essi il pericolo che perdessero a poco a poco le loro caratteristiche istituzionali. Crediop, IMI, Mediobanca, Efibanca, Interbanca, Centrobanca, Isveimer, Irfis e Cis avevano ridotto tutti, in effetti, chi più chi meno, tra il 1979 e il 1983, la loro liquidità, che, in forma di depositi, era passata dal 93% (1974) al 24% (1984).
Anche nelle aziende di credito, ancor più liquidi dei depositi, erano stati considerati i titoli pubblici, per cui le scorte monetarie erano state ridotte al minimo. Si era venuta così a determinare una situazione “atipica”, nella quale la liquidità, che rendeva più degli impieghi, e richiedeva un costo assai modesto, in confronto a quelli di gestione degli impieghi, nonché ai rischi loro connessi, era quella investita in titoli pubblici. L’intermediazione in titoli era diventata, in tal modo, un altro aspetto della trasformazione degli istituti di credito mobiliare. Attraverso collegate e partecipate, gli ICM si stavano avviando verso gestioni di portafoglio, investment e merchant banking, societàdi monitoraggio industriale, ecc., con una trasformazione che li avrebbe trasferiti da un ruolo di “area pubblica” a uno di “area privata”, interessato, piuttosto che ad eseguire le scelte delle autorità politiche e amministrative, a un obiettivo di profitto, sulla base di una logica di mercato e di un’autonomia decisionale.
38 - Pronti contro termine
Queste trasformazioni si erano manifestate a partire dal 1981. Il triennio 1981-83 si presentò, per il sistema bancario, più complesso di quello del 1974-79. La Banca centrale aveva modificato, tra il 1982 e il 1983, il meccanismo della riserva obbligatoria, includendovi anche i fondi raccolti dalle banche, tramite operazioni di vendite a pronti e di acquisto a termine di titoli, nonché elaborando il relativo coefficiente. Il provvedimento era stato inteso a ridurre la liquidità bancaria, che, infatti, si contrasse notevolmente.
Per difendersi, le banche avevano aumentato il tasso attivo, che aveva superato, nel 1982, il 26%, mentre quello passivo si era aggirato in media sul 13,2% all’anno, con un differenziale tra i due tassi passato dall’8,9% (1979) all’11,95% (1983). L’aumento dei tassi attivi e passivi e del differenziale intercorrente tra essi non fu la sola risposta delle banche. Esse cercarono di agire sui costi, riorganizzando le strutture operative, migliorandone l’efficienza, ampliando l’utilizzazione delle nuove tecnologie, estendendo ulteriormente la gamma dei servizi e delle innovazioni dei prodotti, introducendo, al loro interno, nuove funzioni (come marketing, pianificazione, direzione commerciale, ecc.).
Intanto la legge 23 marzo 1983, n. 77, autorizzava l’istituzione di quei fondi comuni di investimento, per cui G. Carli si era a lungo tanto battuto, e dei quali la legge 4 giugno 1985, n. 281, chiarì poi le forme del controllo; fondi cui non mancò una buona accoglienza e che già nel 1986 avevano assorbito circa il 26% del totale delle attività finanziarie delle famiglie.
39 - Specializzazione o despecializzazione? Da quanto si è venuti esponendo dovrebbe essere apparso evidente che l’orizzonte del sistema bancario e finanziario italiano si era affollato, specie negli ultimi lustri, di istituzioni e di strumenti operativi, nuovi dal punto di vista tanto della raccolta quanto degli impieghi, così da configurarsi come profondamente mutato rispetto a quello delineato dalla legge bancaria del 1936. I mutamenti si erano succeduti - si è visto - a partire dalla fine della guerra, e soprattutto a partire dal 1948, quando fu deciso di dotare di sportelli bancari le località che ne erano prive, dando la preferenza alle aziende di credito di piccole e medie dimensioni, e di riservare l’attività estera agli ICDP e alle BIN. Così, tra il 1948 e il 1984, gli ICDP avevano visto ridurre, in materia di sportelli, la loro incidenza percentuale, sul totale del sistema, dal 17,41 (1948) al 15,08 (1984); le tre BIN, dal 9,76 al 7,84; le banche di credito ordinario, che includevano istituti di dimensioni diverse, dal 27,22 al 25,32.
Si era accresciuto, invece, il peso delle banche popolari (dal 15,95 al 20,64) e, in misura minore, quello delle casse di risparmio (dal 29,6 al 31,2)81. Erano anche aumentate le banche agenti, da 12 (1962) a 261 (1984). Inoltre, già a partire dal luglio 1984, il numero delle banche abilitate a operare su tutto il territorio nazionale era stato portato da 20 a 109; e quello delle banche abilitate a operare in più di una regione, da 29 a 19182.
Quanto all’attività all’estero, che la legge del 1936 aveva riservato alle grandi banche, essa era stata estesa - si è detto - a partire dal 1969, alle altre aziende di credito, purché di elevata capacità patrimoniale. In tema di quote di mercato le banche maggiori si erano viste ridurre, nel solo decennio 1973-1982, di oltre 7 punti la propria quota nel mercato dei crediti e di circa 5 punti in quello dei depositi. Ciò nonostante, al 30 giugno 1985, trenta banche amministravano in Italia 560miliardi di lire, pari al 78% del sistema. Di queste, 10 amministravano il 70% delle risorse complessive del gruppo, il 60% delle passività con la clientela ordinaria e il 67% degli impieghi. Il peso di queste dieci banche - cioè i cinque ICDP, una Cassa di risparmio (la Cariplo), le tre BIN e una banca privata (la Nazionale dell’Agricoltura) - era considerevole nella negoziazione in titoli, cambi e servizi, dove, con una quota pari al 70%, occupavano una posizione di assoluta preminenza. Diversa la posizione occupata, tramite le loro partecipate, nel settore del credito a medio e lungo termine, dove la loro incidenza si aggirava intorno al 46% circa, incalzate dal cospicuo numero di istituti di credito a medio-lungo termine attivamente impegnati nel settore.
Negli anni ’80 e ’90 il sistema bancario cominciò a trasformarsi anche formalmente; cominciò a farsi strada l’opinione che bisognasse completare l’opera, “eliminando gli ultimi residui posti dalle limitazioni degli anni trenta”; e cioè che bisognasse “rendere completamente omogenee le diverse categorie di istituti sotto il controllo dell’autorità centrale”. Bisognava adottare una formula che “consenti[sse] a tutti di fare tutto”, determinando così “una specializzazione non più indicata a priori dalla legge”, come quella del 1936, ma assicurata “dalla ‘vocazione’ dei diversi istituti, in competizione fra loro, nel rispetto delle nuove regole del gioco”. Così già nel 1984 si puntava al massimo della deregulation, e si stimolava la concorrenza per un’evoluzione che avrebbe potuto portare alla concentrazione; cioè a una più consistente capitalizzazione bancaria, e quindi al rafforzamento del nostro sistema creditizio e della sua presenza internazionale.
40 - Deregulation e concentrazione Per il graduale ampliamento dei mercati, la concentrazione era diventata una condizione operativa. Ma, come fu osservato, “concentrazione e frammentazione avrebbero interagito fra loro per il fatto che le concorrenti [estere] delle grandi banche sarebbero andate espandendosi più rapidamente delle più importanti fra quelle [italiane] e le avrebbero indotte a programmare ulteriori fusioni”. Si riteneva cioè che le banche di livello mondiale sarebbero diventate ancora “più universali”, anche se con attività in crescita meno rapida che in passato, cioè che la despecializzazione sarebbe continuata.
Si sosteneva, cioè, che, in Italia, le grandi banche non erano ancora mature per assurgere a megabanche. Ben poco si era fatto in Italia per agevolarne la crescita e l’inserimento nel mercato mondiale. Si era ridimensionato la posizione delle BIN e degli ICDP; inoltre, i maggiori istituti di credito erano stati costretti, con il vincolo del portafoglio, a comportarsi più come “casse di risparmio” che come “banche commerciali”, mentre con il massimale degli impieghi, finché non era stato abolito nel 1983, era stato facilitato alle banche minori l’acquisizione “di nuovi clienti e di più ampie quote di lavoro nei confronti delle imprese affidate”. Era stata favorita inoltre l’espansione dei servizi finanziari non bancari o collaterali. Il ritorno al passato risultava impossibile. La “despecializzazione” della grande banca, cioè l’idea di una banca universale, capace di svolgere operatività sia a breve che a medio termine, oltre che attività di merchant banking si andò perciò sempre più accreditando, al punto da apparire come inevitabile.
Nel frattempo, dopo che nel 1983 era stato abolito il massimale degli impieghi, ed era seguito, nel 1984 e 1985, un più calmo andamento degli affari bancari, era esplosa, tra la fine del 1985 e gli inizi del 1986, una nuova crisi valutaria; gli impieghi in valuta, sollecitati dalle attese di svalutazione della lira, erano aumentati, e la Banca centrale non era stata in condizioni, almeno agli inizi, di controllare la situazione. Solo a fine dicembre era riuscita ad aumentare i tassi sul mercato aperto, cresciuti poi rapidamente, passando, in percentuale, dal 16,85 (fine dicembre 1985), al 17,82 (gennaio 1986), al 18,71 (febbraio 1986). Incerta sui risultati conseguibili con l’aumento dei tassi, anche perché condizionata dai livelli dei tassi dei titoli pubblici, il 16 gennaio 1986 la Banca centrale aveva introdotto di nuovo il massimale degli impieghi. Si era trattato di un provvedimento temporaneo, perché alla fine del giugno dello stesso 1986 la misura era stata revocata. Rimase in vigore il vincolo di portafoglio, rinnovato alla fine del 1985, mentre si ridusse, a partire dal novembre 1986, la remunerazione della riserva obbligatoria90. Quattro anni dopo, nel 1990, fu introdotta la sua mobilizzazione. A prescindere dall’adozione da parte della CEE dell’Atto Unico per la completa liberalizzazione del commercio intercomunitario, in vigore dal 1° 1993, il 1985 segnò il recepimento nell’ordinamento giuridico italiano, con 8 anni di ritardo, della Prima direttiva bancaria della Comunità (la 780/1977 CEE).
41 - Le direttive bancarie comunitarie
La Direttiva assicurava libertà di insediamento, in ambito comunitario, alle banche dei paesi membri, e perché l’insediamento si attuasse senza particolari difficoltà, stabiliva parametri uniformi e oggettivi per la concessione dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività bancaria, nonché il tipo di contabilizzazione in materia di bilanci e di conti consolidati degli Istituti creditizi e finanziari. Nel recepire la direttiva, il legislatore italiano, pur sottolineando il carattere imprenditoriale dell’attività bancaria, fece presente che l’ordinamento giuridico italiano, oltre a considerare la banca come un’impresa, vi rinveniva “caratteri di servizio pubblico in senso oggettivo”. Meno lungo l’intervallo per il recepimento, da parte italiana, della Seconda Direttiva bancaria comunitaria. Approvata nel 1989 (646/1989 CEE), venne fatta propria dall’Italia con d.lg 14 dicembre 1992, n. 481.
La nuova Direttiva fissava nuove norme in tema di statuti, regolamenti e regole amministrative riguardo ai requisiti degli istituti di credito e alle loro attività; gettava le basi per la creazione di un mercato unico europeo anche per le banche; consacrava il principio della licenza unica, da qualunque Stato-membro rilasciata; ribadiva i principi del mutuo riconoscimento e della vigilanza da parte dei paesi di provenienza dei vari istituti di credito. Assumeva come proprie le trasformazioni intervenute nell’andamento bancario italiano, riconoscendo la banca come operatore polifunzionale, ribadendo l’obbligo dell’autorità del paese di origine ad esercitare controlli sulle banche insediate in altri Stati comunitari e sottolineava infine l’indispensabilità della collaborazione fra le autorità di vigilanza: collaborazione in atto da alcuni lustri, come risultava dagli incontri di Basilea dei governatori delle Banche Centrali.
42 - Gli accordi di Basilea
Infatti, l’accordo di Basilea del 1975 aveva già raccomandato alle autorità nazionali del Gruppo dei Dieci, del quale l’Italia fa arte, di vigilare sull’attività dei rispettivi sistemi bancari, incluse le filiali estere; ma aveva esteso la raccomandazione nel 1978 anche agli affari internazionali delle banche su base consolidata; e nel 1983 le aveva stimolate a intensificare e a migliorare tale vigilanza. Era venuto poi nel 1988 l’Accordo sui livelli minimi patrimoniali delle banche, volto a porre sullo stesso livello le banche attive nei mercati internazionali. Si passava “dal coordinamento alla armonizzazione delle regole su scala mondiale”, estendendo poi, nel 1990, l’Accordo di collaborazione al settore ispettivo93. Gli accordi di Basilea avevano richiamato l’attenzione sull’entità patrimoniale delle banche, specie delle più grandi, quelle che operavano nei mercati finanziari internazionali; quei mercati, cioè, che si erano andati caratterizzando non solo per l’inusitata loro crescita, ma anche per l’entità e la rapidità di circolazione delle informazioni, oltre che per la contrazione dell’area di intermediazione bancaria. Ancor prima del recepimento della Prima Direttiva bancaria della CEE si era riconosciuto che “la linea di demarcazione fra banche e altre istituzioni finanziarie e[ra] divenuta più tenue; la concorrenza fra i nuovi intermediari più aspra; lo spessore dei mercati finanziari più profondo; il grado di liquidità delle attività finanziarie maggiore; la distinzione fra moneta e altre attività finanziarie più labile e gli spazi per la politica monetaria più angusti...”.
In più, l’aspetto finanziario aveva assunto apertamente la preminenza sull’industria. In queste condizioni, il mercato mondiale dei capitali veniva considerato un mercato con pochi operatori individuali, perché, per parteciparvi, occorreva un massiccio impiego di tecnologie e, in ogni caso, l’assenso a una generale deregulation. Alla luce dei mutamenti in atto e dei probabili loro sbocchi si manifestò sempre più chiaro che le banche, per essere in grado di fronteggiare impreviste situazioni congiunturali, dovessero imperniare la loro attività su una base di relativa flessibilità. Gli apporti della Tesoreria, dei titoli, delle intermediazioni assumevano un ruolo strategico, tanto che appariva inevitabile un più stretto coordinamento nel reperimento e nell’utilizzazione delle risorse finanziarie. Il che poteva ottenersi soprattutto sviluppando la “funzione di previsione dell’impresa, attraverso una corretta conoscenza dei fenomeni del mercato”.
43 - La privatizzazione bancaria
In questo contesto entrarono in vigore la legge 30 luglio 1990, n.218, la cosiddetta legge Carli-Amato, dal nome dei proponenti, e il successivo decreto 20 novembre 1990, n.356. La legge e il decreto incoraggiarono le banche italiane a trasformarsi in società per azioni, consentendo di realizzare, quando possibile, attraverso fusioni e conferimenti, un ampliamento delle loro dimensioni, con la formazione di gruppi operativi in grado di assicurare pluralità e varietà di servizi finanziari. E di ampliare, inoltre, la specializzazione settoriale e territoriale degli istituti di credito a medio termine.
Alla privatizzazione delle banche a capitale pubblico si giunse con ritardo, nonostante si trovassero strette “fra la disciplina pubblicistica” che le caratterizzava come persone giuridiche e “la disciplina privatistica della loro attività”: dicotomia divenuta - come fu sottolineato - “fonte di inefficienze, confusione istituzionale, gravi ingiustizie, ostacoli alla concorrenza”. La giurisprudenza aveva fatto prevalere “la funzione di interesse pubblico” e quella di “pubblico servizio in senso oggettivo”, riconoscendo che la buona gestione non era appannaggio né dell’uno né dell’altro tipo di banche, ossia né della banca privata né di quella pubblica. Per anni l’orientamento prevalente non era stato, comunque, favorevole alla privatizzazione delle banche. Il timore di ricadere nella situazione anteriore alla crisi degli anni trenta aveva trattenuto, ancora agli inizi degli anni ’80, banchieri ed esperti dal pronunciarsi in modo favorevole e netto nei confronti del passaggio dalla banca pubblica a quella privata. E, quando, nel 1981 (legge 10 febbraio 1981, n. 23), si stabilì di ricapitalizzare i banchi meridionali (Banco di Napoli e Banco di Sicilia), la normativa pubblicata riguardò le forme, i controlli e le responsabilità della gestione piuttosto che la natura dell’assetto proprietario.
La riforma degli statuti dei due citati banchi si allineò infatti a quanto occorreva alle Casse di risparmio. Né il d.p.r. 350/1985 ebbe modo di modificare quanto fin allora era prevalso. La svolta ebbe luogo tra il 1988 e il 1990, ed è probabile che, a modificare l’orientamento accreditato, fossero le conclusioni del secondo libro bianco della Banca d’Italia, come P. Ciocca sostiene. Certo è che la legge 30 luglio 1990, n. 218, e i decreti legislativi 20 novembre 1990, nn. 356, 357 e 358, misero fine alla questione, e decretarono, con la trasformazione degli istituti di credito di diritto pubblico in società per azioni, una più consistente loro patrimonializzazione, anche tramite incentivi fiscali e un’intensificazione del processo di concentrazione bancaria attraverso fusioni tra ICDP e banche. Poiché il legislatore non aveva impresso alla normativa approvata alcun carattere di immediata applicazione, ancora alla fine del 1992 non tutti gli obiettivi indicati erano stati realizzati. Non tutto era, però, rimasto immobile. I grandi istituti di credito di diritto pubblico avevano infatti già adottato, con l’eccezione del Monte dei Paschi, il modello societario, e posto mano anche a processi di riorganizzazione e ristrutturazione per realizzare gruppi creditizi polifunzionali. Ciò che, invece, sembrava non ancora avviato era l’aumento della dimensione patrimoniale, che, in media, rimaneva al di sotto di quella, oltre che del Giappone, di alcuni dei partners più autorevoli della Comunità europea, quali Francia e Germania. I processi più consistenti di concentrazione bancaria si erano contati sulle dita di una mano.
Più numerosi gli aggruppamenti tra le banche del comparto del credito a breve termine. Si era avuta l’eliminazione di 41 intermediari di piccole dimensioni, con 37 operazioni di accorpamento, e, nel contempo, i gruppi creditizi registrati nell’apposito albo presso la Banca d’Italia avevano superato i 70. La legge 218 aveva dunque sortito alcuni importanti effetti, ma non aveva raggiunto interamente il suo scopo. Perché gli obiettivi proposti potessero realizzarsi, il governo dovette varare, il 13 agosto 1992, il disegno di legge n. 1554, con il quale prorogò fino al 28 febbraio 1993, le facilitazioni tributarie previste dalla stessa 218. La lentezza con cui la trasformazione decretata si stava registrando era dipesa anche dalla complessità delle modalità richieste. La procedura per la privatizzazione prevedeva infatti la costituzione della società bancaria per azioni e il trasferimento del capitale pubblico ad altro ente pubblico, definito fondazione, nel senso che quest’ultima ne acquisiva il pacchetto azionario e, per tale via, assumeva il potere di amministrare la banca.
44 - Il Testo Unico sulle Banche (TUBC)
Intanto, il 1° settembre 1993, veniva approvato, con il n. 385, il Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, che portava alla luce del sole “la rivoluzione silenziosa avvenuta nella dottrina, nella prassi, nella legislazione, nelle istituzioni, nella struttura bancaria del Paese”99; rivoluzione da cui emergeva, anche riguardo alle banche, la funzione preminente del mercato. E quindi la necessità che esse si adeguassero, sotto il profilo della dimensione patrimoniale, alle esigenze della concorrenza, che non era più solo quella interna. Tanto più che, in vista del progressivo completamento del mercato unico, le banche dei Paesi comunitari si stavano adoperando “a mettere a punto le strategie per essere più competitive sul nuovo mercato”.
L’attenzione al mercato e alla concorrenza implicava che le banche dovessero sempre più assumere le caratteristiche delle imprese e dotarsi della massima autonomia e libertà, pur se vigilata dall’Istituto centrale, anch’esso autonomo e reso libero da ogni condizionamento statale, si è visto, fin dal 1981. E con il Testo Unico si sanciva, in sostanza, il superamento del principio secondo cui le banche erano istituzioni al servizio della politica economica piuttosto che imprese operanti sul mercato e quindi obbligate a muoversi secondo le leggi che lo governano. Si contribuiva, cioè, ad eliminare tutta la serie di specializzazioni (settoriali, temporali, istituzionalizzate) fissate dalla legge del 1936, e a facilitare l’acquisizione, da parte delle banche, del diretto esercizio del modello della banca universale, nel senso che le banche erano autorizzate a svolgere, nel rispetto degli appropriati coefficienti di liquidità, operazioni sia a breve che a lungo termine, assumendo partecipazioni nelle imprese industriali; praticando attività parabancarie, incluse quelle del leasing e del factoring, anche se non poche tra esse “già operavano, con diversa intensità, sull’intera gamma delle scadenze, estendendo la loro attività anche al comparto dei valori mobiliari, fino a prestare servizi di collocamento e garanzia su titoli di proprietà delle imprese”.
Due mesi dopo il varo del Testo Unico, che andò in vigore a partire dal 1° gennaio 1994, la legge 26 novembre 1993, n. 489 stabilì che anche le banche con maggioranza pubblica relativa, dovessero essere privatizzate. Cambiarono così status tanto l’Artigiancassa quanto il Mediocredito Centrale. Con il 1995 tutte le banche a totale o a parziale capitale pubblico si erano trasformate in società per azioni. In precedenza, con il d.l. 31 maggio 1994, n. 332, convertito nella legge 30 luglio 1994, n. 474, si era posto fine all’obbligo del controllo pubblico, mentre il Ministro del Tesoro era stato incaricato di definire i modi e i tempi per la cessazione dei poteri delle Fondazioni nelle banche partecipate: obiettivo raggiunto però, solo con la legge delega 23 dicembre 1998, n. 461, e con il d.lg. 17 maggio 1999, n. 153, che ha fissato in sei anni il termine ultimo per la cessione, da parte delle Fondazioni, delle partecipazioni di controllo nelle società bancarie. Alla fine del 1999 continuò, tuttavia, a sussistere, sebbene largamente ristretta (dal 70% al 12%), l’intermediazione di fondi operata da parte di banche sottoposte a controllo dello Stato, degli enti territoriali o delle fondazioni. Ma si trattò di una delle più basse percentuali riscontrabili nel settore in Europa.
45 - Banche e industrie
Con l’autorizzazione ad alimentare più stretti rapporti con l’industria, le banche italiane - sia nella forma di gruppi bancari polifunzionali che di banca universale o di banca mista - avevano assunto configurazione di imprese vere e proprie, e pertanto, come qualunque altro tipo di imprese, si trovavano esposte al massimo rischio. Erano pronte ad affrontarlo con successo? È noto che sulla questione l’Istituto per l’enciclopedia della banca e della borsa (IeBB) organizzò, con la collaborazione di alcuni dei maggiori esperti, tra cui l’allora presidente dell’ABI, T. Bianchi, una giornata di studio, da cui, oltre i comprensibili pericoli, emerse una serie di raccomandazioni e di misure intese a prevenirli, e che concernevano i criteri di selezione degli investimenti e le procedure da seguire. E cioè la necessità di evitare ogni forma di burocratizzazione; di operare a più stretto contatto con le imprese da finanziare, decentrando alle filiali la valutazione del rischio e la dimensione dell’apporto; di non concentrare il credito in un solo settore o in un solo tipo di clienti (grandi e medie imprese, famiglie); di promuovere una più approfondita conoscenza della realtà economica, strutturale e congiunturale, e soprattutto ampliare la “base conoscitiva” tramite la Centrale dei Rischi e la Centrale dei Bilanci.
In più, si sostenne che le banche dovessero assicurare ai propri clienti “strumenti capaci di ridurre le loro esposizioni ai rischi finanziari”, e, nel caso di loro sofferenze, intervenire per la ristrutturazione e il consolidamento dei debiti: problema già affrontato dalla legge 787 del 1978 e dagli interventi del governatore della Banca d’Italia, A. Fazio. Il discorso sul rischio creditizio non è esclusivamente legato alla nuova caratterizzazione delle banche, cioè all’essere imprese. Il rischio creditizio ha accompagnato la storia del credito dalle sue origini; ed è noto che, a prescindere dagli errori di valutazione sulla capacità del cliente, sempre possibili, le banche hanno sempre dovuto fronteggiare rischi e perdite, che sono aumentati in caso di congiuntura negativa. Basti osservare che la crisi che afflisse l’economia agli inizi degli anni ’90 comportò una “quadruplicazione dei rischi creditizi”, con perdite che superarono l’1% degli impieghi. E tuttavia la nuova condizione della banca operante a breve, medio e lungo termine imponeva che essa approfondisse la “natura soggettiva del destinatario del finanziamento”, che analizzasse la consistenza dei suoi beni patrimoniali, compresa la struttura del passivo, e che valutasse la sua situazione tecnica e l’adeguatezza della struttura organizzativa.
Il maggiore impegno nella selezione del credito era il prezzo che le banche erano tenute a corrispondere per il ruolo che assumevano nello sviluppo economico del Paese. L’avvento della banca universale, ossia la fine della specializzazione, che le aveva costrette per lunghi decenni a limitare il loro campo d’azione, ampliava enormemente le loro potenzialità: esse potevano ora assumere partecipazioni nelle imprese non finanziarie, assisterle nell’ingresso al mercato dei capitali, fornire loro cognizioni tecniche valide a determinarne la massima efficienza operativa e la solidità patrimoniale. Di queste maggiori opportunità il sistema bancario italiano non sembrò approfittare almeno fino al 1994. E di ciò si addossò la colpa alla grave recessione che aveva tormentato l’Italia dal 1989. Le banche erano state come “risucchiate e impegnate in un processo di riequilibrio dei loro assetti organizzativi e operativi” e nell’ingente necessità “di gestire al meglio l’enorme cumulo di sofferenze e partite incagliate”: una situazione che aveva contribuito a una ulteriore drammatizzazione del rischio bancario, che si manifestava sempre più incombente in una congiuntura caratterizzata da crescente dinamismo e incertezza.
46 - Il rischio bancario
Il timore di una ulteriore dilatazione del rischio bancario fu accresciuto dal disegno di legge comunitario per il 1994 che impegnava il governo a recepire le Direttive 93/22 e 93/6 in materia di servizi di investimento e di adeguatezza patrimoniale delle imprese di intermediazione, oltre che a emanare un Testo Unico, coordinatore delle “norme di recepimento con quelle concernenti gli intermediari, i mercati finanziari e gli altri aspetti comunque connessi”.
Il nuovo intervento legislativo avrebbe completato certamente il processo di riordinamento della disciplina dell’intermediazione finanziaria nel suo complesso, raggiunto, per l’attività bancaria, già con il TUBC del 1993, e creato le condizioni per riequilibrare la struttura finanziaria delle imprese e accrescere la concorrenza fra gli intermediari. La normativa prevista dalla Direttiva 93/22 accordava infatti ai mercati mobiliari un “passaporto” europeo, ossia “libertà di offrire i propri servizi (raccolta ordini, negoziazione, liquidazione) in tutti i Paesi della UE, senza necessità di apposito atto “autorizzativo” o di riconoscimento da parte dello Stato ospite”, con il risultato di “un’accresciuta condizione di concorrenza tra mercati”. Tuttavia il minore sviluppo dei mercati italiani non mancò di amplificare il “grosso rischio e... il grido di allarme” che le nuove norme avrebbero provocato sulle banche. Si temeva insomma una “intensificazione della concorrenza, specie da parte di istituti esteri, perché [erano] stati consentiti dei larghi spazi, dei segmenti di lavoro passati alle banche estere”, “più attive, più aggressive, mentre non si [erano] realizzate quelle potenzialità previste per gli istituti italiani”. E anche se non si era ancora verificata, si paventava “una invasione di altri Istituti esteri”.
Del resto, il governatore Fazio aveva ricordato, nella sua relazione di fine maggio 1995, “che 60 banche estere, in regime di mutuo riconoscimento oppure di libera circolazione di servizi, avevano monopolizzato buona parte soprattutto dei servizi in titoli delle banche”. Era quindi più che giustificata la preoccupazione delle banche di “perdere qualche forma di attività in Italia, perché catturata da parte di banche estere”. È che il 1° gennaio 1966 le banche italiane ed estere avrebbero potuto operare direttamente in Borsa, e assorbire anche le SIM da esse create e a cui era stata riservata l’attività di Borsa. E mentre, in genere, le banche italiane erano, lungi dall’essersi attrezzate, già undici Istituti, di cui dieci europei, risultavano pronti ad entrare nella Borsa italiana. Sicché non era azzardato temere “che i mercati italiani, per la loro dimensione e articolazione po[te]ssero perdere una parte del loro lavoro”. E dunque sulle banche si era abbattuta “una ulteriore sterzata”, per cui o esse si attrezzavano per fronteggiare la concorrenza o sarebbero state costrette a rassegnarsi al dominio delle banche estere. Il problema si riduceva, in ultima analisi, alla loro capacità di produrre redditività.
47 - La redditività delle banche
E della redditività si discusse intensamente oltre che negli ambienti bancari, ABI e sindacati compresi, nelle riviste, nei giornali, negli incontri politici ed anche in convegni appositamente convocati, tutti d’accordo sul fatto che “la soluzione di tutti i problemi aziendali e settoriali” dipendeva da un “soddisfacente livello di profittabilità dell’intero sistema creditizio”. Nessun dubbio che il nostro sistema bancario stava attraversando una difficile fase congiunturale e strutturale. E questo stava accadendo in un momento nel quale le banche erano chiamate a svolgere un ruolo determinante nella lotta alle principali emergenze che caratterizzavano il Paese, cioè disoccupazione e Mezzogiorno, e si richiedevano investimenti per implementare lo sviluppo e l’occupazione.
Alla base della bassa redditività non era solo il ritardo nella introduzione delle nuove tecnologie che implicava un aumento del costo del lavoro, ma anche gli aggravi fiscali e gli oneri impropri, che i governi avevano via via imposti, e che si erano rivelati più consistenti di quelli sostenuti dai sistemi bancari degli altri Paesi dell’UE. Per comprendere l’incidenza di questi pesi, basti considerare che nell’ultimo triennio (1994-1996) la redditività del sistema creditizio italiano era precipitata al 2%, mentre era stata del 10% negli anni ’80, e sarebbe oscillata senza i pesi indicati, intorno al 7%. Le analisi, i confronti e i dibattiti avevano portato alla conclusione che nel nostro sistema occorreva introdurre innovazioni tecnologiche e finanziarie; conseguire un migliore suo posizionamento nei mercati mobiliari, senza trascurare nuove direzioni di attività e soluzioni adeguate.
48 - L’euro e il sistema bancario
Un altro avvenimento si era, nel frattempo, intrecciato con le vicende del nostro sistema bancario.Il 7 febbraio 1992 era stato firmato a Maastricht il Trattato omonimo che entrò in vigore in Italia il 1° novembre 1992. Il Trattato, al quale non aderirono tutti i Paesi della CEE, ma solo Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Spagna, e, di recente, la Grecia, aveva imposto agli Stati aderenti condizioni piuttosto pesanti, specie per l’Italia, la cui situazione di bilancio e monetaria non era per nulla convergente con quella richiesta: l’Italia, infatti, per avvicinarsi ai parametri stabiliti, ha dovuto sottoporsi da allora a uno sforzo e a una tensione tale, che ha richiesto complesse manovre di politica economica, finanziaria e fiscali che sono state profondamente avvertite dalle aree economico-sociali meno fortunate. Punto di arrivo del Trattato è stata la creazione, per i paesi aderenti, di una moneta unica - l’euro - la cui introduzione, prevista per il 1° gennaio 1999, si è, poi, realizzata a partire dal 1° gennaio 2002.
In precedenza, in una riunione svoltasi a Bruxelles il 2-3 maggio 1998, erano state stabilite le parità valutarie fra i Paesi aderenti al Trattato. Non v’è dubbio che l’euro abbia portato una maggiore fluidità e operatività nel mercato europeo, recando vantaggi nello scambio dei prodotti e dei servizi; tuttavia non poche riserve sono state espresse, e tuttora sussistono, “sul fatto che tutti i complessi problemi della finanza, della moneta e del credito siano affidati alla Banca Centrale Europea, che è un organismo tecnocratico, senza responsabilità politica”, mentre è notorio che “la moneta e la politica monetaria richiedono un forte coordinamento delle politiche economiche”. Né si possono “invocare le origini e la storia del dollaro, perché la storia è completamente diversa da quella della nascente moneta europea”. E, comunque, non è mancato chi ha sostenuto “che l’area dell’euro potrà costituire, specie nell’attuale momento di declino dello yen e di ristagno dell’economia giapponese, una vera e propria sfida per il dollaro”.
L’euro mira a diventare insomma una moneta di riserva, contendendo al dollaro il fatto che esso costituisce adesso il 58,9% delle riserve valutarie delle banche centrali e l’83% degli scambi internazionali. Ma da questo punto di vista l’euro risulta, nonostante la crisi che ha colpito l’economia americana, penalizzato dalle sue oscillazioni, non sempre incoraggianti nei confronti del dollaro. Per quanto concerne l’Italia, inoltre, esso ha messo a nudo la debolezza dei nostri prezzi, accentuando la scarsa nostra competitività in molti settori produttivi.
49 - Gruppi e concentrazioni bancarie È stato osservato che, con l’entrata dell’euro nel mercato, le banche italiane non avrebbero avuto più di fronte “i cinque o sei concorrenti nazionali, ma una platea di 25 o 30 attori europei”. Di qui la loro necessità di raggiungere una dimensione adeguata, con la messa in comune dei loro mezzi, e anche di collegarsi a banche di altri paesi, in maniera da diventare “il volano della crescita della presenza delle imprese italiane all’estero”. La dimensione delle nostre banche appariva invero modesta rispetto a molte banche straniere. Nessuna banca italiana figurava fra le 50 banche europee. D’altronde, un’indagine della BCE del 1998 mise in evidenza che, in materia di concentrazioni bancarie, i Paesi della CEE si dividevano in tre categorie. Vi era un gruppo in cui la concentrazione aveva superato il 70% (Svezia, Olanda, Finlandia, Portogallo, Danimarca e Grecia); un altro, con una concentrazione media compresa tra il 40 e il 60% (Austria, Belgio, Spagna, Irlanda, Francia); e un terzo, con una concentrazione al disotto del 30% (Germania, Lussemburgo, Regno Unito e Italia). In quest’ultimo gruppo, peraltro, le banche italiane - come sottolinea F. Parrillo - si distinguevano per il più alto costo relativo di personale e di oneri impropri; si presentavano a metà graduatoria solo per la loro capacità produttiva.
Del resto, il rendimento del capitale investito nelle banche italiane era diminuito dal 1990 al 1997 dal 10% all’1,7%, e solo nel 1998 aveva accennato a un’inversione di tendenza, toccando il 7,8%, in conseguenza di riduzioni fiscali, di guadagni in conto capitale sui titoli di Stato, di più consistenti ricavi derivati da servizi di gestione dei portafogli familiari, e di una riduzione del costo del lavoro, che se, nel 1997 era stato più alto del 25% della media europea, nel 1998 è sceso di alcuni punti. Quest’ultima riduzione è derivata da una migliore gestione del personale, considerato finalmente come fondamento dell’organizzazione aziendale, e quindi meritevole di elevazione professionale a tutti i livelli, specie nell’uso delle nuove tecniche di gestione e della gamma dei nuovi servizi da rendere alle imprese e alle famiglie clienti. F. Parrillo ha riassunto con l’abituale chiarezza i punti deboli delle banche italiane nei confronti di quelle europee, sottolineando la loro dimensione ancora insufficiente, gli elevati costi operativi e le difficoltà nel comprimerli, l’eccesso di personale, la dipendenza dai margini di profitto derivanti dall’intermediazione tradizionale; gli ostacoli all’aumento dei ricavi da servizi a più alto valore aggiunto, il basso controllo della clientela, ecc. Tutte inefficienze che avrebbero agevolato l’entrata delle banche straniere in Italia, tanto al livello di sportelli quanto a quello di proprietà di quote di capitali. La supremazia delle banche estere è risultata poi incontrastata nei settori innovativi del merchant banking e dei servizi finanziari all’impresa. Supremazia che si è estesa anche nell’assetto della proprietà bancaria, come è emerso dal fatto che operatori stranieri hanno acqui stato rilevanti quote di capitale di banche italiane, e non viceversa.
50 - Le concentrazioni in Italia
Sulla base degli studi condotti dalla BCE, i risultati, in tema di concentrazioni bancarie non sono stati dunque, in Italia, eccezionali. I primi avvii erano derivati dalle difficoltà incontrate da alcune Casse di risparmio del Mezzogiorno, la cui grande maggioranza è stata poi assorbita, tramite la Carime, dalla Cariplo. Un fenomeno analogo ha riguardato un consistente numero di banche popolari, specie del Sud, in larga parte assorbite da quella di Novara, senza per questo tacere su quelle del Nord confluite in quella di Verona, ecc. Ma i risultati più rilevanti si sono registrati, dopo l’entrata in vigore della legge Amato-Carli, nel settore delle banche a carattere nazionale e degli ICDP.
Nella seconda metà degli anni ’90 tali operazioni si ampliarono e intensificarono. La prima cospicua operazione di fusione fu tra la Cassa di Risparmio di Roma, il Banco di Santo Spirito e il Banco di Roma, da cui è nata la Banca di Roma. Questa, a sua volta, negli ultimi anni, ha assunto il controllo della Banca Nazionale dell’Agricoltura (BNA) e della Banca Mediterranea; la BNA è stata poi ceduta ad altro istituto di credito. Altri raggruppamenti hanno riguardato il Monte dei Paschi di Siena, la Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto e quella di Prato; e poi il Credit e la Rolo Banca 1473, frutto, quest’ultimo, della fusione tra il Credito Romagnolo e la Carimonte; l’acquisizione da parte della Comit della maggioranza della Biverbanca, mentre apparivano oramai consolidati i gruppi bancari di Mediobanca, Banca Popolare di Verona, Gruppo bancario Casse venete. Fu, però, nel 1998, che i processi di concentrazione o di acquisizione della maggioranza di assetti bancari da parte di altre banche hanno segnato un’accelerazione.
A imprimere un’ulteriore spinta a questi processi sembra siano stati, più che le pressioni della BCE e degli altri organi bancari e la stampa in genere, i nuovi incentivi fiscali decretati dalla legge 491/1998 e dal d.lg. 153/1999. Certo è che, nel 1998, si registrò la nascita di 3 nuovi “poli” bancari, e cioè quelli del San Paolo di Torino con l’IMI; del Credito Italiano, che già controllava dal 1995 il Credito Romagnolo, con l’Unicredito; della Cariplo con il Banco Ambrosiano Veneto, creando la Banca Intesa, mentre, nel Sud, si realizzava il gruppo Banco di Sicilia-Mediocredito centrale. Le concentrazioni e le acquisizioni di controllo da parte di banche su altre banche si erano tutte avvalse degli incentivi approvati nel 1998 e nel 1999; incentivi che si sarebbero dovuti elargire fino al 2004.
Nell’aprile 2000, la CEE li ha, però, ritenuti incompatibili con la normativa europea, e ne ha dichiarato l’inapplicabilità. Gli incentivi sono stati sospesi. Intanto essi avevano contribuito a ridurre notevolmente il numero delle aziende di credito. Erano 1064 alla fine del 1990; sono diventate 876 alla fine del 1999. Ma poiché molte sono inserite in “gruppi”, le banche indipendenti non superano le 747. I gruppi costituiti gestiscono attualmente l’88% degli impieghi rispetto al 77% del 1992. Inoltre 29 imprese assicurative italiane e 6 estere sono controllate, in maniera esclusiva o congiunta, da banche italiane, mentre le imprese assicurative controllano 4 banche. Nel complesso, per quanto concerne il controllo delle banche, il 65% dell’intermediazione è controllato da altre banche; il 12% da fondazioni ed enti pubblici; il 5% da imprese assicurative, industriali e finanziarie, il 3% da banche estere. C’è da aggiungere che il sistema bancario italiano opera nelle piazze offshore con 33 filiali e 17 filiazioni, movimentando, come alla fine del 1999, ben 21miliardi di dollari116. Nell’ambito degli 876 istituti di credito sono aumentate le banche società per azioni: da 109 (1990) - comprendenti le 3 BIN e le 106 banche di credito ordinario - si è passati a 239 (1999), con i 6 istituti di credito di diritto pubblico e le 106 casse di risparmio assorbite o del pari trasformate in spa. Si sono drasticamente ridotte le banche popolari, scese da 108 (1990) a 49 (1999), e così le banche di credito cooperativo, precipitate da 715 (1990) a 531, mentre risultano aumentate le filiali di banche estere, passate da 37 (1990) a 57 (1999). Quasi immutato è, invece, il numero degli istituti di credito speciale (94 contro 95). Una limitata contrazione hanno registrato anche i “gruppi bancari” - da 86 (1992) a 79 (1999) - in 64 dei quali, però, risultano presenti componenti estranee all’attività puramente creditizia, come gestioni di immobili o di informatica. L’ultima trasformazione riguarda l’attività all’estero sia delle banche, le cui filiazioni sono cresciute da 190 a 267 coinvolgendo “tutte le banche di dimensione almeno media”, sia delle finanziarie, aumentate da 396 a 417.
Quanto all’assetto proprietario, va sottolineato che, alla fine del 1997, le banche del Centro-nord controllano direttamente o tramite Banche del Sud, il 73% dei depositi e l’80% degli impieghi nel Mezzogiorno. Ma deve ritenersi che tali percentuali siano da allora, considerata l’acquisizione del Banco di Napoli da parte dell’Istituto San Paolo di Torino, ulteriormente aumentate. La trasformazione delle banche in società per azioni presentava due contrapposti pericoli. Il primo che i pacchetti azionari delle banche potessero finire nelle mani di soggetti estranei al mondo bancario e finanziario, dando luogo a uno di quegli “assalti” alle banche che caratterizzarono l’indomani della prima guerra mondiale. Contro questo pericolo la legge 10 ottobre 1990, n. 287 (legge antitrust) stabilì che enti diversi da quelli creditizi o finanziari non potessero acquistare azioni per oltre il 15% del capitale delle banche in questione. Quanto all’altro pericolo, quello della partecipazione delle banche al capitale delle industrie, e quindi la possibilità di avere banche miste, la stessa legge precisò che tale partecipazione era subordinata ad autorizzazione dell’autorità creditizia.
51 - Verso la banca universale
Il ricorso alla banca universale non era cioè proibito, ma richiedeva un’autorizzazione. Non tutti concordarono con questa apertura. Autorevoli protagonisti del mondo bancario, taluni provenienti dalla Banca d’Italia, sembrarono esitare ad abbandonare la vecchia filosofia della banca specializzata. Al massimo, puntarono a un compromesso, mostrando preferenza verso una coesistenza delle due soluzioni, quella della banca universale e quella del gruppo polifunzionale, stabilendo tra esse una forma non di contrapposizione, ma di complementarietà, concedendo agli operatori libertà di scelta fra i due sistemi. E, in effetti, due anni dopo, il d. lg. 481/1992 consentì alle banche di scegliere il proprio tipo di banca tra quello polifunzionale e la banca universale.
Si riconobbe che ciascuna banca avrebbe potuto, oltre la normale sua attività istituzionale, esercitare, nell’insieme delle sue articolazioni, tutte le attività finanziarie, tranne quelle assicurative e quelle riservate alle società di gestione dei fondi comuni di investimento e alle società di investimento a capitale variabile. Con questa normativa la banca universale, o banca mista, fece di nuovo il suo ingresso nel sistema bancario e finanziario nazionale, dopo essere scomparsa dalla legislazione italiana, e non soltanto da quella, con la grande crisi del 1929. Le si erano allora attribuite, oltre che la responsabilità principale nel collasso bancario seguito alla prima guerra mondiale, con il fallimento della Banca Italiana di Sconto sul finire del 1921 e la crisi del Banco di Roma tra il 1922 e il 1923, anche le immobilizzazioni della Banca Commerciale Italiana e del Credito Italiano, che, insieme al Banco di Roma, trovarono poi, nel 1933, sistemazione nell’IRI. Ma la banca universale non aveva subito ovunque la stessa sorte. Aveva continuato, ad esempio, a svolgere in Germania le sue funzioni e a sostenere l’industria tedesca prima e dopo l’avvento di Hitler al potere ed anche durante il faticoso processo di ricostruzione della Germania occidentale, seguito alla fine del conflitto, e, dopo il crollo del muro di Berlino, anche nelle regioni orientali del Paese.
Con risultati così diversi da paese a paese è difficile attribuire le crisi bancarie veri- ficatesi in Italia nel primo dopoguerra tutte alla banca universale. Tuttavia, anche se in Germania e negli Stati Uniti essa opera largamente e in Italia si accinge a muovere di nuovo i suoi passi, è un fatto che i timori che la sua azione possa determinare le stesse drammatiche situazioni del primo dopoguerra hanno tormentato più di un addetto ai lavori. Qualcuno ha anche scritto che l’eventuale adozione della banca universale costituisce una sfida, e che “la possibilità di vincerla si contrappone a quella di avventurarsi in una disastrosa crisi”, e pertanto rimaneva solo “da augurare all’Italia buona fortuna nel momento in cui si imbarcava in questa avventura, che deriva[va] dalla decisione del paese, forse necessaria, di contare fra le economie chiave dell’Europa.
52 - Basterà la dimensione aziendale per assicurare efficienza e redditività?
Mentre il dibattito e le politiche di sostegno e promozione delle concentrazioni proseguivano, non mancavano dubbi e incertezze sulla loro convenienza. Si osservava che la dimensione e la rapidità del cambiamento avevano messo “severamente alla prova la capacità di adattamento delle banche”, e “la problematicità di alcune specifiche tendenze [aveva poi] accresc[iuto] l’incertezza del quadro operativo”. Fattori come l’ingresso di nuovi concorrenti atipici nel mercato; l’innovazione tecnologica, “che da strumento di ottimizzazione dei processi di lavoro sta[va] diventando fattore competitivo; la diversa strutturazione delle reti di distribuzione dei prodotti bancari”, erano tutti fatti che sollecitavano “risposte di carattere strategico e non più adattativo”. Dimensione patrimoniale, strutture societarie e organizzative, organizzazione, portafoglio prodotti, processi di gestione, qualità, professionalità e motivazione delle risorse umane dovevano essere considerati tutti in relazione al ruolo e alla missione che ciascuna banca intendeva perseguire.
La grande dimensione non costituiva insomma un fattore determinante ma un mezzo, non un fine, per realizzare certi particolari obiettivi strategici. Si avvertiva, anzi, che “spesso le finalità invocate per prospettare le esigenze di crescita dimensionale non coincid[eva]no con quelle effettive”, e “non sempre e[ra] agevole comprendere le motivazioni che [erano state] alla base di alcune operazioni di concentrazione, in Italia e nel mondo”. Si doveva riconoscere che “la crescita dimensionale non e[ra], sempre, la sola alternativa praticabile”: oltre tutto “la difficoltà nella integrazione delle strutture cresce[va] quanto più [erano] dimensionalmente e qualitativamente omogenee le strutture che si intend[eva]no integrare” È accaduto, anzi, che nella gestione delle risorse umane le tensioni si sono acuite, specie se il mercato del lavoro era privo di flessibilità e se il management non aveva la capacità di gestire la flessibilità. Si trattava di difficoltà, e quindi di costi, che non potevano trascurarsi, e questo specie quando “alcuni vantaggi tipici della grande dimensione si [sarebbero] po[tuti] acquisire anche in altro modo”. Si ricordava, ad esempio, che, “con l’outsorcing e le joint venture le economie di scala si po[teva]no ‘comprare’ o ‘importare’ dall’esterno” e che altre alternative alla dimensione erano la specializzazione o la strategia di “nicchia”. Vi erano specializzazioni consolidate, difficilmente imitabili, come nel wholesale banking: era il caso, tanto per fornire qualche esempio, dei Lazard Frères, degli Schorder, ecc.; altre che prescindevano da aree territoriali (come il credito al consumo, il corporate, i mutui, ecc.); e altre ancora assunte a “missioni dell’azienda”, come nel settore delle telecomunicazioni (la Bank of New York), o in quello dei trasporti (la Chemical Bank), o in quello delle imprese che nell’area di Chicago fatturano meno di 20milioni di dollari (come l’American Bank).
53 - Il rapporto dei Dieci
Ci si è soffermati un po’ più a lungo sul problema della dimensione perché esso è andato assumendo rilevanza internazionale, specie negli Stati Uniti, dove, tramite fusioni, si sono formate aziende di credito dalle straordinarie dimensioni, veri e propri colossi finanziari, come quelli derivati dalle fusioni tra la Nationsbank e la Banicamerica; tra la Travelers e la Citicorp; tra la Bank One e la First Chicago Corp., tra la Chase Manhattan e la Chemical Bank, ecc. Sta di fatto che nel settembre 1999 i ministri delle finanze e i banchieri centrali dei paesi del gruppo dei Dieci hanno commissionato un importante studio sui possibili effetti delle concentrazioni finanziarie su questioni di competenza delle banche centrali e dei ministeri delle finanze del G10. Diretto dal Vice presidente della Federal Reserve, Roger W. Ferguson, lo studio ha visto la luce nel corso del 2000. Il rapporto ha riconosciuto che negli anni Novanta si è riscontrato, negli Stati Uniti come in Europa, un elevato livello di fusioni e acquisizioni fra gli istituti che raccolgono depositi, le società di intermediazione in titoli, gli istituti bancari in genere, e le società assicurative, con un crescendo nell’ultimo triennio del decennio.
La ricerca ha mostrato che, nello stesso arco di tempo, si è ridotto, in quasi tutti i paesi considerati, il numero delle aziende bancarie, anche se la loro struttura differisce, in fatto di concentrazione, da Stato a Stato. E inoltre che la concentrazione ha contribuito a creare un gran numero di istituti finanziari di ampie dimensioni e, in alcuni casi, di crescente complessità. Di fronte a questi avvenimenti il Ferguson si manifesta “convinto” che, nonostante i processi di concentrazione continueranno, “un gran numero di istituzioni finanziarie efficienti e redditizie di dimensioni piccole e medie continuerà ad avere un ruolo importante negli Stati Uniti e [...] in molti altri paesi”. E ha aggiunto che “le incertezze in ordine alla possibilità di un’armoniosa integrazione post-merger potranno favorire il ricorso a forme più blande di concentrazione, come le joint venture e le alleanze strategiche”. C’è di più. Il Ferguson ha richiamato l’attenzione sugli “effetti potenziali” della concentrazione finanziaria e sul grado di rischio dei singoli istituti finanziari” e ha sottolineato che i risultati della ricerca compiuta sembrano indicare che ove un istituto di grandi dimensioni incorresse in serie difficoltà, la sua struttura concentrata e la relativa sua complessità potrebbero renderne ancora più difficile e traumatica la liquidazione.
La maggiore complessità delle imprese le ha rese inoltre anche più “opache”, mentre le loro accresciute dimensioni rischiano di accentuarne il moral hazard, con l’effetto di indebolire la trasparenza e la disciplina del mercato delle imprese. Lo studio conclude che, in media, le concentrazioni finanziarie hanno accentuato la concentrazione dei flussi di pagamento e regolamento in un minore numero di soggetti, per cui si suggerisce che le autorità di governo continuino a monitorare la concorrenza nel settore dei sistemi di pagamento. Al tempo stesso considerino “che la supervisione da parte della banca centrale dei rischi nei sistemi di pagamenti interbancari sta diventando più strettamente collegata con la vigilanza tradizionale sulla sicurezza e solidità dei singoli istituti. Infine, dal canto suo, il Ferguson esprime i propri dubbi sulla capacità dei processi di concentrazione a fornire qualche miglioramento nell’efficienza operativa. E sottolinea come, in genere, “i casi di maggiore efficienza sono risultati poco significativi”.
54 - Le trasformazioni nella Borsa e nella finanza: il TUF
Anche in materia di Borse e Finanze non sono mancati interventi diretti. La legge 216/1974 aveva istituito la Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob), configurandola “come organo di Stato, senza personalità giuridica, con autonomia e competenze limitate”. Gli atti della Consob dovevano essere infatti sanzionati dal Ministro del Tesoro con apposito provvedimento. I poteri della Consob furono, però, ampliati e rafforzati nel 1983; le fu poi riconosciuto nel 1985 personalità e autonomia organizzativa, compreso il potere regolamentare, e, in seguito, anche altre competenze nel settore mobiliare e delle società. Gli interventi normativi in materia finanziaria continuarono con la legge 2 gennaio 1991, n.1, che istituì le SIM (società di intermediazione mobiliare), concentrando nello stesso soggetto una pluralità di funzioni, tali da rendere la SIM un intermediario universale in materia di titoli pubblici e privati, consentendo loro la specializzazione attraverso la creazione di strutture di gruppi. Nel 1992, in applicazione della direttiva comunitaria 1985/611, si provvide poi a disciplinare le SICAV e altre figure di gestori collettivi; mentre nel 1993 veniva introdotta la categoria dei fondi comuni mobiliari, del genere chiuso, e, nel 1993, quella dei fondi immobiliari. La legge 2 gennaio 1991, n.1, aveva proibito alle banche di negoziare direttamente in borsa i titoli quotati, ad eccezione di quelli pubblici, e le banche, per poter operare nel settore, furono costrette a istituire proprie SIM.
La situazione cambiò nel 1996, con il recepimento della normativa comunitaria sui servizi d’investimento (d.lg. 415/96). Con il 415/96, le banche poterono accedere direttamente ai mercati mobiliari regolamentati, mentre le SIM vennero autorizzate a esercitare altre attività, tra cui i finanziamenti alla clientela, se collegati a servizi d’investimento. Le regole per l’intermediazione mobiliare furono “ammodernate, attenuando i vincoli per SIM, banche, e altri intermediari creditizi”. Quanto alla vigilanza e alla gestione delle crisi degli intermediari mobiliari, lo stesso d.lg. stabilì che esse sarebbero state esercitate con strumenti analoghi a quelli in uso per le similari situazioni bancarie. Rimase comunque ferma e preliminare l’osservanza della disciplina dell’informazione e della trasparenza. Quest’ultimo punto confermò quanto la legge 7 giugno 1974, n.216, che l’aveva istituita, aveva conferito alla Consob, e cioè il potere di sollecitare la comunicazione o la pubblicazione di dati e notizie e di effettuare ispezioni presso le società quotate in Borsa, o da quotare. Norme più precise vennero in seguito con le leggi 77/1983 e 4 giugno 1985, n. 281; mentre la legge 17 maggio 1991, n. 157, rafforzò ulteriormente la normativa in materia. Con legge 12 febbraio 1992, n. 149, si disciplinarono poi le offerte di vendita (OPV), la sottoscrizione (OPS), e l’acquisto e scambio (OPA). Convinte che la Borsa svolge un pubblico servizio in regime di monopolio, la Consob e la Banca d’Italia erano state, però, chiamate a esercitare un ruolo incisivo nella sua regolamentazione e supervisione, oltre che nella genesi e gestione dei mercati. Consob e Banca d’Italia sono presenti infatti nel Consiglio di Borsa, istituito dalla legge del 1991, e nel Comitato di gestione del mercato telematico, istituito nel 1987. Banca d’Italia e Consob partecipano alla definizione delle norme e alle riunioni del Consiglio di amministrazione della Cassa di compensazione e garanzia Spa, istituita dalla legge 1/1991. Con il d.lg. 415/1996 si era chiaramente sancito il passaggio dalla concezione pubblicistica a quella privatistica dei mercati e delle strutture di supporto, separando la regolamentazione e supervisione dall’organizzazione e gestione degli intermediari.
Il Testo Unico sulla Finanza (TUF), emanato nel 1998, non ha fatto che arricchire di veste definitiva le trasformazioni fin allora intervenute nel settore. Il TUF consente, infatti, a qualunque società di svolgere il servizio di compensazione e garanzia delle operazioni su “strumenti finanziari”, purché nell’osservanza dei regolamenti espressi dalla Banca d’Italia, d’intesa con la Consob. Il d.lg. 24 giugno 1998, n. 213, ha riaffermato il carattere imprenditoriale della gestione accentrata di strumenti finanziari e la privatizzazione dei gestori. E ciò nel convincimento di aver gettato le basi per un più efficiente e competitivo ordinamento, oltre che per annullare i costi della stampa dei certificati, e neutralizzare la falsificazione e la circolazione anomala dei titoli125. La Borsa si è trasformata, così, in una Borsa spa, responsabile della gestione del mercato telematico azionario (MTA); di quello obbligazionario (MOT); del Nuovo Mercato (cioè delle piccole e medie imprese con capacità di sviluppo); dell’IDEM (mercato dei derivati su titoli azionari e sull’indice), del MIF (mercato dei derivati su titoli di Stato), e ha realizzato accordi con il MATIF e il MEFF (mercati dei derivati francese e spagnolo), oltre che a partecipare al circuito europeo delle piccole e medie imprese (Euro-NM) e al mercato unico delle blue chips, concordato con le principali Borse europee. Con il dicembre 1999 la Consob è stata, infine, autorizzata all’esercizio diretto del mercato dei contratti uniformi a termine sui titoli di Stato, già gestito dalla MIF spa, mentre l’MTS spa (Mercato telematico di Stato), nel cui capitale è una cospicua partecipazione di intermediari esteri, è stata autorizzata a gestire il mercato telematico dei titoli di Stato, quello dei repo e quello dei coupon stripping, costituendo, a tal fine, società partecipate nei Paesi Bassi, in Belgio, in Francia e in Inghilterra, dove ha creato l’Euro-MTS Ltd., che gestisce il circuito che negozia i titoli di Stato benchmark dei paesi europei. Tanto il settore dell’intermediazione mobiliare quanto quello dell’attività bancaria sono sottoposti alle stesse norme di tutela della concorrenza e all’obbligo di impedire il formarsi di posizioni dominanti. A questa tutela e a quest’obbligo la Banca d’Italia è stata delegata dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato, istituita con la citata legge 10 ottobre 1990, n. 287. La Banca d’Italia per intervenire a tutela della concorrenza deve ottenere un preventivo parere dall’Autorità garante, che lo pronuncia dopo un’indagine conoscitiva da essa condotta, con la collaborazione della Banca d’Italia.
Va ricordato che, tra il 1990 e il 1999, la Banca d’Italia ha sollecitato ben 349 pareri all’Autorità garante. E ciò è accaduto perché l’immissione nel mercato delle azioni delle banche a capitale pubblico stava suscitando tentativi limitatori della concorrenza bancaria. In questa occasione si applicarono, a cominciare dalla 279/1979, anche le direttive che la CEE aveva emanato quando, non in Italia, ma in altri paesi comunitari, erano iniziate le privatizzazioni. Oltre quella citata, che imponeva agli enti emittenti valori mobiliari l’obbligo di fornire tutte le informazioni possibili, specie quelle concernenti le condizioni di ammissione alla quotazione, assicurando il massimo della trasparenza, sono da segnalare la 390/1980, che obbligò alla redazione e pubblicazione del prospetto di quotazione; la 121/1982, che impose di fornire continue informazioni riguardo alle partecipazioni più rilevanti; la 298/1989, che obbligò a redigere e pubblicare il prospetto di offerta pubblica di valori mobiliari; e, in ultimo, la 592/1989 concernente l’insider-trading: materia poi meglio definita in sede di preparazione e di approvazione, nel 1998, del Testo Unico per la finanza (TUF)127. Nel complesso, il TUF ha provveduto a liberare la normativa esistente dalle norme cadute in disuso e ha coordinato quelle residue, evitando duplicazioni e contrasti, e decretando la fine del monopolio attribuito dalla legge al Monte Titoli spa, alla vendita delle cui azioni (44% del capitale) la Banca d’Italia sta provvedendo fin dal 1° luglio 2000. Quanto alla Cassa di compensazione e garanzia spa, essa non risulta più regolamentata dalla legge e non esercita più il monopolio. Il TUF consente infatti a qualunque società, nel rispetto dei regolamenti in vigore, di svolgere il servizio di compensazione e garanzia degli strumenti finanziari. La privatizzazione in atto ha permesso inoltre una più efficace integrazione fra le attività delle società-mercato (Borsa, MTS, ed e-MID) e quelle cui fanno capo i servizi di supporto (Monte Titoli, cassa di compensazione e garanzia) ecc.128.
Il TUBC, che ha preceduto di circa cinque anni la pubblicazione del TUF, partì dalla constatazione che l’attività bancaria ha implicazioni di carattere psicologico, e pertanto può determinare, in talune situazioni, nei depositanti, fenomeni di crisi che potrebbero trasmettersi all’intero sistema bancario, con gravi conseguenze per l’insieme dell’economia. Di qui la necessità di sottoporre l’attività bancaria a disciplina e a vigilanza. Pur riservando all’organizzazione e gestione forme privatistiche, è necessario sottoporre l’atto costitutivo della banca e lo statuto e le eventuali sue modifiche “al vaglio della vigilanza” prima di autorizzare lo svolgimento dell’attività creditizia. Ed è inoltre indispensabile che la stessa “scelta organizzativa imprenditoriale [sia] costantemente seguita dall’autorità al fine di accertarne la rispondenza ai principi di sana e prudente gestione”. È poi dovere imprescindibile dell’autorità evitare che negli atti costitutivi, negli statuti, e nell’attività operativa vi siano elementi “che possano essere di ostacolo a un ordinato svolgimento della gestione aziendale”, o che abbiano accesso al mercato creditizio operatori incapaci o disonesti. In ogni caso, sono da considerare indispensabili per accedervi “un capitale minimo, un programma d’avvio dell’attività, requisiti di professionalità e onorabilità degli esponenti aziendali e di onorabilità dei detentori di partecipazioni qualificate”. Quanto agli assetti proprietari, essi non solo non debbono pregiudicare la gestione della banca, ma debbono essere costantemente controllati, con l’autorità pronta a intervenire e a sollecitare modifiche, qualora la consistenza e distribuzione della proprietà inducano a temere conseguenze pericolose per la banca e per i depositanti. Tutti questi controlli non hanno comunque altro scopo che quello di assicurare alla clientela concorrenza ed equità nel sistema creditizio.
55 - La Banca centrale dopo l’euro Ora che non è più incaricata di provvedere all’immissione in circolazione della propria moneta, la Banca d’Italia non ha cessato di assolvere la delicata e importante funzione che le era propria. Il suo governatore, come quelli delle altre 10 banche centrali dei paesi che hanno aderito alla moneta unica, parteciperà alle decisioni del Consiglio direttivo della BCE del quale fanno parte anche i sei componenti del Comitato esecutivo. Tutti i partecipanti hanno uguale diritto di voto. Il Consiglio direttivo delibererà in materia di politica monetaria, e le singole banche centrali sono incaricate di attuarne le decisioni. Le Autorità nazionali, sulla base del Trattato di Maastricht, e allo scopo del mantenimento della stabilità del sistema finanziario, conserveranno “la responsabilità delle politiche di vigilanza”. La Banca d’Italia preserverà la supervisione sulle banche e sugli intermediari finanziari e provvederà, d’intesa con l’Autorità antitrust, alla tutela della concorrenza nel mercato del credito. Oltre che una funzione consultiva sull’innovazione normativa, sarà promossa la cooperazione e lo scambio di informazioni tra la BCE e le autorità di vigilanza nazionali, mentre la sorveglianza del sistema di pagamenti - tra i cui obiettivi prioritari risultano la funzionalità e la sicurezza del sistema, l’efficienza dei canali di trasmissione delle operazioni di politica monetaria - verrà curata dalla Banca d’Italia, d’intesa con la BCE. Invariato rimane il ruolo di supervisione della Banca d’Italia sul mercato telematico dei titoli di Stato (MTS) e su quello dei depositi interbancari (MID), il cui funzionamento, come previsto dal TUF, continua a essere di estrema importanza per la trasmissione degli impulsi di politica monetaria. Ed è appena il caso di aggiungere che la Banca “continuerà a svolgere la funzione di tesoriere della pubblica amministrazione. Sarà, anzi, dato avvio, presso la Banca, alla “tesoreria centrale dello Stato”, che permetterà di conoscere tempestivamente i flussi finanziari movimentati dallo Stato”.
56 - Progressi e consistenza del sistema bancario italiano
Risalendo indietro nel tempo, al 1936, e confrontando il sistema bancario dell’Italia di allora con quello con cui essa ha inaugurato il nuovo Millennio, non si può non constatare la radicale trasformazione di cui tale sistema è stato protagonista. La “rivoluzione” che ha attraversato si è svolta nonostante le congiunture sfavorevoli. E tuttavia non può dirsi che essa sia completa. Il governatore della Banca d’Italia non ha esitato a sottolineare come “il processo di ristrutturazione sia lungi dall’essere concluso”. I gruppi che si sono costituiti mostrano le inevitabili incertezze derivanti dalla loro recente formazione. Incertezze, cioè, “nella definizione degli obiettivi aziendali, nei sistemi di gestione dei rischi, nelle procedure operative”, mentre non sembra che abbiano tutti valutato come gli aumenti patrimoniali, indispensabili per fronteggiare i rischi impliciti in strutture organizzative assai articolate, richiedano programmi pluriennali per realizzarsi. E questo anche perché “le analisi compiute sui principali sistemi bancari indicano che i guadagni di efficienza vengono pienamente conseguiti alcuni anni dopo la conclusione delle operazioni di concentrazione”. E questo sempre che, nel frattempo, si siano adottate le misure necessarie a integrare i sistemi informativi delle diverse società, e si sia ricorsi all’impiego di tecnologie appropriate all’articolazione dei singoli gruppi, che, peraltro, debbono dedicare attente cure al miglioramento qualitativo del personale, tenendo conto dell’evoluzione dei processi lavorativi. Il giudizio e le raccomandazioni del governatore Fazio ora richiamate derivano anche dalla constatazione che “l’innovazione finanziaria e tecnologica modifica gli assetti produttivi economicamente efficienti”, e che si agitano “spinte concorrenziali crescenti nei mercati nazionali e nel confronto internazionale”. Appare, in effetti, contenuto il volume dell’intermediazione bancaria in Italia. Contro il 14% che la nostra economia rappresenta nell’ambito comunitario, il valore dell’attività delle banche non va oltre il 9% di quello dell’intera area.
Come sottolinea A. Fazio, “i sistemi bancari francese, inglese e tedesco detengono quote di mercato in Europa superiori al peso delle rispettive economie”. In materia di sportelli, l’Italia si attesta in una posizione intermedia. Con 2.276 abitanti per sportello l’Italia si trova sulle stesse posizioni della Francia, ma è a un gradino più basso di quello del Regno Unito, che è di 3.125, ma ad uno assai più alto di quelli di Germania e Spagna, rispettivamente, di 1.614 e 1.146 per sportello. Quanto al rapporto tra personale e sportello, i dati documentano per l’Italia, un valore assai basso. Ma lo scarso sviluppo del nostro sistema bancario emerge dal fatto che, nell’Unione europea, la quota dei primi cinque gruppi, nel mercato continentale, non va oltre il 5,3%, notevolmente inferiore a quella dei principali gruppi tedeschi, francesi e inglesi, rispettivamente, del 13, del 12 e del 10%; il rapporto italiano risulta superiore solo a quello delle banche spagnole, pari al 3%. Il processo di privatizzazione avviato in Italia con la legge Amato-Carli è stato comune a tutti i Paesi europei. Fazio sottolinea che, sotto questo profilo, l’Italia non risulta in ritardo. Tra i dieci principali gruppi bancari il nostro sistema ne ha solo due con prevalente presenza pubblica, mentre la Francia ne ha tre, e Germania e Spagna, quattro. In Italia, tuttavia, ai gruppi pubblici è da attribuire solo l’11% delle attività delle principali banche, contro quote del 21 e del 36% delle grandi banche spagnole e tedesche. Ma c’è di più. Considerevole è la presenza straniera nel capitale delle banche italiane. Sei dei dieci gruppi menzionati - la metà cioè del nostro mercato - presentano consistenti partecipazioni di banche e di società di assicurazioni estere. Valori analoghi si ritrovano solo in Spagna; in Francia e in Inghilterra sono inferiori tanto il numero delle banche con rilevante presenza estera quanto le quote di mercato complessivo che esse detengono. Quasi inesistente, invece, è la presenza di banche o assicurazioni straniere nel sistema bancario tedesco. Quanto alla presenza internazionale del nostro sistema, Fazio ricorda che, negli anni novanta, questa presenza si è andata riducendo considerevolmente, contrariamente a quanto accaduto per la Francia e la Germania per le quali le attività delle filiali estere sfioravano, nel 1997, il 30% del totale, mentre erano del 15% quelle di Spagna e Italia.
La straordinaria “rivoluzione” che ha investito il nostro sistema bancario, Banca d’Italia inclusa, appare, dunque, incontestabile. Si tratta di una rivoluzione che ne ha radicalmente trasformato strutture, protagonisti, modalità di intervento e dimensioni. Ma quali le prospettive? Dopo un decennio di basso profilo, come il Governatore della Banca d’Italia, Fazio, ha ricordato - durante il quale la crescita media annua è stata di appena l’1,6%, “valore inferiore a quello, pur modesto, degli altri paesi europei”, e sul quale ha pesato non poco la caduta, nella prima parte, della domanda interna decimata dall’azione di riequilibrio del bilancio pubblico e, nella seconda, quella dell’offerta, ostacolata “dalla rigidità dei mercati dei beni e dei fattori - si apre una fase, che se non è di “pessimismo”, non si presenta neppure molto diversa da quella che ha caratterizzati la seconda parte degli anni ’90. Vi è, come lo stesso governatore scrive, “smarrimento, attesa, non sfiducia”.
Il rilancio della domanda interna dovrebbe discendere da una accelerazione degli investimenti in infrastrutture dell’ordine di un punto percentuale del PIL”, e purtroppo né lo Stato né gli enti locali possono assumersene l’intero carico. E, d’altra parte, occorrerebbe porre mano a opere infrastrutturali di elevato valore da avviare rapidamente. Ma questi interventi e il programma nel quale sono inseriti potranno realizzarsi solo in un contesto di riforme di rapida applicazione, che investano i molteplici privilegi della realtà economica nazionale, favoriscano il rientro dei capitali, contribuiscano a far emergere le attività sommerse, e soprattutto riducano “l’incidenza della spesa pubblica corrente sul PIL e cre[in]o le condizioni per una progressiva, significativa diminuzione della pressione fiscale”. Solo se si realizzano le riforme annunciate, è sperabile che lavoro e risparmio possano trovare “impiego sempre più produttivo, in armonia con le finalità dello sviluppo”. In questo caso, e convengo pienamente con il governatore, “la solidità patrimoniale del sistema bancario e la sua efficienza costitui[ran]no elementi essenziali a sostegno di una nuova fase di sviluppo”.