CARTELLO BANCARIO

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Anche cartello interbancario. Denominazione generica di accordi, diffusi in passato in molti Paesi, con cui le banche per limitare la concorrenza concordavano le condizioni (relative principalmente a tassi, valute, commissioni e garanzie) di offerta dei servizi bancari. Nel nostro Paese il primo cartello bancario è stato stipulato, auspice e promotore il ministro del Tesoro Francesco Saverio Nitti, nel giugno del 1918 tra le quattro grandi banche (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano, Banco di Roma e Banca Italiana di Sconto). Esso stabiliva i limiti massimi dei tassi passivi e quelli minimi per i tassi attivi e comminava sanzioni pecuniarie in caso di inosservanza. Nel 1919 veniva costituita l’Associazione Bancaria Italiana (ABI) il cui scopo principale era di dare esecuzione all’accordo. Questo veniva rinnovato di anno in anno raccogliendo adesioni di altre banche, finché nel 1932 nasceva, promosso dall’ABI, un vero e proprio cartello interbancario obbligatorio e veniva affidato alla Banca d’Italia il compito di garantirne l’osservanza. Il processo di pubblicizzazione del cartello si completava quattro anni dopo, quando l’Autorità creditizia (e cioè lo speciale Comitato dei ministri cui succederà nel 1947 il CICR) dichiarava validità e obbligo di osservare il cartello bancario e incaricava il Governatore della Banca d’Italia di procedere a modificarlo e completarlo dove necessario. Il Comitato fondava la sua dichiarazione sul 1° comma dell’art. 32 della nuova legge bancaria (r.d.l. 12.3.1936 n. 375) che attribuiva all’Autorità creditizia il potere di fissare i limiti dei tassi attivi e passivi, le condizioni delle operazioni di deposito e di conto corrente e le provvigioni per i servizi bancari. L’Autorità creditizia rinunciava a regolare la materia dall’alto, come invece si faceva in altri Paesi (p.e. gli Stati Uniti), ma dichiarava con ciò che gli interessi sottostanti al cartello coincidevano con l’interesse generale del Paese. Si stabiliva inoltre un processo in cui l’Autorità creditizia concorreva alla formazione del cartello e alla sua formalizzazione con delibere del Comitato e istruzioni della Banca d’Italia aventi forza di imporne l’osservanza. Questa procedura viene interrotta formalmente nel 1952 e da quell’anno il cartello pubblico torna a essere un insieme di accordi privati (stipulato a partire dal 1954 sotto il nome di Accordo interbancario per le condizioni), sia pure col consenso tacito o dichiarato e sotto l’influenza delle Autorità creditizie. A partire dal 1963, il CICR prende annualmente atto in modo ufficiale dell’esistenza dell’Accordo dichiarandone la conformità all’interesse generale. Proprio in quel decennio prendeva piede tra le banche la concorrenza che si acuirà nei due decenni successivi anche per l’entrata nei mercati finanziari di nuovi competitori. Nonostante i rinnovi, la violazione dell’accordo (lo scartellamento) diventa un fenomeno usuale, specialmente per le operazioni di raccolta e quindi per i tassi passivi. A partire dal 1969 l’Accordo non è stato più rinnovato. Nel 1971 viene stipulato un accordo sulla remunerazione della raccolta. Nel 1975 l’ABI prende a pubblicare la misura del prime rate inteso come tasso “raccomandato” per i crediti in bianco utilizzati in conto corrente da clientela di prim’ordine. L’innovazione segue il venir meno dei vincoli dell’Accordo che fissavano i tassi attivi in ragione di punti percentuali in più rispetto al tasso ufficiale di sconto. Nel frattempo l’Autorità monetaria, seguendo l’indirizzo internazionale, tende a lasciare la formazione dei tassi alle contrattazioni del mercato. L’Accordo sui tassi non è più rinnovato dal 1982 e il prime rate ABI diventa un indicatore statistico. Con la l. 10.10.1990 n. 287 (norme per la tutela della concorrenza e del mercato) la formazione di intese del tipo Accordo interbancario per le condizioni sono proibite dalla legge.