ECONOMIA SOCIALISTA DI MERCATO (ENCICLOPEDIA)

Abstract

Con il termine economia socialista di mercato si indica la struttura economica della Cina odierna, caratterizzata da un sistema misto tra mercato e pianificazione. All’interno di questo sistema l’autoritarismo politico, dovuto all’esistenza di un regime socialista sin dal 1949, diviene compatibile con un’economia di mercato sviluppatasi dai processi di riforma degli anni Ottanta. Tale compatibilità va ricercata nella gradualità con la quale la Cina ha avviato la ristrutturazione di un sistema economico di tipo marxista verso le regole del mercato. Questa gradualità, se da una parte è stata un fattore imprescindibile per favorire il successo delle riforme, dall’altra ha lasciato in piedi alcuni fattori di instabilità. Il gradualismo delle riforme ha infatti creato un sistema in cui convivono imprese private e pubbliche, prezzi di mercato e prezzi decisi dalla pianificazione, tutela della proprietà privata e ideologia comunista, concorrenza e interventismo statale.

Il termine “economia socialista di mercato” è utilizzato per la prima volta nel 1992 nel XIV Congresso del Partito Comunista Cinese per indicare il nuovo obiettivo delle riforme economiche. Il concetto s’istituzionalizza con l’introduzione d’importanti modifiche alla costituzione e il termine “economia socialista di mercato” entra ufficialmente nella carta costituzionale per definire il sistema economico e sociale della Cina attuale.

La Cina si può considerare un’economia sicuramente chiusa, pianificata e ispirata al modello di sviluppo sovietico, dalla rivoluzione comunista cinese del 1949, fino a tutta l’epoca maoista1 e al 1978.

La nascita dell’economia socialista di mercato, avvenuta sin dai processi di modernizzazione del 1978, segna una linea di netta discontinuità con tale passato maoista, in un mutato contesto internazionale che dagli anni settanta e in tutti gli anni ottanta vede rilevare il fallimento dei regimi comunisti sovietici. L’integrazione delle ex repubbliche sovietiche nell’economia mondiale spinge il PCC a maturare la necessità di cercare una via nazionale al socialismo.

Negli anni ottanta, seppur nella ferma intenzione di mantenere un sistema economico di tipo socialista, si avvia un ampio programma di riforme strutturali che porta a un progressivo abbandono del sistema pianificato di stampo marxista2

Il complesso di riforme strutturali, iniziate nel 1978, non conduce a un capitalismo tout court e a un’economia di mercato, ma a un sistema misto che non cessa di essere caratterizzato da un’autonomia di mercato che si scontra di continuo con l’onnipresenza di una massiccia burocrazia di Partito, in tutti i livelli dell’articolazione territoriale.

Da qui il profilarsi di un “doppio volto” del Paese: il primo dei due volti è caratterizzato da un Partito-Stato nel ruolo di gestore e controllore della vita economica, il secondo è rappresentato dalle trasformazioni economiche sociali avvenute nel tempo, espressione di una società divenuta per effetto delle riforme, sempre più dinamica.

L’economia socialista di mercato cinese tende a superare lo schema dicotomico di pura contrapposizione
aut...aut tra socialismo e capitalismo, verso un approccio che mira alla compatibilità per entrambi. Nella cornice istituzionale di un regime comunista, questa trova spazio, agli inizi soltanto in certi settori, quelli del commercio e dei servizi, ma poi, in maniera sempre più diffusa, nello sviluppo incentrato sui prezzi, mercati, imprese e profitti, elementi fondamentali per l’esistenza di un’economia di mercato.

Un esempio al riguardo si individua nella promulgazione nel 1988 della “Legge sulle imprese industriali di proprietà del popolo”, che adegua il modello di corporate governance delle imprese cinesi agli standard dell’economia di mercato occidentale e le vincola al raggiungimento del profitto capitalistico “ma anche” alla soddisfazione dei doveri della pianificazione socialista.

Elementi di diversa natura ideologica si fondono in un’espressione, “economia socialista di mercato”, prima facie
contraddittoria, che porta la falce e il martello ad andare di pari passo con il plusvalore, il profitto e la rendita finanziaria.

Altro aspetto di compatibilità tra la logica del mercato e l’ideologia marxista riguarda la distribuzione della ricchezza. Fin dall’Ottocento questo concetto occupa un posto centrale all’interno delle teorie economiche. In letteratura, un sistema a economia chiusa e pianificata, tende ad avere una distribuzione della ricchezza egualitaria, al contrario, in un’economia aperta e liberale tale distribuzione è distorta dagli effetti del mercato. Il caso cinese è rappresentativo, poiché una nazione che si professa comunista ha la disuguaglianza dei redditi più alta al mondo con l’indice di Gini3, nel 2010 pari addirittura a 0,61 al di sopra del livello medio mondiale di 0,44.

Questi elementi, insieme all’istituzionalizzazione della tutela della proprietà privata in un ordinamento socialista, alla presenza sia d'imprese pubbliche che private e al sistema di prezzi a “doppio binario” che riesce a far convivere elementi di matrice capitalista (prezzi di mercato) con elementi di natura socialista (prezzi pianificati), costituiscono alcune delle peculiarità dell’economia socialista di mercato.

Le strategie “miste” di politica economica del modello di sviluppo cinese, presentano molti parallelismi ma anche molti aspetti che lo discostano dalle tradizionali strategie economico-politiche sia degli Stati liberali sia da quelli caratterizzati da uno Stato sviluppista4. Gli aspetti che contraddistinguono l’economia socialista di mercato s’individuano nel pragmatismo, nel gradualismo delle riforme, nel potente intervento dello Stato sull’economia e sulle esigenze di mercato anteposte alla creazione di un sistema democratico. Proprio per quest’ultimo motivo, inoltre, non è possibile catalogare la Cina esclusivamente come un paese in transizione, giacché se si considerano le esperienze delle ex economie socialiste, in Cina la modernizzazione economica non si accompagna ad alcuna modernizzazione in campo istituzionale5, in contrasto con il modello occidentale il quale esige che il sistema di libero mercato sia accompagnato da un sistema di democrazia liberale.

Le istituzioni cinesi replicano fattori di successo di un sistema a economia aperta, come l’adesione del sistema dei prezzi di mercato, l’acquisizione dei modelli di corporate governance delle imprese, le esportazioni e la ricezione degli investimenti esteri, ma al tempo stesso adeguano e salvaguardano un’ideologia socialista per la legittimità del PCC, trovando un punto d’incontro tra la crescita economica e la stabilità politica.

La nuova classe dirigente comprende che è utile solo una parte della modernità occidentale, poiché essa garantisce al regime autoritario di acquisire consenso e legittimità dall’efficacia con cui si serve dei mercati per creare ricchezza.

In Cina, è lo Stato il principale “timoniere” che guida il Paese verso la modernizzazione economica, in una situazione mondiale che vede diminuire proprio il ruolo dello Stato come principale attore nello scenario internazionale. L'integrazione nell'economia mondiale è, di fatto, stata realizzata per iniziativa e sotto la guida dello Stato-Partito cinese, cosa che smentisce il paradigma neoclassico secondo cui è difficile sostenere che deviazioni dal modello del mercato perfetto possano essere, sul lungo periodo, benefiche per un sistema economico.

La struttura economico-politica della Cina odierna è un sistema misto in cui, accanto allo spazio sempre maggiore riservato al mercato, continua a essere presente e importante la funzione d’indirizzo esercitata dalle autorità a livello nazionale, ma soprattutto a quello locale.

Principali riforme economiche del nuovo modello di sviluppo

Le scelte di politica economica adottate dal 1978 dalla Cina contribuiscono a mutare in profondità il volto del modello socialista maoista introducendo una graduale ristrutturazione del tradizionale sistema economico pianificato verso le regole del mercato.

Questo processo graduale investe principalmente il settore delle imprese statali, agricolo, bancario, i mercati esteri e il decentramento amministrativo.

Nel settore delle imprese pubbliche, si riconosce a livello costituzionale la compatibilità dell’iniziativa privata con gli ideali del socialismo, aprendo la strada a un sistema d’imprese non statali votate alla massimizzazione del profitto e non più caratterizzate da un vincolo di bilancio morbido6 che deresponsabilizza gli amministratori. La politica generale in quest’ambito riduce gradualmente il peso delle imprese pubbliche e consentendo a quelle private o collettive, di aumentare rapidamente la propria quota di mercato.

Nel settore agricolo, vengono gradualmente abolite le comuni7, si procede alla redistribuzione delle terre, la cui proprietà era totalmente dello Stato, e si crea un sistema di responsabilità familiare. Queste riforme agricole offrono un grande incentivo alle famiglie contadine, che hanno in concessione la terra da coltivare e la possibilità di vendere privatamente sul mercato una parte della produzione. La liberalizzazione dei mercati rurali porta all’abbandono parziale del sistema dei prezzi della vecchia economia pianificata, facendolo convivere con uno di mercato, il cosiddetto sistema a “doppio binario”.

Nel 1983 dal sistema dei prezzi a doppio binario si passa anche a un sistema bancario cinese a due livelli.
La Cina separa la Banca Centrale (Banca popolare di Cina-PBOC), cui sono affidati esclusivamente compiti macroeconomici, dalle Banche di seconda fila: la Banca Cinese per l'Agricoltura (ABC), la Banca Cinese per l’Industria e il Commercio (ICBC), la Banca della Cina (BOC) e la Banca Cinese per le Costruzioni (CCB). Queste sono le quattro grandi banche pubbliche che, dal 1986, sono autorizzate a farsi concorrenza nei diversi ambiti. Il sistema bancario diviene, per effetto delle riforme, il canale primario per realizzare il finanziamento degli investimenti, poiché il processo di modernizzazione riduce in modo importante la capacità del bilancio statale di mobilitare e allocare le risorse.

Nel settore dei mercati esteri, invece, l’apertura internazionale avviene sotto l’impulso delle esportazioni, e grazie all’istituzione delle Zone Economiche Speciali8, per l’importazione delle strategie e dei modelli di gestione del capitalismo e degli investimenti dall’estero. Le esportazioni divengono il principale volano della crescita cinese estendendo la competitività dei prodotti esportati dai settori ad alta intensità di lavoro a quelli con un maggiore grado di specializzazione come l’elettronica, di modo che l’economia cinese si trasforma da “fabbrica del mondo”9
a esportatrice di High Tech.

Negli anni ottanta, inoltre, si passa da un’economia fortemente centralizzata a una gradualmente più decentralizzata, in cui gli esponenti politici locali delle principali città, delle singole province, gli operatori privati e quelli esteri, conseguono un notevole spazio d’azione. Si stabiliscono i compiti, i profitti da realizzare, i contributi allo Stato, tra le imprese e le autorità amministrative locali. Questo decentramento amministrativo non limita però il forte potere pubblico sui processi economici, fondati sia sulla programmazione dello Stato centrale, ma soprattutto basato sul controllo delle autorità politiche locali, provinciali, di città e di villaggio. A fine anni ottanta la quasi totalità delle imprese pubbliche è sotto il controllo diretto delle autorità locali. Nel caso della Cina, dunque, tutto ciò si formalizza con un apparato di Governo duale del Paese a livello periferico e centrale, locale e nazionale, in cui non è presente una vera scissione tra Stato e Partito.

Proprietà privata ed economia socialista. Adeguamento giuridico alle esigenze del mercato

Le caratteristiche del nuovo modello di sviluppo cinese pongono l’accento sull’importanza dell’iniziativa economica privata che si formalizza nell’istituto della proprietà privata.

Quest’ultima è generalmente considerata il presupposto fondamentale di due rappresentazioni contrastanti del mercato, quella del capitalismo e quella del socialismo, la prima orientata ad accentuare la sacralità della proprietà privata di fronte alla cosa pubblica, la seconda tesa alla sua totale abolizione.

L’istituto del diritto di proprietà rappresenta il cardine principale del cambiamento del sistema economico cinese, giacché è il collegamento tra un modello a economia pianificata e la scelta di un’economia socialista di mercato.

Nel 1982, trent’anni dopo la rivoluzione comunista del 1949, la Costituzione accoglie nel suo ordinamento, i principi fondamentali riguardanti l’economia e il sistema di proprietà. Vengono via via modificati gli art. 10, 11, 13 e 15 della costituzione che introducono, per la prima volta, il rafforzamento delle forme di promozione e tutela dell’iniziativa privata, l’ammissione del trasferimento del diritto di utilizzo della terra e l’assegnazione allo Stato del compito di mettere in atto un sistema fondato sull’economia socialista di mercato. Si consentono l’esistenza delle imprese private e il loro sviluppo; si riconosce il carattere complementare rispetto all’economia pubblica socialista e si tutelano i diritti di proprietà.

Il presupposto di tale processo di adeguamento costituzionale risiede nell’interesse della Cina di facilitare, anche attraverso gli strumenti giuridici, il passaggio da un’economia centralmente pianificata a una socialista di mercato.
Con gli articoli 11, 12, 13 e 15, della costituzione cinese, si introduce per la prima volta, il concetto di proprietà privata, a lungo ritenuto un istituto pericoloso per il consolidamento dell’ideologia socialista, divenendo l’esempio più evidente del sistema “misto” definito dall’ordinamento cinese quale economia socialista di mercato.
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1Periodo che intercorre dalla guida di Mao Tse-tung del PCC dal 1943 fino alla sua morte avvenuta nel 1976.
2Teoria politica e sociale basata sul pensiero di Marx ed Engels, filosofi tedeschi del XIX secolo.
3L’indice di Gini misura la distribuzione del reddito in una scala tra 0 e 1, e denota una ragionevole diseguaglianza quando si situa tra 0.3 e 0.4.
4Stato di orientamento capitalista che attraverso interventi mirati sostiene il mercato.
5L’assetto istituzionale cinese è definito dalla costituzione “dittatura democratica popolare”.
6Kornai (1979) definisce “vincolo di bilancio morbido la situazione tipica delle economie socialiste, nelle quali lo Stato interviene a coprire l’eccedenza delle spese sulle entrate delle imprese pubbliche”.
7Strutture di base della società cinese costituite nelle campagne nel 1958 per iniziativa di Mao Tse-tung . Fondate sulla proprietà collettiva delle terre, svolgevano attività prevalentemente agricole.
8Le Zone Economiche Speciali sono create con l’obiettivo di attrarre investimenti esteri e collocate nella parte orientale del Paese.
9La Cina è spesso definita come la “fabbrica del mondo”: soprattutto in alcuni settori, quali il giocattolo o il tessile e abbigliamento, la capacità manifatturiera locale si combina con la tecnologia straniera, realizzando produzioni a prezzi non riproducibili sui mercati occidentali.


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Redattore: Giovanni AVERSA






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