nuovissima Enciclopedia di banca, borsa e finanza

Lettera selezionata: E

  • E-BUSINESS

    Abbr. di: electronic business (in sigla: eb). Lett.: azienda elettronica. Condotta di un’attività con l’aiuto delle telecomunicazioni e con applicazioni e dispositivi di telecomunicazione costruiti in modo da essere amichevoli all’approccio (friendly), confacenti, trasparenti ed economici. Utilizza le tecnologie dell’e-mail, del Web e dell’EDI e le altre tecnologie dell’informazione e della telecomunicazione (p.e. il mobile computing). Permette alle aziende, per lo più attraverso appositi portali, di comunicare facilmente, rapidamente e a basso costo con filiali, agenzie, partners, venditori, clienti, consumatori e altre persone interessate (p.e. i cittadini), connette tra di loro sistemi informativi diversi per lo scambio di informazioni e permette di compiere transazioni in modo protetto (se coperte da un buon sistema di sicurezza). L’espressione è abbastanza generica e può estendersi a ogni attività organizzata, commerciale, industriale, non profit, privata o pubblica. Comprende quindi diversi segmenti (che possono in parte sovrapporsi): e-commerce, e-publishing,electronic services delivery,e-government. La normativa italiana per l'e-commerce ha infatti la stessa applicabilità per l'e-business, la quale si è adeguata alla direttiva UE (2011/83/CE) tramite le disposizioni del D.Lgs. n. 21/2014 che recepisce la direttiva.

    Vedi anche:

    CLARISBANCA online VENETO BANCA

    E-Banking ICBPI

    FIDEURAM Online

    Moneta web INTESA SANPAOLO

    SMART WEB BUSINESS Gruppo BPER

    UBI Pay Business

  • E-CASH

    Abbr. di: electronic cash. Contante in forma digitale, crittografata e memorizzata su una carta a microprocessore (carta prepagata), o in un conto bancario o sull’hard disk di un personal computer da dove può essere scaricata e spesa per pagamenti ravvicinati presso gli esercenti o per il commercio elettronico. Può assumere forme anonime che imitano da vicino il contante e non richiedono un collegamento in linea (p.e. il borsellino elettronico), oppure forme che si avvicinano alla carta di debito e anche alla carta di credito e che richiedono un’autorizzazione e una contabilizzazione in linea.

  • E-COMMERCE

    Abbr. di: electronic commerce (in sigla: ec, ecom, e-com). Lett: commercio elettronico. Compimento di attività commerciale (esposizione, offerta, vendita, assistenza) e di transazioni per via elettronica attraverso computer collegati in rete. Molto utilizzata è la rete di Internet, in particolare il Web, attraverso i siti predisposti dalle aziende o siti collettivi di esposizione in appositi portali. L’e-commerce può però svolgersi anche su reti di telecomunicazione dedicate consortili (p.e. la rete nazionale interbancaria italiana, RNI), o reti private Intranet, non necessariamente collegate a Internet. Nuova frontiera del commercio elettronico è il mobile commerce che verosimilmente si svilupperà con la diffusione della telefonia cellulare di terza generazione a banda larga (UMTS). Rientrano nell’e-commerce ogni commercializzazione di beni e servizi, la distribuzione di contenuti digitali, l’esecuzione di operazioni finanziarie (bancarie e di borsa, p.e. quelle che si svolgono in Italia sulla RNI), la pubblicità, anche se materialmente l’ordine e il pagamento sono poi compiuti off-line. Oltre che alle transazioni l’attività del commercio elettronico si estende ad altre fasi quali la ricerca dell’interlocutore, la trattativa, lo scambio di richieste e di informazioni di ogni tipo, la sottoscrizione di garanzie, la richiesta di assistenza, il controllo del percorso di un bene dalla spedizione all’arrivo al destinatario e così via. La presenza su Internet non esclude il mantenimento di negozi, uffici di rappresentanza e show rooms. La nascita e lo sviluppo dell’ecommerce è un fenomeno recente con meno di dieci anni di vita, reso possibile dall’introduzione del Web. Esso ha attratto tanto le aziende tradizionali brick and mortar, come si dice in gergo, già esistenti quanto nuove iniziative, promettendo molto di più di quanto ha mantenuto, almeno per ora. Per il futuro, sembra verosimile che per molto tempo l’evoluzione delle aziende tradizionali non sarà una migrazione totale, ma avverrà conservando anche le vecchie strutture fisiche a fianco dei siti virtuali, utilizzando la rete come supporto integrativo di flussi di lavoro. Questo tipo di impresa con duplice struttura è denominata brick and click company. Un esempio di gruppi b&c sono Barnes and Noble (negli Stati Uniti) e Fila (in Italia). Le specializzazioni dell’e-commerce sono il commercio elettronico tra imprese, il business to business, in sigla B2B, o BtoB e quello tra imprese e consumatori finali, il business tu consumer, in sigla B2C o BtoC. Altre specializzazioni dell’ecommerce, comuni però all’e-government, sono l’e-procurement e l’internal business. Quando l’e-commerce si restringe alla sola commercializzazione di prestazioni di servizi si parla di electronic services delivery. L’e-commerce ha indotto innovazioni importanti nel sistema dei pagamenti, adattando a nuovi usi strumenti di pagamento già esistenti (carte di credito e di debito), introducendone di nuovi e perfezionando le tecniche di sicurezza delle transazioni telematiche. La legge italiana su e-Commerce e vendite a distanza si è adeguata alla direttiva UE (2011/83/CE) tramite le disposizioni del D.Lgs. n. 21/2014 che recepisce la direttiva. Le norme in questione modificano il Codice del Consumo e rafforzano la tutela dei Consumatori nelle vendite online, concluse a distanza e fuori dei locali commerciali. Le nuove disposizioni, inoltre, hanno l’obiettivo di «garantire un migliore funzionamento del mercato interno tra imprese e consumatori generando notevoli risparmi (in termini di oneri amministrativi) per le imprese che desiderano vendere a livello transfrontaliero con le stesse modalità di vendita nazionali, con le stesse condizioni contrattuali standard e gli stessi materiali informativi».

    Vedi anche:

    POS virtuale (e-commerce) Gruppo BPER

    Moneta web INTESA SANPAOLO

    MyBank E-Commerce ICBPI

    POS e-commerce UBI BANCA

    E-commerce VENETO BANCA

  • E-GOVERNMENT

    Abbr. di: electronic government. Lett.: amministrazione (per via) elettronica. Indica l’attività amministrativa che un’amministrazione pubblica svolge per via elettronica attraverso computer collegati in rete e un portale con i menu di accesso. Non è altro che una specializzazione dell’e-business di cui utilizza tutte le tecnologie, compreso il mobile computing. Come nell’e-commerce la rete può essere Internet, un’Intranet o consortile e, analogamente, la segmentazione dell’attività può essere government to business (G2B), government to citizens (G2C), government to government (G2G), oltre agli scambi di informazioni tra dipendenti e amministrazione che avvengono sull’Intranet di quest’ultima, simile al B2E. Oltre alle informazioni, sono eseguibili per via elettronica scambi di informazioni e transazioni relative ad annunci di e a partecipazioni a gare pubbliche (e-procurement pubblico), al ricevimento di domande, denunce e dichiarazioni, al rilascio di certificati, al pagamento di tasse, multe e altre somme dovute, alla trasmissione di lettere e circolari, alla trasmissione di somme di denaro mediante assegni elettronici e altro.

  • E-MAIL

    Abbr. di: electronic mail. Lett.: posta elettronica. Servizio di comunicazione basato su computer collegati in rete nella quale si inviano messaggi a destinatari identificati da un nome convenzionale (e-mail address). I messaggi vengono immagazzinati in aree di memoria riservate ai titolari dei nomi in speciali computer di chi presta il servizio. I titolari possono prelevare i messaggi, leggerli, copiarli, trasmetterli ad altri indirizzi con un apposito programma (Outlook Express, Eudora, Netscape Navigator ecc.). L’e-mail costituisce a tutt’oggi l’impiego più diffuso di Internet, insieme al WWW. Il suo impiego è iniziato nel 1971.

  • E-MAIL ADDRESS

    Nome convenzionale (lett.: indirizzo di posta elettronica) che identifi ca il titolare di un’area di memoria riservatagli in una rete di posta elettronica (v. mail box).

  • E-MID

    1. Piattaforma elettronica per le negoziazioni del mercato monetario riservata alla negoziazione dei depositi interbancari (v. MID), operativa dal 1990 in base a una convenzione promossa dall’ABI alla quale avevano aderito circa 230 banche.

    2. Spa costituita il 10.6.1999 per la proprietà e la gestione della piattaforma e-MID (v. al n. 1 di questa voce). La società è posseduta da 39 dei maggiori partecipanti al mercato telematico. Ha sviluppato e-MIDER, il mercato elettronica per gli swap il cui sottostante è costituito dall’indice Eonia.

  • E-MID REPO

    Sistema multilaterale di negoziazione per contratti pronti contro termine sulla piattaforma e-MID avviato il 26 settembre 2011 dalla e-MID spa. Sono disponibili due tipi di contratti: general collateral e special repo, e in entrambe le tipologie è possibile prevedere l’intervento della controparte centrale.
    Fonte: Banca d'Italia

  • E-PROCUREMENT

    Abbr. di: electronic procurement. Lett.: approvvigionamento elettronico. Con e-procurement si indicano i sistemi di approvvigionamento che portano su Internet i rapporti tra un’azienda e i suoi fornitori (richieste di informazioni, ordini, pagamenti, informazioni sullo stato della spedizione e altre informazioni). Fa parte del segmento B2B e G2B (v.e-commerce; e-government).

  • E-PUBLISHING

    Abbr. di: electronic publishing. Lett.: attività di edizione elettronica. Commercio elettronico di beni e servizi digitalizzati destinati al consumo (v. e-business; e-commerce). Comprende riviste, libri e altri testi elettronici, accesso a database e a biblioteche virtuali, immagini, film, audiovisivi e altri prodotti animati, suoni e combinazioni multimediali di tutti i prodotti precedenti. Può richiedere tecnologie e software particolari per il download, la lettura e la riproduzione.

  • EADB

    Acr. di: East African Development Bank. Banca regionale di sviluppo, prevista dal Trattato di cooperazione dell’Africa Orientale (Treaty for East African Cooperation) tra Kenya, Tanzania e Uganda, entrato in vigore il 1°.12.1967. La Banca venne poi effettivamente costituita con sede a Kampala (Uganda) in base a un nuovo trattato dei tre Stati del 23.7.1980. Obiettivi della Banca è l’assistenza finanziaria e tecnica per gli investimenti in agricoltura, industria, foresta, turismo, trasporti e infrastrutture con preferenza per i progetti che comportano una cooperazione regionale. La banca è retta da un Governing Council composto dai tre Ministri degli Stati membri, da un Board of Directors composto da non più di dieci e non meno di cinque membri in carica per tre anni e rieleggibili e da un Director General eletto dal General Council e che resta in carica per cinque anni ed è rieleggibile. I soci si distinguono in due classi: class A, comprendente i tre governi di Kenya, Tanzania e Uganda col 23,5% ciascuno; class B comprendente la FMO olandese col 19,6%, la DEG tedesca col 2,8%, l’AfDB col 14,1% e altri minori con l’1,8%.

  • EARLY STAGE FINANCING

    Tipologia di intervento al capitale di rischio da parte di società di merchant banking e di venture capital, destinato al finanziamento alla fase iniziale di sviluppo dell’azienda e/o del prodotto, che può suddividersi in finanziamento alla sperimentazione, all’avvio dell’attività o alla prima fase. Nel primo caso, denominato seed financing, l’investitore interviene con modesti apporti finanziari nella fase di sviluppo iniziale di un progetto e di predisposizione del relativo piano di fattibilità commerciale. Nello start-up financing, l’investitore interviene con elevati apporti finanziari nella fase di avvio dell’attività produttiva. Nel first-stage financing, infine, l’investitore interviene con elevati apporti finanziari dopo che l’attività produttiva è stata avviata ma non si ha ancora un oggettivo riscontro della validità commerciale del prodotto-servizio. Gli interventi di venture capital per imprese o prodotti già sviluppati e maturi e che necessitano di capitali per consolidare la crescita sono detti di expansion financing (q.v.).

  • EARLY STAGE FINANCING (Enciclopedia)

    (Si veda anche voce del Dizionario: Early Stage Financing)
    Operazione di acquisizione temporanea di quote di partecipazione al capitale di società, da parte di un intermediario specializzato, finalizzate a finanziarne la fase iniziale (early stage), con lo scopo di dismetterle in un arco temporale medio/lungo al fine di realizzare un guadagno in conto capitale.
    Gli interventi di early stage financing sostengono le fasi iniziali di un’impresa o di un business e sono rivolti molto spesso al settore tecnologico, dove gli alti tassi di crescita attesi che si legano all’innovazione di prodotto consente di formulare ipotesi di uscita nel medio termine pur partendo da livelli dimensionali minori. Si distinguono: (i) investimenti di seed capital, orientati a finanziare le prime fasi di sviluppo di un business o di un brevetto tecnologico; (ii) investimenti di start up, volti a finanziare la fase di avvio dell’impresa, fornendo il capitale iniziale e l’organizzazione amministrativa e/o commerciale quando, ad esempio, è stato sviluppato un brevetto.
    Sono generalmente interventi effettuati attraverso aumenti di capitale successivi, volti a sostenere l’impresa nelle sue fasi di sviluppo.
    Il grafico 1 evidenzia l’evoluzione degli investimenti di early stage in Italia.
    Graf. 1

    Il presupposto per tali interventi è rappresentato in ogni modo dalle veloci prospettive di crescita della società o del business di riferimento e dalla presenza di un imprenditore con validi progetti di sviluppo e/o brevetti che necessitano di essere commercializzati. Per tali motivi, la maggior parte degli investimenti di early stage è rivolta al settore tecnologico, in grado di assicurare alti tassi di crescita attesi del business sottostante, rispetto ai settori tradizionali. In Italia, rimane relativamente modesto il peso percentuale degli investimenti di private equity in imprese high tech (grafico 2)
    Graf. 2

    In generale, da un punto di vista della creazione di valore dell’investitore, il successo delle iniziative di venture capital è legato allo sviluppo del business sottostante, in termini di innovazione di prodotto, di creazione di un nuovo segmento di mercato o di aumento delle quote di mercato dell’impresa finanziata, che possono portare a rendimenti significativi e superiori rispetto ad investimenti di private equity, anche se maggiormente volatili (grafico 3)
    Graf. 3.

    A fronte di rendimenti attesi superiori, per l’investitore in venture capital, vi sono ulteriori rischi che si aggiungono a quelli comunemente presenti in investimenti di private equity.
    Vi è innanzitutto un rischio tecnologico, legato al mancato successo del business oppure all’obsolescenza del prodotto che, nell’ambito della tecnologia, può presentarsi con una rapidità maggiore rispetto ai  prodotti tradizionali. Vi è inoltre un rischio legato al timing dell’iniziativa, poiché eventuali competitors possono entrare sul mercato con un prodotto simile o con caratteristiche superiori con maggiore facilità e rapidità.
    Particolarmente significativo è inoltre il rischio di rifinanziare l’iniziativa, nell’ambito dei suoi diversi stadi di sviluppo, poiché diversI progetti tecnologici presentano cash flow attesi molto diluiti nel tempo. Non è un caso che diversi venture capitalist allochino una parte del capitale a finanziare fasi di sviluppo successive delle aziende (follow on investments). La programmazione di tali interventi successivi è peraltro difficile e non sempre prevedibile ex ante.
    Inoltre in tali imprese è maggiormente accentuato il rischio di management, poiché le singole iniziative sono legate allo sviluppo di un’idea proveniente molto spesso da un ricercatore o un gruppo di ricercatori.
    Sussistono, perlatro, maggiori rischi legati alla dimensione delle imprese: in presenza di early stage financing le imprese sono ad uno stadio embrionale e se lo sviluppo del prodotto non le porta a dimensioni significative nell’arco temporale di investimento, è possibile che si manifestino difficoltà nello smobilizzo della partecipazione. Tale rischio è maggiormente accentuato se l’investitore acquisisce una quota di minoranza, con difficoltà ulteriori nel controllare strategicamente l’impresa e a dismettere l’investimento.
    Tali investimenti, da ultimo, hanno per l’intermediario minori garanzie patrimoniali, essendo l’impresa in una fase di vita iniziale, e minori protezioni in termini di governance, e presentano, quindi, un rischio superiore rispetto agli investimenti di private equity, correlato, oltre che agli elementi prima evidenziati, anche alla maggior mortalità di tali imprese, in particolare se operano in settori tecnologici,  oltreché alla maggiore difficoltà di smobilizzo, in particolare se l’impresa non riesce a sostenere i tassi di crescita stabiliti inizialmente.
    Per la presenza di tali maggiori rischi, gli investimenti di early stage sono spesso effettuati da intermediari specializzati come venture capital funds; la scarsità di investimenti in tale settore giustifica l’interesse per l’operatore pubblico a sostenere iniziative innovative (grafico 4).
    Graf. 4

    Redattore: Gianluca CALISE
    © 2009 ASSONEBB

     

  • EASDAQ

    Acr. di: European Association of Securities Dealers Automated Quotation. Chiuso, dopo vicissitudini, nel 2003, era una borsa internazionale avviata nel 1996 a Bruxelles da una novantina di organizzazioni finanziarie pubbliche e private per aprire un mercato pan-europeo on-line come il Nasdaq newyorchese. Era stata costituita con autorizzazione dell’authority belga quale mercato telematico regolamentato ai sensi della normativa comunitaria sui servizi di investimento, finalizzato alla quotazione di società ad alto potenziale di crescita a orientamento europeo o internazionale, non necessariamente di piccole dimensioni ed era definita “pan-europea” in quanto le società quotate, gli intermediari operanti e gli azionisti della società mercato appartenevano ai diversi Paesi europei. L’Easdaq si caratterizzava, in primo luogo, per l’indipendenza, per il fatto di essere nato per iniziativa di intermediari, di non appartenere territorialmente a nessun Paese pur essendo stato costituito come società di capitali in Belgio e per la totale autonomia, non essendo vincolato da rapporti di dipendenza organica a nessun altro mercato ufficiale, com’è invece nel caso dell’AIM in Inghilterra e del second marché in Francia. Un accordo con il Nasdaq consentiva alle società di essere quotate anche su quel mercato con evidenti vantaggi in termini di visibilità e immagine ed ulteriori opportunità di offerta per investitori e risparmiatori. L’obiettivo di realizzare in cinque anni qualche centinaio di IPO (v. offerta pubblica iniziale) in modo di avere altrettante quotazioni a listino non è stato raggiunto. Le società quotate sono state soltanto una sessantina, di metà delle quali fallite. L’Easdaq è stato acquistato dal Nasdaq nel 2001 (e rinominato Nasdaq Europe) ed è stato chiuso nel 2003.

  • EBIAT

    Acr. di: Earnings Before Interest After Taxes. Indicatore della performance finanziaria di un’impresa variante dell’EBIT, corrispondente a tutti i profitti, operativi e non, prima della deduzione di interessi passivi, ma non delle tasse.

  • EBIT

    Acr. di: Earnings Before Interest & Tax. Indicatore della performance finanziaria di un’impresa corrispondente a tutti i profitti, operativi e non, prima della deduzione di interessi passivi e tasse.

  • EBITD

    Acr. di: Earnings Before Interest, Tax and Depreciation. Indice di performance finanziaria che comprende tutti i profitti lordi, operativi e non operativi prima della deduzione di interessi passivi, imposte, ammortamenti.

  • EBITDA

    Acr. di: Earnings Before Interest, Taxes, Depreciation and Amortization. Indice di performance finanziaria calcolato da ricavi meno costi, escludendo da questi interessi passivi, imposte, ammortamenti e svalutazioni. Corrisponde al concetto italiano di margine operativo lordo (MOL). È utile per confrontare la redditività tecnico-economica di imprese in quanto elimina le componenti delle politiche finanziarie e di bilancio. Non va confuso con il cash flow. L’EBITDA è entrato nell’uso corrente negli anni Ottanta con la comparsa della pratica del leveraged buy-out ed è oggi generalmente usato, come agli inizi, per misurare la capacità di una società di far fronte ai pagamenti del servizio del debito. Oggi, per le società high-tech, che nei primi anni di vita difficilmente realizzano profitti, si giudica favorevolmente la presenza almeno di un valore positivo di EBITDA. Un MOL positivo indica, infatti, che la società realizza utili tali da coprire i costi operativi e il costo del personale. In effetti, per i primi anni di vita è difficile che le società high-tech realizzino utili.

  • EBITDAR

    Acr. di: Earnings Before Interest, Taxes, Depreciation, Amortization and Restructuring Costs. Indice utile per valutare la capacità di un’impresa a sostenere i costi di un piano di ristrutturazione. È dato da ricavi meno costi, escludendo da questi interessi passivi, imposte, ammortamenti tecnici e costi di ristrutturazione.

  • EBITDAX

    Acr. di: Earnings Before Interest, Taxes, Depreciation, Depletion, Amortization, and Exploration Expenses. È dato da ricavi meno costi, escludendo da questi interessi passivi, imposte, ammortamenti tecnici e finanziari, spese di ricerca mineraria. È un indicatore della performance finanziaria adatto a società di estrazione del petrolio (per le quali misura il vero ebitda) ed è utile in caso di acquisizioni di società in quanto misura la capacità di coprire i pagamenti per il rimborso dei debiti accesi per il takeover.

  • ECA

    Acr. di Export Credit Agencies. Organizzazioni nazionali di credito all’esportazione che assicurano specialmente i rischi non commerciali, ma anche quelli commerciali ordinari. Le ECA possono limitarsi alla sola attività assicurativa e alla prestazione di garanzie (così p.e. in Francia, Italia e Germania), oppure essere miste e unire anche l’attività di finanziamento e di sottoscrizione di capitale di rischio (come p.e. in Canada e negli Stati Uniti). Le principali ECA sono la francese Compagnie Française d’Assurance pour le Commerci Exterieur (COFACE), la tedesca Hermes che col partner francese Euler è il più grande gruppo di assicurazione crediti, la giapponese Nippon Export and Investment Insurance (NEXI), l’Export Credits Guarantee Department inglese (ECGD), la canadese Export Development Canada (EDC). Negli Stati Uniti l’assicurazione dei crediti all’esportazione è prestata dall’Export-Import Bank of the United States (EX IM BANK), che svolge anche attività di finanziamento. Per alcuni Paesi di religione islamica opera l’Inter-Arab Investment Guarantee Corporation (IAIGC). In Italia opera l’Istituto per i Servizi Assicurativi del Commercio Estero (SACE) che è stato istituito dal d.lg. 31.3.1998 n.143 e che è subentrato alla precedente Sezione speciale istituita con la stessa sigla istituita dalla l. 24.5.1977 n. 227 presso l’INA. La Banca mondiale ha istituito un’agenzia apposita, la MIGA, per i rischi non commerciali. Le ECA sono state promosse e possedute dai Governi (con l’eccezione della tedesca Hermes) e sono o sono state società pubbliche, enti pubblici o anche (in Giappone e UK) uffici di ministeri. Di recente alcune sono state privatizzate e aperte all’ingresso di privati (EDC; COFACE) o trasformate in società (NEXI, in Giappone). Questo indirizzo estende l’adozione di criteri commerciali e porta all’abbandono di criteri politico-assistenziale nell’assunzione dei rischi.

  • ECCESSO DI POTERE

    Vizio che si verifica ogni qualvolta l’atto amministrativo realizza un interesse diverso da quello al quale l’ordinamento lo aveva istituzionalmente preposto. Secondo la giurisprudenza l’eccesso di potere si realizza non solo quando la divergenza dell’atto dalla sua funzione tipica sia effettiva (ipotesi che si riassume sotto il nome di sviamento di potere), ma pure quando essa è soltanto potenziale (p.e., perché emerge il dubbio che l’atto sia stato adottato sulla base di un’inesatta rappresentazione della realtà): in quest’ultimo caso, allora, l’eccesso di potere assume l’aspetto di un vizio intervenuto nell’iter logico di formazione dell’atto. Normalmente, si distinguono diverse forme di eccesso di potere. Di queste, alcune sono intrinseche all’atto stesso: così, la motivazione inesistente, la motivazione insufficiente (si omette di prendere in considerazione qualcuna delle circostanze rilevanti), la motivazione incongrua (si motiva riferendosi a elementi irrilevanti), la motivazione dubbiosa (si assumono a fondamento fatti dei quali si esclude la certezza). Altre forme, invece, sono estrinseche all’atto: p.e., l’esistenze di norme o di prassi deponenti in senso contrario al provvedimento adottato. Parte della dottrina ha ritenuto sussistente l’eccesso di potere anche nei casi di ingiustizia grave e manifesta e in quelli di disparità di trattamento in situazioni identiche tra loro. Queste ipotesi, però, concretano manifestazioni di parzialità dell’Amministrazione e rappresentano quindi violazioni di precise norme giuridiche (contenute negli artt. 3 e 97 Cost.); pertanto, non si tratta di eccesso di potere, bensì di violazione di legge. Di eccesso di potere in senso lato, infine, si parla anche per indicare qualsiasi arbitrario sconfinamento di una pubblica autorità nelle attribuzioni di un potere diverso da quello al quale la stessa appartiene (legislativo, giudiziario, esecutivo). Tale figura, tuttavia, viene denominata più propriamente incompetenza assoluta. Per l’eccesso di potere del rappresentante v. rappresentanza.

  • ECCEZIONE

    In diritto processuale, le ragioni su cui il convenuto si fonda per chiedere la reiezione delle domande attrici. Vi sono fatti dei quali il giudice deve tener conto, quando risultino comunque accertati, anche se il convenuto non li fa oggetto di una sua eccezione (p.e.: l’avvenuto pagamento). Altri fatti, invece, non possono spiegare il proprio effetto se il convenuto non li fa valere espressamente allo scopo di ottenere il rigetto dell’azione (p.e., la prescrizione e la decadenza). In quest’ultima ipotesi si hanno eccezioni in senso stretto, le quali possono essere “di fatto” o “di diritto”. Le eccezioni di fatto consistono nella contestazione della verità dei fatti invocati dall’attore (il venditore, citato in giudizio perché avrebbe venduto cose affette da vizi, contesta l’esistenza del vizio addebitato), o nell’affermazione di fatti impeditivi o estintivi rispetto alle pretese dell’attore (il contraente convenuto per una pretesa inadempienza al contratto, eccepisce che è stato l’attore a violarlo per primo; il debitore convenuto per il pagamento del debito oppone in compensazione un credito che egli vanta a sua volta contro l’attore). Le eccezioni di diritto, invece, possono consistere o nella negazione che al caso in esame sia da applicare la norma invocata dall’attore (il convenuto si oppone alla richiesta di divorzio avanzata dall’altro coniuge, affermando che i fatti invocati non sono sufficienti ad integrare una delle cause di divorzio previste dal legislatore), oppure nella negazione che la norma invocata preveda le conseguenze volute dall’attore (il venditore convenuto per vizi della cosa venduta contesta di doverne fornire delle altre immuni da vizi, asserendo di essere tenuto soltanto alla restituzione del prezzo). Se riguardano non il merito della causa ma il processo, le eccezioni vengono chiamate, appunto, processuali (p.e.: l’eccezione di incompetenza).

  • ECCO LA BOMBA DERIVATI NASCOSTA NEI CONTI DELLE REGIONI

    La Corte dei Conti dal 2010 effettua una intensa attività di accertamento sui bilanci delle Regioni italiane, a Statuto Ordinario e non. Questo grazie al Federalismo Fiscale e alla rigidità dei vincoli europei che hanno finalmente messo un limite all’anarchia contabile degli enti locali italiani.

    L’articolo completo è disponibile qui

  • ECGD

    Acr. di: Export Credits Guarantee Department. Agenzia governativa inglese, fondata nel 1919, con sede a Londra per il credito all’esportazione, amministrativamente e contabilmente separata, rispondente solo al Secretary of State for Trade and Industry, in base al 1991 Export and Investment Guarantees Act. L’Agenzia ha oltre ottant’anni di esperienza di rapporti e di sostegno con esportatori, sponsors di progetti, banche e importatori mediante finanziamenti, assicurazioni dei crediti e, inoltre, di aiuto ai piccoli esportatori e assicurazione degli investimenti esteri per le società inglesi.

  • ECN

    Acr. di Electronic Communications Network. In generale ogni rete di telecomunicazione elettronica è un ECN, specialmente se chiusa e riservata ai soli aderenti. Sono tali le reti (p.e. la Rete Nazionale Interbancaria nel nostro Paese) tra associazioni di banche per lo scambio di messaggi e di fondi tra le affiliate (in amer.: bankwires). Nei mercati finanziari, in specie quelli borsistici, l’ECN indica però propriamente una struttura che presta a pagamento un servizio di contrattazioni in rete. Il primo ECN, l’Instinet della Reuters, è sorto negli Stato Uniti nel 1970 inizialmente ritagliandosi una nicchia nel mercato degli after-hours services, ma solo per gli intermediari finanziari (business-to-business). Successivamente altri sono entrati e l’attività si è estesa al periodo di contrattazione delle borse e si è aperta anche ai privati risparmiatori (on-line brokerage). Attualmente operano negli Stati Uniti nove ECN approvate dalla SEC: Instinet, Island, Bloomberg Tradebook, Archipelago, REDIBook, Strike, Attain, NexTrade, GFISecurities, Market XT (quest’ultimo opera solo nel mercato after-hours). Il volume degli scambi incanalato dagli ECD si aggira intorno al 30% di quello del NASDAQ e al 5% del NYSE. Un ECD raccoglie gli ordini che i clienti gli inviano da un personal computer o da altro mezzo di trasmissione. Gli ordini vengono inseriti in un sistema elettronico che incrocia automaticamente la domanda con l’offerta, fin dove possibile. Gli ordini che non trovano contropartita vengono dirottati verso un altro ECN o verso il mercato ufficiale del NYSE o del NASDAQ. Gli ECN sono dunque borse elettroniche, parallele rispetto a quelle ufficiali. Essi operano senza l’intervento degli intermediari e, grazie alla tecnologia impiegata, rispetto al brokeraggio tradizionale offrono un’alternativa vantaggiosa in termini di minori costi per l’investitore, maggior velocità di negoziazione, apertura al risparmiatore privato, operatività anche 24 ore su 24 da tutto il mondo in regime di best execution., trasparenza; informazioni real time su prezzi e rischi e contratti, facilità di accesso. In Italia gli ENC rientrano nella disciplina dei sistemi di scambi organizzati ex art. 78 TUF secondo la regolamentazione Consob. Nel 2000 ha preso a operare TLX, un ECN organizzato da Tradinglab di UniCredito. TLX consente di operare su strumenti finanziari italiani, europei e americani ma solo nel segmento business-to-business e cioè per conto di banche e SIM. Queste restano gli unici agenti abilitati a trattare col cliente finale.

  • ECOFIN

    Sigla per indicare il Consiglio dei ministri economici e finanziari dell’UE.

    Il Consiglio Economia e Finanza (ECOFIN) è composto dei ministri dell'economia e delle finanze degli Stati membri, nonché dai ministri del bilancio quando sono in discussione questioni di bilancio. Si riunisce una volta al mese. I principali settori sui quali interviene l’ECOFIN riguardano: il coordinamento delle politiche economiche, il monitoraggio della situazione economica, il controllo della politica di bilancio e delle finanze pubbliche degli Stati membri, l’euro, i mercati finanziari e i movimenti di capitali, le relazioni economiche con i paesi terzi.
    Nella maggior parte dei casi decide a maggioranza qualificata, in consultazione o in codecisione con il Parlamento europeo, con l'eccezione delle questioni fiscali in cui le decisioni sono assunte all'unanimità.
    Inoltre, il Consiglio ECOFIN prepara e adotta ogni anno, assieme al Parlamento europeo, il bilancio dell'Unione europea.

    Link: http://www.consilium.europa.eu/showpage.aspx?id=250&lang=it

     

     

     

     

    Redattore: Cristiana MENE’
    © 2011 ASSONEBB

  • ECONOMIA AZIENDALE

    L’economia aziendale studia le condizioni di equilibrio dinamico monetario, finanziario, patrimoniale ed economico dei sistemi aziendali nel breve e nel lungo periodo, in relazione alle risorse umane e di capitale e all’ambiente esterno. Oggetto di studio della disciplina è l’azienda come un tutto unitario, che non può essere ridotto alla semplice somma delle parti (che sono sottosistemi interdipendenti: gestione, informazione -studiata dalla ragioneria -, organizzazione) in quanto queste ultime sono strettamente collegate in relazione al perseguimento del fine aziendale. In questo senso si può affermare che l’economia aziendale è una disciplina che unifica gli studi specialistici sui diversi aspetti del sistema aziendale.

  • ECONOMIA BANCARIA

    Disciplina economica concernente lo studio delle funzioni delle banche, fra cui assumono particolare rilevanza quella di intermediazione creditizia e quella monetaria. La prima si sostanzia nella raccolta di risparmio presso il pubblico e nella concessione di prestiti prevalentemente a breve termine: ciò non implica una pura funzione di mediazione, poiché la banca si interpone tra soggetti con posizioni di debito e credito, assumendo rischi bancari connessi all’attività di trasformazione delle caratteristiche quantitative e qualitative dei fondi. La seconda discende dalla peculiarità della forma tecnica prevalente di provvista delle banche, i depositi a vista, che sono in grado di sostituire la moneta legale nelle sue diverse funzioni ed in particolare in quella di strumento di pagamento. L’attività delle banche influenza, pertanto, l’andamento della liquidità del sistema attraverso il meccanismo del moltiplicatore monetario e cioè mediante l’iterazione del processo di raccolta di fondi ed erogazione degli impieghi. Queste caratteristiche specifiche delle banche sono alla base del più rigido controllo a fini di tutela dei depositi e di politica monetaria a cui le stesse sono sottoposte rispetto ad altriintermediari finanziari. Le banche rappresentano il principale operatore nel segmento a breve termine dell’intermediazione creditizia.

  • ECONOMIA CIRCOLARE

    E' un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera.
    “L’economia circolare è dunque un sistema economico pianificato per riutilizzare i materiali in successivi cicli produttivi, riducendo al massimo gli sprechi.
    Il modello economico lineare ‘take-make-dispose’ si basa sull’accessibilità di grandi quantità di risorse ed energia ed è sempre meno adatto alla realtà in cui ci troviamo ad operare. Le iniziative a sostegno dell’efficienza … che lavorano per la riduzione delle risorse e dell’energia fossile consumata per unità di produzione … da sole possono ritardare la crisi del modello economico, ma non sono sufficienti a risolvere i problemi dati dalla natura finita degli stock.
    Si pone quindi come necessaria la transizione dal modello lineare ad un modello circolare, che nella considerazione di tutte le fasi … dalla progettazione, alla produzione, al consumo, fino alla destinazione a fine vita … sappia cogliere ogni opportunità di limitare l’apporto di materia ed energia in ingresso e di minimizzare scarti e perdite, ponendo attenzione alla prevenzione delle esternalità ambientali negative e alla realizzazione di nuovo valore sociale e territoriale”.

    Le 10 dimensioni della Circolarità

    La griglia dei criteri del progetto Storie di Economia Circolare individua 10 dimensioni della Circolarità, divisa ciascuna in un numero variabile di indicatori.
    La griglia è divisa nello specifico in sette dimensioni di circolarità economica ed ambientale e tre dimensioni di sostenibilità sociale.
    Ad ognuna delle dimensioni sono stati associati criteri specifici per la valutazione delle esperienze mappate, riportati in sintesi nel paragrafo precedente e per il dettaglio dei quali si rimanda al testo delle Linee Guida per la Mappatura delle Storie di Economia Circolare, validate dal Comitato Scientifico.
    L’identificazione delle dieci dimensioni ha tenuto conto della valorizzazione delle ricadute sociali delle esperienze mappate, ponendo come presupposto la saldatura tra la dimensione della giustizia sociale e quella della giustizia ambientale.
    Il valore condiviso di un’esperienza economica e, in particolare, la sua ricaduta territoriale rappresentano dunque importanti elementi di valutazione delle esperienze economiche che consentono di uscire da valutazioni esclusivamente econometriche.
    Ulteriore strumento di orientamento per l’attività di mappatura, a supporto dei criteri definiti dalle linee guida, è il codice etico, che contiene i principi etici cui è ispirato il lavoro di censimento e raccolta delle esperienze.

    7 criteri di circolarità

    • ECODESIGN … Progettazione di prodotti che possano durare a lungo, il cui smontaggio sia semplice,
    in modo da permettere facilmente la riparazione e/o il riutilizzo e/o il recupero dei prodotti nella loro interezza o nei loro frazionamenti (circular design, design-out waste, etc.).
    • APPROVVIGIONAMENTO MATERIALI E RISORSE … Impatto ambientale dell’approvvigionamento energetico e scelta di fonti rinnovabili e sostenibili.
    • CONSUMO MATERIALI E RISORSE … Utilizzo efficiente delle risorse in tutte le fasi della produzione e sostituzione delle materie prime vergini con materie prime seconde derivanti da filiere del riciclo. Efficienza energetica ovvero ottimizzazione del consumo di energia attraverso politiche di riduzione mirate.
    • GESTIONE RIFIUTI, SCARTI ED EMISSIONI … Impatto ambientale della gestione degli scarti di produzione, dei rifiuti e dei prodotti arrivati a fine vita.
    • TRASPORTI E DISTRIBUZIONE … Impatto ambientale dei trasporti connessi alle varie fasi del processo produttivo, della distribuzione e della logistica.
    • PROMOZIONE DI STILI DI VITA SOSTENIBILI … Promozione di comportamenti virtuosi dei dipendenti/soci/volontari attraverso l’uso e la diffusione di strumenti a supporto di: riduzione del consumo di energia e acqua, riduzione dei rifiuti e loro corretta gestione, mobilità sostenibile.
    • FILIERA CIRCOLARE … Costruzione della filiera sulla base di criteri di compatibilità ambientale e sociale.

    3 criteri di sostenibilità ambientale e sociale

    • VALORE CONDIVISO e COMUNITÀ TERRITORIALI … Impatto sulle altre realtà connesse (filiere o extra filiera) in termini di massimizzazione della compatibilità ambientale e di creazione di valore sociale condiviso; sviluppo di altre forme economiche, organizzate in forme plurali (pluralismo delle forme organizzative) e che possano immettersi nel tessuto economico.
    • INCLUSIVITÀ SOCIALE … Accrescimento del tasso di inclusività economica delle fasce svantaggiate e dei soggetti a rischio esclusione sociale attraverso il sostegno e il rafforzamento di esperienze di economia sociale legate al territorio. Creazione di valore sociale oltre che economico secondo un approccio di valore condiviso con particolare attenzione al coinvolgimento dei soggetti svantaggiati.
    • REPORTING / ACCOUNTABILITY / CERTIFICAZIONI AMBIENTALI E ALTRE FORME DI GESTIONE AMBIENTALE … Esistenza di attività di reporting che analizzino, qualifichino, certifichino e/o rendano comunicabili le informazioni ambientali.

    Link: http://www.economiacircolare.com/

    2019 Assonebb

  • ECONOMIA D'IMPRESA

    Disciplina economica concernente l’applicazione di metodologie e tecniche proprie della microeconomia ai problemi d’impresa. Essa indaga, in particolare, i problemi di natura produttiva di breve e di lungo periodo, approfondendo in modo specifico le tematiche connesse alle funzioni e ai costi di produzione, e analizza la struttura dei mercati. Studia, inoltre, lo sviluppo dell’impresa e gli aspetti relativi alla massimizzazione del profitto, alla selezione e scelta degli investimenti, della domanda e dell’offerta di capitali finanziari.

  • ECONOMIA DI MERCATO

    Regime di un sistema economico in cui le decisioni su che cosa e su come produrre, distribuire, consumare e investire sono rimesse agli agenti che procedono agli scambi nei diversi mercati secondo la legge della domanda e dell’offerta e non a scelte amministrative pianificatrici dello Stato. L’espressione è abbastanza generica e per certi versi ambigua, potendo riferirsi a un mercato di concorrenza perfetta bilaterale, oppure a un mercato in cui siano presenti monopolio od oligopolio. Nel linguaggio corrente con economia di mercato si indicano le economie dei Paesi occidentali che, di fatto, sono ad economia mista.

  • ECONOMIA MISTA

    Regime di un sistema economico in cui operano imprese private e imprese di proprietà pubblica, per lo più sotto una estesa regolamentazione amministrativa. Di fatto tutte le economie occidentali sono economie miste. Ciò che le differenzia l’una dall’altra e ciascuna nel tempo è la quota di produzione e di distribuzione detenuta dalle imprese pubbliche e l’estensione e la profondità più o meno pervasive della regolamentazione amministrativa. Si va, dunque, da economie miste che si avvicinano alle economie di tipo sovietico e a quelle dei regimi fascisti a economie miste del tipo di quella statunitense. Il regime politico non sembra caratterizzante. Nel nostro Paese, p.e., l’economia mista ereditata dal periodo fascista è stata rafforzata dai Governi del dopoguerra fino agli anni Ottanta aumentando alquanto la presenza delle imprese pubbliche e accrescendo la regolamentazione amministrativa. Negli ultimi dieci anni si è avuto un processo inverso di deregulation e di privatizzazione delle imprese pubbliche, indotto dalla politica comunitaria e dall’andamento internazionale. Tuttavia è difficile immaginare, oggi, un sistema moderno in cui tutte le attività produttive sono rimesse alla libera iniziativa privata e senza regolamentazioni di sorta.

  • ECONOMIA MONETARIA

    Denominazione sotto la quale si denomina un sistema economico in cui si faccia uso di moneta (in contrapposizione all’economia di baratto) o lo studio del ruolo della moneta in tale sistema. Le funzioni della moneta, attorno alle quali ruota l’analisi di un’economia monetaria, vengono tradizionalmente individuate nell’impiego di essa quale unità di conto, mezzo di scambio e riserva di valore. A tale triade di usi, nell’impostazione proposta da John Hicks (1904-1989), si contrappone la triade delle motivazioni individuali che inducono gli agenti a detenere moneta: la necessità delle transazioni correnti, la precauzione verso eventi non programmati e l’intento di guadagni speculativi. Nella teoria economica “classica”, che si riassume nella teoria quantitativa della moneta, la moneta è tradizionalmente concepita come un velo sovrapposto alle grandezze economiche reali, un filtro che temporaneamente e senza conseguenze si frappone tra una transazione e quella successiva. La dicotomia tra grandezze reali e monetarie che ne discende rende tuttavia difficoltosa l’introduzione della moneta tra gli argomenti della teoria dell’equilibrio economico poiché in sostanza essa opera una radicale distinzione tra moneta e beni, laddove il comportamento individuale, motivato unicamente dalle possibilità di consumo, può risultare funzione di questi ultimi soltanto. La stessa teoria keynesiana, che, concentrandosi sul motivo speculativo, evidenzia il legame moneta-reddito passante attraverso la sostituzione di attività liquide a investimenti produttivi in circostanze di bassi livelli di attività e di aspettative di tassi di interesse crescenti, non avanza una relazione di equilibrio relativa alla moneta. L’esplicitazione di una vera e propria domanda di moneta quale componente macroeconomica si trova semmai nelle formulazioni successive alla teoria di John Maynard Keynes (1883-1946), frutto della c.d. “sintesi neoclassica”, nelle quali le difficoltà sottostanti alla dicotomia moneta-beni sono più stridenti. La considerazione di queste difficoltà concettuali ha aperto la via alla ricerca dei fondamenti microeconomici della teoria monetaria, intrapresa in modo sistematico da Don Patinkin (nato nel 1922) negli anni Cinquanta e Sessanta, lungo linee che riprendono l’eredità classica, e si contrappongono al tentativo di analisi compiuto da Keynes. Si deve a Robert Wayne Clower (nato nel 1926), traduttore di diverse intuizioni keynesiane dal punto di vista walrasiano, invece l’asserzione che una effettiva integrazione della moneta nella teoria del valore importa l’abbandono degli schemi dell’equilibrio economico generale. Da tale presupposto si sviluppa l’insieme degli studi che fonda la teoria della moneta sul concetto di “disequilibrio” del sistema economico, per il quale l’aggiustamento prodotto nei prezzi relativi dei beni opera in modo imperfetto e graduale, dando luogo quelle variazioni nelle quantità reali che, secondo la scuola classica, non possono trarre origine da variazioni monetarie. Un ulteriore sviluppo nello studi del ruolo della moneta si realizza con l’approccio degli equilibri temporanei, nell’ambito del quale l’esistenza del moneta si lega alla incompletezza d mercati che impedisce agli agenti di poter concludere transazioni relative ogni futura data o di potersi assicura: contro ogni evento previsto, e determina, così, la necessità di scorte monetarie. Un ultimo sviluppo, infine, si richiama al concetto di search equilibrium, che caratterizza il comportamento di agenti economici che ignorano identità, gusti e dotazioni di coloro coi quali possono compiere transazioni reciprocamente vantaggiose. Si impone loro di porsi in cerca di agenti siffatti, necessariamente sopportando i costi di tale attività. Detenere scorte monetarie emerge quale soluzione del problema individuale di minimizzazione dei costi di ricerca imposti d processo delle transazioni.

  • ECONOMIA SOCIALISTA DI MERCATO (ENCICLOPEDIA)

    Abstract

    Con il termine economia socialista di mercato si indica la struttura economica della Cina odierna, caratterizzata da un sistema misto tra mercato e pianificazione. All’interno di questo sistema l’autoritarismo politico, dovuto all’esistenza di un regime socialista sin dal 1949, diviene compatibile con un’economia di mercato sviluppatasi dai processi di riforma degli anni Ottanta. Tale compatibilità va ricercata nella gradualità con la quale la Cina ha avviato la ristrutturazione di un sistema economico di tipo marxista verso le regole del mercato. Questa gradualità, se da una parte è stata un fattore imprescindibile per favorire il successo delle riforme, dall’altra ha lasciato in piedi alcuni fattori di instabilità. Il gradualismo delle riforme ha infatti creato un sistema in cui convivono imprese private e pubbliche, prezzi di mercato e prezzi decisi dalla pianificazione, tutela della proprietà privata e ideologia comunista, concorrenza e interventismo statale.

    Il termine “economia socialista di mercato” è utilizzato per la prima volta nel 1992 nel XIV Congresso del Partito Comunista Cinese per indicare il nuovo obiettivo delle riforme economiche. Il concetto s’istituzionalizza con l’introduzione d’importanti modifiche alla costituzione e il termine “economia socialista di mercato” entra ufficialmente nella carta costituzionale per definire il sistema economico e sociale della Cina attuale.

    La Cina si può considerare un’economia sicuramente chiusa, pianificata e ispirata al modello di sviluppo sovietico, dalla rivoluzione comunista cinese del 1949, fino a tutta l’epoca maoista1 e al 1978.

    La nascita dell’economia socialista di mercato, avvenuta sin dai processi di modernizzazione del 1978, segna una linea di netta discontinuità con tale passato maoista, in un mutato contesto internazionale che dagli anni settanta e in tutti gli anni ottanta vede rilevare il fallimento dei regimi comunisti sovietici. L’integrazione delle ex repubbliche sovietiche nell’economia mondiale spinge il PCC a maturare la necessità di cercare una via nazionale al socialismo.

    Negli anni ottanta, seppur nella ferma intenzione di mantenere un sistema economico di tipo socialista, si avvia un ampio programma di riforme strutturali che porta a un progressivo abbandono del sistema pianificato di stampo marxista2

    Il complesso di riforme strutturali, iniziate nel 1978, non conduce a un capitalismo tout court e a un’economia di mercato, ma a un sistema misto che non cessa di essere caratterizzato da un’autonomia di mercato che si scontra di continuo con l’onnipresenza di una massiccia burocrazia di Partito, in tutti i livelli dell’articolazione territoriale.

    Da qui il profilarsi di un “doppio volto” del Paese: il primo dei due volti è caratterizzato da un Partito-Stato nel ruolo di gestore e controllore della vita economica, il secondo è rappresentato dalle trasformazioni economiche sociali avvenute nel tempo, espressione di una società divenuta per effetto delle riforme, sempre più dinamica.

    L’economia socialista di mercato cinese tende a superare lo schema dicotomico di pura contrapposizione
    aut...aut tra socialismo e capitalismo, verso un approccio che mira alla compatibilità per entrambi. Nella cornice istituzionale di un regime comunista, questa trova spazio, agli inizi soltanto in certi settori, quelli del commercio e dei servizi, ma poi, in maniera sempre più diffusa, nello sviluppo incentrato sui prezzi, mercati, imprese e profitti, elementi fondamentali per l’esistenza di un’economia di mercato.

    Un esempio al riguardo si individua nella promulgazione nel 1988 della “Legge sulle imprese industriali di proprietà del popolo”, che adegua il modello di corporate governance delle imprese cinesi agli standard dell’economia di mercato occidentale e le vincola al raggiungimento del profitto capitalistico “ma anche” alla soddisfazione dei doveri della pianificazione socialista.

    Elementi di diversa natura ideologica si fondono in un’espressione, “economia socialista di mercato”, prima facie
    contraddittoria, che porta la falce e il martello ad andare di pari passo con il plusvalore, il profitto e la rendita finanziaria.

    Altro aspetto di compatibilità tra la logica del mercato e l’ideologia marxista riguarda la distribuzione della ricchezza. Fin dall’Ottocento questo concetto occupa un posto centrale all’interno delle teorie economiche. In letteratura, un sistema a economia chiusa e pianificata, tende ad avere una distribuzione della ricchezza egualitaria, al contrario, in un’economia aperta e liberale tale distribuzione è distorta dagli effetti del mercato. Il caso cinese è rappresentativo, poiché una nazione che si professa comunista ha la disuguaglianza dei redditi più alta al mondo con l’indice di Gini3, nel 2010 pari addirittura a 0,61 al di sopra del livello medio mondiale di 0,44.

    Questi elementi, insieme all’istituzionalizzazione della tutela della proprietà privata in un ordinamento socialista, alla presenza sia d'imprese pubbliche che private e al sistema di prezzi a “doppio binario” che riesce a far convivere elementi di matrice capitalista (prezzi di mercato) con elementi di natura socialista (prezzi pianificati), costituiscono alcune delle peculiarità dell’economia socialista di mercato.

    Le strategie “miste” di politica economica del modello di sviluppo cinese, presentano molti parallelismi ma anche molti aspetti che lo discostano dalle tradizionali strategie economico-politiche sia degli Stati liberali sia da quelli caratterizzati da uno Stato sviluppista4. Gli aspetti che contraddistinguono l’economia socialista di mercato s’individuano nel pragmatismo, nel gradualismo delle riforme, nel potente intervento dello Stato sull’economia e sulle esigenze di mercato anteposte alla creazione di un sistema democratico. Proprio per quest’ultimo motivo, inoltre, non è possibile catalogare la Cina esclusivamente come un paese in transizione, giacché se si considerano le esperienze delle ex economie socialiste, in Cina la modernizzazione economica non si accompagna ad alcuna modernizzazione in campo istituzionale5, in contrasto con il modello occidentale il quale esige che il sistema di libero mercato sia accompagnato da un sistema di democrazia liberale.

    Le istituzioni cinesi replicano fattori di successo di un sistema a economia aperta, come l’adesione del sistema dei prezzi di mercato, l’acquisizione dei modelli di corporate governance delle imprese, le esportazioni e la ricezione degli investimenti esteri, ma al tempo stesso adeguano e salvaguardano un’ideologia socialista per la legittimità del PCC, trovando un punto d’incontro tra la crescita economica e la stabilità politica.

    La nuova classe dirigente comprende che è utile solo una parte della modernità occidentale, poiché essa garantisce al regime autoritario di acquisire consenso e legittimità dall’efficacia con cui si serve dei mercati per creare ricchezza.

    In Cina, è lo Stato il principale “timoniere” che guida il Paese verso la modernizzazione economica, in una situazione mondiale che vede diminuire proprio il ruolo dello Stato come principale attore nello scenario internazionale. L'integrazione nell'economia mondiale è, di fatto, stata realizzata per iniziativa e sotto la guida dello Stato-Partito cinese, cosa che smentisce il paradigma neoclassico secondo cui è difficile sostenere che deviazioni dal modello del mercato perfetto possano essere, sul lungo periodo, benefiche per un sistema economico.

    La struttura economico-politica della Cina odierna è un sistema misto in cui, accanto allo spazio sempre maggiore riservato al mercato, continua a essere presente e importante la funzione d’indirizzo esercitata dalle autorità a livello nazionale, ma soprattutto a quello locale.

    Principali riforme economiche del nuovo modello di sviluppo

    Le scelte di politica economica adottate dal 1978 dalla Cina contribuiscono a mutare in profondità il volto del modello socialista maoista introducendo una graduale ristrutturazione del tradizionale sistema economico pianificato verso le regole del mercato.

    Questo processo graduale investe principalmente il settore delle imprese statali, agricolo, bancario, i mercati esteri e il decentramento amministrativo.

    Nel settore delle imprese pubbliche, si riconosce a livello costituzionale la compatibilità dell’iniziativa privata con gli ideali del socialismo, aprendo la strada a un sistema d’imprese non statali votate alla massimizzazione del profitto e non più caratterizzate da un vincolo di bilancio morbido6 che deresponsabilizza gli amministratori. La politica generale in quest’ambito riduce gradualmente il peso delle imprese pubbliche e consentendo a quelle private o collettive, di aumentare rapidamente la propria quota di mercato.

    Nel settore agricolo, vengono gradualmente abolite le comuni7, si procede alla redistribuzione delle terre, la cui proprietà era totalmente dello Stato, e si crea un sistema di responsabilità familiare. Queste riforme agricole offrono un grande incentivo alle famiglie contadine, che hanno in concessione la terra da coltivare e la possibilità di vendere privatamente sul mercato una parte della produzione. La liberalizzazione dei mercati rurali porta all’abbandono parziale del sistema dei prezzi della vecchia economia pianificata, facendolo convivere con uno di mercato, il cosiddetto sistema a “doppio binario”.

    Nel 1983 dal sistema dei prezzi a doppio binario si passa anche a un sistema bancario cinese a due livelli.
    La Cina separa la Banca Centrale (Banca popolare di Cina-PBOC), cui sono affidati esclusivamente compiti macroeconomici, dalle Banche di seconda fila: la Banca Cinese per l'Agricoltura (ABC), la Banca Cinese per l’Industria e il Commercio (ICBC), la Banca della Cina (BOC) e la Banca Cinese per le Costruzioni (CCB). Queste sono le quattro grandi banche pubbliche che, dal 1986, sono autorizzate a farsi concorrenza nei diversi ambiti. Il sistema bancario diviene, per effetto delle riforme, il canale primario per realizzare il finanziamento degli investimenti, poiché il processo di modernizzazione riduce in modo importante la capacità del bilancio statale di mobilitare e allocare le risorse.

    Nel settore dei mercati esteri, invece, l’apertura internazionale avviene sotto l’impulso delle esportazioni, e grazie all’istituzione delle Zone Economiche Speciali8, per l’importazione delle strategie e dei modelli di gestione del capitalismo e degli investimenti dall’estero. Le esportazioni divengono il principale volano della crescita cinese estendendo la competitività dei prodotti esportati dai settori ad alta intensità di lavoro a quelli con un maggiore grado di specializzazione come l’elettronica, di modo che l’economia cinese si trasforma da “fabbrica del mondo”9
    a esportatrice di High Tech.

    Negli anni ottanta, inoltre, si passa da un’economia fortemente centralizzata a una gradualmente più decentralizzata, in cui gli esponenti politici locali delle principali città, delle singole province, gli operatori privati e quelli esteri, conseguono un notevole spazio d’azione. Si stabiliscono i compiti, i profitti da realizzare, i contributi allo Stato, tra le imprese e le autorità amministrative locali. Questo decentramento amministrativo non limita però il forte potere pubblico sui processi economici, fondati sia sulla programmazione dello Stato centrale, ma soprattutto basato sul controllo delle autorità politiche locali, provinciali, di città e di villaggio. A fine anni ottanta la quasi totalità delle imprese pubbliche è sotto il controllo diretto delle autorità locali. Nel caso della Cina, dunque, tutto ciò si formalizza con un apparato di Governo duale del Paese a livello periferico e centrale, locale e nazionale, in cui non è presente una vera scissione tra Stato e Partito.

    Proprietà privata ed economia socialista. Adeguamento giuridico alle esigenze del mercato

    Le caratteristiche del nuovo modello di sviluppo cinese pongono l’accento sull’importanza dell’iniziativa economica privata che si formalizza nell’istituto della proprietà privata.

    Quest’ultima è generalmente considerata il presupposto fondamentale di due rappresentazioni contrastanti del mercato, quella del capitalismo e quella del socialismo, la prima orientata ad accentuare la sacralità della proprietà privata di fronte alla cosa pubblica, la seconda tesa alla sua totale abolizione.

    L’istituto del diritto di proprietà rappresenta il cardine principale del cambiamento del sistema economico cinese, giacché è il collegamento tra un modello a economia pianificata e la scelta di un’economia socialista di mercato.

    Nel 1982, trent’anni dopo la rivoluzione comunista del 1949, la Costituzione accoglie nel suo ordinamento, i principi fondamentali riguardanti l’economia e il sistema di proprietà. Vengono via via modificati gli art. 10, 11, 13 e 15 della costituzione che introducono, per la prima volta, il rafforzamento delle forme di promozione e tutela dell’iniziativa privata, l’ammissione del trasferimento del diritto di utilizzo della terra e l’assegnazione allo Stato del compito di mettere in atto un sistema fondato sull’economia socialista di mercato. Si consentono l’esistenza delle imprese private e il loro sviluppo; si riconosce il carattere complementare rispetto all’economia pubblica socialista e si tutelano i diritti di proprietà.

    Il presupposto di tale processo di adeguamento costituzionale risiede nell’interesse della Cina di facilitare, anche attraverso gli strumenti giuridici, il passaggio da un’economia centralmente pianificata a una socialista di mercato.
    Con gli articoli 11, 12, 13 e 15, della costituzione cinese, si introduce per la prima volta, il concetto di proprietà privata, a lungo ritenuto un istituto pericoloso per il consolidamento dell’ideologia socialista, divenendo l’esempio più evidente del sistema “misto” definito dall’ordinamento cinese quale economia socialista di mercato.
    _____________________________

    1Periodo che intercorre dalla guida di Mao Tse-tung del PCC dal 1943 fino alla sua morte avvenuta nel 1976.
    2Teoria politica e sociale basata sul pensiero di Marx ed Engels, filosofi tedeschi del XIX secolo.
    3L’indice di Gini misura la distribuzione del reddito in una scala tra 0 e 1, e denota una ragionevole diseguaglianza quando si situa tra 0.3 e 0.4.
    4Stato di orientamento capitalista che attraverso interventi mirati sostiene il mercato.
    5L’assetto istituzionale cinese è definito dalla costituzione “dittatura democratica popolare”.
    6Kornai (1979) definisce “vincolo di bilancio morbido la situazione tipica delle economie socialiste, nelle quali lo Stato interviene a coprire l’eccedenza delle spese sulle entrate delle imprese pubbliche”.
    7Strutture di base della società cinese costituite nelle campagne nel 1958 per iniziativa di Mao Tse-tung . Fondate sulla proprietà collettiva delle terre, svolgevano attività prevalentemente agricole.
    8Le Zone Economiche Speciali sono create con l’obiettivo di attrarre investimenti esteri e collocate nella parte orientale del Paese.
    9La Cina è spesso definita come la “fabbrica del mondo”: soprattutto in alcuni settori, quali il giocattolo o il tessile e abbigliamento, la capacità manifatturiera locale si combina con la tecnologia straniera, realizzando produzioni a prezzi non riproducibili sui mercati occidentali.


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    WU J., (2006) Understanding and Interpreting Chinese Economic Reform, New York, Cengage Learning.

    Redattore: Giovanni AVERSA






  • ECONOMIE DI SCALA

    Si realizzano economie di scala (economies of scale) quando si ottiene un costo medio unitario della produzione che diminuisce al crescere delle dimensioni dell’impianto, fermi restando i prezzi dei fattori produttivi (macchine, immobili, lavoro, altri input di produzione) e ipotizzando che ogni impianto è utilizzato alla sua capacità ottima. Simile è il concetto di economie di produzione di massa (economies of mass production) che si riferisce, però, più propriamente all’organizzazione industriale e commerciale della grande impresa moderna. Non costituiscono economie di scala le riduzioni di costo medio unitario ottenute migliorando l’efficienza degli impianti e l’impiego del lavoro e dei materiali male utilizzati, ovvero passando a produrre con impianti a tecnologia diversa dalla precedente. Nemmeno costituiscono propriamente economie di scala le riduzioni di costo medio unitario che si verificano all’aumentare della produzione di un dato impianto sottoutilizzato. Può darsi, inoltre, che oltre a une certa dimensione dell’impianto i costi medi unitari cessino di diminuire rimanendo più o meno costanti (ciò che sembra verificarsi nel trasporto ferroviario) ovvero che prendano a crescere (in quest’ultimo caso si parla di diseconomie di scala). Cosa diversa sono le economie di scala monetarie (o pecuniarie) che un’impresa realizza quando ottiene di acquistare risorse di beni e servizi a prezzo minore aumentandone la domanda o semplicemente avvantaggiandosi di una sua posizione di monopsonio.

  • ECONOMIE DI SCOPO

    Si realizzano economie di scopo (adattamento dell’ingl. economies of scope, cioè, con trad. libera, economie tratte dall’ampliamento del campo di attività) quando, date le dimensioni degli impianti e, entro certi limiti, anche le quantità delle risorse umane e degli altri input, il costo totale della produzione congiunta o della produzione connessa di due o più beni all’interno di un’impresa è minore della somma dei costi totali sostenuti producendo separatamente, in imprese diverse, gli stessi beni. Le economie di scopo traggono origine dal fatto che, p.e., un determinato processo produttivo produce congiuntamente due o più prodotti secondo rapporti relativamente fissi, o dal fatto che la produzione connessa di due beni consente un utilizzo migliore di risorse che rimarrebbero sottoutilizzate nel caso di produzione separata, o ancora dal fatto che la conoscenza e l’esperienza acquisite da un’impresa in un certo prodotto possono essere utilizzate vantaggiosamente per altri prodotti. Sin.: economie di produzione congiunta; economie di varietà.

  • ECONOMIE DI TIPO SOVIETICO

    Tipo di economia socialista centralmente pianificata del tipo attuato in URSS dal 1928 al 1989 ed esportato dopo la seconda guerra mondiale nei Paesi satelliti dell’Europa dell’est e in quelli del Terzo Mondo dove il partito comunista è andato al potere (in specie in Cina, Corea del Nord, Cuba e Vietnam). Questo modello ha regolato l’attività di produzione, distribuzione, consumo e investimento del socialismo reale fino alla caduta del Muro di Berlino e alla dissoluzione dell’URSS. Dopo questi avvenimenti i Paesi dell’Europa orientale e centrale, dei Balcani occidentali e dell’Asia centrale (EECA; PECO) hanno abbandonato il socialismo reale e si sono avviati verso istituzioni di economie di mercato di tipo occidentale (v. economie in transizione). Una forma attenuta di economia di tipo sovietico sono le economie socialiste riformate.

  • ECONOMIE SOCIALISTE RIFORMATE

    Trasformazione di economie di tipo sovietico che, pur restando sulla carta socialiste, sostituiscono parzialmente e anche con gradualità crescente i processi allocativi del mercato a quelli della pianificazione. Si sono avviate sulla strada della riforma la Yugoslavia, negli anni Cinquanta, l’Ungheria sul finire degli anni Sessanta, la Polonia negli anni Ottanta e la Cina sullo scorcio del secolo scorso.

  • ECOSOC

    Acr. di: ECOnomic and SOcial Council. Principale organo permanente dell’ONU (art. 7 dello Statuto) che ha per obiettivi principali di promuovere a) alti standards di vita, pieno impiego e condizioni di progresso economico e sociale e di sviluppo; b) la soluzione dei problemi economici, sociali, sanitari e connessi di rilevanza internazionale e della cooperazione culturale ed educativa; c) il rispetto universale e l’osservanza dei diritti umani e delle libertà fondamentali senza distinzione di sesso, razza, linguaggio o religione. E composto da un Council, specie di parlamento di rappresentanti di 54 Paesi in carica per tre anni e di strutture burocratiche permanenti. Il Council si riunisce alternativamente a New York e a Ginevra.

  • EDC

    Acr. di Export Development Canada; fr. Exportation et Développement Canada. Costituita nel 1944 con sede a Ottawa, è una società pubblica per il finanziamento, l’assicurazione e la concessione di garanzie agli esportatore canadesi, una delle più grandi al mondo. A fine 2000 l’EDC aveva 978 dipendenti, un capitale di 983 milioni di dollari canadesi (619 milioni di $ USA, 709 milioni di €) e mezzi propri per 1.992 milioni di dollari canadesi (1,255 milioni di $ USA, 1,436 milioni di €), prestiti in essere per 20.586 milioni di dollari canadesi (13 miliardi di $ USA, 14,8 miliardi di €) ed esposizioni per assicurazioni e garanzie per 14.402 milioni di dollari canadesi (9,1 miliardi di $ USA, 10,4 miliardi di €).

  • EDI

    Acr. di: Electronic Data Interchange. Applicazione telematica che consiste nella trasmissione elettronica di documenti commerciali, amministrativi, finanziari, o nello spostamento virtuale di somme di denaro (v. EDIFACT). L’EDI apre verso la clientela, i consumatori in genere e i cittadini un nuovo campo di attività e di relazioni a tutte le organizzazioni, commerciali e non profit, private e pubbliche. Negli anni Sessanta i grandi gruppi adottarono applicazioni per la trasmissione di informazioni relative agli acquisti, alle vendite, alle spedizioni, alle prenotazioni e ai biglietti aerei e ai dati finanziari. Si trattava però di procedure personalizzate per gli uffici, le filiali e le agenzie delle singole società. Solo sul finire degli anni Settanta vengono avviate le prime applicazioni standard nazionali con l’ANSI X12 nel Nord America e il GTDI in Europa. Nel 1987 le due applicazioni sono unificate in un nuovo set, l’EDIFACT. Tuttavia l’ANSI X12 continua a essere utilizzato da imprese statunitensi.

  • EDIFACT

    Acr. di: Electronic Data Interchange For Administration, Commerce and Transport. Denomina un set di standard internazionali, directories e guidelines per lo scambio elettronico tra sistemi informativi computerizzati indipendenti su scala mondiale di informazioni attraverso la predisposizione di messaggi predefiniti e standardizzati che coprano tutte le fattispecie (ordini di acquisto e vendita, fatturazione, ordini di pagamento, note di addebito e accredito, segnalazioni doganali ecc.). EDIFACT è stato sviluppato per sostituire lo standard EDI europeo, le Guidelines on Trade Data Interchange (GTDI) e quello statunitense, l’ANSI X12, elaborati nel 1979-80. Inizialmente (nel 1985) i rifacimenti dei due set erano stati avviati indipendentemente l’uno dall’altro rispettivamente dall’United Nation Economic Commission for Europe (UNECE) e dal Joint Electronic Data Interchange Committee (JEDI). Presto però le due iniziative vennero unificate e nel 1987 è stato realizzato l’EDIFACT. Negli Stati Uniti però l’ANSI X12 è ancora diffuso, in concorrenza con EDIFACT.

  • EDUCAZIONE FINANZIARIA

    Secondo la definizione dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), è il processo attraverso il quale i risparmiatori e gli investitori, e in generale la più ampia platea dei consumatori dei servizi finanziari, migliorano la propria comprensione di prodotti e nozioni finanziarie e, attraverso l’informazione, l’istruzione e la consulenza, sviluppano le capacità e la fiducia necessarie per diventare maggiormente consapevoli dei rischi e delle opportunità finanziarie, per effettuare scelte informate, comprendere a chi chiedere supporto e mettere in atto altre azioni efficaci per migliorare il loro benessere finanziario (Banca d’Italia).

    L'educazione finanziaria rapresenta quell'insieme di conoscenze volte a gestire il proprio patrimonio e reddito nel modo migliore. Tale attività di formazione è rivolta a tutte le fasce d'età ed è obbligatoria in Europa per le istituzioni pubbliche e private in materia finanziaria.

    Il MIUR promuove il portale Quello che conta, ricco di materiali, spunti e iniziative.

    La CONSOB tra i suoi compiti istituzionali ha l'informazione finanziaria, che svolge attraverso indagini presso i risparmiatori e il portale di educazione finanziaria.

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  • EECA

    Acr. di: Eastern Europe and Central Asia. Insieme di 13 Paesi indipendenti derivati dalla dissoluzione dell’URSS e cioè: Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Kazakhstan, Kyrgystan, Moldavia, Mongolia, Russia, Tajikistan, Turkmenistan, Ucraina e Uzbekistan. Per l’assistenza tecnica a questi Paesi nel processo di transizione verso la democrazia e l’economia di mercato l’UE ha avviato nel 1991 il TACIS.

  • EFFETTI DI RECUPERO

    Pagherò diretti, detti anche effetti di garanzia, con importo e scadenza in bianco, emessi dai clienti affidati all’ordine delle banche finanziatrici allo scopo di munirle di un titolo esecutivo che, in caso di inadempienza, consenta loro di esercitare una rapida azione per recuperare l’ammontare del finanziamento concesso e dei relativi interessi. Nel caso in cui il cliente non provveda al rimborso alla scadenza convenuta o dopo la notifica della revoca la banca ha la facoltà di completare le cambiali di recupero per un valore comunque non superiore al debito globale del cliente (capitale, interessi, provvigioni e spese varie rimborsabili). Si noti che tali effetti facilitano semplicemente la riscossione del credito concesso e non costituiscono una “garanzia”, a meno che non presentino qualche firma di avallo.

  • EFFETTI DI SMOBILIZZO

    Pagherò diretti all’ordine della banca con scadenza in bianco e importo pari solitamente al 110% dell’apertura di credito concessa, emessi allo scopo di rendere il credito trasferibile, ovvero riscontatile presso altre banche. Il loro utilizzo è oggi assai raro.

  • EFFETTO HARROD-BALASSA-SAMUELSON (Enciclopedia)

    L'effetto Balassa-Samuelson (effetto BS) analizza la relazione che lega l'incremento della produttività nella produzione di beni commerciabili all’apprezzamento reale del cambio e deve il suo nome agli importanti contributi apportati da Bela Balassa (1964) e Paul Samuelson (1964).1 In particolare, esso coglie l’impatto della maggiore crescita della produttività nel settore dei beni commerciati internazionalmente … tipicamente i manufatti- sul livello dei prezzi relativi e dunque sul tasso di cambio reale di equilibrio (Q) definito appunto dal rapporto tra livello dei prezzi dei beni commerciabili (PC) e livello dei prezzi dei beni non commerciabili (PN). In generale, l’effetto BS spiega il perché i prezzi dei beni tradable tendano ad uguagliarsi (al netto di prezzi di transazione) a livello internazionale, mentre ciò non accade per i prezzi dei beni non-tradable che anzi tendono ad essere più alti nei paesi ricchi, o ad alta produttività del lavoro nel settore tradable.
    La logica sottostante all’effetto BS può essere così riassunta. Si supponga che per i beni scambiati internazionalmente valga la legge del prezzo unico (LOOP). In economie in crescita è plausibile ritenere che la crescita della produttività sia concentrata proprio nella produzione di questi beni. Ciò determina una crescita dei salari non necessariamente accompagnata da una crescita dei prezzi. Diversamente nel settore non-tradable, la domanda di salari maggiori determinerà un aumento dei prezzi e conseguentemente dell’indice dei prezzi CPI. Dato che la LOOP continuerà ad essere rispettata ed il cambio nominale rimane costante, l’operare congiunto di queste forze determina un apprezzamento del cambio reale. L’esperienza del Giappone nella fase postbellica viene spesso citata ad esempio dell’esistenza dell’effetto BS.
    Al fine di illustrare il meccanismo che lega crescita della produttività del lavoro (pml) alla dinamica del cambio reale (Q) consideriamo un’economia aperta a due settori, quello dei beni commerciabili (il cui livello di produzione è indicato da YC) e quello dei beni non commerciabili (il cui livello di produzione è indicato da YN). Entrambe le produzioni utilizzano due input, capitale e lavoro, immobili a livello internazionale. Si assume inoltre che il lavoro sia perfettamente mobile tra i due settori produttivi presenti in uno stesso paese. Tale assunzione implica l’uguaglianza tra i salari corrisposti nei due settori all’interno del medesimo paese. Entrambi i settori produttivi sono perfettamente competitivi, dunque ogni input riceve una remunerazione pari al proprio prodotto marginale.

    Si consideri la situazione descritta dalla figura 1 (tratta da Colombo e Lossani, 2003). Nel grafico di sinistra sono riportati:
    - la frontiera delle possibilità produttive (sotto l’ipotesi di produttività marginale decrescente) che indica la massima quantità di beni commerciabili (YC) che l’economia è in grado di produrre per una data quantità di beni non commerciabili (YN);
    - la retta che esprime i prezzi relativi (la cui pendenza è data dal rapporto tra il livello dei prezzi dei beni commerciabili (PC) ed il livello dei prezzi dei beni non commerciabili (PN));
    - l’equilibrio economico realizzato nel punto D0 ove il saggio marginale di trasformazione è pari al rapporto tra i prezzi.
    Nel grafico di destra sono riportati:
    - sull’asse delle ordinate, la produttività marginale del lavoro in entrambi i settori (pmlN e pmlT );
    - sull’asse delle ascisse, la forza lavoro nei due settori (LC ed LN);
    - l’equilibrio sul mercato del lavoro ove il salario reale w eguaglia la produttività marginale del lavoro.
    Si considerino ora gli effetti prodotti da un aumento della produttività nel settore dei beni commerciabili. Sul grafico di sinistra si registra una traslazione "non neutrale" della frontiera delle possibilità produttive: a parità di livello di produzione dei beni non commerciabili (YN) è ora possibile produrre un quantitativo superiore di beni commerciabili (YC). Sul grafico di destra si osserva una traslazione verso destra della curva pmlC. Le mutate condizioni sul mercato del lavoro determinano un innalzamento del salario di equilibrio che si riflette in un conseguente aumento del livello dei prezzi dei beni non commerciabili (PN). Il livello dei prezzi dei beni commerciabili (PC) invece non subisce alcuna variazione, in quanto l’aumento del salario è accompagnato da un aumento della produttività.
    L’aumento di PN a parità di PCcomporta:
    - una riduzione della pendenza della retta dei prezzi la cui tangenza con la nuova frontiera delle possibilità produttive determina i nuovi livelli di produzione per le due tipologie di beni;
    - un apprezzamento del cambio reale (Q) proporzionale al peso attribuito ai beni non commerciabili nel calcolo dell'indice generale dei prezzi.
    Balassa (1964) ha sottolineato inoltre una importante regolarità empirica. Dal confronto tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo emerge che i differenziali di produttività sono molto più elevati nel settore dei beni commerciabili piuttosto che nel settore dei beni non commerciabili. Si consideri uno scenario che comprenda economie avanzate ed economie in via di sviluppo. Appare logico supporre che il differenziale a vantaggio delle prime in termini di produttività del lavoro sia maggiore nel comparto dei beni tradable piuttosto che nel comparto dei beni non-tradable.2 Dato che il commercio internazionale determina un’equalizzazione dei prezzi dei beni scambiati internazionalmente, la minor produttività nelle economie più arretrate si traduce in salari più bassi e dunque in minori prezzi per i beni non-tradable.
    Generalizzando possiamo concludere che se un paese che sperimenta crescita della produttività maggiore rispetto a quella riscontrata in altri paesi, il suo tasso di cambio reale tende ad apprezzarsi. Il risultato testé enunciato è stato corroborato da molte analisi empiriche.
    1. Evidenza empirica sull’effetto BS
    La letteratura empirica ha offerto nel corso degli anni contributi non univoci sull’effetto BS. Heston, Nuxoll e Summers (1994) esaminano i differenziali di prezzo di beni tradable e non-tradable utilizzando i dati dell’International Comparison Program (ICP). Attraverso diverse metodologie econometriche, questo studio produce un’evidenza robusta di come la relazione tra prezzi tradable e non-tradable e reddito sia coerente a quanto predetto dall’effetto BS.
    De Gregorio, Giovannini e Wolf (1994), nell’ambito di uno studio condotto su dati panel di quaranta paesi OCSE e volto ad analizzare il peso dei fattori di domanda (primo fra tutti la spesa pubblica) nel generare deviazioni dalla PPP, hanno evidenziato come variazioni nelle ragioni di scambio esercitino un ruolo più importante nello spiegare le fluttuazioni di breve periodo del cambio reale di quanto non spieghi l’effetto BS. In un’analisi simile, ma condotta su dati di paesi asiatici, Chinn (2000) illustra come entrambi i fenomeni … demand factor ed effetto BS … spieghino poco dei movimenti del cambio reale.
    Più recentemente Lothian e Taylor (2008), analizzando dati relativi a USA, Regno Unito e Francia nel periodo 1820-2001, hanno individuato un’effetto BS statisticamente significativo per il cambio sterlina-dollaro (ma non per quello franco-sterlina) che spiega circa il 40% dello scostamento dal suo valore di lungo periodo.
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    1Quella tra beni commerciabili e beni non commerciabili è una classificazione particolarmente importante. In generale, sono beni e servizi non-tradeable (non commerciabili) tutti quei beni che non vengono scambiati internazionalmente a causa degli alti costi di trasporto o perché non presentano sufficienti vantaggi di costo.
    2I primi ad avanzare ed a testare empiricamente questa idea sono stati Baumol e Bowen (1966).
    Bibliografia
    Balassa B., (1964), "The purchasing-power parity doctrine: A reappraisal" The Journal of Political Economy, Vol.72, pp. 584-596.
    Colombo E. e Lossani M. (2003), Economia Monetaria Internazionale, Carocci editore, Roma.
    Harrod R. (1939), International Economics, University of Chicago Press, Chicago.
    Lothian J.R. e Taylor M.P. (2008), "Real Exchange Rates Over the Past Two Centuries: How Important is the Harrod-Balassa-Samuelson Effect", Economic Journal, Vol. 118, Issue 532, pp. 1742-1763.
    Rogoff K. (1992), "Traded Goods Consumption Smoothing and the Random Walk Behavior of the Real Exchange Rate", Monetary and Economics Studies, Vol. 10, PP. 1-29.
    Rogoff K., (1996), "The purchasing-power parity puzzle" Journal of Economic Literature, Vol 34, pp. 647-668.
    Samuelson P.A. (1964), "Theoretical notes on trade problems", The Review of Economics and Statistics, Vol 46, pp.145-154.
    Sarno L. e Taylor M.P. (2002), The Economics of exchange rate, Cambridge University Press, Cambridge, UK.

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  • EFFICIENZA DEI MERCATI FINANZIARI

    Proprietà desiderata dei mercati finanziari che consiste nel riflettere completamente ed istantaneamente nei prezzi che si formano sul mercato tutte le informazioni disponibili e rilevanti in modo che siano eliminate le possibilità di extra profitti. Nei mercati finanziari reali questa caratteristica esisterebbe solo se gli operatori fossero in grado di accedere liberamente, a costo zero, a tutta l’informazione disponibile del mercato. Poiché questa situazione non è realistica, sono state proposte misure del grado di efficienza di un mercato in base al tipo di informazione che viene trasmessa. Si possono definire tre tipi di efficienza: 1) efficienza debole, se le informazioni sui prezzi o sui rendimenti passati non servono o non sono rilevanti per ottenere degli extraprofitti; 2) efficienza semi-forte, se non si possono ottenere degli extraprofitti utilizzando una qualsiasi informazione pubblicamente disponibile; 3) efficienza forte, se non si possono ottenere extra-profitti usando qualsiasi informate pubblica o privata. In genere si sosteneva che se i rendimenti effettivi seguivano un processo stocastico di tipo random walk o “passeggiata casuale” il mercato relativo era efficiente. Recentemente è stato dimostrato che tale casualità non è di per sé condizione necessaria d’efficienza mercato e nemmeno sufficiente. La verifica empirica dell’ipotesi d’efficienza ha dimostrato che i mercati finanziari sono poco efficienti. In particolare il mercato italiano risulta essere efficiente in senso debole e comunque meno efficiente dei principali mercati finanziari mondiali.

  • EFFICIENZA DEI MERCATI FINANZIARI (Enciclopedia)

    (Si veda anche voce del Dizionario: Efficienza dei mercati finanziari)
    Ipotesi dei mercati finanziari in base alla quale il prezzo di equilibrio di una attività finanziaria riflette in modo completo e continuo tutta l’informazione disponibile, posseduta in modo disomogeneo dai diversi agenti del mercato, di modo da eliminare qualsiasi possibilità di extra profitto da parte degli agenti che raccolgono direttamente informazione sul mercato rispetto a quelli che osservano, al contrario, unicamente le oscillazioni del prezzo sul mercato di riferimento. Il prezzo di equilibrio aggrega l’informazione posseduta dai singoli agenti e si adegua nel continuo all’arrivo di nuova informazione.
    Fama (1970) definisce tre livelli di efficienza informativa. Si ha efficienza in forma (i) forte quando i prezzi dei titoli riflettono tutte le informazioni rilevanti ai fini della valutazione del titolo: in questo caso tra le informazioni rilevanti rientrano anche quelle strettamente confidenziali e l'informazione sul mercato sarebbe pressoché totale.
    L'efficienza in forma (ii) semiforte si ha quando i prezzi riflettono tutta l'informazione disponibile, limitando tale informazione a quella pubblica, quella comunicata dall'impresa, contenuta nei documenti contabili, oppure divulgata da fonti pubbliche di informazione. L'efficienza in forma (iii) debole si ha quando l'unica fonte informativa ai fini della valutazione del titolo è rappresentata dalla serie storica dei prezzi passati, che risultano, tuttavia, non correlati (random walk).
    Le verifiche empiriche avvenute successivamente hanno evidenziato la presenza di efficienza in forma semi-forte e debole sul mercato, escludendo efficienza in forma forte. (Per un approfondimento di tali verifiche cfr.: French, Roll, (1986); Fama, Fisher, Jensen, Roll, (1969); Fama, French, (1988); Fama, (1991)).
    Le ipotesi sottostanti il raggiungimento dell’equilibrio in un mercato concorrenziale caratterizzato da efficienza informativa sono: assenza dei costi di transazione, informazione disponibile senza costi e concordanza tra i vari agenti riguardo la relazione tra l'informazione, il prezzo corrente e la distribuzione del prezzo futuro.
    Il meccanismo di aggregazione dell'informazione dei singoli agenti nel prezzo di equilibrio in un mercato concorrenziale caratterizzato da aspettative razionali viene spiegato da Grossman (1976). In un mercato efficiente e concorrenziale il meccanismo attraverso il quale i prezzi trasmettono informazione al mercato è spiegato dal comportamento di operatori informati e non-informati. Questi ultimi osservano unicamente le oscillazioni del prezzo sul mercato. Quelli informati, al contrario, raccolgono direttamente le informazioni sul titolo ed esprimono le loro preferenze sullo stesso sfruttando l'informazione in loro possesso: il prezzo del titolo si adeguerà immediatamente alla variazione della domanda degli informati, rivelando anche ai non informati l'informazione in loro possesso. Questi ultimi prenderanno posizione sul titolo presumibilmente nello stesso modo degli agenti informati (le aspettative sono razionali).
    In Grossman (1976), il prezzo di equilibrio dell’attività finanziaria rischiosa, che eguaglia la sommatoria della domanda di agenti informati e non informati con l’offerta del titolo considerata nota, nell’ambito di un modello di allocazione temporale delle risorse tra un titolo rischioso e uno non rischioso, sarà funzione lineare della media dell’informazione (y) raccolta dagli agenti informati:
    , con
     
    Il prezzo di equilibrio aggrega quindi l'informazione in possesso dei singoli agenti, rendendola ridondante rispetto a quella ottenibile dall’osservazione delle oscillazioni del prezzo: l'ipotesi di efficienza informativa, unitamente all’assenza di un costo per l’acquisizione di informazione, garantisce l'esistenza di un punto di equilibrio sul mercato finanziario.
    In un mercato concorrenziale, dominato da efficienza informativa, non si ha la possibilità di ottenere un extraprofitto dal possesso di informazione: il prezzo si adegua istantaneamente all'arrivo di nuova informazione che viene quindi conosciuta anche dagli agenti inizialmente non informati.
    L’efficiente trasmissione dell'informazione nel prezzo di equilibrio si fonda sull'ipotesi di informazione priva di costo. Se, infatti, l'informazione fosse costosa, cadrebbe l'incentivo ad essere informati, non potendo ottenere un vantaggio economico dal costo sostenuto: verrebbe meno in questo modo il meccanismo di trasmissione dell'informazione.
    Nella realtà, il fatto che alcuni operatori informati realizzino extraprofitti sul mercato determina una scelta tra le due alternative: o l'economia si trova in condizioni di disequilibrio oppure la teoria dei mercati efficienti è incompatibile con l'equilibrio competitivo (Cfr. Grossman, Stiglitz, (1980).
    L’ipotesi di efficienza informativa ha conseguenze sia sulle scelte di investimento delle imprese sia su quelle di finanziamento.
    Nell’ambito del modello con ipotesi classiche, il prezzo racchiude tutte le informazioni disponibili, di modo da rendere noto agli agenti il valore fondamentale di impresa, con effetti riguardo le scelte di investimento, di finanziamento e di distribuzione dei dividendi. In ipotesi di mercati perfetti, assenza di costi di transazione, assenza di tassazione, assenza di costi legati al fallimento e di costi di agenzia tra azionisti, obbligazionisti e management, Modigliani e Miller (1958) evidenziano come le scelte di finanziamento siano irrilevanti sul valore di impresa. Una società il cui valore fondamentale è conosciuto dagli agenti del mercato potrà evitare il ricorso a forme di intermediazione di tipo finanziario, come, ad esempio, banche o intermediari mobiliari per l’emissione di prestiti obbligazionari o per aumenti di capitale, e si potrà finanziare direttamente sul mercato ad un prezzo che è il migliore possibile.
    Modigliani e Miller considerano la struttura finanziaria di una società composta da capitale di debito e da capitale proprio. Per finanziare i propri investimenti l'impresa potrà rivolgersi in Borsa oppure ad un intermediario bancario.
    Ad ognuno dei due modi di finanziarsi è associato un costo. Sia i il costo dell’indebitamento (B) e r il costo associato all’emissione di azioni (S). Il costo medio ponderato del capitale sarà definito da:

    dove il rischio di impresa, misurato in un contesto del Capital Asset Pricing Model (Cfr.: Sharpe, (1964); Lintner, (1965), è dato dalla media dei rischi sistematici (beta) associati alle due fonti di finanziamento:

    Per Modigliani e Miller il valore d'impresa rimane lo stesso qualunque sia la struttura finanziaria, poiché è legato alle caratteristiche di redditività e rischio della società e quindi non varia in presenza di una diversa composizione nelle forme di finanziamento. La loro tesi si basa sulla possibilità che gli azionisti si indebitino direttamente al posto della società: in un mondo rappresentato da un mercato dei capitali perfetti, questi possono ricostruire all'interno del loro portafoglio la struttura finanziaria che l'impresa può adottare. Ne deriva che le scelte di finanziamento dell'impresa non incideranno sul suo valore: società appartenenti alla stessa classe di rendimento e rischio dovranno avere lo stesso valore. Se così non è, saranno gli agenti del mercato, attraverso operazioni di arbitraggio, a ristabilire l’equilibrio.
    Supponiamo, infatti, che un'impresa aumenti il suo grado di indebitamento: avendo sostituito una fonte di finanziamento meno cara (i debiti) ad una più cara (le azioni), il valore della società dovrebbe aumentare. In realtà, un aumento del rapporto di indebitamento fa aumentare anche il rischio associato all'impresa: gli azionisti richiederanno un tasso più alto per le azioni possedute.
    Trasformando l’equazione precedente, infatti, sarà:

    L’aumento del rapporto di indebitamento provoca un aumento del rendimento atteso del capitale azionario, ma anche del rischio: in presenza di mercati dei capitali perfetti, i due incrementi sono proporzionali e il prezzo delle azioni non varia. Il prezzo delle azioni risulterebbe quindi indipendente dal rapporto di indebitamento.
    Gli investitori, in un mercato dei capitali perfetto, e quindi con perfetta informazione, sanno che possono spostare le loro preferenze su un'impresa che appartiene alla stessa classe di rendimento: acquisteranno le azioni di questa società, determinando un aumento del prezzo delle azioni di quest’ultima e la diminuzione di quello della società maggiormente indebitata. L'arbitraggio continuerà fino a che i valori delle due società non torneranno uguali.
    In tali circostanze, in presenza di efficienza informativa dei mercati e in assenza di un costo per l’informazione, il prezzo di equilibrio include le informazioni fondamentali per la corretta allocazione delle risorse da parte di imprese e di finanziatori, che avverrà quindi direttamente attraverso il mercato, senza ricorso a forme di intermediazione. Da un punto di vista dell’allocazione del risparmio l’intermediazione finanziaria verrebbe svolta fondamentalmente dai mercati, che tratterebbero e prezzerebbero tutti gli strumenti utili al passaggio diretto dei fondi dagli operatori in surplus a quelli in deficit e, segnatamente, tra il risparmiatore e l’impresa (Cfr. Masera, (1991)).
    Nel modello classico è il mercato a promuovere l'efficiente allocazione delle risorse: l'assenza di frizioni in ogni suo meccanismo permette il soddisfacimento contemporaneo delle funzioni di utilità di finanziatori e prenditori di fondi attraverso combinazioni Pareto-efficienti, ovvero nell’ambito di un’allocazione delle risorse in cui nessun agente può migliorare il proprio benessere senza peggiorare quello di qualcun altro. Rispetto al contatto diretto tra prestatori e prenditori di fondi, l'introduzione dell'intermediario rappresenterebbe un anello intermedio tra operatori in surplus di risparmio e operatori in deficit, ovvero un costo aggiuntivo, determinando un’allocazione delle risorse subottimale rispetto a quella che si avrebbero attraverso l'incontro diretto degli agenti sul mercato (Cfr. Calise, (2001)).
    Nell’ambito dell'approccio con ipotesi classiche non si trovano, infatti, lavori in cui si teorizza la presenza dell'intermediario, ma si rinvengono unicamente modelli che spiegano il comportamento degli stessi. Quest’ultimo viene principalmente indotto da tre variabili: i reali costi di produzione, il grado di avversione al rischio, la struttura monopolistica del mercato (Cfr. Baltensperger, (1980)).
    Nei modelli in cui si assume che la banca detenga potere monopolistico, la struttura di portafoglio risulta determinata dal processo di massimizzazione del rendimento netto. In Klein (1985) e Monti (1971,1972) la banca definisce la struttura ottimale delle attività e delle passività in un processo di massimizzazione del profitto atteso, agendo come price taker nel mercato dei titoli pubblici e come price setter nel mercato dei prestiti e dei depositi. Considerando il capitale esogeno, la banca concederà prestiti finché il loro ricavo marginale sarà uguale al tasso di rendimento dei titoli pubblici, considerato esogeno. Anche l'offerta di depositi è determinata dall'uguaglianza tra il loro costo marginale e il tasso dei titoli pubblici. Nei modelli di monopolio il rischio viene preso in considerazione nella scelta delle attività solo in misura in cui esso si riflette sul profitto atteso. Il comportamento della banca è teso alla massimizzazione di una funzione di utilità, sotto l'ipotesi di avversione al rischio.
    I modelli delle scelte di portafoglio si inseriscono nel più generale approccio di portafoglio di Tobin (1965) e Markowitz (1952), in cui l'intermediario bancario è considerato come un portafoglio di attività finanziarie con tassi di rendimento esogeni ma stocastici. Pyle (1971) considera le condizioni che rendono possibile l'intermediazione. Data l'incertezza sui rendimenti, la banca massimizzerà la funzione di utilità che si presenta concava, considerata l'avversione al rischio. L'intermediazione avrà luogo, in caso di indipendenza stocastica dei rendimenti, se vi sarà un premio al rischio positivo sui prestiti e negativo sui depositi, ovvero se vi sarà una differenza positiva di rendimento atteso tra le attività e le passività. La profittabilità dell'intermediazione aumenta all'aumentare del differenziale dei tassi di rendimento attesi.
    Nei modelli delle risorse reali (tra i principali autori ricordiamo: Pasek, (1970);  Saving, (1977); Sealey e Lindley, (1977)), infine, sono fondamentali le risorse impiegate per spiegare le scelte fatte dagli intermediari bancari: la banca è vista alla stessa stregua di ogni altra impresa, in cui la struttura delle attività e delle passività viene spiegata in termini di costi delle risorse reali per la produzione e il mantenimento di determinati stocks. La funzione di produzione dei servizi bancari descrive la combinazione degli inputs produttivi per la determinazione di alcuni servizi in base ad una data tecnologia; differenti combinazioni di attività e passività sono legate a differenti combinazioni di inputs attraverso la funzione di produzione.
    In conclusione, in una realtà rappresentata da mercati efficienti non sussistono difficoltà né frizioni nel trasferimento diretto del risparmio tra operatori in surplus e operatori in deficit, che avviene principalmente attraverso il contatto tra gli agenti direttamente sul mercato.
    L'ipotesi di efficienza informativa risulta fondamentale per la determinazione dell'equilibrio economico generale di tipo walrasiano: il simultaneo equilibrio del mercato dei capitali, dei beni e del lavoro (Cfr. Walras, (1896)). In mercati perfetti si registrano e si verificano condizioni di ottimalità paretiana. Arrow e Debreu (1954) mostrano come l'equilibrio di tipo walrasiano determini un'allocazione ottimale delle risorse dove nessun agente può migliorare la propria utilità senza peggiorare quella di qualcun altro (efficienza Paretiana); il benessere complessivo del sistema e un’allocazione delle risorse Pareto-efficiente deriva da un equilibrio di tipo competitivo. Si ha, quindi, la piena fiducia nel mercato nel determinare un'efficiente allocazione delle risorse e assicurare il benessere collettivo.
    L’utilità di un qualsiasi agente economico non può esser accresciuta senza una corrispondente riduzione nell’utilità di un altro agente. In questa situazione tutti i mercati, e quindi anche i mercati finanziari, sono: (i) perfetti, ovvero caratterizzati da libero e pieno movimento dei fattori di produzione, nessuna restrizione allo scambio, omogeneità dei prodotti e dei servizi, piena trasparenza informativa; (ii) efficienti, tutta l’informazione comunque disponibile a tutti gli operatori è immediatamente e continuamente incorporata nei prezzi; (iii) completi, esistono e funzionano mercati per tutti i beni e servizi scambiati e prodotti, per tutti i possibili “stati di natura”, e per tutte le scadenze.
    Sotto tali ipotesi, in ogni mercato la domanda di un bene incrocia l’offerta a un prezzo (di equilibrio walrasiano) che realizza il benessere sociale, ovvero produce la migliore allocazione delle risorse complessive all’interno del sistema economico formato da tutti i suoi partecipanti (imprese, consumatori, risparmiatori, lavoratori, ecc.). Se il contatto diretto tra gli agenti sul mercato produce un’allocazione paretiana delle risorse, la presenza di un intermediario, ovvero di un anello intermedio tra imprese e risparmiatori, determina un costo aggiuntivo e quindi un’allocazione delle risorse sub ottimale: la presenza dell’intermediario non è quindi pienamente giustificata nel modello classico, con mercati efficienti, perfetti e completi (Cfr. Masera (1997)).
    Bibliografia
    Aghion P., Bolton. P. (1989), “The financial structure of the firm and the problem of control”, European Economic Review, Vol. , No. 33
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    Redattore: Gianluca CALISE
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  • EFFICIENZA DEL MERCATO (Enciclopedia)

    In un mercato efficiente in senso informativo le variazioni di prezzo risultano non prevedibili nella misura in cui i prezzi incorporino completamente le aspettative e l’informazione a disposizione dei partecipanti al mercato. Fama (1970) riassume tale concetto sostenendo che un mercato in cui i prezzi riflettono in qualsiasi momento e pienamente l’informazione disponibile è definito "efficiente". Le condizioni sufficienti per definire efficiente il mercato sono particolarmente stringenti:
    1. esistenza di una pluralità di investitori che agiscono in modo razionale (cercando il massimo profitto) e non collegato tra loro (sono price-takers);
    2. il set d’informazioni (definito con I) è disponibile per gli agenti economici senza costi nei vari istanti di tempo t;
    3. gli investitori hanno aspettative omogenee, quindi sono concordi circa l’effetto che l’informazione dovrebbe produrre sul prezzo presente e futuro dei titoli;
    4. non esistono costi di transazione ed imposizione fiscale.
    Malkiel (1992) aggiunge che l’efficienza considerata rispetto ad un determinato set informativo I implica l’impossibilità di conseguire profitti mediante l’attività di trading fondata sul medesimo set informativo. In sostanza, se i prezzi non registrano variazioni in seguito alla divulgazione di specifiche informazioni, allora il mercato può essere a ragione considerato efficiente rispetto al suddetto information set. Naturalmente, con riferimento alle precedenti affermazioni, emerge con chiarezza la questione delle asimmetrie informative, tema cruciale nella moderna teoria economica.
    La tassonomia classica in materia di efficienza dei mercati prevede la seguente suddivisione:
    - Efficienza in forma debole: il set informativo include esclusivamente la "storia passata" dei prezzi;
    - Efficienza in forma semi-forte: il set informativo include tutte le informazioni pubblicamente disponibili (ad es., previsioni sugli utili fornite dagli analisti, comunicazioni periodiche obbligatorie per la specifica impresa, ed ovviamente la "storia passata" dei prezzi, etc…);
    - Efficienza in forma forte: rappresenta un livello di efficienza superiore ai due precedenti ed implica che l’information set I contenga tutte le informazioni conosciute da ciascun partecipante al mercato. Si tratta, indubbiamente, di un contesto difficilmente riscontrabile nella realtà dei mercati finanziari.
    Recuperando il concetto brevemente introdotto in precedenza circa la non prevedibilità dei rendimenti azionari, la loro natura essenzialmente "random" potrebbe generare confusione e merita alcune precisazioni puntuali. Difatti, gli individui sono generalmente indotti a ritenere che in un contesto di efficienza i prezzi azionari debbano seguire un percorso sostanzialmente "piano" (smooth) anziché casuale. In realtà, la assunzione di "randomness" consiste nel supporre improbabile una serie di ridottissime variazioni in aumento (o in diminuzione) da parte del prezzo di un determinato strumento. Qualora il prezzo sia in procinto di aumentare, tale incremento avverrà in un’unica soluzione anzichè attraverso una serie di variazioni di modesta entità. In tal senso, risulta piuttosto complesso conseguire profitti in quanto il prezzo si modifica rapidamente non appena le informazioni risultano disponibili ai partecipanti al mercato. Il risultato è un processo casuale relativamente ai prezzi di successive transazioni piuttosto che un percorso di continuità.
    Contrariamente all’opinione generalmente diffusa, dunque, il concetto di efficienza affrontato non richiede che il prezzo di mercato coincida sistematicamente con il true value, bensì implica che gli errori nel prezzo di mercato siano unbiased. In sostanza, i prezzi possono conoscere un aumento o una diminuzione ma tali deviazioni dal true value devono essere random, ossia la probabilità di sovra/sotto-valutazione di una azione si assume identica in qualsiasi istante temporale (non prevedibilità dei valori futuri). Inoltre, tali deviazioni devono risultare non correlate rispetto a qualsiasi variabile osservabile. Conseguenza del precedente ragionamento è che, qualora le deviazioni del market price dal true value siano random, nessun gruppo di investitori sarebbe in grado di individuare titoli sovra/sotto-valutati adottando le strategie di investimento note.
    E’, altresì, possibile che alcuni mercati siano efficienti al contrario di altri, o che uno specifico mercato sia efficiente relativamente ad un determinato gruppo di investitori e non rispetto ad uno alternativo: è la conseguenza diretta di differenze riguardanti le aliquote ed i costi di transazione, elementi in grado di conferire vantaggi a specifiche categorie ostacolando l’operato di altre.
    L’ipotesi del mercato efficiente può essere formalizzata nel modo seguente:
    a.
    b. ,

    in cui:
    It-1 è il set d’informazione disponibile al tempo t-1; tale set è determinante per la definizione del corso dei titoli al tempo t-1 e di quello atteso al tempo t;
    è il set informativo utilizzato dagli operatori;
    Pt è il prezzo dell’azione al tempo t;
    ed sono le funzioni di distribuzione di probabilità condizionata della quotazione del titolo all’istante t.
    La prima espressione delle due precedentemente enunciate (ipotesi a.) afferma che tutti gli input informativi disponibili al tempo t-1 sono utilizzati dal mercato in modo istantaneo. La seconda, invece, asserisce che la funzione è formulata dagli investitori considerando l’insieme delle informazioni esistenti all’istante t-1. La stessa equazione implica la seguente uguaglianza:
    . Sinteticamente, possiamo stabilire che la ipotesi di mercati efficienti suggerisca un processo di formazione dei prezzi caratterizzato dal successivo sviluppo logico:
    1.il set It-1, liberamente disponibile, è utilizzato dagli investitori () per formulare la previsione sulla distribuzione di probabilità ed il valore atteso del prezzo all’istante t;
    2. esplicitate le aspettative, il mercato, sulla base di uno specifico modello di equilibrio (ad esempio, secondo la nozione di Security Market Line), determina il rendimento atteso di equilibrio ;
    3. proseguendo, il rendimento atteso di un periodo può essere definito nel seguente modo:
    E(R t|I*t-1) = [E(Pt|I*t-1)-Pt-1] |Pt-1
    Pertanto, il prezzo atteso sarà:
    E(P t-1| I*t-1) = [1+ E(R t-1| I*t-1)] Pt-1
    4. conseguentemente, il prezzo del titolo al tempo t-1 dovrà essere la seguente:
    Pt-1= E(Pt|I*t-1) / [1+ E(R t|I*t-1)]
    In altri termini, se Pt-1 non è coerente con il prezzo ed il rendimento attesi, la quotazione all’istante t-1 è destinata a subire una variazione. Ai fini di un ulteriore chiarimento, qualora registrassimo:
    Pt-1< P(e)t-1 , considerando E(Rt| I*t-1) ed E(Pt| I*t-1) il prezzo al tempo t-1 è destinato ad aumentare con tempestività in presenza di un flusso istantaneo di acquisti: se quanto descritto si verifica effettivamente (i.e., Pt-1= P(e)t-1), si registrerà un rendimento realizzato coincidente con quello di equilibrio (tale return comprende il costo per l’acquisto dell’informazione). Relativamente alla uguaglianza Pt-1 = P(e)t-1, essa suggerisce l’esatta e completa incorporazione del set informativo I t-1 all’interno del prezzo corrente; tuttavia, affinché questo fenomeno si realizzi, è necessario che il suddetto information set sia interamente riflesso in E(Rt | I*t-1) ed E(Pt | I*t-1). Dunque, deduciamo l’impossibilità, in tali circostanze, di conseguire extra-rendimenti attivando al tempo t-1 scambi fondati sulla conoscenza del set It-1. L’adeguamento di Pt-1 al suo valore di equilibrio avviene con rapidità perché il set informativo risulta disponibile per tutti nel medesimo istante ed è correttamente interpretato dagli operatori.
    Bibliografia
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  • EFFICIENZA DELL'INTERMEDIAZIONE FINANZIARIA

    Capacità degli intermediari finanziari di adempiere in maniera ottimale alle prorie funzioni. Il concetto di efficienza trova applicazione a livello tecnico-operativo, ovvero può indicare la capacità singolo intermediario di realizzare l’economicità della propria gestione, oppure a livello allocativo, con riferimento all’insieme degli intermediari. Benché esista una correlazione tra i due concetti, l’efficienza operativa degli intermediari non determina necessariamente una condizione di efficienza allocativa degli stessi. Dipende infatti dalla natura dei mercati e dal comportamento concorrenziale degli intermediari il trasferimento dei guadagni di efficienza operativa sulle condizioni applicate agli utilizzatori del servizio di intermediazione. Una valutazione dell’efficienza allocativa del sistema degli intermediari finanziari è ovviamente condizionata dalle funzioni riconosciute al sistema finanziario. La teoria neoclassica assegna agli intermediari finanziari il ruolo di mediazione tra settori in avanzo ed in disavanzo. Se si fa riferimento a questa interpretazione, il comportamento efficiente degli intermediari implica una serie di condizioni. In primo luogo esso deve tendere alla minimizzazione dei costi di transazione connessi alla imperfetta divisibilità delle passività finanziarie delle unità in disavanzo poiché i costi di collocamento delle passività stesse aumentano in modo più che proporzionale rispetto al loro frazionamento. Gli intermediari finanziari riescono a ridurre tali costi attraverso lo sfruttamento di economie di scala nel reperire un insieme di acquirenti delle passività finanziarie e di economie di scope nell’offerta di una gamma tendenzialmente ampia di prodotti finanziari. Un secondo fattore di efficienza dell’intermediazione finanziaria è la capacità degli intermediari stessi di sfruttare in maniera ottimale le informazioni acquisite. Ciò significa in primo luogo utilizzarle per il reperimento della clientela in modo tale da erogare credito con minor rischio rispetto ad altri operatori ed in secondo luogo per realizzare una funzione di monitoring della clientela affidata, ovvero per controllare l’utilizzo del credito. Infine, l’efficienza dell’intermediazione è anche connessa alla capacità degli intermediari di realizzare una trasformazione delle scadenze (trasformazione qualitativa dei fondi) contemporaneamente limitando la quantità di riserve liquide. Secondo l’approccio neoclassico, come sottolinea Tobin, l’efficienza dell’intermediazione deve dunque riflettersi: 1) in una riduzione dei costi di transazione e di informazione; 2) in una più elevata corrispondenza tra il valore delle attività finanziarie ed il rendimento futuro cui esse danno titolo; 3) in un ampliamento delle possibilità di scelta dei soggetti in relazione alle loro preferenze e all’evoluzione attesa delle condizioni di mercato. Se si fa riferimento alla visione schumpeteriana, che assegna al sistema creditizio anche la funzione di promozione dello sviluppo, ovviamente un giudizio sull’efficienza sarà condizionato anche dalla verifica della capacità del sistema degli intermediari di promuovere lo sviluppo economico. In questo senso si deve tenere conto della capacità del sistema di effettuare una selezione della clientela affidata sulla base della sua solvibilità, della qualità dei progetti da essa intrapresi o da intraprendere, oltre che sulle condizioni e sulle prospettive del mercato. In questo senso l’intermediazione è efficiente se privilegia i settori e le imprese a più elevata redditività.

  • EFIBANCA

    Abbr. di: Ente finanziario interbancario. Sorta come spa nel 1949 per trasformazione dell’Ente Finanziamenti Industriali del 1939. Hanno partecipato alla sua costituzione alcune grandi banche e compagnie di assicurazioni. Sotto la vecchia l.b. 1936 rientrava nella categoria degli istituti di credito speciale. Esercita il credito a medio e lungo termine, anche agevolato, in lire e in divisa, in Italia e all’estero, a favore di imprese industriali e commerciali e all’esportazione, può assumere e cedere partecipazioni e acquistare e vendere titoli in genere, partecipare a consorzi per la garanzia di collocamento o per l’assunzione e il collocamento di titoli azionari e obbligazionari. Nel 1990 BNL ne ha acquisito la maggioranza, ceduta nel 1999 all’ICCRI-Banca federale europea (ora Bipielle Investimenti) del Gruppo Banca popolare di Lodi.

  • EFMA

    Acr. di: European Financial Management & Marketing Association. Organizzazione non profit con sede a Parigi, costituita nel 1971 da banche francesi, inglesi, spangole e tedesche. Sono successivamente entrati come full members istituti belgi, italiani, olandesi, portoghesi, svizzeri ecc. di modo che, oggi, i due terzi delle banche al dettaglio di venti Paesi europei. Esiste anche una seconda categoria di associate members nella quale sono incluse le banche degli altri continenti. Ha per missione di incoraggiare il dialogo e di sostenere e diffondere le opinioni degli associati per quanto concerne il marketing (suo obiettivo originario) e la conduzione delle attività finanziarie in genere. Gestisce un Centro di documentazione che fornisce ampio materiale bibliografico e una cineteca; cura diverse pubblicazioni, fra cui EFMA’s Newsletter, che è un notiziario di iniziative e innovazioni in campo finanziario, oltre che studi specifici su singoli mercati o prodotti finanziari; organizza riunioni di esperti e gruppi di lavoro, e convoca annualmente una Convention e un Congresso per dibattere i temi di più largo interesse. Presidente dal 1994 al 1997 è stato Carlo Marengo in rappresentanza del Credito Italiano.

  • EFRAG

    Acr. di: European Financial Reporting Advisory Group. Organizzazione privata costituita nel 2001 con sede a Bruxelles con la missione di fornire consulenza tecnica alla Commissione europea sull’applicazione degli IAS in Europa, di partecipare ai lavori dello IASB, di coordinare nell’UE l’elaborazione delle interpretazioni degli IAS. La Commissione europea ne ha caldeggiato la costituzione. L’EFRAG opera con due strutture: il TEG (Technical Expert Group), gruppo ristretto di esperti internazionali (sono presenti anche osservatori della Commissione europea, dello IAS e del CESR) e un Supervisory Board of European Organizations per garantire rappresentatività e autorità alle decisioni. Il TEG è supportato, per quanto di competenza, da un Insurance Subcommittee. L’EFRAG è stato costituito da: CEA (Comité Européen des Assurances), EBF (European Banking Federation), EFAA (European Federation of Accountants and Auditors), EFFAS (European Federation of Financial Analysts Societies), ESBG (European Savings Banks Group), FEE (Fédération des Experts Comptables Européens), FESE (Federation of European Securities Exchanges), GEBC (European Association of Cooperative Banks), UEAPME (European Association of Craft, Small and Medium-sized Enterprises), UNICE (Union des Confédérations de l’Industrie et des Employeurs d’Europe). L’EFRAG opera statutariamente in modo indipendente dalle organizzazioni coinvolte.

  • EFT

    Acr. di: Electronic Funds Transfer system Con questa sigla si identifica un insieme di strutture organizzative e di procedure per il trasferimento di fondi realizzato attraverso l’invio di messaggi elettronici su rete telematica. Tecnicamente gli EFT consentono di impartire elettronicamente ordini di trasferimento tra conti diversi e di darvi esecuzione con la contemporanea registrazione di accrediti ed addebiti (c.d. operazioni on line). Le operazioni della specie, nei sistemi tecnicamente più avanzati, si avvolgono di infrastrutture rappresentate da reti di terminali costituiti da ATM e da POS, collocati direttamente presso i punti vendita; frequentemente le operazioni sono convogliate presso punti di compensazione (v. automated clearing house) che provvedono alla compensazione automatica delle partite. Il ricorso a circuiti telematici consente di eliminare il supporto cartaceo che tradizionalmente documenta il pagamento e di operare il trasferimento senza movimento effettivo di moneta e senza scritture contabili di tipo tradizionale; le procedure conseguono perciò sensibili economie nei tempi di esecuzione delle operazioni. I trasferimenti elettronici possono riguardare tanto operazioni di importo ridotto (di cui esempio tipico sono i pagamenti realizzati con addebiti diretti sul conto tramite carte di debito del tipo Bancomat presso i POS) quanto trasferimenti di fondi all’ingrosso, quali regolamenti di transazioni in valuta e pagamenti internazionali. La prima realizzazione di sistemi di trasferimento elettronico di una certa importanza risale agli inizi degli anni Sessanta, quando per iniziativa di un gruppo di banche fu avviato il sistema Swift per il trattamento di operazioni finanziarie su scala internazionale. Attualmente la rete Swift collega operatori di circa 50 Paesi, tra i quali, oltre alle banche, figurano agenti di cambio e brokers, operatori specializzati nell’intermediazione in titoli (dealers), organismi di compensazione. Nel corso degli anni Ottanta tutti i principali sistemi finanziari si sono progressivamente dotati di reti telematiche per la gestione delle procedure di pagamento su scala nazionale, apportando significative innovazioni ai sistemi di pagamento; l’integrazione e la standardizzazione di tali circuiti per la realizzazione di un sistema via rete di pagamenti al dettaglio su scala internazionale costituiscono uno dei principali obiettivi dei programmi di integrazione avviati nell’ambito della Comunità Europea. L’importanza dei trasferimenti elettronici di fondi e del trattamento via rete delle informazioni ad essi collegate è cresciuta significativamente nel corso dell’ultimo ventennio, tanto da indurre alcuni osservatori a coniare il termine di electronic money (moneta elettronica), in alternativa alla tradizionale moneta cartacea (contante e moneta fiduciaria emessa dalle banche). In Italia lo sviluppo di sistemi EFT si realizza in modo compiuto solo nella seconda metà degli anni Ottanta, come risultato di alcuni interventi di riforma del sistema dei pagamenti promossi dalla Banca d’Italia e realizzati attraverso organismi consortili in ambito bancario, sotto la supervisione della Società Italiana per l’Automazione (SIA). Già durante gli anni Settanta, tuttavia, talune categorie di banche avevano promosso iniziative analoghe attivando proprie reti per il trattamento e la trasmissione di informazioni relative ad alcune tipologie di pagamenti e per il trasferimento di fondi nell’ambito della categoria: tra le iniziative va ricordato il circuito STACRI delle casse di risparmio e il Seceti, frutto di una iniziativa congiunta della categoria delle banche popolari e di quella delle aziende ordinarie di credito. Alla fine degli anni Ottanta è stata realizzata l’interconnessione dell’intero sistema in un’unica infrastruttura di telecomunicazione denominata SITRAD e successivamente evolutasi in Rete Nazionale Interbancaria (RNI). La RNI ha creato i presupposti per lo sviluppo di sistemi di trasferimento fondi in ambito nazionale. Questi ultimi sono stati successivamente suddivisi in categorie: sottosistemi al dettaglio (che trattano grandi moli di pagamenti di piccolo importo) e all’ingrosso (che trattano un numero più contenuto di pagamenti di importo elevato). Nel corso degli anni Novanta la Banca d’Italia ha realizzato l’applicazione BI-REL per il regolamento in tempo reale dei pagamenti all’ingrosso. In relazione all’adesione dell’Italia all’UEM è stato realizzato un sistema di pagamento internazionale (denominato Target) che consente a tutte le banche dell’area Euro di scambiarsi fondi in tempo reale per il tramite delle rispettive Banche Centrali Nazionali.

  • EFTA

    Acr. di European Free Trade Association. Organizzazione istituita nel 1960 con la convenzione di Stoccolma e comprendente, all’inizio, Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Regno Unito, Svezia, Svizzera, a cui si aggiunsero successivamente Finlandia, Islanda e Liechtenstein. L’obiettivo fu quello di creare un’area di libero scambio tra i Paesi membri quale risposta alla creazione del MEC. Per i prodotti industriali, infatti, furono progressivamente ridotti all’interno dell’area, fino alla totale eliminazione, sia i diritti doganali all’esportazione e all’importazione, sia i contingenti all’importazione. Per i prodotti agricoli, a seguito di accordi bilaterali tra i paesi membri, una parte degli scambi veniva conclusa in esenzione di dazi. In quanto area di libero scambio e non unione doganale, l’EFTA non introdusse una tariffa esterna comune verso i paesi terzi e pertanto ciascun paese conservò il suo sistema di dazi. Il partner commerciale più importante dell’EFTA è sicuramente la ce. Nel 1992 è stato firmato, con l’UE, l’accordo sullo Spazio Economico Europeo (SEE) al quale non ha tuttavia aderito la Svizzera. La sua entrata in vigore, il 1° gennaio 1994, ha comportato la creazione di una vasta zona economica integrata caratterizzata sia dal trattamento preferenziale applicato ai prodotti originari dell’area (attestata da certificati di circolazione Eur 1), sia dall’adozione, da parte dei Paesi EFTA, di una parte della legislazione comunitaria (in tema di diritto societario, protezione dei consumatori, ambiente, politica sociale). Tuttavia non sono ancora state completamente abolite le formalità doganali tra i Paesi ETA e UE e permangono differenze nel campo della politica agricola. Dopo l’ingresso nella Comunità di Regno Unito e Danimarca (1973), del Portogallo (1986), dell’Austria, della Finlandia e della Svezia (1995), l’EFTA ha perduto gran parte della propria importanza. L’EFTA si compone attualmente di soli quattro paesi (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera). Gli altri membri originari sono infatti diventati parte integrante dell’UE. I membri EFTA, ad eccezione della Svizzera, hanno comunque aderito allo Spazio Economico Europeo, L’EFTA ha dato vita a numerosi accordi di libero scambio e di cooperazione con diversi paesi ed entità sovranazionali, costruendo un network mondiale di aree di libero scambio superato in ampiezza e numero di paesi coinvolti solo da quello costruito dall’UE.

  • EID/MITI

    Acr. di: Export, Import and Investment Insurance Department, Ministry of International Trade and Industry. Dipartimento del ministero giapponese del commercio estero e dell’industria, operativo nell’attività di assicurazione dei crediti all’esportazione dal 1950. In seguito alla trasformazione del Ministero, l’EID è stato scorporato e trasformato in un’agenzia indipendente, la Nippon Export and Investment Insurance (NEXI, q.v.), dall’aprile 2001 e il Ministero è stato ridenominato Ministry pof Economy, Trade and Industry (METI).

  • ELABORATORE CENTRALE

    Elaboratore di elevate prestazioni in termini di potenza elaborativa e di spazio per la memorizzazione delle informazioni. Sin.: mainframe.

  • ELABORATORE DIPARTIMENTALE

    Sistema elaborativo di media potenza destinato all’automazione di un settore aziendale (“dipartimento”), da cui l’aggettivo “dipartimentale” in uso utilizzato negli anni Settanta. Oggi si preferisce usare il termine “elaboratore intermedio” con riferimento alla collocazione (per prestazioni e prezzo) di questa classe di macchine in posizione mediana fra i sistemi centrali e i personal computer.

  • ELABORATORE ELETTRONICO

    È un insieme di dispositivi materiali (hardware) e di programmi (software) capace di rilevare informazioni (input), codificarle, elaborarle compiendo operazioni matematiche, di comparazione, di selezione e ordinamento ecc. secondo una sequenza prestabilita da un programma e dare infine un certo prodotto (output), che può essere la videata, la stampa o la trasmissione a distanza di un tabulato, di uno scritto, del risultato di un calcolo o di una ricerca in archivi domestici o Internet, di un segnale di comando o di altro input per qualche macchina o processo di qualsiasi genere, industriale e non ecc. I sinonimi computer, calcolatore elettronico e il francese ordinateur derivano da quelli che sono stati storicamente i suoi impieghi prevalenti. I grandi vantaggi offerti da un calcolatore sono la possibilità di elaborare grandi quantità di dati con grande velocità e precisione, mediante automatismi che evitano penosi lavori ripetitivi, trattando i dati sia con operazioni aritmetiche, sia con operazioni logiche (cioè riunendo, dividendo e smistando i dati secondo certi criteri), sia combinando i due procedimenti. Rientrano tra le possibilità degli elaboratori quelle di memorizzare e ricercare informazioni in grandi archivi e quelle di trasmettere dati in rete, il che consente lo scambio a distanza di dati tra elaboratore e terminali e tra elaboratori.

    1. Hardware e software. L’hardware dell’elaboratore è composto dall’unità centrale di elaborazione (Central Processing Unit, CPU), dalla memoria di lavoro (RAM e ROM) detta anche principale o centrale, dalle memorie esterne o di massa, dai canali di comunicazione (BUS), dalle periferiche di ingresso o di uscita (schermo, tastiera, mouse, modem, scanner, stampante ecc.) delle informazioni. Indispensabili per il funzionamento dell’elaboratore sono i programmi, distinguibili in programmi di servizio (sistema operativo) e applicativi, ovvero programmi mirati all’elaborazione dei dati. L’acquisizione delle informazioni (input) avviene attraverso dispositivi (tastiera, mouse, lettore di dischetti, dispositivi di memoria di massa, scanner, modem ecc.). L’uscita (output) delle informazioni avviene attraverso schermo, stampanti, modem, dispositivi di memoria di massa. v.; driver;compact disk; disco flessibile; disco rigido; disco ottico; memoria; memoria di massa; nastro magnetico; periferica; PCMCIA; schermo; sistema operativo; software; terminale.

    2. Precedenti storici. Calcolatrici meccaniche erano state costruite già nel XVII secolo da Pascal e Leibniz e un progetto di “macchina analitica” capace di eseguire algoritmi complessi con organi meccanici era stato avviato (ma non realizzato) dal matematico inglese Charles Babbage (1792-1871). Con lui aveva collaborato Ada Byron Lovelace, sorella del poeta, realizzando un sottoprogramma su schede perforate che permetteva di compiere automaticamente alcune operazioni aritmetiche senza l’intervento ripetitivo dell’operatore. Sul finire del secolo XIX l’americano Hollerith realizza le macchine elettromeccaniche a schede perforate (il cui primo impiego è stato fatto per l’elaborazione del Censimento statunitense del 1890). Prodotte industrialmente, queste macchine sono le prime ad avere qualche capacità di decisione logica (cioè di separare i dati secondo determinate condizioni rivelate dalle perforazioni) e sono state l’apparecchiatura per l’elaborazione elettromeccanica di massa dei dati statistici e contabili disponibile fino agli anni Cinquanta del secolo scorso e cioè fino all’affermarsi dell’elaborazione elettronica.

    3. Generazioni di elaboratori. Si suole distinguere diverse generazioni di elaboratori elettronici secondo le tappe del progresso tecnologico delle sue principali componenti. a) La prima generazione di elaboratori (il cui capostipite è stato l’americano Electronic Numerical Integrator and Computer-ENIAC del 1946) utilizzava come componenti le valvole termoioniche, per memoria tubi di mercurio e per l’input/output dei dati le schede perforate. Essa dura circa 15 anni. b) La seconda generazione si mantiene grosso modo lungo il successivo decennio 1960-1970 e anche oltre ed è caratterizzata dalle applicazioni del transistor, della memoria magnetica e delle unità di input/output a nastro. Queste tecniche erano state scoperte già da prima (il transistor nel 1947), o avevano trovato applicazione anche in precedenza, ma solo con gli anni Sessanta esse diventano correntemente disponibili per l’industria elettronica. c) La terza generazione compare negli anni Settanta con gli sviluppi della tecnologia di circuiti integrati e microprocessori e dei dischi magnetici e ottici. Il primo hard disk affidabile è commercializzato nel 1973 (il Winchester di 30 Mb dell’IBM), il primo microprocessore affidabile (il chip 8080 dell’Intel) entra sul mercato nel 1974, il primo compact disk nel 1982. Nel corso di questi anni si perfeziona la tecnologia costruttiva dei circuiti integrati, la LSI (Large Scale Integration) che permette di concentrare in piccoli chip migliaia di transistori e di costruire il supporto materiale della RAM. Compare in questo periodo sul mercato il minicomputer e una serie di periferiche (tastiera, schermo CRT, drive) e con esse, sul finire degli anni Settanta, il personal computer. d) Quarta generazione. A partire dall’inizio degli anni Ottanta si sviluppa una nuova tecnica costruttiva di circuiti integrati, la VLSI (Very Large Scale Integration) che eleva il numero dei transistori integrabili su un chip all’ordine del milione.Ciò permette ai costruttori di realizzare computer più potenti e meno costosi. Si perfeziona anche la tecnologia degli hard disk che incrementano velocità di accesso e soprattutto la capacità, oggi di decine di Gb e, in prospettiva, tendente all’ordine di qualche centinaia di Gb. I computers costruiti dalla metà degli anni Ottanta sono detti di quarta generazione. e) Una quinta generazione è identificabile negli elaboratori degli anni Novanta, caratterizzata non tanto per i progressi dell’hardware (per il quale si sono avuti perfezionamenti importanti delle tecnologie già note), quanto per il software e, in specie, per gli sviluppi dell’intelligenza artificiale (IA).

    4. Classificazione degli elaboratori elettronici. I calcolatori si distinguono in analogici, quando elaborano segnali modulati e, in tal caso, sono adatti a risolvere problemi di tipo continuo (p.e. regolazione di impianti), digitali, quando elaborano informazioni discrete rappresentate in forma numerica, ibridi quando hanno entrambe le capacità. Super computer è un elaboratore capace di altissima velocità di computo, superiore agli altri computer esistenti, dotato di centinaia o migliaia di CPU, adatto ai computi della ricerca scientifica, dell’ingegneria e dei militari (simulazioni, previsioni meteorologiche, ricerca petrolifera, progettazione di aerei ecc.), non agli usi commerciali e di controllo della produzione. mainframe è un computer multiutente, non necessariamente tra i più tecnologicamente avanzati in termini di hardware e di software, ma dotato di miliardi di byte di memoria di massa e capace di gestire migliaia di terminali e di stampanti. Esso è specialmente adatto agli usi commerciali. General-purpose è un computer (ma anche ogni altro dispositivo) con caratteristiche elevate di capacità di memoria, potenza e velocità di elaborazione e destinabile, quindi, a molti usi senza bisogno di modifiche particolari. Special-purpose è un computer progettato per risolvere un gruppo limitato e specializzato di problemi (p.e. i minicomputer impiegati nella regolazione e nel controllo dei processi industriali e di impianti in genere, per word processing, per terminali ecc.). Altre categorie di elaboratori elettronici sono il minicomputer, la workstation e ilpersonal computer.

  • ELABORAZIONE ELETTRONICA

    Qualsiasi processo di elaborazione dei dati che faccia ricorso ad apparecchiatura elettroniche o più propriamente a sistemi per l’elaborazione elettronica dei dati. L’espressione italiana è traduzione di quella inglese electronic data processing (lett.: elaborazione elettronica di dati), che ha originato la diffusissima sigla EDP.

  • ELASTICITÀ DI CASSA

    Possibilità di un’azienda di adeguare la propria disponibilità monetaria al fabbisogno di contante. Si realizza con il ricorso al credito bancario, nelle tipiche forme dell’apertura di credito in conto corrente. Qui il rapido succedersi di versamenti o di prelevamenti determina l’alternarsi dei saldi: talora a credito del cliente tal altra a suo debito, ovviamente fino alla concorrenza del fido accordato. In pratica, questo variare dei saldi del conto assicura alla banca che il credito non sia immobilizzato e che sia effettivamente utilizzato in aderenza all’origine del fabbisogno, cioè per colmare temporanee deficienze di cassa degli affidati dovute ad un mancato sincronismo tra le entrate e le uscite monetarie. Ciò significa che, trattandosi appunto di un credito per elasticità di cassa, il cliente lo può usare per assicurare l’equilibrio finanziario della propria azienda, alterato da uno sfasamento transitorio nel ritmico avvicendamento tra incassi e pagamenti. Infatti, la banca non concede un’apertura di credito se non è certa, tra l’altro, che il cliente spontaneamente darà al conto il necessario movimento o che almeno sarà sempre in grado di effettuare a sua richiesta dei versamenti a parziale rimborso del suo debito. D’altronde, per premunirsi contro immobilizzazioni, la banca può sempre inserire nel contratto una clausola, con cui si riserva la facoltà di recedere dal contratto, qualora il cliente, in un bimestre o trimestre, non abbia movimentato il conto.

  • ELCD

    Acr. di: Equity-Linked Certificate of Deposits. Particolare varietà di market index deposits introdotti dalla Chase Manhattan Bank sul mercato statunitense nel marzo 1987. Tecnicamente, si tratta di certificati di deposito a tre, sei, nove e dodici mesi, il cui rendimento è agganciato alla performance di un indice di borsa nell’intero arco della loro vita. Analogamente ai certificati di deposito tout court, sono emessi alla pari e garantiscono un tasso d’interesse minimo predeterminato, oscillante tra lo 0% e il 4% in relazione alla propensione al rischio dell’investitore. Accanto a tale componente fissa di rendimento ne è prevista un’altra, di misura incerta e variabile, pari a una certa percentuale dell’incremento dell’indice, ipotizzando che tale incremento si sia realmente verifi cato. Tale percentuale è compresa tra il 25% ed il 75% dell’incremento, in ragione inversamente proporzionale al tasso minimo garantito e direttamente proporzionale alla durata dell’investimento. Manovrando opportunamente le leve del tasso minimo, della percentuale dell’incremento dell’indice di riferimento e della durata. Chase Manhattan ha lanciato sul mercato diversi tipi di ELCD. Solitamente gli ELCD portano la garanzia del FDIC e non sono negoziati sul mercato secondario.

  • ELECTRONIC SERVICES DELIVERY

    Acr.: ESD. Lett.: prestazione elettronica di servizi. e-commerce ristretto alla prestazione di servizi per via elettronica attraverso computer collegati in rete. L’ESD esclude le transazioni di beni materiali e perciò si ha electronic services delivery solo quando l’intera attività può essere svolta, almeno in linea di principio, elettronicamente. Si parla p.e. di ESD per l’e-government e per alcuni settori di attività e-commerce come la banca e agli altri servizi finanziari, la vendita di siti Web e di software e applicazioni, la prenotazione e l’emissione di biglietti di viaggio o di spettacoli, l’educazione e la formazione a distanza, l’e-publishing.

  • ELUSIONE D'IMPOSTA

    L'elusione fiscale si caratterizza per la presenza di intenzionalità delle operazioni poste in essere, anormalità e artificiosità del comportamento del contribuente che mira a produrre un risparmio d'imposta non previsto o non consentito dal legislatore.
    L’elusione, oltre a non dover essere confusa con l’EVASIONE FISCALE, allo stesso modo non devo esserlo con la simulazione, nel cui le parti intendono conseguire un risultato diverso rispetto a quello che appare dagli atti e dai negozi posti in essere, dando così luogo a situazioni di violazione della normativa.
    Con d.lg. 8.10.1997 n. 358 è stato inserito nel corpo del d.p.r. 29.9.1973 n. 600 l’art. 37-bis, volto a disciplinare il fenomeno dell’elusione tributaria in sostituzione di quanto in precedenza disposto dall’art. 10, l. 29.12.1990 n. 408. Secondo la nuova norma sono inopponibili all’amministrazione finanziaria gli atti, i fatti e i negozi, anche collegati tra loro, privi di valide ragioni economiche, diretti ad aggirare obblighi o divieti previsti dall’ordinamento tributario e a ottenere riduzioni di imposte o rimborsi, altrimenti indebiti. Questa disposizione si applica unicamente se il contribuente utilizza una delle operazioni tassativamente elencate ed in specie: trasformazioni; fusioni; scissioni; liquidazioni volontarie; conferimenti in società oltre che negozi aventi a oggetto il trasferimento o il godimento di aziende; cessione di crediti; cessioni di eccedenze di imposta; fusioni, scissioni, conferimenti d’attivo e scambi azionari intracomunitari; operazioni da chiunque effettuate, incluse le valutazioni, aventi a oggetto i beni e i rapporti di cui all’art. 81, comma 1, lettere c), c bis) e c ter) del TUIR (plusvalenze da cessione a titolo oneroso di partecipazioni qualificate o non qualificate, di titoli non rappresentativi di merci, di certificati di massa, di valute estere, di metalli preziosi, di diritti od obblighi di cedere o di acquistare a termine, di rapporti produttivi di redditi di capitale). L’amministrazione finanziaria disconosce i vantaggi tributari conseguiti mediante gli atti, i fatti ed i negozi in precedenza indicati, applicando le imposte determinate in base alle disposizioni eluse, al netto delle imposte dovute per effetto del comportamento inopponibile all’amministrazione stessa.

  • EMBARGO

    Blocco delle transazioni economiche intercorrenti attuato nei confronti di un paese straniero e generalmente messo in opera come misura di ritorsione. Si concretezza nel divieto di importare o esportare determinati beni industriali o materie prime fondamentali per l’economia del paese nei confronti del quale viene predisposto.

  • EMBOSSING

    Processo mediante il quale vengono scritte, a rilievo, su una carta di plastica le informazioni di personalizzazione, quali il codice identificativo o la data di scadenza. I caratteri a rilievo verranno poi utilizzati per trasferire le informazioni sui voucer mediante apposite apparecchiature dette inprinter. Per migliorare la leggibilità delle informazioni si provvede poi, in sede di confezionamento della carta, ad una coloritura a caldo (tipping) dei caratteri a rilievo.

  • EMENDAMENTO

    Modifica del contenuto di una proposta oggetto di deliberazione da parte di un’assemblea. In diritto costituzionale il termine indica la modificazione al testo di un disegno di legge da parte dell’assemblea legislativa cui quel disegno è presentato. Il potere di proporre emendamenti spetta ai singoli componenti delle Camere, oltre che al Governo attraverso i ministri. Dall’emendamento in senso proprio, vanno distinti i c.d. emendamenti totali (o controprogetti), che contengono una disciplina nuova e globale della materia già regolata nel disegno di legge (onde essi non mirano a integrare il disegno di legge, ma a sostituirlo del tutto). I regolamenti parlamentari stabiliscono le modalità di proposizione degli emendamenti, al fine precipuo di impedirne l’utilizzazione come strumento di ostruzionismo. Gli emendamenti devono generalmente essere presentati per iscritto al presidente dell’assemblea almeno ventiquattro ore prima della discussione degli articoli cui si riferiscono. Tradizionalmente vengono raggruppati in tre tipi: soppressivi, aggiuntivi e sostitutivi. Qualora per uno stesso articolo siano presentati più emendamenti, l’ordine da seguire nell’esame di questi è stabilito dal presidente dell’assemblea secondo quanto previsto dai regolamenti: generalmente si procede all’esame prima degli emendamenti soppressivi - se ve ne sono - e poi di quelli che maggiormente si allontanano dal testo.

  • EMISSIONE DI ASSEGNO

    L’emissione di un assegno bancario consiste nel suo rilascio, da parte in un soggetto, detto traente, mediante sottoscrizione dello stesso e l’indicazione della data e del luogo di emissione. L’emissione dell’assegno assolve ad una funzione di pagamento e, sotto il profilo strutturale, è assimilabile all’emissione di una cambiale tratta. Infatti, il traente emette l’assegno su altro soggetto. Il trattario deve rivestire la qualità di banchiere, anche se è prevista la validità dell’assegno bancario tratto su chi non sia banchiere se il titolo è emesso e pagabile fuori dal territorio dello Stato (art. 3 l. ass.). L’assegno bancario non può essere emesso se il traente non abbia fondi disponibili presso il trattario, dei quali abbia il diritto di disporre per assegno bancario e in conformità di una convenzione espressa o tacita. La legge vieta l’accettazione da parte del trattario, che contrasterebbe con la stessa natura del titolo, il quale, essendo un mezzo di pagamento, presuppone la disponibilità di fondi del traente presso il trattario. La convenzione fra la banca ed il traente, detta convenzione d’assegno, risulta da un libretto di assegni rilasciato dalla banca, con il quale essa autorizza il cliente a disporre delle somme depositate a suo nome presso la banca. In passato l’emissione di un assegno bancario senza l’autorizzazione del trattario.era punita con la reclusione. Con l’emanazione del d.lg. 30.12.1999 n. 507, recante disposizioni sulla depenalizzazione dei reati minori e sulla riforma del sistema sanzionatorio, la medesima trasgressione è ora punita con il pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria non inferiore ai 2.000.000 di lire e non superiore ai 20.000.000; se l’importo dell’assegno è superiore a 20.000.000 o in caso di reiterazione, si applica la sanzione più elevata da 4.000.000 di lire a 24.000.000. Sotto il profilo privatistico, il pagamento del trattario resta valido anche se i fondi non sussistevano. La convenzione d’assegno è di solito legata alla regolamentazione in conto corrente di un deposito bancario o di un’apertura di credito, per cui il traente è autorizzato a disporre, a mezzo di assegni, delle somme liquide, esigibili e disponibili a suo favore presso il trattario. Tale convenzione si ritiene perfezionata con la consegna al traente dei moduli di assegno intestati al trattario. Per ciò che riguarda i rapporti fra traente e prenditore, l’emissione dell’assegno solitamente presuppone un rapporto di valuta a giustificazione dell’emissione: quando tale rapporto consista in un debito del traente verso il prenditore l’emissione dell’assegno non vale, sino all’effettivo pagamento dello stesso da parte del trattario. ad estinguere il debito stesso. Diversa è la fattispecie dell’emissione di un di un assegno circolare, o di un vaglia cambiario emesso dalla Banca d’Italia e di vaglia cambiario emesso dai banchi meridionali, per i quali vi è l’incorporazione nel titolo di una promessa incondizionata di pagamento dell’istituto emittente della corrispondente valuta in contanti o mediante l’utilizzazione di fondi disponibili presso l’emittente. In questi casi l’emissione dell’assegno, che avviene su richiesta del prenditore, è riconducibile ad un contratto d’opera fra emittente richiedente. L’emissione di assegni bancari, circolari e di vaglia cambiari di valore superiore ai venti milioni è, ex art. 1 l. 5.7.1991 n. 197, sottoposta all’obbligo di apposizione della clausola di intrasferibilità e del nome o della ragione sociale del beneficiario: in tal caso è previsto che il richiedente di assegno circolare, vaglia cambiario o mezzo equivalente emesso con la clausola di intrasferibilità possa chiedere, previa restituzione del titolo, il ritiro della provvista.

  • EMISSIONE DI ASSEGNO, DISPOSIZIONI PENALI

    1. Emissione di assegno senza autorizzazione. Fattispecie consistente nell’emissione di assegno, bancario o postale, senza l’autorizzazione del trattario, cioè senza che esista, fra il sottoscrittore (traente) e la banca o il Bancoposta, un contratto (il c.d. contratto di check) che autorizzi il traente a trarre assegni. Già prevista dall’art. 1, l. 15.12.1990 n. 386 per l’assegno bancario come delitto punito con la reclusione da 3 mesi a 1 anno, è stata depenalizzata dal d.lg. 30.12.1999 n. 507 (art. 28) che lo punisce con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 1.032 a euro 6.197. Se l’importo dell’assegno è superiore a euro 10.329,14, o nel caso di reiterazione delle violazioni, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 2.065 a euro 12.304. Non è ammesso il pagamento in misura ridotta ai sensi dell’articolo 16 della legge 24.11.1981 n. 689. Competente ad applicare le sanzioni è il prefetto del luogo di pagamento dell’assegno.

    2. Emissione di assegno senza provvista. Fattispecie già prevista come delitto (punito con la multa da lire trecentomila a lire cinque milioni o con la reclusione fino a 8 mesi) dall’art. 2 della l. 15.12.1990 n. 386, ma che riguarda una condotta diversa da quella descritta in rubrica. La norma, infatti, puniva soltanto l’emissione di un assegno bancario che, presentato in tempo utile non venga pagato, in tutto o in parte, per difetto di provvista, rimanendo così esclusa dall’area del penalmente rilevante la condotta, punita ai sensi del n. 2 dell’art. 116, r.d. 21.12.1933 n. 1736 abrogato dall’art. 12 della l. 15.12.1990 n. 386 di chi si limiti all’emissione di assegno senza provvista e successivamente, cioè in tempo utile, provveda alla integrazione della provvista stessa. Il rapporto di provvista è un credito liquido ed esigibile che il traente vanta verso la banca o il Bancoposta, la quale è tenuta a pagare nei limiti della provvista. La fattispecie è stata depenalizzata dal d.lg. 30.12.1999 n. 507 (art. 20) che sanziona chi emette un assegno bancario o postale che, presentato in tempo utile, non viene pagato in tutto o in parte per difetto di provvista è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 516 a euro 3.098. Se l’importo dell’assegno è superiore a euro 10.329,14, o nel caso di reiterazione delle violazioni, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 1.032 a euro 6.197. Non è ammesso il pagamento in misura ridotta ai sensi dell’articolo 16 della legge 24 novembre 1981, n. 689. Competente ad applicare le sanzioni è il prefetto del luogo di pagamento dell’assegno.

    3. Sanzioni amministrative accessorie. Sono previste dalle norme degli artt. 5 e 5-bis della l. 15.12.1990 n. 386 modif. o inserite nella stessa dall’art. 31 del d.lg. 30.12.1999 n. 507. L’emissione di assegno senza autorizzazione comporta il divieto di emettere assegni bancari e postali. La stessa sanzione amministrativa accessoria si applica all’emissione di assegno senza provvista, quando l’importo dell’assegno, ovvero di più assegni emessi in tempi ravvicinati e sulla base di una programmazione unitaria, è superiore euro 2.582,28. Se l’importo dell’assegno o di più assegni emessi in tempi ravvicinati e sulla base di una programmazione unitaria è superiore a euro 51.645,69, ovvero risulta che il traente, nei cinque anni precedenti, ha due o più volte emesso assegni senza autorizzazione o senza provvista per un importo superiore complessivamente a euro 10.329,14, accertate con provvedimento esecutivo, l’emissione di assegno senza autorizzazione o senza provvista comporta anche l’applicazione di una o più delle seguenti sanzioni amministrative accessorie: a) interdizione dall’esercizio di un’attività professionale o imprenditoriale; b) interdizione dall’esercizio degli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese; c) incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione. L’interdizione dall’esercizio di un’attività professionale o imprenditoriale priva, temporaneamente, il soggetto della capacità di esercitare una professione, industria o un commercio, per i quali è richiesto uno speciale permesso o una speciale abilitazione, autorizzazione o licenza dell’autorità. L’interdizione dall’esercizio degli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese importa l’incapacità del soggetto di esercitare l’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore e direttore generale e ogni altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica o dell’imprenditore. L’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione importa il divieto di concludere contratti con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio. Le predette sanzioni amministrative accessorie non possono avere una durata inferiore a due mesi, né superiore a due anni. Il divieto di emettere assegni bancari e postali non può avere una durata inferiore a due anni, né superiore a cinque anni. Il prefetto, nel determinare il numero e la durata delle sanzioni amministrative accessorie da applicare, tiene conto della gravità dell’illecito e dell’importo dell’assegno o degli assegni emessi. Ferma restando l’applicabilità delle sanzioni amministrative, chiunque trasgredisce ai divieti conseguenti alle sanzioni amministrative accessorie è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. La condanna per il reato di cui al comma 1 importa la pubblicazione della sentenza e il divieto di emettere assegni bancari e postali per un periodo non inferiore a due anni, né superiore a cinque anni.

    4. Falsa dichiarazione sulla non interdizione dall’emissione di assegni. Delitto connesso all’attività di emissione di assegni, previsto dal comma 1, art. 124, r.d. 21.12.1933 n. 1736, così come modificato da ultimo dall’art. 37 del d.lg. 30.12.1999 n. 507, con il quale si punisce chiunque, all’atto del rilascio di moduli di assegni bancari o postali, sottoscriva falsa dichiarazione dalla quale risulti che non è in alcun modo interdetto dall’emissione di assegni bancari o postali. Il richiedente che dichiara il falso è punito con la reclusione da 6 mesi a 2 anni, qualora vengano rilasciati uno o più moduli di assegno.

    5. Rilascio di assegni e responsabilità del dipendente dell’istituto trattario. Reato proprio del dipendente dell’istituto trattario previsto dall’art. 125, r.d. 21.12.1933 n. 1736, così come modificato da ultimo dall’art. 37, 2° comma, del d.lg. 30.12.1999 n. 507. La norma, al comma 1, prevede che, prima del rilascio di moduli di assegno bancario o postale, il dipendente responsabile accerta, sulla base dei dati risultanti dall’archivio degli assegni bancari e postali e delle carte di pagamento irregolari, previsto dall’articolo 10 bis della l. 15.12.1990 n. 386, che il richiedente non risulti in alcun modo interdetto dall’emissione di assegni bancari o postali, ovvero soggetto a revoca delle autorizzazioni ad emettere assegni a norma dell’articolo 9 della medesima legge. Il dipendente responsabile che consegna moduli di assegno bancario o postale a persona interdetta, in base ai dati dell’archivio, dall’emissione di assegni o soggetta a revoca delle autorizzazioni, è punito, salvo che il fatto costituisca più grave reato, con la reclusione fino ad un anno.

    6. Pagamento tardivo dell’assegno e procedimento per l’applicazione delle sanzioni amministrative. Nell’emissione di assegno senza provvista, le sanzioni amministrative non si applicano se il traente, entro sessanta giorni dalla data di scadenza del termine di presentazione del titolo, effettua il pagamento dell’assegno, degli interessi, della penale e delle eventuali spese per il protesto o per la constatazione equivalente. Il pagamento può essere effettuato nelle mani del portatore del titolo, o presso lo stabilimento trattario mediante deposito vincolato al portatore del titolo, ovvero presso il pubblico ufficiale che ha levato il protesto o ha effettuato la constatazione equivalente. La prova dell’avvenuto pagamento deve essere fornita dal traente allo stabilimento trattario, o, in caso di levata del protesto, o di rilascio della constatazione equivalente, al pubblico ufficiale tenuto alla presentazione del rapporto mediante quietanza del portatore con firma autenticata ovvero, in caso di pagamento a mezzo di deposito vincolato, mediante attestazione della banca comprovante il versamento dell’importo dovuto. Il procedimento per l’applicazione delle sanzioni amministrative non può essere iniziato prima che sia decorso il termine per il pagamento tardivo di sessanta giorni (art. 8 della l. 15.12.1990 n. 386, sostituito dall’art. 33 del d.lg. 30.12.1999 n. 507).

    7. Procedimento per l’applicazione delle sanzioni amministrative. Nell’emissione di assegno senza autorizzazione, se viene levato il protesto o effettuata la constatazione equivalente, il pubblico ufficiale trasmette il rapporto di accertamento della violazione al prefetto territorialmente competente. Nei casi in cui non si leva il protesto o non si effettua la constatazione equivalente, il prefetto viene direttamente informato dal trattario. Nel caso di emissione di assegno senza provvista, il trattario dà comunicazione del mancato pagamento al pubblico ufficiale che deve levare il protesto o effettuare la constatazione equivalente. Il pubblico ufficiale, se non è stato effettuato il pagamento tardivo dell’assegno nel termine di sessanta giorni, trasmette il rapporto di accertamento della violazione al prefetto territorialmente competente. Nei casi in cui non si leva il protesto, o non si effettua la constatazione equivalente, il trattario, decorso inutilmente il termine previsto dall’articolo 8, informa direttamente il prefetto territorialmente competente. Entro novanta giorni dalla ricezione del rapporto, o dell’informativa, il prefetto notifica all’interessato gli estremi della violazione a norma dell’articolo 14 della l. 24.11.1981 n. 689. Se l’interessato risiede all’estero il termine per la notifica è di trecentosessanta giorni. L’interessato, entro trenta giorni dalla notifica, può presentare scritti difensivi e documenti. Il prefetto, dopo aver valutato le deduzioni presentate, determina, con ordinanza motivata, la somma dovuta per la violazione e ne ingiunge il pagamento, insieme con le spese, ovvero emette ordinanza motivata di archiviazione degli atti (art. 8-bis della l. 15.12.1990 n. 386, sostituito dall’art. 33 del d.lg. 30.12.1999 n. 507).

  • EMISSIONE DI CAMBIALE

    Consiste nella consegna della cambiale al creditore (primo prenditore) da parte del debitore (sottoscrittore). Solo da questo momento l’obbligazione cambiaria vincola il sottoscrittore, non essendo sufficiente la sola creazione del titolo.

  • EMISSIONE DI OBBLIGAZIONI

    Operazione relativa all’assunzione, da parte delle società per azioni, in accomandita per azioni, e degli enti pubblici economici, di debiti pecuniari verso terzi, ai quali vengono rilasciati particolari documenti (obbligazioni, al portatore o nominative) (v. obbligazioni; obbligazioni convertibili o doppie) che incorporano il corrispondente diritto e, quindi, costituiscono titoli di credito. L’emissione non è, di norma, consentita per somma eccedente il capitale versato ed esistente in base all’ultimo bilancio approvato, a meno che le obbligazioni siano garantite da ipoteca su immobili di proprietà sociale, fino a due terzi del valore di questi, o da titoli nominativi emessi o garantiti dallo Stato o che la società sia autorizzata dall’autorità governativa. Consegue che la società che ha emesso obbligazioni non può ridurre il capitale sociale se non in proporzione delle obbligazioni rimborsate. L’emissione, trattandosi di atto eccedente l’ordinaria amministrazione, deve essere deliberata dall’assemblea straordinaria e la deliberazione deve essere depositata presso la cancelleria del tribunale competente per l’omologazione e l’iscrizione nel registro delle imprese (attualmente sostituito dalla cancelleria del tribunale); condizione questa perché possa essere eseguita. Le obbligazioni debbono indicare la denominazione, l’oggetto e la sede della società, l’ufficio del registro delle imprese presso il tribunale al quale è iscritta, il capitale sociale versato ed esistente, la data della deliberazione dell’assemblea, e della sua iscrizione nel registro della cancelleria, l’ammontare complessivo, il valore nominale di ciascuna, il saggio d’interesse, il modo di pagamento e di rimborso e, infine, le eventuali garanzie. È prevista un’assemblea degli obbligazionisti, che nomina un rappresentante comune degli stessi, in presenza del quale (o, in mancanza, di un notaio) debbono farsi, a ena di nullità, le operazioni per l’estrazione a sorte delle obbligazioni.

    Emissione di obbligazioni delle banche

    Le banche, in qualunque forma costituite, possono emettere obbligazioni, anche convertibili, nominative o al portatore (v. obbligazioni bancarie). Le modalità sono però stabilite in modo differenze secondo l’entità del patrimonio di vigilanza degli emittenti. La normativa è disciplinata dalla Banca d’Italia, in conformità alle deliberazioni del CICR (art. 12.5 TUBC). L’emissione delle obbligazioni non convertibili o convertibili in titoli di altre società è deliberata dal consiglio di amministrazione (e non dall’assemblea, come è prescritto invece per le altre società di capitali) e non è soggetta al limite di importo rappresentato dal capitale esistente secondo l’ultimo bilancio approvato. Gli interessi percepiti da persone fisiche sono soggetti a ritenuta per imposta sostitutiva del 12,5%. Le obbligazioni emesse da banche con azioni quotate sono ammesse di diritto alla quotazione.

  • EMISSIONE DI TITOLI DEL DEBITO PUBBLICO

    Collocamento di titoli di credito, nominativi o al portatore, effettuato dallo Stato che fa così fronte a spese straordinarie, mediante il ricorso a prestiti pubblici autorizzati con legge speciale. Le modalità ormai più comuni di collocamento sono nel nostro Paese l’asta competitiva (per i BOT) e l’asta marginale (per CTZ, BTP e CCT). Sono possibili anche collocamenti presso investitori istituzionali (titoli in euro e in valuta estera).

  • EMISSIONE DI VALORI MOBILIARI

    Precedentemente regolata dall’art. 11, l. 23.3.1983 n. 77 (istituzione dei fondi comuni d’investimento) e dall’art. 21, l. 8.8.1985 n. 281 (istituzione della Consob), l’emissione di valori mobiliari è ora disciplinata dall’art. 129 TUBC, nelle modifiche apportate dal d.lg. 23.7.96 n. 415 il cui art. 161 abroga le precedenti disposizioni. Le emissioni di valori mobiliari e le offerte in Italia di valori mobiliari esteri di importo non superiore a cento miliardi di lire o al maggiore importo determinato dalla Banca d’Italia sono liberamente effettuabili ove i valori mobiliari rientrino in tipologie previste dall’ordinamento e presentino le caratteristiche individuate dalla Banca d’Italia in conformità delle deliberazioni del CICR. Nel computo degli importi concorrono tutte le operazioni relative al medesimo emittente effettuate nell’arco dei dodici mesi precedenti. La Banca d’Italia ha precisato che, ai fini della presente disciplina, sono valori mobiliari gli strumenti di raccolta di fondi, negoziati o negoziabili in un mercato, destinati ad una pluralità di investitori anche appartenenti a categorie predeterminate. Rientrano nella nozione gli strumenti del mercato monetario, i titoli rappresentativi di prodotti derivati ed i valori mobiliari atipici. Sono considerati atipici quei valori mobiliari non previsti dall’ordinamento italiano: tra questi sono da comprendere le polizze di credito commerciale. Le emissioni di valori mobiliari e le offerte in Italia di valori mobiliari esteri non liberamente effettuabili devono essere preventivamente comunicate alla Banca d’Italia indicando le quantità e le caratteristiche dei valori mobiliari oltre che le modalità e i tempi di svolgimento dell’operazione. Sono previste tre modalità di comunicazione: cumulativa, che avviene semestralmente; ordinaria, che si riferisce a singole operazioni ed abbreviata, che sostituisce la comunicazione ordinaria in particolari casi. La Banca d’Italia può chiedere informazioni integrative entro quindici giorni dal ricevimento della comunicazione. L’operazione può essere effettuata decorsi venti giorni dal ricevimento della comunicazione ovvero, se richieste, delle informazioni integrative. Al fine di assicurare la stabilità e l’efficienza del mercato dei valori mobiliari, la Banca d’Italia, può, in conformità le deliberazioni del CICR, vietare le operazioni non liberamente effettuabili o differire l’esecuzione delle operazioni di importo superiore al limite determinato a cento miliardi di lire o al maggiore importo determinato dalla Banca d’Italia, Le predette disposizioni non si applicano: ai titoli di Stato o garantiti dallo Stato; ai titoli azionari, sempre che non rappresentativi della partecipazione a organismi d’investimento collettivo di tipo chiuso o aperto; all’emissione di quote o titoli rappresentativi della partecipazione a organismi d’investimento collettivo nazionali; alla commercializzazione in Italia di quote o titoli rappresentativi della partecipazione a organismi d’investimento collettivo situati in altri paesi dell’Unione Europea e conformi alle disposizioni dell’UE. La Banca d’Italia, inoltre ed in conformità delle deliberazioni del CICR, può individuare, in relazione alla quantità e alle caratteristiche dei valori mobiliari, alla natura dell’emittente o alle modalità di svolgimento dell’operazione, tipologie di operazioni sottratte all’obbligo di comunicazione ovvero assoggettate a una procedura semplificata di comunicazione. La Banca d’Italia può richiedere agli emittenti e agli offerenti segnalazioni consuntive riguardanti i valori mobiliari collocati in Italia o comunque emessi da soggetti italiani.

  • EMITTENTE

    E' il soggetto (società, governo o ente sopranazionale) che offre i propri titoli ai sottoscrittori, rendendosi garante degli obblighi derivanti dalla particolare categoria di appartenenza degli stessi.
    Fonte: Banca d’Italia

  • EMITTENTI, DISPOSIZIONI PENALI

    Il TUF ha profondamente modificato i rapporti fra gestione d’impresa (quanto alla tutela delle minoranze, i poteri del collegio sindacale, i compiti dei revisori contabili) e mercato finanziario nelle società ad azionariato diffuso. Le fattispecie penali di cui al capo II, titolo I, parte V TUF garantiscono la trasparenza delle società emittenti e la funzionalità del mercato degli strumenti finanziari.

    1. Irregolare acquisto di azioni. Il delitto di irregolare acquisto di azioni (art. 172 TUF, che riformula interamente l’art. 12 l. 18.2.1992 n. 149 sulla trasparenza nella cessione di partecipazioni e nella composizione della base sociale delle società di capitali ecc.) punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire quattrocentomila a due milioni gli amministratori di società con azioni quotate o società da queste controllate che acquistano azioni proprie o della società controllante in violazione delle disposizioni dell’art. 132 TUF (gli acquisti di azioni proprie da società con azioni quotate devono essere effettuati per il tramite di offerta pubblica di acquisto o sul mercato secondo modalità concordate con la società di gestione del mercato). L’interesse protetto dalla norma è la parità di trattamento degli azionisti. Il secondo comma prevede una causa di giustifi cazione in base alla quale gli acquisti operati sul mercato secondo modalità non concordate con la società di gestione del mercato o diverse da quelle concordate non sono punibili se è stata assicurata la parità di trattamento fra gli azionisti.

    2. Omessa alienazione di partecipazioni. Il delitto di cui all’art. 173 TUF, diretto a tutelare il pubblico risparmio, gli investitori e l’integrità del capitale sociale (inteso nell’accezione relativa alla corretta determinazione della volontà assembleare), incrimina con la reclusione fino ad un anno e con la multa da lire duecentomila a lire due milioni la condotta degli amministratori di società con azioni quotate o di società che partecipano al capitale di società con azioni quotate che disattendono gli obblighi di alienazione previsti dagli artt. 110 e 121 TUF. Il primo caso è quello dell’offerta pubblica di acquisto totalitaria e residuale (artt. 106 e 108 TUF) in cui il detentore delle partecipazioni eccedenti i limiti di legge, ha l’obbligo di promuovere l’OPA (v.offerta pubblica di acquisto); il secondo caso è quello delle partecipazioni reciproche nell’ipotesi in cui le partecipazioni rilevanti superino la soglie indicate dall’art. 120 TUF.

  • END USER COMPUTING

    Utilizzo diretto da parte dell’utente finale delle informazioni e dei servizi di elaborazione.

  • ENFILLING

    Processo mediante il quale vengono scritte, non a rilievo, su carta di plastica le informazioni di personalizzazione. La scrittura avviene utilizzando dei caratteri che incidono la superficie della carta, provvedendo contemporaneamente a riempire l’incisione di colore, con un processo di coloritura a freddo. I caratteri cosi scritti non possono venire trasferiti su voucer utilizzando le inprinter tradizionali. In alcune applicazioni questa tecnica viene utilizzata contemporaneamente a quella dell’embossing.

  • ENFITEUSI

    Diritto reale parziario che attribuisce perpetuo o per un periodo comunque non inferiore a 20 anni - al soggetto che ne ha la titolarità (enfiteuta) il pieno godimento di un fondo, con il solo obbligo di migliorarlo e di pagare al proprietario concedente un canone periodico (che può consistere in una somma di denaro o in una quantità fissa di prodotti naturali). L’enfiteuta, che ha la piena disponibilità del suo diritto, può richiedere l’affrancazione del fondo, per diventarne proprietario, mediante il pagamento di una somma risultante dalla capitalizzazione del canone annuo. Il proprietario concedente può richiedere la devoluzione del fondo, può cioè riacquistarne il godimento, in caso di violazione da parte dell’enfiteuta dell’obbligo di non deteriorare il fondo o in caso di mora nel pagamento di due annualità del canone.

  • ENTE AUTONOMO DI GESTIONE

    Figura di ente pubblico economico (detto anche brevemente ente di gestione) istituito in Italia per la gestione di partecipazioni detenute dallo Stato in società per azioni. Gli enti autonomi di gestione costituivano holdings alla guida di gruppi di società (di regola spa) di cui essi erano azionisti, direttamente o indirettamente (tramite finanziarie di settore), per solito di maggioranza. Gli enti di gestione, in quanto enti economici, operavano nelle forme del diritto privato. Essi erano tenuti, in teoria, al rispetto del principio di economicità. Nel secolo scorso sono stati istituiti sei enti autonomi di gestione: nel 1933 l’IRI -Istituto per la Ricostruzione Industriale, nel 1953 l’ENI-Ente Nazionale Idrocarburi, nel 1958 l’EAGC-Ente Autonomo di Gestione per il Cinema, l’EAGAT-Ente Autonomo di Gestione delle Aziende Termali (soppresso nel 1978; le sue attività sono state trasferite all’EFIM) e l’EGAM-Ente di Gestione delle Aziende Manifatturiere (soppresso nel 1977; le sue attività sono state trasferite all’IRI e all’ENI), nel 1962 l’EFIM-Ente per il Finanziamento dell’Industria Manifatturiera (soppresso e posto in liquidazione nel 1993), quest’ultimo per trasformazione del FIM (Fondo di finanziamento dell’Industria Meccanica, istituito nel 1947). Gli enti autonomi di gestione erano sottoposti formalmente al Ministero delle partecipazioni statali e, limitatamente all’approvazione dei programmi di attività, al CIPE. Con la soppressione del Ministero, le partecipazioni (in seguito al referendum del 1993) i compiti di quest’ultimo sono stati attribuiti al Ministero dell’Industria (oggi Ministero delle attività produttive) salvo l’esercizio dei diritti spettanti allo Stato quale azionista, demandato al Tesoro (oggi Ministero dell’economia e delle finanze). Nel 1992 IRI ed ENI sono stati trasformati in spa (d.l. 11.7.1992 n. 333 conv. con modif. dalla l. 8.8.1992 n. 359). Dopo tale data l’IRI ha dimesso le sue partecipazioni ed è stato posto in liquidazione nel 2000. Anche l’ENI ha dimesso delle partecipazioni. L’EAGC è stato trasformato in spa nel 1993 (Ente Cinema spa) e ha assunto nel 1998 la denominazione di Cinecittà Holding spa.

  • ENTE CREDITIZIO

    Locuzione introdotta dalle direttive comunitarie in materia bancaria (e in particolare quelle sul coordinamento bancario) per designare un’impresa, costituita in forma di società per azioni o società cooperativa per azioni, autorizzata alla raccolta di fondi rimborsabili tra il pubblico e all’esercizio del credito congiuntamente svolti. Sin. di banca.

  • ENTE CREDITIZIO PUBBLICO

    Categoria comprendente banche che si differenziano per caratteristiche e genesi storica e ai quali era riconosciuta, direttamente da provvedimenti normativi, o indirettamente per via interpretativa (dottrina e giurisprudenza), una matrice di carattere pubblico. Appartenevano a questa categoria gli istituti di credito di diritto pubblico, le casse di risparmio, i monti di credito su pegno di prima categoria (v. casse di risparmio), diversi istituti di credito speciale e altri. La natura di diritto pubblico attribuito ad alcuni enti creditizi ha portato in passato all’adozione di regole organizzative basate su pericolose commistioni tra obiettivi che informano l’attività bancaria e obiettivi che attengono alla destinazione dei risultati dell’attività medesima, fino a negare la natura di impresa. Negli anni Novanta la normativa in materia è stata non solo chiarificata, ma anche radicalmente semplificata. All’attività bancaria, infatti, è stato esplicitamente riconosciuto carattere di impresa (art. 10 TUBC). Inoltre, la l. 30.7.1990 n. 218 e dal relativo d.lg. 20.11.1990 n. 356 è stata attribuita a tutti gli enti pubblici operanti nel settore del credito (aziende e istituti speciali di credito e anche a taluni enti creditizi pubblici minori non iscritti all’albo di cui all’art. 29 l.b. in quanto non raccolgono risparmio tra il pubblico) la facoltà di modificare, ove lo ritengano opportuno, la propria forma giuridica secondo il modello delle società per azioni e, più in generale, sono state previste forme di riorganizzazione di tutte le aziende bancarie secondo il modello del gruppo creditizio polifunzionale. L’emanazione successiva del TUBC ha permesso l’adozione del modello della banca universale, ampliando così la flessibilità organizzativa delle banche. Sono state quindi delineate, per gli enti pubblici, due figure: quello dell’ente conferente (v. fondazione di origine bancaria; statuti delle fondazioni di origine bancaria) e quello della società bancaria conferitaria (v. società bancarie derivanti da ristrutturazioni di enti pubblici creditizi). Gli enti conferenti assumono la forma di enti pubblici non economici, dotati di capacità di diritto privato e di diritto pubblico, aventi finalità sia di ordine necessario (pubblico interesse e utilità sociale), sia di ordine eventuale (originarie finalità di assistenza e di tutela delle categorie sociali più deboli) e operanti prevalentemente in determinati ambiti di attività (ricerca scientifica, istruzione, arte, sanità). Il TUBC, che non ha imposto l’abbandono della personalità giuridica di diritto pubblico, prevede (art. 151) che gli enti creditizi pubblici che non hanno ancora optato per la privatizzazione dell’attività bancaria vengono inclusi nella categoria delle banche pubbliche residue. Attualmente rientra ancora in questa categoria solo l’Istituto per il credito sportivo (v. banca pubblica).

  • ENTE FINANZIARIO

    Figura mutuata dalla Direttiva 89/646/ CEE che fissa i principi regolatori che sovrintendono ai meccanismi di mutuo riconoscimento delle normative nazionali in tema di accesso all’attività degli enti creditizi e di esercizio dell’attività medesima. Si definisce come l’impresa (diversa da un ente creditizio) la cui attività principale consiste nell’assunzione di partecipazioni o nell’esercizio di una o più delle seguenti attività: a) operazioni di prestito (credito al consumo; credito con garanzia ipotecaria; factoring; cessioni di credito pro soluto e pro solvendo; credito commerciale, compreso il forfaiting); b) leasing finanziario; c) servizi di pagamento; d) emissione e gestione di mezzi di pagamento (carte di credito, travellers’ cheques, lettere di credito); e) operazioni per proprio conto o per conto della clientela in: strumenti di mercato monetario (assegni, cambiali, certificati di deposito ecc.); cambi; strumenti finanziari a termine e opzioni; contratti su tassi di cambio e tassi d’interesse; valori mobiliari; f) partecipazione alle emissioni di titoli e prestazioni di servizi connessi; g) consulenza alle imprese in materia di struttura finanziaria, di strategia industriale e di questioni annesse, oltre che di consulenza e servizi nel campo delle concentrazioni e del rilievo di imprese; h) servizi di intermediazione finanziaria del tipo money broking; i) gestione o consulenza nella gestione di patrimoni; l) custodia e amministrazione di valori mobiliari. La disciplina italiana attualmente in vigore per gli intermediari finanziari non bancari si compone di due assetti normativi: un insieme di leggi speciali che regolano alcuni tipi di intermediari individuati in relazione alla specifica attività esercitata (Fondi comuni di investimento mobiliare: l. 23.3.1983 n. 77; Società di intermediazione mobiliare: l. 2.1.1991 n. l; Cessione dei crediti di impresa: l. 21.2.1991 n. 52) e la normativa generale contenuta nel capo secondo del d.l. 3.5.1991 n. 143 (decreto anti-riciclaggio) così come modificato dalla legge di conversione 5.7.1991 n. 197. Il decreto anti-riciclaggio considera gli intermediari non bancari che hanno per oggetto prevalente o che comunque svolgono in via prevalente, nei confronti del pubblico, una o più delle sottoelencate attività: a) concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma, compresa la locazione finanziaria; b) assunzione di partecipazioni; c) intermediazione in cambi; d) servizi di incasso, pagamento e trasferimento di fondi anche mediante emissione e gestione di carte di credito. È stabilito, però, con parziale recepimento della Direttiva 87/102/CEE (art. 12 del d.l. 1991/143), che gli intermediari che erogano credito al consumo siano assoggettati alla disciplina medesima anche se esercitano la propria attività nell’ambito dei propri soci. Il decreto citato istituisce, in primo luogo, uno strumento ufficiale di ordine conoscitivo, imponendo ai soggetti citati l’obbligo di iscrizione ad un elenco tenuto dal Tesoro (che si avvale dell’UIC). L’iscrizione al predetto elenco costituisce, poi, un presupposto necessario per il legittimo esercizio delle attività sopraelencate da parte degli intermediari finanziari non bancari ed è subordinata alla verifica del possesso di alcuni requisiti che riguardano l’assunzione di una particolare veste societaria (alternativamente: società per azioni, società in accomandita per azioni, società a responsabilità limitata, società cooperativa; obbligatoriamente per gli intermediari che esercitano l’attività di locazione finanziaria: società per azioni), oltre che il capitale sociale versato (che non può essere inferiori a cinque volte il capitale minimo previsto per la costituzione delle società per azioni). In virtù delle disposizioni recate dallo stesso provvedimento, alcune categorie di operatori - da individuarsi sulla base di criteri oggettivi determinati dal Tesoro e da iscriversi in un elenco speciale - risultano sottoposti al potere di vigilanza della Banca d’Italia (art. 7 d.l. 1991/143). Quest’ultimo si articola essenzialmente in: 1) emanazione di istruzioni in materia di adeguatezza patrimoniale e di criteri per limitare la concentrazione del rischio, oltre che in relazione alle forme tecniche dei bilanci e dalle situazioni periodiche; 2) facoltà di chiedere la comunicazione di dati e notizie; 3) facoltà di effettuare ispezioni presso le società considerate. La disciplina esaminanda trova, infine, il suo completamento in quelle previsioni del d.l. 1991/143 che estendono anche agli intermediari finanziari non bancari l’applicabilità delle norme dettate per gli enti creditizi - di cui al d.p.r. 27.6.1985 n. 350 in materia di requisiti minimi di esperienza di coloro che rivestono cariche di vertice (art. 6), e di onorabilità dei soci e degli esponenti (art. 8) (v. amministratore di banca), oltre che nella normativa prevista dal d.lg. 1992/481 in tema di libertà di stabilimento e di libera prestazione di servizi da parte di società finanziarie, sottoposte a forme di vigilanza prudenziale, di matrice bancaria.

  • ENTE NAZIONALE PER IL MICROCREDITO

    L’Ente Nazionale per il Microcredito (ENM) è un ente pubblico non economico nato nel 2005 dal Comitato Italiano per il Microcredito, istituito nell’ambito dell’anno internazionale del microcredito promosso dalle Nazioni Unite.
    L’ENM esercita importanti funzioni in materia di microcredito e microfinanza, a livello nazionale ed internazionale, tra cui:
    - promozione, indirizzo, agevolazione, valutazione e monitoraggio degli strumenti microfinanziari promossi dalla Unione Europea e delle attività microfinanziarie realizzate a valere sui fondi comunitari (Legge 106 del 12 Luglio 2011, art.8, comma 4 bis);
    - monitoraggio e valutazione delle iniziative italiane di microcredito e microfinanza (Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 2 luglio 2010 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 220 del 20 settembre 2010);
    - promozione e sostegno dei programmi di microcredito e microfinanza destinati allo sviluppo economico e sociale del Paese, nonché ai Paesi in via di sviluppo e alle economie in transizione (Legge 24 Dicembre 2007 n.244, art.2, commi 185-186-187).

    All’Ente è stato attribuito il compito di tenuta e gestione dell’elenco degli operatori in servizi non finanziari ausiliari di assistenza e monitoraggio per il microcredito. In applicazione all’articolo 15 del D.M. 176/2014, Banca d’Italia ha disciplinato modalità, termini e procedure per la realizzazione e la gestione di un elenco nazionale degli operatori di microcredito. L’art. 13, comma 1-bis del Decreto legge 22 Ottobre 2016, n.193 - convertito con modificazioni dalla Legge 1 Dicembre 2016, n.225 - ha conseguentemente istituto presso l’ENM, che ne cura la tenuta e l’aggiornamento, l’elenco nazionale obbligatorio degli operatori in servizi non finanziari ausiliari di assistenza e monitoraggio per il microcredito. In data 20 febbraio 2018, Banca d’Italia ed ENM hanno sottoscritto il protocollo d’intesa finalizzato alla realizzazione dell’elenco suddetto, così come previsto dal citato Decreto Fiscale.
    L’ENM promuove strumenti di microfinanza, con particolare riferimento al microcredito imprenditoriale e sociale, al microcredito agricolo, alle microassicurazioni e all’housing microfinance. L’ENM gestisce, inoltre, importanti progetti di autoimprenditorialità finanziati dalla Comunità Europea.
    L’Ente Nazionale per il microcredito svolge, infine, un importante ruolo di promozione legislativa in favore del mercato del microcredito ed è stato attore principale in diversi provvedimenti di normativa primaria e secondaria tra i quali merita ricordare quelli riferiti alla normativa del microcredito, introdotta con la modifica al titolo V del Testo Unico Banche (art. 111 T.U.B. Introdotto dall’art. 7 D.lgs. 13 agosto 2010; D.lgs.19 settembre 2012, n. 169), all’estensione al microcredito dell’intervento del Fondo Centrale di Garanzia per le pmi (Articolo 39, comma 7-bis, DL 6 dicembre 2011, n. 201), ai servizi non finanziari di supporto al microcredito (Disposizioni di Banca d’Italia per l’iscrizione e la gestione dell’elenco degli operatori di microcredito in attuazione dell’art. 111 del TUB e dell’art. 15 del Decreto MEF 176/2014, pubblicate in GURI il 3 giugno 2015).
    Nell’azione di diffusione degli strumenti di microfinanza, con particolare riferimento a quelli rivolti alla lotta alla povertà e a favore dell’inclusione sociale, l’Ente promuove accordi e partenariati con soggetti pubblici e privati, intermediari bancari e finanziari, università e centri di ricerca.

  • ENTE PUBBLICO

    Soggetto di diritto pubblico al quale l’ordinamento giuridico riconosce personalità giuridica. Costituisce l’unità elementare della Pubblica Amministrazione (la molteplicità di enti pubblici risponde ai sempre più numerosi obiettivi collettivi che lo stato considera di interesse pubblico). Laddove la legge non definisce essa stessa l’ente come pubblico, la dottrina ha suggerito una serie di indicatori di riconoscimento, di cui tuttavia si richiede la compresenza nel numero di almeno due, considerata la buona approssimazione e non l’esclusività di ciascuno di essi. Si richiede: la costituzione dell’ente per iniziativa pubblica; i controlli statali o regionali (meno intenso è il controllo, maggiore è l’autonomia); la nomina o la revoca delle persone fisiche che ne costituiscono gli organi ad opera della mano pubblica; i contributi provenienti dalla mano pubblica o le rendite revenienti da beni amministrati e/o in mano pubblica; la possibilità di avvalersi di servizi statali o regionali (Avvocatura di Stato, uffici tecnici e corpi consultivi); l’autocessazione (o facoltà di autoeliminarsi senza alcuna autorizzazione). La classificazione di un ente come pubblico è determinante ai fini dell’individuazione del regime giuridico al quale è sottoposto. L’ente pubblico infatti è caratterizzato dall’autarchia (capacità di enti diversi dallo Stato di disporre di potestà pubbliche), dall’autonomia (capacità di emanare norme con efficacia e natura uguale o sottordinata rispetto a quelle statali), dall’autotutela. Gli enti pubblici si dividono in corporazioni o istituzioni a seconda che prevalga l’elemento personale o patrimoniale; territoriali e non territoriali (nei primi il territorio è elemento costitutivo); nazionali o locali (nei secondi l’attività è svolta limitatamente all’ambito della circoscrizione territoriale di riferimento); necessari o non necessari, ad appartenenza necessaria o facoltativa (tra i primi gli enti territoriali); autonomi (sottratti al potere di indirizzo dello Stato o di altro ente e volti a perseguire scopi riconosciuti degni di tutela dell’ordinamento), o ausiliare (perseguono fini dello Stato, ma non esclusivi di esso e quindi generalmente non essenziali: p.e. Istituti di credito di diritto pubblico) o strumentali (perseguono fini propri ed esclusivi dello Stato a cui sono legati da vincoli di soggezione: p.e. la Banca d’Italia); substatali o subregionali o sublocali a seconda che mettano capo allo Stato o alla Regione o agli Enti locali per la vigilanza, le direttive e la nomina degli amministratori; economici o non economici in relazione al regime di economicità, imprenditorialità oppure a quello di diritto pubblico con cui erogano i beni e i servizi. Il carattere pubblico o privato di un ente riveste una decisiva importanza ai fini della disciplina del rapporto di lavoro (v. pubblico impiego a norma del d.lg. 30.3.2001 n. 165), (nei casi in cui norme derogatorie al principio generale non la costruiscano in termini di diritto comune), della contrattazione (con particolare riferimento all’individuazione della controparte) della disciplina degli atti, di quella dei contratti e dell’autorità giudiziaria competente a risolvere le questioni in cui è parte l’ente pubblico.

  • ENTE PUBBLICO ECONOMICO

    Impresa con personalità giuridica pubblica, diffusa in Italia nel secolo scorso, che svolgeva prevalentemente o esclusivamente attività industriale o commerciale di regola in regime di diritto privato (ma diversi atti, soprattutto interni, erano talvolta regolati dal diritto amministrativo) ed erano per lo più sottoposti al controllo giuridico-contabile della Corte dei conti. Per l’art. 2221 c.c. gli enti pubblici, che hanno per oggetto esclusivo o principale un’attività commerciale, sono, in caso di insolvenza, assimilati ai piccoli imprenditori, sottratti alle procedure del fallimento e del concordato. Come forma di impresa l’ente pubblico è alternativa all’amministrazione autonoma e alla società per azioni (v. partecipazioni statali). Erano enti pubblici i grandi istituti di credito BNL, Istituto bancario San Paolo di Torino (v. Sanpaolo-IMI), Monte dei Paschi di Siena,Banco di Napoli; Banco di Sicilia, Banco di Sardegna, IMI (v. Sanpaolo-IMI) e diversi altri istituti di credito a medio-lungo termine, per i quali, tuttavia, la natura di impresa è rimasta discussa fino agli Ottanta. Erano enti pubblici economici l’INA, l’ENEL, l’Ente Poste (trasformazione dell’Amministrazione autonoma delle PT) e, inoltre, l’IRI, l’ENI e gli altri enti autonomi di gestione. Non era ente pubblico economico l’Ente Ferrovie dello Stato, istituito nel 1986 per trasformazione dell’Amministrazione autonoma delle FS. A partire dal 1992 gli enti pubblici economici sono stati progressivamente trasformati in spa.

  • ENTERPRISE VALUE

    Acr.: EV. Lett.: valore dell’impresa. Misura dell’effettivo costo di acquisto totalitario di una società. Costituisce il primo livello da determinare nei processi di valutazione delle aziende, che comprende anche le eventuali quote di partecipazione di terzi. Il secondo livello è il valore della quota liberamente disponibile da parte del venditore (freely traded value), sul quale si pratica, ove esista, uno sconto di commerciabilità (lack of marketability discount) per giungere al terzo livello, il fair market value (equo valore di mercato) e cioè il prezzo su cui convengono definitivamente venditore e compratore. Il concetto di enterprise value è un elemento di diversi multipli di mercato utilizzati nel processo di valutazione nell’analisi fondamentale ed è pari alla capitalizzazione di borsa più i debiti (compresi quelli postergati) meno i valori in cassa ed equivalenti (e, sotto certe condizioni, anche il valore delle attività non pertinenti al core business dell’impresa). Se p.e. la società X ha una capitalizzazione di borsa di 40 milioni di €, debiti in totale per 45 milioni di €, denaro in cassa per 500 mila €, l’EV sarà 40+45-0,5=84,5 milioni di €, che rappresentano l’effettivo costo assunto dal compratore per l’esborso in denaro e per l’impegno a rimborsare i debiti, al netto delle disponibilità in cassa acquisite con l’azienda. L’EV è utilizzato per il calcolo dei rapporti EV/EBIT ed EV/EBITDA, utili nei confronti tra imprese simili per attività. Multipli inferiori sensibilmente per la società X rispetto alle concorrenti denotano che verosimilmente la società X è sottovalutata.

  • ENTI DI INTERESSE PUBBLICO

    Sono Enti di Interesse Pubblico le società appartenenti ad alcune categorie, indicate espressamente dalla legge, per le quali, in considerazione della particolare visibilità e importanza economica, la revisione legale viene assoggettata a obblighi più rigorosi. In base all’art. 16, comma 1, d.lgs. n. 39/2010, sono Enti di Interesse Pubblico:
    a) le società italiane emittenti valori mobiliari ammessi alla negoziazione su mercati regolamentati italiani e dell'Unione europea e quelle che hanno richiesto tale ammissione alla negoziazione;
    b) le banche;
    c) le imprese di assicurazione di cui all'articolo 1, comma 1, lettera u), del codice delle assicurazioni private;
    d) le imprese di riassicurazione di cui all'articolo 1, comma 1, lettera cc), del codice delle assicurazioni private, con sede legale in Italia, e le sedi secondarie in Italia delle imprese di riassicurazione extracomunitarie di cui all'articolo 1, comma 1, lettera cc-ter), del codice delle assicurazioni private;
    e) le società emittenti strumenti finanziari, che, ancorché non quotati su mercati regolamentati, sono diffusi tra il pubblico in maniera rilevante;
    f) le società di gestione dei mercati regolamentati;
    g) le società che gestiscono i sistemi di compensazione e di garanzia;
    h) le società di gestione accentrata di strumenti finanziari;
    i) le società di intermediazione mobiliare;
    l) le società di gestione del risparmio;
    m) le società di investimento a capitale variabile;
    n) gli istituti di pagamento di cui alla direttiva 2009/64/CE;
    o) gli istituti di moneta elettronica;
    p) gli intermediari finanziari di cui all'articolo 107 del TUB
    ”.
    Nell’ambito delle società che sono controllate da Enti di Interesse Pubblico, o che controllano Enti di Interesse Pubblico, o sottoposte con questi ultimi a comune controllo, la Consob, d'intesa con la Banca d'Italia e l'Isvap, può individuare in via regolamentare ulteriori società da qualificare Enti di Interesse Pubblico, in relazione alla rilevanza dell'interesse pubblico all'accuratezza e affidabilità dell'informativa finanziaria.
    Negli Enti di Interesse Pubblico, e, salvo eccezioni definite in via regolamentare, nelle società appartenenti al loro gruppo, la revisione legale non può essere esercitata dal Collegio sindacale. Inoltre, al Collegio sindacale degli Enti di Interesse Pubblico sono attribuite le funzioni del Comitato per il controllo interno e la revisione contabile (art. 19, d.lgs. n. 39/2010).
    Per i soggetti che svolgono la revisione legale su tali Enti, il d.lgs. n. 39/2010 prevede che: siano sottoposti alla vigilanza della Consob e assoggettati al controllo della qualità con cadenza per lo meno triennale (art. 20); debbano pubblicare annualmente una relazione di trasparenza contenente alcune informazioni di tipo descrittivo, tra cui quelle sulla propria struttura e sull’attività svolta (art. 18); siano assoggettati a regole più stringenti i materia di indipendenza (art. 17).

     


    Redattore: Elena Falsetti

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  • ENTI LOCALI

    A norma della Costituzione, nel suo testo originario, il Comune e la Provincia sono enti autonomi e circoscrizioni di decentramento statale e regionale (artt. 128 e 129 Cost.). L’autonomia degli enti locali è prevista e garantita dall’art. 5 della Costituzione (“la Repubblica riconosce e promuove le autonomie locali”). A più di mezzo secolo dalla sua promulgazione, tale disposizione è stata compiutamente attuata (peraltro solo per quanto concerne il decentramento amministrativo) solamente negli anni Novanta del secolo scorso, prima con la l. 8.6.1990, n. 142 e, quindi, con una serie di leggi-delega di maggior estensione, i relativi decreti di attuazione e altre leggi modificative. Vanno ricordati la legge-delega Bassanini 15.3.1997 n. 59, la Bassanini-bis (l. 15.05.1997 n. 127), la l. 3.8.1999 n. 265 e il d.lg. 18.8.2000 n. 267 (testo unico delle leggi sull’ordinamento degli Enti locali, TULOEL, emanato a norma dell’art. 31 della l. 3.8.1999 n. 265). Quest’ultimo è la più recente raccolta coordinata delle disposizioni legislative vigenti in materia di ordinamento dei comuni e delle province e loro forme associative. L’art. 2 del TULOEL definisce come enti locali i comuni, le province, le città metropolitane, le comunità montane, le comunità isolane e le unioni di comuni. Oltre a comuni e province, il TULOEL identifica altri quattro tipi di enti locali (Area metropolitana, Comunità montana, Comunità isolana, Unione di comuni) per tener conto dell’evoluzione amministrativa e socio-territoriale degli ultimi cinquant’anni. Regioni, Camere di Commercio, ASL ecc. sono, quindi, escluse dall’ambito della nozione di “enti locali” secondo la riforma della l. 59/1997 e seguenti. Su tale quadro di riforma “a costituzione invariata” si inseriscono le modifiche del titolo V della Costituzione approvate dalla l. cost. 18.10.2001 n. 3, in vigore dall’8 novembre 2001. Basterà qui ricordare che il nuovo testo dell’art. 114 cost. ora affianca ai comuni, alle province e alle regioni le città metropolitane definendoli quali “enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla costituzione”.

    1. Il decentramento amministrativo. Con la l. 15.3.1997 n.59, e successivi provvedimenti ad essa conseguenti, il Parlamento ha abbandonato il più ampio progetto di riordino delle competenze statali che, in seno alla commissione bicamerale per le riforme costituzionali, tendeva ad una vera e propria riforma in senso federale dello Stato, scegliendo la via di un ampio decentramento di funzioni che, unitamente alla riforma dell’Amministrazione centrale, ha totalmente rinnovato l’organizzazione amministrativa dello Stato, pur a Costituzione invariata. Per una compiuta riforma in senso federale, come detto, sarà infatti necessario attendere le modifiche al titolo V della Costituzione e individuare precisi ristretti ambiti di competenza statale conferendo conseguentemente potestà legislativa generale alle regioni. Il processo di riforma realizzato costituisce comunque l’attuazione dell’art. 5 della Costituzione, per quanto concerne il decentramento amministrativo. Il lungo percorso delle riforme posto in essere nel decennio 1990-2000 riguarda pertanto solamente il decentramento delle funzioni e dei compiti amministrativi dello Stato.

    2. I principi della riforma. I principi della riforma sono contenuti in primo luogo nella l. 59/1997. La legge (art.1, comma 3) identifica una competenza generale in capo all’amministrazione locale di tutte le funzioni ed i compiti amministrativi localizzabili nei rispettivi territori, conferendo alle Regioni ed agli Enti locali tutte le funzioni ed i compiti amministrativi relativi alla cura degli interessi ed alla promozione dello sviluppo delle rispettive comunità anche se in precedenza esercitati da qualunque organo o amministrazioni dello Stato, centrale o periferico, ovvero tramite enti o altri soggetti pubblici. Rimangono di competenza statale le materia indicate all’art. 1 comma 3 della legge (modif. dalla l. 16.6.1998 n. 191), principalmente affari esteri, commercio estero, difesa, rapporti fra lo Stato e confessioni religiose, tutela dei beni culturali, vigilanza sullo stato civile, cittadinanza e immigrazione, consultazioni elettorali, moneta, perequazione fiscale, dogane, ordine pubblico e sicurezza pubblica, amministrazione della giustizia, poste e telecomunicazioni, trasporti aerei, marittimi e ferroviari di interesse nazionale, previdenza sociale, ricerca scientifica, istruzione universitaria, vigilanza in materia di lavoro. Il conferimento di funzioni e compiti amministrativi dallo Stato alle Regioni ed agli Enti locali deve essere effettuato in osservanza dei principi (indicati nell’art. 4) di sussidiarietà, completezza, efficienza ed economicità, cooperazione, responsabilità ed unicità dell’amministrazione, omogeneità, adeguatezza, differenziazione. Tra questi la sussidiarietà può considerarsi il principio cardine nell’individuazione del riparto di competenza fra Stato, Regione ed Enti locali. Nella sua accezione di massima, sussidiarietà significa che l’organizzazione di una comunità deve fondarsi sulle proprie strutture inferiori, legittimate ad agire con l’attribuzione di una competenza riservata ogni qualvolta non sia necessario l’intervento di quelle superiori. Nell’ordinamento italiano questo principio ha sempre avuto portata ristretta, limitandosi solo alle funzioni ed ai poteri amministrative. Tuttavia esso, sicuramente irrobustito dalla l. cost. 2001/3, potrebbe costituire la valvola di regolazione del sistema di articolazione dei poteri e della funzione legislativa in una eventuale futura organizzazione statale federale. Per intanto può dirsi che la l. cost. 2001/3 sia diretto ad adeguare il titolo V della Costituzione al nuovo assetto della organizzazione pubblicistica “ispirata” al principio di sussidiarietà. Secondo Costituzione le Regioni, ferme restando le funzioni che attengono ad esigenze di carattere unitario dei rispettivi territori, organizzano l’esercizio delle funzioni amministrative a livello locale attraverso i Comuni e le Province. I Comuni e le Province godono di autonomia statutaria, normativa, organizzativa e amministrativa, impositiva e finanziaria nell’ambito dei propri statuti, regolamenti e delle leggi di coordinamento della finanza pubblica; sono titolari di funzioni proprie e di quelle conferite loro con legge dello Stato e della Regione, secondo il principio di sussidiarietà. Il nuovo testo dell’art. 118 Cost. sostituisce alla delega di funzioni la “attribuzione” o il “conferimento”, Il primo comma prevede ora che “le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza. I Comuni, le Province e le Città metropolitane sono titolari di funzioni amministrative proprie e di quelle conferite con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze”.

    3. Competenze degli enti locali. Comuni. In base al TULOEL, sono di competenza del Comune tutte le funzioni amministrative che riguardano la popolazione del territorio comunale salvo quanto non sia espressamente attribuito ad altri soggetti dalla legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze (art. 13). Il Comune, in persona del Sindaco quale ufficiale del Governo, gestisce il servizio elettorale, di stato civile, di anagrafe, di leva militare e di statistica. Le Regioni possono modificare le circoscrizioni territoriali dei Comuni sentite le popolazioni interessate, nelle forme previste dalla legge regionale. Ai sensi dell’art. 15 del TULOEL, salvo il caso di fusione tra i più comuni, non possono essere istituti nuovi Comuni con popolazione inferiore ai diecimila abitati o la cui costituzione comporti, come conseguenza, che altri Comuni scendano sotto tale limite. Nei comuni istituti mediante fusione di due o più comuni contigui lo statuto comunale potrà prevedere l’istituzione di municipi nei territori delle comunità di origine o di alcune di esse. Le funzioni dei Municipi dovranno essere disciplinate dallo statuto e dal regolamento, i quali potranno prevedere anche organi eletti a suffragio universale diretto. Nei comuni con popolazione superiore a centomila abitanti, viene prevista la istituzione delle circoscrizioni di decentramento, quali organismi di partecipazione, di consultazione e di gestione di servizi di base, oltre che di esercizio delle funzioni delegate dal Comune. L’art. 118 Cost. al comma 2 precisa nel nuovo testo che comuni, province e città metropolitane “sono titolari di funzioni amministrative proprie e di quelle conferite con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze”.

    4. Organi dei Comuni. Sono organi di governo del comune il Consiglio, la Giunta ed il Sindaco. Il Consiglio comunale è composto dal Sindaco e da un numero di consiglieri comunali compreso fra 12 e 50 membri a seconda della popolazione residente nel territorio comunale. Nei comuni con popolazione sino a 15 mila abitanti l’elezione dei consiglieri comunali si effettua con sistema maggioritario contestualmente alla elezione del Sindaco. È proclamato eletto Sindaco il candidato alla carica che ottiene il maggio numero di voti; alla lista collegata al candidato alla carica di Sindaco che ha riportato il maggio numero di voti sono attribuiti i due terzi dei seggi assegnati al Consiglio. Nei comuni con popolazione superiore a 15 mila abitanti il Sindaco è eletto a suffragio universale diretto, contestualmente alla elezione del Consiglio comunale. Ciascun candidato alla carica di Sindaco deve dichiarare all’atto della presentazione della candidatura il collegamento con una o più liste presentate per l’elezione del consiglio comunale. È proclamato eletto Sindaco il candidato alla carica che ottiene la maggioranza assoluta de voti validi. Qualora nessun candidato ottenga la maggioranza necessaria, si procede ad un secondo turno elettorale (cosiddetto ballottaggio) nel quale sono ammessi i due candidati alla carica di Sindaco che hanno ottenuto al primo turno il maggior numero di voti. Dopo il secondo turno è proclamato eletto Sindaco il candidato che ha ottenuto il maggior numero di voti validi. I componenti della Giunta sono nominati dal Sindaco.

    5. Province. La Provincia, quale ente locale intermedio tra Comune e Regione, ha la titolarità di funzioni amministrative di interesse provinciale che riguardino vaste zone intercomunali o l’intero territorio provinciale relativamente alla difesa del suolo, alla tutela e valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche, ai beni culturali, ai trasporti, alla protezione della flora e della fauna, alla caccia, alla pesca, all’organizzazione dello smaltimento dei rifiuti, ai servizi sanitari attribuiti dalla legislazione statale e regionale, risultando inoltre titolare di compiti connessi all’istituzione secondaria di secondo grado ed artistica, la formazione professionale oltre che alla raccolta dell’elaborazione dati e di assistenza tecnico amministrativa agli enti locali. In relazione all’ampiezza e peculiarità del proprio territorio, oltre che alle esigenze della popolazione ed alla funzionalità dei servizi, la Provincia può disciplinare nello statuto la suddivisione del proprio territorio in circondari, sulla cui base organizzare gli uffici, i servizi e la partecipazione dei cittadini. La Provincia può suddividere il proprio territorio in circondari, con funzioni esclusivamente amministrative. I confini della Provincia costituiscono la delimitazione territoriale della competenza di una serie di organi periferici dello Stato, quali p.e. la Prefettura, la Questura, il Provveditorato agli studi. Organi del Comune e della Provincia sono il Consiglio, la Giunta e due organi monocratici: il Presidente della Giunta e il Sindaco. Come già accennato, la riforma del titolo V incide anche sulla configurazione della Provincia: il nuovo testo dell’art. 118 Cost. distribuisce le funzioni amministrative tra gli enti locali diversi dai comuni qualora sia necessario assicurarne l’esercizio unitario, ma ciò sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.

    6. Organi delle Province. Sono organi di governo della provincia il Consiglio, la Giunta e il Presidente. Il Consiglio provinciale è composto dal presidente e da un numero di consiglieri compreso fra 24 e 45 membri a seconda della popolazione residente nel territorio provinciale. Il Presidente della Provincia è eletto a suffragio universale diretto contestualmente alle elezioni del consiglio provinciale. È proclamato eletto Presidente della Provincia il candidato alla carica che ottiene la maggioranza assoluta dei voti validi, qualora nessun candidato ottenga detta maggioranza si procede ad un secondo turno elettorale, nel quale vengono ammessi i due candidati che hanno ottenuto al primo turno il maggior numero di voti. È proclamato eletto Presidente della Provincia il candidato che nel secondo turno elettorale ha ottenuto il maggio numero di voti validi. L’elezione dei Consiglieri provinciali viene effettuata sulla base di collegi uninominali, l’attribuzione dei seggi del consiglio provinciale ai gruppi di candidati collegati è effettuata dopo la proclamazione dell’elezione del Presidente della provincia. Il Presidente della provincia nomina i componenti della giunta provinciale.

    7. Aree metropolitane. Quali aree metropolitane sono individuate le zone comprendenti i Comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli e gli altri Comuni i cui insediamenti abbiano con essi i rapporti di stretta integrazione territoriale. In tali aree il comune capoluogo e gli altri comuni ad esso uniti da contiguità territoriale possono costituirsi in città metropolitane a ordinamento differenziato.

    8. Comunità montane. Comunità isolane. Le comunità montane sono unioni di comuni, di enti locali costituiti fra comuni montani e parzialmente montani, anche appartenenti a province diverse. Le Comunità montane, previste ed istituite per la valorizzazione delle zone montane e per l’esercizio di funzioni proprie, sono costituite da un organo rappresentativo e da un organo esecutivo composti da Sindaci, assessori o Consiglieri dei comuni partecipanti. La normativa inerente alle comunità montane viene estesa alle comunità isolane o di arcipelago le quali possono essere istituite in ciascuna isola o arcipelago di isole, ove esistono più comuni interessati della Sicilia e della Sardegna.

    9. Unioni di Comuni. Le unioni di comuni sono enti locali costituiti da due o più comuni allo scopo di esercitare congiuntamente una pluralità di funzioni di loro competenza. I Consigli comunali dei comuni partecipanti approvano l’atto costitutivo e lo statuto dell’unione nel quale vengono individuati gli organi dell’unione e la modalità per la costituzione. Il Presidente dell’Unione deve essere scelto tra i Sindaci dei Comuni interessati. L’unione di comuni ha potestà regolarmente per la disciplina della propria organizzazione, per lo svolgimento delle funzioni ad essa affidate e per i rapporti anche finanziari con i Comuni.

    10. Gestioni dei servizi pubblici. Nell’ambito delle proprie rispettive competenze gli Enti locali provvedono alla gestione dei servizi pubblici che abbiano per oggetto la produzione di beni ed attività rivolte a realizzare fini sociali e a promuovere lo sviluppo economico e civile delle Comunità locali. Ai servizi pubblici locali si applica il capo terzo del d.lg. 30.7.1999 n.286 (sul riordino e potenziamento dei meccanismi e strumenti di monitoraggio e valutazione dei costi, dei rendimenti e dei risultati dell’attività svolta dalle amministrazioni pubbliche). A norma dell’art. 113 del TULOEL i servizi pubblici locali possono essere gestiti nelle seguenti forme: a) in economia, quando per le modeste dimensioni o per le caratteristiche del servizio non sia opportuno costituire una istituzione o una azienda; b) in concessione a terzi, quando sussistano ragioni tecniche, economiche e di opportunità sociale; c) a mezzo di azienda speciale, anche per la gestione di più servizi di rilevanza economica e imprenditoriale; d) a mezzo di istituzione, per l’esercizio di servizi sociali senza rilevanza imprenditoriale; e) a mezzo di società per azioni o a responsabilità limitata a prevalente capitale pubblico locale costituite o partecipate dall’Ente titolare del pubblico servizio, qualora sia opportuna in relazione alla natura o all’ambito territoriale del servizio la partecipazione di più soggetti pubblici o privati; f) a mezzo di società per azioni senza il vincolo della proprietà pubblica maggioritaria (v. impresa pubblica). La legge finanziaria per il 2002 (l. 28.12.2001 n. 448) ha modificato il TULOEL (art. 113 e 113 bis) e ha articolato la disciplina della gestione dei servizi pubblici locali distinguendo tra Gestione delle reti ed erogazione dei servizi pubblici locali di rilevanza industriale e Gestione dei servizi pubblici locali privi di rilevanza industriale. Comuni, Province e altri Enti locali possono trasformare, con atto unilaterale, le aziende speciali in società per azioni di cui possono restare azionisti unici per un periodo comunque non superiore a due anni dalla trasformazione (art. 115 del TULEOL). Al fine di esercitare in modo coordinato funzioni e servizi determinati gli enti locali possono stipulare tra loro apposite convenzioni, per la gestione associata di uno o più servizi gli enti locali possono inoltre costituire un consorzio secondo le norme previste per le aziende speciali.

    11. Controlli sugli atti degli enti locali. Va subito evidenziato come l’abrogazione dell’art. 130 Cost. (che prevedeva i controlli sugli atti degli enti locali) ad opera della l. cost. n. 2001/3 innova profondamente il quadro costituzionale di riferimento; tant’è che la normativa che, ad oggi, disciplina i controlli appare in contrasto con tale nuovo assetto. Per ciò che concerne la disciplina del controllo sugli atti degli enti locali, già la l. 15.5.1997 n. 127 aveva abrogato gli artt. 45, 46 e 48 della l. 8.6.1990 n. 142 e innovato il sistema e i limiti del controllo di legittimità sugli atti. In attuazione del disegno riformatore volto all’attribuzione del maggior grado di autonomia possibile agli enti locali, l’art. 17 della l. 15.5.1997 n. 127, e da ultimo l’art. 126 del citato testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, prevede che il controllo preventivo di legittimità di cui all’art. 130 della Costituzione (come detto, oggi abrogato) sugli atti degli enti locali si eserciti esclusivamente sugli statuti dell’ente, sui regolamenti di competenze del Consiglio (esclusi quelli attinenti all’autonomia organizzativa e contabile dello stesso consiglio) sui bilanci annuali e pluriennali e relative variazioni adottate o ratificate dal Consiglio, sul rendiconto della gestione. È poi prevista una forma di controllo eventuale in base al quale le deliberazioni della Giunta e del Consiglio sono sottoposte a controllo nei limiti delle illegittimità denunziate nel caso in cui un quarto dei Consiglieri provinciali o un quarto dei Consiglieri dei comuni con popolazione superiore 15 mila abitanti ovvero un quinto dei Consiglieri dei comuni con popolazione sino a 15 mila abitanti ne facciano richiesta, sempre che le deliberazioni riguardino appalti e affidamento di servizi, forniture di importo superiore alla soglia di rilievo comunitario, dotazione organiche e relative variazioni, o assunzione del personale. In tali casi il controllo è esercitato dal Comitato regionale di controllo ovvero, se istituito, dal Difensore civico o comunale o provinciale. La Giunta può altresì sottoporre al controllo preventivo di legittimità ogni altra deliberazione dell’ente.

    12. Potere sostitutivo del Governo. È previsto un potere sostitutivo del governo, con riferimento alle funzioni ed ai compiti di titolarità degli enti locali, in caso di accertata inattività che comporti inadempimento agli obblighi derivanti all’appartenenza all’Unione Europea o pericolo di grave pregiudizio agli interessi nazionali. Il nuovo testo dell’art. 120 Cost. dispone che “Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. La legge definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione”.

  • Enunciato di Ito

    Espressione che permette di descrivere un qualsiasi processo stocastico o funzione stocastica, in cui la componente aleatoria è rappresentata dal differenziale stocastico. Infatti, dato il processo stocastico:

    possiamo descriverlo con:

    da cui:

    dove "a" e "b" sono funzioni continue del tempo.

    Redattore: Giuliano DI TOMMASO

  • EONIA

    Acr. di: Euro OverNight Index Average. Media ponderata dei tassi overnight comunicati alla BCE da un gruppo di 57 banche selezionate tra le principali dell’area euro, le stesse che partecipano alla rilevazione dell’Euribor, Le banche del panel devono provvedere giornalmente, entro le ore 18.30, alla comunicazione del volume complessivo espresso in milioni di euro delle operazioni overnight sull’interbancario effettuate entro le 18.00, ora di chiusura del sistema di RTGS (v. regolamento lordo in tempo reale), e del relativo tasso medio ponderato. La BCE provvede al calcolo e alla pubblicazione dell’Eonia, espresso con due decimali, appena possibile o al più tardi prima dell’apertura del sistema Target del giorno successivo. I dati sono disponibili dal 4 gennaio 1999. I prestiti overnight considerati nel calcolo dell’Eonia non sono normalmente coperti da garanzie.

  • EPOCA DI GODIMENTO

    Giorno dal quale inizia la decorrenza degli interessi su un determinato capitale (v. valuta). L’espressione è usata anche per indicare la scadenza - generalmente semestrale - riportata sulle cedole di titoli obbligazionari e dello Stato per il pagamento dell’interesse maturato; in questo caso non indica il giorno dal quale decorrono gli interessi, bensì il giorno dal quale gli interessi maturati sono pagabili.

  • EPRA

    Acr. di: European Public Real Estate Association. Indice calcolato da Euronext Indices B.V. per Euronext contenente un’ottantina di compagnie immobiliari quotate in 14 Paesi europei. Costituisce un benchmark obiettivo e rappresentativo dell’attività immobiliare europea.

  • EPSAS

    EPSAS è l'acronimo di European Public Sector Accounting Standards. I principi contabili internazionali IPSAS verranno adattati al sistema europeo per essere adottati da tutti i paesi membri, nell'ottica di una migliore armonizzazione contabile, coordinata da Eurostat.

  • EQUAZIONE DEGLI SCAMBI

    È la formulazione matematica (MV=PY) più nota della teoria quantitativa della moneta, descritta da Irving Fisher (1867-1947) nel 1911 (ma delineata già un quarto di secolo prima da Simon Newcomb, 1835-1909).

  • EQUILIBRIO AZIENDALE

    Insieme delle condizioni strutturali e operative che debbono essere soddisfatte al fine di consentire un’attività feconda alle aziende di produzione. Occorre, cioè, assicurare una serie di rapporti equilibrati negli aspetti strutturali e operativi dell’impresa. Tra i vincoli esterni al sistema aziendale, è importante considerare il mercato di sbocco dei beni o dei servizi da produrre, che condiziona la scelta dimensionale della struttura produttiva, la quale deve essere idonea alle esigenze attuali e a quelle prevedibili della domanda. Una prima condizione di equilibrio, quindi, deve realizzarsi tra il potenziale di offerte dell’impresa e quello di domanda dei beni e dei servizi prodotti. Da ciò deriva una corretta scelta di impegno finanziario e, quindi, un rapporto adeguato tra mezzi disponibili e investimenti strutturali. È questo il presupposto di una gestione equilibrata, in cui i ricavi consentano il recupero dei costi (v. equilibrio economico) e le entrate si realizzino in quantità e tempi correlati ai volumi e alle epoche delle uscite (v. equilibrio finanziario). Tali condizioni non sono, però, immutabili, giacché forze endogene ed esogene possono alterarle. È necessario, perciò, un costante controllo dell’attività aziendale che segnali tempestivamente gli scostamenti rispetto agli obiettivi del piano, al fine di accertarne le cause e rendere possibile la tempestiva adozione degli opportuni correttivi, per conservare il generale equilibrio aziendale. Altro importante fattore è quello umano; infatti, non è pensabile, oggi, un adeguato sviluppo dell’impresa senza armonizzare la capacità, il rendimento e la soddisfazione in termini qualitativi e monetari delle persone in essa impegnate.

  • EQUILIBRIO ECONOMICO DI UN'AZIENDA

    Equivalenza dei costi e dei ricavi dell’impresa che costituisce la “frontiera” tra economicità e diseconomicità della gestione. I responsabili della gestione debbono controllare che l’equilibrio economico venga costantemente mantenuto, altrimenti l’impresa scivola verso il dissesto. Esistono notevoli correlazioni tra l’aspetto economico e quello finanziario della gestione aziendale. I costi e i ricavi, infatti, sono misurati, rispettivamente, da uscite ed entrate finanziarie, con la conseguenza che se i primi superano i secondi (squilibrio economico) le uscite saranno prima o poi maggiori delle entrate (squilibrio finanziario). Il mantenimento dell’equilibrio economico dipende dalla possibilità e dalla capacità dell’impresa di fornire una risposta adeguata alle circostanze che, dall’esterno o dall’interno, possono alterarlo. Così, una riduzione dei ricavi per contrazione della domanda tradizionale può essere combattuta con l’acquisizione di nuovi mercati o con la modifica della “politica del prodotto”. Tali soluzioni comportano sacrifici economici aggiuntivi, i quali possono aggravare, nel breve termine, la situazione economica. Ma se i provvedimenti adottati discendono da attente valutazioni e sono sostenuti da una consolidata struttura aziendale daranno buoni risultati, riequilibrando la gestione e proiettandola verso una nuova crescita. A volte la ricostituzione delle condizioni di equilibrio è impossibile, perché, p.e, la lievitazione dei costi non può essere trasferita sul prezzo di vendita, che ha già raggiunto il limite imposto dalla concorrenza, e non esistono margini per assorbirla in una differenza tra ricavi e costi. In tale situazione occorre mobilitare tutte le risorse aziendali per verificare la possibilità o di una ristrutturazione organizzativa e produttiva, che consenta una riduzione dei costi, oppure, se tale possibilità non esiste, per verificare la fattibilità di una riconversione dell’attività. Se nemmeno questa alternativa è fattibile, si impone la cessazione dell’attività, onde non peggiorare la situazione in atto, con pregiudizio di chi ha investito nell’impresa e dei suoi creditori. In relazione a quanto appena osservato, si distingue tra equilibrio economico di breve e di lungo periodo. Nel primo caso condizione fondamentale per avere l’equilibrio economico è che i ricavi uguaglino o superino i costi d’esercizio. Il sistema aziendale esprime però una continuità di scelte e di operazioni che può essere correttamente valutata solo nel lungo periodo. Per le aziende di produzione a rischio di mercato l’equilibrio economico di lungo periodo deve anche includere la copertura dei costi figurativi e una percentuale variabile sul capitale proprio che è ritenuta congrua per coprire il “rischio d’impresa” e dare luogo al puro profitto. Si noti che la condizione di equilibrio di lungo periodo può essere pienamente accertata solo alla cessione definitiva dell’attività dell’azienda, quando tutti i flussi finanziari corrispondono ai flussi economici e non si hanno più operazioni in corso di svolgimento e valori stimati e/o congetturati di bilancio. Ai fini delle decisioni concrete imprenditoriali, si può effettuare, quindi, solo una scelta approssimata su di un periodo ragionevolmente lungo. Al contrario la condizione di equilibrio economico di breve periodo può non verificarsi in alcuni particolari esercizi. In conclusione non va comunque dimenticato che il lungo periodo è il frutto della combinazione e della coordinazione dei brevi periodi e che su ciò si fonda una corretta pianificazione strategica aziendale, dovendosi sempre parlare genericamente di un equilibrio dinamico fra costi e ricavi.

  • EQUILIBRIO FINANZIARIO DI UN'AZIENDA

    Situazione che riflette la capacità dell’impresa di far fronte al flusso delle uscite monetarie con le proprie entrate. Il concetto di equilibrio finanziario è eminentemente dinamico, poiché deriva dal confronto di due flussi misurati nel tempo. Ne consegue che esso dipende non solo dall’entità delle entrate e delle uscite ma anche dalla loro periodicità. In altri termini, la cadenza delle prime può non coincidere con quella delle seconde, sicché, in un determinato arco di tempo il flusso delle entrate differisce da quello delle uscite anche se, p.e, i ricavi e i costi da cui derivano si equivalgono Tale differenza, se concerne un’eccedenza delle uscite sulle entrate, genera il ricorso a fonti esterne di finanziamento (prestiti) e, nel caso contrario, un eccesso liquidità. Nella prima ipotesi, che può anche essere fisiologica, quando l’equilibrio del periodo è ristabilito con il ricorso al credito occorre controllare che l’onerosità di questo non alteri il rapporto tra costi e ricavi (v. equilibrio economico). Nel caso in cui i termini di realizzo e di pagamento divergano al di là del limite consentito dalla capacità finanziaria dell’impresa, è necessario che si intervenga per abbreviare i tempi di incasso o ampliare quelli di pagamento, badando in entrambi i casi alle ripercussioni sull’equilibrio economico della gestione. Anche un eccesso di liquidità può essere un sintomo di asincronia gestionale, quando superi ì limiti del mantenimento di riserve adeguate a fronteggiare improvvise necessità di cassa. Questo aspetto riveste particolare importanza nelle banche, dove il permanere di mezzi liquidi inutilizzati è sintomo di uno sviluppo del credito inadeguato alle disponibilità, con pesanti ripercussioni sul conto economico dell’azienda bancaria (v. gestione attivo-passivo).

  • EQUITÀ

    Espressione che sta ad indicare la “giustizia del caso concreto”. Non sempre, infatti, l’applicazione di una norma giuridica, dato il suo carattere generale ed astratto, porta a conseguenze che possono considerarsi corrette dal punto di vista del diritto. Autorizzare il giudice a decidere secondo equità significa autorizzarlo a derogare, in tali casi, alla rigida applicazione della legge in favore di una interpretazione che risulti più adeguata alle particolarità del caso singolo. Non è da credere che il ricorso all’equità sia però sempre consentito: esso, apportando un temperamento alla rigida applicazione della legge e al principio della certezza del diritto, è ammesso soltanto quando la legge espressamente lo preveda. Così, il codice di procedura civile consente la decisione secondo equità soltanto nelle cause di competenza del giudice di pace e in quelle che hanno per oggetto diritti disponibili (sempre che, in quest’ultimo caso, le parti ne abbiano fatto concorde richiesta, cosa che assai di rado capita). Ugualmente, anche il codice civile autorizza il giudice a pronunciare secondo equità soltanto in presenza di determinate condizioni (v., p.e., gli artt. 1226, 1349, 1374 c.c.). Nelle ipotesi eccezionali in cui è ammesso il ricorso all’equità, comunque, il giudice non può far prevalere le proprie convinzioni personali, ma deve ispirarsi a pur sempre fondamentali principi di giustizia accolti dall’ordinamento vigente e ricercare, pertanto, come si sarebbe comportato il legislatore se avesse potuto prevedere il singolo caso. Spesso il concetto di equità viene usato anche in un significato ridotto e specifico: con riferimento alla necessità di assicurare l’equivalenza tra prestazione e controprestazione (come, p.e., negli artt. 1371, 1447, 1467 comma 3, c.c.), oppure per autorizzare il giudice a determinare un valore approssimativamente o con criterio transattivo, pur in mancanza di una prova rigorosa (art. 1226 c.c.).

  • EQUITY LINKED BOND

    Titolo obbligazionario che contiene un'opzione di acquisto di quote di capitale della società emittente; l'emittente può indebitarsi pagando un asso dell'interesse minore di quello di mercato e l'acuirente può incassare le cedole e decidere di esercitare l'opzione.

  • Equivalente Certo

    E' la somma minima di denaro che l'agente economico è disposto ad accettare, in alternativa ad affrontare un prospetto di rischio con risultati incerti (ad esempio un investimento X rischioso). Nel caso di indifferenza al rischio dell'operatore economico, corrisponde con il valore atteso attuale dell'attività, ed è verificata la seguente uguaglianza:

    Al contrario quando l'uguaglianza non è verificata, l'agente economico è avverso o propenso al rischio e quindi l'equivalente certo sarà rispettivamente inferiore o maggiore del valore atteso attuale dell'attività.

    Bibliografia

    Hardaker J. B., Huirne R. B. M.,Coping with risk in Agriculture, CABI, 2004

    MIT OpenCourseWare, Microeconomic Theory III, Spring 2010

    Redattore: Giuliano DI TOMMASO

  • EREDITÀ

    È il complesso di rapporti patrimoniali attivi e passivi appartenenti al defunto al momento della morte e trasmessi ai suoi successori a titolo universale. Si devolve per testamento oppure (se questo manca) per legge. L’eredità si acquista con l’accettazione. Questa, che vede retroagire i propri effetti al momento dell’apertura della successione, produce normalmente la confusione del patrimonio del defunto con quello dell’erede, per cui il secondo è tenuto a rispondere delle obbligazioni del primo anche se le passività prevalgono sulle attività ricevute. La confusione dei due patrimoni, però, può essere evitata se si accetta l’eredità con beneficio di inventario o se i creditori del defunto chiedono la separazione dei beni di costui da quelli dell’erede. Quando il chiamato non ha (ancora) accettato l’eredità e non si trova nel possesso dei beni ereditari (c.d. eredità vacante), il Pretore, su istanza delle persone interessate o anche d’ufficio, nomina un curatore dell’eredità giacente. Questi è tenuto a redigere l’inventario, ad amministrare i beni e, da ultimo, a render conto della propria amministrazione. Se, invece, il chiamato ha accettato l’eredità, egli può agire contro tutti coloro che possiedono beni ereditari al fine di ottenere il riconoscimento della propria qualità di erede e, di conseguenza, la restituzione dei beni medesimi (lo stesso può essere fatto nei confronti di tutti gli aventi causa da chi possiede i beni, a meno che questi non abbiano acquistato in buona fede ed a titolo oneroso). L’eredità può anche formare oggetto di rinuncia. Questa, come l’accettazione, ha effetto retroattivo, non può essere sottoposta a condizioni o a termini e può essere impugnata soltanto per violenza o per dolo (a differenza dell’accettazione, però, la rinuncia può essere revocata).

  • EROSIONE DELLA BASE IMPONIBILE E PROFIT SHIFTING

    Per le società e gruppo societario maggiormente strutturati è forte la tentazione di ridurre il peso degli effetti fiscali mediante uno strategico utilizzo delle possibilità offerte dai diversi regimi tributari nazionali e delle asimmetrie impositive. È quanto è stato rilevato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) (Enciclopedia) nel Rapporto “Addressing Base Erosion and Profit Shifting”, pubblicato in data 12 febbraio 2013 (cd. “Rapporto BEPS”). Nel documento è evidenziata la crescente ed evidente separazione tra il luogo in cui le imprese svolgono il proprio business ed effettuano gli investimenti e quello in cui i profitti realizzati sono registrati ai fini fiscali. Il rapporto OCSE fa notare come la pianificazione fiscale, comune tra le imprese transazionali, seppur molto aggressiva, non risulta formalmente in contrasto con alcuna disposizione legislativa, infatti ciò che per le amministrazioni fiscali tributarie dei vari Paesi può rappresentare un comportamento elusivo, per le società può rappresentare una opzione lecita, questo perché non vi è alcun divieto presente nel diritto positivo. Numerose sono le problematiche di carattere fiscale connesse alla dimensione globale del reddito di un’impresa multinazionale.
    Una di queste è rappresentata dal principio delle fiscalità secondo il quale i redditi delle imprese nell’intero ciclo produttivo devono evitare il rischio sia i salti d’imposta che le doppie imposizioni, quest’ultimo derivante dal comportamento e legittimo esercizio della potestà impositiva da parte del paese di residenza dell’impresa transnazionale e del cd. Stato fonte del reddito.
    Quindi la dimensione transnazionale presenta notevoli complicazioni soprattutto per il fatto che un medesimo flusso reddituale può qualificarsi diversamente secondo le singole normative tributarie dei Paesi che entrano in gioco nell’operazione. Diventa quindi per le società possibile “sgusciare tra le maglie di regolamentazioni diverse per crearsi delle scappatoie, beneficiando del lato vantaggioso di due regolamentazioni nazionali tra loro non simmetriche”.
    L'emigrazione delle imprese in direzione di giurisdizioni estere è legata anche a motivazioni che vanno oltre a quelle legate ad aspetti tributari e impositivi, cioè all’opportunità di sottrarsi anche al carico amministrativo tributario previsto in Paesi come l’Italia, infatti le grandi imprese transnazionali richiedono anche sul piano fiscale una determinata chiarezza delle regole e del quadro di riferimento, delle politiche di prezzi intercompany, dei confini tra elusione e lecita pianificazione fiscale in modo da conoscere se una pianificazione fiscale può essere o meno ammessa. Invece “le condizioni ambientali italiane sono un inferno per le imprese che non occultano ricavi o non contabilizzano fatture fittizie, magari riprodotte scannerizzando le fatture di fornitori reali”.
    Rispetto all’elusione interna, quella internazionale presenta generalmente profili di assoluta importanza, connessa al regime normativo di più paesi, le cui frontiere spesso facilitano l’occultamento ed il mascheramento delle situazioni di imponibilità; tanto più se la collocazione della materia imponibile avviene verso paesi il cui ordinamento è caratterizzato non solo da una bassa fiscalità, ma altresì da un segreto bancario particolarmente rigoroso, cui si contrappone un assai liberale e riservato regime di costituzione e disciplina della società. Questa tendenza all’esportazione della materia imponibile ha reso la sua ricerca particolarmente difficoltosa ma ha allo stesso tempo migliorato ed esteso la collaborazione fra le autorità fiscali dei diversi paesi. Si è dovuti giungere, inoltre, alla stipulazione delle convenzioni internazionali contro la doppia imposizione, soprattutto se nella loro formulazione si tenga conto delle necessità di evitare abusi connessi alla loro applicazione.
    Dal punto di vista normativo l’elusione fiscale internazionale ha sempre attirato grande attenzione. Il primo intervento in materia, da parte del nostro sistema tributario, può essere individuato nell’emanazione della disciplina relativa al “trasfer price”, cioè all’emanazione dell’art.17 delle legge 8 giugno 1936 n.1231 che cosi disponeva: “ Nel reddito dei soggetti esteri che esplicano la loro attività nel territorio dello Stato per conto di società, ditte o associazioni estere, mediante la vendita e il collocamento di materie prime o di merci o mediante la fabbricazione di prodotti, sono computate anche le somme corrisposte alla società, ditta o associazione estera, sotto forma di maggiorazione dei prezzi delle materie prime, prodotti o merci o sotto forma di provvigioni, di compartecipazioni agli incassi, di commissioni, di premi e simili…”.
    Tale articolo per molto tempo ha rappresentato l’unico verso orientamento legislativo in materia di redditi di dimensione transnazionale. Molto tempo dopo, a partire dagli anni 90’, l’intervento del legislatore si è intensificato al fine di raggiungere un livello di disposizioni tributarie che possa permettere di reagire a tutti i tentativi di delocalizzazione dei redditi e di fuga di ricchezze dai confini nazionali.
    Cronologicamente sono state cosi varate:
    • Le disposizioni sul regime di deducibilità dei costi provenienti da Stati o territori a bassa fiscalità;
    • La norma sul trasferimento all’estero della residenza o della sede di soggetti che esercitano imprese commerciali;
    • La previsione riguardante l’inversione dell’onere della prova in ordine di residenza delle persone fisiche che si trasferiscono in Paesi a fiscalità agevolata;
    • Il regime concernente le società estere controllate o collegate;
    • La presunzione di residenza in Italia delle società con sede legale all’estero;
    • Le innovazioni in tema di tassazione integrale dei dividendi provenienti da Paesi con fiscalità privilegiata.

  • ERP

    Acr. di: European Recovery Program, più noto come Piano Marshall (fr. Programme de relèvement européen-PRE) in quanto preconizzato dal Segretario di Stato USA Gorge Catlitt Marshall (1880-1959) in una conferenza a Harvard il 5.6.1947, l’ERP è stato varato dal Foreign Assistance Act of 1948 del Congresso americano per la concessione di aiuti alla ricostruzione postbellica dei Paesi europei aderenti all’Organizzazione europea per la cooperazione economica (OECE) e per l’avvio di una cooperazione internazionale. Gli aiuti erano erogati sotto forma di prestiti o di donazioni. Il Piano è cessato formalmente nel 1951, ma gli USA hanno continuato a fornire aiuti, anche militari, ai Paesi europei sotto altre forme. La gestione del piano durato tre anni (1948-1950) è stata compiuta dall’ Economic Cooperation Agency (ECA) statunitense Nel 1950 gli USA hanno affiancato all’ERP il Defence Support Program e nel 1951 gli aiuti economici e quelli militari sono stati riuniti nel Mutual Security Program amministrato dalla nuova US Mutual Security Agency (MSA), succeduta all’ECA.

  • ERRORE, CONCETTO GIURIDICO

    Falsa rappresentazione della realtà che determina l’annullamento del negozio giuridico, se è stata determinante della volontà dell’autore della dichiarazione negoziale. Ad essa è equiparata l’ignoranza. Si distinguono diversi tipi di errore: l’errore-vizio (che cade sul processo interno di formazione della volontà: p.e., si afferma una cosa perché si crede erroneamente che essa sia effettivamente tale), l’errore-ostativo (che verte sulla dichiarazione: p.e., si scrive una cosa, ma se ne vuole in realtà un’altra), l’errore di fatto (che riguarda circostanze esterne), l’errore di diritto (che investe (esistenza o l’interpretazione di una norma giuridica). Nei contratti si distingue anche tra un errore unilaterale, bilaterale o comune a seconda che la falsa rappresentazione venga ad incidere sulla volontà di una sola delle parti o su quella di entrambe (per ragioni, rispettivamente, differenti o simili). Perché produca (annullabilità del contratto, è necessario che l’errore sia essenziale e riconoscibile dall’altra parte. La prima condizione si verifica allorché l’errore di fatto cade sulla natura o sull’oggetto del negozio, sulla identità o sulle qualità dell’oggetto della prestazione, sull’identità o sulle qualità personali dell’altro contraente (sempre che sia stato determinante del consenso), e quando l’errore di diritto è stato la ragione unica o principale del negozio. Non ha, invece, carattere di essenzialità l’errore che cade sui motivi che hanno indotto a concludere il contratto (al contrario che nel testamento e nella donazione, purché l’errore risulti dall’atto e abbia valore determinante). L’errore è riconoscibile quando l’altro contraente, usando la normale diligenza, avrebbe potuto rilevarlo. Il contratto viziato da un errore che presenti entrambe le caratteristiche esaminate può essere annullato dal giudice su richiesta della parte interessata: l’azione, però, si prescrive in cinque anni dal giorno della scoperta. Vi sono casi in cui la presenza di un errore, pur rilevante, non porta all’annullamento: è l’ipotesi dell’errore di calcolo, nella quale non vi è distorsione della volontà, ma solo nella operazione matematica, che è sufficiente correggere.

  • ESCLUSIONE DALLA GARANZIA DEI SISTEMI DI GARANZIA DELLA CLIENTELA BANCARIA IN ITALIA

    Sono esclusi dalla garanzia del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) e, per le banche di credito cooperativo, del Fondo di Garanzia dei Depositanti del Credito Cooperativo (FGDCC):
    · i depositi e gli altri fondi rimborsabili al portatore
    · le obbligazioni e i crediti derivanti da accettazioni, pagherò cambiari ed operazioni in titoli
    · il capitale sociale, le riserve e gli altri elementi patrimoniali della banca
    · gli strumenti finanziari disciplinati dal codice civile
    · i depositi derivanti da transazioni in relazione alle quali sia intervenuta una condanna per i reati previsti negli articoli 648-bis e 648- ter del codice penale
    · i depositi delle amministrazioni dello Stato, degli enti regionali, provinciali, comunali e degli altri enti pubblici territoriali
    · i depositi effettuati da banche in nome e per conto proprio, nonché i crediti delle stesse
    · i depositi delle società finanziarie indicate nell'articolo 59, comma 1, lettera b) TUB, delle compagnie di assicurazione; degli organismi di investimento collettivo del risparmio; di altre società dello stesso gruppo bancario; degli istituti di moneta elettronica
    · i depositi, anche effettuati per interposta persona, dei componenti gli organi sociali e dell'alta direzione della banca o della capogruppo del gruppo bancario
    · i depositi, anche effettuati per interposta persona, dei titolari di partecipazioni rilevanti ai fini dell'articolo 19 TUB
    · i depositi per i quali il depositante ha ottenuto dalla banca, a titolo individuale, tassi e condizioni che hanno concorso a deteriorare la situazione finanziaria della banca, in base a quanto accertato dai commissari liquidatori.
    Fonte: Banca d'Italia

  • ESCLUSIONE E SOSPENSIONE DEGLI OPERATORI DALLE NEGOZIAZIONI

    Provvedimento sanzionatorio, previsto dal Regolamento dei mercati organizzati e gestiti dalla Borsa Italiana spa (v. Tit. 2.5 del Regolamento in vigore dal 15.7.2002), che viene adottato nei confronti degli operatori tenendo conto della gravità del fatto commesso e dell’eventuale recidiva nella non osservanza delle norme di condotta per essi stabilite.

  • ESCLUSIONE FINANZIARIA

    Il termine è stato usato per la prima volta nel 1995 da Leyshon e Thrift per indicare casi di limitata accessibilità fisica ai servizi bancari. Con Kempson e Whyley (1999), il termine viene impiegato nella sua accezione corrente con cui ci si riferisce alla difficoltà di una fascia della popolazione sempre crescente di accedere ai principali servizi e prodotti finanziari. Oggi, l’esclusione finanziaria è largamente riconosciuta come una delle parti che compongono una più ampia esclusione sociale.
    Bibliografia:
    Leyshon, A. and Thrift, N. (1995). Geographies of financial exclusion: financial abandonment in Britain and the United States. Transactions of the Institute of British Geographers, New Series, 20, pp.312-341
    Kempson, E. and Whyley, C. (1999). Kept Out or Opted Out? Understanding and Combating Financial Exclusion. Bristol: Policy Press.
    Redattore: Melania MICHETTI
    © 2009 ASSONEBB

  • ESCUDO PORTOGHESE

    Codice ISO: PTE. Le origini dell’escudo o scudo portoghese risalgono al XV secolo, allorché la moneta d’oro e quella d’argento assunsero il nome di scudo in molti stati d’Europa, quasi a significare la moneta forte. Poi, come accadde altrove, lo scudo si eclissò per lasciare spazio a monete più leggere. Fu il re Alfonso V, che regnò dal 1438 al 1481, a dotare il Portogallo di uno scudo d’oro del peso di 4,97 grammi, che rimase in vita fino al 1499. Riapparve solo nel 1722 nel peso di 3,88 grammi a 916 millesimi. Questa moneta valeva 16 tostao d’argento, oppure 1.600 reis. Salvo un lieve ritocco al rialzo, la quotazione dell’escudo rimase immutata fino al 1835, allorché la riorganizzazione del sistema monetario abbassava il peso dell’escudo a 3,547 grammi, sempre a 916 millesimi, con un controvalore di 2.000 reis. Con la proclamazione della repubblica nel 1911, il Portogallo si dotò di un nuovo sistema monetario sempre ancorato al gold standard, nel quale era entrato fin dal 1850 a causa dei rapporti economici con la Gran Bretagna, che aveva scelto il regime aureo dopo le guerre napoleoniche. Lo scudo del 1911 fu assunto a unità monetaria di base e fu emesso nel peso di 1,626 grammi di oro fino, ovvero di 1,8 grammi a 900 millesimi. Il cambio estero di riferimento fu posto in 4,5 escudos per lira sterlina. Con l’inizio della prima guerra mondiale anche il Portogallo fece ricorso alle misure di controllo dei cambi e alla sospensione della convertibilità, che non fu più ripristinata. Lo scudo d’oro rimase un mero ricordo della buona circolazione monetaria. L’inflazione colpì la carta moneta, che nel 1924 accusava un deprezzamento del 97%. Per arginare la caduta del potere d’acquisto del biglietto i controlli valutari furono estesi ai movimenti di capitale. Seguendo altri paesi che avevano cercato la stabilizzazione della moneta, la definizione della nuova parità avvenne nel 1928 e il cambio estero fu portato a 108,25 scudi per sterlina. Nel 1931, in concomitanza con la crisi della valuta britannica, il nuovo cambio fu fissato in 110 scudi. Fu introdotto anche uno scudo di conto pari a 1.000 scudi cartacei in circolazione. Nel 1932, con la dittatura di Salazar, furono prese misure draconiane di risanamento delle finanze. Lo scudo divenne bensì una moneta forte, ma circolò in un sistema economico estremamente debole. Nel 1939, con l’inizio della seconda guerra mondiale, il cambio dell’escudo fece riferimento al dollaro, dapprima nella quotazione di 27,5 scudi e pochi mesi dopo a 25. Su questa quotazione rimase fino al 1949, quando con la svalutazione della sterlina il cambio si deprezzò del 13%, ponendosi pari a 28,75 scudi per dollaro. La definizione della parità aurea in accordo con il FMI avvenne nel 1962 nella misura di 0,03091 grammi di fino, corrispondente al cambio del 1949. Dal 1971, in seguito allo sganciamento del dollaro dall’oro, l’escudo ha seguito le sorti di altre monete europee che nel regime di fluttuazione congiunta si sono sistematicamente deprezzate. Il deprezzamento è continuato con l’agganciamento di fatto alla moneta di conto europea, l’ECU. L’ingresso nella Comunità Europea e l’adesione agli Accordi europei di cambio, avvenuta nell’aprile del 1992, hanno costretto lo scudo a misurarsi con le monete forti, specie il marco tedesco, tanto che nel mese di novembre dello stesso anno si è deprezzato del 6%. Un’altra svalutazione è avvenuta nell’agosto del 1993, allorché la banda di fluttuazione dello SME è stata portata al 15% in più o in meno del tasso centrale di parità, rendendo di fatto inoperante questo Sistema preso a base per creare la moneta unica europea. Questa fascia di oscillazione così ampia ha evitato nuovi allineamenti durante la crisi valutaria del 1995, ma i cambi sono mediamente peggiorati per molte monete, compreso l’escudo, che ancor oggi si divide in 100 centavos. Lo scudo portoghese è entrato a far parte dell’area dell’euro e come le altre monete dell’Unione monetaria ha cessato di circolare agli inizi del 2002.

  • ESCUSSIONE

    Azione del creditore che, previa formazione del titolo esecutivo, sottopone i beni del debitore ad esecuzione forzata per la realizzazione coattiva del suo credito. In modo più particolare, però, il termine è usato dalla legge per qualificare il diritto, detto beneficio di escussione, che un condebitore di grado posteriore ha di esigere che, prima di rivolgersi a lui, il creditore realizzi il suo credito sottoponendo ad esecuzione forzata i beni di un altro condebitore di grado anteriore. Il suddetto diritto, che ha la sua fonte o nella legge o in un negozio giuridico, può essere esercitato in tutti i casi in cui fra i condebitori manchi il vincolo della solidarietà; inoltre non può essere fatto valere quando è comprovato che il debitore principale versi in stato di impossibilità nei pagamenti. Il beneficio di escussione è dal codice civile espressamente previsto a favore del fideiussore che abbia convenuto col creditore di non essere tenuto a pagare prima dell’escussione del debitore principale (il fideiussore però deve indicare i beni del debitore principale da sottoporre all’esecuzione e, salvo patto contrario, è tenuto ad anticipare le spese necessarie per la suddetta escussione); a favore dei soci della società semplice, i quali, richiesti del pagamento di debiti sociali, possono domandare, anche se la società è in liquidazione, la preventiva escussione del patrimonio sociale, indicando i beni sui quali il creditore possa agevolmente soddisfarsi; a favore dei soci della società in nome collettivo e dei soci accomandatari della società in accomandita semplice, dai quali i creditori sociali, anche se la società è in liquidazione, non possono pretendere il pagamento dei debiti sociali se non dopo l’escussione del patrimonio sociale. Effetti sostanziali simili a quelli che derivano dal beneficio di escussione possono, inoltre, ravvisarsi nel caso in cui la responsabilità di certi soci o degli amministratori, per le obbligazioni sociali, è dalla legge condizionata all’insolvenza o all’insufficienza del patrimonio della società per azioni o della società a responsabilità limitata, o alla liquidazione coatta amministrativa o al fallimento della società cooperativa.

  • ESECUTORE TESTAMENTARIO

    Persona fisica o giuridica nominata dal testatore con il compito di curare l’esecuzione delle disposizioni di ultima volontà del defunto. L’esecutore testamentario che ricopre un ufficio di diritto privato volontario e quindi rifiutabile amministra con la diligenza del buon padre di famiglia la massa ereditaria, prendendo possesso dei beni che ne fanno parte (il possesso dura un anno, prorogabile di un altro anno al massimo per disposizione del giudice) e ponendo in essere tutti gli atti necessari, ivi inclusi quelli di alienazione, previa autorizzazione del giudice. L’ufficio è gratuito, ma il testatore può stabilire una retribuzione a carico dell’eredità, sulla quale gravano, comunque, le spese affrontate. A fine gestione, l’esecutore deve rendere conto del suo operato e consegnare i beni agli eredi e ai legatari nei cui confronti è responsabile. In caso di pluralità di esecutori, essi rispondono solidalmente. Il testatore non può disporre l’esonero dell’esecutore (o degli esecutori) dall’obbligo del rendiconto e dalla responsabilità della gestione. L’accettazione della nomina di esecutore o la rinunzia a essa devono risultare da dichiarazione resa nella cancelleria della pretura nella cui giurisdizione si è aperta la successione e vanno annotate nel registro delle successioni. L’autorità giudiziaria può disporre l’esonero dell’esecutore dal suo ufficio per gravi irregolarità nell’adempimento dei suoi obblighi, per inidoneità all’ufficio o per avere commesso azioni che ne menomino la fiducia.

  • ESECUZIONE COATTIVA DI BORSA

    Procedura attraverso la quale la parte adempiente, o disposta all’adempimento, di un contratto di borsa può ottenere la soddisfazione del proprio credito. La procedura è regolata dall’art. 72 TUF. L’insolvenza è dichiarata dalla Consob. La dichiarazione di insolvenza di mercato determina l’immediata liquidazione dei contratti dell’insolvente. La Consob, d’intesa con la Banca d’Italia, stabilisce con regolamento i casi di inadempimento e le altre ipotesi in cui sussiste l’insolvenza di mercato nonché le relative modalità di accertamento e di liquidazione. La liquidazione delle insolvenze di mercato è effettuata da uno o più commissari nominati dalla Consob, d’intesa con la Banca d’Italia. L’indennità spettante ai commissari è determinata dalla Consob ed è posta a carico delle società di gestione dei mercati nei quali l’insolvente ha operato I commissari hanno il potere di compiere tutti gli atti necessari alla liquidazione dell’insolvenza, compreso quello di richiedere informazioni ai soggetti operanti sui mercati e ai gestori dei servizi di mercato. Alla chiusura della procedura di liquidazione dell’insolvenza, i commissari rilasciano agli aventi diritto, per i crediti residui, un certificato di credito, comprensivo delle spese sostenute dal creditore stesso, che costituisce titolo esecutivo nei confronti dell’insolvente per gli effetti dell’articolo 474 c.p.c.

  • ESECUZIONE COATTIVA SUL CONTENUTO DELLA CASSETTA DI SICUREZZA

    Esecuzione forzata mobiliare (v. esecuzione forzata individuale) avente per oggetto il contenuto della cassetta di sicurezza del debitore per l’attuazione di un sequestro conservativo o giudiziario o per la realizzazione in via coattiva di un credito di denaro. Le forme dell’esecuzione sono quelle del pignoramento diretto verso il debitore perché il contenuto della cassetta è nella diretta disponibilità del titolare, il solo che giuridicamente e materialmente ha il potere di introdurre gli oggetti e spostarli dal luogo dove si trova la cassetta (v. cassette di sicurezza). Con le stesse forme si eseguono il sequestro conservativo e giudiziario, misure cautelari dirette ad assicurare la realizzazione del credito o la conservazione di beni controversi. Per asportare il contenuto della cassetta è però necessaria la cooperazione della banca. Ciò in quanto il debitore ha inserito le sue cose nell’organizzazione della banca con la conseguente assunzione di responsabilità da parte di quest’ultima per la amministrazione del servizio. Occorre quindi chiedere al Presidente del Tribunale o un giudice da lui delegato, l’autorizzazione prevista dall’art. 513, comma 3, c.p.c. per i casi in cui le cose da pignorare non si trovino in luoghi appartenenti al debitore. La banca deve consentire all’ufficiale giudiziario di procedere all’esecuzione dopo aver constatato l’esistenza del precetto mobiliare, dell’atto di pignoramento e del decreto di autorizzazione. La banca deve anche presenziare all’apertura della cassetta effettuata dal debitore con l’assistenza dell’ufficiale giudiziario, oppure dal solo ufficiale pro-cedente e partecipare alla formazione del verbale di apertura. Dal momento della notifica del decreto di sequestro o dell’atto di pignoramento la banca non può consentire all’utente, senza sua responsabilità, l’apertura della cassetta. L’esecuzione si fa con le forme del pignoramento diretto anche quando il debitore non è l’unico intestatario della cassetta. In questo caso il giudice autorizza a pignorare solo le cose appartenenti al debitore. Esse verranno praticamente determinate dall’ufficiale giudiziario per relationem escludendo quelle che sembrano appartenere agli altri cointestatari. La banca deve assistere a quest’operazione. Se nella cassetta vengono trovati dei plichi chiusi o sigillati, l’ufficiale giudiziario potrà aprirli solo se ragionevolmente ritenga che essi contengono valori pignorabili: non potrà quindi aprire delle normali lettere di corrispondenza. Questo potere dell’ufficiale giudiziario non è precluso nel caso in cui l’intestatario abbia scritto sul plico che esso contiene documenti personali o segreti, oppure beni non soggetti a pignoramento. Se così non fosse, infatti, il debitore potrebbe facilmente sottrarsi all’esecuzione del pignoramento o del sequestro.

  • ESECUZIONE DEI CONTRATTI DI BORSA

    Le banche e le SIM autorizzate alla negoziazione degli strumenti finanziari quotati, devono procedere all’esecuzione dei contratti stipulati per conto degli investitori, mediante la liquidazione degli stessi, da effettuarsi nel termine previsto dal Regolamento dei mercati organizzati e gestiti dalla Borsa Italiana spa. Per poter operare la liquidazione dei contratti, tali soggetti devono avvalersi del Servizio di compensazione e liquidazione gestito da società, denominate Casse di compensazione e garanzia, autorizzate dalla Banca d’Italia d’intesa con la Consob, ai sensi dell’art. 69, 1° comma, TUF La liquidazione dei contratti di borsa avviene con il sistema della compensazione delle partite omogenee con cui si determina il saldo di liquidazione che risulta a debito o a credito di ciascun operatore. Il trasferimento degli strumenti finanziari, conseguente alla liquidazione dei contratti, avviene esclusivamente mediante scritturazione contabile da operarsi sui conti degli intermediari aderenti ad una società di gestione accentrata. Sulla base delle diverse scritturazioni gli intermediari provvedono ad annotare tutte le variazioni relative agli strumenti trattati, o ai corrispettivi di competenza, nei conti di gestione dei rispettivi clienti. Secondo una diversa procedura avviene la liquidazione dei contratti di borsa aventi ad oggetto gli strumenti finanziari derivati. È stabilito, infatti, che al momento della conclusione del contratto debba essere versato alla Cassa di compensazione e garanzia il cd. margine di garanzia, da calcolarsi secondo una percentuale prefissata sul valore degli strumenti negoziati. L’andamento positivo delle quotazioni dello strumento derivato oggetto del contratto determina l’aumento del margine. In questo caso, la Cassa provvede ad accreditare, a favore dell’intermediario, la differenza positiva. Se, invece, l’andamento delle negoziazioni è negativo, il margine si riduce in misura proporzionale e l’intermediario deve provvedere alla sua reintegrazione mediante versamento della differenza alla Cassa. La compensazione e la liquidazione delle operazioni di borsa effettuate nei mercati regolamentati con l’intervento dei sistemi di compensazione garanzia non possono essere sottoposte a revocatoria o dichiarate inefficaci neppure nel caso di assoggettamento degli intermediari a procedure concorsuali.

  • ESECUZIONE DI ORDINI PER CONTO DEI CLIENTI

    La Direttiva 20024/39/CE definisce "esecuzione di ordini per conto di clienti" la "... conclusione di accordi di acquisto o di vendita di uno o più strumenti finanziari per conto di clienti" (articolo 4, comma 1, numero 5). 

    Redattore: Maria Giovanna CERINI
    © 2010 ASSONEB

  • ESECUZIONE DI UN CONTRATTO

    Esatto e puntuale adempimento delle obbligazioni che nascono da un contratto a carico delle parti per effetto della volontà di queste o della legge o di clausole di uso. In tale adempimento deve usarsi la diligenza media o del buon padre di famiglia. Accanto a tale diligenza, poi, la legge, con specifico riferimento all’esecuzione del contratto, esige espressamente la buona fede oggettiva o reciproca lealtà di condotta, che deve presiedere anche alla formazione ed all’interpretazione del contratto. Il che significa che nessuno dei contraenti deve pretendere di avere di più o di dare di meno di quanto è stato previsto dalle parti in base allo scopo del contratto. L’esecuzione del contratto può essere contestuale alla formazione dello stesso (contratti ad esecuzione immediata) o rimandata ad un momento successivo (contratti ad esecuzione differita), può esaurirsi in una sola soluzione (contratti ad esecuzione unica) o essere distribuita in un tempo determinato o indeterminato (contratti ad esecuzione continuata, se l’esecuzione è ininterrotta, o ad esecuzione periodica, se l’esecuzione è saltuaria) e può anche consistere nell’adempimento dell’obbligazione di concludere altro contratto (v. contratto preliminare).

  • ESECUZIONE FORZATA INDIVIDUALE

    Attività processuale diretta a realizza: re coattivamente l’interesse del creditore. Questi, infatti, per conseguire quanto gli è dovuto, può far espropriare i beni del debitore (art. 2910 c.c.), e quindi soddisfarsi sul ricavato ottenuto dalla loro vendita forzata. Si può ottenere dall’autorità l’esecuzione forzata soltanto in virtù di un titolo esecutivo per un credito certo, liquido, ed esigibile. Sono titoli esecutivi quei provvedimenti del giudice o quelle determinazioni negoziali cui la legge attribuisce l’efficacia di iniziare il processo esecutivo (p.e. cambiale, assegno bancario, fede di deposito ecc.). L’esecuzione forzata colpisce unicamente i beni. Deve essere preceduta dalla notificazione del titolo e dal precetto, ossia dall’intimazione al debitore di soddisfare l’obbligazione entro un termine non minore di dieci giorni. Qualora il debitore continui a restare inadempiente, il creditore può procedere a pignoramento che consiste in una ingiunzione, fatta dall’ufficiale giudiziario al debitore, di astenersi da atti diretti a sottrarre alla garanzia del credito i beni che sono assoggettati all’esecuzione. Il debitore può evitare il pignoramento pagando a mani dell’ufficiale giudiziario la somma dovuta, oltre le spese. Il pignoramento si attua con modalità diverse, secondo che esso abbia ad oggetto beni mobili o immobili. L’espropriazione mobiliare normalmente si fa presso il debitore, ma non tutti i suoi beni sono pignorabili: ve ne sono di assolutamente impignorabili (art. 514 c.p.c.) e di relativamente impignorabili (art. 515 c.p.c.). Nell’espropriazione immobiliare il pignoramento deve essere trascritto. L’espropriazione può aver luogo anche presso terzi: o perché si tratti di crediti del debitore verso un terzo; o perché si tratti di cose mobili del debitore possedute da un terzo (art. 543 c.p.c.). Il procedimento è diretto dal pretore (pignoramento mobiliare o presso terzi) o da un giudice nominato dal presidente del tribunale (pignoramento immobiliare): al giudice dell’esecuzione 1e istanze si propongono verbalmente ed egli provvede con ordinanza che può revocare o modificare. Tutti i creditori dello stesso debitore, avendo uguale diritto di essere soddisfatti sui suoi beni, possono intervenire nella procedura esecutiva. I creditori intervenuti si trovano nella medesima posizione del creditore pignorante salve, in sede di distribuzione del ricavato, le cause legittime di prelazione. Trascorsi dieci giorni dal pignoramento, il creditore può chiedere l’assegnazione o la vendita dei beni. La vendita può farsi con o senza incanto. Il giudice dell’esecuzione può assegnare la cosa al creditore con ordinanza. La vendita fatta in più volte, deve cessare quando il prezzo già ottenuto raggiunge l’importo delle spese e dei crediti del creditore pignorante e di quelli intervenuti. Il residuo della somma ricavata è consegnato al debitore. Dall’espropriazione forzata va tenuta distinta la c.d. esecuzione forzata in forma specifica. Quest’ultima è un modo, sia pure particolare, di esercitare un diritto e presuppone un rapporto diretto con la cosa che ne costituisce l’oggetto ed è indipendente da un rapporto obbligatorio del quale la cosa stessa sia l’oggetto. Si distingue in esecuzione per consegna o rilascio di cosa determinata mobile o immobile (nel caso che non sia adempiuto l’obbligo di consegna o rilascio) e in esecuzione forzata degli obblighi di fare (nella quale l’obbligo è eseguito a spese dell’obbligato). La legge prevede che nel processo di esecuzione possa inserirsi un vero e proprio procedimento di cognizione, a seguito delle eventuali opposizioni che possono essere proposte o dal debitore, o dai creditori intervenuti o anche dai terzi. Il debitore può proporre opposizione sia all’intera esecuzione, qualora contesti il diritto del creditore ed agire in forma coattiva sui suoi beni o eccepisca l’inesistenza di un titolo esecutivo, sia ai singoli atti esecutivi che vengono posti in essere nel corso della procedura (vendita dei beni, distribuzione del ricavato ecc.). L’opposizione del terzo mira a far risultare che il bene esecutato non appartiene al debitore, ma è di sua proprietà. Le opposizioni dei creditori, infine, tendono a far rilevare eventuali irregolarità lesive dei propri diritti, specie nella fase di distribuzione della somma ricavata dalla vendita.

  • ESERCIZIO FINANZIARIO

    Periodo amministrativo, detto anche anno finanziario, a cui viene riferito l’insieme delle entrate e delle uscite dello Stato e degli altri enti pubblici. Nel nostro paese l’anno finanziario dello Stato coincide con l’anno solare. Se il Parlamento non approva il bilancio preventivo prima che inizi il nuovo anno finanziario, la gestione è autorizzata per non più di quattro mesi in esercizio provvisorio cioè secondo il bilancio non ancora approvato.

  • ESERCIZIO PROVVISORIO

    Espressione usata con riferimento al bilancio di previsione dello Stato (v. bilancio di previsione dello Stato; esercizio finanziario) o nell’istituto fallimentare (v. curatore fallimentare). Per il bilancio dello Stato, l’esercizio provvisorio può essere concesso solo per legge e per non più di quattro mesi se il disegno di legge di bilancio non è stato approvato dal Parlamento entro il 31 dicembre (art.81, 2° comma Cost.; art 16 l. 5.8.1978 n. 468). Durante questo periodo sono consentiti tanti dodicesimi della spesa prevista da ciascun capitolo quanti sono i mesi dell’esercizio provvisorio, ovvero nei limiti della maggiore spesa necessaria, qualora si tratti di spesa obbligatoria e non suscettibile di impegni o di pagamenti frazionati in dodicesimi. Il tutto è riferito sia agli impegni sia ai pagamenti.

  • ESIGIBILITÀ

    Particolare qualità del credito scaduto, che legittima il creditore a pretendere l’adempimento dell’obbligazione corrispondente. Altri effetti dell’esigibilità, se questa concorre con la liquidità, sono che il credito è assistito da azione giudiziaria immediata, può estinguersi per compensazione legale e giudiziale e, se ha per oggetto una somma di denaro, produce gli interessi, detti corrispettivi, al saggio legale, salvo diversa convenzione scritta. Il credito è esigibile quando è decorso il termine fissato dalle parti per l’adempimento, che si presume stabilito a favore del debitore; quando il termine fissato dalle parti risulta stabilito esclusivamente a favore del creditore, nel qual caso il credito è esigibile sempre che il creditore lo voglia; quando, pur non essendo decorso il termine fissato dalle parti e stabilito a favore del debitore, questi è divenuto insolvente o ha diminuito, per fatto proprio, le garanzie date o non ha dato le garanzie promesse. Se non è determinato il tempo in cui la prestazione deve essere eseguita il creditore può esigerla immediatamente, salvo che, in virtù degli usi o per la natura della prestazione ovvero per il modo o il luogo dell’esecuzione, sia necessario un termine, da fissarsi dal giudice in mancanza di accordo delle parti. Perché il credito sia esigibile, inoltre, occorre che l’obbligazione non sia sottoposta a condizione sospensiva non ancora verificata; non si considera più tale la condizione che non si è verificata per causa imputabile alla parte che aveva un interesse contrario al suo avverarsi.

  • ESODATO

    La parola esodato si è diffusa nella cronaca e nella lingua italiana in particolare nel 2011 in occasione del dibattito successivo alla Legge di riforma della previdenza del Ministro Elsa Fornero (vedi Legge Fornero). I lavoratori esodati sono quei lavoratori che avevano stabilito di allontanarsi dal proprio lavoro in anticipo rispetto all’età pensionabile (es. 60 anni), dopo un accordo con i datori di lavoro e con contratti individuali o collettivi. L’accordo prevedeva di solito la corresponsione da parte dell’azienda di una percentuale (es. il 70%) degli stipendi per gli anni mancanti alla pensione (es. 60 anni anagrafici).
    In seguito alla riforma pensionistica del 2011 del Ministro Fornero che ha portato a compimento la riforma Dini e Maroni, c’è stato un significativo innalzamento dell’età minima per accedere alla pensione, da 60 a 65 anni anagrafici. In seguito a questa riforma, un certo numero di lavoratori si è trovata nella condizione di non poter riprendere il lavoro, avendo firmato l’accordo volontario di esodo, ma non aveva neanche diritto all’assegno previdenziale; queste persone erano quindi senza stipendio, senza assegno di pensione e non potevano richiedere neanche gli ammortizzatori sociali (assegno disoccupazione).
    Il Governo Monti e i successivi hanno risolto la condizione di oltre 100mila esodati che hanno potuto così percepire l’assegno previdenziale.
    Il termine “esodato” nella lingua italiana fa riferimento alla popolazione istriana e giuliano-dalmata, circa 300.000 persone, che improvvisamente aveva dovuto lasciare le proprie terre per timore di rappresaglie da parte della nuova Yugoslavia.
    Gli esodati che non percepiscono l’assegno previdenziale dal 2019 possono richiedere il Reddito di Cittadinanza oppure la Pensione di Cittadinanza.

  • ESPORTAZIONE

    Flusso di beni e servizi verso l’estero in dipendenza di domanda creatasi fuori dei confini nazionali. La teoria classica ha dato inoppugnabili prove dell’importanza dello scambio in genere, che produce aumento dell’utilità dei beni che ne sono oggetto. In dipendenza dello scambio tra paesi diversi si determinerebbe una spontanea divisione territoriale del lavoro che consentirebbe a ciascuno Stato di specializzarsi in quelle produzioni per le quali è in grado di operare nelle condizioni più favorevoli, e di procurarsi negli altri paesi i beni che avrebbe dovuto produrre con maggiore sacrificio. Costituendo, a livello macroeconomico, una componente della domanda, come i consumi e gli investimenti, l’esportazione rappresenta uno dei motori dell’aumento della produzione e del reddito. Il flusso valutario che ne deriva determina comunque, in prima istanza, un aumento delle riserve valutarie che la banca centrale può utilizzare per la difesa del cambio della moneta nazionale. Le esportazioni, ai fini della contabilizzazione nella bilancia commerciale, vengono computate per il loro valore al momento in cui lasciano il paese, e quindi con esclusione delle spese di trasporto e di assicurazione della frontiera a destinazione. Le esportazioni di servizi comprendono tutti i servizi resi da residenti a non residenti: trasporto di beni e di passeggeri, altri elementi dei servizi di trasporto (uso di porti e aeroporti, servizi di pilotaggio e rimorchio, noleggio di navi e altri mezzi di trasporto a non residente), servizi di assicurazione ed altri (mediazione commerciale, comunicazione, consulenze professionali, pubblicità, ricerca e assistenza industriale, noleggio di film, credito, saldi di operazioni di arbitraggio ecc.). Le esportazioni di servizi sono valutate in base alle tariffe, onorari e diritti riscossi dagli esportatori, fatta eccezione per le assicurazioni, per le quali ai premi lordi riscossi si applica il rapporto tra compenso del servizio e premi lordi calcolato per l’insieme delle unità residenti.

  • ESPORTAZIONE CON PAGAMENTO DIFFERITO

    Vendita all’estero di beni e servizi con concessione di credito mercantile all’importatore. In passato tale pratica veniva scoraggiata in quanto può nascondere l’intento di speculare sul deprezzamento che la moneta subisce in periodi di inflazione e di ottenere così, al momento del pagamento, per una uguale quantità di moneta estera una maggiore quantità di moneta nazionale. In virtù di tali considerazioni erano state introdotte disposizioni legislative, quali il d.m. 6.5.1976, che prevedeva l’obbligo dell’accensione, a nome dell’esportatore, di un finanziamento in valuta pari al 30% della quota di pagamento posticipato. Il finanziamento veniva poi estinto con la valuta introitata dall’estero. Il costo rappresentato dall’interesse pagato per il finanziamento doveva scoraggiare l’offerta di dilazioni da parte dell’esportatore italiano. In base alla nuova legislazione valutaria non sono previsti né limiti alle dilazioni di pagamento né finanziamenti obbligatori in valuta, anche se la loro reintroduzione potrebbe essere consentita, in via temporanea, qualora si manifestassero tensioni sul cambio.

  • ESPORTAZIONE DIRETTA

    Vendita all’estero, senza intermediari né strutture fisiche, attuata da un’impresa utilizzando esclusivamente la propria rete di vendita della sede, ovvero l’azione dei dipendenti commerciali del settore esportazione. La vendita diretta ai clienti esteri non viene normalmente preceduta da alcuna strategia di ricerca di mercato in quanto si tratta di un fatto occasionale e ciò rende tale sistema poco diffuso.

  • ESPORTAZIONE IN CONTO DEPOSITO

    Contratto che viene stipulato tra un fornitore italiano e un rappresentante estero. Il primo ha l’obbligo di spedire la merce al secondo che ha il compito di venderla entro un determinato periodo di tempo (tre, sei, dodici mesi) al prezzo convenuto. Il depositario assume l’impegno di trasferire il ricavato man mano che effettua la vendita e, trascorso il periodo pattuito, di restituire la merce rimasta in venduta. Questa forma di contratto si utilizza soprattutto per far meglio conoscere i prodotti nazionali all’estero e per garantire la puntuale consegna del venduto. Questo tipo di esportazione, che comporta ingenti immobilizzi finanziari, può essere assistito da finanziamenti in valuta estera concessi da banche.

  • ESPORTAZIONE TEMPORANEA

    Uscita di una merce dal territorio nazionale, senza pagamento di diritti, per l’esecuzione di specifiche operazioni industriali e commerciali e successivo rientro della stessa (perfezionamento passivo). La temporanea esportazione riguarda principalmente le merci che debbono essere sottoposte all’estero a particolari procedimenti: a) trasformazione in prodotti aventi caratteristiche chimiche, fisiche o organolettiche diverse da quelle delle merci temporaneamente importate; b) lavorazioni di natura diversa, compresi montaggio, assemblaggio e adattamento di altre merci; c) riparazione, compresi riattamento e messa a punto; d) altri trattamenti non citati precedentemente. L’autorizzazione viene rilasciata (su presentazione di domanda da parte dell’operatore in base a modello comunitario) dalla circoscrizione doganale ove avviene l’operazione dal Ministero delle Finanze. La destinazione doganale deve essere dichiarata alla dogana di partenza. Le operazioni di temporanea esportazione sono sottoposte alle medesime disposizioni valutarie applicabili per le esportazioni definitive. La normativa comunitaria ammette a questo regime le merci nazionali e nazionalizzate di ogni tipo, purché destinate a ricevere all’estero particolari trattamenti elencati specificamente e purché sia possibile l’identificazione al momento della reimportazione. La temporanea esportazione riguardante il trasferimento all’estero di prodotti che saranno integralmente reintrodotti nel paese di origine (prodotti destinati a fiere, campioni commerciali, tentata vendita ecc. e materiali per il trasporto, condizionamento e contenimento di altre merci) è disciplinata dall’art. 214 del t.u. delle leggi doganali e, in ambito comunitario, viene assimilata all’esportazione definitiva. Anche per queste operazioni è richiesta specifica autorizzazione e l’utilizzo del formulario DAU (v. dichiarazione doganale). Un particolare regime è previsto per l’esportazione temporanea di prodotti tessili e di abbigliamento.

  • ESPOSIZIONE

    Posizione di un operatore economico nei confronti di un determinato rischio. Un’impresa, in particolare la banca, è eccessivamente esposta al rischio di insolvenza dei propri debitori, quando abbia concesso credito in misura sproporzionata in relazione alle proprie possibilità e/o quando non abbia selezionato con raziocinio la clientela affidabile (v. fido bancario). Una banca può, più facilmente di altri tipi di imprese, esporsi a rischi di insolvenza dei propri affidati o di richiesta in massa, da parte dei depositanti, del rimborso dei propri clienti. Essa può ridurre al minimo il primo rischio attuando una severa selezione dei clienti e frazionando adeguatamente (v. frazionamento dei rischi), nel loro ammontare e nel settore di destinazione, i prestiti concessi. Il secondo rischio può essere ridotto al minimo, solo quando l’intera popolazione gode totale fiducia nel sistema bancario.

  • ESPOSIZIONE FINANZIARIA

    Ricorso al capitale di prestito da parte di un’impresa per soddisfare il suo fabbisogno finanziario. La necessità di ricorrere al credito è generata dall’asincronia del ciclo finanziario dell’azienda, cioè dai diversi tempi in cui essa sostiene i costi e consegue i ricavi, senza aver la possibilità di sopperire a tale inconveniente con capitali propri o con il ricorso all’autofinanziamento. Un’impresa può esporsi finanziariamente non solo ricorrendo in maniera eccessiva, rispetto alle proprie capacità, al credito ma anche concedendone in misura sproporzionata e/o a scadenze che non sono in linea con le proprie esigenze finanziarie. È il caso di quelle aziende che, per “spingere” le vendite, concedono ai clienti dilazioni eccessive nei pagamenti rispetto a quelle ottenute dai propri fornitori.

  • ESPROMISSIONE

    Modificazione nel lato passivo dell’obbligazione, che si verifica quando il terzo, senza delegazione del debitore, assume il debito verso il creditore. L’espromissione è cumulativa, nel senso che il terzo è obbligato in solido con il debitore espromesso nei confronti del creditore, se quest’ultimo non dichiara espressamente di liberare il debitore originario (nel qual caso, rimane obbligato soltanto il terzo). L’espromittente subentra nella stessa posizione del debitore: perciò non può opporre al creditore le eccezioni relative ai suoi rapporti con il primo, ma può opporre le eccezioni che avrebbe potuto opporre l’espromesso, salvo che siano personali e non derivino da fatti successivi all’espromissione (non può però opporgli la compensazione, anche se verificatasi prima dell’espromissione).

  • ESTIMO

    Estimo, o stima, è la tecnica di determinazione del valore di beni economici e della loro rendita, da compiere con certi criteri, diversi secondo l’obiettivo e secondo il bene. Il valore di stima è un giudizio motivato che esprime il valore più probabile del bene. L’aggettivo probabile indica che il perito deve scegliere tra i molti possibili valori quello che ha più probabilità di verificarsi. Gli obiettivi di una stima possono variare secondo le circostanze e i bisogni, ma la pratica ha identificato convenzionalmente sei ordini di aspetti economici che ne riassumono le configurazioni più importanti. Essi costituiscono altrettanti criteri detti del più probabile: a) valore di mercato (quantità di moneta che in un dato momento e in un dato mercato può essere scambiata con il bene da stimare); b) valore di costo (o di produzione: somma dei valori di mercato dei fattori della produzione, ossia delle spese reali e virtuali da sostenere per l’impiego dei fattori stessi; valore di riproduzione è, invece, il costo per riprodurre oggi un bene già costruito in passato); c) valore di trasformazione (differenza tra il valore di mercato del bene trasformato e il valore di costo della trasformazione); d) valore di surrogazione (valore di mercato di un altro bene che presenti medesima utilità di impiego, diretto o indiretto e che gli si possa quindi sostituire); e) valore complementare (differenza tra il valore di mercato di una porzione rispetto al bene di cui faceva originariamente parte: p.e., in caso di espropriazione di una parte di un fondo, occorre stabilire la perdita di valore che subisce il fondo in seguito all’espropriazione); f) valore di capitalizzazione (montante delle rendite prodotte un dato periodo di tempo, anche infinito, calcolato secondo le formule di matematica finanziaria). Il metodo di stima è sempre basato sulla comparazione tra il bene da stimare e altri beni simili di valore noto. Il perito può procedere sinteticamente o analiticamente. La più semplice delle stime sintetiche è quella a impressione (o a vista), in base alle conoscenze e all’esperienza dello stimatore. Altri procedimenti sintetici sono la stima comparativa (ottenuta rilevando il prezzo recente di più beni omogenei e applicandone il valore medio al bene da stimare); la stima per valori tipici (o per elementi costitutivi, impiegata quando può supporsi che il valore complessivo di un bene derivi dalla somma del valore delle sue componenti) e la stima storica (basata su transazioni recenti e valide accertate per uno stesso bene). Le stime analitiche richiedono; invece, analisi della composizione del bene per giungere mediante indagini, accertamenti e calcoli alla determinazione del valore, per lo più di capitalizzazione. La stima analitica si applica principalmente a immobili e fondi rustici e consiste nella capitalizzazione del reddito medio ottenibile dalla proprietà (ottenuto partendo dalla determinazione analitica con un bilancio dettagliato). Problemi di stima analitica sono anche quelli della valutazione di aziende. Estimo rurale o fondiario è la stima dei fondi rustici; estimo civile o edilizio per un edificio; estimo industriale per un complesso industriale. Estimo catastale è la stima della rendita dei fondi rustici compiuto dall’amministrazione finanziaria per determinarne il reddito imponibile (dominicale e agrario) per ettaro da iscrivere nel catasto terreni, ovvero quello della rendita degli immobili da iscrivere nel catasto edilizio urbano.

  • ESTINZIONE

    Cessazione, giuridicamente rilevante, di una situazione e dei relativi effetti giuridici, che può avere ad oggetto un rapporto, un diritto soggettivo, uno status, una pretesa e così via, a seconda dei casi in relazione ai quali il fenomeno è esplicitamente previsto dalla legge.

  • ESTINZIONE DEL CONTO CORRENTE BANCARIO

    L’estinzione del conto consegue allo scioglimento del rapporto e all’esaurimento dell’esigenza che ne ha determinato l’attivazione. In particolare il contratto di conto corrente bancario, normalmente a tempo indeterminato, può sciogliersi per recesso di ciascuna delle parti e, se a tempo determinato, per la scadenza del termine. Il recesso, che ha natura di dichiarazione unilaterale ricettizia, può essere operato in ogni momento, ma se non ricorrono giustificati motivi deve esserne dato congruo preavviso. Il contratto si risolve anche per fallimento del correntista e per l’assoggettamento dell’impresa bancaria alla procedura di liquidazione coatta amministrativa. t invece discusso se lo stesso effetto si determini in caso di morte, interdizione o inabilitazione dei correntista. Va, inoltre, rilevato che il termine decennale di prescrizione inizia a decorrere da quando la banca cessa di inviare l’estratto conto. Lo scioglimento dei rapporto determina l’estinzione dei conto con obbligo di immediato pagamento dell’eventuale saldo. Se è la banca ad essere creditrice gli interessi dovuti dal cliente continuano a decorrere al medesimo tasso e si è posto il problema se sia consentita o meno la compensazione con eventuali sopravvenienze del correntista. L’opinione negativa richiama principalmente l’art. 1833, comma 3 c.c., per cui lo scioglimento dei contratto di conto corrente ordinario impedisce l’inclusione nel conto di nuove partite.

  • ESTINZIONE DI UNA GARANZIA

    Cessazione degli effetti giuridici inerenti ad un contratto di garanzia (v. garanzia) per cause relative alla stessa obbligazione (adempimento, compensazione, confusione, novazione, prescrizione, rinuncia, liberazione per fatto del creditore o per obbligazione futura), oppure relative all’obbligazione garantita (adempimento, compensazione, novazione, remissione del debito, impossibilità di adempimento, transazione, confusione). La causa più ovvia di estinzione di una garanzia discende dalla sua natura accessoria nei confronti del credito principale, sia essa reale (privilegio speciale, pegno, ipoteca) ovvero personale (derivante da un contratto di fideiussione): estinto il credito, la garanzia perde la sua ragione di essere e si estingue anch’essa. Nell’ambito dei diritti reali di garanzia, l’elemento della volontà delle parti, insito nel pegno e nell’ipoteca ma non nel privilegio, implica che pegno e ipoteca possano essere oggetto di rinunzia da parte del creditore, mentre il privilegio è irrinunziabile, essendo sottratto alla convenzione delle parti e legato alla causa del credito. Il perimento della cosa, in conseguenza del carattere reale degli istituti in esame, comporta l’estinzione delle garanzie ad essi connesse: ciò vale sia per il privilegio che per il pegno e l’ipoteca. Caratteristica causa di estinzione della garanzia ipotecaria, secondo l’art. 2847 c.c., è la mancata rinnovazione entro vent’anni: trattasi di una vera e propria cessazione della realità della garanzia e non già del titolo dell’ipoteca, che può essere reiscritta prendendo grado dalla nuova iscrizione.

  • ESTRATTO CONTO

    Prospetto redatto dalla banca ed inviato al cliente con periodicità annuale o - a scelta - semestrale, trimestrale o mensile, in cui sono riportati i movimenti in dare e avere del conto corrente verificatisi in un determinato periodo, la data e la valuta di ogni operazione, i saldi contabili (v. saldo)., i tassi di interesse applicati, le spese e le commissioni. Nel caso in cui vi sia una variazione dei tassi, l’estratto conto deve essere comunque inviato alla fine del mese in cui la stessa avviene. Al fine di garantirne i necessari requisiti di attendibilità e di chiarezza, tale prospetto è stato oggetto, prima, di autodisciplina da parte del sistema bancario, che ne ha definito dettagliatamente i contenuti e, poi, di disposizioni legislative. A norma dell’art. 119 TUBC. l’estratto conto deve essere inviato con periodicità annuale o, a scelta del cliente, semestrale, trimestrale o mensile; esso deve fornire un’informazione completa e chiara in merito allo svolgimento del rapporto; in mancanza di opposizione scritta da parte del cliente, gli estratti conto si intendono approvati trascorsi 60 giorni dalla data di ricevimento della comunicazione ma possono essere impugnati per errori di scritturazione o di calcolo, per omissioni o per duplicazioni, sotto pena di decadenza entro sei mesi dalla data di ricezione. Secondo l’interpretazione corrente, l’approvazione degli estratti conto non ha efficacia di riconoscimento di debito. Tale approvazione preclude soltanto le contestazioni che riguardano la tenuta del conto, cioè gli accrediti e gli addebiti considerati nella loro realtà effettuale (anche con riferimento alle annotazioni riguardanti i rapporti tra il correntista e altri soggetti), mentre non impedisce di contestare il diritto della banca a procedere a quelle annotazioni in base al rapporto con il cliente: in tale quadro, l’approvazione tacita corrisponde a un’inversione dell’onere della prova a favore della banca. Ai sensi degli artt. 1832 e 1857 c.c., l’approvazione del conto, espressa o tacita, non preclude il diritto di impugnarlo per errori di scritturazione o di calcolo, per omissioni o per duplicazioni, purché l’impugnazione sia proposta, a pena di decadenza, entro sei mesi dalla data di ricezione dell’estratto conto relativo alla liquidazione di chiusura. La definitività, nei limiti visti: degli estratti conto non tempestivamente contestati vale anche nei confronti del fideiussore del correntista, il quale dunque non può sollevare obiezioni in ordine al relativo ammontare. Per impedire la tacita approvazione dell’estratto conto, le contestazioni non possono essere generiche ma devono riguardare le specifiche partite annotate sul conto. Il cliente ha diritto di ottenere, a proprie spese, entro un congruo termine e comunque non oltre 90 giorni, copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi 10 anni (art. 1832 c.c., art. 119, d.lg. 1.9.1993 n. 385, TUBC). Gli estratti conto, come disposto dall’art. 13 della tariffa del d.p.r. 1972/642 (imposta di bollo), comprese le comunicazioni relative ai depositi di titoli, inviati dalle banche ai clienti per ogni semestre, scontano l’imposta di bollo. A norma dell’art. 50 TUBC, l’estratto conto (certificato conforme alle scritture contabili da uno dei dirigenti della banca, il quale deve altresì dichiarare che il credito è vero e liquido) consente alle banche di ottenere l’emissione del decreto ingiuntivo ex art. 633 c.p.c.

  • ESTRAZIONE DI TITOLI

    Modo di rimborso dei titoli obbligazionari e di alcuni titoli dello Stato in circolazione, in base al quale si scelgono per estrazione a sorte i titoli, il cui ammontare complessivo corrisponde alla quota di capitale da restituire secondo il piano d’ammortamento prefissato. Le estrazioni vengono effettuate con procedure, che mirano alla tutela dei risparmiatori, ne rispetto di quanto previsto dall’art. 242 c.c.: i risultati di ciascuna estrazione vengono resi noti attraverso varie forme d pubblicità, tra le quali la pubblicazione di un apposito bollettino delle estrazioni.

  • ETF EXCHANGE TRADED FUND

    Acr. di: Exchange Traded Fund. Prodotto finanziario molto diffuso negli USA e anche in Europa, del tutto simile ai fondi comuni d’investimento aperti (v. fondo comune d’investimento) e tipicamente rappresentativo di un portafoglio di azioni disegnato in modo da seguire l’andamento di un certo indice, globale o settoriale. La particolarità degli ETF che li distingue dai fondi comuni indicizzati è la loro quotazione sui mercati azionari che ne rende possibile l’acquisto e la vendita in tempo reale, al pari delle azioni. In pratica esiste una società che emette l’ETF che ricalca un indice benchmark prefissato e dichiarato e ne calcola il valore-quota giornaliero. Nel mercato regolamentato in cui l’ETF è quotato, esso viene negoziato da uno o più market makers, che operano sul mercato sia come venditori che come compratori. Periodicamente l’ETF può staccare una cedola proporzionale ai dividendi azionari incassati nel periodo meno le commissioni del fondo; in altri casi i dividendi vengono reinvestiti nel fondo stesso. Comprare ETF è come comprare un portafoglio composto di tante azioni quante sono quelle che compongono l’indice, ma, ovviamente, con un impegno finanziario di gran lunga inferiore. Le gestione di questi fondi è tipicamente passiva (v. gestione attiva e passiva) nel senso che i titoli ETF rispecchiano un portafoglio la cui composizione è uguale a quella dell’indice benchmark sottostante. Gli ETF sono quotati principalmente sul mercato americano (dove il gradimento degli investitori ha fatto raggiungere loro un volume di dimensioni importanti) specialmente all’AMEX (American Stock Exchange di New York), al NASDAQ, al NYSE (dal dicembre 2000) e anche in Europa (dove sono stati emessi ETF con indici di azioni europee, p.e CAC40 e DAX). Tra i motivi del gradimento del pubblico vi sono i costi totali di gestione molto bassi, per i colossi americani inferiori allo 0,5% annuale.

    1. Origini degli ETF. L’ETF nasce da una proposta fatta nel 1976 dal professor Nils Hakansson, tradotta in pratica dalla Leland, O’Brien, Rubenstein Associates (LOR) a fine anni Ottanta col progetto dell’Index Trust Superunit (basato sullo S&P 500 Index) autorizzato dalla SEC nel 1990 e negoziato a partire dal 1993. Due altri prodotti più evoluti, entrambi riservati a investitori istituzionali, vennero immessi sul mercato subito dopo: lo Standard & Poors Depository Receipt (SPDR) e Optimized Portfolios as Listed Securities (OPALS), questi secondi della Morgan Stanley e quotati a Lussemburgo. Nel 1996 Morgan Stanley insieme a Barklays Global Investments e all’AMEX (l’American Stock Exchange di New York) ha immesso sul mercato il primo ETF per gli investitori retail, il World Equity Benchmark Shares (WEBS). Nel 1997 sono comparsi i Diamonds basati sul Dow Jones Industrial Index. Fino ad allora gli ETF ricalcavano la struttura dei fondi comuni d’investimento. Nel 1998 questa struttura viene abbandonata e viene adottata quella della società di investimento. Nel 1999 compaiono i Nasdaq-100 Trust Order, negoziati sul NASDAQ. Nello stesso anno Barklays Global Fund Advisors lancia una serie che chiama Exchange Traded Funds, introducendo così la denominazione tipica di questi prodotti.

    2. Ammissione alle negoziazioni in Italia. Finora nel nostro Paese si potevano acquistare solo ETF quotati sulle borse estere tramite intermediari italiani. Il 6.9.2001 Borsa Italiana spa ha approvato l’istituzione di un nuovo segmento, denominato MTF, che consentirà la quotazione e la negoziazione di OICR chiusi e OICR aperti indicizzati tra cui gli ETF. Esso opera sulla piattaforma di trading MTA e ha avuto un periodo di test a partire dal 13.5.2002, diventando operativo dopo il 21.6.2002, completate da parte degli emittenti le procedure autorizzative in Banca d’Italia, Consob e Borsa Italiana. Tutti gli intermediari che già operano sul MTA sono automaticamente abilitati a negoziare su MTF senza alcun costo aggiuntivo. Il settlement è realizzato in Monte Titoli.

  • ETF START-UP FACILITY

    Meccanismo finanziario (ufficialmente denominato “sportello MET per l’avviamento”, fr. guichetaide au démarragedu MET; ingl. ETF Start-up Scheme) introdotto dall’Iniziativa comunitaria per la crescita e l’occupazione (decisione 98/347/CE del Consiglio dell’UE del 19.5.1998) per il triennio 1998-2000 e conferito in gestione fiduciaria al FEI. La sua missione è di finanziare con capitale di rischio attraverso fondi specializzati imprese innovative nella fase di avvio e imprese operanti in specifici settori, quali le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, della sanità, della biotecnologia e della protezione ambientale, ovvero fondi legati a centri di ricerca e a parchi scientifici. L’ETF Start-up è un meccanismo a lungo termine, destinato assumere posizioni di durata compresa tra 5 e 12 anni, inteso a rafforzare il MET già istituito dalla BEI con una politica d’investimento a profilo di rischio più elevato per quanto concerne sia la scelta dei fondi intermediari (a ciascuno dei quali non poteva essere conferito più del 25 % delle partecipazioni azionarie totali detenute, percentuale elevabile fino al 50 % di tali partecipazioni in casi eccezionali), sia le politiche d’investimento seguite da questi ultimi. Il campo di azione del meccanismo è stato allargato per il periodo 2001-2005 dal MAP (v. programma pluriennale a favore dell’impresa e dell’imprenditorialità comunitario) a sostenere la costituzione e lo sviluppo di incubatori, ovvero “vivai”, di imprese e di fondi di avviamento (fr. fonds d’amorçage; ingl. seed funds) e dei relativi programmi di follow-up. Una specifica azione “capitale d’avviameno” gestita dal FEI (fr. action capital d’amorçage; ingl. seed capital action) è prevista per promuovere l’offerta di capitale per la creazione di nuove imprese innovative, con potenzialità di crescita e di creazione di posti di lavoro, ancher nell’ambito dell’economia tradizionale.

  • ETHERNET

    Sistema standard di schede e cavi (ideata da Bob Metcalfe nel 1973) per il collegamento veloce (10 Mbps; 100 Mbps nell’evoluzione Fast Ethernet) in rete locale fra computer anche di diverso tipo o utilizzanti diversi sistemi operativi.

  • ETICA DEGLI AFFARI (Enciclopedia)

    1. Definizione
    Per «etica degli affari» (traduzione dall’espressione inglese Business Ethics) si intende l’etica applicata alle attività economiche (Marcoux 2008). Sotto tale categoria rientrano contributi provenienti da numerose discipline, tra cui il diritto (civile, del lavoro e internazionale dell’economia), la teoria dell’impresa, l’economia politica e la filosofia morale. 
    Dal punto di vista concettuale, prima di approfondire il dibattito relativo alla disciplina in oggetto, occorre chiarire il significato di etica applicata. Questa costituisce una parte o branca della più ampia disciplina della filosofia morale; in tal senso, è distinta dall’etica normativa, che indaga sulle norme di comportamento e dei principi cui esse si riferiscono, e dalla metaetica, che studia la natura dei giudizi e delle considerazioni morali (Maffettone 2001). 
    L’etica applicata, come disciplina, nasce quale applicazione di principi e regole morali alla disciplina medica (etica medica), successivamente estesa a vari ambiti della tecnologia e della scienza1. Il suo scopo è di promuovere una riflessione etica strettamente agganciata alle questioni particolari, e dunque diversa da un approccio generale o fondamentale (come nel caso della teoria normativa e della metaetica). Comunque una rigida distinzione tra etica applicata e normativa sarebbe fuorviante (Maffettone 2001). Di conseguenza, l’etica applicata tende sempre più a considerare casi sufficientemente generali e, comunque, a far appello a regole e principi generali (Maffettone 2001) 2.
    L’etica degli affari è, dunque, la forma di etica applicata che esamina il mondo del business. Essa consta di due componenti: l’una, eminentemente empirica, l’altra teorico-filosofica. (Donaldson e Dunfee 1994) La prima applica tecniche, spesso mutuate da finanza, marketing ed altri ambiti della teoria d’impresa, per studiare questioni relative al comportamento di imprese e di soggetti del mondo della finanza; la seconda intende offrire una prospettiva teorica generale avente ad oggetto il rapporto tra i principi liberali dell’economia e l’autonomia individuale. (Maffettone 2001) Numerosi studi hanno mostrato che vi sono molte interconnessioni tra l’approccio empirico e quello teorico-filosofico, molto spesso gli studi empirico - descrittivi costituiscono un’importante risorsa nel processo di giustificazione e produzione di giudizi normativi (Donaldson e Dunfee 1994). 
    Dal punto di vista teorico, l’etica degli affari svolge una funzione di giustificazione imparziale di istituzioni e regole economiche, ed una funzione normativa, nel senso che identifica alcune norme sociali necessarie all’autoregolamentazione dell’economia (Sacconi 2004). Generalmente si distinguono tre livelli di applicazione della teoria morale applicata al mondo dell’economia: il livello macro, che concerne i rapporti tra stato, mercato e società in senso ampio, quello meso, che riguarda l’impresa come istituzione, e quello micro, che esamina la condotta degli individui coinvolti nelle organizzazioni economiche (Maffettone 2001; Sacconi 2004). 
    I paragrafi seguenti hanno l’obiettivo di offrire un’introduzione generale all’evoluzione della disciplina dell’etica degli affari e alla definizione dei suoi ambiti. 
    2. Storia ed evoluzione dell’Etica degli Affari
    Nonostante l’etica degli affari (Business Ethics) sia relativamente giovane come area di studio, il rapporto tra etica ed economia è antico. Secondo Amartya Sen3, nel suo Etica ed Economia (Laterza 2002), l’economia, come disciplina autonoma, avrebbe avuto origine dalla fusione di due sistemi di pensiero, uno dei quali sarebbe stata appunto la teoria etica. Questa tradizione può esser fatta risalire, secondo il professore indiano, all’opera aristotelica. Nell’Etica Nicomachea il filosofo greco collegava l’economia alla politica e all’etica, poiché "lo studio dell'economia, benché collegato in senso immediato al perseguimento della ricchezza, a un livello più profondo è legato ad altri studi, rivolti alla valutazione e all'avanzamento di obiettivi più fondamentali" (Sen 2000, p. 9). La tesi di Sen è ulteriormente supportata dal fatto che molti dei fondatori dell’economia politica classica siano stati anche illustri filosofi morali, come nel caso di Adam Smith.
    L’etica degli affari, intesa come area di studio autonoma, è invece piuttosto recente avendo preso l’avvio negli Stati Uniti tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta (D'Orazio 2001; Marcoux 2008). Il primo contributo alla disciplina è stato offerto dagli studi di Raymond Baumhart tra il 1961 e il 19684. Solo a partire dagli anni Settanta, tuttavia, complice anche la grave crisi economica in cui versavano gli Stati Uniti, il dibattito si è arricchito ed ampliato. L’organizzazione della prima grande conferenza sull’Etica degli affari, dal titolo Ethics, Free Enterprises and Public Policy, si svolse nel novembre del 1974 in un’università del Kansas (D'Orazio 2001; Marcoux 2008). L’insegnamento della nuova materia è stato inserito in programmi universitari di economia (Business School) a partire dalla metà degli anni Ottanta. Nel 1987, proprio mentre lo scandalo dello spionaggio finanziario investiva Wall Street, alla Business School di Harvard veniva infatti costituito il primo programma di etica degli affari (Marcoux 2008). Oggi, questa materia è regolarmente insegnata negli Stati Uniti in numerose Business School ed in molti dipartimenti di filosofia. 
    Intorno alla metà degli anni Ottanta il dibattito relativo all’Etica degli affari raggiunse l’Europa Occidentale. Conseguenza dell’interesse da parte degli accademici europei fu l’istituzione della prima cattedra di Etica degli affari nel 1984 in Olanda presso la School of Business dell’Università di Nijenrode a Breukelen (D’Orazio 2001). Per molti anni però, l’obiettivo principale degli studiosi europei fu quello di contestualizzare la nuova disciplina alla realtà economica ed imprenditoriale del vecchio continente. Nel 1994 fu infatti pubblicato un manuale dal titolo Business Ethics. A European Approach, ed una raccolta di casi studio tratti dall’esperienza europea (Harvey 1994; Harvey et al. 1994). Oggi, l’insegnamento dell’Etica degli Affari si è diffuso in molti paesi del vecchio continente, ed in particolare nel Regno Unito, nei Paesi Bassi, in Svizzera ed in Francia. In Italia, la nuova disciplina ha fatto più fatica ad affermarsi in ambito accademico. Ciononostante, con l’entrata in vigore del nuovo ordinamento universitario5, l’insegnamento dell’Etica e/o Filosofia dell’Impresa è stato inserito in molti corsi magistrali di scienze politiche ed economia. 
    3. Gli Ambiti dell’Etica degli Affari
    In termini generali è possibile distinguere tre livelli di applicazione dell’etica degli affari al mondo dell’economia. Se il livello micro concerne le regole per lo scambio equo tra individui, il meso concentra l’attenzione sull’impresa (corporation), mentre il livello macro comprende le regole culturali e istituzionali per il commercio di una società intera6
    La distinzione dei tre livelli aiuta a comprendere che molte sono le questioni sollevate da accademici e studiosi dell’etica degli affari, dal comportamento e la responsabilità di manager, lavoratori e imprenditori alla moralità dell’impresa sino alla valutazione del governo e delle politiche pubbliche in relazione al mercato, sia a livello nazionale che internazionale. Gli ambiti di ricerca variano dunque dall’analisi dell’Impresa7, all’etica internazionale degli affari, sino al recente sviluppo dell’etica ambientale applicata al mondo degli affari8. Nei paragrafi che seguono si offrirà una breve analisi di alcuni degli ambiti dell’etica degli affari e delle principali questioni ad essa correlate.
    3.1 L’analisi dell’impresa nell’etica degli affari
    Gran parte della letteratura oggi esistente nell’ambito dell’etica degli affari è dedicata all’analisi dell’impresa. In tal senso, l’etica degli affari può essere definita come lo studio dei comportamenti di individui e imprese e delle pratiche che manager e imprese dovrebbero o non dovrebbero adottare (Werhane e Freeman 2005). 
    L’attenzione verso l’impresa come soggetto dell’indagine etica fu evidente sin dai primi studi sull’etica degli affari. Durante la prima metà degli anni Ottanta, furono pubblicati due saggi che tuttora costituiscono il fondamento teorico dell’indagine relativa all’impresa: nel 1982 fu il testo di Tom Donaldson, Corporation and Morality, ad attirare l’attenzione degli studiosi, seguito poi da Persons, Right and Corporations di Patricia Werhane9. Entrambi i lavori ponevano le imprese al centro dell’indagine etica e, per primi, sollevavano alcuni problemi, tuttora oggetto di discussione accademica, relativi allo "status morale" dell’Impresa e degli attori coinvolti, siano essi manager, lavoratori, ecc. (Marcoux 2008; Werhane e Freeman 2005). 
    La questione dello "status morale" dell’impresa e degli attori economici può essere articolata in tre grandi nuclei tematici. Il primo, che potremmo definire di natura ontologica, indaga sulla possibilità che un’impresa sia un agente morale (moral agent)10. Il secondo analizza la natura della responsabilità dell’impresa indipendentemente dalla sua natura di agente morale. Infine, il terzo nucleo teorico si concentra sulla responsabilità dei manager e degli altri lavoratori (Werhane e Freeman 2005).
    Con riferimento al primo punto, il problema principale riguarda la possibilità di considerare l’impresa un agente morale al pari di un individuo o di un sistema sociale. La questione è generalmente posta in termini di analogia con il sistema giuridico. Alle imprese è riconosciuta una personalità giuridica, indipendente da quella individuale. In questa prospettiva, se l’impresa è dunque una ‘persona legale’11 con delle responsabilità al pari dell’individuo non vi sarebbero ragioni per non considerarla come un’entità morale o persona morale.12 Critici di questa posizione sottolineano che non sia realmente l’impresa ad "agire", ma gli individui, che a vario titolo fanno parte dell’impresa. In questa prospettiva, non sarebbe possibile imputare all’impresa azioni che sono poste in essere da individui13
    Legato per certi versi al precedente, il secondo punto concerne direttamente la questione della responsabilità dell’impresa. Generalmente il problema è affrontato nei termini del contratto sociale (Maffettone 2001). A questo proposito, tra il 1994 e il 1995 Donaldson e Dunfee hanno proposto la teoria dei contratti sociali integrativi (Integrative Social Contract Theory, ISCT). Secondo i due accademici statunitensi, è possibile ritenere che ogni individuo razionale accetterebbe un ipotetico contratto sociale (macrosocial contract) che lascerebbe alle singole comunità economiche un significativo spazio di libera scelta morale in cui sarebbe possibile generare delle norme proprie di condotta economica attraverso contratti sociali più ristretti (microsocial contracts). In altre parole, secondo i due autori esisterebbero degli standard morali generali che governano i rapporti economici al livello macro, al cui rispetto sono vincolati le imprese e altri attori economici. 
    Infine, con riferimento agli individui operanti all’interno dell’impresa è possibile distinguere almeno due importanti questioni: quella concernente la responsabilità dei manager, e quella incentrata sui lavoratori. Nel primo caso, il problema principale è quello di comprendere se la responsabilità dei manager sia limitata agli obblighi connessi al ruolo che essi rivestono all’interno dell’impresa. In questa prospettiva si discute sulla possibilità di estendere il contenuto degli "obblighi del ruolo" sino ad includere alcune norme generali di carattere morale (Werhane e Freeman 2005). Nel secondo caso, invece, si discute sulla natura e lo scopo dei diritti dei lavoratori.
    3.2 Etica internazionale degli affari 
    L’internazionalizzazione delle imprese e la globalizzazione dei mercati finanziari dell’ultimo ventennio hanno avuto un forte impatto sull’etica degli affari, al punto che da alcuni anni è stato sviluppato un nuovo ambito di indagine, l’etica internazionale degli affari (International Business Ethics). 
    La principale questione morale sollevata dalla globalizzazione dei mercati è certamente quella legata al relativismo culturale: dal momento che le pratiche etiche differiscono profondamente nei vari paesi, è possibile concepire uno standard morale internazionale a cui tutti gli attori di mercato debbano conformarsi in qualunque contesto essi agiscano? A questo proposito, Donaldson fu tra i primi ad avanzare una proposta, e nel 1989 suggerì una soluzione che avrebbe garantito il rispetto dei diritti umani fondamentali pur preservando la diversità culturale, attraverso una lista minima di standard morali che avrebbe vincolato i soggetti economici internazionali al rispetto di libertà d’associazione, di parola e di movimento, diritto di proprietà, diritto ad un equo giudizio, non discriminazione, sicurezza fisica e psicologica, diritto alla sussistenza ed all’educazione minima (Donaldson 1989). La critica ai sostenitori di uno standard minimo morale di riferimento per i rapporti economici a livello internazionale viene, appunto, dai sostenitori della visione relativista secondo cui le differenze culturali creano differenze morali irrisolvibili tra le società. In questa prospettiva, non esistono standard morali generali in grado di risolvere dispute generate da valori morali particolari. 
    Tuttavia, la maggioranza degli studiosi concorda sull’esistenza di un set minimo di standard morali universalmente accettato, in genere riconosciuto nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948. Recentemente, il Global Compact, sostenuto dalle Nazioni Unite, ha costituito un ulteriore passo in avanti in tal senso, offrendo un codice di condotta appropriato agli ambiti del mercato internazionale. Tra i principi propugnati dal Global Compact vi sono il divieto di rendersi complici in casi di violazione di diritti umani, il sostegno alla libertà di associazione e contrattazione, il divieto di sfruttamento di lavoro minorile e l’eliminazione di ogni forma di discriminazione sul lavoro (Marcoux 2008). 
    3.3 Etica ambientale applicata al mondo degli affari
    Negli ultimi anni la questione ambientale è stata sempre più spesso associata allo sviluppo economico. Molti sono gli studi che hanno affrontato questa relazione cercando di comprendere quale sia l’impatto del consumismo e dello sviluppo economico sull’ecosistema. 
    Una prima questione sviluppata dagli studiosi dell’etica ambientale applicata agli affari concerne l’impatto del mercato e delle grandi multinazionali sui rapporti tra Nord e Sud del mondo. Questo tema ha dato origine ad una consistente letteratura che pone in primo piano due posizioni contrastanti. Secondo alcuni studiosi (Myers e Simon 1994), infatti, la crescita economica ed il consumismo delle economie industrializzate sono insostenibili da un punto di vista ambientale e distruttivi sul piano ecologico e, dunque, non attuabili nelle società meno sviluppate. Al contrario, un secondo gruppo enfatizza l’importanza delle nuove tecnologie e biotecnologie impiegate dalle grandi imprese multinazionali per uno sviluppo più responsabile e attento all’ambiente. In tal senso queste imprese si rivelano importanti attori di stimolo alla crescita economica dei paesi meno sviluppati (Werhane e Freeman 2005). 
    Tuttavia, la questione di maggiore rilievo in quest’area tematica riguarda direttamente il rapporto tra sviluppo economico e natura. Molti studi si concentrano sulle ragioni per cui la crescita economica dovrebbe essere vincolata rispetto della natura. L’argomento più utilizzato in tal senso è che dal momento che non ci sono reali certezze circa il futuro del pianeta, è opportuno non mettere a repentaglio le opportunità di vita delle future generazioni (Werhane e Freeman 1999). 
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    1A questo proposito si veda la definizione di etica applicata adottata nel Companion to Applied Ethics, secondo gli autori l’Etica Applicata si riferisce a qualsiasi uso del metodo filosofico di trattare questioni, pratiche e politiche di natura morale con riferimento a professioni, tecnologia, governo, eccetera. (Beauchamp 2005) («A weaker and more defensible view is that “applied ethics” refers to any use of philosophical methods to treat moral problems, practices and policies in the professions, technology, government, and the like. » Beauchamp 2005, p.3).
    2Su questo punto anche D’Orazio (2001).
    3Premio nobel per l’economia nel 1998.
    4Si fa qui riferimento ai seguenti lavori: Baumhart Raymond, 1961, “How Ethical are Businessmen’s”, Harvard Business Review, 39(4):6-9; Baumhart Raymond, 1963, “Explanatory Study of Businessmen’s view on Ethics and Business”, DBA Dissertation, Harvard Business School; Baumhart Raymond, 1968, “An Honest Profit: What Businessmen say about Ethics and Business”, New York: Holt, Rinehart and Winston. 
    5Avviato in Italia con decreto ministeriale n. 509/1999.
    6Tale distinzione, poi largamente utilizzata in letteratura, è apparsa per la prima volta nel Companion to Ethics curato da Peter Singer, in Solomon, R.1991. “Business Ethics”, Singer P. [Ed.] A Companion to Ethics. Malden MA: Blackwell.
    7A questo proposito si veda anche Responsabilità sociale d’Impresa.
    8Su questo punto si veda anche Sostenibilità.
    9Donaldson (1982) e Werhane (1985).
    10Il problema nella letteratura è definito in termini di moral agency che in italiano potrebbe essere espresso in termini di capacità morale.
    11Su questo punto Marcoux sottolinea che nel sistema giuridico Angloamericano la personalità giuridica delle imprese è spesso descritta come una finzione giuridica (legal fiction), per questa ragione anche in ambito giuridico si perderebbe la natura ontologica di persona giuridica.
    12A questo proposito si veda French (1979) citato in Marcoux (2008) e Werhane (2005).
    13Velasquez (1983) citato in Marcoux (2008) e Werhane (2005).
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    Werhane, P.H., e Freeman, R.E. 2005. "Business Ethics." In A Companion to Applied Ethics, (a cura di) R. G. Frey e C. H. Wellman. Blackwell Publishing Group, Oxford.
    Redattore: Valentina GENTILE
    © 2009 ASSONEBB

     

  • EURATOM

    L’acr. CEEA, dal nome Comunità Europea dell’Energia Atomica, è poco usato in Italia. Organizzazione comunitaria europea (fr. Communauté Européenne de l’Énergie Atomique-CEEA; ingl. European Atomic Energy Community-EAEC) il cui Trattato istitutivo è stato firmato a Roma il 25.3.1957 (ratificato dall’Italia con l. 14.10.1957 n.1203; entrato in vigore il 1°.1.1958), contemporaneamente al Trattato CEE con l’obbiettivo di contribuire, creando le premesse necessarie per la formazione e l’incremento delle industrie nucleari, all’evoluzione del tenore di vita negli Stati membri. A tal fine il Trattato ha previsto la creazione di una politica comune in materia di energia nucleare, assicurando uguale accesso alle risorse. Per attuare questi obiettivi è stata prevista l’istituzione di una tariffa esterna comune, il divieto di pratiche discriminatorie, la definizione di norme uniformi di protezione della popolazione e dei lavoratori. La struttura istituzionale è pressoché identica a quella della Comunità Europea, tuttavia il titolo IV del TUE ha modificato numerose norme del Trattato CEEA per armonizzare le disposizioni istituzionali con i cambiamenti apportati al Trattato CEE. Come per il trattato CECA, anche per quello CEEA non si è tenuto conto del nuovo ruolo del Parlamento Europeo nel processo decisionale e in materia di conclusione di accordi internazionali. Particolare rilievo assumono, nel Trattato CEEA, l’Agenzia di approvvigionamento e il Centro comune di ricerche nucleari. L’Agenzia di approvvigionamento (art. 54) è dotata di personalità giuridica e di autonomia finanziaria, ha diritto di opzione sui minerali, le materie grezze e quelle fissili speciali, prodotte sul territorio degli Stati membri e un diritto esclusivo di importazione per le stesse materie che non provengono dalla Comunità, opera come intermediario tra produttori e consumatori, dirigendo gli scambi secondo principi di equa distribuzione. Il Centro comune di ricerche nucleari (art. 8) è responsabile della realizzazione delle ricerche programmate dalla Comunità, la cui attività è ripartita nelle sedi di Ispra (Italia), Petten (Olanda), Mol (Belgio), Karlsruhe (Germania). Altri organi dell’Euratom sono il Comitato scientifico e tecnico (art. 134) e i Comitati di studio (art. 135).

  • EUREPO

    Tasso di interesse, applicato ai prestiti interbancari in euro garantiti da titoli di Stato, calcolato giornalmente come media semplice delle quotazioni rilevate su un campione di banche con elevato merito di credito selezionato periodicamente dalla European Banking Federation.
    Fonte: Banca d’Italia

  • EUREX

    Abbr. di: European Exchange. Nome della società, fondata nel secondo semestre del 1998, affiliata della Borsa svizzera e della Deutsche Börse AG per gestire il primo mercato a termine sopranazionale. Deriva dalla fusione tra la SOFFEX e la Deutsche Terminbörse (DTB) avvenuta nel 1998. In seguito alla fusione tra le due società si è creata una piattaforma comune per la negoziazione completamente elettronica e il clearing di strumenti finanziari derivati (futures e opzioni) che rappresenta pertanto una delle maggiori borse di derivati al mondo.

  • EURIBOR

    Acr. di: Euro Interbank Offered Rate. Tasso lettera sui depositi interbancari con scadenze comprese fra 1 settimana e 12 mesi in euro comunicato a Bridge Telerate, l’agenzia incaricata per il calcolo e la pubblicazione del tasso, giornalmente da un panel di importanti banche europee, le stesse che partecipano alla rilevazione dell’Eonia. La lista delle banche partecipanti viene rivista ogni anno. L’Euribor, che ha sostituito i tassi interbancari nazionali (il Ribor, il Pibor, il Fibor ecc.), è dato dalla media semplice delle segnalazioni, arrotondata a tre cifre decimali, dopo l’esclusione del 15% inferiore e del 15% superiore. Tutte le regole riguardanti il calcolo, l’individuazione e gli obblighi delle banche selezionate, oltre che i compiti e la composizione del Comitato di gestione (Steering committee), che è responsabile della supervisione dell’Euribor, sono riportate nel “Code of conduct”, approvato il 15 dicembre 1997 da tutte le associazioni che hanno partecipato alla stesura (la FBE, l’ACI-Financial market association, l’European saving bank group e l’European association of cooperative bank). Lo Steering committee, che ha il compito in particolare di controllare e supervisionare il gruppo di banche selezionate per la determinazione del tasso, è composto da 10 membri, 7 nominati dalla FBE e 3 dall’ACI, con un mandato di due anni rinnovabile, mentre il segretario generale della FBE è un membro permanente. Il Code prevede inoltre che le banche appartenenti al panel group debbano godere di elevato standing ed essere active player nel mercato con riferimento a taluni on ed off balance sheet items, e che siano in grado di gestire grossi volumi di strumenti collegati con l’Euribor anche con condizioni di turbolent market. Nell’Europa continentale rimane tuttora un altro tasso interbancario di riferimento, l’Euro-Libor, che si differenzia dall’Euribor principalmente per il momento della giornata cui si riferisce e per le banche che partecipano alla rilevazione: l’Euribor viene rilevato alle ore 11 dell’Europa Centrale, l’Euro-Libor un’ora più tardi ed è calcolato sulla base dei dati trasmessi da 16 banche, prevalentemente inglesi. (fc-dz) Il d.m. del Tesoro 23.12.1998 n. 104344 ha disposto la sostituzione del Ribor, a decorrere dal 30.12.1998, con l’Euribor, rilevato ogni giorno alle ore 11 (ora dell’Europa Centrale) dal Comitato di gestione dell’Euribor, secondo il calcolo giorni effettivi/360. Al fine di garantire l’equivalenza economico-finanziaria degli strumenti e dei rapporti giuridici in corso, il decreto ha stabilito che l’Euribor venga moltiplicato per il coefficiente 365/360. L’Euribor è stato adottato dall’1.1.1999, contemporaneamente all’adozione dell’euro sul Mercato interbancario dei depositi (MID). La sua introduzione è stata suggerita dalla Federazione bancaria europea (FBE) in sostituzione dei tassi sanzionali (Ribor, Pibor, Fibor ecc.) la cui permanenza avrebbe ingenerato confusione sul mercato.

  • EURO (Enciclopedia)

    Codice ISO: EUR. Moneta ufficiale dell’Unione Europea (UE) adottata da 16 Paesi aderenti alla UEM (Unione Economica e Monetaria).
    Il simbolo "€" dell’euro è una E tagliata da due tratti orizzontali paralleli e si ispira all’epsilon (e) greca, rimanda alla culla della civiltà europea e richiama la prima lettera di "Europa". I due tratti paralleli rappresentano la stabilità della moneta.
    L’abbreviazione ufficiale è EUR, registrata presso l’ISO, da utilizzare nelle transazioni e a fini finanziari e commerciali, al pari delle sigle delle altre valute (p.e. di ITL per la lira italiana). L’adozione dell’euro ha rappresentato l’avvio della terza fase dell’Unione monetaria europea (UEM). La decisione 98/317/CE del Consiglio, del 3 maggio 1998 ha identificato un primo gruppo di 11 Paesi (Grecia esclusa) in regola con le condizioni necessarie per adottare dal primo maggio 1999 l’euro come moneta di conto fino al primo gennaio 2002. L’ammissione della Grecia è avvenuta con decisione 2000/427/CE del Consiglio, del 19 giugno 2000 e con decorrenza primo gennaio 2001. A seguito dell’allargamento dell’UE a 27 stati, avvenuta nel 2004, sono gradualmente entrati a far parte dell’area euro alcuni nuovi membri. Dal 1° gennaio 2007 l’euro è stato introdotto in Slovenia, dal 1° gennaio 2008 a Cipro e Malta e infine dal 1° gennaio 2009 in Slovacchia.

    1.Tasso irrevocabile di conversione delle monete nazionali e tagli dell’euro

    I tassi irrevocabili di conversione delle monete nazionali sono stati fissati dal regolamento (CE) n. 2866/98 del Consiglio, del 31 dicembre 1998 per gli 11 Paesi, dal regolamento (CE) n. 1478/2000 del Consiglio, del 19 giugno 2000 per la Grecia, dal regolamento (CE) n. 1086/2006 del Consiglio dell’ 11 luglio 2006 per la Slovenia, dal regolamento (CE) n. 1134/2007 del Consiglio del 10 luglio 2007 per Malta, dal regolamento (CE) n.1135/2007 del Consiglio, del 10 luglio 2007, per Cipro, dal regolamento (CE) n.693/2008 del Consiglio, dell’8 luglio 2008, per la Slovacchia in queste misure:

    1 euro
    = 40,3399 franchi belgi
    = 1,95583 marchi tedeschi
    = 166,386 pesete spagnole
    = 6,55957 franchi francesi
    = 340,750 dracme greche
    = 0,787564 sterline irlandesi
    = 1 936,27 lire italiane
    = 40,3399 franchi lussemburghesi
    = 2,20371 fiorini olandesi
    = 13,7603 scellini austriaci
    = 200,482 escudi portoghesi
    = 5,94573 marchi finlandesi
    = 239,640 talleri sloveni
    = 0,585274 lire cipriote
    = 0,429300 lire maltesi
    = 30,1260 corone slovacche

    2.Tasso di cambio dell’euro con valute fuori dell’Eurosistema e con i Diritti Speciali Prelievo

    La Commissione Europea pubblica sulla GUCE tutti i giorni i tassi di cambio dell’euro con le seguenti valute (tassi di riferimento BCE, escluso il rand sudafricano): corona danese, corona islandese, corona norvegese, corona svedese, dollaro australiano, dollaro canadese, dollaro USA, franco svizzero, dollaro neozelandese, rand sudafricano, lira sterlina, yen.
    Il tasso di cambio dell’euro con i DSP è calcolato giornalmente dal FMI e pubblicato sul sito http://www.imf.org/external/np/tre/sdr/basket.htm.

    3.I tagli dell’euro


    I tagli dell’euro sono i seguenti: monete metalliche da 1 e da 2 euro e pezzi da 1 centesimo e da 2, 5, 10, 20, 50 centesimi; banconote da 5, 10, 20, 50, 100, 200 e 500 euro. Le monete hanno una faccia comune e una faccia su cui ciascuno stato membro può imprimere un motivo di sua scelta. Indipendentemente dai motivi raffigurati, tutte le monete hanno libero corso all’interno dei 16 stati membri. Sulla faccia comune è impressa la carta dell’Unione Europea su uno sfondo di sei linee trasversali delimitate ciascuna da due stelle della bandiera europea. Le monete da 1, 2 e 5 cent mettono in risalto la posizione dell’Europa sul Globo e quelle da 10, 20 e 50 cent presentano l’Unione come riunione di nazioni. Le monete da 1 e 2 euro raffigurano un’ Europa senza frontiere.
    I modelli definitivi sono stati convenuti al Consiglio europeo di Amsterdam nel giugno del 1997 e a seguito dell’allargamento dell’Unione Europea, il 7 giugno 2005 il Consiglio ha deciso di modificare la faccia comune delle monete da 10, 20 e 50 eurocent e da 1 e 2 euro, in modo da rappresentare anche i nuovi Stati membri. Le banconote, a differenza delle monete metalliche, sono uniformi per tutti i 16 Paesi e i disegni riportati si ispirano agli stili architettonici di sette periodi della storia dell’arte europea. Finestre e portali si ripetono sul lato principale di ciascuna banconota come simbolo dell’apertura e dello spirito di cooperazione dell’UE. Sull’altro lato figurano ponti di epoche diverse, metafora della comunicazione fra i popoli d’ Europa e fra questi e il resto del mondo. Le banconote recano inoltre il nome della moneta, "euro", in caratteri sia latini (EURO) che greci (EYP?), la sigla della Banca centrale europea nelle cinque varianti linguistiche che corrispondevano alle undici lingue ufficiali dell’UE al momento dell’entrata in circolazione della moneta unica nell’Eurolandia (BCE, ECB, EZB, EKT, EKP), il simbolo © indicante la tutela del diritto d’autore ed infine la bandiera dell’UE. Tutte le banconote sono protette da sistemi avanzati contro la contraffazione.

    4. Introdurre l'euro: i criteri di convergenza

    Ciascuno Stato membro deve soddisfare alcuni criteri economici e giuridici per poter partecipare alla terza fase dell'Unione economica e monetaria (1° gennaio 1999).
    Tali condizioni sono definite all'articolo 140 (ex art.121 Trattato CE) paragrafo 1 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) e, ulteriormente specificati, nel « Protocollo sui criteri di convergenza » (Protocollo n. 13 allegato al Trattato). I criteri di convergenza legale richiedono che la normativa nazionale, con particolare riferimento alla banca centrale nazionale, sia conforme all’ acquis comunitario. I criteri economici riflettono il grado di convergenza economica degli Stati membri nell’area euro e sono:
    - Andamento dei prezzi
    L’articolo 140, paragrafo 1, primo trattino, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea prevede: "il raggiungimento di un alto grado di stabilità dei prezzi; questo risulterà da un tasso d’inflazione prossimo a quello dei tre Stati membri, al massimo, che hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi".
    Come spiegato nell’articolo 1 del Protocollo (n. 13) sui criteri di convergenza, ciò significa che gli Stati membri hanno devono presentare un andamento dei prezzi che è sostenibile ed un tasso medio d’inflazione che, osservato per un periodo di un anno anteriormente all’esame, non supera di oltre 1,5 punti percentuali quello dei tre Stati membri, al massimo, che hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi. L’inflazione si misura mediante l’indice dei prezzi al consumo (IPC) calcolato su base comparabile, tenendo conto delle differenze delle definizioni nazionali. A tal fine è stato dunque introdotto dal regolamento (CE) N. 2214/96 della Commissione Europea del 20 novembre 1996, l’Indice Armonizzato dei Prezzi al Consumo per i paesi dell’Unione Europea (IAPC).
    - Andamento della finanza pubblica
    L’articolo 140, paragrafo 1, secondo trattino, del Trattato prevede che la sostenibilità della situazione della finanza pubblica "risulterà dal conseguimento di una situazione di bilancio pubblico non caratterizzata da un disavanzo eccessivo secondo la definizione di cui all’articolo 126, paragrafo 6". L’articolo citato definisce, infatti, la procedura seguita Commissione europea per segnalare i disavanzi eccessivi. Tale decisione si basa su due criteri:
    (a)il rapporto fra il disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e il PIL supera il valore di riferimento, a meno che il rapporto non sia diminuito in modo sostanziale e continuo e abbia raggiunto un livello che si avvicina al valore di riferimento; oppure il superamento del valore di riferimento sia solo eccezionale e temporaneo e il rapporto resti vicino al valore di riferimento;
    (b) il rapporto fra il debito pubblico e il PIL supera il valore di riferimento , a meno che detto rapporto non si stia riducendo in misura sufficiente e non si avvicini al valore di riferimento con ritmo adeguato.
    I livelli di riferimento sulla procedura per i disavanzi eccessivi sono fissati nel Protocollo rispettivamente al 3 e al 60 per cento. Qualora tuttavia i criteri siano rispettati ma la Commissione ritenga che sussista il rischio di un disavanzo eccessivo, essa riferisce al Comitato economico e finanziario che è chiamato a deliberare sull’esistenza di un disavanzo eccessivo nello Stato Membro in questione.
    - Andamento tasso di cambio
    L’articolo 140, paragrafo 1, terzo trattino, del Trattato prevede "il rispetto dei margini normali di fluttuazione previsti dal meccanismo di cambio del Sistema monetario europeo per almeno due anni, senza svalutazioni nei confronti dell’euro".
    Come chiarisce l’articolo 3 del Protocollo (n. 13) sui criteri di convergenza, la disposizione impone che lo Stato membro nei due anni precedenti all’esame della Commissione, abbia rispettato i normali margini di fluttuazione stabiliti dal meccanismo di cambio del Sistema monetario europeo (SME) senza gravi tensioni. Occorre precisare che dal gennaio 1999 il meccanismo di cambio dello SME è stato sostituito dagli AEC II, pertanto l’assenza di "gravi tensioni" è valutata sulla base delle fluttuazioni delle monete nazionali rispetto al alla parità centrale degli AEC II, tenendo in considerazione anche altri fattori quali ad esempio l’andamento del differenziale dei tassi di interesse a breve termine rispetto all’area dell’euro. E’ in ogni caso necessario, per il rispetto del criterio sul tasso di cambio che lo Stato abbia unilateralmente deciso una svalutazione del tasso di cambio centrale bilaterale della sua moneta nei confronti dell’euro.
    - Andamento dei tassi di interesse a lungo termine
    Secondo quanto previsto dall’articolo 140, paragrafo 1, quarto trattino, del Trattato: "i livelli dei tassi di interesse a lungo termine che riflettano la stabilità della convergenza raggiunta dallo Stato membro con deroga e della sua partecipazione al meccanismo di cambio" .
    In pratica, come prevede l’articolo 4 del Protocollo (n. 13) sui criteri di convergenza, il tasso d’interesse nominale a lungo termine di uno Stato membro osservato in media nell’arco di un anno prima dell’esame non deve eccedere di oltre 2 punti percentuali quello dei tre Stati membri, al massimo, che hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi. I tassi di interesse ai fini della valutazione sulla convergenza si misurano sulla base delle obbligazioni a lungo termine emesse dallo Stato o sulla base di titoli analoghi, tenendo conto delle differenze nelle definizioni nazionali.
    Conformemente all'articolo 122, paragrafo 2 del TCE, almeno una volta ogni due anni o a richiesta di uno Stato membro con deroga, la Commissione e la Banca centrale europea (BCE) riferiscono al Consiglio in merito ai progressi realizzati dagli Stati membri nell'adempimento dei propri obblighi per la realizzazione dell'Unione economica e monetaria. Si tratta delle "relazioni sulla convergenza". Nel corso dei negoziati, la Danimarca e il Regno Unito hanno ottenuto clausole di esenzione permanente (clausola di opting-out) e non saranno quindi soggetti alla valutazione di convergenza, salvo una loro esplicita richiesta. La Banca centrale europea (BCE) nel Rapporto sulla convergenza del 2010, pubblicato il 12 maggio, ha esaminato il livello di convergenza economica e la conformità con i requisiti di natura giuridica imposti alle banche centrali nazionali di nove nuovi Stati membri dell’Unione europea (Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Romania e Svezia) affinché possano divenire parte integrante dell’Eurosistema.

    5. Il processo di adozione dell’euro

    L’euro ha sofferto un lungo processo di formazione, frutto di fughe in avanti, l’ultima delle quali è stato l’avvio all’allargamento dell’Unione Europea ai paesi dell’Est europeo e alla Turchia. L’idea di una moneta comune nacque con il Piano Barre nel marzo del 1970, cui seguì il Rapporto Werner pubblicato nell’ottobre dello stesso anno. La costituzione di un’unione economica e monetaria sarebbe avvenuta entro gli anni ‘70 e avrebbe condotto alla convertibilità totale e irreversibile delle monete, all’eliminazione dei margini di fluttuazione dei cambi, alla fissazione irrevocabile dei rapporti di parità e alla liberalizzazione dei movimenti dei capitali. L’unione poteva lasciare in vita i diversi segni monetari e soltanto considerazioni di natura psicologica e politica avrebbero potuto militare a favore dell’adozione di una moneta unica, che avrebbe affermato l’irreversibilità dell’unificazione monetaria. Il Rapporto Werner sembrava avulso dal contesto delle tensioni valutarie che scuotevano il sistema dei cambi fissi e che portarono allo sganciamento del dollaro esterno dall’oro e alla successiva crisi energetica. I tentativi di arginare la crisi internazionale con la creazione dei Serpenti monetari non sortirono effetto e solo nel marzo del 1979 entrò in funzione lo SME con l’ECU come moneta di conto comunitaria. Il processo di unificazione economica e monetaria riprese corpo con l’Atto unico europeo del luglio del 1987, mirante a instaurare entro il dicembre del 1992 un mercato interno europeo, sia sotto il profilo economico che sotto quello monetario. Dall’Atto unico europeo prese il via il Trattato di Maastricht del 7 febbraio del 1992, che delegò i poteri monetari alla banca centrale europea e alle banche centrali nazionali. Nacque un governo tecnocratico della futura moneta comunitaria. Nel settembre dello stesso anno, una nuova crisi valutaria internazionale scardinava lo SME e la sua moneta, l’ECU, creata e gestita a tavolino. Il 31 maggio 1995, la Commissione pubblicò un Libro verde sulle misure pratiche per l’introduzione della moneta unica e, successivamente, il progetto di unione monetaria ebbe una svolta con il Consiglio europeo di Madrid del 16 dicembre 1995, che stabilì le tappe per l’introduzione di una moneta unica tra i Paesi della CEE. In particolare, fu deciso che l’espressione ECU utilizzata nel trattato per indicare l’unità monetaria europea fosse troppo generica e che quindi la denominazione della moneta europea dovesse essere "euro" (invariabile al plurale), suddiviso in "cent" (termine, quest’ultimo, che non escludeva l’utilizzo delle varianti linguistiche). A seguito di tale decisione, il Consiglio adottava, dapprima, il regolamento (CE) n. 1103/97, del 17 giugno 1997, relativo a talune disposizioni per l’introduzione dell’euro, in cui vennero fissate le norme concernenti la continuità dei contratti, la sostituzione di riferimenti all’euro in luogo di quelli all’ECU negli strumenti giuridici e le regole per l’arrotondamento degli importi. Successivamente, veniva adottato il regolamento (CE) n. 974/98, che solennemente decise che per l’Austria, il Belgio, la Finlandia, la Francia, la Germania, l’Irlanda, l’Italia, il Lussemburgo, l’Olanda, il Portogallo e la Spagna sussistevano le condizioni per far parte della zona dell’euro e il regolamento (CE) n. 975/98, riguardante i valori unitari e le specificazioni tecniche delle monete metalliche in euro destinate alla circolazione. I passi successivi che hanno portato alla costituzione dell’Eurosistema sono stati realizzati con le due decisioni del Consiglio già citate (98/317/CE, del 3 maggio 1998 e 2000/427/CE, del 19 giugno 2000) e con i due regolamenti del Consiglio di fissazione dei tassi di conversione delle monete nazionali dei 12 (n. 2866/98, del 31 dicembre 1998 e n. 1478/2000, del 19 giugno 2000).

    6.Considerazioni finali


    L’effettiva circolazione dell’euro, a partire dal 2002, ha avuto forti riflessi nel mercato dei cambi valutari. Si è ristretta infatti l’area di intermediazione degli operatori economici e si è gradualmente modificata la composizione delle riserve ufficiali del nuovo sistema di banche centrali. L’euro si è confrontato dunque direttamente con le monete del resto del mondo e in particolare il cambio con il dollaro Usa è divenuto il punto di riferimento per giudicarne lo standing1. Dopo un iniziale apprezzamento (1,1819 $ per euro il 5 gennaio 1999, primo giorno di quotazione) si è verificato via via un deprezzamento fino a un minimo di 0,8272 $ il 25 ottobre 2000. Al 31 dicembre 2001 1 € quotava 0,885 $. L’euro si riprese solo alla fine del 2002, passando da 0,90$ a 1,02$ iniziando un sentiero di apprezzamento culminato il 30 dicembre 2004, in cui veniva quotato a 1,3668$. Nel corso del 2005 l’euro calò fino a 1,18$ per poi riprendere a salire 2006 a 1,2958$. Successivamente, con l’esplosione della crisi sub-prime, il forte calo del dollaro rispetto all’euro ha portato la moneta unica a un continuo apprezzamento fino a livelli record, sfiorando la soglia psicologica di 1,50 dollari nel febbraio del 2008. All’inizio del 2009 l’euro ha subito un deprezzamento di circa il 9% rispetto al dollaro statunitense, in presenza di flussi di portafoglio verso alcuni segmenti del mercato degli Stati Uniti ed all’approssimarsi dei differenziali di interesse tra le due economie2. Dopo il graduale recupero a partire dal marzo 2009, quando le tensioni nei mercati finanziari sembravano essersi ridotte, l’euro ha subito una forte flessione al ribasso culminata a maggio del 2010 (toccando infatti quota 1,2424$), a causa dell’insostenibilità del deficit della Grecia.

    Fonte: Banca Centrale Europea http://www.ecb.int/stats/exchange/eurofxref/html/index.en.html

    La crisi economica mondiale ha certamente costituito un banco di prova per la moneta unica. Secondo le indagini svolte dalla Commissione Europea (Eurobarometro Standard 72) nell’autunno 2009, in una situazione di crisi generalizzata, "l’euro rimane un punto fermo". Il 63% degli italiani, in aumento rispetto al precedente 61%, rimaneva favorevole all’Unione monetaria europea e alla moneta comune, mentre calavano gli scettici dal 31% al 28%. Più della metà degli italiani (53%) riteneva che l’euro avesse mitigato gli effetti negativi della crisi. Eppure, la maggioranza del campione si dichiarava convinta che la lira avrebbe svolto un ruolo migliore dell’euro nel proteggere il paese dalla crisi globale, differenziando l’opinione pubblica italiana da quella prevalente nel resto d’Europa.
    Link: Sito ufficiale dell’euro: http://www.ecb.int/euro/html/index.it.html
    ____________________________________
    1Per il tasso di cambio aggiornato USD/EUR è possibile consultare http://it.finance.yahoo.com/q?s=eurusd=x.
    2Rapporto Annuale del 2009 della Banca Centrale Europea pubblicato ad aprile 2009.

    Bibliografia
    Banca Centrale Europea, Edizione Speciale del Bollettino Mensile BCE, Maggio 2008
    Banca Centrale Europea, Rapporto Annuale 2009, Aprile 2010
    Banca Centrale Europea, Rapporto sulla convergenza 2010, Maggio 2010

    © 2010 ASSONEBB

  • EURO TLX

    Sistema di scambi organizzati (SSO) organizzato da TLX spa, società del Gruppo UniCredito, indirizzato agli investitori individuali, in cui è possibile negoziare dalle 9.00 alle 20.30 titoli di Stato USA, obbligazioni agency, obbligazioni corporate, obbligazioni dei mercati emergenti, obbligazioni bancarie. obbligazioni inflation linked, obbligazioni equity e fund linked. Certificates, azioni USA, svizzere e di area euro.

  • EURO-COMMERCIAL PAPERS

    Strumenti di indebitamento assimilabili per caratteristiche tecniche alla commercial paper, emessi sull’Euromercato e liberamente negoziabili. Un euro-commercial paper consiste in una promessa di pagamento non garantita incorporata in un effetto cambiario, emesso al portatore (normalmente non in connessione a transazioni specifiche) sul mercato direttamente dalla società emittente ovvero tramite intermediari specializzati generalmente riuniti in consorzio. Le emissioni di euro-commercial papers, a differenza delle emissioni di euro-notes, nascono dalle esigenze e dall’iniziativa dei prenditori di fondi che ritengono di poter prescindere dall’intervento di un consorzio di garanzia per il collocamento dei propri effetti. Esse non sono, quindi, assistite da alcun impegno di sottoscrizione a fermo. La durata è generalmente compresa fra i 7 giorni e l’anno e gli effetti possono essere rinnovabili a scadenza o meno; il tasso d’interesse viene fissato sulla base di un tasso di riferimento generalmente pari al LIMEAN, ossia alla media tra LIBOR e LIBID, ed è quindi di norma inferiore al tasso base praticato sui prestiti tradizionali erogati in forma consortile. Anche lo spread è piuttosto contenuto e varia in funzione della natura dell’emittente. Pur trattandosi di un’operazione sostanzialmente a breve termine, l’emissione avviene in genere nell’ambito di un programma di finanziamento a medio termine (euro-commercial paper program), organizzato per conto del cliente da un intermediario finanziario che può essere una investment bank o una banca commerciale. Tale programma può prevedere: lo studio di un piano di finanziamento mediante emissioni di carta commerciale nel medio periodo; l’introduzione del cliente sul mercato delle euro commerciai papers; l’impegno di collocamento per gli effetti che può essere “al meglio” o a prezzo fisso; l’eventuale negoziazione di una linea di credito stand-by che garantisca la copertura del finanziamento richiesto dal cliente nel medio periodo. Il costo totale dell’operazione di finanziamento è inferiore al costo dei prestiti bancari tradizionali, giacché le commissioni sono ridotte al minimo e non di rado le investment banks americane organizzano gratuitamente l’emissione per la clientela migliore. Gli emittenti sono comunque compresi nella fascia dei prenditori di fondi maggiormente quotati: si tratta di organismi sovranazionali, dei Governi dei paesi dell’Europa occidentale e di imprese o società finanziarie pubbliche o parastatali, mentre tra le aziende private solo le più importanti hanno accesso al mercato. Per queste categorie di operatori le eurocommercial papers rappresentano uno strumento più flessibile delle euro-notes, la cui emissione è vincolata nell’importo, nella scadenza e nel taglio agli accordi presi con il consorzio dei sottoscrittori e più agevolmente pianificabile di un’emissione di carta commerciale sul mercato domestico statunitense, per la quale occorre una lunga documentazione oltre che la richiesta del rating per l’emittente. Per quanto, quindi, i tassi d’interesse applicati nel caso della carta commerciale statunitense risultino generalmente inferiori, molti operatori privilegiano il mercato europeo per finanziarsi proprio in virtù della maggiore semplicità dell’emissione, la quale presenta tempi medi di attuazione piuttosto brevi.

  • EURO-GLOBEX

    Network nato nel giugno 1998 fra il mercato dei derivati francese (Matif) e spagnolo (Meff), a cui si è aggiunto nel dicembre dello stesso anno il MIF. Tale alleanza si propone di aprire, con singoli punti di accesso ai sistemi elettronici di ciascun mercato membro, nuovi canali di distribuzione e pertanto di ampliare la gamma dei prodotti disponibili per ciascun mercato, anche attraverso politiche di marketing comuni.

  • EURO-LIBOR

    Tasso di interesse del mercato interbancario in euro calcolato dalla British Bankers Association di Londra sulla base dei dati trasmessi da 16 banche, prevalentemente inglesi, alle ore 12.00 dell’Europa Centrale. Relativo a scadenze comprese tra 1 e 12 mesi, l’Euro-Libor rappresenta la media semplice delle segnalazioni dopo l’esclusione del 25% inferiore e del 25% superiore. Si differenzia dall’Euribor per il momento della giornata cui si riferisce e per le banche che partecipano alla rilevazione.

  • EURO-MEDIUM TERM NOTES

    Acr.: EMTN. Prodotti di finanziamento a medio termine non garantiti, con scadenza tipicamente compresa tra i 18 mesi ed i 3 anni. Sono assimilabili alle medium term notes sono stati emessi sull’euromercato a partire dal 1986. Nella loro configurazione più elementare, le EMTN vengono offerte nell’ambito di un programma: si concorda uno schema che contempla la gamma di scadenze dei titoli, la valuta di denominazione del prestito, la tipologia ed il taglio minimo delle emissioni. Generalmente sono state emesse EMTN aventi scadenze comprese entro i 5 anni, a tasso fisso e denominate perlopiù in dollari. In tempi recenti, però, sono state introdotte delle varianti di qualche interesse, come p.e. le clausole multi-currency (facoltà di emettere titoli in diverse valute) e la possibilità di emettere tipi diversi di titoli nell’ambito del medesimo programma; sono aumentati, inoltre, i volumi di emissione in valute diverse dal dollaro.

  • EURO-NOTE ASSOCIATION

    Associazione sorta nel 1986 su iniziativa dei cinque principali operatori in euro-commercial papers ed euro-notes e successivamente arricchitasi di numerosi altri membri. Le sue finalità istituzionali si riassumono nel perseguimento di un sufficiente grado di standardizzazione della documentazione richiesta per l’emissione nella redazione dell’Euro-note Booklet, ossia di un prospetto pubblicizzante tutte le operazioni concluse nel quadrimestre precedente, oltre che nella costituzione di un sistema di compensazione e di regolamento delle transazioni uniforme. Uno dei risultati più significativi tra quelli raggiunti dall’Associazione è rappresentato dalla creazione di una griglia di tassi guida sulle euro-commercial papers per le diverse scadenze, che viene diffusa con la collaborazione della Banca d’Inghilterra e di alcuni importanti circuiti telematici.

  • EURO-NOTES

    Titoli di indebitamento emessi nella forma di pagherò cambiari (v. notes) sull’euromercato, Si tratta di strumenti cosiddetti “ibridi”, poiché riuniscono caratteristiche degli europrestiti e delle euro-obbligazioni. Hanno durata normalmente compresa entro il breve termine ed assicurano un rendimento leggermente superiore a quello delle euro-obbligazioni, rispetto alle quali richiedono il rispetto di minori formalità. Sono generalmente emesse da imprese che, pur essendo note all’estero e godendo di una buona reputazione, non ritengono opportuno ricorrere ad un eventuale prestito in euro-obbligazioni, il cui successo richiederebbe una vasta fascia di sottoscrittori. Si differenziano dalle euro-commercial papers, cui peraltro sono assimilabili sotto il profilo della struttura tecnica, per il fatto di essere quasi sempre accompagnate da linee di credito stand-by con funzioni di garanzia di sottoscrizione a fermo (v. back-up facility).

  • EURO-OBBLIGAZIONI

    Trad. it. del più comune termine eurobonds (meno usato è xenobonds). Titoli obbligazionari al portatore, negoziabili a scadenza fissa e normalmente a tasso fisso, denominati in eurovalute ed emessi da imprese private, grandi organizzazioni internazionali come la Banca mondiale e la BEI ed enti pubblici. Sono quotati presso le principali borse internazionali e vengono offerti tramite sindacati bancari a carattere internazionale a risparmiatori residenti in paesi diversi da quelli in cui ha corso legale e mercato primario la valuta in cui sono espressi. Si distinguono dalle obbligazioni estere (foreign bonds), emesse da un operatore in un paese diverso dal suo di origine, poiché queste, essendo denominate nella valuta di tale paese e collocate presso il suo pubblico di risparmiatori con l’ausilio del sistema bancario locale, sono del tutto simili a quelle tradizionali domestiche, dalle quali si differenziano unicamente per il fatto che l’emittente è un non residente. P.e. a Londra sono eurobonbds tutti i bonds denominati in una valuta diversa dalla sterlina. Sull’EuroMOT sono definite euro-obbligazioni le obbligazioni e gli altri titoli di debito emessila società ed antinazionali o esteri e da Stati o enti sopranazionali assoggettai a una normativa diversa da quella cui è sottoposto l’emittente e collocati in due o più Stati (art. 2.2.8 del Regolamento di Borsa Italiana spa, in vigore dal 22.4.2002).

  • EURO1

    Sistema di netting multilaterale per pagamenti cross-border in euro gestito da EBA Clearing. Al sistema partecipano le banche insediate nei Paesi della UE. Euro1 garantisce il regolamento di ordini di pagamento tra i partecipanti mediante l’utilizzo di un meccanismo di accodamento dei pagamenti con limiti all’esposizione stabiliti bilateralmente e multilateralmente. La copertura del rischio di insolvenza è ottenuta mediante la costituzione, da parte dei partecipanti, di depositi remunerati (liquidity pool) per un ammontare tale da coprire la massima esposizione debitoria consentita dal sistema.
    Fonte: Banca d'Italia

  • EUROASSEGNO

    Assegno internazionale istituito in base ad una convenzione tra Italia, Austria, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Germania Occidentale, Francia ed Inghilterra. Accompagnato da una carta di banca con funzioni di garanzia, esso poteva essere incassato presso qualsiasi istituto di credito appartenente ai paesi aderenti, facilitando così le necessità del turista. Con l’euro, l’euroassegno ha cessato di esistere.

  • EUROAZIONI

    Azioni emesse da non residenti in una valuta diversa da quella avente corso legale nel paese di emissione e per le quali non occorrono quotazioni sui mercati regolamentati nazionali né il rispetto di altre forme di ufficialità. Nella realtà del mercato azionario globale, tuttavia, si definiscono genericamente euroazioni gli strumenti emessi secondo schemi tipici dell’Euromercato, il che consente di ricomprendere in tale definizione anche le azioni estere, cioè le azioni emesse da non residenti nella valuta che ha corso legale nel paese di emissione. Ne consegue che un’azione internazionale si avvicina al tipo dell’euroazione se presenta alcune connotazioni peculiari afferenti sia allo strumento in sé sia al processo di emissione e di successiva contrattazione. Le caratteristiche proprie dello strumento sono così sintetizzabili: estraneità rispetto agli schemi normativi e fiscali nazionali; rispetto delle regole e dei canoni di comportamento vigenti sull’Euromercato, e conseguentemente assoggettamento al giudizio e al sistema sanzionario della comunità finanziaria internazionale; presenza contemporanea in diversi mercati, attraverso l’offerta delle quote di partecipazione e categorie di investitori geograficamente diversificati; possibilità di ammissione alla quotazione presso sistemi di listing internazionale; forma di certificato di partecipazione privo del diritto di voto derivante da aumento di capitale ovvero di azione ordinaria di precedente emissione. Quanto al processo di emissione, esso è contraddistinto dai seguenti tratti: utilizzo prevalente dello schema sindacato, con l’eccezione di alcuni casi di offerte private tramite brokers specializzati; eterogeneità nella composizione del sindacato di collocamento e distribuzione, in funzione degli obiettivi dell’emittente; approccio ad un mercato di grandi investitori; contenimento dei tempi di preparazione e perfezionamento dell’operazione; riduzione e semplificazione della struttura dei costi. La nascita del segmento euroazionario risponde ad un duplice ordine di richieste: dal lato dell’offerta, alla necessità degli emittenti di ampliare in modo stabile la propria base azionaria, così che essa risponda alla natura e alle dimensioni multinazionali dell’attività svolta, e consenta nel contempo di ritagliarsi spazi di maggiore autonomia rispetto al mercato d’origine; dal lato della domanda, alle esigenze di diversificazione di una classe sempre più estesa di investitori, fra i quali spiccano gli investitori istituzionali tradizionali, come i fondi pensione e i nuovi fondi d’investimento a carattere internazionale. D’altra parte, la percezione stessa dei bisogni innovativi, ed il loro soddisfacimento, sono stati resi pubblici grazie al progresso delle strutture di comunicazione, di diffusione delle informazioni e dei canali operativi. Per un compiuto sviluppo del comparto, tuttavia, restano ancora da affrontare alcune questioni relative alle contrattazioni sul mercato secondario, con particolare riferimento alla realizzazione di un efficiente sistema di clearing internazionale in grado di sostenere ampi volumi di negoziazione in tempi brevi, con funzioni di listing e di custodia delle azioni, alla definizione di standards comuni ai singoli mercati nazionali per la compilazione e la pubblicità dei bilanci e delle informazioni sulla gestione aziendale, oltre che alla creazione di un sistema normativo e fiscale integrato che regoli gli scambi di euroazioni.

  • EUROBAROMETRO STANDARD

    L’Eurobarometro Standard è stato istituito nel 1973 dalla Commissione Europea per monitorare l’opinione pubblica sui principali temi di attualità nell’Unione Europea, al fine di migliorare l’informazione e le politiche di comunicazione negli stati membri e nei paesi candidati ad entrare nell’UE. L’indagine "Eurobarometro standard", viene condotta ogni primavera ed estate e riunisce le approssimativamente 1000 interviste faccia a faccia per ciascuno stato (eccetto il campione per la Germania che ammonta a 1500 interviste, Lussemburgo 600, Inghilterra 1300) e vi sono annessi i rapporti nazionali sulle opinioni dei cittadini dei singoli Stati membri. I campioni della popolazione da intervistare sono composti da residenti che abbiano compiuto i 15 anni, rappresentativi dell’intero territorio degli stati membri (secondo la suddivisione in aree metropolitane, urbane e rurali). Al fine di descrivere una più precisa immagine della posizione dei cittadini europei in merito alle questioni di volta in volta oggetto di indagine, i rapporti contengono i risultati delle indagini socio-demografiche che suddividono il campione a seconda del sesso, delle fasce d’età e altri fattori come ad esempio il tipo di occupazione. Dal 2004 la Commissione ha affidato la conduzione dei sondaggi a scala europea a TNS Opinion & Social.
    Link : http://ec.europa.eu/public_opinion/standard_en.htm
    Redattore : Bianca GIANNINI
    © 2010 ASSONEBB

  • EUROCHÈQUE

    Sistema internazionale di assegni, diffuso in circa 40 paesi, grazie al quale è possibile effettuare prelievi di denaro presso le banche collegate ovvero acquistare senza contante beni e servizi. Per ogni assegno il pagamento è garantito fino ad un determinato importo, senza che debbano richiedersi informazioni alla banca del titolare.

  • EUROCLEAR

    Sistema di regolamento delle transazioni nazionali e internazionali in titoli e per la custodia dei valori sottostanti. È stato il primo a essere costituito in Europa, nel dicembre 1968 con sede a Bruxelles per iniziativa della sede di Bruxelles della Morgan Guaranty Trust Company of New York che ne ha ceduto nel 1972 la maggioranza a 120 banche e intermediari finanziari, trattenendo per sé solo il 3% delle azioni. È collegato in Europa con diversi sistemi di deposito accentrato di titoli che ha in parte incorporato negli ultimi anni, in particolare quelli di Belgio, Olanda e Francia (la Sicovam SA francese che, dopo la fusione completata il 10.1.2001 è stata rinominata Euroclear France). Il gruppo si articola in due società: Euroclear Bank, con sede a Bruxelles, che ha rilevato le attività svolte in precedenza da Morgan Guaranty e Euroclear France, ex Sicovam. Un accordo (Cedel-Euroclear Bridge) con Cedel, ora Clearstream International permette di regolare di regolare anche transazioni tra controparti che non sono entrambe aderenti allo stesso sistema.

  • EURODOLLARI

    Crediti e debiti in dollari esistenti e negoziati al di fuori del mercato domestico statunitense. L’etimologia del termine viene fatta risalire, secondo alcuni, all’abbreviazione telegrafica “Eurobank” della banca francese Banque Commerciale pour l’Europe du Nord, che fu la prima, negli anni della “guerra fredda”, a “ripiazzare” presso banche inglesi i depositi in dollari detenuti dalle autorità sovietiche presso il sistema bancario statunitense, nel timore di un provvedimento di confisca in caso di conflitto con gli Stati Uniti. Tali banche utilizzarono i depositi in questione per operazioni di credito, dando così origine al mercato dell’eurodollaro, il quale annovera, fra i fattori che ne hanno alimentato lo sviluppo, l’assenza di regolamentazione circa le condizioni di deposito e prestito, l’inesistenza dell’obbligo delle riserve, l’effetto pieno del moltiplicatore creditizio ed il continuo deficit della bilancia dei pagamenti statunitense.

  • EUROGIRO

    Circuito telematico internazionale cui partecipano le Poste Italiane. Mediante Eurogiro è possibile inviare e ricevere denaro a e da Paesi aderenti al circuito (finora in numero limitato; non tutti i membri UE vi partecipano). L’invio di fondi dall’Italia è gravato da commissioni. Il pagamento in contanti dei fondi provenienti dall’estero tramite Eurogiro (il servizio è gratuito) è compiuto con assegni di conto corrente postale emessi con la clausola non trasferibile. Le transazioni con i Paesi dell’UE avvengono in euro. Con gli altri Paesi del circuito Eurogiro la conversione viene effettuata attraverso il cambio euro-divisa locale.

  • EUROLANDIA

    Denominazione corrente dell’insieme dei Paesi della Comunità Europea che hanno aderito alla terza fase dell’UEM e che hanno adottato l’euro entrando a far parte dell’Eurosistema. Al 1°.1.2002 tali Paesi erano dodici: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo e Spagna. Per undici di questi l’adozione dell’euro è avvenuta fin dal 1°.1.1999 in base alla decisione 98/317/CE del Consiglio, del 3.5.1998 e i tassi di conversione delle monete nazionali sono stati fissati dal regolamento (CE) n. 2866/98 del Consiglio, del 31.12.1998. Col 1°.1.2001 anche la Grecia ha adottato la moneta unica, diventando il dodicesimo Paese di Eurolandia (decisione 2000/427/CE del Consiglio, del 19.6.2000). Il cambio di conversione della dracma è stato fissato dal regolamento (CE) n. 1478/2000 del Consiglio, del 19.6.2000. Per i tassi di conversione v. alla voce euro.

  • EUROLIRE

    Lire italiane detenute da non residenti generalmente nella forma di un deposito, denominato in lire, presso una banca commerciale localizzata al di fuori dell’Italia. Come per le altre eurovalute esse generavano crediti e debiti in lire italiane negoziati al di fuori del mercato domestico italiano.

  • EUROMERCATO

    Locuzione utilizzata per identificare il mercato delle eurovalute, cioè l’insieme dei mercati dove vengono negoziati rapporti creditizi (depositi, prestiti, emissioni obbligazionarie) denominati in certe valute che si sviluppano al di fuori dei confini dei paesi ove tali valute hanno corso legale e mercato primario. Tali mercati, “esterni” rispetto a quelli di origine delle divise stesse (c.d. “mercati domestici”), sono interconnessi fra loro tanto da configurare un unico mercato. Un simile mercato esiste principalmente per il dollaro, ma anche per altre valute, tra cui la sterlina, lo yen e, prima del 2002, il marco tedesco e la lira e ad esso si deve l’individuazione di due tipi di fondi per ciascuna valuta: quelli nazionali e quelli euro. Si hanno, così, o si avevano, i dollari USA e gli eurodollari, i marchi nazionali e gli euromarchi, le lire interne e le eurolire. Sotto certi aspetti, quindi, il prefisso “euro” è fuorviante e non possiede alcuna valenza geografica, sia perché le divise contrattate non si riducono a quelle dei paesi europei, sia perché altri paesi localizzati al di fuori dell’Europa intervengono attivamente nelle transazioni (esso andrebbe quindi sostituito più correttamente con “xeno”). Il tratto distintivo di una negoziazione in eurovalute consiste quindi nel riguardare disponibilità depositate in conti accesi presso banche non residenti nei paesi di emissione della valuta. Sotto questo profilo è rilevante il paese di localizzazione della banca, e non quello di origine. La circostanza che tale banca risieda o meno nel paese di emissione della valuta è relativamente irrilevante, ciò che importa è che non vi risieda la banca che conduce l’operazione. Da un punto di vista storico, si deve evidenziare come la circolazione di valute al di fuori del paese di emissione non rappresenti una novità del dopoguerra, in quanto operazioni di depositi e prestito denominate in dollari venivano p.e. negoziate in Europa già dagli anni Trenta. Ciò che contraddistingue il mercato delle eurovalute rispetto a qualsiasi esperienza precedente è tuttavia il fatto che la sua dimensione quantitativa lo ha portato gradualmente ad affrancarsi dai mercati nazionali ed a sperimentare condizioni autonome rispetto ad essi. Tutto questo in concomitanza con una pluralità di fattori che, a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, ne hanno creato i presupposti: la crescente apertura in campo finanziario e commerciale dei singoli sistemi economici, cui si sono accompagnati, in ossequio alla filosofia ispiratrice degli Accordi di Bretton Woods, l’abolizione da parte della maggioranza delle nazioni europee delle restrizioni di ordine valutario e la reintroduzione del principio della convertibilità esterna; il deficit del saldo dei movimenti di capitale nella bilancia dei pagamenti statunitensi, che ha favorito il formarsi di saldi creditori denominati in dollari presso non residenti; il ritiro di depositi detenuti presso il sistema bancario statunitense e la loro ricostituzione presso istituti creditizi europei da parte delle autorità monetarie cinesi e sovietiche, giustificato dal timore di subire, nel periodo della c.d. “guerra fredda”, un “congelamento” delle proprie disponibilità in dollari; l’atteggiamento e le operazioni poste in essere da alcune banche centrali; l’adozione, da parte delle autorità statunitensi, di taluni provvedimenti monetari e creditizi, in particolare in materia di controllo dei tassi corrisposti sui depositi vincolati. Le principali caratteristiche dell’euromercato sono così sintetizzabili: assenza di normative; elevato grado di tensione concorrenziale; elevato importo unitario delle operazioni; elevata dimensione (in termini relativi) del comparto interbancario. La mancanza di un organo centrale di controllo consente agli operatori di operare in un regime di relativa libertà, e si ricollega alle minori preoccupazioni che ogni paese “ospite” di operazioni in valute estere manifesta rispetto alla gestione della propria liquidità. In realtà ciascun operatore risulta soggetto all’autorità di almeno due organi di controllo, cioè a dire quello del suo paese di origine e, eventualmente, quello del paese in cui si trasferisce per concludere una negoziazione. I vincoli imposti dal primo sono indiretti, nel senso che condizionano le possibilità di uscita e di entrata dell’operatore e dei flussi finanziari generati dall’operazione dal mercato di origine, ed hanno un’incidenza assai eterogenea poiché alcuni paesi adottano politiche liberiste mentre altri sono meno permissivi. I vincoli imposti dal paese “ospite”, invece, tendono ad essere minimi in quanto gli operatori si orientano verso le piazze finanziarie caratterizzate dal minore grado di regolamentazione, nelle quali le autorità tendono ad attrarre gli operatori garantendo loro un regime valutario, fiscale e legale il meno vincolistico possibile. Il maggior dinamismo concorrenziale rispetto ai mercati domestici è attribuibile a due fattori fondamentali: l’assenza di un’autorità centrale di vigilanza istituzionalmente deputata a disciplinare il livello di concorrenza esistente fra gli intermediari e l’impossibilità di concludere accordi collusivi miranti a ridurre le tensioni competitive. Quest’ultimo elemento, in particolare, è riportabile all’elevato numero di partecipanti al mercato ed alle profonde differenze nei sistemi di valori a cui sono improntate le decisioni dei management delle diverse istituzioni (differenze nei contenuti delle singole funzioni diverse strutture remunerazione ecc.). Ne consegue una riduzione dei margini d’interesse per gli intermediari ed un’elevata tendenza alla fluttuazione delle condizioni di mercato secondo l’andamento della domanda dell’offerta di fondi. La natura di mercato tipicamente all’ingrosso (wholesale), alimentato dalla negoziazione di operazioni di elevato importo unitario in genere in contropartita con aziende industriali e commerciali di grandi dimensioni (spesso di carattere multinazionale), enti pubblici, istituzioni sovranazionali ed investitori istituzionali, pone per le eurobanche una serie di conseguenze, fra cui la minore necessità di un’articolazione capillare sul territorio e di un elevato numero di dipendenti addetti a mansioni esecutive, la maggiore enfasi posta sui prodotti innovativi e sofisticati rispetto a quelli tradizionali e standardizzati e la connessa esigenza di ispirarsi a modelli organizzativi più simili a quelli organici che a quelli burocratico-meccanici. L’elevato volume delle transazioni interbancarie può essere fatto risalire a due ordini di circostanze: in un’ottica macroeconomica, alla funzione di riequilibrio delle eventuali misallocazioni di fondi a livello internazionale svolta dall’attività interbancaria; in un’ottica microeconomica, al movimenti che sono alla base del ricorso al mercato da parte delle singole banche, che vanno dal finanziamento del portafoglio di impieghi all’investimento di risorse eccedenti, dall’offerta di una gamma di servizi alla clientela depositante al conseguimento di profitti di natura speculativa, fino a ricomprendere finalità di “cosmesi” e di scambio reciproco di informazioni. L’analisi, su un arco di tempo pluriennale, delle condizioni che hanno prodotto la nascita e lo sviluppo dell’euromercato e ne assicurano la sopravvivenza, consente di mettere in luce la capacità delle eurobanche, in assenza di controlli sui flussi e di capitali fra mercati interni ed esterni, di offrire condizioni maggiormente favorevoli alla clientela rispetto alle banche domestiche, ossia di operare con spreads più ridotti (tassi attivi inferiori, tassi passivi superiori). Le determinanti di tale maggiore efficienza tecnico-operativa sono essenzialmente le seguenti: assenza di disposizioni concernenti la riserva obbligatoria, con conseguente vantaggio in termini di costo opportunità rispetto agli intermediari operanti in un mercato regolamentato, e, più in generale, maggiore discrezionalità nel determinare il volume e la composizione dell’attivo e del passivo patrimoniale; assenza di disposizioni ufficiali o di accordi interbancari tesi a disciplinare il livello dei tassi; natura prevalentemente wholesale ed interbancaria del mercato, che consente di operare con una funzione di costo differente da quella che contraddistingue l’attività domestica e in regime di costi operativi unitari sostanzialmente inferiori; possibilità di sfruttare a proprio vantaggio le differenze nei regimi fiscali vigenti nei diversi paesi, domiciliando le transazioni in quelli reputati pro tempore più convenienti (c.d. “paradisi fiscali”); esistenza di economie nei costi di informazione determinate dalla circostanza di operare con controparti largamente note, di elevato standing e prestigio internazionale; possibilità di sfruttare 1e proprie caratteristiche di multinazionalità per effettuare arbitraggi nel tempo e nello spazio, costituendo posizioni aperte rispetto ai tassi di cambio e d’interesse. Il motivo per cui tali caratteristiche non si traducono in un incremento dei margini d’interesse è costituito dal fatto che la clientela percepisce le operazioni in eurovalute come più rischiose di quelle dei mercati domestici, e richiede quindi un maggior premio al rischio. La “mappa” degli strumenti finanziari trattati sull’euromercato, a disposizione delle unità di avanzo desiderose di investire le proprie eccedenze, delle unità in disavanzo interessate al fi- nanziamento dei propri deficits e degli intermediari comprende, fra gli altri: euro-commercial papers; euro-notes; euro-dollar bankers’ acceptance; euro-bond; floating rate notes; London dollar certificates of deposit; floating rate certificates of deposit; depositi vincolati; europrestito.

  • EUROMOT

    Denominazione abbr. del Mercato telematico delle euro-obbligazioni, obbligazioni di emittenti esteri e asset backed securities. Comparto del mercato di borsa organizzato e gestito da Borsa Italiana spa in cui si negoziano, in quantitativi minimi (lotto minimo) o loro multipli, euro-obbligazioni, obbligazioni di emittenti esteri e asset backed securities. È disciplinato dal Regolamento dei mercati organizzati e gestiti da Borsa Italiana spa con le relative Istruzioni. I quantitativi minimi negoziabili vengono stabiliti dalla Borsa Italiana tenendo in considerazione le esigenze di funzionalità del mercato, di agevole accesso da parte degli investitori e di economicità nell’esecuzione degli ordini. Le negoziazioni, che hanno preso avvio il 17.1.2000, si svolgono secondo le modalità della negoziazione continua. Analogamente a quanto previsto per l’MTA, la Borsa Italiana spa suddivide il mercato in segmenti omogenei per modalità e orari di negoziazione, ripartendo i titoli sulla base di criteri oggettivi, tenendo conto fra l’altro del controvalore medio giornaliero, del differenziale medio tra i prezzi e della frequenza degli scambi. Attualmente i segmenti sono tre: euro-obbligazioni; asset-backed securities; titoli di emittenti esteri. All’interno di ogni segmento si opera un’ulteriore suddivisione in base al sistema di regolamento dove i contratti sono liquidati. Sono ammessi alle negoziazioni le banche, le imprese di investimento e gli agenti di cambio. È inoltre indispensabile la presenza di almeno un operatore specialista (v. specialist) che si impegna a sostenere la liquidità degli strumenti finanziari trattati. Possono essere ammessi alle negoziazioni anche gli emittenti, nel qual caso l’impegno di sostenere la liquidità può essere assolto dall’emittente stesso (art. 2.3.8. Regolamento). Il prezzo ufficiale giornaliero di ciascun strumento finanziario è dato dal prezzo medio ponderato dell’intera quantità negoziata nel mercato durante la seduta. Le negoziazioni possono essere svolte da operatori specialisti che si impegnano, per ciascuno degli strumenti finanziari sui quali intervengono, ad esporre continuativamente sul mercato proposte in acquisto e in vendita, entro limiti e nel rispetto di determinati criteri stabiliti dallaBorsa Italiana spa.

  • EUROMTS

    Mercato di titoli di Stato attivato dall’aprile 1999, che utilizza la medesima tecnologia del MTS. È un benchmark per l’area dell’euro.. Traendo infatti vantaggio dalle conoscenze derivate dalla gestione del mercato all’ingrosso dei titoli di Stato italiani, caratterizzato da un elevato livello di efficienza operativa, la MTS spa, la società che gestisce il MTS, ha mirato a costituire un mercato che rappresentasse lo standard di riferimento per i titoli a tasso fisso nell’area dell’euro. In questo contesto si è inserita la costituzione della società di diritto inglese EuroMTS Ltd, partecipata per il 75% dalla MTS spa e per il restante 25% da 24 intermediari (di cui 7 italiani) particolarmente attivi sui mercati dei titoli di Stato europei. L’EuroMTS è un circuito di market makers con quotazioni anonime. Le differenze più rilevanti rispetto al MTS riguardano i requisiti di accesso al mercato, i lotti minimi di negoziazione e i titoli quotati. Sull’EuroMTS, i requisiti richiesti agli aderenti sono più selettivi ed ogni market maker si impegna a quotare un certo numero di titoli con un differenziale denaro-lettera al di sotto di valori predeterminati. I titoli trattati sono i benchmark più diffusi sui mercati del tasso fisso nell’area dell’euro, distribuiti su quattro segmenti di durata (titoli con vita residua inferiore a 3,5 anni, da 3,5 anni a 6,5 anni, da 6,5 a 13,5 anni e superiore a 13,5 anni) al fine di concentrare gli scambi creando un mercato liquido su tutte le scadenze.

  • EURONEXT

    Borsa internazionale costituita nel settembre 2000 per fusione delle società di ParisBourseSBF SA, della Bourse de Bruxelles e dell’Amsterdam Exchange (AEX) mediante conferimento nella Euronext NV, società di diritto olandese. Poco dopo sono stati acquisiti il LIFFE (London International Financial Futures and Options Exchange) e la portoghese BVLP (Bolsa de Valores de Lisboa e Porto). Euronext NV è una holding da cui dipendono le società Euronext Paris, Euronext Brussels, Euronext Amsterdam, Euronext Lisbon, Euronext Liffe. Tratta prodotti per contanti, strumenti derivati (futures e opzioni) e commodities. È il quinto mercato azionario su scala mondiale. La controllata Euronext Indices B.V. provvede al calcolo degli indici azionari Indici azionari Euronext 100, Next 150, Next Economy per i valori tecnologici e M Prime per i settori più tradizionali. Le tre sedi continuano a elaborare gli indici nazionali BEL 20, Dutch AEX e CAC40.

  • EURONEXT 100

    Uno dei due indici di borsa pan-europei (Pan-European indices) lanciati nell’ottobre 2000 da Euronext. Ha base 31.12.1999=1000 ed è composto dalle azioni principali e più trattate sull’Euronext. È riveduto trimestralmente. Le azioni contenute nell’indice rappresentavano circa.l’81% della capitalizzazione totale di Euronext. Le azioni sono classificate secondo il FTSE™ Global Classification System. L’indice è calcolato da Euronext Indices BV, controllata (100%) di Euronext.

  • EUROPA 2020

    Europa 2020 è la strategia decennale per la crescita sviluppata dalla UE. Essa si è data cinque obiettivi da realizzare entro la fine del decennio. Riguardano l’occupazione, l’istruzione, la ricerca e l’innovazione, l’integrazione sociale e la riduzione della povertà, il clima e l’energia.
    Fonte: Banca d’Italia

  • EUROPA EFFICIENTE SOTTO IL PROFILO DELLE RISORSE

    Commissione europea, nell'ambito di Europa 2020, lanciata dalla Commissione il 26 gennaio 2011, punta a coinvolgere i governi, i portatori di interessi e l'opinione pubblica a sostegno di una strategia europea di lungo termine per un utilizzo efficiente delle risorse, strumentale al raggiungimento di vari obiettivi dell'UE: dalla diminuzione dell'85-90% delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2050, alla riforma dell'agricoltura e della pesca, dalla riduzione dell'insicurezza alimentare nei paesi in via di sviluppo ad una più efficace risposta europea all'aumento del prezzo dell'energia e delle materie prime. A tal proposito si cita anche la richiesta di un piano per l'efficienza energetica entro il 2020 e di uno di azione sull'energia entro il 2050. Obiettivi particolari riguardano la raccolta di proposte volta a modernizzare e a decarbonizzare il settore dei trasporti1ed il completamento del mercato interno dell'energia, tramite anche l'attuazione del piano strategico per le tecnologie energetiche, SET. Un altro significativo progetto afferisce al potenziamento delle reti europee, a partire dalla presentazione di un'iniziativa che trasformi tutte le reti anche quelle transeuropee, in una superrete europea, una combinazione di reti intelligenti e di interconnessioni, specialmente quella delle fonti di energia rinnovabile con la rete, mediante il sostegno dei fondi strutturali e della BEI. A livello nazionale gli Stati membri sono obbligati a ridurre gradualmente le sovvenzioni che provocano ripercussioni negative sull'ambiente, ad utilizzare gli strumenti basati sul mercato, sviluppare infrastrutture intelligenti e realizzare in maniera coordinata i progetti infrastrutturali.

    http://ec.europa.eu/europe2020/europe-2020-in-a-nutshell/flagship-initiatives/index_en.htm

    ____________________________________
    1COM 2011(144) "LIBRO BIANCO Tabella di marcia verso uno spazio unico europeo dei trasporti - Per una politica dei trasporti competitiva e sostenibile" (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:2011:0144:FIN:IT:PDF)

  • EUROPA KAPUTT: (S)VENDUTI ALL'EURO di Antonio M. RInaldi

    Il volume di Rinaldi, con prefazione di P. Savone postfazione di A. Bagnai, affronta con lucidità e chiarezza la tematica del costo dell'euro per gli italiani; i principi costituzionali italiani definiscono delle priorità, che l'Unione Economica e Monetaria hanno modificato radicalmente a scapito del benessere degli italiani. La posizione critica di Rinaldi verso le modalità germano-centrice di implementazione dell'Unione Monetaria è argomentata in modo profondo e partecipe. L'assenza di una classe dirigente politica capace e competente nel nostro paese rappresenta l'ostacolo all'azione contro l'interesse di altri paesi.

    EUROPA KAPUTT: (S)VENDUTI ALL'EURO, Piscopo Ed. luglio 2013. Antonio M.Rinaldi.

  • EUROPEAN BANKING AUTHORITY - EBA

    La European Banking Authority - EBA (Autorità Bancaria Europea) è stata creata con la legge n. 1093/2010 del Parlamento Europeo e ratificata dal Consiglio del 24 Novembre 2010. Il sito web per ulteriori info è consultabile qui.

    L'EBA è partita nel gennaio 2011 e ha preso le competenze e le responsabilità del Committe of European Banking Supervisors (CEBS). L'EBA agisce come un centro di snodo tra le autorità nazionali ed europee per la salvaguardia dei valori pubblici come la stabilità finanziaria, la trasparenza del mercato, i prodotti finanziari e la protezione dei depositanti e degli investitori.

    L'EBA ha competenze vaste e complesse, tra cui la necessità di prevenire l'arbitraggio, garantendo un livello di gioco adeguato per gli operatori, rafforzando la coordinazione internazionale nella supervisione, promuovendo la convergenza dei supervisori e l'aiuto alle istituzioni UE nelle aree della regolazione bancaria, del sistema dei pagamenti, della moneta elettronica così come della corporate governance e del financial reporting.

  • EUROPEAN COMPOSITE UNIT

    Abbr.: EURCO. Unità di conto risultante da un “paniere” formato da quantità prefissate dalle monete di nove paesi aderenti alla CEE, a ciascuna delle quali era attribuito un peso valutato sulla base del rapporto fra prodotto lordo nazionale e prodotto lordo CEE. Il valore di tale unità di conto era espresso in una delle nove monete di cui essa è composta (oltre che in dollari USA, in DSP). Tale unità di conto era stata creata e introdotta sul mercato delle euro-obbligazioni da un gruppo di banche guidate dalla Rotschild & Sons di Londra, con l’intento di offrire una soluzione al problema dell’equa ripartizione, fra investitori e mutuatario, degli oneri, dei rischi e dei vantaggi derivanti dal contratto di prestito. La formula EURCO doveva, infatti, consentire di limitare gli effetti delle svalutazioni e delle rivalutazioni monetarie. Tuttavia, la presenza nel “paniere” di un certo numero di monete “ deboli” ha reso meno attraente per gli investitori un prestito stilato in EURCO. La formula ha avuto un seguito piuttosto modesto e limitato a poche emissioni.

  • European Currency Unit ECU

    Acr. di: European Currency Unit. Lett.: unità monetaria europea. È stata anche denominata in it. scudo, per l’assonanza sigla col fr. écu. Unità di conto ufficiale, istituita insieme allo SME con deliberazione Consiglio europeo Bruxelles, del 4-5.12.1978 Costruito come moneta-paniere, era composto dalle valute nazionali dei paesi della CE: dracma greca, escudo portoghese, lira italiana, marco tedesco, franco francese, franco belga-lussemburghese, fiorino olandese, corona danese, sterlina irlandese, peseta spagnola e lira sterlina. Ciascuna di esse entrava nell’ECU con un peso che rifletteva l’importanza in ambito comunitario dell’economia che rappresentava. Al 1°.7.1991 tali pesi erano i seguenti: marco tedesco 30,22; franco francese 19,11; lira sterlina 12,75;lira italiana 9,95; fiorino olandese 9,45; franco belga 8,08; peseta spagnola 5,40; corona danese 2,50; sterlina irlandese 1,11; dracma greca 0,64. La composizione dell’ECU poteva essere modificata, oltre che in occasione dell’entrata di nuove valute nel paniere, anche in seguito a variazioni dei pesi superiori al 25% o in occasione di periodiche revisioni, previste ogni cinque anni. Le funzioni dell’ECU nello SME, esplicitamente elencate nella Risoluzione di Bruxelles (art. 2.2), erano le seguenti: a) numerario del meccanismo di cambio; b) base per l’indicatore di divergenza; c) unità di conto per le operazioni nei meccanismi di intervento e di credito (v. SME); d) strumento di riserva e di regolamento tra le autorità della Comunità Economica. Secondo quanto auspicato dal Rapporto Delors, l’ECU doveva diventare la moneta unica dei Paesi membri della Comunità Europea. Ma il Consiglio europeo di Madrid del 15-16.12.1995 ha deciso di sostituirlo con l’euro. La conversione tra ECU ed euro è avvenuta in base a un rapporto 1:1. Nonostante i limiti di essere solo moneta di conto, l’ECU ha dato origine a un suo mercato finanziario, con una certa varietà di strumenti a breve e a mediolungo termine. Il nostro Paese è stato il primo a emettere titoli in ECU.

  • European Energy Research Alliance (EERA)

    Alleanza europea di organizzazioni nel campo della ricerca sull'energia, che mira a rafforzare ed ottimizzare il potenziale e lo stock di risorse energetiche attraverso la condivisione di strutture ed infrastrutture nazionali e la realizzazione in comune di programmi di ricerca (EERA Joint Programmes). Questi ultimi costituiscono collaborazioni permanenti tra i principali istituti ed organizzazioni di ricerca, dando vita ad un centro virtuale di eccellenza. La base dell'EERA è rinvenibile nello Strategic Energy Technology Plan (SET-Plan), che stabilisce le coordinate per un piano energetico europeo a basse emissioni di carbonio, in grado di abbattere gli effetti del cambiamento climatico e della crisi del settore energetico.

    http://www.eera-set.eu/index.php?index=6

  • EUROPEAN FINANCIAL STABILISATION MECHANISM (EFSM)

    Strumento per l’assistenza finanziaria temporanea ai paesi dell’area dell’euro in difficoltà, istituito con il regolamento UE/2010/407. L’EFSM può erogare prestiti fino a un massimo di 60 miliardi ed è amministrato dalla Commissione europea per conto della UE. Le operazioni di provvista sono garantite dal bilancio dell’Unione. L’EFSM è stato finora attivato per programmi di sostegno a Grecia, Irlanda e Portogallo.
    Fonte: Banca d’Italia

  • EUROPEAN MARKET INFRASTRUCTURE REGULATION - EMIR

    La direttiva EMIR rientra nell'azione della Commissione Europea volta a introdurre regolazione e implementare gli standard tecnici necessari per i derivati OTC, le controparti centralizzate e le trade repository. I derivati giocano infatti un ruolo rilevante nell'economia globale ma sono anche associati a forti rischi; la crisi finanziaria ha sottolineato che questi rischi non sono sufficientemente mitigati a livello OTC, specialmente per gli strumenti su credito come i CDS. Dall'inizio della crisi la Commissione ha lavorato attivamente per affrontare tali rischi.
    Il 19 dicembre 2012 la Commissione Europea ha adottato nove standard tecnici e regolatori sugli obblighi dei derivati OTC, le controparti centralizzate (CCPs) e le trade repository. tali standard sono stati sviluppati dalla European Supervisory Authorities e sono stati adottati dalla Commissione senza modifica. L'adozione di questi standard tecnici chiarisce i requisiti di clearing e reporting delle transazioni, in linea con gli auspici del G20 di Pittsburg del settembre 2009. Nel febbraio 2012 il Parlamento Europeo e il Consiglio hanno raggiunto un importante accordo sul regolamento per la stabilità, trasparenza, efficienza nei mercati derivati. Questo è stato un passaggio chiave nell'instaurare le condizioni per un ambiente finanziario più sicuro e solido. Il 4 luglio 2012 il regolamento sui derivati OTC, le controparti centralizzate e le Trade Repository (EMIR) è stato adottato ed è entrato in vigore il 16 agosto 2012. Il regolamento assicura che l'informazione sui contratti derivati venga riportata alle trade repository e sia accessibile alle autorità di supervisione, incluse la European Securities and Markets Authority (ESMA) per poter dare ai policy maker un quadro completo di quanto accade sui mercati. EMIR prevede che i derivati vengano scambiati presso le CCPs mentre quelli che non vengono centralizzati devono prevedere dei margini di sicurezza, oltre a indicare regole stringenti sull'organizzazione, la condotta e la prudenza delle CCPs.

    Per ulteriori informazioni consultare la pagina ufficiale della direttiva da cui sono presi i contenuti di questa pagina:
    http://ec.europa.eu/internal_market/financial-markets/derivatives/index_en.htm

    Pagina ESMA sulla direttiva.

  • EUROPEAN PAYMENTS GROUP

    Gruppo di discussione e lavoro (in precedenza denominato Heathrow Group), costituito all’interno dell’European Banking Federation (FBE) che raggruppa esperti in materie relative ai sistemi di pagamento. È composto da oltre 60 grandi banche e si riunisce per discutere e proporre procedure, guidelines e raccomandazioni su questioni riguardanti il clearing e il regolamento dei pagamenti in euro e la gestione della liquidità nell’area dell’euro.

  • EUROPEAN UNIT OF ACCOUNT

    Acr.: EUA. Unità di conto istituita nel 1961 da un gruppo di banche europee e formata dalla somma delle parità di cinque monete di altrettanti paesi aderenti alla CEE: Germania Federale, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Danimarca. Lo scopo perseguito con la creazione di detta unità di conto era quello di offrire obbligazioni che dessero il massimo di affidabilità circa la stabilità del valore capitale del prestito. Il valore dell’EUA stabilito in pari a gr. 0,88867 di oro fino era uguale alla parità aurea del dollaro. L’abbandono del sistema dei cambi fissi, la fluttuazione delle monete, l’ECU e l’euro hanno di fatto eliminato questa moneta di conto.

  • EUROPRESTITO

    Sottocategoria di prestito internazionale a medio-lungo termine caratterizzata da due elementi principali: la forma sindacata, cioè (effettuazione congiunta, alle stesse condizioni e con un unico contratto, da parte di un gruppo di banche (v.prestito sindacato); la denominazione in eurovalute per alcune ovvero per la totalità delle banche eroganti. Gli europrestiti, infatti, vengono concessi da banche di diversi paesi in qualsivoglia valuta. Ciò significa che, per alcune di esse, la valuta di denominazione è diversa da quella avente corso legale nei paesi di origine.

  • EUROSIM

    Con tale termine s’intende il complesso della normativa comunitaria (direttive n. 6 del 15 marzo 1993 e n. 22 del 10 maggio 1993). e di diritto interno riferita alla disciplina delle imprese di investimento e dell’attività riguardante i servizi di investimento, già nota e disciplinata come attività di intermediazione mobiliare. Essa è stata recepita e sistemata nel d.lg. 23.7.1996 n. 415 (decreto Eurosim), entrato in vigore il 1°.9.1996, che ha pressoché integralmente abrogato e sostituito la l. 2.1.1991 n. 1.

  • EUROSISTEMA

    Termine adottato dal Consiglio direttivo della Banca centrale europea (BCE) per designare l’insieme costituito dalla BCE e dalle Banche centrali nazionali (BCN) degli Stati membri che all’interno dell’UEM hanno adottato l’euro e che compongono l’”area dell’euro” di 12 Stati (dal 1°.1.1999: Austria, Belgio, Francia, Finlandia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna; dal 1°.1.2001: Grecia) in modo da distinguerlo dal Sistema europeo di banche centrali (SEBC). Eurosistema indica la struttura mediante la quali il SEBC opera nell’area dell’euro. IL SEBC è costituito, oltre che dalle banche dei 12 Paesi predetti, anche dalle BCN degli Stati membri che non hanno aderito alla terza fase dell’UEM e non hanno quindi adottato l’euro (Danimarca, Regno Unito e Svezia). Solo le BCN dei 12 Stati hanno trasferito all’Eurosistema la sovranità in materia di politica monetaria. La missione e i compiti assegnati dal trattato di Maastricht al SEBC e alla BCE sono quindi effettivamente svolti solo nell’Eurosistema, entrato in operatività con la stessa decorrenza del SEBC e della BCE (1°.6.1998). Obiettivo principale dell’Eurosistema (che è quello del SEBC, fissato dall’art. 105.1 TCE e art. 2 del Protocollo) è il mantenimento della stabilità dei prezzi. I compiti fondamentali dell’Eurosistema sono: definire e attuare la politica monetaria dell’area dell’euro; effettuare operazioni sui cambi, detenere e gestire le riserve ufficiali in valuta estera dei paesi aderenti all’area dell’euro; emettere banconote nell’area dell’euro; promuovere il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento. Ulteriori compiti consistono nel raccogliere le necessarie informazioni statistiche dalle autorità nazionali o direttamente dagli operatori economici, p.e dalle istituzioni finanziarie; nell’esaminare l’evoluzione del settore bancario e finanziario e promuovere un regolare scambio di informazioni fra l’Eurosistema e le autorità di vigilanza. La distinzione tra Eurosistema e SEBC resterà necessaria fino a quando tutti gli Stati dell’UE non avranno adottato l’euro. Lo Stato dell’UE che desideri adottare l’euro in futuro potrà farlo a condizione che soddisfi i criteri di convergenza. L’ammissione all’area dell’euro è subordinata al giudizio della BCE sul grado di convergenza che esso ha realizzato. L’area dell’euro si estende a 303 milioni di cittadini europei, con un PIL di € 6.553 miliardi nel 2000. In essa operano oltre 8.000 istituti di credito. Per approfondimenti v. SEBC; BCE; politica monetaria¸UEM.

  • EUROVALUTE

    Valute di denominazione delle operazioni finanziarie (depositi, prestiti, emissioni di titoli) concluse sull’euromercato. Tali valute costituivano oggetto di transazioni fra parti che non appartengono al sistema monetario che le ha emesse e sono perciò da questo sistema totalmente svincolate. Esse non sono limitate ai paesi europei né contrattate solamente in Europa; la più importante, per volumi scambiati, risultano essere gli eurodollari, ma si hanno anche l’eurofranco svizzero, l’eurofranco francese, l’euromarco, l’euroyen, l’eurosterlina, l’eurolira e così via. L’offerta di eurovalute proviene principalmente da imprese private e investitori istituzionali, da banche e banche centrali, da governi e istituzioni sopranazionali (raramente da persone fisiche) alla ricerca di una collocazione remunerativa per le proprie eccedenze monetarie; la domanda origina principalmente da esigenze di copertura inerenti alla gestione finanziaria di imprese ed enti vari e da esigenze di riequilibrio dei conti con l’estero o di finanziamento di specifiche operazioni di investimento da parte di governi ed enti governativi.

  • EV/EBIT

    Acr. di: Enterprise value/Earning before interest and taxes. Multiplo di mercato pari al rapporto tra l’enterprise value e tutti i profitti, operativi e non, prima della deduzione di interessi passivi e tasse. Il valore della società (enterprise value) corrisponde al prezzo che dovrebbe pagare chi volesse acquistare la società senza debiti. Si tratta di un indice del periodo di recupero, di impiego simile al price/earnings ratio. L’EV/EBITDA (v. EBITDA) ne è una variante che presenta però il vantaggio di non essere influenzato dalla politica di bilancio della società, avendo al denominatore il MOL (margine operativo lordo). Ciò favorisce un confronto omogeneo, per quanto possibile, tra i corsi azionari di diverse società.

  • EV/SALES

    Acr. di: Enterprise Value/Sales. Multiplo di mercato usato specialmente quando la società quotata non genera profitti. È pari al rapporto tra valore della società e il suo fatturato.

  • EVA

    Acr. di: Economic Value Added. Metodologia di valutazione coerente con l’obiettivo aziendale di massimizzazione del valore per gli azionisti utilizzata per misurare il valore periodale creato, ossia ciò che residua dopo aver sottratto al reddito della gestione ordinaria la remunerazione del capitale investito. In estrema sintesi quindi l’EVA rappresenta un indicatore di performance dato dalla differenza fra rendimento del capitale investito e relativo costo. Essa traduce i fattori generatori di valore di un’azienda (il tasso a cui cresce il fatturato dell’azienda, i profitti, il capitale investito e il suo rendimento) in una misura monetaria univoca di performance. Le variabili economiche rilevanti per il calcolo dell’EVA sono il tasso di rendimento del capitale, il Nopat (Net Operating Profit After Tax) e il capitale investito: quest’ultimo, in particolare, viene moltiplicato per il differenziale di rendimento rappresentato dalla differenza tra Roic (Return on Invested Capital) “r” e Wacc (Weighted Average Cost of Capital) “k”, per ottenere una stima quantitativa della performance aziendale in un determinato periodo temporale, secondo la formula Eva=(r-k) *CI. Il valore totale di un’azienda secondo la metodologia EVA, pertanto, è dato dalla sommatoria fra il capitale investito e gli EVA che la società sarà in grado di produrre nel corso degli anni. Il capitale investito (inteso come sommatoria tra capitale circolante netto e attività immobilizzate nette) deve essere un corretto indicatore della reale consistenza delle attività aziendali, indipendentemente dalla fonte di finanziamento utilizzata. Il rendimento del capitale è dato dal reddito operativo al netto delle imposte operative, ottenute sommando alle imposte effettivamente pagate quelle risparmiate grazie alle detrazioni comportate dagli oneri finanziari (il cosiddetto scudo fiscale). Per la determinazione dell’orizzonte temporale lungo il quale estendere le previsioni, inoltre, viene comunemente utilizzata la teoria del Competitive Advantage Period (CAP), che considera l’arco temporale nel corso del quale si prevede che l’azienda riesca a realizzare rendimenti superiori al proprio costo del capitale. Si suppone infatti che la possibilità di realizzare profitti porti ad attirare nel business nuove forze competitive concorrenti, disposte a realizzare margini inferiori, con conseguente diminuzione della redditività del settore. Per la stima del tasso di attualizzazione, infine, viene utilizzato il criterio del costo medio ponderato del capitale, in base al quale il tasso di attualizzazione viene determinato come somma del costo del capitale proprio e di quello del capitale di debito ponderati.

  • EVASIONE FISCALE

    Fatto illecito compiuto dal contribuente che si sottrae all’onere tributario mediante violazione delle leggi che regolano la materia - in particolare di quelle che attengono all’accertamento e alla riscossione delle imposte - che ha per risultato un mancato gettito del tributo. Lo studio del fenomeno non si limita al suo aspetto giuridico con riferimento alle singole sanzioni volta a volta previste dalla legge (che possono consistere in misure restrittive della libertà personale, come l’arresto o la reclusione, o in sanzioni di carattere pecuniario, di natura penale, come le multe o le ammende, o di natura amministrativa), ma altresì abbraccia l’aspetto psicologico e quello economico-finanziario. Accanto all’evasione, si parla pure di elusione dell’imposta (v. elusione d’imposta), per indicare i casi in cui la legge consente al contribuente un certo margine di libera scelta circa gli strumenti giuridici attraverso i quali si concreta la sua attività. In tali ipotesi, il soggetto effettua la sua scelta in modo da evitare l’applicazione della legge fiscale con mezzi leciti: p.e. adottando un tipo di contratto non previsto dalla legge impositiva, anche se questo schema legale viene usato per finalità che la legge non prevedeva. Il confine tra evasione ed elusione di imposta può essere peraltro, in molti casi, piuttosto labile, poiché di frequente la legge d’imposta consente all’Amministrazione finanziaria di considerare illegittimo l’uso improprio di taluni strumenti giuridici. Con la conseguenza che allora si ha un’evasione da imposta, anche se il soggetto tenta di farla apparire quale elusione dall’imposta stessa e quindi come un comportamento legittimo.

    Secondo Blumestein “si ha elusione d’imposta allorquando attraverso un determinato procedimento intenzionale fino dal principio venga posto in essere un patto che non integri i presupposti per imposizione oppure attenui la grossezza dell’imposta; in ciò l’elusione differisce dall’evasione dell’imposta, per la quale esiste il fatto che è fondamento dell’imposizione, ma la sua esatta valutazione da parte degli organi amministrativi vi viene impedita mediante un comportamento illegale del contribuente.”
    Analoga differenziazione viene effettuata da Hensel, il quale afferma che in caso di evasione fiscale “si tratta di inadempimento colpevole della pretesa tributaria già validamente sorta attraverso la realizzazione della fattispecie, mentre nel caso di elusione fiscale si impedisce il sorgere della pretesa tributaria, evitando così la fattispecie legale”.

  • EVCA

    Acr. di: European Private Equity and Venture Capital Association. Costituita nel 1983 con sede a Bruxelles, rappresenta gli interessi dell’industria del venture capital mantenendo i contatti e collaborando con la Commissione europea, il Parlamento europeo e le istituzioni collegate, organizza corsi di formazione e perfezionamento tramite l’EVCA Institute, cura studi e ricerche e pubblicazioni sul settore del venture capital, stende e aggiorna gli standards professionali.

  • EVENTI CLIMATICI ESTREMI

    Gli eventi estremi possono riguardare il sistema socio-economico, o quello fisico o ancora biologico. Nonostante esistano varie descrizioni possibili di evento estremo climatico, esso può essere definito come un valore meteorologico molto grande o molto piccolo che si realizza raramente. Secondo l’IPCC (2001, p.790), all’interno della sua distribuzione è più raro del suo 10mo o 90mo percentile. Inoltre, generalmente l’evento estremo è collegato a notevoli danni economico-sociali (Easterling et al., 2000). Esempi di eventi estremi climatici sono i picchi di temperatura o ondate estreme di calore, gli uragani, le tempeste di vento, etc, Sebbene la loro intensità e frequenza sono cresciute nel tempo (Wisner et al., 2004), data la loro rarità rimane difficile studiarli e predirli.
    Bibliografia
    Easterling, G. A. Meehl, C. Parmesan, S. A. Changnon, T. R. Karl, and L. O. Mearns, (2000). Climate extremes: Observations, modeling and impacts. Science, 289:2068–2074.
    Wisner, B., P. Blaikie, T. Cannon, and I. Davis.
    (2004). At risk: natural hazards, people’s vulnerability and disasters. 2nd edition. New York: Routledge.
    IPCC, 2001: Climate Change 2001: The Scientific Basis. Contribution of Working Group I to the Third Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change. Edited by J. T. Houghton et al. Cambridge University Press, Cambridge, United Kingdom and New York, NY, USA
    Redattore: Melania MICHETTI
    © 2009 ASSONEBB

     

     

     

  • EVENTO DISASTROSO

    Un evento (alla cui origine possono essere numerose cause quali incendio, terremoto, mancanza di energia, guasto all’hardware, sabotaggio ecc.) che provoca l’indisponibilità dei servizi informatici erogati da un Centro Elaborazioni Dati, estesa alle più importanti applicazioni e prolungata per un intervallo di tempo più lungo di quanto tollerabile.

  • EVERGREEN

    Forma tecnica di finanziamento bancario a medio termine di recente introduzione, normalmente relativa ad interventi effettuati in pool (v. prestito sindacato). Essa ricalca la struttura e le modalità operative dello stand-by, da cui differisce tuttavia per taluni connotati sostanziali: è un’operazione “a revoca” (quindi formalmente a breve termine), in quanto non è prevista contrattualmente una scadenza ma soltanto la possibilità di recesso dal contratto per ciascuna banca, anche indipendentemente dalle altre partners, con un periodo di preavviso generalmente compreso fra i 6 e i 15 mesi (da tale caratteristica fondamentale di prestito a vita indefinita deriva il nome di evergreen); non esiste la clausola di sospensione degli utilizzi da parte dell’azienda affidata per un certo periodo dell’anno solare; l’ammontare del finanziamento non è rigidamente definito e può subire variazioni, in funzione della facoltà di recesso unilaterale dell’accordo spettante ad ogni banca aderente al pool, dell’accesso di nuove banche con il consenso congiunto della banca capofila e dell’impresa prenditrice, e delle possibili richieste di adeguamento della linea di credito accordata da parte dei mutuatari. Il recesso dell’impresa affidata, invece, può solitamente avvenire con un preavviso di 3-6 mesi e talvolta prevedere il pagamento di una modesta penalità. Rimane salva la facoltà di revoca del contratto per ogni banca partecipante qualora insorgano gravi circostanze suscettibili di compromettere la possibilità di escussione del credito; in tal caso l’affidato non solo non può utilizzare il credito, ma è anche tenuto a rientrare immediatamente dalla propria esposizione.

  • EVIZIONE

    Conseguenza che l’acquirente subisce allorché risulti soccombente nel giudizio promosso contro di lui da un terzo, il quale risulti essere proprietario del bene, o avere sullo stesso un altro diritto reale (p.e., di usufrutto) oppure un diritto personale (p.e. di locazione). Di regola, l’alienante è tenuto a garantire dall’evizione l’acquirente, nel senso che quest’ultimo ha diritto, a seconda dei casi, di pretendere la restituzione del prezzo pagato (e delle spese fatte per il contratto) o la sua riduzione, salvo, in ogni caso, il risarcimento dei danni subiti. L’acquirente, a sua volta, ha l’onere di chiamare in causa anche l’alienante: diversamente, perde il diritto alla garanzia (se rimane soccombente), qualora il venditore dimostri che, ove fosse stato chiamato, avrebbe potuto addurre ragioni sufficienti per far respingere le domande attrici. Parimenti, il compratore perde la garanzia se riconosce spontaneamente il diritto affermato dal terzo (a meno che sia in grado di provare che non esistevano comunque ragioni sufficienti per impedire l’evizione).

  • EVOLUZIONE DEL TESTO UNICO DELLE LEGGI IN MATERIA BANCARIA E CREDITIZIA FINO AL 2005 (Enciclopedia)

    SOMMARIO
    1. La raccolta in testo unico delle norme della legislazione bancaria: un’antica aspirazione
    2. L’evoluzione della legislazione bancaria dal 1936
    2.1 La legislazione bancaria del ‘36 ‘38
    2.2 L’adeguamento progressivo della normativa (1946 1986) 


    2.3 L’interpretazione della giurisprudenza 


    2.4 La disciplina amministrativa di vigilanza 


    3. Le nuove strutture operative 


    4. La normativa di origine comunitaria 


    4.1 Le direttive comunitarie riguardanti la disciplina del sistema bancario 


    4.2 La seconda direttiva comunitaria di armonizzazione delle legislazioni bancarie 

    4.3 L’attuazione nell’ordinamento italiano della seconda direttiva. Il d.lgs. 14 dicembre 1992 n.481 


    5. Il testo unico 1° settembre 1993 n. 385 


    6. Le successive modifiche 


    7. Le autorità creditizie e le funzioni di vigilanza 


    8. Banche e Intermediari finanziari 


    9. Trasparenza bancaria e credito al consumo 

    10. Le crisi bancarie 

    1 - La raccolta in testo unico delle norme della legislazione bancaria: un’antica aspirazione 

    Il testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia realizza un’antica aspirazione e soddisfa una reale esigenza dell’ordinamento italiano. La raccolta in testo unico delle disposizioni di legge in materia bancaria era stata prospettata già in due lontane “leggine” adottate in una delle fasi di più significativa produzione della disciplina di settore. Era infatti il momento in cui, da un lato, si provvedeva a generalizzare l’assoggettamento dei crediti speciali alla legge bancaria emanata nel 1936 e anni successivi, contemporaneamente introducendo nella buona sostanza la regolamentazione del mediocredito mobiliare (d.l.C.p.S. 23 agosto 1946 n. 370), e, dall’altro, veniva riformulato l’organigramma delle autorità creditizie (d.l.C.p.S. 17 luglio 1947 n. 691). Per quanto riguarda queste ultime, è da segnalare subito che vennero allora identificate, confermando scelte già fatte nei momenti convulsi del primissimo dopoguerra, le medesime autorità che poi hanno gestito quella disciplina, ne hanno potuto favorire e costruire, in virtù delle sue caratteristiche intrinseche, la successiva evoluzione, ancor oggi hanno la responsabilità della vigilanza bancaria e quindi la tutela del credito e del risparmio. Una disciplina legislativa apposita, da reperire in un testo unitario e non da ricostruire ponendo assieme mosaici di tessere provenienti da fonti diverse e conseguentemente disomogenee, è stato dunque il fine, per lungo tempo e spesso con prezioso e perspicuo lavoro preparatorio, perseguito da operatori bancari illuminati, da studiosi, dalle stesse istituzioni. Non è certo il caso di riprodurre i tentativi, gli approfondimenti, le analisi che sono stati effettuati nel lungo cammino percorso per giungere alla prima legislazione organica in materia, quella del 1926 (RUTA, Il sistema della legislazione bancaria, Roma 1975), o gli studi che hanno illustrato il processo di formazione e le ragioni di fondo della successiva legislazione del 1936 (CASSESE, Documenti sulla preparazione della riforma bancaria del 1936, in La formazione dello stato amministrativo, Milano 1974; PORZIO, La legge bancaria. Note e documenti sulla sua “storia segreta”, Bologna 1981). Va qui solo osservato che è ricorrente la circostanza di fatto della pluralità delle fonti legislative dalle quali doveva trarsi, utilizzando gli strumenti dell’interpretazione, la disciplina del sistema bancario. Già la citata legislazione del 1926, nella quale è comunque da riconoscere il primo, concreto tentativo di superare una regolamentazione frammentaria e sparsa, risulta invero articolata, malgrado i suoi limitati contenuti nei quali trovavano spazio e circoscritto riconoscimento solo talune categorie di enti creditizi, in due testi legislativi. Il r.d.l. 7 settembre 1926 n. 1511, recante “provvedimenti per la tutela del risparmio”, avrebbe dovuto essere seguito, a norma del suo stesso art. 6, da un regolamento; il rilievo, la natura e la portata delle disposizioni successivamente emanate, peraltro, furono tali da richiedere che anche per esse si utilizzasse la forma del provvedimento di legge. E per sottolineare che anche per il secondo dei due citati provvedimenti - il r.d.l. 6 novembre 1926 n. 1830 - fosse necessaria, e non meramente opzionale, la natura legislativa basti pensare che con esso si introdussero nell’ordinamento bancario sanzioni amministrative a carico delle banche (poi riprese dalla legislazione successiva e ancora oggi applicate dalle autorità creditizie). 

La legge bancaria del 1936, poi, è composta da un sovrapporsi, non sempre ben coordinato, di testi legislativi. Il r.d.l. 12 marzo 1936 n. 375 (che finì, forse in quanto prior in tempore, per dare il proprio nome a tutta la disciplina) fu inizialmente modificato con il r.d.l. 17 luglio 1937, n. 1400. Ma, vigente quest’ultimo che disciplinava ex novo (anche se non era dato riscontrare grandi differenze) la stessa materia, il r.d.l. 12 marzo 1936 n. 375 venne convertito nella legge 7 marzo 1938 n. 141, senza che ne fossero espunte le parti modificate o comunque superate dal citato r.d.l. 17 luglio 1937 n. 1400. A sua volta, il r.d.l. 17 luglio 1937 n. 1400 fu convertito nella legge 7 aprile 1938 n. 636, con una serie di “modificazioni e aggiunte” che, in sostanza, ne falcidiavano abbondantemente l’articolato, conservavano di esso solo alcune disposizioni per lo più isolate, ne introducevano altre. Si determinò pertanto la singolare situazione della conversione in legge - 7 marzo 1938, n. 141 - di un r.d.l. dichiarato sostituito ed anzi, tout court, “abrogato” dall’art. 106 di un altro r.d.l., proprio il 1400/1937; e, per contro, di una legge - 7 aprile 1938, n. 636 - costituita solo da spezzoni del tutto scoordinati di norme e parti di norme. In sostanza, vennero a determinarsi i presupposti perché si potesse pensare, prima e per un brevissimo periodo di tempo, alla coesistenza di due leggi, pressoché coeve e di contenuto largamente (ma non totalmente) conforme, che disciplinavano la medesima materia; poi alla negazione totale di una vera legge bancaria non ritenendosi di considerare tale la 141/1938, in quanto inidonea a dare forza di legge a norme non più esistenti, né la 636/1938, ridotta ad un insieme spesso incomprensibile di norme e disposizioni o di loro spezzoni non collegati tra di loro da alcun filo conduttore. A completare questo confuso nucleo base della c.d. legge bancaria si è, poco dopo aggiunta la l. 10 giugno 1940 n. 933 che riprende le mosse dal “r.d.l. 12 marzo 1936 n. 375 già modificato con le leggi 7 marzo 1938 n. 141 e 7 aprile 1938 n. 636” per apportarvi ulteriori “modificazioni ed aggiunte” (per la riproduzione dei vari testi legislativi qui menzionati e per il loro coordinamento, cfr. RUTA, L’ordinamento bancario, in Enciclopedia della Banca e della Borsa, vol. I). Il problema posto dalle vicende dianzi delineate e dalle connesse difficoltà di individuazione e, addirittura, di lettura delle norme (tali che si giunse a dubitare per lungo tempo della stessa esistenza e della consistenza della legge bancaria del 1936) fu risolto, in concreto, dalla Cassazione, con sentenza in data 16 febbraio 1940 (citata e parzialmente riportata in RUTA, Il sistema della legislazione bancaria, cit. pagg. 84 e segg.). Tale sentenza, che sancì la vigenza della c.d. legge bancaria nei termini poi consacrati dall’uso generalizzato e resi noti da pubblicazioni specializzate (v. infra), è stata successivamente condivisa dal Tribunale di Viterbo con ordinanza in data 23 ottobre 1952 (pubblicata in Banca Borsa e Titoli di credito 1953, II, 211 e in Foro It. 1953, I, 419). Analogo problema di individuazione delle norme vigenti si ripresentò tuttavia, sia pure in parte e sotto il profilo specifico delle disposizioni che avevano soppresso le norme di ritenuta concezione corporativa, allorché si proposero le prime questioni, relativamente alla sussistenza (e alla congruità) dei poteri delle autorità di vigilanza in materia di nomina degli esponenti delle banche pubbliche (Cons. Stato 12 febbraio 1974 n. 177, in Cons. Stato 1974, I, 206). Per di più, nella specie, non si trattò soltanto di questione meramente interpretativa, da risolvere con le regole della successione delle leggi nel tempo; essa assunse invero valenza ben più ampia anche sul piano istituzionale, come è dimostrato dal fatto che trovò soluzione solo in sede politica (cfr. delibere 6 gennaio 1978 e 29 dicembre 1980 del C.I.C.R., nonché la lettera del Ministro del Tesoro al Presidente della Camera in data 18 dicembre 1986, pubblicata nel, e unitamente al, Resoconto sommario della seduta del 22 gennaio 1987 della VI Commissione permanente - Finanze e Tesoro della Camera dei Deputati). Già al momento delle citate “leggine”, dunque, la previsione di un testo unico (art. 2 d.l.C.p.S. 370/1946 e art. 7 d.l.C.p.S. 691/1947) non costituì soltanto una generica, ideale aspirazione ad una più organica e strutturata costruzione normativa per dare ordinata collocazione alle singole disposizioni della legge bancaria. Essa rappresentò, al contrario, l’espressione di una effettiva e concreta esigenza di certezza del diritto, imposta dalle specifiche modalità con cui le norme che disciplinavano il settore del credito erano state via via adottate ed emanate, spesso nel convincimento che fosse stato già realizzato un contesto sistematico che invece non risultava sempre esplicito ed inequivoco. Sotto contrapposto profilo potrebbe anche pensarsi, ma ciò nulla toglierebbe alla necessità che si avvertiva di realizzare quell’aspirazione, che essa fosse espressione della consapevolezza che quell’insieme di norme, proprio perché non sempre ordinato, era suscettibile di venire ulteriormente alterato dal trascorrere del tempo e dai mutamenti che sarebbe stato inevitabile apportare - e furono apportati - ad una normativa per sua stessa natura così legata alle contingenze dell’economia. La dottrina, dal canto suo, si è sempre adoperata per ricavare da una legislazione sparsa, ed anche diffusa perché ovviamente comprensiva delle disposizioni sui crediti speciali, una sistematica di base (GIANNINI, Osservazioni sulla disciplina della funzione creditizia, in Scritti in onore di S. Romano, Padova 1940; GIANNINI, Istituti di credito e servizi di interesse pubblico, in Moneta e credito 1949; PRATIS, La disciplina giuridica delle aziende di credito, Milano 1959; RUTA, Il sistema della legislazione bancaria, Roma 1965 e 1975; VIGNOCCHI, Il servizio del credito nell’ordinamento pubblicistico italiano, Milano 1968; NIGRO, Profili pubblicistici del credito, Milano 1969; VITALE, Pubblico e privato nell’ordinamento bancario, Milano 1977; CAPRIGLIONE, Intervento pubblico e ordinamento del credito, Milano 1978; MOLLE, La banca nel sistema giuridico italiano, Milano 1980; COSTI, L’ordinamento bancario italiano, Bologna 1986 e 1994). 
In questa ottica, la mancata attuazione di quelle deleghe protratta per tanto tempo e, comunque, la non realizzazione del T.U., potrebbero essere anche ricondotte ad una implicita manifestazione della volontà di non prendere partito tra le diverse posizioni emerse e, quindi, ad un indiretto riconoscimento che non erano ancora maturate le condizioni per concretizzare la pure persistente volontà di costruire il sistema. Di fatto, alla mancata realizzazione di quel testo unico legislativo hanno fatto riscontro almeno due concreti tentativi di costruzione di un testo coordinato (non si può utilizzare, invero, il termine “unico” che ha un suo ben preciso significato tecnico), per i quali la carenza del carattere dell’ufficialità non ha in alcun modo inciso ai fini della rilevanza come punto di riferimento, soprattutto per gli operatori. Tant’è che tra studiosi e nella prassi, anche giudiziaria, essi hanno assunto un rilievo non difforme da quello dei testi ufficiali; nei fatti, e non sempre e soltanto ai fini del richiamo delle norme, sono stati considerati alla stessa stregua di un vero e proprio testo avente natura legislativa. L’Associazione Bancaria Italiana ha pubblicato negli anni un ricostruito testo delle disposizioni dell’originaria legge bancaria del 1936-38, integrata dalla legge n. 933 del 1940, modificato con le disposizioni del 1946 e del 1947 (e le altre che man mano si sono venute aggiungendo), corredato delle più significative leggi riguardanti singoli tipi di aziende di credito e delle cc.dd. istruzioni di vigilanza, che è pervenuto sino alla XI edizione nel 1992. La Consulenza Legale della Banca d’Italia, in occasione dei cinquant’anni dalla legge bancaria, ha provveduto a metterne a punto un “testo coordinato e integrato”, contenente un’aggiornata esposizione organica “della normativa stratificata nel tempo” (CIAMPI, Considerazioni finali lette all’Assemblea Generale dei partecipanti del 31 maggio 1986). Questo testo fu pubblicato in appendice al fascicolo delle “Istruzioni di vigilanza” e in un apposito Quaderno di ricerca giuridica (il n. 11 dell’ottobre 1986). Nella prospettiva della successiva costruzione del d. lgs. N. 385/1993, esso si è proposto anche come censimento e coordinamento della normativa esistente. 

    2 - L’evoluzione della legislazione bancaria dal 1936  

    2.1 La legislazione bancaria del ’36 - ’38.
     
    Avere individuato le antiche origini dell’idea della raccolta e del coordinamento delle norme della legislazione bancaria, non significa voler ridurre la funzione del T.U. n. 385/1993 soltanto al mero soddisfacimento dell’esigenza di far confluire in un quadro sistematicamente ordinato le disposizioni della legislazione bancaria e finanziaria. Essa assolve a funzioni di ben diverso rilievo. In particolare, rappresenta il risultato delle tante sollecitazioni provenienti dall’interno stesso del sistema al rinnovamento di una legislazione antica ancorché considerata ancora valida nei suoi “capisaldi” (ancora CIAMPI, citate Considerazioni finali del 1986); il portato dell’esigenza di adeguamento di una fondamentale legge economica al mutare, talora rapido della realtà; ancor più, costituisce il momento in cui si coagula e trova forma ed espressione la lunga evoluzione verso il mercato della legislazione bancaria 1936. Anche se normalmente nelle ricostruzioni di carattere storico se ne omette la considerazione, il primo, significativo adeguamento della legge bancaria ad espressioni più avanzate dell’ordinamento si ha con l’inserimento nella liquidazione coatta delle banche, che nell’occasione venne qualificata “amministrativa”, delle procedure concorsuali della legge fallimentare (r.d. 14 marzo 1942 n. 267) (il meccanismo di coordinamento tra le due leggi è ben illustrato in RUTA, Il sistema della legislazione bancaria, cit.). In epoca caratterizzata da dirigismo in materia economica, aver voluto ricondurre la liquidazione delle banche tra le altre procedure concorsuali, dimostra come, da allora, si avesse chiaro che la banca è impresa e che le peculiarità della sua disciplina non la sottraggono ai principi dell’universalità dei controlli giurisdizionali in materia fallimentare (DE VECCHIS, Appunti sulla costituzionalità della liquidazione coatta amministrativa con particolare riferimento alle aziende di credito, in Banca, Borsa e Titoli di credito 1976, I, 224; DESIDERIO, La liquidazione coatta amministrativa delle aziende di credito, Milano 1981). 

Superata la parentesi bellica, l’evoluzione della legislazione bancaria ha proceduto parallelamente con l’evoluzione socio-economica, istituzionale, legislativa e politica del Paese, passato - nel non lungo, ma travagliato e complesso periodo - che va dagli anni trenta agli anni novanta di questo secolo - da un’economia ancora profondamente agricola (basti pensare che quelli erano gli anni della “battaglia del grano”), che si proclamava autarchica e tendeva al protezionismo anche nei rapporti finanziari internazionali, all’economia di oggi fondata sul mercato, sulla concorrenza all’interno ed all’esterno del Paese, aperta all’integrazione europea. La legislazione bancaria che ha origine dagli anni 1936-38 a buona ragione può rivendicare, e le è stato sempre e unanimemente riconosciuto, il merito di una singolare longevità, in gran parte dovuto ad un iniziale impianto solido, fondato sulle esperienze delle crisi economiche che avevano caratterizzato gli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale e gli anni che ne erano seguiti, quelli della recessione, della depressione. In detta impostazione sono particolarmente riconoscibili, sul piano sostanziale, l’intuizione del legislatore di apprestare idonea tutela al risparmio definito inconsapevole, quello cioè che si forma tra il pubblico, così assicurando stabilità al sistema, e, sul piano del metodo, una struttura legislativa fondata su principi di grande duttilità nella disciplina, con ampio ricorso a norme allora dette elastiche, e cioè ad una tecnica poi definita, più precisamente e con specifica attenzione agli strumenti adottati, della delegificazione. Ciò spiega l’immediata, totale recezione della legge nel mutato assetto istituzionale del dopoguerra. La protezione del risparmio, la tutela della stabilità sono principi che la Costituzione ha fatto propri. L’elasticità ha reso possibile il suo costante adeguamento ai tempi, la permanente idoneità a soddisfare le esigenze dell’economia.
 

    2.2 - L’adeguamento progressivo della normativa (1946-1986). 

    Il processo di progressivo adeguamento della disciplina di settore all’evolvere dei tempi iniziò subito con il citato d.l.C.p.S. 23 agosto 1946 n. 370, che, oltre ad avanzare per la prima volta l’idea del T.U., dispose, come sopra anticipato, l’allargamento dell’ambito di applicazione della legge bancaria agli istituti di credito mobiliare e, più in generale, a tutti gli istituti di credito costituiti, dopo l’entrata in vigore della legge bancaria medesima con “lo scopo della raccolta del risparmio a medio e lungo termine”. Merita di essere qui sottolineata la circostanza che il 1946 è, tra l’altro, l’anno di istituzione di Mediobanca. Già prima erano stati soppressi i cc.dd. organi corporativi (Comitato dei Ministri, Comitato corporativo centrale, Comitato tecnico corporativo, Ispettorato del credito), sostituiti, in via interinale, con il Ministro del Tesoro e con la Banca d’Italia (d.l.l. del 14 settembre 1944 n. 226). Pressoché contemporaneamente al d.l.C.p.S. 370/1946 fu ricostruito l’organigramma delle Autorità creditizie. In tale occasione (pure citato d.l.C.p.S. 17 luglio 1947 n. 691) si istituì il Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio (C.I.C.R.), sotto la presidenza del Ministro del Tesoro, e si affidarono direttamente alla stessa Banca d’Italia le funzioni di organo di vigilanza bancaria. La Banca d’Italia, d’altronde, aveva in gran parte esercitato di fatto le funzioni di vigilanza bancaria anche nel limitato periodo in cui era stato in funzione l’Ispettorato del credito, a capo del quale, era stato posto, non a caso, il suo Governatore. In ogni modo, la diretta attribuzione dei compiti di vigilanza bancaria alla Banca d’Italia non è priva di significato anche sul piano sistematico; invero, rendendola titolare di una funzione dello Stato (GIANNINI, Sulla natura giuridica e sulle attribuzioni della Banca d’Italia, in Banca Borsa e Titoli di credito 1949, II, 357), e assegnandole in piena autonomia compiti ben determinati, la “leggina” del 1947 (ovviamente inserita nel contesto della legge bancaria nel suo complesso) ne ha fatto sostanzialmente il prototipo delle authority cui spesso, in anni a noi più vicini, sono stati affidati compiti di specifica rilevanza pubblicistica. Nei primi anni cinquanta fece seguito la legislazione sui mediocrediti (v. principalmente la legge 11 aprile 1953 n. 298), che rappresentò per molti versi un modello di legislazione preordinata a fini di politica economica. Mirava specificamente, infatti, a consentire l’utilizzo dei crediti speciali per finalità di incentivazione economica - cosi aggiungendosi alla più antica legislazione sull’I.M.I. (r.d.l. 13 novembre 1931 n. 1581, convertito in legge 15 dicembre 1932 n. 1398) - e di concessione di agevolazioni creditizie. 

Nella seconda metà degli anni sessanta, poi, va segnalato un primo, timido adattamento della legislazione bancaria italiana alle norme del Trattato di Roma e quindi l’inizio dell’incidenza comunitaria sul nostro sistema. Il d.p.r. 30 dicembre 1965 n. 1655 ha reso inapplicabile nei confronti dei cittadini ed enti degli Stati comunitari il divieto di voto nelle assemblee dei soci delle banche di interesse nazionale. Contrariamente a quelle che erano le intenzioni (e, certamente, le aspettative) del legislatore, limitato rilievo hanno avuto i meccanismi di coordinamento e di collegamento con la disciplina e gli organi della programmazione che si vollero creare in quello stesso periodo di tempo. Il d.p.r. 30 marzo 1968 n. 625 ha stabilito, nel quadro dei principi fissati dall’art. 36 della legge 27 luglio 1967 n. 685, che restassero ferme le attribuzioni del Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio, pur raccordandole a quelle del Comitato Interministeriale della Programmazione Economica (CIPE) “per la ripartizione globale dei flussi monetari tra le varie destinazioni, in conformità alle linee di sviluppo fissate dal programma economico nazionale”. A metà del decennio successivo venne finalmente istituita, al termine di un lungo e travagliato processo di elaborazione, la Commissione Nazionale per le Società e la Borsa, CONSOB, e si dettarono disposizioni relative al mercato mobiliare (l. 7 giugno 1974 n. 216 e decreti delegati), prevedendo specifiche disposizioni per il coordinamento delle relative attribuzioni con quelle già istituzionalmente spettanti alla Banca d’Italia sugli enti creditizi e sui flussi di capitale. Qualche anno dopo, con la riforma del credito fondiario, si semplificarono i meccanismi di raccolta del risparmio a medio e lungo termine (d.p.r. 21 gennaio 1976 n. 7), sostanzialmente generalizzando a tale scopo l’uso di titoli obbligazionari. Nell’occasione si pose praticamente fine ad un glorioso titolo di credito bancario, la cartella di credito fondiario, che per lungo tempo e soprattutto in alcune regioni del Paese si era rivelato prezioso strumento di raccolta. Intanto, avevano già da tempo preso avvio i lavori in sede comunitaria per due direttive in materia di ordinamento del settore bancario riguardanti, la prima, la libertà di stabilimento delle banche e la liberalizzazione dei servizi bancari e, la seconda, l’armonizzazione delle legislazioni bancarie. La direttiva di liberalizzazione dello stabilimento e dei servizi, approvata il 28 giugno 1973, con il n. 183, è stata recepita nell’ordinamento italiano, con il singolare strumento di una delibera CICR, il 4 giugno 1976 (su tale direttiva, cfr. DE VECCHIS, La legislazione bancaria italiana nella prospettiva della Comunità Europea, in Impresa, ambiente e pubblica amministrazione, 1975, I, 262). La scarsa incidenza che essa ha esercitato sulle nostre strutture bancarie è dovuta soprattutto alla limitata articolazione dell’operatività che allora si riscontrava sul mercato italiano e specialmente al mancato sviluppo dei cc.dd. servizi bancari. Comunque, non si può far passare sotto silenzio il fatto che con essa si realizzò la prima, sostanziale apertura del mercato bancario italiano ai principi della Comunità e fu compiuto dall’ordinamento il primo vero passo in avanti nella direzione dell’integrazione del mercato europeo; nello specifico, l’apertura in Italia di filiali di banche aventi sede in Paesi della Comunità fu equiparata, quanto a disciplina, alla apertura di filiali di banche italiane. La prima direttiva di armonizzazione delle legislazioni bancarie, che lasciava però agli Stati un lungo periodo transitorio in vista della sua attuazione negli ordinamenti nazionali, fu approvata, con il n. 780, il 12 dicembre 1977. Essa verrà recepita in Italia molto più tardi, soltanto nel 1985; è appena il caso di sottolineare, tuttavia, come la presenza di siffatto, importante documento comunitario abbia esercitato una notevole influenza sull’ordinamento italiano ben prima della sua formale recezione. Rese, infatti, da subito palese quale fosse la direzione delle possibili riforme (su questa prima Direttiva di coordinamento delle legislazioni, cfr.: AA.VV., Attuazione delle direttive CEE, in Atti del Convegno di Napoli dicembre 1981, Milano 1983; PORZIO, La legislazione italiana di attuazione della direttiva CEE 77/780. Prime riflessioni, in Mezzogiorno Europa, n. 3, 1985, 383; MACCARONE, Prime considerazioni sulla legge di attuazione della direttiva n. 780 del 12 dicembre 1977, in Banca Borsa e Titoli di credito 1986, I, 171; COSTI, L’ordinamento bancario italiano e le direttive comunitarie, in Banca impresa e società 1986, 3; DESIDERIO, Le norme di recepimento della direttiva comunitaria n. 780/77 in materia creditizia, Quaderni di ricerca giuridica della Consulenza Legale della Banca d’Italia, Roma 1986). Nelle more dell’attuazione della prima direttiva comunitaria di armonizzazione delle legislazioni, vengono a maturazione importanti condizioni legislative per l’ulteriore sviluppo del sistema lungo le linee di una più accentuata modernizzazione delle sue strutture. Concorrono a sollecitare sviluppo e modernizzazione anche gli impulsi che derivano dalla attiva partecipazione alla vita (e non solo alla formazione della normativa) della Comunità, e quindi dalla progressiva apertura al mercato e dal correlativo affermarsi della concorrenza sia tra intermediari operanti all’interno del Paese, sia tra operatori italiani e operatori degli altri Paesi comunitari. La legge 10 febbraio 1981 n. 23, all’art. 14, provvede finalmente alla totale equiparazione della disciplina degli istituti di credito a medio e lungo termine, ancorché di natura pubblica, a quella delle aziende di credito. E ciò anche per quanto riguarda la liquidazione coatta amministrativa e gli effetti conseguenti sia a tale misura di rigore sia all’eventuale dichiarazione dello stato di insolvenza. Con la legge 23 marzo 1983 n. 77 altri intermediari finanziari, i fondi comuni d’investimento mobiliare, si affacciano sul mercato, a fianco delle banche. Anche su di essi viene disposta la vigilanza della Banca d’Italia, con il concorso per alcuni profili della CONSOB. La legge 4 giugno 1985 n. 281 e (di poco successiva al d.p.r. 350/1985 di cui si dirà subito più ampiamente) la legge 17 aprile 1986 n. 114 (questa anche in attuazione della direttiva comunitaria 13 giugno 1983 n. 350, in tema di vigilanza su base consolidata degli enti creditizi) forniscono alle autorità di vigilanza bancaria, ed in particolare alla Banca d’Italia, nuovi strumenti informativi per un efficace controllo sia sulle partecipazioni delle banche sia sulle partecipazioni in banche. Questo periodo di costante adeguamento della disciplina di settore al manifestarsi ed al maturare delle esigenze poste dall’evolvere delle contingenze economiche ed operative, dai mutamenti nelle interpretazioni e nella prassi, dal progredire anche a livello istituzionale della consapevolezza che l’attività bancaria si svolge sul mercato e nel mercato, rispettando le regole della competitività e della concorrenza, si conclude con l’attuazione data dalla legge (delega) 5 marzo 1985 n. 74 alla più volte richiamata prima direttiva comunitaria per il coordinamento delle legislazioni bancarie. L’attuale disciplina delle banche è direttamente debitrice al d.p.r. 350/1985, tra l’altro, dell’espresso riconoscimento legislativo dell’attività bancaria come attività imprenditoriale e del radicale rinnovamento del regime di accesso al suo esercizio; è indirettamente debitrice della diversa attitudine che le autorità di vigilanza hanno assunto rispetto alle problematiche della competenza territoriale e quindi anche della concorrenza e, più in generale, della vigilanza c.d. prudenziale. L’effetto di maggior spessore che consegue al d.p.r. 350/1985 è il sostanziale abbandono del regime di ampia discrezionalità prima riconosciuta alle autorità creditizie, ed in specie alla Banca d’Italia, sull’esistenza (e, conseguentemente, sulla presenza sul territorio) delle banche. Le autorizzazioni alla costituzione di imprese bancarie e all’esercizio della relativa attività, la c.d. valutazione del bisogno economico del mercato, vengono unificate (con intuibile semplificazione delle procedure prima previste) e il provvedimento è solo subordinato alla mera dimostrazione, da parte delle imprese istanti, di avere i prescritti requisiti di capitale e forma giuridica nonché di essere amministrate e dirette da esponenti “onorabili” e professionalmente qualificati.
 


    2.3 - L’interpretazione della giurisprudenza. 

    Se l’evoluzione dell’ordinamento bancario, soprattutto a partire dall’ultimo scorcio degli anni quaranta, viene considerata con riguardo all’interpretazione che ai suoi istituti ed alle sue norme è stata data dalla giurisprudenza, evento sicuramente più rilevante - e più noto - è da ritenere la sentenza delle SS.UU. penali della Cassazione 29 maggio - 7 luglio 1987, che ha definitivamente riconosciuto all’attività bancaria natura di attività imprenditoriale, che si svolge secondo schemi negoziali ed è assoggettata a disciplina di diritto privato. Ovviamente, la natura privata dell’attività si riflette anche sul regime nel quale operano le imprese che la esercitano (POZNANSKI, Definitiva pronuncia della Cassazione sul carattere d’impresa della Banca, in Bancaria 1987, n. 9, 61; CASTIELLO, La natura giuridica dell’attività bancaria negli orientamenti delle Sezioni unite penali della Cassazione, in Econ. Cred. 1987, 49; CASTIELLO D’ANTONIO, Evoluzione dell’oggetto e qualificazione dell’attività bancaria, in Riv. Comm. 1987, I, 155; STAGNO D’ALCONTRES, Innovazione normativa e ripensamenti giurisprudenziali in tema di attività bancaria, in Riv. Dir. Comm. 1988, 239; FERRARINI, Sulla natura pubblica e privata dell’attività bancaria, in Dir. Pen. Impresa, 1988, 81). Questa sentenza - presto seguita da altre sostanzialmente conformi, sì che l’orientamento può ormai dirsi consolidato (Corte Cost. 10 - 17 marzo 1988, n. 309; Cass. SS.UU. penali 28 febbraio - 7 luglio 1989, sentenze nn. 1 e 4) - ha segnato il ribaltamento della precedente, prevalente giurisprudenza, come espresso nella sentenza 10 ottobre 1981, pure delle SS.UU. penali della Cassazione. Quest’ultima, dopo oltre trent’anni di incertezza e contrastanti pronunce prevalentemente dei giudici di merito, aveva ricondotto, invero, l’attività operativa delle banche negli impropri schemi pubblicistici del pubblico servizio, sia pure inteso nella riduttiva nozione di pubblico servizio in senso oggettivo; nozione ormai da tempo identificata dalla dottrina amministrativa (POTOTSCHNIG, I servizi pubblici, Padova 1964). È da notare, però, che la dottrina di settore, della quale avevano ampiamente tenuto conto i giudici del 1981, nel riferire talvolta tale nozione anche all’attività bancaria, aveva perseguito la finalità dichiaratamente opposta di evitare agli esponenti delle banche l’applicabilità delle norme penali sugli incaricati di pubblico servizio, correttamente ritenendo che quel risultato si potesse ottenere solo con una non consentita estensione delle norme penali (RUTA, Il sistema della legislazione bancaria, cit.). Alla tesi della natura pubblicistica dell’attività bancaria, va ricordato, si era sempre opposta la dominante dottrina, sia prima (cfr. DE MARSICO, Sul peculato per distrazione con particolare riguardo al peculato bancario, in Giust. Penale 1968, II, 142; NUVOLONE, Problemi di diritto penale bancario, in Banca Borsa e Titoli di Credito 1976, I, 186; GENTILI, Note critiche sulla natura giuridica degli istituti di credito di diritto pubblico e la qualità di pubblici ufficiali dei loro dipendenti, ivi 1977, I, 81; ROMANO, Introduzione allo studio del diritto penale bancario, in La responsabilità penale degli operatori bancari, a cura dello stesso ROMANO, Bologna 1980) che dopo la citata sentenza dell’ottobre 1981 (CAPRIGLIONE, Qualificazione dell’attività bancaria e imprenditorialità degli enti creditizi, in Foro It. 1981, II, 554; FERRI, Imprenditorialità degli enti creditizi: un discorso interrotto, in Banca Borsa e Titoli di Credito 1982, I, 157; GIANNINI, Problemi della banca come impresa, ivi 1982, I, 392). In sostanza, si era venuta a determinare una divaricazione tra prevalente giurisprudenza e prevalente dottrina; quest’ultima, invero, aveva tenuto ben fermo che il modulo originario dell’ente creditizio era sicuramente quello imprenditoriale privato, come tale costruito e disciplinato dalla legge bancaria, calibrato sulle forme societarie, espressamente previsto per le aziende di credito dall’art. 2195 c.c. (v. ampia rassegna in DE VECCHIS, La natura giuridica dell’attività bancaria, Roma 1987). Alla sentenza 29 maggio - 7 luglio 1987 delle SS.UU. penali della Cassazione va pertanto riconosciuto il merito di aver segnato il punto d’arrivo della precedente elaborazione, anche legislativa, sul delicato tema della natura giuridica dell’attività bancaria. Con essa la giurisprudenza ha posto finalmente termine a un dibattito ben più che trentennale e ha preso definitivamente atto che, come affermato nell’esordio stesso del d.p.r. 350/1985, “l’attività di raccolta del risparmio tra il pubblico sotto ogni forma e di esercizio del credito ha carattere d’impresa, indipendentemente dalla natura pubblica o privata degli enti che la esercitano”. Se poi la si colloca nel momento storico in cui fu pronunciata - momento particolarmente ricco di studi in materia bancaria e finanziaria, e già fecondo di progetti di modifica e di ristrutturazione del settore e delle istituzioni in esso operanti, segnato da significative aperture al nuovo sul piano legislativo e ancor più dagli impulsi che venivano dalla legislazione comunitaria - nella medesima decisione, adottata al più elevato livello della giurisdizione penale, si può ben rinvenire anche il riflesso dell’acquisizione da parte dell’ordinamento della consapevolezza che il nuovo regime che si viene a configurare per le banche, ormai operanti in condizioni di competitività sul mercato nazionale e in quello internazionale, sarebbe stato incompatibile con moduli organizzativi e istituzionali non propri o non più appropriati. Sotto questo profilo, anzi, appare corretto porre la sentenza del 1987, unitamente alle riflessioni che da tempo si svolgevano per una più armonica architettura della struttura e dell’organizzazione bancaria nel Paese (v. Libro Bianco della Banca d’Italia, Ordinamento degli enti pubblici creditizi, Roma 1981), tra i punti di partenza per la successiva elaborazione della nuova figura di banca, quale si affermerà poco dopo con la l. 218/ 1990 e con lo stesso Testo Unico (CAPRIGLIONE, L’impresa bancaria tra controllo e autonomia, Milano 1983; COSTI, L’ordinamento bancario, Bologna 1987). Come la giurisprudenza e la dottrina più attente ai processi evolutivi del sistema bancario (CAMMMARANO, L’impresa bancaria in AA.VV., L’impresa, Milano 1985; COSTI, L’ordinamento bancario italiano e le direttive comunitarie, in Banca impresa e società 1986, 3) hanno posto in evidenza, questa concezione ordinamentale di banca sin dall’inizio emergeva, coerente, dai principi che informano la disciplina dell’esercizio delle attività economiche ivi compresa, tra queste, l’attività bancaria nonché dai principi generali dell’ordinamento (art. 2195 c.c.) e della stessa legislazione di settore (per un’efficace e compiuta rappresentazione delle tante problematiche connesse al “continuo oscillare tra il riconoscimento dei profili privatistici di impresa - certamente presenti nell’ordinaria attività di erogazione del credito e raccolta del risparmio - e l’opposta esaltazione degli interessi pubblici sottostanti all’ordinamento bancario” cfr. FLICK, Diritto penale e credito: problemi attuali e prospettive di soluzione, Milano 1988). 

Nell’ampio mercato europeo che si è visto da tempo venir progressivamente costruito, ed è ora ben delineato, diviene ius receptum, in sede giurisdizionale non meno che sul piano operativo e nella ratio che ispira le riforme legislative, che l’attività bancaria non può più essere considerata assoggettabile ad un regime singolare, costretta in formule organizzative che in qualunque modo possano sottrarla alle regole della competitività, della concorrenza; rimane, e date le sue caratteristiche non può essere altrimenti, attività preordinata all’assolvimento di una funzione centrale nell’economia, ma è pur sempre inserita a pieno titolo nel mercato, opera sul mercato, con gli strumenti e secondo i modi tipici del mercato. In questa rassegna retrospettiva degli eventi che più hanno segnato il cammino percorso dalla giurisprudenza nell’interpretazione dell’ordinamento bancario nella sua graduale evoluzione non possono, però, non essere posti in rilievo - oltre l’indiretta affermazione della costituzionalità della procedura di liquidazione coatta amministrativa sopra ricordata (par. 2.1) (cfr. Corte Cost. 26 giugno 1975 n. 159) - il riconoscimento della tutela assicurata al risparmio raccolto tra il pubblico e all’esercizio dell’attività bancaria (sull’intera questione e sulle posizioni assunte dalla giurisprudenza, cfr. RUTA, Il risparmio nel sistema della legislazione bancaria, Milano 1965). Tale riconoscimento ha anticipato, sul piano penale, la più articolata protezione oggi assicurata dal T.U. contro ogni forma di abusivismo bancario (artt. da 130 a 133) e, sul piano delle misure amministrative, l’assoggettamento a liquidazione coatta amministrativa anche delle cc.dd. banche di fatto (v. Cass. 13 marzo 1965 n. 425, in Banca Borsa e Titoli di Credito 1965, II; v. pure RUTA, Il sistema della legislazione bancaria, Roma 1975, 815). 

    2.4 - La disciplina amministrativa di vigilanza. 

    Parallelamente all’evoluzione che si è registrata nella legislazione, tutta l’attività di vigilanza bancaria è risultata in questi decenni interessata - negli orientamenti adottati, nel suo esplicarsi, negli strumenti utilizzati - da un intenso processo di razionalizzazione ed ammodernamento delle strutture e delle istituzioni che operano. Questo processo è stato motivato, in un primo tempo, soprattutto da esigenze di adeguamento della normativa primaria alle contingenze dell’operatività e dell’economia (si pensi, sotto quest’ultimo profilo, ai noti provvedimenti anticongiunturali - massimale degli impieghi, limiti all’accrescimento dei fidi - del pieno degli anni settanta). Si è presto aperto, poi, alla ricerca delle linee evolutive lungo le quali sviluppare possibili riforme. Da ultimo, sollecitato dai confronti su base europea, dall’evolversi delle tecniche di controllo e di supervisione e dall’affermarsi di indicatori e di ratios, dallo stesso progresso della tecnologia, esso ha assunto un andamento di più accentuata accelerazione. Sul piano immediatamente operativo hanno concorso allo sviluppo di questo processo sia la tendenza sempre più spinta, e poi affermatasi, all’eliminazione della distinzione tra banche pubbliche e private, sia la costante ancorché graduale attenuazione delle differenziazioni operative tra le tante tipologie di banche classificate nella legislazione del 1936 (art. 5 e art. 41 r.d.l. 12 marzo, n. 375). Il crescere della competitività tra intermediari bancari e finanziari e la ricerca di nuovi spazi di mercato - che postulavano, tra l’altro, anche la progressiva eliminazione di ogni vincolo superfluo o non più necessario - ha fortemente contribuito, invero, al venir meno della differenziazione tipologica tra banche. Questa opera di ammodernamento e di razionalizzazione si è svolta in gran parte senza ricorrere a interventi legislativi, ma efficacemente utilizzando gli strumenti amministrativi resi disponibili per la stessa peculiare conformazione della legislazione bancaria, che è stata sempre caratterizzata dall’ampio spazio lasciato alla disciplina dettata dalle autorità di vigilanza. Ai provvedimenti che la costituiscono, ferma ovviamente la qualificazione amministrativa nell’ordinamento generale, è stata riconosciuta portata anche normativa all’interno del settore (GIANNINI, Istituti di credito e servizi di interesse pubblico, cit.). Le direzioni principali lungo le quali si è progredito sono state la riconsiderazione dei rapporti cc.dd. banca/industria, l’innovazione finanziaria, l’abbandono della specializzazione funzionale del credito mediante l’attenuazione, prima, e la soppressione, poi, dei confini tra credito ordinario e crediti speciali (rectius: tra enti che operano nell’uno e nell’altro comparto). Già dalla fine degli anni settanta la separazione banca/industria - i cui principi per le note ragioni (cfr. i citati studi di CASSESE e PORZIO) hanno storicamente informato la legge bancaria del 1936 - era apparsa come un vincolo troppo stretto all’operatività del sistema bancario. Spesso questo si era trovato, infatti, ingessato da esposizioni nei confronti delle attività imprenditoriali per finanziamenti con scarsa possibilità di pronto rientro e, per altro verso, dalla contestuale impossibilità di incidere sulle determinazioni dei debitori. I vincoli operativi, l’inerzia forzata che frequentemente ne conseguivano, sono apparsi ostacolo a chi pure avrebbe avuto - o riteneva di poter avere - capacità e mezzi per intervenire in sostegno o per effettuare salvataggi nell’interesse dell’economia e dello sviluppo del Paese (più ampiamente infra, par. 7.5). Il processo di innovazione finanziaria, avviatosi nel volgere degli anni settanta e rapidamente affermatosi, ha consentito di superare gradualmente i più costrittivi ostacoli operativi, compresi quelli inerenti ai rapporti banca-industria, talora esprimendo anche, come a metà del decennio successivo per il merchant bank, interessanti e significative aperture (CAPRIGLIONE - MEZZACAPO, Evoluzione del sistema finanziario italiano e attività di “marchant banking”, in Bancaria 1985, 288; SALANITRO, L’attuazione delle merchant banks nell’ordinamento italiano, in Banca Borsa e Titoli di credito, 1986, I, 253; SARCINELLI, Intermediari del tipo “merchant banks” un passo verso il futuro o un ritorno all’antico? in Banca Borsa e Titoli di credito, 1986, I, 129; VISENTINI, La vigilanza sulle attività finanziarie. Appunti per un’ipotesi di disciplina organica dell’attività di intermediazione finanziaria, Dir banca finanz., 1987, I, 24; PESARESI, Aspetti economici e normativi dell’attività degli enti creditizi rilevante per la riallocazione della proprietà, Temi di discussione della Banca d’Italia, Roma 1993; BARCA (a cura di), Assetti proprietari e mercato delle imprese, Bologna 1994). 
La separazione tra credito ordinario e crediti speciali, un altro dei principi fondamentali che hanno informato la legislazione bancaria del 1936, ha avuto origini sostanzialmente coeve alla separazione banca - industria, rispondendo ad una logica molto vicina, quella di evitare immobilizzi negli attivi bancari. Essa peraltro, per sua stessa natura, aveva ben più diffusamente inciso sull’architettura e sull’operatività del sistema, portando alla configurazione di comparti operativi separati, nei quali l’esercizio dell’attività era riservato a soggetti a ciò espressamente qualificati e comunque distinti dalle aziende di credito ordinario, assoggettati a regole spesso profondamente diversificate sia sul piano operativo che con riferimento alla stessa normativa di vigilanza. L’evoluzione, in verità molto lenta sino alle sue fasi finali, è stata nel senso di un cauto alleggerimento dei vincoli che derivavano dalla separazione; vincoli, peraltro, mai rigidamente applicati, almeno per quanto concerneva alcune categorie di aziende di credito (DE VECCHIS, voce Aziende di Credito in Enciclopedia giur. Treccani; DE VECCHIS, Crediti speciali, in Digesto 4° ed. Discipline pubblicistiche). Episodio più rilevante da considerare in questo contesto è certamente il provvedimento del Ministro del Tesoro 23 marzo 1972 (e conseguente lettera della Banca d’Italia, ambedue pubblicati in Circolare ABI - serie tecnica n. 136 del 1972), con il quale si attuava, in sostanza, una limitata apertura all’operatività oltre il breve termine a favore delle aziende di credito ordinario. Solo nell’ultimo decennio del secolo trascorso, in forza di un confronto sempre più ravvicinato tra banche nazionali e banche straniere, soprattutto comunitarie, e di un contesto normativo già profondamente inciso dai progressi dell’armonizzazione delle legislazioni bancarie dei Paesi della Comunità, l’ordinamento ha preso atto che la separazione funzionale tra tipologie bancarie distinte sulla base delle correlazioni tra tempi delle operazioni di provvista e tempi degli impieghi o, spesso, sulla base della destinazione del credito, si manifesta suscettibile di influire negativamente sulla competitività degli operatori italiani, appesantendone i moduli organizzativi e comprimendone le capacità operative. Nel tempo, pertanto, il regime di separazione è stato, prima, fortemente attenuato con la previsione del c.d. gruppo polifunzionale, istituto tipico della più avanzata evoluzione del nostro sistema, particolarmente idoneo a consentire lo svolgimento di attività differenziate da parte di soggetti distinti e tuttavia in un quadro strategico unitario; è stato definitivamente superato, poi, con l’eliminazione delle discriminazioni operative tra imprese bancarie, divenute esse stesse responsabili della scelta del proprio regime operativo. 



    3 - Le nuove strutture operative 


    Un primo risultato di grande spessore e contenuto è stato già attinto in questa evoluzione con il vero e proprio rinnovamento delle strutture organizzative dell’impresa bancaria, che è stato realizzato dalla legge 30 luglio 1990 n. 218, e con l’attuazione data alla seconda direttiva comunitaria in materia di armonizzazione delle legislazioni bancarie (d.lgs. 14 dicembre 1992 n. 481). La legge 30 luglio 1990 n. 218 ha operato in duplice direzione. Su di un piano più generale, è il primo provvedimento di legge che si è proposto di disciplinare il “gruppo”, sia pure con esclusivo riferimento al gruppo bancario. Con specifico riguardo a questo contesto ha tentato, come si è detto anche nel paragrafo precedente, di offrire una soluzione originale all’antico problema della specializzazione funzionale nell’esercizio dell’attività bancaria, proponendo un “modello di banca ... che non si limiterà alla tradizionale funzione di intermediatrice tra il pubblico dei risparmiatori e quello dei fornitori di credito, ma che estenderà la propria operatività sino a includere in essa una variegata e più completa gamma di servizi”. In sostanza, un modello organizzativo che, a livello strategico, si profila come idoneo a raggruppare una pluralità di imprese, anche ad operatività diversificata, collegate appunto da un interesse di gruppo e, se del caso, attrezzate ad avvalersi, a livello operativo, di comuni terminali. Inoltre, nel “convincimento” che occorresse procedere “nell’ammodernamento delle strutture finanziarie del nostro Paese e della relativa legislazione “per raggiungere” un adeguato quadro normativo che ne agevoli il perfezionamento e ne accerti, in un quadro di trasparenza, la rispondenza delle operazioni progettate alle esigenze di “razionalizzazione del sistema creditizio”, la legge 218/1990 ha riorganizzato la “presenza pubblica nel nostro apparato creditizio” ( le citazioni che precedono sono riprese dalla Relazione Grillo - VI Commissione permanente della Camera dei Deputati - Legislatura X - doc. n. 3124 A), all’uopo predisponendo gli strumenti normativi per la conversione in S.p.A. degli enti creditizi pubblici. In sostanza, il modello della società per azioni viene proposto, in questa riorganizzazione delle strutture bancarie conseguente all’abbandono delle forme organizzative pubblicistiche, quale modello esclusivo - a parte la forma delle società cooperative per le banche cooperative - dell’impresa bancaria; e addirittura rimangono spazi a che venga prospettata una specifica caratterizzazione della società per azioni bancaria onde eleggerla come tipo a se, proprio dell’organizzazione dell’impresa bancaria; (v. LAMANDA, La società per azioni bancaria, Roma 1994). E se ciò è, dichiaratamente, “al fine di superare i limiti dell’attuale configurazione giuridica degli istituti di credito pubblici”, la scelta non rimane circoscritta al superamento della dicotomia banca privata banca pubblica, ma travolge del tutto la preesistente, articolata tipologia degli enti creditizi. Il legislatore, infatti, nel portare alle sue coerenti conseguenze l’elezione della forma giuridica a suo tempo operata dall’art. 30, primo comma, r.d.l. 12 marzo 1936 n. 375, ha colto l’occasione per teorizzare che “la forma societaria risulta la più idonea per l’esercizio dell’attività di impresa. Tale soluzione si raccomanda inoltre per la maggiore snellezza operativa che il modello societario consente di ottenere, nonché per la maggiore certezza in tema di responsabilità degli amministratori, per la superiore trasparenza nei confronti dei terzi e per la rilevantissima funzione che il principio dell’interesse sociale può giocare allo scopo di preservare la società da finalità ad essa esterne. Va considerato inoltre che la società per azioni costituisce il modello istituzionale più simile a quelli presenti sui mercati internazionali e che la sua diffusione universale le consente un continuo adeguamento all’evoluzione del mercato” (Relazione Berlanda - VI Commissione permanente del Senato - X Legislatura, doc. nn. 2217, 381 e 2179-11. Sul punto, cfr. AMOROSINO(a cura di), La ristrutturazione delle banche pubbliche - L’attuazione della L. 218 del 1990, Milano 1991; PORZIO, Appunti sulla “Legge Amato”, in Riv. soc. 1991,804; CAPRIGLIONE (a cura di), Despecializzazione istituzionale e nuova operatività degli enti creditizi, Milano 1992; AA.VV., La ristrutturazione della banca pubblica e la disciplina del gruppo creditizio - Quaderni di ricerca giuridica della Consulenza Legale della Banca d’Italia, Roma 1992; PARRILLO, Realtà e prospettive del sistema creditizio italiano, in La risposta del sistema finanziario e creditizio italiano alle sfide del nuovo mercato, Roma, 1992; RISPOLI FARINA (a cura di), Dall’ente pubblico creditizio alla società per azioni - Commento sistematico alla L. 218/90, Napoli 1993; CAPRIGLIONE (a cura di), Mercati e intermediari in trasformazione, Roma 1994; OPPO, Fusione e scissione di banche tra disciplina codicistica e ordinamento settoriale, in Riv. dir. civ. 1994, p. 119; UBERTAZZI, Nuovi spunti sulle autorizzazioni alle concentrazioni bancarie, in Dir. finanz. 1993, I, p. 527; BERTI, Fondazioni bancarie, Jus 1995, p. 3). La l. 218/1990 rende già pienamente configurabili quelle che saranno le strutture operative poi consolidate dal T.U.: all’articolata tipologia di enti creditizi (DE VECCHIS, Gli istituti centrali di categoria nell’organizzazione creditizia, in Impresa ambiente e pubblica amministrazione 1975, 471 e citata voce Aziende ed istituti di credito) si sostituiscono solo tre tipi di imprese bancarie, la s.p.a., la banca popolare (art. 29 T.U.), la banca di credito cooperativo (art. 33 del T.U.). Queste ultime due costituite, come detto, secondo le forme della società cooperative. 

    4 - La normativa di origine comunitaria 

    4.1 - Le direttive comunitarie riguardanti la disciplina del sistema bancario. 

    Nella evoluzione della legislazione bancaria italiana, e non solo italiana, rilievo del tutto peculiare ha assunto il complesso di normative che si sono formate nella sede comunitaria. Oltre alle due grandi direttive di coordinamento delle legislazioni bancarie - la direttiva 12 dicembre 1977 n. 780, della quale si è già detto e la direttiva 15 dicembre 1989 n. 646, che costituisce argomento centrale di questi paragrafi - la legislazione bancaria del nostro e degli altri Paesi aderenti alla Comunità è stata interessata da un complesso ormai rilevante di disposizioni, il cui insieme già costituisce un sistema organico di norme per la disciplina armonizzata del settore nei nostri Paesi; presupposto necessario, questo, per il mercato unico bancario, entrato in vigore il 1° gennaio 1993 (v. GODANO, La legislazione comunitaria in materia bancaria, Bologna 1996). La citata direttiva 13 giugno 1983 n. 350 ha regolato la vigilanza su base consolidata degli enti creditizi; la direttiva 20 dicembre 1985 n. 611, modificata dalla direttiva 220/ 88, ha coordinato le disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative in materia di investimento collettivo in valori mobiliari (fondi comuni); la direttiva 8 dicembre 1986 n. 635, anche modificando la precedente direttiva 350/1983, ha riguardato i conti annuali ed i conti consolidati delle banche e degli altri istituti finanziari; la direttiva 17 aprile 1989 n. 299 ha perseguito un “ravvicinamento delle norme vigenti nei principali Paesi in materia di allineamento dei fondi propri”; la direttiva 18 dicembre 1989 n. 647, “considerando... che l’adozione di norme comuni di solvibilità sotto forma di un coefficiente minimo avrà come effetto di prevenire le distorsioni di concorrenza e di rafforzare il sistema bancario comunitario”, ha dettato disposizioni relative al coefficiente (minimo) di solvibilità degli enti creditizi; la direttiva 6 aprile 1992 n. 30 ha notevolmente esteso, tra l’altro allargandolo ai gruppi bancari e a tutte le attività definite nell’allegato alla seconda direttiva di armonizzazione delle legislazioni bancarie, il campo di applicazione della citata direttiva 13 giugno 1983 n. 350 e si è integralmente sostituita ad essa; la direttiva 21 dicembre 1992 n. 121, nel presupposto che sia pregiudizievole un’eccessiva concentrazione dei fidi per la solvibilità degli enti creditizi, ha disposto una disciplina “vincolante applicabile a tutti gli enti creditizi della Comunità” per la vigilanza ed il controllo dei grandi fidi degli enti creditizi; la direttiva 30 maggio 1994 n. 19, anche sovrapponendosi ad una precedente “raccomandazione” del Consiglio CEE (22 dicembre 1986), ha predisposto una base di norme per regolare i sistemi di garanzia dei depositi. 

L’elencazione che precede rende evidente come lo sforzo delle istanze comunitarie per un ordinamento comune del settore bancario si sia concretizzato soprattutto negli anni a partire dal 1989. Esso è venuto cosi a coincidere temporalmente con la conclusione dell’evoluzione dell’ordinamento italiano verso l’affermazione della natura imprenditoriale delle banche e verso l’apertura del nostro sistema al mercato, alla concorrenza, alla competitività (v. PADOA-SCHIOPPA, La trasformazione dell’ordinamento bancario in Italia e in Europa: reciproche influenze, introduzione a GODANO, La legislazione comunitaria in materia bancaria, cit.). Anche se non specificamente riguardante il settore bancario, è importante ricordare qui, per i suoi collegamenti con il diritto comunitario (cfr., ampiamente, DONATIVI, Impresa e gruppo nella legge antitrust, Milano 1996), per le sue connotazioni e la sua stessa impostazione la legge (c.d. antitrust) 10 ottobre 1990 n. 28 (Norme per la tutela della concorrenza e del mercato). 



    4.2 - La seconda direttiva comunitaria di armonizzazione delle legislazioni bancarie. 

    Il momento fondamentale nel passaggio al nuovo ordinamento è segnato dall’attuazione data alla seconda direttiva del Consiglio C.E. (15 dicembre 1989 n. 646) relativa al coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative riguardanti l’accesso all’attività degli enti creditizi e il suo esercizio (art. 25 legge n. 142 del 1992 e decreto legislativo n. 481 dello stesso anno). 
In verità, per quanto riguarda l’Italia, il lungo cammino che nel frattempo era stato percorso dall’ordinamento, dalle istituzioni e dagli operatori contribuisce a spiegare come l’impatto di detta direttiva con la nostra legislazione, non richiedesse, sul piano strettamente giuridico e con riferimento all’adempimento degli obblighi comunitari, modificazioni radicali né particolarmente incisive della normativa allora vigente. In buona sostanza, la sua recezione avrebbe imposto, soltanto da un punto di vista formale, la soppressione dell’autorizzazione per l’apertura di dipendenze (apertura, infatti, in gran parte già liberalizzata) con il corollario della soppressione per gli enti creditizi non nazionali ma di origine comunitaria del c.d. fondo di dotazione e l’impegno, analogamente a tutti gli altri Stati membri, di vigilare a che le attività ammesse a beneficiare del riconoscimento reciproco potessero essere esercitate in tutti gli Stati della Comunità allo stesso modo che nello Stato d’origine. Nonostante ciò, dalla seconda direttiva e dalla sua attuazione è derivato, come è stato posto in evidenza, “il passaggio dalle modifiche puntuali alla trasformazione organica” della nostra legislazione bancaria: “essa significò (infatti) la nascita di una legge bancaria europea sovraordinata alle legislazioni nazionali. Ciò fu fatto attuando nel settore bancario i due fondamentali principi dell’integrazione comunitaria affermati nel libro bianco del 1985: l’armonizzazione minima, cioè una piattaforma di regole prudenziali comuni, e il mutuo riconoscimento, cioè l’accettazione da parte di ogni Paese delle norme dell’ordinamento d’origine della banca ospitata” (PADOA-SCHIOPPA, La trasformazione dell’ordinamento bancario in Italia e in Europa: reciproche influenze, cit.). In sostanza, la “seconda direttiva” e ancor più il decreto legislativo delegato, che detta direttiva ha recepito nel nostro ordinamento, costituiscono al medesimo tempo gli antecedenti immediati del testo unico e l’occasione della quale si è avvalso il legislatore per completare e rendere organico quel processo di riforma del sistema bancario e del suo ordinamento che, nella sintesi dianzi delineata dei fatti salienti occorsi negli ultimi decenni, si è visto essersi gradualmente sviluppato. Esplicitamente proponendosi come lo strumento essenziale per la realizzazione del mercato interno decisa con l’Atto unico del 1985 e programmata nel c.d. libro bianco della Commissione, la seconda direttiva aveva avuto di per se il merito, come espressione di volontà comunitaria, di gettare le basi per una disciplina armonizzata dell’attività di intermediazione bancaria in tutto il mercato comunitario, svolta in condizioni di piena competitività tra gli operatori, quale che fosse la loro nazionalità d’origine (v. AA.VV., La risposta del sistema finanziario e creditizio italiano alle sfide del nuovo mercato, Atti delle Giornate di studio organizzate a Roma il 1° e 2 dicembre 1992 dell’Istituto per l’Enciclopedia della Banca e della Borsa; AA. VV., La nuova costituzione bancaria e l’evoluzione della struttura creditizia, Rapporti banca-imprese, Atti della Giornata di studio organizzata a Roma il 24 novembre 1993 dal medesimo Istituto). L’effetto forse più rilevante - da ricollegare, però, direttamente all’adesione piena allo spirito della direttiva nel suo complesso, più che a sue singole disposizioni o a singole disposizioni del provvedimento legislativo di sua attuazione - è che, sul piano dei rapporti in sede comunitaria, essa ha comportato l’accettazione anche da parte italiana dei due principi fondamentali, tra loro correlati, che sono alla base del mercato unico bancario. Anzitutto, le banche aventi sede nella comunità possono esercitare in tutti gli Stati le attività loro statutariamente proprie, purché esse rientrino nella definizione dettata dal suo art. 1, sostanzialmente conforme a quella tradizionale dell’ordinamento italiano, e le attività svolte siano comprese nell’elenco ad esso articolo allegato (v. ora art. 1, comma 2, lett. f) del T.U. 385/1993). In secondo luogo, le responsabilità in materia di vigilanza sulla solidità finanziaria e in particolare sulla solvibilità delle singole banche, dovunque l’attività venga esercitata, competono alle autorità dello Stato d’origine, dove cioè la banca ha la sua sede sociale (home country control). E stata così realizzata nei fatti la voluta situazione di piena competitività tra banche nazionali e banche degli altri Paesi aderenti (la letteratura sul punto è vastissima, v. per tutti, CAPRIGLIONE-MEZZACAPO (a cura di), Codice commentato della Banca, Milano 1990; AA.VV., Il Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, in Riv. soc. nn. 5-6, 1993; AA. VV., Dall’attuazione della II Direttiva CEE in materia bancaria al Testo Unico, Bari 1993; AA.VV., L’attuazione della II Direttiva comunitaria sulle banche, in Dir. banca finanz. 1993, I, p. 167; BELLI, Verso una nuova legge bancaria. Un sistema creditizio in transizione: 1985-1992, Torino 1993; MINERVINI, Dal decreto 481/92 al Testo Unico in materia bancaria e creditizia, in Giur. comm. 1993, I, p. 825; NIGRO, La nuova legge bancaria, in Dir. banca finanz. 1993, I, p. 506; CAPRIGLIONE (a cura di), Il recepimento della II Direttiva CEE in materia bancaria, Bari 1993; SANTORO, Prime considerazioni sul concetto di ente creditizio e di attività bancaria nel decreto legislativo 481/92, in Dir. banca finanz. 1993, p. 393 ss. 

    4.3 - Attuazione nell’ordinamento italiano della seconda direttiva.

    Il d.lgs. 14 dicembre 1992 n. 481. Quanto al più volte citato decreto legislativo 14 dicembre 1992 n. 481, che ha recepito nella nostra legislazione la seconda direttiva, in questa sede non può andarsi oltre la mera indicazione degli elementi che sembrano qualificanti delle scelte nell’occasione compiute dall’ordinamento. È rimasta ferma la tradizionale nozione di attività bancaria, che si riassume, come sotto altro profilo si è già anticipato, nel congiunto esercizio delle attività di raccolta del risparmio e di impiego in operazioni di credito; attività che continua ad essere riservata (art. 2, comma 2), unitamente alla (sola attività di) raccolta di risparmio tra il pubblico (art. 3, comma 2), esclusivamente alle imprese bancarie. Si è però ammesso, analogamente a quanto già avveniva negli ordinamenti di altri Paesi comunitari, che le banche possano svolgere, purché previste nei rispettivi statuti, le attività che beneficiano del mutuo riconoscimento tra i Paesi comunitari (v. ora art. 1, comma 2, lett. f del T.U.). Sono state stabilite, inoltre, riserve di attività a favore di talune categorie di operatori finanziari specializzati: S.I.M., società di gestione di fondi comuni, SICAV (art. 5, comma 2). 
Tutto ciò, da un lato, ha ampliato notevolmente il novero dei servizi che possono essere prestati dalle banche (e nei quali vengono a risultare compresi gran parte di quelli che erano stati evidenziati dall’innovazione finanziaria) ed è suscettibile, quindi, di incidere sulla stessa configurazione dell’attività da esse esercitata; dall’altro, ha accresciuto tra gli intermediari la competititivà, introducendo nel sistema nuovi operatori e nuove categorie di operatori, comunque concorrenti delle banche per una parte almeno delle loro attività (art. 5). L’eliminazione della specializzazione operativa degli enti creditizi ha reso superata una delle caratteristiche che può essere considerata tipica del sistema creditizio italiano già anteriormente alla legislazione del 1926, (v. legislazione sul credito fondiario: testo unico appr. con r.d. 16 luglio 1905 n. 646; sul credito edilizio: r.d.l. 2 maggio 1920 n. 69 e r.d.l. 4 maggio 1924 n. 993; sul Consorzio di credito per le opere pubbliche e sull’Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità: r.d.l. 2 settembre 1919 n. 1627,1. 14 aprile 1921 n. 488, r.d.l. 20 maggio 1924 n 731). Tale caratteristica, che aveva trovato un preciso fondamento sistematico nella legislazione del 1936 (artt. 5 e 41 e segg.) (RUTA, Il sistema della legislazione bancaria, cit.), si è poi largamente affermata nella prassi operativa degli anni successivi (PONTOLILLO, Il sistema del credito speciale in Italia, Bologna 1981; DE VECCHIS, voce Crediti speciali, cit.). Il superamento di detta caratteristica ha consentito che le imprese bancarie, dopo che la legge 218/90 aveva offerto loro il modello organizzativo del gruppo polifunzionale, potessero adottare anche il più diffuso modello organizzativo della banca universale. Il che ha collocato gli operatori bancari italiani, finalmente, in una situazione, prima desueta, di piena competitività con i concorrenti appartenenti ad altri ordinamenti, e non solo per quanto attiene alle operazioni ed ai servizi che possono essere forniti alla clientela. La possibilità di prescindere dalla specializzazione nel credito segna, infatti, un forte impulso per la razionalizzazione e l’ammodernamento del sistema sul piano operativo, oltre che sul piano organizzativo, ponendo inoltre i presupposti perché, anche per tal via, le imprese bancarie possano recepire i progressi consentiti dalle nuove tecniche dell’operatività finanziaria e dalla tecnologia. Determinate forme di provvista - ivi compresa anche la raccolta di risparmio mediante obbligazioni emesse dalle banche e quindi sottratte alla disciplina dettata dal codice civile - vengono estese a tutti gli operatori bancari, secondo una disciplina uniforme. Per contro, anche le operazioni di credito che un tempo erano riservate agli istituti specializzati, vengono consentite a tutti gli operatori bancari, beninteso nel rispetto delle disposizioni di legge che le disciplinano, alla sola, ovvia, condizione che siano previste nei rispettivi statuti (v., in generale, CAPRIGLIONE (a cura di), Mercati e intermediari in trasformazione, Roma 1994; CARBONETTI, I contratti di intermediazione mobiliare, Milano 1992; PREDIERI (a cura di), Le riforme dei mercati finanziari, Milano 1993). 
È stato soppresso ogni intervento autorizzativo sulla distribuzione territoriale delle banche (è sostanzialmente scomparso, quindi, il controllo sulla competenza territoriale degli operatori bancari; ma, per le banche di credito cooperativo, v. art. 35 T.U.) e, fermo il principio dell’autorizzazione, è stato consentito l’accesso all’attività bancaria a tutti gli operatori che si costituiscano nelle forme giuridiche richieste e posseggano i previsti requisiti. Il principio dell’home country control crea il presupposto perché l’insediamento bancario sia consentito alle banche comunitarie in tutto il territorio C.E. Infine, si è individuata nella società per azioni la forma di organizzazione elettiva dell’impresa bancaria; e ciò si è fatto riconfermando una scelta che era già evidente nella legislazione del 1936 (art. 30, primo comma) e portando a coerenti conseguenze la logica che aveva ispirato la legge Amato-Carli. Accanto alla forma della società per azioni si è lasciata sopravvivere unicamente - ma non può essere considerata un’eccezione, considerata la sostanziale coincidenza degli elementi portanti della struttura e del funzionamento - la società cooperativa. Alle tante categorie di banche, quasi su misura per ciascuna categoria di utenti dei servizi bancari o per ciascun tipo di credito, quali sono elencate, rispettivamente, negli artt. 5 e 41 della legge del 1936, si sono così sostituite esclusivamente le società per azioni e le società cooperative (banche popolari e banche di credito cooperativo). 

    5 - Il T.U. 1° settembre 1993, n. 385 


    La stessa legge 19 febbraio 1992 n. 142 - legge comunitaria per il 1991 - che ha conferito (artt. 1, 2 e 25, primo comma) al Governo la delega per dare attuazione alla direttiva n. 646 del 1989, ha altresì conferito (artt. 1, 2 e 25, secondo comma), delega per raccogliere in testo unico le disposizioni adottate per attuare la direttiva medesima, coordinandole “con le altre disposizioni vigenti nelle stesse materie, apportandovi le modifiche necessarie a tal fine”. Alla sobrietà dei criteri che la prima delle due deleghe fissa per l’attuazione della direttiva (sostanzialmente: riserva alle banche dell’attività di raccolta del risparmio; principio dell’home country control; libera prestazione dei servizi nella Comunità anche senza stabilimento di filiali; libera pubblicizzazione dei servizi offerti; ricerca delle disposizioni più idonee per adeguare alla direttiva la disciplina vigente in Italia per le banche), va correlata la singolare ampiezza della delega contestualmente conferita per la formazione del testo unico, poi approvato con d.lgs. 1° settembre 1993 n. 385. Per quest’ultima si è trattato però di delega complessa, articolata secondo due linee ben distinte e definite: coordinamento delle disposizioni emanate per dare attuazione alla direttiva “con le altre … vigenti nella stessa materia”; introduzione delle modifiche necessarie al fine di realizzare il coordinamento. Più che nelle singole innovazioni, lo spirito di questa singolare riforma nella continuità si coglie considerando la nuova configurazione assunta dal sistema nel suo complesso. Solo la visione dell’insieme, invero, fa emergere quanto la riforma, pur seguendo le linee della lunga elaborazione che l’ha preceduta, abbia operato in profondità sulla struttura e sulla stessa operatività (e capacità di operare) del sistema bancario. Da ciò è derivata la realizzazione, per la prima volta dopo settanta anni, di un corpus unitario di norme, di un codice unico. Sul piano dei contenuti, poi, risultano mutati gli assetti del sistema e delle sue principali connotazioni, ampliato l’ambito di applicazione della superata legislazione che si richiamava alla legge bancaria del 1936, innovati gli obiettivi che lo Stato si propone con la disciplina del sistema bancario e finanziario (cfr. la documentazione pubblicata in Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, Quaderno di ricerca giuridica n. 42 della Consulenza Legale della Banca d’Italia, Roma 1994, vol. II). La portata largamente innovatrice della disciplina così formata ha fatto talora esprimere il dubbio che il legislatore delegato si sia mantenuto nei limiti dei criteri fissati dal Parlamento nella legge delega (GUARINO, L’armonizzazione della legislazione bancaria: la revisione dell’ordinamento del 1936, in Riv. Bancaria 1995, n. 3; per una più ampia rassegna delle opinioni espresse sul punto, cfr. FERRO-LUZZI CASTALDI, La nuova legge bancaria, cit., 20). Per contro, sempre in dottrina (MERUSI, La redazione del T.U. bancario. Problemi di tecnica legislativa, in Dall’attuazione della II Direttiva CEE in materia bancaria al T.U., Atti del Convegno di Bari, 5 e 6 marzo 1993, a cura di ANTONUCCI, Bari 1993), si è anche rappresentato il convincimento che il legislatore delegato non abbia utilizzato tutti i margini di una delega di ampiezza indubbiamente particolare. In realtà, lo stesso generale favore con il quale il T.U. è stato accolto testimonia come le sue norme conservino saldi fondamenti nelle leggi in esso confluite e come il legislatore delegato abbia voluto, proprio in spirito di continuità, evitare innovazioni non necessarie a recepire le novità legislative intervenute e nel contempo registrare nelle sue norme i risultati dell’evoluzione nel tempo verificatasi (SEPE, Brevi note sul testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, in Banca Borsa e Titoli di credito 1994, 505; CAPRIGLIONE, L’ordinamento finanziario verso la neutralità, Padova 1994; CAPRIGLIONE (a cura di), Commentario al Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, Padova 1994; COSTI, L’ordinamento bancario, Bologna 1994; MOLLE-DESIDERIO, Manuale del diritto bancario e dell’intermediazione finanziaria, Milano 1994; DESARIO, Il controllo pubblico sul sistema finanziario: scritti vari, Bari 1995; FERRO-LUZZI CASTALDI (a cura di), - La nuova legge bancaria. Il Testo Unico e le disposizioni di attuazione, Milano 1995; CASSESE, La nuova costituzione economica, Bari 1995; RISPOLI FARINA (a cura di), La nuova legge bancaria. Prime riflessioni sul Testo Unico in materia bancaria e creditizia, Napoli 1995; Sistema finanziario e governo del cambiamento, edizione speciale per il 50° anniversario di Minerva Bancaria, 1995; AMOROSINO (a cura di), Le banche: regole e mercato. Dopo il Testo Unico delle leggi creditizie, Milano 1995). Con l’occasione è stato adottato, finalmente, il termine banche, per definire le imprese che svolgono attività di intermediazione nel credito, così come è nella prassi corrente e nella terminologia anche ufficiale degli altri Paesi. L’abbandono dell’endiadi aziende ed istituti di credito è, del resto, ampiamente giustificata per aver essa perso - dopo che per oltre un cinquantennio ha connotato il sistema bancario italiano (DE VECCHIS, voce Aziende ed istituti di credito, cit.) - gran parte del suo significato. Come si è detto, infatti, nel nuovo sistema non si distinguono più gli enti creditizi sulla base dei tempi di raccolta e di impiego e/o delle tipologie di credito esercitato. Soprattutto, in esso non sussiste più una specializzazione funzionale del credito rilevante a livello di definizione legislativa. Sempre sul piano sistematico del coordinamento e, soprattutto, della conoscibilità delle leggi, va ascritto al merito del legislatore delegato infine, il risultato di chiarezza legislativa conseguito attraverso la espressa enunciazione di tutte le norme che, con l’entrata in vigore del T.U. 385/1993, sono state abrogate quelle che continuano transitoriamente ad essere applicate in attesa di successiva normativa a livello secondario (cfr. artt. 1 e 2). E ciò pur non rinunciando alla generica e cautelativa formula residuale, consueta in situazioni del genere, che “è abrogata ogni altra disposizione” con esso incompatibile. 

Al di là della volontà di raggiungere quei risultati di certezza del diritto che sarebbe auspicabile il legislatore si proponesse più di frequente, è stato posto in evidenza, e va qui sottolineato perché si aggiunge alla finalmente conseguita unitarietà del testo normativo di base, che questo attento, puntuale e spesso minuzioso lavoro di individuazione della norma vigente, talora ritagliandola da contesti più ampi e confusi, “svela l’intenzione di restaurare, sia pure solo nel settore economico bancario, l’unità ordinamentale, eliminando lacune, incoerenze, antinomie” (MONTEDORO, Commento all’art. 161, in Commentario al T.U. delle leggi in materia bancaria e creditizia, a cura di CAPRIGLIONE). 

    6 - Le successive modifiche 

    Fin da subito il d.lgs. n. 385/93 è stato oggetto di integrazioni, modifiche, ripensamenti legislativi che hanno talora profondamente inciso sull’originario assetto degli istituti nonché sulla composizione degli interessi realizzati in sede di sua promulgazione. Il d.l. 4 gennaio 1994 n. 1 (convertito in l. 17 febbraio 1994, n. 135) modifica, all’art. 1, il testo dell’art. 44 in materia di garanzie per i finanziamenti di credito agrario e peschereccio. La modifica consiste, nella buona sostanza, da un lato, nella espunzione dell’inciso che, nella primigenia formulazione della norma, consentiva l’operatività del privilegio speciale di cui all’art. 46 anche ai finanziamenti a breve termine; dall’altro, nella reviviscenza di una particolare forma di privilegio legale ai finanziamenti di credito agrario e peschereccio effettuati mediante l’utilizzo di cambiale agraria e di cambiale pesca. 
Per inciso, è singolare che tale scelta venga successivamente capovolta con l’art. 7 del d. lgs. 4 agosto 1999, n. 342 che, nell’apportare ulteriori modifiche al T.U., riformula questa tribolata norma attraverso una sorta di ritorno alla originaria formulazione con la (ri)estensione del privilegio convenzionale anche ai finanziamenti a breve termine e la (ri)eliminazione della cambiale agraria e di quella pesca quali strumenti cui è indefettibilmente subordinata la costituzione del privilegio legale. Riprendendo la cronologia legislativa, due avvisi di rettifica (rispettivamente, in G.U. n. 8 del 12 gennaio 1994 e n. 54 del 7 marzo 1994) apportano lievi modifiche al testo dell’art. 98 e correzioni all’art. 161. La legge comunitaria relativa all’anno 1993 (l. 22 febbraio 1994, n. 146) introduce poi una norma di delega al governo alla emanazione, entro due anni dalla sua entrata in vigore, di disposizioni integrative e correttive del T.U.. Spirato inutilmente il termine della delega, le modifiche vengono comunque introdotte approfittando di altra delega legislativa: quella alla promulgazione della legge delegata per l’attuazione delle direttive comunitarie in tema di servizi d’investimento (l. 6 ottobre 1996, n. 52). Nel c.d. “decreto eurosim” (d.lgs. 23 luglio 1996, n. 415) compare così un articolo, il 64, che raggruppa in ben 36 commi le “Modifiche al t.u. bancario”. Sono, queste, modifiche di consistente spessore che riguardano, tra l’altro, la raccolta del risparmio, le obbligazioni bancarie, la sospensione dei pagamenti e, più in generale, la disciplina delle crisi bancarie, quella degli intermediari finanziari non bancari, il controllo sull’emissione di valori mobiliari, l’abusivismo finanziario, le sanzioni. Realizzandosi, anche per l’intermediazione mobiliare, il coordinamento delle relative disposizioni per il tramite di un testo unico normativo che trae origine da quella stessa legge di delega all’adeguamento dell’ordinamento interno a quello comunitario, il citato decreto - ponte n. 415/1996 ha, come il precedente decreto n. 481/1992 in materia bancaria, vita breve. Le sue norme vengono infatti trapiantate, non senza modificazioni, nel d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, Testo Unico dell’intermediazione finanziaria (d’ora innanzi: TUF) che, da un lato, preserva dall’abrogazione il richiamato art. 64; dall’altro, apporta, con l’art. 211, ulteriori (sebbene, in questo caso, marginali) modifiche al T.U. bancario in tema di comunicazioni del collegio sindacale (art. 52), di elenco speciale degli intermediari finanziari (art. 107), di abrogazione della norma che confermava le disposizioni vigenti nel ’93 sull’intermediazione mobiliare (art. 160). Ancora, con le leggi delegate per l’introduzione dell’Euro viene prima abrogato l’art. 148 in tema di obbligazioni stanziabili (cfr. art. 6, co. 3, d.lgs. 10 marzo 1998, n. 43), poi modificate le norme relative alla ridenominazione dei valori monetari (cfr. art. 4, co. 2, lett. d - f d.lgs. 24 giugno 1998, n. 213). La legge comunitaria relativa agli anni 1995 - 1997 (l. 24 aprile 1998, n. 128) conferisce ulteriore delega all’emanazione di norme integrative e correttive del T.U.. Da ciò il d. lgs. 4 agosto 1999, n. 342 che ulteriormente modifica in maniera significativa la legge del 1993, dal credito fondiario a quello su pegno, dalla cessione di rapporti giuridici alla gestione provvisoria, dalla trasparenza bancaria alle modalità di calcolo degli interessi, il famoso anatocismo bancario. A questo decreto si affianca, sotto la stessa data, altro decreto (il n. 333/1999) di attuazione, per il settore bancario, della direttiva 95/26/CE relativa al rafforzamento della vigilanza prudenziale per il tramite di una più stretta collaborazione fra autorità di controllo ed altre autorità nazionali ed estere. Il d. lgs. 25 febbraio 2000, n. 63 apporta, da ultimo, talune modifiche in materia di credito al consumo, modificando le corrispondenti norme del T.U.. Completezza informativa e di analisi impone che si faccia infine menzione delle nota sentenza (Corte cost.,9 - 17 ottobre 2000, n. 425, in G.U. 1ª serie speciale del 25 ottobre 2000) con cui il giudice delle leggi ha dichiarato costituzionalmente illegittimo per eccesso di delega l’art. 25, co. 3, d.lgs. 4 agosto 1999, n. 342, cit., che “senza distinguere fra contratti ed effetti contrattuali anteriori o posteriori alla data della propria entrata in vigore, stabilisce una indiscriminata validità temporanea delle clausole anatocistiche bancarie contenute in contratti stipulati anteriormente all’entrata in vigore della prevista deliberazione del CICR, prescindendo dal tipo di vizio da cui sarebbero colpite e da ogni collegamento con il testo unico bancario, che non sia meramente occasionale”. La delegificazione ha costituito, costituisce il proprium, il valore aggiunto che, sul piano della tecnica legislativa, traccia la netta soluzione di continuità della odierna legge bancaria rispetto alla precedente, di questo provvedimento rispetto ad altre leggi di settore. E’ funzionale, tramite il rinvio alla normazione secondaria predisposta dalla (e) autorità creditizia (e), al costante, continuo ammodernamento dei contenuti normativi atti a regolare, a dominare l’odierno impetuoso cambiamento della sottostante realtà economica e fenomenica altrimenti difficilmente governabile. La sua efficacia, soprattutto la sua effettività a fini di regolazione del diritto dell’impresa e del mercato bancario e finanziario imprescindibilmente tuttavia postulano, presuppongono che la norma primaria, la cornice, sia caratterizzata da un elevato tasso di stabilità. La teoria, tanto economica quanto giuridica, segnala quali “tratti caratteristici delle regole essenziali che governano e strutturano i mercati...quelli della stabilità e dell’inderogabilità. L’essere le norme in esame di lunga durata costituisce la condizione fondamentale che assicura certezza ai soggetti coinvolti negli scambi anche in termini di prevedibilità circa le aspettative riposte nell’attività negoziale nonché le conseguenze legate alla violazione delle medesime regole. Al tempo stesso, la non modificabilità di tali norme di ordine pubblico economico preserva l’uniforme regolamentazione di tutte le operazioni che si svolgono nel mercato” (A. IANNARELLI, La disciplina dell’atto e dell’attività: contratti tra imprese e tra imprese e consumatori, in AA.VV.., Diritto privato europeo, a cura di N. LIPARI, Padova, 1997, p. 497). La stabilità della legge è un valore, una precondizione della sua effettività; l’osservanza diffusa e durevole della regola di condotta preserva non solo gli usi, ma anche la legge dalla desuetudine. E’, nel settore di riferimento, valore sommo che consente alle autorità creditizie di perseguire con autorevolezza, con l’autorevolezza che loro deriva dall’agire in una cornice normativa nota, certa e condivisa, gli obiettivi della vigilanza, tra i quali, non a caso, quello di un’altra stabilità: la stabilità del sistema finanziario. E’ tuttavia valore oggi smarrito, disatteso, obliterato. L’ansia delle leggi (cfr. amplius, A. CARRIERO, Autonomia privata e disciplina del mercato: il credito al consumo, Torino, 2002, p. 153 ss), l’emergenza, il nuovismo caratterizzano, come si è visto, anche un settore storicamente governato da leggi iperstabili quali quella bancaria del ’36. Determinano problemi di ineffettività, costi di regolamentazione e transattivi crescenti, delicate questioni sulla stessa conoscibilità delle regole; generano “vere e proprie carneficine degli ingegni, rendendo sempre più arduo e insicuro il lavoro dell’interprete” (G. MARZIALE, Codice delle società, Premessa alla 5^ ed., Milano, 1995). 

    7 - Le autorità creditizie e le funzioni di vigilanza 


    Il Testo Unico conferma, sul piano soggettivo, l’apparato di controllo delineato dalla legislazione previgente. Compongono infatti le “autorità creditizie” il Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio (CICR), il Ministro dell’Economia e delle Finanze e la Banca d’Italia. Sono note le polemiche che hanno accompagnato tale conferma con precipuo riferimento alla compatibilità della presenza del CICR, e cioè di un organo politico, in un modello di organizzazione della vigilanza sui mercati creditizi e finanziari per contro imperniato sulle autorità amministrative indipendenti. Si è così denunciata “l’ambigua commistione di due modelli istituzionali: la proposta della Banca d’Italia appartiene al mondo della correzione della concorrenza, suggerita e legittimata dalla ‘natura delle cose’ di un mercato concorrenziale; la deliberazione del Comitato appartiene al mondo dell’indirizzo politico, per definizione non condizionabile dalla natura delle cose, ma inteso a mutare anche, se del caso, la natura delle cose” (F. MERUSI, Commento all’art. 2, ne AA.VV., Commentario al Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, a cura di F. CAPRIGLIONE, Padova, 1994, p. 8). Alla natura di organo politico del Comitato, “cui competono funzioni prevalentemente deliberative in materia di normativa (secondaria) e di indirizzi da dare al settore” (P. DE VECCHIS, Il Comitato Interministeriale per il Credito ed il Risparmio, ne AA.VV., La nuova legge bancaria, a cura di P. FERRO LUZZI e G. CASTALDI, I, Milano, 1996, p. 90), altra dottrina ha opposto che “l’emanazione del T.U. dovrebbe consentire di ridurre, se non di eliminare, quelle incertezze dal momento che le nuove norme offrono argomenti di notevole rilevanza a favore della tesi che sosteneva e sostiene la natura amministrativa del CICR” (R. COSTI, L’ordinamento bancario, Bologna, 1994, p. 78), quali principalmente quello che il Comitato ha ora, diversamente dal passato, un’attività vincolata nei fini, essendo il vincolo scolpito dalla norma (art. 5) che segna le finalità che le autorità creditizie devono perseguire nell’esercizio dei loro poteri. Di là delle descritte, non composte diversità di vedute, resta il dato dell’ordinamento verticistico di settore, avendo il Comitato mantenuto “l’alta vigilanza in materia di credito e di tutela del risparmio” (art. 2). L’attuale composizione del Comitato ricalca sostanzialmente quella che l’ha preceduta, fatto ovviamente salvo l’adattamento nella nomenclatura dei Ministri che ne fanno parte. Come in passato, “alle sedute del Comitato partecipa il Governatore della Banca d’Italia” con funzioni consultive. Degno di nota è il passaggio da una struttura di collegio perfetto alla determinazione di quorum tanto costitutivi quanto deliberativi, che costituiscono espressione dell’esigenza di funzionalità dell’organo. Si è ricordato che il perimetro dei poteri tipici del CICR si svolge con riferimento all’alta vigilanza sull’area dell’attività creditizia e su quella della tutela del risparmio bancario e non bancario. Come in passato, si estrinseca altresì in materia valutaria, avendo l’art. 161 abrogato il d.l.C.p.S. n. 691/1947, eccezion fatta (tra l’altro) proprio per “le competenze valutarie del CICR”; non si estendeva, non si estende, non potrà estendersi ex art. 108 del Trattato alla materia monetaria. Gli atti del CICR, di contenuto normativo, assumono la veste di provvedimenti amministrativi generali o di veri e propri regolamenti. E’ invece venuto meno il potere di direttiva che legge bancaria e decreto del 1947 assegnavano al CICR e che parte della dottrina riteneva esercitabile anche nei confronti della Banca d’Italia nell’attività di vigilanza. Ciò determina, da un lato, una “accresciuta autonomia della Banca d’Italia nell’esercizio della vigilanza bancaria ed un più deciso caratterizzarsi in senso tecnico della relativa funzione a quest’ultima attribuita” (P. DE VECCHIS, Il Comitato etc., cit., p. 89), dall’altro, una più nitida distinzione delle aree di competenza delle tre autorità creditizie: momento politico o, se si preferisce, di alta amministrazione (CICR); momento tecnico teso al perseguimento degli obiettivi finali della vigilanza (Banca d’Italia); momento politico - amministrativo complementare alla vigilanza (Ministro dell’Economia e delle Finanze, con competenze in materia di requisiti di soci ed esponenti bancari; sanzioni amministrative; amministrazioni straordinarie e liquidazioni etc.). 

L’autonomia della Banca d’Italia risulta altresì dalla disciplina del ricorso gerarchico improprio al CICR avverso i provvedimenti della Banca, che “conferma la piena autonomia dei poteri riconosciuti alla Banca d’Italia nell’emanazione di quei provvedimenti: se la Banca d’Italia non avesse competenza esclusiva, il CICR potrebbe appropriarsi di poteri di amministrazione attiva e non sarebbe invece configurato come un organo sovraordinato” (A. ANTONUCCI, Diritto delle banche, 2^ ed., Milano, 2000, p. 49). Riguardo al Ministro dell’Economia, l’art. 3 T.U. prevede insieme competenze esclusive e competenze concorrenti. Delle prime si è già fatto sinteticamente cenno. Le seconde consistono nella riproposizione del potere sostitutivo del CICR da parte del Ministro nei casi d’urgenza, con mero obbligo di notizia (è dunque radicalmente esclusa ogni configurabilità di ratifica) all’organo collegiale “nella prima riunione successiva, che deve essere convocata entro 30 giorni”. Infine, la Banca d’Italia, i cui poteri di vigilanza vengono efficacemente indicati nell’art. 4 T.U. ricorre, a mente del primo comma di tale disposizione, anzitutto un potere propositivo per le deliberazioni di competenza del CICR relative all’attività di vigilanza sulle banche e sugli intermediari finanziari soggetti al controllo della stessa Banca d’Italia. Viene inoltre, dallo stesso primo comma, precisata la tipologia degli atti attraverso cui si estrinseca la funzione di vigilanza rinviando, per le materie, alle molteplici previsioni di legge attributive di poteri. Questa tipologia comprende regolamenti amministrativi, istruzioni di vigilanza e provvedimenti particolari. Essa realizza, sul piano degli strumenti, delle tecniche a disposizione dell’autorità di controllo, l’istanza di delegificazione cui è preordinata la riforma della legislazione bancaria italiana. E ciò, in particolare, attraverso la formale attribuzione a Banca d’Italia del potere regolamentare che, nella descritta impostazione viene ora a cumularsi con quello di emanazione di provvedimenti amministrativi generali, cui costituiscono espressione, secondo la prevalente dottrina, le istruzioni di vigilanza. E’ infatti noto che “i caratteri che...valgono a differenziare i regolamenti dagli atti e provvedimenti amministrativi generali vanno individuati in ciò, che questi ultimi costituiscono espressione di una semplice potestà amministrativa e sono diretti alla cura concreta di interessi pubblici, con effetti diretti nei confronti di una pluralità di destinatari non necessariamente determinati nel provvedimento, ma determinabili; i regolamenti, invece, sono espressione di una potestà normativa attribuita all’amministrazione, secondaria rispetto alla potestà legislativa, e disciplinano in astratto tipi di rapporti giuridici mediante una regolamentazione attuativa o integrativa della legge, ma ugualmente innovativa rispetto all’ordinamento giuridico esistente, con precetti che presentano i caratteri della generalità e dell’astrattezza, intesi essenzialmente come ripetibilità nel tempo dell’applicazione delle norme e non determinabilità dei soggetti cui si riferiscono” (Cass., Sez. Un., 28 novembre 1994, n. 10124). A fronte dell’ampiezza di tali poteri, la legge prescrive in capo a Banca d’Italia l’obbligo di determinare e rendere previamente pubblici i principi e i criteri dell’attività di vigilanza (art. 4, co. 2), nonché di pubblicare annualmente una relazione sull’attività di vigilanza (art. 4, co. 4). Banca d’Italia è inoltre tenuta a predeterminare le regole procedimentali che governano l’esercizio dell’attività di vigilanza: stabilisce i termini per provvedere, individua il responsabile del procedimento, indica i motivi delle decisioni e pubblica i provvedimenti aventi carattere generale (art. 4, co. 3). La scansione della norma evoca la legge sulla trasparenza del procedimento amministrativo, la l. n. 241/90, che viene peraltro nel caso di specie dichiarata applicabile nei limiti della compatibilità. La ratio della (parziale) deroga è da porre in relazione alla disciplina del segreto d’ufficio, visto che “ai sensi dell’art. 7 T.U. e 24 l. 7 agosto 1990, n. 241, non sussiste il diritto di accesso alle notizie, alle informazioni e ai dati di cui la Banca d’Italia sia in possesso in ragione della sua attività di vigilanza e che sono perciò coperti dal segreto d’ufficio” (Cons. Stato, sez. I, 17 giugno 1998, n. 990 ed ulteriore giurisprudenza amministrativa in termini, non contraddetta sul punto dalla recente Corte Cost., 3 novembre 2000, n. 460). Con regolamento del 16 maggio 1994 la Banca d’Italia ha individuato, nel dettaglio, le categorie di documenti amministrativi sottratti all’accesso a norma del richiamato art. 24 l. n. 241/1990. Conclusivamente sul punto, mette conto considerare che le competenze della Banca d’Italia in materia di sistemi di pagamento (art. 146) non rientrano nel paradigma della vigilanza bancaria e finanziaria, essendo invece riferibili al ruolo di autorità monetaria da questa svolto nel vigente ordinamento giuridico (G. CARRIERO, La vigilanza della Banca d’Italia sul sistema dei pagamenti: obiettivi e strumenti, ne AA.VV., Scritti in memoria di P. De Vecchis, Roma, 1999, I, p. 137), mentre sono a quelle funzioni ascrivibili i poteri in materia di trasparenza bancaria e di credito al consumo che sottendono obiettivi di competitività del sistema finanziario (G. CARRIERO, Autorità indipendenti e tutela del consumatore: la Banca d’Italia, in Contratto e impresa, 1999, p. 696). Passando alle funzioni di vigilanza, esse si esplicano “nei confronti della banche, dei gruppi bancari e degli intermediari finanziari” (art. 5, co. 2), avendo l’obiettivo di assicurare la sana e prudente gestione dei soggetti vigilati, la stabilità complessiva, l’efficienza e la competitività del sistema finanziario. E’ stato opportunamente osservato che, “interpretato in chiave sistematica”, l’art. 5 “sembra costituire la pietra di volta che regge l’intera costruzione dell’ordinamento bancario e sembra dettare la formula che sintetizza il funzionamento del mercato creditizio, consentendo il raggiungimento anche di obiettivi di sistema” (V. DESARIO, Il Testo Unico delle leggi bancarie e creditizie e il nuovo ruolo della vigilanza, ne AA.VV., La nuova legge bancaria, cit., p. 68). Sotto altro versante, nel codificare gli obiettivi della vigilanza, esso rappresenta il bilanciamento legislativo dell’ampia decodificazione (scilicet, delegificazione) degli strumenti a disposizione delle autorità di settore. Le forme attraverso cui la vigilanza viene esercitata sono specificate nel Titolo III. Esse consistono in una vigilanza informativa, in una vigilanza regolamentare, in una vigilanza ispettiva. La complementarità dei tre momenti è di manifesta evidenza. Riguardo ai poteri conoscitivi, “da un canto c’è l’obbligo dei soggetti vigilati di trasmettere ampia documentazione all’organo di vigilanza, d’altro canto c’è il potere dell’organo di vigilanza di verificare e acquisire informazioni mediante ispezioni del soggetto vigilato” (A. ANTONUCCI, Diritto delle banche, cit., p. 244). Circa invece la vigilanza regolamentare, si è già ricordato che fondamentalmente risiede nella determinazione della norma agendi che regola la condotta dei destinatari della prescrizione. Con riferimento alle banche, la vigilanza abbraccia, dalla culla alla morte, l’attività d’impresa da queste esercitata. Si svolge nel momento genetico attraverso il meccanismo dell’autorizzazione all’accesso al mercato creditizio; in quello funzionale attraverso le tre modalità ora richiamate; in quello estintivo attraverso la speciale disciplina delle crisi (amministrazione straordinaria, liquidazione coatta amministrativa) contemplata nel Titolo IV. Riguarda tanto il momento atomistico, la singola banca, quanto quello molecolare, il gruppo bancario, oggetto di vigilanza su base consolidata. Suppone uno stringente, continuo controllo delle partecipazioni al capitale nelle banche (art. 19 ss.) e delle banche (art. 54); delle modificazioni statutarie e dell’atto costitutivo (art. 56); dei procedimenti di aggregazione e scorporo (fusioni e scissioni); della cessione di aziende e, più in generale, di rapporti giuridici (art. 58); addirittura delle denunce dei soci ex art. 2409 cod. civ.. Ciascuna delle tematiche ora evocate sconta, a meri fini illustrativi, approfondimenti monografici intuitivamente incompatibili con caratteristiche, finalità, dimensioni di questo scritto. In tale consapevolezza non può peraltro qui omettersi di considerare che istituti, strumenti, regole del controllo prudenziale si basano sulla formula della “sana e prudente gestione”, che rappresenta il parametro cui viene riferita l’azione della vigilanza. Ed è parametro talora controverso. ”Si è detto che, nel T.U., i redattori si sono entusiasmati per l’espressione e quindi l’hanno adoperata dappertutto”, ancorché “in via d’esegesi della formula, s’è tentato di individuare possibili confini all’espansione del criterio, ma senza solidi risultati” (A. ANTONUCCI, Diritto delle banche, cit., p. 56). In particolare, attribuire alla sana e prudente gestione natura di “nuova clausola generale che il legislatore del Testo unico ha posto a presidio delle modalità di svolgimento dell’azione amministrativa” (F. CAPRIGLIONE, L’ordinamento bancario verso la neutralità, Padova, 1994, p. 141) significa adoperare una categoria civilistica (quella delle clausole generali) in un contesto di diritto pubblico in cui non v’è, a ragione, traccia di principi della specie, essendo l’elasticità valutativa naturalmente e fisiologicamente sottesa alla stessa nozione di discrezionalità amministrativa. 

A dispetto delle apparenze, è per lo meno opinabile ritenere che ciò implica un “accrescimento a dismisura della discrezionalità dell’autorità creditizia nello svolgimento della sua attività concreta” (G. MINERVINI, Il vino vecchio negli otri nuovi, ne AA.VV., La nuova legge bancaria, a cura di M. RISPOLI FARINA, Napoli, 1995, p. 11). Ciò è infatti irreversibilmente escluso dall’evoluzione del sistema bancario e finanziario e dagli stessi impegni assunti in sede comunitaria. D’altronde, la Banca d’Italia, pur dotata di tali attribuzioni, ne ha fatto uso prevalente con riferimento alla qualità degli azionisti ed all’affidabilità della situazione finanziaria, che costituiscono paradigmi di riferimento dell’espressione nell’ambito della seconda direttiva bancaria (cfr. artt. 5 e 11 dir. n. 89/646). Nel senso indicato, la formula “sana e prudente gestione” costituisce “il punto di saldatura tra obiettivi di sistema, azione di vigilanza e condotta delle imprese; sintetizza i valori della stabilità, dell’efficienza, dell’integrità e del corretto funzionamento del sistema finanziario” (V. DESARIO, Solidarietà ed etica nella finanza: rapporto tra sistema finanziario e Terzo settore, in Banca d’Italia, Documenti, Roma, n. 558/1997, p. 9). 



    8 - Banche e Intermediari finanziari 

    Il T.U. introduce non solo l’innovazione lessicale “banche” che tiene luogo della previgente locuzione di “ente creditizio” adottata dal decreto n. 481/1992, ovvero di quella “aziende e istituti di credito” della vecchia legge bancaria del ’36, ma anche un Capo (il primo del Titolo II) espressamente dedicato alla “nozione di attività bancaria e di raccolta del risparmio”. Quella, come in passato, consiste nel congiunto svolgimento della raccolta di risparmio tra il pubblico e nell’esercizio del credito. Dal passato sembra nominalisticamente diversificarsi per essere non già (o non più) funzione di interesse pubblico (art 1 , co. 1, r.d.l. n. 375/1936 e successive modificazioni e integrazioni), ma per rivestire, piuttosto, “carattere d’impresa”. Di fatto, tuttavia: a) l’esistenza di una funzione di interesse pubblico dell’attività bancaria, sintomatica della ricorrenza di un ordinamento di settore (in quanto tale evidentemente diversa dalla pubblica funzione o dal pubblico servizio di stampo penalistico) è testimoniata dalla stessa specialità della normativa contenuta nel T.U. rispetto a quella che disciplina l’impresa personificata di diritto comune; b) la natura imprenditoriale dell’attività bancaria è sancita, oltre mezzo secolo prima dell’entrata in vigore del T.U., dall’art. 2195, n. 4), cod. civ. Non risulta pertanto chiaro né il perché né, soprattutto, il valore giuridico dell’espressione, salvo a volerne minimizzare la portata in guisa di superfetazione normativa che auspichi, raccomandi che l’attività bancaria sia svolta con carattere d’impresa. Opportunamente la dottrina spiega la genesi della disposizione con “l’incubo dell’espressione ‘funzione di interesse pubblico’ contenuta nell’art. 1 l.b. e delle nefaste conseguenze arrecate con la scusa di questa norma che ha spinto il legislatore a ribadire che l’attività di raccolta del risparmio per l’esercizio del credito, e l’esercizio del credito con il risparmio così raccolto, ha, deve avere e non può non avere carattere d’impresa, conclusione questa alla quale sicuramente si sarebbe pervenuti anche senza questa precisazione” (P. FERRO LUZZI, Lezioni di diritto bancario, Torino, 1995, p. 85). L’esercizio dell’attività bancaria quale attività d’impresa caratterizzata dal collegamento funzionale tra raccolta del risparmio tra il pubblico ed erogazione del credito (sulla limitazione “tra il pubblico” al solo momento della raccolta, v. i rilievi critici di P. FERRO LUZZI, op. cit., p. 86 ss.) è, rimane riservato alle banche, come pure soggetta a riserva è la sola raccolta del risparmio. L’art. 11, più volte modificato, precisa termini e condizioni di deroga a siffatta riserva. Oltre alla raccolta del risparmio tra il pubblico ed all’attività bancaria, le banche possono esercitare ogni altra attività finanziaria, nonché attività connesse e strumentali, fatte ovviamente salve le riserve d’attività contemplate dall’ordinamento. E’ questa la sostanziale, più consistente innovazione apportata dal Testo unico, che ribalta l’opposto principio della legge del ’36 di separazione dell’attività a breve da quella a medio - lungo termine, da un lato, di limitazione dell’attività delle banche alla sola attività bancaria, dall’altro. Non si tratta solo del passaggio dalla specializzazione c.d. “funzionale” alla despecializzazione; dalla banca monofunzionale a quella polifunzionale (o banca universale). La cesura con il passato è più ampia, è culturale; investe tanto l’assenza di un limite esterno, quanto, forse, la stessa dimensione euristica, gnoseologica, fenomenica di “banca”. Sotto il primo versante, il rinvio alla nozione di “attività finanziaria” quale confine estremo alla polifunzionalità dell’intermediario bancario equivale, invero, ad un non rinvio; manca, nell’ordinamento vigente, una nozione di attività finanziaria, limitandosi il T.U. a definire (ma solo per l’applicazione della relativa disciplina) gli intermediari finanziari come “i soggetti iscritti nell’elenco previsto dall’art. 106” (cfr. art. 1, co. 2, lett. g). Stante la continua, progressiva espansione dell’area di riferimento siccome soggetta a modifiche ed innovazioni, nonché il testuale richiamo della norma ad “ogni” attività finanziaria quale sfera della capacità d’agire del soggetto bancario, il principio che da ciò deriva è quello della piena libertà d’intrapresa salve espresse limitazioni di legge, all’evidenza giustapposto al pregresso principio di tassatività dell’oggetto sociale. Più in generale, può fondatamente ritenersi venuto meno il permanere in capo alle società bancarie del vincolo dell’esclusività dell’oggetto sociale, atteso che la modifica legislativa gioca nel senso di sottrarre la banca ad uno statuto soggettivamente speciale, per rendere invece “speciale”, sotto il versante delle regole disciplinari e di vigilanza, l’attività bancaria nell’ampia accezione derivante dal combinato disposto dei commi primo e terzo dell’art. 10.Tale riflessione sollecita una più inquietante domanda: quella sugli elementi costitutivi, effettivi e non nominalistici, della banca, e così sull’essenza dell’attività bancaria. Aperto il vaso di Pandora, dischiusa la possibilità dell’esercizio di attività economiche ulteriori rispetto alla tradizionale mera raccolta del risparmio per l’esercizio del credito, diviene difficile riferire a tutte le società bancarie un giudizio di prevalenza di questa rispetto a quelle attività. La metamorfosi non investe, non può investire il solo contesto operativo di paesi dell’Unione diversi dall’Italia: il gioco della concorrenza tra gli ordinamenti, del mercato unico, della rimozione del confine lo esclude irreversibilmente. Esempi tangibili nel senso indicato non mancano. Ciò determina, per il giurista, non tanto problemi di coerenza sistematica, di scompensi nella reductio ad unum del mosaico, quanto concreti disagi nell’inquadramento dei fenomeni, nella determinazione della disciplina applicabile a soggetti che, rivestendo il formale status di banca, svolgano prevalentemente attività regolate da insiemi di norme diverse da quelle riferibili a società bancarie. Passando alle caratterizzazioni strutturali e tipologiche dei soggetti operanti nel mercato bancario, il Testo unico del credito riduce a due sole le forme giuridiche di impresa collettiva abilitata ad operare come banca: quella della società per azioni e quella della società cooperativa per azioni a responsabilità limitata (art. 14, lett. a). A questi due tipi societari, sottoposti alla disciplina di diritto comune del codice civile ed a quella speciale del T.U., se ne aggiunge un terzo, rappresentato dalla società bancaria con azioni quotate in mercati regolamentati, che soggiace alle regole introdotte dal Testo Unico della Finanza (d. lgs. n. 58/1998, artt. 119 ss.) per queste società di capitali. Le banche cooperative, disciplinate dal Capo V, comprendono, a loro volta, le due categorie di aziende di credito che nella vecchia legge bancaria del ’36 avevano forma organizzativa di società cooperative: le banche popolari e le casse rurali ed artigiane, che il T.U. ridenomina come banche di credito cooperativo. Alla diffusa crisi d’identità dello scopo mutualistico nelle società cooperative in genere, alla conseguente difficoltà di tracciare solidi tratti distintivi tra società lucrative e cooperative si sommano, nell’ordinamento bancario, problemi di consistente momento nella individuazione di un qualche pur vago indizio di causa mutualistica per il contratto di società costitutivo della banca popolare, visto che “già trent’anni fa autorevolmente si sosteneva che la banca popolare mantiene la struttura organizzativa di società cooperativa, essendo in realtà una banca che opera come se fosse una società lucrativa” (A. ANTONUCCI, Diritto delle banche, cit., p. 133). Di là della forzatura legislativa, resta tuttavia il dato positivo, che l’interprete non può ignorare, dell’appartenenza di questa categoria di banche al genus cooperativistico, confermato dall’applicazione delle due basilari regole che valgono a differenziare formalmente questo tipo societario dalla società lucrativa: il voto capitario (ogni socio ha diritto ad un voto indipendentemente dall’entità della partecipazione) ed il principio della porta aperta (il capitale è variabile, non essendo l’ingresso e l’uscita del socio legate alle formalità relative alle variazioni in aumento o in riduzione del capitale fisso). Se per le banche il termine di raffronto della normativa contenuta nel T.U. è indubbiamente la vecchia legge bancaria del ’36, non altrettanto può dirsi per l’altra categoria di soggetti sottoposti a controllo dalla legge di riforma: di là della minimale regolamentazione cui la legge antiriciclaggio (l. 5 luglio 1991, n. 197) sottoponeva i c.d. “intermediari finanziari residuali”, è solo con il Titolo V del T.U. (artt. 106 - 114) che si realizza una organica disciplina dei “soggetti operanti nel settore finanziario”. Il controllo si articola con riferimento alle tre grandi aree nelle quali gli intermediari finanziari vengono suddivisi. Se non operano nei confronti del pubblico, sono sottoposti ad obbligo di iscrizione in una apposita sezione dell’elenco generale tenuto dall’Ufficio Italiano dei Cambi (U.I.C.) e soggiacciono ai requisiti di onorabilità dei soci e degli esponenti aziendali determinati con regolamento dal Ministro dell’Economia. All’interno dei soggetti che operano nei confronti del pubblico, la distinzione pertiene fondamentalmente alle caratteristiche dell’attività svolta. In via generale questi intermediari sono obbligati all’iscrizione nell’elenco dell’art. 106 (tenuto, come detto, dall’U.I.C.) e sottoposti ai controlli tanto cartolari quanto (dopo le modifiche dell’art. 106) ispettivi dello stesso Ufficio dei Cambi. Per gli intermediari la cui attività rileva nei circuiti di finanziamento dell’economia, sottendendo così maggiore rischio sistemico, è invece prevista l’iscrizione nell’elenco speciale dell’art. 107, tenuto dalla Banca d’Italia, che esercita nei loro confronti una vigilanza regolamentare, informativa ed ispettiva molto simile a quella svolta nei confronti delle banche. Come è stato detto, “mentre l’iscrizione nell’elenco generale rappresenta l’adempimento necessario per svolgere attività finanziaria, quello speciale non ha alcuna valenza autorizzatoria, ma consente di individuare le tipologie di intermediari maggiormente esposti sotto il profilo patrimoniale e finanziario, da sottoporre ad un regime più intenso di vigilanza” (P. VALENTINO, Commento all’art. 106, ne AA.VV., Commentario breve al codice civile. Leggi complementari, a cura di G. ALPA E P. ZATTI, Padova, 1995, p. 725). Il T. U. individua l’area regolata e la conseguente riserva d’attività non con riferimento ai soggetti ma al settore considerato. Peraltro, come in precedenza accennato, manca una nozione di attività finanziaria, limitandosi la norma dell’art. 106, co. 1, a classificare alcune delle attività ivi contemplate come “finanziarie” ai fini degli obblighi di vigilanza e controllo. La norma elenca espressamente come finanziarie l’assunzione di partecipazioni, la concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma, la prestazione di servizi di pagamento e di intermediazione in cambi. Alla puntuale definizione dell’ambito di applicazione della disciplina concorrono peraltro ulteriori due disposizioni: quella del quarto comma dello stesso art. 106 (a norma del quale il Ministro dell’Economia, sentiti Banca d’Italia e U.I.C., specifica il contenuto delle attività sopra menzionate, nonché in quali circostanze ricorra l’esercizio nei confronti del pubblico, precisando inoltre che il credito al consumo si considera sempre esercitato nei confronti del pubblico) e quella del secondo comma dell’art. 114 (che esclude dall’applicazione della disciplina i soggetti già sottoposti, in base alla legge, a forme di vigilanza sostanzialmente equivalenti sull’attività finanziaria svolta). 



    9 - Trasparenza bancaria e credito al consumo 

    Eccezion fatta per l’art. 32, che sottoponeva le aziende di credito alle istruzioni della Banca d’Italia rispettivamente riguardo “ai limiti dei tassi attivi e passivi ed alle condizioni delle operazioni di deposito e di conto corrente” (lett. b) ed “alle provvigioni per i diversi servizi bancari” (lett. c), la vecchia legge bancaria del ’36 non conosceva prescrizioni specifiche di diritto dei contratti a tutela del risparmiatore. La stessa norma dell’art. 32 è rimasta nel tempo inattuata. Con l’affermarsi e l’intensificarsi, a partire dalla prima metà degli anni ottanta, di principi di concorrenza nel mercato del credito e di privatizzazione della struttura dell’impresa bancaria, l’attenzione da parte delle autorità, degli organismi di categoria, dello stesso legislatore nei confronti di tale materia e, in specie, del ruolo del consenso informato e consapevole del risparmiatore nella stipula del vincolo contrattuale, si è progressivamente accresciuta, nella consapevolezza che “con il promuovere maggiore informazione vengono insieme perseguiti il fine di equità, che richiede la protezione del contraente debole, e il fine di efficienza del sistema bancario e finanziario” (C.A. CIAMPI, Intervento all’Associazione Bancaria Italiana, in Banca d’Italia, Documenti, Roma, n. 370/1992, p. 2). In tale contesto, l’intervento pubblico non è più limitato ad assicurare una tutela “statica” ed indiretta attraverso la sola correttezza gestionale dell’impresa, da perseguire con provvedimenti amministrativi, ma provvede alla realizzazione di una tutela “dinamica” del risparmiatore, proprio attraverso la rivisitazione del diritto dei contratti standardizzati o di massa. Il passaggio dalle norme d’azione a quelle di relazione, dall’interesse legittimo al diritto soggettivo, segue alla diversa dimensione degli obblighi di correttezza che, dalla gestione dell’impresa, riguardano ora il rapporto tra le parti del contratto. 
Non è dunque casuale l’inserimento nell’ambito del T.U., cioè in una legge prevalentemente destinata a regolare gli assetti pubblicistici del credito e del risparmio, di clausole civilistiche di trasparenza, nullità, jus poenitendi; di norme di integrazione eteronoma del contratto; di poteri regolamentari delle autorità. Ciò fornisce concreta testimonianza sia della sottoposizione delle categorie di imprese considerate ad obblighi di comportamento più specifici a fronte della riconosciuta maggiore autonomia contrattuale, sia, sul piano sistematico, della esistenza di una disciplina del negozio giuridico non più affidata alle regole del solo codice civile. 

La più efficace spiegazione del fenomeno si rinviene in quella teoria interdisciplinare tra il diritto e l’economia (scilicet, di diritto dell’economia) che individua la intima essenza, la ratio specifica dell’intervento pubblico nel c.d. “fallimento del mercato”, e cioè nella circostanza che “alla dilatazione spaziale del mercato si è affiancata una sua sensibile opacizzazione che ne riduce gli effettivi margini di fisiologica funzionalità” (A. JANNARELLI, La disciplina dell’atto e dell’attività: i contratti tra imprese e tra imprese e consumatori, in AA.VV., Diritto privato europeo, a cura di N. LIPARI, Padova, 1997, p. 499), essendosi alle antiche barriere tecniche e fisiche sostituite nuove barriere invisibili che accrescono le asimmetrie informative, così mortificando autonomia negoziale, consenso informato, concorrenza. Da ciò la soluzione adottata, che consiste non nell’irrigidire, nel definire lo sviluppo dei mercati attraverso l’imposizione di norme che, dall’esterno, regolano l’ambiente istituzionale nel quale la negoziazione si svolge, ma piuttosto nell’affidare alla stessa disciplina generale del contratto e dei tipi contrattuali un ulteriore e nuovo compito di politica economica: quello di provvedere alla trasmissione delle informazioni indispensabili per il corretto funzionamento del mercato concorrenziale. Il Titolo VI del T.U. coordina le disposizioni contenute nelle leggi nn. 142 e 154 del 1992. La prima, di derivazione comunitaria, in tema di credito al consumo; la seconda, autoctona, in tema di trasparenza contrattuale. Ancorché complementari e, con riferimento a talune materie, addirittura comuni, le due discipline considerate scontano diversificazioni di rilievo in ragione della maggiore o minore ampiezza della rispettiva sfera di operatività. Mentre quelle sulla trasparenza bancaria sono norme a soggetto indifferente, trovando applicazione quale che sia la controparte dell’impresa sottoposta ai vincoli informativi specificati dalla legge, le disposizioni sul credito al consumo si applicano solo allorquando controparte sia la “persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta” (art. 121, co. 1), qualificandosi così come “consumatore”. Sotto il versante dell’offerta, le norme di trasparenza delle condizioni contrattuali si applicano a banche e intermediari finanziari (anche esteri) con riferimento “alle attività svolte nel territorio della Repubblica”. La lettera della norma sembrerebbe determinare l’estensione della disciplina ad ogni attività svolta dai soggetti considerati. Siffatta interpretazione si rivela peraltro incongrua se riferita anche ad attività (quali quelle connesse e strumentali) che, da sole, potrebbero non avere nulla da spartire con profili bancari o finanziari. Appare allora preferibile far leva sulla ratio dell’intervento legislativo, limitando la sfera di operatività oggettiva di tali norme alle sole “operazioni e servizi bancari e finanziari”, come indicato nella rubrica del Capo ad esse relativa. In aggiunta a tali due categorie di imprese, è previsto che il Ministro dell’Economia possa individuare, in considerazione dell’attività svolta, altri soggetti cui estendere la disciplina di trasparenza. Per il credito al consumo incide invece sull’ambito di applicazione della disciplina la prescritta riserva di attività a favore, oltre che delle banche e degli intermediari finanziari, dei soggetti dotati di licenza di commercio, cui è consentito l’esercizio dell’attività nella sola forma della dilazione di pagamento. In entrambe le discipline sono presenti tanto norme di trasparenza informativa, che impattano sulla libertà della scelta, sulla consapevolezza del consenso e sull’auto responsabilità della controparte dell’impresa, quanto norme di equilibrio eteronomo del rapporto, che impattano sulla negoziabilità dei contenuti del contratto, vietando ai destinatari, a pena di nullità relativa, l’impiego di determinate clausole o condizioni, estendendo a questi rapporti disposizioni del codice civile relative a particolari tipi contrattuali, o integrandole, o facendo a tali disposizioni deroga (G. CARRIERO, Autorità indipendenti e tutela del consumatore: la Banca d’Italia, in Contratto e Impresa, 1999, p. 711). In particolare, “la trasparenza emerge in tutte le fasi del rapporto banca - cliente: in quella precontrattuale, gli obblighi di pubblicità agevolano la comparazione tra le diverse offerte di prodotti e servizi; all’atto della stipula, l’obbligatorietà della forma scritta assicura una compiuta conoscenza delle condizioni contrattuali e la verifica della rispondenza di queste ultime alle informazioni pubblicizzate; nell’esecuzione del contratto, le informazioni periodiche e le variazioni sfavorevoli per il cliente assicurano la piena conoscenza di elementi diversi da quelli originariamente pattuiti e la possibilità di recesso da parte del consumatore” (V. DESARIO, Caratteristiche e finalità dell’azione della Banca d’Italia nella dinamica evolutiva del diritto dei contratti bancari e finanziari, in Banca d’Italia, Documenti, Roma, n. 647/2000, p. 16). Norme di riequilibrio esterno del contratto, (o, à la Kronman, paternalistiche), sono quelle di integrazione legale del contratto a seguito della nullità delle clausole concernenti tassi, prezzi e condizioni più sfavorevoli di quelli resi pubblici; quelle relative alle commissioni per il collocamento di titoli di Stato; quelle sulla decorrenza delle valute, nonché le “disposizioni varie a tutela dei consumatori” nell’ambito del credito al consumo. Particolare menzione merita poi la norma che assegna alla Banca d’Italia il potere di “prescrivere che determinati contratti o titoli, individuati attraverso una particolare denominazione o sulla base di specifici criteri quantitativi, abbiano un contenuto tipico e determinato”, sanzionando con la nullità (verosimilmente relativa) contratti e titoli difformi (art. 117, co. 8). Essa conferisce all’Istituto una vera e propria delega alla previsione di norme limitative dell’autonomia negoziale, ancora una volta di “norme paternalistiche”, la cui caratteristica principale è quella di essere manifestamente anti concorrenziali in quanto espropriative della libertà di scelta da parte dell’individuo e dell’impresa. E’ stato opportunamente avvertito che, quanto meno nel comparto bancario e finanziario, occorre fare grande attenzione al loro impiego perché l’eventuale loro eccesso “può impedire la diversificazione dei prodotti contrattuali, frenando l’innovazione e manifestando effetti distorsivi sulla concorrenza, sulla pluralità degli atti d’autonomia, sul prezzo del contratto, sulla indifferenziata ripartizione dei costi a fronte della diversa affidabilità del sovvenuto” (V. DESARIO, Caratteristiche etc., cit., p. 19; ulteriori approfondimenti in G. CARRIERO, Norme di protezione dell’utente di servizi bancari e finanziari: taluni effetti economici, in Riv. Dir. impr., 1997, p. 79). Ciò spiega la cautela della Banca d’Italia ad azionare poteri della specie, cui ha fatto ricorso nei soli casi in cui si sono registrati conclamati esempi di “fallimento del mercato” (caratteristiche minimali di obbligazioni, certificati di deposito emessi da banche; cambiali finanziarie e certificati d’investimento da parte di non banche etc.). 

L’interesse per questa materia è destinato, negli anni a venire, ad accrescersi tanto per il rilevante impatto di una legislazione in via di formazione sollecitata da nuove tecnologie e forme di contatto tra investitori ed imprese, quanto dalla stessa dinamica evolutiva delle società post moderne, caratterizzate da più elevati tassi di litigiosità. Segnali in questo senso non mancano. La disciplina comunitaria sul trading on line di servizi finanziari, comprensiva di “qualunque servizio bancario, assicurativo, d’investimento e di pagamento” ne costituisce tangibile testimonianza. A tacer d’altro, occorrerà, in sede di recepimento, evitare asimmetrie normative tra contratti bancari o finanziari conclusi tra presenti o anche a distanza, ma off line, e contratti stipulati per il tramite dei servizi della società dell’informazione (on line), risultando invero di intuitiva, manifesta evidenza che l’eventuale scarto disciplinare non potrà non tradursi in un diverso costo di applicazione delle leggi, con conseguenze di rilievo in punto di concorrenza tra assetti normativi destinati a regolare un medesimo fenomeno al netto della diversità dello strumento adoperato per addivenire alla conclusione del contratto. 



    10 - Le crisi bancarie 

    Cospicuo spazio è dedicato, all’interno del T.U., alla disciplina delle crisi bancarie, regolata dal Titolo IV. Come nella legge bancaria del ’36, la materia viene prevalentemente ricompresa nei due tradizionali istituti dell’amministrazione straordinaria e della liquidazione coatta amministrativa, opportunamente rielaborati, ai quali il T.U. affianca, in funzione “anti crisi” ovvero in funzione complementare all’impiego dei cennati istituti, l’uso di strumenti quali le trasformazioni e le fusioni (cfr. artt. 31 e 36); la cessione di rapporti giuridici (art. 58); i sistemi di garanzia dei depositanti (artt. 96 ss). La disciplina comprende anche il gruppo bancario, con riferimento sia alla capogruppo che alle società del gruppo. La distinzione tra i presupposti delle procedure di amministrazione straordinaria e di liquidazione coatta amministrativa continua ad essere “di grado e non di natura” (A. ANTONUCCI, Diritto delle banche, cit., p. 362), potendo la liquidazione essere disposta “qualora le irregolarità nell’amministrazione o le violazioni delle disposizioni amministrative o statutarie o le perdite”, idonee a legittimare l’adozione dell’amministrazione straordinaria, “siano di eccezionale gravità” (art. 80, co. 1). Comuni sono inoltre: 
a) l’attivazione delle procedure, che muove dalla proposta della Banca d’Italia cui segue la discrezionale adozione del provvedimento da parte del Ministro dell’Economia; 
b) la nomina degli organi delle procedure, effettuata dalla Banca d’Italia; 
c) l’avvio delle procedure, che avviene con l’insediamento dei commissari (straordinari o liquidatori) e la inapplicabilità delle garanzie procedurali previste dalla l. n. 241/1990 (obbligo di comunicazione preventiva), che sono sostituite dalla previsione della comunicazione degli atti in base ai quali vengono disposti i procedimenti che può essere fornita agli interessati solo a partire dalla data di insediamento dei commissari; 
d) la direzione e supervisione delle procedure, rimesse alla Banca d’Italia. Intuibilmente invece diverse le finalità, mirando l’amministrazione straordinaria a rimuovere le cause della crisi e a risanare il complesso aziendale, la liquidazione coatta ad escludere il destinatario del provvedimento dal novero dei soggetti abilitati all’esercizio dell’attività bancaria. Accanto a questi due principali procedimenti di gestione delle crisi, il T.U. ripropone l’istituto della gestione provvisoria, in verità molto raramente utilizzato. Modellata sull’archetipo normativo dell’amministrazione straordinaria, la gestione provvisoria può essere disposta qualora ricorrano “ragioni di assoluta urgenza” tali da determinare, con il decorso del tempo occorrente per l’adozione del decreto di scioglimento degli organi da parte del Ministro dell’Economia, una crisi irreversibile. E’ proprio tale caratteristica di immediatezza, il periculum in mora, a dar ragione della competenza della sola Banca d’Italia ad emanare il provvedimento gestorio, competenza “che si giustifica anche nel vigente assetto dei poteri, se si considera la durata estremamente breve della procedura, ed i suoi più limitati effetti sulla struttura organizzativa della società bancaria” (O. CAPOLINO, Commento sub artt. 70 - 79, ne AA.VV., Commentario breve al codice civile. Leggi complementari, a cura di G. ALPA E P. ZATTI, Padova, 2000, p. 1798).


    Redattori: Pietro DE VECCHIS e Giuseppe CARRIERO
    Assonebb 2005

  • EX AEQUO

    Ipotesi in cui due valori siano considerati alla pari, sullo stesso piano, in equilibrio. In particolare nel contratto di riporto si dice ex aequo per indicare che il prezzo a termine deve essere uguale a quello a pronti.

  • EX CEDOLA

    Di una quotazione in borsa valori si dice quando il prezzo dello strumento finanziario né negoziato privo della cedola per interessi o per dividendi (v. corso ex cedola). Per le azioni si impiega più propriamente la dizione ex dividendo.

  • EX DIRITTO

    Di una quotazione in borsa valori si dice quando il prezzo dello strumento finanziario è negoziato senza un diritto accessorio (v. quotazione ex diritto).

  • EX WARRANT

    Titolo azionario che è stato privato del Warrant, quotato a un prezzo inferiore.

  • EX-IM BANK

    Abbr. di: Export-Import Bank of the United States. Costituita nel 1934, durante la Grande crisi per potenziare le esportazioni e favorire la ripresa economica, ha avuto come primo obiettivo di sviluppare gli scambi con l’URSS. Nell’immediato dopoguerra è stata ristrutturata e ha aiutato le imprese statunitensi nella ricostruzione dell’Europa e dell’Asia. Ex Im Bank non è una banca di sviluppo, ma un’agenzia del Governo federale, amministrata da un Board of Directors di cinque membri nominati a discrezione del Presidente degli Stati Uniti. La Banca concede garanzie agli esportatori, prestiti agli importatori esteri di prodotti statunitensi e assicura i crediti all’esportazione. In queste attività non compete con le banche e le finanziarie private, ma si limita ad assumersi i rischi che queste non possono accettare. A settembre 2001 la Banca aveva un capitale di 1.000 milioni di $ USA (interamente detenuto dal Tesoro statunitense), perdite accumulate per 2,230,3 milioni di $ USA con un deficit da ripianare di 642,4 milioni di $ USA al netto delle riserve. Alla stessa data i prestiti in essere ammontavano a 5.855,3 milioni di $ USA, le garanzie a 36.948,2 milioni e i capitali assicurati a 4.822,5 milioni.

  • EXCHANGE TRADED COMMODITY - ETC

    Gli Exchange Traded Commodity (ETC) sono strumenti finanziari innovativi emessi a fronte dell'investimento diretto dell'emittente o in materie prime fisiche (in questo caso sono definiti ETC physically-backed) o in contratti derivati su commodity. L’emissione avviene esclusivamente mediante creazione di una società veicolo che abbia come oggetto esclusivo la realizzazione di una o più operazioni di emissione di strumenti finanziari. Gli ETC, negoziati in Borsa al pari delle azioni e obbligazioni, consentono diversamente dagli ETF di prendere posizioni su una singola materia prima senza obblighi di diversificazione. Esiste un mercato primario, accessibile ai soli intermediari autorizzati e uno secondario per tale tipologia di titoli, esattamente come previsto per gli ETF. Il prezzo degli ETC nel mercato secondario, per effetto dell’arbitraggio operato nel mercato primario, replica esattamente quello del sottostante. Vista la bassa correlazione dei prezzi delle commodieties con quelli degli investimenti ordinari in azioni e obbligazioni, risulta efficiente ai fini di una buona diversificazione del portafoglio detenere ETC, soprattutto in presenza di pressioni inflazionistiche nei mercati. Le classi di commodities sottostanti sono le singole materie prime (Alluminio, Caffè, Rame, Granoturco, Cotone, Benzina, Oro, Olio Combustibile, Petrolio Brent, Petrolio Wti, Suini Magri, Bestiame Vivo, Gas Naturale, Nickel, Argento, Olio di Semi di Soia, Semi di Soia, Zucchero, Platino, Palladio, Frumento e Zinco), ma anche indici legati a panieri omogenei di merci (Prodotti Agricoli, Energia, Cereali, Metalli Industriali, Bestiame, Petrolio, Metalli Preziosi..) e indici globali e forward di commodities. Gli ETC sono stati quotati per la prima volta nel marzo del 2003, in riferimento all’oro, con la denominazione specifica di Gold Bullion Securities (GBS) in un segmento dell’Australian Stock Exchange, l’Australian Gold Bullion Securities (GOLD). Recentemente, nell’aprile 2007, è stato creato anche in Italia il mercato di Borsa Italiana ETFplus con un segmento dedicato alle quotazioni degli ETC.

    Redattore: Bianca GIANNINI
    © 2010 ASSONEBB

  • EXCHANGEABLE LOAN FACILITY

    Prestito sindacato a medio-lungo termine, di durata compresa tra i 5 e i 7 anni, nato all’inizio del 1989 e caratterizzato dalla facoltà concessa alle banche partecipanti al pool di estinguere l’operazione a scadenze predeterminate, in genere dopo 18-30-50 mesi, trasformando l’impegno di finanziamento in quello di emissione di euro-notes a tasso variabile garantite. Tale strumento di finanziamento risulta essere particolarmente appetibile per quei soggetti dotati di rating non primario, che incontrano serie difficoltà ad accedere direttamente al mercato e a reperire risorse finanziarie a medio termine da controparti bancarie. Ciò è dovuto alla peculiare struttura tecnica dell’operazione, la quale consente alle banche di impegnarsi a breve termine e di decidere discrezionalmente l’eventuale proroga sulla scorta della situazione contingente di mercato e dalla dinamica finanziaria del mutuatario.

  • EXOTIC

    Nel gergo americano è un aggettivo che denota ogni strumento finanziario considerato di struttura complicata o inusuale. È il contrario dell’espressione plain vanilla e, come questa, è un concetto molto relativo, prodotto di un’opinione che può cambiare col tempo.

  • EXPANSION FINANCING

    Tipologia di intervento al capitale di rischio da parte di società di merchant banking e di venture capital, destinato al finanziamento all’espansione che può distinguersi a sua volta, in base alle fasi di sviluppo dell’azienda/prodotto, in second-stage o third-stage o fourth-stage financing. Nel primo caso, l’investitore interviene con non elevati apporti finanziari nella fase in cui, dopo che é stata verificata la validità commerciale del prodotto si incrementano la capacità produttiva, le vendite e il marketing. Nel finanziamento alla terza fase l’investitore interviene con elevati apporti finanziari quando l’azienda intende consolidare e incrementare la propria posizione commerciale attraverso un ampliamento della gamma di prodotti/servizi e/o un incremento della capacità produttiva e/o l’acquisizione di aziende concorrenti. Nel finanziamento della quarta fase, detto anche finanziamento ponte (o bridge loan), l’investitore interviene con apporti finanziari di breve termine, a volte molto elevati, nella fase di maturità dell’azienda per favorire il superamento di momentanee difficoltà finanziarie e/o di sottocapitalizzazione.

  • EXPANSION FINANCING (Enciclopedia)

    (Si veda anche voce del Dizionario: Expansion Financing)
    Operazione di investimento temporanea in quote di partecipazione al capitale di società, attraverso la sottoscrizione di un aumento di capitale o di un prestito obbligazionario convertibile, finalizzata a finanziare le fasi di sviluppo dell’impresa, con lo scopo di dismetterle in un arco temporale medio/lungo al fine di realizzare un guadagno in conto capitale. Nel caso in cui l’operazione sia effettuata da un investitore istituzionale essa rientra tra gli interventi di venture capital (o di private equity, nella definizione più generale del termine).
    Le operazioni di expansion financing, definite anche di development capital o expansion capital, sono rivolte a sostenere i piani di crescita delle imprese per linee interne, come il lancio di nuovi prodotti o la penetrazione in nuovi mercati, o per linee esterne, con acquisizioni, attraverso la sottoscrizione di un aumento di capitale o di un prestito obbligazionario convertibile, finalizzato ad acquisire generalmente una quota di minoranza della società.
    Il grafico 1 evidenzia l’evoluzione degli investimenti di expansion capital in Italia.
    Graf. 1

    Tale tipologia di operazione determina un potenziamento dell’impresa, non solo di tipo finanziario, dato l’apporto di risorse che esso determina, ma anche di tipo manageriale/strategico: la presenza di un investitore istituzionale, seppur di minoranza, implica la condivisione di obiettivi strategici, che si manifesta nella definizione congiunta di un business plan che identifichi le linee di crescita dell’impresa, presupposto dell’operazione, e un confronto tra i soci su problematiche di natura strategica e finanziaria, lasciando invece al socio imprenditore la gestione corrente della società al fine di raggiungere gli obiettivi definiti.
    Risulta quindi fondamentale, in tale ambito di interventi, la condivisione di obiettivi e dei ruoli tra il socio imprenditore e quello finanziatore, dove l’imprenditore fornisce la propria capacità di gestire la società e realizzare gli obiettivi strategici e il secondo apporta, oltre al capitale, l’esperienza acquisita in contesti diversificati, la consulenza sulle scelte strategiche e finanziarie, la propensione a risolvere problemi organizzativi e il proprio network di relazioni sia finanziarie sia commerciali/industriali, rappresentando al contempo uno stimolo al raggiungimento di target prefissati. In tal modo le operazioni di expansion capital possono contribuire alla realizzazione del piano di crescita dell’impresa, talvolta accelerandolo. Il management dell’intermediario, infatti, presente negli organi societari, partecipa alla formulazione della strategia d’impresa, lasciando, tuttavia, piena autonomia all’imprenditore per tutto quanto concerne la gestione operativa: così facendo, il primo fornisce uno stimolo continuo al raggiungimento degli obiettivi congiuntamente prefissati e contribuisce in modo sostanziale alla definizione delle decisioni strategiche e alle scelte in materia di finanza straordinaria.
    L’intervento di expansion financing può fornire nuove opportunità di crescita, attraverso acquisizioni, fusioni, concentrazioni o joint-venture con altre imprese; rende al contempo l’impresa più aperta a una cultura manageriale e meno dipendente dal singolo imprenditore; determina, infine, un miglior rapporto con il sistema finanziario, con ulteriori possibilità di finanziamento, non solo per la presenza di una maggiore patrimonializzazione, ma anche per il ruolo segnaletico svolto dell’investitore e per il miglioramento della trasparenza informativa e della corporate governance che esso determina attraverso l’ingresso nel capitale.
    Al riguardo, vengono infatti definite una serie di regole di governo dell’impresa che hanno l’obiettivo fondamentale di regolare il rapporto tra management e azionisti e tra i diversi azionisti della società, agevolando l’adozione di scelte strategiche aziendali e migliorando la diffusione di informazione.
    La condivisione di regole di corporate governance, in presenza di un intervento di expansion capital, rappresenta un presupposto essenziale dell’operazione, essendo la stessa operazione di minoranza e con un’ottica di dismissione nel medio termine.
    Pur essendo la validità dell’imprenditore, dell’azienda, del mercato di riferimento e del piano di crescita presupposti imprescindibili per tale tipologia di operazione, l’adozione di meccanismi volti ad assicurare la stabilità degli assetti societari, a regolare la partecipazione ed il coinvolgimento dell’investitore nelle scelte che maggiormente influenzano il perseguimento degli obiettivi strategici, a definire l’exit dell’investitore decorso un determinato periodo di investimento risulta un requisito altrettanto irrinunciabile.
    Nella prassi di mercato gli accordi parasociali che definiscono il contesto di corporate governance tendono a disciplinare tra aree in particolare: la stabilità della compagine sociale e il coinvolgimento del dell’imprenditore e del management; il governo dell’impresa e l’informativa societaria; il disinvestimento da parte dell’investitore istituzionale1.
    La giustificazione delle norme rivolte a disciplinare la stabilità della compagine sociale e l’incentivo del management e dell’imprenditore risiede nel fatto che la validità dell’impresa, del suo management, la qualità dell’imprenditore di maggioranza rappresentano i presupposti per un investimento di minoranza. Nella prassi operativa, al fine di garantire la stabilità della compagine societaria, vengono definiti: accordi di lock-up, che impediscono la cessione della partecipazione del socio imprenditore prima di un prefissato periodo di tempo; clausole di prelazione che, nel caso di vendita della partecipazione di un socio, attribuisce agli altri il diritto di acquistare la stessa in via preferenziale, alle medesime condizioni della prospettata vendita ad un terzo; norme volte a regolare la cessione delle azioni e la loro circolazione. In merito all’incentivo che si attribuisce al management o all’imprenditore, ampia diffusione hanno i piani di stock options per i primi e accordi di earn out per i secondi, in base ai quali alla cessione della partecipazione da parte dell’investitore istituzionale viene attribuita all’imprenditore una parte del rendimento conseguito sulla quota di minoranza. Maggiormente protettivi per gli azionisti sono quegli accordi che definiscono un piano di investimenti del management nel capitale delle imprese alle stesse condizioni di quelle definite dall’investitore istituzionale.
    Relativamente alla seconda area, ovvero il governo dell’impresa e l’informativa societaria, le norme tendono ad assicurare la condivisione di obiettivi tra i soci, la trasparenza informativa e la tutela dei soci di minoranza.
    Al riguardo, vengono stabiliti accordi per una rappresentanza del socio di minoranza negli organi amministrativi della società, in misura proporzionale o più che proporzionale alla partecipazione detenuta, e norme per l’esercizio del diritto di voto del socio di minoranza, spesso attribuendo a quest’ultimo diritti di veto su materie di straordinaria amministrazione o definendo particolari quorum deliberativi su altre materie, nel riconoscimento che la condivisione di obiettivi risulta un presupposto irrinunciabile per tale tipologia di operazioni. Non meno importanti, inoltre, sono le norme che definiscono il funzionamento degli organi amministrativi, come quelle che regolamentano la frequenza e le modalità di svolgimento delle riunioni, l’informativa all’interno di tali organi e nei confronti del socio di minoranza: una corretta e puntuale informativa risulta infatti fondamentale al fine di comprendere meglio la struttura e le attività societarie, le politiche e le strategie d’impresa, e avere una maggiore capacità e rapidità di intervento.
    Da ultimo, ma non meno importante, vengono stabilite delle norme che regolano il disinvestimento del socio finanziatore. Essendo il presupposto dell’operazione la realizzazione di un capital gains nel medio termine, all’atto dell’ingresso vengono esplicitate le modalità di disinvestimento una volta compiuto un determinato percorso, con particolare attenzione per l’obbligatorietà della cessione trascorso un certo periodo di tempo e i criteri di valutazione dell’azienda, che devono basarsi su prassi di mercato.
    Per la complessità operativa e strutturale di tale tipologia di investimenti e per la loro maggiore onerosità, gli interventi di expansion capital sono effettuati da intermediari che hanno una forte specializzazione operativa (grafico 2).
    Graf. 2

    Essendo, infine, operazioni di minoranza, quindi con maggiori difficoltà di smobilizzo dell’investimento, il ritorno per gli investitori è inferiore rispetto alle altre tipologie di operazioni di private equity (grafico 3)
    Graf. 3

    _______________________
    1Cfr. Commissione Corporate Governance AIFI (2005).
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    © 2009 ASSONEBB

  • EXPRESS II

    Sistema di liquidazione lorda e netta delle operazioni su strumenti finanziari non derivati gestito da Monte Titoli spa. Il sistema è stato dismesso il 31 agosto 2015 in concomitanza con la migrazione della piazza finanziaria italiana alla nuova piattaforma di regolamento titoli TARGET2-Securities

    Fonte: Banca d’Italia

Lettera selezionata: E In lingua italiana

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