nuovissima Enciclopedia di banca, borsa e finanza

Lettera selezionata: D

  • DAC

    Acr. di Development Assistance Committee (it. Comitato d’aiuto allo sviluppo; fr. Comité d’aide au développement). Il DAC è uno dei Comitati specializzati dell’OCSE, il cui compito è sviluppare e coordinare le attività internazionali di supporto allo sviluppo economico e sociale sostenibile, con particolare riguardo ai Paesi in via di sviluppo. Il DAC ha sede a Parigi dove si riunisce circa 15 volte l’anno, può rivolgere raccomandazioni agli Stati e pubblica un Annual report on the efforts and policies of DAC Members, punto di riferimento nel campo della cooperazione per lo sviluppo. Ogni anno il DAC organizza un High Level Meeting cui partecipano ministri o capi di agenzie per lo sviluppo e che costituisce occasione d’incontro a livello politico per discutere le direttive di lavoro del DAC e l’impegno comune dei suoi membri. Il DAC ha anche costituito incontri di lavoro, gruppi di esperti, unità di crisi temporanee e reti informali nei quali i membri sono rappresentati da specialisti. Il DAC stende la List of Aid Recipients, cioè l’elenco dei Paesi destinatari degli aiuti allo sviluppo, distinguendo tra developing countries (a loro volta suddivisi in LDC e altri gruppi per classi crescenti di reddito pro capite) e countries in transition.

  • DANNO

    Il danno giuridicamente rilevante (che fa sorgere in capo all’autore l’obbligo del risarcimento) è il pregiudizio arrecato alla persona o al patrimonio di un soggetto in conseguenza della commissione di un atto illecito o della violazione di un’obbligazione. Nella prima ipotesi si hanno un danno extracontrattuale e una responsabilità extracontrattuale; nella seconda, un danno contrattuale e una responsabilità contrattuale. Si distingue anche tra danno patrimoniale, che consiste in una perdita economica e che è sempre risarcibile, e danno non patrimoniale (o morale), che consiste nella lesione di un interesse non direttamente suscettibile di valutazione conomica e risarcibile soltanto nei casi determinati dalla legge (art. 2059 c.c. e art. 185 c.p.). Il danno contrattuale è quello che sorge in seguito all’inadempimento (o al ritardo nell’adempimento) di un’obbligazione, imputabile a colpa del debitore (art. 1218 c.c.). Il risarcimento deve comprendere sia la perdita subita dal creditore (c.d. danno emergente), sia il mancato guadagno (c.d. lucro cessante), in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta. Il risarcimento è però limitato al danno che si poteva prevedere nel momento in cui è sorta l’obbligazione, sempre che l’inadempimento od il ritardo non dipendano dal dolo del debitore. Nelle obbligazioni pecuniarie, sono dovuti dal giorno della mora gli interessi legali (art. 1224 c.c.). Il danno che non può essere provato nel suo preciso ammontare è liquidato dal giudice con valutazione equitativa. Il danno extracontrattuale deriva, invece, dal compimento di un atto illecito: secondo l’art. 2043 c.c. il danno è risarcibile soltanto se ingiusto e se frutto di un comportamento, colposo o doloso, dell’autore. Il danneggiato può chiedere, se possibile, che il risarcimento avvenga in forma specifica, vale a dire ripristinando, a spese del danneggiante, la situazione quo ante; altrimenti, ha diritto al risarcimento per equivalente, ossia ad una somma di denaro corrispondente alla perdita patrimoniale subita ed al mancato guadagno causato dall’illecito. La responsabilità extracontrattuale è disciplinata dalle regole in materia di responsabilità contrattuale, richiamate dall’art. 2056 c.c. (non è però rilevante la non prevedibilità del danno).

  • DATA

    Indicazione del tempo in cui matura una certa situazione giuridica (p.e. il raggiungimento della maggiore età), o accade un fatto giuridicamente rilevante (p.e. la conclusione di un contratto o la scadenza di un debito), o viene formato un documento. Nella data si suole talvolta comprendere anche l’indicazione del luogo in cui gli eventi si verificano, come avviene, p.e., negli atti notarili e nei processi verbali, ma di norma elementi essenziali della data sono soltanto il giorno, il mese e l’anno, indicati con riferimento al calendario civile gregoriano o con mezzi equipollenti; in alcuni documenti eccezionalmente è richiesta anche l’indicazione dell’ora (formazione degli atti relativi allo stato civile). La data è considerata elemento necessario, a pena di nullità, negli atti notarili, nei processi verbali, nelle sentenze, nelle ordinanze e nei decreti e in certe scritture private, come il testamento olografo, la cambiale, il vaglia cambiario, l’assegno bancario e l’assegno circolare. La data indicata in un atto pubblico fa piena prova rispetto a tutti, cioè deve essere ritenuta vera fino a querela di falso. Quella indicata in una scrittura privata deve, nei rapporti fra le parti, ritenersi certa fino a che non ne sia provata la falsità da chi la revoca in dubbio, mentre, se si tratta di scrittura della quale non è autenticata la sottoscrizione, la data non può ritenersi certa riguardo ai terzi se non dal giorno in cui il documento è stato registrato o dal giorno della morte, o della sopravvenuta impossibilità fisica di colui che l’ha sottoscritto, o dal giorno in cui il contenuto della scrittura è riprodotto in atti pubblici o, infine, dal giorno in cui si verifica un altro fatto che stabilisca in modo ugualmente certo l’anteriorità della formazione del documento. Infine, la data della scrittura privata che contiene dichiarazioni unilaterali non destinate a persona determinata può essere accertata con qualsiasi mezzo di prova; la stessa disciplina vale per quietanze.

  • DATA BASE

    Raccolta di dati memorizzata su un supporto elettronico e organizzata in relazione alle strutture proprie dei dati contenuti, destinata a supportare diverse applicazioni o diversi utenti, e sulla quale è possibile operare o svolgere elaborazioni in modo automatico.

  • DATA BASE MANAGEMENT SYSTEM

    Sistema automatico per la gestione delle banche dati, costituito da un insieme di strumenti software per l’inserimento, la modifica o la cancellazione dei dati contenuti nelle basi dati da parte degli utenti o delle procedure elettroniche.

  • DATA ENCRYPTION STANDARD

    Acr.: DES. Algoritmo crittografico sviluppato inizialmente dall’IBM e successivamente adottato dal National Bureau of Standards (NBS-USA). Esso è di pubblico dominio ed è stato registrato con il nome di Data Encryption Algorithm (DEA) nel 1977, ma declassificato nel 1998 in quanto non ritenuto più sicuro essendo stato più volte violato. Nonostante ciò esso continua a essere abbastanza usato, ma è destinato a essere sostituito da algoritmi più sicuri Il DES è classificato come algoritmo a chiave privata, nel quale si utilizza la stessa chiave per cifrare un messaggio. In banca esso viene comunemente impiegato per la generazione e la verifica di codici segreti e per proteggere messaggi scambiati all’interno della banca ovvero con altri.

  • DATIO IN SOLUTUM

    Accordo tra debitore e creditore in base al quale il primo, con l’accettazione del secondo, effettua una prestazione diversa da quella dovuta. A norma dell’art. 1197 c.c. le condizioni perché la consegna di una cosa invece di un’altra (prestazione di aliud pro alio) possa conseguire l’effetto dell’estinzione dell’obbligazione sono: la volontà del debitore di effettuare la prestazione per estinguere l’obbligazione e non a diverso titolo, il consenso del creditore e l’effettiva esecuzione della prestazione stessa. Tenuto conto di tali caratteristiche, la datio in solutum costituisce un contratto estintivo, che ha come effetto, quindi, l’estinzione dell’obbligazione in modo diverso dall’adempimento. Si distingue dalla novazione oggettiva per il fatto che l’estinzione dell’obbligazione non comporta il sorgere di un altro rapporto con diverso oggetto; si distingue ancora dalle obbligazioni alternative (v. obbligazione alternativa) o con facoltà alternativa, sia perché in queste ultime la prestazione costituisce un adempimento in senso tecnico (a differenza della prestazione dell’aliud), sia perché la possibilità per il debitore di eseguire la prestazione alternativa attiene al momento della formazione del rapporto obbligatorio, mentre la datio in solutum riguarda l’esecuzione del rapporto. L’art. 1197, comma 2, c.c. stabilisce che, se la prestazione di cosa diversa da quella dovuta consiste nel trasferimento della proprietà o di un altro diritto, il debitore è tenuto alla garanzia per l’evizione e per i vizi della cosa secondo le norme della vendita, salvo che il creditore preferisca esigere la prestazione originaria ed il risarcimento del danno (in ogni caso, comunque, non rivivono le garanzie prestate dai terzi). Ma, al di fuori dei casi previsti da tale ultima disposizione, si deve escludere la possibilità di un’applicazione analogica alla datio in solutum delle norme sulla vendita. In considerazione della sua natura contrattuale, per la validità dell’accordo è richiesta la capacità di agire di entrambi i soggetti. Se in luogo dell’adempimento venga ceduto un credito e non risulti una diversa volontà delle parti, la cessione deve intendersi fatta pro solvendo, per cui l’obbligazione si estingue solo con la riscossione del credito (v. cessione di credito). Se, infine, l’obbligazione è indivisibile (v. obbligazione divisibile e indivisibile) e una soltanto dei creditori aderisce alla datio in solutum, il debitore non è liberato nei confronti degli altri creditori, i quali, però, possono esigere l’originaria prestazione solo addebitandosi il valore della parte di colui che ha accettato la diversa prestazione o rimborsandola.

  • DATO PERSONALE

    Qualunque informazione relativa a persona fisica, persona giuridica, ente o associazione, identificati o identificabili, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione, ivi compreso un numero di identificazione personale. Le banche possono trattare dati personali obiettivi, strettamente pertinenti e non eccedenti le finalità perseguite, relativi ad una richiesta/rapporto di credito, e concernenti anche ogni vicenda intervenuta a qualsiasi titolo o causa fino alla regolarizzazione degli inadempimenti, nel rispetto dei tempi di conservazione stabiliti dall'art. 6 d.lgs. n. 196/2003 (c.d. Codice della privacy).
    Fonte: Banca d'Italia

  • DATORE A RIPORTO

    Soggetto che trasferisce la proprietà di titoli di credito dandoli a riporto indicato anche, nell’omonimo contratto, come “riportato”. Al datore a riporto spetta l’accredito delle cedole scadute ed eventualmente staccate dal riportatore durante la vita del contratto, in quanto tutte le partite concentrate nel conto del riporto, in conseguenza delle operazioni accessorie ad esso collegate, sono generalmente considerate infruttifere. Inoltre, il riportato ha il diritto di opzione per nuove sottoscrizioni di azioni. Il riportatore, avutane richiesta in tempo utile, deve mettere il datore a riporto in grado di esercitare il diritto di opzione, oppure deve esercitarlo per suo conto, se gli siano stati forniti i fondi necessari.

  • DAX

    Abbr. di: Deutscher Aktienindex. Indice con base 30.12.1987=1.000,00 introdotto nel 1988 da Deutsche Börse relativo a una trentina di blue chips. Col tempo è diventato il più rappresentativo di una famiglia di indici, calcolati sempre da Deutsche Börse, che pubblica anche IBIS-DAX dei 30 DAX (calcolato sulle quotazioni di preapertura e su quelle immediatamente successive alla chiusura); DAX 100; un indice MDAX per le midcap; il Composite DAX (CDAX) che suddivide le società quotate in 16 settori.

  • DAY TRADING

    Negoziazioni di titoli relative a posizioni aperte e chiuse in brevissimo tempo, generalmente nell’arco di una sola giornata, con le quali gli investitori – day traders - cercano di trarre profitto da piccoli spostamenti dei prezzi. Negli ultimi anni questo fenomeno si è rapidamente diffuso negli USA: al giugno 1999 sono state censite 62 day trading firms, con 287 filiali, ed il numero degli investitori è stato stimato in 4-5 mila, per un totale di 150-200 mila negoziazioni al giorno. Le day trading firms si differenziano dai broker tradizionali perché promuovono il day trading come strategia di investimento, massimizzando il volume di commissioni per singolo conto. Il livello di attività dei brokers tradizionali è inoltre di gran lunga inferiore a quello proprio delle day trading firms.Queste ultime si differenziano anche dai tradizionali discount brokers, che si limitano a raccogliere gli ordini evitando di promuovere strategie di investimento. Le ingenti perdite nelle quali è incorsa la maggior parte dei day traders ha determinato un elevato turnover fra i clienti che ha spinto le società a trattenere anche quelli con insufficiente copertura finanziaria, offrendo loro linee di credito. Questa irregolare concessione di credito rappresenta attualmente un preoccupante fenomeno di instabilità e pone al contempo numerosi problemi di regolamentazione. Il tema è all’esame delle autorità di regolamentazione statunitensi e delle associazioni di categoria degli operatori.

  • DAZIO DOGANALE

    Imposte indirette sui consumi che colpiscono le merci introdotte nello Stato (dazi d’importazione) o quelle che ne escono (dazi d’esportazione), o quelle che attraversano semplicemente il territorio statale (dazi di transito). Questi ultimi e quelli di esportazione non hanno concreta applicazione nel nostro paese. In ordine ai fini si distinguono i dazi fiscali da quelli protettivi, a seconda che mirino ad accrescere unicamente le entrate dello Stato oppure siano diretti a frenare l’importazione di merci estere, o a proteggere taluni rami dell’industria nazionale nei riguardi della concorrenza estera. Circa le modalità di applicazione i dazi si distinguono in specifici e ad valorem. Questi ultimi sono stabiliti con riferimento al valore delle merci, mentre i primi sono determinati in ragione del numero, peso, lunghezza e superficie della merce. I dazi ad valorem sono utilizzati per la generalità delle merci importate, mentre quelli specifici trovano applicazione solo nei casi particolari indicati dalle tariffe.

  • DAZIO FISCALE

    Imposta che grava sulle merci prodotte all’estero che non hanno surrogati di produzione nazionale o sulle merci la cui produzione interna è già colpita da un’imposta di fabbricazione di eguale ammontare. Il suo scopo esclusivo è quello di procurare un’entrata all’erario. Nonostante queste specificazioni è difficilmente distinguibile un dazio fiscale da uno protettivo.

  • DAZIO GENERALE

    Imposta applicata a merci provenienti o destinate ai paesi con i quali non sono in vigore trattati di commercio. È generalmente superiore al dazio convenzionale. Ad eccezione di pochi paesi che adottano i soli dazi generali, oggi è prevalentemente usato il sistema a tariffa doppia, che comprende, cioè, dazi generali e convenzionali.

  • DAZIO MISTO

    Tipo particolare di dazio, riferito alla sua applicazione o ai suoi scopi. In relazione al primo aspetto, sono detti misti i dazi che possono essere applicati, a discrezione della dogana o a richiesta dell’operatore, in modo specifico o ad valorem (v. dazio doganale). Circa il fine, vengono detti misti i dazi che perseguono contemporaneamente scopi fiscali e protettivi.

  • DAZIO PROTETTIVO O ECONOMICO

    Misura doganale diretta a proteggere determinati settori o produzioni nazionali. Se ne riconosce ammissibile l’applicazione nel caso di industrie nascenti, per proteggere le industrie che in principio sono poco efficienti perché nuove ma che si considerano, se messe al riparo dalla concorrenza estera, in grado di raggiungere un adeguato livello di competitività: si tratta quindi di una misura temporanea, necessaria a far sì che l’industria diventi autosufficiente e capace di svilupparsi senza protezione. Nel caso di tutela accordata alle produzioni nazionali, il dazio, che viene prelevato solo sulle importazioni e non ha l’equivalente in un’imposta interna sulle stesse merci, ha lo scopo di discriminare i prodotti esteri rispetto a quelli nazionali accrescendone il prezzo finale.

  • DEALER

    Intermediario specializzato nell’effettuare operazioni di compravendita in proprio sui mercati secondari organizzati (cambi, titoli, commodities ecc.), la cui remunerazione è costituita dalla differenza (spread) spuntata fra i prezzi di acquisto (prezzi denaro) e quelli di vendita (prezzi lettera). La presenza dei dealers è fondamentale per assicurare la liquidità dei mercati, giacché essi si impegnano a concludere transazioni nei confronti di controparti a prezzi prestabiliti e vincolate a tempi di negoziazione immediati, consentendo di colmare gli squilibri temporanei tra i volumi degli acquisti e delle vendite che si possono formare per la casualità con la quale affluiscono sul mercato le transazioni degli operatori con esigenze opposte di liquidità. La liquidità, in particolare, dipende essenzialmente dalle dimensioni delle “scorte” dei dealers, le quali funzionano infatti da ammortizzatori delle temporanee variazioni nella domanda e nell’offerta, attenuando le fluttuazioni dei prezzi e limitandone i rischi di instabilità.

  • DEALING

    Attività speculativa a breve termine su attività reali e finanziarie svolta da intermediari professionali. Con un’intensa attività di dealing tali operatori si propongono di lucrare differenze di prezzo, mediante l’assunzione di posizioni tipicamente di breve periodo ed una continua rotazione delle “scorte” relativamente alle posizioni medesime.

  • DEALING ROOM

    Luogo fisico di esecuzione dell’insieme di operazioni scaturenti dalla complessiva attività di un intermediario impegnato nel trading di valori mobiliari di breve, medio e lungo periodo, di valute nazionali ed estere.

  • DEBITI DI REGOLAMENTO

    Detti anche debiti mercantili o debiti di fornitura. Sono i debiti verso fornitori per merci e servizi, che nascono per una dilazione di pagamento concessa dai fornitori. Fanno parte delle passività a breve e hanno, nel caso di acquisti di scorte o di servizi, in genere una durata inferiore all’anno (solitamente da 30, nei casi migliori, a 90 giorni). Nel caso di acquisti di beni di investimento la dilazione può superare i 12 mesi ed estendersi al medio termine (fino a 60 mesi).

  • DEBITO

    Situazione soggettiva passiva del rapporto obbligatorio che consiste, in generale, nell’obbligo di eseguire una determinata prestazione patrimoniale a favore di colui che vi ha diritto, contrapponendosi al credito. I debiti, come le obbligazioni, possono essere condizionali, solidali, alternativi, divisibili, indivisibili ecc. La posizione debitoria si ricollega sempre ad una persona determinata; essa può, tuttavia, essere trasferita da un soggetto ad un altro, sia per atto tra vivi (accollo, delegazione e espromissione), sia per causa di morte (v. successione per causa di morte). Secondo una accreditata dottrina, peraltro, il debito indica uno dei due elementi (l’altro è la responsabilità) nei quali si scompone il lato passivo del rapporto obbligatorio. L’originario momento logico dell’obbligazione sarebbe costituito dal puro debito, ossia dal dovere del debitore, cui corrisponde una legittima aspettativa del creditore. Il secondo momento sarebbe costituito dalla responsabilità, che consiste in uno stato di assoggettamento (dei beni), cui corrisponde un vero diritto soggettivo del creditore di far valere quell’assoggettamento: tale momento sopravviene nel caso di eventuale inadempimento del dovere di prestazione e si risolve nel potere del creditore di espropriare i beni del debitore (v. esecuzione forzata individuale). Questa separazione è in particolar modo evidente in quegli istituti nei quali vi sarebbe debito senza responsabilità (p.e obbligazioni naturali come il debito di gioco); debito con responsabilità limitata (p.e. fondo patrimoniale); responsabilità senza debito (p.e. terzo datore di ipoteca o di pegno per l’altrui debito). Il debito, ai fini di una più efficace tutela del creditore, può essere assistito da garanzie reali (v. pegno; ipoteca) o personali (v. fideiussione). Considerandolo come prestazione cui è tenuto un soggetto, si possono distinguere un debito portabile (portable) e un debito chiedibile (querable). Il primo si ha quando la prestazione deve essere adempiuta presso il domicilio che il creditore ha al tempo della scadenza (ciò vale, p.e., per le obbligazioni aventi per oggetto una somma di denaro) e, in caso di inadempimento, si ha automaticamente la mora del debitore al momento stesso della scadenza dell’obbligazione. Il secondo è il debito che deve essere adempiuto nel domicilio del debitore; in questo caso la mora comincia soltanto quando il creditore si presenta al domicilio del debitore e gli richiede il pagamento. Si distingue il debito di valore da quello di valuta. Il primo è, anzitutto, quello che ha per oggetto un bene reale diverso dal denaro e necessariamente si risolve in un’obbligazione pecuniaria come suo equivalente. È altresì debito di valore quello che ha per oggetto una prestazione da effettuarsi con moneta considerata nel suo valore intrinseco, e non secondo il suo valore nominale. Sotto tale aspetto costituiscono casi di debito di valore quelli nei quali la prestazione debba effettuarsi: con moneta estera effettiva; con moneta legale ragguagliata, allorché la somma dovuta sia stata determinata in moneta non avente più corso legale al tempo del pagamento. Configurano, infine, debiti di valore le diverse clausole di garanzia monetaria (come la clausola oro). Debito di valuta è quello che ha per oggetto una prestazione da effettuarsi con moneta avente corso legale nello Stato, al tempo del pagamento. Si contrappone a quella di valore, perché la moneta è considerata nel suo valore nominale e non in relazione al suo potere d’acquisto. Nel linguaggio contabile il termine “debito” indica una esigibilità gravante su un’azienda, in relazione a pagamenti da effettuare a saldo di beni o servizi acquistati (c.d. debiti di funzionamento), ovvero a saldo di prestiti attinti (c.d. debiti di finanziamento). A qualsiasi specie appartenga, esso grava sul patrimonio come un elemento negativo e costituisce una passività aziendale. Particolare importanza assumono, nel settore pubblico, i debiti contratti dallo Stato (sia al suo interno che all’estero), dagli enti pubblici e dalle aziende statali autonome (v. debito pubblico).

  • DEBITO D'IMPOSTA

    Situazione passiva relativa a un soggetto sul quale, al verificarsi di determinati fatti giuridicamente rilevanti, incombe l’obbligo di eseguire una prestazione di carattere tributario nei confronti dell’ente impositore. L’adempimento di tale obbligo, per le principali imposte (IRPEF; IRPEG; IVA) è attribuito in via diretta, cioè senza l’intervento attivo della pubblica amministrazione, a quei soggetti che, nell’osservanza di particolari formalità ed entro un termine strettamente determinato, sono tenuti a quantificare e a liquidare, con le modalità stabilite dalla legge, l’imposta dovuta. Per altri tributi, invece (registro, successione), la liquidazione viene effettuata direttamente dall’Amministrazione finanziaria sulla base dell’atto o della dichiarazione presentati dal contribuente. Può infine avvenire che la Finanza, onde conseguire il suo credito, debba attivarsi, mediante l’emissione di un atto amministrativo, il ruolo d’imposta. L’ente impositore, peraltro, conserva sempre la facoltà di controllo e di rettifica in ordine al dichiarato ed al liquidato dal debitore o dall’Ufficio stesso. Dall’esercizio di tale potere, che si concreta nell’emissione del c.d. atto di “accertamento”, deriva il sorgere di una situazione debitoria del contribuente, il cui effetto preclusivo può essere modificato solo mediante l’esperimento dei rimedi previsti dalla legge; in tale ipotesi spetta al giudice di quantificare il debito di imposta. Il mancato adempimento della prestazione fa sorgere il diritto del creditore di veder realizzata la sua pretesa mediante l’assoggettamento a esecuzione forzata del patrimonio dell’inadempiente. Pertanto la legge attribuisce direttamente all’amministrazione la potestà di creare un titolo esecutivo amministrativo, il ruolo (v. ruolo dei contribuenti), con l’intento di realizzare coattivamente il suo credito. Al riguardo va segnalato che, a seguito dell’entrata in vigore del d.p.r. 28.1.1988 n. 43 concernente l’istituzione del servizio centrale di riscossione dei tributi,, non esiste più l’ingiunzione fiscale come titolo esecutivo che consente all’Amministrazione finanziaria di realizzare coattivamente il suo credito. L’art. 67, d.p.r. n. 43 ha esteso infatti anche alla riscossione coattiva delle tasse e delle imposte indirette il meccanismo di riscossione tramite formazione di ruoli. Unitamente ai debitori principali ed ai coobbligati solidali, vale a dire ai contribuenti nei cui riguardi il presupposto d’imposta si realizza, e che sono quindi diretti titolari dell’imposizione, altri soggetti, quali il sostituto ed il responsabile d’imposta, si trovano, se pur in via mediata, in una posizione debitoria nei confronti dell’Amministrazione fiscale. Il sostituto, infatti, pur trovandosi in una relazione indiretta rispetto al presupposto, è egualmente titolare di un debito posto a suo carico da una norma di legge (p.e. gli istituti di credito e l’amministrazione delle poste devono effettuare una ritenuta a titolo di acconto quando liquidano interessi, premi, ed altri frutti ai correntisti ed ai depositanti). Similmente la qualifica di debitore spetta anche al responsabile che, secondo la legge, è tenuto, in una sorta di co-obbligazione solidale, all’adempimento, anche se in virtù di una obbligazione sussidiaria rispetto a quella del soggetto principale. Il sistema di riscossione dei tributi è stato profondamente riformato con d.lg. 22.2.1999 n. 37, d.lg. 26.2.1999 n. 46, d.lg. 13.4.1999 n. 112 (v.riscossione dei tributi).

  • DEBITO ESTERO

    Somma totale, in genere misurata su base annua, che gli operatori privati e pubblici di un Paese devono versare, a scadenze prestabilite, a operatori privati o pubblici residenti all’estero. Il debito estero è quindi definito come il totale del debito pubblico e del debito privato verso i non residenti, ripagabile in valuta estera, beni o servizi. I debitori possono essere il Governo, le società e le stesse famiglie. I creditori possono essere banche commerciali, società finanziarie internazionali, Governi stranieri, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) o la Banca Mondiale.

    I debiti esteri possono essere distinti in quattro tipi:

    - Provenienti dall’aiuto allo sviluppo (vedi Cooperazione allo sviluppo): Vengono erogati dagli Stati ricchi verso i Paesi in via di sviluppo. Hanno tempi di restituzione molto lunghi e interessi molto bassi. Costituiscono il 47% dei debiti a lungo termine;

    - Crediti alle esportazioni: Corrispondono sostanzialmente a mancati pagamenti di importazioni da parte dei Paesi debitori;

    - Commerciali, contratti con banche private: comprendono più dell’80% dei debiti a breve termine;

    - Multilaterali: Vengono contratti con istituzioni finanziarie mondiali, come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, le Banche regionali di sviluppo.

    Le principali sedi dove si discute del debito estero sono il FMI, la Banca Mondiale, il Club di Parigi e il Club di Londra.

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • DEBITO ESTERO E PAESI IN VIA DI SVILUPPO: PROBLEMATICHE (ENCICLOPEDIA)

    Abstract

    Il peso di un eccessivo debito estero costituisce da decenni un serio ostacolo alla crescita di molti Paesi in via di Sviluppo. Un elevato debito scoraggia la disponibilità degli investitori di concedere capitale e vincola i PVS in una trappola della povertà (effetto “Debt Overhang”). Il problema del debito estero è presente sin dai primi anni settanta quando shock petroliferi, alti tassi d’interesse, deboli prezzi delle materie prime sui mercati internazionali, recessione dei Paesi industrializzati e alti deficit commerciali portano, come naturale conseguenza, un incremento di richieste di prestito internazionale da parte dei PVS. Dopo un’iniziale staticità nell’approccio al problema del debito estero (vedi Piani di Aggiustamento Strutturale e “Piano Baker”), molte delle iniziative di ristrutturazione, sviluppatesi successivamente da parte delle istituzione finanziarie internazionali, avvengono nella convinzione che una riduzione del debito possa portare vantaggi al Paese debitore ma anche e soprattutto al Paese creditore (vedi Curva di Laffer). A partire dagli anni novanta nascono così iniziative come la Heavily Indebted Poor Countries Initiative (HIPC) rivolte ad una riduzione consistente del debito contratto dai Paesi in via di Sviluppo.

    Debito e Ristrutturazione. Inquadramento Generale

    Un deficit commerciale nella bilancia dei pagamenti indica che un Paese necessita, per consumi ed investimenti, di un ammontare di risorse superiori a quelle disponibili e deve dunque attrarre capitali dall'estero. Per farlo il Paese in questione può attrarre investimenti diretti esteri (IDE) oppure prevedere l'emissione di debito (obbligazioni) verso istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale, verso banche commerciali o infine verso soggetti privati. Il debito in questione viene generalmente definito “debito estero” ovvero come il totale del debito pubblico e del debito privato verso i non residenti, ripagabile in valuta estera, beni o servizi. I debitori possono dunque essere il Governo, le società e le stesse famiglie mentre i creditori possono essere banche commerciali, società finanziarie internazionali, Governi stranieri, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) o la Banca Mondiale. In sostanza il debito estero può essere inteso come la somma totale, in genere misurata su base annua, che gli operatori privati e pubblici di un Paese devono versare, a scadenze prestabilite, a operatori privati o pubblici residenti all’estero.

    Quando un Paese è impossibilitato a far fronte alle proprie obbligazioni e ai prestiti ricevuti può avviare una procedura di ristrutturazione del debito. Essa prevede un accordo in cui le scadenze, il periodo di garanzia e i tassi, che rappresentano le condizioni originarie di un prestito, vengono riconsiderate per attenuare l'onere del debitore. La riorganizzazione del debito è vincolata e subordinata alla stipula di questi tipi di accordi con i Paesi creditori in cui si può prevedere o l’allungamento delle scadenze del vecchio debito con tassi d’interesse più bassi e tempi di pagamenti contrattuali più lunghi (riscadenzamento) o una riduzione del valore nominale del debito (riduzione).

    Le Prime Crisi Debitorie nei Paesi in via di Sviluppo

    Sin dalla fine della Prima Guerra Mondiale, i Paesi “ricchi” concedono aiuti ai Paesi “poveri” per accrescere i propri investimenti. L’indebitamento dei Paesi esteri non è dunque un fenomeno recente. In letteratura, il fenomeno risale generalmente agli anni settanta, anni in cui soprattutto i Paesi esportatori di petrolio dispongono di una ingente quantità di risorse valutarie che tramite il sistema bancario privato internazionale utilizzano per concedere crediti ai Paesi in via di sviluppo. Questi ultimi vengono colpiti direttamente dalla crisi energetica del 1973 e dal conseguente declino dei prezzi delle materie prime poiché economie dipendenti in maniera diretta dalle esportazioni. Gli shock petroliferi, gli alti tassi di interesse, i deboli prezzi delle materie prime sui mercati internazionali, le recessioni nei Paesi industrializzati, i bassi tassi di risparmio, gli alti deficit commerciali e fiscali portano, come naturale conseguenza, ad un incremento di richieste di prestito internazionale. Per i Paesi in via di Sviluppo, l’insieme di questi fattori incrementa una situazione macroeconomica precaria che dura fino agli anni novanta e rappresenta la principale preoccupazione degli organismi finanziari internazionali in quegli anni. Tali preoccupazioni diventano fondate quando nel 1982 il Messico diventa il primo Paese a dichiarare il default seguito poi dal Brasile. Proprio a partire dalla crisi debitoria del 1982-83, si sviluppano importanti iniziative multilaterali di riduzione e cancellazione del debito estero da parte della comunità internazionale. Oggi, oltre ai Paesi a medio reddito dell'America Latina, anche i Paesi a basso reddito, per la maggior parte africani sono coinvolti dal problema delle crisi debitorie.

    Prestiti e Condizionalità. Nascono i Piani di Aggiustamento Strutturale (PAS)

    Nel 1982, il Messico dichiara di non essere in grado di pagare i suoi debiti e per evitare una reazione a catena, il FMI e la Banca Mondiale subentrano in molti crediti delle banche commerciali, consentendo così l’afflusso di nuovi capitali. In cambio il Messico e gli altri Paesi interessati attuano una serie di riforme volte a raggiungere l'obiettivo primario: il pagamento del debito. Nascono così i primi Piani di Aggiustamento Strutturale (PAS), noti anche come Washington Consensus, ovvero una serie di “Condizionalità” per ottenere nuovi finanziamenti da FMI e Banca Mondiale.

    I PAS prevedono:

    1. Riduzione della spesa pubblica, privatizzazione delle imprese e tagli alle spese per l'istruzione e la sanità;
    2. Aumento dell'esportazione di materie prime e prodotti, sostituendo le colture di sussistenza con produzioni agricole commerciabili e sfruttamento delle risorse naturali;
    3. Aumento dei tassi d'interesse ed eliminazione dei limiti al libero movimento di capitali;
    4. Riduzione dei dazi e delle barriere consentendo il libero flusso di prodotti e servizi.

    Tali misure hanno lo scopo di garantire una buona performance dell'economia del Paese debitore, in modo da assicurare così la restituzione dello stesso. I “suggerimenti” delle istituzioni di Bretton Woods vengono seguite da molti Paesi, dall'America Latina all'Africa al Sud Est Asiatico, senza ottenere però i risultati sperati. Nella seconda metà degli anni ottanta il FMI stesso, inizia a studiare una nuova strategia. Inizialmente l'unico strumento impiegato per migliorare la situazione dei Paesi debitori era lo spostamento in avanti delle scadenze (riscadenziamento del debito) oppure il rifinanziamento degli arretrati. Solo alla fine degli anni ottanta, quando è ormai evidente che la ristrutturazione del debito verso scadenze più lunghe crea soltanto un aumento del debito totale, a causa della capitalizzazione degli interessi, i creditori si rendono conto che non tutti i debiti possono essere estinti.

    Iniziative di Riduzione del Debito

    Piano Baker. Parallelamente all’inizio dei Piani di Aggiustamento Strutturale (PAS) del FMI e della Banca Mondiale, viene intrapresa un’iniziativa di riduzione del debito più diretta. Si avvia il cosiddetto “Piano Baker”, ideato nel 1985 dal segretario del Tesoro americano J. Baker come misura per fronteggiare la minaccia del Perù e di altri PVS, di procedere in maniera del tutto autonoma ad una limitazione dei debiti contratti. Il piano propone un nuovo approccio alla soluzione del problema conciliando sviluppo ed estinzione del debito. Il programma, che considera come imprescindibile la totale restituzione dei debiti, contempla la ripresa degli aiuti finanziari erogati da banche e organismi internazionali in favore dei PVS e l'adozione, da parte di questi ultimi, di politiche per favorire lo sviluppo e la crescita. Il piano fallisce anche a causa della mancata disponibilità degli istituti di credito a investire in aree deboli.

    Piano Brady. Nel 1989 il nuovo Segretario del Tesoro americano Nicolas Brady propone una nuova iniziativa, chiamata “Piano Brady”, che trasforma il debito estero di una parte dei Paesi debitori in obbligazioni (“Brady Bond”) garantite dal FMI. L’obiettivo è ridurre il debito dovuto alle banche commerciali con il sostegno di FMI e Banca Mondiale. Ne deriva un successo limitato con la nascita delle prime forme di conversione del debito interno in valuta locale. L’elemento innovativo del piano è l’utilizzo di fondi pubblici per fornire garanzie nella conversione dei titoli di debito. Concretamente, il “Piano Brady” si riferisce ad un periodo di tre anni che richiede da parte dei debitori di perseguire i piani di stabilizzazione e di attivare le misure necessarie per impedire fughe di capitali in cambio delle riduzioni di debito nella forma di:

    1. “Buyback”: riacquisto, da parte dei Paesi debitori stessi, a prezzi scontati e con pagamento in contanti.

    2. “Debt for equity swap”: conversione dei titoli di debito con investimenti di portafoglio sui mercati locali.

    3. “Par bond”: conversione, alla pari, in obbligazioni, nella quale si mantiene il completo valore nominale del titolo di debito, riducendo però gli interessi ad un tasso fisso del 6%.

    4. Nuovi finanziamenti.

    Questa iniziativa, fornisce interessanti esempi di come la riduzione di debito influenzi le performance economiche ed i flussi di capitali (vedi anche paragrafo successivo Perché Ridurre il Debito. Effetto Debt Overhang e Curva di Laffer). Dal 1989 al 1996 questo sistema riduce il debito estero di 46,5 miliardi di dollari.

    Heavily Indebted Poor Countries Initiative (HIPC). Nel 1996 il FMI e la Banca Mondiale propongono la riduzione fino all’80% del debito estero di 41 Paesi considerati molto poveri attraverso l’iniziativa HIPC. L’iniziativa HIPC (Heavily Indebted Poor Countries) fu studiata negli anni ’90 dalla Banca Mondiale e dal FMI per rendere sostenibile nel medio-lungo periodo il debito estero dei Paesi più poveri. La grossa novità apportata da questa misura è la riduzione del debito anche nei confronti degli organismi finanziari internazionali e non solo dei Governi creditori. Per essere eleggibili all’iniziativa HIPC, il Paese deve adottare un programma di riaggiustamento e di riforme sostenuti dal FMI e dalla Banca Mondiale e mettere in atto suddetto programma per un periodo di tre anni.

    Perché ridurre il Debito. Effetto Debt Overhang e Curva di Laffer

    Un elevato debito estero aumenta l’incertezza circa l’eventualità che lo stock di debito sia totalmente restituito e in un ambiente macroeconomico in cui regna l’incertezza, gli investitori esteri e nazionali preferiscono rimandare le loro scelte (effetto “Debt Overhang”). La riduzione del debito può diminuire l’incertezza (dovuta al rischio di default, alla rinegoziazione delle scadenze e all’accumulo di arretrati) migliorando l’efficienza allocativa e le aspettative nei Governi e nelle politiche dei Paesi debitori. Infatti, una volta superato un certo livello, l’eccesso di debito esercita pressioni negative sulla disponibilità degli investitori di fornire capitale. Quindi, la presenza di un elevato stock di debito, secondo la teoria del “Debt Overhang”, modifica gli incentivi sia del creditore che del debitore e una riduzione dello stesso può essere nell’interesse di entrambe le parti. Secondo alcuni economisti (Paul Krugman, Jeffrey Sachs e Peter Kenen) la Curva di Laffer del debito (Fig. 1) riproduce la probabilità di rimborso come funzione dello stock di debito e chiarisce come la riduzione dello stesso possa essere un vantaggio sia per il debitore che per il creditore:

    Fig.1 Curva di Laffer

    Sull’asse delle ordinate la figura descrive il valore del debito risultante dai pagamenti futuri attesi e sull’asse delle ascisse il valore attuale nominale del debito (stock di debito totale). La curva segue la linea a 45°, nella fase iniziale quando il debito è sostanzialmente basso.

    Nel punto C compare il “Debt Overhang”: i pagamenti attesi (per unità addizionali di debito) cominciano a diventare più bassi del valore del debito come risulta dai pagamenti futuri attesi che si ritiene il PVS sarà in grado di effettuare.

    Nel punto R la curva inizia anche a decrescere, poichè il valore attuale del debito aumenta ed impone disincentivi tali che i pagamenti attesi, per i prestiti addizionali, diminuiscono invece che aumentare.

    Quindi, teoricamente il momento migliore per avviare una riduzione del debito è quando il Paese si trova oltre il punto L, e precisamente poco prima del punto R, in quanto una riduzione degli obblighi verso il punto L porterebbe benefici sia al debitore che al creditore, perché il Paese debitore avrà meno debiti, ma al tempo stesso il creditore vedrà aumentare il valore dei propri crediti residui.

    In sostanza, quando il Paese debitore si trova alla destra del punto R (il cosiddetto lato “sbagliato” della curva di Laffer), una riduzione del debito aumenta la probabilità di rimborso e migliora la condizione del creditore e del debitore. Al contrario, un elevato debito scoraggia gli investimenti in capitale fisico e in capitale umano, l’implementazione di nuove tecnologie e di riforme strutturali, in quanto nel Paese debitore si diffonde la convinzione che tutti i guadagni futuri saranno indirizzati a ripagare il debito contratto. Questa interpretazione degli effetti del “Debt Overhang” mostra come un debito eccessivo possa vincolare i PVS in una trappola della povertà.

    Forum per la Rinegoziazione del Debito. Club di Parigi e Club di Londra

    Club di Parigi. Utilizzato come strumento sovranazionale per le trattative fra creditori pubblici, come i Governi, e debitori, il Club di Parigi ha curato direttamente tutti gli ultimi accordi che hanno avuto come oggetto un default sovrano.Il Club di Parigi rappresenta una delle più importanti sedi multilaterali all’interno delle quali si discute la problematica del debito estero e, più precisamente la sua ristrutturazione. Il Club di Parigi agisce in stretto collegamento con il FMI, sulla base del criterio del “Burden Sharing” (cioè, la condivisione dei costi e dei rischi derivanti dall’intervento a favore dei Paesi debitori). In questo modo, un Paese indebitato che voglia chiedere al Club di Parigi la riconsiderazione del proprio debito dovrà innanzitutto dimostrare di essere destinatario di un programma di aiuto avviato dal FMI e diretto al risanamento dell’economia e dimostrare, altresì, di trovarsi in serio pericolo di insolvenza (Imminent Default). Nato nel 1956 per far fronte a una crisi finanziario-debitoria dell’Argentina, il Club di Parigi riunisce oggi 19 Stati che sono i principali creditori dei Paesi poveri più indebitati e costituisce un importante forum d’incontro e di negoziato tra i Paesi partecipanti. Da allora, il Club di Parigi ha concluso 429 accordi relativi a 90 Paesi debitori. L’ammontare complessivo del debito coperto da questi accordi raggiunge i 573 miliardi di dollari. Nel 2004 il Club di Parigi raggiunge un accordo per la cancellazione incondizionata del debito iracheno. Due anni più tardi, la Nigeria diviene il primo Paese africano a pagare l’intero debito nei confronti del Club di Parigi.

    Club di Londra. Il Club di Londra è un gruppo informale di creditori privati internazionali simile al Club di Parigi. Il suo primo incontro avviene nel 1976 in risposta ai problemi di pagamento dei debito contratti dallo Stato africano dello Zaire. Nel Club di Londra non vi è alcun membro permanente, non ha alcun mandato formale e gli interessi delle banche creditrici sono rappresentati da un comitato direttivo composto dalla banche stesse. Le riunioni del Club di Londra avvengono su richiesta di un Paese debitore.

    Il Club di Parigi e il Club di Londra sono i due principali forum di riferimento per la ristrutturazione (o, più praticamente, per il riscadenziamento) del debito sovrano.

    Bibliografia

    BERTHELEMY J. C. … LENSINK R. (1992) “An Assessment of the Brady Plan Agreements”, Technical papers Organisation for Economic Co-operation and Development, Ed. 67

    DI MAGLIANO R. … QUARTO A. … ZUPI M. (2003) Il debito estero nei paesi in via di sviluppo: problemi e prospettive, Torino, UTET Università (http://www.utetuniversita.it/catalogo/economia/il-debito-estero-nei-paesi-in-via-di-sviluppo-2420)

    IMF … WORLD BANK (1996) “The HIPC Debt Initiative-Elaboration of Key Faetures and Proposed Procedures”, IMF/WB, Washington DC, Agosto

    MINISTERO DEL TESORO, DEL BILANCIO E DELLA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA (2000) “Relazione sull’attività delle banche e dei fondi di sviluppo multilaterali la partecipazione finanziaria e il ruolo dell’Italia per l’anno 1999”, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (http://www.dt.tesoro.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/rapporti_finanziari_internazionali/rapporti_finanziari_internazionali/banche_multilaterali_di_Sviluppo/relaz1-8.pdf)

    PRESBITERO A. (2010) Il Debito estero nei Paesi in via di Sviluppo, Novara, Università del Piemonte Orientale (http://utenti.dea.univpm.it/presbitero/POLEC/Note_debito%20estero.pdf)

    WORLD BANK (2012) “Global Development Finance 2012: External Debt of Developing Countries”, WB, Washington D.C., WB

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • DEBITO PUBBLICO

    Mezzo di finanziamento delle spese pubbliche, che può assumere forme diverse, le quali caratterizzano a loro volta i diversi tipi di prestiti pubblici e differenziano gli effetti che un dato ammontare di debito pubblico può avere sull’economia.

    1. Forme di debito pubblico. La differenza più importante da un punto di vista economico riguarda la scadenza dei titoli del debito pubblico, distinguendosi a tal fine tra debito fluttuante e consolidato, questo secondo redimibile e irredimibile. Tipicamente a breve termine, il debito fluttuante è quello contratto per far fronte a momentanee esigenze di cassa per un periodo non superiore alla durata di un anno e che non viene perciò iscritto in bilancio. Tipica forma di debito fluttuante sono i BOT (forma molto liquida di impiego del risparmio) e il risparmio postale depositato dalla Cassa DDPP in presso la Tesoreria dello Stato. Il debito consolidato (il nome deriva dal consolidamento, nei bilanci degli anni successivi all’emissione, delle somme necessarie al pagamento degli interessi) è costituito da titoli a scadenza medio-lunga o indeterminata (v. consolidamento del debito pubblico). Nel primo caso si ha il debito redimibile, contratto per provvedere alla copertura del disavanzo di bilancio per un periodo di più anni e che deve essere restituito alla scadenza. Certificati di credito del Tesoro (18-24 mesi i CTZ, 7 anni i CCT), Buoni Poliennali del Tesoro (di regola a 3, 5, 7 ma anche a 30 anni). Sono possibili (ma oggi estinti) anche altri prestiti speciali redimibili. Il debito irredimibile, invece, è quello per il quale esiste soltanto l’obbligo di pagare gli interessi (onde è chiamato usualmente rendita), salva sempre, s’intende, la facoltà del Tesoro di riscattare il capitale, mediante rimborso dei titoli, al momento ritenuto più opportuno. La vecchia rendita consolidata, derivante dalle iscrizioni riunite nel Gran Libro del Debito Pubblico del 1861) è l’unico esempio di prestito irredimibile statale italiano (a esso era riservato nel linguaggio usuale il termine “consolidato”). Tutti questi prestiti sono emessi in lire. La Repubblica italiana emette, inoltre, titoli in euro e in valuta estera, in forma di obbligazioni a medio-lungo termine o di carta commerciale, offerte sui mercati internazionali e solitamente sottoscritti da investitori istituzionali. Altre forme di debito a breve (che non sono debito fluttuante) sono l’emissione di biglietti di Stato (v. biglietto di Stato), di vaglia del Tesoro, i depositi di terzi in Tesoreria, i debiti di bilancio (residui passivi). Altre forme di debito pubblico a medio-lungo termine sono il debito vitalizio e i debiti di guerra. L’importanza relativa assunta da queste tre forme di prestiti dipende sia dall’evoluzione nei criteri di gestione del debito pubblico, sia dai mutamenti intervenuti nelle strutture istituzionali, produttive e finanziarie del sistema economico. Negli ultimi cinquant’anni il debito consolidato si è ridotto Altre caratteristiche differenziali dei prestiti pubblici possono riguardare: a) il luogo nel quale sono sottoscritti (prestiti interni ed esteri); b) le modalità di sottoscrizione (prestiti volontari, cioè a condizioni di mercato; prestiti forzosi; prestiti patriottici; prestiti politici); c) il sistema di emissione, secondo che i titoli vengano offerti ai sottoscrittori direttamente, o soltanto indirettamente il tramite di intermediari quali un consorzio di banche, o attraverso sportelli di banche, le quali garantiscono il collocamento dell’intero prestito impegnandosi a sottoscrivere la parte di titoli eventualmente non assorbita dal pubblico (emissione mista); d) le modalità di emissione, secondo che si abbiano emissioni alla pari o sotto la pari; gli aspetti giuridici della trasferibilità dei titoli. (nominativi o al portatore); e) l’elevatezza del valore nominale dei singoli titoli (di piccolo o grosso taglio); f) la remunerazione assicurata al sottoscrittore (titoli a premio, fruttiferi e misti, che producono un interesse oltre a partecipare all’estrazione per il rimborso e per l’assegnazione di premi: tra i titoli fruttiferi vanno distinti i titoli indicizzati, nel capitale o negli interessi, a indicizzazione reale o finanziaria, dai titoli rimborsati e remunerati ai valori nominali; zero coupon bonds, ossia obbligazioni il cui rendimento consiste solo nella differenza tra il prezzo di emissione e quello di rimborso a scadenza); g) il rimborso (in unica soluzione alla scadenza, ovvero secondo un piano di ammortamento).

    2. Aspetti economici. I problemi che pone il ricorso al debito pubblico possono riassumersi nella valutazione degli effetti che esso ha sull’accumulazione di capitale, sulla distribuzione del reddito e sulla stabilità dell’economia nel breve periodo. Dal punto di vista degli effetti sull’accumulazione e lo sviluppo, la preferibilità del ricorso al debito pubblico dipende dalle variabili che si ritiene influenzino le decisioni di risparmio del pubblico (e se, tra queste variabili, rientri anche la ricchezza finanziaria), dalle ipotesi che si fanno circa il processo di trasformazione del risparmio in investimenti, e dalla definizione di “ottimo” saggio di accumulazione e di sviluppo che si adotta. Gli effetti sulla distribuzione del reddito dipendono dal tipo di prestito (in particolare, se interno o estero), dall’impiego più o meno produttivo del ricavo del prestito, dal tipo di imposte prelevate per ottenere i fondi necessari al servizio del debito, dalla distribuzione tra i componenti la collettività dei patrimoni e del possesso dei titoli del debito. La manovra del debito pubblico per conseguire l’obiettivo della stabilità del reddito dell’occupazione richiede, in prima approssimazione, che in periodi di depressione si ricorra al finanziamento della spesa pubblica mediante debito piuttosto che mediante imposte (e si faccia l’inverso in periodi di espansione inflazionistica); e ancora che, per ogni dato ammontare di debito pubblico, si cerchi in periodi di depressione di accrescere le caratteristiche di liquidità dei titoli e di spostarne il possesso da chi non ha possibilità o volontà di impiegarli per finanziare un aumento di liquidità a chi invece possiede tali requisiti (viceversa, in periodi di pressione inflazionistica, si dovranno modificare caratteristiche e possesso dei titoli in circolazione in modo da ottenere il maggiore effetto restrittivo sulla domanda). C’è da aggiungere, peraltro, che tale manovra si presenta particolarmente complessa (e quindi richiede un accorto dosaggio) nei sistemi economici, come quelli contemporanei, specie quando sono caratterizzati, come è avvenuto negli ultimi trent’anni del secolo scorso, dalla contemporanea presenza di inflazione e di recessione. Tra gli effetti economici probabili dell’accumulo di debito pubblico va menzionato l’aumento dei tassi d’interesse di mercato. Oggi i problemi del debito pubblico vengono per lo più studiati alla luce della sua sostenibilità di lungo periodo. Il debito pubblico è considerato sostenibile quando il rapporto tra lo stock del debito pubblico e il prodotto nazionale lordo non aumenta nel tempo (o diminuisce). L’indicatore principale della sostenibilità è il vincolo intertemporale del bilancio pubblico, secondo il quale il valore attualizzato delle imposte future deve essere uguale al valore attualizzato delle spese future, al lordo delle spese per interessi sul debito pubblico. In relazione al vincolo di bilancio intertemporale, la sostenibilità dello stock di debito pubblico dipende dall’andamento del deficit primario, dalla differenza tra tasso d’interesse reale sui titoli pubblici e tasso di crescita reale dell’economia e dal tasso d’inflazione. Una misura semplice ed eloquente del peso del debito pubblico è dato dal suo rapporto col PIL. Nei Paesi industrializzati il debito pubblico negli ultimi cinquant’anni si è accresciuto più rapidamente del reddito nazionale. In Italia, p.e., il rapporto debito pubblico/PIL è aumentato da una media stabile intorno al 30% nei decenni 1950-1960 fino a raggiungere il 100% nel 1990 e poi sfiorare il 125% nel 1996. Negli altri Paesi dell’UE il rapporto è superiore al 100% solo per Grecia e Belgio.

    3. Misura del debito pubblico. Col termine debito pubblico, se altra specificazione non è aggiunta, si intende comunemente la consistenza delle passività del settore pubblico relative a BOT e raccolta postale e debiti netti verso Banca d’Italia e UIC, titoli a medio e lungo termine collocati sul mercato (inclusi i CTZ) e BTE, debiti verso banche, altri debiti interni, debiti esteri. Il debito delle altre componenti il settore pubblico si calcola in analogo modo. Non rientrano nel computo i residuo passivi e il debito vitalizio.

    4. Politica finanziaria europea. La politica economica comunitaria dà molto rilievo alla dinamica del debito pubblico. Già nel Trattato di Maastricht (1992) il rapporto tra debito pubblico e PIL non inferiore al 60% è stato posto tra i criteri di convergenza degli Stati membri, cioè il metro di misura conseguimento da parte di ciascuno degli obiettivi per la realizzazione e per il mantenimento dell’UEM. Intorno al 1998, anno che ha preceduto l’avvio della terza fase dell’UEM, diversi Stati membri non ottemperavano ancora a questo criterio (tra questi c’erano Germania, Austria, Belgio, Paesi Bassi e Spagna). La rigidità del principio è stata perciò attenuata nel senso di considerare realizzato l’obiettivo se il rapporto si sta riducendo in misura sufficiente e si avvicina al valore di riferimento con ritmo adeguato. Grazie a questa correzione Italia e Grecia sono potute entrare nell’Eurosistema, nonostante l’ostilità di alcuni Paesi membri.

  • DEBITO PUBBLICO ALLARGATO

    Debito del settore pubblico allargato, che aggiunge l’indebitamento dell’ENEL al debito pubblico dello Stato, alle passività degli enti locali e previdenziali, delle aziende autonome, regionalizzate e municipalizzate. Con la privatizzazione dell’ENEL il concetto ha perso di significato.

  • DEBITO VITALIZIO

    Valore attuale delle rendite vitalizie per pensioni o per altro titolo in corso di pagamento o di cui ancora non è maturato l’obbligo del pagamento, dovute da un’organizzazione, in particolare dallo Stato e da altre amministrazioni pubbliche, ai dipendenti e anche ad altre persone fisiche. Il debito vitalizio è simile concettualmente alle riserve tecniche delle compagnie di assicurazioni sulla vita. Da queste differisce, di regola, per non avere annuali accantonamenti a riserve tecniche a carico del bilancio di esercizio, per non essere calcolato attuarialmente e nemmeno iscritto in bilancio e per il fatto che le rate di pensione vengono pagate con le entrate correnti di bilancio, non attingendo ad appositi investimenti. Sulle finanze dello Stato italiano ha gravato un debito vitalizio occulto fino al 1996, anno in cui il trattamento di pensione dei dipendenti statali è stato trasferito all’INPDAP.

  • DEBT BUY BACK

    Riacquisto del proprio debito da parte del debitore. Nel caso di Paesi in via di sviluppo con difficoltà nel servizio del debito, tale operazione avviene normalmente ad un prezzo inferiore al valore nominale del debito.

  • DECIFRATURA

    Percorso inverso a quello della cifratura. Esso consente di riportare in chiaro il testo cifrato oltre che di ricalcolare la cifra di controllo per verificare che i dati ricevuti non abbiano subito alterazioni.

  • DECISIONE DI FINANZA PUBBLICA (DFP)

    La Decisione di Finanza Pubblica (DFP) rappresenta lo strumento di programmazione, almeno triennale, sostitutivo del Documento di Programmazione Economico-Finanziaria (DPEF), ai sensi della L. 31 Dicembre 2009 n. 196. La DFP indica (art. 10) l’evoluzione economico-finanziaria internazionale, per l’anno in corso e per il periodo di riferimento, nonché le previsioni macroeconomiche tendenziali e programmatiche per l’Italia, per ciascun anno del periodo di riferimento. Esplica inoltre i parametri economici essenziali utilizzati per le previsioni di finanza pubblica in coerenza con gli andamenti macroeconomici tendenziali e programmatici. Il Governo presenta alle Camere lo schema di DFP entro il 15 settembre di ogni anno, per le conseguenti deliberazioni parlamentari (art. 7, comma 2, lett. b della legge). La presentazione alle Camere della DFP viene dunque ravvicinata alla presentazione della legge di Stabilità e della legge di Bilancio, fissata al 15 ottobre.

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • DECISIONE, DIRITTO COMUNITARIO

    1. CE, Euratom. Atto normativo comunitario (fr. décision; ingl. decision) ai sensi dell’art.249 (ex 189) del Trattato CE, obbligatorio in tutti i suoi elementi, ma solo per i destinatari da esso designati; a differenza del regolamento non ha, quindi, portata generale, ma individuale, mentre è irrilevante la forma assunta dall’atto, poiché in ogni caso si deve guardare alla sostanza dello stesso. La decisione è in genere emessa dalla Commissione, ma alcune di quelle dirette agli Stati, sono emesse dal Consiglio. Se destinatari della decisione sono persone fisiche o giuridiche essa ha i caratteri dell’atto amministrativo interno, in quanto applica le norme comunitarie di carattere generale al caso concreto e, al pari del regolamento, esplica efficacia diretta nei confronti degli individui, senza che lo Stato debba concorrere con la sua azione o con la sua normazione. Inoltre, quando vi siano più destinatari non occorre che essi vengano indicati nominativamente, ma è sufficiente che siano individuabili per la categoria cui appartengono. Qualora la decisione comporti, a carico di persone fisiche o giuridiche un obbligo pecuniario essa forma, come le sentenze della Corte di Giustizia, titolo esecutivo ed è sottoposta alla medesima disciplina di queste ultime. Nel caso che la decisione si indirizzi a uno o più Stati membri essa produce effetti nei riguardi degli individui solo indirettamente, attraverso l’attività dello Stato che è tenuto a seguire il comportamento che la decisione prescrive.

    2. CECA. Nel sistema CECA si parla di decisione sia per indicare atti giuridicamente obbligatori, equiparabili ai regolamenti CE ed Euratom, sia atti vincolanti solo nei confronti di destinatari determinati, corrispondenti alle decisioni del sistema CE ed Euratom, che diventano efficaci in virtù della loro notificazione ai destinatari.

  • DECISIONI DI INVESTIMENTI

    Nelle imprese e, in generale, nelle organizzazioni complesse, esistono teoricamente due approcci allo studio delle procedure di decisione degli investimenti: l’uno, il capital budgeting, analizza i progetti nell’ambito della programmazione a medio termine e li traduce nel budget di conto capitale annuale; l’altro si concentra sulle fasi della valutazione, costituisce l’analisi costi-benefici ed è applicato almeno nella forma della valutazione finanziaria.

  • DECORRENZA DEGLI INTERESSI

    Giorno da cui iniziano a maturare gli interessi. Suole essere indicato nel linguaggio bancario, con il termine “valuta”. I crediti di somme di denaro producono automaticamente interessi dal momento in cui diventano liquidi (determinati nel loro ammontare, certo, non contestati) ed esigibili (non più sottoposti a condizione o a termine), salve le eccezioni nascenti dalla legge (così, p.e., i crediti per fitti e pigioni producono interessi soltanto dalla costituzione in mora del debitore). Nelle obbligazioni pecuniarie sono altresì dovuti dal giorno della mora gli interessi al tasso legale (art. 1224 c.c.). Quando la cosa venduta e consegnata al compratore produce frutti, decorrono gli interessi sul prezzo anche se questo non è ancora esigibile (art. 1499 c.c.). Gli interessi già maturati producono interessi (v. anatocismo) dal momento in cui il loro pagamento sia domandato giudizialmente ovvero dal momento fissato mediante un accordo posteriore alla loro scadenza. In entrambi i casi, però, si deve trattare di interessi dovuti per almeno sei mesi.

  • DECRETO CIAMPI

    Indica il d.lg. 17.5.1999 n. 153 che disciplina delle fondazioni bancarie e le agevolazioni fiscali per favorire processi di ristrutturazione del sistema bancario.

  • DECRETO DIGNITA'

    Il decreto n. 87 del 12 luglio 2018, contiene “Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese”.
    Il testo del decreto contiene modifiche all’assetto giuridico italiano del mercato del lavoro rispetto a 4 ambiti principali:
    1. Fiscalità
    2. Delocalizzazioni produttive
    3. Precarietà del lavoro
    4. Gioco d’azzardo
    Rispetto alla Fiscalità, il decreto Dignità ha prorogato lo spesometro, aggiornato il redditometro e abolito lo split payment dei professionisti.
    Rispetto alla delocalizzazione produttiva, il decreto ha imposto la decadenza felice incentivi incassati per le imprese che riducono del 50% i posti di lavoro, rispetto al 10% precedentemente accordato.
    Rispetto alla precarietà del lavoro, il decreto ha introdotto l’obbligo di causale nei contratti a termine, la proroga del bonus per assunzione di under 35 anni per 2 anni, un regime transitorio per i contratti a termina con massimo 4 proroghe per complessivi 2 anni, senza possibilità di rinnovo in assenza di causale del contratto. Sono state rimandate le norme a tutela dei lavoratori della GIG economy, come i rider delle compagnie di delivery.
    Il decreto ha inoltre re-introdotto i voucher lavoro INPS, per lavori occasionali limitati a pensionati, disoccupati e giovani.
    Rispetto al gioco d’azzardo, il decreto disincentiva la pubblicità diretta e indiretta, comprese le sponsorizzazioni anche su piattaforma online.

  • DECRETO EURO

    Denominazione abbreviata del d.lg. 24.6.1998 n.213 (“Disposizioni per l’introduzione dell’EURO nell’ordinamento nazionale, a norma dell’articolo 1, comma 1, della legge 17 dicembre 1997, n. 433”, pubblicato nella GU n. 157 dell’8 luglio 1998, Suppl. Ord. n. 116). Il decreto ha regolato la conversione dei parametri di riferimento in materia creditizia cessati in seguito all’avvio del SEBC (p.e. il tasso ufficiale di sconto); i criteri di calcolo della conversione delle lire in euro, compresi gli importi in lire contenuti nella legge italiana, la ridenominazione in euro degli strumenti finanziari di debito (pubblici e privati); i criteri da seguire nel passaggio all’euro come moneta di conto nelle imprese, con disposizioni speciali per le banche, le società finanziarie, le compagnie di assicurazioni, i fondi pensione, la pubblica amministrazione; la dematerializzazione; i criteri di calcolo della conversione in euro sanzioni pecuniarie espresse in lire.

  • DECRETO EUROSIM

    Denominazione corrente del d.lg. 23.7.1996 n. 415 (Recepimento della direttiva 93/22/CEE del 10 maggio 1993 relativa ai servizi di investimento del settore dei valori mobiliari e della direttiva 93/6/CEE del 15 marzo 1993 relativa all’adeguatezza patrimoniale delle imprese di investimento e degli enti creditizi, in G.U. n. 186 del 9 agosto 1996 - Supplemento Ordinario n. 133).

  • DECRETO INGIUNTIVO

    Provvedimento di condanna al pagamento di una somma di denaro, ovvero alla consegna di cosa mobile determinata o di una certa quantità di cose fungibili emesso dal giudice competente senza il contraddittorio del debitore, quando il creditore dà la prova scritta della sua pretesa, o se il credito riguarda onorari, o rimborso di spese sostenute da avvocati, cancellieri e ufficiali giudiziari, o da chiunque altro ha prestato la sua opera in occasione di un processo o onorari, diritti o rimborsi spettanti ai notai od altri esercenti le libere professioni per le quali esiste una tariffa legalmente approvata (art. 633 c.p.c.). Quanto alle prove scritte, sono considerate idonee per ottenere il decreto, oltre che le promesse unilaterali e i telegrammi, anche gli estratti autentici delle scritture contabili obbligatorie, per crediti derivanti da somministrazioni di merci o di denaro. In particolare, la Banca d’Italia e le banche possono chiedere il decreto d’ingiunzione previsto dall’articolo 633 c.p.c. anche in base all’estratto conto, certificato conforme alle scritture contabili da uno dei dirigenti della banca interessata, il quale deve anche dichiarare che il credito è vero e liquido (art. 50 TUBC). Contro il decreto, il debitore può proporre opposizione avanti allo stesso giudice che ha emesso il provvedimento ed ha inizio così un normale processo di cognizione, nel quale le parti sono tenute a provare le rispettive pretese. Se l’opposizione è respinta, il decreto diviene esecutivo e costituisce valido titolo contro il debitore condannato. Il decreto ingiuntivo è provvisoriamente esecutivo se esso è fondato su cambiale, assegno bancario o circolare o certificato di liquidazione di borsa oltre che su atto ricevuto da notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato per legge. La provvisoria esecuzione può essere concessa, anche al di fuori delle ipotesi anzidette, se vi è pericolo di grave pregiudizio nel ritardo, ma in questo caso il giudice può ordinare al creditore la prestazione di una cauzione. Inoltre, il giudice avanti al quale il debitore propone l’opposizione può concedere la provvisoria esecuzione del decreto, quando (opposizione non sia fondata su prova scritta o di pronta soluzione.

  • DECRETO MINISTERIALE

    Provvedimento amministrativo emesso dai singoli ministri o dal Presidente del Consiglio per regolare particolari materie secondo le singole competenze; può avere efficacia interna o esterna e, in quest’ultimo caso, quando la legge lo richiede, deve essere sottoposto alla registrazione della Corte dei Conti (p.e., in caso di autorizzazione di spese o di approvazione di determinati contratti). Nel settore bancario, decreti ministeriali hanno stabilito gli interessi sui depositi in conto corrente libero presso l’Istituto di emissione (d.m. 5.4.1945) e l’approvazione dello statuto della Cassa per il credito alle imprese artigiane. I decreti adottati dal Tesoro, contenenti provvedimenti in materia di difesa del risparmio e di disciplina della funzione creditizia, devono essere preventivamente deliberati dal Comitato interministeriale per il credito e il risparmio (CICR). Solamente in casi di urgenza il Tesoro può adottare questi provvedimenti, ma deve darne immediata comunicazione al Comitato interministeriale nella sua prima adunanza. Parimenti con decreto del Tesoro, sentito il suddetto Comitato, erano approvati o modificati gli statuti degli istituti di credito di diritto pubblico e BIN (v.banca di interesse nazionale). Nel caso di provvedimenti che attengono allo scioglimento degli organi amministrativi di banche e alla loro messa in liquidazione il decreto del Tesoro è emanato su proposta della Banca d’Italia, sentito il CICR. Quando la legge espressamente lo preveda, il decreto ministeriale può essere utilizzato per l’emanazione di regolamenti ministeriali (fonti del diritto di rango terziario, che non possono prevedere norme contrarie a quelle dei regolamenti del Governo emanati con decreto del Presidente della Repubblica). I regolamenti ministeriali sono adottati previo parere del Consiglio di Stato, sottoposti al visto e alla registrazione e al visto della Corte dei Conti e pubblicati nella Gazzetta Ufficiale; prima dell’emanazione devono essere comunicati al Presidente del Consiglio, che può sospenderne l’adozione e provocare una deliberazione del Consiglio dei Ministri. Seguendo il medesimo procedimento sono emanati con decreto interministeriale i regolamenti che riguardano materie di competenza di più ministri.

  • DECRETO PENALE, PROVVEDIMENTO DI CONDANNA

    Il procedimento per decreto è disciplinato fra i procedimenti speciali nel titolo V del libro VI c.p.p. Il decreto è il provvedimento di condanna emesso al termine delle indagini preliminari: prevede un incentivo premiale nel momento della commisurazione della pena (art.459 secondo comma 2 c.p.p.) e attenua gli effetti penali della condanna (art. 460 quinto comma c.p.p.). Presupposto dell’applicazione del decreto è che non debba essere comminata una misura di sicurezza personale (libro I, titolo VIII, capo I c.p.). Il procedimento nasce su iniziativa del pubblico ministero che ritiene di dover applicare una pena pecuniaria al reato contestato (anche in sostituzione di una pena detentiva: art. 53 l. 24.11.1981, n. 689), ma è attuato dal giudice delle indagini preliminari entro sei mesi dalla data in cui il nome della persona alla quale il reato è attribuito è iscritto nel registro delle notizie di reato (art. 459 primo comma c.p.p.). L’imputato o la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria possono proporre opposizione nel termine di quindici giorni dalla notificazione del decreto (art. 461 c.p.p.) determinando la prosecuzione delle attività processuali nelle modalità descritte all’art. 461 terzo comma c.p.p. (patteggiamento, giudizio abbreviato, giudizio immediato, istanza di oblazione). Se non viene proposta opposizione o se questa è dichiarata inammissibile, il giudice che ha emesso il decreto di condanna ne ordina l’esecuzione (art. 461 comma 5 c.p.p.). In seguito all’entrata in vigore della l. 16.12.1999 n. 479, è possibile applicare il procedimento per decreto anche in relazione ai reati procedibili d’ufficio.

  • DECRETO POMICINO

    Reca questo nome il d.p.c.m. 5.8.1988 n. 325 sulla mobilità nell’ambito delle pubbliche amministrazioni.

  • DECRETO PRESIDENZIALE

    Atto emanato dal Presidente della Repubblica e controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità (art. 89, comma 1, Cost.). Quando gli atti presidenziali hanno valore legislativo e negli altri casi previsti dalla legge, è necessaria la controfirma del Presidente del Consiglio dei ministri (art. 89, comma 2, Cost.). La dottrina distingue gli atti di iniziativa governativa dagli atti iniziativa presidenziale (e, talvolta, dagli atti complessi). Negli atti di iniziativa governativa la partecipazione del Presidente avviene per l’esercizio di una funzione di controllo costituzionale dell’attività di governo, senza peraltro interferire con il potere di decisione e la responsabilità politica che fanno capo esclusivamente al Governo; gli atti di questa categoria, più numerosi, sono previsti dalla Costituzione o specificati dalla l. 12.1.1991 n. 13 (tra gli altri, nomine di alti funzionari, di sottosegretari o alti incarichi politici, concessione della cittadinanza, decisione dei ricorsi straordinari amministrativi). Gli atti di iniziativa presidenziale rientrano nella sfera di discrezionalità del Capo dello Stato e, in questi casi, è la controfirma del ministro (non proponente, bensì solo competente) a consentire al Governo un controllo esterno della legittimità formale e dei presupposti dell’atto presidenziale: sono tali la nomina del Presidente del Consiglio, la nomina dei senatori a vita, la nomina di cinque giudici della Corte costituzionale, il rinvio delle leggi. È invece discussa, in dottrina, la natura del decreto presidenziale di scioglimento anticipato delle Camere (art. 88 cost.), che appare talvolta un atto complesso (o duumvirale), che presupporrebbe una valutazione concorde del Capo dello Stato e del Governo.

  • DECRETO RONCHI

    Denominazione corrente del d.lg. 5.2.1997 n. 22 di attuazione delle direttive CEE sui rifiuti.

  • DEEP DISCOUNT BONDS

    Titoli obbligazionari concettualmente simili alle obbligazioni a cedola zero, da cui si differenziano per il fatto di corrispondere un tasso d’interesse sottoforma di cedola sostanzialmente al di sotto delle condizioni di mercato al momento dell’emissione. L’investitore acquista così il titolo ad un valore sotto la pari e si garantisce così un guadagno pari alla differenza tra prezzo di emissione e valore nominale più l’interesse al tasso della cedola.

  • DEFENSIVE STOCKS

    Espressione anglosassone usata per individuare azioni che presentano un buon rendimento, ma modeste probabilità di aumenti di corso. Tali valori, d’altro canto, risultano esposti solo parzialmente a marcate flessioni dei corsi, poiché le aziende di cui sono espressione operano in settori che risentono in maniera attenuata delle oscillazioni congiunturali, come p.e. le aziende di pubblica utilità, di generi alimentarie voluttuari ecc.

  • DEG

    Acr. di : Deutsche Investitions- und Entwicklungsgesellschaft mbH. Costituita nel 1962 è entrata nel 2001 nel gruppo del Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW), la banca pubblica tedesca per la ricostruzione e la cooperazione internazionale per lo sviluppo, è l’organizzazione finanziaria bilaterale tedesca specializzata nel finanziamento e nell’assunzione di partecipazioni all’estero. La DEG consiglia le imprese private e finanzia i loro investimenti nei Paesi in via di sviluppo e in quelli in transizione verso l’economia di mercato in Africa, Asia, America latina e in Europa centrale, orientale e del sud-est. DEG investe in progetti capaci di reddito, ecologicamente e socialmente sostenibili in ogni settore aperti all’iniziativa privata in agricoltura, nell’industria manifatturiera, nei servizi e nel settore delle infrastrutture. Ha (dati a fine 2000) un capitale versato di 492 milioni di € e mezzi propri per 752 milioni, investimenti (molto attiva nell’Est europeo) per 1.132 milioni di € e circa 300 dipendenti.

  • DEL CREDERE

    Convenzione mediante la quale il commissionario (v. commissione) assume verso il committente la personale responsabilità per l’esecuzione degli affari da lui conclusi con i terzi (art. 1736 c.c.). In questo caso, il commissionario ha diritto (oltre alla provvigione) ad un compenso speciale o ad un supplemento di provvigione, in ragione del rischio che assume per il caso di inesecuzione del contratto da parte del terzo sul contraente. Tale compenso si determina, in mancanza di patto, secondo gli usi del luogo in cui è compiuto l’affare o, eventualmente, ad opera del giudice. Lo star del credere può essere convenuto anche tra aziende e loro rappresentanti. Una particolare applicazione della clausola si ha nel campo bancario, con lo sconto di tratta e. del credere (v. sconto bancario).

  • DELEGA

    Conferimento di poteri da parte di un soggetto ad un altro. In diritto amministrativo indica l’affidamento dell’ufficio da parte del titolare (p.e. ministra) a colui che è chiamato a sostituirlo (p.e. sottosegretario o direttore generale): c.d. delega di poteri. Con la delega l’organo della pubblica amministrazione non si priva dei propri poteri, ma soltanto del loro esercizio, conservando la potestà di avocazione. Alla delega non è, pertanto, assimilabile la fattispecie della concessione traslativa, in occasione della quale l’amministrazione concedente si spoglia anche dei propri poteri (salve le facoltà di direttiva e di controllo e salvo d potere, notevolmente condizionato, di revoca). In diritto processuale civile il termine indica la procura alle liti, cioè il mandato al difensore per l’assistenza e la rappresentanza in giudizio. In diritto civile per delega si intende l’atto di conferimento del potere di rappresentanza e il termine è usato correntemente come sinonimo di procura. Nell’ambito del diritto costituzionale, infine, con apposita legge di delega il Parlamento può conferire al Governo il potere di emanare decreti legislativi.

  • DELEGA DI VOTO

    Atto di conferimento del potere di rappresentanza per l’esercizio del diritto di voto nell’assemblea delle società quotate in borsa. La delega deve indicare la data, il nome del delegato, le istruzioni di voto e la sottoscrizione del delegante. Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio la rappresentanza può essere conferita solo per singole assemblee, con effetto anche per le successive convocazioni, salvo che si tratti di procura generale o di procura conferita da una società, associazione, fondazione o altro ente collettivo o istituzione ad un proprio dipendente (così dopo la modifica dell’art. 2372 c.c. apportata dalla riforma Vietti del diritto societario; in precedenza la limitazione valeva per tutte le società). La stessa persona non può rappresentare in assemblea più di venti soci o, se si tratta di società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, più di cinquanta soci se la società ha capitale non superiore a cinque milioni di euro, più di cento soci se la società ha capitale superiore a cinque milioni di euro e non superiore a venticinque milioni di euro e più di duecento soci se la società ha capitale superiore a venticinque milioni di euro. L’art. 142, 2° comma, TUF ne ammette il rilascio anche per singole proposte di voto da indicarsi espressamente nel relativo modulo, affermandone la revocabilità in ogni momento da parte del delegante. Il rilascio di deleghe può costituire oggetto di attività di sollecitazione rivolta alla generalità degli azionisti mediante la diffusione di un prospetto e di un modulo di delega contenenti informazioni idonee a consentire agli stessi una consapevole decisione. Tale operazione può essere promossa da parte di un committente, azionista singolo o gruppo di azionisti sostenitori di un dato progetto di deliberazione assembleare, e deve essere effettuata da un intermediario che agisce per suo conto nel rispetto delle prescrizioni normative e di quelle regolamentari emanate dalla Consob. Per poter promuovere attività di sollecitazione il committente deve essere iscritto nel libro dei soci da almeno sei mesi, e possedere un numero di azioni tale da garantirgli l’esercizio del diritto di voto nell’assemblea, alla quale si riferisce la richiesta di delega, in misura pari all’1% del capitale sociale. Intermediari abilitati ad effettuare la sollecitazione per conto del committente sono le imprese di investimento, le banche, le società di gestione del risparmio, le società di investimento a capitale variabile e le società di capitali aventi quale oggetto esclusivo l’attività di sollecitazione e la rappresentanza dei soci in assemblea. Una volta ottenute le deleghe, il committente esercita materialmente il diritto di voto in assemblea. Tale compito, tuttavia, può essere delegato all’intermediario che ha effettuato la sollecitazione, il quale, a sua volta, non può delegarlo ad altri. Non costituisce sollecitazione, ma semplice attività di raccolta di deleghe di voto, la richiesta avanzata dalle associazioni di azionisti esclusivamente nei confronti dei propri associati. A tale operazione non si applicano le prescrizioni normative e regolamentari in materia di trasparenza e correttezza previste per l’attività di sollecitazione. La raccolta o sollecitazione di deleghe di voto non è consentita alle società cooperative a responsabilità limitata con azioni quotate. Rispetto a tali organismi, infatti, la delega, che può essere conferita solo ad altri soci nei casi previsti dall’atto costitutivo, rimane sottoposta al limite di cui all’art. 2504 c.c., il quale stabilisce che una medesima persona non possa rappresentare più di cinque soci in assemblea.

  • DELEGAZIONE

    Negozio giuridico mediante il quale il debitore (delegante) assegna al creditore (delegatario) un nuovo debitore (delegato), il quale si obbliga verso il creditore (c.d. delegazione di debito o passiva). Se l’iniziativa della delegazione viene assunta dal creditore, il quale assegna al debitore un nuovo creditore, si ha delegazione attiva. Nella delegazione non vi è rappresentanza perché il delegato agisce in nome proprio e non in nome del delegante. Se le parti fanno espresso riferimento ai loro precedenti rapporti si ha delegazione titolata; se invece la delegazione prescinde da questi rapporti essa si dice pura. La delegazione passiva può essere: cumulativa, se il debitore originario non è liberato, ma ad esso si aggiunge un nuovo debitore; liberatoria o novativa, se il debitore originario resta liberato. In quest’ultimo caso perché la liberazione abbia luogo occorre un’apposita ed espressa dichiarazione del creditore. Il delegato può opporre al delegatario le eccezioni relative ai suoi rapporti con questo. Se le parti non hanno diversamente pattuito, il delegato non può opporre al delegatario, benché questi ne fosse a conoscenza, le eccezioni che avrebbe potuto opporre al delegante, salvo che sia nullo il rapporto tra delegante e delegatario. Il delegato non può neppure opporre le eccezioni relative al rapporto tra il delegante e il delegatario, se ad esso le parti non hanno fatto espresso riferimento. Il delegante può revocare la delegazione, fino a quando il delegato non abbia assunto l’obbligazione nei confronti del delegatario o non abbia eseguito il pagamento a favore di questo. Se il debitore per eseguire il pagamento ha delegato un terzo si ha la c.d. delegazione di pagamento.

  • DELOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA

    Il termine delocalizzazione viene utilizzato principalmente per descrivere un processo di esternalizzazione delle attività produttive delle imprese lontano dal proprio paese di origine, al fine di ridurre i costi di produzione. Le ragioni della delocalizzazione possono anche essere strategiche: entrare in nuovi mercati, sfruttare il know-how disponibile su quel particolare mercato o superare le normative che impediscono attività specifiche nel paese di origine dell'azienda, sfruttando le agevolazioni derivanti dagli incentivi legati a politiche economiche di sviluppo messe in atto da altri Governi locali e nazionali.

    La Repubblica Popolare Cinese (RPC) è diventata la principale destinazione dei processi di delocalizzazione della produzione, dopo la sua adesione all'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) nel 2001. Altre aree fortemente interessate da questi processi sono l'India e la Romania. Il progresso tecnico e la riduzione dei costi di trasporto (vedi Globalizzazione: aspetti economici, finanziari e di regolamentazione) hanno migliorato le possibilità di delocalizzare.

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • DELORS I

    Il pacchetto Delors I conteneva una serie di proposte di riforme redatto dalla Commissione europea nel 1987 (prende il nome del presidente pro tempore Jacques Delors che lo ha presentato) per riordinare la finanza comunitaria, imbrigliare la spesa nell’agricoltura, sviluppare i fondi strutturali e rivedere le regole di gestione del budget. Il pacchetto ha costituito la base delle decisioni prese dal Consiglio europeo di Bruxelles del febbraio 1988 e, insieme all’Atto unico europeo, è stato un passo cruciale per la realizzazione del mercato unico.

  • DELORS II

    Il pacchetto Delors II è stato presentato nel febbraio 1992, dopo la firma del Trattato sull’Unione Europea di Maastricht (7.2.1992) dalla Commissione europea, presieduta da. Jacques Delors. Il pacchetto si preoccupava di assicurare la copertura finanziaria a medio temine della Comunità. Le risorse del bilancio andavano aumentate per coprire i costi delle decisioni prese a Maastricht, specialmente in ragione dello sviluppo della competitività, del rafforzamento della solidarietà economica e sociale tra gli Stati metri (coesione) e per estendere il ruolo internazionale dell’UE. Nel dicembre 1992 il pacchetto è stato approvato dal Consiglio europeo di Edimburgo. Esso prevedeva un aumento graduale delle risorse proprie comunitarie dal 1,2% all’1,27% del PIL nel 1999, un notevole incremento delle risorse a disposizione dei fondi strutturali e la costituzione del Fondo di coesione europeo (FCE).

  • DELTA

    Nel modello Black-Scholes di prezzamento delle opzioni (v. Black and Scholes model) indica la sensitività del valore calcolato ex ante di una opzione rispetto al fattore prezzo. P.e., nel caso di una call, il delta (derivata prima di C rispetto a S) misura il rapporto tra le variazioni di C e quelle di S in costanza degli altri fattori. Il coefficiente consente di stimare l’impatto su C di una data variazione del prezzo dell’attività sottostante (variazione di C = delta * variazione di S). Matematicamente, il delta si ricava dalla formula di Black-Scholes: delta = N (d1). Il delta di una call varia in un intervallo compreso tra 0 e 1 (taluni esprimono il rango di variazione in centesimi, cioè da 0 a 100). Il suo valore è minimo quando S è molto inferiore a K e la scadenza dell’opzione è prossima. In tal caso, la probabilità di aumenti di prezzo tali da portare in the money l’opzione call alla scadenza è molto remota: il mercato si attende che l’opzione scada senza valore e pertanto il legame con il prezzo del titolo è molto debole. Il delta tende all’unità per prezzi (S) molto superiori a K, in quanto è molto probabile che l’opzione venga esercitata. Nelle opzioni put di tipo europeo il prezzo teorico P è dato dalla formula P = Ke-rt N (-d2) - SN (-d1) . Il delta risulta allora pari al complemento a 1 del delta di un’opzione call stipulata in eguali condizioni, vale a dire è:

    delta = [ N(dt)-1 ]

    Detto altrimenti, le opzioni call deep in the money (cioè con prezzo di esercizio sensibilmente inferiore alla quotazione corrente del sottostante) hanno un delta molto prossimo a 1, mentre quelle deep out of the money (cioè con prezzo di esercizio sensibilmente superiore alla quotazione corrente del sottostante) hanno un delta prossimo a 0 (e viceversa per le opzioni put).

  • DEMANIO

    Il demanio è costituito da beni immobili e universalità di mobili appartenenti allo Stato e agli enti pubblici territoriali. Sono parimenti soggetti al regime del demanio pubblico i diritti reali che Stato, Province e Comuni hanno su beni altrui, quando i diritti in questione sono costituiti per l’utilità di un bene demaniale o per il conseguimento di fini di pubblico interesse corrispondenti a quelli cui servono i beni medesimi. Secondo quanto disposto dal codice civile, i beni demaniali sono inalienabili e non possono costituire oggetto di diritti a favore di terzi se non nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge. Possono costituire oggetto di uso comune (il godimento è riconosciuto a tutti: demanio stradale p.e.), speciale (consentito solo a chi vi sia ammesso mediante autorizzazione e subordinatamente a determinate prescrizioni: p.e. trasporti eccezionali su strade pubbliche) eccezionale (concesso in via esclusiva a soggetti determinati; concessione di occupazione del suolo pubblico). La tutela dei beni demaniali spetta all’autorità amministrativa, sia attraverso i mezzi ordinari previsti dal codice civile a difesa della proprietà e del possesso, sia attraverso atti d’imperio, senza necessità di adire le vie giudiziarie. Il codice civile contempla un elenco tassativo dei beni demaniali.

    1. Demanio necessario. Ai sensi dell’art. 822, comma 2, fanno parte del demanio necessario dello Stato: il demanio marittimo (il lido del mare, le spiagge, le rade e i porti); il demanio militare (le opere destinate alla difesa nazionale); il demanio idrico (i fiumi, i torrenti, i laghi e le altre acque definite pubbliche dalla legge). Su quest’ultima tipologia demaniale, la legge 5.1.1994, n. 37, in materia di “Norme per la tutela ambientale delle aree demaniali dei fiumi dei torrenti, dei laghi e delle altre acque pubbliche”, ha modificato il Codice civile agli artt. 942-947, introducendo l’appartenenza al demanio pubblico dei terreni abbandonati dalle acque correnti, delle isole e unioni di terra, sugli alvei fluviali abbandonati, sui terreni abbandonati a seguito di mutamenti del corso dei fiumi derivanti dal regolamento del loro corso, escludendo in ogni caso la sdemanializzazione tacita dei beni del demanio idrico. I porti lacuali e gli acquedotti di interesse regionale sono gli unici beni del demanio necessario appartenenti alle Regioni.

    2. Demanio accidentale. Ai sensi dell’art. 822, comma 2, fanno parte del demanio accidentale, se appartengono allo Stato o ad un ente territoriale: le strade, le autostrade, gli aerodromi; gli acquedotti, gli immobili riconosciuti di interesse storico, archeologico ed artistico; le raccolte dei musei, delle pinacoteche, degli archivi e delle biblioteche; gli altri beni che il legislatore assoggetti alla disciplina del demanio pubblico. Le strade ferrate e i beni del demanio ferroviario appartenevano al demanio pubblico, ai sensi del 2° comma dell’art. 822 c.c., fino all’entrata in vigore della legge 17.5.1985, n. 210, con la quale è stata disposta la trasformazione dell’azienda FF.SS. in Ente Ferrovie dello Stato (oggi Ferrovie dello Stato spa). Il materiale rotabile, gli edifici destinati al pubblico (biglietterie, c.d. caffè-ristoranti, etc.) appartenevano invece al patrimonio indisponibile dello Stato, in conformità all’ultimo comma dell’art. 826 c.c. Conseguentemente all’applicazione dell’art. 15 della l. 17.5.1985 n. 210, è cessato il regime demaniale di detti beni, che sono trasferiti dall’Amministrazione autonoma Ferrovie dello Stato al patrimonio dell’Ente Ferrovie, soggetto, come è noto, di diritto privato, che conformemente alla propria natura ha iniziato, per legge, a disporne in ossequio a regole e strumenti tipici del diritto privato, fatti salvi, ovviamente, i vincoli sugli stessi esistenti per motivi storico e/o artistici, o per ragioni imposte dalle esigenze militari.

    3. Sdemanializzazione. I beni del demanio necessario, ad eccezione dei beni militari, acquistano carattere demaniale per il fatto stesso della loro esistenza senza che occorra un atto amministrativo formale (parimenti perdono il loro carattere per fatto naturale): essi costituiscono il cosiddetto demanio naturale. I beni del demanio accidentale e i beni militari, viceversa, acquistano la qualità demaniale solo in virtù di un atto amministrativo di carattere costitutivo che dichiari la specifica destinazione (parimenti occorrerà un atto formale per farne cessare la demanialità): essi rappresentano il demanio artificiale. La demanialità si estende alle pertinenze, ma non alle accessioni (v. anche patrimonio disponibile e indisponibile).

  • DEMATERIALIZZAZIONE

    Trasformazione dell’emissione e della circolazione dei titoli su supporto cartaceo in titoli virtuali, cioè in scritture contabili presso un intermediario o una società di gestione accentrata. L’avvio alla dematerializzazione è avvenuto nel 1986 con la costituzione della Monte Titoli (l.19.6.1986 n.289) limitata alla circolazione (dematerializzazione in senso debole), in cui i titoli erano materialmente subdepositati dall’intermediario nella Monte Titoli rendendo possibile così il trasferimento giuridico degli strumenti finanziari attraverso semplici movimentazioni contabili svincolate dal trasferimento materiale del titolo (il titolo esiste fisicamente, ma non circola, o meglio circola in modo virtuale, mediante scritturazioni contabili). Nel 1998, a decorrere dal 5 ottobre, con i provvedimenti per l’introduzione dell’euro (d.lg. 24.6.1998 n. 213) è stata introdotta la dematerializzazione totale (in senso forte), in cui l’emissione e la circolazione degli strumenti finanziari avviene esclusivamente attraverso il sistema di gestione accentrata mediante registrazioni contabili. La distinzione tra i due tipi di dematerializzazione sta nel fatto che in quella totale gli strumenti finanziari non possono essere rappresentati da un supporto cartaceo e si costituiscono mediante iscrizioni o registrazioni contabili presso la società di gestione accentrata, mentre la dematerializzazione nella circolazione non comporta la soppressione dei titoli ma il loro subdeposito presso la società di gestione accentrata. La dematerializzazione è regolamentata dal titolo V del d.lg. 1998/213 e dal regolamento di attuazione Consob, Essa è obbligatoria per legge per tutti gli strumenti negoziati o negoziabili nei mercati regolamentati, obbligatoria per regolamento per quegli strumenti non quotati nei mercati regolamentati ma riconosciuti a larga diffusione tra il pubblico in forza del regolamento di attuazione Consob e volontaria, rimessa alla decisione dell’emittente nei casi in cui essa non è obbligatoria (art. 28 del d.lg. 24.6.1998 n. 213). Le categorie predette di strumenti finanziari non possono più essere rappresentate da titoli cartacei ai sensi e per gli effetti della disciplina di cui al Titolo V, Libro IV del Codice Civile. La dematerializzazione, per i titoli in gestione accentrata e non, è disciplinata: a) dalle disposizioni generali del Titolo V, sez. I del d.lg. 1998/213 (sull’introduzione dell’euro); b) dal Titolo III, capo V del regolamento contenuto nella deliberazione Consob 23.12.1998 n. 11768, recante norme attuative sia del TUF, sia del d.lg. 1998/213. I diritti connessi alle azioni, come a qualunque altro strumento finanziario in deposito, risultano registrati (art. 47 reg. Consob 1998/11768) presso la società di gestione accentrata ovvero, se non sono immessi in un sistema di gestione accentrata, presso l’intermediario (art. 48 reg. Consob). Ai sensi dell’art. 30, comma 1 del reg. Consob, la società di gestione accentrata comunica alle società emittenti le specifiche numeriche degli strumenti finanziari nominativi ad essa girati. Per il rilascio di qualunque certificazione (art. 33 i soggetti legittimati devono avanzare all’intermediario una richiesta contenente: a) il nominativo del richiedente; b) la quantità di strumenti finanziari per i quali si richiede la certificazione; c) l’indicazione del diritto che si intende esercitare; d) ove si tratti di un diritto esercitabile in assemblea, la data ed il tipo dell’assemblea. Risulta, dunque, che anche il certificato di ammissione in assemblea, nell’ipotesi di gestione accentrata dematerializzata, viene rilasciato dalla società di gestione accentrata sulla base di dette registrazioni. Se, viceversa, gli strumenti finanziari non sono immessi in un sistema di gestione accentrata, il medesimo certificato sarà rilasciato dall’intermediario. Si tenga presente, tuttavia, che per gli emittenti tenuti alla dematerializzazione obbligatoria vige anche l’obbligo di gestione accentrata dei corrispondenti strumenti finanziari. Quanto al soggetto legittimato alla richiesta di certificazione, questi è, salve le ipotesi di pegno, usufrutto e riporto, il titolare degli strumenti finanziari immessi nel sistema (art. 33, comma 2). Riguardo, infine, all’incidenza della gestione dematerializzata sul sistema di annotazione nel libro soci, l’art. 36 dispone che gli emittenti sono tenuti ad aggiornare il libro dei soci in conformità alle comunicazioni effettuate dalla società di gestione accentrata se i titoli sono immessi in un sistema di gestione accentrata; in conformità alle comunicazioni dell’intermediario nell’ipotesi in cui i titoli siano detenuti presso l’intermediario e non in deposito accentrato. Ai sensi del comma 2 dell’articolo, sulla base delle comunicazioni effettuate dalla società di gestione accentrata gli emittenti annotano nel libro dei soci le specifiche numeriche e le relative quantità dei certificati immessi nel sistema con l’intestazione alla società di gestione accentrata. Sempre nel libro dei soci l’emittente dovrà annotare le richieste di certificazioni evase ai sensi dell’art. 33, ivi comprese, dunque, le richieste relative al rilascio dei certificati di ammissione alle assemblee. (as-id, mc)

    Il processo di dematerializzazione è stato promosso dall’intensificazione dell’attività di compravendita verificatasi negli anni recenti, oltre che dalla necessità di risolvere tutta una serie di problemi legati alle modalità di negoziazione e trasferimento di valori mobiliari. In Italia ha condotto alla creazione di un ente di clearing, la Monte Titoli spa, che garantisce, attraverso semplici scritturazioni contabili, il trasferimento di tali diritti, assommando presso di sé la doppia figura di depositario fiduciario e di esecutore materiale degli ordini di trasferimento. Il d.lg. 24.6.1998 n.213 per l’introduzione dell’euro nel nostro paese ha disposto la dematerializzazione dei titoli di Stato e di altri strumenti finanziari. I titoli pertanto non sono più rappresentati da certificati in forma cartacea, ma da iscrizioni contabili in conti, aperti o da aprire, presso una banca, un altro intermediario finanziario autorizzato o le Poste. La dematerializzazione è stata introdotta, analogamente a quanto già avvenuto in altri paesi europei, per rendere più efficiente il funzionamento del mercato finanziario e per agevolare la ridenominazione in euro dei titoli espressi in lire, avvenuta il 1°.1.1999. Il pagamento degli interessi e il rimborso del capitale alla scadenza dei titoli non sono più legati alla presentazione dei titoli, ma effettuati con accrediti sui conti bancari, come già avveniva nei confronti dei detentori di titoli di Stato depositati presso gli intermediari bancari e finanziari. Le date di pagamento e il trattamento fiscale non hanno subito modifiche per effetto della dematerializzazione. Con riferimento ai titoli di Stato, dal 22.9.1998, data di entrata in vigore del d.m. del 31.7.1998 con cui sono state emanate le modalità di applicazione delle disposizioni contenute nel d.lg. 1998/213, il Tesoro non ha più rilasciato titoli o certificati con o senza cedole. Per l’esercizio dei diritti patrimoniali i detentori dei titoli al portatore e nominativi, appartenenti a prestiti vigenti e rilasciati anteriormente al settembre 1998, hanno dovuto presentare, non oltre il 31 dicembre 1998, i titoli medesimi a un intermediario autorizzato che ha provveduto alla iscrizione contabile e alla loro consegna alla filiale della Banca d’Italia competente per territorio. Con riferimento ai titoli privati, è stata prevista la dematerializzazione obbligatoria ex lege, per tutti gli strumenti finanziari negoziati o destinati alla negoziazione sui mercati regolamentati e per tutti i titoli che, pur non essendo quotati, hanno un elevato grado di diffusione tra il pubblico. È consentita inoltre all’emittente la dematerializzazione volontaria. La dematerializzazione richiede, per ciascuna emissione di strumenti finanziari, la scelta di un’unica società di gestione accentrata.

  • DEMOCRAZIA (Enciclopedia)

    1. Democrazia degli antichi e democrazia dei moderni
    La democrazia è la forma di governo in cui il potere è nelle mani non di uno solo o di pochi ma di molti. La parola compare per la prima volta in Grecia, nel V secolo a.C., dove i classici del pensiero politico la usano per designare un sistema di governo in cui il potere (kratos) è detenuto ed esercitato dal popolo (demos), cioè dal corpo dei cittadini di uno stato aventi piena capacità giuridica. Tale forma si differenzia dai sistemi in cui al contrario il governo è nelle mani dei nobili (aristocrazia) o dei ricchi (plutocrazia) o di una piccola minoranza (oligarchia) o della plebe (oclocrazia).
    All’inizio, il termine non viene usato nell’accezione negativa che assumerà in seguito. Erodoto infatti esalta l’isonomia (uguali leggi per tutti), cioè il governo popolare1 rispetto a quello aristocratico e a quello monarchico e Tucidite, attraverso le parole di Pericle, elogia la democrazia degli Ateniesi rispetto alle costituzioni degli altri popoli2. Ma già a partire dal III secolo a.C. la democrazia finisce per designare una forma corrotta di governo. Nella Repubblica, Platone3 per esempio la annovera tra le forme di governo degenerate, dopo la timocrazia e l’oligarchia e prima solo della tirannide, mentre nella Politica Aristotele4 la definisce il governo dei poveri a proprio vantaggio, cioè il governo di una maggioranza che non esercita nell’interesse generale ma nell’interesse proprio, contrapposto al governo a vantaggio del monarca (tirannide) e a vantaggio dei ricchi (oligarchia).
    La distinzione aristotelica in forme di governo buone (monarchia, aristocrazia e politeia) e cattive (tirannide, oligarchia e democrazia) è diventata peraltro comune, nei secoli che seguono la tradizione del pensiero occidentale, a tutta la trattatistica politica. Tant’è che ancora alla fine del Settecento Immanuel Kant afferma che la democrazia "è necessariamente un dispotismo" (Kant, 1996, p.12) e Alexander Hamilton, uno dei padri costituenti degli Stati Uniti, nel Federalista fa riferimento alla democrazia solo per condannarla, individuando piuttosto il regime politico ottimale nella "repubblica" (res publica, cosa di tutti)5. Per di più, l'uso elogiativo del termine democrazia da parte di Robespierre durante la Rivoluzione francese non fa altro che contribuire ad alimentare la cattiva reputazione della parola.
    Tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX però la dottrina della democrazia diventa l’arma ideologica del movimento di emancipazione della borghesia europea, determinata ad affermare, contro la nobiltà e il clero, i propri interessi in nome della sua forza numerica e della sua funzione sociale all’interno dello Stato. Pertanto, l’idea di democrazia finisce per assumere una carica critica ed eversiva delle istituzioni esistenti tramandate dalla tradizione così come dei privilegi ingiustificati. Critica che in seguito è condivisa anche dalle classi meno privilegiate, come il proletariato e i contadini, nel momento in cui viene accelerato il loro processo di emancipazione.
    La democrazia dei moderni, quella praticata dalla metà del XIX secolo, ha tuttavia caratteristiche diverse dalla democrazia degli antichi.
    Sotto forma di contrapposizione tra libertà degli antichi e libertà dei moderni, l’antitesi tra i due tipi di democrazia è stata enunciata da Benjamin Constant nel 1818. Nel celebre discorso pronunciato all’Ateneo reale di Parigi, egli afferma che "il fine degli antichi era la distribuzione del potere politico fra tutti i cittadini di una medesima patria: ciò essi chiamavano libertà. Il fine dei moderni è la sicurezza nei godimenti privati: essi chiamano libertà le garanzie accordate dalle istituzioni a questi godimenti" (Constant, 1970, p.252), concludendo poi: "Noi non possiamo più godere della libertà degli antichi che era costituita dalla partecipazione attiva e costante al potere collettivo. La nostra libertà deve essere invece costituita dal godimento pacifico dell’indipendenza privata" (Ibid.). Pertanto, se è la libertà del privato che il cittadino chiede al potere pubblico, la democrazia dei moderni non può che essere rappresentativa, dal momento che la partecipazione diretta alle decisioni collettive finirebbe per assoggettare l’individuo all’autorità di governo e a renderlo schiavo come privato.
    In particolare, la libertà degli antichi si compendia nell'esercizio diretto e collettivo della sovranità, di una sovranità illimitata e onnicomprensiva che tutto assoggetta alla sua giurisdizione. Titolarità ed esercizio del potere coincidono6. In una collettività relativamente ristretta di persone, le quali hanno la possibilità di interagire faccia a faccia, la titolarità e l’esercizio del potere possono cioè restare congiunti. Il cittadino partecipante è il cittadino che esercita in proprio, per la quota che gli spetta, il potere di cui è titolare. In tal caso, la democrazia è davvero autogoverno. Nella polis l'esistenza individuale si risolve pertanto interamente nell'esistenza politica e alla libertà politica il cittadino sacrifica la propria indipendenza proprio perché è libero solamente in quanto membro del corpo politico.
    Al contrario, in contesti caratterizzati "da grandi numeri" la democrazia disgiunge la titolarità dall'esercizio per poi ricollegarli a mezzo dei meccanismi rappresentativi di trasmissione del potere. Disgiunzione infatti non significa separazione: coloro a cui è affidato l’esercizio del potere (i rappresentanti) sono sottoposti al controllo di responsività e responsabilità nei confronti dei rappresentati mediante lo strumento della competizione elettorale7.
    Sono stati i giuristi medievali a fissare la distinzione tra titolarità ed esercizio del potere nella elaborazione della dottrina della sovranità popolare che su quella distinzione si fonda. Nel Defensor pacis Marsilio da Padova, per esempio, afferma che il potere di fare le leggi, in cui si riassume il potere sovrano, spetta unicamente al popolo - o alla sua parte prevalente (valentior pars) - il quale concede ad altri (pars principans) nulla più che il potere, peraltro revocabile, di governare nell'ambito della legge, ossia il potere esecutivo8. Questa idea secondo cui dei due poteri fondamentali dello Stato, quello legislativo e quello esecutivo, il primo in quanto appartenente esclusivamente al popolo è il potere principale, mentre il secondo, che il popolo delega ad altri sotto forma di mandato revocabile, è il potere derivato, è diventata poi uno dei cardini della storia del pensiero politico dei secoli successivi. Dagli autori del Federalista fino alle teorie politiche di Benjamin Constant, Alexis de Tocqueville e John Stuart Mill si è affermata l'idea che la sola forma di democrazia compatibile con la libertà dei moderni sia la democrazia rappresentativa9, in cui la partecipazione politica si manifesta non direttamente nella gestione della cosa pubblica bensì indirettamente nella designazione, attraverso elezioni periodiche competitive, di un corpo ristretto di rappresentanti. E quest'ultimo, svolgendo una delicata funzione di controllo politico, deve contemplare la presenza sia della maggioranza che dell'opposizione.
    Nella dottrina del costituzionalismo moderno, la rappresentanza deve perciò configurarsi come istituzione collettiva che assume a criterio regolativo quella "funzione di espressione democratica" (Bagehot, 1997) la quale si realizza nel principio maggioritario, temperato dalle garanzie per le minoranze, come soluzione di regolazione dei conflitti tra governo (della maggioranza) e opposizione (della o delle minoranze).
    Inoltre, dal momento che l'aspirazione fondamentale è la sicurezza nei godimenti privati, nella democrazia dei moderni la libertà degli uomini si riassume nelle garanzie che a questi godimenti vengono accordate dalle istituzioni pubbliche. Non c'è rinuncia alla libertà politica, ma questa deve combinarsi con altre libertà giacché l'esistenza dell'individuo non si risolve senza residuo nella partecipazione e nell'esercizio collettivo del potere.
    Su questa evoluzione ha inciso naturalmente l’influenza del Cristianesimo, del Rinascimento, del giusnaturalismo e, non ultima, la riflessione filosofica e morale su cui si fonda il liberalismo. La libertà dei moderni è in tal senso strettamente connessa alla concezione dell'individuo-persona, a cui è riconosciuto un valore in sé indipendentemente dal suo essere parte della società e dello Stato.
    2. Caratteri paradigmatici della democrazia moderna
    Nel corso della loro evoluzione storica le istituzioni democratiche hanno assunto contenuti e significati eterogenei. Quanto ai sistemi politici contemporanei è possibile tuttavia individuare alcuni caratteri "invarianti" che possono essere assunti come altrettanti requisiti minimi di "democraticità". In particolare, si può ragionevolmente parlare di democrazia se esistono, per esempio, le garanzie istituzionali che seguono10: a) l'esistenza di regole consensualmente accettate e valide per tutti, che garantiscano e disciplinino le libertà personali e stabiliscano le modalità del conflitto politico; b) l'esistenza di elezioni libere e corrette attraverso le quali sia data a tutti i cittadini la possibilità di concorrere alla formazione della volontà collettiva mediante i propri rappresentanti; c) l'esistenza di una pluralità di gruppi politici organizzati che competano fra loro allo scopo di aggregare le domande sociali e trasformarle in decisioni collettive; d) l'esistenza di adeguati mezzi di tutela delle minoranze e delle loro aspirazioni a diventare maggioranza; e) l'esistenza di meccanismi di controllo e di informazione attraverso cui le strutture di potere siano chiamate a rispondere del modo in cui hanno gestito la delega dei cittadini11. In sintesi, "l’animus etico-politico della democrazia dei moderni è insieme ‘pluralistico’ e ‘competitivo’ e, dunque la coesione non va perseguita e ottenuta a scapito né della pluralità né della competizione" (Fisichella, 2003, p.13).
    Il tratto peculiare della democrazia è innanzitutto la competitività. Essa assume cioè che la realtà sociale e politica è fatta di parti che possono essere in conflitto tra loro. Il conflitto è in ogni caso tra avversari e non tra nemici. E all'avversario non solo è garantita la possibilità di dissentire e di opporsi, ma anche di sostituire (o tentare di sostituire) pacificamente al potere il detentore del potere stesso. Ciò vuol dire innanzitutto che la democrazia postula una configurazione pluralistica della comunità e una concezione dell'interesse generale rispetto al quale gli interessi delle parti non sono eversivi e alternativi ma sono invece costitutivi nel senso che contribuiscono potenzialmente a costituire l'interesse generale. In tal senso, la società democratica è "politeista" nella misura in cui si predispone ad accogliere una pluralità di valori, di visioni del mondo, di proposte politiche, di associazioni e di partiti. E ciò che la caratterizza rispetto ad altre forme di dominio politico è la protezione del dissenso.
    Ma vuol dire inoltre che in democrazia la competizione è conflitto "regolato" in quanto si svolge entro e nel rispetto delle regole del gioco che fissano norme di comportamento generali e astratte. La democrazia è dunque potere politico soggetto a controllo politico. Ha scritto Karl Popper che nella società "aperta", che costituisce il presupposto logico della democrazia, razionale non è chiedersi "chi deve comandare" quanto "come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno" (Popper, 1996, vol.I, p.156). Porsi infatti il problema di chi abbia legittimità a governare presuppone tacitamente una concezione del potere essenzialmente incontrollato perché sovrano, e che esige obbedienza perché depositario di "un punto di vista privilegiato sul mondo". Non bisogna dimenticare, invece, che ad agire sono sempre individui e che il fatto di godere di una legittimazione politica non fa venire meno la loro ignoranza e la loro fallibilità. Nessuno dunque può pretendere di essere l'unico conoscitore e portatore degli interessi di tutti. Da qui, l'esigenza di porre un limite al potere dei governanti se si vogliono evitare conseguenze disastrose per la libertà.
    Anche in un regime democratico può annidarsi infatti la minaccia che la maggioranza, cui spetta governare nell'ottica di una concezione pluralistica dell'ordine politico, possa prevaricare. Resta ancora insuperata da questo punto di vista la lezione di Alexis de Tocqueville, il quale ne La democrazia in America, pubblicato tra il 1835 e il 1840, ci ricorda che la democrazia può fare da base alla libertà e la tirannide "a seconda che si abbia la libertà democratica o la tirannide democratica" (Tocqueville, 1968, p.10).
    In particolare, il rischio della democrazia come forma di governo che garantisce indistintamente a tutti la partecipazione al circuito politico sta nel fatto che, nel livellamento prodotto dall'applicazione dell'ideale egualitario, si sfoci nel dispotismo e perciò nella negazione della libertà. Il principio di maggioranza infatti è un principio "omologatore" perché fa prevalere la forza del numero piuttosto che valorizzare le singole individualità.
    L'idea di democrazia come governo del popolo (e della maggioranza) deve essere allora sostituita dall'idea di democrazia come giudizio da parte del popolo. Infatti, "il dominio della maggioranza si distingue da ogni altro tipo di dominio perché, secondo la sua più intima essenza, non soltanto presuppone, per definizione stessa, un'opposizione … la minoranza … ma perché riconosce politicamente tale opposizione e la protegge nei diritti fondamentali" (Kelsen, 1984, pp.141-142).
    La regola delle democrazie è dunque che la maggioranza governa nel rispetto dei diritti della minoranza o delle minoranze (religiose, linguistiche, etniche, ecc.). Che hanno il compito di stimolare e controllare nonché la legittima aspettativa di diventare maggioranza nell'ambito di una pacifica competizione.
    3. Democrazia elettronica
    L'enorme diffusione e l'importanza strategica dei nuovi mezzi di informazione e comunicazione di massa come strumenti di mediazione e regolazione del consenso politico ("televoto", sondaggi di opinione che sfruttano la tecnologia informatica, conferenze elettroniche, ecc.) obbligano a riconsiderare la tradizionale distinzione tra democrazia degli antichi (diretta) e democrazia dei moderni (rappresentativa). Infatti, da un lato tali strumenti possono considerarsi un perfezionamento della democrazia rappresentativa perché contribuiscono a innalzare il livello dell'informazione politica, offrendo ai cittadini la possibilità di esprimersi in tempo reale sulle diverse questioni all'attenzione dell'agenda politica, al di là delle consultazioni saltuarie e rituali previste dal sistema rappresentativo classico12. Da questo punto di vista, Internet per esempio sembra offrire nuove possibilità di partecipazione politica a cittadini, gruppi politici e istituzioni che tendono a usarlo per ottenere informazione politica, per discutere di politica e per esprimere le proprie preferenze elettorali, per partecipare alla vita della comunità, e per impegnarsi in azioni politiche dirette e indirette. Dall'altro, la circostanza sempre più frequente di offrire la parola al popolo sembrerebbe favorire un modello di democrazia partecipativa intesa e praticata come democrazia diretta giacché, all'interno dell'agorà elettronica, tutti i cittadini potrebbero essere consultati permanentemente sui temi politici in discussione e esprimersi su di essi mediante pulsanti elettronici collegati a terminali telematici13.
    Quale che sia l'interpretazione per cui si propende, non c'è dubbio che tale processo di evoluzione vede il venir meno delle funzioni legate alla dimensione politica dei processi decisionali, quali la negoziazione, la costruzione di equilibri, il raccordo, la mediazione tra interessi contrapposti. La base della democrazia cosiddetta "elettronica" (Hagen, 1997), più nota come e-democracy, infatti "è costituita da un complesso di rapporti 'binari' fra i cittadini e gli attori politici che sono in grado di 'bypassare' ogni possibile forma di intermediazione, qualsiasi struttura di rappresentanza che si frapponga tra individuo e potere politico" (De Mucci, 2009, p.272).
    Ci si interroga dunque su quale sia il potenziale democratico delle nuove tecnologie della comunicazione, cioè se esse siano in grado di assicurare esiti autenticamente democratici ai processi decisionali. Non c'è dubbio che la migliore qualità e disponibilità di informazioni per governanti e governati, il maggior controllo sull’informazione da parte di coloro che la ricevono e, in generale, il potenziamento dei processi interattivi di rete incoraggino libertà democratiche fondamentali quali quella di pensiero, di coscienza, di parola, di movimento, di associazione. Non altrettanto scontato è che le nuove tecnologie possano realmente aumentare le conoscenze politiche dei cittadini ed emanciparli politicamente.
    Studi recenti dimostrano che gli utenti, i quali peraltro rappresentano ancora un'esigua minoranza, quando non provengono dai ceti medio-alti e non hanno già significativi livelli di scolarizzazione, possono "imparare" dalla partecipazione in rete14. Ma ciò evidenzia la necessità che si diano condizioni effettive di opportunità a tutti i cittadini per la fruizione dell'hardware elettronico quale un adeguato addestramento alla sua utilizzazione e che si stabilisca un efficiente sistema di controllo sulla gestione delle informazioni e sulle procedure di accesso. Occorre riflettere infatti sul ruolo di grande influenza e di manipolazione che svolgono i "comunicatori", esperti a vario titolo, che gestiscono e controllano l'"agenda" stabilendo che cosa sottoporre al vaglio del pubblico.
    Pertanto, liberandoli dalla mediazione delle istituzioni, le nuove tecnologie di fatto possono iscrivere i cittadini all'interno di dinamiche individualistiche che non necessariamente portano a esiti più democratici. Senza una chiara definizione degli attori che veicolano le informazioni e delle modalità con cui esse si sottopongono agli utenti, il rischio è che, per esempio, mano a mano che si estendono le dimensioni dei gruppi sociali, questo modello di relazioni politiche orizzontali sia vulnerabile alla demagogia e al populismo. Se non addirittura a forme celate di autoritarismo quando "le procedure di consultazione diffusa e immediata dei cittadini su schemi semplificati e preordinati di decisione elettorale servono piuttosto a garantire la libertà del potere dalle interferenze del dissenso politico che non la libertà degli individui a decidere autonomamente dei propri destini collettivi" (De Mucci, 1985, p.287).
    La democrazia, per accreditarsi come "fatto", deve essere dunque innanzitutto un "valore" da presidiare e a cui educare attraverso lo sviluppo di una solida mentalità critica che renda consapevoli i cittadini dei presupposti e delle conseguenze del corretto uso delle regole democratiche. Perché sono le istituzioni democratiche che fondano la democrazia ma, come ci ricorda Popper, "le istituzioni sono come le fortezze: resistono se è buona la guarnigione" (Popper, 1996, vol.II, p.162).
    _________________________
    1L’eguaglianza di fronte alla legge si accompagna, infatti, all’isocrazia cioè al potere di decisione politica equamente distribuito fra tutti i membri di una comunità locale. Cfr. Erodoto (2008).
    2Cfr. Tucidite (1985).
    3Cfr. Platone (1967, pp.382-390).
    4Cfr. Aristotele (1986, p.84 e ss.).
    5Cfr. Hamilton … Jay … Madison (1998).
    6Cfr. Sartori (2007).
    7"Responsività" e "responsabilità" si riferiscono rispettivamente alla capacità del rappresentante di rispondere con prontezza, nel corso del suo mandato, alle domande dei rappresentati e di rispondere del proprio operato nel momento elettorale. A tal riguardo, cfr. la distinzione tra responsivness e accountability in Pitkin (1983).
    8Cfr. Marsilio da Padova (2001).
    9In generale, sulle teorie della rappresentanza politica, cfr. Fisichella (1996).
    10A questo riguardo, cfr. Dahl (1981).
    11A seconda che si ponga l'accento sulle regole e le procedure la cui osservanza deve essere garantita affinché il potere sia effettivamente distribuito tra tutti i cittadini oppure ai contenuti ispirati a certi ideali caratteristici della tradizione del pensiero democratico, primo tra tutti quello dell'eguaglianza, si è soliti distinguere tra democrazia "formale" e democrazia "sostanziale".
    12Cfr., a questo riguardo, Dertouzos (1984), sull'impatto dell'uso del computer come strumento di comunicazione politica e, in particolare, come veicolo di consenso o dissenso politico, e Lievrouw (1994), sul passaggio da una condizione puramente ‘informativa’, basata sul consumo passivo di media e informazioni tradizionali, a una condizione ‘performativa’, basata sulla ricerca delle informazioni in ambiente interattivo.
    13Cfr. Barber (1984, pp.15-21). In generale, sulla "democrazia elettronica", cfr. Pitteri (2007).
    14Cfr., per esempio, Bimber (2003) o Lusoli (2007).
    Bibliografia
    Aristotele (1986), Opere, Vol.IX, Bari-Roma, Laterza.
    Bagehot W. (1997), La costituzione inglese, Bologna, Il Mulino.
    Barber B.(1984), Strong Democracy: Partecipatory Politics for a New Age, Berkeley, Berkeley University California Press.
    Bimber, B. (2003), Information and American Democracy, Cambridge, Cambridge University Press.
    Constant B. (1970), Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, in Id., Principi di politica, Roma, Editori Riuniti.
    Dahl R. (1981), Poliarchia. Partecipazione e opposizione nei sistemi politici, Milano, Franco Angeli.
    De Mucci R. (1985), La politica dei cittadini. Forme e strumenti di partecipazione politica nei sistemi urbani, Milano, Franco Angeli.
    De Mucci R. (2009), Micropolitica, Soveria Mannelli, Rubbettino.
    Dertouzos M.L. (1984), The Information Revolution: Developpements and Consequences by 2000, in Pageles H.L., Computer Culture: The Scientific, Intellectual and Social Impacts of Computer, New York, The New York Academy of Sciences.
    Erodoto (2008), Storie, Newton & Compton, Roma.
    Fisichella D. (1996), La rappresentanza politica, Milano, Giuffré.
    Fisichella D. (2003), Elezioni e democrazia, Bologna, Il Mulino.
    Hagen, M. (1997) Elektronische Demokratie. Computernetzwerke und politische Theorie in den USA, Hamburg, Lit-Verlag.
    Hamilton A. … Jay J. … Madison J. (1998), Il Federalista, Bologna, Il Mulino.
    Kant I. (1996), Per la pace perpetua, Milano, Editori Riuniti.
    Kelsen H. (1984), La democrazia, Bologna, Il Mulino.
    Lievrouw, L. A. (1994) "Information resources and democracy", in Journal of the American Society for Information Science, vol. 45, pp. 350-357.
    Lusoli W. (2007), Forme di democrazia elettronica, in Pasquino G. (a cura di), Strumenti della democrazia, Bologna, Il Mulino.
    Marsilio da Padova, Il difensore della pace, Milano, BUR.
    Pitkin H. (1983), I due volti della rappresentanza, in Fisichella D. (1983) (a cura di), La rappresentanza politica, Milano, Giuffré.
    Pitteri D. (2007), Democrazia elettronica, Bari-Roma, Laterza.
    Platone (1967), Opere, Vol.II, Bari-Roma, Laterza.
    Popper K. (1996), La società aperta e i suoi nemici, vol.I e II, Roma, Armando.
    Sartori G. (2007), Democrazia. Cosa è, Milano, Rizzoli.
    Tocqueville A. de (1968), La democrazia in America, Torino, Utet.
    Tucidite (1985), La guerra del Peloponneso, Milano, BUR.
    Redattore: Simona FALLOCCO
    © 2010 ASSONEBB

  • DENARO

    1. Nell’antica Roma il denarius era una moneta d’argento equivalente a 10 assi, ovvero 2 sesterzi e mezzo. In seguito in Occidente sono state coniate in argento e in rame monete con questo nome (espresso nelle varie lingue) con valori diversi.

    2. Antica unità di peso e equivalente a un ventiquattresimo d’oncia, ma impiegata anche come misura della purezza delle leghe d’argento (in ventiquattresimi; oggi la misura è espressa in millesimi).

    3. Misura della finezza delle fibre naturali, artificiali e sintetiche (in simbolo: den).

    4. Espressione usata in borsa per indicare il prezzo al quale il compratore è disposto ad acquistare un certo titolo (c.d. “corso denaro”) (v. fare denaro). Indica anche, per estensione, la fase di mercato nella quale la domanda di titoli prevale sull’offerta e le quotazioni sono pertanto in rialzo.

  • DENARO (Enciclopedia)

    (Si Veda anche voce del Dizionario: Denaro)

    1. Definizione e proprietà del denaro

    Il denaro è l’unico bene che può essere scambiato con qualsiasi altro bene. Come tale, esso esprime la "fungibilità" delle cose nel senso che "incorpora quell’elemento o quella funzione delle cose per cui esse sono economiche. Tale funzione non esaurisce la totalità delle cose, ma costituisce la totalità del denaro" (Simmel, p.195).
    Il denaro nasce come strumento. Esiste per facilitare confronti e per mediare gli scambi che ne risultano. La condizione economica (di scarsità) dell'uomo spinge allo scambio; e le cose non hanno un valore in sé, ma lo acquistano quando vengono confrontate l’una con l’altra al fine di determinare, per ciascuna di essa, con quali altre cose possa essere scambiata. Si spiegano così le sue principali funzioni: quella di mezzo di scambio, vale a dire di strumento delle transazioni, e di unità di conto, vale a dire di unità di misura rispetto a cui viene determinato il valore di scambio dei beni.
    La natura strumentale del denaro è costituita dalla generalità degli usi a cui esso può essere destinato. Infatti, "uno strumento sarà tanto più importante e prezioso, quanto maggiore sarà il numero dei fini a cui può eventualmente servire (…). Si può formulare questa situazione dicendo innanzitutto che il valore di ogni singola quantità di denaro supera il valore di ogni singolo determinato oggetto che può essere scambiato con essa, perché il denaro concede la chance di scegliere invece di questo un qualsiasi altro oggetto nell’ambito di una cerchia illimitatamente grande" (Ivi, p.310-311).
    Una delle proprietà del denaro è quella di essere impersonale. Partecipando di ogni scambio propriamente economico, il denaro è "espressione e mezzo della reciproca dipendenza degli uomini, della loro relatività, che fa sempre dipendere il soddisfacimento dei desideri degli uni dall’interazione con gli altri" (Ivi, p.232). E ciò significa che esso trascende ciascuna di queste persone considerata come entità isolata e, più in generale, la particolarità e l’unilateralità di tutte le sue forme empiriche. In un’economia monetaria, il pagamento in denaro è la forma più compiuta di obbligazione generica, che come tale affranca la relazione da un oggetto specifico o da una persona specifica: attraverso tale pagamento, il debitore si libera da qualunque prestazione di carattere personale e il creditore utilizza il denaro incassato per ottenere sul mercato, da chi è volontariamente disponibile, i servizi di cui ha bisogno. In tal senso, l’uso del denaro presuppone e alimenta da parte dei fruitori un atteggiamento distaccato e neutrale quale si conviene a ciò che viene assunto come uno strumento e non come uno scopo a sé stante.
    Altra proprietà del denaro è la sua natura astratta. In particolare, il denaro è astratto nel senso che esprime l'economicità delle cose, cioè la loro scambiabilità, rilevando esclusivamente gli aspetti quantitativi della realtà e prescindendo dalle finalità individuali e dai contenuti specifici. Ossia: il denaro è per sua natura quantitativo perché esprime numericamente attraverso un determinato ammontare (il prezzo) la fungibilità delle cose. Si presta pertanto a un processo mentale particolare che è il calcolo dei costi e dei ricavi. E fa in modo che la cooperazione tra gli individui non coinvolga i fini che le parti intendono perseguire: non sono quindi rilevanti le motivazioni soggettive che spingono gli individui all’azione.
    Adam Smith (1975) ci ha insegnato che ciascun individuo agisce mosso dall’esigenza di perseguire i propri fini. E che, tuttavia, poiché ognuno ha bisogno della cooperazione di altri, deve fornire a questi i servizi che essi richiedono in cambio. Ognuno è cioè chiaramente interessato ai propri scopi ma per raggiungerli deve cooperare con le controparti. E così favorisce, sia pure inintenzionalmente, il benessere altrui. In tal senso, la prosperità pubblica è il risultato non programmato delle azioni che ciascun individuo pone in essere per conseguire, tramite la libera cooperazione, le proprie finalità. Ebbene, nel campo squisitamente economico, questo risultato è reso possibile dall’esistenza del denaro, che ha come precondizioni la proprietà privata, l’autonomia individuale e la conseguente trama interattiva, da cui nasce il sistema dei prezzi monetari. In un’economia articolata tramite il denaro, ogni bene ha un suo prezzo e ciò comporta che chi cede un bene possa utilizzare il ricavato per qualunque altra finalità. La stessa libertà è conseguita simmetricamente dall’acquirente che ottiene quel che gli occorre, e per le finalità che desidera, nello stesso momento in cui è in grado di pagare il prezzo richiesto sul mercato. Accade cioè che normalmente forniamo agli altri (e gli altri forniscono a noi) i mezzi necessari per il raggiungimento di scopi che non conosciamo e che, se conoscessimo, potremmo non condividere. Non ci sono pertanto problemi di reciproca accettazione delle finalità perseguite. E ciò conduce a una straordinaria crescita degli scambi e a un contemporaneo ampliamento delle dimensioni della cooperazione sociale1.

    2. Origini del denaro

    Il denaro è un’entità numerica, costituita cioè da un insieme di numeri naturali usati per esprimere e misurare il valore dei beni scambiati tra gli individui in un dato mercato. Per svolgere questa funzione esso necessita di un supporto fisico anche se non di una specifica sostanza fisica. Tanto è vero che storicamente il supporto materiale del denaro, a partire dalle merci ai metalli preziosi arrivando ai bits della memoria di un elaboratore elettronico, è cambiato costantemente. E ciò che rimane invariato è il concetto di denaro come "mezzo" utilizzato per raggiungere il "fine" dello scambio2.
    Il denaro dunque è sempre stato "incorporato in una sostanza tangibile" (Ivi, p.187). Dunque, se da un lato esso esprime una funzione, dall’altro si presenta come un oggetto, e in quanto tale ha una dimensione sostanziale che lo rende comparabile con altri oggetti, soprattutto quelli il cui valore economico il denaro stesso permette di valutare e di trasferire.
    Ogni volta che, in un determinato contesto, lo sviluppo sociale ha indotto gli individui ad adottare determinate categorie d’oggetti come simbolo generale e portatore del valore per rendere più facili e sicuri i loro rapporti economici, la prima categoria di oggetti che essi hanno selezionato è stata generalmente una categoria che tutti erano d’accordo nel trovare utile, sia dal punto di vista sostanziale che simbolico. Per esempio, se l’etimologia del termine "pecunia", usato spesso come sinonimo di denaro, è legata al termine pecus che in latino vuol dire "pecora" è perché presso le antiche tribù dedite soprattutto alla pastorizia questo animale aveva un significato economico universale che lo rendeva suscettibile di essere utilizzato anche come unità monetaria. Con il progredire della civiltà, ai capi di bestiame si sono via via sostituiti beni che non sono più in grado di soddisfare direttamente e concretamente gli stessi bisogni umani che poteva soddisfare un animale che può essere tosato, munto, cucinato, mangiato, e via dicendo; beni che, tuttavia, avevano la qualità di essere più stabili, maneggevoli, trasportabili, custodibili. Tra questi, all’inizio, conchiglie, semi di cacao, tè; in seguito, metalli più o meno preziosi, come oro, argento e rame (fino ad arrivare alla moneta cartacea), i quali venivano accettati volontariamente da chiunque in cambio di certe merci portate sul mercato. E ciò avveniva, anche quando gli individui che accettavano lo scambio non avessero un bisogno immediato di tali beni o lo avessero già completamente soddisfatto. In tal senso, l’evoluzione dei tempi vede il progressivo prevalere della funzione rispetto alla sostanza del denaro, dal momento che ciò che conta in maniera sempre più esclusiva è la capacità del denaro di rappresentare il valore economico. In particolare, con l’affermazione della società moderna, al processo spontaneo di oggettivazione caratterizzato dall’incorporazione del denaro in una base o veicolo materiale individuabile concretamente e costante nel tempo, da utilizzare come mezzo di commutazione dei bisogni tipico delle società-pre-moderne3, si è sovrapposto un processo di astrazione in cui il "denaro-oggetto" cede progressivamente il passo al "denaro-segno" (per esempio la banconota o la carta di credito), astratta fictio di una promessa di pagamento. Un processo di smaterializzazione, questo, che ancora oggi è in atto. Il potente sviluppo della tecnologia informatica oggi consente infatti la possibilità di effettuare scambi (di beni e servizi contro moneta) mediante il ricorso al cosiddetto "denaro elettronico"4, basato cioè su un supporto informatico o cyber-supporto, il quale risulterebbe sganciato da qualsiasi referente oggettivo e tangibile, sia esso il metallo delle monete, la carta delle banconote o finanche la plastica delle carte di credito nel caso di transazioni esclusivamente digitalizzate (come per esempio un trasferimento da un conto bancario a un altro mediante operazioni informatiche tra le banche coinvolte)5.
    Ciò nondimeno, quale che sia la "sostanza tangibile", il supporto fisico del denaro conserva le proprietà minimali rispondenti praticamente a esigenze di versatilità negli scambi e di sicurezza nell’identificazione; e consente al denaro di indicare che il suo possessore è virtualmente proprietario di qualsiasi bene, o virtualmente beneficiario di qualsiasi prestazione, che può ottenere con il valore posseduto e attestato sia in forma cartacea che metallica o informatica6. Quanto è apparso chiaro con la "rivoluzione marginalista" e cioè che un oggetto assume la qualità di bene non per qualcosa di intrinseco allo stesso oggetto, bensì per la ragione di essere giudicato, da parte dell’attore, idoneo a soddisfare un proprio bisogno, vale a maggior ragione per tutte le "cose" usate di volta in volta nel corso dell’evoluzione delle società come denaro, alle quali è stata riconosciuta la qualità di "bene" in virtù del rapporto in cui si sono trovate verso gli uomini; un rapporto, cessato il quale, hanno cessato di essere tali7.
    La scienza si è da sempre, e lungamente, interrogata sulle modalità per cui alcune "sostanze" o merci siano uscite dalla cerchia di tutte le altre e siano divenute mezzi di scambio, cioè denaro nel senso più ampio del termine.
    Nell’Etica Nicomachea Aristotele afferma che la moneta, qui assunta come sinonimo di denaro, "è detta in greco ‘cosa legale’ (nomisma) perché sorge non per natura ma per legge (nomos) e sta in nostro potere il mutarla e renderla fuori uso" (Aristotele, 1981, p.120). E già Platone nel De Repubblica aveva parlato del denaro come segno convenzionale per lo scambio8.
    A questa interpretazione che riconduce il fenomeno dell’origine del denaro a una convenzione o a un atto legislativo si contrappone l’interpretazione secondo cui il denaro, non diversamente da altre istituzioni sociali, sarebbe "la risultante non prevista di attività specificamente individuali dei membri di una società" (Menger, 1996, p.162). In particolare, la risultante non prevista di azioni individuali poste in essere per superare le difficoltà poste in essere da un’economia fondata sul baratto9, dove affinché lo scambio avvenga è necessario il realizzarsi della condizione della "doppia coincidenza dei bisogni", tale per cui un individuo che disponga di un determinato bene e voglia scambiarlo con un altro deve trovare un altro individuo che contemporaneamente abbia quel bene che egli domanda e intenda scambiarlo proprio col bene che egli offre. In altri termini, il baratto è soggetto al problema del tempo e dello spazio nel senso che chi vuole scambiare merci di tipologie assai diverse può farlo solo quando entrambe le merci sono disponibili nello stesso tempo e nello stesso spazio.
    Per ovviare a questo inconveniente che limitava pesantemente la circolazione dei beni o li confinava in ogni caso entro limiti molto circoscritti, dunque, gli individui hanno cominciato ad individuare un certo numero di beni che, in quanto più facilmente smerciabili, trasportabili, durevoli e divisibili in determinate circostanze di tempo e di luogo, potessero essere accettati in cambio da tutti e perciò permutati con qualsiasi altra merce. In questo modo, veniva superato il problema della "doppia coincidenza del bisogno" dal momento che quel bene scambiato consuetudinariamente con qualsiasi altro bene creava le condizioni affinché, nello scambio, l’atto d’acquisto di un bene potesse essere separato fisicamente e temporalmente dall’atto di vendita di un altro. Da cui, la funzione del denaro come residenza temporanea di potere d’acquisto dal momento che il denaro consente di trasferire potere d’acquisto nel tempo.
    Lo scambio di merci meno richieste contro merci la cui domanda era di gran lunga superiore ha pertanto "il suo fondamento nell’interesse economico di ogni singolo individuo economicamente agente. Ma la conclusione effettiva dell’operazione di scambio presuppone la conoscenza di questo interesse da parte degli attori economici che dovrebbero accettare, in forza di quelle caratteristiche, un bene per loro forse del tutto inutile di per sé in cambio della propria merce" (Ivi, p.161).
    E’ il potente influsso dell’uso e della consuetudine e non una convenzione o un’imposizione legislativa a favorire questo processo. Infatti, "all’inizio soltanto un certo numero di soggetti economici comprenderà il vantaggio di accettare altre merci più richieste in cambio delle proprie, quando un immediato scambio contro beni d’uso sia impossibile o altamente improbabile. Questo vantaggio di per sé è indipendente dal generale riconoscimento di una merce come denaro, perché sempre e comunque avvicina in maniera considerevole il singolo attore economico al proprio scopo, ossia al conseguimento dei beni d’uso a lui necessari" (Ivi, p.162). Tuttavia, dal momento che la consapevolezza che gli individui hanno del loro interesse economico è funzione anche della percezione del successo economico di chi ha sperimentato il mezzo più adeguato per ottenerlo, è chiaro che "nulla può aver favorito la nascita del denaro come il fatto che i soggetti economici più avveduti e capaci accettassero regolarmente e continuamente, per il loro interesse, merci altamente richieste al posto di ogni altra" (Ibid.).
    La nascita del denaro quale esito del bisogno degli individui di raggiungere i propri scopi e della loro reciproca dipendenza per il soddisfacimento dei rispettivi interessi è emblematico dunque di un sistema di cooperazione sociale che si svolge grazie al fatto che gli individui hanno compreso di potersi arrecare reciprocamente dei benefici senza doversi accordare sugli scopi singolarmente perseguiti bensì solo sui mezzi per conseguirli. "Questa scoperta", ha scritto Friedrich von Hayek, "(…) ha portato alla creazione della Grande Società" (Hayek, 1986, p.316). La società cioè fondata sull’ordine di mercato, cui spetta il merito di non avere una gerarchia conosciuta di fini e, dunque, di rendere possibile la libertà individuale e la convivenza di una pluralità di valori e di visioni del mondo rinunciando alla pretesa di "fondamenti certi". In tal senso, l’ordine di mercato ha così posto in essere un processo evolutivo che si è accompagnato all’affermazione della società moderna10.

    3. Denaro e modernità

    Esiste un legame storicamente inscindibile tra denaro, mercato e modernità. La nascita della società moderna coincide infatti con la piena affermazione del mercato quale istituzione collocata al centro della vita economica, in cui gli scambi sono regolati esclusivamente dalla legge della domanda e dell’offerta e i fattori impiegati nella produzione, ivi compresa la forza-lavoro, sono pagati in denaro e, in cambio dei beni e dei servizi, si accetta solo denaro. Ma lo scambio ospitato dal mercato è "la più impersonale delle relazioni di vita pacifiche nelle quali più persone possono entrare fra loro" (Weber, 1968, p.620), nel senso che quello che si perfeziona all’interno del mercato "è l’archetipo del contratto di scopo, quale stipulazione specifica nella sua essenza e funzione, determinata e delimitata quantitativamente, indipendentemente da caratteristiche qualitative, astratta e normalmente condizionata soltanto da motivi economici" (Ivi, p.26). E ciò è possibile proprio perché nella società di mercato ogni pagamento è espresso in denaro, il quale, in virtù del suo carattere impersonale e della sua assoluta neutralità e astrattezza, "raggiunge questa libertà dal ‘come’ per lasciarsi determinare esclusivamente in base al ‘quanto’"(Simmel, p.405).
    Al di sopra e al di là delle sue funzioni economiche, tuttavia il denaro simboleggia e incorpora più in generale lo spirito moderno della razionalità, della calcolabilità e della impersonalità che ha finito per prevalere sulla più vecchia concezione del mondo che accordava supremazia alla tradizione.
    Ne La Filosofia del denaro pubblicato nel 1900, il sociologo tedesco Georg Simmel ha sottolineato la funzione sociale del denaro quale espressione e strumento di reciproca dipendenza tra gli uomini destinato ad assumere un’importanza crescente con il progressivo sviluppo e mutamento della società moderna.
    Egli ha considerato in primo luogo l’accentuata intellettualizzazione dell’esistenza contemporanea in rapporto con la natura squisitamente strumentale del denaro11. Un orientamento, questo, a superare le componenti valutative ed emotive dell’azione umana, col prevalere dei "mezzi" sui "fini", che si manifesta in particolare nella disposizione tipica della società moderna alla misurazione e al calcolo e nell’importanza accordata alla precisione. E ha considerato l’accelerazione che il denaro è stato in grado di imprimere al ritmo dell’esistenza umana per la sua capacità di rendere mobili e di trasferire i valori. Ma soprattutto egli ha considerato il rapporto che il denaro ha per sua natura con la libertà. E questo sotto molteplici punti di vista: innanzitutto il denaro conferisce alle persone che lo posseggono "quello che potremmo chiamare l’aspetto potenziale della possibilità" (Poggi, 1998, p.150), nel senso che "si presta a codificare ed esprimere tutto un ventaglio di preferenze e il peso che esse rispettivamente occupano nella valutazione del soggetto" (Ivi, p.151). In tal senso, grazie al fascino esercitato dal miraggio del suo illimitato potere d’acquisto, il significato del denaro coincide con quello di potere; il potere di vendere tutto e comprare tutto. Inoltre, dal momento che le transazioni monetarie non comportano nessun impegno né coinvolgimento emotivo da parte di chi le effettua, il denaro libera l’individuo perché impegna solo minimamente il suo essere, offrendo ciò nondimeno alla personalità molte più occasioni di esprimersi e di svilupparsi. A differenza di qualsiasi altro oggetto, infatti, il denaro può essere posseduto in maniera molto più piena, flessibile e incondizionata senza che il soggetto che lo possiede sia obbligato a confrontarsi con qualcosa che gli resista. Infine, grazie alla sua capacità di passare rapidamente di mano in mano, il denaro sembra conferire alle azioni umane un grado crescente di libertà nella misura in cui permette alle persone di inserirsi in reticoli di rapporti individuali sempre più numerosi, ampi e differenziati.
    C’è poi sul piano socio-politico una correlazione assai stretta tra economia di mercato e società libera. In un’economia in cui il denaro è il denominatore comune di tutti gli scambi, è possibile il calcolo dei costi e dei ricavi. Imporre autoritativamente i prezzi, sottraendoli alla regolazione della legge della domanda e dell’offerta, ammesso pure che un organo centrale di pianificazione possa effettivamente conseguire e controllare per intero questo processo12, significherebbe invece sopprimere la concorrenza e il mercato e dunque creare le condizioni per l’affermazione e lo sviluppo di società che rappresentano la negazione della libertà quali quelle storicamente realizzatesi con i regimi totalitari13.
    Ciò nondimeno, l’incidenza del denaro sulla cultura, la mentalità, lo stile dell’esistenza della società moderna ha il suo lato oscuro. I rapporti individuali che gli uomini intrattengono tra loro, per esempio, sono sì sempre di più e sempre diversi, ma per ciò stesso sempre più anonimi, distanti e, a ogni modo, dettati da considerazioni di carattere oggettivo. Questo perché "il fatto che le parti si accostino alla transazione con un tipo completamente diverso di interessi, aggiunge all’antagonismo, che l’opposizione degli interessi provoca a priori, un nuovo carattere di estraneità" (Simmel, 1984, p.672). E il materialismo che scaturisce da un mondo incentrato sul denaro la cui coerenza deriva esclusivamente da rapporti oggettivi tra le sue componenti è associato a un orientamento tendenzialmente secolarizzato da parte dell’uomo moderno sempre meno incline a conformare i propri comportamenti a credenze e valori trascendenti. Inoltre, è vero che il denaro libera l’uomo permettendogli potenzialmente l’accesso ad ogni bene, tuttavia, proprio per questa sua capacità, rischia di diventare il centro delle aspirazioni della maggior parte degli uomini tanto che "da mezzo assoluto (…) acquista il significato psicologico di fine assoluto" (Ivi, p.347).
    La modernità dunque intensifica l’esperienza dell’alienazione, vale a dire quel processo di autonomizzazione dei prodotti umani tale per cui essi si distanziano progressivamente dalle intenzioni e dai progetti in base ai quali sono stati realizzati14. Un fenomeno questo che nella società globale di oggi non può che essere destinato a acuirsi col raggiungimento del limite ultimo del processo di astrattezza a cui corrisponde la progressiva scomparsa del denaro-merce risucchiato dallo scorrere dei flussi elettronici del denaro "virtuale". Sempre più astratto e simbolico e sempre più centrale nello sviluppo e nel funzionamento della società attuale (si pensi all’importanza solo delle operazioni del mondo finanziario-capitalistico), con la sua progressiva dematerializzazione il denaro, infatti, può vedere potenziata la sua capacità invasiva, rendendo l’esistenza degli uomini sotto molti aspetti ambigua, irrequieta e soprattutto sempre più sfuggevole al loro indirizzo e controllo15.
    ______________________
    1A questo riguardo, cfr. Hayek (1986, p.316 e ss.).
    2Questa distinzione tra il denaro come concetto relativo a usi, intenzioni, credenze, valori e fatti sociali e il supporto materiale attraverso il quale si è storicamente declinato è alla base della considerazione secondo cui "denaro" e "moneta" non sono la stessa cosa, essendo il primo un concetto riferito a qualunque cosa i membri di una società considerino scambiabile e la seconda un oggetto specifico che ha valore di denaro fin quando è accettato per tale. Cfr. Turri (2009), dove peraltro si sostiene che la confusione prodotta dalla mancata precisazione dell’esatto significato dei due concetti è spesso all'origine delle crisi finanziarie e dei riflessi di queste sull'economia reale.
    3Per un’analisi del significato assunto dal denaro nelle economie pre-moderne risulta paradigmatico a questo proposito il lavoro di Polaniy. Cfr., per esempio, Polaniy (1987) in cui viene analizzata la storia e il ruolo svolto dal "cauri", la conchiglia-denaro, simbolo di potenza, fertilità e magia all’interno di alcune società primitive africane.
    4La diffusione del denaro elettronico ha sollevato il problema del cyber-supporto, di sapere cioè se questo possa essere considerato supporto fisico del denaro, considerando che, secondo una versione abbastanza diffusa, tutto ciò che è virtuale deve essere concepito come qualcosa di etereo e, in ogni caso, ben distinto dalla realtà fisica. E dunque se si possa considerare superata la concezione del denaro quale mezzo di scambio incorporato necessariamente in una "sostanza tangibile". A questo riguardo tuttavia si è sostenuto che il cyber supporto del denaro occupa uno spazio in virtù del fatto che è registrato in supporti informatici costituiti da oggetti fisici. E che pertanto l’introduzione e lo sviluppo del denaro elettronico si pongono in totale continuità con la genesi e l’evoluzione storica del denaro che ha portato a un continuo alleggerimento del supporto fisico monetario: dalle merci, ai metalli preziosi, alla carta, per giungere ai bits. Cfr. Beretta Piccoli -Rossi (2008).
    5E’ questa la fase del passaggio dal denaro-segno al "denaro-rete", così definito per la sua capacità di estendersi a forma di rete rendendo più veloci e potenzialmente infinite le transazioni ma soprattutto grazie al miraggio del suo illimitato potere di acquisto, di sormontare e superare le distanze sociali. Sulla affermazione del denaro-rete, quale ultima fase del processo di astrazione, cfr. Gambescia (2007).
    6A questo proposito il filosofo Searle (1995) ha assegnato al denaro una funzione di "status" (nel caso specifico, lo status di creditore di potere d’acquisto da parte del portatore), cioè una funzione che, secondo la sua definizione, sarebbe in grado di realizzare non in virtù della sua costituzione fisica; bensì unicamente grazie al fatto che esso, in un certo contesto, è concepito come in grado di farlo. Da qui la sua convinzione che "il denaro è denaro solo perché la gente crede sia denaro" (Ivi, p.42).
    7Uno dei capisaldi della teoria marginalista è, infatti, la teoria soggettivistica del valore secondo cui, come ha scritto Carl Menger che insieme a William Stanley Jevons e a Leon Walras ha legato il suo nome proprio a tale teoria, la qualità di un bene non è inerente ai beni, non è una loro proprietà, ma ci si presenta come un rapporto in cui si trovano certe cose verso gli uomini, un rapporto scomparso il quale i beni cessano di essere tali. Cfr. Menger (2001, pp.49 e ss.).
    8Cfr. Platone (2008).
    9Questo approccio di tipo evoluzionistico è quello che, dalle riflessioni di Hume, Smith, e prima ancora di Mandeville, giunge a Carl Menger e alla Scuola Austriaca di Economia. Ad essa si deve la formulazione di una teoria sociale che ha fatto dei risultati inintenzionali delle azioni individuali il proprio tema centrale, dimostrando per esempio che la maggior parte delle norme e delle istituzioni (oltre al denaro, il linguaggio, il diritto, il mercato, ecc.) sono nate senza essere state progettate coscientemente da qualcuno, cioè spontaneamente quale risultato della composizione di azioni individuali dirette a scopi diversi rispetto a quelli effettivamente perseguiti. Per una breve sintesi, cfr. Fallocco (2002).
    10La tesi secondo cui l’avanzata del mercato è "matrice" del processo di modernizzazione è sostenuta da Lorenzo Infantino, il quale ha sottolineato che non è la secolarizzazione la condizione necessaria della modernizzazione, dal momento che essa è "una conseguenza dell’affermazione del mercato e della necessità di aprirsi allo scambio, rinunciando a un unico credo filosofico o religioso imposto come fonte di legittimazione del potere politico e come inderogabile obbligo" (Infantino, 2008, p.67).
    11Per un’analisi critica di questa fondamentale opera di Simmel, cfr. Poggi (1998).
    12Tale pretesa di pieno controllo del sistema dei prezzi necessiterebbe, infatti, di una perfetta conoscenza delle informazioni che orientano le preferenze e dunque le scelte degli operatori economici. Ma ciò non è possibile perché come insegnano i più autorevoli esponenti della Scuola Austriaca di Economia (soprattutto Mises e Hayek) la conoscenza umana non può che essere parziale, fallibile e dispersa tra milioni di individui tant’è che è impossibile per chiunque centralizzarla e divenire così portatore esclusivo di un sapere superiore. E’ proprio sulla base di queste considerazioni che, per esempio, Ludwig von Mises poté diagnosticare con grande lungimiranza, già all’inizio del XX secolo, il fallimento dei regimi socialisti. Cfr. Mises (1990).
    13Al contrario, lo sviluppo della società di mercato e, dunque, l’esistenza del sistema dei prezzi quale espressione delle preferenze individuali è solitamente associata all’affermazione di processi di democratizzazione. Il denaro, infatti, per le sue proprietà, è un mezzo "democratico" perché è garanzia oltre che di libertà anche di uguaglianza perché tende a porre sullo stesso piano tutti gli individui senza tenere conto di rapporti di carattere particolaristico. Ciò nondimeno, il rapporto denaro-democrazia è stato sempre particolarmente problematico essendo i regimi democratici potenzialmente più esposti all’influenza delle oligarchie economico-finanziarie. A questo riguardo, cfr. Fisichella (2006).
    14Il tema dell’alienazione quale fenomeno inerente alla condizione dell’uomo moderno costituisce un elemento centrale della teoria sociale a partire, in particolare, dalla riflessione filosofica di Hegel il quale faceva riferimento al concetto di alienazione come risultato dell’estraniamento dello spirito da se stesso per proiettarsi al di fuori di sé diventando natura. Cfr. Hegel (1973). E’ stato tuttavia Marx a approfondire questo tema utilizzando la nozione di alienazione come strumento concettuale per criticare la condizione dei lavoratori sfruttati all’interno del sistema capitalistico. Cfr. Marx (1975). L’idea secondo cui i rapporti e i prodotti umani possono autonomizzarsi tanto da diventare qualcosa di diverso rispetto alle intenzioni per cui sono stati posti in essere è presente altresì in Weber. Si consideri, per esempio, le sue riflessioni sulla "gabbia di acciaio", metafora che egli usò per rappresentare la condizione dell’uomo nella società moderna burocratizzata quale risultato dei processi di razionalizzazione a trasformare i mezzi in fini. Cfr. Weber (1982).
    15Cfr. Maniscalco (2005).
    Bibliografia
    Aristotele (1981), Opere, vol. 7, Roma-Bari Editori, Laterza.
    Beretta Piccoli R. … Rossi S. (2008), Ontologia del denaro: moneta e valore da una prospettiva interdisciplinare, paper presentato al Decimo convegno internazionale dell’AISPE "Umanesimo e religione nella storia del pensiero economico", Università di Treviso (www.giuri.unipd.it).
    Fisichella D. (2006), Denaro e democrazia, Bologna, Il Mulino.
    Fallocco S. (2002), La "serendipity" nella ricerca sociale e politica. Cercare una cosa e trovarne un’altra, Soveria Mannelli, Rubbettino.
    Gambescia C. (2007), "Il denaro-rete. Un’analisi ricognitiva", in Metabasis (rivista di filosofia on-line), marzo 2007, anno II, n.3, pp.1-12 (www.metabasis.it)
    Hayek von F.A. (1986), Legge, legislazione e libertà, Milano, Comunità.
    Hegel F. (1973), Fenomenologia dello spirito, Firenze, La Nuova Italia Scientifica.
    Infantino L. (2008), Individualismo, mercato e storia delle idee, Soveria Mannelli, Rubbettino.
    Maniscalco M.L (2005), Sociologia del denaro, Bari-Roma, Laterza.
    Marx K. (1975), Il capitale. Critica dell’economia politica, Torino, Einaudi.
    Menger C. (2001), Principi di economia politica, Soveria Mannelli, Rubbettino.
    Menger C. (1996), Sul metodo delle scienze sociali, Macerata, Liberilibri.
    Mises von L. (1990), Socialismo, Milano, Rusconi.
    Polanyi K. (1987), Il Dahomey e la tratta della schiavi. Analisi di un’economia arcaica, Torino, Einaudi.
    Poggi G. (1998), Denaro e modernità. La "Filosofia del denaro" di Georg Simmel, Bologna, Il Mulino.
    Platone (2008), Repubblica o sulla giustizia, Milano, Feltrinelli.
    Simmel G. (1984), La filosofia del denaro, Torino, Utet.
    Smith A.(1975), La Ricchezza delle Nazioni, Torino, Utet,.
    Searle J. (1995), La costruzione della realtà sociale, Milano, Comunità.
    Turri M.G. (2009), La distinzione tra denaro e moneta. Ontologia sociale ed economia, Roma, Carocci.
    Weber M. (1968), Economia e società, Milano, Comunità.
    Weber M. (1982), L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, in Sociologia delle religioni, Milano, Comunità.

    © 2010 ASSONEBB

  • DENARO CALDO

    Sin.: hot money. Operazioni di prestito a brevissimo termine concluse nei confronti di imprese di primaria importanza. Le linee di credito sono negoziate a tassi particolarmente favorevoli, prossimi a quelli del mercato monetario, e sono utilizzate dall’impresa affidata per la copertura di fabbisogni di brevissimo periodo o per obiettivi connessi alla propria gestione finanziaria (finanziamento di operazioni di investimento nel mercato dei titoli, operazioni di arbitraggio in divise estere). I prestiti hannodurata di norma inferiore al mese e prevedono tempi di preavviso ristretti per l’erogazione dei fondi e per il loro rimborso (in genere non oltre le 48 ore); il tasso di interesse è contrattato tra la banca e l’impresa affidata e, in base agli accordi intercorsi, è soggetto a modifiche con preavviso. Le operazioni di denaro caldo si sono sviluppate nella seconda metà degli anni ‘80 in una fase di forte concorrenza tra le banche nell’attività di prestito alla clientela: l’offerta di prestiti della specie è stata spesso utilizzata anche da banche di minori dimensioni per instaurare rapporti finanziari con la grande impresa, nonostante le condizioni di tasso praticate non risultino sempre remunerative per la banca erogante a causa della forza contrattuale dell’affidato. Le operazioni sono talvolta considerate dalle banche come una forma di impiego di tesoreria a brevissimo termine alternativo all’investimento temporaneo di disponibilità nel mercato monetario e contraddistinte da un livello di rischio molto contenuto.

  • DENARO CONTRO DENARO

    Espressione che indica nelle negoziazioni di cambi un’operazione a pronti di valuta estera nella quale il trasferimento della valuta nazionale (cioè il pagamento del prezzo) è immediato. In pratica l’operazione consiste in uno scambio contrattuale di carta moneta o di monete metalliche. In banca si ha un’operazione di denaro contro denaro quando viene aperto un credito garantito interamente da una equivalente somma di denaro (p.e. da un deposito in un libretto al portatore emesso dalla stessa banca). Il tasso debitore che la banca fa pagare in tali casi si identifica nello scarto corrente tra tassi attivi e passivi.

  • DENOMINAZIONE BANCARIA ABUSIVA

    L’abuso di denominazione bancaria è previsto dall’art. 133 TUBC, che punisce con la multa da lire due milioni a lire venti milioni la condotta di chiunque contravviene al precetto in base alla quale “l’uso, nella denominazione o in qualsivoglia segno distintivo o comunicazione rivolta al pubblico, delle parole “banca”, “banco”, “credito”, “risparmio” ovvero di altre parole o locuzioni, anche in lingua straniera, idonee a trarre in inganno sulla legittimazione allo svolgimento dell’attività bancaria è vietato a soggetti diversi dalle banche”. La fattispecie, limitando ovviamente il campo di applicazione all’interno del settore dell’intermediazione finanziaria, costituisce una vera e propria riserva di denominazione. Essa è la conseguenza del principio di tipicità degli intermediari bancari ed è diretta a salvaguardare la fiducia dei risparmiatori sulla legittimazione professionale degli operatori (non solo in relazione all’autorizzazione all’esercizio, ma anche sul controllo dell’autorità di vigilanza). Il secondo comma dell’art. 133 TUBC stabilisce una deroga alle previsioni del primo comma (“le parole e le locuzioni indicate nel primo comma possono essere utilizzate da soggetti diversi dalle banche”) nel caso di esistenza di controlli amministrativi e in base a circostanze di fatto. Da ultimo, va segnalato che l’art. 64 del d.lg. 23.7.1996 n. 415 (decreto Eurosim) ha parzialmente modificato l’art. 133 TUBC nel senso che ha esteso la responsabilità nella misura prevista al primo comma (multa da due milioni a venti milioni) alla condotta di chi “attraverso informazioni e comunicazioni in qualsiasi forma, induce in altri il falso convincimento di essere sottoposto alla vigilanza della Banca d’Italia ai sensi dell’art. 107 TUBC” (millantata sottoposizione a vigilanza).

  • DENUNCIA

    La denuncia è la dichiarazione con la quale una qualsiasi persona fisica, non esercente una professione sanitaria (per la quale v. referto), informa il pubblico ministero o la polizia giudiziaria di un reato perseguibile d’ufficio (art. 332 c.p.p.). La denuncia rientra nella categoria delle notizie di reato (la notizia di reato o notitia criminis è l’informazione, percepita dal pubblico ministero o dagli organi della polizia giudiziaria, relativa ad un fatto costituente reato). La legge distingue i casi nei quali la denuncia è obbligatoria (i pubblici ufficiali e gli incaricati di un pubblico servizio nel caso di reati non perseguibili a querela di cui abbiano avuto notizia nell’esercizio o a causa delle loro funzioni o del loro servizio: art. 331 c.p.p., artt.361-363 c.p.; i privati nei casi tassativamente indicati dalla legge: art. 333 c.p.p., art. 364 c.p.) e quando è facoltativa (art. 333 c.p.p.). Le denuncie anonime non possono essere utilizzate, salvo che, come dispone l’art. 240 c.p.p., non costituiscano corpo del reato o provengano comunque dall’imputato (art. 333, 3° comma c.p.p.).

  • DENUNCIA DI SMARRIMENTO DI TITOLI DI CREDITO

    Dichiarazione, che deve essere portata a conoscenza del destinatario con qualsiasi mezzo, avente ad oggetto lo smarrimento di titoli di credito. Se si tratta di titoli al portatore, dei quali di regola non è ammesso l’ammortamento, chi denuncia lo smarrimento all’emittente, a parte ogni eventuale azione contro il possessore del titolo, ha diritto, se fornisce la prova dello smarrimento e della sua legittimazione, ad esigere la prestazione e gli accessori, quando sia decorso il termine di prescrizione del titolo e sempre che il debitore non abbia nel frattempo eseguito la prestazione stessa senza conoscere il vizio di possesso del presentatore; e può altresì essere autorizzato dal tribunale, se si tratta di smarrimento di azioni al portatore, ad esercitare i diritti inerenti. Se, invece, si tratta di titoli all’ordine, come la cambiale, il vaglia cambiario, l’assegno bancario e l’assegno circolare, o di titoli nominativi, cioè di titoli di cui è ammesso l’ammortamento (v. ammortamento dei titoli), la denuncia di smarrimento è un atto facoltativo che non rileva ai fini dell’ammortamento e può essere omessa senza che ne derivi alcuna conseguenza; se compiuta ha però l’effetto di imporre al debitore la necessità di usare, prima di pagare il titolo, una maggiore cautela nell’accertare la legittimazione di chi lo presenta, mentre l’effetto di impedire o rendere inefficace il pagamento del titolo sì produrrà solo se ed in quanto sarà notificato il decreto di ammortamento.

  • DEPOSIT BROKERAGE

    Attività svolta da intermediari specializzati, conosciuti come deposito money brokers, mirante a facilitare l’incontro tra banche emittenti negotiable certificates of deposit e potenziali sottoscrittori sul mercato statunitense, sia nel segmento istituzionale (interessato a certificati di taglio superiore a 100.000 dollari) che su quello privato (interessato a tagli minori). Allo stato attuale le forme di brokeraggio a disposizione degli operatori sono essenzialmente tre: simple-brokerage, deposit-listing services e participation program. La prima può a sua volta assumere differenti configurazioni e, nel caso più diffuso, prevede il collocamento diretto dei fondi dell’investitore presso la banca emittente indicata dal broker come quella maggiormente ìn grado di soddisfare le sue esigenze in base alle condizioni negoziali offerte. In altri casi, l’investitore può trasferire i propri fondi al broker, il quale a sua volta li accredita alla banca emittente con contestuale sottoscrizione di certificati intestati al broker in qualità di agente dell’investitore stesso. La seconda forma comporta la mera gestione del flusso informativo che dagli emittenti deve scorrere verso i potenziali sottoscrittori. Il broker mette dunque a disposizione degli investitori interessati una panoramica di dati afferenti alle caratteristiche delle emissioni disponibili, in termini di taglio, rendimento, durata, scadenza ecc Il broker trasmette l’eventuale ordine di acquisto alla banca emittente e il contratto viene eseguito direttamente tra le controparti. Con il participation program, infine, il broker svolge parallelamente anche attività di dealer in quanto sottoscrive certificati in proprio e cede in un secondo momento quote partecipative agli investitori interessati. In questo caso il broker-dealer è intestatario, quantunque solo a livello formale, dei certificati cui si riferiscono le quote di partecipazione cedute.

  • DEPOSIT SPREADING

    Particolare profilo operativo del deposit broker (v. deposit brokerage) operante sul mercato statunitense. I deposit brokers svolgono con un certo grado di continuità un’attività di frazionamento (detta appunto di deposit spreading) dei conti bancari individuali in lotti di dimensione unitaria inferiore a 100.000 dollari. Tale limite dimensionale rappresenta, negli Stati Uniti, la soglia critica per la copertura assicurativa da parte della Federal Deposit Insurance Corporation in caso di dissesto della banca. Il deposit broker cura dunque, in sede di messa a punto dell’accordo fra investitori e banche emittenti, certificati di deposito, che fra le condizioni contrattuali stabilite sia compresa anche quella per cui, grazie allo spreading, i sottoscrittori godano della totale copertura assicurativa.

  • DEPOSITARIO CENTRALE IN TITOLI (CENTRAL SECURITIES DEPOSITORY, CSD)

    Organismo che detiene conti in titoli (azioni e obbligazioni) a nome e per conto dei propri clienti (per lo più istituti finanziari); offre servizi di regolamento e di custodia degli strumenti finanziari; registra le nuove emissioni di titoli nei propri libri contabili. Con l'avvio di TARGET2-Securities i CSD che vi aderiranno esternalizzeranno all'Eurosistema sotto il profilo tecnico la funzione di regolamento titoli.
    Fonte: Banca d'Italia

  • DEPOSITI OVERNIGHT, A TEMPO, BROKEN DATE

    La voce comprende le seguenti tipologie di depositi:
    · overnight: scambio di fondi effettuato nella giornata di negoziazione con rientro nella giornata lavorativa successiva
    · tom-next o tomorrow-next: scambio di fondi effettuato nel giorno lavorativo successivo alla giornata di negoziazione con rientro nella giornata lavorativa successiva
    · spot-next: scambio di fondi effettuato nel secondo giorno lavorativo successivo alla giornata di negoziazione con rientro nella giornata lavorativa successiva
    · depositi a tempo: scambio di fondi effettuato nel secondo giorno lavorativo successivo alla giornata di negoziazione con rientro a scadenze fisse (1 settimana, 2 settimane, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11 o 12 mesi)
    · broken date: scambio di fondi con valuta iniziale e valuta finale liberamente concordate fra i contraenti purché di durata inferiore a un anno.
    Fonte: Banca d'Italia

  • DEPOSITO

    Contratto col quale una parte (depositario) riceve in consegna da un’altra (depositante) una cosa mobile, con l’obbligo di custodirla, cioè di conservarla materialmente, e di restituirla in natura, nella sua identità. Il negozio, che non richiede una forma particolare, è di durata, in quanto l’attività di custodia è continuativa, ed è un contratto reale, in quanto si perfeziona con la consegna; questa, però, non importa il trasferimento della proprietà della cosa, sicché ogni rischio o pericolo incombe sul depositante, il quale esercita il possesso a mezzo del depositario, che ne è solo il detentore. Oggetto del deposito può essere solo una cosa mobile, purché suscettibile di conservazione materiale. Il depositario svolge l’attività di custodia in modo autonomo, ma deve usare la diligenza del buon padre di famiglia, deve di regola rispettare il modo di custodia che sia stato convenuto e non può, senza il consenso del depositante, servirsi della cosa o darla in deposito ad altri. In ordine alla restituzione la legge stabilisce che essa può avvenire a richiesta del depositante o del depositario, salvo che sia stato fissato un termine, il quale, in dipendenza dell’utilità che le parti si ripromettono dal contratto, può variare di durata (si usa distinguere, nell’ambito di certi contratti tipici, fra deposito a breve o medio o lungo termine). La legge, in ordine alla restituzione, indica a chi essa va fatta o come deve comportarsi il depositario in caso di rivendicazione (v. azioni petitorie) e disciplina i casi della pluralità di depositanti o di depositari; del deposito fatto anche nell’interesse di un terzo (v. deposito nell’interesse del terzo) di morte del depositario. Stabilisce, poi, il luogo in cui la restituzione, a spese del depositante, deve avvenire, estende l’obbligo di restituzione ai frutti della cosa e sancisce che il depositario, se la detenzione della cosa gli è tolta in conseguenza di un fatto a lui non imputabile, è liberato dall’obbligo di restituzione, ma deve, sotto pena di risarcimento del danno, denunziare immediatamente il fatto al depositante. Il deposito si presume gratuito, salvo che dalla qualità professionale del depositario o da altre circostanze si debba desumere una diversa volontà delle parti, nel qual caso il depositante, oltre che rimborsare al depositario le spese fatte per conservare la casa e tenerlo indenne delle eventuali perdite subite, deve pagargli ìl compenso pattuito. Il deposito di cui finora si è detto si suole definire regolare per distinguerlo dal deposito, definito irregolare dalla stessa legge, che ricorre quando il contratto ha per oggetto una quantità di denaro o di altre cose fungibili con facoltà per il depositario di servirsene; in questo caso il depositario acquista la proprietà della cosa ed è tenuto a restituire un bene della stessa specie e qualità, onde si applicano, oltre alle norme proprie del deposito regolare, anche quelle relative al mutuo, per quanto è possibile. Per effetto del trasferimento della proprietà della cosa nel deposito irregolare resta trasferito anche il rischio del caso fortuito e viene meno l’obbligo della custodia a carico del depositario. Il deposito irregolare è un contratto sui generis, che parte della dottrina inquadra nei contratti di credito e che presenta caratteristiche analoghe a quelle del contratto di mutuo; se ha per oggetto una somma di denaro, si applicano le norme del codice civile in ordine alla specie di moneta con cui vanno estinte le obbligazioni pecuniarie oltre che la norma in base alla quale, salvo diversa convenzione, la restituzione deve comprendere anche gli interessi compensativi. Sono figure particolari di deposito: il deposito di merci nei magazzini generali, che può dar luogo al rilascio di una fede di deposito e di una nota di pegno, le quali sono speciali titoli nominativi di credito (c.d. rappresentativi di merci) trasferibili mediante girata ed il cui possesso importa diritti sulle merci depositate; il deposito franco, cuì sono estensibìli le norme sul deposito di merci nei magazzini generali e che è caratterizzato dal fatto che le merci provenienti dall’estero vengono depositate, in appositi locali, in provvisoria franchigia doganale, in modo che, se riesportate, restano esentate dal dazio doganale di entrata; il deposito doganale, che ha la stessa funzione del deposito franco ed è ulteriormente caratterizzato dal fatto che i locali, in cui avviene il deposito delle merci, sono di proprietà della dogana o da questa controllati; il deposito liberatorio, eseguito dal debitore ed avente l’effetto, se accettato dal creditore o dichiarato valido con sentenza passata in giudicato, di liberare il debitore dalla sua obbligazione.

  • DEPOSITO A FRONTE DI IMPORTAZIONE

    Versamento preventivo in contanti di una determinata percentuale del valore dei beni da importare effettuato dagli operatori commerciali presso la banca centrale, affinché sia loro consentita l’importazione definitiva di tali beni. Nell’uso corrente viene indicato con l’espressione “deposito previo”. Tale misura, che è stata adottata anche in Italia, ha il fine di esercitare un contenimento delle importazioni, evitare la pratica delle sopraffatturazioní e promuovere, così, il miglioramento del saldo della bilancia dei pagamenti. La sua applicazione non è attualmente più consentita, nel quadro degli impegni assunti in sede CEE.

  • DEPOSITO BANCARIO

    Il codice civile disciplina nella medesima sezione (“Dei depositi bancari”) sia i depositi di danaro (artt. 1834-1836 c.c.) che il deposito di titoli di amministrazione (art. 1838 c.c.). Questi due istituti, pur avendo in comune la presenza della banca in veste di depositaria, sono profondamente diversi sotto il profilo della loro funzione economica e della loro regolamentazione giuridica. Infatti i depositi pecuniari costituiscono la tipica operazione bancaria passiva, dalla quale deriva un costo per la banca, e rappresentano lo strumento tradizionale di raccolta del risparmio, essenziale per l’assolvimento della funzione bancaria di intermediazione. Il deposito di titoli in amministrazione, invece, rientra tra le operazioni bancarie accessorie o collaterali. È perciò preferibile una separata trattazione che tenga conto non solo del deposito di titoli (v. deposito di titoli in amministrazione), ma anche del deposito di qualsiasi altro oggetto diverso dal danaro (v. cassette di sicurezza). Ai sensi dell’art. 1834 c.c., con il contratto di deposito la banca acquista la proprietà della somma ricevuta e si obbliga a restituirla nella stessa specie monetaria, alla scadenza del termine convenuto (deposito vincolato), ovvero a richiesta del depositante (deposito libero), con l’osservanza del periodo di preavviso stabilito dalle parti o dagli usi. Questo contratto ha natura reale, perfezionandosi con la consegna materiale del danaro alla banca. È, inoltre, un contratto non formale: la stipulazione mediante sottoscrizione di moduli o formulari è imposta soltanto dall’esigenza di soddisfare al requisito di forma prescritto per la validità delle eventuali clausole vessatorie. Il contratto di deposito bancario può essere stipulato non soltanto dalle banche, ma anche dagli istituti di credito. La disciplina legale del deposito bancario è estremamente scarna, risolvendosi in pratica nella regolamentazione del libretto di deposito. Di conseguenza è importante qualificare il contratto in esame per vedere quali norme possono, in via integrativa, essere applicate. La dottrina è propensa ad affermare che il deposito bancario non sia né un sottotipo del mutuo, né del deposito in generale, quanto piuttosto un tipo particolare di deposito irregolare. Il contratto in esame, infatti, assolve una propria duplice funzione, non esauribile compiutamente né in quella di custodia, né in quella di credito: è al tempo stesso un contratto di credito nell’interesse della banca e di custodia e di investimento nell’interesse del depositante. Da tale qualificazione si può trarre la considerazione che, per colmare le eventuali lacune normative, non saranno direttamente applicabili né la disciplina del mutuo né quella del deposito irregolare. Sarà dunque necessario ricorrere all’analogia: con l’avvertenza, tuttavia, che l’utilizzo dello strumento analogico potrà dirsi corretto solo quando il silenzio della disciplina specifica del contratto di deposito bancario non sia colmatile attraverso norme che, per quanto riferite espressamente ad altri contratti bancari, siano espressione di principi comuni all’intera categoria dei contratti bancari. Possiamo classificare i diversi tipi di deposito bancario in base alla forma assunta dal deposito, che condiziona contenuto e modalità di svolgimento del rapporto banca-depositante. Al riguardo, sia le disposizioni codicistiche sia le norme contenute nei vari moduli predisposti dalle banche con cui vengono recepite le norme bancarie uniformi conducono alla seguente tripartizione: depositi ordinari o semplici, depositi in conto corrente e depositi a risparmio. I depositi ordinari, non regolati dalle norme bancarie uniformi, sono caratterizzati dal fatto che non possono essere alimentati con successivi versamenti e che non prevedono la facoltà di prelevamenti parziali durante lo svolgimento del rapporto, essendo invece rimborsabili solo in un’unica soluzione. A fronte del deposito possono essere rilasciati documenti, aventi efficacia meramente probatoria, come le ricevute di cassa e le lettere di accreditamento. Più frequentemente, nella pratica, tali operazioni sono caratterizzate dal rilascio di buoni fruttiferi o di certificati di deposito a breve o a lungo periodo. Tali documenti, secondo la prevalente dottrina, dovranno considerarsi documenti di legittimazione se nominativi e titoli di credito se al portatore. Il deposito in conto corrente è regolato dal codice civile nell’ambito della più ampia categoria delle operazioni bancarie in conto corrente (arti. 1852-1857 c.c.) e dalle relative norme bancarie uniformi. Esso si caratterizza per la circostanza che il depositante può disporre delle somme depositate non solo in contanti, ma anche mediante l’emissione di assegni bancari. Può inoltre alimentare il conto anche grazie al versamento di assegni da riscuotere. Le somme depositate sono necessariamente disponibili a vista. Al depositante viene rilasciato un libretto di deposito nominativo, il quale non costituisce l’unico strumento di documentazione dello svolgimento del rapporto, dato che per i prelevamenti fanno piena prova gli assegni e gli ordini di pagamento in possesso della banca. Considerata la stretta affinità del deposito in conto corrente con il contratto di conto corrente bancario e sottolineata la sua minor duttilità e praticità a rispondere alle esigenze del servizio di cassa della clientela rispetto al contratto di conto corrente, ben si può capire perché il contratto in parola sia progressivamente scomparso nella prassi bancaria. Infatti il conto corrente bancario è oggi il solo tipo di rapporto in conto corrente che le banche intrattengono con la clientela. Nella prassi bancaria, invece, è frequente il ricorso al deposito a risparmio o deposito fruttifero (da sottolineare al riguardo è anche l’estrema diversificazione delle norme bancarie uniformi, che stabiliscono ben nove schemi di regolamento di questi depositi). Esso permette al depositante di operare successivi versamenti e prelevamenti parziali. I depositi a risparmio si caratterizzano sotto il profilo giuridico per il fatto di essere documentati da dei libretti (v. libretto di deposito) che vengono rilasciati dalla banca all’atto del primo versamento. Tali documenti hanno una particolare efficacia probatoria e costituiscono, altresì, lo strumento necessario per l’esercizio, da parte del depositante, dei diritti derivanti dal contratto. Le operazioni di versamento e prelevamento devono risultare dal libretto e le relative annotazioni fanno piena prova dei trasferimenti di danaro avvenuti. Le norme bancarie uniformi precisano che i versamenti ed i prelevamenti debbono effettuarsi per contanti. Nella prassi bancaria permane, però, il fenomeno del versamento di assegni sul libretto. Si ritiene che tale prassi sia solo apparentemente anomala, in quanto è rappresentativa di una duplice operazione: un’anticipazione, da parte della banca, della somma portata dall’assegno e un versamento sul libretto della somma ricevuta dal “cambio” dell’assegno. Principio comune a tutte le forme di deposito bancario è che la banca non può adempiere l’obbligo di restituzione senza una richiesta del depositante. Questo carattere del contratto condiziona la regolamentazione convenzionale del termine di restituzione nei depositi a risparmio. Al riguardo le norme bancarie uniformi prevedono tre distinte ipotesi: depositi liberi, depositi vincolati a scadenza determinata, depositi vincolati a scadenza indeterminata con preavviso. Nei depositi liberi il depositante può effettuare in ogni momento prelevamenti parziali, oltre che estinguere il deposito. Va però notato che il depositante non può pretendere il pagamento, all’atto della presentazione del libretto, di una somma superiore al “disponibile giornaliero”, reso noto al pubblico mediante avviso nei locali della banca. Questa clausola è diretta a garantire la liquidità bancaria, evitando che la filiale della banca presso cui il pagamento è effettuabile non abbia liquidità sufficiente a far fronte a richieste di prelievo immediato di importi rilevanti. Nei depositi a scadenza determinata non sono consentiti prelevamenti prima della scadenza del periodo di vincolo. La banca si riserva tuttavia di consentire, in via eccezionale, rimborsi anticipati alle condizioni dalla stessa stabilite e che consistono normalmente nella perdita parziale o totale degli interessi maturati. Nei depositi a scadenza indeterminata con preavviso, infine, il cliente ha l’onere di far precedere ciascun prelevamento da un termine di preavviso (annotato sul libretto) di regola crescente con l’ammontare del prelevamento richiesto. Da notare che il preavviso, in qualsiasi tipo di deposito a risparmio venga stabilito, è previsto nell’interesse della banca, che può quindi non avvalersi della facoltà di rifiutare il rimborso anticipato. La regolamentazione convenzionale del termine di restituzione incide sulla decorrenza del termine di prescrizione decennale (art. 2946 c.c.) del diritto alla restituzione delle somme depositate. Infatti, nei depositi vincolati (a scadenza fissa o con preavviso) la prescrizione decorre dal rifiuto espresso o tacito della banca di effettuare il rimborso. Nei depositi liberi o a vista, invece, si ritiene - da una parte della dottrina e della giurisprudenza, almeno - che la prescrizione decorra dalla costituzione stessa del rapporto di deposito, o dall’ultima operazione compiuta dalla banca (in particolare: capitalizzazione annuale degli interessi), o dal depositante, attraverso un prelevamento o un versamento. Per quanto concerne la forma, anche il contratto di deposito bancario è soggetto alla prescrizione dell’art. 117 TUBC, che impone la redazione per iscritto a pena di nullità (che, ai sensi del successivo art. 127 comma 2 punto 2, può essere fatta valere solo a favore del cliente).

    Le banche associate ad assonebb offrono alla loro clientela i seguenti prodotti:

    BAPR

    BANCA FIDEURAM

    BPVI

    BPER

    INTESA

    UBIBANCA

  • DEPOSITO DELLA FIRMA

    Rilascio di esemplari della propria firma, effettuato dal cliente ad una banca, di solito all’atto dell’apertura di un deposito a risparmio (v. deposito bancario) o di un conto corrente bancario. Tale formalità riveste particolare importanza in quanto serve a controllare l’autenticità delle firme che saranno apposte sugli assegni per i prelevamenti o sugli ordini di pagamento. In genere la firma viene apposta su tre talloncini, di cui due vengono conservati presso l’agenzia dove è aperto il conto (uno per l’ufficio depositi o conti correnti e uno per l’ufficio riscontro), mentre il terzo è inviato alla sede. Qualora il conto sia intestato a persone giuridiche, viene richiesta la documentazione da cui risulti la facoltà accordata a chi deposita la firma di poter utilizzare il conto (atto costitutivo, verbale d’assemblea ecc.). Le banche corrispondenti si scambiano, di regola, l’elenco delle firme dei funzionari e dirigenti autorizzati a disporre del conto aperto presso la corrispondente. Ai fini dell’iscrizione nel registro delle imprese è fatto obbligo all’imprenditore di depositare la sua firma autografa e quella dei suoi institori e procuratori (art. 2196 c.c.). Lo stesso obbligo grava sugli amministratori che hanno la rappresentanza di una spa.

  • DEPOSITO DI TITOLI IN AMMINISTRAZIONE

    Contratto bancario, previsto dall’art. 1838 c.c., mediante il quale la banca si obbliga a custodire i titoli ricevuti in deposito dai propri clienti e ad amministrarli. Oggetto del contratto sono titoli di massa o in serie, nominativi, al portatore o all’ordine. La gestione consiste, in generale, nel provvedere alla tutela dei diritti inerenti ai titoli. Alcuni atti di gestione possono essere compiuti solo dalla banca (riscossione degli interessi o dei dividendi; verifica dei sorteggi per l’attribuzione dei premi o per il rimborso del capitale; curare le riscossioni per conto del depositante ecc.). Altri richiedono la cooperazione del cliente (versamento dei decimi ed esercizio del diritto di opzione ecc.) In tali casi, la banca deve chiedere in tempo utile istruzioni al depositante e deve eseguirle qualora abbia ricevuto i fondi necessari. In mancanza d’istruzioni la banca deve vendere i diritti di opzione per conto del depositante. Alla banca spetta un compenso ed il rimborso delle spese nella misura stabilita dal contratto o dagli usi. Nella custodia e nell’amministrazione dei titoli, la banca deve usare l’ordinaria diligenza professionale: è nullo il patto diretto ad escludere o limitare la responsabilità della banca (art. 1838, comma 4, c.c.). Una parte della dottrina inquadra il deposito di titoli in amministrazione nel contratto di deposito, in relazione alla prestazione di custodia, e in quello di mandato, in relazione alla prestazione gestoria, e conseguentemente lo assoggetta alla disciplina propria di entrambi. Altri Autori, al contrario, ritengono che l’espressa previsione di tale fattispecie negoziale nel c.c. non consenta di dubitare del suo carattere unitario, con la conseguenza che le norme sul deposito e sul mandato potrebbero trovare applicazione solo in via analogica. Nella prassi operativa, la disciplina legale è integrata da quella convenzionale predisposta dall’ABI e adottata pressoché da tutte le banche italiane. Come contratto reale, il deposito in amministrazione si perfeziona con la consegna alla banca dei titoli e valori, accompagnati da una distinta contenente gli estremi necessari per identificarli. Almeno una volta all’anno la banca invia al depositante una posizione dei titoli in deposito, che si intende approvata se non sia impugnata per iscritto entro sessanta giorni dalla data di ricevimento (art. 119 TUBC)

  • DEPOSITO DOGANALE

    Istituto che attribuisce alle merci una posizione doganale provvisoria nell’attesa di un esito definitivo doganalmente rilevante. È finalizzato a permettere all’operatore commerciale di far giungere nel territorio dello Stato notevoli quantitativi di merci da utilizzare al momento opportuno, senza sdoganarle e senza pagare quindi i diritti doganali ed eventualmente di rispedirle all’estero. La merce può restare nei depositi per lunghi periodi; dal punto di vista doganale formalità e adempimenti devono essere osservati solo se il movimento delle merci produce un’effettiva introduzione o spedizione della stessa oltre la linea doganale. Le merci estere da nazionalizzare acquistate con vincolo all’importazione sono considerate importate con emissione di dichiarazione di importazione e la successiva estrazione dal deposito per la rispedizione all’estero effettuata con presentazione della dichiarazione di esportazione. I depositi doganali assumono vari aspetti: a) Locali sotto diretta custodia della dogana appositamente destinati ed attrezzati come magazzini per la custodia delle merci, in cui è permesso depositare merci mediante pagamento dei diritti di magazzinaggio. b) Locali di proprietà privata: a essi si ricorre quando sono insufficienti gli ambienti dei magazzini custoditi dalla dogana. I depositi di proprietà privata, a differenza dei depositi doganali, sono soggetti a verifiche ordinarie biennali da parte della dogana. c) Magazzini generali: hanno la finalità di ricevere e custodire in deposito merci e derrate nazionali ed estere. Il depositario (magazzini generali) è tenuto alla custodia e conservazione dei beni depositati dietro compenso. In relazione a tali depositi vengono emessi due importanti titoli rappresentativi: la fede di deposito e la nota di pegno. La prima ha lo scopo di rendere più agevole la vendita delle merci introdotte nei magazzini evitando il trasferimento materiale, in quanto il titolo consente il trasferimento di proprietà mediante girata. Il secondo consente al depositante di poter ottenere credito sul valore delle merci depositate. Le merci depositate possono ricevere qualsiasi destinazione doganale e subire manipolazioni secondo le formalità che regolano l’istituto del deposito doganale privato, ad eccezione delle merci con nota di pegno distinta dalla fede di deposito per la quale è vietata qualsiasi manipolazione. d) Istituti speciali quali il deposito franco e il punto franco: aree considerate fuori dal territorio doganale, entro gli spazi portuali nel cui ambito esistono edifici e strutture destinati a raccogliere merci che possono essere oggetto di manipolazione o lavorazioni o trasformazioni previste dalle norme speciali. e) L’istituto improprio della zona franca: parti del territorio nazionale considerate fuori dal territorio doganale in località abitate esentate dai diritti doganali e dagli altri oneri fiscali.

  • DEPOSITO FRANCO

    Magazzino recintato e vigilato anche ai varchi verso il mare, sottoposto a vigilanza doganale. La merce roveniente dall’estero vi è introdotta senza essere sottoposta a verifica doganale e al pagamento di tributi, mentre le merci nazionali introdotte figurano come uscite definitivamente dal territorio nazionale. I depositi franchi sono locali assimilabili ai magazzini generali, male merci depositate sono temporaneamente esonerate dal pagamento dei tributi doganali. Essi hanno lo scopo di agevolare le operazioni di transito delle merci consentendone il deposito in regime di extraterritorialità e sono sottoposti al controllo delle Camere di commercio. Possono essere introdotte merci di ogni specie e di qualsiasi origine, salvo divieti delle Finanze. Le merci introdotte possono formare oggetto di manipolazioni non soggette a preventiva autorizzazione della dogana, a cui è necessario darne informazione. La commercializzazione delle merci giacenti in tali depositi è però soggetta alle disposizioni previste per i magazzini generali.

  • DEPOSITO GIUDIZIALE

    Consegna di una somma di denaro o di altre cose mobili fatta a scopo di garanzia o di cautela processuale imposte dalla legge o dal giudice nel corso di procedimenti giudiziari civili, penali, di volontaria giurisdizione o di natura amministrativa. Il tutto per consentire il compimento di un atto o l’attuazione di un provvedimento al di fuori della presenza del giudice, il quale si inserisce, poi, nel rapporto di deposito solo come titolare di un potere di disposizione. Il deposito giudiziale può essere volontario, quando ai soggetti è concessa la facoltà di effettuarlo, quanto meno in rapporto all’ammontare, o obbligatorio quando è imposto direttamente dalla legge (deposito legale) o dal giudice. Il deposito legale, a sua volta, si distingue in sussidiario o amministrativo, se ha per oggetto la carta bollata e le spese di cancelleria necessarie per il procedimento, e in deposito principale, se ha per oggetto una cauzione, in denaro o in titoli del debito pubblico (titoli di credito dello Stato o garantiti dallo Stato), che costituisce il deposito giudiziale in senso stretto e che di solito è a tempo indeterminato. La funzione principale del deposito è di natura cautelare, essendo rivolta a garantire determinati interessi di natura processuale o sostanziale e ad assicurare l’efficacia concreta di un provvedimento giurisdizionale, oltre che a perseguire altri scopi, come quello, p.e., di rendere temporaneamente indisponibile una somma di cui è controversa la proprietà. Oggetto dei depositi giudiziari possono essere denaro, titoli del debito pubblico, buoni del tesoro a lunga scadenza o buoni fruttiferi, oltre che eventualmente titoli fondiari o di enti locali. I depositi giudiziari possono essere effettuati, a seconda dei casi, dai seguenti soggetti: la parte o il suo procuratore, il cancelliere; l’ufficiale giudiziario, il commissionario o l’istituto di vendite giudiziarie; la Polizia Giudiziaria (per il denaro sequestrato che non costituisce corpo di reato). Essi vanno effettuati presso i seguenti pubblici istituti: Cassa DDPP; casse di risparmio postali; Cassa delle ammende. In alcuni casi, previsti dalla legge o autorizzati dal giudice, possono essere effettuati anche presso banche o istituti di credito in genere. Mentre i depositi presso le Casse postali sono infruttiferi, i titoli depositati presso la Cassa DDPP. conservano la loro qualità di titoli produttivi di interessi. I depositi presso banche o altri istituti di credito sono sempre fruttiferi. La costituzione dei depositi è disciplinata da numerose e specifiche disposizioni che variano a seconda dell’ente presso cui devono eseguirsi. La procedura per i depositi presso gli istituti di credito prevede che il depositante, munito del provvedimento del giudice, effettui il versamento ricevendo un comune libretto di deposito nominativo, con l’annotazione del vincolo imposto dal giudice. Il libretto di solito viene depositato in cancelleria ed allegato al fascicolo anche se è prassi nelle procedure concorsuali i libretti siano conservati dal curatore del fallimento. In quanto depositi vincolati, qualsiasi modificazione della destinazione e consistenza dei depositi giudiziali è subordinata ad un provvedimento del giudice e all’adempimento di talune formalità che variano col variare della specie del deposito. Con riferimento ai depositi presso gli istituti di credito, i prelevamenti di somme depositate sui libretti nominativi e vincolati avvengono con l’emissione di apposito provvedimento autorizzativo del giudice e la presentazione del libretto per l’annotazione delle operazioni o estinzione del deposito. Nelle procedure fallimentari è prescritto che per ogni pagamento deve essere emesso dal giudice delegato un mandato direttamente al nome della persona cui deve essere effettuato il pagamento, ed il mandato è comunicato dal cancelliere al beneficiario e all’istituto di credito. I depositi giudiziari devono essere eliminati quando è cessata la causa per la quale vennero costituiti e, comunque, non appena definito il procedimento cui si riferiscono. Le disposizioni che regolano l’eliminazione dei depositi variano col variare della specie, della materia cui si riferiscono e della consistenza dei depositi stessi. È generalmente prevista l’eliminazione del deposito col decorso di un determinato periodo di tempo di inattività delle parti.

  • DEPOSITO INTERBANCARIO

    Rapporto di deposito intercorrente tra due banche e finalizzato alla gestione della liquidità: il deposito interbancario rappresenta per la banca una forma temporanea di impiego di fondi (deposito attivo) o una modalità di raccolta alternativa alle operazioni concluse con la clientela (deposito passivo) e di rifinanziamento presso altre banche. Nel corso degli anni Sessanta e Settanta le transazioni aventi per oggetto depositi interbancari sono state assoggettate a una disciplina vincolante che, tra l’altro, impediva agli istituti di credito speciale di intervenire nel mercato dei depositi interbancari in qualità di prenditori di fondi e, fino al 1970, impediva alle banche di riconoscere sui depositi interbancari tassi superiori a quelli corrisposti sui BOT (Buoni ordinari del Tesoro). Attualmente il tasso sui depositi è liberamente contrattatile e nelle transazioni possono intervenire indifferentemente banche, istituti di credito speciale e istituti centrali di categoria tanto in qualità di datori che di prenditori di fondi. Al mercato dei depositi interbancari può essere assegnata una duplice funzione in relazione alla quale possono variare la forma tecnica e la scadenza dei rapporti di credito e di debito: la negoziazione di depositi può essere utilizzata dalle banche per aggiustamenti della posizione di tesoreria o quale modalità per integrare in forma stabile l’attività di impiego o di raccolta da clientela. Tradizionalmente il mercato dei depositi interbancari in Italia è stato caratterizzato da una polarizzazione delle posizioni di credito e di debito che ha visto le banche minori nella veste prevalente di datori di depositi e le banche di maggiori dimensioni insieme agli istituti centrali di categoria in posizione di prenditori; in particolare, le banche maggiori sono indotte ad utilizzare il mercato quale canale di provvista al fine di integrare permanentemente la raccolta da clientela che, di norma, risulta insufficiente rispetto alle opportunità di impiego in prestiti o nel mercato dei titoli. In questi casi, frequentemente il rapporto assume la veste tecnica di deposito a vista, vale a dire privo di una scadenza formale e rimborsabile a richiesta della banca depositante, di norma con un preavviso di due giorni. Dal febbraio del 1990 è stato costituito una sorta di mercato regolamentato dei depositi interbancari per elevare la fluidità delle transazioni e favorire condizioni di trasparenza nella formazione dei tassi praticati. Ciò in seguito a una convenzione promossa dall’ABI, cui hanno aderito circa 230 banche, che ha concentrato gli scambi della maggior parte dei depositi su un circuito telematico (e-MID). Le banche aderenti alla convenzione sono tenute a esporre sul terminale video le quotazioni praticate sui depositi delle diverse scadenze e a effettuare le operazioni esclusivamente nell’ambito del circuito telematico e alle condizioni in esso indicate. Nel 1999 proprietà e gestione del circuito è stata assunta dalla e-MID spa. Le modalità di negoziazione prevedono scambi di depositi per scadenzetipo, entro un intervallo che varia tra le 24 ore, quale è la durata dei depositi cosiddetti overnight e i sei mesi. La convenzione impone il formale rispetto dei termini di scadenza delle operazioni. La maggior parte delle transazioni è concentrata sulla scadenza overnight, cui le banche ricorrono per equilibrare temporanei fabbisogni di liquidità derivanti dai regolamenti di stanza di compensazione o per impiegare surplus di tesoreria a brevissimo termine. Il circuito di transazioni telematiche consente di rilevare al termine di ogni giornata i volumi scambiati e i tassi effettivamente praticati sui depositi delle diverse scadenze.

  • DEPOSITO NELL'INTERESSE DEL TERZO

    Contratto di deposito bancario stipulato da un soggetto, ma a beneficio di un altro soggetto, del quale lo stipulante si presume mandatario. Tale rapporto giuridico può essere realizzato in due modi distinti: o intestando il libretto di risparmio nominativo a terzi, ma con annotazione che il deposito è stato effettuato dallo stipulante; ovvero intestando il libretto a nome del depositante, ma con annotazione che i pagamenti da parte della banca depositaria dovranno essere effettuati a favore di altri. L’effettivo rapporto tra depositante e beneficiario, sottostante al contratto di deposito, è irrilevante nei confronti della banca, sicché, ove il libretto sia intestato al depositante, il terzo può considerarsi titolare del deposito soltanto da un punto di vista economico. Inoltre, l’eventuale invalidità del negozio sottostante non intacca la validità del contratto stipulato con la banca. Naturalmente colui che vi abbia interesse potrà esperire le azioni giudiziarie o cautelari, in modo da impedire alla banca la consegna dei beni, ai sensi dell’art. 1772, comma 2, c.c., al beneficiario. Il contratto può essere qualificato come contratto a favore di terzo, ai sensi degli artt. 1411 e ss. c.c. L’esercizio del diritto da parte del beneficiario può essere vincolato, cioè sottoposto a condizione, termine o modo. Trattandosi di libretto a risparmio nominativo, il vincolo deve essere annotato sul libretto stesso dalla banca, la cui prestazione a favore del terzo trova un limite nel vincolo cosi apposto. Per quanto riguarda la possibilità di revoca da parte del depositante, se la prestazione a favore del terzo è sottoposta a un modo o a una condizione, l’adesione del terzo al contratto fa venir meno il potere di revoca; se invece la prestazione è vincolata a un termine, l’adesione del beneficiario non produce effetto prima della scadenza del termine stesso. Un’ipotesi particolare riconducibile alla figura in esame è il cd. deposito in funzione di garanzia. Tale fattispecie, espressamente regolata dall’art. 1773 c.c., si può verificare quando un soggetto, avendo venduto un bene sotto condizione sospensiva, vuole assicurarsi che, verificandosi la condizione, non vi saranno difficoltà ad incassare il prezzo pattuito. A tal fine, si accorda con l’acquirente nel senso che questi, al momento della stipulazione, depositi il prezzo presso una banca. Avverandosi la condizione posta in contratto, la banca verserà il prezzo al venditore. Quando l’attribuzione patrimoniale a favore del terzo si verifichi a titolo gratuito il deposito a favore del terzo può configurare un’ipotesi di donazione indiretta.

  • DEPOSITO POSTALE

    Somma di denaro che un soggetto detiene presso le Poste Italiane. I depositi a risparmio (introdotti dalla legge Sella del 1875 come forma di raccolta delle casse di risparmio postali) sono depositi irregolari di cui il BancoPosta acquista la proprietà con obbligo di restituire il tantundem. Il deposito può avvenire sotto forma di: apertura di un conto corrente postale (v. conto corrente postale); libretto di risparmio postale e buono postale fruttifero. Al depositante è rilasciato un libretto di risparmio sul quale vengono annotati i versamenti, i prelevamenti e gli interessi maturati. Il libretto può essere libero o vincolato e nominativo o al portatore. I versamenti per i libretti nominativi possono essere eseguiti anche presso gli uffici postali diversi da quelli dI emissione mentre per i libretti al portatore solo presso gli uffici postali che li hanno emessi.. I versamenti possono essere effettuati anche presso un ufficio diverso da quello detentore del conto, purché ne sia data immediata comunicazione allo stesso; anche i prelievi possono essere effettuati presso uffici diversi previa conferma della sufficienza della disponibilità. Per i libretti al portatore, l’art. 1, d.l. 3.5.1991 n. 143 (conv. con modif. nella l. 5.7.1991 n. 197; legge antiriciclaggio) richiede che il saldo non sia superiore a 20 milioni di lire. Sulle somme depositate è corrisposto un interesse il cui saggio è fissato con decreto del Tesoro. I libretti al portatore sono cedibili mediante la semplice consegna del titolo mentre per i libretti nominativi è necessario un atto pubblico o una scrittura privata autenticata da un notaio. I libretti nominativi possono essere sottoposti a vincolo per minore età, inabilitazione, interdizione, assenza dichiarata e usufrutto vitalizio. I libretti di risparmio possono essere utilizzati per effettuare depositi cauzionali a favore di amministrazioni statali, regionali, provinciali o comunali o di altri enti: in tal caso essi sono intestati all’Amministrazione o all’Ente con l’indicazione della persona che presta la cauzione e del motivo per cui la cauzione viene prestata. In caso di smarrimento, sottrazione o distruzione del libretto può essere rilasciato un duplicato. I Buoni fruttiferi postali sono titoli nominativi emessi dalle Poste Italiane S.p.A. Si distinguono in ordinari ed a termine. I buoni postali ordinari sono caratterizzati dalla corresponsione di un tasso d’interesse crescente col decorrere del tempo. I buoni postali a termine invece possono essere riscossi a scadenze e misure predeterminate. I buoni postali fruttiferi non sono soggetti a sequestro né a pignoramento, salvo che per ordine dell’autorità giudiziaria emesso in sede penale; non sono trasferibili se non per successione a causa di morte e non possono essere dati in pegno. Il deposito postale a risparmio è assimilabile al deposito bancario a risparmio. Sono peraltro riscontrabili alcune differenze le cui più significative consistono: a) nella prevalenza che viene data ai documenti contabili in possesso della Posta rispetto al libretto; b) nella possibilità eccezionale che (per essere il libretto già in possesso dell’Amministrazione per registrazioni e controlli) il compimento di talune operazioni possa avvenire senza la materiale esibizione del libretto; c) nella possibilità che siano prestati servizi speciali in ordine ai titoli del debito pubblico. Per quanto non regolato dalla normativa speciale si ritiene peraltro applicabile al rapporto postale di deposito la disciplina in tema di depositi bancari a risparmio. Per il servizio dei depositi giudiziari vengono adoperati appositi libretti infruttiferi; tali depositi possono essere effettuati previa apposita autorizzazione o nulla osta rilasciati dalla competente autorità giudiziaria, oppure dai cancellieri e da altri funzionari giudiziari. Nessuna somma può essere prelevata dai libretti infruttiferi senza apposito mandato staccato dal registro a matrici tenuto dalla cancelleria.

  • DEREGOLAMENTAZIONE FINANZIARIA

    Negli anni recenti la riflessione sui limiti e gli effetti del processo di deregolamentazione nei mercati finanziari ha trovato ulteriori spazi di approfondimento. Infatti, riconosciuta l’entità dei vantaggi che l’intera economia può trarre da un sistema finanziario esposto agli stimoli della concorrenza con le conseguenti ricadute in termini di produttività e di efficienza, forti stimoli al ripensamento del quadro teorico e operativo della deregolamentazione sono venuti da un numero crescente di casi di crisi di intermediari finanziari, come il collasso del sistema delle casse di risparmio (Savings and Loan Associations- S&Ls) negli Stati Uniti durante gli anni Ottanta oppure le insolvenze bancarie degli anni Novanta nei Paesi scandinavi. In particolare sembrano essere emersi due concetti chiave nella valutazione degli effetti della deregolamentazione in ambito finanziario: a) una deregolamentazione benefica e comportante rischi limitati per la stabilità del sistema finanziario deve riguardare prevalentemente gli aspetti strutturali della regolamentazione (controlli sui tassi e sui prezzi dei servizi, vincoli alla crescita del volume di intermediazione, attività consentite sotto riserva di legge e specializzazione operativa, norme sullo stabilimento territoriale, barriere all’entrata ecc.); b) è opportuno che la deregolamentazione venga pianificata in modo coerente e coinvolga sin dall’inizio un insieme prestabilito di intermediari e aspetti operativi, evitando che le spinte alla liberalizzazione si scatenino dopo una prima fase unicamente come risposta a problemi di insolvenza di alcune categorie di intermediari (come è invece accaduto con le S&Ls statunitensi). Discende dal primo punto che solo limitatamente la deregolamentazione può concernere gli aspetti prudenziali della normativa (coefficienti di bilancio relativi a solvibilità, liquidità ecc.). Anzi un’appropriata disciplina prudenziale può essere varata proprio allo scopo di accompagnare una deregolamentazione strutturale, attutendone i riflessi negativi per la stabilità del sistema. Il secondo punto (b) è probabilmente il miglior insegnamento delle crisi finanziarie recenti. Per esempio nel caso delle S&Ls americane, dopo l’iniziale abolizione dei limiti alla fissazione dei tassi sulla raccolta, la concessione alle stesse della possibilità di operare in strumenti derivati, di offrire mutui ipotecari a tasso variabile, di assumere in portafoglio junk bonds, la stessa revisione di alcuni criteri di valutazione ai fini della formazione del bilancio, sono tutti inquadrabili ex post come tentativi (comunque implicanti deregolamentazione, sia prudenziale che strutturale) di salvare le casse dal fallimento. Sotto questo profilo, sia l’UE con la seconda direttiva di coordinamento bancario, sia l’Italia dalla metà degli anni `80 e da ultimo con il TUBC hanno prestato particolare attenzione alla disciplina prudenziale nel momento in cui molti vincoli strutturali vengono allentati. Guardando ai fatti, il termine deregolamentazione appare un po’ improprio se applicato alle attività finanziarie (v. deregulation). Le istituzioni finanziarie sono state modificate profondamente da un processo di rinnovamento che ha coinvolto tutti gli intermediari (non solo le banche) e tutte le grandi piazze finanziarie del mondo. Queste trasformazioni sono state imposte in parte da un’imponente invasione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (si pensi alla borsa telematica e alla informatizzazione del lavoro in banca) e, in parte, dalle politiche verso la liberalizzazione del mercato. A loro volta queste politiche si fondano sulla fiducia nei benefici della concorrenza e hanno portato a importanti processi di privatizzazione degli operatori (si pensi alle vicende delle banche italiane ex pubbliche e al sistema di organizzazione e di gestione delle borse). La globalizzazione dei mercati ha contribuito ad accelerare i processi di trasformazione che, però, non hanno svincolato gli operatori da limiti e controlli. L’esperienza italiana con la riforma bancaria e finanziaria culminata nel TUBC (d.lg. 1.9.1993 n. 385) e nel TUF (d.lg. 24.2.1998 n. 58) prova che gli intermediari più che diminuire hanno visto accrescere gli obblighi e i controlli, fino a trovarsi in uno stato di assoluta obbligatoria trasparenza nei confronti delle autorità e, quindi, di completa soggezione ai loro controlli e ai loro provvedimenti.

  • DEREGULATION

    Tradotto lett. in it.: deregolamentazione e, meno frequentemente, deregolazione. Indirizzo di politica economica in materia di regolamentazione dei servizi pubblici avviato alla fine degli anni Settanta negli USA dall’Amministrazione Reagan e in Gran Bretagna dal Governo Thatcher, poi recepito in parte dai Paesi dell’UE. Questa politica non riguarda la normativa antimonopolio, che è stata anzi in più Paesi rafforzata o introdotta ex novo, ma la regolamentazione dei monopoli naturali che si formano in alcune attività di servizi (principalmente trasporto ferroviario, stradale, aereo, telecomunicazioni, produzione e distribuzione di energia). A partire dalla fine dell’Ottocento questi servizi negli USA erano stati sottoposti a disciplina e controllo molto stretti (regulation) da parte di pubbliche commissioni e in Europa erano stati statizzati, nazionalizzati o sottoposti a regime di concessione che portavano alla costituzione di un vero monopolio pubblico dell’attività. Il cambiamento di politica in materia di servizi pubblici si fondava sugli studi degli economisti che hanno provato come la regulation, con la struttura formatasi in un secolo, avesse spesso per l’economia costi maggiori ai benefici in ragione delle inefficienze indotte nei meccanismi del mercato (tra cui l’uso distorto e gli sprechi di risorse, lo scoraggiamento della produzione, il freno all’innovazione tecnologica). Le medesime constatazioni era palesi per i monopoli pubblici e le imprese pubbliche di servizi dell’Europa continentale. La politica di deregulation ha portato a un allentamento della regolamentazione modificando o eliminando procedure e controlli spesso inutilmente gravose e inefficienti, e, in Europa alla privatizzazione delle imprese. Si parla di deregulation anche per le attività finanziarie e, in particolare, per la banca e la borsa (deregolamentazione finanziaria, q.v.). In questo caso, però, non si è di fronte a un servizio pubblico, ma ad attività soggette a vincoli e controlli di politica monetaria e creditizia.

  • DERIVATI DEI COMUNI ITALIANI

    Esiste un rapporto tra la misura di utilizzo degli strumenti derivati e la dimensione dell’indebitamento dei Comuni italiani?

    A seguito della riforma del Titolo V della Costituzione, lo Stato delega ai Comuni il potere di gestione delle proprie casse e questi iniziano a rivolgersi ai mercati finanziari, specialmente facendo ricorso a contratti derivati. La scarsa informazione e la non regolamentazione, sembra aver portato i Comuni alla deriva.

    In seguito, subentrano le prime regolamentazioni, da parte dello Stato, per frenare il fenomeno “derivati” nella vita dei Comuni.

    L'analisi dell'utilizzo di questi strumenti finanziari è stata svolta in riferimento agli anni 2012, 2013, 2014, ricavando dai rendiconti finanziari di ogni Comune i dati relativi ai derivati, visionandoli per il loro ammontare, il loro impiego e la loro efficacia e non.

    Ebbene, dai risultati ottenuti a seguito del calcolo di alcuni indici sui dati dei Comuni, possiamo dire che la relazione tra la misura dell’utilizzo dei derivati e la dimensione dell’indebitamento del Comune non esiste in linea generale, e se esiste è di tipo negativo, sia perché i Comuni sono vincolati dalla Legge Finanziaria 2009 nel divieto di stipula di nuovi strumenti derivati, sia perché i Comuni con maggior indebitamento fanno un utilizzo contenuto dei contratti.

    Redattore: Giulia BRUZICHES

  • Derivati e Pa: l'utilizzo indebito dell'annullamento d'ufficio

    Altalex (15.5.14) commenta la recente sentenza in seduta pleanria del Consiglio di Stato sull'utilizzo indebito dell'annullamento d'ufficio dei derivati finanziari.

    Vescio di Martirano afferma che "alcune delibere di annullamento d’ufficio riguardavano le operazioni finanziarie …oggetto principali dell’annullamento- e NON gli atti precedenti di determinazione provvedimentale e quindi si è rivelato fallace l’utilizzo dell’annullamento d’ufficio in considerazione del fatto che oggetto dell’autotutela non è stato un provvedimento, ma un atto tra privati seppure tra questi vi fosse un soggetto pubblico (come la Regione Piemonte)."

    Questo principio di scissione tra gli precedenti la determinazione del provedimento (procedimenti amministrativi) e il contratto, che invece ha natura privatistica e la cui giurisdizione è di solito del giudice inglese, rappresenta un punto nodale nella gestione dei pregressi contratti che le pubbliche amministrazioni hanno sottoscritto.

    Nel 2013, in base ai dati di Bankitalia le PA italiane hanno in portafoglio contratti derivati per un valore nozionale di 11miliardi di euro.

    Il commento e la sentenza sono disponibili qui.

  • DERIVATI NELLA LENTE DEI CONTI FINANZIARI

    La Banca d'Italia ha ricostruito con tecniche statistiche e di pricing la serie storica del fair value (valore di mercato) dei derivati OTC sottoscritti dalle banche italiane nel periodo 2001-2008, periodo antecendente alla serie storica disponibile anche per altri paesi.

    Dai dati ricostruiti dalla Banca d'Italia si evice che l'esposizione delle banche italaane è stata molto minore di quella di altri paesi del G-7 ed europei e che tale valore è sceso per effetto della crisi finanziaria.

    Lo studio è disponibile a questo link.

  • Derivati OTC posizione Italia dicembre 2012

    La Banca d’Italia ha comunica le informazioni relative alle posizioni in essere a fine dicembre 2012 sui contratti derivati over the counter (OTC) di un campione composto dai gruppi bancari italiani maggiormente operativi nel comparto.

    Continua la lettura su dirittobancario

  • DERIVATO (CONTRATTO DERIVATO)

    I derivati sono contratti il cui prezzo deriva da quello di un’altra attività finanziaria o reale, oggetto dello scambio. Sono contratti in cui si decide di effettuare uno scambio a termine (al contrario degli scambi a pronti che avvengono in borsa). Esistono quattro tipologie contrattuali: future, opzioni, swap e forward. Tali contratti possono essere scambiati in borsa oppure fuori mercato (Over the Counter-OTC).
    Bibliografia:
    Girino Emilio, I contratti derivati, Giuffrè Editore, Milano, 2010 Hull J. (2008) Options, futures and other derivatives, Prentice Hall.
    Hull J. (2008) Options, futures and other derivatives, Prentice Hall.
    Oldani C. (2008) Governing Global Derivatives, Ashgate, London.
    © 2010 ASSONEBB

    Note: Aggiornamento bibliografico.

  • DERIVATO SU CREDITO

    I contratti derivati su crediti consentono di trasferire il rischio di credito relativo a una determinata attività finanziaria sottostante (reference obligation) da un soggetto che intende acquisire copertura dal suddetto rischio (protection buyer) a un soggetto che intende prestarla (protection seller). Tra le più diffuse tipologie di contratti derivati su crediti si ricordano i credit default swap, nei quali il protection seller, a fronte di un premio periodico, si impegna a effettuare un pagamento finale al protection buyer in caso di inadempienza da parte del soggetto cui fa capo la reference obligation.
    Fonte: Banca d'Italia

  • DEROGA

    Disapplicazione di una norma con conseguenza dell’applicazione di un’altra norma o come effetto di una valida volontà negoziale. La deroga differisce dall’abrogazione in quanto non comporta la cessazione degli effetti della norma. Non tutte le norme sono derogabìli dal volontà negoziale dei privati. Sotto questo aspetto si distingue tra norme imperative, la cui applicazione è imposta dall’ordinamento prescindendo dalla volontà dei singoli, e norme dispositive o suppletive.

  • DESKTOP PUBLISHING

    Lett.: editoria da tavolo; acr. DTP. Attività di editoria non professionale svolta con l’ausilio di dispositivi hardware (personal computer, stampanti, scanner ecc.) e programmi software appositi che sono un’evoluzione verso l’alto dei normali programmi di word processing.

  • DESPECIALIZZAZIONE DEGLI INTERMEDIARI CREDITIZI

    Termine generalmente utilizzato per indicare un processo attraverso il quale gli intermediari creditizi perdono gradualmente le loro caratteristiche originarie di specializzazione (v. specializzazione bancaria). Nel nostro sistema creditizio tale processo si è verificato dal punto di vista temporale, funzionale e istituzionale. Per effetto della despecializzazione temporale si sono andate attenuando le differenziazioni tra banche ed istituti di credito speciale. In particolare le prime, anche grazie a successivi interventi di vigilanza, hanno gradualmente ampliato la quota nel loro attivo rappresentata da impieghi di durata superiore a 18 mesi e, a partire dal 1987, sono state autorizzate ad emettere certificati di deposito con scadenze a medio termine (tra 18 e 60 mesi). A loro volta gli istituti di credito speciale, assecondando la domanda di finanziamenti delle imprese, hanno teso a posizionarsi su scadenze dell’attivo e del passivo relativamente vicine al breve termine. A ciò ha contribuito, nella prima parte degli anni ottanta il desiderio di fronteggiare, spesso operando in una logica di gruppo, la domanda di credito insoddisfatta dalle banche per l’operare dei massimali all’accrescimento degli impieghi. Il processo di despecializzazione funzionale, a cui si è assistito soprattutto nel corso degli anni ottanta, ha interessato con diversa intensità le banche e gli istituti di credito speciale. Infatti, il fenomeno di tendenziale equiparazione degli ambiti operativi si è esplicato pienamente nell’ambito delle banche, mentre per gli istituti di credito speciale ha costituito a lungo una prospettiva evolutiva. In particolare si è assistito ad un processo di graduale uniformazione delle strutture dei bilanci delle banche per forme tecniche e per controparti, che ha contribuito a rendere maggiormente significativa la differenziazione riscontrabile a livello di gruppi dimensionali di banche. Infine, la despecializzazione istituzionale, ovvero tra categorie giuridiche di banche e di istituti di credito speciale, pur risultando realizzata di fatto per i motivi esposti, è stata sancita da alcuni provvedimenti legislativi nel corso degli anni Novanta. La legge di ristrutturazione del sistema creditizio (legge c.d. Amato-Carli 30.7.1990 n. 218), pur ribadendo il principio della formale specializzazione tra banche ed istituti di credito speciale, ha contribuito al superamento della specializzazione istituzionale degli intermediari creditizi. Tale legge, infatti, ha previsto la possibilità per gli enti creditizi pubblici di assumere una struttura privatistica, attraverso la forma di società per azioni; inoltre ha sancito la possibilità di realizzare operazioni di fusione intercategoriali, ovvero tra banche oppure tra istituti di credito speciale appartenenti a diverse categorie giuridiche, volte alla creazione di una società per azioni. La completa despecializzazione degli intermediari creditizi è stata sancita dal d.lg.14.12.1992 n. 481 e dal successivo d.lg. 1.9.1993 n. 385 (TUBC). Questi provvedimenti hanno riconosciuto l’esistenza di un’unica figura di intermediario creditizio, la banca, che può svolgere direttamente la pluralità delle attività precedentemente affidate alle banche ed agli istituti credito speciale.

  • DESTAGIONALIZZAZIONE

    La destagionalizzazione è un procedimento statistico col quale si depura una serie storica dall'influsso di fattori stagionali quali ad esempio il numero di giorni del mese, al fine di evidenziare l'andamento tendenziale del fenomeno osservato.

    Redattori e collaboratori: Roland MAZZO

  • DEUTSCHE BANK

    1. Ragione sociale assunta dalla Banca d’America e d’Italia–BAI della Bank of America dopo essere stata acquistata alla Deutsche Bank AG tedesca (già presente dal 1977 con una filiale a Milano) nel 1986. La nuova denominazione è stata decisa dalla casa madre tedesca nel 1994 nell’ambito di una politica di rafforzamento dell’immagine del gruppo in Italia. La Banca d’America e d’Italia era stata fondata nel 1922 a Napoli, per nuova denominazione della Banca dell’Italia Meridionale, costituita nel 1918 da un gruppo di operatori economici napoletani. Grazie al consolidamento della sua presenza a Napoli, Genova e Palermo la Banca dell’Italia Meridionale aveva ottenuto di rappresentare in Italia due banche americane, la East River National Bank di New York e la Bank of Italy. Quest’ultima, fondata nel 1904 da Amadeo Peter Giannini (figlio di un contadino ligure emigrato in California) diventò nel giro di pochi decenni la prima banca del mondo: la Bank of America. Nel 1993 la Banca (ancora denominata Banca d’America e d’Italia) ha acquisito la Banca Popolare di Lecco con l’obiettivo di accrescere la propria presenza di mercato e la capacità distributiva in un’area particolarmente importante. La Banca Popolare di Lecco non ha mutato il nome. Nel 1995 il Gruppo Deutsche Bank ha acquistato Finanza & Futuro spa, operante nel mercato del risparmio gestito (fondi comuni d’investimento, assicurazione vita, gestioni patrimoniali) tramite una rete di circa 1000 promotori finanziari. I due canali di vendita (quello del network territoriale della banca e quello dei promotori finanziari) sono caratterizzati da strutture distributive completamente differenziate e da portafogli prodotti destinati a target di clientela diversi. Dal 1996 al 1999 il Gruppo realizza diverse acquisizioni: Milano Mutui spa (oggi Deutsche Bank Mutui), Fraer Leasing spa (quota di maggioranza) e Adria Leasing Spa. Nello stesso periodo, Deutsche Bank entra nel capitale di 21 Investimenti, Cassa di Risparmio di Asti. Nel 2000 Deutsche Bank rileva una quota del capitale della Banca di Cividale. Nello stesso anno nasce Deutsche Asset Management Sgr, la società specializzata nelle attività di gestione e amministrazione dei fondi comuni del Gruppo Nel 2001 vengono cedute a Société Générale le società di factoring e di leasing del Gruppo. Deutsche Bank si pone al ventesimo posto nella graduatoria Mediobanca delle banche italiane del 2003 per raccolta.

    2. Deutsche Bank AG è stata fondata nel 1870 a Berlino e, con una rapidissima espansione, era diventata nel 1914 la più grande banca del mondo. Smembrata nel secondo dopoguerra in dieci unità minori, è riunificata nel 1952 in tre istituti che si fondono nel 1957 per dar vita nuovamente alla Deutsche Bank. Nella graduatoria Fortune per il 2000 Deutsche Bank AG si poneva al dodicesimo posto tra le banche mondiali.

  • DEUTSCHE TERMIN BÖRSE

    Mercato a termine tedesco istituito nel 1990. La gamma di contratti che vi vengono trattati è limitata alle opzioni su titoli azionari quotati al mercato ufficiale della borsa valori di Francoforte.

  • DEVELOPING COUNTRIES

    Lett. Paesi in via di sviluppo. L’ultima delle tre categorie in cui BIRS, FMI e OCSE classificano i Paesi per uso statistico e per le scelte di politica di assistenza allo sviluppo (le altre due sono le advanced economies e le countries in transition). Comprende 171 Paesi, suddivisi ulteriormente in diverse classi così denominate in ordine crescente di reddito e di sviluppo: Least Developed Countries (LDC), Other Low Income Countries, Lower Middle Income Countries and Territories, Upper Middle Income Countries and Territories, High Income Countries and Territories. Espressioni sinonime non ufficiali o abbandonate sono: underdeveloped countries; undeveloped countries; the South; Third World. Newly Industrializing Economies (NIE) sono dette nel linguaggio corrente non ufficiale le già developing countries che hanno avuto un forte sviluppo industriale (advanced developing countries; Four Dragons).

  • DEVELOPMENT COMMITTEE

    Denominazione abbreviata del Joint Ministerial Committee of the Board of Governors of the Bank and Fund on the Transfer of Real Resources to Developing Countries costituito nell’ottobre 1974 per consigliare i Boards della BIRS e del FMI sui punti critici e sulla quantità di risorse necessarie per promuovere lo sviluppo nei Paesi arretrati. Col tempo il Comitato ha interpretato molto estensivamente il suo mandato arrogandosi anche la competenza in materia di questioni ambientali globali.

  • Deviazione Standard

    E' definita come la media quadratica ponderata degli scarti dalla media aritmetica.

    Dove X è il valore osservato e ? è il valore medio. La deviazione standard ha la stessa unità di misura dei valori osservati.
    E' una misura della dispersione della variabile intorno al suo valore medio ed esprime qual è l'errore che in media si commette assumendo il valore medio in luogo dei valori osservati.

    Bibliografia

    Leti G., Statistica descrittiva, Il Mulino, 1999

    Guseo R., Statistica, CEDAM, 2006

    Redattore: Giuliano DI TOMMASO

  • DEXIA CREDIOP

    Società costituita nel gennaio 1996 con la ragione sociale di Crediop alla quale l’Istituto bancario San Paolo di Torino (oggi San Paolo IMI) ha conferito l’attività di credito alle opere pubbliche. Tra il 1997 e il 1998 la società è stata ceduta al Dexia Group (prima per il 40%, poi per il restante 60%). La società ha quindi assunto la denominazione attuale nel maggio 2001 e costituisce l’anello principale nel Sud Europa di Dexia Crédit local, filiale del Groupe Dexia. Il campo di intervento di Dexia Crediop è il finanziamento delle infrastrutture collettive realizzate direttamente dalle amministrazioni pubbliche o mediante società concessionarie. Dexia Crediop si appoggia a otto uffici territoriali e detiene circa il 20% del mercato specializzato in cui opera. Dexia Crediop si pone al diciottesimo posto nella graduatoria Mediobanca delle banche italiane del 2003 per raccolta.

  • DEXIA GROUP

    (fr. Groupe Dexia) è un gruppo bancario multispecialistico, sorto nel 1996 dall’alleanza tra Crédit Local de France, Crédit Communal de Belgique e Banque Internationale à Luxembourg. Quotato all’Euronext e a Lussemburgo ed è leader mondiale nei servizi finanziari al settore pubblico, importante operatore nei servizi di gestione del risparmio e il più grande operatore belga nell’attività di retail banking. È al quarantasettesimo posto nella graduatoria Fortune 2000 delle banche mondiali.

  • DICHIARAZIONE

    Atto (fr. déclaration; ingl. declaration) con cui un’istituzione dell’UE, in particolare il Consiglio europeo e il Consiglio dell’UE, esprimono intenzioni e opinioni comuni relativi alla democrazia o ai diritti fondamentali. In ciò la dichiarazione è abbastanza simile alla risoluzione e, come quest’ultima, non è un atto giuridico previsto dal trattato. Altra specie di dichiarazione è quella rilasciata nella formazione delle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio dell’Unione europea con carattere interpretativo e che esprimono pareri sull’interpretazione delle decisioni stesse. In particolare per l’art. 23, 2° comma, ex art. J.13, TUE il membro che si astiene se motiva l’astensione con una dichiarazione formale non è obbligato ad adottare la decisione.

  • DICHIARAZIONE DEI REDDITI

    Atto produttivo di effetti giuridici preliminari compiuto da un soggetto passivo e consistente nel far conoscere all’ente impositore i fatti collegati al sorgere di un rapporto giuridico d’imposta, ai quali le singole leggi tributarie riconnettono determinate conseguenze. Tale dichiarazione si estrinseca in un atto formale, vincolante per legge, posto in essere o dal soggetto passivo del tributo, o da altre categorie determinate di soggetti, ai quali tale obbligo è imposto da una norma imperativa. Per i principali tributi (IRPEF; IRPEG; IVA). Il contribuente è obbligato a determinare e a liquidare (in base ai dati dallo stesso indicati nella dichiarazione) l’imposta dovuta. Caratteristica peculiare della dichiarazione tributaria è che questa, a parte le eccezioni espressamente previste dalla legge, non può essere revocata o modificata se non mediante l’utilizzo di rimedi giurisdizionali. L’atto produce, quindi, un particolare effetto preclusivo, per cui il dichiarante è tenuto al pagamento del tributo in base alle sue stesse affermazioni, mentre in caso di mancato o inesatto adempimento sorge una sua responsabilità nei riguardi dell’ente impositore. La dichiarazione tributaria più rilevante è quella relativa all’imposta sul reddito delle persone fisiche e giuridiche. Al riguardo va notato che la denuncia va redatta, a pena di nullità, su stampati conformi ai modelli approvati con decreto delle Finanze. Deve essere sottoscritta dal contribuente e presentata, entro la scadenza fissata, agli Uffici competenti. Deve contenere: i dati occorrenti per l’individuazione del soggetto d’imposta e del cespite da cui il reddito proviene; gli elementi fondamentali che giustifichino l’ammontare del reddito dichiarato; le generalità delle persone i cui redditi sono imputati al dichiarante; il numero del codice fiscale, lo stato civile, oltre che, qualora si eserciti un’impresa commerciale, la denominazione della ditta e il luogo in cui sono tenute e conservate le scritture contabili. Sulla base delle istruzioni contenute negli stessi stampati, il contribuente determina l’ammontare della tassazione a proprio carico e provvede autonomamente alla liquidazione della stessa (c.d. autotassazione) salvo il controllo successivo da parte degli organi competenti. Sono esonerati dalla denuncia le persone fisiche e gli enti non commerciali che nel periodo di imposta non hanno percepito redditi o hanno percepito solo redditi esenti o tassati alla fonte a titolo definitivo purché non obbligati alla tenuta delle scritture contabili. I coniugi non legalmente ed effettivamente separati possono presentare dichiarazione congiunta. Per i minori di età che devono dichiarare separatamente i redditi non soggetti all’usufrutto dei genitori, la presentazione e la sottoscrizione della dichiarazione vanno effettuate da coloro che ne hanno la rappresentanza. La dichiarazione dei redditi ha subito importanti modifiche, con l’avvenuta approvazione del d.p.r. 22.7.1998 n. 322, quanto alla forma ed alle modalità di presentazione. In particolare, è stata introdotta la c.d. dichiarazione unificata annuale che va presentata, ed esclude l’obbligo di presentazione distinta della dichiarazione IVA e di quella del sostituto di imposta, se il contribuente verifica contemporaneamente taluni requisiti richiesti dalla legge (p.e., per i soggetti IRPEG, periodo di imposta coincidente con l’anno solare). Con riguardo alle modalità di presentazione sono stati ampliati i tradizionali canali, la dichiarazione essendo ora presentata per il tramite di una banca o di un ufficio dell’ente poste convenzionato, ed è stata generalizzata la presentazione in via telematica, ora consentita, oltre che alle banche ed agli uffici postali, alle società a base capitalistica con capitale sociale superiore a L. 5 miliardi (€ 2.582.284,50) e ad altri soggetti specificatamente individuati (dottori commercialisti, ragionieri e consulenti del lavoro, associazioni sindacali di categoria, CAF per le imprese e per i lavoratori dipendenti e pensionati). Gli Uffici dell’amministrazione finanziaria, in sede di controllo formale delle dichiarazioni presentate, possono rettificare le operazioni effettuate dai contribuenti, allo scopo di determinare più esattamente il reddito imponibile e di liquidare la corrispondente imposta eliminando eventuali errori materiali. Per quel che concerne le imposte indirette, la dichiarazione tributaria è richiesta ai fini dell’imposta sul valore aggiunto. Per tale tributo il legislatore ha stabilito che il soggetto passivo deve presentare, presso i competenti Uffici, su apposito modulo predisposto dal Ministro delle Finanze, una dichiarazione contenente gli elementi di calcolo per effettuare la determinazione dell’imposta, oltre che l’ammontare della stessa. Importanti modifiche in materia di termini e modalità di presentazione delle dichiarazioni dei redditi (imposte dirette, IRAP e IVA) sono state introdotte con d.p.r. 7.12.2001, n. 435, successivamente modificato con d.l. 15.04.2002, n. 63, conv. l. 15.6.2002 n. 112. Il termine per la presentazione della dichiarazione unificata da parte dei contribuenti soggetti all’IRPEF e delle società di persone è fissato entro il 31 luglio (trasmissione cartacea) ovvero entro il 31 ottobre (trasmissione telematica). Il termine per la presentazione (solo telematica) della dichiarazione unificata da parte delle società di capitali e degli enti commerciali è fissato entro l’ultimo giorno del decimo mese successivo alla chiusura del periodo di imposta. Il termine per la presentazione della dichiarazione unificata da parte degli altri contribuenti soggetti all’IRPEG (es. enti non commerciali) è fissato entro l’ultimo giorno del settimo mese successivo alla chiusura dell’esercizio (trasmissione cartacea) ovvero entro l’ultimo giorno del decimo mese successivo alla chiusura del periodo di imposta. È previsto ancora che il contribuente o alcune categorie determinate di soggetti, debbano presentare una dichiarazione, ai fini dell’imposta comunale sull’incremento di valore degli immobili, nel momento in cui si verifica il presupposto stabilito dalla legge per l’applicazione di tale tributo. Una figura particolare è costituita dalla dichiarazione doganale la cui natura si differenzia da quella delle altre dichiarazioni su indicate. Infatti questa concerne la destinazione che il dichiarante intende dare a merci in importazione o in esportazione; trattasi quindi di un fatto che viene portato alla cognizione della Finanza, ma relativo a un evento che deve ancora verificarsi.

  • DICHIARAZIONE DOGANALE

    Documento che deve essere presentato in dogana prima di iniziare un’operazione doganale; viene compilato dal proprietario della merce o da un rappresentante su formulario entrato in vigore nel 1988. Il documento viene utilizzato sia per la spedizione in esportazione, sia per il transito comunitario, sia per il consumo in importazione di merci comunitarie, sia per l’assoggettamento di tali merci a qualsiasi altro regime doganale nello Stato di destinazione. Il formulario è composto di otto esemplari, due per lo Stato membro di partenza, uno per lo speditore, due per la dogana di destino, uno per la dogana di partenza, uno per lo Stato membro di destino e uno per il destinatario. Quest’ultimo comprova l’avvenuto pagamento dei diritti. Per le merci in arrivo che non ricevono immediatamente una destinazione doganale, è prevista una dichiarazione sommaria scritta, da presentare alla dogana entro ventiquattrore dall’arrivo, e che può essere costituita da qualunque documento di accompagnamento (doganale, di trasporto, amministrativo o commerciale) che contenga gli elementi necessari per l’identificazione delle merci, l’individuazione del mezzo di trasporto e il luogo di carico delle merci.

  • DICHIARAZIONE SOSTITUTIVA DI CERTIFICAZIONE E DI ATTO DI NOTORIETÀ

    Dichiarazione, detta anche autocertificazione, che una persona fisica redige e sottoscrive nel proprio interesse su stati, fatti e qualità personali e che utilizza nei rapporti con la P.A. (ministeri, università, scuole pubbliche, uffici finanziari, uffici tecnici erariali, uffici collocamento, prefetture, questure, regioni, province, comuni aziende sanitarie locali, ospedali militari e civili ecc.) e con i concessionari e i gestori di pubblici servizi (poste, elettricità, gas, acqua, ferrovie, telefoni ecc.). Nel rapporto con soggetti privati il ricorso all’autocertificazione è demandato alla discrezionalità di quest’ultimo (art.2 l. 24.11.2000 n. 340). La dichiarazione può sostituire la normale certificazione e l’atto notorio.a) Le dichiarazioni sostitutive di certificazioni sono sottoscritte dall’interessato senza alcuna necessità di autenticazione della firma e di testimoni e riguardano un vasto ambito di documenti già fissato dall’art. 2 della l. 4.1.1968 n. 15 e ampliato dall’art. 3 della l. 15.5.1997 n.127 e dal reg. di attuazione d.p.r. 20.10.1998 n. 403 relativi a dati anagrafici e dello stato civile; obblighi militari; iscrizione in albi o elenchi tenuti dalla pubblica amministrazione; codice fiscale, partita IVA, situazione reddituale ed economica e qualsiasi dato dell’anagrafe tributaria; titoli di studio, di specializzazione ecc.; assenza di condanne penali; qualità di pensionato, studente, casalinga, disoccupato, di vivenza a carico; iscrizione presso associazioni o formazioni sociali di qualsiasi tipo. b) La dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà riguarda b1) tutti gli stati, fatti e qualità personali che siano a diretta conoscenza dell’interessato non elencati nelle norme del punto precedente sono comprovati dall’interessato, a titolo definitivo, mediante la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà (art. 4, l. 4.1.1968 n. 15 e art. 2 comma 1, d.p.r. 20.10.1998 n; 403); queste dichiarazioni possono essere presentate anche contestualmente all’istanza e sono sottoscritte dall’interessato in presenza del dipendente addetto (art. 3, comma 1, d.p.r. 20.10.1998 n. 403); b2) tutti gli stati, fatti e qualità personali di cui il dichiarante ha diretta conoscenza e rende nel proprio interesse anche quando riguardano altri soggetti (art. 2 comma 2, d.p.r. 20.10.1998 n. 403); la dichiarazione sostitutiva riguarda anche la conoscenza del fatto che la copia di una pubblicazione è conforme all’originale.

  • DIETIM

    Rateo giornaliero degli interessi nel linguaggio di banca e di borsa (dal latino letteralmente: giorno per giorno). Secondo l’uso più generale dietim è formula sintetica che riassume, nel linguaggio bancario, gli interessi che maturano giornalmente sulle disponibilità della clientela. Più tecnicamente nel linguaggio di borsa, il dietim individua la quota degli interessi di conguaglio, che si stabilisce al momento dell’acquisto dei titoli, in relazione al periodo di godimento. Se, p.e., al momento della sottoscrizione di un’obbligazione già decorre il godimento degli interessi, il conguaglio è computato in favore dell’emittente; viceversa se il godimento è posticipato si computa in favore del sottoscrittore.

  • DIFFERENZIALE LETTERA-DENARO (BID-ASK SPREAD)

    Margine esistente tra il prezzo al quale un intermediario si impegna a vendere i titoli (lettera) e il prezzo al quale egli si impegna ad acquistarli (denaro). Sul mercato interbancario questo differenziale è dato dal margine tra il tasso di interesse al quale sono offerti i fondi su una determinata scadenza (lettera) e il tasso al quale i fondi sono domandati sulla medesima scadenza (denaro).
    Fonte: Banca d'Italia

  • DIFFIDA

    Intimazione, di contenuto positivo 0 negativo, che un soggetto rivolge ad un altro, di solito per iscritto, con la fissazione di un termine e con l’avvertimento delle possibili conseguenze che potranno derivare dall’inosservanza dell’ordine. In diritto pubblico tipiche sono le diffide che, di regola, debbono precedere l’esecuzione coattiva dei provvedimenti emessi dall’autorità di pubblica sicurezza e dal sindaco per motivi di sanità o di sicurezza pubblica. Nel diritto privato, l’istituto può essere utilizzato da chiunque intenda richiamare un altro soggetto all’osservanza di un obbligo. Sono, inoltre, vere e proprie diffide previste espressamente dalla legge il precetto, che è l’intimazione di adempiere l’obbligo risultante dal titolo esecutivo, con l’avvertimento che in mancanza si procederà ad esecuzione forzata; L’intimazione a mezzo di ufficiale giudiziario o la richiesta scritta ad adempiere con la quale il creditore costituisce in mora il debitore; l’intimazione a ricevere la cosa mobile, o a prendere possesso dell’immobile, o a ricevere la prestazione, o a compiere gli atti all’uopo necessari, con la quale il debitore costituisce in mora il creditore; la diffida ad adempiere entro un congruo termine, che all’inadempiente viene intimata dall’altro soggetto, con la dichiarazione che, decorso inutilmente il termine, il contratto s’intenderà senz’altro risolto.

  • DIFFUSIONE

    Il dare conoscenza dei dati personali a soggetti indeterminati, in qualunque forma, anche mediante la loro messa a disposizione o consultazione.
    Fonte: Banca d'Italia

  • DIGITALIZZAZIONE E TASSAZIONE

    Abstract
    La tassazione nelle economie occidentali ha raggiunto un'alta percentuale di reddito disponibile e consumi, ma è diminuita sostanzialmente in seguito alla recessione economica del 2007-2009 (OECD Tax Data); le ragioni sono strutturali e comportamentali. La presenza di una sostanziale informazione asimmetrica è al centro dell'analisi economica tradizionale della tassazione; in effetti il ??governo non è in grado di verificare i risultati economici dei contribuenti, che potrebbero travisare i loro redditi, il loro consumo, la loro ricchezza o tentare di evitare o addirittura di eludere le tasse pagate. L'evasione fiscale stimata ha raggiunto livelli molto alti nei paesi occidentali, come l'Italia (OECD Fighting Tax Evasion). La volontà del contribuente di tollerare il rischio, l'entità delle sanzioni se schivato e la tecnologia di imposizione fiscale determinano l'entità dell'evasione fiscale.

    In un mondo ideale, in presenza di un'informazione perfetta, l'elusione e l'evasione fiscale non esisterebbero. I governi "saprebbero solo quanto gli individui (che siano famiglie o imprese) guadagnano, risparmiano e consumano. Se i mercati fossero perfetti (nessuna esternalità, nessun monopolio, contratti completi, informazioni simmetriche, mercati completi e costi di transazione pari a zero), si applicherebbe il secondo teorema fondamentale dell'economia del benessere: i governi potrebbero completamente separare le questioni di allocazione e distribuzione, dal momento che qualsiasi si potrebbero ottenere risultati di mercato efficienti con ridistribuzioni adeguate usando imposte e trasferimenti individualizzati forfettari "(FMI 2017 p.25).
    Ma il mondo è lontano dall'essere un'idea, e i vincoli informativi determinano la capacità di imposizione fiscale di un governo. "I governi utilizzano costose verifiche dei risultati economici (verifiche fiscali) e sanzioni per non conformità, per alleviare i problemi di informazione nella verifica dei risultati economici" (FMI 2017, p.25). L'informazione asimmetrica porta al fallimento del mercato e al commercio equità-efficienza.
    La digitalizzazione delle economie e, soprattutto, delle informazioni sulle attività economiche può quindi migliorare la capacità dei governi di gestire le tasse; la digitalizzazione può migliorare la tecnologia di imposizione fiscale dei governi. "Una migliore applicazione fiscale consente ai governi di aumentare le stesse entrate con tasse più basse (più efficienza) o di aumentare le entrate fiscali con le stesse tasse" (FMI 2017, 25). I governi nel sistema digitalizzato possono meglio armonizzare le informazioni sui veri esiti economici dei contribuenti, delle famiglie o delle imprese. L'elusione e l'evasione fiscale dovrebbero quindi scomparire.
    La digitalizzazione influenza sia il settore pubblico che quello privato; nei paesi digitalizzati, il governo potrebbe meglio indirizzare le tasse e migliorare la redistribuzione del reddito; questo ridurrebbe anche l'aliquota fiscale. Tuttavia, la digitalizzazione non eliminerà mai il trade-off dell'equity efficiency poiché le variabili rilevanti rimangono ancora inosservabili, come lo sforzo lavorativo e la passione.
    La recente esperienza dei paesi occidentali non è stata del tutto coerente con la teoria della finanza pubblica tradizionale, poiché la digitalizzazione ha aumentato l'elusione e l'evasione fiscale, e poi ha contribuito ad aumentare le disuguaglianze di reddito e ricchezza, entrambe tendenti ad aumentare le tasse (G7 Finance Minister Communique, Bari 2017).
    La digitalizzazione delle economie può aumentare la quantità di informazioni su determinate scelte economiche direttamente collegate alle imposte. L'economia occidentale dovrebbe aumentare la maggior parte delle proprie entrate pubbliche con le imposte sul consumo; queste tasse sono per lo più gestite a livello di imprese e mostrano un'elevata evasione. Il consumo con i pagamenti digitali può essere osservato direttamente, ma ciò può tradursi in maggiori entrate e maggiore efficienza solo se il denaro è abolito.
    La tassazione della ricchezza e dei redditi da capitale può anche beneficiare di tecnologie digitalizzate che forniscono informazioni e collegano fondi pensione, mercati finanziari, lasciti, proprietà immobiliari e proprietà immobiliari. La riservatezza dei dati può costituire un ostacolo sostanziale in alcuni sistemi giuridici, mentre l'arbitraggio normativo può essere fonte di inefficienza. La tassazione sui redditi delle imprese è la sfida per le autorità di regolamentazione, poiché è la tassa più distorsiva di tutti. Le imprese si spostano dove le tasse sono facili da pagare e basse, e il principio di residenza ha ulteriormente favorito la mobilità, anche all'interno di unioni economiche come l'Europa e gli Stati Uniti d'America.
    Il flusso di informazioni e la sua gestione efficace dovrebbero essere perseguiti dalle autorità globali; il G20 sta lavorando con i paesi membri per istituire un sistema fiscale globale per le imprese, e i mercati per ridurre le disuguaglianze e compensare determinate perdite nel mercato del lavoro. In effetti, le imprese globali negli ultimi 20 anni hanno ridotto della metà i loro pagamenti fiscali, riducendo la capacità dei governi di alleviare la povertà e la disoccupazione.
    L'evasione fiscale può essere ridotta dagli accordi sullo scambio di informazioni sulla tassazione (Taxation Information Exchange Agreements), in cui i paesi condividono le informazioni sui conti finanziari delle persone fisiche e delle imprese in determinati istituti finanziari. "Molti paesi partecipanti alla Convenzione sull'assistenza amministrativa reciproca in materia fiscale dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) hanno raggiunto accordi bilaterali per condividere informazioni su richiesta per tutti i tipi di reddito da investimenti (inclusi interessi, dividendi, reddito da determinate assicurazioni contratti e altri tipi simili di reddito), ma anche i saldi dei conti e i proventi delle vendite di attività finanziarie. Le istituzioni finanziarie comprendono banche, custodi, intermediari, alcuni organismi di investimento collettivo e alcune compagnie assicurative. La digitalizzazione può aiutare ulteriormente a costruire e collegare i registri internazionali per la proprietà degli attivi (azioni, proprietà, pensioni) e redditi da capitale (interessi, dividendi, plusvalenze, valori immobiliari, ratei pensionistici) "(FMI 2017, pagina 31).
    Con il pieno scambio di informazioni digitali, le tasse sugli utili delle imprese potrebbero essere eliminate, la tassazione sulla manodopera potrebbe diminuire in modo significativo e i consumi assumerebbero un ruolo guida tra le entrate dei governi.

    Bibliografia
    G7 Finance Ministers and Central Banks’ Governors Meeting 2017. Communiqué. Bari, Italy, May 12-13.
    International Monetary Fund (IMF) 2017. Digital revolutions in public finance. Edited by Sanjeev Gupta, Washington, DC, ISBN 9781484315224.
    Organisation for Economic Cooperation and Development (OECD) 2017. Overview on Fighting Tax Evasion. Paris.
    Organisation for Economic Cooperation and Development (OECD) 2017. Taxation Information Exchange Agreements. Paris.

  • DILAZIONE

    Differimento della scadenza di un’obbligazione, di solito avente contenuto pecuniario, ad una data successiva a quella prevista per l’adempimento. Tale differimento, che in casi eccezionali, espressamente previsti dalla legge, può essere concesso dal giudice, è di solito il risultato di una convenzione fra debitore e creditore (c.d. pactum de non petendo). La convenzione può essere anche contemporanea all’assunzione dell’obbligazione (come quando le parti, stabilendo una penale per il ritardo nell’adempimento, implicitamente ammettono la possibilità di un differimento dello stesso) e costituisce un’ipotesi di modificazione di un elemento accessorio dell’obbligazione, che però non produce novazione. L’istituto della dilazione interessa in particolare la cambiale, la proroga della cui scadenza non è esclusa dal fatto che non sono ammessi giorni di rispetto né legali né giudiziari, importando tale principio la sola conseguenza che ogni accordo precedente o successivo all’assunzione di obbligazioni cambiarie, diretto a consentire un differimento della scadenza, è efficace limitatamente ai rapporti fra i contraenti e non è opponibile al portatore di buona fede. La suddetta proroga si realizza di solito col rilascio di un nuovo titolo a scadenza più lontana, ma può anche essere effettuata con una correzione; questa è valida nei rapporti fra il portatore ed il debitore se l’accordo risulta dal contesto cambiario mediante sottoscrizione della correzione, mentre produce gli effetti di un’alterazione rispetto agli eventuali giranti la cui firma sia stata apposta quando la cambiale aveva la scadenza originaria. Va, infine, precisato che non importa dilazione il fatto che il protesto non possa essere levato il giorno di scadenza, né il fatto che, se il creditore si vale della facoltà di ritardare la presentazione o il protesto fino al secondo giorno successivo a quello di scadenza, il debitore viene in pratica a godere di un rinvio del pagamento, trattandosi in questo caso di una semplice possibilità, che peraltro spesso è dal creditore subordinata al pagamento di un corrispettivo (le banche fanno pagare un modesto diritto per la c.d. proroga). Nella prassi commerciale, se il venditore concede una dilazione, si suole dire che al pagamento a pronti viene sostituito quello differito e si parla di credito mercantile se la dilazione viene concessa ad altro commerciante, che di solito perde lo sconto di cassa. Si parla, invece, di credito al consumo se la dilazione è concessa al consumatore.

  • DILIGENZA

    Complesso oggettivo di cure e cautele richiesto dalla legge al soggetto gravato da un’obbligazione, in determinate situazioni o rapporti. Riguardano più il modo di adempimento degli obblighi che il loro contenuto. Il concetto di diligenza è molto elastico, poiché la quantità e la qualità di essa dipende dalla particolarità del rapporto o della situazione rispetto a cui la valutazione deve farsi. Nella maggior parte delle norme di diritto privato si parla di diligenza del buon padre di famiglia, inteso quest’ultimo non soltanto come il c.d. uomo medio, di comune intelligenza, ma anche come il cittadino avveduto che vive in un determinato ambiente sociale. È questa la c.d. diligenza media, la cui omissione dà luogo alla colpa ordinaria o lieve in caso di inadempimento dell’obbligazione, e fa sorgere la responsabilità, peraltro limitata al danno prevedibile. Da essa si distinguono la diligenza massima dell’uomo estremamente scrupoloso, l’omissione della quale è detta colpa lievissima e che non dà luogo a responsabilità, e la diligenza minima, la cui omissione è qualificata colpa grave ed è rilevante solo nei casi eccezionali nei quali la responsabilità è dalla legge limitata alla sussistenza di una colpa di tale grado. Peraltro queste distinzioni perdono valore quando dal campo della responsabilità c.d. contrattuale si passa a quello della responsabilità, estesa al danno non prevedibile, nella quale incorre chi, commettendo un fatto, ovvero omettendo un fatto che aveva il dovere di compiere, cagiona, in violazione del generico dovere del neminen laedere (cioè di non danneggiare alcuno), un danno ingiusto ad altri; tale responsabilità, detta extracontrattuale, sorge indipendentemente dal grado della diligenza omessa, bastando che sia stata trascurata una qualsiasi delle cure o cautele imposte dalla legge o dalla comune esperienza ed occorrendo solo che tale trascuratezza qualifichi un comportamento al quale il danno sia ricollegabile con rapporto di effetto a causa. Concetti analoghi valgono anche nel campo del diritto penale, nel quale per diligenza si intende ogni accortezza ed attenzione che si richiede ad un uomo normale e la cui mancanza, del compimento cosciente e volontario di un’azione o di un’omissione, costituisce, indipendentemente dalla gravità della disaccortezza o disattenzione, l’elemento psicologico del reato colposo.

  • DIMENSIONE SETTENTRIONALE

    Fr. Dimension septentrionale; ingl. Northern dimension. Denominazione dell’area che copre la regione dall’Islanda verso Occidente fino alla Russia del Nord-ovest, dalla Norvegia, il Mare di Barents e di Kara al nord fino agli Stati del Mar Baltico al sud e che è oggetto di specifiche politiche dell’UE. Gli Stati non-UE che rientrano nel suo ambito sono la Lituania, la Lettonia, l’Estonia, la Federazione Russa, la Polonia, la Norvegia e l’Islanda. Il concetto di “dimensione settentrionale” emerge con la fine della Guerra fredda, l’accessione all’indipendenza degli Stati baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) nel 1991 e l’adesione all’UE di Finlandia e Svezia all’UE (1995) che hanno spostato il baricentro dell’Unione verso nord e hanno formato un confine di circa 1300 km comune a UE e Russia. Un primo riconoscimento della dimensione settentrionale come parte dello spazio europeo è contenuto per la prima volta nelle conclusioni del Consiglio europeo di Lussemburgo del dicembre 1997 con l’incarico dato alla Commissione, su proposta della Finlandia, di predisporre un interim report. Questo è presentato al Consiglio europeo di Vienna del dicembre 1998 con una comunicazione della Commissione (dal titolo Una dimensione settentrionale per le politiche dell’Unione) che fissa gli indirizzi politici e le raccomandazioni operative dell’attività europea nella regione. L’anno successivo il Consiglio europeo di Colonia approva le linee direttive dell’attività e, infine, il Consiglio europeo di Feira del giugno 2000 delibera il Programma d’azione per la Dimensione settentrionale nelle politiche esterne e transazionali dell’UE. Nei prossimi anni il peso della Dimensione europea aumenterà notevolmente nell’UE, se si realizzerà l’adesione della Polonia e dei tre Stati Baltici. Il Programma d’azione di Feira contiene previsioni d’intervento in diverse direzioni, alcune molto sensibili regionalmente legati al degrado e all’inquinamento ambientali dei territori ex sovietici I cui effetti si riversano su tutti gli Stati rivieraschi del Mar Baltico e dell’Artico, così come quello atmosferico, altri di interesse generale come la sicurezza degli impianti nucleari e del trattamento dei rifiuti nucleari. Il Programma prevede inoltre la cooperazione nel settore energetico, dei trasporti transfrontalieri, della giustizia e degli affair interni; interventi per il sostegno degli investimenti transnazionali, della sanità e della sicurezza sociale, per favorire l’accesso alle telecomunicazioni e alle tecnologie dell’informazione, per lo sviluppo delle risorse umane, per preservare costumi e modi di vita delle popolazioni indigene dell’Artico nelle Nordic Countries e nella Russia Occidentale e per risolvere i problemi cui andrà incontro Kaliningrad se diventerà un’enclave russa all’interno dell’UE con l’adesione degli Stati Baltici. La dimensione settentrionale è area di intervento elettivo delle azioni del Nordic Council of Ministers (v. Nordic Countries) e del Nordic Finance Group (attivo, in particolare, è stato nel decennio 1992-1999 il Baltic Investment Programme).

  • DIMMI!

    Servizio prestato in rete dal Comune di Bologna attraverso sportelli self service ATM abilitati aperti presso le sedi del Comune presso due banche (Carisbo e Rolo Banca, incorporato nel 2002 da UniCredit) che sono anche titolari del marchio e ne promuovono la commercializzazione (DIMMI! è un nome di fantasia, non un acronimo) L’accesso al servizio avviene utilizzando la tessera fiscale (rilasciata dalle Finanze) o la CUP card del Comune di Bologna (entrambe servono per l’identificazione dell’utente) e, in caso di pagamento, il Bancomat. Con DIMMI! è possibile pagare le contravvenzioni municipali, l’ICI, la tassa raccolta rifiuti solidi urbani, i servizi a domanda individuale (nidi, refezione scolastica, servizi integrativi), gli affitti IACP e, inoltre, fare la richiesta e pagare gli eventuali diritti e tasse di certificati anagrafici e di stato civile e ottenere l’estratto conto assicurativo INPS. Per il servizio di pagamento e di informazione nessuna commissione è dovuta al Comune di Bologna e agli altri enti collegati, a parte le ordinarie commissioni bancarie. Il servizio è esteso a un certo numero di Comuni limitrofi.

  • DIMORA

    Luogo in cui la persona si trova attualmente. Si tratta quindi di una situazione transitoria, non priva però di un minimo di stabilità (non basta, p.e., una sosta di un giorno in albergo). A differenza del domicilio e della residenza, la dimora non è definita dalla legge: non per questo, però, è priva di rilevanza giuridica. Così, il codice di procedura civile dispone che è competente il giudice del luogo in cui il convenuto ha la dimora, se la residenza od il domicilio sono sconosciuti (art. 18 c.p.c.). Parimenti, se non è noto il comune di residenza del destinatario, le notificazioni si eseguono nel comune di dimora.

  • DIPENDENZA DI BANCA

    Organizzazione istituita da una banca in una determinata località, per mettere i propri servizi a disposizione della clientela o per altre esigenze inerenti al proprio lavoro. È un’espressione generica, alla quale corrispondono diversi termini (agenzia, filiale, succursale, stabilimento, sede, rappresentanza, recapito, sportello) variamente graduati, nella particolare organizzazione di ciascuna banca, che può attribuire denominazione, ordinamento, importanza e funzioni diverse alle proprie dipendenze (v. articolazione territoriale delle banche; sportello bancario).

  • DIRECT COLLECTION

    Sin.: incasso bancario. Particolare tipo di rimessa documentarla (v. documenti contro pagamento; documenti contro accettazione effettuata dal cedente direttamente alla banca presentatrice, con tutte le istruzioni per la consegna dei documenti contro pagamento o accettazione. Tale strumento consente di rendere più veloce l’operazione, in quanto riduce il numero di banche che partecipano all’operazione di incasso, rendendo più rapide le fasi del ricevimento dei documenti da parte del compratore, del pagamento e della vendita delle merci e soprattutto riduce i rischi connessi ai documenti e alla merce. L’esportatore invia i documenti con le istruzioni direttamente alla banca del compratore, utilizzando un modulo fornitogli dalla sua banca. A quest’ultima l’esportatore invia copia della rimessa per consentirle di confermare l’operazione alla banca presentatrice e assumere in carico l’operazione. Rispetto alla rimessa documentaria classica si ha un risparmio di tempi lavorativi, una più rapida consegna dei documenti per il compratore, un guadagno in termini di valuta di accredito per l’esportatore grazie al ridotto numero di banche intermediarie; una riduzione delle commissioni e spese e dei rischi di ritardi postali e smarrimento dei documenti, oltre che dei rischi assicurativi e spese di giacenza delle merci. È uno strumento destinato soprattutto ai clienti di primarie banche internazionali, che sono dotate di una fitta rete di filiali a livello mondiale. I limiti dello strumento sono dati dalla diffidenza di molte banche presentatrici, dalla mancanza di strutture adeguate e dall’esistenza di direct collection eventuali norme valutarie restrittive. La procedura può svolgersi solo previo accordo tra le parti ed è consigliabile per regolare rapporti ripetitivi e consolidati nel tempo.

  • DIRETTIVA

    Atti dotati di relativa generalità (determinazione dei fini con conseguente potere discrezionale in capo al destinatario nella scelta dei mezzi più idonei per conseguirli), tra i quali è possibile distinguere gli atti adottabili dai vertici dell’amministrazione nei confronti degli organi ad essi subordinati (p.e. le direttive del Presidente del Consiglio o dei singoli Ministri: c.d. direttive interorganiche) dagli atti con funzione di coordinamento tra enti dotati di reciproca autonomia (p.e. le direttive adottabili dal Governo nei confronti delle Regioni: c.d. direttive intersoggettive).

    1. Direttive del Presidente del Consiglio dei Ministri. In particolare in relazione all’attività di indirizzo politico del Presidente del Consiglio dei Ministri, con il termine direttiva si indicano quegli atti formulati dallo stesso Presidente, che rappresentano la diretta attuazione della volontà del Consiglio, oltre che quelli che trovano origine nel potere di indirizzo proprio dell’organo monocratico in quanto promotore e coordinatore dell’attività dei Ministri nell’ambito della determinazione della politica generale del Governo (si veda l’art. 5 comma 2 lett. a e b della l. 1988/400). Rispetto a queste si possono distinguere le direttive di natura amministrativa che (in base all’art. 5 comma 2 lett. e della l. 1988/400) possono essere adottate dal Presidente del Consiglio “per assicurare l’imparzialità, il buon andamento e l’efficienza degli uffici pubblici” al fine di garantire una corretta organizzazione amministrativa.

    2. Direttive dei Ministri e dei Comitati interministeriali. Nell’ambito delle direttive amministrative si inseriscono inoltre le direttive generali emanate dai singoli Ministri che trovano una puntuale collocazione legislativa nel d.lg. 1993/29 e successive modifiche. Attraverso tali direttive, le quali possono anche essere emanate dai Comitati Interministeriali, si esprime il potere di indirizzo politico – amministrativo rivolto ai dirigenti generali di ciascun ramo della Pubblica Amministrazione. Indirizzo che determina gli obiettivi, le finalità e i criteri cui deve ispirarsi l’attività di gestione di cui i dirigenti sono titolari.

    3. Atti formali assimilabili a direttive. Gli atti che rientrano nella categoria delle direttive non si esauriscono in quelli formalmente definiti come tali. Si inseriscono, infatti, in tale categoria anche quegli atti nei quali il termine direttiva è richiamato nei titoli o nei rispettivi articolati: si possono così individuare direttive in atti formalmente denominati circolari, decreti ministeriali o decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri.

    4. Portata giuridica della direttiva. In rapporto all’efficacia giuridica delle direttive parte della dottrina ha elaborato una ricostruzione che conferisce loro natura esclusivamente interna all’amministrazione, mettendo così in evidenza solo un aspetto dello sviluppo che concretamente tali atti hanno conseguito. Si è infatti sottolineato che la direttiva non solo hanno un’efficacia giuridica interna, ma non si possono escludere ulteriori effetti nei confronti di soggetti estranei all’amministrazione: soggetti vincolati dal contenuto di tali atti o soggetti legittimati ad agire per l’esecuzione di una direttiva inattuata. Sotto il profilo della gerarchia delle fonti la dottrina più recente non individua un ambito preciso nel quale le direttive andrebbero collocate. Se, infatti, in base al tradizionale inquadramento delle fonti le direttive possono considerarsi atti subordinati alle fonti normative secondarie, va anche ricordato che la dottrina ha messo in evidenza la loro capacità di assumere, in via di fatto, una funzione di supplenza (o integrazione) delle fonti del diritto nelle materie nelle quali il legislatore ritiene opportuno rinviare ad altri soggetti la determinazione di certi comportamenti: così constatando l’esistenza di nuove fonti che si sostituirebbero o si aggiungerebbero al classico sistema basato sul principio nominalistico.

  • DIRETTIVA EUROPEA

    Atto normativo comunitario (fr. e ingl. directive), emanato dal Consiglio dell’UE e dal Parlamento europeo per l’assolvimento dei loro compiti e alle condizioni contemplate dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, la direttiva (artt. 288, ex 249 TUE e 161 del Trattato Euratom ) è un atto che si rivolge agli Stati membri e, mentre ha efficacia vincolante per quanto concerne il risultato da raggiungere, lascia gli organi nazionali liberi nella scelta delle forme e dei mezzi atti a conseguire il risultato indicato. Per questa sua caratteristica la direttiva comporta un procedimento articolato in due fasi: nella prima l’Unione vincola gli Stati cui è rivolta per quanto riguarda il risultato da raggiungere; nella seconda gli Stati interessati sono tenuti a immettere nel diritto nazionale le prescrizioni risultanti dalle norme dell’atto comunitario. Il Trattato di Maastricht ha introdotto una distinzione fra le direttive rivolte agli Stati membri, per le quali è prevista la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, e le altre direttive che, dato il loro carattere individuale, vengono invece notificate ai destinatari (art. 297, ex 254 TUE); esse acquistano quindi efficacia a partire rispettivamente dalla data di pubblicazione o dalla notifica. Da questo momento decorrono anche i termini per (eventuale) impugnazione da parte degli interessati (art. 263, ex 230 TUE). Di regola le direttive fissano un termine per adottare le misure interne di esecuzione, che, di norma, ha carattere vincolante per gli Stati destinatari e la sua inosservanza determina una violazione del Trattato (art. 258, ex 226 TUE). Gli Stati membri sono tenuti a comunicare alla Commissione tali misure di esecuzione sia allo stadio di progetto, sia dopo la loro adozione. La Commissione può, di conseguenza, esercitare il suo potere di controllo e agire, se del caso, per constatare l’inadempimento. Talune direttive (le direttive particolareggiate; quelle che prevedono un obbligo di non fare; quelle che sono a loro volta attuazione di precedenti atti comunitari) sono direttamente applicabili. Tuttavia, tale efficacia diretta riguarda solo i rapporti verticali, cioè quelli tra i cittadini e lo Stato, rimanendo esclusi quelli orizzontali, vale a dire dei cittadini tra di loro. I singoli possono far valere il loro diritto in via giudiziale e in via amministrativa, con il corrispondente obbligo dell’amministrazione di disapplicare la normativa nazionale in contrasto con la direttiva comunitaria.
    Attuazione delle direttive in Italia. La legge comunitaria è il principale strumento di attuazione della normativa comunitaria e regola modalità e tempi per la trasposizione delle direttive. Istituita nel 1989 dalla legge 9 marzo 1989, n. 86 (cd. Legge La Pergola), la legge comunitaria viene ora regolata dalla legge 4 febbraio 2005, n. 11 recante "Norme generali sulla partecipazione dell'Italia al processo normativo dell'Unione europea e sulle procedure di esecuzione degli obblighi comunitari", che ha abrogato la Legge La Pergola.
    L'attuazione nazionale della normativa comunitaria è garantita da un disegno di legge, da presentarsi entro il 31 gennaio di ogni anno, nel quale il Governo riferisce al Parlamento sullo stato di conformità dell'ordinamento interno al diritto comunitario e sullo stato delle eventuali procedure di infrazione, inoltre fornisce l'elenco delle direttive attuate o da attuare per via amministrativa e di quelle attuate per via regolamentare.


    Redattori: Paolo FOIS, Giuseppe ONORATO, Cristiana MENE'
    © 2010 ASSONEBB

  • DIRETTIVA EUROPEA SUI REQUISITI DI CAPITALE DELLE BANCHE (CRD)

    Il testo in italiano della direttiva 2013/36/UE è disponibile a questo link.

    BRESCIA MORRA e MELE (2014) descrivono la sintesi della CRD.

    La Direttiva sui RequisitI di Capitale è stata recepita nell'ordinamento nazionale nell'ambito delle nuove “Disposizioni di vigilanza per le banche” volte a rafforzare la capacità delle banche di assorbire shock derivanti da tensioni finanziarie ed economiche, a migliorare la gestione del rischio e la governance e a rafforzare la trasparenza e l’informativa delle banche, tenendo conto degli insegnamenti della crisi finanziaria.

    Il Comitato di Basilea ha mantenuto l’approccio basato sui tre pilastri, alla base del precedente accordo del 2004 (Basilea II), integrandolo e rafforzandolo per accrescere quantità e qualità della dotazione di capitale degli intermediari, introdurre strumenti di vigilanza anticiclici e norme sulla gestione del rischio di liquidità.

    Le riforme sono di due ordini: microprudenziali, ossia concernenti la regolamentazione a livello delle singole banche; macroprudenziali, ovvero riguardanti i rischi a livello di sistema che possono accumularsi nel settore bancario, nonché l’amplificazione prociclica di tali rischi nel tempo.

    La scelta dello strumento normativo del regolamento, a fianco della direttiva, si spiega alla luce dell’obiettivo delle istituzioni comunitarie di creare un insieme di regole vincolanti uniformi a livello europeo (single rulebook). Lo strumento del regolamento, direttamente applicabile negli Stati membri senza necessità di atti di recepimento, pone le premesse per realizzare l’armonizzazione massima di determinate aree della disciplina prudenziale, riducendo corrispondentemente le aree di discrezionalità nazionali. Nonostante questo, è necessario sottolineare come non solo la direttiva ma anche il regolamento lasci alle autorità nazionali, nel caso italiano alla Banca d’Italia, la possibilità di esercitare alcune discrezionalità al fine di tener conto delle specificità delle diverse giurisdizioni.

    2.1. Le principali novità nella vigilanza prudenziale

    Il nuovo framework normativo europeo introduce importanti elementi di novità sul piano dei contenuti rispetto alla precedente normativa prudenziale.

    Il primo pilastro, in particolare, è stato rafforzato attraverso una definizione maggiormente armonizzata del capitale e più elevati requisiti di patrimonio. Si è provveduto ad accrescere sia la qualità sia il livello minimo regolamentare del patrimonio di vigilanza nell’ambito di un quadro complessivo di maggiore armonizzazione degli aggregati patrimoniali.

    In particolare, per quanto riguarda la qualità del capitale è stata delineata la nozione di common equity tier 1 corrispondente di fatto alle azioni ordinarie e alle riserve provenienti da utili.

    Inoltre sono state imposte riserve addizionali in funzione di conservazione del capitale, in funzione anticiclica e per le istituzioni a rilevanza sistemica. In particolare:

    a) la riserva di conservazione del capitale è volta a preservare il livello minimo di capitale regolamentare nei momenti di tensione del mercato;

    b) la riserva di capitale anticiclica ha lo scopo di proteggere il settore bancario nelle fasi di eccessiva crescita del credito;

    c) le riserve di capitale per gli enti a rilevanza sistemica globale (G-SII buffer) e quelle per gli altri enti a rilevanza sistemica (O-SII buffer), richiedono risorse patrimoniali aggiuntive a quei soggetti che proprio per la loro rilevanza sistemica, globale o domestica, pongono rischi maggiori per il sistema finanziario.

    L’imposizione di riserve di capitale aggiuntive ha l’obiettivo di dotare le banche di mezzi patrimoniali di elevata qualità da utilizzare nei momenti di tensione del mercato per prevenire disfunzioni del sistema bancario ed evitare interruzioni nel processo di erogazione del credito nonché per far fronte ai rischi derivanti dalla rilevanza sistemica a livello globale o domestico di talune banche.

    Infine, in aggiunta al sistema di requisiti patrimoniali volti a fronteggiare i rischi di credito, controparte, mercato e operativo, è stata prevista l’introduzione di un limite alla leva finanziaria (incluse le esposizioni fuori bilancio) per contenere la crescita della leva a livello di sistema. Questo strumento entrerà completamente in vigore solo nel 2018; fino a questo momento le banche potranno calcolare l’indice di leva in maniera semplificata.

    Basilea III prevede, altresì, nuovi requisiti e sistemi di supervisione del rischio di liquidità, incentrati su un requisito di liquidità a breve termine (Liquidity Coverage Ratio … LCR) e su una regola di equilibrio strutturale a più lungo termine (Net Stable Funding Ratio … NSFR), oltre che su principi per la gestione e supervisione del rischio di liquidità a livello di singola istituzione e di sistema.

    In relazione all’indicatore di breve termine (“requisito di copertura della liquidità” nella terminologia del Regolamento), la Commissione europea dovrà emanare un apposito atto normativo (detto “atto allegato”) entro giugno 2014. Il requisito entrerà in vigore gradualmente iniziando con una percentuale del 60% a gennaio 2015. Per quanto riguarda, invece, l’introduzione del NSFR (“requisito di finanziamento stabile”), la Commissione europea è chiamata a presentare entro dicembre 2016 una proposta legislativa, dando così avvio all’ordinaria procedura di co-decisione, destinata a entrare in vigore nel 2018.

    Per quanto riguarda il secondo pilastro … il quale richiede alle banche di dotarsi di un processo di controllo dell’adeguatezza patrimoniale, rimettendo all’autorità di vigilanza il compito di verificarne l’affidabilità … crescente importanza è attribuita agli assetti di governo societario e al sistema dei controlli interni degli intermediari come fattore determinante per la stabilità delle singole istituzioni e del sistema finanziario nel suo insieme. In quest’area sono stati rafforzati i requisiti regolamentari concernenti il ruolo, la qualificazione e la composizione degli organi di vertice; la consapevolezza da parte di tali organi e dell’alta direzione circa l’assetto organizzativo e i rischi della banca e del gruppo bancario; le funzioni aziendali di controllo, con particolare riferimento all’indipendenza dei responsabili della funzione, alla rilevazione dei rischi delle attività fuori bilancio e delle cartolarizzazioni, alla valutazione delle attività e alle prove di stress; i sistemi di remunerazione e di incentivazione. Le nuove norme in questa materia, già pubblicate per consultazione alcuni mesi fa, sono entrate in vigore, da pochi giorni, il 6 maggio 2014, con un primo aggiornamento della Circolare n. 285/2013.

    Infine il terzo Pilastro, … riguardante gli obblighi di informativa al pubblico sull’adeguatezza patrimoniale, sull’esposizione ai rischi e sulle caratteristiche generali dei relativi sistemi di gestione e controllo, al fine di favorire la disciplina di mercato … è stato rivisto per introdurre, fra l’altro, requisiti di trasparenza concernenti le esposizioni verso cartolarizzazioni, maggiori informazioni sulla composizione del capitale regolamentare e sulle modalità con cui la banca calcola i ratios patrimoniali.

    Sono, inoltre, previsti obblighi di disclosure, con frequenza annuale, con riferimento alle informazioni relative all’utile/perdita prima delle imposte, all’ammontare delle imposte stesse sull’utile/perdita e ai contributi pubblici ricevuti. È previsto, infine, un ulteriore obbligo di disclosure del coefficiente di leva finanziaria.

    @2018 Assonebb

  • DIRETTIVA SUI SERVIZI ENERGETICI, 2006/32/CE

    Scopo della direttiva è assicurare l'incremento dell'efficienza degli usi finali dell'energia, sotto il profilo costi-benefici negli Stati membri dell'Unione europea. Il miglioramento è relativo al rapporto tra i risultati in termini di rendimento, servizi o energia e l'immissione di energia stessa. Gli Stati devono garantire per il settore pubblico l'adozione di misure a livello nazionale, regionale e locale, generanti il maggior risparmio energetico nel periodo temporale più breve e rispettare almeno due degli obblighi seguenti: uso di strumenti finanziari finalizzati al risparmio energetico, inclusi i contratti di rendimento energetico; acquisto di attrezzature e veicoli sulla base di elenchi indicanti specifiche classi energetiche per attrezzature e veicoli; acquisto di attrezzature con ridotto consumo energetico; sostituzione o adeguamento delle attrezzature non conformi al vincolo del risparmio energetico; ricorso alle diagnosi energetiche; acquisto di edifici a basso consumo energetico. I distributori di energia, i gestori del sistema di distribuzione e le società di vendita di energia al dettaglio, su indicazione da parte degli Stati circa la selezione dei seguenti obblighi da adempiere, sono tenuti a proporre un'adeguata offerta energetica e a promuovere servizi energetici competitivi, offrire diagnosi energetiche a prezzi competitivi, contribuire ai fondi e ai meccanismi di finanziamento. Misure orizzontali ammissibili includono regolamentazioni, tasse e campagne di informazione. Responsabilità degli Stati membri è anche quella di facilitare la conclusione di accordi volontari e di altri strumenti orientati al mercato. La direttiva contiene inoltre elenchi esemplificativi di misure di miglioramento dell'efficienza energetica ammissibili relative ai settori abitativo e terziario (ad esempio, isolamento delle cavità murarie e dei tetti), industriale (ad esempio, uso più efficiente di aria compressa nel processo di fabbricazione dei prodotti), trasporti (ad esempio, promozione di veicoli efficienti dal punto di vista energetico), intersettoriali (ad esempio, regimi di etichettatura energetica).

    Redattore: Marianna RONCHINI

  • DIRETTIVE DELLA BANCA D'ITALIA

    In senso lato, disposizioni di natura amministrativa mediante le quali la Banca d’Italia come organo di vigilanza regola, con modalità e intensità diverse, l’attività delle banche, delle società finanziarie (v. società finanziaria) e degli intermediari finanziari non bancari. La legge prevede che la Banca d’Italia possa impartire istruzioni e adottare provvedimenti di carattere particolare che incidano in modo diretto e immediato ed in via personale su di un dato ente. Le istruzioni sono manifestazione sia dello speciale ruolo affidato alla Banca d’Italia in quanto organo deputato all’emanazione di disposizioni attuative delle deliberazioni del CICR, sia del potere disciplinatorio autonomo che per talune materie le è conferito. L’Istituto emana altresì istruzioni aventi carattere interpretativo per agevolare il rispetto della normativa vigente. Sono da farsi rientrare nella prima categoria di atti le disposizioni di carattere generale che la Banca d’Italia emana nell’esercizio delle funzioni di vigilanza regolamentare (v. vigilanza bancaria). La seconda fattispecie ricorre, invece, nel caso in cui la Vigilanza è autorizzata ad emanare: a) direttive (il termine è espressamente impiegato dalla legge) per il compimento di determinati atti nell’ambito della procedura di amministrazione straordinaria o di liquidazione coatta amministrativa delle banche ovvero (in via generale) per lo svolgimento di quest’ultima; b) istruzioni per il coordinamento dell’operatività dei sistemi di garanzia dei depositi con le procedure di liquidazione coatta e di amministrazione straordinaria, oltre che con l’attività di vigilanza in generale. Per quanto riguarda la facoltà di adottare provvedimenti di carattere particolare, si rammenta che la Banca può convocare gli amministratori, i sindaci e i dirigenti delle banche per esaminare la situazione aziendale; ordinare la convocazione degli organi collegiali delle banche, fissandone l’ordine del giorno; procedere direttamente alla convocazione degli organi collegiali delle banche in caso di inottemperanza da parte degli amministratori.

  • DIRETTIVE EUROPEE IN MATERIA BANCARIA

    Direttive riguardanti la costruzione del mercato unico del settore bancario, diventato operativo dal 1°.1.1993 (v. mercato unico dei servizi finanziari).Con l'UNIONE BANCARIA (ENCICLOPEDIA) tale processo viene a compimento. Le tappe dell'UB (VERSO UN'UNIONE BANCARIA: LE TAPPE).

    La prima direttiva in materia di mercato unico bancario è la 73/183/CEE del Consiglio, del 28.6.1973 (soppressione delle restrizioni alla libertà di stabilimento e alla libera prestazione dei servizi nel campo delle attività non salariate delle banche e di altri istituti finanziari) cui sono seguite la direttiva 77/780/CEE del Consiglio, del 12.12.1977 (denominata Prima direttiva e concernente il coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative riguardanti l’accesso all’attività degli enti creditizi e il suo esercizio) e la direttiva 89/646/CEE del Consiglio, del 15.12.1989 (denominata Seconda direttiva, concernente il coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative riguardanti l’accesso all’attività degli enti creditizi e il suo esercizio e recante modifica della direttiva 77/780/CEE). Queste due ultime direttive, oggi non più in vigore, hanno costituito una specie di legge bancaria comunitaria sopranazionale e sono state denominate anche direttive comunitarie di coordinamento bancario in quanto hanno costituito il quadro di riferimento di diverse altre direttive che hanno proceduto nell’armonizzazione delle normative per l’autorizzazione alla costituzione, l’operatività e la vigilanza degli enti creditizi nei Paesi membri e per promuovere la libera prestazione di servizi bancari transfrontalieri. Si tratta della direttiva 89/299/CEE del Consiglio, del 17.4.1989, concernente i fondi propri degli enti creditizi v. patrimonio di vigilanza); della direttiva 89/647/CEE del Consiglio, del 18.12.1989, relativa al coefficiente di solvibilità degli enti creditizi; della direttiva 92/30/CEE del Consiglio, del 6.4.1992, relativa alla vigilanza su base consolidata degli enti creditizi; della direttiva 92/121/CEE del Consiglio, del 21.12.1992, sulla vigilanza ed il controllo dei grandi fidi degli enti creditizi. Tutte queste direttive (con le altre che le hanno modificate) sono state abrogate dalla direttiva 2000/12/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20.3.2000, relativa all’accesso all’attività degli enti creditizi e al suo esercizio (modificata dalla direttiva 2000/28/CE del 18.9.2000 e dalla direttiva 2001/24/CE del 4.4.2001) che costituisce un testo unico che codifica e raggruppa le direttive precedenti (testo unico è la denominazione dichiarata nei considerando della direttiva 2000/12/CE). In particolare la direttiva disciplina le seguenti materia: condizioni di accesso e di esercizio (tit. 2), disposizioni relative alla libertà di stabilimento e alla libera prestazione di servizi (tit. 3), relazioni con i Paesi terzi (tit. 4), principi e strumenti di vigilanza prudenziale (tit. 5), istituzione presso la Commissione di un comitato consultivo bancario delle autorità competenti degli Stati membri (tit. 6). Tra le altre direttive tuttora in vigore vanno ricordate: la direttiva 86/635/CEE dell’8.12.1986, relativa ai conti annuali ed ai conti consolidati delle banche e degli altri istituti finanziari; la direttiva 87/102/CEE del 22.12.1986 in materia di credito al consumo (modif. dalla direttiva 90/88/CEE del 22.2.1990); la direttiva 91/308/CEE del 10.6.1991 per l’antiriciclaggio (modif. dalla direttiva 2001/97/CE del 4 .12.2001); la 93/6/CEE del 15.3.1993 (modif. dalla direttiva 98/31/CE del 22.6.1998) relativa all’adeguatezza patrimoniale; la direttiva 94/19/CE del 16.5.1994, relativa ai sistemi di garanzia dei depositi (entrata in vigore il 1°.7.1995); la direttiva 2001/24/CE del 4.4.2001, in materia di risanamento e liquidazione degli enti creditizi; il regolamento (CE) n. 2423/2001 della BCE, del 22.11.2001, relativo al bilancio consolidato del settore delle istituzioni finanziarie monetarie. Da ricordare anche, in materia di sistemi di pagamento, alcune raccomandazioni della Commissione: la 87/598/ CEE dell’8.12.1987, relativa ad un codice europeo di buona condotta in materia di pagamento elettronico; la 88/590/CEE del 17.11.1988, concernente i sistemi di pagamento, in particolare il rapporto tra il proprietario e l’emittente della carta; la 97/489/CE del 30.7.1997 relativa alle operazioni mediante strumenti di pagamento elettronici, con particolare riferimento alle relazioni tra gli emittenti ed i titolari di tali strumenti; la 90/109/CEE del 14.2.1990, relativa alla trasparenza delle condizioni bancarie applicabili alle transazioni finanziarie transfrontaliere; la 1°.3.2001, sull’informativa precontrattuale fornita ai consumatori dagli istituti di credito che offrono mutui per la casa d’abitazione. La dir. 2002/87 del 16.12.2002 tratta della vigilanza supplementare sui conglomerati finanziari. Infine la direttiva 2007/64/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 13 novembre 2007 relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno (Payment Services Directive - PSD), emanata nell’ambito del Piano di azione per i servizi finanziari (PASF), disciplina a livello comunitario l’accesso al mercato dei servizi di pagamento, la trasparenza delle condizioni per i servizi di pagamento e le condizioni relative alla prestazione dei servizi di pagamento e mira alla creazione di un Mercato Unico europeo dei servizi di pagamento al dettaglio (la SEPA) in cui gli operatori possano agire a parità di condizioni favorendo la concorrenza tra i mercati nazionali. La PSD è stata approvata dal Consiglio dell'Unione Europea il 15 ottobre 2007 e recepita in Italia con il decreto legislativo del 27 gennaio 2010, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 36 del 13 febbraio 2010 entrato in vigore il 1° marzo 2010.


    © 2018 ASSONEBB

  • DIRETTIVE EUROPEE IN MATERIA DI INTERMEDIAZIONE FINANZIARIA

    Direttive per la costruzione del mercato unico del settore dell’intermediazione finanziaria (ovvero “del mercato dei valori mobiliari”, come si esprimono le direttive comunitarie) diventato operativo dal 1°.1.1996 almeno per ciò che riguarda la liberalizzazione delle operazioni di valori mobiliari (v. mercato unico dei servizi finanziari; v. anche direttive comunitarie sulle borse).

    Si veda MIFID I (Enciclopedia) MIFID II e UNIONE BANCARIA (ENCICLOPEDIA)

    Le definizioni elementari (di intermediari finanziari, di valori mobiliari e di mercato dei valori mobiliari) sono state stese nella raccomandazione 77/534/CEE della Commissione del 25.7.1977, contenente la proposta di un codice di condotta e che è quindi nota anche come Codice di Condotta Europeo sulle transazioni in valori mobiliari. Sulla base di questa raccomandazione vennero emanate le due direttive 79/279/CEE del 5.3.1979, 80/390/CEE del 17.3.1980, 82/121/CEE del 15.2.1982 e 88/627/CEE del 12.12.1988, riguardanti le condizioni per l’ammissione di valori mobiliari alla quotazione ufficiale e le informazioni periodiche che devono essere pubblicate dalle società le cui azioni sono ammesse alla quotazione ufficiale (nelle prime due sono previsti in specie l’obbligo di pubblicazione del prospetto informativo e della relazione semestrale, per la quale v. informazione societaria). Le quattro direttive sono state abrogate e sostituite dalla direttiva 2001/34/CE del 28.5.2001. Altri provvedimenti importanti sono la direttiva 85/611/CEE del 20.12.1985, oggetto di una lunga serie di modifiche, che uniforma tra i Paesi membri le disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative in materia di taluni OICVM; la direttiva 89/592/CEE del 13.11.1989, sull’insider trading; la direttiva 93/22/CEE dell’10.5.1993, relativa ai servizi di investimento nel settore dei valori mobiliari (modif. dalle direttive 95/26/CE del 28.6.1995 e 97/9/CE del 3.3.1997) che rappresenta per i servizi di investimento ciò che è stata la Seconda direttiva per il settore bancario. La direttiva 93/22/CEE, infatti, fissa anche per i servizi di investimento i principi di armonizzazione minimale, del controllo del Paese di origine (home country control) e del mutuo riconoscimento. Essa ha, inoltre, avuto un notevole impatto economico con la liberalizzazione dell’accesso alle borse di valori mobiliari e ai mercati di strumenti finanziari che ha esteso alle banche il principio del libero accesso delle imprese di investimento ai mercati regolamentati, abolendo la regola dell’esclusione delle banche dall’attività di borsa, rigidamente rispettata per secoli in taluni ordinamenti. La direttiva 93/6/CEE del 15.3.1993 (modif. dalla direttiva 98/31/CE del 22.6.1998) disciplina l’adeguatezza patrimoniale delle imprese di investimento e degli enti creditizi (questi ultimi in quanto operanti nei mercati mobiliari.) con l’obiettivo di realizzare la parità di trattamento degli enti creditizi e delle imprese di investimento, armonizzando gli obblighi patrimoniali (fissazione dei requisiti di capitale minimo iniziale, ai quali si aggiungono i requisiti di patrimonializzazione e copertura dei rischi). La direttiva 97/9/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 3 marzo 1997 che impone a ogni Stato membro di provvedere a che nel suo territorio siano istituiti e ufficialmente riconosciuti uno o più sistemi d’indennizzo degli investitori. Con qualche eccezione ammessa, nessuna impresa d’investimento autorizzata in tale Stato membro può svolgere operazioni d’investimento senza partecipare ad uno di tali sistemi. Da ricordare, infine, la raccomandazione 2000/408/CE della Commissione, del 2.6. 2000, relativa alla presentazione di informazioni integrative in materia di strumenti finanziari e di altro tipo a completamento dell’informativa prevista dalla direttiva 86/635/CEE relativa ai conti annuali e consolidati delle banche e degli altri istituti finanziari. La dir. 2004/39 del 21l4l2004 tratta dei servizi di investimento e dei mercati degli strumenti finanziari.

  • DIRETTIVE EUROPEE SULLE ASSICURAZIONI

    Direttive per la costruzione del mercato unico delle assicurazioni (v. mercato unico dei servizi finanziari) inteso come spazio senza frontiere interne in cui le imprese di assicurazione possano esercitare liberamente le loro attività. I provvedimenti europei appaiono avere due obiettivi: consentire a tutti i cittadini della UE l’accesso alla più vasta gamma di prodotti di assicurazione offerti, fornendo loro la dovuta tutela giuridica e finanziaria; garantire che ogni impresa di assicurazione riconosciuta in uno qualsiasi degli Stati membri l’esercizio dell’attività in tutta l'Unione, dal punto di vista del diritto di stabilimento e dal punto di vista della libera prestazione di servizi.

    La normativa UE aggiornata di riferimento nel settore è pubblicata da IVASS (qui).

    La storia della disciplina distingue tra assicurazioni sulla vita e altre assicurazioni.

    1. Assicurazioni sulla vita. Nel 1979 il Consiglio ha adottato la direttiva 79/267/CEE del 5.31979, nota come “Prima direttiva” di coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative riguardanti l’accesso all’attività dell’assicurazione diretta sulla vita ed il suo esercizio, cui hanno fatto seguito le direttive 90/619/CEE (seconda direttiva) e 92/49/CEE (terza direttiva). La seconda direttiva prevede un duplice regime per la libera prestazione di servizi secondo o il principio dell’home country control (per i titolari di polizze che non necessitano di una protezione specifica derivante dall’applicazione delle norme del loro Stato di residenza), o il principio del risk country control (per altri assicurati che hanno invece bisogno di questa particolare tutela; si fonda sull’applicazione delle norme e del controllo dello Stato membro in cui viene fornita la prestazione). La terza direttiva è diretta a costituire il mercato unico in base ai principi di riconoscimento amministrativo unico e di controllo delle attività delle imprese di assicurazione tramite le autorità dello Stato membro in cui si trova la sede sociale dell’assicuratore.

    2. Assicurazione diversa dall’assicurazione sulla vita. Anche per questi rami sono state emanate tre direttive: la prima direttiva 73/239/CEE del 24.7.1973 ha provveduto al coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative in materia di accesso e di esercizio dell’assicurazione diretta diversa dell’assicurazione sulla vita; la seconda direttiva 88/357/CEE disciplina l’esercizio della libera prestazione di servizi dell’assicurazione diversa dall’assicurazione sulla vita; la terza direttiva 92/49/CEE del 18.6.1992, modifica le precedenti e coordina le norme nazionali in materia di investimento, diversificazione e localizzazione delle attività rappresentative delle riserve tecniche; essa disciplina inoltre il diritto applicabile ai controlli di assicurazione, le condizioni di assicurazione e il controllo materiale delle polizze e dei documenti contrattuali, come pure l’accesso all’attività di assicurazione, il suo esercizio e il suo controllo, conformemente al principio di home country control.

    3. Settori specifici. Provvedimenti particolari sono state emanate per l’assicurazione obbligatoria responsabilità civile automobilistica, l’assicurazione tutela giuridica, l’assicurazioni credito e cauzione, i conti annuali e conti consolidati delle imprese di assicurazione. La direttiva 2001/17/CE del 19.3.2001 disciplina il risanamento e la liquidazione delle imprese di assicurazione.

  • DIRETTIVE EUROPEE SULLE BORSE

    Si veda la voce CAPITAL MARKETS UNION CMU.

    STORIA

    La disciplina europea nel settore borsistico trova il suo fondamento principalmente negli artt. 2 e 44 (ex 54) TCE i quali, per favorire uno sviluppo armonioso delle attività economiche nella Comunità, attribuiscono al Consiglio e alla Commissione i poteri necessari per la garanzia dei diritti e degli interessi dei soci e dei terzi nei confronti delle società quotate. In conformità a tali principi, la Commissione aveva adottato il 25.7.1977 la raccomandazione 77/534/CEE di un Codice di condotta europeo concernente le transazioni sui valori mobiliari. La materia era inoltre regolata da alcune direttive del Consiglio che precisavano il quadro generale in cui banche, imprese di assicurazione, imprese di investimento in valori mobiliari e organismi di investimento collettivo in valori mobiliari (OICVM), potevano esercitare la loro attività. Si trattava in particolare delle direttive 77/780/CEE e 89/646/CEE, delle direttive 73/239/CEE e 92/49/CEE, delle direttive 79/267/ CEE e 92/96/CEE e, infine, delle direttive 93/22/CEE e 85/611/CEE. Questa disciplina è stata significativamente innovata al fine di incrementare la vigilanza prudenziale in tutto il settore dei servizi finanziari, essenzialmente attraverso l’ampliamento dei poteri delle autorità competenti in materia. È da menzionare, in primo luogo, la direttiva 95/26/CE del 29 giugno 1995, che ha introdotto delle modifiche sia alla direttiva 93/22/CEE del 10.5.1993, relativa ai servizi di investimento nel settore dei valori mobiliari (modif. dalla direttiva 95/26/CE del 29.6.1995 e dalla direttiva 97/9/CE del 3.3.1997) che alla direttiva 85/611/CEE del 20.12.1985, concernente il coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative in materia di taluni OICVM. L’atto ha inteso così coordinare e uniformare la disciplina precedente introducendo e specificando il concetto di “stretti legami” quale criterio di valutazione dell’indipendenza dei diversi soggetti coinvolti. La direttiva precisa infatti che per stretti legami deve intendersi quella situazione nella quale due o più persone fisiche o giuridiche sono o, nella prima ipotesi, legate da una partecipazione, ossia dal fatto di “detenere direttamente o tramite un legame di controllo, il 20% o più dei diritti di voto o del capitale di un’impresa”, o, quale seconda ipotesi, sussiste un legame di controllo, ossia “il legame che esiste tra un’impresa madre e una figlia, in tutti i casi di cui all’articolo 1, paragrafi1 e 2 della direttiva 83/349/CEE, o da una relazione della stessa natura tra una persona fisica o giuridica e un’impresa; l’impresa figlia di un’impresa figlia è parimenti considerata impresa figlia dell’impresa madre che è a capo di tali imprese”. In relazione alle persone fisiche, la direttiva ulteriormente specifica che si ritiene costituisca uno stretto legame tra due o più persone fisiche o giuridiche “anche la situazione in cui tali persone siano legate in modo duraturo a una stessa persona da un legame di controllo”. La norma sottolinea quindi come le autorità competenti non dovrebbero accordare o mantenere l’autorizzazione di un’impresa finanziaria qualora gli stretti legami che la uniscono ad altre persone fisiche o giuridiche siano tali da ostacolare l’effettivo esercizio del loro compito di vigilanza. Viene poi precisato che il solo fatto di acquisire una percentuale significativa del capitale di una società non costituisce una partecipazione da prendere in considerazione ai fini della direttiva in parola, purché tale acquisizione venga effettuata solo in quanto investimento temporaneo e non consenta di esercitare un’influenza sulla struttura e la politica finanziaria dell’impresa. La direttiva richiama anche in questo settore il fondamentale principio del mutuo riconoscimento e del controllo esercitato dallo Stato membro d’origine da cui scaturisce che le autorità competenti di ogni Stato membro non concedano o revochino l’autorizzazione qualora elementi come il programma d’attività, l’ubicazione o le attività effettivamente svolte indichino in modo evidente che l’impresa finanziaria ha scelto il sistema giuridico di uno Stato membro al fine di sottrarsi ai criteri più rigidi in vigore in un altro Stato, e che quindi gli Stati membri devono esigere che l’amministrazione centrale di un’impresa finanziaria sia sempre situata nello Stato membro d’origine e che essa vi operi effettivamente. La Direttiva 95/26/CE, nel coordinare l’insieme delle disposizioni che disciplinano lo scambio di informazioni tra autorità per tutto il settore finanziario, come previsto dalla direttiva 93/22/CEE, richiama l’opportunità di rendere possibili gli scambi di informazioni tra le autorità competenti e le autorità o gli organismi interessati al corretto andamento del settore finanziario (tra cui vengono richiamate le autorità monetarie e in particolare le Banche centrali) precisando peraltro che, qualora sia prevista la possibilità di divulgare le informazioni, sia necessario il previo esplicito assenso delle autorità competenti. La norma stabilisce poi espressamente che debba essere introdotto nella direttiva 85/611/CEE lo stesso regime di segreto professionale per le autorità incaricate dell’autorizzazione e della vigilanza sugli OICVM. Con la direttiva 97/9/CE del 3.3.1997 relativa ai sistemi di indennizzo degli investitori, si è voluto puntare a un’armonizzazione minima in questo settore al fine di completare il mercato interno delle imprese di investimento. Si è così consentito che tra gli investitori e tali imprese si stabiliscano relazioni improntate a maggiore fiducia, segnatamente allorché si tratta di imprese originarie di altri Stati membri, evitando (o riducendo) le difficoltà che potrebbero derivare dall’applicazione, da parte di uno Stato membro ospitante, di norme nazionali, in materia di tutela degli investitori, non coordinate a livello comunitario.Affinamenti della disciplina degli OICVM sono stati introdotti dalla direttiva 2001/107/CE del 21.1.2002 e dalla direttiva 2001/108/CE del 21.1.2002, che modificano la direttiva 85/611/CEE per regolamentare le società di gestione (SGR) e i prospetti semplificati disciplinare taluni OICVM, con riguardo agli investimenti. La direttiva 2001/34/CE del 28.5.2001 si propone, invece, di coordinare le condizioni d’ammissione di valori mobiliari alla quotazione ufficiale delle borse valori e l’informazione da pubblicare su detti valori al fine di rendere equivalente la tutela degli investitori sul piano comunitario. Infine, la direttiva 89/592/CEE del 13.11.1989 coordina le normative concernenti le operazioni effettuate da persone in possesso di informazioni privilegiate (insider trading).

  • DIREZIONALITÀ

    Analisi tecnica. Indica il trend seguito dal mercato (rialzista o ribassista). Un mercato privo di direzionalità si definisce in congestione.

  • DIRIGENTE, IMPIEGO PRIVATO

    Questa qualifica è prevista in genere per quel lavoratore subordinato che è preposto alla direzione dell’Azienda o ad un settore autonomo o ad un ramo di essa. Nel settore del credito è, più specificamente, dirigente quel lavoratore subordinato che - rivestendo un ruolo caratterizzato da un elevato grado di professionalità, autonomia e potere decisionale e svolgendo funzioni di promozione, coordinamento e gestione generale al fine di realizzare gli obiettivi imprenditoriali - sia dalla propria azienda come tale qualificato (c.d. investitura formale). Talvolta si distingue fra dirigente amministrativo e dirigente tecnico, a seconda dei ruoli svolti, della delega dei poteri ecc Il contratto di lavoro con i dirigenti è normalmente a tempo indeterminato. Può anche venir stipulato a termine nei limiti previsti dall’art. 4, l. 18.4.1962 n. 230 (cinque anni, con possibilità di recesso dell’interessato dopo un triennio; sul punto v. ora il d.lg. 6.9.2001 n. 368). Non tutte le leggi in materia di lavoro riguardano i dirigenti i quali, per il particolare carattere della loro prestazione, sono esclusi, p.e., dalle tutele legali concernenti la stabilità del posto, l’orario di lavoro ecc La Confederazione di categoria tipica dei dirigenti è la CIDA (Confederazione Italiana Dirigenti d’Azienda). Nell’ambito delle varie categorie (per le quali v. anche la voce categorie e qualifiche del personale) i più diretti collaboratori dei dirigenti sono rappresentati dai quadri.

  • DIRIGENTE, IMPIEGO PUBBLICO

    Per quanto riguarda il settore pubblico (oggi soggetto alla “privatizzazione) va rilevato che con d.lg. 3.2.1993 n. 29 (oggi trasfuso nel d.lg. 30.3.2001 n. 165, norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche) sono state definite nuove regole sulla dirigenza pubblica. Sono stati delineati gli ambiti di attività degli organi di governo rispetto alla dirigenza cui spetta l’adozione degli atti e provvedimenti amministrativi, compresi gli atti che impegnano l’amministrazione verso i terzi. Ai dirigenti compete la gestione finanziaria, tecnica ed amministrativa mediante autonomi poteri di spesa, di organizzazione delle risorse umane, strumentali e patrimoniali. Sono quindi responsabili sia dell’attività amministrativa che gestionale del settore cui sono preposti. Si parla in proposito di responsabilità di risultato. Il mancato conseguimento degli obiettivi o la non realizzazione dei progetti può comportare la revoca dell’incarico di posizione con conseguente indennità economica. Da segnalare l’estensione delle norme generali al settore della sanità e nei contratti collettivi, nelle norme del d.lg. 30.12.1992 n. 502 modificato dal d.lg. 19.6.1999 n. 229. La novità è data dall’assoggettamento al rapporto di lavoro esclusivo (ossia con divieto di esercitare attività libero professionale extra-moenia) a medici, farmacisti, veterinari, chimici, fisici, psicologi e odontoiatri, dipendenti del ruolo sanitario, da un’ASL o da un’azienda sanitaria ospedaliera. L’incompatibilità si riferisce alle assunzioni avvenute successivamente al 31.12.1998. Per i sanitari già in servizio al 31.12.1998 che non hanno optato per il rapporto di lavoro in via esclusiva, è consentito di esercitare la libera professione extra-moenia ma non possono assumere incarichi di direzione di struttura semplice o complessa. Essi svolgono quindi funzioni aventi carattere professionale anche di alta specializzazione, attività di consulenza e ricerca, di verifica e controllo. Va ricordato, infine, che l’incarico di direzione di struttura complessa (ex primariato) l’attribuzione è effettuata dal Direttore Generale previo avviso di selezione pubblicato sulla G.U. Gli incarichi sono affidati per 5 anni o 7 anni con facoltà di rinnovo.

  • DIRITTI DI CUSTODIA E AMMINISTRAZIONE

    Compensi che il cliente deve corrispondere alla banca per il servizio di deposito a custodia e amministrazione, generalmente commisurati al valore del deposito.

  • DIRITTI DOGANALI

    Sin.: dazi doganali. Obbligazioni tributarie consistenti in somme di denaro che la dogana è tenuta a riscuotere (in forza di legge) in relazione alle operazioni doganali. Nell’ampia categoria dei diritti doganali sono compresi istituti assai diversi, sia di natura tributaria (diritti di confine) sia di natura non tributaria (per prestazioni amministrative varie). I diritti di confine comprendono i dazi di importazione e quelli di esportazione, i prelievi e le altre imposizioni all’importazione o all’esportazione previsti dai regolamenti comunitari e dalle relative norme di applicazione e in ordine alle sole importazioni, i diritti di monopolio, le sovraimposte di confine e ogni altra imposta o sovraimposta di consumo a favore dello Stato. L’obbligazione tributaria afferente i diritti doganali sorge, per le importazioni, al momento in cui le merci estere vengono destinate al consumo entro il territorio doganale (ossia dichiarate per l’importazione definitiva) e, per le esportazioni, quando le merci nazionali o nazionalizzate vengono destinate al consumo fuori dal territorio doganale (ossia dichiarate per l’esportazione definitiva). Le fonti normative in materia sono il codice doganale comunitario, istituito dal regolamento (CEE) n. 2913/92 del Consiglio dell’UE del 12 ottobre 1992 per regolare con criteri uniformi le transazioni commerciali tra gli Stati europei e i Paesi terzi, (entrato in vigore l’1.1.1994) cui si affianca il regolamento (CEE) n. 2454/93 della Commissione Europea del 2 luglio 1993, che fissa talune disposizioni d’applicazione del Codice stesso.Questi provvedimenti, unitamente al d.p.r. 23.1.1973 n. 43, costituiscono le fonti della particolare materia. Si segnala inoltre l’avvenuta approvazione del Testo unico delle imposte di consumo e di fabbricazione con d.lg. 26.10.1995 n. 504 (v. imposta di fabbricazione; armonizzazione fiscale comunitaria-accise).

  • DIRITTI SPECIALI DI PRELIEVO - DSP

    (fr. Droit de Tirage Specials-DTS; ingl.: Special Drawing Rights-SDR). Speciale strumento finanziario internazionale istituito dal Gruppo dei Dieci (G-10) nel 1969 come attività di riserva internazionale creata e gestita dal FMI per aumentare la liquidità internazionale e per finanziare l’espansione del commercio mondiale e lo sviluppo economico, male supportati dalla crescita delle principali riserve valutarie dell’epoca: l’oro e il dollaro USA. La produzione dell’oro era inadeguata e variabile in modo non prevedibile. L’offerta di quantità addizionali di dollari richiedeva un persistente deficit della bilancia dei pagamenti USA e ciò costituiva una minaccia per il valore stesso del dollaro. Con i DSP venne creata una nuova attività di riserva internazionale da aggiungere all’oro e al dollaro nelle riserve ufficiali con l’intento, in più, di rendere per la prima volta la regolamentazione della liquidità soggetta a consultazioni e decisioni internazionali.

    1. Creazione e uso dei DSP. I DSP sono amministrati da un ufficio appositamente costituito nel 1969, lo SDR Department, tenuto separato finanziariamente e contabilmente dall’altra struttura del FMI, il General Department. I DSP vengono creati attraverso un processo di assegnazione (allocation). Quello attualmente operativo è la general allocation con cui tra le banche centrali dei Paesi membri in proporzione alle quote di partecipazione al FMI è ripartita una quantità di DSP giudicata necessaria dal FMI nel lungo periodo per l’integrazione delle attività di riserva esistenti. La decisione è presa dal Board of Governors con una maggioranza dell’85% del totale dei voti e su proposta del Direttore generale. La seconda e ultima assegnazione, fatta il 1°.1.1981 ha portato il totale delle assegnazioni a 21,4 miliardi di DSP. Una terza special onetime allocation che dovrebbe raddoppiare l’ammontare delle assegnazioni in essere è stata deliberata nel settembre 1997, ma diventerà operativa solo con l’accettazione dei tre quinti dei membri del FMI con l’85% del totale dei voti, tuttora non raggiunti. Ogni Paese paga un interesse sulle assegnazioni di DSP ricevute e riceve un interesse sulle attività in DSP tenute presso il FMI. Poiché il tasso di interesse attivo è uguale a quello passivo, di fatto il Paese nulla corrisponde e nulla riceve finché non modifica la propria assegnazione di DSP e l’assegnazione è dunque senza costi per l’assegnatario. Le banche centrali possono utilizzare le attività in DSP per scambiarle con freely usable currencies al valore del giorno. Esse vengono perciò a possedere meno DSP di quanto sono stati loro assegnati e pagano l’interesse sulla differenza. Le banche centrali degli altri Paesi che hanno acquistato DSP cedendo le loro valute vengono ad avere più DSP della loro assegnazione e ricevono in pagamento interessi per la differenza. Il saldo aggregato degli interessi resta zero. Nulla viene incamerato dallo SDR Department che svolge quindi, a questo riguardo, solo compiti contabili. I DSP non sono moneta effettiva e nemmeno attribuiscono un diritto verso il FMI. Essi sono piuttosto un diritto potenziale verso le freely usable currencies (lett.: moneta liberamente utilizzabile) dei Paesi membri, secondo la denominazione data dal FMI a quelle monete altrimenti conosciute come valuta convertibile e cioè dollari USA, Euro, yen e lira sterlina. Il valore dei DSP come attività di riserva deriva dagli impegni dei Paesi membri di detenere e accettare DSP e di onorare alcuni obblighi connessi alle operazioni proprie del sistema dei DSP. Il FMI assicura il diritto sulle freely usable currencies in due modi: designando i Paesi membri del FMI con una solida posizione di riserve internazionali nelle quattro valute predette che devono acquistare DSP dai Paesi membri con una posizione debole e attraverso accordi di scambio volontario tra i partecipanti. I DSP compaiono solo nei conti che ciascun Paese membro intrattiene con il FMI come una scrittura e rientrano pertanto nelle riserve ufficiali del Paese stesso e sono, quindi, moneta scritturale della specie moneta di conto.

    2. Determinazione del valore dei DSP e del tasso di interesse sull’utilizzo. Come moneta di conto (nella quale sono oggi già tenuti i bilanci di alcune organizzazioni internazionali), il DSP era stato inizialmente definito come corrispondente al dollaro degli Stati Uniti con il contenuto aureo stabilito nel 1944 (gr. 0,888671). Dopo la dichiarazione della inconvertibilità del dollaro nell’agosto 1971, questo riferimento ha perso gran parte del suo significato. Pertanto, dall’1.7.1974, il corso giornaliero del DSP è stato ragguagliato a un basket di valute relative a 16 paesi. Poiché nel paniere dei DSP erano contenute monete per le quali non sussistevano mercati a termine, dal 1°.1.1981 il riferimento è stato ridotto da 16 a 5 monete principali (dollaro USA, marco tedesco, yen, franco francese, lira sterlina) appartenenti ai Paesi con le maggiori quote di esportazioni (primo criterio) e maggiormente usate nelle transazioni internazionali (secondo criterio). Dal 1°.1.1999 marco tedesco e franco francese sono stati sostituiti con l’euro. Il paniere è rivisto ogni cinque anni in modo da aggiornare i pesi assegnati alle singole valute secondo l’evolvere del ruolo che ciascun Paese (o unione: è il caso dell’UE per l’euro) svolge nel commercio e nella finanza internazionale e cioè secondo la quota del commercio internazionale (primo criterio) e l’ammontare delle riserve denominate in tali valute detenute dagli altri Paesi membri del FMI (secondo criterio). L’ultima revisione del paniere è avvenuta con decorrenza 1°.1.2001 ed è applicabile fino a tutto il 2005. Il valore di 1 DSP in dollari USA è calcolato giornalmente dal SDR Department sulla base delle quotazioni delle quattro divise alle ore dodici sul mercato di Londra. Il computo del tasso di interesse (SDR interest rate) è fatto, sempre dallo SDR Department, per lo stesso basket di monete e cioè euro, yen, lira sterlina e dollaro USA e per i tassi a tre mesi rispettivamente dell’Euribor (Euro Interbank Offered Rate), per i Government financing bills giapponesi a 13 settimane, per i Treasury bills a tre mesi inglesi e statunitensi. Il computo è rappresentato nel prospetto seguente. I tassi sono rilevati il venerdì e il tasso di interesse sui DSP che risulta dal computo è applicato per la settimana successiva.

    Computo del valore di 1 DSP.  
      a) Quantità b) Cambio in $  c=(axb)
    Euro 0,426 0,86790 0,36974
    Yen 21 0,00749 0,15726
    Sterlina 0,0984 1,42100 0,13984
    Dollaro USA 0,577 1,00000 0,57700
    Valore di 1 DSP in $    1,24384
           
           
    Computo del SDR interest rate.  
      d) Cambio in DSP  e) Tassi  f=(axdxe)
    Euro 0,69776 3,4138 1,0147
    Yen 0,00602 0,0010 0,0001
    Sterlina 1,14243 3,8809 0,4363
    Dollaro USA 0,80396 1,7700 0,8211
    Tasso di interesse applicabile   2,2722

    Il valore del dollaro USA in DSP è il reciproco del valore di 1 DSP in dollari. Il valore in termini di DSP delle altre monete è derivato dal loro cambio in dollari USA riportato dalle rispettive banche centrali di emissione, eccetto che per il rial iraniano e il dinar libico il cui valore è già ufficialmente espresso in DSP. Il valore dei DSP è pubblicato giornalmente dal FMI nel suo sito (http://www.imf.org/), è diffuso da diverse agenzie (p.e. Reuters, AP Dow Jones, AFP e UPI) ed è pubblicato dai maggiori quotidiani finanziari (Journal of Commerce, Financial Times of London, London Times, Agence économique et financière, Neue Zuercher Zeitung, Asian Wall Street Journal, The Economist, Wall Street Journal). Sul sito del FMI si trovano le serie storiche i valori della conversione di 45 valute (comprese le quattro che formano il basket) per 1 DSP e il computo del tasso di interesse.

  • DIRITTO BANCARIO

    È il complesso delle norme che disciplinano la costituzione, l’organizzazione e l’esercizio dell’attività bancaria. Poiché tale attività rappresenta un fattore condizionante dello sviluppo economico, essa assume anche una rilevanza pubblicistica. Consegue che il diritto bancario si compone di norme sia di diritto privato, che disciplinano più strettamente l’impresa bancaria, sia di diritto pubblico, che riguardano i controlli e la vigilanza esercitata dallo Stato in funzione della tutela del risparmio, della stabilità e liquidità del sistema bancario e del mercato monetario. Le fonti del diritto bancario si trovano anzitutto a livello costituzionale: nell’art. 41 Cost., come attività d’impresa, e sopratutto nell’art. 47, Cost., il quale prescrive che la Repubblica incoraggi e tuteli il risparmio in tutte le sue forme e che disciplini, coordini e controlli l’esercizio del credito. È quindi espressamente riconosciuta la possibilità di un controllo sull’attività bancaria in funzione di tutela del risparmio. È poi da segnalare che le Regioni a statuto speciale hanno una limitata competenza legislativa, concorrente con quella dello Stato, che si può esercitare esclusivamente nella disciplina dell’ordinamento di banche a carattere regionale. A livello di legislazione ordinaria, la legge fondamentale è il testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia (TUBC; d.lg. 1.9.1993 n.385) entrato in vigore il 1°.1.1994, cui sono da aggiungere il d.lg. 24.6.1998 n.213 (decreto euro) attuativo della l. 17.12.1997 n. 433, col quale è stato regolato il passaggio alla moneta unica europea e le norme del codice civile (artt.1834-1860) che disciplinano i contratti bancari. Esistono poi le fonti del diritto bancario c.d. secondarie, che consistono negli atti di natura amministrativa adottati dalle Autorità creditizie (in particolare. Comitato interministeriale per il credito e il risparmio, Ministero dell’economia e delle finanze e Banca d’Italia), la cui importanza è stata accentuata dal TUBC. Quanto agli usi, normativi e negoziali, del settore (v. consuetudine), essi hanno sempre assunto un’importanza particolare che tuttavia è stata notevolmente ridimensionata dalle norme sulla trasparenza delle condizioni contrattuali. Non costituiscono fonte di diritto nemmeno secondaria, almeno secondo la tesi prevalente, le norme uniformi bancarie predisposte dall’ABI le quali devono invece essere qualificate come condizioni generali di contratto ai sensi dell’art. 1341 c.c.

  • DIRITTO COMUNITARIO

    1. Nozione. La Corte di Giustizia delle Comunità europee e la dottrina hanno gradualmente delineato una nozione di diritto comunitario facendo principalmente riferimento ai rapporti tra il diritto interno e lo stesso diritto comunitario, lasciando tuttavia ai margini il rapporto con l’ordinamento internazionale (ma v. Corte di giustizia delle Comunità europee, sentenza 31 marzo 1971, in causa 22/70, AETS). Per tale nozione risultano fondamentali alcune sentenze della Corte di Giustizia, in particolare quelle del 5 febbraio 1963 (in causa 28/62, Van Gend en Loos) e del 15 luglio 1964 (in causa 6/64, Costa-ENEL) entrambe pronunciate ai sensi dell’art. 177 TCE (ora art. 234 CE): nella prima si afferma infatti che “la Comunità costituisce un ordinamento giuridico di nuovo genere nel campo del diritto internazionale, a favore del quale gli Stati hanno rinunziato, anche se in settori limitati, ai loro diritti sovrani, ordinamento che riconosce come soggetti non soltanto gli Stati membri ma anche i loro cittadini”; nella seconda pronuncia invece, la Corte del Lussemburgo ha precisato che “il Trattato CEE ha istituito un proprio ordinamento giuridico, integrato nell’ordinamento giuridico degli Stati membri”. Sulla stessa linea si sono sostanzialmente collocate, pur se con alcune eccezioni, anche le Corti costituzionali nazionali ed i giudici ordinari anche di ultima istanza. In particolare la Corte costituzionale italiana si è pronunciata con numerose sentenze, tra le quali vanno ricordate le seguenti: 27 dicembre 1973, n. 183, 30 ottobre 1975, n. 232, 28 luglio 1976, n. 205, 29 dicembre 1977, n. 163, 6 ottobre 1981, n. 176. Di indubbio interesse, anche perché in un certo qual modo anticipatrice della linea della Corte di Giustizia CE, è altresì la pronuncia del Consiglio di Stato del 7 novembre 1962, n. 778.

    2. Principio di prevalenza. Circa i caratteri dell’ordinamento comunitario, va anzitutto ricordato il principio della prevalenza (o “preminenza”, “primauté”, “primato”, “superiorità”, “supremazia”, “primazia”) del diritto comunitario rispetto al diritto interno anche di rango costituzionale. Fondamentale, a questo riguardo, è quanto affermato dalla Corte del Lussemburgo nella richiamata sentenza “Costa-ENEL”: “il trasferimento, effettuato dagli Stati a favore dell’ordinamento giuridico comunitario, dei diritti e degli obblighi corrispondenti alle disposizioni del trattato implica, una limitazione definitiva di loro diritti sovrani, di fronte alla quale un atto unilaterale, incompatibile col sistema della Comunità, sarebbe del tutto privo di efficacia”.

    3. Effetto diretto verticale e orizzontale. Altro elemento caratterizzante il diritto comunitario è il c.d. effetto diretto da tenere distinto da quello dell’applicabilità diretta. Nella citata sentenza Van Gend en Loos, la Corte di Giustizia ha affermato che, poiché il diritto comunitario è atto tanto ad imporre ai singoli degli obblighi quanto ad attribuire loro dei diritti soggettivi, ove delle norme comunitarie pongano “un divieto chiaro e incondizionato” e preciso per lo Stato, esse saranno atte a produrre direttamente degli effetti sui rapporti giuridici intercorrenti fra gli Stati membri ed i loro amministrati (c.d. effetto diretto verticale, distinto dall’effetto diretto orizzontale, cioè relativo ai rapporti tra privati, generalmente non ammesso salvo alcune pronunce della Corte di giustizia delle Comunità europee quali 12 dicembre 1974, c. 36/74, Walrave; 8 aprile 1976, c. 43/75, Defrenne II). Tali norme possono pertanto essere invocate dai privati che se ne vogliano avvalere anche davanti ai giudici ed alle amministrazioni nazionali ove lo Stato sia venuto meno agli obblighi assunti. Sempre secondo la Corte di giustizia delle Comunità europee, l’applicabilità diretta va invece intesa “nel senso che le norme di diritto comunitario devono esplicare la pienezza dei loro effetti, in maniera uniforme in tutti gli Stati membri, a partire dalla loro entrata in vigore e per tutta la durata della loro validità; dette norme sono quindi fonte immediata di diritti ed obblighi per tutti coloro ch’esse riguardano, siano questi gli Stati membri ovvero i singoli, soggetti di rapporti giuridici disciplinati dal diritto comunitario” (sentenza 9 marzo 1978, c. 106/77, Simmenthal). Gli Stati devono pertanto astenersi sia dalla prassi di adottare norme di diritto interno che diano attuazione alle norme che non hanno bisogno di alcuna mediazione nazionale (come di norma i regolamenti), sia non adottare o provvedere ad eliminare le norme nazionali eventualmente contrastanti. In sintesi può affermarsi che una norma è dotata di effetto diretto quando l’applicazione del suo contenuto precettivo (chiaro, preciso ed incondizionato) può essere invocata davanti ai giudici ed alle autorità nazionali in presenza di un obbligo di fare dello Stato, in riferimento cioè alla mancanza di misure conformi o alla presenza di misure contrastanti di diritto interno; l’applicabilità diretta caratterizza invece le norme per le quali sussista per lo Stato un obbligo di non fare, nel senso che questo deve astenersi dall’adottare o dall’applicare norme di diritto interno con esse contrastanti.

    4. Fonti primarie. Le fonti primarie del diritto comunitario sono i Trattati istitutivi e gli altri trattati internazionali adottati tra gli Stati membri, che si sono via via inseriti nell’alveo del sistema comunitario modificando ed integrando i trattati originari: essi costituiscono quindi il c.d. diritto comunitario ”originario”. Il diritto comunitario “derivato” è invece costituito dagli atti delle istituzioni comunitarie, adottati per raggiungere gli scopi ed i fini del trattato conformemente allo stesso trattato. Tra i principali atti di diritto originario, fonti primarie del diritto comunitario, devono essere menzionati, oltre ai Trattati CECA, CE ed Euratom, anche i trattati di adesione dei nuovi Membri alle Comunità europee; l’Atto unico europeo (1986); il Trattato sull’Unione europea di Maastricht (1992); il Trattato di Amsterdam (1997); il Trattato di Nizza (2000). Tra le fonti, vanno altresì inclusi i principi generali comuni ai diritti degli Stati membri (art. 288 CE e 188 CEEA) che costituiscono un parametro di legittimità e un criterio di interpretazione ed integrazione del diritto comunitario (v., tra le altre, sentenze Corte di giustizia delle Comunità europee, 13 dicembre 1979, causa 44/79, Hauer; 18 maggio 1982, c. 155/79, AM & S; 30 settembre 1987, c. 12/86, Demirel; 26 aprile 1988, c. 316/86, Krücken).

    5. Diritto derivato. Il diritto derivato è costituito dagli atti previsti dall’art. 249 CE (cui corrispondono l’art. 161 Euratom e l’art. 14 CECA): si tratta dei regolamenti, delle direttive e delle decisioni. Questi atti hanno natura vincolante, pur se con specifiche caratteristiche. In estrema sintesi può affermarsi quanto segue: i regolamenti hanno portata generale, sono obbligatori in tutti i loro elementi e sono per ciò immediatamente applicabili; le direttive obbligano per gli obbiettivi da raggiungere, lasciando allo Stato la scelta degli strumenti e dei modi appropriati per raggiungere tali scopi entro un termine prefissato; le decisioni sono vincolanti in tutti i loro elementi ma per i soli destinatari cui sono indirizzate. Deve notarsi che in principio non esiste una gerarchia precostituita tra queste tipologie di atti, tuttavia la giurisprudenza comunitaria (Corte di giustizia delle Comunità europee, sentenza 10 maggio 1971, in causa 38/70, Deutsche Tradax) ha precisato che un atto va considerato superiore all’altro quando il secondo sia emanato in esecuzione del primo. Elemento fondamentale di tutti gli atti comunitari è la motivazione (art. 253 CE) che viene normalmente indicata nel preambolo dell’atto stesso e che ne costituisce parte integrante (attraverso i c.d. considerando, cioè le considerazioni ed i richiami che precedono l’effettivo testo normativo dell’atto).

    6. Modo di indicazione delle fonti di diritto comunitario.a) I regolamenti vengono individuati sulla base di un numero progressivo seguito dalle ultime due cifre dell’anno di adozione, il tutto preceduto dall’indicazione del tipo di atto (appunto, Reg. o regolamento) e dalla o dalle istituzioni che l’hanno adottato, seguito dalla data di adozione e dall’argomento di cui tratta (p.e.: Regolamento della Commissione n. 69/01 del 12 gennaio 2001, relativo a ecc., abbreviato in Reg. 69/01). b) Per le decisioni, l’indicazione dell’atto viene seguita dalla menzione dell’Istituzione adottante, dall’anno di pubblicazione seguito da un numero progressivo, dalla data di adozione e dall’argomento (p.e.: Decisione della Commissione n. 2001/212, del 16 maggio 2000 concernente ecc., abbreviato in Dec. 2001/212). c) Per le direttive, l’indicazione dell’atto viene seguita dall’indicazione prima delle due ultime cifre dell’anno di adozione e poi dal numero progressivo attribuito su base annua seguito dall’istituzione adottante, dalla data e dall’argomento (p.e.: Direttiva 95/46 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa ecc., abbreviata in Dir. 95/46). d) L’art. 249 CE prevede la possibilità di adozione di raccomandazioni e pareri, peraltro non dotati, in linea di principio, di efficacia vincolante (con la precisazione che le raccomandazioni CECA sono però degli atti analoghi alle direttive previste dai trattati CE e CEEA e dotate del medesimo valore vincolante). e) Oltre agli atti di cui all’art. 249 CE detti “tipici”, le istituzioni e gli organi comunitari adottano tutta una serie eterogenea di atti c. d. atipici, variamente denominati, e dotati spesso (quantomeno di fatto) di rilevante peso nell’attuazione del diritto comunitario: sono da menzionare le delibere, gli accordi interistituzionali, gli orientamenti, i programmi, i piani d’azione, etc.

    7. Normativa interna d’attuazione. Le leggi e gli atti interni che hanno dato e danno attuazione alle norme comunitarie sono estremamente numerose, tanto da escludere una sia pur sommaria elencazione in questa sede. Risulta peraltro utile indicare di quali strumenti generali l’ordinamento italiano si sia dotato al fine di adempiere in modo organico agli obblighi assunti in sede comunitaria. In primis, con la legge 16 aprile 1987 n. 183 “sul coordinamento delle politiche riguardanti l’appartenenza dell’Italia alle Comunità Europee e l’adeguamento dell’ordinamento interno agli atti normativi comunitari” il nostro Paese ha adottato uno strumento espressamente destinato a risolvere l’annoso problema costituto dal ritardo nell’emanazione di misure di diritto interno specificamente finalizzate all’attuazione delle direttive comunitarie. Inoltre, il 9 marzo 1989 il Parlamento italiano ha adottato la l. 9.3.1989 n. 86 (legge La Pergola) la quale ha previsto l’adozione annuale da parte dello stesso Parlamento di un provvedimento definito legge comunitaria (la prima legge comunitaria è stata la l. 29.12.1990 n. 428; la più recente delle quali è la legge 29 dicembre 2000, n. 422 “Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee-Legge comunitaria 2000”). In base alla legge 86/89 il Parlamento individua così caso per caso il più idoneo ed opportuno atto da adottare per conformarsi agli obblighi comunitari assunti dal nostro Paese. La “legge comunitaria” può pertanto contenere direttamente delle norme di attuazione, ovvero attuare un procedimento di “delegificazione” (ove si tratti di materie già disciplinate da legge ma non sottoposte a riserva di legge) con una delega al Governo, ovvero conformarsi agli obblighi comunitari in via amministrativa (ove non vi sia riserva di legge e non occorra modificare delle leggi). Di fatto, in questo procedimento risulta che il ruolo del Parlamento resta marginale, in quanto difficilmente esso riesce ad utilizzare gli strumenti per incidere sul disegno di legge presentato dal Governo sul quale resta l’effettivo potere/onere di adempiere agli obblighi – peraltro da esso stesso – assunti in sede comunitaria.

  • DIRITTO DI OPZIONE

    Clausola, o convenzione (patto di opzione) stipulata da due parti in vista di una futura ed eventuale conclusione di un contratto (o altro negozio giuridico), per effetto della quale il promittente rimane vincolato alla propria dichiarazione, che l’altra parte, per un certo tempo stabilito di comune accordo o dal giudice, ha facoltà di accettare o meno. Per il tempo fissato la proposta si considera irrevocabile (art. 1331 c.c.; v. anche opzione). L’istituto trova una particolare applicazione nell’ambito delle società per azioni. L’art. 2441 c.c. stabilisce, infatti, che, in sede di aumento del capitale sociale a pagamento, le azioni ordinarie di nuova emissione devono essere offerte in opzione agli azionisti in proporzione al numero di titoli da loro posseduti. Il termine per l’esercizio del diritto è di 30 giorni dalla sua pubblicazione mediante iscrizione della relativa delibera nel registro delle imprese. Il termine è dimezzato per le società quotate in borsa (art. 134.1 d.l.g. 24.2.1998 n. 58). La giustificazione economica del diritto di opzione riconosciuto ai vecchi soci, i quali hanno contribuito all’accrescimento del capitale netto aziendale attraverso la rinuncia a quote di utili in esercizi precedenti, sta nella possibilità loro accordata di monetizzare tale sacrificio in occasione dell’aumento del capitale sociale. Il diritto di opzione non spetta per le azioni che devono essere liberate mediante conferimenti in natura e può inoltre essere escluso o limitato quando l’interesse della società lo esige ovvero se le azioni vengono offerte in sottoscrizione ai dipendenti della società.

  • Diritto di Proprietà Intellettuale (Enciclopedia)

    Il diritto di proprietà intellettuale (DPI) si riferisce alla protezione di idee nuove ed uniche, di prodotti e creazioni risultanti dalla creatività umana e dall'innovazione. Copyright (o diritto d’autore), marchi registrati e brevetti, diritti di database e diritti di prestazione sono i diritti più importanti anche per quanto riguarda i contenuti digitali. Una volta che uno sforzo creativo e l'innovazione sono protetti, i relativi diritti possono essere scambiati, venduti e comprati, lasciati in eredità e concesso in licenza.

    Il diritto di proprietà intellettuale (DPI) è di cruciale importanza nel dibattito economico: le prime pagine dei giornali riportano continuamente grandi controversie tra imprese, governo e movimenti di difesa. I parlamenti nazionali, l'Unione europea e l’Accordo Nordamericano per il Libero Scambio (NAFTA) affrontano ripetutamente l’argomento. I DPI sono diventati uno dei core business dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Infatti, l' "Accordo sugli Aspetti Commerciali dei Diritti di Proprietà Intellettuale" (TRIPS), elemento fondante dell’OMC, costituisce il tentativo più importante di stabilire un’armonizzazione globale della protezione e del rispetto della proprietà intellettuale (PI), nonché la creazione di standard internazionali per la protezione dei brevetti, diritti d'autore, marchi registrati e design. In una parola, i DPI sono emersi come una questione centrale all’interno dello scenario politico di innovazione globale.

    L’espressione “Proprietà Intellettuale” si riferisce alle creazioni della mente: invenzioni, opere letterarie e artistiche, simboli, nomi, immagini e disegni utilizzati in commercio. Essa si divide in due categorie:

    - la proprietà industriale, che include le invenzioni (brevetti), i marchi e gli altri segni distintivi, i disegni industriali e le indicazioni geografiche di origine, le topografie dei prodotti e dei semiconduttori, i modelli di utilità, le informazioni aziendali riservate e le nuove varietà vegetali;

    - il diritto d'autore, che include opere letterarie e artistiche, come romanzi, poesie e opere teatrali, film, opere musicali, quelle coreografiche e pantomimiche, le opere artistiche come disegni, dipinti, fotografie, sculture insieme a disegni architettonici, nonchè i programmi per elaboratore e le banche dati.

    Diritti connessi al diritto d'autore sono quelli propri degli artisti nelle loro esibizioni, dei produttori di fonogrammi nelle loro registrazioni e quelli delle emittenti nei loro programmi radiofonici e televisivi. Tali diritti si pongono accanto alla categoria dei diritti d'autore, che nascono nel momento stesso in cui l'opera intellettuale prende forma e che riconoscono all'autore facoltà esclusive di utilizzazione economica dell'opera stessa. Seppure il diritto patrimoniale sull'opera di ingegno sia unico, i legislatori hanno attribuito agli autori alcuni specifici diritti, tra di loro indipendenti, per utilizzare economicamente le opere tutelate. Va peraltro rammentato che, anche in ipotesi di cessione, definitiva o temporanea dei diritti di utilizzazione economica dell'opera tutelata, l'autore conserva il diritto morale di rivendicarne la paternità e di opporsi a qualsiasi sua deformazione, mutilazione o altra modificazione che sia tale da creare danno all'opera stessa o pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione.

    Contesto storico

    Il moderno sistema dei brevetti, fondato sulla valutazione degli obiettivi alla base delle invenzioni, è stato introdotto dalla Repubblica di Venezia nel 1474. I due requisiti indicati dalla Repubblica di Venezia - l'utilità e la novità dell'invenzione - sono ancor’oggi in vigore in tutti i paesi. In sostanza, l'inventore e il Governo siglano un patto a lungo termine: l'inventore si impegna a rivelare tutte le informazioni della sua invenzione, mentre il Governo si impegna a fornire la protezione legale volta a garantire i diritti esclusivi sul rendimento economico dell’invenzione. I diritti di proprietà intellettuale si sono evoluti notevolmente nel corso dei secoli, ma il patto a lungo termine tra inventore e governo è rimasto immutato. Fornendo i diritti di proprietà intellettuale, il Governo assicura all'inventore il diritto di poter escludere chiunque cerchi di utilizzare il risultato dell’attività creativa senza la sua autorizzazione. In tal modo, il Governo garantisce all'inventore un monopolio legale per lo sfruttamento dell’invenzione e si assicura il godimento dei relativi benefici economici per un limitato periodo di tempo. Tuttavia, la normativa è tutt'altro che uniforme: per il copyright la divulgazione è completa dal momento in cui si pubblica un libro o un film, mentre le invenzioni in generale devono superare un esame di merito prima di essere garantite da un brevetto. Tutto questo si verifica, però, di rado e l'inventore spesso cerca di nascondere il più possibile la sua invenzione, mentre il Governo non è in grado di assicurarsi la piena appropriazione dei rendimenti dell'invenzione. Attraverso questo accordo, il Governo riesce a divulgare informazioni sulle conoscenze già generate, e forse cosa più importante, a fornire un incentivo per gli individui ad investire tempo e risorse in attività creative; esse richiedono infatti tempo e denaro, mentre non si è sempre sicuri del ritorno economico che potranno o meno generare. Una volta che l'inventore ha scoperto un nuovo dispositivo, o un musicista ha scritto una nuova sinfonia, diventa facile per gli altri sfruttare i loro risultati a costi molto bassi. Senza protezione legale gli inventori e gli autori non sono in grado di sfruttare a pieno le proprie opere e ottenere gli adeguati ritorni economici. Di conseguenza l’assenza di un’adeguata regolamentazione pubblica porterebbe ad un sotto-investimento in termini di attività creative e quindi ad un relativo livello di produzione non socialmente ottimale.Il regime dei diritti di proprietà intellettuale può essere definito in base alle regole scritte e consuetudinarie che si applicano all'interno di una specifica comunità politica. In alcuni paesi, (quelli europei) il Governo impone una forte protezione per i diritti di proprietà intellettuale e ai titolari viene garantito che le infrazioni saranno risarcite e perseguite dalla legge. In altri paesi, (quelli in via di sviluppo) il regime dei diritti di proprietà intellettuale è molto più debole e c'è molto meno interesse nel garantire il rispetto di tali diritti. Le pene per la violazione della legge sono molto meno severe e i tribunali sono lenti e permissivi. L’uso moderno del termine "proprietà intellettuale" risale almeno fino al 1867 con la fondazione della Confederazione Tedesca del Nord la cui costituzione prevedeva un potere legislativo in merito alla protezione della proprietà intellettuale all’interno della confederazione. Quando le segreterie amministrative stabilite dalla Convenzione di Parigi (1883) e dalla Convenzione di Berna (1886) si fusero nel 1893 adottarono il termine “proprietà intellettuale” all’interno del loro nuovo nome, gli “Uffici Internazionali Uniti per la Protezione della Proprietà Intellettuale”. L'organizzazione in seguito si trasferì a Ginevra nel 1960 e gli successe nel 1967 la creazione dell'Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale (OMPI), come agenzia delle Nazioni Unite. Fino a poco tempo fa, lo scopo della legge sulla proprietà intellettuale era quello di garantire il minor grado possibile di protezione al fine di incoraggiare l'innovazione. Storicamente, dunque, tali diritti, limitati nel tempo e nella portata, venivano concessi solo quando risultavano necessari per incoraggiare l'invenzione.

    Identificazione del concetto di proprietà intellettuale

    Il concetto di proprietà intellettuale, in modo molto ampio, sta a indicare i diritti legali derivanti da un’attività intellettuale e creativa nei campi industriale, scientifico, letterario e artistico. Molti paesi prevedono sistemi legislativi volti a proteggere la proprietà intellettuale per due motivi principali. Il primo consiste nel dare espressione legale ai diritti morali ed economici dei creatori in relazione alle loro creazioni e ai diritti dei cittadini in materia di accesso a tali creazioni. Il secondo consiste nel promuovere, in base ad un atto deliberato dal Governo, l’ingegno creativo, nonché la diffusione e l'applicazione dei risultati da esso derivanti e nell’incoraggiare la correttezza nelle transazioni commerciali, a favore dello sviluppo economico e sociale. In linea generale, il diritto di proprietà intellettuale mira a salvaguardare i creatori e gli altri produttori di beni e servizi intellettuali accordando loro alcuni diritti, limitati nel tempo, per controllare l'uso delle loro produzioni. Tali diritti non si applicano all'oggetto fisico in cui può prendere forma la creazione, ma alla creazione intellettuale stessa. La proprietà intellettuale, come già accennato, è tradizionalmente divisa in due rami: proprietà industriale e copyright. La convenzione che istituisce l'Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale, siglata a Stoccolma il 14 luglio 1967, ed entrata in vigore tre anni dopo, stabilisce che i diritti relativi alla proprietà intellettuale riguardano:

    - opere letterarie, artistiche e scientifiche,

    - spettacoli artistici, fonogrammi e trasmissioni,

    - invenzioni in tutti i campi dell'attività umana,

    - scoperte scientifiche,

    - disegni e modelli industriali,

    - marchi di fabbrica,

    - marchi di servizio, nomi e denominazioni commerciali,

    - protezione contro la concorrenza sleale,

    - tutti gli altri diritti derivanti da attività intellettuale nei campi industriale, scientifico, letterario o artistico.

    Le aree indicate come opere letterarie, artistiche e scientifiche appartengono al ramo del diritto d’autore. Le aree indicate invece come performance degli artisti, i fonogrammi e le trasmissioni sono di solito chiamati "diritti correlati", cioè, diritti connessi al diritto d'autore. Le aree indicate come invenzioni, disegni industriali, marchi commerciali, marchi di servizio, nomi e denominazioni commerciali fanno, infine, parte del ramo della proprietà industriale. L'area indicata come protezione contro la concorrenza sleale può anch’essa essere considerata a quest’ultimo ramo. L'espressione "proprietà industriale" copre invenzioni e disegni industriali. In parole povere, le invenzioni si configurano come nuove soluzioni a problemi tecnici e i disegni industriali come creazioni estetiche che determinano l'aspetto dei prodotti industriali. Inoltre, la proprietà industriale comprende marchi di fabbrica, marchi di servizio, nomi e denominazioni commerciali, comprese le indicazioni di provenienza e le denominazioni di origine. In questo caso, l'aspetto della creazione intellettuale, anche se presente è meno rilevante; ciò che conta è l'oggetto della proprietà industriale (in genere composto da simboli che trasmettono le informazioni ai consumatori, in particolare per quanto riguarda prodotti e servizi offerti sul mercato) e che la sua tutela sia diretta a combatterne l'uso non autorizzato e le pratiche ingannevoli che possono indurre in errore i consumatori. Infine, le scoperte scientifiche, non devono essere confuse con le invenzioni. Il Trattato di Ginevra sulla registrazione internazionale delle scoperte scientifiche (1978) definisce una scoperta scientifica come "il riconoscimento dei fenomeni, delle proprietà o delle leggi dell'universo materiale fino ad allora non riconosciuti e verificabili". Le invenzioni rappresentano, invece, nuove soluzioni a problemi tecnici specifici. Tali soluzioni devono, naturalmente, fare affidamento sulle proprietà e le leggi dell'universo materiale (altrimenti non potrebbero venire materialmente o "tecnicamente" applicate), ma tali proprietà o leggi non devono necessariamente essere riconosciute. Un'invenzione fa un nuovo uso tecnico delle suddette proprietà o leggi, siano esse scoperte simultaneamente alla realizzazione dell’invenzione, oppure prima, indipendentemente dall'invenzione stessa.

    Campi di tutela della proprietà intellettuale

    Le tipologie più comuni di diritti di proprietà intellettuale comprendono: i brevetti, i diritti d'autore, i diritti di design industriale, i marchi e, in alcune giurisdizioni, i segreti commerciali. Vi sono varietà più specifiche di diritti esclusivi sui generis, come i diritti di progettazione di circuiti, i diritti dei coltivatori, i certificati complementari di protezione per i prodotti farmaceutici e i diritti di database (in diritto europeo).

    Brevetti

    Un brevetto è un documento rilasciato, su richiesta, da un ufficio del Governo (o da un ufficio regionale che agisce in diversi paesi), che descrive l'invenzione e crea una situazione giuridica in cui l'invenzione brevettata può normalmente essere sfruttata (prodotta, usata, venduta, importata) solo con l'autorizzazione del titolare del brevetto. Per “invenzione" si intende una soluzione ad un problema specifico nel campo della tecnologia e può riguardare un prodotto o un processo. La protezione conferita dal brevetto all’invenzione è limitata nel tempo (generalmente 20 anni). I brevetti sono spesso indicati come "monopoli", ma un brevetto non garantisce all'inventore o al proprietario di una invenzione brevettata nessun diritto di utilizzare o vendere l’oggetto protetto dal brevetto. Gli effetti della concessione di un brevetto implicano che l'invenzione brevettata non possa essere sfruttata all’interno del paese da persone diverse dal titolare del brevetto, a meno che questi non dia il proprio consenso. Così, mentre al proprietario non è dato ufficialmente il diritto di usufruire dell’invenzione, gli è invece concesso il diritto legale di impedirne lo sfruttamento commerciale da parte di altri, vale a dire, il diritto di escludere gli altri dal produrre, utilizzare o vendere l'invenzione. Il diritto di agire contro chiunque tentasse di sfruttare l'invenzione brevettata nel paese senza il suo consenso costituisce il più importante diritto del proprietario del brevetto. Questo gli permette, infatti, di ricavare i benefici materiali cui ha diritto come ricompensa per il suo sforzo intellettuale oltre al risarcimento per le spese sostenute per la ricerca e la sperimentazione. Va sottolineato, tuttavia, che mentre lo Stato può concedere brevetti, non può garantirne l’applicazione automatica, e spetta al titolare del brevetto proporre un ricorso, di solito in base al diritto civile, per qualsiasi violazione in merito al brevetto. In poche parole, un brevetto è il diritto concesso dallo Stato ad un inventore di escludere altri dallo sfruttamento commerciale di un’invenzione per un periodo limitato, in cambio della divulgazione della scoperta, in modo che altri possano beneficiarne. La divulgazione dell'invenzione è quindi un fattore importante in qualsiasi procedimento che porta alla concessione di un brevetto.

    Diritto d'autore e diritti connessi al diritto d’autore

    La legge sul copyright è un ramo della legge sui diritti di PI che si occupa dei diritti degli artefici di creazioni intellettuali. Essa fa riferimento a particolari forme di creatività, principalmente quelle riguardanti la comunicazione di massa. Si occupa anche di tutte le forme di comunicazione pubblica, non solo su carta stampata, ma anche inerenti trasmissioni televisive, film cinematografici e sistemi computerizzati per la conservazione e il recupero delle informazioni. Il copyright attiene dunque ai diritti dei creatori intellettuali verso le loro creazioni. La maggior parte delle creazioni, ad esempio libri, dipinti o disegni, esistono solo una volta incorporati in un oggetto fisico, al contrario di altre, come musica o poesie che possono considerarsi opere dell’ingegno creativo anche se non hanno mai trovato prima forma scritta. La legge sul copyright, tuttavia, protegge solo le idee che si concretizzano in una forma espressiva, non le idee in quanto tali. Essa protegge, dunque, il proprietario dei diritti delle opere artistiche nei confronti di coloro che si appropriano indebitamente della forma in cui l'opera originale è stata espressa dall'autore.

    Marchio di fabbrica

    Un marchio è … secondo l'Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale - un simbolo che individua le merci appartenenti ad una determinata impresa distinguendole dai prodotti dei concorrenti. Questa definizione comprende due aspetti interdipendenti che sono, a volte, indicati come le diverse funzioni del marchio (funzione informativa e funzione distintiva). Affinché il consumatore possa individuare un prodotto, il marchio ne deve indicare la fonte (funzione informativa). Ciò non significa che il consumatore debba essere informato sulla persona che ha materialmente fabbricato il prodotto o che l’ha lanciato sul mercato. E’ sufficiente che il consumatore possa fare affidamento su una data impresa responsabile per i prodotti venduti con quel dato marchio. La funzione di indicazione della fonte presuppone che il marchio contraddistingua i prodotti di una determinata impresa da quelli delle altre aziende (funzione distintiva). Il marchio può adempiere a questa funzione solo se riesce a mettere il consumatore nelle condizioni di distinguere il prodotto di una determinata impresa dai prodotti delle altre imprese offerti sul mercato. Pertanto, la funzione distintiva del marchio non può essere separata da quella informativa.

    Disegni e modelli industriali

    Il design industriale, in senso generale, si riferisce all'attività creativa volta a fornire ai beni di produzione di massa un determinato packaging, nel rispetto dei vincoli di costo stabiliti, che porti il prodotto ad attrarre visivamente i potenziali consumatori svolgendo in modo efficiente la propria funzione. In senso giuridico, per design industriale si intende il diritto di proteggere le caratteristiche originali, ornamentali e non funzionali, di un bene o di un prodotto industriale derivanti da attività di progettazione. L’impatto visivo è uno degli elementi che più influenza le decisioni di acquisto dei consumatori, in particolare dove è presente una vasta gamma di prodotti che svolgono la stessa funzione. In tal caso, se la prestazione tecnica dei diversi prodotti è relativamente uguale, sarà naturalmente il prezzo, insieme al lato estetico, la variabile determinante per l’acquisto da parte del consumatore. La protezione giuridica dei disegni e modelli industriali è dunque necessaria per proteggere uno degli elementi distintivi con cui i produttori sviluppano il proprio vantaggio competitivo. Pertanto, riconoscere al creatore del design di un prodotto la tutela giuridica per lo sforzo eseguito serve da incentivo per l'investimento di nuove risorse nella promozione del design di produzione.

    Circuiti integrati

    Un altro esempio in materia di protezione della proprietà intellettuale riguarda i circuiti integrati. Le topografie dei circuiti integrati sono creazioni della mente umana. Essi sono di solito il risultato di un enorme investimento, sia in termini di tempo da parte di esperti altamente qualificati, che di denaro. Vi è continua richiesta per la creazione di nuove topografie che riducano le dimensioni dei circuiti integrati esistenti e contemporaneamente ne aumentino le funzioni. Più piccolo è il circuito integrato, tolto il materiale necessario per la sua produzione, e più piccolo sarà lo spazio necessario per accoglierlo. I circuiti integrati sono utilizzati in una vasta gamma di prodotti, tra cui articoli di uso quotidiano, come orologi, televisori, lavatrici, automobili, oltre a sofisticate apparecchiature di elaborazione dati. Considerando che la creazione di una nuova topografia per un circuito integrato prevede un investimento importante, una copia di quest’ultima sarà molto meno costosa. La copia può essere fatta fotografando ogni strato di un circuito integrato e attraverso la preparazione di maschere per la sua produzione sulla base delle fotografie ottenute. Tale eventualità costituisce la ragione principale per l'introduzione di una legislazione per la protezione delle topografie.

    Indicazioni geografiche

    "Champagne", "Cognac", "Roquefort", "Chianti", "Porto", "Havana" e "Tequila", sono alcuni famosi esempi di nomi associati in tutto il mondo a prodotti di una certa natura e qualità. Caratteristica comune a tutti questi nomi è la loro connotazione geografica, vale a dire, l’indicazione di luoghi esistenti, come città, regioni o paesi. Tuttavia, questi nomi rimandano principalmente ai prodotti piuttosto che ai luoghi corrispondenti.

    Questi esempi dimostrano che le indicazioni geografiche possono acquisire una grande reputazione, e costituire attività commerciali di pregio. Proprio per tale motivo, sono spesso soggetti al pericolo di appropriazione indebita, contraffazione o falsificazione, e la loro protezione, sia a livello nazionale che internazionale, è di fondamentale importanza.

    Protezione contro la concorrenza sleale

    La protezione contro la concorrenza sleale è stata riconosciuta come parte della tutela della proprietà industriale per quasi un secolo. E’ stato nel 1900, alla Conferenza diplomatica di Bruxelles per la Revisione della Convenzione di Parigi sulla Protezione della Proprietà Industriale che questo riconoscimento è stato manifestato con l'inserimento dell'articolo 10 bis all’interno della Convenzione. In base a tale articolo i paesi dell'Unione sono tenuti a garantire ai propri cittadini una protezione efficace contro la concorrenza sleale. Qualsiasi atto di concorrenza contrario agli usi consueti di lealtà, in campo industriale o commerciale, viene definito come un atto di concorrenza sleale. Sono vietati in particolare:

    - tutti gli atti di natura tale da creare, in qualsiasi modo, confusione con i beni o le attività industriali o commerciali di un concorrente;

    - false accuse, nella prassi commerciale, tali da screditare l'istituzione, i beni o le attività industriali o commerciali di un concorrente;

    - indicazioni o asserzioni il cui uso, nella prassi commerciale, è tale da indurre in errore il pubblico sulla natura, sul processo di produzione, sulle caratteristiche, lo scopo, o la quantità, della merce.

    A prima vista, sembra che vi siano differenze di base tra la protezione dei diritti di proprietà industriale, quali brevetti, disegni industriali registrati, marchi registrati, da un lato, e la protezione contro gli atti di concorrenza sleale, dall'altro. Infatti, mentre i diritti di proprietà industriale sono concessi su domanda dagli appositi uffici e conferiscono diritti esclusivi per quanto riguarda la materia in questione, la protezione contro la concorrenza sleale non è basata sulla garanzia di tali diritti, ma sulla considerazione - indicata in disposizioni legislative o riconosciuta come principio generale di diritto - che atti contrari alle pratiche commerciali oneste sono espressamente vietati. Tuttavia, il legame tra i due tipi di protezione risulta chiaro quando si considerano alcuni casi di concorrenza sleale. Ad esempio, in molti paesi, l'uso non autorizzato di un marchio non registrato è considerato illegale in base ai principi generali che appartengono al campo della protezione contro la concorrenza sleale (in un certo numero di paesi tale uso non autorizzato è chiamato passing-off ). Vi è, inoltre, un altro esempio di questo tipo nel campo delle invenzioni: se l'invenzione non è resa nota al pubblico ed è considerata un segreto commerciale, le prestazioni non autorizzate di determinati atti da parte di terzi, in relazione a tale segreto, possono considerarsi illegali.

    Obiettivi

    L'esplicito obiettivo della maggior parte dei diritti di proprietà intellettuale (ad eccezione dei marchi di fabbrica) è quello di "promuovere il progresso." Attraverso lo scambio di diritti esclusivi per la divulgazione delle invenzioni e delle opere creative, sia la società che il proprietario del brevetto o del copyright traggono profitto. Ciò incentiva gli inventori e gli autori di opere di ingegno a creare e a divulgare il proprio lavoro.

    Incentivo finanziario e crescita economica

    Questi diritti esclusivi forniscono ai detentori della proprietà intellettuale degli incentivi finanziari per il loro sforzo creativo e, in caso di brevetti, il risarcimento dei relativi costi di ricerca e sviluppo. Il trattato della OMPI e numerosi accordi internazionali sono basati sul criterio che la protezione dei diritti di proprietà intellettuale sia fondamentale per mantenere la crescita economica. Il Libro sulla Proprietà Intellettuale della OMPI individua due ragioni alla base della normativa sulla proprietà intellettuale:

    - la prima consiste nel dare espressione legale sia ai diritti morali ed economici dei creatori in relazione alle loro creazioni, sia al diritto dei cittadini di accedere a tali creazioni;

    - la seconda ragione sta nel promuovere, con un atto deliberato dal governo, la creatività, insieme alla diffusione e all'applicazione dei risultati della stessa e nell’incoraggiare lo scambio equo favorendo in tal modo lo sviluppo economico e sociale.

    L'Accordo Commerciale Anticontraffazione (ACTA), afferma che l'effettiva applicazione dei diritti di proprietà intellettuale è fondamentale per sostenere la crescita economica in tutti i settori a livello globale. Un progetto di ricerca congiunto della OMPI e dell'Università delle Nazioni Unite che misura l'impatto dei sistemi di IP su sei paesi asiatici ha trovato una correlazione positiva tra il rafforzamento del sistema di IP e la successiva crescita economica. Gli economisti hanno anche dimostrato che la proprietà intellettuale può essere un disincentivo all'innovazione. La proprietà intellettuale rende infatti escludibili e non rivali i prodotti intellettuali precedentemente non escludibili. Ciò crea inefficienza economica finché è presente un monopolio. Un disincentivo all'innovazione può verificarsi quando i profitti del monopolio sono inferiori a quelli derivanti dal miglioramento complessivo del benessere sociale. Pertanto, tale situazione può essere vista come un fallimento del mercato basato su un problema di appropriabilità.

    Moralità

    L’articolo 27 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo afferma che “ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui sia l’autore". Anche se il rapporto tra proprietà intellettuale e i diritti umani è un problema complesso, vi sono diversi argomenti di carattere morale a favore della proprietà intellettuale. Le argomentazioni morali che giustificano la proprietà intellettuale sono sostenute da tre categorie principali di pensatori:

    - i seguaci di Locke, i quali sostengono che la proprietà intellettuale si giustifichi sulla base del merito e del duro lavoro;

    - gli utilitaristi, che ritengono che la proprietà intellettuale stimoli il progresso sociale e induca le persone a creare ulteriore innovazione;

    - i teorici della personalità, secondo i quali la proprietà intellettuale costituisce l’ampliamento dell’ individuo.

    Ai tali pensatori fanno, naturalmente, capo altrettante scuole di pensiero:

    1. Teoria della giustizia naturale o dei diritti naturali: questa tesi si basa sul concetto sostenuto da Locke per il quale un individuo acquisisce un diritto naturale sul proprio lavoro e/o sui prodotti da lui stesso creati. L’appropriazione di questi prodotti da parte di altri è vista, dunque, come una forte ingiustizia. Anche se Locke non ha mai dichiarato esplicitamente che il diritto naturale si riferisce anche ai prodotti della mente, è verosimile applicare la sua tesi anche ai diritti di proprietà intellettuale. La tesi dei seguaci di questa teoria si basa sull'idea che i lavoratori abbiano il diritto di esercitare un controllo su ciò che creano. Inoltre, essendo ognuno padrone del proprio corpo tale diritto di proprietà si estende a ciò che il corpo crea. La proprietà intellettuale garantisce, pertanto, questo diritto in caso di produzione di beni.

    2. Tesi utilitaristico-pragmatica: in base a questa logica, una società che protegge la proprietà privata è più efficace e prospera più a lungo delle altre. Il periodo di innovazioni e invenzioni risalente al XIX secolo in America è secondo tali studiosi da attribuire allo sviluppo del sistema dei brevetti. Ricompensando gli innovatori con un ritorno duraturo e tangibile sul loro investimento in termini di tempo, lavoro e altre risorse, i diritti di proprietà intellettuale puntano alla massimizzazione dell'utilità sociale promuovendo il benessere pubblico e incoraggiando la creazione, la produzione e la distribuzione di opere di ingegno. Gli utilitaristi sostengono che senza la proprietà intellettuale vi sarebbe una mancanza di incentivi per la produzione di nuove idee e che, dunque, tali sistemi di protezione ottimizzano l'utilità sociale.

    3. Teoria della Personalità: questa tesi si basa su una citazione di Hegel ripresa dai suoi “Lineamenti di Filosofia del Diritto” (1820-21). Afferma il filosofo: "Ogni uomo ha il diritto di rendere tangibile la propria volontà trasformandola in un bene o di trasformare un bene nell’oggetto della propria volontà..". I teorici della personalità sostengono, dunque, che essere creatore di qualcosa ha in sé un rischio intrinseco consistente nella possibilità che le proprie idee e i propri progetti vengano rubati e/o alterati. Pertanto la proprietà intellettuale serve proprio per garantire la giusta protezione da tale rischio.

    Violazione e appropriazione indebita del diritto di PI

    L’uso non autorizzato dei diritti di proprietà intellettuale è definito "infrazione" in relazione a brevetti, diritti d'autore e marchi di fabbrica, "appropriazione indebita" rispetto ai segreti commerciali e può essere considerato una violazione del diritto civile o penale, a seconda del tipo di proprietà intellettuale, di giurisdizione, e in base alla natura dell'azione.

    La violazione di un brevetto è in genere causata dall’utilizzo o dalla vendita di un'invenzione brevettata senza il permesso del detentore del brevetto. La portata dell'invenzione brevettata o il grado di protezione è definito nelle regole stabilite dalla concessione del brevetto. In molte giurisdizioni è consentito l’utilizzo di un’invenzione brevettata per la ricerca. Diversamente accade negli Stati Uniti, a meno che la ricerca non avvenga per scopi puramente filosofici, o al fine di raccogliere dati per preparare una domanda per l’approvazione di un farmaco. In generale, i casi di violazione di brevetto sono trattati ai sensi del diritto civile (Stati Uniti), ma diverse giurisdizioni incorporano anche infrazioni di diritto penale (Argentina, Cina, Francia, Giappone, Russia, Corea del Sud). La violazione del copyright consiste nel riprodurre, distribuire, visualizzare, eseguire o copiare un lavoro senza il permesso del detentore del copyright, che in genere è l'autore ovvero, in ipotesi di cessione, un editore o il responsabile di un altro settore. Questa pratica di infrazione è spesso chiamata “pirateria”, così come in altri casi può ottenere l'inibitoria all'uso da parte di terzi non autorizzati. In genere il titolare del copyright può ottenere solo il risarcimento pecuniario se colui che se ne appropria procede alla registrazione. L’applicazione del diritto d'autore è infatti di responsabilità del titolare del diritto. L’accordo commerciale ACTA, firmato nel maggio 2011 da Stati Uniti, Giappone, Svizzera e UE, richiede che le parti firmatarie prevedano sanzioni penali, comprese reclusione e multe, per la violazione dei diritti d'autore e del marchio, oltre all’obbligo di ricorrere alla polizia. La violazione del marchio si verifica, dunque, quando una parte utilizza un marchio identico o confondibile con un marchio di proprietà di un altro soggetto, in relazione a prodotti o servizi identici o simili a quelli dell'altra parte. Come nel caso dei diritti d'autore, vi sono diritti di common law che proteggono un marchio di fabbrica, ma la registrazione di un marchio di fabbrica fornisce vantaggi legali per assicurarne l'applicazione. La violazione può essere affrontata da un contenzioso civile e, in diversi ordinamenti, ai sensi del diritto penale. Negli Stati Uniti, l’Atto sulla contraffazione dei marchi del 1984 criminalizzava il commercio intenzionale di beni e servizi contraffatti e l’ACTA ne amplificava le sanzioni. L’appropriazione indebita di segreti commerciali si differenzia, invece, dalle violazioni delle altre leggi sulla proprietà intellettuale in quanto, per definizione, i segreti commerciali non possono essere rivelati, mentre i brevetti, i diritti d'autore e i marchi registrati vengono resi disponibili al pubblico. Negli Stati Uniti, i segreti commerciali sono protetti dalla legge statale e il diritto federale, nella forma dell’Atto sullo Spionaggio Economico del 1996, rende il furto o l'appropriazione indebita di un segreto commerciale un crimine federale.

    Critica alla proprietà intellettuale

    Alcuni critici della proprietà intellettuale accusano i monopoli intellettuali di danneggiare la salute (nel caso dei brevetti farmaceutici), di impedire il progresso e di beneficiare interessi circoscritti a scapito delle masse. Sostengono, inoltre, che il pubblico interesse venga danneggiato da monopoli in continua crescita, sotto forma di copyright, brevetti software, e brevetti commerciali. Più di recente gli scienziati e gli ingegneri stanno esprimendo la preoccupazione che i brevetti stiano minando lo sviluppo tecnologico, anche in settori ad alta tecnologia, come la nanotecnologia. L'Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale riconosce che possono sorgere conflitti tra il rispetto degli altri diritti umani e l'attuazione degli attuali sistemi di proprietà intellettuale. Nel 2001 il Comitato delle Nazioni Unite sui Diritti Economici, Sociali e Culturali ha pubblicato un documento intitolato "Diritti umani e della proprietà intellettuale" in cui si afferma che la proprietà intellettuale tende ad essere governata da obiettivi economici, mentre dovrebbe essere vista soprattutto come prodotto sociale. Al fine di favorire il benessere umano, i sistemi di proprietà intellettuale devono dunque rispettare e conformarsi alle leggi sui diritti umani e quando ciò non avviene - secondo il Comitato … essi rischiano di violare i principali diritti umani (come ad esempio il diritto al cibo, alla salute, alla partecipazione culturale e al godimento dei benefici scientifici). Nel 2004 l'Assemblea generale della OMPI ha adottato la Dichiarazione di Ginevra sul Futuro dell'Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale, in cui si sostiene che la OMPI dovrebbe concentrarsi maggiormente sulle esigenze dei paesi in via di sviluppo, e vedere la proprietà intellettuale non come uno strumento finalizzato a se stesso, ma come uno dei tanti strumenti volti a favorire lo sviluppo. Pertanto i problemi etici sollevati dai diritti di proprietà intellettuale emergono maggiormente in relazione a beni ad alto valore sociale, come i farmaci salvavita. Infatti, l'applicazione dei diritti di proprietà intellettuale induce le aziende a pagare un prezzo superiore al costo marginale di produzione, come risarcimento per i costi di ricerca e sviluppo e, quindi, ad imporre sul mercato prezzi più alti tagliando fuori tutti coloro che non sono in grado di permettersi il costo del prodotto.

    Bibliografia

    De George R. T. (2005), “Intellectual Property Rights”, in G. Brenkert e T. Beauchamp (a cura di), The Oxford Handbook of Business Ethics, Oxford, Oxford University Press.

    Korn N. (2005), Guide to Intellectual Property Rights and Other Legal Issues, London, Minerva Project University.http://www.minervaeurope.org/publications/guideipr.htm

    Peter K. Y. (2007). Intellectual Property and Information Wealth: Copyright and related rights, Washington, Greenwood Publishing Group. p. 346

    Raysman R. et. al (2006) Intellectual Property Licensing: Forms and Analysis, New York, Law Journal Press.

    Worl Intellectual Property Organisation (2008), “WIPO Intellectual Property Handbook: Policy, Law and Use”, WIPO Publication, No. 489 http://www.wipo.int/about-ip/en/.

    Redattore: Francesca BERTI

  • DIRITTO DI SCONTO

    Facoltà attribuita al compratore di titoli a termine di chiederne al venditore, nelle dovute forme, la consegna prima della scadenza del termine fissato nel contratto, contro pagamento del prezzo stabilito. La denominazione “di sconto” deriva dal fatto che il compratore, avvalendosi di tale diritto, sconta il suo venditore, nel senso che lo obbliga all’esecuzione anticipata del contratto. L’istituzione del diritto di sconto ha lo scopo di frenare la speculazione al ribasso; infatti la facoltà di esigere la pronta consegna dei titoli venduti allo scoperto, costringe il venditore a riacquistare subito i titoli venduti, ponendo un argine alle ulteriori vendite.

  • DIRITTO DI STABILIMENTO

    Facoltà attribuita dagli artt. 43-38, (ex 52-58) CE alle persone fisiche e giuridiche di uno Stato membro di stabilirsi nel territorio di un altro Stato membro. Essa comporta l’accesso alle attività non salariate e al loro esercizio, la costituzione e la gestione di imprese e inoltre la possibilità di aprire agenzie, succursali o filiali, alle condizioni previste dalla legislazione del paese di stabilimento nei confronti dei propri cittadini. Per attuare il diritto di stabilimento gli Stati membri si impegnavano a sopprimere, durante il periodo transitorio (1958-1969), le restrizioni esistenti e, inoltre, a non introdurre (nel frattempo) nuove restrizioni rispetto alla situazione esistente alla data di entrata in vigore del Trattato di Roma. A sua volta, il Consiglio dell’UE si impegnava a stabilire, entro la fine della prima tappa del citato periodo transitorio (1961), un programma generale per la soppressione delle restrizioni alla libertà di stabilimento, da realizzarsi poi attraverso l’emanazione di specifiche direttive. Dall’attuazione del diritto di stabilimento negli Stati della Comunità, sono escluse le attività che nello Stato interessato partecipano, sia pure occasionalmente, all’esercizio dei pubblici poteri; e inoltre, gli Stati mantengono la facoltà di applicare quelle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative che prevedono un regime particolare per le persone fisiche e giuridiche straniere giustificate da motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica. Per quanto concerne l’attività bancaria, in base al programma generale predisposto dal Consiglio alla fine del 1961 era previsto che nell’arco di due anni fossero abolite tutte le discriminazioni di nazionalità concernenti l’accesso e l’esercizio delle attività bancarie nei paesi membri. La FBE (Fédération Bancaire de l’Union Européenne) nel 1964 rilevò che la normativa esistente sul diritto di stabilimento nei paesi della CE già sembrava porre le banche estere e nazionali su di un piano di sostanziale parità; l’apertura di filiali oltre frontiera avveniva comunque nei limiti in cui le banche, per il regolamento delle transazioni internazionali, non preferissero ricorrere a una rete adeguatamente estesa di corrispondenti. Il Consiglio, tuttavia, a partire dal 1973, ha emanato diverse direttive miranti ad attuare più concretamente la libera circolazione dei servizi bancari nella CE (si ricordano, in particolare, la dir. 73/183/CE, del Consiglio del 28.6.1973 per la soppressione delle restrizioni alla libertà di stabilimento e alla libera prestazione dei servizi nel campo delle attività non salariate delle banche e degli altri istituti finanziari, attuata in Italia con la deliberazione del 4.6.1976 del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio; e la prima direttiva del Consiglio 77/780/CE del 12.12.1977, relativa al coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative riguardanti l’accesso all’attività degli enti creditizi e il suo esercizio, direttiva più volte modificata e attuata in Italia con la l. n. 74 del 5.3.1985 e con il d.p.r. 27.6.1985 n. 350. Essa è stata modificata, per quanto riguarda l’elenco delle esclusioni permanenti di taluni enti creditizi, dalla dir. 86/524 del 27.10.1986. Detta produzione normativa è culminata con l’emanazione della seconda dir. 89/646/CE del 15.12.1989, relativa al coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative riguardanti l’accesso all’attività degli enti creditizi e il suo esercizio, attuata in Italia con d.lg. 14.12.1992 n.481 (v., più analiticamente, libertà di prestazione dei servizi).

  • DIRITTO SOGGETTIVO

    Situazione soggettiva attiva tutelata dall’ordinamento giuridico per il soddisfacimento di un proprio interesse. Ogni diritto soggettivo ha un contenuto formato da un complesso (diverso, a seconda dei vari tipi di diritto soggettivo) di pretese, di facoltà e di poteri, che la legge riconosce al singolo per la soddisfazione del suo interesse. In alcuni tipi di diritto, poiché l’interesse del titolare si realizza primariamente mediante un comportamento dell’obbligato (si pensi al credito di una somma di denaro), la pretesa all’adempimento dell’obbligo relativo campeggia in primo piano. In altri tipi, invece, ed in particolare in quello di proprietà, assumono rilievo prevalente le facoltà del titolare del diritto a realizzare da sé il proprio interesse mediante l’utilizzo del bene. La pretesa verso altri a che tale utilizzo sia indisturbato è dunque strumentale rispetto alla facoltà di utilizzazione diretta. Per quanto riguarda la struttura soggettiva del rapporto, i diritti soggettivi si distinguono in assoluti, se attribuiscono al titolare una pretesa che questi può far valere nei confronti di una moltitudine di persone indeterminate, e relativi, se garantiscono al titolare pretese che egli può far valere solo nei confronti di una o più persone determinate. I diritti soggettivi si distinguono anche in patrimoniali e non patrimoniali a seconda che gli interessi tutelati siano o meno suscettibili di valutazione in denaro. Della seconda categoria fanno parte i c.d. diritti della personalità o personalissimi (quali il diritto alla vita, all’integrità fisica, al nome, all’onore, all’immagine ecc.). Tutti questi diritti sono assoluti, essenziali, indisponibili ed intrasmissibili (sorgono con la nascita della persona e si estinguono con la sua morte). Ai diritti patrimoniali assoluti appartengono i diritti reali -diritto di proprietà e diritti reali su cosa altrui (di godimento e di garanzia) - ed i diritti sulle opere dell’ingegno e sulle invenzioni. Ai diritti patrimoniali relativi appartengono i diritti di credito. Per la distinzione tra diritto soggettivo e interesse legittimo v. questa seconda voce.

  • DISAGGIO

    Differenza per i titoli azionari od obbligazionari tra il valore nominale ed il prezzo dl emissione (v. perdita di emissione), nell’ipotesi in cui quest’ultimo è inferiore al primo ed, in genere, in ogni caso al prezzo corrente più basso del valore nominale del titolo. In altra accezione, il disaggio esprimeva la differenza in meno tra il valore nominale di una moneta ed il suo valore di mercato (v. aggio). Nel corso dei cambi, “disaggio” indica la differenza (sempre in meno) del cambio rispetto alla parità monetaria legale (v. aggio sul cambio).

  • DISASTER RECOVERY

    Insieme degli interventi, di natura tecnica e organizzativa, atti a salvaguardare e ripristinare in modo tempestivo le elaborazioni vitali dell’azienda, qualora il centro elaborazione dati sia interessato da un evento disastroso.

  • DISAVANZO

    Ogni eccesso, previsto o a consuntivo, d’uscite rispetto alle entrate in un’azienda in un determinato periodo. Può essere per cassa o per competenza. Va coperto o disinvestendo attività liquidabili accumulate in precedenza, ovvero ricorrendo all’indebitamento. Si parla di disavanzo (di parte corrente, di conto capitale) anche per gli aggregati di contabilità nazionale: p.e. dei conti pubblici, della bilancia dei pagamenti ecc.

  • DISAVANZO NEI PAGAMENTI CON L'ESTERO

    Eccedenza nella bilancia dei pagamenti delle uscite sulle entrate per le transazioni correnti con l’estero (disavanzo corrente) e per i movimenti dei capitali (disavanzo globale). Viene saldato, per ciò che riguarda l’azione delle istituzioni monetarie italiane: con cessione di oro e valute convertibili; con DSP; con riporti passivi con le banche centrali (passività a breve termine); con accordi reciproci di credito swaps; con accordi stand by con il FMI; con prestiti della CE; con le passività nette verso l’estero del sistema bancario.

  • DISCARICA

    Complesso di operazioni necessarie nei traffici marittimi, per rimuovere dalla stiva di una nave mercantile (disistivaggio) le merci trasportate e procedere al loro sbarco. Viene effettuata, nei porti più attrezzati, con apparecchiature meccaniche diverse (gru, picchi di carico; pompe, nastri trasportatori), che la rendono più rapida e meno faticosa. Il tempo per la discarica può essere stabilito; nel contratto di trasporto, unitamente a quello per il carico ovvero disgiuntamente da esso. Si hanno nel primo caso “stallie promiscue”, nel secondo “stallie distinte”. Quando le operazioni di discarica si prolungano oltre il tempo stabilito, compete al vettore un compenso accessorio (controstallia), secondo quanto fissato nel contratto di trasporto. Tale compenso è dovuto anche nel caso di stallia promiscua, quando il tempo complessivamente impiegato per il carico e la discarica risulta superiore a quello stabilito. Il contratto di trasporto può anche prevedere un premio a favore del caricatore o del destinatario quando il tempo di sbarco effettivo sia più breve di quello previsto (premio di acceleramento). Si dice discarica nell’industria mineraria, l’insieme dei materiali (sterili di rifiuto o minerali messi a deposito per essere trattati ecc.) che vengono accumulati in prossimità delle miniere. Nel diritto amministrativo è un atto liberatorio di responsabilità.

  • DISCIPLINA VALUTARIA ITALIANA

    Complesso di provvedimenti legislativi tendenti a regolamentare il movimento delle valute estere, che per la loro funzione di mezzi di pagamento internazionali sono assimilabili alle riserve auree. Al Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio (CICR) è attribuita l’alta vigilanza in materia valutaria. L’UIC deteneva il monopolio del commercio delle divise estere oltre che di qualsiasi altro mezzo di pagamento internazionale. Nonostante la liberalizzazione valutaria ne abbia ridimensionato il ruolo, data la complessità dei rapporti commerciali che si svolgono in tale settore, la maggior parte delle operazioni attinenti avvengono attraverso le banche. La Banca d’Italia amministra le riserve valutarie nazionali e opera sul mercato dei cambi acquistando e vendendo valuta. L’attuale assetto normativo valutario italiano scaturisce da un processo di liberalizzazione valutaria in atto da anni, che ha modificato radicalmente i criteri ispiratori del sistema italiano, basato su norme restrittive e sanzionatorie. I cittadini italiani a differenza dei non residenti, non godevano del diritto alla libera convertibilità della propria moneta. Il d.l. 6.6.1956 n. 476, stabiliva per i residenti l’obbligo dell’offerta in cessione all’UIC, tramite le banche agenti, delle valute estere determinate con decreto del Ministro del Commercio con l’Estero di concerto con il Ministero del Tesoro. Altro concetto di base della legislazione valutaria era il divieto per i residenti di compiere atti idonei a produrre obbligazioni nei confronti di non residenti, senza aver preventivamente ottenuto autorizzazione ministeriale. Faceva eccezione a questa regola la stipulazione dei contratti per acquisto di merci per l’importazione e di contratti di vendita di merci per l’esportazione, ferma restando, anche in questi casi, la necessità dell’autorizzazione perché i residenti potessero dare esecuzione ai contratti. Lo stesso decreto prevedeva inoltre: l’obbligo di denuncia dei crediti vantati dai residenti nei confronti di non residenti e di riscossione dei crediti e dei debiti con le modalità ed entro i termini stabiliti dal Ministro per il commercio con l’estero; il divieto di possedere quote di partecipazione in società aventi la sede fuori del territorio della Repubblica, oltre che titoli azionari e obbligazionari emessi o pagabili all’estero se non in base ad autorizzazioni ministeriali; la necessità di ottenere l’autorizzazione ministeriale per ogni atto di disposizione concernente titoli di credito fra residenti e non residenti. Questa restrittività era moderata dall’esistenza di autorizzazioni di carattere generale che, per talune operazioni, rendevano superflua la richiesta di una autorizzazione specifica. Le operazioni valutarie delle banche agenti erano regolamentate in base al principio del pareggio a fine giornata della loro posizione in cambi. Con la l. 25.7.1956 n. 786 si è avuto un primo impulso innovativo di liberalizzazione delle transazioni con l’estero, processo interrotto solo nel periodo di crisi petrolifera, con la reintroduzione delle sanzioni penali a carico dei responsabili di reati valutari (l. 30.4.1976 n. 154). Superata la crisi, ripresero con forza le spinte alla liberalizzazione (sostenute in particolare dalle direttive comunitarie e dall’internazionalizzazione dell’economia) che portarono alla creazione dello SME, alla direttiva 86/566/CEE e alla l. 26.9.1986 n. 599 che per la prima volta sanciva il principio della libertà delle relazioni economiche e finanziarie con l’estero, dando delega al Governo per il riordino della legislazione valutaria. Si voleva adeguare il sistema valutario italiano a quello degli altri paesi industrializzati e agevolare l’ingresso sui mercati internazionali per gli operatori economici. Veniva attribuito agli organi statali un ruolo limitato, di intervento e controllo, a garanzia dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti e dell’economia nazionale. Veniva, però, confermato il monopolio dei cambi. Venivano ricordati il rispetto degli accordi internazionali e il diritto di circolazione e soggiorno; venivano stabiliti criteri di semplificazione e snellimento delle procedure amministrative. Già nel 1987, alcuni provvedimenti anticipano ad experimentum taluni alleggerimenti normativi e snellimenti procedurali. Erano aboliti determinati obblighi, quali il versamento del deposito vincolato infruttifero per gli investimenti di capitali italiani all’estero e il finanziamento in valuta a fronte dei pagamenti anticipati delle importazioni. Veniva allungato il termine per l’offerta in cessione delle valute e di validità dei conti valutari; venivano istituiti conti valutari cumulativi ed erano altresì adottati altri provvedimenti di liberalizzazione all’importazione e all’esportazione e al turismo. Con il d.p.r. 29.9.1987 n. 454 e il d.m. 1.2.1988 n. 21 (entrati in vigore il 1°.10.1988) poteva dirsi compiuta la riforma valutaria, ma l’assetto definitivo era raggiunto con il TU delle norme di legge in materia valutaria approvato con d.p.r. 31.3.1988 n. 148 (testo unico delle norme in materia valutaria, in vigore dal 10.1.1989) e con d.m. 10.3.1989 n. 105 di attuazione che abrogavano, tra gli altri, il d.p.r. 1987/454, la l. 1976/159, la I. 1956/786 e la l. 1986/599 (salvo gli articoli di delega). Il TU valutario, oltre a elencare atti e operazioni effettuabili da un residente e da un non residente classificava e disciplinava quattro gruppi di operazioni con l’estero: a) operazioni correnti e cioè importazioni ed esportazioni di merci, acquisto e rivendita all’estero di merci estere in transito, cessione di merci allo Stato estero, prestazioni in adempimento di obbligazioni per fornitura di servizi e beni immateriali; per disposizione di pubbliche amministrazioni o per provvedimento giudiziale, e tutte le transazioni invisibili riconosciute dall’Atto unico europeo (tra le altre, noli, dazi, commissioni, turismo, imposte e tasse, salari e stipendi, rimesse di emigranti, onorari, dividendi, interessi, brevetti, successioni ecc.); b) investimenti diretti, ovvero investimenti attuati per instaurare relazioni durevoli con un’impresa, che comportino una influenza reale sulla gestione (anche investimenti in società capogruppo che controllano direttamente società operative estere), a eccezione degli investimenti diretti in enti o società finanziarie; c) operazioni di natura finanziaria, cioè investimenti diretti in enti o società finanziarie e operazioni diverse da quelle citate; d) operazioni valutarie, relative alla trasformazione di una valuta, compresa la lira, in altre a pronti, a termine e con opzione. Con il t.u. permangono i divieti e gli obblighi discendenti dal mantenimento del regime di monopolio dei cambi che riserva in via esclusiva all’UIC e al sistema bancario la gestione delle valute. Ai residenti non era ancora permesso costituire all’estero disponibilità valutarie o attività, esportare o detenere fuori del territorio dello Stato disponibilità in lire o in valuta, aprire linee di credito in valuta o in lire a favore dell’estero o effettuare con contropartite estere operazioni in cambio a pronti, a termine o con opzione. Inoltre, gli operatori dovevano versare o cedere le valute estere nei termini fissati e depositare titoli o altri valori mobiliari presso le banche abilitate o la Monte Titoli spa. Tuttavia, la riforma del 1988 ha introdotto notevoli modifiche in base al nuovo principio “tutto è permesso salvo ciò che è espressamente vietato”: le operazioni mercantili con l’estero potevano avvenire senza formalità valutarie (non è più necessaria la presentazione in dogana del benestare bancario o modulo valutario e la presentazione della documentazione giustificativa alle banche, salvo in casi particolari); non vigevano più limiti temporali per il regolamento delle operazioni o limiti al pagamento in via anticipata o dilazioni di pagamento; i finanziamenti in valuta a residenti erano liberi, indipendentemente dall’esistenza di un’operazione con l’estero; i residenti potevano anche assumere direttamente prestiti all’estero però sempre con divieto di costituire disponibilità all’estero e con obbligo di canalizzazione bancaria; i residenti potevano esportare banconote italiane fino a 1 milione e mezzo di pagamento in valuta estera senza limiti di importo (oltre 2.500.000 con attestazione bancaria); era possibile intrattenere conti presso banche all’estero per residenti che svolgono attività all’estero (conti speciali in valuta) (v. conti di pertinenza italiana). Solo con il d.m. 27.4.1990 si è però compiuto il processo di liberalizzazione e l’istituzione della piena libertà valutaria, in attuazione della normativa comunitaria che stabilisce la piena libertà di circolazione dei flussi finanziari tra i paesi membri della CEE. Dal maggio 1990, i capitali italiani possono circolare liberamente nei paesi CEE e in altri paesi esterni alla Comunità, e, analogamente, i capitali stranieri possono affluire liberamente in Italia e trovare investimento in attività commerciali, finanziarie ecc. Chiunque può acquistare, vendere e detenere valuta straniera, senza limiti di importo e di tempo, inviare all’estero o ricevere valuta e valori mobiliari, aprire depositi e conti correnti presso banche straniere, rilasciare assegni, effettuare investimenti, acquistare valori mobiliari e fondi comuni d’investimento in paesi stranieri, regolare in valuta estera le proprie obbligazioni ed effettuare operazioni in cambi per contanti, a termine e con opzione. I residenti possono recarsi all’estero o rientrare in Italia liberamente con banconote italiane e valuta straniera al seguito. Permangono disposizioni di natura fiscale, che comportano un controllo attraverso la dichiarazione in dogana o presso banche e uffici postali (su appositi moduli) del contante e dei valori mobiliari importati ed esportati e la denuncia dei trasferimenti internazionali di capitali, investimenti e attività finanziarie estere, sulla dichiarazione annuale dei redditi. È stato abolito l’obbligo di canalizzazione bancaria per i regolamenti di transazioni con l’estero, tuttavia l’introduzione di norme fiscali e di monitoraggio hanno avuto come conseguenza che tutti gli investimenti all’estero di capitali italiani di fatto sono resi nominativi, anche se effettuati con strumenti finanziari al portatore. Per i redditi realizzati all’estero e non dichiarati, sono previste una tassazione presuntiva, in base al tasso ufficiale di sconto italiano e l’applicazione di pesanti sanzioni. La nuova legge valutaria ha mantenuto la facoltà di introdurre divieti temporanei in caso di tensioni valutarie anche se, con l’introduzione dell’euro, tale facoltà è divenuta assolutamente impraticabile. Cade l’obbligo di cedere o versare la valuta estera alle banche abilitate e di depositare i titoli o valori mobiliari esteri. Decadono anche le disposizioni relative ai conti in valuta estera a favore di residenti (v. conti di pertinenza italiana).

  • DISCLOSURE LETTER

    La disclosure letter è un documento redatto dal seller durante un'operazione straordinaria sul capitale, in particolare nelle operazioni di Mergers and Acquisitions, inviato spontaneamente per equilibrare il corpus informativo tra le parti.

    Si tratta di un atto grazie al quale il venditore ha la possibilità di comunicare all’acquirente tutte le garanzie - e le implicazioni delle stesse - sulle attività, nonché rendere noti determinati vizi o difformità del bene che si vuole cedere; così facendo, nel momento in cui l’acquirente decide di proseguire l’operazione accettando le dichiarazioni del venditore, accetta il rischio di queste potenziali criticità esposte manlevando la parte cedente. Le aree in cui frequentemente viene utilizzata la disclosure sono principalmente quelle inerenti gli assets, il contenzioso e la tassazione della società; inoltre, spesso si inseriscono dichiarazioni sulle attività della società che possono essere o meno gravate da eventuali pesi e quindi non di piena proprietà. Questo particolare tipo di garanzia, nella fattispecie, può dar luogo a diversi tipi di disclosure letter: in primo luogo può disporsi la conservazione delle clausole di riserva della proprietà su beni acquistati da terzi; in secondo luogo, può avere ad oggetto alcuni beni sui quali potrebbero gravare pegni o ipoteche, a garanzia di prestiti bancari; in terzo luogo si segnalano quali, tra i beni utilizzati, sono soggetti a leasing, contratto di affitto o di acquisto. I dettagli di tutte queste eventualità vanno esplicitamente menzionati, allegando i documenti qualificanti; le informative prestate andranno ovviamente valutate con particolare dovizia dalla controparte, e in genere, soprattutto nella prassi statunitense, le stesse vengono redatte dai revisori della società assistiti dal direttore finanziario.

    Disclosure” vuol dire “trasparenza”. Trasparenza che consta di molteplici aspetti, cui sicuramente il più importante, in linea generale, è non generare in capo a qualcuno un falso affidamento riguardo qualcosa che presenta elementi di dubbia attrattiva; nelle operazioni straordinarie questo principio si applica individuando il dovere di trasparenza nell’onere che ha una parte di comportarsi in maniera limpida, e soprattutto di non tacere circa aspetti negativi sullo stato di beni: è dunque un obbligo informare l’investitore di criticità connesse al bene stesso, per colmare il più possibile le asimmetrie informative; sicuramente una Due Diligence serve principalmente a scongiurare la presenza di queste asimmetrie, evidenziandole. Gli attuali contratti di acquisizione o fusione hanno raggiunto un notevole livello di sofisticatezza, prevedendo, generalmente dopo l’emersione in fase di Due Diligence di passività potenziali, l’inserimento di numerose clausole di garanzia; addirittura invertendo l’abituale posizione di forza contrattuale in capo al venditore, che si è visto nel tempo addossare la responsabilità di sempre più numerosi vizi rilevati in capo alla sua impresa cedente. Così, soprattutto negli Stati Uniti, a risposta dell’analisi di Due Diligence dei professionisti, la maggior parte delle volte delegati dal potenziale acquirente, i soci cedenti "will often wish to refer to it in the disclosure letter so as to ensure that all the matters of which they have informed the accountants, and which appear in the report, are regarded and disclosed (KNIGHT)”, con l’effetto di spostare in capo all’acquirente il rischio commerciale insito nelle criticità riscontrate.

    Nel trattare la divulgazione di tali particolari è d’importanza rilevante che gli advisors dei venditori vengano preventivamente a conoscenza di quali informazioni siano state fornite all’acquirente: questo è necessario affinché, in caso di successiva azione di responsabilità da garanzia, i venditori (rectius, i loro avvocati) possano dimostrare se tale aspetto era stato precedentemente oggetto di apposita disclosure e, in caso affermativo, se la divulgazione stessa era adeguata a rappresentare una protezione contro la garanzie. A mente di questo, i venditori generalmente conservano i duplicati di tutto ciò che è stato trasmesso all'acquirente o ai suoi consiglieri in una cartella separata, insieme a copie di eventuali lettere di accompagnamento.

    La disclosure letter risulta quindi un documento di fondamentale importanza in qualsiasi operazione societaria straordinaria. Questo anzitutto perché il suo contenuto può risultare i) fondamentale per la negoziazione dei prezzi, e ii) cruciale per i venditori che non svolgono un’adeguata informativa, con la conseguenza di esporsi a potenziali responsabilità per violazione di garanzie, che possono - tra le altre cose - comportare anche un’azione di risarcimento del danno.

    Può risultare ora utile inquadrarne la posizione durante il procedimento societario intrapreso. Semplificando estremamente, è possibile suddividere in tre macro-fasi una tipica operazione straordinaria: i) la prima è quella dell’analisi e della valutazione strategica, che vede coinvolto per lo più il management della società target e suppone soprattutto una buona capacità di analisi, dato che l’impatto sul valore di tale step è minimo (potendo sfociare, nella peggiore delle ipotesi, in un’opportunità non sfruttata); ii) la seconda è quella in cui generalmente rientra la negoziazione e il successivo closing, sede in cui subentrano le consulenze esterne alle due o più imprese coinvolte nell’operazione che avviano le trattative con lo scopo di ricercare obiettivamente un range di prezzo condiviso e quindi di ponderare i connotati contrattuali in base al valore massimo che si può ottenere. E’ questa una fase abbastanza delicata; ma sicuramente, la terza fase è quella che presenta le maggiori criticità perché in questo momento l’impatto sul valore è massimo: iii) nel terzo momento infatti si ha la predisposizione della Due Diligence, che si può sinteticamente definire un’indagine dettagliata della società bersaglio, che investe vari profili e dalla cui analisi si ottengono numerose informazioni, in cui la capacità organizzativa e la professionalità dei responsabili potrà incidere in positivo (portando a intraprendere un affare che soddisferà gli obiettivi prefissati), o in negativo (causando la distruzione di valore).

    Nella prassi societaria è usuale svolgerla nel momento precedente all’avvio della negoziazione, perché serve a compiere una valutazione generale dell’operazione e ad avere un’identificazione del prezzo reale utile a formare la proposta definitiva nell’offerta finale, che potrà essere preceduta dalla disclosure letter, e che a sua volta potrebbe condizionare l’inserimento di determinate clausole, ampliando quelle previste nei term sheet.

    Si darà il via, successivamente, alla negoziazione e al closing, con eventuale closing memorandum.

    Una nota sulla best practice rinvenuta nella prassi: spesso la disclosure letter consegnata dopo la Due Diligence e immediatamente prima della chiusura della trattativa, rappresenta più un problema che una sicurezza per il venditore. Teoricamente sarebbe questo il momento più opportuno per svolgere quest’attività, ma è chiaro che tale iniziativa potrebbe essere strumentalizzata dagli advisors del potenziale acquirente per assumere una posizione di forza nella trattativa e indurre a una rinegoziazione dei termini, l’aggiunta di sofisticate clausole o una rettifica del prezzo, condizioni che il venditore deve valutare spesso in poco tempo e sotto pressione. Nella pratica statunitense si è ovviato a questa problematica predisponendo, già durante le trattative, drafts of disclosure, che vengono gradualmente aggiornate e presentate: è innegabile infatti che il management sia già a conoscenza di una consistente percentuale dei rischi potenziali o degli aspetti meno invitanti di una società, e così facendo si limitano ulteriormente le eventuali responsabilità a suo carico.

    Dato che nella Due Diligence vengono trattate per la maggior parte informazioni riservate (se così non fosse l’acquirente non si rivolgerebbe al managment per ottenerle), in tema di Due Diligence e disclosure letter, come è stato scritto, è completamente nella discrezionalità dell’emittente la decisione di divulgare o meno l’informazione; sicuramente, egli "opterà per il rilascio laddove i vantaggi derivanti dalla rivelazione risulteranno superiori ai costi legati ad essa, nel senso che l’esigenza di finanziamento diventi più importante di tutelare la propria posizione competitiva”: l’autore (GILOTTA) offre uno studio approfondito circa le dinamiche dell’informazione, con particolare riguardo al conflitto tra riservatezza e trasparenza nei mercati finanziari; in particolare SI approfondisce il tema della riservatezza delle informazioni societarie, sulle quali viene apposto il segreto a tutela del valore degli investimenti societari e privatizzando un public good rilevante come l’informazione, forse il bene più importante e non solo in materia finanziaria, lo tutela da varie forme di free-riding.

    Bibliografia

    BAINBRIDGE, Mergers and acquisitions, New York, 2003.
    GILOTTA, in Trasparenza ed esigenza di riservatezza nella società aperta, Bonomo, 2010.
    LAJOUX, ELSON, The art of M&A due diligence. Navigating critical steps & uncovering crucial data, McGraw-Hill, New York, 2000.
    KNIGHT, The acquisition of private company, London,1989.
    MOUSSERON, Les conventions de garantie dans les cessions de droits sociaux, Nouvelle Editions Fiduciaires, Levallois-Perret, 2002. SPERANZIN, Vendita della partecipazione di "controllo" e garanzie contrattuali, Milano, 2006, pag. 341 ss.
    QUATRARO, ISRAEL, D’AMORA, QUATRARO, Trattato teorico-pratico delle operazioni sul capitale, tomo I, 2001.
    REED, LAJOUX, The art of M&A. A merger acquisition buyout guide, McGraw-Hill, New York, 1999.
    THOMSON (a cura di), Sinclair on Warranties and Indemnities on Share and Asset Sales, 8° ed., Sweet & Maxwell, 2011, pag. 262.
    VOLK, LEIGHER, KOLOSI, Negotiating business combination agreements. The "seller's" point of view, in San Diego L. Rev., 1996, pag. 1123.

    Redattore: Valerio CORRENTE

  • DISCO OTTICO

    Denominazione generica di un insieme di supporti capaci di immagazzinare grandi quantità di dati leggibili poi da un computer o riproducibili su uno schermo TV, o in audio e utilizzabili anche per applicazioni multimediali. La prima specie di disco ottico è stato il videodisco della Telefunken (1970) a memorizzazione analogica di immagini e suoni da riprodurre sui personal computer e sul teleschermo. Questa tecnica non ha avuto successo ed è stata sostituita dal compact disk, introdotto sul mercato da Philips e Sony nel 1982 ed evoluto con tecnologie e standards diversi, alcuni con importanti applicazioni come memoria di massa per i calcolatori (v. compact disk). Un altro importante filone è lo standard DVD (Digital Versatile Disk) fissato nel 1996 e impiegato per film e applicazioni multimediali.

  • DISCONOSCIMENTO DELLA FIRMA

    Formale negazione della sottoscrizione da parte di colui contro il quale è prodotta in giudizio una scrittura privata di cui appare essere il sottoscrittore. Se l’interessato non adempie a questo onere di disconoscimento, la scrittura è legalmente considerata come riconosciuta e fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza delle dichiarazioni da chi l’ha sottoscritta (art. 2704 c.c.). Non è ammissibile il disconoscimento ed è necessario ricorrere alla querela di falso, se la sottoscrizione è stata autenticata dal notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato.

  • DISCOUNT HOUSES

    Istituzioni peculiari del sistema finanziario britannico, che avevano un ruolo importante nell’esecuzione della politica monetaria, comprando Treasury bills dalla Bank of England per assorbire liquidità dal sistema o vendendoli per immettere invece liquidità. Queste banche erano il canale di collegamento tra la banca centrale e il sistema bancario nella funzione di finanziamento di ultima istanza. Le 7 discount houses operanti in Gran Bretagna erano socie della London Discount Market Association (LDMA) e assieme a due discount brokers e alle tesorerie di 5 banche davano vita al mercato del rifinanziamento. L’operatività che caratterizzava queste istituzioni era costituita dallo sconto di titoli a breve termine (bills, del Tesoro o bancari) che potevano riscontare presso altre banche o presso la banca centrale e di essere la principale controparte della Bank of England in queste operazioni. La loro raccolta era costituita in prevalenza da fondi di mercato monetario, in particolare raccolta interbancaria a vista o a breve termine. Tradizionalmente esse operavano anche come market makers nel mercato dei titoli di stato. In seguito alla riforma del mercato monetario, dal 3 marzo 1997 le operazioni della Bank of England sul mercato monetario sono state radicalmente mutate. Da allora tutte le istituzioni che desiderano partecipare a tali operazioni possono farlo, purché soddisfino certe condizioni. Sono comprese tra queste le banche (ivi incluse le discount houses), le building societies e gli intermediari finanziari non bancari. Le condizioni sono che esse abbiano la capacità tecnica di partecipare in modo veloce ed efficiente alle operazioni della banca centrale; che abbiano un’attiva presenza sul mercato monetario, così contribuendo alla sua liquidità; che partecipino su base continua alle operazioni della banca centrale; che forniscano ad essa utili informazioni sulle condizioni e sugli andamenti del mercato. Non è prescritto che queste controparti siano capitalizzate ad hoc, né vi sono specifiche normative di vigilanza: la vigilanza di ogni controparte rimane quella esercitata dall’organo di vigilanza proprio di quell’intermediario (peraltro, nell’UK c’è oggi un solo organo di vigilanza, la FSA, Financial Services Authority). La banca centrale non rende pubblica la lista delle sue controparti. Questo sistema ha quindi fatto venir meno la posizione privilegiata delle discount houses, il cui ruolo s’è progressivamente ridotto. Nel dicembre 1998 l’ultima discount house ha “restituito” la sua specifica “licenza” alla Bank of England. Con la stessa riforma, la Bank of England ha esteso la gamma delle operazioni effettuabili: dalle tradizionali transazioni in bills (del Tesoro o bancari), ai gilt repos e a certi titoli di Stato in valuta. La scadenza dei repos è di circa due settimane, i bills acquistabili devono avere vita residua non superiore alla più lunga scadenza dei repos.

  • DISCOUNTED CASH FLOW

    Acr.: DCF. Lett.: cash flow attualizzato (scontato). Attualizzazione del cash flow (calcolato come differenza tra l’ammontare complessivo delle operazioni attive e passive di pagamento in moneta che si realizzano in ciascun periodo contabile di un progetto o di un’impresa in un arco di tempo considerato. È utilizzato specialmente nell’analisi dei progetti (v. metodo del valore attuale netto).

  • DISINTERMEDIAZIONE BANCARIA

    Fenomeno strutturale di riduzione dei flussi finanziari intermediati dal sistema bancario, in atto su tutti i mercati mondiali a partire dai primi anni ‘80. Per quanto riguarda il caso italiano, il processo è risultato molto esteso a causa dell’alto grado di iperintermediazione che aveva caratterizzato il periodo di applicazione della politica bancaria indotta dalla legislazione del 1936 e avvertibile tanto dal lato dei depositi che da quello degli impieghi. Relativamente al primo aspetto, la disintermediazione è dipesa dalla comparsa e dallo sviluppo di forme di risparmio (borsa, fondi comuni, titoli atipici, gestioni fiduciarie, assicurazioni vita e, in modo particolare, titoli di Stato) alternative alle tradizionali passività bancarie e al conseguente drenaggio di fondi dal sistema creditizio. In termini quantitativi, l’incidenza dei depositi bancari sul totale delle attività finanziarie delle famiglie è scesa dal 50% della metà degli anni Settanta, livello raggiunto grazie alla concomitanza di fattori contingenti quali l’elevato tasso di inflazione e la crisi del mercato obbligazionario, a meno del 28% nel 1988, mentre il peso dei titoli è corrispondentemente aumentato. Lo spostamento delle preferenze dei risparmiatori verso i valori mobiliari rispecchia il fatto che negli anni Ottanta la struttura del mercato finanziario si è arricchita di una molteplicità di strumenti che hanno reso il mercato italiano più simile a quello degli altri paesi industrializzati. In tale periodo, infatti, sono stati immessi nel mercato strumenti quali il certificato di deposito, oltre che, per iniziativa di un settore pubblico pressato da crescenti esigenze di e copertura del proprio fabbisogno, titoli - caratterizzati da forme di indicizzazione diversa quali i CCT, i CTE e i CTR. La disintermediazione bancaria si è pertanto caratterizzata per una progressiva sostituzione di titoli pubblici ai depositi bancari nel portafoglio dei risparmiatori, a differenza di quanto avvenuto negli altri sistemi economici dove si è riscontrata una rilevante sostituzione anche da parte di titoli privati. Dal lato degli impieghi, invece, il processo di disintermediazione si ricollega, da un lato, alla crescita del ricorso diretto da parte delle imprese al mercato dei capitali, dall’altro allo sviluppo del comparto dell’intermediazione finanziaria non bancaria (leasing; factoring; credito al consumo; merchant bank). La raccolta diretta di fondi, tuttavia, pur facilitata dal manifestarsi favorevole di fattori quali l’evoluzione dell’attività dei mercati finanziari e degli investitori istituzionali, rappresenta una soluzione non accessibile a tutte le imprese indiscriminatamente, risultando in genere subordinata al possesso di determinati requisiti, sia nell’emittente che nelle caratteristiche dei titoli. Per tali motivi, la riduzione dell’esposizione del mondo industriale nei confronti del sistema bancario risulta circoscritta alle imprese maggiori, mentre nel settore delle piccole e medie imprese l’attività continua a svolgere una funzione primaria; tale tendenza, inoltre, sembra incontrare un limite inferiore dipendente dalla non perfetta fungibilità tra prestiti bancari ed emissioni obbligazionarie ed azionarie. Il fenomeno della disintermediazione dei circuiti bancari ha innescato nelle banche un profondo ripensamento della natura delle proprie attività e, conseguentemente, delle proprie strutture organizzative, oltre che un arricchimento qualitativo di capacità e risorse professionali. Ne è scaturito l’affiancamento alla tradizionale attività di corporate banking di un mix di servizi ad elevato valore aggiunto ed aventi contenuto consulenziale e innovativo (p.e., servizi relativi al collocamento e alla negoziazione di titoli per conto della clientela). Ulteriori problematiche sono sorte in merito alla mutata fisionomia dei conti economici e, segnatamente, al crescente contributo dei ricavi da servizi (commissioni) rispetto ai margini d’interesse.

  • DISMISSIONE DEL PATRIMONIO IMMOBILIARE DELLO STATO E DEGLI ENTI PUBBLICI

    Fino ai tempi più recenti (inizio anni Ottanta), la gestione del patrimonio immobiliare dello Stato era regolata da una normativa con prevalenti connotazioni di carattere pubblicistico e sociale, con scarsi riferimenti a obiettivi di carattere economico. Con gli anni Novanta si è però affermato un indirizzo politico-legislativo ispirato alla gestione produttiva del patrimonio immobiliare pubblico. Con la legge finanziaria per il 1990 e con il DPEF per gli esercizi 1991-93 è stato per la prima volta previsto, per lo Stato, l’obiettivo di avviare un processo di privatizzazione immobiliare nel più ampio ambito delle cosiddette privatizzazioni dello Stato. In particolare, il predetto DPEF prevedeva, al paragrafo 1.3.2 che “un punto qualificante dell’azione di risanamento della finanza pubblica è il ricorso alla dismissione di una parte dell’ingente patrimonio immobiliare dello Stato ed una profonda revisione delle procedure di gestione dei beni immobili che resteranno di proprietà dello Stato”. Da questo indirizzo politico-legislativo è scaturita una multiforme attività legislativa, che nei paragrafiche seguono è più dettagliatamente descritta. Il tema delle privatizzazioni immobiliari è di grande interesse almeno sotto tre profili: originalità come operazione di Stato; effetti sul bilancio dello Stato; modalità e tempi di realizzazione.

    1. Precedenti.

    Sotto il primo aspetto, l’operazione ha precedenti antichi, in quanto un intervento analogo fu effettuato oltre un secolo fa, alla nascita dello Stato unitario. Nel 1862, infatti, il Ministro delle finanze Quintino Sella, rilevato che il debito dello Stato cresceva ogni anno in maniera esponenziale a causa dell’accumularsi dei debiti passati e delle ingenti spese militari da affrontare, iniziava la liquidazione, o come allora si diceva “la disammortizzazione”, di vaste proprietà dello Stato non indispensabili per finalità istituzionali. Tali proprietà si componevano innanzitutto dei beni demaniali propriamente detti, appartenenti agli Antichi Stati e della rilevantissima quantità di beni di proprietà di enti soppressi per il rinnovamento politico, fra i quali, innanzitutto, la Cassa Ecclesiastica. Nel decennio 1861-1870 lo stock lordo del debito pubblico risultava quasi triplicato in valore (da 3.105 a 8.871 milioni di lire) e più che raddoppiato rispetto al PIL (dal 45% al 96%). Le esigenze pressanti di copertura della spesa pubblica, l’impossibilità di accrescere il prelievo tributario e l’eccessiva onerosità delle emissioni di titoli pubblici resero indispensabile, quindi, la manovra di finanza straordinaria rappresentata dall’alienazione delle proprietà demaniali. L’esito non favorevole delle prime operazioni di vendita gestite direttamente dallo Stato (60 milioni di lire nel biennio 1862-1863) indusse il Ministro Sella a predisporre un altro disegno di legge (approvato non senza contrasti dal Parlamento il 20 novembre 1864) che autorizzava il Governo a stipulare una convenzione per l’affidamento a terzi delle operazioni di cessione di gran parte dei beni demaniali da alienare; il contratto fu poi stipulato con la Società Anonima per la vendita dei beni del Regno d’Italia, appositamente costituita nel 1864 a Firenze con capitale maggioritario della Società generale di Credito Mobiliare, che, tra l’altro, si impegnò ad anticipare allo Stato subito 150 milioni di lire. Le vendite del patrimonio pubblico consentirono di acquisire al Bilancio dello Stato rilevanti entrate che, nel solo periodo 1864-1869, si ragguagliarono complessivamente ad oltre 900 milioni di lire, pari a circa il 15% dell’intera spesa pubblica del sessennio indicato. Per ottenere risultati analoghi, ai giorni nostri le dismissioni dovrebbero rendere circa 150 milioni di euro.

    2. La legge 25.1.1992 n. 35.

    Nella legge finanziaria del 1990 furono contabilizzate nel bilancio di previsione del Ministero delle Finanze per l’esercizio 1991 entrate per un totale di 4.600 miliardi per dismissioni immobiliari, peraltro non realizzate. Nella manovra di finanza pubblica per gli anni ‘93-’95, varata nel luglio 1992, furono contabilizzati come fonti di entrata, finalizzate al risanamento della finanza pubblica, 7 mila miliardi per il 1992, 15 mila miliardi per il 1993 ed il 1994, 12 mila miliardi per il 1995 senza però alcuna distinzione di apporto tra la componente mobiliare e quella immobiliare. Il primo intervento legislativo in materia di dismissioni del patrimonio immobiliare dello Stato è rappresentato dalla l. 1992/35 che regolamentava la “Trasformazione degli enti pubblici economici, dismissione delle partecipazioni statali ed alienazione di beni patrimoniali suscettibili di gestione economica”. Tale provvedimento era costituito da solo due articoli di cui l’art. 2 si riferiva alle dismissioni immobiliari e conferiva al Ministro delle Finanze la facoltà di far censire e poi dismettere da società appositamente costituite in base a criteri stabiliti dal CIPE, i beni considerati non indispensabili allo svolgimento delle attività istituzionali dello Stato. Effettuato parzialmente il censimento degli immobili alienabili, nel 1993, su delibera del Consiglio dei Ministri, veniva costituita Immobiliare Italia spa. La società, nata su iniziativa dell’IMI, dell’ENI, della BNL, della Banca di Roma e di altri istituti di credito, pur mettendo immediatamente a punto, d’intesa con il Ministero delle Finanze, una bozza di regolamento di attuazione della legge citata e una bozza di convenzione da sottoporre al Tesoro, incontrò innumerevoli difficoltà nel perseguimento dei suoi obiettivi. Da principio, infatti, furono manifestate perplessità da parte del Ministero delle Finanze in ordine alla convenienza per lo Stato di chiedere (obbligatoriamente a parere del Ministero) anticipazioni di almeno il 50% sul valore dei beni conferiti a Immobiliare Italia per la dismissione in quanto il tasso di interesse applicabile sulle anticipazioni poteva essere più elevato rispetto al normale costo dell’indebitamento a breve dello Stato. Per superare l’ostacolo veniva emanato quindi il d.l. 1994/216 che modificava l’art. 2 della l. 1992/35 nel senso di rendere facoltativo per lo Stato richiedere la citata anticipazione. Nel 1994, mentre si provvedeva agli approfondimenti volti ad emendare le bozze di convenzione, furono prospettate altre perplessità dal Ministero delle Finanze in ordine al conferimento dell’incarico ad Immobiliare Italia, avanzando l’ipotesi che la convenzione costituisse violazione delle norme comunitarie che stabiliscono un divieto alla discriminazione in materia di servizi (artt. 52 e 59 TCE). Anche tale argomento veniva superato da Immobiliare Italia nel corso di vari incontri con i competenti uffici della Comunità, in quanto nel caso in esame andava applicata la deroga di cui all’art. 55 del Trattato per il carattere strettamente fiduciario e quindi necessariamente esclusivo del mandato da conferire. Successivamente sorsero nuovi dubbi in ordine all’avvio delle dismissioni, per la circostanza che le crescenti privatizzazioni di alcuni degli enti pubblici azionisti di Immobiliare Italia (come p.e. l’IMI) potevano far ritenere non rispettata la direttiva CIPE del 31.12.92 che prescriveva che la maggioranza azionaria di Immobiliare Italia dovesse essere riservata ad enti pubblici economici. Un disegno di legge (n. 1365) all’art. 28, eliminava la norma relativa al conferimento dell’incarico ad una società a capitale misto (che doveva essere a maggioranza pubblica), consentendo che della materia potesse occuparsi una società per azioni, e fissava al contempo (art. 36) una serie di ulteriori prescrizioni per agevolare le procedure di dismissioni degli immobili dello Stato. Gli articoli venivano poi stralciati dalla legge finanziaria e inseriti in un altro disegno di legge n. 1365 quater, mai poi approvato dal Parlamento. Vista, pertanto, l’impossibilità oggettiva di addivenire al perfezionamento della convenzione e del conseguente venir meno delle condizioni per mantenere in vita l’iniziativa; considerato inoltre che le mutate condizioni soggettive di alcuni azionisti e il quadro normativo che ha portato alla nascita dei Fondi immobiliari (l. 1994/86), avrebbero comunque imposto un ripensamento delle modalità sino ad allora ipotizzate per procedere all’alienazione del patrimonio dello Stato, Immobiliare Italia nel marzo del 1996 comunicava formalmente al Ministero delle Finanze di rinunciare a proseguire le trattative per la stipula della Convenzione.

    3. La l. 23.12.1996 n. 662 (legge finanziaria 1997).

    Con l’emanazione della l. 23.12.1996 n. 662, contenente “Misure di razionalizzazione della finanza pubblica” (Finanziaria 97), viene definitivamente annullato l’originario progetto di dismissione del patrimonio immobiliare dello Stato in quanto all’art. 3 comma 97 è disposta l’abrogazione dell’art. 2 del d.l. 5.12.1991 n. 386, con. della l. 29.1.1992 n. 35 e del comma 6 dell’art. 32 della l. 23.12.1994 n. 724. Con la stessa legge 1996/662 però si delinea il nuovo quadro normativo di riferimento e le nuove modalità di attuazione delle privatizzazioni dei cespiti immobiliari pubblici. Queste, sinteticamente possono così riassumersi: a) cessione diretta per immobili (l.1996/662, art. 3 comma 99); b) costituzione di Fondi Immobiliari chiusi (l. 1994/86 e l. 1996/662, art. 3, comma 86); c) dismissione di immobili del Ministero della Difesa (l. 1996/662, art. 3 comma 112)

    3.a) Cessione diretta degli immobili.
    L’art. 3 comma 99 della l. 1996/662 prevede che i beni immobili appartenenti allo Stato non conferiti nei Fondi immobiliari di cui al comma 86 del medesimo articolo (cioè il cui valore catastale non sia superiore a due miliardi), possano essere alienati direttamente dall’Amministrazione Finanziaria mediante asta pubblica, e qualora questa vada deserta, mediante trattativa privata, sulla base del miglior prezzo di mercato. I procedimenti di alienazione saranno curati dagli Uffici dell’Amministrazione Finanziaria della Provincia in cui si trovano i beni o la maggior parte di essi. Il prezzo di vendita, a norma del successivo comma 103, viene determinato dall’Osservatorio del mercato dei valori immobiliari istituito presso il dipartimento del territorio, a seguito di documentate indagini di mercato e tenuto conto dei valori rilevanti all’attualità. Sempre nell’ottica di incentivare dette alienazioni, il legislatore ha anche previsto la possibilità di poter accordare agli acquirenti la rateizzazione del prezzo di vendita, secondo modalità e termini indicati nel comma 104 e sempre che ovviamente ne ricorrano i presupposti ivi stabiliti.

    3.b) Costituzione di fondi immobiliari chiusi.
    L’art. 3 comma 86 della l. 23.12.1996 n. 662 (legge finanziaria 1997), stabilisce invece che il Ministero del Tesoro, per attivare la dismissione dei beni immobili dello Stato, possa sottoscrivere quote di fondi immobiliari istituiti ai sensi dell’art. 14 bis della l. 25.1.1994 n. 86 (introdotto dall’art. 3, comma 111 della l. 1996/662), mediante apporto di beni immobili e di diritti reali su immobili appartenenti al patrimonio dello Stato, aventi valore significativo (cioè un valore catastale complessivo non inferiore a due miliardi) o mediante apporti in denaro. La l. 1994/86 ha, come noto, istituito i fondi comuni d’investimento immobiliare chiusi (v. fondo d’investimento immobiliare) e ne ha disciplinato gli aspetti strutturali organizzativi oltre che il regime fiscale. L’art. 1 infatti recita espressamente: “il Ministero del Tesoro autorizza le Società per azioni aventi per oggetto esclusivo la gestione di fondi comuni d’investimento collettivo in immobili o partecipazioni in società immobiliari ad istituire uno o più fondi comuni d’investimento immobiliare di tipo chiuso”. Le opzioni fondamentali adottate dal Legislatore nel disciplinare e regolamentare tale istituto (che costituisce l’ingresso nel sistema giuridico italiano di un importante strumento di investimento finanziario), sono consistite da un lato nella scelta della struttura chiusa del Fondo, in luogo della pur possibile formula organizzativa aperta, e dall’altro nel modello contrattuale in luogo di quello statutario. Sotto il primo profilo infatti viene prevista la preclusione per il sottoscrittore di recedere e di essere rimborsato della quota sottoscritta in ogni tempo, ma solo al termine del periodo stabilito. Conseguenza di ciò è che nel fondo di tipo chiuso l’ammontare del patrimonio che sarà oggetto di gestione è determinato. Sotto il secondo profilo l’organizzazione del fondo viene prevista secondo la struttura contrattuale che suppone la presenza di due entità giuridiche distinte: da un lato la società di gestione, dall’altro il fondo costituito da quote rappresentative dei versamenti effettuati dagli investitori. Una delle ragioni più evidenti che hanno indotto il legislatore a optare per tale struttura è la tutela dell’investitore, per la diversa incidenza delle perdite, che in tali casi possono riguardare tanto il fondo, e allora sono a carico dell’investitore, quanto la Società rimanendo ad esclusivo carico di questa. Successivamente, il d.l. 26.9.1995 n. 406, conv. con modificazioni nella l. 29.11.1995 n. 503, ha notevolmente trasformato la legge istitutiva dei fondi immobiliari chiusi, rendendo più agevole l’uso di tale strumento anche per quel che concerne le dismissioni immobiliari pubbliche. È stata infatti interamente rivisitata la disciplina fiscale, disposta dall’art 15, in quanto la previsione originaria era tale da scoraggiare la possibilità sostanziale di costituzione dei fondi immobiliari poiché era previsto un trattamento penalizzante e paralizzante delle iniziative sia private che pubbliche in merito. Tra le novità più rilevanti introdotte con detta legge, va inoltre segnalato l’art. 14 bis che consente l’istituzione di Fondi immobiliari con apporto di beni immobili o di diritti reali di godimento, purché le quote sottoscritte siano costituite per oltre il 90% con beni conferiti dallo Stato, da enti previdenziali pubblici da regioni, da enti locali e loro consorzi, oltre che da società interamente possedute, anche indirettamente dagli stessi soggetti. Tale articolo viene interamente sostituito dal comma 111 dell’art.3 della l.1996/662 e le modifiche agevolano ancora di più la costituzione dei fondi immobiliari consentendo così l’effettivo uso di tale strumento nel processo di alienazione del patrimonio immobiliare dello Stato. Esso stabilisce, infatti, che possono conferirsi ai fondi anche cespiti pubblici sia pure con il limite minimo del 51% (rispetto al 90% precedentemente previsto); la residua sottoscrizione delle quote del fondo può avvenire anche da soggetti diversi ma solo con il conferimento di immobili. Viene anche previsto l’obbligo per gli stessi soggetti di integrare l’apporto in natura con un conferimento in denaro che non potrà comunque essere inferiore al 5% del valore del fondo e che andrà necessariamente ad aggiungersi nella valutazione delle quote del fondo ricevute in cambio (tale obbligo non sussiste qualora vi sia la sottoscrizione delle quote del Fondo soltanto con apporto in denaro, sempre che il relativo apporto non sia inferiore al 10% del valore del Fondo). L’operazione di apporto è disciplinata in modo da caratterizzarsi per la sua neutralità fiscale in quanto viene stabilito che gli apporti del Fondo non diano luogo a redditi imponibili ovvero a perdite deducibili per l’apportante (qualunque sia la tipologia giuridica) al momento dell’apporto. Le quote ricevute in cambio dell’immobile o del diritto oggetto di conferimento mantengono, ai fini delle imposte sui redditi, il medesimo valore fiscalmente riconosciuto anteriormente all’apporto. Altra modifica prevista dal citato comma 111 concerne l’offerta al pubblico delle quote, che dovrà concludersi, non più in dodici mesi dall’istituzione del fondo,come precedentemente previsto, ma entro 18 mesi dalla data dell’ultimo apporto in natura e dovrà altresì comportare collocamento di quote per un numero non inferiore al 60% del loro numero originario presso investitori diversi dai soggetti conferenti. A detti fondi potranno confluire appunto, a norma dell’art. 3 comma 86 della l.1996/662, i cespiti immobiliari, aventi valore significativo, suscettibili di valorizzazione e di proficua gestione economica, che dovranno essere inclusi in un apposito elenco predisposto dal Ministero delle Finanze che dovrà comprendere, tra l’altro, la descrizione dei beni con tutti i dati necessari alla loro individuazione. È fatto pertanto obbligo alle Amministrazioni dello Stato che utilizzano, detengano o abbiano diritti reali su tali beni di comunicare al Ministero suddetto i dati identificativi degli immobili. Tale elenco dovrà poi essere trasmesso al Ministero del Tesoro il quale, avrà tra l’altro il compito di promuovere la costituzione di una o più società di gestione con facoltà di assumere direttamente o indirettamente partecipazioni nel relativo capitale. La legge demanda inoltre sempre al Ministero del Tesoro il compito di fissare, con decreto, le condizioni di cessione delle quote dei fondi immobiliari di cui al comma 86 oltre che le modalità e le condizioni per l’emissione di titoli speciali, disciplinati dal comma 13 dell’art. 14 bis della l. 1994/86, convertibili in quote dei fondi.

    3.c) Dismissioni immobiliari del Ministero della Difesa.
    Con la stessa l. 1996/662 è stata inoltre varata l’operazione di cessione degli immobili in uso al Ministero della Difesa che verrà poi riconfermata con la L. 1998/448 e successivamente con la l. 23.12.1999 n. 488 (legge finanziaria 2000). L’art. 3 comma 112 della l. 1996/662 stabilisce che, per esigenze connesse alla ristrutturazione delle Forze armate, con decreto del Presidente del Consiglio sono individuati gli immobili da inserire in un apposito programma di dismissioni da realizzare secondo determinate procedure. In particolare, secondo quanto stabilito alla lettera a) del medesimo comma, le alienazioni, le permute, le valorizzazioni e le gestioni dei beni potranno essere effettuate mediante conferimento di apposito incarico a società a prevalente capitale pubblico avente particolare qualificazione nel campo immobiliare. A norma di quanto previsto dalla successiva lettera b), alle attività di utilizzazione e valorizzazione oltre che permuta dei beni che interessano enti locali si potrà invece procedere con accordi di programma ai sensi e per gli effetti di quanto disposto dall’art. 27 della l. 1990/241. Con l’emanazione della successiva l. 1998/448 vengono previste ulteriori procedure e modalità attuative delle dismissioni in materia. In particolare l’art. 44, commi 1 e 2, prevede che con decreto del Presidente del Consiglio, siano individuati, per la loro dismissione, ovvero per essere attribuiti a terzi in gestione, anche mediante concessione, i beni immobili per i quali sia venuto meno l’interesse per finalità militari. Per quanto riguarda l’espletamento delle attività di cui sopra, l’art. 44 comma 2 fa espresso richiamo alla lettera a) ed e) del comma 112 dell’art. 3 della l. 1996/662. Conseguentemente, i soggetti affidatari dell’incarico potranno essere anche in questo caso le società a prevalente capitale pubblico aventi particolare qualificazione in campo immobiliare. Viene inoltre dettagliatamente disciplinato il diritto di prelazione in favore dei comuni delle province e delle regioni, di cui si faceva solo cenno nella l. 1996/662 al comma 113. Secondo quanto stabilito al comma 3 dell’art 44, il Ministero della Difesa è tenuto a notificare agli enti territoriali (comuni regioni e province) in cui è situato l’immobile il valore dell’immobile al prezzo di mercato corrente: gli enti interessati debbono esercitare il diritto entro il termine di tre mesi dalla notificazione. La priorità per l’esercizio della prelazione è attribuita ai comuni e in subordine alle regioni. Viene inoltre previsto il diritto di riscattare la quota dall’acquirente in capo agli stessi enti territoriali in caso di mancata notificazione. Il comma 6 dell’art. 44 prevede infine la sopravvivenza delle modalità di vendita stabilita dall’art. 3 comma 112 della l. 1996/662 per quanto concerne i beni inseriti nel Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 11 agosto 1997, adottato in conseguenza dell’emanazione di detta legge. Il legislatore ha poi individuato un punto cruciale nel processo dismissorio dei beni demaniali pubblici, costituito dalla disciplina prevista per quei beni rientranti in tale categoria ma che sono espressamente vincolati ai sensi delle l. 1939/1089 e 1939/1497 o suscettibili di esservi assoggettati per le loro caratteristiche storiche, artistiche, architettoniche, o di pregio ambientale. L’art. 32 della l. 1998/448 prevede espressamente che tali beni possano essere alienati solo a seguito dell’emanazione di apposito regolamento da mettere a punto (entro un anno dalla data di entrata in vigore della legge) dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali d’intesa con il Ministero della Difesa. Tale disposizione ha costituito senza dubbio un elemento pesantemente frenante nella procedura di alienazione ed un allungamento ulteriore dei tempi per le vendite di questa tipologia di immobili, già eccessivi rispetto a quelli delle normali transazioni commerciali. Detto regolamento, di cui più appresso si parlerà, è stato emanato col d.p.r. 7.9.2000 n. 283. Per le innovazioni apportate dalla l. 23.12.1999 n. 488 (legge finanziaria 2000) v. avanti sub 5. La legge 23 dicembre 1999 n. 488 (legge finanziaria 2000), g) Dismissioni di beni della Difesa e prelazioni degli enti territoriali.

    4. Conferimento o vendita dei cespiti immobiliari statali a società per azioni.

    Con la l. 1998/448 (Finanziaria 1999) il legislatore ha inoltre previsto un ulteriore strumento normativo per agevolare la dismissione e la valorizzazione del patrimonio immobiliare statale: il conferimento o la vendita dei cespiti a società per azioni. Secondo quanto previsto infatti dall’art. 19 comma 1 della citata legge, il Ministero dell’economia e delle finanze, di concerto, per gli immobili soggetti a tutela, con il Ministero per i beni e le attività culturali, ha facoltà di conferire o vendere a società per azioni, anche appositamente costituite compendi o singoli beni immobili, diritti reali sugli stessi, per la più proficua gestione. I beni non alienabili verranno gestiti e valorizzati dalle società cui sono conferiti e per il loro utilizzo queste provvederanno a corrispondere un compenso annuo allo Stato a titolo di corrispettivo. A norma del successivo comma 4 è inoltre previsto che il capitale delle società cui sono da conferire i beni alienabili sia quelli non alienabili, possa appartenere sia ad amministrazioni pubbliche che a soggetti privati.

    5. La legge 23.12.1999 n. 488 (legge finanziaria 2000).

    Con l’emanazione dell’art. 4 della legge 23.12.1999 n. 488 sono state apportate ulteriori modifiche e innovazioni di notevole rilevanza per quel che riguarda la disciplina delle alienazioni del patrimonio immobiliare dello Stato. Esse in particolare riguardano: a) il conferimento degli immobili dello Stato ai fondi immobiliari chiusi (comma 86 e seguenti dell’art. 3 L. 1996/662) e le vendite dirette (comma 99 del predetto art. 3); b) l’alienazione di beni immobili del demanio storico e artistico; c) i beni da tutelare appartenenti alle Regioni, alle Province e ai Comuni; d) i beni appartenenti allo Stato; e) le prelazioni del Ministro; f) le vendite e i conferimenti degli immobili a società per azioni (art. 19 della l. 1998/448); g) la disciplina del diritto di prelazione in capo agli enti territoriali in ordine alla dismissione dei beni della Difesa (art. 44 comma 3 l. 1998/448).

    5.a) Conferimento a fondi immobiliari chiusi. Vendite dirette.
    Per quanto concerne il conferimento di cespiti immobiliari pubblici ai Fondi, l’art. 4 comma 1 della l. 1998/448 elimina il limite minimo di valore catastale, fissato in due miliardi, degli immobili conferibili ai fondi. In altre parole pertanto in base alla nuova normativa sarà possibile conferire ai Fondi disciplinati dal comma 86 della l. 1996/662 anche immobili di valore non significativo e pertanto di valore catastale inferiore al suddetto importo. La norma detta inoltre le modalità operative per il conferimento ed è questa la novità più rilevante: stabilisce infatti che il Tesoro si avvalga per l’attività di conferimento oltre che per la valutazione dei beni di uno o più consulenti finanziari o immobiliari, scelti anche in deroga alle norme di contabilità dello Stato, con procedure competitive tra primarie società nazionali ed estere. La procedura fissata dal comma 99 della l. 1996/662 per quel che riguarda le vendite dirette viene completamente modificata. Secondo la nuova formulazione del predetto comma 99, i beni immobili e i diritti immobiliari, non conferiti nei fondi, una volta individuati, possono essere alienati, secondo programmi modalità e tempi definiti, dal Ministero dell’economia e delle finanze che ne cura l’attuazione. Sia i beni inseriti in detti programmi che quelli non compresi, sono alienati in deroga alle norme di contabilità dello Stato. Anche per l’espletamento di tale attività è previsto che il Tesoro si avvalga di uno o più consulenti finanziari o immobiliari, scelti anche in deroga alle norme di contabilità dello Stato, con procedure competitive tra primarie società nazionali ed estere, a condizione che non svolgano attività di consulenza o professionale in conflitto di interessi con i compiti dell’incarico. I beni in questione, ed è questa la novità più rilevante, possono essere alienati ad uno o più intermediari scelti con procedure competitive. In tali casi gli intermediari corrisponderanno al Tesoro l’importo pattuito e si impegnano a rivendere gli immobili acquistati entro un termine concordato corrispondendo allo stesso Ministero la differenza tra il prezzo di rivendita e il prezzo di acquisto, al netto di una commissione percentuale progressiva calcolata su tale differenza. Qualora l’intermediario non proceda alla rivendita nel termine concordato e abbia però esperito inutilmente tutte le procedure finalizzate alla rivendita, compreso l’espletamento dell’asta pubblica, dovrà corrispondere al Ministero la differenza tra il valore di mercato degli immobili e il prezzo di acquisto, al netto della commissione percentuale sopra detta. In caso contrario la differenza dovuta sarà calcolata includendo pure la commissione. È previsto infine che singoli immobili, anche non compresi nei programmi possano essere venduti a soggetti diversi dagli intermediari: in tal caso alla alienazione provvederà il Ministero dell’economia e delle finanze.

    5.b) Alienazione di beni immobili del demanio storico e artistico.
    L’art. 4 della l. 1999/488 riscrive, inoltre, il comma 100 dell’art. 3 della legge 1996/662 stabilendo così che le valutazioni di interesse storico e artistico sugli immobili da alienare debbano essere effettuate secondo le modalità e i termini stabiliti nel regolamento di attuazione dell’art. 32 della l. 1998/448. Il regolamento, che compiutamente disciplina le alienazioni di beni immobili del demanio storico e artistico è stato emanato con d.p.r. 7.9.2000 n. 283. Nell’ambito della sua normativa, che a questo punto corre l’obbligo se pur sinteticamente di analizzare, vengono fissati i limiti e le modalità per le alienazioni relative ai beni immobili di interesse storico e artistico di proprietà dello Stato, delle regioni dei comuni delle province, costituenti il demanio artistico e storico. Vengono da principio individuati i beni inalienabili ma che nonostante tale caratteristica possano comunque essere conferiti in concessione o utilizzo in convenzione, Essi sono: a) i monumenti nazionali (riconosciuti con provvedimenti aventi forza di legge); b) i beni di interesse particolarmente importante (ex art. 2 comma 1 lettera B del TU delle disposizioni in materia di beni culturali e ambientali emanato con il d.lg. 29.10.1999 n. 490); c) i beni di interesse archeologico; d) i beni che, riconosciuti con decreto del Ministro, documentano identità e storia di Istituzioni pubbliche, collettive, ecclesiastiche.

    5.c) Beni da tutelare appartenenti alle Regioni, alle Province e ai Comuni.
    I successivi art. 3 4 e 5 fissano invece le regole della procedura di formazione degli elenchi dei beni da tutelare appartenenti alle Regioni alle Province ed ai Comuni. Detti enti presentano al Soprintendente regionale per i beni e le attività culturali, entro due anni dall’emanazione del Regolamento, gli elenchi dei beni che presentano interesse storico artistico archeologico o demo-etno-antropologico (art. 2 lett. A d.lg. 29.10.1999 n. 490) oltre che gli elenchi dei beni realizzati almeno 45 anni prima dell’entrata in vigore del regolamento. Il Soprintendente regionale entro 24 mesi comunica all’ente i beni inseriti negli elenchi che non rivestono interesse storico artistico, integra gli elenchi con i beni ultra quarantacinquennali che rivestono interesse storico artistico e dichiara l’eventuale interesse particolarmente importante. Effettuata l’individuazione dei beni e fermo restando i casi di inalienabilità, i beni inseriti negli elenchi potranno essere alienati previo rilascio di autorizzazione da parte dello stesso Soprintendente regionale, disciplinata dai successivi art. 7 e 8.

    5.d) Beni appartenenti allo Stato.
    Per quel che riguarda i processi di dismissione e valorizzazione dei beni appartenenti allo Stato, disciplinati dal successivo art. 19, le alienazioni avvengono secondo procedimenti più rapidi. Le Amministrazioni Statali inviano al Ministero gli elenchi con i dati degli immobili e il Ministero entro 60 giorni individua gli immobili che non rivestono interesse storico artistico e quelli la cui alienazione è soggetta ad autorizzazione. La procedura successiva è disciplinata dalle prescrizioni del regolamento relative agli altri beni tranne che per i beni in uso all’Amministrazione Militare per i quali è prevista una richiesta di autorizzazione più snella contenente l’indicazione dei dati identificativi dell’immobile della destinazione d’uso e delle modalità di pubblica fruizione.

    5.e) Prelazioni del Ministro.
    Il regolamento prevede inoltre la disciplina delle prelazioni agli art. 12 e 13. Secondo quanto ivi previsto, il Ministro, che ha facoltà di acquistare i beni a base d’asta, deve esercitare la prelazione entro 60 giorni dalla richiesta di autorizzazione all’alienazione. Qualora Vi sia disaccordo sul prezzo lo stesso verrà stabilito da una apposita commissione. In caso di vendita ad un prezzo inferiore a quello contenuto nella richiesta di autorizzazione, l’Ente alienante deve denunciare la vendita entro 60 giorni e il Ministero può esercitare la prelazione. È infine prevista la possibilità che gli Enti pubblici territoriali possano formulare al Ministero una proposta di prelazione entro 40 giorni dalla data di conoscenza della avvenuta richiesta di autorizzazione all’alienazione. Qualora il Ministro rinunci all’acquisto, emette un decreto di prelazione a favore dell’Ente richiedente.

    5.f) Conferimenti ed alienazioni di cespiti immobiliari pubblici a spa.
    In merito ai conferimenti ed alle alienazioni di cespiti immobiliari pubblici a società per azioni il comma 1 dell’art. 19 della L. 1998/448 viene sostituito, dal comma 10 dell’art. 4 l. 1999/488 prevedendo anche in questo caso, come per i fondi e per le vendite dirette che il Ministero dell’economia e delle finanze si avvalga di consulenti (aventi le stesse identiche caratteristiche sopra indicate) ai quali viene anche affidata la valutazione dei beni, con preclusione di acquisto dei beni per i quali hanno fornito la consulenza.

    5.g) Dismissioni di beni della Difesa e prelazioni degli enti territoriali.
    In ordine, infine, alle novità apportate in materia di dismissioni dei beni della Difesa va segnalata la modifica integrale dell’art. 44 comma 3 in materia di prelazione agli enti territoriali che prevede: 1) la notifica del valore dei beni determinato a norma dell’art. 3 comma 112 lettera c) della l. 1996/662 (alla determinazione del valore provvede in sostanza la società affidataria dell’incarico di alienare, tenendo conto dell’incidenza delle valorizzazioni conseguenti alle eventuali modificazioni degli strumenti urbanistici rese necessarie dalla nuova utilizzazione. La valutazione è approvata dal Ministero della Difesa previo parere espresso da una commissione di congruità appositamente costituita); 2) la riduzione da tre mesi a quarantacinque giorni del termine per esercitare la prelazione; 3) la priorità nell’esercizio della prelazione ai comuni alle province e successivamente alle regioni; 4) l’obbligo per detti enti che acquistano in prelazione di mantenere la destinazione pubblica del bene oggetto di dismissione o concessione per almeno 30 anni.

    6. La legge 2.4.2001 n. 139.

    Con l’emanazione della l. 2.4.2001 n. 136 recante disposizioni in materia di sviluppo, valorizzazione ed utilizzo del patrimonio immobiliare dello Stato, oltre che altre disposizioni in materia di immobili pubblici vengono apportate ulteriori modifiche all’art. 19 della l. 1998/448 come modificato dal già citato comma 10 dell’art. 4 della l. 1999/488. All’art. 19, prima del comma 1, viene inserito il comma 01 che prevede la possibilità da parte di alcuni soggetti, pubblici o privati, di presentare progetti di sviluppo, di valorizzazione o di utilizzo di beni immobili appartenenti a qualsiasi titolo allo Stato. Le amministrazioni dello Stato, i comuni ed altri soggetti pubblici o privati possano infatti proporre al Ministero dell’economia e delle finanze e all’Agenzia del demanio, progetti per lo sviluppo, la valorizzazione o l’utilizzo di determinati beni o complessi immobiliari appartenenti a qualsiasi titolo allo Stato. Se il progetto di valorizzazione e gestione di beni è presentata dai comuni, a questi verrà attribuita la partecipazione azionaria nella misura del 51% della società che sarà costituita a norma del comma 1 dell’art. 19 (ricordiamo che il Tesoro, anche in deroga a norme sulla contabilità di stato, in base a detto comma che sostanzialmente è rimasto invariato, ha facoltà di conferire o vendere a società per azioni anche appositamente costituite, compendi o singoli beni immobili o diritti reali su di essi, per la loro più proficua gestione). Nel caso in cui il progetto di sviluppo di valorizzazione o di utilizzo presentato a norma del comma 01 richieda per la sua attuazione decisioni rimesse alla competenza di amministrazioni pubbliche diverse da quella proponente e dall’Agenzia del demanio, potrà essere nominato un commissario straordinario del Governo, che curi il coordinamento degli adempimenti necessari ivi compresa la convocazione di una Conferenza di servizi a norma della l. 1990/241 e successive modificazioni e integrazioni. La legge in questione stabilisce inoltre al comma 6 quinquies, che i beni immobili appartenenti allo Stato, per i quali non siano stati presentati progetti ai sensi del comma 01, che non siano adibiti ad uso governativo ma che siano compresi in piani di sviluppo valorizzazione o utilizzo predisposti da comuni province o regioni sul cui territorio insistono, possano su richiesta degli enti medesimi, essere trasferiti agli enti stessi sulla base di apposita convenzione che determina le condizioni e le modalità di trasferimento e le quote di partecipazione dello Stato alla fruizione dei proventi derivanti dalla gestione o dismissione di detti beni, nonché l’eventuale retrocessione degli stessi allo Stato per la mancata attuazione del progetto entro il termine fissato nella stessa convenzione. Infine, per gli immobili per i quali non sussiste la possibilità di utilizzazione nei modi sopra descritti il comma 10 bis prevede la possibilità della loro assegnazione in concessione, anche gratuita, ovvero in locazione, anche a canone ridotto secondo quanto stabilito da un apposito regolamento da emanare nel rispetto dei seguenti principi: a) autorizzazione ai soggetti interessati da parte del Ministero dell’economia e delle finanze; b) utilizzazione dei beni ai fini di interesse pubblico o di particolare rilevanza sociale; c) individuazione della tipologia dei beni per i quali è necessaria l’autorizzazione; d) revoca in caso di violazione delle prescrizioni contenute nell’autorizzazione. Per espressa previsione normativa va sottolineato inoltre che le disposizioni in argomento non si applicano agli immobili di cui all’art. 3, commi da 99 a 105, della l. 1996/662, come modificato e integrato dall’art. 4 comma da 3 a 7, della legge 23 dicembre 1999 n. 448, inclusi negli elenchi predisposti dal Ministero dell’economia e delle finanze e oggetto di specifici programmi di dismissione. È altresì stabilito che le norme stabilite dall’art 19 come ora modificato potranno essere utilizzate per la dismissione degli immobili del Ministero della difesa, individuati con decreto del Ministero stesso.

    7. D.l. 25.9.2001 n. 351 (conv. in l. 23.11.2001 n. 410). Cartolarizzazione.

    Una nuova strada per accelerare l’avvio delle dismissioni degli immobili pubblici è stata aperta dal Governo col d.l. 25.9.2001. n. 351 recante disposizioni urgenti in materia di privatizzazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico e di sviluppo dei fondi comuni d’investimento immobiliari. Il decreto è stato convertito nella l. 23.11.2001 n.410. La l. 2001/410 e riguarda i beni statali, beni demaniali e del patrimonio indisponibile e disponibile, i beni degli enti pubblici non territoriali, i beni non strumentali in precedenza attribuiti a società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta, riconosciuti di proprietà dello Stato, i beni ubicati all’estero. La legge prevede (all’art. 2) la possibilità di alienare il patrimonio immobiliare pubblico a una o più società a responsabilità limitata con capitale iniziale di 10.000 euro, appositamente costituite dal Ministro dell’economia e delle finanze, aventi ad oggetto esclusivo la realizzazione di una o più operazioni di cartolarizzazione dei proventi derivanti dalla dismissione del patrimonio immobiliare dello Stato e degli altri enti pubblici individuati dallo stesso decreto. La costituzione di tali società costituisce la novità principale e originale del provvedimento. La disciplina normativa in argomento riguarda tutti gli immobili pubblici, sia del demanio che delle società pubbliche che degli enti previdenziali, per i quali però le nuove norme varranno solo per i cespiti non ancora aggiudicati o non ancora venduti alla data del 31.10.2001. Le società di cui sopra potranno effettuare le operazioni di cartolarizzazione mediante l’emissione di titoli o l’assunzione di finanziamenti. Per ogni operazione di tal genere le società dovranno individuare i beni immobili destinati al soddisfacimento dei diritti dei portatori dei titoli o dei concedenti i finanziamenti; detti beni costituiranno un patrimonio separato da quello delle Società stesse e da quello relativo ad altre operazioni di cartolarizzazione. Il decreto prevede inoltre numerose agevolazioni ed esenzioni fiscali che dovrebbero assicurare il successo dell’operazione. Effettuata la ricognizione del patrimonio immobiliare pubblico, i beni immobili potranno essere trasferiti a titolo oneroso ad una o più delle società di cui sopra. Nei decreti di trasferimento adottati dal Ministero dell’economia e delle finanze verranno tra l’altro fissati: a) il prezzo iniziale che la società deve corrispondere a titolo definitivo per i beni trasferiti e le modalità di pagamento dell’eventuale residuo; b) le caratteristiche dell’operazione di cartolarizzazione che la società realizza per finanziare il pagamento del prezzo; c) la gestione degli immobili trasferiti e dei contratti accessori da regolarsi con convenzione; d) le modalità per la valorizzazione e la rivendita degli immobili trasferiti. Il decreto in argomento, oltre ad introdurre lo strumento della cartolarizzazione per il pagamento all’Erario del controvalore degli immobili, prevede una serie di disposizioni relative ai fondi di investimento immobiliare. Al di là delle novità di natura fiscale che rendono sicuramente più conveniente e agevole l’utilizzo di tale istituto finanziario, viene inoltre prevista la possibilità di promuovere la costituzione di fondi immobiliari conferendo beni immobili dello Stato non residenziali oltre che la facoltà di istituire fondi aventi i beni immobili come oggetto anche prevalente e non solo esclusivo, come precedentemente previsto. Il superamento di eventuali ostacoli costituiti dall’esistenza di vincoli connessi al valore artistico e storico dei beni dello Stato risulta semplificato mediante la previsione che per tali beni i decreti di trasferimento vengano adottati di concerto con il Ministro per i Beni e le Attività Culturali. Per gli immobili ad uso residenziale sono sostanzialmente mantenute le preesistenti agevolazioni a favore dei conduttori nonché di particolari categorie degli stessi (nuclei familiari con reddito annuo inferiore a 19.000 euro; famiglie con componenti ultrasessantacinquenni o disabili) consentendo loro l’opzione all’acquisto con riduzione del 30% rispetto al prezzo di mercato, nonché ulteriori agevolazioni per l’ipotesi che venga acquistato almeno l’80% delle unità residenziali complessive dell’immobile; è altresì confermata la possibilità di rinnovo della locazione a favore delle cd. categorie protette. Le altre disposizioni della legge disciplinano i fondi comuni d’investimento immobiliare prevedendo un regime tributario di favore ed una semplificazione delle procedure relative al conferimento dei beni, così da dare effettivo impulso a tale strumento.

  • DISOCCUPAZIONE FRIZIONALE

    La disoccupazione frizionale deriva dalla durata e dalle imperfezioni nel processo di matching (o abbinamento) tra posti di lavoro disponibili e lavoratori in cerca della migliore occupazione possibile. L’ammontare della disoccupazione frizionale dipende dalla frequenza con la quale i lavoratori cambiano lavoro e dal tempo impiegato per trovarne uno nuovo. Si tratta dunque di un fenomeno di breve periodo che si può ridurre, pur ammettendo che un certo livello di disoccupazione frizionale non è eliminabile, con politiche che riducano le inefficienze e gli ostacoli al libero funzionamento del mercato del lavoro come l’introduzione di servizi di collocamento maggiormente efficienti.

    Redattore: Bianca GIANNINI
    © 2011 ASSONEB

  • DISPLAY

    Termine americano (da to display: fare vedere) che indica in generale uno schermo e, specialmente, un piccolo schermo a tecnologia LCD di orologi digitali, calcolatrici tascabili, apparecchi telefonici, strumenti scientifici e apparecchiature diverse per visualizzare brevi messaggi.

  • DISPONIBILITÀ

    Attività correnti realizzabili con più difficoltà. Tipici esempi di disponibilità sono le scorte di magazzino (al netto dell’eventuale fondo di deprezzamento). In realtà una parte del magazzino è chiamata “scorta minima”, poiché esprime un quantitativo di sicurezza. La “scorta minima” dovrebbe rientrare tra le immobilizzazioni, ma (dati i problemi di individuazione della componente minima delle scorte) non viene inserita nello stato patrimoniale.

  • DISPONIBILITÀ A PAGARE

    La disponibilità a pagare (DAP) è l'importo massimo che un individuo è disposto a pagare per ricevere un miglioramento o per evitare una perdita nel suo livello di benessere. La disponibilità ad accettare (DAA) è l'importo minimo che un individuo è disposto a ricevere per accettare una diminuzione o evitare un miglioramento del suo livello di benessere.
    La teoria economica relativa si può far rientrare nel filone della cosiddetta “Economia del Benessere”, che si caratterizza per il suo aspetto non solo esplicativo (positivo) dei fenomeni economici, ma anche normativo, indirizzato cioè alla ricerca delle soluzioni di politica economica. Il concetto fu introdotto nel 1844 da Jules Dupuit, uno dei precursori dell’economia del benessere, nel saggio “De la mesure de l’utilité des travaux publique”, nel quale Dupuit espresse la necessità di “specificare le condizioni per cui si potesse definire utile un investimento pubblico” dal momento che si ritenevano inappropriati i criteri dell’investimento privato. Secondo Dupuit il beneficio sociale che deriva dalle opere pubbliche non si dovrebbe commisurare alle entrate che confluiscono nell’erario, ma da quanto la collettività è disposta a pagare per ottenere tali opere. Come successivamente ha chiarito Marshall (1924), è proprio la differenza tra i pagamenti effettivi sostenuti dai “consumatori” e le somme che questi invece pagherebbero a determinare il beneficio netto sociale, che viene denominato “rendita (o surplus) del consumatore”.
    Redattore: Carmen NOTARO
    © 2011 ASSONEBB

  • DISPONIBILITÀ ALL'ESTERO

    Mezzi di pagamento di cui può disporre un residente in uno Stato estero in osservanza delle disposizioni valutarie. Tale disponibilità precedentemente era data solo agli esportatori, alle imprese di navigazione e ad alcune aziende dedite al commercio di transito, ad attività di spedizione, di assicurazione ecc. per consentire alle imprese elasticità nelle operazioni da effettuare. Le banche costituivano il tramite obbligatorio per realizzare le disponibilità all’estero, che spesso derivavano da una linea di credito. Con il d.m. 27.4.1990 è stata introdotta la piena libertà di disponibilità all’estero per tutti gli operatori (v. disciplina valutaria italiana). Il decreto consente ai residenti di costituire e detenere all’estero conti e depositi in valute estere e in lire, sia presso gli intermediari creditizi e finanziari, sia presso altri soggetti e di movimentarli in base alle norme a cui è sottoposto l’ente per il quale la disponibilità è detenuta. Sono richieste unicamente segnalazioni di natura statistica all’UIC con la comunicazione valutaria statistica.

  • DISPONIBILITÀ CREDITIZIA

    Sistema delle operazioni negoziate dalle banche confluente nella composizione dell’attivo delle banche ordinario, attivo costituito da disponibilità liquide di cassa, crediti a vista verso la banca centrale ed altre banche, investimenti prontamente liquidabili mediante trasferimento prima della naturale scadenza. Tenuto conto che questi ultimi sono soprattutto rappresentati da titoli del debito pubblico, consegue che i tipici prestiti bancari costituiscono sempre una quota parte dell’attivo e di norma figurano per un ammontare inferiore a quello dei depositi raccolti. Questi ultimi, infatti, non possono essere totalmente impiegati e quindi messi a frutto, non foss’altro per esigenze di liquidità, come richiede la pratica bancaria. Risulta pertanto conveniente conoscere il grado di disponibilità dei fondi raccolti, ossia i confini quantitativi entro i quali la banca può utilizzarli nelle operazioni attive, senza compromettere il proprio equilibrio finanziario. Appare altresì fecondo di utili indicazioni riscontrate, a posteriori, l’eccesso di disponibilità liquide rispetto alle occorrenze determinate dalle combinazioni produttive prescelte. Da notare che le interdipendenze tra scambi di prestiti e negoziazione di depositi consentono varie posizioni di equilibrio monetario in connessione con le coordinazioni economiche possibili. p.e., il fabbisogno di disponibilità liquide è diverso, anche a parità di raccolta, se nella composizione dell’attivo hanno incidenza ragguardevole, oppure modesta, gli investimenti in titoli. Per quanto concerne le disponibilità a medio-lungo termine (v. disponibilità di fondi).

  • DISPONIBILITÀ DEL TESORO PER IL SERVIZIO DI TESORERIA

    Conto aperto dalla Banca d’Italia in base alla l. 26.11.1993 n. 483. Nel conto vengono registrate giornalmente dal 1°.1.1994 le entrate e i pagamenti del Servizio di Tesoreria dello Stato. Il Tesoro ha compiuto un versamento iniziale di circa 30.000 miliardi di lire pari a ciò che è considerato un livello di sicurezza per evitare saldi a debito. Il versamento è stato finanziato col ricavo del collocamento a condizioni di mercato di titoli presso la Banca d’Italia. Il conto non può presentare saldi a debito del Tesoro. Se si verificasse un’insufficienza di fondi, l’importo relativo verrebbe iscritto in un altro conto regolato al tasso ufficiale di sconto e la Banca d’Italia sospenderebbe automaticamente i pagamenti per conto del Tesoro fino all’estinzione del debito. Per mantenere il salto del conto al di sopra del livello di sicurezza di 30.000 miliardi la legge prevede che se il saldo di fine mese ne scende al di sotto, il Tesoro è tenuto a ricostituirlo entro i tre mesi successivi. Se il saldo risulta inferiore a 15.000 miliardi di lire, il Tesoro deve inviare al Parlamento una relazione sulle cause e sulle misure correttive entro il 5 del mese successivo. Una relazione col medesimo contenuto deve essere presentata al Parlamento se per tre mesi consecutivi il saldo del conto risulta inferiore a 30.000 miliardi di lire (e ciò entro il mese successivo al terzo). Sulle giacenze del conto la Banca d’Italia corrisponde semestralmente un interesse pari a quello medio dei BOT emessi nel semestre. Se questo tasso dovesse risultare inferiore a quello corrente medio dei titoli assegnati alla Banca d’Italia all’atto della costituzione de deposito iniziale, deve essere riconosciuto al Tesoro l’importo differenziale. Resta invece a carico della Banca d’Italia l’onere derivante da uno scarto di interesse in favore del Tesoro. Il conto ha sostituito il vecchio conto corrente per il servizio di Tesoreria provinciale.

  • DISPONIBILITÀ DI FONDI

    Mezzi finanziari di cui l’impresa dispone per effettuare i propri investimenti. In particolare, nelle banche (v. disponibilità creditizia), l’espressione sta ad indicare la presenza di poste libere da ogni forma di vincolo. Non sono pertanto da considerarsi disponibili i fondi da destinare a riserve obbligatorie. Ne deriva che gli impieghi delle banche ordinario sono condizionati da vari fattori, tra i quali: i vincoli posti dalle autorità monetarie; le valutazioni delle dirigenze aziendali circa il ritmo di prelievo dei depositi; il livello dei tassi d’interesse sui mercati monetari ed obbligazionario e conseguente andamento della raccolta dei depositi. Per quanto concerne gli istituti di credito speciale in genere può dirsi che, ad un determinato momento, i mezzi disponibili risultano dalla eccedenza delle operazioni di provvista (risorse acquisite attraverso il ricorso al mercato obbligazionario, depositi vincolati, fondi di dotazione, conti correnti con le banche, prestiti assunti all’estero) e quelle d’impiego. La variazione delle risorse disponibili anche in questo caso risulta direttamente correlata all’andamento dei tassi d’interesse sui mercati a breve, medio e lungo termine e, quindi, alla funzionalità di quest’ultimo mercato.

  • DISPONIBILITÀ LIQUIDE

    Dizione con cui l’art. 2424 c.c. indica il gruppo di voci dell’attivo costituite da depositi bancari e postali, assegni, danaro e valori in cassa. Costituisce l’insieme di mezzi liquidi, o facilmente liquidabili (titoli di pronto realizzo ecc.) a disposizione dell’impresa. L’entità delle disponibilità liquide dipende dalla misura degli impieghi rispetto ai debiti assunti dalla azienda e dalla natura degli impieghi stessi. A parità di altre condizioni, le disponibilità liquide saranno tanto maggiori quanto più gli investimenti saranno di breve durata, di scarsa rischiosità e prontamente mobilizzabili. Sin.: disponibilità monetaria, disponibilità in cassa.

  • DISPOSIZIONI DI INCASSO

    Ordine dato da un cliente alla banca di incassare un credito che egli vanta verso un terzo. L’ordine può essere dato o con presentazione di documentazione cartacea rappresentativa del credito (effetti, fatture,) o con la consegna di un supporto magnetico e può essere eseguito con addebito permanente sul conto corrente del debitore (RIA e RID), oppure con modalità scelte dal debitore (RIBA e MAV). Eseguita l’operazione, la banca ne dà notizia al cliente e al debitore.

  • DISPOSIZIONI PERMANENTI DI PAGAMENTO

    Ordine dato dal cliente alla banca di effettuare operazioni ricorrente in entrata o in uscita del suo conto corrente Le disposizioni possono riguardare, p.e., l’accredito dello stipendio, di pensioni, ovvero l’addebito per il pagamento di utenze.

  • DISPOSIZIONI SUL CONTO

    Ordini di accredito o addebito sul conto corrente disposti dal titolare o dai titolari del conto stesso, bonifici e rimesse disposte da terzi a favore del correntista. Le disposizioni di incasso possono essere impartite mediante la presentazione di documenti cartacei rappresentativi del credito (Riba cartacee, fatture e talvolta effetti) ovvero con modalità elettroniche (Riba elettroniche, MAV, RIA, RID) e possono essere eseguite mediante addebito preautorizzato del conto del debitore ovvero mediante modalità indicate dal debitore stesso (addebito in conto corrente, assegno, contante ecc.). Anche le disposizioni di pagamento (o bonifici) possono essere impartite con modalità elettroniche (ATM; corporate banking; Internet banking o con supporto magnetico) oltre che su supporto cartaceo e possono essere eseguite accreditando i fondi sul conto del beneficiario, inviando a quest’ultimo un assegno circolare o un assegno a traenza, o più semplicemente mettendo a disposizione dello stesso la somma in contanti.

  • DISPUTE SETTLEMENT BODY (DSB)

    Il Dispute Settlement Body (DSB) del World Trade Organization (WTO), istituito dall'articolo 2 del Dispute Settlement Understanding (DSU), amministra i procedimenti di risoluzione delle controversie interne all’Organizzazione. Esso è composto da tutti i Paesi membri del WTO. Il DSB prende le decisioni in materia di controversie attraverso la regola del “reverse consensus” o “consensus against”, secondo cui è necessario convincere tutti i Paesi membri del WTO ad opporsi ad una decisione per impedirne l’adozione. La DSB è l'unica autorità, interna all’Organizzazione, che può formare "Panel" di esperti per esaminare i casi oggetto di controversia. Ogni membro del WTO, infatti, ha la facoltà di chiedere all'organo di conciliazione in questione la costituzione del Panel, composto generalmente da tre esperti indipendenti.

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • DISTINTA

    a stampa predisposto dalle banche affinché il cliente vi possa specificare i dati caratteristici dei titoli, valori e documenti relativi all’operazione bancaria richiesta, la cui funzione varia da quella di strumento di semplice verifica e controllo a quella di documento probatorio. Con particolare riferimento all’operatività in titoli, nella “distinta di acquisto titoli” il cliente riporta l’elenco dei titoli che desidera fare acquistare per suo conto dalla banca; a ogni scadenza di cedola, egli sottoscrive altresì una specifica nota detta “distinta delle cedole”, nella quale sono elencate le cedole, con numero, quantità ed importo in relazione ad ogni taglio e scadenza. Per mezzo di essa, il presentatore deve obbligarsi a rimborsare le cedole erroneamente pagate o appartenenti a titoli precedentemente sorteggiati. Le società e gli enti incaricati del pagamento hanno l’obbligo di conservare le distinte, ai fini del controllo da parte dei funzionari dell’amministrazione finanziaria, per un periodo di tre anni dalla loro data. Qualora il cliente affidi valori a custodia deve compilare la distinta di consegna, finalizzata a permettere l’individuazione degli effetti consegnati, nella quale in particolare vengono indicati specie, quantità, taglio, numerazione ed epoca di godimento di valori ecc., sia che si tratti di deposito a custodia e amministrazione, sia a semplice custodia. Nel caso, inoltre, in cui il cliente presenti effetti all’incasso o allo sconto deve compilare la distinta di effetti all’incasso o la distinta di effetti allo sconto. Nel primo caso la distinta indica per ciascun effetto l’obbligato principale, il luogo di pagamento, la scadenza, l’importo, oltre che se il servizio è reso alla condizione di accreditamento immediato s.b.f. o alla condizione dopo incasso. Analogamente, la distinta di effetti allo sconto riporta per ciascuna cambiale presentata l’importo, i nomi dell’obbligato principale e dei domiciliatari, la scadenza di ogni cambiale, la piazza di pagamento e la somma complessiva della presentazione. Le cambiali sono descritte in ordine a di scadenza, dalla più prossima alla più lontana. Di regola la distinta è predisposta in modo da poter essere successivamente completata dalla banca con i cala coli relativi alla determinazione del netto ricavo (i giorni di sconto, il tasso applicato dalla banca, gli sconti trattenuti, le commissioni, i rimborsi spese ecc.). La banca invia poi al cliente la distinta di accredito del netto ricavo (bordereau), quale documento attestante i conteggi effettuati. Chi esegue un’operazione di versamento su un conto intrattenuto presso una banca, infine, deve compilare e sottoscrivere un prospetto, la “distinta di versamento”. Essa è divisa in due parti: la prima per una dettagliata descrizione dei titoli presentati per il versamento e dei relativi importi, l’altra per i tagli e l’importo del contante. Essa costituisce mezzo di prova dell’operazione ed è opponibile a colui che ha eseguito il versamento ed ha sottoscritto il modulo, nel caso di versamento di titoli di credito che non siano andati a buon fine. I moduli sono predisposti dalle banche e sono tenuti a disposizione della clientela nei locali aperti al pubblico.

  • DISTINTA DELLE CEDOLE

    Speciale nota compilata per l’incasso della cedola di titoli pubblici e privati a mezzo banca. In essa le cedole sono riepilogate per quantità ed importo complessivo, in relazione ad ogni taglio e scadenza. La distinta numerica è necessaria quando sia richiesta dalle società che emettono titoli. È obbligatoria per la riscossione dei dividendi su azioni (v. distribuzione degli utili) o degli interessi su obbligazioni di società azionarie, e sconta la tassa di bollo qualora i titoli relativi non siano stati dichiarati esenti anche da tale imposta. Per mezzo di essa, il presentatore deve obbligarsi a rimborsare le cedole erroneamente pagate o appartenenti a titoli precedentemente sorteggiati. Le società e gli enti incaricati del pagamento hanno l’obbligo di conservare le distinte ai fini del controllo da parte dei funzionari dell’amministrazione finanziaria, per un periodo di tre anni dalla loro data.

  • DISTINTA DI ACQUISTO TITOLI

    Prospetto contenente l’elenco dei titoli che il cliente desidera fare acquistare per suo conto dalla banca. Rappresenta l’impegno del cliente e della banca a concludere l’operazione di acquisto.

  • DISTINTA DI CONSEGNA

    Nota da compilarsi all’atto della consegna di valori a custodia. In essa vengono indicati specie, quantità, taglio, numerazione ed epoca di godimento di valori ecc., sia che si tratti di deposito a custodia e amministrazione, sia a semplice custodia. Serve a permettere l’individuazione degli effetti consegnati. Di regola viene stilata su moduli a stampa appositamente predisposti dalle banche. Deve essere datata e sottoscritta dal depositante.

  • DISTINTA DI EFFETTI ALL'INCASSO

    Modello predisposto dalle banche in cui vengono indicati, per ciascuno degli effetti ceduti per l’incasso, l’obbligato principale, il luogo di pagamento, la scadenza, l’importo, la valuta assegnata dalla banca, le commissioni di incasso e gli altri diritti. Indica, inoltre, se il servizio è reso alla condizione accreditamento immediato s.b.f. o alla condizione dopo incasso. Deve essere datata e sottoscritta dal presentatore.

  • DISTINTA DI EFFETTI ALLO SCONTO

    Modulo predisposto dalle banche nel quale devono essere elencate le cambiali presentate in banca per lo sconto. Deve essere datato e sottoscritto dal cliente. In esso vengono indicati: l’importo di ciascun effetto, i nomi dei coobbligati e dei domiciliatari, la scadenza di ogni cambiale, la piazza di pagamento e la somma complessiva della presentazione. Le cambiali sono descritte in ordine di scadenza, dalla più prossima alla più lontana. Di regola è predisposto in modo da poter essere successivamente completato dalla banca con i calcoli relativi alla determinazione nel netto ricavo (v. distinta di netto ricavo) e con altre indicazioni.

  • DISTINTA DI NEGOZIAZIONE SUI CAMBI

    Prospetto compilato dalle banche all’atto delle negoziazioni delle divise estere a scadenza. Contiene i conteggi relativi alla determinazione del valore attuale commerciale delle divise stesse o del contro valore in moneta nazionale. Le divise sono in essa raggruppate secondo la moneta estera in cui sono espresse ed ordinate per scadenza in ogni singolo gruppo. I giorni calcolati alle scadenze delle singole divise sono: di sconto, se la scadenza del cambio è anteriore a quella della divisa; di interesse se è posteriore. In Italia si quota l’incerto (v. incerto per certo) ed i cambi sono generalmente a vista, per cui, nella maggioranza dei casi occorre detrarre lo sconto. Gli importi in valuta estera vanno sommati gruppo per gruppo e livellati. Ad ogni totale parziale livellato, si applica il cambio per ottenere il controvalore in moneta nazionale. Nel calcolo dei giorni, occorre talvolta computare alcuni giorni di grazia o di viaggio, così come, nella determinazione del netto ricavo, si possono conteggiare eventuali diritti e provvigioni a favore della banca, oltre che rimborsi di spese varie sostenute dalla stessa.

  • DISTINTA DI NETTO RICAVO

    Modulo che accompagna la lettera con cui la banca comunica al cliente il netto ricavo delle cambiali accettate allo sconto, È anche detta bordereau di sconto. Espone l’importo dei singoli effetti (con le rispettive scadenze e piazze di pagamento), i giorni di sconto, l’indicazione del tasso applicato dalla banca, gli sconti trattenuti, le commissioni, i rimborsi spese ecc Serve a dimostrare i conteggi in base ai quali è stato determinato il netto ricavo dello sconto. In genere è costituita dalla parte riservata alla banca della distinta di sconto (v. distinta di effetti allo sconto).

  • DISTINTA DI VERSAMENTO

    Prospetto compilato e sottoscritto da chi esegue un’operazione di versamento su un conto intrattenuto presso una banca. Esso è diviso in due parti: la prima per una dettagliata descrizione dei titoli presentati per il versamento dei relativi importi, l’altra per i tagli ed il numero delle monete consegnate alla banca. La parte o la copia delle distinte rilasciata dalla banca costituisce mezzo di prova dell’operazione. Peraltro la distinta è opponibile a colui che ha eseguito il versamento ed ha sottoscritto il modulo, nel caso di versamento di titoli di credito che non siano andati a buon fine. I moduli sono predisposti dalle banche e sono tenuti a disposizione della clientela nei locali aperti al pubblico.

  • DISTRIBUZIONE DEGLI UTILI

    Ripartizione tra i soci dell’incremento di patrimonio sociale conseguito al termine di ogni periodo amministrativo. Nellesocietà per azioni la distribuzione degli utili è annualmente proposta dagli amministratori ed è deliberata dall’assemblea che approva il bilancio, o, se il bilancio è approvato dalconsiglio di sorveglianza, dall’assemblea ordinaria prevista dall’art. 2364 bis. Per effetto di tale deliberazione, i soci acquistano il diritto al relativo dividendo. Non tutto l’utile netto annuale può essere ripartito: da esso si deduce la riserva legale, corrispondente almeno alla ventesima parte degli utili (art. 2430 c.c.). L’obbligo di tale accantonamento cessa quando il fondo di riserva legale abbia raggiunto il quinto del capitale sociale. Dagli utili netti possono essere dedotte altre riserve, prescritte dallo statuto o liberamente disposte dall’assemblea (riserve facoltative), oltre che il compenso degli amministratori (quando sia convenuto in forma di partecipazione agli utili). I dividendi erogati per utili non realmente conseguiti non sono ripetibili se i soci li abbiano riscossi in buona fede e in base a un bilancio regolarmente approvato da cui risultino utili corrispondenti (art. 2433 c.c.). È vietato il patto leonino con il quale uno o più soci siano esclusi da ogni partecipazione agli utili. Molte società sogliono affidare alle banche il pagamento dei dividendi. Quest’ultime, una volta corrisposto (per ogni cedola di azione presentata all’incasso) l’importo del dividendo, addebitano nel conto corrente delle società l’importo stesso, più una commissione per il servizio reso.

  • DISTRUZIONE DI UN TITOLO DI CREDITO

    Deterioramento materiale irreversibile del documento in cui è incorporato il diritto di credito, in modo tale che il titolo stesso non può assolvere la propria funzione di veicolo del diritto incorporato. La distruzione costituisce un presupposto del processo di ammortamento (v. ammortamento dei titoli), a cui, per i titoli nominativi e all’ordine, si può fare ricorso anche in caso di smarrimento e sottrazione. Al contrario, per i titoli al portatore, l’ammortamento non è ammesso in caso di smarrimento o sottrazione del titolo e a queste fattispecie è logicamente assimilata anche la distruzione. In tutti questi casi, attesa l’esigenza di una rapida e sicura circolazione del titoli, il possessore può chiedere la prestazione indicata nel documento, previa denunzia all’emittente, solo allo scadere del termine di prescrizione del titolo; a meno che il portatore non disponga di una “prova piena” della distruzione, nella quale ipotesi ha diritto di ottenere dall’emittente il rilascio di un duplicato o di un titolo equivalente. I titoli del debito pubblico al portatore, anche se certamente distrutti, non danno mai diritto al rilascio di duplicati, poiché la loro circolazione avviene a tutto rischio di chi li possiede. La giurisprudenza in tema di “prova piena della distruzione” è quanto mai frammentaria e scarso è anche il contributo della dottrina: certo è che, se si considera la distruzione come un fatto solo probabile, ciò potrebbe significare il rischio di una ricomparsa in circolazione del titolo. Forme e procedure analoghe a quelle indicate per i titoli di credito vigono anche in materia di distruzione di titoli rappresentativi di depositi bancari, polizza di assicurazione, polizza di pegno, libretti postali di risparmio, buoni postali di risparmio e buoni fruttiferi.

  • DITTA

    Nome con cui l’imprenditore contrassegna l’organizzazione dei beni di cui si avvale per l’esercizio dell’impresa; nel caso di impresa societaria consiste nella ragione o denominazione sociale. Se trattasi di impresa individuale la ditta deve contenere il cognome o la sigla dell’imprenditore; analogamente, nella società in nome collettivo nella ragione sociale deve essere compreso il cognome di almeno uno dei soci e nella società in accomandita semplice o nella società in accomandita per azioni, il cognome di almeno uno degli accomandatari. In base al principio di connessione la ditta non può essere trasferita separatamente dall’azienda; se quest’ultima viene trasferita per atto tra vivi si ha il passaggio della ditta in capo all’acquirente solo se vi è il consenso dell’alienante, mentre in caso di successione dell’azienda per causa di morte la ditta si trasmette al successore salvo diversa disposizione testamentaria. Quando la ditta è uguale o simile a quella già adottata da un altro imprenditore, che operi nello stesso ramo, deve essere integrata o modificata con indicazioni atte a differenziarla. In caso di omonimia tra imprenditori, sarà necessario fare ricorso ad opportune specificazioni per rendere possibile la differenziazione.

  • DIVERGENZA

    Analisi tecnica. Fenomeno che si verifica quando il movimento dei prezzi diverge da un indicatore come l’RSI o il MACD (procedendo cioè in senso opposto). Può essere negativa quando il prezzo di quotazione raggiunge un nuovo massimo, senza che ciò accada anche per l’indicatore sottostante, mentre sarà positiva quando vi è il raggiungimento di un nuovo minimo che non corrisponde a quello dell’indicatore.

  • DIVIDEND YIELD

    In it.: dividendo/prezzo. Multiplo di mercato pari al rapporto tra il dividendo per azione pagato (o atteso) e il corso dell’azione. È un indicatore di rendimento immediato dell’azione e non tiene conto dei possibili guadagni o delle possibili perdite in conto capitale. Si tratta di un indice piuttosto grossolano e di significato ristretto, che non rappresenta il rendimento dell’investimento effettuato, né quello di periodo e nemmeno il rendimento futuro essendo indeterminabile se il dividendo resterà costante in avvenire.

  • DIVIDENDO

    Somma spettante ai soci di un’impresa collettiva nella ripartizione degli utili in proporzione alle rispettive quote o azioni. Nelle società di capitali l’assemblea che approva il bilancio delibera sulla distribuzione degli utili ai soci (art. 2433 c.c.). È nullo il patto leonino (art. 2265 c.c.) con cui uno o più soci sono esclusi da ogni partecipazione agli utili (o alle perdite). L’assegnazione dei dividendi ha spesso riflessi notevoli nell’andamento dell’azienda e si presenta non di rado come un’esigenza di gestione, una condizione per realizzare i piani economico-finanziari d’esercizio, per consolidare, il credito e favorire lo sviluppo economico. La tendenza alla stabilizzazione dei dividendi rappresenta una saggia politica di gestione per l’azienda, la quale, mediante un’adeguata e continua remunerazione del capitale azionario, consolida la propria immagine nel mercato monetario e finanziario. Le società possono anticipare, durante il corso dell’esercizio, una parte del dividendo, sulla base dei risultati degli ultimi esercizi (dividendo d’acconto o interinale; v. acconti sul dividendo). Questo acconto, se non è attinto dalle riserve, aumenta il costo annuo del capitale: per interessi, qualora debba finanziarsi per corrispondere l’acconto stesso; per una minore redditività quando il pagamento di detto acconto distolga dall’attività aziendale fondi già a disposizione. Il dividendo può essere cumulativo se compete ad azioni, dette appunto a dividendo accumulabile, rimaste prive di dividendo in un esercizio per mancanza di utili da ripartire, che concorrono negli esercizi successivi e con priorità sulle azioni ordinarie, alla divisione degli utili sia per la quota dell’esercizio che per le parti di dividendo arretrate (v. anche acconti sul dividendo).
    Analogamente alle opzioni finanziare i dividendi rappresentano un costo per il possessore dell’opzione call, infatti il valore dell’opzione decresce al crescere dei dividendi, mentre nel caso della put avviene l’inverso. Si intende per dividendi la possibilità che periodicamente il management progettuale paghi quote agli azionisti (stakeholders diretti).

    © 2009 ASSONEBB

  • DIVIDENDO SUPPLEMENTARE

    Distribuzione straordinaria del reddito aziendale, a integrazione del dividendo ordinario. Questa pratica è poco utilizzata in Italia.

  • DIVIDENDO, REGIME FISCALE

    Il regime fiscale proprio dei dividendi ha subito importanti modifiche per effetto delle disposizioni contenute nel d.lg. 21.11.1997, n. 461. In particolare, con riguardo alle azioni possedute da soggetti residenti, i dividendi divenuti esigibili dal 1.7.2000 sono soggetti a una ritenuta alla fonte a titolo di imposta con l’aliquota del 12,5% nei confronti delle persone fisiche, previa attestazione del possesso dei requisiti previsti per tale tipo di tassazione (possesso di partecipazioni non qualificate e non relative all’impresa) e con aliquota del 27% nei confronti dei soggetti esenti da IRPEG. La ritenuta non trova applicazione per talune tipologie di percipienti (p.e. persone fisiche che hanno optato per gestioni individuali di risparmio, società di capitali). Le azioni possedute da soggetti non residenti scontano una ritenuta a titolo di imposta con aliquota del 12,5% sugli utili corrisposti ad azionisti di risparmio e con aliquota del 27% sugli utili corrisposti in relazione a partecipazioni non relative a stabili organizzazioni. L’art. 14 d.p.r. 22.12.1986, n. 917, prevede l’attribuzione di un credito di imposta (al verificarsi di particolari condizioni ed entro certi limiti) finalizzato a eliminare la doppia imposizione economica sugli utili distribuiti che verrebbero altrimenti tassati una prima volta in capo alla società distributrice ed una seconda volta in capo al percipiente.

  • DIVISE

    Più propriamente: divise estere (ingl.: foreign currency, foreign exchange). Mezzi di pagamento in moneta estera, costituiti da titoli di credito quali la cambiale, l’assegno, l’ordine di pagamento per lettera, per telegrafo, per telefono emessi da un agente verso una banca presso la quale egli intrattiene un conto corrente. Da tale nozione la pratica tiene separate le monete metalliche e i biglietti di Stato, o di banca, esteri che denomina valuta estera (peraltro le monete metalliche non hanno più quotazione e non sono accettate al cambio dalle banche). Giuridicamente però per il TU valutario (d.p.r. 31.3.1988 n.148, art. 2) art. 2) include nella valuta estera anche le divise così specificate: “i titoli di credito, che servono per effettuare pagamenti, estinguibili in monete aventi corso legale all’estero o in ECU; i titoli di credito di natura obbligazionaria in scadenza entro un termine non superiore a sei mesi, estinguibili all’estero e denominati in monete aventi corso legale all’estero o in ECU; i crediti liquidi ed esigibili derivanti da conti aperti presso le banche od altri intermediari finanziari estinguibili in monete aventi corso legale all’estero o in ECU”. Titoli e crediti in ECU sono oggi convertiti in euro alla pari. Le divise vengono utilizzati dagli operatori commerciali per regolare i loro rapporti di debito e di credito con l’estero. Esse prendono il nome di rimessa o tratta, a seconda che l’emittente sia il debitore o il creditore. In regime di libertà dei cambi, le divise vengono acquistate o vendute presso le borse valori o le banche. In regime di controllo dei cambi, è lo Stato che attraverso appositi organi accentra tale commercio. A seconda della scadenza le divise si classificano in: versamento telegrafico (divisa disponibile in giornata), divise a vista (assegni, tratte a vista, lettere di credito a vista i cui importi sono disponibili sulla piazza estera solo dopo i giorni di viaggio), divise a scadenza carta breve, carta media, carta lunga). Il prezzo delle divise viene detto corso del cambio o più semplicemente cambio e viene espresso in moneta nazionale o estera, secondo il modo di quotazione dei cambi usato dalla piazza quotatrice, che può essere il certo per incerto o l’incerto per certo.

  • DIVISIONE

    Procedimento di scioglimento della comunione, attraverso il quale il diritto di ciascun partecipante ad una quota del bene o dei beni comuni viene sostituito con un diritto (esclusivo) su di una parte determinata di tali beni. Di regola, ciascuno dei partecipanti può sempre domandare lo scioglimento della comunione, ma i comproprietari possono pattuire di rimanere in comunione per un periodo non maggiore di dieci anni (art. 1111 c.c.). Lo scioglimento della comunione, inoltre, non può essere chiesto quando si tratta di cose che, se divise, cesserebbero di servire all’uso cui sono destinate (art. 1112 c.c.). La divisione ha luogo in natura, se la cosa può essere comodamente divisa in parti corrispondenti alle quote dei partecipanti. La divisione, che ha natura dichiarativa ed effetto retroattivo (al momento in cui è sorta la comunione), è volontaria (o contrattuale), quando è l’effetto di un accordo di tutti i partecipanti, ed è invece giudiziale quando viene disposta dal giudice. La divisione contrattuale, quando riguarda beni immobili, deve essere fatta per atto scritto ed è soggetta a trascrizione. La divisione giudiziale ha luogo in difetto di un accordo delle parti e può essere richiesta da ciascuno dei partecipanti con domanda rivolta nei confronti di tutti gli altri. Alla divisione delle cose comuni si applicano le norme sulla divisione dell’eredità, in quanto non siano in contrasto con quelle stabilite per la prima (art. 1116 c.c.).

  • DIVISIONE DELL'EREDITÀ

    È lo scioglimento della comunione ereditaria costituitasi all’apertura della successione. Ogni coerede può sempre domandare la divisione, a meno che i coeredi abbiano deciso, di comune accordo, di rimanere nello stato di comunione per un periodo di tempo non eccedente i dieci anni. Anche il testatore può disporre che la divisione non abbia luogo per cinque anni a decorrere dalla sua morte o, se alcuni degli istituiti sono minorenni, prima di un anno dal compimento della maggiore età dell’ultimo nato. In questi casi, tuttavia, l’autorità giudiziaria può consentire, se richiesto da gravi circostanze, che la divisione abbia luogo senza indugio o dopo un termine inferiore rispetto a quello stabilito (art. 713 c.c.). Se tra i chiamati alla successione vi è un concepito, la divisione non può aver luogo di regola prima della nascita del medesimo. La divisione, se non è già stata fatta dal testatore, può essere fatta d’accordo tra le parti o per opera del giudice. Il testatore ha la facoltà di dettare norme e criteri vincolanti per la formazione delle porzioni e può dividere i suoi beni tra i coeredi, comprendendo nella divisione anche la parte non disponibile. La divisione è nulla se il testatore non ha compreso qualcuno dei legittimari o degli eredi istituiti. Se, invece, il testatore, nel fare le porzioni, lede la quota di legittima spettante a qualcuno dei coeredi, questi può sempre agire con l’azione di riduzione (art. 553 c.c.). Secondo la dottrina, quella disposta dal testatore non sarebbe una vera e propria divisione, perché anzi impedisce il sorgere di una comunione ereditaria all’apertura della successione. La divisione contrattuale che riguarda beni immobili deve essere rivestita della forma scritta ed è soggetta a trascrizione. Se vi è stato errore nella stima dei beni, si può esperire la rescissione per lesione, allorquando il valore della parte assegnata ad uno dei coeredi sia inferiore di oltre un quarto all’entità della quota ad esso spettante (art. 763 c.c.). Per la divisione giudiziale è necessaria nel giudizio la presenza di tutti i coeredi. Si provvede dapprima alla stima dei beni, quindi alla formazione delle porzioni. Ciascun coerede può chiedere la sua parte in natura dei beni dell’eredità, ma se vi sono beni che non possono essere divisi, questi beni, se non possono essere compresi nella porzione di uno solo dei coeredi, sono venduti all’incanto. Se le porzioni che vengono formate con i beni in natura non corrispondono al valore delle quote, chi ha avuto la porzione di valore eccedente è tenuto a pagare agli altri la differenza in denaro (c.d. conguaglio). A garanzia del pagamento dei conguagli l’art. 2817 c.c. prevede un’ipoteca legale sopra gli immobili assegnati ai condividenti debitori delle somme.

  • DIVISORI FISSI E MOLTIPLICANDI FISSI

    Metodo che semplifica il calcolo dell’interesse semplice e dello sconto commerciale di un capitale C. Il divisore fisso è il quoziente dei giorni dell’anno commerciale (360) o dell’anno civile (365) diviso il tasso di interesse espresso in decimali, di modo che la formula per il calcolo dell’interesse diventa I = Cg/D, essendo D il divisore fisso che si legge nelle comuni tavole finanziarie. P.e. dato il tasso del 5% posticipato in ragione d’anno, D sarà uguale a 7200 per l’anno commerciale (360/0,05) e a 7300 per l’anno civile (365/0,05) e per un capitale di 1 milione impiegato per 90 giorni si avrà un frutto di 12.500 lire o di 12.328,77 lire, secondo che si computi con l’anno commerciale o con l’anno civile. Tali importi si aggiungono al capitale per avere il montante, ovvero si detraggono dal capitale per avere il valore attuale (nel caso dello sconto commerciale). Si noti però che sono utilizzabili in pratica solo i divisori fissi che risultano rotondi e che nelle tavole finanziarie solitamente sono indicati in grassetto. Il metodo dei moltiplicandi fissi è alternativo e consiste nel calcolare I = Cgm, dove m è il moltiplicando fisso fatto pari all’interesse diviso per i giorni dell’anno commerciale o di quello civile. Solitamente anche i moltiplicandi fissi sono riportati nelle tavole finanziarie a fianco dei divisori fissi. L’uso dei divisori o dei moltiplicandi fissi era di grande vantaggio quando si doveva calcolare l’interesse su più capitali impiegati per i diversi periodi ma in base a un unico tasso. La diffusione delle macchine calcolatrici e dei personal computer ha reso obsoleti di due metodi.

  • DIVORZIO

    L’espressione divorzio dal Tesoro della Banca d’Italia si indicò la cessazione dal luglio del 1981 dell’impegno della Banca d’Italia ad acquistare i buoni del Tesoro non collocati sul mercato. Fu una specie di gentleman agreement, che permise alla Banca d’Italia, d’intesa con il Tesoro, di stabilire l’entità dei propri acquisti di BOT all’emissione in modo da riflettere in misura maggiore che nel passato le esigenze di controllo della creazione di base monetaria. Come conseguenza si ebbe l’aumento della correlazione tra entità del fabbisogno statale e il livello dei tassi dell’interesse adeguato a consentire il collocamento delle emissioni statali nel mercato. Nel tempo la persistenza dei disavanzi, la necessità di allungare la vita media dei titoli in presenza di elevati tassi di interesse e di emettere titoli anche per pagare i rendimenti degli stessi, portò all’accrescimento del monte interessi. In concomitanza si verificò una diversa composizione del debito pubblico. Nella formulazione del bilancio statale la voce interessi superò l’incidenza di un quinto. Sorsero interrogativi circa la convenienza di un finanziamento del disavanzo con base monetaria, oppure con il divorzio, tanto più che il regresso dei tassi di inflazione fu dovuto in prevalenza a cause esterne, tra cui la caduta del prezzo del petrolio Il divorzio fu comunque il primo passo che condusse nel nostro Paese all’indipendenza della banca centrale (v. Banca d’Italia, subDall’istituto di emissione alla banca centrale”).

  • DNS

    Acr. di Designated-time Net Settlement, o di Deferred Net Settlement. Entrambe le espressioni denomina tecnicamente in modo più corretto i sistemi di regolamento su base netta (net settlement systems, in sigla NSS) non essendo possibile per definizione che tali sistemi operino in tempo reale.

  • DOCUMENTI CONTRO ACCETTAZIONE

    In sigla internazionalmente riconosciuta: D/A corrispondente a Delivery Against Acceptance (letteralmente: consegna contro accettazione) che, insieme alla sigla D/P, indica, nei pagamenti internazionali con rimessa documentaria, le modalità di consegna dei documenti al compratore e di incasso del corrispettivo. Il venditore, dopo la consegna delle merci al vettore, spicca una o più tratte cui allega una serie di documenti (fattura commerciale, documenti relativi alla quantità e al peso, polizza di carico e altri documenti di assicurazione, certificati di origine, sanitari ecc.), per cui si parla di tratta documentata. L’esportatore successivamente presenta la tratta alla sua banca, che provvederà a ottenerne l’accettazione attraverso un corrispondente operante sulla piazza dell’importatore. L’importatore, accettata la tratta, ritira i documenti; in caso di rifiuto la banca incaricata segue le istruzioni ricevute dall’esportatore che avrà indicato: se i documenti, una volta accettati, devono essere restituiti al cedente o trattenuti dalla banca cessionaria fino alla scadenza per l’incasso; se la tratta allegata ai documenti deve essere protestata per mancata accettazione o mancato pagamento; quali provvedimenti, a tutela delle merci, devono essere adottati in caso di mancato ritiro dei documenti. Il ricorso alla rimessa documentaria trova spiegazione nella necessità per gli esportatori esteri di cautelarsi contro il rischio che il compratore possa ritirare la merce prima del pagamento o di un impegno cambiario. La Camera di Commercio Internazionale ha introdotto norme e usi uniformi per il servizio incasso di documenti (pubblicazione in sigla: UCP522, in it. NEE522, del gennaio 1996), sulle quali tuttavia prevalgono, se non derogabili, le norme nazionali dei singoli paesi; inoltre in Italia, oltre alle norme del codice civile, vi sono disposizioni dell’ABI. Il regolamento con rimessa di documenti per l’incasso o l’accettazione, da un lato garantisce all’importatore, nel momento in cui paga o si impegna a farlo, che il venditore ha già eseguito la prestazione; d’altra parte, il venditore è certo che il compratore non può ritirare la merce senza aver adempiuto agli obblighi, anche se vi è il rischio che il compratore rifiuti di ritirare i documenti e ciò richiederebbe una vendita al meglio sulla piazza di destino o un rientro con relativi rischi e oneri. Per maggior tranquillità gli esportatori spesso richiedono agli importatori l’apertura di un credito documentario, che risolve radicalmente il problema del mancato ritiro in quanto è la banca stessa ad accettare la tratta e quindi ad assumersi l’obbligo del pagamento, una volta verificata la corrispondenza dei documenti con le condizioni indicate nel credito documentario stesso.

  • DOCUMENTI CONTRO PAGAMENTO

    In sigla internazionalmente riconosciuta: D/P corrispondente a Documents Against Payment (lett.: documenti contro pagamento) con cui si indica la forma di regolamento dei pagamenti internazionali attraverso la consegna dei documenti commerciali (fatture, documenti di trasporto ecc.) tramite banca contro pagamento a vista per l’incasso; lo svolgimento delle operazioni è analogo al regolamento D/A. La forma D/P è più diffusa nella prassi degli esportatori italiani, rispetto alla forma D/A, cui ricorrono frequentemente gli operatori esteri.

  • DOCUMENTI DI ASSICURAZIONE NEL COMMERCIO INTERNAZIONALE

    Il contratto di assicurazione viene stipulato per la copertura dei rischi di trasporto ed è rilasciato dall’assicuratore all’assicurato. Il relativo documento prende il nome di polizza di assicurazione, che può essere emessa all’ordine o al portatore, e il suo trasferimento avviene con girata piena o in bianco o con la semplice tradizione del documento e comporta il trasferimento del credito verso l’assicuratore. Gli elementi essenziali in un contratto di assicurazione sono la data di emissione, l’importo assicurato e i rischi coperti. I contratti di assicurazione possono essere di vari tipi: a) polizze singole o polizze ferme, che riguardano un solo rischio e una determinata partita di merce; b) polizze continuate o open, che si distinguono in polizze di abbonamento (aperte, di lunga durata, con cui l’assicuratore si impegna a coprire tutte le spedizioni effettuate in un determinato periodo di tempo), e polizze flottanti (che non prevedono durata e con le quali l’assicurato può coprire anche merci di proprietà di terzi per cui effettua trasporti); c) polizze in quovis con cui l’assicurato è coperto dal rischio di trasporto anche prima di conoscere il nome della nave che effettuerà il viaggio, che sarà comunicato alla compagnia nel termine stabilito. Un ulteriore documento assicurativo è costituito dal certificato di assicurazione, dichiarazione dell’assicuratore relativa all’esistenza di un contratto di assicurazione; può essere emesso all’ordine o al portatore e viene rilasciato per contratti con polizze continuative, ma anche in sostituzione di polizze singole. L’importatore includerà i documenti di assicurazione nella lista di quelli che desidera ricevere e verificare ai fini dell’adempimento della sua obbligazione, tutte le volte che i rischi del trasporto sono a carico dell’esportatore o se quest’ultimo è tenuto a stipulare il contratto di assicurazione per conto dell’importatore.

  • DOCUMENTI DI IDENTIFICAZIONE DELLA MERCE

    Documenti in uso negli scambi internazionali, comprendenti principalmente la fattura commerciale, la fattura consolare, il certificato di origine (costituito nei paesi CEE dal certificato di circolazione), la distinta pesi e il certificato di analisi. La fattura commerciale è fondamentale nel rapporto di compravendita: viene emessa dal venditore nei confronti del compratore e contiene i dati essenziali del contratto: descrizione della merce, prezzo unitario e globale, condizioni di pagamento, condizioni di resa della merce. La fattura consolare è rilasciata dall’Autorità consolare del paese importatore, residente nel luogo da dove la merce viene esportata ed attesta il valore della merce sul mercato del venditore: il compratore è tenuto a presentarla quando ciò è previsto dalle norme vigenti nel suo paese. La distinta pesi è un documento che attesta il peso delle merci spedite; se è rilasciato da un pubblico ufficiale si parla di certificato di peso. Il certificato di analisi è rilasciato da laboratori specializzati in alcuni casi specificatamente indicati dallo stesso compratore e rientra nei cosiddetti documenti di sorveglianza, assieme ai certificati di ispezione, sanitari, fitopatologici ecc. I documenti negli scambi internazionali hanno la funzione di garantire al compratore, almeno sotto il profilo formale, che la merce che il venditore gli ha inviato e per la quale gli viene richiesto il pagamento (o l’impegno di esso in varie forme) è esattamente corrispondente in quantità e qualità a quanto stabilito fra le parti.

  • DOCUMENTI DI LEGITTIMAZIONE

    Nella pratica commerciale, documenti di trasporto che attribuiscono il diritto di ritirare la merce al suo arrivo a destinazione. Nei trasporti via mare il titolo è rappresentato dalla polizza di carico nelle sue varie forme, nei trasporti per via aerea la documentazione è rappresentata dalla lettera di trasporto aereo e nelle spedizioni a mezzo ferrovia e su strada dalla lettera di vettura. Solo la polizza di carico è un documento rappresentativo della merce. Vanno segnalati, infine, le ricevute e i certificati di spedizione postale, rilasciati al mittente dall’Amministrazione Postale e la dichiarazione di presa in consegna rilasciata dagli spedizionieri e riferita a merce viaggiante in containers. Le innovazioni tecnologiche in atto hanno introdotto l’utilizzo del documento elettronico negli scambi internazionali.

  • DOCUMENTI FRANCO PAGAMENTO

    In questa procedura di internazionale di incasso, i documenti di spedizione sono consegnati all’importatore contro semplice attestazione che ne dà formale ricevuta. Questa formula viene utilizzata quando è necessario un atto formale di passaggio dei documenti tra fornitore e committente, mentre il pagamento del corrispettivo avviene in altra sede.

  • DOCUMENTO AMMINISTRATIVO UNICO

    Entrato in vigore il 1°.1.1988 unitamente alla tariffa doganale comune, sostituisce i molti formulari in uso precedentemente per il passaggio delle merci alle frontiere comunitarie, la cui compilazione comportava perdite di tempo e, quindi, aggravio di costi. Il Documento Amministrativo Unico è concepito per l’uso dell’informatica.

  • DOCUMENTO D'IMBARCO

    Insieme dei certificati occorrenti per il trasporto delle merci su navi, che comprende: la dichiarazione d’imbarco, cioè l’atto scritto con cui il caricatore chiede al vettore marittimo il trasporto di determinate cose, delle quali specifica natura, qualità, quantità, volume e destinazione, dichiarando di sottostare alle condizioni della polizza di carico; l’ordinativo d’imbarco (o buono d’imbarco), atto scritto rilasciato al caricatore dal vettore marittimo e col quale quest’ultimo, che accetta di effettuare il trasporto richiesto con la dichiarazione d’imbarco, ordina al comandante di ricevere a bordo le cose specificate in quest’ultimo documento, aggiungendo eventualmente le condizioni del pattuito trasporto e dell’imbarco; infine la ricevuta di bordo, documento che il comandante della nave o l’ufficiale all’uopo incaricato deve rilasciare (salvo che non emetta direttamente la polizza di carico), dopo che la merce è stata caricata a bordo ed a prova dell’avvenuto caricamento e che, poi, serve al caricatore per ottenere la polizza di carico o il completamento della stessa con l’indicazione dell’avvenuto imbarco del nome della nave e del luogo e della data del caricamento.

  • DOCUMENTO DI SINTESI

    Il documento di sintesi … che deve essere consegnato al cliente insieme al contratto di finanziamento - deve consentire al cliente una chiara evidenza delle più significative condizioni contrattuali ed economiche. Nel documento è riprodotto lo schema del foglio informativo relativo allo specifico tipo di operazione o servizio bancario, con opportuni adattamenti, riportando le condizioni economiche e le clausole contrattuali praticate al cliente; possono essere omesse le informazioni riguardanti la banca e quelle relative alle caratteristiche e ai rischi dell'operazione o del servizio.
    Fonte: Banca d'Italia

  • DOCUMENTO INFORMATICO

    1. Equiparato al documento cartaceo come scrittura privata, è il documento redatto attraverso sistemi informatici, ai sensi di quanto disposto dall’art. 15 l. 15.3.97 n. 59. Secondo il regolamento d’attuazione della legge (d.p.r. 10.11.1997 n. 517) il documento informatico ha la stessa efficacia attribuita alla scrittura privata, pertanto anch’esso fa piena prova della provenienza delle dichiarazioni da chi l’ha sottoscritto. Ne consegue che l’originale del documento non è più costituito da quello cartaceo, bensì da quello informatico, ovverosia da quello che è contenuto in un file. La sottoscrizione di tale documento è effettuata per mezzo della firma digitale (o firma elettronica), la quale si ottiene mediante l’applicazione di una procedura informatica che si avvale di sistemi di cifratura che prevedono l’uso di chiavi asimmetriche. Lo scopo di tale procedura è sostanzialmente quello di attribuire la paternità del documento con certezza ad un determinato soggetto e allo stesso tempo di evitare la contraffazione della stessa firma. La firma digitale apposta sul documento informatico è parificata a tutti gli effetti alla sottoscrizione prevista per i documenti cartacei ed inoltre si ha per riconosciuta qualora la sua apposizione venga autenticata da un notaio o da un altro pubblico ufficiale.

    2. Il successivo d.p.r. 28-12-2000 n. 445 ha dato definitiva attuazione a tale principio, riconosce validità al documento informatico a tutti gli effetti di legge, anche dell’efficacia probatoria, a condizione che questo sia conforme alle disposizioni del decreto, che ha previsto un complesso sistema di crittografia asimmetrica a chiave pubblica in grado di garantire in maniera univoca la provenienza e l’integrità del documento informatico. L’art. 10 del d.p.r. 28-12-2000 n. 445 estende al documento informatico anche le disposizioni dell’art. 2712 relativo alle riproduzioni meccaniche (fotografiche, cinematografiche, fonografiche ecc.) di fatti e di cose che formano piena prova dei fatti e delle cose rappresentate, se colui contro il quale sono prodotte non ne disconosce la conformità ai fatti o alle cose medesime.

  • DOGANA

    Ufficio periferico dell’amministrazione finanziaria di uno Stato (in particolare dell’Agenzia delle Dogane) preposto al controllo del transito merci, persone e mezzi di trasporto attraverso le frontiere. Attualmente nel nostro Paese, come negli altri dell’Unione europea, le dogane operano soltanto ai confini esterni dell’Unione. Secondo l’ordinamento amministrativo italiano dei servizi doganali, il territorio è ripartito in circoscrizioni doganali comprendenti una o più dogane. Queste (che possono avere alle dipendenze una o più sezioni o posti doganali) sono dislocate lungo la linea doganale di terra e di mare, presso i punti di approdo dei laghi di confine, nell’ambito degli aeroporti internazionali e presso centri commerciali, industriali e turistici di particolare importanza sul territorio nazionale. Sono spazi doganali i locali in cui funzionano un servizio doganale e le aree sulle quali la dogana esercita la vigilanza e il controllo tramite i suoi organi diretti o avvalendosi della Guardia di Finanza. Nell’ambito di tali spazi, i funzionari doganali, per assicurare l’osservanza delle disposizioni stabilite dalle leggi in materia doganale e delle altre leggi (come quelle valutarie) la cui applicazione è demandata alle dogane, possono procedere, direttamente o a mezzo della Guardia di Finanza, a visite, ispezioni e controlli sui mezzi di trasporto e sui bagagli delle persone che circolano negli spazi stessi. Inoltre, ai medesimi fini, essi possono invitare le persone a esibire gli oggetti e i valori portati addosso. In caso di rifiuto e ove sussistano fondati motivi di sospetto, il capo del servizio può disporre, con provvedimento scritto specificamente motivato, che tali persone siano sottoposte a perquisizione personale. Compiti delle dogane sono la riscossione e lo sgravio di imposte sulle merci in entrata e in uscita, la sorveglianza e il controllo dei commerci con l’estero, controlli valutari e tecnici, la raccolta di dati statistici. La normativa comunitaria che regola gli scambi tra i Paesi dell’UE e tra questi e i Paesi terzi è stata interamente raccolta nel Codice doganale comunitario, approvato con regolamento CEE 12.10.1992 ed entrato in vigore il l.1.1994 e nel relativo regolamento di applicazione a livello comunitario o nazionale. Il Codice si applica agli scambi tra Comunità e Paesi terzi e alle merci indicate da uno dei trattati istitutivi della CECA, della CE e dell’Euratom. Le disposizioni italiane in materia si applicano in quanto non incompatibili con quelle comunitarie (v. regime doganale delle importazioni e delle esportazioni).

  • DOHA ROUND

    Negoziato di liberalizzazione commerciale multilaterale avviato nell’ambito dell’OMC nel novembre del 2001 a Doha (Qatar) e attualmente in corso.
    Fonte: Banca d'Italia

  • DOLLAR EXCHANGE STANDARD

    L’espressione è stata usata dagli economisti per definire il sistema monetario internazionale che si era di fatto determinato dopo la dichiarazione di inconvertibilità esterna del dollaro in oro, fatta dal presidente Nixon il 15.8.1971. Equivalente al gold exchange standard, con la differenza che al posto delle valute convertibili in oro anche se nella forma di gold bullion standard c’è il dollaro statunitense inconvertibile.

  • DOLLARO AUSTRALIANO

    Codice ISO: AUD. Il dollaro australiano è stato creato con apposita legge il 14 febbraio del 1966 ed è stato subito diviso in 100 cents, con una parità aurea di 0,995311 grammi di fino e quindi con un cambio di 1,12 dollari Usa, dato il contenuto di fino della moneta statunitense di 0,8886705 grammi. Il dollaro australiano è l’erede della sterlina australiana, che a sua volta sostituiva la lira sterlina, che fu la sola valuta legale dal XVIII secolo, dopo la spedizione di Cook del 1770, a tutto il XIX secolo. Soltanto il 4 settembre del 1909 fu creata la sterlina australiana con una parità di 7,32238 grammi di fino uguale a quella dellalira sterlina. Nel 1915 in seguito alle vicende della prima guerra mondiale fu decretato l’embargo dell’oro e fu sospesa la convertibilità della sterlina carta. Si ritornò alla situazione prebellica nell’aprile del 1925. Nel dicembre del 1929 fu necessario sospendere il gold standard e dichiarare il nuovo cambio deprezzato di 1,30 sterline australiane per una lira sterlina. All’inizio del 1932 la moneta australiana entrava nell’area della sterlina con un nuovo cambio di 1,25 unità nazionali sempre per lira sterlina. Dall’agosto del 1939 entrò in funzione un sistema di controllo dei cambi esteri e nell’anno successivo, mentre fu riconfermato il cambio con la lira sterlina, fu stabilito un cambio di 3,20 dollari Usa per sterlina australiana. Questi cambi rimasero in vigore durante il secondo conflitto mondiale e furono sostanzialmente riconfermati con la dichiarazione della parità al FMI, avvenuta nel novembre del 1947 e risultante di 2,86507 grammi di fino. Nel settembre del 1949 la sterlina australiana seguì le sorti di quella britannica. La svalutazione del 30,5 per cento portò la parità aurea a 1,990062 grammi e il cambio scese a 2,24 dollari. Negli anni successivi ci fu un progressivo indebolimento della valuta australiana, che nel 1966, come già detto, si trasformava in dollaro australiano e continuava a far parte degli Accordi di Bretton Woods. Dall’agosto del 1971 anche il dollaro australiano subiva gli effetti della crisi valutaria ed energetica internazionale. Reso non operativo il cambio ufficiale anche questa moneta si è progressivamente indebolita nei confronti del dollaro Usa scendendo al di sotto del cambio alla pari.

  • DOLLARO CANADESE

    Codice ISO: CAD. Il dollaro canadese nacque ufficialmente il 4 maggio del 1910, ma biglietti di banca denominati dollari erano in circolazione fin dal 1870. La nuova unità monetaria fu definita in regime di gold standard con una parità di 1,504656 grammi di fino e quindi corrispondente a quella del dollaro Usa. Prima del XX secolo il Canada aveva conosciuto regimi monetari diversi e per primo quello francese, che portò le prime vere monete, che furono scambiate con le note wampum, o conchiglie, che fungevano da monete rudimentali per gli scambi tra le tribù indigene. I pionieri portarono le loro monete dalla madrepatria e pertanto circolarono dapprima i conî francesi e in particolare la lira coloniale. Nel 1665 un decreto del Consiglio di Stato autorizzò la Compagnia delle Indie occidentali a emettere moneta metallica. Negli ultimi decenni del XVII secolo la scarsità di moneta proveniente dalla Francia costrinse i coloni e i militari a servirsi delle carte da gioco come carta moneta. Inevitabilmente questa specie di carta moneta si inflazionò e una stima ne fa ascendere il valore delle emissioni a 1.600.000 lire tornesi nell’anno 1714. In seguito furono emessi diversi tipi di carta moneta, il cui valore tese a discostarsi da quello che le stesse monete avevano in Francia. Nel 1766 in seguito alla vittoria degli inglesi di due anni prima fu introdotto in Canada il sistema monetario britannico, articolato sulla sterlina da 20 scellini o da 240 pence. Nel 1853 con un apposito Atto delle Province del Canada fu deciso il passaggio alla circolazione monetaria su base decimale. La moneta legale divenne quella d’oro e il Canada entrò in regime digold standard. Nel 1870 fece la prima apparizione la carta moneta denominata in dollari canadesi. Ma soltanto nel 1910, come già detto, ci fu la definizione della nuova unità monetaria nazionale. Allo scoppio della prima guerra mondiale il gold standard fu sospeso. Fu ripristinato nel 1926 e le monete statunitensi e britanniche ebbero corso legale. La crisi degli anni Trenta colpì anche il Canada, la cui moneta si deprezzò. Nel 1935 La Banca centrale del Canada divenne la sola autorità emittente e previa rivalutazione delle riserve auree al nuovo prezzo del dollaro Usa di 35 dollari per oncia fino, contro 26,67 dollari del vecchio prezzo, oltre che la svalutazione del dollaro canadese nella stessa misura (40,94 per cento) della valuta statunitense, la cui parità fu abbassata gradualmente da Roosevelt a 0,8886706 grammi di fino, fu ripristinata la parità tra il dollaro canadese e quello Usa. Allo scoppio della seconda guerra mondiale nel settembre del 1939 il dollaro canadese risultava indebolito rispetto al dollaro Usa. La parità fu ripristinata nel 1946, ma nel settembre del 1949 in seguito alla svalutazione della lira sterlina, la parità del dollaro canadese fu abbassata a 0,807833 grammi e quindi si pose il cambio di 1,10 dollari canadesi per dollaro Usa. Negli anni successivi la moneta canadese fluttuò liberamente fino al 1962, anno in cui il Canada ritornò ai cambi fissi con una parità di 0,822021 grammi e quindi con un cambio di 1,081 dollari canadesi per dollaro Usa. La fluttuazione aveva fatto migliorare la parità del 1949. Con la fine del sistema dei cambi fissi in seguito al crisi del dollaro Usa, il dollaro canadese ha fluttuato liberamente e si è progressivamente indebolito rispetto alla valuta statunitense e da un cambio libero sopra la pari è sceso via via di un buon terzo sotto la pari.

  • DOLLARO NEOZELANDESE

    Codice ISO: NZD. Il dollaro della Nuova Zelanda è stato creato il 10 luglio del 1967 su base decimale e con una parità aurea di 1,23565 grammi di fino, abbassata nel novembre dello stesso anno a 0,99531 grammi per allinearla a quella del dollaro australiano, creato nel febbraio dell’anno prima. Di conseguenza il corso o cambio si è svalutato ed è passato nell’arco di pochi mesi da 1,39 a 1,12 dollari Usa. Il dollaro neozelandese ha sostituito la sterlina della Nuova Zelanda, che fu creata nel 1907, allorché l’Isola cessò di essere Colonia e divenne Dominio dell’impero britannico. Questa sterlina fu posta alla pari con quella britannica e ne subì le sorti fino al 1967. Il dollaro neozelandese reca le immagini della sovrana d’Inghilterra e da tempo fluttua liberamente nei confronti delle altre valute. Reso non operativo il cambio ufficiale, il cambio libero si è notevolmente deprezzato nei confronti del dollaro Usa e segue a ruota il dollaro australiano.

  • DOLLARO USA

    Codice ISO: USD. Nasce come moneta cartacea delle colonie britanniche del Nuovo Mondo nella guerra d’indipendenza, che ufficialmente scoppia nel 1776. Prima di questo avvenimento le colonie si erano servite delle monete spagnole, portoghesi e britanniche, queste ultime, invero, lesinate dalla madrepatria. Inoltre, tutti i tentativi messi in pratica per darsi un minimo di autonomia monetaria si erano infranti contro l’intransigenza della Gran Bretagna. Il nome della nuova moneta, dollar, è mutuato dal dolera del Messico del 1535, che contiene 24,43 grammi di argento fino. Su questa moneta sono incise due linee verticali che simboleggiano le Colonne d’Ercole e che verso la metà del XVIII secolo si sovrappongono ai due emisferi. Il nome dolera è a sua volta il prodotto di successive trasformazioni del termine tedesco thaler o tallero, moneta d’argento battuta dai conti della vallata di Joachimsthaler, sita tra la Sassonia e la Boemia. Al sostantivo dollar è aggiunto l’aggettivo continental a significare che un’isola, la Gran Bretagna, non può dominare un continente, gli Stati Uniti. La guerra e le difficoltà di portare a compimento l’unione delle ex colonie britanniche inflazionarono il dollaro continentale, finché nel 1792 una legge del Congresso definì la moneta del nuovo stato nel dollaro d’argento e nel dollaro d’oro, con contenuti di fino rispettivamente di 24,06 e di 1,6038 grammi, con un rapporto tra i due metalli di 1 a 15. Un anno prima era stata creata la First Bank of the United States, che non ebbe però l’esclusiva dell’emissione cartacea. Con il dollaro d’oro e con quello d’argento nacque anche il simbolo stilizzato del dollaro: due linee verticali attraversate da una S. Il sistema monetario degli Stati Uniti fu dunque in origine bimetallico e su base decimale (v. bimetallismo). Alla scadenza del 1811 lo statuto della banca non fu rinnovato, con la conseguenza di lasciare lo spazio alle banche private nell’emissione di carta moneta. Il disordine indusse nel 1816 a creare la Second Bank of the Unites States, la cui politica di controllo e di disciplina delle emissioni suscitò reazioni un po’ ovunque, per cui anche lo statuto di questa seconda banca centrale non fu rinnovato alla scadenza. Nel 1837 il rapporto oro-argento fu portato ai valori di 1 a 16 e il contenuto di fino del dollaro d’oro fu abbassato a 1,504656 grammi. L’assenza di adeguati controlli favorì la proliferazione di banche di emissione, con risultati sovente disastrosi, che si aggiunsero a quelli della guerra civile. Fu necessario imporre il corso forzoso e nell’imperversare dell’inflazione le monete metalliche scomparvero dalla circolazione. Il corso forzoso fu abolito solo nel 1879, allorché i dollari nordisti, i noti greenbacks, recuperano la parità. Nel frattempo il dollaro degli stati sudisti aveva perduto tutto il suo potere d’acquisto. Altre difficoltà sorsero con la gestione del bimetallismo, già in crisi in Europa, ma infine i fautori del tallone aureo ebbero la meglio e nel marzo del 1900 gli Stati Uniti entrarono almeno ufficialmente in regime di gold standard. L’argento non fu del tutto ripudiato. In seguito alla crisi del 1907 e alla facilità di emettere moneta cartacea gli Stati Uniti si decidono a creare un organismo di controllo federale. Nel 1913 entrava quindi in funzione il Sistema della Riserva federale. Con la prima guerra mondiale fu dichiarato, come altrove, l’embargo sull’oro e fu imposto il corso forzoso. Anche il dollaro si inflazionò, ma nel 1919 recuperò tutto il potere d’acquisto perduto. Di fronte al pericolo bolscevico e alla robustezza del dollaro l’Europa preferì mandare i suoi capitali negli Stati Uniti, contribuendo ad alimentare l’euforia economica e monetaria che trovava nell’assegno bancario il mezzo più comodo per continuare la corsa agli affari. Ma nel 1929 improvvisamente scoppiò la grande crisi, che ebbe termine solo nel 1934, allorché la parità aurea fu modificata dal presidente Roosevelt, che l’abbassò a 0,88867 grammi di fino, con una svalutazione del 40,94%. Il prezzo dell’oro fu portato a 35 dollari per oncia di fino. Contemporaneamente la convertibilità interna del biglietto di banca fu sospesa a tempo indeterminato e ai cittadini fu vietato di possedere oro in misura superiore a 100 dollari a testa. Per un’ulteriore modifica della parità si deve arrivare alla fine del 1971, dopo che il presidente Nixon aveva sospeso, a far data dal 15 agosto, la convertibilità esterna. Con la svalutazione del dollaro del 7,89% decisa con lo Smithsonian Agreement la nuova parità scese a 0,818513 grammi, con un prezzo ufficiale dell’oro di 38 dollari per oncia. Un’ulteriore svalutazione del 10% fu effettuata nel febbraio del 1973, con un prezzo ufficiale dell’oro di 42,22 dollari per oncia di fino. Nei mesi successivi la parità aurea perse di significato, con la conseguenza di rendere il dollaro da allora in poi libero di fluttuare rispetto alle altre monete, senza alcun limite, salvo interventi occasionali delle autorità monetarie.

  • DOLO

    Uso di raggiri, artifizi o menzogne per indurre un soggetto a stipulare un negozio giuridico, che altrimenti non avrebbe concluso. Costituisce un vizio della volontà che determina l’annullabilità del negozio allorché il raggiro sia stato determinante. Accanto a questa ipotesi ne è prevista una meno grave, che altera solo relativamente la volontà del contraente, nel senso che quest’ultimo, che pure avrebbe concluso ugualmente il negozio, è indotto a contrarre a condizioni più onerose; essa produce conseguenze più limitate, dato che all’annullabilità è sostituito l’obbligo di risarcimento del danno, che spesso assume la forma di una diminuzione della controprestazione. Il dolo non ha rilevanza come vizio della volontà se si esaurisce nei comuni mezzi della pubblicità commerciale, tollerati nella vita degli affari, diretti ad allettare i consumatori. Sono infatti ammesse le esaltazioni pubblicitarie del prodotto, purché contenute nei limiti imposti dalla correttezza. L’azione di annullamento del contratto viziato da dolo è soggetta a prescrizione quinquennale e il termine decorre dal giorno in cui si ha conoscenza dell’inganno. L’annullamento è retroattivo: le parti devono restituire quanto già eventualmente ricevuto a titolo di adempimento. La prova del dolo deve essere fornita con particolare rigore, essendo insufficienti le mere presunzioni o induzioni. Il giudizio sulla idoneità del raggiro rappresenta, tuttavia, una valutazione di fatto rimessa alla piena discrezionalità decisoria del giudice di merito che può ritenere sufficiente a viziare il consenso, attese le circostanze, anche il semplice mendacio. In materia di responsabilità extracontrattuale si parla di dolo, come contrapposizione alla colpa, quando l’atto illecito è posto in essere con coscienza e volontà anche con riferimento ai suoi effetti. Tale concetto, sostanzialmente, non differisce dalla definizione che si dà del dolo nell’ambito del diritto penale, in cui è considerato come l’elemento psicologico del reato e che si ha quando il fatto punito dalla legge sia dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione. In tale ipotesi si dice che il dolo è generico, per distinguerlo da quello specifico, in cui, per determinati reati, si richiede anche che l’autore agisca per uno scopo particolare, oggetto di previsione e volizione.

  • DOLO, DISPOSIZIONI PENALI

    Il dolo costituisce il normale criterio di imputazione soggettiva dei delitti. Il delitto è doloso, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso che è il risultato della azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della sua azione od omissione (art. 43, comma 1, c.p.). Il legislatore può prevedere delitti tanto caratterizzati da un dolo generico (p.e. l’omicidio doloso, per rispondere del quale l’agente deve prevedere e volere la morte del soggetto passivo), quanto caratterizzati da un dolo specifico (p.e. il furto, che il legislatore ritiene punibile solo quando l’agente s’impossessi della cosa mobile altrui sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto; in altri termini il soggetto agente deve prevedere e volere anche questa ulteriore finalità, il cui raggiungimento non è influente sulla integrazione del fatto di reato). L’intensità del dolo è uno dei parametri sui quali il magistrato è chiamato a quantificare la “gravità del reato” ex art. 133, comma 1, n. 3, c.p. I delitti sono punibili anche a titolo di dolo eventuale. Tale forma di dolo si riconosce nell’ipotesi in cui l’evento tipico del reato non è quello direttamente preso di mira dall’agente quando pone in essere la condotta; esso è rappresentato, invece, come conseguenza possibile della propria condotta, dal soggetto che accetta il rischio della sua realizzazione. Nelle contravvenzioni, poiché ciascuno risponde della propria azione od omissione cosciente e volontaria, sia essa dolosa o colposa (art. 42, ultimo comma, c.p.), il grado della colpa e l’intensità del dolo rilevano con riferimento alla gravità del reato.

  • DOMANDA DI MONETA

    Preferenza accordata al possesso di moneta rispetto a forme alternative di ricchezza, quali, p.e., le obbligazioni, le azioni, i beni reali. Secondo quanto afferma la prevalente dottrina economica, la domanda di moneta (o preferenza per la liquidità) è originata dal movente delle transazioni, dal movente cautelativo o precauzionale e dal movente speculativo. Gli operatori economici domandano moneta a fini di transazione perché non sussiste normalmente sincronismo fra incassi e pagamenti: la collettività può conseguentemente sentire il bisogno di detenere scorte liquide per fronteggiare le occorrenze di spesa che si prospetteranno in futuro. La domanda di moneta cautelativa o precauzionale viene espressa da parte delle imprese e delle famiglie per affrontare con scorte liquide eventuali situazioni di emergenza: p.e., un’impresa che detiene una certa quantità di contante, oltre quello con cui vengono effettuate le normali transazioni, per fronteggiare una situazione particolare quale quella determinata dal ritardato o mancato pagamento della merce da parte dei suoi clienti. Il livello delle scorte monetarie detenuto dalla collettività per i motivi anzidetti varia in ragione diretta delle variazioni del reddito disponibile: se quest’ultimo dovesse aumentare, la preferenza per la liquidità a fini di transazione si espande in previsione di occorrenze maggiori di spesa, e perché una quota maggiore del reddito può essere destinata a fronteggiare situazioni di particolari necessità. Più complessa risulta la determinazione della domanda di moneta a fini speculativi. Solitamente chi specula trattiene moneta in vista della possibilità che il prezzo di altre forme di ricchezza possa diminuire in futuro. La domanda di moneta per questo scopo dipende quindi dalle aspettative circa le variazioni che possono interessare i corsi delle obbligazioni e dal modo in cui gli operatori economici si propongono di trarre vantaggio da tali eventuali variazioni. Una questione tradizionalmente associata alla teoria della domanda di moneta, e rilevante soprattutto ai fini delle valutazioni di politica monetaria, riguarda la stabilità di tale funzione. La stabilità è un tratto caratteristico dei moventi precauzionali e delle transazioni, mentre assai meno stabile è il comportamento speculativo.

  • DOMANDA GIUDIZIALE

    Dichiarazione di volontà con cui un soggetto, esercitando il potere di azione, chiede la tutela in via giurisdizionale di un suo diritto soggettivo o di un suo interesse legittimo. Il principio della domanda è espresso dall’art. 2907, 1° comma c.c. (“alla tutela giurisdizionale dei diritti provvede l’autorità giudiziaria su domanda di parte e, quando la legge lo dispone, anche su istanza del pubblico ministero o d’ufficio”) e dall’art. 99 c.p.c. (“chi vuole fare valere in giudizio un diritto deve proporre domanda al giudice competente”). Di regola la domanda giudiziale è l’atto che dà luogo alla costituzione del processo o ad una fase di esso successiva ad altra già svolta, costituendo uno dei c.d. presupposti processuali, ma può inserirsi anche in un processo già in corso. Il processo, una volta instaurato, impedisce la riproposizione della medesima domanda in un altro processo. Con la domanda giudiziale viene virtualmente definito l’oggetto dei rapporto giuridico processuale, dovendo il giudice pronunciare sulla stessa e non oltre i limiti di essa; occorre, poi, perché tale pronuncia venga emessa, che la parte contro la quale la domanda è proposta sia stata regolarmente citata o sia comparsa (principio dei contraddittorio). Permane nel nostro ordinamento la tendenza a prevedere come forma prevalente della domanda la citazione, e in via residuale il ricorso. Quando la domanda si propone mediante citazione, essa deve essere notificata alla controparte e sottoscritta dalla parte e dal suo difensore, deve indicare l’oggetto o il bene giuridico di cui si chiede la tutela e le ragioni di fatto e diritto poste a fondamento della stessa. Nei casi in cui invece la legge stabilisce la forma del ricorso esso è presentato direttamente al giudice, con la sola individuazione dell’oggetto della controversia (editio actionis) e non anche della controparte, con la sua chiamata in causa (vocatio in ius). Eccezionalmente, per le cause davanti al Giudice di Pace e per le cause di lavoro il cui valore non eccede le lire 250 mila, è pure prevista la proposizione orale della domanda, che viene trascritta in un apposito processo verbale a cura dei cancelliere.

  • DOMESTIC INDEXED LIRA SWAP

    Particolare tipo di currency swap introdotto per la prima volta da Citicorp nel 1984 al fine di superare i vincoli normativi che impedivano in Italia la stipulazione di swaps tra residenti e non residenti, salvo specifica autorizzazione, e che vietavano la conclusione di tali operazioni anche tra operatori residenti a motivo dell’obbligo di cessione di valuta all’UIC entro il 15 giorni successivi alla data di inizio del possesso. Consente operazioni di finanziamento in lire indicizzate, cioè operazioni di finanziamento in lire tra residenti i cui flussi risultano però agganciati, nel capitale e negli interessi, all’andamento di una valuta di riferimento. Stipulando tale contratto un importatore che benefici di una dilazione di pagamento (ma lo stesso schema è applicabile con opportune modifiche, per un esportatore) può depositare presso un intermediario finanziario l’equivalente in lire dei pagamenti da effettuare ad una data futura. Tali somme vengono indicizzate, per contratto, alla medesima valuta estera di denominazione dei debiti, il che consente di realizzare la gestione e la copertura dal rischio di cambio senza produrre alcun effetto soggetto alla normativa valutaria. Analogamente ai currency swaps tradizionali, anche i Domestic Indexed Lira Swaps non comportano modificazioni nella struttura finanziaria delle controparti né nella loro gestione della liquidità, liquidandosi alla scadenza solo gli importi compensativi, sebbene producano per esse il medesimo effetto di un finanziamento in valuta. Il presupposto imprescindibile dell’operazione è rappresentato comunque dalla disponibilità liquida dell’importatore. Ciò costituisce un elemento distintivo rispetto ad un domestic currency swap (v.currency swap) che non prevede, al contrario, alcun trasferimento originario di capitale.

  • DOMICILIAZIONE DI EFFETTI

    Indicazione da parte del debitore del luogo in cui deve essere pagata una cambiale. Nella pratica degli affari non è infrequente che un debitore cambiario desideri pagare il suo debito, anziché presso il suo domicilio, presso quello di un terzo. La l. camb. (art. 4) infatti ammette che il titolo sia pagabile al domicilio di un terzo, sia nel luogo di domicilio del trattario, sia in un altro luogo. La più frequente forma di domiciliazione è quella presso una banca, e si concreta con la formula pagabile presso la banca. Formule differenti, quali: appoggiare alla banca, incassare tramite banca e simili, non comportano domiciliazione dell’effetto presso la banca indicata e pertanto non spostano il luogo di pagamento, che resta quello figurante sul titolo come indirizzo del debitore. La domiciliazione presso una banca presuppone ovviamente che il debitore abbia preso accordi con la banca domiciliataria per il pagamento degli effetti a proprio carico, versandone la copertura o autorizzandone l’addebitamento in conto corrente. L’effetto domiciliato deve, in caso di mancato pagamento, essere protestato esclusivamente presso la banca domiciliataria e ciò anche se sul titolo sia stato indicato l’indirizzo del debitore.

  • DOMICILIO

    Luogo in cui la persona ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi (art. 43 c.c.). La Costituzione, all’art. 14, ed il codice penale, all’art. 614, tutelano la inviolabilità del domicilio: in questo caso, però, per domicilio si deve intendere qualunque luogo in cui la persona riesca ad isolarsi dal mondo esterno ed a mettere al riparo la sua sfera privata. Per quanto riguarda, invece, la nozione civilistica, occorre anche che la decisione di stabilire in un certo luogo la sede degli interessi sia effettivamente attuata. Non sempre, però, viene assunta come criterio la situazione del soggetto interessato, perché talora si ha riguardo a quella di un altro soggetto: così, il minore ha il domicilio (legale) nel luogo di residenza della famiglia o quello del tutore (art. 45 c.c.). Per determinati atti o affari, infine, si può stabilire un domicilio speciale, diverso da quello generale. In questo caso la elezione di domicilio non è valida se non è fatta espressamente per iscritto (art. 47 c.c.). Dal domicilio si distinguono la residenza e la dimora. La residenza, infatti, è nel luogo in cui la persona ha dimora abituale; la dimora è il luogo in cui la persona si trova attualmente. La nozione di domicilio riguarda le persone fisiche (per le persone giuridiche si fa riferimento invece alla nozione di sede: art. 46 c.c.) ed è richiamata da diverse norme: p.e., per l’apertura della successione (art. 456 e. c.), o per l’adempimento dell’obbligazione (art. 1182 C.C.).

  • DOMICILIO FISCALE

    Comune nel quale risulta domiciliato ai fini fiscali ciascun contribuente. In specie, l’art. 58, d.p.r. 29.9.1973 n. 600, ha stabilito che “agli effetti dell’applicazione delle imposte sui redditi ogni soggetto si intende domiciliato in un Comune dello Stato”. E precisamente le persone fisiche hanno il domicilio fiscale nel Comune nella cui anagrafe sono iscritte. La nozione in esame non coincide dunque con quella di diritto comune del domicilio come centro di interessi, e sede principale dei propri affari. La nozione tributaria si avvicina di più a quella di residenza di diritto comune. Per le persone fisiche non residenti, e cioè tanto gli italiani (anche se non iscritti presso l’anagrafe di un Comune italiano, ma che hanno in Italia il centro dei loro interessi e degli affari), quanto gli stranieri, il domicilio fiscale è stabilito nel Comune in cui si è prodotto il reddito o, se il reddito si è prodotto in più Comuni, nel Comune in cui si è prodotto il reddito più elevato. I cittadini italiani, però, che risiedono all’estero in forza di un rapporto di servizio con la pubblica amministrazione, hanno il domicilio nel Comune di ultima residenza nello Stato. La nozione civilistica di domicilio torna dunque a prevalere, anche rispetto agli effetti tributari, sia per il domicilio c.d. di servizio dei pubblici dipendenti, sia nelle ipotesi in cui il domicilio effettivo in Italia possa non coincidere con la residenza anagrafica, specie quando il soggetto passivo risiede all’estero. A seguito della declaratoria di illegittimità costituzionale del c.d. cumulo dei redditi, oltre che della emanazione delle nuove norme tanto in materia civilistica che tributaria, sia la moglie che il marito possono avere domicili fiscali in Comuni diversi ed in tal caso il figlio minore, i cui redditi sono imputati per metà a ciascun genitore, dovrebbe avere il domicilio fiscale del genitore con il quale convive. I soggetti diversi dalle persone fisiche hanno il domicilio fiscale nel Comune in cui si trova la loro sede legale o, in mancanza, la sede amministrativa. In mancanza anche di quest’ultima, i soggetti hanno il proprio domicilio fiscale nel Comune ove è stabilita una sede secondaria (qualunque ne sia la denominazione), o una stabile organizzazione. In mancanza di ogni altro punto di riferimento, il domicilio è nel Comune in cui i soggetti esercitano prevalentemente la loro attività. Le anzidette norme sono inderogabili, da parte del soggetto passivo e della stessa amministrazione, a meno che quest’ultima non eserciti il potere riconosciutole dall’art. 59, d.p.r. 600/73, cit., per il quale, i competenti organi dell’amministrazione finanziaria con decreto motivato, possono stabilire il domicilio fiscale nel Comune ove il soggetto svolge in modo continuativo la principale attività, ovvero, per gli altri soggetti, il Comune dove è stabilita la sede amministrativa, anche se il Comune è situato in altra provincia, diversa da quella in cui il soggetto svolge l’attività principale. È tuttavia concesso al soggetto passivo, “quando concorrono particolari circostanze”, di chiedere il mutamento del domicilio fiscale in luogo diverso da quello che risulterebbe dall’art. 58 cit. Le variazioni di domicilio fiscale hanno effetto dal sessantesimo giorno successivo a quello in cui si sono verificate. La nozione di domicilio fiscale è di particolare rilievo in quanto determina le competenze dei vari Uffici fiscali. Il domicilio fiscale non è applicabile a tutti i tributi, dato che rispetto a taluni di essi (imposta di successione, imposta di registro) prevalgono altri criteri e comunque mantengono il loro rilievo le nozioni generali di residenza, di domicilio o di sede legale o, in mancanza di sede effettiva, anche se divergono dal domicilio fiscale. Con effetto 1.1. 1999 i cittadini italiani cancellati dalle anagrafi della popolazione residente ed emigrati in Stati o territori aventi un regime fiscale privilegiato, individuati con decreto dell’Amministrazione finanziaria (cioè i soggetti che si considerano residenti nel territorio dello Stato, salvo prova contraria), hanno il domicilio fiscale nel comune di ultima residenza nello Stato.

  • Dominanza Stocastica di Primo Grado

    E' un metodo econometrico, statistico, matematico per graduare e ordinare stocasticamente, cioè ordinare qualcosa di aleatorio. Nella teoria delle scelte e nelle analisi delle scelte, questo concetto ci permette di ordinare le differenti distribuzioni di probabilità con i loro possibili risultati. La dominanza stocastica ci permette, date poche informazioni sulla funzione di utilità dell'operatore, di determinare le sue preferenze massimizzando la sua utilità attesa, mediante la scelta tra differenti distribuzioni di probabilità con diversi possibili risultati.
    Dato W il livello del patrimonio dell'operatore ed U la sua funzione di utilità, assumiamo che U è debolmente crescente e che il più è preferito al meno. Definiamo F e G generiche funzioni di distribuzione cumulate quali risultato di differenti scelte. F ha una dominanza stocastica di primo grado su G se e solo se:




    e quindi F è strettamente preferito a G.


    Bibliografia

    Hardaker J. B., Huirne R. B. M.,Coping with risk in Agriculture, CABI, 2004

    MIT OpenCourseWare, Microeconomic Theory III, Spring 2010

    Redattore: Giuliano DI TOMMASO

  • Dominanza Stocastica di Secondo Grado

    E' un metodo econometrico, statistico, matematico per graduare e ordinare stocasticamente; cioè ordinare delle distribuzioni di risultati aleatori. È utile quando il primo grado dominanza stocastica non arriva a darci la migliore scelta tra due alternative casuali.

    Dobbiamo supporre che l'agente è avverso al rischio e quindi ha una funzione di utilità, in relazione al risultato economico conseguito, con pendenza positiva, ma decrescente. Nel secondo grado di dominanza stocastica, A è preferito a B se la seguente formula è vera per tutti i valori della variabile x e con almeno una forte disuguaglianza:

    Quindi le distribuzioni di frequenza dei risultati delle alternative vengono confrontate in base alle aree sottostanti le funzioni di distribuzione cumulate. In tal modo la dominanza stocastica di secondo grado richiede che la curva della funzione di distribuzione cumulata dominante cioè la scelta migliore, si trovi al di sotto e a destra delle altre alternative.

    Bibliografia

    Hardaker J. B., Huirne R. B. M.,Coping with risk in Agriculture, CABI, 2004

    MIT OpenCourseWare, Microeconomic Theory III, Spring 2010

    Redattore: Giuliano DI TOMMASO

  • DONAZIONE

    Contratto tipico di liberalità, mediante il quale il donante procura al donatario un vantaggio patrimoniale senza ricevere un equivalente. Elementi caratteristici del contratto sono l’attribuzione patrimoniale, che determina un arricchimento del donatario e il correlativo depauperamento del donante e lo spirito di liberalità, ossia l’intenzione del donante di beneficare, cui deve corrispondere l’intenzione del donatario di ricevere il beneficio. La donazione è atto di straordinaria amministrazione e richiede la piena capacità di agire in chi la compie. Quanto alla forma, la legge prescrive che debba essere redatta con atto pubblico, a pena di nullità assoluta che può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse. Fanno eccezione a tale regola le donazioni manuali di modico valore, come i regali d’uso e le c.d. donazioni indirette, che si concretano in atti di liberalità fatti sotto forme negoziali diverse dalla donazione (remissione di debito posta in essere nell’intento di beneficiare il debitore; pagamento di un debito altrui, eseguito per spirito di liberalità ecc.). La donazione si perfeziona con l’accettazione del donatario resa nello stesso atto o notificata posteriormente al donante; unica eccezione, la donazione obnuziale, per la quale non vi è bisogno di accettazione, anche se per produrre effetti deve essere seguita dalla celebrazione di un determinato matrimonio. Carattere precipuo delle donazioni è l’irrevocabilità, con l’eccezione della revoca per ingratitudine (in caso di fatti concreti di notevole gravità, indicati dalla legge, posti in essere dal donatario) e per sopravvenienza di figli (sul presupposto che la donazione non avrebbe avuto luogo in presenza di discendenti del donante). In detti casi, da un lato non è valida qualunque convenzione o clausola con la quale il donante rinunci preventivamente al diritto di revocare la donazione, dall’altro la revoca non opera automaticamente, ma occorre che sia chiesta. La revoca non ha efficacia retroattiva reale. I terzi che hanno acquistato diritti sugli immobili anteriormente alla trascrizione non subiscono pregiudizio. Il contratto di donazione, come qualsiasi altro negozio giuridico, può contenere clausole accessorie, come la condizione, il termine e il modo; la donazione modale implica che il donatario, pena la risoluzione del contratto quando sia espressamente prevista, debba adempiere l’onere entro i limiti di valore della cosa donata. Col patto (o clausola) di riversibilità si stabilisce che i beni debbano essere restituiti al donante qualora il donatario premuoia allo stesso.

  • DONT

    Variante di contratto a premio (v. contratti a premio 2) attualmente negoziato, ai sensi del Titolo 4.6 del Regolamento dei mercati organizzati e gestiti dalla Borsa Italiana spa, nel Mercato telematico dei contratti a premio (MPR). Il contratto simile negoziato sull’IDEM e sul MIF è più comunemente chiamato call.

  • DOPO INCASSO

    Clausola in base alla quale l’importo delle cambiali cedute all’incasso viene accreditato dalla banca cessionaria in conto corrente o, comunque, messo a disposizione del cliente cedente soltanto ad incasso avvenuto. La girata degli effetti, in tal caso, è fatta valuta per l’incasso, con tutte le conseguenze giuridiche inerenti; come valuta, si suole applicare il giorno non festiva successivo a quello in cui si dà corso all’accredito. Per tale servizio, le banche richiedono il pagamento di una speciale commissione, variabile in relazione alle diverse piazze in cui gli effetti sono pagabili.

  • DOPOBORSA

    Nel linguaggio di borsa indicava il periodo di contrattazione non ufficiale successivo al termine della riunione durante il quale venivano trattate azioni di largo mercato anche parecchie ore dopo la formazione del prezzo di chiusura. Queste negoziazioni procedevano in via ufficiosa tra banche, agenti di cambio e privati investitori, di regola per telefono, nel corso del pomeriggio, dando luogo a prezzi meramente informativi (non ufficiali, anche se segnalati dalla stampa quotidiana) e costituivano un’indicazione per il giorno successivo. Per estensione indicava anche un ordine che deve essere eseguito dopo la chiusura della riunione. Dal 15.5.2001 le negoziazioni del dopoborsa sono state regolamentate nel TAH (mercato after hours) organizzato e gestito da Borsa Italiana spa.

  • DOPOLISTINO

    Nel gergo di borsa indicava la fase di contrattazione della durata di qualche minuto, immediatamente successiva alla chiamata di chiusura. Tale fase interessava i titoli che avevano più mercato o quelli c.d. in battuta, cioè molto richiesti nel corso della giornata. Con il passaggio dei titoli alla contrattazione telematica tale termine viene progressivamente abbandonato. Cosa diversa è il mercato after hours (TAH).

  • DOPPIA IMPOSIZIONE

    Principio fondamentale del diritto tributario per cui la stessa imposta non può essere applicata più volte in dipendenza dello stesso presupposto, neppure nei confronti di soggetti diversi. È chiaro, quindi, come nelle intenzioni del legislatore fiscale il presupposto (cioè il fenomeno economico-giuridico che, in quanto considerato per legge rilevante a fini fiscali, è pregiudiziale all’applicazione dell’imposta) vada visto, con riguardo a un determinato tributo, sotto un’ottica unitaria: esso non deve dar luogo a pluralità di tassazioni, anche se i suoi effetti coinvolgono la sfera giuridica di più soggetti. È evidente perciò che, se da un lato l’applicazione dell’imposta societaria (IRPEG) a una società di fatto esercente attività commerciale esclude l’applicazione dello stesso tributo a carico dei soci, stante l’unicità del presupposto (attività commerciale produttrice di redditi), dall’altro lato, al contrario, si è fuori campo della doppia imposizione laddove lo stesso presupposto determini l’applicazione di due imposte diverse anche se in capo a un solo soggetto giuridico. Si parla, in particolare, di doppia imposizione internazionale in relazione alle problematiche che derivano dal fatto che ciascuno Stato, nell’esercizio della propria potestà impositiva, stabilisce autonomamente i criteri di collegamento territoriale al fine di individuare i redditi tassabili, con la conseguenza che uno stesso reddito può risultare tassato in Stati diversi. In questo contesto la dottrina è solita distinguere tra doppia imposizione giuridica (che si ha quando un contribuente è tassato sullo stesso reddito da due Stati nell’esercizio della rispettiva potestà impositiva) e doppia imposizione economica (che si ha quando il reddito tassato è prodotto e percepito in due Stati diversi da contribuenti formalmente diversi ma nella sostanza legati da vincoli economici forti). Al fine di evitare i citati fenomeni di doppia imposizione gli Stati sono soliti stipulare trattati internazionali bilaterali appositi, le convenzioni fiscali per evitare le doppie imposizioni

  • DOPPIO MASSIMO E DOPPIO MINIMO

    Analisi tecnica. Fenomeno grafico caratterizzato dalla sostanziale coincidenza tra due massimi o minimi relativi delle quotazioni. Il doppio massimo è una figura ribassista formata da due vette separate da un avallamento in cui i volumi, in prossimità della seconda punta, risultano decisamente inferiori rispetto alla prima; il doppio minimo, invece, è una figura rialzista formata da due valli separate da una vetta di recupero dei prezzi, in cui i volumi inerenti la seconda valle risultano decisamente inferiori alla prima.

  • DOSSIER DI TITOLI

    Stock di titoli affidato ad una banca che costituisce oggetto di un deposito amministrato, definito appunto a dossier, intestato ad una o più persone. La banca si impegna a custodire e ad amministrare i titoli, ossia provvede ad incassare i dividendi azionari e gli interessi sui titoli obbligazionari, a partecipare agli aumenti virtuali di capitale, a controllare l’assegnazione dei premi o il sorteggio per il rimborso del capitale e ad informare il cliente depositante di tutte le operazioni che comportano un’opzione (v. deposito di titoli in amministrazione).

  • DOT COM

    Anche dot.com, dot-com, dotcom. Ogni sito Web destinato all’e-business (usato però, raramente, anche nel senso esteso, improprio, di qualsiasi sito Web). L’espressione, nata negli Stati Uniti sul finire degli Anni Novanta, deriva dal suffisso .com con cui termina l’indirizzo dei siti commerciali e indica anche lepure click company, dedicate a vendere beni e servizi utilizzando esclusivamente Internet per sfruttare le opportunità e la forza di penetrazione della rete e del WWW e costituite in società giuridicamente autonome. Con la crisi che ha investito le quotazioni dei titoli delle nuove società operanti su Internet, dot com è stato associato all’insieme delle molte iniziative commerciali sul Web che sono fallite o che hanno subito forti riduzioni di attività (più precisamente, negli Stati Uniti sono state denominate dot-compost, lett.: dot-spazzatura, le dot-com dopo il loro fallimento). Sin.: pure click company.

  • DOUBLE DIP LEASING

    Operazione di leasing internazionale posta in essere tra Stati Uniti e Gran Bretagna in epoca anteriore al 1982. Il principio economico su cui è imperniata si ricollega alle asimmetrie nel trattamento fiscale del leasing nei due paesi considerati, che consentivano di ottenere i benefici fiscali previsti per gli investimenti sia a favore del locatario americano che del locatore britannico. In seguito al cambiamento della normativa fiscale, intervenuto nel 1982, a tale schema originario si è sostituito quello del reverse double dip leasing, il quale riproduceva le condizioni per usufruire doppiamente delle agevolazioni connesse agli investimenti. In questo caso, però, sia il primo locatore che l’ultimo locatario sono anglosassoni e sfruttano l’interposizione di una società di locazione americana. Il risultato dell’operazione è pertanto l’importazione in Gran Bretagna di benefici fiscali previsti dalla normativa americana.

  • DOVERE GIURIDICO

    Obbligo di osservare un determinato comportamento, o imposto da una norma giuridica, o liberamente assunto da un soggetto mediante contratto o altro atto negoziale, cui corrisponde un diritto soggettivo altrui. I doveri giuridici possono essere generali o particolari, secondo che l’altrui diritto soggettivo sia assoluto, nel senso che può essere fatto valere verso tutti, o relativa, valido solo verso persone determinate o determinabili. I doveri generali incombono su tutti e si concretizzano nell’obbligo di astenersi dal ledere l’altrui diritto, sicché sono sempre negativi. A loro volta i doveri particolari incombono su determinati soggetti (si parla anche di doveri relativi) e possono essere negativi o positivi, secondo che consistano nell’obbligo di fare o non fare qualcosa o di far conseguire qualcosa al titolare del diritto. La violazione di ogni dovere dà luogo a responsabilità, intesa come soggezione ad una sanzione (responsabilità personale) o al soddisfacimento, eventualmente forzoso, dell’altrui diritto (responsabilità patrimoniale).

  • DOW JONES & COMPANY

    Società, titolare dell’agenzia di informazione finanziaria omonima, fondata nel 1882 da Charles Henry Dow (1851-1902), Edward Jones e Charles Bergstresser, acquistata da Clarence Walker Barron (1855-1928) nel 1902, alla morte di Dow. Iniziò a pubblicare Dow Jones industrial average (v. indici Dow Jones) nel 1897 e The Wall Street Journal nel 1889 e a diffondere informazioni finanziarie (il Dow Jones News Service) via telegrafo. Negli anni Settanta la Società è entrata nell’editoria elettronica e si è estesa fuori degli USA con la Far Eastern Economic Review (Hong Kong, 1946) e The Asian Wall Street Journal (Hong Kong, 1976), The Wall Street Journal Europe (Bruxelles, 1983) e Vedomosti- The Record (Mosca, 1999), quest’ultimo in joint venture col Financial Times. Nel 1996 è stato lanciato The Wall Street Journal Online presso WSJ.com. Nel gennaio 2002 è stato stipulato un accordo in base al quale gli indici NYSE sono calcolati da Dow Jones.

  • DOWNLOAD

    Lett.: scaricare. Operazione consistente nel trasferire un file dalla memoria di un computer remoto alla memoria di massa di altro tramite modem e collegamento con una linea telefonica o una rete. Si ricordi che i files richiamati sul proprio schermo, p.e. quando si naviga sul Web (v. WWW), non sono presenti sul proprio computer ma restano sul computer remoto. Per averli sulla memoria di massa (disco rigido o altri) del proprio computer occorre scaricarli.

  • DOWNSIDE RISK

    Rischio di non raggiungere uno o più degli obiettivi gestionali che la banca considera strategici, come p.e. un determinato rendimento sul capitale proprio lungo un definito intervallo di tempo. Contrariamente alle misure più tradizionali del rischio finanziario (p.e. la volatilità), che considerano indistintamente le variazioni nei rendimenti delle attività finanziarie rispetto al loro valore medio, il downside risk distingue tra le fluttuazioni al rialzo e quelle al ribasso, tenendo anche in considerazione l’effetto ammortizzante delle prime sulle seconde; permette inoltre di considerare, oltre alla variabilità dei rendimenti osservata in passato o prevista per il futuro anche i profitti già realizzati e anche quelli attesi: i rendimenti già realizzati attenuano la variabilità osservata, mentre quelli attesi in futuro si contrappongono alla variabilità che viene prevista lungo lo stesso periodo di tempo. Il downside risk, che esprime la tolleranza al rischio della banca di non raggiungere l’obiettivo reddituale pianificato, viene definito analiticamente dalla probabilità di underperformance (la probabilità di non raggiungere l’obiettivo) e dall’associato livello (obiettivo) di rendimento minimo.

  • DOWNSIZING

    Processo di migrazione di applicazioni da piattaforme tecnologiche utilizzate per il sistema centrale, verso piattaforme più piccole e, tendenzialmente, di costo minore.

  • DOWNSTREAM LOAN PARTICIPATION

    Denominazione assunta dalle operazioni di loan participation effettuate nell’ambito del sistema bancario quando l’operazione creditizia originaria è organizzata da una banca di grandi dimensioni, la quale successivamente la fraziona e ne colloca quote pari presso banche di minori dimensioni.

  • DPEF

    Acr. di: Documento di Programmazione Economia e Finanziaria. Documento presentato dal Governo entro il mese di luglio di ogni anno secondo l’articolo 3, comma 1, della l. 5.8.1978 n. 468 e successive modificazioni. Contiene gli impegni e le azioni di politica economica e finanziaria che il governo intende proseguire o intraprendere. Il documento prelude alla Relazione previsionale e programmatica e alla legge finanziaria e definisce la manovra di finanza pubblica per il periodo compreso nel bilancio pluriennale.

  • DRACMA GRECA

    Codice ISO: GRD. Gr.: draxmÆ; it. anche dramma. Emessa per la prima volta verso la fine del VII secolo a.C., la dracma è stata fino all’epoca moderna moneta effettiva e moneta di conto nel mondo greco, bizantino e turco. Il periodo più luminoso è stato quello delle poleis e soprattutto di Atene e praticamente coincide con la storia di questa città fino alla calata dei Romani. Intanto si era già affermata la dracma tolemaica, specie nella versione della tetradramma emessa nella zecca della città di Alessandria, diventata in seguito la principale piazza finanziaria del Mediterraneo. Con la conquista romana la tetradramma sopravvisse fino all’anno 295 della nostra era, allorché l’imperatore Diocleziano pose fine all’isolamento monetario dell’Egitto voluto da Augusto per ragioni strategiche e mantenuto dai successivi imperatori. Diocleziano sostituì la tetradramma con il follis o nummo italico di 1/33 di libbra di bronzo argentato al 3,7%. La dramma moderna ricomparve in Grecia con la conquista della libertà dal dominio turco e nel 1833 fu emessa nel peso di 4,06 grammi d’argento ed equivalente a 1/6 della piastra spagnola. Tre anni dopo la dracma veniva regolata sul sistema decimale nella doppia versione di dracma d’argento equivalente al franco germinale di 4,50 grammi e di dracma d’oro di 0,290322 grammi di fino. Nel 1868 la Grecia fu ammessa nell’Unione monetaria latina per motivi politici. La dracma non poteva però reggere la parità con le monete dell’Unione più forti, come il franco svizzero. Fu necessario introdurre più volte il corso forzoso della carta moneta. Entrata in crisi l’Unione monetaria latina, soltanto nel gennaio del 1885 la convertibilità veniva incautamente ripristinata, tanto che dopo pochi mesi era necessario ritornare al corso forzoso. La stabilizzazione del 1910 fu di breve durata, perché gli eventi bellici si ripercossero anche sulla Grecia. La riforma monetaria del 1922 dimezzava il valore facciale della carta moneta. Nel 1928 la politica allora detta di stabilizzazione portò alla svalutazione del 93,6%. La dracma d’oro inconvertibile ebbe una parità aurea di 0,019526 grammi di fino al cambio di 375 dracme per lira sterlina. Con la crisi della sterlina del 1931 la dracma si agganciò al dollaro previa svalutazione del 49%.Nel 1933 la dracma fu svalutata di nuovo del 56% e si agganciò al franco Poincarè al cambio di 7 dracme per franco. Nel 1936, in seguito alla caduta del franco francese, la dracma si ancorò di nuovo alla valuta britannica al cambio di 548 dracme per sterlina. Durante la seconda guerra mondiale anche la Grecia conobbe le monete di occupazione degli eserciti italiani, tedeschi e alleati, che la percorsero con conseguente grande inflazione. Nel novembre del 1944 una riforma monetaria creava la nuova dracma nel controvalore di una dracma nuova contro 50 miliardi di dracme vecchie. L’inflazione aveva portato la massa monetaria a 2.500 trilioni di dracme (con un trilione uguale al milione elevato alla terza potenza). II cambio estero fu posto sulla base di 150 nuove dracme per dollaro Usa. Le lotte politiche interne e altri fattori non consentirono alla valuta greca di godere di una certa stabilità. Un prolungato processo inflazionistico fece cadere ripetutamente il cambio estero, finché nel 1954 fu decisa l’emissione di un’altra nuova dracma al cambio di conversione di 1.000 dracme vecchie. Il cambio era salito a 30.000 dracme per dollaro. Il nuovo cambio derivò dal taglio di tre zeri e la relativa parità aurea fu dichiarata al FMI nella misura di 0,022622 grammi di fino. La dracma riuscì a rimanere nel sistema dei cambi fissi senza ulteriori gravi problemi, ma nel 1971 seguì le sorti del dollaro. In seguito ci fu un certo apprezzamento fino al massimo di 26,9 dracme per dollaro. Dal 1975 ebbe però inizio un altro periodo di deprezzamento fino a portarsi nel giugno del 1985, vigilia dell’ingresso nello SME, alla quotazione di 147,25 dracme per dollaro. Anche nello SME la dracma ha subito un sistematico indebolimento e ha continuato a rimanere una valuta debole nell’ambito dell’area monetaria dell’Unione Europea. Dal 1° gennaio 2001 la dracma è entrata nell’area dell’euro e come le altre monete dell’Eurosistema ha cessato di circolare nel corso del 2002.

  • DRAWBACK

    Restituzione, all’atto dell’esportazione di un prodotto finito, del dazio doganale pagato sull’importazione delle materie prime impiegate per la sua fabbricazione. Il drawback non è soggetto in genere a limiti di tempo e di destinazione ma presenta alcuni inconvenienti: comporta, per l’importatore, la disponibilità di un più esteso capitale d’esercizio, e può trasformarsi in un premio all’esportazione qualora si applichi a materie prime prodotte anche all’interno.

  • DRIVER

    Forma abbreviata per device driver. Programma impiegato da un computer per dirigere le operazioni di una periferica, p.e. una stampante o uno scanner. Può essere già presente nel sistema operativo, ovvero essere fornito insieme alla periferica e da installare al momento dell’inserimento di questa nel sistema.

  • DUAL FUND

    Fondo comune di investimento lanciato sul mercato statunitense ed appartenente alla categoria dei fondi mobiliari chiusi (v. fondi di investimento chiuso), che si caratterizza per l’emissione di quote partecipative appartenenti a due diverse categorie. Le income shares danno diritto all’incasso pro-quota degli interessi e dividendi riferiti all’intero attivo del fondo. Le capital shares, invece, consentono di incassare i guadagni in conto capitale (capital gain). Il numero delle quote appartenenti alle due diverse categorie è generalmente uguale, il che fa ritenere che ogni income share ceda alla corrispondente capital share la quota di interessi in contropartita di un incremento patrimoniale.

  • Dual Income Tax (DIT)

    Modalità agevolata di tassazione del reddito di impresa attuata attraverso l’assoggettamento ad aliquota ridotta della parte di tale reddito ricollegabile al rendimento ordinario della variazione in aumento del capitale proprio. Introdotta con d.lg. 18.12.1997 n. 466, ha lo scopo di favorire la capitalizzazione delle imprese tenendo conto delle esigenze di rafforzamento, efficienza e razionalizzazione dell’apparato produttivo, attraverso la configurazione di un trattamento di favore del reddito riferibile allo sfruttamento del capitale investito nell’impresa. Sono soggetti passivi del tributo i contribuenti costituiti secondo forme societarie e gli enti soggetti all’IRPEG, oltre che i soggetti esercenti attività imprenditoriale sottoposti all’IRPEF. Più in dettaglio, la DIT si applica alle società di capitali; alle società cooperative e di mutua assicurazione residenti nel territorio dello Stato (con particolari ulteriori benefici per le società di nuova quotazione); alle società di persone e imprese individuali, a condizione che il reddito di impresa sia determinato in regime di contabilità ordinaria, anche per opzione irrevocabile; alle società di fatto; alle stabili organizzazioni di soggetti non residenti (a eccezione degli enti non commerciali non residenti) per le attività svolte nel territorio dello Stato. È importante rilevare che le banche e le imprese di assicurazione sono state temporaneamente escluse dalla DIT, l’agevolazione in oggetto applicandosi a tali soggetti solo a partire dal quarto periodo di imposta successivo a quello in corso al 30 settembre 1996 (periodo di imposta 2000, per soggetti con periodo coincidente con l’anno solare). Si nota infine che sono escluse dal campo di applicazione della DIT le imprese soggette a fallimento e a liquidazione coatta amministrativa. Limitando l’esame delle modalità di applicazione dello specifico tributo ai soggetti IRPEG si precisa che è sottoposto a prelievo ridotto, per il tramite dell’applicazione di un’aliquota pari al 19%, il reddito netto dichiarato per la parte corrispondente alla remunerazione ordinaria della variazione in aumento del capitale investito, rispetto a quello esistente alla chiusura dell’esercizio in corso al 30 settembre 1996. La remunerazione ordinaria, citata, è determinata con decreto del Ministro delle Finanze di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze da emanare entro il 31 marzo di ogni anno. Il capitale investito esistente alla data del 30 settembre 1996 è costituito dal patrimonio netto risultante dal relativo bilancio, senza tenere conto dell’utile del medesimo esercizio. Il d.lg. n. 466 indica poi talune variazioni in aumento (p.e. i conferimenti in denaro oltre che gli utili accantonati a riserva, a esclusione di quelli destinati a riserve non disponibili costituite a fronte di plusvalenze derivanti dalla valutazione effettuata a norma dell’art. 2426, comma 1 n. 4, c.c.) ed in diminuzione (p.e. le riduzioni del patrimonio netto con attribuzione a qualsiasi titolo ai soci o partecipanti) specificamente rilevanti ai fini in oggetto. L’applicazione del beneficio di aliquota non poteva determinare un’aliquota media dell’imposta inferiore al 27%. Questo limite è stato abolito a decorrere dal periodo di imposta successivo a quello in corso al 31.12.2000. La parte di reddito che non fruisce del beneficio DIT viene computata in aumento del reddito suscettibile di essere tassato con aliquota ridotta nei periodi di imposta successivi, ma non oltre il quinto. Il d.lg. n. 466 contempla specifiche disposizioni antielusive, volte a evitare il perfezionamento di manovre atte a far conseguire indebiti vantaggi in sede di applicazione del beneficio. Di particolare rilievo è la disciplina antielusiva prevista con riguardo ai gruppi di società, diretta a evitare possibili distorsive moltiplicazioni nell’applicazione della DIT, ed in particolare diretta a impedire che di un unico investimento si giovino, al contempo e per intero, più contribuenti. Gli Uffici finanziari possono inoltre perseguire l’interposizione fittizia nella titolarità dei redditi e disconoscere la rilevanza fiscale di operazioni poste in essere senza valide ragioni economiche e dirette a ottenere indebite riduzioni di imposta secondo quanto previsto dalle vigenti leggi in materia. È in fase di approvazione (agosto 2001) una norma che prevede la soppressione della disciplina in oggetto e la sua sostituzione con provvedimenti agevolativi di altra natura. Il tributo in oggetto, salva l’applicazione per un periodo transitorio, è stato soppresso con l.18.10.2001, n. 383.

  • DUBAI WORLD

    Fondo finanziario sovrano di ricchezza di proprietà dello stato di Dubai, paese degli Emirati Arabi Uniti, attivo nel settore finanziario, immobiliare, trasporti, logistica, marittimo e sportivo.
    Il presidente è il Sultano Ahmed Bin Sulayem. Dubai è uno dei pochi paesi del golfo privo di petrolio e gas naturale e ha fondato il suo sviluppo sul turismo e sulle costruzioni di lusso (es. progetto The Palm).
    Recita nella sua homepage "The Sun Never Sets on Dubai World" (il sole non tramonta mai su Dubai World). Il 27 novembre 2009, alla vigilia della festa musulmana del sacrificio, la Dubai World ha annunciato che il sole ha cominciato a tramontare e che il debito contratto a breve termine deve essere ridiscusso con le banche. Il debito complessivo di Dubai World nei confronti delle banche europee sembra essere nell’ordine dei 40 miliardi di euro, di cui 25 a breve termine.
    Gli istituti di credito diretti interessati sono: HSBC, Standard Chartered, Barclays, Abn Amro, Citibank, BNP Paribas, in gran parte anglosassoni e americani. Sono coinvolte anche alcune banche iraniane, poiché Dubai è considerata la cassaforte degli ayatollah.
    Gli effetti più rilevanti per l’Europa delle difficoltà di Dubai World sono nei confronti delle banche sulle sponsorizzazioni sportive (F1 team McLaren-Mercedes, vela team New Zealand, calcio Liverpool, Milan, Amburgo e Arsenal). Con riferimento all’Italia, le imprese di costruzione ed engineering italiane nel golfo si sono dette fiduciose che la crisi si risolverà a breve, ma la loro esposizione è considerevole.
    La exit strategy della crisi prevede la ristrutturazione del debito con le banche coinvolte e un’operazione di salvataggio da parte della banca centrale degli Emirati Arabi Uniti e del fondo sovrano di ricchezza di Abu Dahbi, paese membro degli emirati e ricco di petrolio.
    (http://www.dubaiworld.ae/)
    © 2009 ASSONEBB

  • DUBBI ESITI

    Rappresentano quote di crediti vivi e di sofferenze di una banca che è ragionevole prevedere si traducano in perdite; i dubbi esiti vengono individuati sulla base del procedimento di valutazione operato dai competenti organi aziendali allo scopo di determinare il valore di presumibile realizzo dei crediti in conformità dell’art. 2425 c.c. Essi costituiscono una delle poste rettificative del patrimonio utile ai fini di vigilanza (v. patrimonio di vigilanza).

  • DUCATO DELLE DUE SICILIE

    Unità monetaria d’argento del Regno delle Due Sicilie sostituita, insieme con le altre monete d’oro, d’argento e di bronzo, dopo l’annessione al Regno d’Italia, dalla lira italiana creata con la l. 24.8.1862. Il ducato d’argento borbonico pesava 19,119 grammi, era al titolo di 833 millesimi e 1/3 e fu cambiato al corso di 4,25 lire italiane. Il cambio della moneta richiese tempo e ci furono alcune difficoltà, specie con i biglietti della Banca nazionale sarda espressi in lire. La Banca nazionale era stata autorizzata fin dall’ottobre del 1861 a cambiare i suoi biglietti in monete d’oro da 20 e da 10 lire nelle province meridionali, dove però non avevano corso legale. Chi aveva biglietti della Banca Nazionale doveva cambiarli in monete d’oro e poi cambiare queste in monete locali d’argento, pagando il relativo premio. Ciò fu di ostacolo alla penetrazione della Banca nazionale sarda nelle regioni meridionali e in Sicilia e toccò attendere il 1866, allorché i due banchi meridionali, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, divennero effettivi banchi di emissione. Il ducato risaliva all’esarca bizantino Longino, che durante la calata dei longobardi si dichiarò duca di Ravenna ed emise monete, dette ducati, a suo nome e con la sua immagine. Il ducato fu poi moneta d’oro a Venezia e successivamente in molti stati europei e italiani nella triplice versione di moneta di conto, di moneta d’oro e di moneta d’argento. A Napoli il ducato d’oro circolava fin dal 1465 e quello d’argento dal 1551. Il ducato del Regno delle Due Sicilie era stato emesso nel 1818 con il riordino dei sistemi monetari di Napoli e della Sicilia. Nel 1816 era sorto il nuovo regno di Ferdinando I (IV re di Napoli e III re di Sicilia) e c’era stato il ritorno alle monete in circolazione prima che fosse costituito il regno di Gioacchino Murat. Questi aveva provveduto soltanto nel 1810 a introdurre in Napoli il sistema monetario francese in sostituzione delle monete locali: in oro la doppia e l’oncia; in argento il ducato, lo scudo, il taro, il carlino e il grano. Il nuovo sistema monetario del 1818 si basava su un ducato di conto in argento di 100 grani, ovvero di 1.000 cavalli (il cavallo era un’antica moneta di conto, che discendeva dal denaro medievale). In circolazione furono messi i seguenti pezzi: in oro l’oncetta da 3 ducati e suoi multipli da 2, da 5 e da 10 oncette; in argento lo scudo da 120 grani, il ducato da 100 e il carlino da 10 grani, con un grano di circa 0,191 grammi.

  • DUE DILIGENCE

    Attività di esame dei documenti societari, legali e contabili, attraverso la quale i consulenti e gli intermediari incaricati di assistere la società emittente (lo sponsor, i legali, i revisori, il responsabile del collocamento) assumono tutte le informazioni necessarie alla preparazione della documentazione richiesta per la quotazione e/o la sollecitazione al pubblico risparmio. La due diligence comprende anche colloqui con il management della società emittente (definita nella prassi “management due diligence”), attraverso i quali vengono illustrati ai consulenti l’attività svolta, i punti di forza e le eventuali criticità dell’azienda. I documenti rilevanti inerenti alla società (come p.e. lo statuto, l’organigramma, la struttura finanziaria, eventuali accordi rilevanti, i beni mobili ed immobili, i dipendenti, il contenzioso ecc.) vengono raggruppati in una data room ed esaminati dai consulenti, previa ovviamente la sottoscrizione di un confidentiality agreement, che predispongono il due diligence report. Tale documento è essenziale per la preparazione della documentazione richiesta dalla normativa vigente e per il rilascio all’intermediario responsabile del collocamento da parte dei consulenti delle legal opinions sul contenuto del prospetto informativo, sulla società e sull’operazione in generale.

  • DUFF & PHELPS

    Acr.: DCR. Costituita nel 1932 come business and financial advisor, la Duff & Phelps Credit Rating Co. ha svolto anche attività di investment banking. Le due attività sono state esercitate attraverso due società distinte, rispettivamente la Duff & Phelps Credit Rating Co. (DCR) con sedi in Chicago, New York, Londra and Hong Kong e svolgente attività di rating e la Duff & Phelps Investment Management Company, con sede in Chicago. La seconda società è stata acquisita nel 1995 dalla Phoenix Investment Partners (PXP) del gruppo The Phoenix Companies, Inc. (PNX). Nel 1996 Duff & Phelps ha ripreso l’attività di financial advisor e di investment bank costituendo la Duff & Phelps, LLC, acquisita nel 2000 dalla Webster Financial Corp. Nell’aprile 2000 la holding francese Fimalac ha lanciato un’OPA su DCR, acquisendola e fondendola in l’altra sua società di rating, la Fitch, che ha assunto nel logo la sottodenominazione di Fitch, IBCA, Duff & Phelps.

  • Dummy, variabile di comodo o binaria

    E’ una variabile il cui valore (0 o 1) è condizionato rispetto ad un altro parametro (es. il tempo) da cui dipende il valore della funzione considerata; è utilizzata per evidenziare la ciclicità del fenomeno oggetto di studio.

  • DUMPING

    Vendita della merce di un paese sul mercato di un altro paese ad un prezzo inferiore a quello che viene praticato sul mercato nazionale: è questo il dumping di prezzo possibile solo in quanto i minori guadagni conseguiti sul mercato straniero siano compensati dai ricavi interni. Esiste poi il dumping valutario esercitato da un paese che aumenti artificiosamente le esportazioni svalutando la propria moneta sul mercato dei cambi. Negli accordi GATT il dumping è condannato qualora per il Paese importatore ne derivi un danno rilevante alla produzione nazionale o ne risulti sensibilmente ritardata la crescita del settore in questione. Inoltre, per limitarne l’applicazione, è stato previsto un dazio antidumping, che però può restare in vigore solo per il tempo necessario a neutralizzare il dumping e non può essere conservato come misura di protezionismo doganale.

  • DUMPING E SOVVENZIONI, DIRITTO COMUNITARIO

    Il dumping consiste nella vendita di un prodotto su di un mercato estero a un prezzo più basso rispetto a quello praticato per un prodotto identico in vendita nel mercato di origine. Con l’espressione sovvenzioni si identificano, invece, quelle agevolazioni finanziarie, dirette e indirette, delle quali beneficiano delle imprese o categorie di imprese di un certo paese, sia con riguardo al processo produttivo, sia con riguardo all’esportazione di un prodotto e che abbiano quale effetto l’artificiale diminuzione dei costi a carico dell’impresa esportatrice. Durante il periodo transitorio previsto nel Trattato istitutivo della Comunità europea, il dumping intracomunitario, vale a dire tra i paesi aderenti alla Comunità, era sanzionato dall’ex art. 91. Successivamente allo scadere di tale periodo (il 31.12.1969), non è più ipotizzabile, all’interno del mercato comunitario, un fenomeno del tipo di quello ora indicato, in quanto il dumping presuppone due diversi mercati, quello di esportazione e quello di importazione e può essere colpito nel momento dell’immissione in quest’ultimo del prodotto venduto in dumping. Eventuali vendite a prezzi diversi di un prodotto all’interno della Comunità europea, pertanto, potrebbero ora essere sanzionate soltanto qualora ricadano nella fattispecie di cui agli artt. 81 (ex 85; accordi o pratiche concordati tra imprese o categorie di imprese atti a danneggiare la concorrenza) e 82 (ex 86; abuso di posizione dominante). Il dumping extracomunitario, vale a dire praticato da imprese provenienti da Paesi terzi, così come l’immissione nella Comunità di prodotti provenienti da paesi terzi con l’illegittimo sostegno di sovvenzioni, è invece sanzionato tramite regolamenti adottati dal Consiglio in base all’art. 133 (ex 113) del Trattato di Roma, concernente la politica commerciale. Il primo regolamento antidumping del Consiglio è quello che porta il n. 68/459, del 5.4.1968, più volte modificato e ora sostituito dal regolamento del Consiglio 94/3283, del 22.12.1994, relativo alla difesa contro le importazioni oggetto di dumping da parte di paesi non membri della Comunità europea. La vigente normativa comunitaria nella materia è poi completata dal regolamento del Consiglio 94/3284, emanato alla stessa data del precedente e relativo alla difesa contro le importazioni oggetto di sovvenzioni e provenienti da paesi non membri della Comunità europea. Infine, dal rafforzamento della politica commerciale comune in materia di difesa contro le pratiche commerciali illecite. In base al regolamento 94/3283, si versa in ipotesi di dumping quando il prezzo di esportazione di un prodotto verso la Comunità europea è inferiore a un prezzo comparabile di un prodotto simile, applicato nel paese esportatore nell’ambito di normali operazioni commerciali. A livello internazionale, l’Atto finale dell’Uruguay Round (con il quale è stata istituita il WTO), sottoscritto da 111 paesi il 15 aprile 1994 a Marrakesh, contiene, tra l’altro, una revisione dei codici del Tokyo Round in materia di dumping e sovvenzioni. I due nuovi testi rispondono al fine di assicurare una maggiore trasparenza nello svolgersi della procedura antidumping e di ridurre il margine di discrezionalità nella determinazione del margine di dumping e del pregiudizio.

  • DUN & BRADSTREET

    Acr.: D&B (DNB al Nyse). Gruppo operante fino al 1999 nel campo della consulenza aziendale del rating. Nel 2000 l’acronimo D&B è diventato la nuova denominazione della società. Il cambiamento è avvenuto in seguito alla scissione che ha separato le attività di rating del Moody’s Investor Services (v. Moody’s), assegnate alla Moody’s Corporation (MCO). D&B è oggi concentrata sulla consulenza per le decisioni d’impresa nell’analisi dei mercati, l’elaborazione delle previsioni, la valutazione dei rischi, la gestione dei clienti e dei fornitori, il monitoraggio dei crediti, l’e-commerce. Ha filiali in diversi Paesi ed è presente nel nostro a Milano con la D&B Italy Ltd.

  • DUPLICATO DELLA CAMBIALE

    Il duplicato è la riproduzione autentica della cambiale tratta nella quale pertanto deve essere ripetuta la firma autografa del solo traente se il duplicato viene rilasciato al momento della emissione e anche degli altri firmatari se rilasciato durante la circolazione del titolo. I duplicati sono esemplari identici di una unica cambiale (che devono essere numerati per non essere considerati come cambiali distinte) e pertanto il portatore del duplicato può esercitare anche gli altri esemplari. Per la stessa ragione il pagamento di un duplicato è liberatorio per il debitore, ma il trattario che abbia ripetuto la sua accettazione su più esemplari resta obbligato per ogni duplicato accettato del quale non abbia ottenuto la restituzione, e che gli venga presentato per il pagamento.

  • DUPLICATO DI ASSEGNO

    Assegno bancario, purché non al portatore, emesso in diversi esemplari in un paese e pagabile in un altro paese oppure in una parte d’oltre mare dello stesso paese (art. 66 r.d. 21.12.1933 n. 1736) I duplicati devono essere numerati nel contesto di ciascun titolo, altrimenti si considerano assegni bancari distinti. La funzione è quella di prevenire il danno dell’eventuale perdita dell’originale e consentire la riscossione nonostante il suo smarrimento. Il pagamento di un duplicato è liberatorio, sia per il traente che per i giranti, ancorché sia dichiarato che tale pagamento annulla gli effetti degli altri duplicati. Tuttavia, in caso di trasferimento dei duplicati a differenti persone da parte di un girante, questi ed i successivi giranti sono obbligati per tutti i duplicati che rechino la loro firma e non siano stati restituiti. Il termine duplicato viene usato anche per indicare il titolo che viene rilasciato in sostituzione di un assegno bancario al quale sia stata apposta la clausola “non trasferibile” (v. assegno non trasferibile) e che sia andato smarrito, sottratto o distrutto. In questo caso, infatti, non è ammessa la procedura di smarrimento, ma a portatore ha, appunto, solo il diritto di richiedere un duplicato del titolo.

  • DUPLICATO DI LIBRETTO DI DEPOSITO

    Copia autentica del libretto di deposito che sia stato smarrito, trafugato o distrutto. Legittimata a rilasciare il duplicato del libretto è la stessa banca emittente, la quale può procedervi all’esito della procedura di ammortamento. La procedura di ammortamento dei libretti di deposito è disciplinata dalla l. 30.7.1951 n. 948 che prevede due differenti procedure di ammortamento a seconda che si tratti di libretti di deposito nominativi o al portatore. Presupposto comune ed imprescindibile per farsi luogo alla procedura di ammortamento è che il richiedente non abbia il possesso dei titolo e che sia ignoto l’attuale ed illegittimo possessore. Ove, infatti, il possessore fosse noto si farebbe luogo ad una normale azione di rivendica della proprietà. In caso di smarrimento, distruzione o sottrazione di libretti di risparmio nominativi, l’intestatario di essi o chiunque dimostri di avervi diritto (p.e.: eredi dell’intestatario), devono farne denuncia alla banca emittente presso l’istituto ove il libretto è pagabile. Ricevuta la denuncia, la banca emittente deve apporre l’annotazione di fermo nei propri registri alla partita corrispondente al libretto denunciato perduto e pubblicare, mediante affissioni nei propri locali presso i quali il libretto è pagabile, un avviso con la diffida all’ignoto detentore a farne consegna all’istituto emittente o a notificargli la propria opposizione entro il termine di 90 giorni dalla data della pubblicazione del predetto avviso, con avvertenza che, in difetto d’opposizione entro il predetto termine, il libretto sarà considerato inefficace. L’opposizione, circostanziata e corredata delle prove, deve essere proposta davanti all’autorità giudiziaria, competente per valore, nella cui giurisdizione si trova lo stabilimento dell’istituto emittente presso il quale il libretto è pagabile, con citazione da notificarsi all’istituto, presso lo stabilimento predetto, e a chi ha presentato la denuncia. L’opposizione, tranne il caso in cui venga proposta dallo stesso istituto emittente, non è ammissibile senza il deposito del libretto presso la cancelleria. Se l’opposizione del detentore è respinta, il libretto viene consegnato al denunciante dopo che la relativa sentenza è passata in casa giudicata. Decorso il termine sopra indicato senza che il libretto sia stato rinvenuto o recuperato e senza che siano state fatte opposizioni, il denunciante ha il diritto di ottenere dall’istituto emittente il rilascio del duplicato. Il rilascio del duplicato di libretto produce l’effetto di estinguere nei confronti dell’istituto emittente i diritti del detentore, ma non pregiudica le eventuali ragioni che questi abbia nei confronti di chi abbia ottenuto il duplicato. In caso di smarrimento, furto o distruzione di libretto di deposito al portatore, il legittimo prenditore o chiunque dimostri di avervi diritto è tenuto a denunciare la perdita, lo smarrimento o la trafugazione dei titolo, allo stabilimento della banca che ha rilasciato il libretto e dove lo stesso è, di regola, pagabile. La denuncia può essere fatta con qualunque mezzo ed in qualunque forma; è pertanto sufficiente una lettera contenente gli elementi identificativi dei titolo, le circostanze della perdita o della distruzione, oltre che ogni elemento utile a fondare il diritto dei denunciante. Ricevuta la denuncia, la banca procede all’annotazione nei propri libri contabili o nei propri centri meccanografici del “fermo”: da tale momento la banca non può più compiere alcuna operazione su quel libretto da chiunque o stesso le venga presentato. Entro 15 giorni dalla denunzia alla banca emittente, il denunziante deve obbligatoriamente presentare ricorso per ammortamento all’Autorità giudiziaria competente per valore indicando tutte le circostanze e le prove idonee a dimostrare il legittimo possesso del titolo di cui si denuncia lo smarrimento, il furto o la distruzione. Copia di tale ricorso deve poi essere inviata a cura del denunciante alla banca eminente presso lo stabilimento incaricato dei pagamento; questo entro 5 giorni deve comunicare all’Autorità Giudiziaria copia del conto alla quale sì riferisce il ricorso. Il giudice procede all’istruttoria sulla verità dei fatti e sul diritto dei ricorrente, richiedendo ulteriori informazioni alla banca e convocando, se del caso, il ricorrente. Conclusa l’istruttoria e ritenuti i fatti esposti in ricorso attendibili e sufficientemente provati, l’autorità Giudiziaria emette il decreto di ammortamento con il quale dichiara l’inefficacia dei libretto ed autorizza l’istituto emittente a rilasciare ai ricorrente il duplicato dopo che sia trascorso un termine non inferiore a 90 giorni e non superiore a 180 dalla data di pubblicazione dei decreto stesso e a condizione che, nel suddetto termine, nessuno faccia opposizione al decreto. Al fine di consentire l’opposizione, la legge prevede che il decreto sia assoggettato a pubblicazione e debba rimanere affisso alla porta dei locali della banca ove il titolo è pagabile. L’opposizione da parte del terzo che si pretende legittimato deve essere proposta davanti all’autorità che ha emesso il decreto ed è subordinata al deposito dei titolo stesso, fatta eccezione per il caso di opposizione da parte dello stesso emittente. L’opposizione deve essere proposta davanti alla stessa autorità giudiziaria che ha emesso il decreto e non è ammissibile senza il deposito del libretto presso la cancelleria. Se l’opposizione del detentore è respinta, il libretto viene consegnato al ricorrente dopo che la relativa sentenza è passata in cosa giudicata.

  • DURANTE

    Nel gergo di borsa indicava il periodo di contrattazione intercorrente tra l’apertura e la chiusura di una riunione. Per estensione designava anche un ordine che doveva essere eseguito in tale arco di tempo. Tale termine ha perso significato a causa dell’allargamento dell’orario di apertura delle contrattazioni, che sono ora diventate telematiche e dell’obbligo di concentrazione degli ordini in borsa.

  • DURATA DELL'OPZIONE

    Rappresenta il tempo massimo di attesa, prima di esercitare l’opzione, prima che la stessa perda valore. Se si pensa all’opzione di realizzare un collegamento stradale tra due punti non collegati la durata potrà essere stabilita avendo come parametro di riferimento un progetto alternativo che influisce negativamente sul primo progetto. L’opzione stradale resterà in vita fino a quando non sarà realizzato il progetto alternativo, per esempio una ferrovia. Al crescere della data di scadenza aumenta il valore dell’opzione call.


    Redattore: Carmela NOTARO
    © 2009 ASSONEBB

  • DURATION

    Lett.: durata (tradotto con durata finanziaria, durata media finanziaria). Misura in maniera accurata la vita media di un’obbligazione, tenendo conto di tutte le prestazioni attese dal titolo e dal relativo contributo alla determinazione del prezzo. Nello specifico, essa viene calcolata come la media delle distanze temporali a cui vengono effettuati i pagamenti di cedole o capitale, ponderate per il rapporto tra i relativi valori attuali e il prezzo tel quel del titolo, entrambi determinati in relazione al livello vigente del tasso di rendimento effettivo a scadenza (quest’ultimo rappresentato dal tasso di sconto che rende la somma dei valori attuali delle prestazioni attese uguale al prezzo tel quel del titolo). In base alla duration è possibile stimare la volatilità del prezzo di un titolo, vale a dire la relazione fra variazioni percentuali del prezzo di un titolo e corrispondenti variazioni ipotizzate del rendimento prevalente sul mercato. Infatti, quanto più è lontana la scadenza di un titolo a tasso fisso o la data di adeguamento della cedola di un titolo a tasso variabile o quanto minore è il livello della cedola rispetto alla componente di reddito incorporato (differenza fra prezzo di smobilizzo e prezzo di acquisto, entrambi misurati al netto del rateo di cedola in corso di maturazione), tanto maggiore è la sensibilità del prezzo del titolo stesso ad una variazione unitaria dei tassi d’interesse di mercato. Dal momento, quindi, che questa sensibilità non dipende soltanto dalla vita residua di un titolo, ma anche dalla distribuzione nel tempo dei pagamenti sotto forma di cedola periodica, un titolo che, a parità di vita residua, presenta flussi di cassa di ritorno più ravvicinati nel tempo per via di cedole elevate, lo espone in misura minore al rischio rispetto ad un titolo con cedole più basse o addirittura privo di cedole (zero coupon bond).
    La duration è definita in senso matematico come la somma delle durate di ciascun flusso del titolo ponderata per il valore attuale degli incassi divisi per il prezzo:

    Dove:

    Con:
    t = durata di ciascun flusso di cassa; FC = flusso di cassa; r = tasso di rendimento a scadenza; P = prezzo. Avremo quindi:


    Si noti che, in virtù delle formule precedentemente indicate, se il titolo trattato è uno zero-coupon la vita finanziaria coincide con la durata. La duration è tanto più vicina alla vita finanziaria quanto più il flusso finale pesa.
    Naturalmente il titolo con maggiore vita residua, a parità di cedola, frequenza di cedola e tasso di rendimento, ha la duration maggiore.
    La duration può indicare il rischio del titolo in quanto all'aumentare della duration aumenta la volatilità del titolo e quindi il rischio di oscillazione dei corsi ossia del prezzo del titolo obbligazionario. Le obbligazioni a tasso variabile - essendo titoli indicizzati la cedola si adegua ai tassi di mercato - hanno una duration bassa e quindi hanno una bassa volatilità e rischio anche in presenza di più marcate oscillazioni dei tassi.
    Le obbligazioni a tasso fisso - la cedola resta fissa indipendentemente dall'andamento dei tassi - hanno una duration più elevata rispetto ai titoli di stato o alle obbligazioni a tasso variabile e pertanto mostrano una maggiore volatilità e una reazione più marcata in caso di variazione dei tassi di interesse.
    Ovviamente più è alta la duration e maggiore volatilità e oscillazione dei corsi delle obbligazioni si avranno in presenza di aumenti, diminuzioni o turbolenze sui tassi di interesse: abbiamo, in sostanza, maggiore reattività del corso del titolo.
    Redattore: Ugo TRENTA
    © 2009 ASSONEBB

  • DURATION ANALYSIS

    Procedimento di determinazione della durata media finanziaria di un titolo.

  • DUTCH AEX

    Indice azionario già della borsa valori di Amsterdam (AEX) e noto anche come Amsterdam Exchange 25. Si basa sul prezzo di un paniere composto da 25 blue chips quotate all’Amsterdam Stock Exchange (confluita nel 2000 in Euronext), secondo un sistema di ponderazione riferito non alla capitalizzazione relativa dei singoli titoli, ma alle loro caratteristiche di negoziabilità (alta o edia). È calcolato da Euronext Indices B.V., società posseduta da Euronext N.V.

  • Interlocking (Divieto di)

    Divieto di cumulo di incarichi nel settore bancario, finanziario e assicurativo (c.d. “divieto di interlocking”)

    Il 26 Aprile 2012 è entrato il vigore l’articolo 36 del decreto legge 6 dicembre 2011 n.201 ''Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici” (c.d. “Salva Italia”) convertito con modificazioni dalla legge 22 dicembre 2011 n.214.

    L’art.36 “Tutela della concorrenza e partecipazioni personali incrociate nei mercati del credito e finanziari” stabilisce il divieto di assumere o esercitare cariche tra imprese, o gruppi di imprese, concorrenti operanti nei mercati del credito, assicurativo e finanziario (c.d. “divieto di interlocking”), come di seguito specificato.

    La Banca d’Italia, la Consob e l’Isvap hanno emanato, in un documento congiunto, i criteri applicativi dell’art.36 in attesa di ulteriori chiarimenti normativi. Questi criteri sono stati elaborati nell’ambito di un tavolo tecnico, istituito presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze; l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha fornito la propria collaborazione e ha condiviso i suddetti criteri applicativi.

    Il divieto di cumulo deve intendersi tra qualsiasi carica nel consiglio di amministrazione (incluso consiglio di gestione o sorveglianza), nel collegio sindacale e in qualità di funzionario di vertice (amministratore con sindaco, o amministratore con consigliere di sorveglianza e così via) ivi incluse le cariche analoghe (quindi anche quelle non esecutive e di controllo) ed i funzionari di vertice (direttori generali e, nelle società quotate anche i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari previsti dall'art. 154-bis TUF). Il divieto non si applica agli incarichi di sindaco supplente fintanto che permanga la supplenza e non venga quindi effettivamente esercitato l’incarico.

    La normativa considera concorrenti le imprese operanti nei mercati del credito (banche), assicurativi (compagnie di assicurazione e di riassicurazione), e finanziari (Sim, Sgr, Sicav, intermediari finanziari ex titolo V del TUB e relative società capogruppo, istituti di pagamento, IMEL, Poste Italiane S.p.A. per l’attività di Bancoposta, Cassa Depositi e Prestiti) soggetti alle procedure di autorizzazione e di vigilanza ai sensi della normativa bancaria, finanziaria e assicurativa applicabile.

    Sono estranee al divieto le società che svolgono servizi accessori o strumentali.

    Rileva, inoltre, anche la dimensione delle imprese e/o dei gruppi di imprese: il divieto di interlocking opera per le cariche detenute in imprese con fatturato nazionale annuo di almeno € 47 milioni. Per le banche e gli altri intermediari finanziari si intende come fatturato un decimo dell’attivo dello stato patrimoniale esclusi i conti d’ordine, e per le imprese di assicurazione i valori dei premi incassati. Tali criteri e valori sono calcolati ex legge 10 ottobre 1990 n.287, come di seguito specificato.

    Il punto 2 dell’art.36, considerando l’operatività nei medesimi mercati del prodotto e geografici, definisce il concetto di concorrenza e di assenza di controllo richiamando quanto previsto dall’art. 7 “Controllo” della legge 10 ottobre n.287 “Norme a tutela della concorrenza e del mercato” e per analogia anche le previsioni dell’art. 2359 c.c. “Società controllate e società collegate”. Inoltre si richiama l’attenzione sulle previsioni ex art. 2390 c.c. “Divieto di concorrenza” nonché sul Codice di Autodisciplina delle Società Quotate (criterio 2.C.5) - il cui ultimo aggiornamento è stato presentato il 5 dicembre 2011 a Milano dal Comitato per la Corporate Governance.

    Se ne desume che il criterio di interlocking non si applica alle imprese tra cui intercorre un rapporto di controllo né alla cariche detenute nell’impresa comune risultante da joint venture, né alle cariche assunte in società estere anche se operanti in Italia attraverso succursali; invece, il divieto si applica in caso di filiali italiane di società estere.

    Il punto 2-bis dell’art.36 stabilisce il termine di 90 giorni decorrente dalla nomina entro cui i titolari possono scegliere a quale carica incompatibile rinunciare. In difetto dell’esercizio di tale opzione entro il suddetto termine, la normativa prevede la decadenza dall’insieme delle cariche tra loro incompatibili con deliberazione degli organi competenti la quale dovrà essere adottata entro i successivi trenta giorni. In caso di ulteriore inerzia, la decadenza verrà dichiarata dall’Autorità di vigilanza competente nel settore.

    Infine, il punto 2-ter prevede che, in sede di prima applicazione, il suddetto termine di 90 giorni sia aumentato a 120, con decorrenza dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto (26 Aprile 2012).

    Nelle situazioni di concorrenza sopravvenuta, la valutazione sull’applicazione o meno del divieto di interlocking dovrà essere effettuata dai competenti organi aziendali con cadenza annuale sulla base dei dati risultanti dall’ultimo bilancio.

    2012

    Redattore: MMS … Avv. Marco MONACO SORGE

Lettera selezionata: D In lingua italiana

  • Privacy Policy
  • Cookie Policy
  • Publication Ethics and Malpractice

Copyright © 2019 ASSONEBB. All Rights reserved.

Menu
×