EQUITÀ

Espressione che sta ad indicare la “giustizia del caso concreto”. Non sempre, infatti, l’applicazione di una norma giuridica, dato il suo carattere generale ed astratto, porta a conseguenze che possono considerarsi corrette dal punto di vista del diritto. Autorizzare il giudice a decidere secondo equità significa autorizzarlo a derogare, in tali casi, alla rigida applicazione della legge in favore di una interpretazione che risulti più adeguata alle particolarità del caso singolo. Non è da credere che il ricorso all’equità sia però sempre consentito: esso, apportando un temperamento alla rigida applicazione della legge e al principio della certezza del diritto, è ammesso soltanto quando la legge espressamente lo preveda. Così, il codice di procedura civile consente la decisione secondo equità soltanto nelle cause di competenza del giudice di pace e in quelle che hanno per oggetto diritti disponibili (sempre che, in quest’ultimo caso, le parti ne abbiano fatto concorde richiesta, cosa che assai di rado capita). Ugualmente, anche il codice civile autorizza il giudice a pronunciare secondo equità soltanto in presenza di determinate condizioni (v., p.e., gli artt. 1226, 1349, 1374 c.c.). Nelle ipotesi eccezionali in cui è ammesso il ricorso all’equità, comunque, il giudice non può far prevalere le proprie convinzioni personali, ma deve ispirarsi a pur sempre fondamentali principi di giustizia accolti dall’ordinamento vigente e ricercare, pertanto, come si sarebbe comportato il legislatore se avesse potuto prevedere il singolo caso. Spesso il concetto di equità viene usato anche in un significato ridotto e specifico: con riferimento alla necessità di assicurare l’equivalenza tra prestazione e controprestazione (come, p.e., negli artt. 1371, 1447, 1467 comma 3, c.c.), oppure per autorizzare il giudice a determinare un valore approssimativamente o con criterio transattivo, pur in mancanza di una prova rigorosa (art. 1226 c.c.).