CASSETTA DI SICUREZZA

Il servizio bancario delle cassette di sicurezza costituisce una “operazione accessoria” all’esercizio del credito. Ad esso il codice civile dedica soltanto tre articoli (artt. 1839-1841), riguardanti alcuni specifici profili della disciplina del relativo contratto tra la banca e il cliente, senza fornire alcuna indicazione circa la struttura e la natura giuridica del negozio. Per ricostruire il contenuto tipico del contratto di (abbonamento alle) cassette di sicurezza si rende pertanto necessario fare riferimento alle n.u.b., le cui disposizioni sono riportate nei moduli a stampa predisposti dalle banche per la stipulazione del contratto (al quale risultano pertanto applicabili gli artt. 1341 e 1342 c.c.). Secondo tale modello, la banca assume, verso il corrispettivo di un canone periodico, l’obbligo di mettere a disposizione del cliente uno scomparto di un forziere, normalmente collocato in un caveau blindato. La cassetta è munita di una doppia serratura; una delle chiavi è trattenuta dalla banca e l’altra è consegnata al cliente, il quale pertanto può accedere al forziere soltanto con la collaborazione della banca. All’utente, peraltro, è garantito il diritto alla riservatezza circa il contenuto della cassetta. La natura giuridica del contratto è incerta. In passato si è ritenuto di poterlo inquadrare negli schemi del deposito (seppure anomalo, difettando nel caso di specie l’elemento della consegna al depositario della cosa oggetto del contratto) o della locazione (enfatizzando il profilo dell’obbligo della banca di concedere all’utente il godimento della cassetta e correlativamente trascurando il ruolo dell’obbligazione di custodia). Più recentemente si è parlato di contratto misto, di locazione di cosa e locazione d’opera, ovvero, secondo altre prospettive, di locazione e deposito. Infine il contratto è quali- ficato come contratto nominato e tipico, suscettibile di autonoma qualificazione, benché comprenda elementi strutturali propri di altri contratti tipici. Peraltro il problema teorico risulta posto in secondo piano dalle questioni specifiche relative alla disciplina del contratto, la cui soluzione non è in assoluto dipendente dalla qualificazione dogmatica del contratto stesso. All’atto della stipulazione del contratto devono essere indicate le generalità dell’utente (non sono ammesse sigle o numeri) e delle altre persone eventualmente autorizzate all’apertura della cassetta (congiuntamente o disgiuntamente tra loro) e vengono altresì depositate le firme di tali soggetti. La concessione o revoca di autorizzazioni o deleghe all’apertura della cassetta, ovvero il passaggio, nel caso di pluralità di utenti, dal regime di uso disgiuntivo a quello congiuntivo e viceversa sono opponibili alla banca solo se comunicate con lettera raccomandata e comunque dopo che sia decorso da tale comunicazione il tempo necessario per provvedere. La banca rilascia inoltre all’utente una tessera di riconoscimento (art. 8 n.u.b.) contenente l’indicazione del numero della cassetta e gli estremi identificativi degli aventi diritto all’apertura. Chi intenda aprire la cassetta deve esibire la tessera (che, secondo l’opinione dominante, ha valore di documento di legittimazione) e sottoscrivere un apposito modulo, consentendo così il confronto della firma con lo specimen. La banca può rifiutare l’apertura in caso di mancato pagamento del canone (art. 12 n.u.b.). La banca può al contrario chiedere al Pretore l’autorizzazione all’apertura forzata della cassetta in caso di scioglimento del contratto (a seguito di risoluzione per inadempimento, recesso, scadenza del termine ecc.), ovvero quando abbia il fondato sospetto che nella cassetta siano stati introdotti oggetti pericolosi (in violazione del divieto di cui all’art. 4 n.u.b.).Nel caso in cui la banca abbia ricevuto formale comunicazione della morte dell’intestatario o di uno degli intestatari non può consentire l’apertura della cassetta se non su richiesta di tutti gli aventi diritto (art. 1840, comma 2, c.c.), che dovranno dare prova della loro qualità di eredi e di avere adempiuto alle prescrizioni in tema di imposte di successione (ciò che nella pratica avviene con la presentazione della denuncia di successione). Sempre ai fini fiscali è previsto che nel caso in questione l’apertura della cassetta debba avvenire in presenza di un funzionario dell’amministrazione finanziaria. Riguardo alla responsabilità della banca in caso di sottrazione, danneggiamento o distruzione dei beni conservati nelle cassette, l’art. 1839 c.c. stabilisce che la banca “risponde verso l’utente per l’idoneità e la custodia dei locali e per l’integrità della cassetta, salvo il caso fortuito”. Esaminando i criteri applicativi di tale norma emersi nella più recente giurisprudenza risulta che la banca, per esonerarsi da responsabilità, è tenuta a fornire la specifica prova positiva della causa che ha determinato il danno e deve inoltre dimostrare che si è trattato di un evento imprevedibile (cioè del tutto straordinario ed anomalo) ed inevitabile (cioè tale che non avrebbe potuto essere impedito neppure con la predisposizione dei mezzi tecnici più moderni). In concreto la giurisprudenza, adottando tali criteri di giudizio, mostra la tendenza a ritenere la banca sempre responsabile in caso di furto dei beni custoditi nelle cassette (anche se attuato con strumenti tecnici particolarmente sofisticati) e, secondo recenti decisioni, anche in caso di rapina, rientrando tali eventi nell’area dei rischi che la banca assume nel fornire il servizio e dai quali deve tenere indenne il cliente. Un problema particolare in materia è sollevato dall’art. 2 n.u.b., che vieta all’utente di conservare nella cassetta beni di valore complessivamente eccedente un certo limite massimo, che viene determinato in via generale dalla banca (nella prassi attuale, in misura esigua e non adeguata) e che può essere elevato su richiesta del cliente, a fronte di una maggiorazione del canone. La regola delle n.u.b. anteriore all’attuale art. 2 (l’art. 16 n.u.b. 1954, modificato nel 1976) era stata ritenuta nulla dalla Corte di Cassazione per contrarietà all’art. 1229, comma 2, c.c., in quanto contenente una limitazione della responsabilità contrattuale della banca anche in caso di dolo o colpa grave. Sull’art. 2 delle n.u.b. in vigore (che, a differenza della clausola adottata in passato, prevede un espresso divieto a carico del cliente di immettere nella cassetta beni di valore superiore alla cifra indicata nel contratto) non sono ancora intervenute decisioni della Corte Suprema. La giurisprudenza di merito e la dottrina fanno invece registrare significativi contrasti. Secondo un primo orientamento la clausola conforme al testo delle attuali n.u.b. avrebbe la funzione di definire l’oggetto della prestazione (cioè, secondo alcuni, l’oggetto della prestazione di custodia, secondo altri i limiti della facoltà d’uso della cassetta da parte del cliente) e non di limitare convenzionalmente la responsabilità della banca; pertanto la clausola non rientrerebbe nell’ambito di applicazione dell’art. 1229 c.c Secondo una diversa interpretazione, invece, la clausola in questione non inciderebbe sulla determinazione delle prestazioni dovute dalla banca, perché, in fatto, a diversi livelli di canone non corrispondono differenti gradi di efficacia delle misure di sicurezza predisposte dalla banca, ma soltanto diversi importi massimi del risarcimento dovuto in caso di sottrazione o distruzione dei beni custoditi nelle cassette; quindi la clausola avrebbe soltanto lo scopo di introdurre surrettiziamente un limite monetario al danno risarcibile, in contrasto con l’art. 1229 c.c.