nuovissima Enciclopedia di banca, borsa e finanza

Lettera selezionata: C

  • CAB

    Acr. di: Codice di Avviamento Bancario. Codice finalizzato a rendere possibile l’individuazione univoca per il sistema creditizio sia delle piazze sia degli sportelli bancari, da utilizzare nei circuiti interbancari di informazione e nelle rilevazioni curate dalla Banca d’Italia. Il CAB è un numero a cinque cifre identificato come una funzione a struttura variabile, definibile con l’espressione CAB = f (C x s) dove C è un numero composto da 3 a 5 cifre che individua il codice del comune e s è un numero variabile da 2 a 0 cifre che identifica lo sportello di ciascuna istituzione creditizia presente nel comune individuato da C. La Banca d’Italia ha provveduto ad assegnare il valore di codice relativo alla piazza (C), mentre alle banche è fatto carico di determinare il CAB per la parte sportello (s) seguendo criteri predefiniti ed uniformi.

  • CABI

    Sistema gestito dalla Banca d’Italia per lo scambio delle informazioni di pagamento relative agli strumenti di pagamento SEPA tra gli intermediari, operativo dal 22 giugno 2012. Costituisce una componente del sistema di pagamento al dettaglio CABI/BI-Comp.
    Fonte: Banca d'Italia

  • Caisse des Dépôts et Consignations (CDC)

    La Caisse des Dépôts et Consignations (CDC), omologo della Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. (CDP), nasce in Francia nel 1816, in sostituzione del precedente Istituto Caisse d’amortissement, costituito in epoca napoleonica, con il compito di “ricevere, preservare e restituire con i relativi frutti i risparmi ad essa affidati” per finanziare la realizzazione di obiettivi di interesse generale da parte delle collettività locali e nazionale.
    Tale ruolo-chiave per garantire la stabilità economica della nazione, consolidato in più di 200 anni di attività, le è valsa la definizione di ”amico invisibile dei francesi”.
    La CDC rappresenta, oggi, una Istituzione pubblica a statuto speciale posto sotto la tutela del Parlamento che, insieme alle sue filiali, costituisce un “Gruppo di interesse economico generale” che svolge funzioni di interesse generale e di sostegno allo sviluppo economico della Francia, che porta avanti in maniera conforme alle politiche attuate dal Governo, sia centrale che locale; del proprio operato risponde al solo Parlamento.
    Per quanto attiene l’oggetto sociale, la CDC si occupa della gestione e protezione dei depositi e prestiti ad essa affidati e provenienti dal risparmio popolare; altresì, provvede al finanziamento dell’edilizia sociale e gestione dei fondi pensione; infine contribuisce allo sviluppo dell’impiego.
    Tutto ciò in un’ottica di investimento di lungo termine, in linea con quanto stabilisce la Policy dell’UE secondo cui “[…] i fondi sovrani, i fondi pensione pubblici […] oltre a disporre di liquidità ingenti da utilizzare per gli investimenti, sono gli investitori più adatti per quanto riguarda i progetti di finanziamento a lungo termine in aree quali il finanziamento di infrastrutture, perché devono far fronte a impegni a lungo termine”.
    Inoltre, trattandosi di “Gruppo di interesse economico generale” le società controllate operano … in maniera complementare rispetto alla capogruppo … nei rispettivi settori di competenza (in particolare nel settori relativi a: assicurazioni ramo vita; social housing - cd. settore immobiliare sociale; supporto al settore dei servizi, infrastrutture e trasporti; ricerca sostenibile nel settore energetico e interventi a favore del territorio; consulenza per progetti di sviluppo a livello locale e contrale; supporto al settore commerciale), perseguendo il comune obiettivo del perseguimento degli obiettivi di interesse pubblico.
    Per quanto riguarda le modalità di raccolta dei fondi, la CDC gestisce i fondi di risparmio (libretti di deposito e libretti di risparmio) derivanti dalla raccolta effettuata attraverso operatori privati del settore bancario e finanziario.
    Le risorse raccolte vengono impiegate per attività di finanziamento nel agevolato nel settore del social housing e per la realizzazione di progetti di pubblico interesse.
    Altra significativa fonte di investimento è rappresentata dalla gestione dei risparmi giudiziari e dei principali regimi pensionistici e contributivi di dipendenti pubblici. Inoltre, proventi ricavati dalle società controllate contribuiscono, infine, al risultato consolidato del Gruppo che viene in parte impiegato nel finanziamento di progetti di interesse economico generale, in linea con la Mission istituzionale della CDC.
    Per contrastare la crisi economica degli ultimi anni, tra le misure adottate dal Governo francese rientra l’istituzione nel 2008 di un Fond Strategique d’Investissement (FSI) un “fondo sovrano” controllato per il 51% da CDC e per il restante quota dallo Stato, il cui obiettivo principale è quello di sostenere la crescita del settore delle piccole, medie e grandi imprese in un orizzonte di lungo termine.


    Sito isituzione di CDC

  • CALENDARIO DI BORSA

    Elenco che riporta per ogni mese i giorni di chiusura e le scadenze dell’operatività dei mercati gestiti da Borsa Italiana spa (MTA; MCW; TAH; MOT; Euro- MOT; MPR; Mercato ristretto; IDEM; MTO; Nuovo Mercato; MIF). Il calendario è pubblicato sul sito ufficiale di Borsa Italiana spa In passato il calendario era stabilito dalla Consob, riportava i giorni di borsa chiusura, quelli destinati agli adempimenti relativi a ogni periodo di liquidazione (giorno di risposta premi, giorno dei riporti, giorno dei compensi, giorno della spunta, giorno di presentazione fogli, giorno di correzione degli errori, giorno di consegna titoli, giorno di liquidazione ovvero esecuzione dei contratti a termine), l’orario delle contrattazioni ed era unico per tutte le borse italiane. Con l’avvio della borsa telematica e la progressiva estensione di tale tecnica di negoziazione a tutti i titoli del listino, la fase di liquidazione delle operazioni risulta semplificata ed abbreviata. In seguito alla privatizzazione della borsa (v. decreto Eurosim; mercati regolamentati), attualmente il calendario di borsa è stabilito da Borsa Italiana spa, che lo pubblica anche sul suo sito ufficiale (http://www.borsaitalia.it/ ) e riporta, oltre ai giorni di chiusura, i giorni di stacco e quelli di scadenza delle opzioni e dei futures.

  • CALL

    Contratto a premio delle borse americane. In Italia i contratti di questa specie conclusi sull’MPR sono denominati dont e call all’uso americano quelli conclusi sull’IDEM e sul MIF.

  • CALL CENTER

    Struttura aziendale che prevede l’integrazione di tecnologie telefoniche e informatiche, ed eventualmente di risorse umane, destinata alla gestione efficiente delle comunicazioni tra azienda e clienti; le informazioni vengono trattate mediante appositi dispositivi tecnologici, spesso integrati con il sistema informativo aziendale, che permettono di ottimizzare e ampliare i contatti.

  • CALL DEPOSIT

    Deposito interbancario a scadenza indeterminata, rimborsabile a vista previo preavviso da parte della banca o del depositante. Gli interessi che maturano su di esso vengono liquidati, oltre che alla scadenza, a ogni variazione di tasso.

  • CALL LOAN

    Letteralmente l’espressione identifica un prestito a richiesta, o a vista, di cui la banca finanziatrice si riserva la facoltà di ottenere il rimborso in qualunque momento con breve preavviso. Per prassi l’erogazione del finanziamento avviene due giorni dopo la stipulazione e l’operazione è automaticamente rinnovata di giorno in giorno, prevedendo per il rimborso un analogo termine di preavviso di due giorni. In genere si tratta di un credito non garantito, a rischio pieno, erogato a favore di clientela primaria. Alcune tipologie di operazioni di denaro caldo assumono talvolta la forma di prestiti call; in quest’ultimo caso eventuali modifiche di tasso sul fi- nanziamento richiedono un termine di preavviso, anch’esso di norma di due giorni.

  • CALL MONEY

    Particolare forma di prestito a breve scadenza (v.call loan) ottenuto a richiesta, per lo più nella struttura di credito non garantito e, nel caso di transazioni nel mercato interbancario, nella forma tecnica di deposito negoziato tra banche. In alcuni mercati esteri con questo termine si identificano operazioni di prestito a breve scadenza negoziate da dealers o altri intermediari specializzati sul mercato dei titoli per far fronte a temporanei fabbisogni originati da acquisti o da sottoscrizioni di valori mobiliari. Con riferimento alla prassi del mercato britannico, le operazioni di call money erano concluse dalle discount houses, intermediari specializzati nella sottoscrizione di titoli in contropartita con le banche di deposito, e rappresentavano un tipico strumento di mercato monetario.

  • CALL PREMIUM

    Premio corrisposto dall’emittente nei casi di rimborso anticipato di obbligazioni o di ritiro di azioni privilegiate ad un prezzo superiore al valore nominale.

  • CALL PROVISION

    Clausola inserita in molti prestiti obbligazionari internazionali (specie sull’euromercato), con la quale l’emittente è abilitato a effettuare il rimborso anticipato delle obbligazioni dopo un certo periodo di tempo, a un prezzo predeterminato generalmente superiore al valore nominale.

  • CAMBI FISSI

    Accordo sottoscritto dalle autorità monetarie di diversi paesi contenente l’impegno di ciascuna di queste a intervenire sui mercati valutari per assicurare il mantenimento dell’insieme dei rapporti di cambio concordati. Al pari di quella dei cambi flessibili, i cambi fissi rappresentano un modello di politica pura del cambio. Le scelte concretamente adottate dalle autorità monetarie nazionali esprimono più di sovente una qualche combinazione delle due.

  • CAMBI FLESSIBILI

    Regime valutario in vigenza del quale le parità di cambio tra le divise vengono determinate esclusivamente dalle forze di mercato, dunque dall’andamento quotidiano della domanda e dell’offerta. Sulle autorità monetarie che adottano una tale politica del cambio non grava alcun onere di impiegare le riserve ufficiali per sostenere la domanda o l’offerta delle divise. Il ricorso allo strumento della fluttuazione del cambio è talvolta adottato anche in regime di cambi relativamente fissi (v.cambi fissi) col proposito di favorire il ripristino delle riserve ufficiali e l’assestamento delle parità su valori maggiormente rispondenti alle mutate condizioni economiche internazionali.

  • CAMBIALE

    Titolo di credito all’ordine trasferibile mediante girata, regolati dal r.d. 14.12.1933 n. 1669 che riunisce la disciplina sulla cambiale in senso proprio (tratta nell’uso commerciale) e sul vaglia cambiario, conosciuto come cambiale o pagherò cambiario. Le norme sui protesti delle cambiali (e degli assegni bancari) sono state modificate dalla l. 12.6.1973 n. 349. La tratta contiene da parte del sottoscrittore (traente) un ordine incondizionato rivolto a una persona designata (trattario) di pagare una certa somma alla scadenza a un terzo (prenditore, o beneficiario). La cambiale o pagherò contiene invece la promessa incondizionata del sottoscrittore (emittente) di pagare a un terzo (detto anch’esso prenditore, o beneficiario) una certa somma alla scadenza. Entrambe possono contenere la dichiarazione di avallo. Mentre nel pagherò cambiario l’emittente si obbliga direttamente, nella cambiale tratta il traente ordina a un terzo (trattario) di pagare e questo diventa obbligato cambiario se accetta (accettazione), se appone cioè sulla faccia anteriore del titolo la clausola per accettazione (o altra equipollente) seguita dalla sottoscrizione. Nel caso che il trattario non accetti, o non provveda al pagamento,può intervenire un altro soggetto che “al bisogno” accetti o paghi in sua vece, così come il traente, l’avallante e il girante possono indicare una persona che accetti “al bisogno”. Nel commercio è frequente l’ “accettazione per conto terzi” eseguita da una banca, direttamente o tramite corrispondente, su ordine di un cliente (v.credito documentario). Sotto l’aspetto cartolare la cambiale è un documento, munito di bollo proporzionale alla somma indicata, che contiene una dichiarazione (cioè l’ordine o la promessa di pagare) la quale può essere redatta in lingua italiana o straniera. Al riguardo la legge richiede che la denominazione di cambiale e le altre dichiarazioni siano espresse nella stessa lingua. Sul titolo devono risultare la denominazione di cambiale, l’ordine o la promessa di pagare una somma determinata, il nome del beneficiario, la data di emissione, il nome del trattario (nella tratta), la sottoscrizione autografa del traente o dell’emittente. Nella cambiale, di solito, è indicato il giorno della scadenza, ma questa può essere anche a vista o “a certo tempo vista” o “a certo tempo data”. La cambiale è “a vista” quando è pagabile al momento della sua presentazione (che deve avvenire entro un anno dalla sua emissione, salvo diverso patto); è “a certo tempo vista” se è pagabile trascorso un determinato periodo di tempo dal momento della sua accettazione o (se rifiutata) dal protesto; è “a certo tempo data” se è pagabile trascorso un determinato periodo di tempo dalla data della sua emissione. Se non è indicato il luogo del pagamento, questo coincide con il luogo di emissione e con il domicilio dell’emittente o con il luogo indicato accanto al nome del trattario e con il suo domicilio; si dice invece che la cambiale è domiciliata quando è pagabile presso il domicilio di un terzo che non sia l’obbligato principale; se infine manca il luogo di emissione, viene preso in considerazione il luogo indicato accanto al nome dell’emittente o del traente. Nelle cambiali scadenti a vista o a certo tempo vista può essere apposta la c.d. clausola di interessi, dei quali deve essere indicato il tasso. La cambiale si dice in bianco quando, a parte la sottoscrizione che non può mai mancare, è priva di alcuna o di tutte le indicazioni sopra elencate; in tal caso deve essere completata, in tutti i suoi elementi, al momento della presentazione per il pagamento e comunque dev’essere riempita, a pena di decadenza, entro tre anni dal giorno della sua emissione nei termini previsti dall’accordo di riempimento (in mancanza di accordo la cambiale priva di uno o più dei suoi requisiti è nulla). La circolazione della cambiale avviene mediantegirata, che consiste in un ordine di pagare a un terzo, apposta sulla facciata posteriore della cambiale o su un foglio ad essa attaccato (foglio di prolungamento o allungamento), mediante sottoscrizione del girante. Si ha girata in bianco quando il girante appone solo la sua firma senza indicare il giratario. Chi sottoscrive una cambiale dà vita a un’obbligazione cambiaria che sottostà ai principi propri di qualsiasi altro titolo di credito e che si estingue col pagamento. In uno stesso titolo possono trovarsi più obbligazioni cambiarie, dato che possono coesistere obbligati diretti (emittente, accettante e loro garanti) e obbligati di regresso (traente, giranti e loro garanti). Il pagamento della cambiale deve essere chiesto dal portatore legittimo del titolo nel giorno della scadenza e, se questo è festivo, in uno dei due giorni feriali successivi, ma può essere chiesto anche prima della scadenza nel caso di fallimento del debitore cambiario. Al momento della scadenza l’effetto può essere rinnovato (cioè sostituito con un nuovo, con l’accordo del creditore o del debitore; v. cambiale rinnovata) ovvero il creditore può consentire a una proroga nel pagamento. Il mancato pagamento deve essere accertato mediante protesto, che è necessario per esercitare l’azione di regresso, e in tal caso la cambiale si dice “con spese”, mentre, se il traente appone la clausola “senza protesto” o “senza spese”, il protesto non è necessario. Per il recupero del suo credito il portatore legittimo della cambiale può esperire l’azione cambiaria diretta o l’azione cambiaria di regresso o esercitare l’azione causale, che è quella fondata sul rapporto sottostante all’emissione o alla circolazione della cambiale e che, pertanto, può essere esercitata soltanto fra le parti immediate del rapporto (p.e. tra emittente e primo prenditore del titolo). In caso di perdita, distruzione o furto, può farsi luogo alla procedura di ammortamento dei titoli). La cambiale può essere presentata all’incasso presso una banca, la quale provvederà ad accreditarne al cliente l’importo relativo, dopo l’incasso, deducendo una commissione che varia in ragione della scadenza. Quando la scadenza è molto vicina, o, come si dice, bruciante, si applica una commissione maggiore. Chi affida la cambiale a una banca perché ne curi l’incasso (v. incasso di effetti) può anche revocare l’ordine mediante il richiamo della stessa.

  • CAMBIALE AGRARIA

    Titolo di credito rilasciato in connessione con operazioni di credito attinenti all’esercizio dell’azienda agricola o al suo miglioramento, equiparato dall’art. 7 l. 5.7.1928 n. 1760 alla cambiale ordinaria. Nel titolo debbono essere indicati lo scopo del prestito, il terreno agricolo per il quale è concesso o il luogo in cui si trovano depositati i prodotti da utilizzare, da trasformare, da conservare o in cui saranno custoditi il bestiame, le macchine e gli attrezzi da acquistare e le garanzie dalle quali il prestito è assistito. Se la somma cambiaria non supera le lire 100.000 (l. 5.12.1949 n. 918) la sottoscrizione del debitore può essere sostituita dal suo crocesegno, con la dichiarazione di non saper scrivere o non poter firmare per impedimento fisico. Nonostante l’equiparazione legislativa espressa alla cambiale ordinaria, si discute circa la natura giuridica della cambiale agraria: la ragione di dubbio è costituita dalla prescritta indicazione, tra i requisiti del titolo, dello scopo del prestito, mentre, nella cambiale che è un titolo astratto (v. titolo di credito), non si fa menzione del rapporto fondamentale. La cambiale agraria è equiparata a ogni effetto di legge alla cambiale ordinaria (art.43 TUBC). La connessione tra la cambiale agraria e la garanzia sui frutti del fondo pone il problema se il trasferimento del titolo comporta anche il trasferimento della garanzia. Prevale in dottrina la soluzione affermativa, in considerazione sia delle espresse indicazioni che, per legge, la cambiale deve contenere, sia della ragione pratica costituita dalla difficoltà di far circolare il titolo ove il privilegio non assista il credito cartolare. La cambiale agraria priva di una delle indicazioni prescritte non produce gli effetti particolari previsti dalla legge. È discusso se possa però valere come cambiale ordinaria, ove di questa abbia i requisiti.

  • CAMBIALE COMMERCIALE

    Titolo di credito che trae origine da una effettiva transazione commerciale, data dall’esistenza di un rapporto tra venditore e compratore o fra committente e commissionario. Manifesta un debito del trattario (o emittente) verso il traente (o prenditore) e presenta la garanzia di un affare effettivamente compiuto dal quale gli obbligati traggono i mezzi per lo svolgimento della loro attività. Si differenzia dalla cambiale finanziaria e dalla cambiale di comodo perché la prima è sottoscritta direttamente alla banca da un commerciante il quale abbia bisogno di danaro e non ha in portafoglio effetti commerciali, mentre la cambiale di favore è rilasciata senza alcun rapporto sottostante al solo scopo di sconto presso una banca. Dal punto di vista tecnico- bancario, soltanto le cambiali commerciali, dovrebbero essere bancabili (v. bancabilità), avendo le stesse il loro controvalore o in una merce che deve essere venduta o in un credito sorto per effetto di tale vendita, mentre lo sconto delle cambiali finanziarie e di favore si risolve in sostanza in un’operazione di finanziamento allo scontatario con la garanzia del coobbligato cambiario. In considerazione della diversa realtà economica sottostante, il rinnovo delle cambiali commerciali, che normalmente hanno una scadenza non superiore a quattro mesi, non dovrebbe essere ammesso, mentre lo è per le cambiali di favore appunto perché l’azienda debitrice deve trovare o nei maggiori profitti o nella riduzione delle spese il margine per rimborsare gradatamente le somme di denaro ottenute dalla banca.

  • CAMBIALE DI COMODO

    Detta anche cambiale di favore. Titolo di credito emesso a scopo di favore da un soggetto che, senza essere obbligato da un debito causale, assume un’obbligazione cambiaria per consentire la spendita del titolo all’apparente creditore. Nei rapporti interni fra primo prenditore ed emittente, questi può sempre paralizzarne la pretesa di pagamento con l’eccezione relativa al carattere di favore della propria firma; ma se il primo prenditore ha girato la cambiale, l’emittente non può sottrarsi al pagamento nei confronti del giratario, anche se costui è a conoscenza del carattere di favore della cambiale. Si discute in dottrina se nell’ipotesi di cambiale di comodo esiste o meno un rapporto fondamentale; questo, di solito, viene individuato nella c.d. convenzione di favore, che si ritiene essere un contratto di mandato.

  • CAMBIALE DI RIVALSA

    Il portatore di una cambiale non accettata o non pagata, allo scopo di recuperare il proprio credito, può emettere una nuova cambiale, detta di rivalsa, tratta a vista su uno degli obbligati di regresso e pagabile al domicilio di costui (art. 59, l. camb.).

  • CAMBIALE FINANZIARIA

    Strumento di finanziamento a disposizione delle imprese, utilizzabile per la raccolta di risparmio presso i terzi. In particolare la cambiale finanziaria, talvolta impropriamente definita commercial paper, si configura come uno strumento finalizzato alla copertura di temporanei fabbisogni di cassa. La cambiale finanziaria è regolamentata dalla l. 13.1.1994 n. 43 che detta disposizioni in merito alle sue caratteristiche tecniche e prevede una serie di requisiti per la sua emissione. Questi titoli devono avere scadenza non inferiore a tre e non superiore a dodici mesi, taglio minimo pari a 100 milioni e devono inoltre avere la forma di vaglia cambiario ed essere trasferibili per girata ma esclusivamente con la clausola “senza garanzia”, che impedisce al giratario di rivalersi sul girante in caso di mancato pagamento. La delibera del CICR del 3.3.1994 dispone che le cambiali finanziarie possono essere emesse sia da società o enti i cui titoli sono negoziati nei mercati regolamentati sia dalle altre imprese, anche se in questo caso è previsto che il documento sia affiancato da una garanzia fidejussoria di importo pari almeno al 50% del valore di sottoscrizione. È invece temporaneamente preclusa l’emissione alle banche. L’emissione di cambiali finanziarie costituisce raccolta del risparmio ai sensi dell’art. 11 d.lg. 1.9.1993, n. 385. 
    Regime fiscale
    . La l.13.1.1994 n. 43 che ha introdotto e disciplinato sotto il profilo civilistico le cambiali finanziarie, ha altresì dettato un regime fiscale di favore volto ad incentivare l’impiego di questo nuovo strumento finanziario. In particolare, con riferimento all’IVA, l’art. 2 della legge citata assimila le cambiali ai titoli obbligazionari: ne consegue che l’emissione di cambiali finanziarie non è considerata prestazione di servizi ai fini IVA e che le operazioni relative a cambiali finanziarie e le operazioni di mandato, mediazione e intermediazione riguardanti cambiali finanziarie sono esenti da IVA. Ai fini dell’imposta di bollo l’art. 2, citato, prevede l’assoggettamento all’imposta nella misura di lire 100 per ogni milione o frazione di valore indicato nel titolo. Ai fini delle imposte dirette le aziende emittenti le cambiali finanziarie devono operare una ritenuta a titolo di imposta del 12,5% (se vengono rispettati i presupposti per le obbligazioni emesse da società non quotate) o del 27%. Se le cambiali sono emesse da banche si applica la ritenuta del 12,5% a prescindere dal tasso applicato.

  • CAMBIALE GARANTITA

    Qualsiasi titolo cambiario assistito da una garanzia reale. Appartengono a questa categoria la cambiale ipotecaria. e quelle assistite dalla cessione della provvista.

  • CAMBIALE INCROCIATA

    Obbligazioni cambiarie assunte reciprocamente da due soggetti, per la stessa somma e con analoga scadenza. Poiché scopo della reciproca emissione è quello di avere effetti pronti per lo sconto, le cambiali incrociate non vengono mai presentate alla stessa banca, potendo questa scoprirne la natura non commerciale e rifiutare lo sconto. Le cambiali incrociate appartengono alla categoria della cambiale di comodo, di cui costituiscono la peggiore specie; alle stesse ricorrono nella pratica imprenditori senza scrupoli.

  • CAMBIALE IPOTECARIA

    È la cambiale le cui obbligazioni cartolari sono garantite da una ipoteca, la cui iscrizione neiregistri immobiliari viene annotata sul titolo. L’ipoteca si trasferisce mediante la girata ai successivi possessori del titolo, i quali non sono tenuti ad annotare nei registri tale trasferimento. La cancellazione dell’ipoteca è però consentita al solo creditore risultante dai registri immobiliari, ed il suo atto di consenso deve essere presentato al conservatore insieme al titolo, che viene restituito dopo che è stata eseguita l’annotazione della cancellazione.

  • CAMBIALE NON ACCETTABILE

    Cambiale tratta che contiene il divieto posto al traente di presentarla per l’accettazione (art. 27 r.d. 14.12.1933 n. 1669). Ciò impedisce al garante di presentarla per l’accettazione. Il traente può anche prescrivere che la presentazione per l’accettazione non deve avvenire prima di una certa data. La clausola di non accettazione non può essere apposta sulla cambiale a certo tempo vista, dal momento che il termine della sua scadenza decorre dalla data di presentazione per l’accettazione. Non può del pari essere apposta sulla tratta pagabile presso un terzo o in un luogo diverso da quello del domicilio del trattario.

  • CAMBIALE RINNOVATA

    Cambiale che ne sostituisce un’altra precedente, cui corrisponde in tutto salvo che per la data di scadenza, che è successiva. Il rinnovo della cambiale può essere pattuito già al momento della emissione del primo titolo: in questo modo il debitore acquista la facoltà di richiedere, alla scadenza, il rinnovo. Il patto di rinnovo per la sua natura extracartolare può essere opposto solo al prenditore e non anche ai giratari. Il rinnovo della cambiale non costituisce una novazione della obbligazione precedente, ma consiste in una semplice proroga del termine di pagamento.

  • CAMBIALE SULL'ESTERO

    Titolo cambiario tratto su un debitore straniero nella valuta di quest’ultimo. Nella pratica questi titoli vengono denominati divise estere e sono negoziati sul mercato dei cambi. Per un certo periodo (art. 11, r.d. 28.4.1910) le cambiali sull’estero con firme di primo ordine furono comprese tra le riserve degli istituti di emissione.

  • CAMBIALIZZAZIONE DEL CREDITO

    Procedimento a cui le banche ricorrono nel caso di insolvenza di un affidato. Al fine di recuperare il credito erogato le banche predispongono un piano di rimborso e richiedono all’affidato la firma di una serie di cambiali (c.d. di smobilizzo) con scadenze e di importo concordemente definiti. Non sono interpretabili come strumenti di cambializzazione del credito i c.d. effetti di recupero, cambiali in bianco di norma fatte firmare al cliente affidato nella forma dell’apertura di credito in conto corrente o in altre forme tecniche. Tali effetti hanno solo un ruolo di rafforzare le garanzie e di generica maggior tutela del buon fine dell’operazione, essendo titoli esecutivi, che consentono, con la notifica del precetto, di dare inizio all’azione esecutiva.

  • CAMBIAMENTO CLIMATICO

    Per cambiamento climatico si intende ciascuna dinamica del sistema clima (in termini di media e varianza su scala sia spaziale che temporale), basata sull’interazione tra l’attività dell’atmosfera, biosfera, criosfera, idrosfera e superficie terrestre. Le dinamiche del sistema clima possono essere distinte in forze esterne o interne ad esso. Inoltre possono essere associate all’attività umana piuttosto che alla variabilità naturale o ancora ad altri componenti in grado di intensificare o ridurre l’effetto di variazione iniziale.
    Esempi di componenti naturali sono le fluttuazioni solari o l’attività vulcanica. Solo più recentemente l’attività umana (sia essa diretta che indiretta) è stata annoverata tra le principali fonti in grado di alterare la composizione globale dell’atmosfera. Le azioni umane più influenti sono quelle che incidono sulle emissioni e concentrazione atmosferica di gas ad effetto serra (GHG). Esse si devono in particolare allo sfruttamento delle risorse naturali, al cambiamento d’uso del suolo ed alla sua gestione (si pensi all’attività agricola, alla deforestazione, al degrado forestale, etc.), nonché all’uso dei combustibili fossili per l’industria ed i trasporti. L’incremento della concentrazione dei gas ad effetto serra nell’atmosfera, dovuto al trend crescente di emissioni di tali gas, generano valori più alti della temperatura media globale, ovvero il ben noto problema del riscaldamento globale, una delle conseguenze più importanti del cambiamento climatico. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) sostiene che la temperatura media globale è aumentata di circa 0, 74 °C solo negli ultimi 100 anni (IPCC, 2007).
    L’interazione tra la variabilità naturale e l’attività umana si traduce nella variazione di diversi parametri meteorologici come le temperature massime e minime globali, le temperature della superficie degli oceani, il livello delle precipitazioni, etc.
    Le ricerche in merito al cambiamento climatico si concentrano sullo sviluppo di modelli che analizzano come valori climatici e fisici cambiano nel tempo, e quali sono le interazioni tra il cambiamento climatico ed i suoi drivers.
    Al fine di simulare la risposta del sistema clima a diversi scenari di emissione o concentrazione di gas ad effetto serra ed aerosol , o scenari di radiative forcing, sono spesso utilizzati modelli climatici. Modelli economico-climatici come ad esempio il modello WITCH (Bosetti et al., 2006) ed il modello ICES (Bosello et al., 2007), traducono i cambiamenti climatici in termini di impatti socio-economici.
    Uno dei passaggi internazionali più importanti nello sviluppo della ricerca sul cambiamento climatico è stato proprio la creazione, nel 1998, dell’ IPCC grazie al programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) e all’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO). Lo scopo dell’IPCC è quello di raccogliere e diffondere l’informazione scientifica e tecnica prodotta in tutto il mondo, rilevante per la comprensione del rischio climatico. Il secondo Report dell’IPCC del 1995 ha contribuito notevolmente alle negoziazioni del Protocollo di Kyoto adottato in Giappone l’11 dicembre 1997.
    Bibliografia
    Bosello F., De Cian E. and Roson R., (2007). Climate Change, Energy Demand and Market Power in a General Equilibrium Model of the World Economy. Fondazione Eni Enrico Mattei Working Paper N.71.2007.
    Bosetti, V., C. Carraro, M. Galeotti, E. Massetti and M. Tavoni (2006).
    WITCH: A World Induced Technical Change Hybrid Model. The Energy Journal, Special Issue "Hybrid Modelling of Energy Environment Policies: Reconciling Bottom-up and Top-down", pp. 13-38.
    IPCC, 2007: Climate Change 2007: The Physical Science Basis. Contribution of Working Group I, to the Fourth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change. Synthesis Report.
    Redattore: Melania MICHETTI
    © 2009 ASSONEBB

  • CAMBIAMENTO DELLA COPERTURA DEL SUOLO

    L’insieme dei vari tipi di copertura del suolo che caratterizzano il paesaggio dovuto principalmente al clima locale, o ad azioni umane in grado di alterarne le forme. L’uso del suolo può essere visto come l’immediato riflesso delle trasformazioni nella copertura del suolo. Le forze che guidano tali processi di trasformazione sono molteplici e di carattere sia socio-economico e culturale che tecnologico, istituzionale o demografico.
    Redattore: Melania MICHETTI
    © 2009 ASSONEBB

  • CAMBIAVALUTE

    Operatore abilitato alla compravendita a pronti di monete, biglietti di banca e biglietti di Stato esteri, ovvero abilitato a compiere le operazioni in cambi di cui all’art. 3.5 del d.p.r. 31.3.1988 n.148 (TU delle norme in materia valutaria), con l’esclusione di quelle a termine o con opzione. Fino al 1999 le operazioni in cambi ricadevano nella normativa valutaria del d.p.r. 1988/148, art. 4, commi 4, 5 e 6 ed erano svolte, oltre che dalle banche (come servizio accessorio inquadrabile nella generica previsione dell’art. 2195 n.2 c.c. dell’ “attività intermediaria nella circolazione dei beni”), anche da centri di raccolta, ovvero da speciali esercizi commerciali, i cambiavalute, soggetti a iscrizione nel registro delle imprese (ex art. 2195 c.c.) e a un’autorizzazione a operare a pronti in cambi della Banca d’Italia. L’autorizzazione faceva nascere un rapporto fiduciario che presupponeva un’adeguata e seria organizzazione e l’osservanza delle istruzioni della Banca d’Italia. L’art. 35 del d.lg. 4.8.1999 n. 342 ha modificato questo regime introducendo nell’art. 155 TUBC un 5° comma e abrogando i commi 4, 5 e 6 dell’art. 4 d.p.r. 1988/148. Il Regolamento di applicazione del 5° comma dell’art. 155 TUBC sono emanate con decreto ministeriale (vige attualmente il d.m. Tesoro 31.7.2001 n. 372). Le altre istruzioni regolamentari sono state diffuse dall’UIC con provvedimento 21.12.2001, pubblicato in GU n.22 del 26.1.2002. I cambiavalute già autorizzati dalla Banca d’Italia alla data di entrata in vigore del Regolamento sono stati iscritti d’ufficio, salvo l’obbligo di attestare la sussistenza delle condizioni per l’iscrizione e l’esercizio dell’attività. Col d.lg. 4.8.1999 n. 342 il mestiere di cambiavalute passa dal regime delle norme valutarie a quello degli intermediari finanziari e l’esercizio della vigilanza è formalmente trasferito dalla Banca d’Italia all’UIC. Il nuovo comma 5 dell’art. 155 TUBC prescrive che i soggetti che esercitano, costituiti in qualunque forma giuridica e anche stagionalmente, l’attività di cambiavalute sono iscritti in un’apposita sezione dell’elenco previsto dall’articolo 106, comma 1 tenuto dall’UIC. A tali soggetti si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni degli articoli 106, comma 6 (informazioni e verifiche prima dell’iscrizione nell’elenco), 108 109 (con esclusivo riferimento ai requisiti di onorabilità) e 111 (cancellazione dall’elenco). L’iscrizione nella sezione presuppone l’esercizio professionale dell’attività (che deve essere espressamente dichiarato e comprovato nella domanda di iscrizione nell’elenco) e non abilita a effettuare le altre operazioni riservate agli intermediari finanziari. Al cambiavalute è espressamente vietato ai soggetti in questione effettuare operazioni riconducibili ad attività riservate ad altri intermediari (a pena di incorrere nel reato di abusivismo finanziario). Non costituisce esercizio in via professionale dell’attività di cambiavalute il compimento occasionale di singole operazioni di negoziazione a pronti di mezzi di pagamento in valuta (art. 1, comma 2 del Regolamento).

  • CAMBIO

    Il cambio è il rapporto con cui la valuta di un paese viene scambiata con la valuta di un altro. Nel linguaggio degli affari, tuttavia, il termine cambio, che viene anche usato per indicare le divise estere, è però anche il complesso delle operazioni che si svolgono nelle banche attorno al portafoglio estero (mercato dei cambi).
    1. Determinanti delle operazioni di cambio
    . Le operazioni di cambio sono legate alle transazioni con l’estero e derivano dalla diversa monetazione dei vari Stati e corrispondono alla convenienza di effettuare il pagamento di debiti o l’incasso di crediti verso l’estero, senza il trasporto del numerario. Le transazioni con l’estero traggono origine da importazione di merci e prodotti, da noleggi e prestiti precedentemente contratti, da rimesse degli emigrati, dal movimento turistico ecc. Il principale strumento per regolare tali debiti è costituito dalle divise estere, o semplicemente divise, cioè da cambiali e assegni bancari in moneta estera, pagabili all’estero. L’operatore che debba pagare una somma all’estero può procurarsi una cambiale o un assegno pagabile sulla piazza del creditore e farne rimessa a quest’ultimo, oppure può chiedere al creditore di spiccare una tratta su di lui nella moneta della piazza debitrice e di negoziarla sulla propria piazza a un dato cambio. Analogamente, chi sia creditore verso l’estero può spiccare una tratta sul proprio debitore e cederla a un determinato cambio, oppure chiedere al debitore che gli faccia rimessa, cioè che gli invii una divisa acquistata sulla piazza dello stesso debitore. Generalmente, la scelta della via più conveniente è lasciata a quella delle parti contraenti, il cui debito o credito è espresso nella moneta dell’altra. Il prezzo o corso del cambio delle divise, o semplicemente cambio, è legato alla domanda e all’offerta che se ne fa in relazione ai crediti e ai debiti verso l’estero, ovvero alla bilancia dei pagamenti. Le banche svolgono un’importantissima funzione di intermediazione nella negoziazione delle divise, poiché, acquistando le stesse dai diversi creditori traenti, diventano un centro di raccolta di tali mezzi di pagamento; inoltre, inviando ai propri corrispondenti dei paesi in cui sono pagabili le divise acquistate, le banche si creano delle disponibilità di conto sulle quali trarre divise aventi l’importo e la scadenza occorrenti agli importatori italiani loro clienti. L’esistenza di tali disponibilità di conto consente inoltre alle banche di effettuare versamenti sotto forma di ordine ai propri corrispondenti esteri, per lettera o per telegramma, di versare al creditore estero l’importo indicato dal debitore nazionale. Le operazioni del genere prendono il nome di bonifico.
    2. Modo di indicazione del cambio. Per indicare il cambio solo uno dei due termini del rapporto viene espresso, mentre l’altro, fatto sempre fisso pari all’unità, viene sottinteso. In tal modo l’andamento delle quotazioni viene rappresentato dalla variabilità del termine espresso. Il termine fisso nel linguaggio italiano è detto “certo”, quello variabile “incerto” e secondo gli usi delle piazze si ha la quotazione certo per l’incerto e la quotazione incerto per certo. Nel primo caso la valuta della piazza è sempre pari a 1, nel secondo lo è sempre la valuta estera. Milano, come la maggior parte delle piazze internazionali, quotava l’incerto per certo e i tassi di cambio erano espressi in lire per unità di valuta estera (p.e. 2350 lire per 1 dollaro USA, 300 lire per 1franco francese ecc.). L’euro quota invece il certo per l’incerto e cioè il cambio è espresso in valuta estera per 1 euro. Il cambio col dollaro di 0,891 indica che contro ogni euro si danno 0,891 dollari USA. Quotano il certo per l’incerto le piazze statunitensi e Londra, dove i cambi sono, dunque, espressi in moneta estera per unità di moneta nazionale.
    3. Cambio denaro e cambio lettera. Le banche, i cambiavalute e gli altri intermediari finanziari che trattano cambi utilizzano il sistema della doppia quotazione con cui per ogni valuta vengono indicati due prezzi: il cambio denaro e il cambio lettera. Il cambio denaro è applicato al cliente che vende valuta, il cambio lettera è utilizzato invece quando l’intermediario rivende la valuta al cliente. Il cambio lettera è sempre più alto del cambio denaro e il differenziale denaro-lettera costituisce il guadagno dell’intermediario.
    4. Cambio
    manuale e cambio traiettizio. A seconda che il cambio sia riferito alla negoziazione di banconote e strumenti di pagamento simili o di titoli sull’estero (i quali assumono la denominazione di divise) esso si distingue in cambio manuale e cambio traiettizio. Nel primo si ha uno scambio immediato e contestuale di banconote e strumenti di pagamento simili espressi in valuta di uno Stato contro valuta di un altro. Nel secondo, che riguarda divise (v. divisa) cioè titoli di credito pagabili all’estero, crediti in valuta disponibili presso banche o altri intermediari e altri strumenti di pagamento in uso nel commercio, lo scambio con valuta può essere immediato (right now) o rimandato a una data successiva al giorno di contrattazione (operazioni future o forward).
    5. Cambio diretto e cambio indiretto
    . Prende il nome di cambio diretto quello effettuato tra due sole piazze con divise pagabili nella moneta di una di esse. Si ha invece il cambio indiretto quando l’operazione si svolge tra due piazze, ma con l’uso di divise pagabili nella moneta di una terza piazza (cambio indiretto con piazza intermedia pensata), oppure con l’effettivo intervento di una terza piazza che funge da intermediaria (cambio indiretto con piazza intermedia operante). Il cambio indiretto, oltre che mezzo per speculare sui corsi delle diverse piazze, rappresenta l’unico modo possibile per regolare un debito estero quando tra la piazza calcolatrice (quella in cui si trova chi ha la scelta della via più conveniente) e la piazza calcolata (quella in cui si trova l’altro contraente) non vi è cambio aperto, cioè non esistono relazioni di cambio diretto, per cui è necessario ricorrere a una piazza intermedia, che sia in relazione di cambio con entrambe.
    6. Negoziazioni e listini dei cambi
    . La l. 12.8.1993 n. 312 ha abolito, a partire dal 6.9.1993 l’ammissione alla quotazione presso le Borse Valori italiane e la conseguente negoziazione e rilevazione al listino (fixing) delle valute estere per le quali il testo unico valutario prevedeva la quotazione di diritto. Dalla stessa data le quotazioni di riferimento contro lire, a titolo indicativo, di tali valute vengono rilevate dalla Banca d’Italia sulla base dei cambi comunicati in sede di concertazione fra banche centrali alle ore 14.15 di ciascuna giornata lavorativa. Per la lira e, ora, per l’euro il cambio con le altre valute è stabilito mediante la trattazione valutaria in via telematica e in continuo, che si è sostituita al fixing. Col fixing il mercato accertava le quotazioni in un solo momento della giornata e in un unico ambiente ufficiale, ora si è passati a un mercato che esprime una serie ininterrotta di quotazioni, che si svolge non solo nel mercato di borsa ma specialmente nei centri cambi di tutte le banche. Il termine “trattazione valutaria continua” significa che tutte le quotazioni si influenzano reciprocamente secondo l’ora di apertura delle borse. Infatti, bisogna tenere presente che la rotazione terrestre origina un susseguirsi di quotazioni nelle varie piazze finanziarie del mondo che dura 24 ore su 24. Le quotazioni delle monete vengono divulgate mediante i listini cambi redatti dalle banche, dai cambia valute e da tutti gli intermediari finanziari.
    7. Quotazione certo per incerto e incerto per certo. Generalmente i listini indicano il cambio per la sola carta a vista e, a parità di richiesta, il prezzo di una divisa avente uguali caratteristiche, ma scadenza più lunga, si otterrà calcolando l’interesse per i giorni di intervallo tra la scadenza tipo e quella data al tasso uf- ficiale di sconto (generalmente segnato sul listino a lato della rispettiva quotazione) vigente nello Stato nella cui moneta è espressa la divisa, più le provvigioni e le altre competenze che le banche percepiscono su questo tipo di operazioni: tale calcolo è denominato livellamento dei cambi. Per eseguire tale operazione occorre tenere presente il modo di quotazione del cambio, ovvero se si tratta di piazza che dà il certo per l’incerto o che quota l’incerto per certo. Per la carta lunga può anche pattuirsi un cambio c.d. tel quel, cioè non più soggetto a livellamento o deduzione di sconto, così come può pattuirsi che il cambio da applicare sia al netto di ogni spesa, provvigione e interesse, nel qual caso si parla di cambio franco tout. Il sito della Camera di Commercio di Milano(http:///www.mi.camcom.it/valute/index.html) riporta tutti i cambi dal 1994 in poi. L’elenco è utile nelle controversie internazionali e per ogni computo e controllo sui conti in valuta.

  • CAMBIO A CONSEGNA

    Anche: cambio a termine. Negoziazione a termine dei cambi che, nel rispetto delle norme valutarie, si con- figura accanto alla contrattazione per contanti o a pronti. Le operazioni a consegna sono legate soprattutto al commercio d’importazione e di esportazione e nascono dalla necessità, particolarmente sentita da alcune categorie di operatori, di cautelarsi contro i rischi di oscillazione dei cambi mediante l’acquisto o la vendita delle divise a cambi definitivi, fissati al momento della conclusione del contratto e applicabili alla scadenza, cioè nel giorno in cui dovrà avvenire il pagamento o la riscossione. Tuttavia il mercato a termine è alimentato anche da operazioni compiute a scopo speculativo. Le negoziazioni a termine delle divise sono effettuate dalle banche abilitate, le quali, operando in nome e per conto proprio, ne assumono i rischi. Il prezzo dei cambi a consegna può corrispondere a quello a pronti, ovvero basarsi su quest’ultimo con l’aggiunta (riporto) o decurtazione (deporto) di un premio, generalmente e da un punto di vista teorico (prescindendo cioè dalle aspettative), pari all’interesse calcolato sui giorni intercorrenti tra quello del contratto e quello della scadenza, al tasso corrispondente alla differenza dei tassi del mercato monetario vigenti nei due paesi. Normalmente i contratti di cambi a consegna sono a termine secco (terme sec o outright), ma spesso, specialmente se per forti somme, possono (col consenso della banca) essere prorogati ad epoca successiva: si hanno allora i riporti di cambi a consegna (v. swap).

  • CAMBIO DI TITOLI

    Operazione mediante la quale si effettua la sostituzione di titoli, azionari od obbligazionari, con altri della stessa specie o di specie diversa, che può essere generata da molteplici cause attinenti a vicende della società emittente, o, in alcuni casi, può essere richiesta dai possessori dei titoli stessi. Le banche, se incaricate del servizio, provvedono, dietro corresponsione di una commissione (variabile secondo la complessità del servizio reso) al ritiro dei titoli da sostituire, all’invio dei medesimi all’emittente ed alla riconsegna dei nuovi titoli. Nel caso di perdita o furto della ricevuta, è prevista la procedura di ammortamento, ad evitare che i nuovi titoli possano venire ritirati da persona diversa dall’avente diritto e contro la sua volontà. I casi principali di cambio di titoli sono i seguenti: cambio di certificati provvisori con titoli definitivi, quando ne sia completato l’allestimento; cambio delle azioni di società estinte, per fusione od assorbimento in altre, con azioni della nuova società o di quella incorporante; cambio per conversione dl titoli (v. conversione di un titolo privato) nominativi in titoli al portatore o viceversa (detta anche operazione di tramutamento); cambio di titoli con altri di differente valore nominale unitario, o per raggruppamento delle vecchie azioni eventualmente deliberato; cambio di titoli per riaffogliamento, quando si esauriscono le cedole; cambio di titoli per frazionamento e raggruppamento richiesto dalla stanza di compensazione, o, nei casi previsti, dallo stesso possessore.

  • CAMERA ARBITRALE

    Le Camere arbitrali sono istituzioni camerali previste dal r.d.l. 8.5.1924 n. 750, a norma del quale le Camere di commercio sono legittimate a costituire e regolare il funzionamento di arbitrati permanenti al fine di risolvere le controversie nascenti in materia di industria e commercio. La l. 18.4.1926 n. 731, istitutiva del Consiglio provinciale dell’economia, abrogando il r.d.l. 1924/750, ha fatto sì che le camere arbitrali sono oggi ad un servizio facoltativo di cui i terzi, specie gli imprenditori, possono volontariamente valersi. Rilevante, a questo proposito è stata la Convenzione di Ginevra del 21.4.1961 sull’arbitrato commerciale internazionale, resa esecutiva in Italia con la l. 10.5.1970 n. 418. La Convenzione ha previsto che le parti possano decidere di devolvere la risoluzione delle loro controversie ad una istituzione permanente di arbitrato o ad arbitri scelti ad hoc. Ogni qual volta vi sia istanza di una parte in tal senso, non vi sia accordo tra le parti, vi sia accordo sulla soluzione arbitrale ma non sulla designazione della istituzione, è competenza del Presidente della Camera di commercio decidere in ordine all’arbitrato. L’art. 2.4 lett. a) della l. 29.12.1993 n. 580 sul riordinamento delle Camere di Commercio prevede che queste possono “promuovere la costituzione di commissioni arbitrali e conciliative per la risoluzione delle controversie tra imprese e tra imprese e consumatori”.

  • CAMERA DI COMMERCIO, INDUSTRIA, ARTIGIANATO E AGRICOLTURA

    Le Camere di commercio sono in Italia enti pubblici non territoriali, forniti di personalità giuridica,destinati a rappresentare gli interessi delle attività economiche delle rispettive province, promuoverne il coordinamento e lo sviluppo, in armonia con il superiore interesse della collettività nazionale. Si tratta di enti autonomi in quanto dotati della potestà di disciplinare l’organizzazione interna e le funzioni amministrative rientranti nella loro competenza (è fatto salvo, generalmente, l’intervento ministeriale di approvazione); autarchici in quanto legittimati ad emanare atti amministrativi aventi la medesima efficacia di quelli dello Stato; non economici in quanto non esercenti attività imprenditoriale volta al conseguimento di utili, ma diretti ad esercitare attività ai fini generali, per lo sviluppo dell’economia e l’assistenza delle categorie economiche. Dopo una complessa evoluzione iniziata nel 1862, la prima disciplina organica, in parte ancor oggi vigente, è avvenuta con il r.d. 20.9.1934 n. 2011 (TU delle leggi sui Consigli e sugli Uffici provinciali dell’economia corporativa). Il d.lg. 21.9.1944 n. 315 dispone la ricostituzione, in ogni capoluogo di provincia, di Camere di commercio, industria e agricoltura e di Uffici Provinciali dell’Industria e del Commercio-UPIC, in sostituzione rispettivamente dei consigli e degli uffici dell’economia. L’art. 64 del d.p.r. 24.7.1977 n. 616, nel completare l’ordinamento regionale attraverso il trasferimento o la delega di funzioni amministrative, modifica il ruolo delle Camere, sottraendo loro le funzioni relative alle materie trasferite o delegate alle Regioni. Questi compiti, inerenti in particolare all’agricoltura e all’artigianato, però permangono in capo alle Camere sino a diversa disciplina regionale.
    1. Compiti
    . Oltre a quelli amministrativi, alle Camere di commercio sono attribuiti compiti di pubblicità, certificazione, promozione e ricerca economica. Occorre menzionare in primo luogo la tenuta del registro delle ditte o (anagrafe economica): qualunque soggetto eserciti, individualmente o in forma societaria, attività industriale, commerciale o agricola, qualunque venditore ambulante ed esercente commercio temporaneo, ha l’obbligo di farne denuncia alla Camera di commercio della provincia in cui ha sede l’impresa. Rientrano nella funzione di pubblicità, oltre l’iscrizione nel registro delle ditte, l’iscrizione nei ruoli dei periti e degli esperti, l’iscrizione nel ruolo degli agenti di cambio, dei mediatori marittimi, degli agenti e rappresentanti di commercio. Seguono, quindi, le funzioni di accertare e raccogliere periodicamente gli usi e le consuetudini commerciali, di pubblicare ufficialmente i bollettini (elenchi di protesti bancari), di vigilare sugli organismi operanti in provincia e sugli istituti quali le borse merci, le borse valori, i magazzini generali; di coordinare la totalità degli interessi economici della provincia e dei singoli settori; di dare impulso al miglioramento socio-economico della provincia e di rappresentare gli interessi economici di quest’ultima, anche partecipando ad aziende ed enti, quali p.e. quelli fieristici e quelle di servizi di settore.
    2. Organi
    . Organi principali delle Camere di commercio sono la Giunta e il Presidente. La prima è composta da almeno sei membri di cui uno designato dai commercianti, uno dagli industriali, uno dagli agricoltori, due dai lavoratori autonomi di cui un rappresentante degli artigiani e uno degli imprenditori agricoli diretti (a cui si aggiunge, nei casi di Camere di commercio delle province litoranee, un rappresentante della categoria marittima) e un rappresentante dei lavoratori dipendenti. La l. 1560/ 1956 ha consentito l’integrazione della Giunta con altri membri, qualora portatori di interessi economici particolarmente rilevanti nell’ambito della provincia. Tutti i membri della Giunta sono nominati dal Prefetto con l’approvazione del Ministro delle attività produttive, su terne indicate dalle organizzazioni sindacali di categoria. La Giunta esercita oggi funzioni eminentemente amministrative: predisposizione del bilancio, adozione dei provvedimenti relativi a costituzione di aziende speciali, gestione servizi, partecipazioni ad aziende e a consorzi di enti pubblici. Delibera, inoltre, in ordine a tutti gli atti di competenza camerale che non spettino al Presidente. Da ultimo, essa promuove iniziative ed esprime pareri nell’ambito delle materie socio-economiche. Il Presidente è nominato con decreto del Ministero delle attività produttive d’intesa con il Presidente della Giunta regionale. A differenza dei membri della Giunta, il Presidente non deve essere scelto necessariamente tra le categorie economiche interessate, ma semplicemente tra operatori economici o tra persone che si siano distinte nell’ambito sociale ed economico della provincia. Egli ha la rappresentanza legale della Camera di commercio, convoca la Giunta, stabilisce l’ordine del giorno delle sedute ed esegue le deliberazioni. Altri organi delle Camere di commercio sono il Collegio dei revisori, nella veste di organo di controllo; le consulte economiche e le commissioni speciali permanenti, con funzioni consultive nei confronti della Giunta; il Segretario generale, direttore degli uffici camerali, competente a sovrintendere al funzionamento dei servizi e a verbalizzare le sedute della Giunta. La Camera di commercio è sottoposta alla vigilanza del Ministero delle attività produttive, che ne approva i principali atti amministrativi ed in particolare quelli di alta amministrazione.
    3. Modifiche introdotte dalla legge
    1993/580. Con la legge 29.12.1993 n. 580 la disciplina normativa delle Camere di Commercio ha subito rilevanti modifiche. Confermata la natura di ente di diritto pubblico, la legge ha introdotto numerose innovazioni vuoi sul piano delle competenze, vuoi su quello degli organi, vuoi su quello dell’organizzazione interna di tale entità. Per quanto riguarda il profilo delle competenze, dopo aver riconfermato le funzioni precedentemente attribuite, la nuova normativa prevede che alle Camere di Commercio spetti: a) predisporre contratti-tipo nel rapporto tra imprese (e loro associazioni) e consumatori (e loro associazioni); b) promuovere controlli sulla presenza di clausole inique nei contratti. c) formulare pareri e proposte alle Amministrazioni dello stato, alla regione, agli enti locali, su questioni che interessano le imprese. d) costituirsi parte civile nei giudizi relativi a delitti contro l’economia pubblica; e) promuovere l’azione per la repressione delle violazioni alla libera concorrenza, ex art. 2061 c.c.; f) istituire l’ufficio del Registro delle imprese, ai sensi dell’art. 2128 c.c., cui è preposto un “conservatore” nominato dalla Giunta camerale nella persona del segretario generale o di un dirigente e sotto la vigilanza di un giudice delegato dal presidente del tribunale. Per quanto concerne gli organi camerali la legge 580/93 introduce, accanto alla Giunta e al suo Presidente, il Consiglio, costituito da 20 a 30 membri scelti tra i rappresentanti di almeno nove settori, su designazione delle organizzazioni di categoria rappresentative (negli statuti può essere prevista l’elezione diretta dei rappresentanti delle categorie produttive che andranno a comporre il Consiglio). La Giunta è ora composta da un numero di membri che varia da 5 a 10, con una presenza obbligatoria di rappresentanti di industria, commercio, artigianato e agricoltura. Essa ha attribuiti di fatto i poteri gestionali dell’ente. Ogni Camera di Commercio elabora ed approva un proprio statuto che deve disciplinare: l’ordinamento della Camera; le competenze e le modalità di funzionamento degli organi; la composizione degli organi per quanto non disciplinato dalla legge (p.e. ripartizione dei consiglieri in rappresentanza dei settori): una autonomia di tal fatta dovrebbe consentire ampia autonomia organizzativa e di funzionamento. La vigilanza sulle Camere di Commercio compete al Ministero delle attività produttive. Le delibere su bilanci preventivi e consuntivi, di dotazione complessiva di personale, di costituzione di aziende speciali, di variazioni di bilancio sono trasmesse al ministro delle attività produttive, a quello dell’economia e delle finanze e alla regione; dopo 60 giorni dalla ricezione della delibera si configura il silenzio assenso. La generalizzazione di tale principio dovrebbe consentire una maggiore snellezza decisionale ed una più accentuata rapidità di intervento. In prima lettura il controllo ministeriale è di legittimità (annullamento della delibera) e di merito (rinvio alla Camera per il riesame); in seconda lettura è solo di legittimità.
    4. Nuova operatività
    . Attualmente i più importanti campi di intervento delle Camere di Commercio, Industria, artigianato ed agricoltura, sono quelli dell’internazionalizzazione, della formazione e della informazione, dell’innovazione tecnologica, del supporto al trasferimento del know-how, della certificazione di qualità, dell’arbitrato e dello sviluppo di servizi avanzati alle imprese, specialmente piccole e medie. Per raggiungere questi obiettivi le Camere di Commercio possono realizzare e gestire direttamente strutture e infrastrutture, sia a livello locale che nazionale, partecipare a enti, associazioni, consorzi o società e costituire aziende speciali al fine di erogare e gestire servizi speci- fici con modalità particolarmente efficaci. Una delle attività peculiari delle Camere di Commercio è costituita dal Registro delle imprese, che per effetto della l. 29.12.1993 n. 580, ha sostituito il “Registro delle ditte” e rende unica la funzione di “anagrafe” delle imprese, fi- no a oggi condivisa dalle stesse Camere con le cancellerie commerciali dei Tribunali. Come per gli stessi cittadini, “l’anagrafe” delle imprese rappresenta uno strumento di riconoscibilità, di trasparenza e di governo. Il supporto operativo della rete informatica della partecipata Cerved spa (http://www.cerved.com/xportal/ home.jsp), infatti, rende, già dal 1974, i dati di ogni Camera di Commercio disponibili in tempo reale su tutto il territorio nazionale e in un mercato che tende sempre di più a essere una rete, il sistema delle Camere di Commercio è a sua volta una rete che collega imprese, mercati, pubbliche amministrazioni, in un flusso continuo di informazioni. Il sistema camerale italiano è composto da una rete di 102 Camere di Commercio articolate su base provinciale, 19 Regionali e 18 Centri estero, una Unioncamere nazionale e numerose agenzie specializzate nazionali.

  • CAMERA DI CONCILIAZIONE E ARBITRATO (Enciclopedia)

    La Camera di conciliazione e arbitrato è stata istituita presso la Consob dal D.lgs. 8 ottobre 2007 n. 179. La Camera è chiamata ad amministrare lo svolgimento di arbitrati e conciliazioni, per dirimere controversie tra investitori non professionali e intermediari finanziari per la violazione, da parte di questi, degli obblighi di informazione, correttezza e trasparenza, previsti nei rapporti contrattuali con gli investitori. Il regolamento di attuazione del decreto, è stato adottato con delibera della Consob n. 16763 il 29 dicembre 2008 (pubblicata sulla G.U. n. 5 dell’8 gennaio 2009). Esso definisce l’organizzazione della Camera, le modalità di nomina dei componenti dell’elenco dei conciliatori e degli arbitri ed i requisiti di cui devono essere in possesso, nonché le funzioni attribuite, i procedimenti di conciliazione ed arbitrato e le norme disciplinanti l’operatività della stessa. Bisogna sottolineare però, che le norme finali del regolamento subordinano la piena operatività della Camera e le relative procedure, all’emanazione da parte della Consob, di apposite delibere contenenti disposizioni di natura transitoria, disciplinanti le fasi di avvio dell’operatività della Camera e di inizio delle procedure da essa amministrate. Il regolamento, prevede un organo collegiale, composto da cinque membri, di cui un presidente, dotati di specifici requisiti di onorabilità, professionalità ed indipendenza. I requisiti di professionalità applicabili ai componenti della camera sono elencati nel DM n.222 del 23 luglio 2004. Pertanto, possono essere membri della Camera: (a) i professori universitari di ruolo in discipline economiche o giuridiche oppure dirigenti dello Stato o Autorità indipendenti con almeno vent’anni di anzianità di servizio, (b) avvocati o dottori commercialisti iscritti ai propri albi professionali da almeno dodici anni, (c) notai con almeno sei anni di anzianità di servizio, ovvero (d) magistrati ordinari e amministrativi in quiescenza o con almeno dodici anni o sei anni di anzianità di servizio, rispettivamente. Dei cinque membri, tre sono designati dalla Consob, uno dalle associazioni di categoria degli intermediari maggiormente rappresentative e uno dal Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti (CNCU). Le cariche hanno una durata di sette anni, senza possibilità di riconferma.Secondo quanto disposto dall’art.4 del regolamento Consob, la Camera si limita ad amministrare i procedimenti di conciliazione e di arbitrato promossi, e non interviene, nel corso della procedura, nel merito delle controversie. Ha, dunque, solo funzione "amministrativa" all’interno dei procedimenti di conciliazione e arbitrato. Essa svolge, infatti, una serie di funzioni collegate alla gestione dei procedimenti arbitrali e conciliativi, tra cui, la tenuta degli elenchi dei conciliatori e degli arbitri; la promozione dei servizi di arbitrato e conciliazione. Le competenze della Camera sono limitate sia sotto il profilo soggettivo che oggettivo. Secondo il primo limite, rientrano nella competenza della Camera le controversie tra investitori non professionali e gli intermediari. Non possono, pertanto, accedere alle procedure di conciliazione e arbitrato amministrate dalla Camera le controparti qualificate (ossia quei soggetti che operano professionalmente sul mercato di capitali, quali ad esempio le imprese di investimento, le banche, le imprese di assicurazioni) e i clienti professionali. Rientrano in quest'ultima categoria i soggetti che possiedono l'esperienza, le conoscenze e le competenze, necessarie per prendere le proprie decisioni in materia di investimenti e valutare correttamente i rischi che si assumono. Per quel che riguarda le limitazioni sotto il profilo oggettivo, l'ambito di operatività della Camera è limitato alla risoluzione delle controversie insorte tra investitori e intermediari "per la violazione da parte di questi degli obblighi di informazione, correttezza e trasparenza". Quindi, si può ricorrere alla Camera, per controversie che derivino da responsabilità contrattuale (con l'esclusione di quelle relative a responsabilità precontrattuale), o extracontrattuale, e violazione degli obblighi di informazione, correttezza e trasparenza. Il D.lgs. 8 ottobre 2007 n. 179 e il Regolamento Consob non fanno riferimento alla violazione di obblighi di "diligenza" ma solo alla violazione di obblighi di informazione. Le controversie che possono essere devolute alla competenza della Camera, quindi, non comprendono tutte le controversie nascenti dalla violazione dei criteri generali di comportamento sanciti all'articolo 21 del D.lgs. 58/1998. Si ritiene che l'obbligo d'informazione costituisca una specificazione dell'obbligo di diligenza e che, pertanto, non rientrino nella competenza della Camera le controversie che riguardino l'adempimento di altri obblighi di diligenza diversi da quelli informativi. La Camera non è dotata di personalità giuridica, essendo istituita presso un'autorità indipendente, e deve avvalersi delle strutture finanziarie messe a disposizione dalla Consob per il proprio funzionamento, nonché per la gestione delle procedure di conciliazione e di arbitrato. La Camera, svolge essenzialmente funzioni di segreteria e di verifica della regolarità formale degli atti depositati presso la stessa per l'attivazione dei procedimenti. Essa garantisce che le procedure si svolgano in maniera corretta, senza entrare nel merito delle controversie, valutando solo gli elementi di regolarità formale delle istanze depositate. Per evitare un'eventuale commistione di funzioni tra la Camera e la Consob, tra cui intercorre un rapporto di dipendenza funzionale, il Regolamento contiene alcune norme volte a salvaguardare la posizione dell'intermediario che partecipi ai procedimenti nei confronti della Consob. 

    Bibliografia
    Fioruzzi P. M., Mamone M.G. (2009), Camera di conciliazione e di arbitrato presso la Consob: un nuovo strumento di protezione per i risparmiatori, Avvocati 24, 30 Marzo

    Redattore: Bianca GIANNINI
    © 2010 ASSONEBB

     

  • CANADA: UN'ECONOMIA CHE HA EVITATO LA CRISI (ENCICLOPEDIA)

    Abstract

    Dall'inizio della recessione nel 2007, la stabilità economica del Canada è stata indubbiamente più solida rispetto a quella di molti altri paesi OCSE. Nel complesso, nessuna banca canadese ha avuto problemi di insolvenza, è stata nazionalizzata o ha necessitato di una ricapitalizzazione da parte del governo, così come non ci sono stati salvataggi pubblici per imprese e aziende. Il Canada è stato l'unico paese del G-7 in grado di sfuggire alla crisi finanziaria e il rallentamento della sua economia è risultato meno evidente rispetto ai paesi europei e agli Stati Uniti. Inoltre, un recente stress test condotto dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha evidenziato una forte capacità di resistenza dell'economia canadese e delle sue principali banche a potenziali shock esterni. Diversi sono i fattori che hanno giocato un ruolo rilevante in questi risultati positivi. Secondo le ultime analisi economiche, il Canada ha un'economia caratterizzata da alcuni punti di forza: politica fiscale responsabile, sistema finanziario forte, solida politica monetaria e istituzioni capaci di emanare riforme per favorire la crescita.

    Un Sistema Finanziario Solido

    (vedi anche Sistema finanziario canadese tra regolamentazione federale e crisi economica. Punti di forza e vulnerabilità)

    Durante la crisi economica globale del 2007-09, i sistemi finanziari di alcuni paesi hanno reagito meglio di altri. Il sistema finanziario del Canada è stato relativamente meno colpito dalla crisi globale rispetto ad altri paesi industrializzati. Infatti, le performance del sistema bancario canadese durante questo periodo è stata abbastanza solida. Gli istituti di credito canadesi, infatti, devono rispondere a meccanismi di monitoraggio e vigilanza molto rigorosi, devono rispettare requisiti patrimoniali importanti, sono soggetti a maggiori restrizioni e devono garantire un numero limitato di attività e operazioni fuori bilancio. Negli ultimi sei anni, il World Economic Forum ha stilato una classifica dei paesi in base alla loro stabilità bancaria, il Canada si è collocato primo tra più di 140 stati. Allo stesso tempo, nel 2014, secondo la classifica del Global Financial Magazine riguardo le banche con le migliori performance, nelle prime quattro posizioni si sono posizionate proprio quattro banche Canadesi.

    E’ importante sottolineare le differenze nelle attività del settore finanziario del Canada rispetto a quelle degli altri paesi e in modo particolare a quelle dei vicini Stati Uniti. Ad esempio, le banche canadesi hanno operato meno energicamente nelle attività di cartolarizzazione e di prestiti subprime rispetto a quelle statunitensi, bypassando le cause scatenanti dell’attuale crisi finanziaria.

    Attualmente, il sistema bancario canadese è caratterizzato da cinque elementi chiave:

    - Attività di supervisione e vigilanza

    - Azioni coordinate per promuovere la stabilità finanziaria

    - Meccanismi efficienti delle istituzioni finanziarie

    - Capitalizzazione delle banche basate su una regolamentazione prudente

    - Quadro finanziario che viene regolarmente rivisto e aggiornato

    In particolare, la vigilanza e la regolamentazione per la stabilità finanziaria è garantita da un'adeguata cooperazione informale tra le autorità federali e provinciali. Le responsabilità di vigilanza in Canada vengono infatti suddivise tra il governo federale, tra i governi provinciali e tra enti ed agenzie esterne controllate dal governo federale. L'approccio canadese al funzionamento del sistema è incentrato sulla responsabilità condivisa tra il Ministero delle Finanze e le altre autorità federali di regolamentazione finanziaria, tra cui appunto la Banca del Canada (BOC), Office of the Superintendent of Financial Institutions (OSFI) e il Canada Deposit Insurance Corporation (CDIC). Questi enti riferiscono direttamente al Ministro delle Finanze, che è a sua volta responsabile di fronte al Parlamento canadese. Inoltre, le restrizioni previste nel quadro normativo per l’ingresso di altri soggetti esteri nel sistema bancario canadese, hanno portato ad un sistema bancario altamente concentrato e dominato da solo cinque istituti (Royal Bank of Canada, TD Canada Trust, Bank of Nova Scotia, Bank of Montreal, e Canadian Imperial Bank). Da una parte ciò ha reso il settore meno competitivo, ma dall’altra lo ha anche reso più facile da monitorare dato il minor numero di attori. Per contro, i risultati di questa concorrenza limitata portano il Canada a rispettare gli standard internazionali di regolamentazione e vigilanza.

    Un altro fattore importante che merita attenzione è relativo alle pratiche di gestione del rischio delle banche canadesi che per tutta la durata della crisi sono rimaste prudenti (grazie ad una diffusa cultura d'impresa tradizionalmente cauta) attenuandone le conseguenze. In effetti, i risultati del FMI indicano che le banche del Canada hanno sviluppato un modello di business meno aggressivo, meccanismi di finanziamento e liquidità di bilancio più solidi. A supporto di questi risultati, nel 2014, anche il Financial Sector Assessment Program (FSAP) ha evidenziato come i principali istituti di credito del Canada sono stati sufficientemente capitalizzati per resistere ai problemi di credito, di liquidità e di contagio derivanti da shock economici.

    Le ragioni della costruzione di un così forte sistema bancario sono da ricercare anche nei problemi che ha accusato il settore finanziario canadese nel recente passato, come il fallimento di alcune piccole banche e difficoltà dei mercati immobiliari nel 1980 e di nuovo nei primi anni del 1990. Questi casi dimostrano che il sistema finanziario canadese non è immune a sconvolgimenti economici e che tali problematiche hanno contribuito allo sviluppo di una serie di misure per rendere più efficiente la regolamentazione del sistema finanziario, comprese appunto l'adozione, per le banche, di migliori pratiche di gestione del rischio. Questi eventi hanno quindi incoraggiato la reazione delle autorità canadesi al fine di creare una situazione di prudente assunzione del rischio e una migliore risposta alle eventuali crisi. In altre parole, le ragioni della buona performance delle banche canadesi durante la crisi finanziaria del 2007-09 sono attribuibili anche ai benefici indiretti derivanti dai precedenti periodi di stress subiti dall’economia e alle successive modifiche messe in atto, in termini di regolamentazione, vigilanza e gestione del rischio, proprio a seguito di questi eventi.

    Un altro aspetto chiave che ha contribuito a rendere più saldo il sistema finanziario canadese è stato l’adozione di meccanismi, strutture di comunicazione e mandati chiari per tutte le istituzioni governative che operano per la stabilità finanziaria. Si pensi, ad esempio, ai regolamenti e allo statuto della banca centrale, la Banca del Canada (BOC), che vengono rivisti e aggiornati ogni cinque anni nel tentativo di adattare le sue strutture ai cambiamenti e ai nuovi rischi dell’economia mondiale.

    Le Principali Riforme per l’economia Reale

    L’economia del Canada conferma il suo trend positivo tra i maggiori paesi industrializzati e in particolare tra i paesi G-7 (come indicato nella Tabella 1), derivante dalle buone performance prima e durante la crisi.

    Tab.1: Canada primo tra i paesi del G-7

    Fonti: Statistics Canada, U.S. Bureau of Economic Analysis, U.K. Office for National Statistics, Eurostat, Cabinet Office of Japan, and Bank of Canada calculations

    Questa capacità di resistenza dell’economia canadese dai problemi della crisi è attribuita a diversi fattori. In primo luogo, bisogna evidenziare come l’economia del Canada fosse in una posizione solida anche prima della recessione globale grazie ad una politica macroeconomica prudente del governo federale. In secondo luogo, le banche hanno resistito meglio agli urti della crisi perché le autorità canadesi hanno agito in anticipo per affrontare lo shock economico che si stava profilando. In questo scenario, è evidente l'importanza svolta da policy maker e istituzioni che hanno avuto un ruolo chiave nell'adozione di riforme specifiche per i settori dell'economia reale.

    Nel complesso, le riforme economiche del Canada, sin dal 1980, hanno riguardato gli scambi commerciali, le privatizzazioni, i tagli alla spesa, una moneta forte, importanti agevolazioni fiscali alle aziende, bilanci federali equilibrati e riforme per il decentramento amministrativo volte a diminuire l'influenza del governo centrale (attualmente su molte questioni economiche e fiscali le province sono in concorrenza tra loro ed hanno ampia libertà di perseguire politiche diverse).

    Recentemente il governo canadese ha anche varato una serie di misure che, attraverso una maggiore semplificazione e trasparenza, hanno stimolato la crescita degli investimenti. Ad esempio, alcune azioni si sono concentrate sulla riduzione delle barriere agli investimenti esteri nel settore delle telecomunicazioni e sulla possibilità per gli imprenditori di usufruire di tempi molto brevi per l'autorizzazione di grandi progetti. Dal 1° ottobre 2012, infatti, il "Red Tape Reduction Action Plan" definisce ciò che il governo sta facendo per ridurre la burocrazia e permettere agli imprenditori di investire in importanti progetti utili per l’economia canadese. Il piano d'azione prevede anche di rendere il sistema delle autorizzazioni e delle concessioni per le imprese più trasparente. Queste riforme strutturali vanno a migliorare l’erogazione dei servizi per le imprese riducendo l’adempimento di oneri amministrativi, anche al fine di rendere più facili la creazione di strategie comuni con le autorità pubbliche.

    Secondo i dati macroeconomici analizzati al World Economic Forum a fine gennaio, l'economia reale canadese è caratterizzata da alcuni punti chiave: costi aziendali relativamente bassi che facilitano l'apertura di nuove imprese, un sistema fiscale che incoraggia gli investimenti, l'accesso al mercato Nord americano, un federalismo fiscale che favorisce la condivisione dei rischi e la flessibilità del mercato del lavoro.

    Inoltre, negli ultimi anni, l'obiettivo principale per il governo canadese è stato quello di consolidare il successo delle aziende canadesi attraverso il commercio internazionale. La creazione di un'economia più competitiva rimane una priorità nell'impegno del governo grazie ad una politica fiscale prudente, alla promozione di programmi di innovazione e tramite il rafforzamento degli accordi commerciali. Tra le misure per la crescita una tra le più importanti è stata la quasi completa eliminazione dei dazi e delle tariffe sulle importazioni. Ciò ha continuato a stimolare accordi commerciali con altri paesi (di recente con Panama, Perù, Colombia, Thailandia, il Marocco e l'accordo di libero scambio, quasi completato, tra il Canada e l'Unione Europea). Inoltre, nel 2013 più di 90 multinazionali straniere hanno deciso di operare in Canada. Questa politica commerciale ha diversificato i mercati di esportazione per il Canada dopo la contrazione della domanda estera a seguito della crisi del 2007.

    Tutte le recenti misure poste in essere dal governo, insieme ad altre approvate in precedenza, sono state adottate al fine di proteggere l'economia dai rischi della recessione. Nonostante questo però, la prolungata lenta crescita nei mercati emergenti e nella zona euro potrebbe comunque ripercuotersi indirettamente e influenzare negativamente l’economia canadese scoraggiando la domanda per le esportazioni, soprattutto per il settore manifatturiero andando ad incidere sul prodotto interno lordo complessivo del Canada.

    Bibliografia

    ASSOCAMERESTERO (2014) Canada: dati macroeconomici 2013, Business Atlas (http://www.assocamerestero.com/download.asp?ln=&idtema=1&idtemacat=1&file=Informazioni/Files/86442/Canada%202014.pdf)

    BANK OF CANADA (2014) Monetary Policy Report, BOC report, July (http://www.bankofcanada.ca/wp-content/uploads/2014/07/mpr-2014-07-16.pdf)

    BANK OF CANADA (2013) Canada Works, BOC report, may (http://www.bankofcanada.ca/wp-content/uploads/2013/05/remarks-210513.pdf)

    CIA - World Fact Book https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/ca.html

    HALTON R. (2013) Why was Canada exempt from the financial crisis?, Econ focus

    NEVILLE A. - GRAYDON P. (2014) Lessons from the Financial Crisis: Bank Performance and Regulatory Reform, Discussion Paper (http://www.bankofcanada.ca/wp-content/uploads/2013/12/dp2013-04.pdf)

    OECD (2014) Canada overview, OECD Economic Surveys, June (http://www.oecd.org/eco/surveys/Overview%20_CANADA_2014.pdf)

    OECD - Historical Country Risk Classification www.oecd.org

    Redattore: Giovanni Aversa

  • CANALE DI TENDENZA

    Analisi tecnica. Spazio grafico, compreso la trend line e la return line in un determinato periodo, che racchiude l’andamento dei prezzi relativi al periodo stesso. La return line si ottiene tracciando una linea parallela alla trend line. In fasi di crescita quest’ultima si ottiene unendo almeno due minimi crescenti, ne segue che la return line rappresenterà la resistenza.Alternativamente, in fase di ribasso la return line rappresenta il supporto. Il canale permette di ottenere indicazioni sull’entità delle oscillazioni della quotazione del titolo. Quando la quotazione tocca il bordo superiore del canale, si ha un segnale di vendita per via del presunto mancato superamento, mentre si segnala l’acquisto quando il prezzo del titolo tocca il bordo inferiore, presupponendo un rimbalzo e quindi un aumento della quotazione. Lo sfondamento della linea di trend, segnala un'inversione della tendenza; lo sfondamento della return line indica invece un'accelerazione del fenomeno in corso.

    Bibliografia
    Martin J. Print (2003), Analisi Tecnica dei mercati finanziari, McGraw-Hill Inc.
    Redattore: Bianca GIANNINI
    © 2010 ASSONEB

  • CANALI DISTRIBUTIVI BANCARI

    Il modello distributivo bancario è profondamente mutato negli ultimi anni, essenzialmente per effetto delle innovazioni tecnologiche, con rilevanti implicazioni sull’intera catena produttiva bancaria. Si è sviluppata in particolare un’ampia gamma di canali distributivi, differenziabili tra loro per funzioni d’uso e modalità di interazione con il cliente. I primi canali introdotti diversi dallo sportello sono stati quelli elettronici (ATM e POS), seguiti dai canali centralizzati (telephone banking, home banking eInternet banking v.) e, in concomitanza a questi ultimi, da quelli mobili (costituiti dai promotori), insieme ai nuovi punti vendita rappresentati dai negozi in franchising ed infine all’instore banking. La differenziazione nella tipologia dei canali proposti ha contribuito a modificare il tradizionale modello distributivo bancario ma ha innovato anche le modalità di offerta dei servizi finanziari in genere, cioè anche di quelli che altri intermediari non bancari propongono. Questi operatori, infatti, hanno potuto entrare nel mercato dei servizi finanziari on line proprio grazie alle nuove strutture distributive, più snelle dal punto di vista organizzativo e con un potenziale di diffusione molto elevato. L’utilizzo dei nuovi canali va rafforzando il processo di graduale deintegrazione della produzionedei servizi finanziari, permettendo cioè di separare la funzione di produzione da quella di distribuzione, sviluppando al contempo non solo la concorrenza all’interno del settore bancario ma anche quella extrasettoriale. Attualmente le banche stanno attuando sempre più diffusamente strategie multicanale, che consentono al cliente di scegliere di volta in volta a quale canale della banca rivolgersi (filiale, call center, Internet: v.banca virtuale). I nuovi canali, tuttavia, non rappresentano solo strutture mediante le quali la banca vende i propri servizi, ma possono diventare anche un utile complemento per la raccolta di informazioni inerenti la clientela servita.

  • CANALIZZAZIONE VALUTARIA

    Obbligo imposto dalla legislazione valutaria anteriore al d.m. 27.4.1990, secondo cui ogni movimento valutario con l’estero doveva essere eseguito per il tramite di intermediari abilitati. Con laliberalizzazione valutaria l’obbligo della canalizzazione è caduto. Permangono alcuni vincoli non valutari che penalizzano la libertà delle relazioni con l’estero. La prima, conosciuta come “monitoraggio fiscale” (l. 4.8.1990 n. 227 e d.m. 8.8.1990), rileva trasferimenti con l’estero di controvalore superiore a 20 milioni. La seconda, definita “legge sull’antiriciclaggio” (l. 5.7.1991 n. 197) riguarda i trasferimenti tra soggetti diversi di importo superiore a € 10.329,14 (20 milioni di lire): se in contanti, devono essere effettuati tramite banca; mentre i vaglia postali e cambiari e gli assegni postali, bancari e circolari devono recare l’indicazione del nome o della ragione sociale del beneficiario e la clausola di non trasferibilità.

  • CANCELLAZIONE

    Dichiarazione diretta ad eliminare o a mutare il contenuto di una scrittura. Può presentare aspetti nettamente differenti tra di loro: oltre alla cancellazione a carattere correttivo, come quella effettuata nella formazione degli atti, vi è la cancellazione a carattere sanzionatorio, diretta a sopprimere frasi ingiuriose o documenti falsi, e quella a carattere ricostruttivo. Quest’ultima assume particolare importanza nel regime generale della pubblicità, ed è volta a rendere nota, con una nuova scrittura, una variazione nella situazione giuridica espressa da una precedente scrittura. Cancellazioni ricostruttive sono quelle di scritture nei pubblici registri, quali la cancellazione dell’ipoteca, della società, del pignoramento avente ad oggetto beni immobili o mobili registrati. La cancellazione dell’ ipoteca viene eseguita o per effetto dell’estinzione di un credito da essa garantito o, indipendentemente da tale estinzione, per rinuncia del creditore alla garanzia, o per ordine del giudice, e dà luogo all’estinzione dell’ipoteca stessa. La cancellazione della società dal registro delle imprese deve essere richiesta, dopo l’approvazione del bilancio finale di liquidazione, dal liquidatore e, solo dopo la cancellazione, i creditori non soddisfatti, ricorrendo determinate condizioni, possono far valere i loro crediti nei confronti del socio del liquidatore. Può avvenire anche d’ufficio, su ordine del giudice, se un’iscrizione è effettuata senza che esistano i requisiti richiesti dalla legge per l’iscrizione della società. La cancellazione del pignoramento è disposta dal giudice con ordinanza, dopo il trasferimento del bene espropriato o quando il pignoramento diviene inef- ficace per il decorso del termine previsto dalla legge e vi provvede il conservatore dei registri immobiliari.

  • CANONE

    Prestazione, in denaro o in natura, a cui è tenuto un soggetto per il godimento di un bene appartenente ad altri. Nell’enfiteusi, il canone indica la prestazione periodica, consistente in una somma di denaro ovvero in una quantità fissa di prodotti, che l’enfiteuta, anche in caso di insolita sterilità del fondo o di perdita dei frutti, deve corrispondere al concedente; se a determinati fini costituisce un frutto civile, esso ha l’essenziale natura di onere reale e, pertanto, inerisce al fondo gravato e si trasferisce col possesso e col godimento dello stesso dal vecchio al nuovo utilista (canone enfiteutico). Nell’affitto di fondi rustici, in base alla legislazione speciale vigente in materia, indica il corrispettivo, altre volte denominato fitto, dovuto al locatore dall’affittuario (canone di affitto), che, se prima poteva consistere anche in una quota o in una quantità fissa o variabile dei frutti del fondo, va ora determinato e corrisposto in denaro (art. 1 l. 11.2.1971 n. 11). Nell’accezione comune indica in particolare laprestazione denominata dal codice civile “corrispettivo” della locazione (art. 1587 c.c.), che costituisce una delle obbligazioni principali a carico del conduttore o del subconduttore di un immobile urbano o anche di un bene mobile. Esso è normalmente convenuto in denaro, ma può essere anche stabilito in cose diverse, come da esplicito riferimento della legislazione vincolistica relativa ai beni immobili. Per i fondi rustici l’art. 1639 c.c. prevede la possibilità di corrispondere il canone anche con una quota ovvero con una quantità fissa o variabile dei frutti del fondo locato. La legislazione speciale su contratti agrari (da ultimo: art. 1 l. 10.12.1973 n. 814) prescrive però che nell’affitto dei fondi rustici il canone è determinato e corrisposto in denaro.

  • CAP

    Acr. di: Codice di Avviamento Postale. Il CAP è costituito da un numero di 5 cifre. Detto numero deve precedere, negli indirizzi della corrispondenza, la località di destinazione dei singoli invii. Il CAP è stato adottato dall’Amministrazione postale allo scopo di snellire le operazioni di carteggio del corriere postale e di favorire l’uso di procedure automatiche di smistamento.

  • CAP/CUSTOMER

    Multiplo di mercato usato per le società della nuova economia, in particolare, per le società fornitrici di connessioni ad Internet (ISP) e di servizi online. È dato dal rapporto tra capitalizzazione di borsa e numero dei clienti e indica quanto è apprezzato un cliente della società. Il coefficiente è utile per confronti tra società quotate e, applicandolo a società del settore non quotate, per costruire una valutazione di queste ultime.

  • CAP/MEMBER

    Abbr. di: capitalization/member.. Multiplo di mercato usato per le società della nuova economia, di recente costituzione e, in particolare, per le società operanti nell’e-commerce (p.e. case d’asta, portali) che richiedono ai clienti di registrarsi sul proprio sito. È dato dal rapporto tra capitalizzazione di borsa e numero di clienti registrati.

  • CAP/SALES

    Multiplo di mercato usato per le società della nuova economia, in particolare, per le società che ancora non hanno raggiunto il punto di equilibrio o che non hanno una storia di redditività consolidata. È dato al rapporto tra capitalizzazione di Borsa e il fatturato ed era molto usato nei periodi di grande valutazione dei titoli Internet. È avvicinato al price/earnings ratio, ma impropriamente. L’indice cap/sales può interpretarsi nel senso che, se il coefficiente di capitalizzazione di borsa in funzione del fatturato rimarrà costante in futuro, il valore delle azioni aumenterà con lo stesso tasso di crescita del fatturato e ciò assicurerà un capital gain all’azionista che rivenderà le sue azioni ai nuovi corsi.

  • CAP/STICKINESS

    Multiplo di mercato usato per le società della nuova economia, di recente costituzione e, in particolare, per le società operantinell’e-commerce, case d’asta, portali, motori di ricerca e Internet Communities. È dato dal rapporto tra capitalizzazione di borsa e il numero di utenti che visitano il suo sito in un mese per la durata media della connessione del singolo utente. È un’estensione dell’indice cap/user e rispetto a questo tiene conto della durata di navigazione nel sito dei visitatori, concetto reso in americano stickiness (viscosità, nel senso di attaccamento). L’indice è molto utile per giudicare la potenzialità economica delle società del settore i cui ricavi sono prevalentemente correlati alle pagine pubblicitarie presenti nel sito, a loro volta dipendenti dalla frequentazione degli utenti. A maggiore durata della connessione al sito corrispondono in prosieguo di tempo maggiori entrate pubblicitarie.

  • CAP/USER

    Multiplo di mercato usato per le società della nuova economia, di recente costituzione e, in particolare, per le società operanti nell’e-commerce, case d’asta, portali, motori di ricerca e Internet Communities. È dato dal rapporto tra capitalizzazione di Borsa di una società e numero di utenti del suo sito Web. L’indice è molto utile per giudicare la potenzialità economica delle società del settore i cui ricavi sono prevalentemente correlati alle pagine pubblicitarie presenti nel sito, a loro volta dipendenti dalla frequentazione degli utenti. Tuttavia questa potenzialità è meglio misurata dall’indice cap/stickiness.

  • CAPACITÀ A SUCCEDERE

    Particolare aspetto della capacità giuridica, che si sostanzia nella idoneità ad acquistare l’eredità. Sono capaci tutti coloro che sono nati (e tuttora in vita) o concepiti al momento dell’apertura della successione (salvo prova contraria, si presume concepito chi è nato entro i trecento giorni da tale momento). Nell’ambito della successione testamentaria il legislatore opera un ulteriore allargamento della capacità di succedere, estendendola anche ai figli di una determinata persona vivente al tempo della morte del testatore, benché non ancora concepiti (art. 462 c.c.). Nessun dubbio sussiste sulla capacità di succedere per testamento delle persone giuridiche, le quali (art. 17 c.c.), peraltro, devono necessariamente accettare con beneficio d’inventario e munirsi della prescritta autorizzazione governativa (non richiesta per le società). Possono essere chiamati alla successione anche enti non riconosciuti, che già esistono, o che devono essere costituiti con le modalità indicate dal testatore, ma la disposizione non ha efficacia se, entro un anno dal giorno in cui il testamento è eseguibile, non è fatta l’istanza per ottenere il riconoscimento (art. 600 comma 1 c.c.). Per la distinzione tra incapacità ed indegnità a succedere v. indegnità.

  • CAPACITÀ ALL'ESERCIZIO DI IMPRESA COMMERCIALE

    Idoneità del soggetto a compiere quelle attività economiche che, ai sensi degli artt. 2082 e 2195 c.c., permettono di qualificarlo come un imprenditore commerciale. Tenuto conto del peculiare rischio insito nell’esercizio dell’impresa e degli obblighi che gravano sull’imprenditore, il legislatore, ispirandosi a criteri di estrema prudenza, ha ritenuto opportuno, in generale, di impedire all’incapace di iniziare un’attività particolarmente aleatoria quale è quella commerciale; e ha disposto, quindi, che in nome e per conto dello stesso non si possa né costituire ex novo un’impresa, né precedersi all’acquisto a titolo oneroso di un’azienda già esistente, mentre ha permesso che possa essere continuato l’esercizio dell’impresa, allorché l’azienda pervenga a titolo gratuito per successione o donazione nel patrimonio dell’incapace. In quest’ultimo caso, però, ha predisposto una serie di cautele onde impedire, per quanto possibile, che l’incapace subisca un pregiudizio dalla gestione dell’impresa da parte del suo rappresentante legale. Conseguentemente l’art. 320 c.c. stabilisce che l’esercizio dell’impresa commerciale non può essere continuato dai genitori esercenti la potestà se non con l’autorizzazione del tribunale, su parere del giudice tutelare, che, peraltro, può consentire l’esercizio provvisorio dell’impresa, fino a quando il tribunale abbia deliberato sull’istanza. Principi, codesti, che a norma dell’art. 371 c.c. valgono anche con riferimento al minore non emancipato soggetto a tutela e all’interdetto. L’art. 397, poi, consente al minore emancipato di esercitare un’impresa commerciale senza l’assistenza del curatore, previa autorizzazione (revocabile) da parte del tribunale, sentito il parere del giudice tutelare e del curatore. L’emancipato così autorizzato può compiere da solo anche gli atti che eccedono l’ordinaria amministrazione, anche se estranei all’esercizio dell’impresa, tranne la donazione, e può iniziare ex novo un’attività imprenditoriale oltre che partecipare a società anche di nuova costituzione. Infine, per quanto concerne gli inabilitati, gli stessi possono soltanto continuare l’esercizio dell’impresa se autorizzati dal tribunale su parere del giudice tutelare, ma l’autorizzazione può essere subordinata alla nomina di un institore. Va ricordato da ultimo, che la legge penale prevede per determinati reati la pena accessoria consistente nell’interdizione dall’esercizio di qualsiasi attività commerciale. Questa pena accessoria si applica, in particolare, a chi, essendo stato dichiarato fallito, sia stato condannato per un fatto previsto come reato dagli artt. 216 e ss. l. fall.

  • CAPACITÀ CAMBIARIA

    L’assunzione di obbligazioni cambiarie costituisce atto di straordinaria amministrazione che richiede nel soggetto la piena capacità d’agire. Pertanto i minori emancipati e gli inabilitati non autorizzati all’esercizio di una impresa commerciale non assumono validamente un’obbligazione cambiaria se la loro firma non è accompagnata da quella del curatore (autorizzato dal giudice tutelare) con la clausola “per assistenza” od altra equivalente. Non possono poi essere validamente assunte obbligazioni cambiarie in nome di minori non emancipati o di interdetti se non da parte dei genitori o del tutore autorizzati dal giudice tutelare o dal Tribunale (ex art. 320, commi 3 e 5, 374 e 371 ultimo comma c.c.). L’assunzione di obbligazioni cambiarie da parte di chi (non interdetto) si trovi in stato di incapacità d’intendere o di volere è annullabile, secondo le regole generali ex art. 428 c.c In base all’art. 1993 c.c. il debitore può sempre opporre al possessore di un titolo di credito l’eccezione di difetto di capacità o di rappresentanza al momento della emissione del titolo stesso.

  • CAPACITÀ CONTRIBUTIVA

    Idoneità astratta di un soggetto a concorrere alle spese pubbliche. In specie, l’art. 53, comma 1, Cost. dispone che: “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. La capacità contributiva pone dunque il principio secondo cui un soggetto può essere tenuto ad adempiere una data prestazione (in genere) pecuniaria, solo in quanto il sorgere di quell’obbligo sia posto in rapporto con un fatto, una circostanza, un accadimento, suscettibile di valutazione economica, o come tale determinante una spesa dell’ente pubblico o la riferibilità della spesa stessa nei riguardi di un soggetto o ancora la rilevanza di quel fatto come indice della possibilità in astratto di quel soggetto di partecipare al riparto del carico della spesa. Con la locuzione capacità contributiva non si vuole dunque formulare un giudizio concreto sulla effettiva possibilità, da parte del singolo, di contribuire e perciò di pagare il tributo, ma solo fornire un criterio ispiratore generale in base al quale il legislatore deve qualificare la prestazione coattiva facendo riferimento a una situazione economicamente suscettibile di valutazione. Il possesso di un bene, un atto giuridico concernente quel bene, la percezione di un reddito e così via sono tutte circostanze che il legislatore può liberamente valutare, nell’attuazione di un dato indirizzo politico, per il conseguimento di certe finalità economiche, politiche e sociali. Ma il legislatore nella esplicazione di tale attività non potrebbe mai creare tributi discriminatori, persecutori, espropriativi nei riguardi di certe categorie di cittadini o di stranieri, violando altri precetti della Costituzione. Il principio di capacità contributiva costituisce dunque una garanzia a livello costituzionale dei diritti del singolo contribuente, il quale non può essere sottoposto a imposizione se la norma relativa non mira a colpire l’idoneità del soggetto a concorrere alle spese della collettività. In questo modo si vuol limitare l’arbitrio del legislatore il quale, come non può riservare a ciascuna categoria di cittadini un trattamento tributario differenziato, in forza del principio dell’uguaglianza di tutti di fronte alla legge (art. 3 Cost.), d’altra parte non può assumere come segno idoneo di capacità contributiva un qualsivoglia elemento distintivo (come la razza, l’altezza o il colore dei capelli), ma deve sceglierlo nell’ambito della rilevanza economica di un determinato sintomo, in quanto questo attiene, p.e., alla percezione di un reddito, o al verificarsi di un’entrata, o al compimento di dati atti giuridici o al verificarsi di determinati eventi naturali che hanno, secondo la comune esperienza, il significato di dare una rilevanza alla stessa esistenza di una comunità organizzata, indipendentemente dai vantaggi che un singolo soggetto può percepire o ricevere da un’attività dell’ente pubblico. Ne consegue che la capacità contributiva presuppone che il tributo non colpisca il minimo indispensabile per sopravvivere (c.d. minimo vitale) e che, d’altro lato, il tributo non obliteri interamente il fenomeno economicamente rilevante (possidenza di un reddito o di un patrimonio ecc.) che il legislatore ha inteso assumere come sintomo di capacità contributiva. Va infine notato che mentre le spese pubbliche non sono sindacabili dal singolo contribuente, quest’ultimo invece può ottenere il controllo di legittimità costituzionale delle norme impositive, in quanto queste contrastino con il principio della capacità contributiva, cioè non ricolleghino quel dovere (costituzionale) di partecipazione alle spese della collettività a un fatto economicamente valutabile. La capacità contributiva si palesa quindi come un limite per il legislatore ordinario alla sua libertà di scegliere i soggetti passivi, il presupposto e l’ammontare della prestazione tributaria. L’art. 53 Cost. citato è stato, infatti, considerato dalla Corte Costituzionale come avente un’efficacia imperativa immediata. Perciò esso deve essere osservato dal legislatore ordinario e può essere sottoposto al sindacato immediato del giudice. Quest’ultimo può rilevare, rispetto alla singola legge d’imposta, l’eventuale illegittimità del singolo tributo in quanto non colpisca un’effettiva capacità contributiva. La Corte Costituzionale può dunque svolgere, in materia, un penetrante sindacato sull’esistenza del requisito della capacità contributiva, in tal modo salvaguardando i diritti soggettivi di quanti sono sottoposti al potere d’imposizione dello Stato e degli altri enti indicati dalla legge.

  • CAPACITÀ D'AGIRE

    Attitudine del soggetto ad esercitare diritti e ad assumere obbligazioni, la quale presuppone che lo stesso, per maturità psichica e per assenza di malattie mentali, sia in grado di curare i propri interessi. Si consegue con il raggiungimento della maggiore età, vale a dire al diciottesimo anno (art. 1 l. 8.3.1975 n. 39 che ha modificato l’art. 2 c.c.) e permette di compiere tutti gli atti e i negozi giuridici per i quali non sia stabilita dalla legge un’età inferiore, come p.e. avviene per la stipulazione di alcuni contratti di lavoro e delle convenzioni matrimoniali. La capacità di agire può essere annullata o può diminuire a causa di determinate situazioni di fatto o di diritto, che determinano l’incapacità legale, totale o parziale. Si ha incapacità legale totale in caso di minore età e di interdizione, con la conseguenza che la legge provvede a sostituire l’incapace nella cura dei propri interessi - dato che, altrimenti, gli atti da lui compiuti sarebbero invalidi - con un soggetto capace, che lo rappresenta (v. rappresentanza); rappresentanti legali del minore sono i genitori congiuntamente, a meno che uno solo di essi eserciti in via esclusiva la potestà, mentre all’interdetto è nominato un tutore (e tale nomina è fatta anche per il minore privo di entrambi i genitori). Genitori e tutore agiscono in nome e per conto dell’incapace, ma per taluni atti eccedenti l’ordinaria amministrazione è necessaria l’autorizzazione del giudice tutelare o del tribunale (artt. 320, 374, 375 c.c.). All’interdizione giudiziale è parificata quella legale, prevista dall’art. 32 c.p. come pena accessoria a carico di chi è condannato all’ergastolo o alla reclusione per un tempo non inferiore a cinque anni; in tal caso l’incapacità ha una durata pari alla pena principale. Si ha, invece, incapacità parziale nel caso della inabilitazione (v. incapacità) e della emancipazione: (v. incapacità) l’inabilitato e l’emancipato possono da soli compiere gli atti di ordinaria amministrazione, mentre per gli atti di straordinaria amministrazione occorre il consenso di un curatore e, a seconda dei casi, l’autorizzazione del giudice tutelare o del tribunale (artt. 394 e 424 c.c.). Dall’incapacità legale, infine, deve essere distinta l’incapacità naturale, che si ha quando una persona, benché maggiore di età e non interdetta, compia un atto giuridico in condizioni psichiche tali (per malattia o altre cause anche transitorie) da toglierle la capacità di intendere e di volere. Riguardo ad alcuni atti, quali il matrimonio, il testamento e la donazione, basta provare lo stato di incapacità naturale per ottenere l’annullamento del negozio; per gli atti unilaterali e per i contratti è invece necessaria, oltre a tale prova, anche quella dell’esistenza di un grave pregiudizio per l’incapace e della malafede dell’altro contraente. La materia della capacità d’agire è stata innovata dall’introduzione dell’istituto dell’amministrazione di sostegno.

  • CAPACITÀ DI CREDITO

    Idoneità di un soggetto economico a ottenere credito, detta in tal caso anche merito di credito, o a erogarlo. Con tale locuzione ci si riferisce principalmente alla clientela bancaria; l’accertamento della sua capacità di credito, necessario presupposto per la concessione di fido (v. affidamento), dipende dalla sua situazione economica, finanziaria e patrimoniale e, soprattutto, dalle sue prospettive reddituali. Un accurato studio delle condizioni che investono la capacità di credito attuale e potenziale del cliente è essenziale per attenuare i rischi bancari connessi con le operazioni di impiego. Tale studio, se l’affidando è un’impresa, deve essere fondato su un’attenta analisi dei bilanci di più esercizi, eseguita ricorrendo a tecniche opportune come quella degli indici (ratios; v. indici di bilancio). E necessario che tale indagine si estenda a situazione patrimoniale e conto economico, e che venga integrata da uno studio dei flussi finanziari (cash flow), verificati in retrospettiva come entità e tempi. L’insieme di questi risultati deve essere considerato alla luce dei programmi aziendali, cosicché anche se i primi sono poco soddisfacenti la capacità di credito potrebbe essere recuperata o ampliata in funzione dei secondi. Appare, infatti, erroneo giudicare staticamente la predetta capacità ed, in tal senso, risulta evidente l’errore di valutarla in funzione delle garanzie patrimoniali offerte dal cliente. Se questi è un privato (v. credito personale) le capacità in questione devono sempre essere accertate in funzione delle sue possibilità di reddito. La locuzione “capacità di credito” può essere intesa, in senso lato, in forma attiva quale capacità di impiego della banca ovvero possibilità di espandere l’ammontare dei prestiti concessi. Obiettivo della banca è quello di sfruttare al massimo la propria capacità di credito verso un’adeguata redditività, con accettabili percentuali di rischio.

  • CAPACITÀ GIURIDICA

    Idoneità ad essere titolari di diritti e destinatari di doveri. Si acquista, per le persone fisiche, dal momento della nascita, cioè dall’inizio della vita extrauterina (art. 1 c.c.). Non è richiesta, tuttavia, la vitalità, ossia l’attitudine a continuare la vita: è suf- ficiente che questa vi sia stata almeno per un istante affinché l’individuo possa considerarsi nato vivo e, quindi, possa divenire titolare di diritti. La legge tutela anche la situazione del concepito e fa riferimento pure a coloro che non sono neppure concepiti al momento dell’apertura della successione (ma potrebbero nascere successivamente), prevedendo la validità dei testamenti e delle donazioni a loro favore (art. 462 c.c.). In ogni caso i diritti che la legge riconosce ai nascituri (concepiti e non) sono subordinati all’evento della nascita. La capacità giuridica, che viene meno con la morte, è riconosciuta in via di principio ad ogni uomo (l’art. 22 Cost. sancisce che nessuno può essere privato per motivi politici della capacità giuridica): esistono, però, speciali limitazioni rispetto ad alcuni rapporti dovuti alla età (p.e., in materia di lavoro), al sesso (cfr. tuttavia la l. 9.12.1977 n. 903 e la l. 14.3.1985 n. 132, che vietano discriminazioni contro le donne), alla salute, alle condanne penali, al fallimento, alla reputazione (p.e., in materia di tutela). Per le persone giuridiche la capacità giuridica è insita nella nozione stessa di personalità e pertanto dipende dal regime predisposto dall’ordinamento per i vari tipi di enti (riconosciuti e non). Ovviamente, la persona giuridica non potrà essere titolare di alcuni rapporti (come, p.e., quelli di natura familiare), posti a tutela di interessi esclusivi delle persone fisiche.

  • CAPACITAZIONI

    Il concetto capacitazione, dall’inglese capability, fu introdotto dall’economista indiano Amartya Sen a partire dalla fine degli anni Settanta e poi ulteriormente sviluppato nel corso dell’ultimo trentennio. Rappresenta la base concettuale del suo contributo alla teoria dello sviluppo umano.
    Per capacitazione l’economista e filosofo indiano intende la libertà sostanziale di realizzare sé stessi attraverso alternative combinazioni di funzionamenti. Il concetto di funzionamento, a sua volta ha una matrice aristotelica e “riguarda ciò che una persona può desiderare di fare o essere” (Sen 2000:79).
     
    Bibliografia
    Sen Amartya, La diseguaglianza: un riesame critico, Bologna, Il Mulino, 1994.
    Sen Amartya, Lo Sviluppo è Libertà, Milano, Mondadori 2000

    Redattore: Valentina GENTILE
    © 2010 ASSONEBB

     

  • CAPARRA

    Somma di denaro o quantità di altre cose fungibili che al momento della conclusione del contratto una parte dà all’altra per assicurarne l’esecuzione. In questa ipotesi è detta “confirmatoria” (art. 1385 c.c.) ed è soggetta alla seguente disciplina: se il contratto viene eseguito, la caparra è computata nella prestazione dovuta, ovvero restituita; se il contratto non è eseguito (esula da tale previsione il semplice ritardo) a causa dell’inadempimento di colui che ha dato la caparra, la parte che l’ha ricevuta può ritenerla, se non preferisce chiedere l’esecuzione o la risoluzione del contratto. Se, invece, è inadempiente la parte che ha ricevuto la caparra, colui che l’ha dato può esigerne il doppio. Ha funzione diversa la “caparra penitenziale” (art. 1386 c.c.), detta anche “caparra per il recesso” dal contratto, perché s’intende perduta da colui che l’ha data, se egli recede per qualsiasi motivo dal contratto, ed è trattenuta da chi l’ha ricevuta a titolo di risarcimento dei danni. Anche in questo caso, però, se chi recede dal contratto è colui che ha ricevuto la caparra, egli è tenuto a dare il doppio a colui che l’ha versata. Normalmente la caparra ha carattere confirmatorio. Il carattere penitenziale deve risultare dagli accordi delle parti.

  • Capital Asset Pricing Model (CAPM)

    Modello molto noto in finanza dovuto a William Forsyth Sharpe (1964) con contributi di John Lintner (1965), Jack Treynor (1965) e Jan Mossin (1966). Esso sostiene che il tasso di rendimento d’equilibrio di una qualsiasi attività rischiosa può essere espresso come funzione della covarianza dell’attività con il portafoglio di mercato. Se valgono le ipotesi seguenti: 1) gli investitori presenti sul mercato sono razionali ed avversi al rischio e massimizzano una funzione d’utilità attesa di fine periodo; 2) le aspettative sui rendimenti delle attività sono omogenee per tutti gli investitori; 3) i rendimenti si distribuiscono secondo una normale; 4) i mercati sono efficienti e non esistono costi di transazione; 5) esiste una attività certa (priva di rischio) al cui tasso di rendimento gli investitori possono dare e prendere a prestito. Il rendimento atteso di una attività rischiosa è pari al rendimento dell’attività certa più un premio per il rischio, cioè E(Ri) = RF + ßi(E(RM) - RF), dove E(Ri) è il rendimento atteso dell’i-esima attività, RF è il tasso di rendimento dell’attività certa, ßi è il “beta” dell’i-esima attività ed è dato dal rapporto tra la covarianza del rendimento dell’i-esima attività e il rendimento del portafoglio di mercato e la varianza del rendimento del portafoglio di mercato ed E(RM) è il rendimento atteso del portafoglio di mercato. Il coefficiente ?i è una misura della volatilità dell’i-esimo investimento poiché misura la risposta del rendimento dell’attività i-esima a variazioni del rendimento dell’intero mercato. I titoli con un beta maggiore di uno tendono ad avere rendimenti più alti di quello de mercato e quelli con un beta minore di uno rendimenti più bassi di quello di: mercato. Il successo che questo modello ha avuto dipende essenzialmente da tre fattori: 1) è lineare e quindi facilmente trattabile; 2) mette in luce il trade-off che esiste tra rischio e rendimento, in quanto un titolo più rischioso presenterà in equilibrio un rendimento più elevato; 3) permette di scomporre il rischio totale di un’attività in due parti: il rischio sistematico, misurato dal coefficiente ?, dovuto alla congiuntura economica, e quello non sistematico, indipendente dalla situazione economica. La misura rilevante dei rischio per il singolo titolo ai fini della definizione del rendimento di equilibrio non è il rischio totale, ma quello sistematico. Quest’ultimo non può essere ridotto mediante diversificazione del portafoglio perché correlato ai movimenti dei mercato nel suo complesso. Al contrario il rischio non sistematico può essere eliminato con la diversificazione. Nella stampa economica specializzata sono riportate le stime del coefficiente ? dei singoli titoli. Stephen Ross ha elaborato nel 1976 l’Arbitrage Pricing Theory per superare i limiti connessi alle ipotesi restrittive del CAPM.

  • CAPITAL ASSET PRICING MODEL (CAPM) (Enciclopedia)

    (Si veda anche voce del Dizionario: CAPM)
    Il Capital Asset Pricing Model (CAPM) è un modello di equilibrio di mercato per definire il trade-off esistente tra rischio e rendimento atteso nelle scelte dei singoli individui. In tal senso, il CAPM ha fornito un impianto teorico mediante il quale risulta possibile stabilire concretamente il rischio associato ad un determinato livello di rendimento secondo la funzione di utilità degli individui.
    Il modello del CAPM cerca di rispondere ad alcuni quesiti derivanti dal contributo di Markowitz incentrato sull’approccio media-varianza in cui gli investitori costruiscono un portafoglio ottimale secondo la regola del rendimento maggiore a parità di rischio (varianza) o del rischio minore a parità di rendimento.
    Le ipotesi del modello, in larga parte previste gia nel modello di Markowitz, riguardano il comportamento dei singoli individui e il funzionamento del mercato:
    - gli investitori ambiscono alla massimizzazione della ricchezza finale e sono avversi al rischio;
    - il periodo di investimento è unico e le previsioni sono formulate all’inizio dell’arco temporale;
    - il valore atteso e la deviazione standard dei rendimenti sono i due soli parametri necessari per la scelta;
    - le attività sono perfettamente divisibili, non esistono costi di transazione e tasse;
    - il mercato è atomistico, non esistono barriere alla possibilità di investire, tutti hanno le medesime opportunità anche se l’ammontare della ricchezza disponibile differisce tra gli individui.
    A queste ipotesi, necessarie per determinare la frontiera concava, è necessario aggiungere ulteriori assunzioni:
    - tutte le attività sono negoziabili;
    - il mercato è perfetto, ossia le informazioni sono liberamente ed istantaneamente disponibili agli operatori;
    - le aspettative degli investitori sono omogenee, ossia essi hanno le medesime percezioni circa i rendimenti attesi, le varianze e le covarianze: quindi la frontiera è unica e valida per tutti;
    - possibilità di concedere ed ottenere prestiti (senza limite) ad un unico tasso di interesse privo di rischio.
    Le precedenti ipotesi consentono agli investitori, noti i valori di rendimento atteso, deviazione standard e covarianza dei titoli, di disegnare un identico insieme concavo (in virtù della omogeneità delle aspettative) e di scegliere i portafogli efficienti. Essendo il CAPM un modello di equilibrio di mercato tutti gli investitori giungeranno alla medesima scelta.
    Il framework in questione implica che l’expected return associato ad una specifica attività finanziaria presenti una relazione lineare con la covarianza esistente tra questo stesso rendimento ed il return del portafoglio di mercato.
    Nella versione proposta da Sharpe e Lintner, l’espressione principale è:
    , dove .
    Nella precedente formulazione, Ri è il rendimento dello specifico titolo; Rm è il rendimento di mercato; Rf è il tasso privo di rischio.

    Figura. Rappresentazione grafica del CAPM.
    In forma più compatta, possiamo esprimere il medesimo concetto in termini di rendimento in eccesso sul tasso privo di rischio (excess returns). Denotando con Zi il rendimento in eccesso (effettivamente realizzato) dell’asset i sul risk-free rate, ossia scrivendo Zi = [Ri … Rf] , enunciamo la relazione fondamentale del CAPM nella seguente modalità introducendo l’operatore expected value delle variabili Zi e Zm:
    , con .
    In questa espressione, Zm rappresenta l’excess return sul market portfolio dei molteplici assets. Poiché il risk-free rate è assunto non-stocastico (dunque il suo valore atteso corrisponde esattamente ad Rf), le due versioni proposte coincidono.
    Il CAPM permette di definire il valore di un’attività in funzione del suo rischio non diversificabile . Il CAPM si basa sulla seguente intuizione: in un mercato concorrenziale il premio atteso per il rischio varia in modo direttamente proporzionale al . Il premio atteso di un investimento con un pari a 0,5 è di conseguenza la metà del premio atteso per il rischio del mercato; ancora, l’expected premium per il rischio di un investimento il cui beta è 2.0, è il doppio del premio atteso per il rischio di mercato. Più formalmente, possiamo affermare che il CAPM è un modello ad un fattore rappresentato dal coefficiente .
    In generale, quindi, il premio per il rischio di un portafoglio è funzione lineare del coefficiente e del premio per il rischio del portafoglio di mercato. Si avrà dunque un premio del singolo asset pari a .
    È possibile, dunque, osservare:
    - un uguale a zero corrisponde ad un titolo privo di rischio il cui rendimento è pari a Rf;
    - un uguale ad uno corrisponde al rendimento del portafoglio di mercato. In questa situazione il rendimento atteso sarà pari a Rm;
    la retta che pone in relazione il rendimento atteso del titolo e il del medesimo ha inclinazione positiva: emerge, infatti, una correlazione positiva tra sensibilità al rischio sistematico di un’azione, misurato dal , e rendimento atteso (Questa retta è denominata Security Market Line (SML), a cui apparterranno, in una situazione di equilibrio, tutte le azioni compra/vendute sul mercato). In altri termini, contestualmente ad un progressivo incremento del rischio avremo un maggior rendimento atteso.
    Il modello del CAPM non e’ l’unico modello di riferimento per l’analisi rischio/rendimento. Altri modelli sono il Arbitrage Pricing Model (APM) in cui l’ipotesi di base e’ quella per cui tutti gli investimenti con la stessa esposizione al rischio di mercato devono essere analizzati utilizzando lo stesso prezzo (impossibilità di arbitraggio) e dove la misura del rischio di mercato Beta è i molteplici (non specificati) fattori di rischio di mercato. Il modello Milti-Fattoriale in cui le ipotesi sono le stesse dell’APM e dove il beta è misurato rispetto a molteplici fattori macroeconomici. Infine, ci sono state molte varianti al CAPM come l’Intertemporal-CAPM, il Consumption-CAPM, il Multi-CAPM (il cui esempio più conosciuto è quello in cui vengono introdotti i fattori di Fama-Franch) che sono delle evoluzioni del modello di base in cui si cerca di catturare meglio il rischio di mercato aggiungendo variabili esplicative.
    © 2009 ASSONEBB

  • CAPITAL BUDGETING

    Il capital budgeting, che indicava originariamente il processo di formazione di un preventivo di raccolta e di gestione dei fondi per il finanziamento degli investimenti, con lo sviluppo della scienza del management è diventato parte del processo di pianificazione e controllo fino a costituirne il sottoinsieme relativo alla spesa in conto capitale. La programmazione elabora progetti pluriennali, il budget è il bilancio di previsione, l’elenco di spese e di entrate che sviluppa analiticamente i progetti nei dettagli contabili e finanziari su base annuale (fine tuning è detta questa traduzione e regolazione nei dettagli; budgets successivi al primo anno sono un esercizio inutile, se compiuti con la pretesa della stessa puntualità operativa). Il piano di spesa degli investimenti è chiamato budget degli investimenti (capita! budget) e, nelle amministrazioni pubbliche italiane, “bilancio di previsione delle spese in conto capitale”. Punto centrale del capital budgeting è il costo del capitale, che è determinato dal tipo di finanziamento disponibile e che, a sua volta, determina quali progetti siano da accettare e quali da respingere. Capital budgeting e capital budgeting system (dal punto di vista degli strumenti: capital budgeting techniques, CBT) sono il processo che porta a decidere quanto spendere in conto capitale e quali nuove attività acquisire e, rispettivamente, la metodologia applicata. Il concetto di capital budget, in contrapposizione con quello di operating budget, nasce nella consuetudine contabile di tener conto separato, almeno per uso interno, delle previsioni delle spese di investimento e di impiego finanziario di capitali e dei relativi movimenti di acquisizione e rimborso di finanziamenti. Come materia scientifica e corpo di dottrine, il capital budgeting compare negli anni Cinquanta, avviato dagli studi di Dean e Lutz. Capital budgeting è reso in italiano come pianificazione degli investimenti, con un’improprietà perché la pianificazione riguarda la fase strategica precedente all’attività di management control. Il capital budgeting rientra nel processo aziendale di pianificazione e controllo e ne costituisce il sottoinsieme relativo alla spesa in conto capitale. Nelle economie di mercato, esso è una tecnica di previsione complessa che rispecchia la via che le organizzazioni scelgono per adattarsi all’evoluzione prevista dell’ambiente. Tecniche e procedure della valutazione sono utilizzate dal capital budgeting, di cui fanno parte, ma, rispetto a questo, la valutazione si estende al di là del conto capitale, essendo applicabile a tutti i possibili interventi, anche di parte corrente del bilancio e anche ai progetti di cambiamento dell’ambiente senza riflessi di spesa e di entrata. La letteratura americana distingue sistemi di capital budgeting top-down, nei quali proposte e decisioni di investimento partono dal vertice e sistemi bottom-up, nei quali proposta e decisione si radica a livello di stabilimento, o di altra unità amministrativa od organizzazione, anche indipendente, di un gruppo. Generalmente le organizzazioni sono un misto dei due sistemi: un esempio è dato dagli Stati Uniti, dove i dipartimenti e le agenzie federali elaborano i progetti che vengono sottoposti all’esame dell’Office of management and budget, il quale decide quali inserire nel bilancio da presentare al Congresso.

  • CAPITAL GAIN

    Lett.: guadagno in linea capitale (fr. gain en capital; plus-value). In generale è ogni guadagno realizzato dalla vendita di un bene capitale mobiliare o immobiliare come differenza tra ricavo netto e costo d’acquisto, o d’inventario per i soggetti tassati a bilancio. Il contrario è denominato con l’espressione capital loss. Per le imprese commerciali, capital gains e capital losses concorrono in Italia determinare il reddito imponibile. Per le persone fisiche e le organizzazioni non commerciali i capital gains realizzati sui valori mobiliari sono soggetti all’imposta sostitutiva sulle plusvalenze (q.v. per la precisazione del punto).

  • CAPITAL MARKETS UNION CMU

    La CMU è un ambizioso progetto della Commissione Eurpea per creare un mercato dei capitali unico in Europa. Esso coinvolgerà tutte le imprese, anche le PICCOLE E MEDIE IMPRESE - PMI, e i progetti infrastrutturali che creano crescita e lavoro. Attraverso il legame tra risparmio e crescita, offrirà nuove opportunità per risparmiatori e investitori.Il progetto prenderà avvio nel 2019.

    Mercati dei capitali più spessi e più integrati faranno diminuire il costo del capitale e renderanno il sistema finanziario più resiliente. Tutti i 28 stati membri beneficieranno dalla costruzione di un vero mercato unico dei capitali.

    Tutta la documentazione ufficiale può essere scaricata da questa pagina della Commissione.

  • CAPITALE

    In matematica finanziaria è a parte principale di averi in denaro, produttivo di frutti periodici anch’essi in denaro, cioè dell’interesse. L’origine del termine è nella pratica della mercatura che distingueva nei conti il credito principale, ovvero la somma principale, in latino caput (da cui capitalis) dal credito derivato costituito dal quod interest, ciò che attiene e cioè l’interesse. Principal è detto anche oggi in inglese il capitale, cioè la somma in denaro su cui va calcolato l’interesse.

  • CAPITALE CIRCOLANTE LORDO

    Corrisponde all’insieme delle attività circolanti dello stato patrimoniale, riclassificato in termini di impieghi/fonti. Il capitale circolante lordo è costituito quindi dalla somma fra liquidità immediate, liquidità differite e disponibilità. Un’elevata percentuale di capitale circolante lordo entro gli impieghi indica che un’azienda è caratterizzata da un basso livello di investimenti fissi ed è flessibile, almeno dal punto di vista degli investimenti.

  • CAPITALE CIRCOLANTE NETTO

    Differenza fra capitale circolante lordo e passività a breve. Nel caso in cui le seconde superino il primo si ha un deficit di circolante netto. Questa circostanza indica dei pericoli sul piano finanziario (e indirettamente anche su quello economico e patrimoniale), poiché una parte degli impieghi fissi netti è finanziata con passività a breve che, almeno potenzialmente, potrebbero dover essere restituite a breve scadenza.

  • CAPITALE D'ESERCIZIO O AGRARIO

    Parte del capitale lordo impegnato nell’attività caratteristica di un’impresa agraria.
    Al capitale d’esercizio o agrario vengono assegnate tutte le componenti mobili per natura; esso si suddivide in capitale di scorta e capitale d’anticipazione. 
    Al capitale di scorta appartengono gli strumenti di scorta (macchine e bestiame) ed i prodotti di scorta, ai quali fanno capo le produzioni della azienda destinate al reimpiego, come fattori di produzione o materie prime. Le macchine ed il bestiame da lavoro e d’allevamento sono componenti differenziate a logorio parziale, il bestiame da ingrasso ed i prodotti di scorta sono invece componenti differenziate a logorio totale.
    Il capitale d’anticipazione è la quota di capitale indifferenziato che risulta impegnata per l’intera durata dell’esercizio amministrativo (immobilizzazione finanziaria) nell’attività caratteristica svolta dall’impresa.
    Il capitale d’esercizio, così definito, risulta finanziariamente immobilizzato per l’intera durata dell’annata agraria al pari del capitale fondiario; ciò consente di attribuirgli una remunerazione attraverso l’assegnazione di un opportuno tasso d’interesse annuo. 
    Redattore: Barbara PANCINO
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  • CAPITALE DELL'IMPRESA

    Insieme dei beni, materiali o immateriali, a disposizione dell’azienda in un dato momento. Questa nozione indeterminata può tuttavia ricondursi a definizioni più significative considerando il capitale d’impresa sotto i vari aspetti in cui può presentarsi, principalmente, il capitale di gestione o d’esercizio; il capitale di liquidazione per stralcio; il capitale economico. Il primo è rilevato nel bilancio di esercizio delle aziende in funzionamento. Il capitale di liquidazione per stralcio si configura quando l’azienda, cessando di funzionare, viene messa in liquidazione; in questo caso occorre provvedere, da un lato a realizzare tutte le attività mediante vendita e dall’altro a estinguere tutti i debiti. Gli elementi dell’attivo vengono, quindi, valutati secondo il loro presunto prezzo di realizzo, per cui nel passaggio dal bilancio di funzionamento a quello di liquidazione il valore del capitale netto muta, essendo variati i suoi componenti nel valore e nella specie. Il capitale economico esprime il valore attribuibile al capitale di un’azienda tenendo presente i frutti che esso può dare. Generalmente, la determinazione del capitale economico viene effettuata per stimare quale sia il valore attribuibile all’azienda come complesso economico soggetto a trasferimenti reali, quali vendite o fusioni, ma questa determinazione pone il problema della valutazione dell’azienda in avviamento dell’impresa, valutazione molto complessa e che può dar luogo a stime che possono variare entro limiti molto ampi. Gli intangible assets, cioè quegli elementi dell’azienda che sono presenti nella sua attività e en aumentano il valore pur senza essere rappresentabili in bilancio, si pensi alla clientela od alle capacità professionali e al know how acquisiti dal management, costituiscono un elemento fondamentale per la valutazione del capitale economico di un’azienda. Oltre a queste nozioni fondamentali, numerose possono essere le configurazioni del capitale d’impresa, secondo la sua provenienza, la sua destinazione, i beni dai quali è composto, i diversi momenti della vita aziendale in cui viene analizzato. Da un punto di vista cronologico, cioè considerando i momenti della vita dell’azienda, un’importante nozione è quella del capitale iniziale o costitutivo: si tratta della ricchezza che si delibera di assegnare inizialmente all’azienda per il raggiungimento dei suoi fini. Questo capitale, poiché viene fissato nell’atto costitutivo e nello statuto della società, viene detto anche capitale sociale o statutario. Tuttavia, poiché il conferimento di tale capitale non si ha in un solo momento ma in più momenti successivi, occorre distinguere tra capitale nominale o sottoscritto e capitale versato. Se il capitale versato è inferiore a quello nominale, la parte non ancora versata viene detta capitale richiamabile a richiesta. Dal punto di vista delle fonti, il capitale d’impresa può ancora suddividersi in capitale proprio o capitale di rischio (mezzi propri) e capitale di prestito o capitale di debito. Il primo può affluire all’azienda da fonti interne, come nel caso dei profitti d’impresa che sotto forma di autofinanziamento vengono reinvestiti in essa, o da fonti esterne, emettendo azioni con le quali si offre al risparmiatore la possibilità di partecipare alla proprietà dell’impresa. Il secondo si ottiene invece contraendo dei prestiti, o direttamente con i risparmiatori tramite emissione di obbligazioni, o con intermediari finanziari, come gli istituti di credito. Il capitale affluito nella azienda, si presenta sotto varie forme. Innanzitutto il capitale fisso, costituito dai beni a fecondità ripetuta, quelli cioè che logorandosi gradualmente possono fornire diverse prestazioni (macchine, edifici, impianti ecc.) e il capitale variabile o capitale circolante (v. capitale circolante lordo; capitale circolante netto), costituito da beni a logorio totale (materie prime). Il capitale fisso può considerarsi anche come capitale costante, tenendo conto che esso rappresenta per l’impresa un costo costante, indipendente (entro certi limiti) dal volume di produzione attuata nei vari periodi. A seconda delle finalità economiche si distingue poi: il capitale comprendente i beni con destinazione indeterminata dal capitale i cui beni hanno delle finalità economiche ben determinate; il capitale liquido, costituito dalle attività liquide a disposizione dell’imprenditore in cassa o in banca, dal capitale immobilizzato, costituito da beni durevoli, legati tecnicamente al processo produttivo, investimenti immateriali. Le attività tecnicamente immobilizzate vengono dette anche capitale vincolato e comprendono, oltre al capitale fisso, la parte di capitale circolante non disponibile.

  • CAPITALE DI GESTIONE

    Detto anche capitale di funzionamento, è il capitale come emerge dal confronto fra le voci dell’attivo e del passivo dello stato patrimoniale nel bilancio d’esercizio. Questa figura è denominata capitale di funzionamento (vedi anche capitale dell’impresa), poiché le singole voci di attività e passività sono valutate bensì separatamente, ma nell’ipotesi di non essere liquidate isolatamente (si ritiene che, restando l’impresa in funzionamento, tutti gli elementi dell’impresa concorreranno coordinatamente alla gestione futura).

  • CAPITALE FISSO

    Il capitale fisso dell’impresa è costituito dagli elementi dell’attivo che esprimono il loro concorso alla gestione di più periodi produttivi: impianti, terreni, investimenti finanziari immobilizzati ecc. Nello stato patrimoniale civilistico che ha recepito la quarta direttiva comunitaria le voci del capitale fisso debbono figurare al netto delle poste rettificative (fondi ammortamento e fondi svalutazione).

  • CAPITALE FONDIARIO

    Parte del capitale lordo impegnato nell’attività caratteristica di un’impresa agraria.
    Al capitale fondiario vengono assegnate tutte le componenti immobili per natura, ovvero terra e miglioramenti fondiari. 
    La terra è un capitale differenziato e caratterizzato per essere un fattore produttivo a logorio nullo. 
    I miglioramenti fondiari sono gli investimenti che l’imprenditore ha prodotto per rendere produttiva la terra; a questi appartengono strade, sistemazioni dei terreni (livellamenti, costruzione dei canali di scolo, drenaggi), fabbricati (abitazioni, ricoveri per il bestiame e per le macchine, magazzini), piantagioni arboree (frutteti, vigneti, filari per il contenimento dei terreni) e installazioni fisse in genere (impianti di derivazione delle acque di irrigazione, serre, ecc.).
    I miglioramenti fondiari sono componenti differenziate del capitale e hanno la caratteristica di essere a logorio parziale; essi, infatti, possono offrire i loro servizi per un numero limitato di anni.
    Nelle forme di conduzione in cui è presente l’affitto, il capitale fondiario non è tutto di proprietà dell’imprenditore, egli per poterlo utilizzare paga un canone annuo.
    Redattore: Barbara PANCINO
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  • CAPITALE LIQUIDO NETTO

    Si ottiene sottraendo le passività a breve al capitale liquido lordo. È questo un indicatore fondamentale, poiché (nel quadro di un insieme di indici) un valore del capitale liquido netto superiore a zero significa che l’azienda è in grado di fare fronte con facilità al suo indebitamento a breve termine. Un valore negativo non è di per sé indice di pericoli finanziari se la parte negativa è coperta a sufficienza dal magazzino.

  • CAPITALE NETTO

    Somma di parti ideali di capitale, quali: capitale sociale, riserve varie e utili (deducendo le eventuali perdite d’esercizio o di periodi passati).

  • CAPITALE PRIMARIO DI CLASSE 1

    È il capitale di qualità primaria, come definito dall’art. 4 del regolamento UE/2013/575 (Capital Requirements Regulation, CRR). È costituito dagli elementi e strumenti di capitale computabili, al netto delle rettifiche e detrazioni previste.
    Fonte: Banca d'Italia

  • CAPITALE SOCIALE

    Quota ideale del capitale netto delle imprese giuridicamente strutturate in forma societaria (v. capitale dell’impresa). Le società per azioni e in accomandita per azioni devono avere un capitale sociale minimo legale di 100.000 € (già 200 milioni di lire) e le società a responsabilità limitata di 10.000 € (già 20 milioni di lire). Il capitale sociale è rappresentato in origine dal valore nominale delle quote o azioni sottoscritte dai soci in fase di costituzione delle società. Successivamente può essere aumentato per nuovi apporti dei soci (aumenti effettivi) o per il conglobamento di riserve o di altre poste del netto (aumenti gratuiti). Quando l’aumento non gratuito è superiore a 100 miliardi di lire, occorre l’autorizzazione del Tesoro, sentita la Banca d’Italia. Così pure per la costituzione di società per azioni con un capitale superiore a 100 miliardi di lire.

  • CAPITALI FRUTTIFERI DELLE BANCHE

    Comprendono i prestiti (escluse le sofferenze), i rapporti attivi con enti creditizi, i titoli obbligazionari, i depositi presso la Banca d’Italia, il Tesoro e altri enti e tutte le altre attività fruttifere di interessi.
    Fonte: Banca d'Italia

  • CAPITALI VAGANTI

    Trad. dell’ingl. refugee capitals. Più usato il sin. hot money. Mezzi monetari particolarmente sensibili al clima economico e politico dei vari mercati finanziari e quindi caratterizzati da una forte mobilità tra i vari paesi. I detentori di questo tipo di capitali sono portati, sempre alla ricerca di più elevati rendimenti, a cercare di ottenere vantaggi da situazioni contingenti quali il differenziale del tasso di interesse, la possibilità di una ventilata rivalutazione o svalutazione del tasso di cambio o anche l’attesa di un diverso tasso d’inflazione. Le politiche monetarie utilizzano l’estrema reattività dei capitali al tasso di interesse per indirizzare il movimento nella direzione voluta. Può esserne scoraggiata l’entrata, se ritenuta nociva, con tassi particolarmente bassi o addirittura negativi. Viceversa un alto tasso d’interesse può scoraggiarne la fuoruscita e indurre anzi movimenti favorevoli di ritorno a breve che, sostitutivi o complementari di movimenti di riserve o di finanziamenti ufficiali compensativi, possono costituire mezzi idonei a correggere eventuali squilibri temporanei e reversibili della bilancia dei pagamenti.

  • CAPITALIA

    1. Holding di nuova costituzione, succeduta nella quotazione di borsa alla Banca di Roma (q.v.) con decorrenza 1°.7.2002. Deriva da una complessa operazione di integrazione e di riorganizzazione bancaria realizzata tra il marzo e il giugno 2002. Nel marzo 2002 i consigli di amministrazione di Bipop- Carire e della Banca di Roma hanno approvato l’integrazione nel Gruppo Banca di Roma del Gruppo Bipop-Carire, diventata operativa col 1°.7.2002 con la costituzione della holding Capitalia spa. La costituzione della holding ha ristrutturato e ampliato il Gruppo, cambiandone la configurazione. L’assemblea della Banca di Roma del 16.5.2002 ha deliberato la riorganizzazione del Gruppo, approvando l’assunzione della denominazione sociale di Capitalia spa; il conferimento del ramo di azienda relativo alle attività di banca tradizionale a una società di nuova costituzione denominata Banca di Roma (100% Capitalia); la fusione per incorporazione, con decorrenza contabile 1°.1.2002, nella Banca di Roma del Banco di Sicilia; la scissione delle attività tradizionali del Banco di Sicilia e loro conferimento a una nuova società denominata anch’essa Banco di Sicilia (100% Capitalia); la scissione parziale di Bipop-Carire a favore di Capitalia dell’azienda bancaria tradizionale conferita a una società di nuova costituzione denominata Bipop-Carire (100%); assunzione da parte dell’originaria Bipop-Carire della denominazione di FinecoGroup spa (44,72% Capitalia) che ha mantenuto la quotazione in Borsa e si è specializzata nell’attività di consumer banking; l’incorporazione da parte di FinecoGroup di tutte le attività di risparmio gestito del Gruppo Capitalia. La holding Capitalia spa è succeduta alla Banca di Roma nella quotazione in borsa dal 1°.7.2002.
    2
    . Il Gruppo Capitalia è articolato su cinque linee operative principali: Banche tradizionali (Banca di Roma, Banco di Sicilia, Bipop-Carire, possedute al 100%), MCC (75,4% Capitalia) specializzata nelle operazioni di corporate e investment banking, FinecoGroup (44,72% Capitalia) focalizzata sulle attività di consumer banking (risparmio gestito e credito al consumo), oltre a numerose banche minori, società fi- nanziarie e partecipazioni strumentali in Italia e all’estero. Fa parte del gruppo Capitalia anche l’IRFIS-Mediocredito della Sicilia, controllata indirettamente per il tramite del Banco di Sicilia. Il Gruppo Capitalia si pone al quinto posto nella graduatoria Mediobanca delle banche italiane del 2003.

  • CAPITALISMO (Enciclopedia)

    1. Mercato e modo di produzione capitalistico
    Nel suo uso scientifico la parola "capitalismo" appare solo all'inizio del XX secolo, nel 1902, all'interno dell'opera Il capitalismo moderno di Werner Sombart1 che la utilizzò per definire "un'organizzazione economica di scambio, in cui collaborano, uniti dal mercato, due gruppi diversi della popolazione, i proprietari dei mezzi di produzione (...) ed i lavoratori nullatenenti, e che è dominata dal principio del profitto e del razionalismo economico" (Sombart, 1967, p.165). Questa opera precede di soli tre anni la prima edizione de L’etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber in cui "il capitalismo si identifica con l’aspirazione al guadagno nell’impresa capitalistica razionale e continuativa, e ad un guadagno sempre rinnovato, ossia alla redditività" (Weber, 1982, p.6).
    Il capitalismo è pertanto un particolare modo di produzione basato sul mercato. Il quale, tuttavia, del capitalismo è un elemento necessario ma non sufficiente. Il mercato, infatti, esiste fin dalle origini della civiltà stessa "dal momento che, a partire dall’invenzione dell’agricoltura, il personaggio più importante della vita economica è stato, dopo l’agricoltore, il mercante, vale a dire quel particolare attore sociale che opera nel mercato" (Pellicani, 2007, p.131). Il capitalismo è piuttosto un sistema economico nel quale la produzione di beni e servizi è svolta, per la maggior parte, da imprese private che scambiano i loro prodotti sulla base di un sistema di prezzi in moneta che si formano liberamente sul mercato. Pertanto, "solo nel modo di produzione capitalistico accade che il mercato risulta al centro della vita economica, che gli scambi che in esso si svolgono siano regolati esclusivamente dalla legge della domanda e dell’offerta, che i fattori impiegati nella produzione, ivi compresa la forza-lavoro, siano pagati in moneta, e che, in cambio dei beni e dei servizi, si accetti solo moneta" (Ibid.), la quale è indispensabile al funzionamento dell’economia capitalistica perché solo per il suo tramite è possibile il calcolo razionale dei costi e dei ricavi. 
    Ciò nondimeno, perché tutto questo si possa realizzare occorrono particolari condizioni politico-giuridiche che tutelino i diritti di proprietà e che garantiscano la più ampia libertà in tutti i campi e tutte le direzioni. E occorre altresì che siano poste limitazioni al potere politico e a ogni altro soggetto che voglia interferire arbitrariamente sui rapporti volontariamente decisi. In tal senso, "la società di mercato ha bisogno di un proprio habitat normativo che è quello della certezza del diritto, la quale a sua volta si nutre dell’uguaglianza dinanzi alla legge" (Infantino, 1998, p.55).
    Le unità di base del capitalismo sono le imprese, ovvero una molteplicità di soggetti in concorrenza permanente il cui fine è la ricerca del profitto. Esse possono essere pensate come sottosistemi, organizzati al loro interno su basi gerarchiche, che combinano tecnicamente ed economicamente i fattori produttivi per ottenere una merce o un servizio da immettere sul mercato. 
    Il capitalismo è un sistema di mercato razionale e dinamico basato in particolare sulla figura centrale dell'imprenditore, che rappresenta il soggetto "innovatore" (Schumpeter, 2002)2, cui spetta l’iniziativa e la responsabilità di impiegare i mezzi di produzione allo scopo di rendersi competitivo di fronte ai suoi concorrenti. Egli rappresenta, dunque, l’unico ruolo in cui si congiungono il lavoro di direzione e di amministrazione dell’attività imprenditoriale, l’impiego alle proprie dipendenze di lavoro salariato e il rischio connesso all’esercizio di un’impresa che l’imprenditore sopporta sotto il profilo economico e giuridico anche nei casi in cui non è proprietario dei mezzi di produzione. Il suo specifico strumento di azione è il capitale che costituisce una sorta di "ponte" tra l’imprenditore e il mondo dei beni, ma soprattutto uno strumento di potere di comando sui lavoratori. Tale potere di comando si manifesta attraverso il contratto di lavoro, che rappresenta uno dei tratti peculiari del capitalismo, giacché un’altra peculiarità del sistema capitalistico è che il lavoro non è più parte di una particolare relazione sociale in cui un uomo lavora per un altro in cambio di una qualche forma di sussistenza, come per esempio nei rapporti di servitù tipici del mondo feudale, ma è una merce da offrire sul mercato al miglior prezzo.
    2. Genesi del capitalismo
    L’analisi economica e sociologica ha concentrato la sua attenzione soprattutto sul capitalismo moderno3 così come si è sviluppato in Occidente soppiantando le diverse forme di società tradizionale4.
    Una delle interpretazioni canoniche della genesi del capitalismo moderno è quella fornita da Max Weber ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, pubblicata per la prima volta sull’Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik nel 1905 sotto forma di due articoli e successivamente inserita nei Saggi di sociologia delle religioni del 1920. La tesi è quella di una "significativa corrispondenza" (Aron, 1989, p.490) fra la credenza in certi valori religiosi, quelli dell’etica protestante di ispirazione calvinista, e lo "spirito del capitalismo", cioè un tipo particolare di condotta economica caratterizzata dalla ricerca di profitti sempre maggiori, grazie all’utilizzo razionale, calcolato, metodico dei mezzi di produzione. Per Weber, infatti, il capitalismo incarna la "razionalità"; dunque ha a che fare con la capacità di individuare i mezzi economici più adeguati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti in vista di un guadagno sempre maggiore. In tal senso, lo spirito del capitalismo si contrappone al "tradizionalismo, l’adesione servile e irriflessa a pratiche e soluzioni passate" (Poggi 1984, p.69), ovvero ad una mentalità economica che non è mossa da un desiderio di guadagno sempre maggiore, bensì di quel tanto che è necessario per conservare il proprio stile di vita tradizionale. 
    Quanto a ciò il calvinismo, che è animato da una visione del mondo e da valori favorevoli a condotte economiche razionali e pratiche, ha giocato un ruolo fondamentale quale fattore culturale che può spiegare perché e come lo spirito capitalistico abbia ricevuto in Occidente e non altrove un impulso così unico, singolare, potente5. In particolare, è la dottrina calvinista della predestinazione che spiega l’influenza esercitata dall’etica protestante sullo sviluppo dello "spirito" capitalistico. Calvino, infatti, ha estremizzato l’idea che l’uomo sia salvato o dannato per decreto divino, insondabile e misterioso, e che nulla possano fare le azioni del credente per influenzare la volontà di Dio. Dunque, la salvezza è un dono, una pura grazia, a cui soltanto pochi uomini sono destinati per volontà imprescrutabile di Dio e, in ogni caso, non è diretta alla felicità umana, bensì unicamente alla gloria di Dio. 
    E’ evidente che tale condizione di "inaudito isolamento interiore del singolo individuo" (Ivi, p.165), incerto riguardo alla propria salvezza e impossibilitato a intercedere per essa potesse conseguentemente fare dell’ascetismo la sola risposta sul piano della condotta morale alla dottrina sociologica della predestinazione. Se da un lato, infatti, il credente non poteva avere la certezza della benevolenza divina circa la propria salvezza, dall’altro, poteva sapere con certezza che Dio non avrebbe scelto gli eletti tra i suoi peccatori; pertanto, poteva coltivare la speranza della propria salvezza, escludendo dalla propria vita ogni forma di debolezza e conducendo una vita laboriosa e morigerata. L’ascetismo a cui fa riferimento Weber è, dunque, un’ascesi "puramente "intramondana" (Ivi, p.181), che obbliga il credente a impegnarsi nel mondo per la gloria di Dio, assumendo una serie di obblighi tra cui il lavoro occupa una posizione centrale. Per il calvinista infatti il lavoro non costituisce una punizione o una colpa, bensì una vocazione "quello che noi chiamiamo Beruf nel senso di una posizione occupata nella vita, di un ambito di lavoro preciso e circoscritto, insomma di una professione"(Weber, 2006, p.101), da intendere come il contributo necessario dell’uomo all’edificazione del regno di Dio6. Peraltro, affinché il lavoro potesse essere uno strumento efficace da questo punto di vista, avrebbe dovuto essere realmente produttivo, perché il successo professionale veniva considerato come un segno della propria predestinazione alla salvezza eterna, e "indefesso" (Ivi, p.173), nel senso che avrebbe dovuto impegnare il credente ogni istante della sua vita. Tanto è vero che dal credente si esigeva una vita austera e morigerata in cui fossero bandite tutte le comodità materiali e i lussi. Le ricchezze che avrebbe accumulato grazie al suo lavoro non erano finalizzate, infatti, ad assicurare una vita di agi, dal momento che la ricchezza non poteva essere spesa, né accumulata, bensì doveva essere reinvestita in nuove attività produttive, sfruttando nel miglior modo possibile il proprio lavoro e le proprie capacità. In tal senso, per rendere più efficace ed utile il lavoro, il credente doveva avere un minimo di istruzione e, laddove possibile, studiare le scienze, in particolare quelle sperimentali, la conoscenza delle quali gli avrebbe consentito non solo di apprezzare la grandezza della creazione di Dio, ma anche di trovare un notevole vantaggio nell’esercizio del proprio lavoro. 
    Le conseguenze pratiche di questa morale ascetica sono dunque evidenti: la vita dedita al lavoro e al risparmio consentiva ai fedeli di arricchirsi sempre più; la conoscenza delle scienze sperimentali li predisponeva ad un’organizzazione razionale della vita, del lavoro, e in genere di qualsiasi attività. Pertanto, il calvinismo finiva per favorire una mentalità imprenditoriale, quella mentalità imprenditoriale che è sinonimo di attività economiche di tipo capitalistico. 
    Werner Sombart, che pur ne Il capitalismo moderno aveva difeso la tesi secondo cui il capitalismo presuppone l’affermazione di uno "spirito" nuovo caratterizzato dalla tendenza al guadagno e al razionalismo economico, nell’opera Il Borghese definì "ipotesi spiritose" (Sombart, 1994, p.283) le considerazioni di Weber. Egli riteneva infatti che il puritanesimo, con il suo rifiuto degli aspetti mondani e profani della vita, fosse un nemico irriducibile del capitalismo e che, semmai, erano stati il cattolicesimo e il giudaismo a svolgere un ruolo fondamentale7
    Ad ogni modo, ponendo l’attenzione sull’influenza del fattore culturale – quello religioso in particolare – sull’origine del capitalismo, si offriva una interpretazione del fenomeno "genesi del capitalismo" alternativa a quella suggerita nel 1867 da Karl Marx nel capitolo XXIV de Il Capitale8. Per Marx, infatti, il problema della nascita del capitalismo è riconducibile ad un fattore economico, al processo della cosiddetta "accumulazione originaria del capitale" (Marx, 1975, p. 880), ossia la concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza di individui (la borghesia capitalistica) ai danni di una massa la cui unica risorsa è la propria forza-lavoro (il proletariato). 
    Quanto all’Inghilterra, che è il caso che Marx analizza a titolo di esempio, il processo di accumulazione del capitale si sarebbe realizzato tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVIII soprattutto per l’espulsione dei contadini dalle terre, con cui si avvia "il processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione" (Ibid.). Condizione, questa, necessaria per lo sviluppo del modo di produzione capitalistico dal momento che contrappone, da un lato, gli operai, in grado di offrire l’unico bene a loro disposizione cioè la forza-lavoro, dall’altro i capitalisti in grado di acquistare la forza-lavoro in quanto proprietari dei mezzi di produzione. "Alla base dell’intero processo" c’è dunque "l’espropriazione delle terre" (Ivi, p.882) da trasformare in pascoli per le pecore che producevano lana da destinare all’industria manifatturiera.
    Tale espropriazione favorì lo sviluppo e il rafforzamento della classe dei ricchi fittavoli capitalisti, non più interessati semplicemente alla rendita fondiaria quanto a trarre profitto dalla terra. In tal senso, il primo inizio del capitalismo deve essere ricondotto per Marx alle trasformazioni che si sono prodotte all’interno della struttura economica feudale. Dunque, è dall’analisi delle condizioni economiche che bisogna muovere per comprendere le origini del capitalismo.
    Accanto a queste due interpretazioni canoniche della genesi del capitalismo se ne impone, tuttavia, una terza che nega sia le conclusioni di Marx che quelle di Weber e che punta l’attenzione sul fattore politico-istituzionale. Questa tesi, che annovera tra i suoi principali sostenitori studiosi come Jean Baechler (1977) e Luciano Pellicani (1988)9, risale addirittura ad Adam Smith il quale ne La Ricchezza delle Nazioni, pubblicata nel 1776, ha ricercato le origini del capitalismo nella condizione di "anarchia feudale" (Smith, 1975, p.513) che si sviluppò in Europa dopo la caduta dell’Impero Romano. Intorno all’anno Mille il conflitto tra l’Impero e la Chiesa, rispettivamente espressione del potere temporale e del potere spirituale, aveva consentito alle città-Stato, da tempo ormai agitate da spinte autonomistiche, di approfittare del vuoto di potere che la crisi tra le due massime istituzioni aveva lasciato per ottenere benefici e privilegi, quali quello di avere un proprio consiglio cittadino, un corpo di magistrati, un proprio governo e una propria milizia. Agli abitanti delle città fu garantito che il frutto del loro lavoro non sarebbe stato espropriato arbitrariamente e che avrebbero potuto lasciarlo in eredità per testamento. Dunque, "l’attività che mira a qualcosa di più della sussistenza necessaria si stabilì nelle città molto prima di essere praticata dai coltivatori della terra in campagna. Se si fosse accumulato un piccolo capitale nelle mani di un povero coltivatore oppresso dalla servitù della gleba, egli lo avrebbe naturalmente nascosto con cura al suo padrone, a cui diversamente sarebbe appartenuto e avrebbe colto la prima occasione per fuggire in città. (…) Perciò qualsiasi capitale, che si fosse accumulato nelle mani degli abitanti industriosi della campagna, si rifugiava naturalmente nelle città, i soli santuari in cui questo capitale poteva essere garantito alla persona che l’aveva accumulato" (Ivi., p.530).
    Di fatto veniva istituzionalizzata la proprietà privata e create le condizioni per la formazione di un’economia di mercato regolata dalla legge della domanda e dell’offerta e della ricerca metodica del profitto. Infatti, "ciò che tutta la violenza delle istituzioni feudali non avrebbe mai potuto compiere fu realizzato gradualmente dalla silenziosa e impercettibile azione del commercio estero e delle manifatture. Gradualmente questi fornirono ai grandi proprietari qualcosa contro cui scambiare tutto il prodotto eccedente delle loro terre" (Ibid.).
    Se le città mercantili e manifatturiere fossero state sconfitte nella loro lotta secolare per l’autonomia, se sovranità e proprietà fossero rimaste concentrate nelle mani di un governo dispotico come di fatto è avvenuto in Oriente10, il capitalismo non avrebbe mani visto la luce in Occidente. E’ dunque alle particolari condizioni politico-istituzionali sviluppatesi nel basso Medioevo che deve essere ricondotto l’impulso a quello sviluppo economico, tecnologico, scientifico che è a fondamento del capitalismo moderno. 
    La verità è che la genesi del capitalismo è un fenomeno complesso a cui l’esperienza del graduale trasferimento del controllo dell'attività di produzione dalle classi politiche feudali o imperiali ai ceti mercantili, della conseguente distinzione di due sfere (quella politica e quella economica) dell'attività umana nella società, nonché dei mutamenti culturali e ideologici che caratterizzarono il mondo occidentale nell’era moderna hanno contribuito tutti simultaneamente e con eguale efficacia. 
    3. Sviluppi recenti
    Nato dalle profonde trasformazioni tecnologiche, sociali, culturali che hanno contrassegnato il sorgere della società moderna e dall’innovativa organizzazione dell’impresa centrata sullo spirito imprenditoriale e sul lavoro salariato liberamente ceduto dai lavoratori, il capitalismo ha subito negli ultimi decenni una svolta che lo ha trasformato da capitalismo prevalentemente industriale in capitalismo finanziario. Nel capitalismo cosiddetto industriale, il cui fine è l’accumulazione di capitale attraverso l’attività produttiva, la dimensione più propriamente finanziaria riguarda per lo più la fase transitoria della raccolta del denaro da investire nell’acquisto dei macchinari e della forza lavoro o di altri beni capitali. A partire dalla fine del XIX secolo, però, si è andata affermando quale forma dominante di organizzazione dell’impresa la moderna società per azioni. Essa, a differenza della vecchia forma di proprietà familiare, costituisce una struttura anonima in cui il capitale risulta frazionato in quote azionarie che vedono coinvolti una pluralità di soggetti anche non direttamente impegnati nell’attività produttiva, consente di raccogliere più ampi capitali di rischio e allo stesso tempo di limitare al valore delle azioni sottoscritte la responsabilità dei soci. 
    L’accumulazione sul piano finanziario, che ha registrato un impiego di risorse sempre più ingenti per operazioni di carattere quasi esclusivamente finanziario, se, da un lato, ha finito per stravolgere le più tradizionali regole dei sistemi capitalistici, sottraendo risorse crescenti all’accumulazione nei processi produttivi e rischiando di minare in tal modo la crescita dei paesi industrialmente più progrediti, dall’altro ha messo in moto nuovi processi di concentrazione e di redistribuzione della ricchezza che, stimolando la domanda di beni dei consumatori e di investimento dei produttori, consentono di tenere sotto controllo almeno in parte questa minaccia. 
    A ciò si aggiungono peraltro le conseguenze dirompenti della globalizzazione dei mercati, della loro crescente liberalizzazione e della rivoluzione dei mezzi di comunicazione e di informazione che impongono di recepire le nuove istanze di modernizzazione scientifica e tecnologica anche all’interno dei processi produttivi, determinando una continua evoluzione del modo di investire, di lavorare, di percepirsi come parte dell’attività produttiva11.
    Tali sviluppi più recenti, evidenziando la capacità del modo di produzione capitalistico di rinnovarsi mediante l’individuazione e lo sfruttamento di nuove forme di adattamento, confermano ulteriormente il superamento della credenza marxiana nella fine "ineluttabile" del capitalismo12. Fine causata dalle sue stesse contraddizioni interne, ossia dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, oppure da una crisi cronica di sovrapproduzione, una volta che tutto il mondo fosse stato inserito nell’orbita capitalistica, o, ancora, da una concentrazione smisurata di ricchezze nelle mani di pochissimi (la borghesia capitalistica) e di miseria nelle mani di una grandissima maggioranza (il proletariato) che avrebbe inesorabilmente innescato un’esplosione rivoluzionaria in direzione socialista. Né, soprattutto dopo i fatti del 1989 che hanno visto il crollo dei regimi comunisti dell’Europa dell’Est, sembrerebbe aver ragione Schumpeter (1964) il quale, all’inizio degli anni ’40, riteneva che alcune contraddizioni di ordine socio-culturale, prima ancora che economiche, quali per esempio l’indebolimento della figura dell’imprenditore, l’ostilità dell’élite intellettuale, lo sviluppo del movimento operaio, avrebbero prodotto la naturale estinzione del regime economico capitalista e l’affermazione del regime economico socialista. 
    Ad ogni modo, che il sistema sviluppatosi intorno all’economia di mercato sia sopravvissuto all’evoluzione dei tempi e della società non significa che sia esente da elementi di criticità.
    Il sociologo Richard Sennett (2006) ha individuato a questo proposito quattro nuovi tratti culturali, ognuno dei quali potenzialmente foriero di conseguenze negative: il primo ha a che fare con l’orizzonte temporale rispetto al quale si calcolano i vantaggi e gli svantaggi di decisioni, risultati e conseguenze dell’azione. I quali sono orientati, rispetto al passato, al breve o brevissimo periodo perché ciò che conta nel cosiddetto "capitalismo d’azzardo" (Strange, 1998) è la velocità e la sostituibilità delle transazioni. Il secondo riguarda l’incapacità o l’indisponibilità a costruire istituzioni stabili, a cominciare dall’azienda e dalle forme di regolazione del lavoro, quale conseguenza di una società globale e globalizzata in cui è cambiato lo stesso significato delle nozioni di spazio e di tempo. Il terzo consiste nella svalutazione delle competenze stabili e costruite nel tempo, data la rapida obsolescenza tecnologica e organizzativa delle professionalità e la sostituzione della valorizzazione delle capacità potenziali, cioè della valutazione soggettiva di quale possa essere la capacità del singolo di adattarsi efficacemente alle mutevoli situazioni di impiego entro l’organizzazione in cui lavora. Il quarto riguarda l’atteggiamento verso il consumo e, più in generale, le gratificazioni e i piaceri della vita che il lavoro può procurare. Nel capitalismo del consumo di massa, infatti, il differimento delle gratificazioni, tipico del capitalismo delle origini, è stato sostituito dalla ricerca della loro immediatezza, dalla passione per il consumo che tuttavia è una passione che consuma se stessa perché destinata a essere delusa ogni volta che le nuove attrazioni la riaccendono13
    Anche queste conseguenze però non devono essere assunte necessariamente in modo rigido, tenuto conto che sono gli "attori" dei processi economico-sociali (movimenti, istituzioni, governi, ecc.) che, dando espressione a tendenze di segno diverso e a volte opposto, contribuiscono a dare un differente profilo al capitalismo a seconda dei contesti in cui esso si sviluppa. _______________________________________
    1Nella sua accezione ideologica invece sembra che il termine capitalismo sia apparso fin dalla metà dell’Ottocento. Nel 1850 per esempio Louis Blanc lo usò ne La Storia della rivoluzione del 1848 per indicare "l’espropriazione del capitale da parte degli uni a esclusione degli altri". Cfr. Ornaghi (1996, p. 60). Appare sorprendente che nessuno dei tre principali economisti classici, Adam Smith, David Ricardo e Karl Marx, pur impiegando nelle loro opere il termine "capitale", abbia impiegato il termine specifico di "capitalismo" per designare la nuova realtà della vita economica e sociale che essi contribuirono a spiegare. Cfr., per esempio, Smith (1975), Ricardo (2006), Marx (1975). 
    2Nella figura dell’imprenditore Schumpeter individua il vero motore dell’economia capitalistica dal momento che solo a lui riconosce la capacità di procedere alle innovazioni attraverso quegli investimenti che stanno alla base del processo economico. In particolare, ne La teoria dello sviluppo economico del 1911, egli descrive l’evoluzione economica come la perturbazione di un equilibrio che altera e sposta lo stato di equilibrio precedentemente esistente, ossia una sequenza di processi ciascuno dei quali è caratterizzato da due fasi, di cui la prima è quella in cui il sistema si allontana da una posizione di equilibrio sotto la spinta dell’attività imprenditoriale (fase di prosperità) mentre la seconda è quella in cui il sistema si avvicina ad un’altra posizione di equilibrio (fase di recessione). Cfr. Schumpeter (2002) Contro questa posizione centrata sulla funzione “disequilibratrice” dell’attività imprenditoriale, si è espresso, per esempio, Israel Kirzner nel suo saggio Concorrenza e imprenditorialità del 1973. A partire dagli insegnamenti della Scuola Austriaca di Economia, che hanno posto l’accento sulle condizioni di incertezza in cui si sviluppa il processo produttivo, egli sottolinea come la condizione di disequilibrio, lungi dall’essere prodotta dall’imprenditore, è una realtà con cui egli si trova necessariamente a dover fare i conti, non potendo utilizzare che una conoscenza parziale e fallibile. L’imprenditorialità coincide, dunque, con la prontezza (alertness) da parte dell’imprenditore di scoprire bisogni insoddisfatti e di offrire ad essi una soluzione. In tal senso, “il processo imprenditoriale-concorrenziale diviene visibile non solo in quanto genera una tendenza verso l’equilibrio ma in quanto scopre e corregge i piani e le decisioni individuali che sono discordanti” (Kirzner, 1997, p.304).
    3Forme relativamente sviluppate di capitalismo esistevano già nel mondo antico (Impero romano, città-Stato greche, principati e repubbliche europee del Rinascimento, città libere di Anversa, e della Lega anseatica, ecc.) giacché, come ha sottolineato lo storico medievalista Henry Pirenne (1970), il capitalismo corrisponderebbe alla naturale tendenza dell'uomo verso la ricchezza. Tuttavia, gli studiosi che si sono occupati di indagare i fattori alle origini di queste forme di capitalismo pre-moderno hanno focalizzato l’attenzione su una serie di elementi che non sono sempre riconducibili a classi omogenee. Cfr., per esempio, Mommsen (2001), Rostovcev (1980), Pirenne (1970), Braudel (1981).
    4Sulla cronologia delle origini del sistema capitalistico esiste un ampio ventaglio di posizioni. Smith fa risalire la fase iniziale all’XI secolo, Pirenne al XII, Wallerstein al XV, Marx e Weber nel XVI. A questo proposito però ha ragione Maurice Dobb (1991) quando sottolinea che la questione non è solo cronologica “ma di sostanza” (Ivi, p.884) dal momento che collocare in un periodo o in altro le origini del capitalismo significa di fatto optare per un’interpretazione del fenomeno piuttosto che un’altra. 
    5Rispetto alle forme di capitalismo esistite altrove (in Cina, in Egitto, nell’antichità greco-latina) prima dell’avvento protestantesimo, infatti, il capitalismo occidentale moderno costituisce per Weber un capitalismo distinto e particolare, la cui singolarità deriva proprio dall’estrema razionalità delle sue condotte, quali, per esempio, un’organizzazione sistematica del lavoro di una manodopera libera, cioè non composta da schiavi o da servi, un’utilizzazione intensa della scienza e della tecnica, un’estensione del proprio mercato nonché una contabilità perfezionata. Cfr. Weber (2006, pp.79-81).
    6Analizzando se e in quale misura le condizioni sociali e religiose possono essere favorevoli o meno alla formazione del capitalismo, Weber volle analizzare anche realtà diverse da quella occidentale, come per esempio la Cina, l’India, l’Islam. L’importanza attribuita dalle religioni ivi professate (confucianesimo, buddismo, induismo, ecc.) ad una morale ascetica piuttosto di tipo “ultramondano”, in cui il lavoro non è contemplato come strumento di accumulazione indefinita di ricchezza nell’adempimento di un dovere terreno, ma piuttosto come un semplice mezzo per conseguire un equilibrio o uno stato di felicità, lo convinsero che proprio l’ascetismo tipico della dottrina calvinista è causa dello “spirito” capitalistico e che la sua assenza al di fuori del mondo occidentale possa spiegare il mancato sviluppo di un simile sistema. Cfr. Weber (1976).
    7In particolare, quanto al cattolicesimo, Sombart (1994, p.190 e ss.) affermava, rifacendosi alla filosofia tomistica che, mentre la Chiesa condannava la ricchezza proveniente dal prestito, non condannava quella proveniente dall’investimento di capitale, se amministrata secondo i precetti della carità cristiana e che ciò incoraggiava lo “spirito del capitalismo”. Lo stesso vale a maggior ragione per il giudaismo, la cui morale era favorevole alla ricchezza considerato che agli ebrei era stato possibile praticare l’usura. Tesi, questa, riproposta molti anni più tardi, nel 1957, dall’economista svedese Kurt Samuelsson, il quale nel saggio Economia e Religione (1973), ha sostenuto che il puritanesimo avrebbe avuto uno scarso influsso sullo sviluppo del capitalismo, considerato che la dottrina puritana era contraria all’accumulazione delle ricchezze e all’impegno profondo nella vita economica. Weber, ad ogni modo, aveva già respinto a suo tempo questa critica, sottolineando, in particolare, che l’aspetto fondamentale non fosse tanto la ricerca del guadagno e l’accumulazione della ricchezza, quanto la necessità di operare per la gloria di Dio e rendersi, in qualche modo, degni di meritare la salvezza che è il problema che il cattolico, per esempio, non avverte avendo la certezza di essere salvato. Cfr. Weber (2006, pp.214 e ss.)
    8Risalgono già al 1907 le prime critiche, ricostruite in un saggio di Ephraim Fischoff pubblicato nel 1944, che in sostanza rimproveravano Weber di aver sostituito ad un’interpretazione causale della civiltà e della storia unilateralmente materialistica un’interpretazione spiritualistica altrettanto unilaterale. Cfr. Fischoff (2006, pp. 345-379). In una successiva edizione del suo saggio, Weber ebbe modo però di replicare sottolineando come la sua tesi fosse solo alternativa e non sostitutiva di quella di Marx, nel senso che “entrambe sono ugualmente possibili” Weber (2006, p. 241), e che, pertanto, come non c’è determinazione delle credenze da parte della realtà socio-economica, non c’è determinazione della realtà economico-sociale da parte della sfera dei valori. In tal senso, ha ragione Talcott Parsons (1987, p. 557) quando, ne La struttura dell’azione sociale, precisa che lo scopo di Weber è stato semmai quello di arricchire la prospettiva teorica di Marx, superando la concezione del materialismo storico secondo cui la cultura sarebbe il prodotto della struttura economica. Senza tuttavia fare della religione il fattore culturale determinante e senza trascurare l’influenza di fattori economici e sociali, quali l’accumulazione di capitali, lo sviluppo urbano, le scoperte geografiche e scientifiche, ecc. Tant’è che a una rilettura più attenta dell’opera di Weber, uno studioso autorevole come, per esempio, Richard H. Tawney, il quale nella prefazione del 1930 alla prima traduzione inglese del saggio aveva denunciato il carattere pericolosamente unilaterale che aveva creduto di ravvisare nella tesi weberiana, nella prefazione del 1937 si era dovuto in parte ricredere riconoscendo l’infondatezza delle sue riserve. Cfr. Tawney (1965) e (1967).
    9Cfr. altresì la raccolta di saggi curata da Orsini (2008)
    10Sul nesso tra dispotismo e stagnazione economica che avrebbe impedito alle civiltà orientali di sperimentare il capitalismo, cfr. Pellicani (1988).
    11Sulle cause e gli effetti di tale processo di finanziarizzazione, cfr. Strange (1988) (1998) la quale i profondi cambiamenti comportamentali e sociali che tale processo ha comportato, costringendo per esempio la gente, nella maggior parte dei casi in modo indiretto e inconsapevole, a rivestire la parte di giocatori nel “grande casinò” del capitalismo globale.
    12Cfr. Marx (1975, pp.937 e ss.)
    13A tal riguardo, cfr. Hoppe (2006).
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    Redattore: Simona FALLOCCO
    © 2010 ASSONEBB

  • CAPITALIZZAZIONE

    Procedimento matematico per il computo dell’accumulazione degli interessi maturati sul capitale iniziale. Dato C il capitale iniziale e I gli interessi maturati, il risultato dell’accumulazione, detto montante, sarà M=C+I. Gli interessi maturati I sono ottenuti applicando al capitale il tasso r per il tempo t. Il tasso r va sempre indicato in ragione di un periodo determinato, generalmente l’anno (in tal caso, p.e., un tasso del 5% indica che un impiego di un anno renderà 5 € per ogni 100 € di capitale). I problemi di capitalizzazione riguardano la dinamica temporale di un certo impiego (mentre i problemi di attualizzazione riguardano la valutazione di somme disponibili in futuro a certe epoche). La matematica finanziaria mutua dalla pratica degli affari due principali modi, o regimi, di calcolare il valore di M in funzione del tempo t, dato il tasso di interesse r: regime di capitalizzazione semplice e regime di capitalizzazione composta. La pratica impiega inoltre anche il regime di capitalizzazione mista. Un quarto regime, detto di capitalizzazione continua è impiegato nella teoria finanziaria ed economica. Nei primi tre regimi l’interesse viene computato solo a partire dal momento della sua scadenza naturale, mentre nel regime di capitalizzazione continua lo si computa per la quota maturata a ogni istante considerato (per cui è detto anche di capitalizzazione istantanea).

    1.
    Capitalizzazione semplice. Nel regime di capitalizzazione semplice gli interessi non producono interessi e si sommano semplicemente via via al capitale iniziale. Il montante è proporzionale al tempo, cioè alla durata di applicazione del tasso. Sarà quindi: interesse I = Crt e M = C+I = C+Crt = C(1+rt), dove (1+rt) è detto fattore di capitalizzazione. Posto r espresso in ragione d’anno, per periodi diversi dall’anno pieno si avrà: I = Crg/365 e M = C(1+rg/365), dove g sono i giorni di impiego del capitale. P.e., per 1.000 € impiegati al 5% si avrà per tre mesi (90 giorni) M = 1.000x(1+0,05x90/365) = 1.012,329 € e, per 15 mesi (450 giorni), M = 1.000x(1+0,05x450/365) = 1.061,644.

    2. Capitalizzazione
    composta. Nel regime di capitalizzazione composta l’interesse prodotto in ogni periodo si somma al capitale e produce a sua volta interessi, di modo che il montante è calcolato con una formula dove il tempo è posto in esponente: M= C(1+r) t, dove (1+r) t è il fattore di capitalizzazione composta. Il frutto del capitale maturato al tempo t è I = C[(1+r) t -1]. Per i due casi precedenti avremo a 90 giorni M=1.000x(1+r) (90/ 365) = 1.012,103, mentre per 450 giorni la formula dà un montante di 1.061,998 €. Il procedimento dell’interesse composto traduce la regola dell’anatocismo, mentre la formula dell’interesse semplice rispecchia la normativa legale del divieto dell’anatocismo. Da notare che per impieghi di durata inferiore al periodo di riferimento del tasso r (che nell’esempio fatto è l’anno) la capitalizzazione composta dà un montante inferiore a quello calcolato con capitalizzazione semplice e viceversa per impieghi di durata superiore. Il prodotto delle due formule sono identici solo quando la durata dell’impiego è la stessa del periodo di riferimento del tasso.

    3. Capitalizzazione mista
    . Nella capitalizzazione mista si applica il regime della capitalizzazione semplice per le frazioni d’anno e quello della capitalizzazione composta per gli anni interi. Il regime di capitalizzazione mista è quello utilizzato per la liquidazione degli interessi di conto corrente, anche in banca. Dato un conto corrente acceso il 1° ottobre del 1998 ed estinto il 30 giugno 2002, con una frazione del 1998 pari a 0,25 unità, 3 anni interi e una frazione del 2002 pari a 1/2 unità, il computo del montante avverrà con questa formula:  C(1+0,25r) (1+r) 3(1+05r). Al tasso del 2,5% un capitale iniziale di 1.000€ realizzeranno al termine un montante di 1.097,17 €.

    4. Capitalizzazione continua
    . La capitalizzazione continua, o istantanea, è anch’essa un procedimento esponenziale rappresentato elementarmente dalla formula M = Ceδtdove δ è il tasso istantaneo pari a δ=logt(1+r) ed e è il numero di Neper.

  • CAPITALIZZAZIONE DI BORSA

    Valore globale delle azioni di una società calcolato in base al corso di borsa mediante il prodotto della quotazione delle azioni per il numero delle azioni esistenti. Il risultato ottenuto viene solitamente confrontato con altri dati relativi alla struttura dell’impresa o al dinamismo della sua gestione al fine di poter determinare la rispondenza del prezzo alla quotazione di mercato e, corrispondentemente, stabilire se il titolo è sottovalutato o sopravvalutato. P.e. il price/cash flow ratio è dato dal rapporto tra la capitalizzazione borsistica del titolo e l’ammontare costituito dal reddito netto (anche delle imposte) dagli ammortamenti e dalle riserve: la composizione di questo indice è contraddistinta da una certa variabilità di contenuto, comprendendo alcune volte solo gli ammortamenti ed il reddito netto non distribuito, includendovi o meno i fondi di riserva; per la determinazione del reddito netto non si utilizza quello contabile, bensì si procede alla stima del reddito netto reale. Il price/earnings ratio è fornito dal rapporto tra la capitalizzazione borsistica ed il reddito netto come sopra stabilito. Si ottiene in tal modo di conoscere quante volte il reddito è compreso nel corso dei titoli. Il raffronto degli indici così ottenuti per più società operanti in diversi settori economici permette di valutare, da un punto di vista strettamente finanziario, la quotazione di un titolo con quelle di altri. Sommando la capitalizzazione di tutti i titoli quotati si ha la capitalizzazione dell’intera borsa.

  • CAPITALIZZAZIONE DI UN TITOLO

    Rapporto tra la cedola annua o il dividendo reso da un titolo e il suo prezzo di mercato. Si suol dire, p.e., che un titolo capitalizza il 5% quando produce un interesse annuo del 5% in rapporto al valore raggiunto dal suo corso.

  • CAPITALIZZAZIONE RETRIBUTIVA

    Metodo di finanziamento della previdenza sociale, contrapposto alla ripartizione contributiva, secondo il quale i contributi versati da ciascun lavoratore vengono investiti e rivalutati in base a un certo tasso annuo di interesse e le prestazioni sono liquidate in base sia al montante contributivo individuale maturato a scadenza, sia all’età del lavoratore, rispecchiando grosso modo i criteri tecnici delle assicurazioni sulla vita. Nel nostro Paese, dopo la riforma compiuta dal d.lg. 30.12.1992 n. 502 e dalla l. 8.8.1995 n. 335 il computo delle pensioni è passato dal metodo della ripartizione contributiva (che si basava sulle retribuzioni finali) a quello della capitalizzazione, lasciando un periodo transitorio di computo misto per i lavoratori in forza al 31.12.1995 con certi requisiti di anzianità. Col nuovo metodo a capitalizzazione, nelle forme di pensione annua nell’assicurazione generale obbligatoria e nelle forme sostitutive ed esclusive della stessa il montante contributivo individuale viene annualmente incrementato su base composta con un tasso annuo di capitalizzazione pari alla variazione media quinquennale del prodotto interno lordo (PIL) nominale, appositamente calcolata dall’ISTAT, con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare. Al pensionamento, l’importo della pensione annua è determinato moltiplicando il montante individuale dei contributi per un coefficiente di trasformazione determinato dalla legge in funzione dell’età dell’assicurato al momento del pensionamento e, quindi, della speranza di vita a tale data (v. anche pensioni, primo secondo e terzo pilastro).

  • CAPITOLATO

    Atto predisposto dalla Pubblica Amministrazione che contiene le condizioni generali applicabili ai contratti stipulati tra privati ed enti pubblici. Sono i regolamenti sulla contabilità pubblica a disporre che i contratti vengano conclusi in conformità a dei capitolati (capitolati d’oneri) predisposti dagli organi deliberativi delle rispettive amministrazioni. I capitolati si distinguono in generali e speciali: i primi contengono le condizioni applicabili ad ogni contratto del tipo disciplinato, i secondi sono predisposti di volta in volta - nel rispetto del capitolato generale - ad integrare il contenuto del singolo contratto da stipulare. Si è a lungo discusso circa la natura contrattuale o normativa del capitolato generale. La giurisprudenza riconosce carattere normativo erga omnes ai capitolati generali delle amministrazioni per le quali i capitolati stessi siano stati emanati con decreto; così il capitolato generale d’appalto dei lavori pubblici approvato con d.m. 19 aprile 2000 n. 145. Negli altri casi il capitolato generale ha carattere non normativo e, dunque, efficacia in quanto richiamato dal contratto di appalto. Ai capitolati speciali non viene riconosciuto carattere normativo in quanto contribuiscono alla definizione del rapporto contrattuale, mentre per i contratti degli enti minori che facciano richiamo a capitolati di enti maggiori (in genere dello Stato), la giurisprudenza ha escluso il carattere normativo del capitolato.

  • CAR POOLING

    Carpooling è l’uso condiviso di automobili tra un gruppo di persone con il fine principale di ridurre i costi di spostamento.

    È uno degli ambiti di intervento di mobilità sostenibile, in quanto consente di ridurre il numero di auto in circolazione con effetti benefici su inquinamento, congestione stradale e necessità di infrastrutture.

  • CAR SHARING

    Il car sharing è un servizio tecnologico che permette la fruizione in sequenza di un unico veicolo nell’arco della giornata da parte di una pluralità di utenti, dietro il pagamento di un prezzo per il tempo necessario a ciascuno a soddisfare le proprie esigenze di mobilità. Il potenziale competitivo del servizio risiede nell’originalità dell’offerta: si acquista l’uso del mezzo anziché il mezzo stesso, sono garantiti benefici simili a quelli dell’auto privata, in termini di flessibilità e comfort, ma a costi inferiori rispetto alla proprietà. Il car sharing nasce per soddisfare esigenze di mobilità che riguardano spostamenti di carattere occasionale o a media e bassa frequenza, di durata dalle 2 alle 8 ore e di distanza compresa tra 20 e 100 chilometri, risultando economicamente conveniente per l’automobilista che ha una percorrenza annuale inferiore a 15.000 chilometri.

  • CARATO

    Parola che deriva dal greco  κερÜτιου, terza parte (corrispondente a circa 0,19 grammi) dell’obolo e nel basso Impero uguale a 1 siliqua d’oro, pari a 1/24 di solido di libbra romana di 288 scrupoli, con uno scrupolo equivalente a 1,137 grammi. In origine era il nome del baccello di carrubo (siliqua), i cui semi erano utilizzati per pesare le quantità più piccole. È un’unità di misura di massa delle pietre preziose, di misura delle leghe aurifere e delle quote di proprietà di certi beni. a) Come unità di misura di massa è usata per i diamanti, le pietre preziose in generale e le perle. Il carato, che aveva valori diversi nelle varie nazioni (un tempo era la ventiquattresima parte dell’oncia), è stato unificato nel sistema metrico decimale come carato legale metrico equivalente a g. 0,2 (la quinta parte del grammo). Sottomultiplo del carato metrico è il grano metrico, la quarta parte del carato, equivalente quindi a g. 0,05. b) Il carato è anche termine di ragguaglio per indicare il grado di purezza dell’oro, cioè la quantità d’oro fino contenuta in una lega di questo metallo, espressa in ventiquattresimi della massa totale. L’oro a 24 carati è assolutamente puro; l’oro a 18 carati contiene 18 parti d’oro e 6 di altri metalli. L’uso di indicare la purezza dell’oro in carati risale all’Alto Medioevo. Si sono avute monete d’oro puro, cioè a 24 carati, come il solido (o nomisma) bizantino, sebbene per ragioni pratiche Giustiniano fece coniare in Egitto solidi da 22 e meno carati fino a un minimo di 6. Gli aurei italiani (fiorino, genovino e zecchino) erano battuti a 24 carati. Uguale caratura avevano anche gli scudi d’oro delle Cinque Stampe fino alla svalutazione di Carlo V. La purezza dell’argento si esprimeva, invece, in denari, limitatamente a un piede monetario di norma di 8 once, detto marco, che si presentava in forma di lingotto quando non era mera moneta di conto. Oggi si esprime in millesimi. Il denaro era 1/12 dell’oncia e si divideva a sua volta in 24 grani e ogni grano in 24 granetti. Il numero dei denari era impresso in detto marco. c) Prima dell’adozione del sistema metrico decimale, il carato era in alcune regioni italiane un’unità di lunghezza (pari a 0,24 centimetri) ed era usato nella tessitura dei panni. d) Nel linguaggio marittimo il termine carato indica ciascuna delle ventiquattro parti in cui si divide la proprietà di una nave Il termine è pure usato per indicare (ma per lo più in percentuale o in decimi) la quota di una proprietà comune indivisibile (un cavallo, un quadro d’autore), di una società per quote (in nome collettivo o in accomandita semplice, ovvero le quote di una compagnia teatrale.

  • CARATURA

    Quota, solitamente misurata in carati, cioè in ventiquattresimi (v. carato), della proprietà di una nave, di una società in nome collettivo o in accomandita semplice, di una compagnia teatrale, di una proprietà comune indivisibile.

  • CARD

    Termine di origine inglese (variante del fr. carte), lett. “scheda”, ma generalmente tradotto con “carta” (carta di credito, carta di debito ecc.). Il termine card era reso in it. anche con scheda magnetica, oggi quasi caduto in disuso (tranne che in certe forme applicate, p.e. scheda meccanografica, scheda telefonica). Card in senso tecnico è ogni tessera di dimensioni standard capace di operare come supporto di informazioni inserite su di essa meccanicamente (con perforazioni o codici a barre) o, in forma digitale, con tecniche magnetiche, elettroniche od ottiche.

    1. Schede perforate e a codici a barre
    . Le prime tessere concepite come supporto di informazioni sono comparse nel Settecento in Francia per la gestione automatica dei telai. Il suo uso si estende all’elaborazione di massa dei dati alla fine del secolo XIX con la punch card (scheda perforata; scheda meccanografica, scheda Hollerith, dal nome di Herman Hollerith, l’inventore), cartoncino standard di 187,3x82,5 mm da perforare secondo un codice convenzionale per incorporare le informazioni da immettere nelle macchine meccanografiche e, poi, anche per i calcolatori della prima generazione (v. elaboratore elettronico), ovvero per materializzare le informazioni prodotte da questi. Esistono anche carte con codici a barre per la lettura ottica (sebbene i codici a barre siano soprattutto applicati direttamente sull’involucro dei beni per rilevarne automaticamente prezzi e movimenti con uno scanner o una pistola laser; v.codice a barre; carta a codice a barre).

    2. Carta magnetica
    . Negli ultimi quarant’anni tre nuove tecniche (magnetiche, elettroniche e laser) hanno creato una varietà di carte a disposizione, questa volta, del consumatore, ormai diffuse in milioni di esemplari. La carta a banda magnetica (basata sulla tecnologia magnetica) è stata la prima ad apparire in ordine di tempo negli anni Settanta (uno tra i primi esempi è stata la scheda telefonica che la SIP, oggi Telecom, ha introdotto in Italia nel 1976). La carte di questo tipo hanno modesta capacità di memoria (meno di 1 Kb) e sono facilmente alterabili.

    3. Smart card. Carte a memoria e carte a microprocessore
    . Negli anni Ottanta prende a diffondersi la carta a circuito integrato, più nota come smart card, basata sulla tecnologia elettronica del chip, una delle ultime invenzioni dell’information technology. Inventata nel 1974 in Francia da Roland Moreno, essa ha dovuto attendere che l’avvento della miniaturizzazione dei componenti elettronici e la riduzione dei costi ne rendesse conveniente la produzione di massa. Nella forma più diffusa una smart card è una scheda di plastica dalle dimensioni standard di una carta di credito (54x85 mm, secondo le norme ISO 7816) all’interno della quale è inserito un chip. In base alla specie di chip incorporato le smart cards si dividono nelle due grandi famiglie della carta a memoria e della carta a microprocessore. Il chip della prima è di sola memoria con una capacità tra 1 Kb e 8Kb, quello della seconda ha una capacità intorno a 32 Kb e fino a 64 Kb e contiene un microprocessore con un suo sistema operativo, capace di elaborare dati e di eseguire piccoli programmi. Le carte a memoria immagazzinano semplicemente dei dati, in modalità “sola lettura” (read only), che possono essere letti come si legge un floppy disk con l’aggiunta di un certo grado di protezione, problema generalmente risolto mediante un numero personale di identificazione, il PIN. Una carta a microprocessore può aggiungere, cancellare, modificare i dati nella sua memoria quasi come un piccolo computer che comunica con l’esterno e che ha in più un sistema di protezione. L’impiego tipico della carta a memoria è monoapplicazione (p.e. bancomat e carte di credito bancarie e di compagnie telefoniche). Le carte a microprocessore sono potenzialmente multi-applicazione. Esistono carte elettroniche che non adottano lo standard di 54x85 mm. I produttori di GSM hanno sviluppato una scheda molto più piccola (v. carta SIM) e quelli di personal computer-CARD (ex PCMCIA) hanno fissato dimensioni di 54x85,6 millimetri.

    4. Carta laser. La tecnologia laser è assai simile a quella dei compact disk, si afferma agli inizi degli anni Novanta ed è tecnologia del tipo WORM (Write Once Read Many; v. carta laser). Essa consente di produrre carte con alta capacità (tipicamente tra 4 e 7 Mb).

    5. Applicazioni particolari: Carta d’identità elettronica
    e Carta sanitaria. Buona parte delle potenzialità delle carte elettroniche e laser sono ancora da realizzare. Si pensi alla citizens’ card, progettata in America che dovrebbe consentire a un cittadino di eseguire con una sola carta transazioni disparate, dall’assistenza, all’accesso alla biblioteca pubblica e ad altri servizi pubblici così come eseguire pagamenti per acquisti e altre transazioni private. Qualcosa di simile è stato progettato nel nostro Paese con la carta d’identità elettronica, oggi in sperimentazione in un certo numero di Comuni solo come documento di identificazione, ma che potrebbe evolvere in citizens’ card multi-applicazione. Altro esempio sono le carte, anch’esse in sperimentazione dal 2000 in alcune province italiane, francese e tedesche, del progetto Netlink che fa parte del IV programma di ricerca e sviluppo dell’UE. Il progetto prevede l’emissione di una carta sanitaria del cittadino che potrà essere utilizzata internazionalmente e diventare, in futuro, una specie di “passaporto sanitario” basato su smart card con requisiti minimi comuni che le rendano leggibili nei vari Paesi. Le carte da emettere sono due: la carta sanitaria vera e propria che contiene i dati amministrativi e di emergenza dell’iscritto al Servizio sanitario nazionale e che consentirà di accedere ai servizi sanitari, ovunque il cittadino si trovi e la carta del professionista rilasciata al medico e alle strutture sanitarie per leggere e aggiornare i dati della carta sanitaria e per inviare su Internet messaggi sicuri, firmati e crittografati.

  • CARICAMENTO

    Oneri accessori che nel computo delle tariffe di assicurazioni vengono aggiunti al premio puro per ottenere il premio lordo. Il caricamento comprende quote dei costi di gestione (oneri di acquisizione e di incasso, spese per la liquidazione dei sinistri, oneri di gestione) e di accantonamento a fronte di possibili sopravvenienze passive.

  • CARICARE

    Integrazione di un costo principale con costi accessori. P.e. in un prestito obbligazionario, qualora il relativo piano di ammortamento preveda determinati premi, oppure si voglia tener conto dell’onere relativo all’imposizione fiscale che l’emittente intende assumere a suo carico, delle spese di emissione e di rimborso ecc., il costo del prestito per l’ente emittente si ottiene caricando opportunamente quello precedentemente determinato in base al tasso d’interesse e al prezzo di emissione. Nel campo delle assicurazioni, si dice che il premio puro, calcolato per la copertura dell’impegno assunto in contratto dall’istituto assicuratore, va caricato di un importo che tenga conto della copertura dei costi accessori derivanti dai costi di funzionamento e dagli accantonamenti da effettuare a fronte di eventuali sfavorevoli andamenti della mortalità o della sinistrosità e del reddito prodotto dai capitali investiti. In questo caso, caricare il premio puro significa determinare il premio di tariffa (premio imponibile), cioè quello che l’assicurato sarà tenuto a pagare. L’operazione è detta nel linguaggio attuarialecaricamento.

  • CARICHIETI - CASSA RISPARMIO PROVINCIA CHIETI

    La Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti S.p.A. o brevemente CariChieti, dal 22 novembre 2015 in liquidazione coatta amministrativa.

    Dal giorno successivo è stata Rifondata, come Good Bank, con la nuova denominazione di Nuova Cassa di Risparmio di Chieti S.p.A., in breve Nuova CariChieti

    Insieme a Nuova Banca Etruria e Nuova CariFerrara, successivamente alla vendita dei crediti in sofferenza e in incaglio al Fondo Atlante, il 10 maggio 2017 le Nuova Banche sono state cedute a UBI Banca al prezzo simbolico di 1 euro.

  • CARICOM

    Acr. di: Caribbean Community and Common Market. Zona di libero scambioistituita con sede a Georgetown in Guyana dal trattato di Chaguaramas (Trinidad) del 4.7.1973 da Barbados, Guyana, Jamaica, Trinidad and Tobago entrato in vigore il 1°.8.1973. Il trattato è stato poi sottoscritto nel 1974 da Belize, Dominica, Grenada, St. Lucia, St. Vincent and the Grenadines e Montserrat, quindi da Antigua e Barbuda e St. Kitts- Nevis-Anguilla nello stesso anno. Le Bahamas sono diventate membri nel 1983 (ma solo della Caribbean Community, non del Common Market), Suriname nel 1995. Haiti è membro provvisorio del 1997. Il Caricom ha tre aree di attività: l’integrazione economica, la cooperazione in campo non economico e in alcuni servizi comuni, il coordinamento delle politiche estere degli Stati.

  • CARIFAST

    Marchio di una apparecchiatura, non più in uso, per il self-service allo sportello bancario progettata da IPACRI.

  • CARIMONTE BANCA

    Carimonte banca è stata costituita il 1°.8.1991 per conferimento delle aziende bancarie della Cassa di Risparmio di Modena e della Banca del Monte di Bologna e Ravenna ai sensi della l. 30.7.1990 n. 218 e del d.lg. 20.11.1990 n. 356, che consentivano alle banche con forme organizzative pubblichedi scorporare l’azienda bancaria e di conferirla a società per azioni costituite unilateralmente. La prima era stata costituita nel 1846 e la seconda 1965 per incorporazione della Banca del Monte di Ravenna, istituzione risalente al Cinquecento, nella Banca del Monte di Bologna, l’antico Mons pietatis bononiensis fondato nel 1473. Nel giugno 1995 Carimonte Banca e Credito Romagnolo sono state incorporate da Credito Romagnolo Holding, che ha assunto la denominazione di Rolo Banca 1473, a sua volta incorporata da UniCredito italiano nel 2002.

  • CARIPLO

    Abbr. di: Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde. Cassa di risparmio costituita nel 1823 a Milano (terza in Italia, v. casse di risparmio) per iniziativa della Commissione centrale di beneficenza, istituita sempre a Milano nel 1816 con lo scopo di “porgere a chiunque, ma segnatamente... alle persone delle classi meno agiate, un pronto e sicuro mezzo di formarsi con piccoli e ripetuti depositi, … un capitale di cui giovarsene in caso di malattie, di collocamenti di figli, di vecchiaia o di qualunque altro straordinario loro bisogno”. La denominazione completa era anche Cassa di risparmio delle PPLL. Era la prima cassa di risparmio italiana e del mondo, con attività diversificata nel breve termine e, attraverso le sezioni speciali, nel medio- lungo termine. Nel 1953 ha promosso la costituzione di Mediocredito lombardo e nel 1982 ha acquisito il controllo dell’IBI (Istituto bancario italiano). Con la l. 30.7.1990 n. 218 e il d.lg. 20.11.1990 n. 356, che consentivano alle banche con forme organizzative pubbliche di scorporare l’azienda bancaria e di conferirla a società per azioni costituite unilateralmente, nel 1991 la Cariplo si è trasformata in “ente conferente” con la denominazione di Fondazione della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde e ha conferito l’attività bancaria nel breve e nel medio-lungo termine alla Cariplo spa che ha anche incorporato l’IBI. La Carialo è stata acquisita nel 1997 da Banca Intesa che l’ha incorporata nel luglio 2000.

  • CARISMAT

    Marchio di un sistema, non più in uso, per il prelievo di contanti su apparecchiature automatiche del tipo ATM, in circolarità, mediante l’utilizzo di una carta a banda magnetica.

  • CARITAS IN VERITATE - ENCICLICA

    L'enciclica 'Caritas in Veritate' promulgata nel 2009 da Papa Benedetto XVI sintetizza la svolta economica, morale e religiosa nella dottrina dopo la grande crisi economica scoppiata nel 2007; la carità è dottrina fondamentale della Chiesa, insieme all'amore e alla verità. Sui temi economici il Papa riconosce il ruolo propulsivo nella crescita mondiale dei mercati finanziari, ma anche la loro eccessiva libertà e la mancata ridistribuzione dei profitti (carità).

    Si veda l'analisi e la sintesi dell'enciclica in questo contributo di P. Savona.

  • CARIVERONA BANCA

    Costituita nel 1825 come Civica Cassa di risparmio di Verona in ausilio del Monte di pietà, diventa autonoma nel 1864, si è, quindi, estesa ad altre province venete, incorporando, tra il 1927 e il 1938, la Banca del Monte di Feltre e le Casse di Risparmio di Cologna Veneta, di Legnago e del Basso Veronese, di Vicenza e di Bassano del Grappa e assumendo la denominazione di Cassa di Risparmio di Verona Vicenza e Belluno (1939) mutato nel 1989 in Cassa di Risparmio di Verona Vicenza e Belluno e Ancona (con l’incorporazione della Cassa di Risparmio di Ancona. Con la l. 30.7.1990 n. 218 e il d.lg. 20.11.1990 n. 356, che consentivano alle banche con forme organizzative pubbliche di scorporare l’azienda bancaria e di conferirla a società per azioni costituite unilateralmente, si trasforma in Fondazione Cassa di Risparmio di Verona nel 1991 conservando la precedente denominazione nella denominazione della spa cui conferisce l’azienda bancaria, che viene però detta in breve Cariverona banca spa o semplicemente Cariverona. Questa nel 1992 acquisisce la Banca Cuneese Lamberti Meinardi & C., acquisisce la maggioranza della Banca del Monte di Rovigo e apre una filiale a Londra. Nel 1994 la Fondazione Cassa di Risparmio di Verona insieme alla Fondazione Cassamarca di Treviso costituiscono Unicredito spa, una holding capogruppo (Gruppo Unicredito), cui conferivano le rispettive società aziende bancarie. Con l’integrazione dei Gruppi Unicredito e Credito italiano il 100% Cariverona Banca è stato trasferita al Credito italiano (poi rinominato UniCredito) che l’ha incorporata nel 2002.

  • CARNET CEE

    Fino all’entrata in vigore delle norme comunitarie definitive, si prevedeva che le merci spedite da uno Stato membro per essere temporaneamente utilizzate in uno o più Stati membri fossero scortate da un Carnet comunitario di circolazione alternativo al Carnet ATA (per il quale v.convenzione ATA). Il Carnet serviva anche come documento di transito comunitario interno e comprovava il carattere comunitario delle merci in esso elencate.

  • CARNET TIR

    TIR è acr. di Transport International Routier. Speciale documento di garanzia rilasciato dalla Camera di commercio per mezzo del quale è consentito effettuare un trasporto di merci anche attraverso il territorio di terzi Stati senza essere sottoposti a visite doganali o al pagamento o al deposito dei diritti e delle tasse di entrata e di uscita, oltre quelle eseguite dalla dogana di partenza e da quella di destinazione. Le ditte e le case di spedizione che intendono effettuare trasporti di merci su strada con veicoli sotto copertura del Carnet TIR, devono essere iscritte nel particolare registro tenuto dall’Unione Italiana delle Camere di Commercio. Ottenuta l’iscrizione al registro (TIR), l’azienda è abilitata ad effettuare trasporti internazionali di merci su strada e, ogniqualvolta vorrà effettuare un trasporto agevolato, dovrà presentare apposita richiesta alla Camera di commercio competente. La convenzione vigente permette al titolare del Carnet TIR l’utilizzo in traffico combinato strada/rotaia, terra/mare, terra/aria e strada/via fluviale, al fine di favorire il trasporto con contenitori.

  • CARRY TRADE

    Strategia finanziaria per la quale un investitore s’indebita per un dato ammontare nella valuta di un paese in cui i tassi di interesse sono bassi (funding currency), converte tale ammontare nella valuta di un paese in cui i tassi di interesse sono elevati (target currency) e acquista attività finanziarie denominate in quest’ultima divisa senza coprirsi dal rischio di cambio e con l’attesa di lucrare sul differenziale di interesse. Una variante di tale strategia consiste nel vendere valute per le quali il tasso di cambio a termine è apprezzato rispetto al tasso di cambio a pronti e contestualmente comprare valute per le quali il tasso di cambio a termine è deprezzato rispetto al tasso di cambio a pronti.
    Fonte: Banca d'Italia

  • CARTA

    Sinonimo di cambiale (pagherò e tratta, in lire e in valuta estera) nel linguaggio bancario, in cui si parla di carta bancabile e non bancabile, di carta di primissimo ordine, di primo ordine, ordinaria, scadente, eseguendo una classificazione in ordine decrescente nella valutazione dell’esigibilità del titolo; di carta commerciale e di comodo se scaturisce o meno da un rapporto commerciale; di carta bancaria, se è una tratta accettata da una banca. Il termine “carta” è di uso generico, con molte accezioni determinate in unione con un aggettivo o un’espressione aggettivante, come, p.e., carta assegni, carta breve, carta commerciale, carta di comodo, carta di consumo (cambiale connessa a crediti esistenti tra commercianti al dettaglio), carta di credito, carta di debito, carta di spesa, carta finanziaria, carta moneta, carta prepagata e altre.

  • CARTA A BANDA MAGNETICA

    Carte dotate di una banda magnetica per la registrazione dei dati, il cui tracciato è stato concordato in sede internazionale. Su di esse sono registrabili fino a tre tracce affiancate per il senso della lunghezza. Normalmente nelle applicazioni finanziarie vengono utilizzate le tracce due e tre, mentre la traccia uno viene utilizzata per applicazioni di altro genere. La traccia due è utilizzata in sola lettura (cioè i terminali in cui viene introdotta la carta hanno soltanto la capacità di leggerla, non di riscriverla) mentre la traccia tre viene utilizzata in lettura e in scrittura. Sulla stessa carta le tracce due e tre possono essere utilizzate contemporaneamente, permettendo così l’utilizzo della stessa carta per applicazioni diverse: p.e. la stessa carta può essere contemporaneamente sia una carta di credito sia una carta di debito, avendo assegnato ciascuna delle funzioni ad una specifica traccia. La scelta dell’applicazione viene fatta dal cliente ovvero è determinata dal tipo di apparecchiatura in cui viene utilizzata la carta. A questo tipo di carta utilizzabile in applicazioni diverse viene dato il nome di carta multiapplicazione (anche di carta multifunzione). Esse sono le più diffuse, essendo tra l’altro quelle di più antica introduzione. Esistono anche altri standard, p.e. quello francese adottato per la carta delle autostrade, operanti con due sottili strisce magnetiche affiancate, ma la loro diffusione è molto minore. Esse tendono a essere sostituite dalla carta a circuito integrato e dalla carta laser, tecnologie molto più potenti, versatili e sicure.

  • CARTA A CIRCUITO INTEGRATO

    Termine che indica genericamente una carta contenente uno o più microcircuiti (v. chip) che consente, tra le altre funzioni, l’identificazione del titolare, l’autorizzazione all’acquisto e la registrazione dei dati dell’operazione. All’atto dell’utilizzo tale carta prevede la verifica del numero personale di identificazione (PIN) e la capienza sul conto del titolare. Talvolta la carta consente l’aggiornamento automatico del saldo contabile dopo ogni operazione. A seconda delle funzioni svolte dal circuito integrato si possono avere o una carta a memoria o una carta a microprocessore. Sin. Smart card; carte à puce. v anche card.

  • CARTA A CODICE A BARRE

    Carta nella quale le informazioni vengono memorizzate mediante la stampa di uncodice a barre. Il suo utilizzo più frequente è per il riconoscimento in apparecchiature dei sistemi di controllo accessi per controllare il movimento di persone o cose mediante apposite apparecchiature (scanner, pistola laser). v anche card.

  • CARTA A MEMORIA

    Particolare tipo di carta a circuito integrato, dotata di un chip di memoria e di una logica di controllo fissa (viene generata in fabbrica e non può essere successivamente modificata) per gestire l’interscambio dei dati con l’esterno. La memoria può essere realizzata con tecnologie di vario tipo le quali possono o meno consentire la modifica del contenuto. In genere una parte della memoria ha contenuto fisso, generato in fabbrica, mentre un’altra parte può essere scritta nelle apparecchiature terminali. La cancellazione di quanto registrato nelle apparecchiature terminali può essere effettuata soltanto utilizzando apparecchiature di genere diverso, normalmente a disposizione esclusiva di appositi uffici della banca che emette le carte. Il chip di memoria può essere di tipo Read Only Memory (ROM), Erasable Programmable Read Only Memory (EPROM), Electronically Erasable Programmable Read Only Memory (EEPROM) ed in alcuni casi viene integrato da un ulteriore chip di tipo Random Access Memory (RAM). La differenza dalla smart card o carta a memoria elettronica è data dalla mancanza del microprocessore.

  • CARTA A MEMORIA ELETTRONICA

    Particolare tipo di carta a microprocessore dotata di memoria incorporata tramite microcircuito integrato avente autonoma capacità elaborativa. Si presta ad un’ampia gamma di possibilità di utilizzo; in particolare di carta multi-applicazione in grado di svolgere congiuntamente operazioni di carta di credito, carta assegni, tessere per operazioni di sportello automatico, documento personale, carta di debito. La capacità di multi-applicazione di tale strumento, rispetto alle funzioni svolte singolarmente da ciascuna carta o documento tradizionale momo-applicazione, è data dalla memoria incorporata, che consente di immagazzinare ulteriori dati finanziari e personali e di elevarne inoltre il grado di sicurezza nell’utilizzo.

  • CARTA A MICROPROCESSORE

    Carte dotate di un chip contenente un intero sistema di elaborazione, costituito da un microprocessore, da dispositivi logici per l’interfacciamento con l’esterno e da dispositivi di memoria di varia natura, analoghi a quelli presenti nelle carta a memoria.

  • CARTA ASSEGNI

    . Documento rilasciato dalla banca trattaria al cliente allo scopo di assicurare, entro limiti di copertura prefissati, il buon fine degli assegni emessi da quest’ultimo, mediante il sorgere, accanto all’obbligazione cambiaria del traente, di un’obbligazione extracambiaria della banca che ha rilasciato la carta nei confronti del primo prenditore. Rispetto alla carta di credito la carta assegni offre un notevole vantaggio non essendo il suo utilizzo subordinato alla presenza di apposite convenzioni tra esercente ed emittente e presentando il servizio un costo estremamente ridotto. Sul documento, sottoscritto dal cliente nella faccia anteriore, sono indicati il numero della carta, il numero di conto corrente, il nome del titolare del conto e della carta, la data di scadenza e l’indicazione dell’importo massimo per cui ciascun assegno può essere emesso. Il pagamento degli assegni è garantito al primo prenditore purché questi osservi determinate formalità fissate dalle norme uniformi bancarie e indicate sulla carta medesima. Il prenditore deve, cioè, accertare che il documento non sia scaduto, che vi sia la sottoscrizione dell’assegno (che il traente deve apporre in sua presenza), la banca ed il numero di conto apposti sull’assegno corrispondano a quelli risultanti dalla carta e che l’importo dell’assegno non ecceda quello ivi indicato. Egli deve, inoltre, trascrivere il numero della carta sul retro dell’assegno e presentare il titolo per il pagamento alla banca trattaria, anche a mezzo di un’altra banca a cui l’assegno può essere girato, entro il termine indicato sulla stessa carta assegni. Le carte assegni (diffusesi nel sistema bancario italiano nel corso degli anni Sessanta e oggetto di regolamentazione uniforme da parte dell’ABI per la prima volta nel 1969) sono state gradualmente sostituite dalla carta eurocheque, emessa in Italia a partire dal novembre 1988 e valide sia all’interno del territorio nazionale, per garantire i normali assegni tratti su banche italiane, sia negli altri Paesi della comunità eurocheque, per garantire gli eurocheque uniformi tratti su banche italiane e spendibili solo all’estero.

  • CARTA BANCARIA INTEROPERATIVA

    Espressione generica che indica le carte bancarie (di pagamento o di prelievo) dotate del requisito dell’interoperatività, ossia della possibilità di essere utilizzata in network differenti da quello da cui è stata emessa, in virtù dell’apertura dei relativi sistemi tramite accordi basati su principi di reciprocità e sulla compatibilità tecnologica della carta e dei lettori. Questa caratteristica è abbastanza generalizzata per la carta PagoBancomat e simili, meno alquanto per le carte di credito.

  • CARTA BREVE

    Cambiale (normalmente tratta), espressa spesso in moneta estera, con scadenza entro venti giorni o, al massimo, un mese dall’emissione. Qualora la scadenza superi tale ultimo termine ma non quello dei quarantacinque giorni, si parla di carta media. Usata in modo speciale dagli operatori economici nell’ambito del commercio internazionale, la carta breve viene ammessa in maggior misura allo sconto da parte delle banche quando, tra gli altri motivi di convenienza, il saggio di sconto del paese dove gli istituti di credito operano è più alto di quello del paese nella cui moneta è espressa la divisa. Nel caso contrario, invece, l’appetibilità sarà maggiore per le divise con scadenza superiore (carta lunga).

  • CARTA CP-8

    Marchio di un particolare tipo di carta a memoria, che ha avuto diverse applicazioni in campo bancario, tra cui si segnala in particolare quella realizzata dal consorzio CILME, al quale hanno partecipato diverse banche del Nord Italia. La prima applicazione venne fatta in occasione dei campionati del mondo di sci svoltisi a Bormio nel 1985.

  • CARTA D'IDENTITÀ ELETTRONICA

    Nuovo documento di riconoscimento personale rilasciato dal Comune su supporto informatico, in sperimentazione nel 2001, che dovrebbe sostituire entro il 2004 i documenti cartacei in tutti i Comuni. Essa è prevista dall’art. 2.10 della l. 15.5.1997 n. 127, modif. dall’art. 2.4 della l. 16.6.1998 n. 191 ed è stata regolamentata dal d.p.c.m. 22.10.1999 n.437. in modo abbastanza estensivo. Per i minori di 15 anni la legge prevede il rilascio di un “documento d’identità elettronico” analogo alla carta di identità elettronica. Sulla carta devono essere inseriti i dati anagrafici e gli altri dati identificativi obbligatori, il codice fiscale, la firma. La carta ha le dimensioni standard delle carte di credito ed è dotata di bande a memoria ottica e di un microprocessore, La prima, a lettura laser, memorizza i dati identificativi richiesti dalle norme di pubblica sicurezza, il secondo consente l’identifi- cazione in rete e l’erogazione di servizi telematici. L’inserimento di altri dati amministrativi, consentito dalla legge, estenderebbe gli usi potenziali e farebbe della carta d’identità elettronica unacard multi-funzionale di ultima generazione. L’elevata capacità di memoria disponibile, associata alla capacità elaborativa del microchip, potrebbe consentire un utilizzo anche per fruire di servizi locali e nazionali: comunicare all’anagrafe comunale le variazioni di residenza, richiedere informazioni e certifi- cati e, inoltre, partecipare alle elezioni, prenotare visite ed esami sanitari, registrare l’iscrizione alle scuole, effettuare pagamenti qualora, con l’ulteriore sicurezza della firma digitale a chiave crittografata asincrona, le banche, le poste ed altri uffici decidano di utilizzare la carta per l’accesso ai loro servizi.

  • CARTA DI BOLOGNA SULLE POLITICHE CONCERNENTI LE PMI

    Documento sottoscritto il 15.6.2000 alla riunione dell’OCSE di Bologna. Nella Carta si riconosce alle piccole e medie imprese (PMI) un ruolo importante nella crescita dell’economia, nella creazione di posti di lavoro, nello sviluppo regionale e locale, nella coesione sociale, nei sistemi nazionali di innovazione. Si e ritiene necessario, quindi, stimolare la capacità di innovare e la competitività delle PMI e si confida che due strumenti siano particolarmente uliti per raggiungere questo obiettivo: lo sviluppo dell’e-commerce e quello dell’organizzazione per gruppi di imprese (cioè le reti di produzione che raggruppano imprese fortemente interdipendenti, compresi i fornitori specializzati, legate da una catena di produzione di valore aggiunto, comportanti talvolta anche alleanze con università, centri di ricerca, servizi a forte intensità di conoscenze offerti alle imprese). La Carta elenca una serie di iniziative, riforme e strumenti utili per realizzare questi obiettivi, che riguardano gli adattamenti della normativa civile e amministrativa; l’istruzione e la formazione; l’accesso ai servizi finanziari; la ricerca; la diffusione delle nuove tecnologie; l’accesso alle reti nazionali e mondiali di innovazione; il rafforzamento del partenariato pubblicoprivato; il dialogo politico e sociale; lo sviluppo dei distretti industriali. La Carta riserva una raccomandazione particolare a che le regolamentazioni e le direttive pubbliche nel muovo settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e dell’e-commerce siano sviluppate tenendo conto delle PMI. Si raccomanda inoltre di stimolare una maggiore consapevolezza da parte delle PMI dei vantaggi della società dell’informazione e dell’integrazione dell’utilizzo di Internet e del commercio elettronico e rafforzare la loro partecipazione al commercio elettronico. La Carta ha valore solo di dichiarazione non vincolante.

  • CARTA DI CREDITO

    Documento di identificazione emesso da banche, da operatori finanziari specializzati e anche da aziende commerciali e industriali a favore di una cerchia più o meno estesa di clienti. Materialmente è rappresentata da una tessera di plastica (card) recante almeno: il nome del titolare, uno spazio per la riproduzione della sua firma, un numero di codice e la data di scadenza, oltre all’indicazione dell’emittente e il logo del circuito internazionale in cui la carta è inserita. Essa consente al titolare di effettuare, entro un certo plafond mensile, acquisti presso esercizi convenzionati con l’emittente senza l’esborso di moneta legale, senza l’utilizzo di assegni bancari o di moneta elettronica. La carta può essere utilizzata anche per il regolamento di acquisti su siti Internet. Meglio è limitare gli acquisti ai siti dotati di sistemi di sicurezza (è consigliabile il dispositivo SSL o il nuovo SET) o di certifi cazione Verisign (la maggiore Certification Authority del mondo Internet). Nella tessera è inoltre inserita una banda magnetica (introdotta per la prima volta nel 1969) o un microchip contenenti, tra l’altro, gli elementi identificativi della carta che hanno eliminato le laboriose scritture manuali e che permettono di informatizzare tutto il processo di controllo, rilevazione, trasmissione, contabilizzazione e liquidazione delle transazioni nei rapporti negoziante- emittente ed emittente-portatore della carta. Gli emittenti tendono a contenere gli oneri a carico dei titolari per incentivare l’uso della carta di credito (è richiesto un canone annuo più o meno intorno a 25 € per le carte ordinarie; il canone può aggirarsi intorno a 75-150 € per le carte gold) più una piccola somma per rimborso spese per ogni estratto conto. Sui commercianti grava una commissione che varia, secondo l’emittente, da un po’ meno del 3% fino al 4,5%, oltre il costo del POS.

    1. Categorie di carte di credito. La carta di credito rientra nella categoria generale della carta di pagamento, insieme alla carta di debito e alla carta prepagata. Si noti che le carte di debito tipo PagoBancomat spesso sono anche abilitate a operare come carta di credito, a scelta del portatore. Secondo chi le emette, le carte di credito sono classificate in tre categorie: a) carte bancarie, emesse da banche e istituzioni finanziarie, anche in associazione (carte di credito bancarie); b) organizzazioni specializzate (dette T&E, acr. di Travel & Entertainment, in quanto rilasciate da network originariamente specializzati prevalentemente in attività di viaggi, turismo et sim.); c) imprese produttrici di beni e servizi, in specie supermercati e grandi magazzini, che emettono carte di credito per facilitare le proprie vendite (co-branded, fidelity cards). Altre distinzioni vengono fatte. Carta di credito aziendale (business credit card, o corporate cards) sono quelle di cui è titolare un’azienda, ma portatore è un suo dipendente che la impiega per ragioni d’ufficio. Negli Stati Uniti si distingue tra unsecured e secured credit cards: queste ultime sono rilasciate a coloro che le richiedono per la prima volta o che hanno una storia (ben controllata colà da precise rilevazioni statistiche) di mancati pagamenti per carte rilasciate in precedenza. Le secured credit cards hanno plafond ristretti di spesa e richiedono comunque la costituzione in conto corrente o in deposito della provvista necessaria al regolamento (in misura dal 50% al 100% dell’importo dell’affidamento), di modo che esse sono di fatto delle carte di debito. Per il resto esse operano come le unsecured credit cards per le quali non è richiesto un deposito preventivo. Si distinguono, inoltre, le affinity credit cards, rilasciate a particolari gruppi o ad associazioni non profit. Talvolta le carte attribuiscono al portatore, in proporzione all’uso, particolari bene- fici come sconti, accumulo di punti per ottenere regali, membership rewards, che incentivano le spese e premiano la fedeltà nell’utilizzo della carta. Questi benefici sono concessi anche in Italia, (p.e. i punti Mille Miglia Alitalia in proporzione al traffico telefonico pagato con carte Telecom Callit), ma sembrano meno diffusi che negli Stati Uniti. Una distinzione praticata dovunque è di differenziare le carte secondo il segmento di clientela mirato. Si ha così l’emissione da parte dello stesso emittente, a fianco delle carte ordinarie, di altre carte con plafond di spesa minori o maggiori e caratteristiche diverse (p.e. con le carte gold riservate a clienti qualificati come vip).

    2. Regolamento delle transazioni
    . Le transazioni vengono regolate a una data futura rispetto all’invio, da parte dell’emittente, al titolare della carta di un estratto conto recante la descrizione degli acquisti effettuati nel corso del periodo precedente. Il regolamento avviene generalmente con addebito di un conto indicato dal cliente, ovvero, per le carte non bancarie, anche con rimessa diretta di un assegno o per cassa. Le carte di credito, normalmente quelle bancarie, possono consentire, con addebito di interessi sullo scoperto, anche un credito per posticipare il pagamento (revolving credit) con pagamento rateale, di regola mensile, svolgendo con ciò attività creditizia che le differenzia dalle altre due categorie di carte di credito. Per questo motivo le T&E e le fidelity card sono denominate in alcuni Paesi, invece che carte di credito, charge cards, vale a dire carte di debito differito proprio per l’assenza di attività creditizia. In ogni caso il differimento del termine di regolazione consente all’utilizzatore di beneficiare di un credito gratuito al consumo (con importi circoscritti dai plafond di spesa mensile) per il periodo intercorrente fra il momento dell’acquisto e il momento di effettivo regolamento della transazione, cioè il momento in cui l’emittente viene effettivamente rimborsato. Peraltro in Italia il ricorso alla rateizzazione del pagamento è trascurabile (oltre il 96% dei regolamenti è compiuto in unica soluzione). I rapporti contrattuali connessi al rilascio della carta di credito sono soggetti alla normativa sulla trasparenza contenuta nel Titolo VI TUBC.

    3.
    Origini della carta di credito. L’uso di tessere, cioè di titoli di credito rilasciati da banche con le quali il portatore poteva ritirare contante dal proprio conto corrente o pagare acquisti da commercianti convenzionati era entrato in uso negli Stati Uniti agli inizi del novecento, sollecitato dai commercianti e dai grandi distri- butori. Agli inizi degli anni Cinquanta il Diners Club e la Franklin National Bank in New York ne regolarizzano in forma standard l’emissione specificatamente per l’acquisto di beni di largo consumo e per servizi. La vera e propria carta di credito compare nel 1958 in California, lanciata dalla Bank of America (la BankAmericard blu, bianca e oro) nella sua forma attuale di scheda plastificata con incisi i dati del titolare e dotata di un revolving credit. Un’iniziativa simile (ma senza revolving credit) è avviata lo stesso anno dall’American Express, forte della sua esperienza bancaria e finanziaria (è stata la prima a emettere traveller’s cheques fin dal 1891) e della sua presenza nell’attività di agenzia di viaggi e turismo. La BankAmericard crea via via una rete di licenziatari negli Stati Uniti e nel mondo che danno origine nel 1976 a Visa, il più grande circuito mondiale di carte di credito. Un altro circuito bancario era nato nel 1966, sempre negli Stati Uniti, con la costituzione di Interbank Card Association (ICA) da parte di altre banche non legate a BankAmericard ed emittenti carte di credito col marchio Master Charge. In Europa viene in quegli stessi anni fondato Eurocard che nel 1968 stabilisce un’alleanza con ICA. La partnership estende l’attività in altri continenti e negli anni Settanta assume l’attuale denominazione di MasterCard, il secondo circuito mondiale bancario di carte di credito in ordine di importanza. In Giappone nel 1961 appaiono due emittenti nazionali di carte di credito, Japan Credit Bureau (JCB) e Osaka Credit Bureau (OCB) che si fondono nel 1968, dando origine a JCB Co., Ltd. Questi è diventato il più grande emittente di carte di credito in Giappone e dal 1981 ha esteso la sua presenza in diversi altri Paesi, dando origine a un altro circuito mondiale. Esistono molti altri emittenti, bancari e non, specialmente negli Stati Uniti che restano il Paese con una diffusione di carte di credito superiore al resto del mondo. Questi emittenti si avvalgono però dell’associazione ai grandi circuiti specialmente per l’attività fuori dei con- fini nazionali.

    4. Network internazionali ed emittenti di carte di credito. Esistono dunque cinque grandi network internazionali: i due bancari Visa e MasterCard e i tre non bancari Diners, American Express e JCB. Questi tre ultimi vengono classificati nella categoria T&E. È però da notare che Diners fa parte del gruppo Citicorp e che American Express ha una robusta attività bancaria e parabancaria. Anche JCB svolge attività parabancaria. Diners e American Express emettono le carte di credito in proprio e co-branded nei Paesi in cui sono presenti. Visa e Master- Card non emettono invece carte in proprio, ma concedono il marchio a emittenti nazionali e consentono, con le loro infrastrutture diffuse a livello mondiale, la spendibilità internazionale. JCB segue una politica mista.

    5. Network
    italiani. In Italia le carte di credito in circolazione a fine 2000 erano quasi 15 milioni (di cui solo il 55% attive, cioè utilizzate almeno una volta all’anno). Le carte di credito sono state utilizzate nel 2000 per compiere 272,3 milioni di transazioni per un valore complessivo di 25,4 milioni di € (49.136 miliardi di lire). L’emissione e la gestione di carte di credito in Italia è compresa nelle attività di prestazione di servizi di pagamento dall’art. 106 TUBC che le riserva alle banche e agli intermediari iscritti nell’elenco generale tenuto dall’UIC. L’esercizio dell’emissione e della gestione di carte di credito è però subordinata (d.m. 13.5.1996) all’ottenimento dell’iscrizione nell’elenco speciale dell’art.107 TUBC tenuto dalla Banca d’Italia (l’iscrizione non è richiesta per le fidelity cards). Attualmente in Italia sono in circolazione carte T&T American Express e Diners, carte di matrice bancaria e diverse fidelity card. Le principali carte bancarie in circolazione sono: Banca Sella della Banca omonima, Carta SI di Servizi Interbancari, BankAmericard-Key Client della Deutsche Bank, TopCard della BNL, Moneta del Gruppo Banca Intesa, Aura della Findomestic Banca, Carta Attiva la Agos Itafinco, compartecipazione di Gruppo Banca Intesa e le francesi Caisse National de Crédit Agricole e Sofinco, società quest’ultima di credito al consumo, Carta Bipielle Ducato del gruppo Banca Popolare di Lodi, Cariverona Card di Cariverona Banca, Banca Antoniana Popolare Veneta della banca omonima, Eureka della Fiditalia, società di credito al consumo partecipata da UniCredito italiano e Société Générale, Kalibra (ICCRI), Targa emessa congiuntamente da Fiat e San Paolo, Unicard delle Coop.

    6. Regime fiscale
    . Quanto all’imposta di ollo le operazioni con carte di credito sono ora un regime di completa esenzione dopo il d.l. 30.12.1993 n. 557, conv. in l. 26.2.1994 n. 133 (in precedenza era dovuta l’imposta in misura fissa di Lit. 500 per ogni operazione di importo superiore a lire 50.000). (gt-mv)

    7. Per gli aspetti penali v. carte di credito, di pagamento e documenti che abilitano al prelievo del denaro contante, disposizioni penali.

  • CARTA DI CREDITO AZIENDALE

    Carta di credito rilasciate a un’azienda nell’interesse di questa. Si differenzia dalle ordinarie carte di credito per le caratteristiche e per i servizi accessori. Essa prevede la scissione tra titolare del rapporto con l’emittente (l’azienda) e portatore (uno o più dipendenti dell’azienda, consiglieri di amministrazione e altri esponenti) ed è uno strumento di pagamento con un ambito di utilizzo limitato a determinate situazioni aziendali. Non consente il rimborso rateale degli importi e non comporta, di regola, un ampliamento del fido a disposizione dell’azienda, poiché molte banche includono il massimo di spesa nell’affidamento complessivo ad esse concesso. Altre banche, però, permettono che il revolving credit si aggiunga agli altri affidamenti. Si distinguono tre categorie di carte aziendali: a) carte corporate per la regolazione specialmente delle spese di viaggio e rappresentanza; b) carte business destinate a professionisti e piccole imprese per spese di viaggio e rappresentanza, noleggi, acquisti diversi; c) carte purchasing per la regolazione delle piccole spese per acquisti di beni e servizi (cancelleria, materiali di consumo correntemente acquistati in piccole quantità, taxi ecc.). Con le carte aziendali le aziende eliminano buona parte della documentazione cartacea, semplificano la gestione amministrativa, migliorano il controllo sulle spese degli impiegati e riducono in definitiva i costi indiretti. Sin.: carta di credito privativa.

  • CARTA DI DEBITO

    Denominazione collettiva dei documenti che rientrano nella categoria più generale che va sotto il nome di carta di pagamento e che sono conosciuti in pratica con i nomi di PagoBancomat (la carta di gran lunga più diffusa), TopCash (BNL), Moneta (Banca Intesa) ecc. Essi consentono al titolare di prelevare somme di denaro presso gli ATM (gli sportelli automatici delle banche) che espongono i rispettivi marchi, regolare acquisti presso negozianti muniti di POS abilitati, pagare pedaggi autostradali e altro. La cartaPagoBancomat può essere anche abilitata ai circuiti internazionali Visa Electron, Cirrus, per prelievi sugli ATM esteri che espongono il marchio ec/Cirrus e sui circuiti internazionali Maestro, per pagamenti su terminali POS esercizi commerciali esteri espongono il marchio edc/Maestro (non per le altre operazioni possibili nel nostro Paese). A differenza delle carte di credito, le carte di debito prevedono l’addebito in conto corrente solitamente in tempo reale e, comunque, con la valuta del giorno dell’operazione. Le carte di debito sono emesse dalle banche e sono un documento di identificazione materialmente rappresentato da una tessera di plastica di dimensioni standard recanti impresso in chiaro il nome del titolare, un numero di codice e la data di scadenza, oltre all’indicazione dell’emittente e il logo del circuito internazionale in cui la carta è inserita. Nella tessera è inserita una banda magnetica (esperimenti con chip stanno per essere avviati nel nostro Paese) che riporta, in cifre e secondo una procedura atta ad essere decodifi cata da un terminale elettronico, tutti i dati necessari per identificare il portatore, compreso un numero identificativo segreto, il PAN. A parte viene consegnato al titolare un plico sigillato contenente un numero di codice personale segreto,PIN. Per avvalersi del servizio (che è attivo, normalmente, tutti i giorni 24 ore su 24) bisogna inserire la carta nell’apparecchiatura dell’ATM o del POS, digitare su una tastiera il codice segreto e gli elementi identificativi dell’operazione che si intende effettuare (nel caso del POS il secondo gruppo di informazioni sono generalmente inserite dal venditore). Tutte le informazioni sono trasmesse alla banca emittente della carta, la quale autorizza l’operazione dopo aver confrontato PIN e PAN e verificato la regolarità e la validità della carta.

  • CARTA DI PAGAMENTO

    Espressione collettiva che raccoglie una delle specie di strumenti di pagamento al dettaglio per transazioni ravvicinate (altre specie sono il contante e l’assegno). Altri strumenti di pagamento sono quelli a distanza (bonifici) e quelli ricorrenti (procedure RIA e RID), per i quali è possibile l’addebito diretto senza alcun intervento del titolare del conto (p.e., nel caso della domiciliazione delle bollette). Le carte di pagamento si dividono nelle tre categorie di carte di credito, carte di debito, carte prepagate. Da queste va separandosi una quarta categoria degli strumenti di pagamento per l’e-commerce. L’emissione e la gestione di carte di pagamento in Italia è compresa nelle attività di prestazione di servizi di pagamento dall’art. 106 TUBC che le riserva alle banche e agli intermediari iscritti nell’elenco generale tenuto dall’UIC. L’esercizio dell’emissione e della gestione di carte di credito è però subordinata (d.m. 13.5.1996) all’ottenimento dell’iscrizione nell’elenco speciale dell’art.107 TUBC tenuto dallaBanca d’Italia (l’iscrizione non è richiesta per le fidelity cards).

  • CARTA EUROCHÈQUE

    Carta assegni, accettata a livello internazionale, introdotta negli anni Settanta da banche della Germania e del Benelux. Veniva utilizzata come carta di garanzia di assegni di formato standard (Eurochèques uniformi), impiegati sia nei pagamenti sia per prelevare contante nella valuta del paese in cui si effettua l’operazione. Negli ultimi anni è andata evolvendo in carta elettronica e dal 1°.1.2002 (con la piena operatività dell’euro) è scomparsa.

  • CARTA EUROPEA PER LE PICCOLE IMPRESE

    . Documento (fr. Charte européenne pour les petites entreprises; ingl. European Charter for Small Enterprises) approvato dal Consiglio europeo di Santa Maria da Feira il 20.6.2000 con il quale si raccomanda agli Stati membri e alla Commissione europea di adottare iniziative per sostenere e incoraggiare le piccole imprese. Presupposto del documento è che le piccole impresesono la principale forza propulsiva dell’innovazione, dell’occupazione e dell’integrazione sociale e locale in Europa. La Carta individua le seguenti aree di miglioramento e di intervento: educazione all’imprenditorialità; creazione d’impresa più rapida ed economica; legislazioni e norme migliori; disponibilità di competenze; migliore accesso alle reti informatiche; maggiori risultati dal Mercato Unico; fiscalità e finanza; aumento della capacità tecnologica delle piccole imprese; uso di modelli efficaci di e-business e sviluppo di servizi di qualità; una rappresentanza più forte ed efficace degli interessi delle piccole imprese a livello nazionale ed europeo. Il Consiglio europeo di Feira ha chiesto che l’attuazione integrale della Carta sia inserita nelle proposte relative al programma pluriennale a favore dell’impresa e dell’imprenditorialità. Le attività svolte dall’Unione a favore delle PMI devono tener conto degli obiettivi fissati dalla Carta. Gli obiettivi del Programma pluriennale a favore dell’impresa e dell’imprenditorialità, in particolare per le piccole e medie imprese (PMI) per il periodo 2001-2005 sono già stati coordinati dalla Commissione europea con quelli della Carta. Azioni analoghe sono state promosse nell’ambito dell’OCSE, in particolare con la Carta sulle politiche relative alle PMI, adottata dai Ministri dell’industria dell’OCSE a Bologna il 15 giugno 2000.

  • CARTA FILIGRANATA

    Fogli che contengono l’impronta di una filigrana, visibile in trasparenza, rappresentante scritte o immagini di varia natura, cui sovente si aggiungono fili metallici. La carta filigranata è molto usata soprattutto per la fabbricazione delle carte valori (p.e., biglietti di banca, titoli obbligazionari, assegni bancari, cambiali ecc.), in quanto offre notevoli garanzie contro le falsificazioni e le alterazioni delle carte valori.

  • CARTA LASER

    Carta priva di capacità elaborativa ma in grado di memorizzare una elevata quantità di dati digitali con tecnologia laser (fino circa 7 Mb). Consistono di una tessera di regola dello stesso materiale e delle stesse dimensioni standard delle carte di credito sulla quale i dati vengono incisi o letti con apparecchiature simili a quelle dei compact disk. La registrazione è del tipo WORM (Write Once Read Many) non modificabile. Si sono affermate a partire dagli inizi degli anni Novanta.

  • CARTA LUNGA

    Cambiale (normalmente tratta) avente scadenze comprese tra quarantacinque giorni e 4/6 mesi. Quando si tratta di divisa estera l’accettabilità della carta lunga richiede, da parte dell’istituto di credito, il preventivo esame del tasso applicato allo sconto: a parità di altre condizioni tale esame renderà preferibili tali condizioni qualora il saggio di sconto del paese straniero sia superiore a quello del paese in cui la banca che acquista la divisa opera.

  • CARTA MONETA

    Nell’accezione comune è carta moneta ogni biglietto di Stato o di banca avente tutte le funzioni monetarie ed essendo munito di potere liberatorio. Nei sistemi monetari odierni la carta moneta è a carattere fiduciario, costituisce quasi tutta la circolazione monetaria ed è sussidiata dalla moneta metallica, che svolge funzione di spicciolo (moneta divisionaria). In origine il termine carta moneta era dato al biglietto a corso forzoso e quindi accettato obbligatoriamente e non convertibile né in oro, né in divise estere

  • CARTA PREPAGATA

    . Carta di pagamento rilasciata a fronte di un pagamento anticipato effettuato dal portatore della carta all’emittente. Incorpora un valore spendibile presso l’emittente stesso (carta monouso: p.e. la scheda telefonica), presso un insieme predefinito di esercenti (carta a spendibilità limitata) ovvero presso qualsiasi punto di vendita dotato di un dispositivo adatto alla lettura e allo scomputo della somma utilizzata (carta a spendibilità generalizzata: borsellino elettronico; multipurpose prepaid cards). Può basarsi sulla tecnologia della banda magnetica o su quella del microcircuito. Può essere non ricaricabile (da usare una sola volta) o ricaricabile (nominativa o al portatore) e non presuppone l’apertura di un conto corrente presso una banca (si acquista per contanti). Costituisce una specie di moneta elettronica. La carta prepagata offre diversi vantaggi: elimina l’inconveniente di digitare continuamente il proprio numero di carta credito (ma le multi purpose prepaid cards possono essere munite diPIN), permette di monitorare con attenzione l’importocomplessivo che si sta spendendo, garantisce la riservatezza e, per l’esercente, non richiede apparecchiature di collegamento in linea. Nella specie della carta a spendibilità generalizzata essa, però, può consentire operazioni di riciclaggio e rientra comunque nell’attività bancaria regolamentata. L’emissione e la gestione di carte monouso o a spendibilità limitata non sono considerate dalla disciplina vigente prestazione di un servizio di pagamento ai sensi dell’art. 106 TUBC (art. 4, c. 2 del d.m. Tesoro 6.7.1994) e possono essere compiute anche da soggetti diversi dalle banche e dagli intermediari finanziari. Queste carte sono emesse di regola da imprese commerciali e industriali per il consumo di diversi servizi come quelli ormai comuni del telefono (fisso e cellulare), di parcheggi, di fotocopie e di altri che vanno emergendo (p.e. trasporti, gas, raccolta telefonica delle giocate del lotto). Al contrario, l’emissione di carte a spendibilità generalizzata, che è necessariamente collegata a forme di raccolta del risparmio tra il pubblico, è, invece, preclusa a soggetti diversi dalle banche (art. 4, c. 1, lett. d) del d.m. Tesoro 6.7.1994 e art. 11, c. 5 TUBC). Per queste carte il servizio di gestione può essere svolto dagli intermediari finanziari iscritti nell’elenco speciale dell’art. 107 TUBC. Gli altri soggetti non bancari o finanziari possono svolgere ulteriori attività, quali, p.e., la gestione dei circuiti, la fornitura di servizi di supporto tecnico, la memorizzazione di dati ecc. L’assenza di una banca nella fase della raccolta ovvero di un intermediario finanziario nella fase di gestione delle carte prepagate a spendibilità limitata configurano ipotesi di abusiva raccolta ovvero di abusiva attività finanziaria (artt. 130 e 132 TUBC). Sembra improprio denominare “carta prepagata” la moneta elettronica impiegata su Internet come strumento di pagamento per l’e-commerce.

  • CARTA SANITARIA

    Documento di accesso al Servizio sanitario immaginato in divenire come “passaporto sanitario”, costituito materialmente da una carta a microprocessore, in esperimento dal 2000 in alcune province italiane, francesi e tedesche (v. card, sub Applicazioni particolari).

  • CARTA SIM

    SIM è acronimo di Subscriber Identity Module. E una piccola smart card da installare in ogni telefono GSM. I tre principali compiti di una SIM sono il controllo dell’accesso alla rete (autenticazione e cifratura), la personalizzazione del servizio (messaggi SMS ecc.) e, per il fornitore del servizio, la pubblicità stampata sulla carta. La nuova generazione di carte SIM renderà possibili servizi quali la cassa virtuale, il mobile banking, la prenotazione di biglietti ecc.

  • CARTE À PUCE

    Lett.: carta con la pulce (il circuito integrato). Sinonimo di smart card. Inventata dal francese Roland Moreno nel 1974. (v. card).

  • CARTE DI CREDITO POSTALI

    Emette carte di credito, collegate a un conto corrente postale e inserite nel circuito MasterCard, anche Poste Italiane spa: Carta BancoPosta Ricaricabile che mette a disposizione un credito mensile di 1.600 €, consente il rimborso rateizzato (ogni rimborso ricostituisce di altrettanto il credito utilizzato; perciò la carta è detta ricaricabile) e anche l’utilizzo del credito sotto forma di accreditamento sul proprio conto corrente, in modo da disporre così di denaro contante (servizio Prontocontante); Carta BancoPosta Classica con un plafond di 1.600 € mensili, rimborso in unica soluzione senza interessi e servizi aggiuntivi di assistenza e assicurazione in Italia e all’estero; Carta BancoPosta Oro, che è rilasciata a chi ha almeno 26.000 € netti annui di reddito, mette a disposizione un credito mensile di 5.200 € (con rimborso delle spese ogni mese), servizi aggiuntivi di assistenza e assicurazione in Italia e all’estero e un’assistenza telefonica personalizzata 24 ore su 24.

  • CARTE DI CREDITO, DI PAGAMENTO E DOCUMENTI CHE ABILITANO AL PRELIEVO DEL DENARO CONTANTE, DISPOSIZIONI PENALI

    L’art. 12 del d.l. 3.5.1991 n. 143, convertito con modifiche dalla l. 5.7.1991 n. 197, prevede il delitto di indebito utilizzo di carte di credito o di analogo documento abilitato al prelievo di denaro contante. È sanzionato con la reclusione da 1 a 5 anni e con la multa da lire seicentomila a lire tremilioni, chiunque, non essendone titolare, utilizzi, falsifichi o alteri, al fine di trarne profitto per sé o per altri, carte di credito o di pagamento ovvero qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi. La fattispecie, altresì, incrimina con la stessa misura di pena chiunque “possieda, ceda, o acquisisca carte di credito o documenti di provenienza illecita o comunque falsificati o alterati, oltre che ordini di pagamento prodotti con essi”.

  • CARTELLA

    1. Denominazione di speciali titoli di credito a lungo termine assimilabili a obbligazioni, emessi fino al 1975 dagli istituti di credito speciale e oggi sostituiti da obbligazioni (d.p.r. 21.1.1976 n. 7 e l. 6.6.1991 n. 175; v. cartella di credito fondiario). 2. Lo stesso termine viene usato correntemente per individuare la scheda in base alla quale il concessionario della riscossione delle imposte specifica e chiede al contribuente gli importi dovuti per i tributi da riscuotere a mezzo ruoli (cartella esattoriale).

  • CARTELLA DI CREDITO AGRARIO

    Titolo di credito che veniva emesso dagli istituti abilitati all’esercizio del credito agrario di miglioramento a fronte di mutui concessi ad agricoltori con garanzia ipotecaria sui fondi. L’emissione delle cartelle agrarie rappresentava sino al 1975 (v. cartella di credito fondiario) la forma caratteristica di provvista di fondi di questi istituti, oggi sostituita dalle obbligazioni agrarie. Le cartelle di credito agrario erano ammesse di diritto alla quotazione presso le borse valori italiane (quotazione secca); erano insequestrabili e impignorabili. Il rimborso delle cartelle era garantito dal complesso delle iscrizioni ipotecarie accese all’atto della concessione dei mutui: alla pari delle cartelle fondiarie (v. cartella di credito fondiario) rappresentavano una particolare categoria di obbligazioni in quanto assistite, in pratica, da una garanzia reale.

  • CARTELLA DI CREDITO FONDIARIO

    Titolo che veniva emesso fino al gennaio 1976 dagli istituti di credito fondiario come mezzo di provvista a fronte dei mutui concessi. Il d.p.r. 21.1.1976 n. 7 ha stabilito la sostituzione delle cartelle con obbligazioni di credito fondiario delle quali ha regolato l’emissione, la circolazione ed il sorteggio. Fino all’1.2.1976, data di entrata in vigore del citato decreto, l’emissione delle cartelle avveniva parallelamente alla stipula dei mutui fondiari, per cui il mutuo veniva definito “in cartelle”, in quanto al mutuatario venivano consegnate le cartelle emesse. Tale consegna quasi mai aveva effettivamente luogo in quanto l’istituto mutuante, in forza di uno specifico articolo del contratto di mutuo, assumeva l’incarico di negoziare sul mercato finanziario i titoli emessi ed erogava in effetti il “ricavato” dalla suddetta vendita. Trattandosi di titoli a reddito fisso e per di più a basso rendimento nominale (il tasso è stato del 5% fino al 1970, del 6%o fino al 1974 e del 7% in seguito) il prezzo di emissione, specie negli anni posteriori al 1970, era notevolmente inferiore a quello facciale, il che faceva elevare il tasso effettivo di rendimento, ma riversava sul mutuatario 1a perdita di emissione detta “scarto cartelle”. Alcuni istituti di credito fondiario, al fine di non applicare lo scarto cartelle in sede di erogazione del mutuo, concedevano di ammortizzare lo scarto cartelle abbinandolo all’ammortamento del mutuo. Il periodo concesso, però, quasi mai coincideva con la durata del mutuo fondiario: era limitato, di solito, ai primi 10 anni e il tasso era, di regola, superiore a quello del mutuo fondiario. Si assimilavano alle cartelle di credito fondiario quelle di credito edilizio. Le cartelle fondiarie erano emesse sia al portatore che nominative oltre che nominative con cedole pagabili al portatore; per legge erano impignorabili ed insequestrabili, erano ammesse di diritto alla quotazione nelle borse italiane al corso secco. In tema di trasferimenti e sotto il pro- filo fiscale soggiacevano alle stesse norme che regolano i titoli obbligazionari. In conseguenza del d.p.r. 21.1.1976 n.7, tutti gli istituti che operano nel lungo termine possono eseguire la raccolta fondi mediante l’emissione di titoli obbligazionari non più vincolati alla parallela concessione di mutui, motivo per cui i mutuatari non sono più gravati dello scarto cartelle. Con l. 6.6.1991 n. 175, abrogato il d.p.r. 1976/7, veniva introdotta una nuova normativa che prevedeva che le operazioni di credito fondiario (v. credito fondiario), edilizio (v. credito edilizio) e alle opere pubbliche (v. credito alle opere pubbliche) cui con la nuova legge venivano abilitati tutti gli istituti di credito fondiario ed edilizio, oltre che con l’impiego dei fondi patrimoniali, potessero essere effettuate con le somme ricavate dalle emissioni di obbligazioni, certificati di deposito (v. certificato di deposito) e buoni fruttiferi (v.buono fruttifero) e dalle altre forme di provvista consentite. Con il TUBC (art. 12) tutte le banche possono emettere obbligazioni (v. obbligazione bancaria) ed è quindi venuta meno la specificità delle obbligazioni degli istituti di credito speciale.

  • CARTELLA DI CREDITO NAVALE

    Vecchia dizione dei titoli della Sezione autonoma navale dell’IMI che veniva emessa a fronte dei mutui concessi ed era garantita dalle ipoteche iscritte a favore dell’istituto.

  • CARTELLO BANCARIO

    Anche cartello interbancario. Denominazione generica di accordi, diffusi in passato in molti Paesi, con cui le banche per limitare la concorrenza concordavano le condizioni (relative principalmente a tassi, valute, commissioni e garanzie) di offerta dei servizi bancari. Nel nostro Paese il primo cartello bancario è stato stipulato, auspice e promotore il ministro del Tesoro Francesco Saverio Nitti, nel giugno del 1918 tra le quattro grandi banche (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano, Banco di Roma e Banca Italiana di Sconto). Esso stabiliva i limiti massimi dei tassi passivi e quelli minimi per i tassi attivi e comminava sanzioni pecuniarie in caso di inosservanza. Nel 1919 veniva costituita l’Associazione Bancaria Italiana (ABI) il cui scopo principale era di dare esecuzione all’accordo. Questo veniva rinnovato di anno in anno raccogliendo adesioni di altre banche, finché nel 1932 nasceva, promosso dall’ABI, un vero e proprio cartello interbancario obbligatorio e veniva affidato alla Banca d’Italia il compito di garantirne l’osservanza. Il processo di pubblicizzazione del cartello si completava quattro anni dopo, quando l’Autorità creditizia (e cioè lo speciale Comitato dei ministri cui succederà nel 1947 il CICR) dichiarava validità e obbligo di osservare il cartello bancario e incaricava il Governatore della Banca d’Italia di procedere a modificarlo e completarlo dove necessario. Il Comitato fondava la sua dichiarazione sul 1° comma dell’art. 32 della nuova legge bancaria (r.d.l. 12.3.1936 n. 375) che attribuiva all’Autorità creditizia il potere di fissare i limiti dei tassi attivi e passivi, le condizioni delle operazioni di deposito e di conto corrente e le provvigioni per i servizi bancari. L’Autorità creditizia rinunciava a regolare la materia dall’alto, come invece si faceva in altri Paesi (p.e. gli Stati Uniti), ma dichiarava con ciò che gli interessi sottostanti al cartello coincidevano con l’interesse generale del Paese. Si stabiliva inoltre un processo in cui l’Autorità creditizia concorreva alla formazione del cartello e alla sua formalizzazione con delibere del Comitato e istruzioni della Banca d’Italia aventi forza di imporne l’osservanza. Questa procedura viene interrotta formalmente nel 1952 e da quell’anno il cartello pubblico torna a essere un insieme di accordi privati (stipulato a partire dal 1954 sotto il nome di Accordo interbancario per le condizioni), sia pure col consenso tacito o dichiarato e sotto l’influenza delle Autorità creditizie. A partire dal 1963, il CICR prende annualmente atto in modo ufficiale dell’esistenza dell’Accordo dichiarandone la conformità all’interesse generale. Proprio in quel decennio prendeva piede tra le banche la concorrenza che si acuirà nei due decenni successivi anche per l’entrata nei mercati finanziari di nuovi competitori. Nonostante i rinnovi, la violazione dell’accordo (lo scartellamento) diventa un fenomeno usuale, specialmente per le operazioni di raccolta e quindi per i tassi passivi. A partire dal 1969 l’Accordo non è stato più rinnovato. Nel 1971 viene stipulato un accordo sulla remunerazione della raccolta. Nel 1975 l’ABI prende a pubblicare la misura del prime rate inteso come tasso “raccomandato” per i crediti in bianco utilizzati in conto corrente da clientela di prim’ordine. L’innovazione segue il venir meno dei vincoli dell’Accordo che fissavano i tassi attivi in ragione di punti percentuali in più rispetto al tasso ufficiale di sconto. Nel frattempo l’Autorità monetaria, seguendo l’indirizzo internazionale, tende a lasciare la formazione dei tassi alle contrattazioni del mercato. L’Accordo sui tassi non è più rinnovato dal 1982 e il prime rate ABI diventa un indicatore statistico. Con la l. 10.10.1990 n. 287 (norme per la tutela della concorrenza e del mercato) la formazione di intese del tipo Accordo interbancario per le condizioni sono proibite dalla legge.

  • CARTER BONDS

    Titoli obbligazionari a medio termine collocati dal Tesoro statunitense sui mercati finanziari per procurarsi valuta nel momento di maggiore debolezza del dollaro, coinciso con l’amministrazione Carter.

  • CARTOLARIZZAZIONE (ENCICLOPEDIA)

    Abstract

    L'operazione di cartolarizzazione consente a un soggetto di raccogliere risorse finanziarie sui mercati mobiliari a fronte della cessione di parte degli attivi di cui è titolare, e del relativo rischio. L'operazione prevede, infatti, lo scorporo di un pacchetto di crediti dallo stato patrimoniale del possessore originario (originator) e il successivo trasferimento a un veicolo costituito ad hoc (special purpose vehicle, SPV), che, per finanziare l'acquisto, emette titoli poi collocati sul mercato. I capitali così raccolti vengono quindi retrocessi al cedente. I cespiti acquisiti dal veicolo costituiscono una garanzia di pagamento di quanto contrattualmente pattuito ai possessori dei titoli emessi. Per questa ragione, i titoli sono denominati asset backed securities (ABS), in italiano strumenti finanziari supportati da attivi.

    Contesto storico

    La crisi finanziaria ha trovato senz’altro terreno fertile in alcune distorsioni del mercato immobiliare statunitense. In primis, l’eccessiva facilità con cui le banche specializzate nella concessioni di mutui, dalla fine degli anni ’90 in poi, hanno erogato i prestiti finalizzati all’acquisto di una casa (residential mortgages): infatti mentre prima si richiedevano al mutuatario una serie di garanzie in termini di loan to value, reddito, anticipazione di contanti, garanzie reali, l’importanza di queste garanzie è venuta sempre meno. In secondo luogo, questo fenomeno è stato ancor più spinto all’eccesso dalle pratiche delle banche commerciali consistenti nell’erogare mutui con un step-up rate ovvero caratterizzati da un tasso d’interesse che per i primissimi anni (per i primi due … tre anni) è molto basso e poi aumenta molto rapidamente. Di conseguenza, la richiesta di mutui ha conosciuto un’impennata senza precedenti, andando a generare i noti mutui subprime (ovvero concessi a un soggetti che per problemi di mancato pagamento in mutui pregressi non possono accedere al canale del credito). Tutto questo è rappresentato nel grafico seguente:

    Graf.1. L'evoluzione del mercato dei mutui.

    L’evoluzione del mercato dei mutui Fonte: Thomson Reuters

    Fonte: Thomson Reuters.

    Il grafico evidenzia una crescita costante dei mutui erogati sia a tasso fisso che variabile fino al 2006. Dopo lo scoppio della crisi si assiste ad un crollo degli adjustable rate mortgages in quanto considerati troppo rischiosi (a causa dello step up rate). I dati sui mutui subprime del mercato USA non sono totalmente disponibili, tuttavia, secondo uno studio di First American LoanPerformance, dal 2000 sono stati stipulati oltre 2.500 miliardi di dollari di mutui subprime e il mercato è salito da 35 miliardi di dollari nel 1994 (il 5% dei mutui accesi) a 600 miliardi di dollari nel 2005.

    Si consideri, inoltre, che la politica monetaria della FED, negli anni 2000, ha prestato denaro alle banche a tassi molto bassi favorendo e amplificando il canale del credito e contribuendo in maniera indiretta alla bolla finanziaria (real estate bubble). Tutti questi elementi hanno determinato un forte rialzo dei prezzi delle case come mostra il grafico:

    Graf. 2. L’andamento del S&P Case-Shiller Home Price Index.

    L’andamento del S&P Case-Shiller Home Price Index Fonte: S&P Indices & FiServ,

    Fonte: S&P Indices & FiServ.

    La figura riporta l’S&P Case-Shiller Home Price Index nella tipologia National, 10-City Composite e 20-City Composite ovvero un indice che rappresenta l’andamento dei prezzi delle case negli Stati Uniti rispettivamente a livello nazionale e per diverse aree metropolitane nel periodo 1988-2011, in particolare è rappresentato non proprio il livello dell’indice ma la variazione percentuale rispetto al livello dell’anno prima. E’ evidente come i prezzi dalla fine degli anni ’90 fino all’inizio del 2006 abbiano sperimentato un rialzo senza precedenti trainati dai fattori sopra citati. Dal 2006 in poi alcune famiglie che avevano stipulato un mutuo hanno iniziato a non pagare più le rate perché diventate troppo esose oppure perché non disponevano di reddito a sufficienza, problemi la cui diffusione è stata favorita dai minori controlli che le banche avevano svolto per verificare la veridicità delle dichiarazioni dei redditi dei debitori. Così è iniziato a crescere sempre di più il numero dei pignoramenti che ha spinto verso il basso i prezzi delle case che a loro volta hanno costretto migliaia di mutuatari alla sospensione del pagamento delle rate perché spesso i mutui valevano più delle case stesse. Tale tendenza è stata ancor più amplificata dal rialzo dei tassi dei mutui secondo la modalità prima descritta (step-up rate) favorendo un elevato numero di default e quindi di pignoramenti delle abitazioni.

    Il grafico seguente mostra l’evoluzione negli ultimi 13 anni del tasso di serious delinquency ovvero la percentuale di mutui che hanno subito ritardi nei pagamenti per un periodo superiore ai 90 giorni:

    Graf. 3. Il tasso di delinquency.

    Il tasso di delinquency Fonte Thomson Reuters

    Fonte: Thomson Reuters.

    Il processo di cartolarizzazione

    Prendiamo il caso in cui una banca conceda un mutuo:

    Graf. 4. Il prestito bancario.

    Il prestito bancario

    L’immagine da un’idea di quali siano i flussi reciproci: la famiglia riceve il finanziamento dalla banca al fine di acquistare la proprietà di un immobile e in cambio la banca riceve dei flussi di cassa periodici in forma d’interessi e capitale secondo proporzioni che variano rispetto al piano d’ammortamento del prestito.

    Spesso le banche o società finanziarie, definite col termine originator, non mantengono in portafoglio i mutui in questione ma li cedono a un terzo soggetto appositamente costituito denominato Special Purpose Vehicle (SPV)1. Questo è un soggetto indipendente dalla banca sia da un punto di vista giuridico che economico, il quale per far fronte all’acquisto di questi crediti emette titoli denominati residential mortgages backed securities, RMBS, e con il ricavato della vendite paga appunto i mutui:

    Graf. 5. La cessione dei mutui.

    La cessione dei mutui

    In genere i crediti presentano una scadenza (maturity) superiore all’anno ma nel caso in cui hanno una scadenza più breve una parte dei flussi viene reinvestita per simulare dei crediti più a lungo termine delineando una struttura definita revolving. I cespiti rappresentano una garanzia per l’investitore che acquista queste secuirities o notes in quanto il rendimento di questi strumenti dipende imprescindibilmente dalle rate pagate dai debitori per far fronte alle scadenze rateali del mutuo. Il legame tra i flussi di cassa delle notes e pagamenti sui mortgages può essere di due tipi:

    - Market Value RMBS : I flussi di casa delle securities dipendono per la maggior parte dalla cessione dei mutui e quindi dal ricavato di questa compravendite.

    - Cash Flow RMBS : I mutui non sono oggetto di trading e i flussi di cassa delle notes dipendono dalla quantità di rate pagate. Questa seconda modalità è la più diffusa.

    Nella realtà il soggetto che si occupa di gestire i rapporti con i debitori consistente nella raccolta dei pagamenti, nella verifica del timing dei versamenti, nella gestione delle posizioni dubbie e delle relazioni con i soggetti insolventi non è direttamente l’SPV ma il loan servicer che poi gira i flussi di cassa provenienti dai crediti al SPV. Per facilitare il collocamento delle securities vengono poste sui titoli delle garanzie. Tra le principali vi sono:

    - la surety bond è una garanzia (emessa da una banca) che garantisce al creditore il pagamento del debito nel momento in cui il debitore non rispetta i propri obblighi.

    - l’overcollateralisation ovvero la vendita a sconto da parte del possessore originario dei crediti in modo che esista una differenza positiva tra l’ammontare totale dei pagamenti dei mutui e le cedole da pagare ai possessori delle notes.

    - il meccanismo di tranching che segmenta per livello di avversione al rischio la domanda degli investitori in quanto le securities emesse presentano una diversa allocazione dei flussi di cassa generati dalle attività cartolarizzate. Le tranches più senior vengono remunerate per prima, poi se i flussi sono sufficienti i pagamenti affluiscono alle tranches mezzanine infine alle equities secondo lo schema seguente:

    Graf. 6. La cartolarizzazione.

    La cartolarizzazione

    Ad essere cartolarizzati non erano solo mutui immobiliari residenziali ma anche prestiti immobiliari commerciali (da cui venivano emessi i CMBS), prestiti finalizzati all’acquisto di un auto (auto loans), prestiti agli studenti (student loans), prestiti con carte di credito (credit card receivables) che cartolarizzati davano vita agli ABS, obbligazioni (da cui si creano le CDOs) ma anche prestiti senior erogati alle aziende (CLO).

    La tabella seguente dà un idea delle dimensioni del mercato mondiale dei prodotti cartolarizzati (i dati sono espressi in miliardi di dollari):

    Tab. 1. I numeri della securitization.

    Loans

    Quantità

    Securities

    Quantità

    Subprime Mort.Loan

    300

    ABS

    1750

    Alt-A mortgage loan

    600

    ABS in forma di CDO

    400

    Prime mortgage loan

    3800

    Prime MBS

    3800

    Commercial r. estate

    2400

    CMBS

    940

    Corporate loans

    3700

    High grade corporate debt

    600

    CLO

    350

    Totale

    10800

    Totale

    7840

    Fonte: IMF, Global Financial Stability Report, Ottobre 2008.

    In alto a sinistra sono rappresentati i loans, in ordine di rischiosità (Subprime, Alt-A e Prime), i prestiti commerciali e alle aziende mentre sulla destra gli elementi che compongono la terza colonna sono tutti, tranne le obbligazioni corporate, strumenti di structured finance tra cui si distinguono i prime MBS ottenuti cartolarizzando i prime mortgage loans. Per avere un’idea di come le perdite su questi strumenti abbiano inciso sui bilanci degli intermediari finanziari viene presentata una tabella che da un chiara visione delle situazione dei mercati durante la crisi:

    Tab. 2. I numeri della crisi della securitization (miliardi di dollari).

    Strumenti

    Quantità scambiate

    Perdite e writedowns

    Banche

    Assicurazioni

    Hedge Funds

    Real estate

    7100

    150

    15

    40

    ABS+CDO

    2150

    260

    110

    40

    Prime MBS

    3800

    20

    10

    5

    CMBS

    940

    85

    25

    20

    Corp. Debt + CLO

    4650

    135

    40

    30

    Totale

    17920

    650

    200

    135

    Fonte: IMF Global Financial Stability Report, October 2008.

    Il mercato europeo e statunitense a confronto

    Una descrizione del mercato europeo dei prodotti cartolarizzati non può prescindere da un’analisi comparata con il mercato statunitense. L’elemento più immediato di confronto è rappresentato dal valore delle emissioni di CDO sui rispettivi mercati e la loro evoluzione negli ultimi anni:

    Graf. 7. La securitisation: un confronto tra Europa e USA.

    La securitisation: un confronto tra Europa e USA Fonte: Thomson Reuters, 2012

    Fonte: Thomson Reuters, 2012.

    I valori sono entrambi espressi in miliardi di euro e il periodo di riferimento va dal 2000 al 2011. Si nota che le dimensioni del mercato USA sono molto più estese di quello europeo nell’ordine circa di 6 a 1 e che le due distribuzioni sono molto diverse. Negli USA i volumi presentano un’elevata variabilità: crescono dal 2000 al 2003 poi subiscono un rallentamento nel 2004, in seguito aumentano nel 2005 per poi diminuire fino al 2008 e continuano fino al 2011 senza un precisa direzione. In Europa invece i volumi crescono costantemente dal 2000 al 2008 per poi sperimentare un brusco calo che perdura fino al 2011. Dal grafico si evidenzia come mentre negli USA gli effetti della crisi di liquidità si siano realizzati tra il 2007 e il 2008 (con un calo del 57% per un equivalente di circa 1214 miliardi di euro) in Europa gli effetti della crisi sul mercato della cartolarizzazione si sono visti tra il 2008 e il 2009 (un ribasso del 42% pari a circa 297 miliardi di euro) quindi con un ritardo di un anno.

    Nonostante il forte ritardo nei confronti degli USA, anche in Europa si è sviluppato un interessante settore della finanza strutturata.

    Graf. 8. I prodotti emessi in Europa.


    I prodotti emessi in Europa Fonte: Bloomberg, 2012

    Fonte: Bloomberg, 2012.

    Nella figura sono stati rappresentati i volumi di ABS emessi denominati in milioni di dollari in Europa per un periodo che va dal 2000 al 2011 suddivisi secondo il collaterale delle operazioni. Gli SME (small medium enterprise) sono i prestiti alle piccole e medie imprese, gli RMBS (residential mortgage backed securities) sono le notes che hanno come sottostante i prestiti immobiliari, mixed è appunto un insieme di prestiti appartenenti a diverse tipologie, le CDOs hanno come sottostante o bond o CDS, lease sono i prestiti finalizzati all’acquisto di un bene mobile, credit card sono i prestiti con carta di credito, consumer i prestiti per finanziare il credito al consumo e auto sono i prestiti richiesti per l’acquisto di un automobile. Dal grafico si osserva che il valore delle emissioni di ABS dal 2000 in poi è stato sempre crescente ma soprattutto dal 2005 i tassi di crescita sono aumentati sempre più fino a raggiungere il picco nel 2008 per poi crollare in un solo anno del 47.6% ed assestarsi su di un valore di circa 500 miliardi di dollari. Si osserva inoltre che le componenti che influenzano di più le emissioni sono gli RMBS (61%), le CDOs (12%), le SMEs (9%) e i CMBS (5%) e che proprio tali componenti in corrispondenza del picco massimo valore raggiunto (2008) erano gli elementi maggiormente presenti nel portafoglio di ABS e che quindi hanno conosciuto i maggiori ribassi.

    Per un’analisi accurata del mercato europeo degli ABS risulta inoltre indispensabile analizzare il settore secondo il paese dove è stata strutturata l’operazione. Il grafico seguente dà un’idea di qual’era e qual è la composizione del mercato:

    Graf. 9. La segmentazione geografica del mercato.

    La segmentazione geografica del mercato Fonte Bloomberg 2012

    Fonte: Bloomberg 2012.

    Dove per Pan Europe s’intende che i titoli che componevano il portafoglio sottostante l’operazione di cartolarizzazione erano stati emessi in diverse nazioni, “Altri” invece rappresentano paesi di più ridotte dimensioni che non sono presenti all’interno del campione ( Danimarca, Austria, Ungheriea, ecc..) , “Multinational” sta per gli ABS i cui assets provengono da diverse nazioni o la cui provenienza geografica è sconosciuta. I paesi che pesano di più nel mercato europeo degli ABS sono UK (29%), Olanda (16%), Spagna (15%) e Italia (10%).

    Un esempio di cartolarizzazione: le Collateralized Debt Obbligations (CDOs)

    A titolo di esempio, si analizza la categoria relativa alle ABS che hanno come sottostante delle obbligazioni dei Credit Default Swap, le cosidette Collateralized Debt Obbligations (CDOs).

    Il processo di cartolarizzazione di obbligazioni che determina l’emissione delle CDOs consta di due fasi sostanzialmente:

    1. La banca, che possiede un portafoglio di obbligazioni, per esigenze di liquidità o in qualche modo per proteggersi dal rischio di credito dei soggetti che hanno emesso le obbligazioni, cede ad un SPV appositamente costituito il proprio portafoglio di bonds.

    2. L’SPV, per far fronte all’acquisto di questi bonds, emette le CDOs il cui rendimento (interessi e capitale) è pagato grazie ai flussi di cassa delle obbligazioni (cedole e valore nominale) precedentemente acquisiti dalla banca.

    I titoli emessi dal SPV non hanno tutti la stessa priorità nella distribuzione dei flussi di cassa. Infatti, le notes sono suddivise in tranches che possiedono, quindi, un rischio di credito diverso: i pagamenti che affluiscono al portafoglio di bonds vengono incanalati prima verso la tranche senior, i cui investitori ricevono il rendimento promesso, poi, se non si verificano insolvenze, vengono pagate le cedole anche agli investitori della tranche mezzanine e, infine, se i pagamenti sono sufficienti, vengono remunerati anche gli investitori della tranche equity. Quindi, se si verificano delle insolvenze, i primi a vedere decurtato il rendimento promesso saranno i possessori della tranche equity, poi se le insolvenze sono molto elevate quelli della tranche mezzanine e infine se si verifica un ingente numero di default ad essere interessati dalle perdite saranno anche i possessori della tranche senior.

    L’immagine alla pagina seguente coglie bene il meccanismo di trasmissione delle perdite:

    Graf. 10. Il meccanismo di trasmissione delle perdite di una CDO.

    Il meccanismo di trasmissione delle perdite di una CDO.

    Dove l’apertura del rubinetto in alto rappresenta l’evento default, le gocce d’acqua simboleggiano le perdite, i vasi il capitale nozionale delle tranches, la base inferiore del trapezio l’attachment point e la base superiore il detachment point: quando le perdite superano il valore della tranche (riempiono il vaso), allora, e solo allora, viene investita la tranche seguente (il vaso immediatamente successivo), poi, quando anche questa sperimenta delle perdite superiori al suo capitale (le losses superano il detachment point), si passa alla tranche successiva (il vaso immediatamente successivo) e così via. Bisogna ricordare come la struttura delle CDOs nella realtà dei mercati differisce notevolmente dal modello qui presentato. Infatti qui si è ipotizzato un modello uniperiodale mentre nella realtà chiaramente questi prodotti finanziari presentano scadenze più estese. Inoltre, nelle CDOs emesse nella realtà, le obbligazioni che costituiscono il portafoglio pagano delle cedole e queste vengono utilizzate per remunerare gli investitori che hanno acquistato le tranches secondo un meccanismo noto come waterlfall effect, ovvero le cedole vengono prima versate agli investitori delle tranche senior, poi agli acquirenti delle tranches mezzanine e poi infine alle equity in modo esattamente speculare rispetto al meccanismo di trasmissione delle perdite così come descritto nel grafico 10.


    1 È proprio questa società veicolo a svolgere l'operazione di cartolarizzazione (securitization).

    Bibliografia

    Coval J.D., Stafford E., “The economics of structured finance” Working paper, Journal of Economic Perspectives, Vol.23, num.1 pp 3-25, winter 2009.

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    Hull C.J., “Opzioni, futures e altri derivati” Pearson Prentice Hall, 2009.

    Hull C.J., “The Credit Crunch of 2007: What Went Wrong? Why? What lessons can be learned?”, University of Toronto, 2009.

    Lederman J., “The handbook of Asset Backed Securities”, New York Institute of financa, 1990.

    Krishnamurthy A., “How debt markets have malfunctioned in the crisis”, Journal of Economic Perspectives … vol. 24, num.1 pp 3-28, winter 2010.

    Spotorno L., “La securitization: strutture contrattuali e modalità operative”, 2009

    Redattore: Carmela CAPASSO

  • CARTONCINO DELLE FIRME

    Biglietto sul quale le banche raccolgono le firme di persone autorizzate ad emettere assegni o ad effet- tuare altre operazioni di prelevamento. In caso di conti correnti intestati a persone giuridiche, l’autorizzazione viene rilasciata alla banca dal responsabile della società attraverso una dichiarazione apposta sullo stesso cartoncino (detto anche specimen di firma) con la quale si indicano le persone legittimate. Non è così più necessaria, al momento della firma, la consegna dei documenti come prova dell’autorizzazione. Ogni variazione dei nominativi delle persone autorizzate deve essere comunicata alla banca in base a modalità prefissate e specificate sul cartoncino, la cui inosservanza esonera la banca da ogni responsabilità.

  • CARTRIDGE

    Lett.: cassetta. Indica il contenitore di inchiostro per stampanti e il contenitore dei nastri magnetici da utilizzare come memoria di massa di elaboratori elettronici (magnetic tape cartdridge; cassette per i personal computer). v. cartuccia; cassetta.

  • CARTUCCIA

    Contenitore di plastica di inchiostro con microprocessore incorporato, che va inserito nell’apposito alloggiamento di stampanti a gesto di inchiostro (in inglese: inkjet print cartridge). È detto anche del contenitore rotondo di un nastro magnetico da utilizzare come memoria di massa di un elaboratore elettronico. Per personal computer il termine corrente è cassetta (ingl. compact cassette; v. compact cassette).

  • CASA DI ACCETTAZIONE

    Traduzione letterale di accepting house. Si tratta di un organismo bancario o finanziario specializzato nella concessione di credito per accettazione e generalmente attivo nel mercato internazionale. L’intervento della casa di accettazione consente all’esportatore di ottenere un titolo di credito di sicuro buon fine e per questo facilmente smobilizzabile. All’importatore, che ottiene il credito per accettazione, esso consente di ottenere un finanziamento a costi relativamente contenuti. Oggi l’attività tipica delle case di accettazione viene svolta da banche operanti sui mercati internazionali prive della specializzazione sopraddetta.

  • CASA DI IMPORT-EXPORT

    Intermediario negli scambi internazionali che cura l’acquisto e la vendita sui mercati esteri, sia in proprio sia per conto del produttore, accollandosi il rischio commerciale, oltre che l’assistenza alla vendita, la promozione e l’adattamento dei prodotti a particolari esigenze dei mercati locali. Generalmente assume dimensioni medie o medio-grandi ed è caratterizzato da un’alta specializzazione, da una profonda conoscenza del mercato e da una struttura di dimensioni importanti, tale da garantire un intervento metodico, continuo e specializzato.

  • CASH

    Lett.: cassa. Indica, in senso stretto, monete e banconote di cui si ha materialmente la disponibilità. Più estesamente, il termine comprende qualsiasi titolo o disponibilità di pronto realizzo quali conti correnti e altri depositi a vista, assegni, buoni del tesoro, cambiali bancabili. Nei contratti di compravendita e nell’adempimento delle obbligazioni pecuniarie in genere, indica la modalità di pagamento per contanti. Sin.: contante, spot cash.

  • CASH DISPENSER

    Apparecchiatura bancaria automatica abilitata unicamente alla funzione di erogazione di contante.

  • CASH FLOW

    Ammontare complessivo delle operazioni attive e passive di pagamento in moneta di un’impresa. L’insieme dei pagamenti che l’impresa deve effettuare è solitamente denominato “flusso di contante negativo” e l’insieme dei pagamenti da ricevere “flusso di contante positivo”. Altra distinzione è tra flusso monetario netto (somma dei profitti non distribuiti e degli accantonamenti posti in essere per fronteggiare gli ammortamenti) e flusso monetario lordo. (tutte le risorse monetarie disponibili per i dividendi, gli investimenti e il pagamento di ogni tipo di imposta). L’espressione, un tempo in uso, di “flusso monetario” è ormai correntemente sostituita dall’inglese cash flow.

  • CASH MANAGEMENT

    Insieme delle tecniche e delle procedure per gestire i flussi di cassa. Indica un pacchetto di servizi di incasso e pagamento offerto da intermediari finanziari alle aziende, comprendente essenzialmente un rapido incasso dei crediti a breve termine, il controllo dei pagamenti ed un’efficiente gestione delle disponibilità liquide. È un servizio che le banche svolgono nell’ambito del corporate banking.

  • CASSA

    Luogo ove si custodiscono il denaro (biglietti di banca, biglietti di Stato e monete metalliche), gli assegni, le valute estere, i titoli, le cambiali e gli altri valori che, staticamente considerati, costituiscono la c.d. rimanenza; con questo significato si usano anche termini come cassaforte, camera corazzata, tesoro. Sacrestia è la stanza blindata dove vengono custoditi i valori. In senso più ampio è l’ufficio preposto alla custodia ed al controllo del movimento di detti valori con i dipendenti addetti al suo funzionamento. Un tempo il pubblico effettua agli sportelli di cassa operazioni ordinate al cassiere da altri uffici a mezzo di ordinativi di riscossione o di pagamento, controllati dall’ufficio “riscontro”. L’introduzione delterminalista cassiere ha di molto semplificato i rapporti col pubblico, le procedure e le scritture necessarie alla rilevazion delle operazioni e ha eliminato la duplicità di compiti e di persone per la gestione della cassa contanti.

  • CASSA CONTINUA PRELIEVI

    Sistema di prelievo automatico di contante. Aveva un funzionamento analogo a quello della cassa continua versamenti: il cliente di un certo tipo era autorizzato ad accedere ad alcune cassette installate all’esterno della dipendenza bancaria di cui era correntista e a prelevare somme fisse nei periodi di chiusura degli sportelli. Con l’avvento delle tecnologie informatiche e di telecomunicazione, tale sistema è caduto in disuso ed è stato soppiantato dai sistemi di cash dispenser e di sportelli automatici (v. anche ATM; bancomat).

  • CASSA CONTINUA VERSAMENTI

    Sistema di versamento automatico d contante e valori (assegni, vaglia) che consente di effettuare operazioni di versamento oltre il normale orario disportello e nei giorni festivi. È dotato di un tipo di funzionamento puramente meccanico. Nella vetrina degli sportelli bancari di maggiore importanza è sovente disponibile uno sportello blindato recante la scritta “cassa continua” e, al centro, una serratura di sicurezza. Quando l’agenzia è chiusa, i clienti abilitati possono aprire tale sportello, che dà su un condotto collegato con la cassaforte. È possibile, quindi, introdurre dei contenitori appositamente ritirati nei quali si possono inserire assegni, valori e denaro contante che si intendono versare. Il servizio è utilizzato in prevalenza da gestori di negozi e locali pubblici che, alla chiusura, hanno il problema di provvedere al deposito dell’incasso giornaliero. Alla riapertura degli uffici bancari, i contenitori vengono aperti dal personale autorizzato e ne viene individuato il contenuto attraverso la stesura del relativo verbale. Ai fini della valuta, è come se il versamento fosse effettuato presso lo sportello all’atto della sua riapertura.

  • CASSA DDPP

    Anche Cassa DP e, oggi, CDP S.p.a. Organo finanziario del Tesoro, ordinato sul modello dell’amministrazione autonoma con personalità giuridica propria e autonomia “ordinamentale”, organizzativa, patrimoniale e di bilancio. Se la Cassa sia amministrazione autonoma o ente pubblico non è definito dalla l. 13.5.1983 n. 197 che l’ha ristrutturata (e nemmeno dal successivo d.lg. 30.7.1999 n. 284), ma è desumibile dalla legge stessa là dove fa riferimento per il personale alla disciplina delle amministrazioni autonome. La Cassa resta un apparato strumentale dell’Amministrazione centrale dello Stato, destinato ad assolvere funzioni statali (specialmente di finanziamento degli enti locali), non è ente pubblico economico e nemmeno una banca. Come tale essa è sottratta alla vigilanza della Banca d’Italia ed è soggetta al controllo della Corte dei Conti e del Parlamento.

    1. Origini. La Cassa DDPP nasce nel 1850 come Cassa dei depositi e dei prestiti con sede a Torino sul modello della Caisse des dépôts et consignations francese del 1816. L’obiettivo era di fornire, in un Paese privo di una rete bancaria efficiente e diffusa, uno sportello pubblico per i depositi che devono essere costituitiper legge o per disposizione della Pubblica amministrazione e per i depositi volontari. I fondi così raccolti, inoltre, si rendevano utilizzabili per il finanziamento della Tesoreria dello Stato (essi costituiscono ancora oggi una parte importante del debito fluttuante, v. debito pubblico). Il decollo dell’istituto però avviene solo nel 1875 con la costituzione delle Casse di risparmio postali tenute a versare le giacenze nei conti della Cassa DDPP presso la Tesoreria dello Stato. Il TU, in parte ancora vigente, delle leggi sulla Cassa DDPP è stato pubblicato con r.d. 2.1.1913 n. 453. Fino al 1983 la Cassa DDPP è stata una Direzione generale del Tesoro nella veste di amministrazione autonoma senza personalità giuridica, suddivisa amministrativamente in diverse gestioni: una principale per le attività istituzionali, una per la gestione del risparmio postale e diverse altre per conto di fondi e incarichi diversi dello Stato Il distacco dal Tesoro, la struttura attuale e l’accorpamento delle gestioni della Cassa sono stati disposti dalla l. 1983/197. La personalità giuridica le è stata attribuita dall’art. 22, d.l. 18.1.1993 n. 8, conv. dalla l. 19.3.1993 n. 68. L’assetto attuale è stato realizzato col d.lg. 30.7.1989 n. 284 emanato in applicazione della legge Bassanini.

    2. Attività e provvista. La Cassa DDPP svolge, nel rispetto dell’equilibrio gestionale e garantendo la propria solidità patrimoniale, le seguenti attività e servizi di interesse economico generale: a) ricevere direttamente depositi, con la garanzia dello Stato, da amministrazioni statali, regioni, enti locali e altri enti pubblici, oltre che di privati nei casi prescritti da leggi o da regolamenti ovvero su disposizione dell’autorità amministrativa o giudiziaria; b) concedere finanziamenti, sotto qualsiasi forma, allo Stato, alle regioni, agli enti locali, agli altri enti pubblici, ai gestori di pubblici servizi, alle società a cui la Cassa partecipa e agli altri soggetti indicati dalla legge; c) gestire fondi e svolgere attività per conto delle amministrazioni pubbliche e, nei casi e per le finalità previsti dalla legge, di altri soggetti; d) svolgere altre attività e altri servizi ad essa assegnati. La Cassa può esercitare attività strumentali, connesse o accessorie ai suoi compiti istituzionali attraverso la costituzione o la partecipazione, anche di controllo, in società di capitali. La provvista della Cassa DDPP è costituita, attualmente, dai depositi di cui alla lett. a) che precede, dalla raccolta postale, dal saldo debitore dei conti correnti postali e da fondi provenienti dalla assunzione di prestiti. I tassi di interesse praticati dalla Cassa sono fissati con d.m. del Tesoro. La Cassa può acquistare titoli, obbligazioni e altri strumenti finanziari emessi o garantiti dai soggetti da essa finanziabili, da istituzioni finanziarie e creditizie, da enti e organismi pubblici comunitari o internazionali e dagli Stati membri dell’Unione europea. La Cassa DDPP non ha sportelli e, per il servizio di cassa, si avvale della Tesoreria dello Stato, mediante un apposito conto corrente. I prestiti accordati dalla Cassa DDPP, i relativi mandati di pagamento, le delegazioni di pagamento rilasciate dagli enti locali per l’ammortamento dei prestiti stessi sono insequestrabili e impignorabili; ogni atto compiuto in violazione del divieto è nullo e la nullità deve essere rilevata d’ufficio dal giudice. La Cassa DDPP fa parte del Centre international pour le crédit communal, associazione internazionale cui aderiscono istituti che operano nel campo del finanziamento agli enti locali.

    3. Organi della Cassa DDPP e di controllo. Sono organi della Cassa DDPP: il presidente del consiglio di amministrazione (carica ricoperta di diritto dal Ministro del Tesoro); il consiglio di amministrazione, composto da funzionari statali e da esperti nominati dal Ministro del Tesoro, in parte su indicazione di enti locali e di loro associazioni; il direttore generale, che ha la rappresentanza legale della Cassa; il collegio dei revisori, in cui sono rappresentati la Corte dei Conti, la Ragioneria generale dello Stato e gli enti locali. La Corte dei conti delibera sul rendiconto della Cassa depositi e prestiti e riferisce al Parlamento, entro il 31 luglio di ciascun anno, sulla gestione e sul buon andamento della gestione amministrativa. L’attività della Cassa DDPP è soggetta anche al controllo del Parlamento che la esercita per il tramite della Commissione parlamentare di vigilanza alla quale continuano ad applicarsi le disposizioni di cui al libro primo, articoli 3, 4 e 5, del TU approvato con r.d. 1913/453 e successive modificazioni (v. vigilanza sulla Cassa DDPP).

    4. Col d.l. 30.9.2003 n. 269 (conv, nella l. 24.11.2003 n. 326, modif. dalla l. 24.12.2003 n. 350) la Cassa è stata trasformata in spa con la denominazione di Cassa depositi e prestiti società per azioni (CDP S.p.a.), lasciando inalterate le finalità pubbliche e di interesse generale dell’Istituto. Le azioni sono state attribuite al Tesoro dello Stato (Ministero dell’economia e delle finanze), che ne ha poi ceduto il 30% a fondazioni di origine bancaria. Missione della CDP è di favorire lo sviluppo degli investimenti pubblici, delle opere infrastrutturali destinate alla fornitura dei servizi pubblici a carattere locale e delle grandi opere di interesse nazionale, assicurando un adeguato ritorno economico agli azionisti e, allo stesso tempo, preservando in modo durevole l’equilibrio economico- finanziario-patrimoniale. L’attività della CDP si svolge in due distinti rami di azienda. Il primo, denominato gestione separata, persegue una missione di interesse economico generale. Esso continua a gestire il finanziamento degli investimenti dello Stato, delle regioni, degli enti locali, degli enti pubblici e degli organismi di diritto pubblico. In questa attività, la CDP rispetta i principi di accessibilità, uniformità di trattamento, predeterminazione e non discriminazione, trasparenza ed economicità, adottando un sistema di contabilità separata. La raccolta del risparmio postale, garantito dallo Stato, continua a rappresentare la maggiore fonte di provvista. I poteri di indirizzo e di vigilanza, anche regolamentari, restano al Ministero dell’economia e delle finanze, con il controllo da parte della Commissione Parlamentare di Vigilanza. Il secondo ramo, denominato gestione ordinaria, provvede al finanziamento di opere, di impianti, di reti e di dotazioni destinati alla fornitura di servizi pubblici e alle bonifiche. Per questa attività, la CDP può raccogliere fondi con emissione di titoli, assunzione di finanziamenti e altre operazioni finanziarie, senza garanzia dello Stato. È vietata la raccolta di fondi a vista.

    5. La società è amministrata da un consiglio di amministrazione composto da nove membri. In ragione della missione di interesse economico generale perseguita dalla gestione separata, per questo ramo di attività, il consiglio di amministrazione è integrato dai rappresentanti dell’ANCI, dell’UPI e della Conferenza dei Presidenti delle Regioni, dal Direttore generale del Tesoro e dal Ragioniere generale dello Stato. Alla CDP si applicano le disposizioni del Titolo V del TUBC. La CDP detiene le seguenti partecipazioni: Europrogetti $ Finanza- EPF (31,8%), Infrastrutture spa-ISPA (100%), Istituto per il credito sportivo (istituto di diritto pubblico; la partecipazione al fondo di dotazione avviene congiuntamente al CONI e ad altri istituto finanziari), Sistema iniziative locali- Sinloc (20%), Tunnel di Genova (33,3%), Enel (10,2%), Eni (10%), Poste italiane (35%), STMicroelectronics Holding N.V. (30,4%).

  • CASSA DEPOSITI E PRESTITI s.p.a. (CDP)

    Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. è una azienda pubblica partecipata al 30% da 65 fondazioni di origine bancaria e al 70% dal Ministero dell'Economia e delle Finanze che raccoglie le partecipazioni azionarie del Tesoro frutto della cartolarizzazione di imprese e della privatizzazione delle imprese pubbliche che si sono succedute dal 1994. E' un organo finanziario del Tesoro, ordinato sul modello dell’amministrazione autonoma con personalità giuridica propria e autonomia “ordinamentale”, organizzativa, patrimoniale e di bilancio. La CDP è un apparato strumentale dell’amministrazione centrale dello Stato, destinato ad assolvere funzioni statali (specialmente di finanziamento degli enti locali), non è ente pubblico economico e nemmeno una banca. Come tale essa è sottratta alla vigilanza della Banca d'Italia ed è soggetta al controllo della Corte dei Conti e del Parlamento.

    Organi della CDP e di controllo. Sono organi della CDP: il presidente del consiglio di amministrazione (carica ricoperta di diritto dal Ministro del Tesoro); il consiglio di amministrazione, composto da funzionari statali e da esperti nominati dal Ministro del Tesoro, in parte su indicazione di enti locali e di loro associazioni; il direttore generale, che ha la rappresentanza legale della Cassa; il collegio dei revisori, in cui sono rappresentati la Corte dei Conti, la Ragioneria generale dello Stato e gli enti locali. La Corte dei Conti delibera sul rendiconto della CDP e riferisce al Parlamento, entro il 31 luglio di ciascun anno, sulla gestione e sul buon andamento della gestione amministrativa. L’attività della Cassa DDPP è soggetta anche al controllo del Parlamento che la esercita per il tramite della Commissione parlamentare di vigilanza alla quale continuano ad applicarsi le disposizioni di cui al libro primo, articoli 3, 4 e 5, del TU approvato con r.d. 1913/453 e successive modificazioni. La governance di CDP è descritta in questa pagina e è sottoposta a controllo da parte di Commissione Parlamentare (Vigilanza sulla CDP).

    Il bilancio 2017 riporta una raccolta di € 340 miliardi e un utile netto di € 2,2 miliardi.

    Attività e provvista. CDP svolge, nel rispetto dell’equilibrio gestionale e garantendo la propria solidità patrimoniale, le seguenti attività e servizi di interesse economico generale: a) ricevere direttamente depositi, con la garanzia dello Stato, da amministrazioni statali, regioni, enti locali e altri enti pubblici, oltre che di privati nei casi prescritti da leggi o da regolamenti ovvero su disposizione dell’autorità amministrativa o giudiziaria; b) concedere finanziamenti, sotto qualsiasi forma, allo Stato, alle regioni, agli enti locali, agli altri enti pubblici, ai gestori di pubblici servizi, alle società a cui la Cassa partecipa e agli altri soggetti indicati dalla legge; c) gestire fondi e svolgere attività per conto delle amministrazioni pubbliche e, nei casi e per le finalità previsti dalla legge, di altri soggetti; d) svolgere altre attività e altri servizi ad essa assegnati. CDP può esercitare attività strumentali, connesse o accessorie ai suoi compiti istituzionali attraverso la costituzione o la partecipazione, anche di controllo, in società di capitali. La provvista della CDP è costituita, attualmente, dai depositi di cui alla lett. a) che precede, dalla raccolta postale, dal saldo debitore dei conti correnti postali e da fondi provenienti dalla assunzione di prestiti. I tassi di interesse praticati dalla Cassa sono fissati con d.m. del Tesoro. La Cassa può acquistare titoli, obbligazioni e altri strumenti finanziari emessi o garantiti dai soggetti da essa finanziabili, da istituzioni finanziarie e creditizie, da enti e organismi pubblici comunitari o internazionali e dagli Stati membri dell’Unione europea. CDP non ha sportelli e, per il servizio di cassa, si avvale della Tesoreria dello Stato, mediante un apposito conto corrente. I prestiti accordati dalla CDP, i relativi mandati di pagamento, le delegazioni di pagamento rilasciate dagli enti locali per l’ammortamento dei prestiti stessi sono insequestrabili e impignorabili; ogni atto compiuto in violazione del divieto è nullo e la nullità deve essere rilevata d’ufficio dal giudice. La CDP fa parte del Centre international pour le crédit communal, associazione internazionale cui aderiscono istituti che operano nel campo del finanziamento agli enti locali.

    Per approfondimenti si veda Privatizzazione di Cassa Depositi e Prestiti (CDP) e Storia di Cassa Depositi e Prestiti s.p.a. (CDP).

    Istituti europei che svolgono simili funzioni sono KfW Bankengruppe e Caisse des Dépôts et Consignations (CDC)

  • CASSA DI COMPENSAZIONE

    Anche clearing house. La cassa di compensazione (o stanza di compensazione) è un’infrastruttura del mercato regolamentanto dei derivati (es. future e opzioni) che si pone come controparte delle transazioni regolamentate e azzera così il rischio di controparte. Essa subordina l'accettazione di ciascun contratto al versamento dei margini stabiliti, che sono calcolati sul prezzo del contratto e vanno integrati ad ogni variazione significativa del prezzo del sottostante (marking to the market). La cassa seleziona gli intermediari che possono divenire suoi membri e diffonde giornalmente le informazioni sull'open interest (posizioni rimaste aperte alla fine della seduta borsistica). A scadenza garantisce la fase di consegna dei contratti giunti in scadenza. In Italia le funzioni vengono svolte dalla Cassa di Compensazione e Garanzia (CCG).

    Bibliografia
    Hull J. (2008) Options, futures and other derivatives, Prentice Hall.
    Oldani C. (2008) Governing Global Derivatives, Ashgate, London.

    Redattore: Chiara OLDANI
    © 2010 ASSONEBB

  • CASSA DI COMPENSAZIONE E GARANZIA

    Acr.: CC&G. Società per azioni costituita il 31.3.1992 in base alla l. 2.1.1991 n.1 (legge SIM). Le sono affidati i compiti a) di assicurare il buon fine dei contratti negoziati sui mercati italiani dei derivati dell’IDEM e del MIF e b) assicurare la compensazione, la liquidazione e il buon fine dei contratti negoziati sui mercati cash regolamentati (MTA, Nuovo mercato e MPR), cioè degli strumenti finanziari non derivati. La Cassa svolge queste funzioni di garanzia sulla base di disposizioni emanate dalla Banca d’Italia d’intesa con la Consob (regolamento Banca d’Italia 2.7.1991). Sull’IDEM e sul MIF la CC&G opera come clearing house (istituti di questo genere sono presenti in ogni Paese dove opera una borsa dei derivati) e come garante del mercato contro il rischio di credito, ovvero di insolvenza di un operatore. Essa interviene infatti come controparte diretta nelle transazioni (cioè tutti gli acquisti e tutte le vendite sono fatti con essa, non tra gli operatori) e determinando il saldo delle posizioni di ciascun aderente e curando il buon fine delle posizioni aperte anche in caso di insolvenza di uno dei membri. L’attività della CC&G, come controparte centrale, è disciplinata dall’art.70 TUF dall’art. 4 del Provvedimento 8.9.2000 del Governatore della Banca d’Italia. Per MTA, Nuovo mercato e MPR, invece, la Cassa non ha rapporti diretti con i contraenti e opera gestendo il Fondo di garanzia della liquidazione a contante e il Fondo di garanzia dei contratti. Maggiore azionista della CC&G è Borsa Italiana spa col 59% del capitale sociale di € 33 milioni. Il restante 41% è posseduto da sei banche e da una SIM. La vigilanza sulla CC&G è esercitata dalla Banca d’Italia e dallaConsob.

  • CASSA DI CREDITO COOPERATIVO

    Denominazione attribuita dal d.lg.14.12.1992 n. 481 alla cassa rurale e artigiana. La denominazione è stata ancora mutata in banca di credito cooperativo dal TUBC (artt. 33-37 TUBC). Tuttavia le banche di credito cooperativo costituite anteriormente al 1° gennaio 1993 possono mantenere l’originaria denominazione purché integrata dall’espressione “credito cooperativo” e quelle costituite prima del 22 febbraio 1992 non sono tenute ad adeguare il valore nominale delle azioni entro il minimo di € 25 e il massimo di € 500 fissato dall’art. 33 TUBC (art. 150 TUBC).

  • CASSA DI RISPARMIO DI FIRENZE

    Fondata nel 1829 su base associativa fra privati cittadini, si configurò, in un primo periodo, come un’istituzione di credito con funzioni prevalentemente sociali, i cui depositi contribuivano a migliorare il benessere dei risparmiatori e a facilitare gli investimenti nell’economia locale. I risultati conseguiti fin dai primi anni di attività consentirono alla Cassa un rapido sviluppo e l’estensione della rete territoriale con alcuni sportelli in altre province della Toscana dove, peraltro, si mantenevano la presenza e l’autonomia delle altre casse di risparmio a carattere provinciale. Nel 1992 la Cassa si è trasformata secondo la l. 30.7.1990 n. 218 dando origine alla Cassa di Risparmio di Firenze S.p.A. per l’attività bancaria e all’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, titolare delle azioni della banca e continuatore delle attività di carattere sociale e di sostegno alla cultura e alla ricerca. Raccogliendo l’eredità dell’originaria Cassa, la fondazione Ente Cassa di Risparmio di Firenze persegue le sue finalità statuarie operando in Toscana, con particolare attenzione al territorio fiorentino e alle zone di tradizionale presenza della banca, ed impiega i proventi del suo ingente patrimonio per realizzare e finanziare progetti. Interviene inoltre a favore di coloro che hanno bisogno di solidarietà, riabilitazione e assistenza e promuove la crescita civile e lo sviluppo della città di Firenze e dei territori di riferimento. I settori in cui opera l’ente sono i seguenti: arte, attività e beni culturali; protezione e qualità ambientale; ricerca scientifica e innovazione tecnologica; beneficenza e filantropia; formazione giovanile. Al fine di rendere più efficace la propria azione e soddisfare in maniera organica e programmata le esigenze del territorio, vengono annualmente esplicitate in un documento programmatico previsionale le priorità di intervento, coerentemente alle linee strategiche pluriennali. Il documento programmatico previsionale definisce gli obiettivi da perseguire sulla base delle risorse previste che sono destinabili all’attività istituzionale. La fondazione opera sia attraverso progetti propri, sia sostenendo iniziative di terzi che consentono di raggiungere e soddisfare gli obiettivi programmati. L’Ente ha tre fondazioni operative attraverso le quali interviene indirettamente per la conservazione del patrimonio ambientale e storico, per la promozione del territorio e per lo sviluppo degli studi finanziari. Si tratta della Fondazione Parchi monumentali Bardini e Peyron, della Fondazione Rinascimento Digitale e della Fondazione Cesifin. Per quanto riguarda la Cassa invece, essa costituisce dal 1998 la capogruppo del Gruppo Bancario Cassa di Risparmio di Firenze, cui fanno capo partecipazioni nel capitale della Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, della Cassa di Risparmio di Civitavecchia (51%), della Cassa di Risparmio di Orvieto (73,57%) e inoltre di: Cassa di Risparmio di Mirandola, Centrovita Assicurazioni, Findomestic banca, Findomestic sviluppo, Centrofactoring, Centroleasing, Eptaconsors e altre società di servizi. La Cassa di Risparmio di Firenze S.p.A. ha 269 sportelli in Toscana e tre uffici di rappresentanza all’estero. Il capitale della Cassa è detenuto dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze (43,18%), San Paolo IMI (19,09%), Ente Cassa di Risparmio di Pistoia (3,95%), Bnp-Paribas (6,99%) ed altri azionisti minori. È con i francesi di Bnp-Paribas che la Cassa ha dato vita a Findomestic, oggi la maggior società di credito al consumo in Italia. Nella graduatoria Mediobanca 2003 per raccolta dei gruppi bancari nazionali la Cassa si poneva al sedicesimo posto. Dal 29 gennaio 2008, a seguito di un’offerta pubblica di acquisto, la Cassa di Risparmio di Firenza S.p.A. è stata delistata dal segmento Midex della Borsa di Milano ed è controllata dal Gruppo Intesa Sanpaolo.

    Link: Cassa di Risparmio di Firenze, www.bancacrfirenze.it

    Ente Cassa di Risparmio di Firenze, www.entecarifirenze.it

  • CASSA DI RISPARMIO DI ROMA

    Istituita a Roma con rescritto pontificio del 1836 come associazione di 175 persone, ognuna portatrice di una quota di 50 scudi romani. Nel 1937 ha incorporato il Monte di credito su pegno di Roma (fondato nel 1539) e, tra il 1957 e il 1969, è stato autorizzato all’esercizio di alcuni crediti speciali. Nel 1988 ha acquisito il controllo della Banque Générale du Commerce (ceduta nel 1999). Con la l. 30.7.1990 n. 218 e il d.lg. 20.11.1990 n. 356, che consentivano alle banche con forme organizzative pubbliche di scorporare l’azienda bancaria e di conferirla a società per azioni costituite unilateralmente, nell’ottobre 1990 la Cassa di risparmio di Roma si è trasformata in “ente conferente” con la denominazione di Ente Cassa di risparmio di Roma, che trasferiva l’azienda bancaria al Banco di Santo Spirito. Contemporaneamente veniva costituita una società (poi denominata Cassa di risparmio di Roma holding, partecipata per il 65% dall’Ente Cassa di risparmio di Roma e per il 35% dall’IRI) alla quale venivano conferite il 71% delle azioni del Banco di Santo Spirito e il 55% di quelle del Banco di Roma possedute dall’IRI. Il 1°.8.1992 il Banco di Santo Spirito, ingrossato dall’azienda bancaria della ex Cassa di risparmio di Roma, incorporava il Banco di Roma, con effetto dal 1°.1.1992 e assumeva la denominazione di Banca di Roma con cui si perpetua, oggi, nel Gruppo Capitalia. Nel 1997 la Cassa di risparmio di Roma holding veniva posta in liquidazione distribuendo ai soci le azioni della Banca di Roma.

  • CASSA PEOTA

    Le casse peota (peota è in lingua veneta, in fr. péotte, un’imbarcazione leggera, e anche il pilota di imbarcazioni) sono associazioni molto diffuse in Veneto (163 quelle iscritte nell’elenco UIC, art. 155, c.6 TUBC) organizzate secondo consuetudine e senza fine di lucro non in forma societaria, di antica data o di recente costituzione, che raccolgono il piccolo risparmio spontaneo dei propri associati concedendo modesti prestiti al consumo ispirandosi alla mutualità. Il d.lg. 4.8.1999 n. 342 (art.35) ha modificato l’art. 155 TUBC aggiungendo un 6° comma per permettere alle casse peota di proseguire l’attività che, altrimenti, avrebbe dovuto cessare in seguito alla disciplina rigorosa del TUBC per i soggetti operanti nel settore finanziario. Le casse peota sono iscritte in una sezione dell’elenco previsto dall’art. 155 TUBC presso l’UIC e devono rispettare le direttive delCICR (del. 9.2.2000) che richiedono che lo statuto contenga l’indicazione della denominazione, dello scopo, della sede e del rappresentante legale dell’ente, con la specificazione dei relativi compiti e responsabilità, preveda che il numero degli associati non sia superiore a 200, i fondi raccolti siano contenuti entro il limite di 3 milioni per ciascun associato e possano essere impiegati, in misura non superiore alla metà, esclusivamente per fini mutualistici, in prestiti agli associati entro il limite individuale di 6 milioni, che i fondi residui rispetto a quelli impiegati siano investiti in titoli di stato, obbligazioni bancarie o depositi bancari e che sia preclusa la raccolta di fondi a vista e ogni forma di raccolta collegata all’emissione o alla gestione di mezzi di pagamento a spendibilità generalizzata. Il rappresentante legale di una cassa peota deve essere in possesso dei requisiti di onorabilità. Il d.m. Tesoro 26.7.2000 precisa che le casse peota continuano a svolgere la propria attività nell’attuale forma giuridica e le esenta dai requisiti minimi di capitale versato di cui all’art.106, comma 3, lettera c), del testo unico bancario.

  • CASSA PER ME

    Annullo della girata già apposta sul titolo, indicato con la scritta cassa per me dal girante di una fede di credito. Ovviamente la formula cassa per me, o quella equivalente annullo la girata, deve essere sottoscritta dal girante perché quest’ultimo possa incassare il titolo.

  • CASSA RURALE E ARTIGIANA

    Acr.: CRA. Tipo di azienda bancaria sorta in Germania per l’iniziativa di Friedrich Wilhelm Raiffeisen (1818-1888) verso la metà dell’Ottocento e diffusasi poi in altri Paesi europei, tra cui il nostro, a partire dalla fine del secolo. Il regime normativo delle casse rurali e artigiane era costitui- to dal r.d. 26.8.1937 n. 1706 (modificato dalla l. 4.8.1955 n. 707) e dalla l. 31.1.1992 n. 59 (artt. 2, 3, 7, 8, 9, 11, 12 e 14, comma 4), prima dell’entrata in vigore del d.lg.14.12.1992 n. 481 che ha introdotto sostanziali novità tra le quali la modifica della denominazione in cassa di credito cooperativo (art. 42). Il TUBC (artt.33- 37) ha ulteriormente modificato la denominazione inbanca di credito cooperativo.

  • CASSAZIONE

    La Corte di cassazione è un organo giudiziario unico per tutto il territorio della Repubblica, competente a decidere in caso di ricorso (impugnazione) contro una sentenza per violazione di legge. La Corte di cassazione non è un giudice di merito (cioè non decide sul fatto e sul diritto) ma solo di diritto, ovvero di legittimità. La sua ragione di esistere consiste nel garantire il rispetto della legge da parte degli altri giudici e di assicurare l’interpretazione uniforme della legge. Quando ritiene il ricorso fondato, la Corte annulla la sentenza (“cassazione” deriva dal basso latino cassare, che significa annullare, rendere senza effetto) e, se il processo deve continuare per ulteriori accertamenti di fatto o per ulteriori approfondimenti discrezionali rinvia la causa a un altro giudice di merito (giudice di rinvio) di pari grado di quello cheha emesso la sentenza. Il nuovo giudice deve concludere il processo con una nuova decisione attenendosi ai principi di diritto contenuti nella sentenza di annullamento della Corte di cassazione. È da notare che questi principi di diritto vincolano bensì il giudice di rinvio nella causa che ha portato alla sentenza di annullamento, ma sono solo un autorevole precedente per tutte le altre cause. La Corte è divisa in sezioni civili e penali composta ciascuna di cinque membri. Può accadere che una stessa questione sia decisa in modo diverso dalle sezioni. In tal caso, se la questione viene riproposta, il Presidente della Corte può decidere di deferirla alle sezioni riunite, composte di nove consiglieri scelti tra tutte le sezioni. Presso la Corte è istituita una Procura generale che presenta motivate richieste nelle cause all’esame della Corte. Alla costituzione del secondo Regno d’Italia nel 1861 esistevano cinque Corti di cassazione. Quella penale è stata unificata nel 1888 e quella civile nel 1923.

  • CASSE DI RISPARMIO

    Istituzioni sorte come enti senza fine di lucro in Francia e in Germania sul finire del XVIII secolo per incoraggiare la formazione del risparmio presso le classi popolari, industriali e rurali, da raccogliere e impiegare in titoli pubblici e per concedere credito all’industria, al commercio e all’agricoltura, specie in forma di mutuo ipotecario. Molte erano le affinità con i Monti di pietà, ma se ne differenziavano per la specie e l’estensione dell’attività creditizia. Nel corso di pochi decenni le Casse conobbero rapida e spontanea affermazione in Europa e negli Stati Uniti d’America. In Italia le Casse cominciarono a essere costituite per iniziativa dei Comuni, della Chiesa e di cittadini facoltosi nel terzo decennio dell’Ottocento in Veneto, Lombardia, Piemonte e Toscana (1822: Cassa di risparmio di Padova e Rovigo e Cassa di risparmio di Venezia; 1823 Cassa di Risparmio delle Provincie lombarde; 1825: Cassa di risparmio di Verona, Vicenza e Belluno; 1827: Cassa di Risparmio di Torino; 1829: Cassa di risparmio di Firenze) diffondendosi poi negli Stati della Chiesa (1836: Cassa di risparmio di Roma; 1837: Cassa di risparmio di Bologna ecc.). Negli Stati governati dai Borboni si sono potute costituire solo dopo l’Unità (1859: Cassa di risparmio dell’Aquila; 1861: Cassa di Risparmio Vittorio Emmanuele per le Province Siciliane e Cassa di risparmio di Calabria e Lucania; 1862: Cassa di risparmio di Chieti; 1871: Cassa di risparmio di Pescara; 1939: Cassa di risparmio di Teramo; 1949: Cassa di risparmio di Puglia; 1953: Cassa di risparmio salernitana). Nell’Ottocento, le Casse italiane sono state governate ciascuna solo dal proprio statuto fino alle norme legislative comuni introdotte dalla l. 15.7.1888 n. 5546 e dal suo regolamento del 1897, più volte modificati successivamente e sostituiti, infine, dal r.d. 25.4.1929 n. 967 (testo unico delle leggi sulle Casse di Risparmio e sui Monti di Pietà di prima categoria- TUCR, abrogato dal TUBC nel 1993) e dal regolamento approvato con r.d. 5.2.1931 n.525. Col TUCR alle Casse sono stati assimilati sotto la stessa disciplina i Monti di pietà, ridenominati Monti di credito su pegno di prima categoria dalla l. 10.5.1938 n. 745. TUCR, regolamento 1931/525 hanno retto con la l.b. 1936 le Casse e i Monti fino alle riforme degli anni Novanta. L’art. 1 TUCR definiva le Casse di risparmio “istituti che si propongono di raccogliere depositi a titolo di risparmio e di trovare ad essi conveniente collocamento”. Le Casse di risparmio potevano essere costituite da corpi morali (casse fondazioni) o da associazioni di persone (casse corporazioni), con le modalità previste dall’art. 2 TUCR, nonché dall’art. 40, comma 3 l.b. Esse avevano personalità giuridica di diritto pubblico e in massima parte erano controllate da enti pubblici. La privatizzazione ha seguito diverse tappe. Le Casse e i Monti di prima categoria, come le altre aziende di credito con personalità giuridica di diritto pubblico, sono state assimilate alle aziende di credito private dal d.p.r. 27.6.1985 n. 350 per quanto riguarda il riconoscimento della natura di impresa e l’operatività (in particolare col passaggio dal sistema a elencazione tassativa delle singole operazioni, che le casse potevano compiere, al sistema a clausola generale, vale a dire indicativo dei generi di operazioni possibili). Al 31.12.1990 operavano in Italia 75 Casse e 7 Monti di prima categoria con 4.689 sportelli (4.498 le Casse e 191 i Monti) pari a un quarto di tutti gli sportelli aperti nella Repubblica. Sotto l’impulso delle due direttive di coordinamento bancario (Prima Direttiva 77/780/CEE e Seconda Direttiva 89/646/CEE) la legge l. 30.7.1990 n. 218 (legge Amato-Carli) e il successivo d.lg. 20.11.1990 n. 356 hanno portato a un cambiamento all’interno della categoria. In base a questo provvedimento le Casse hanno conferito l’azienda bancaria a una nuova apposita organizzazione costituita in forma si società per azioni (cassa di risparmio spa) e si sono trasformate in fondazioni con finalità di interesse pubblico e di utilità sociale. Era fermo l’obbligo della permanenza del controllo pubblico nella società bancaria (art. 19 d.lg. 20.11.1990 n. 356) di modo che la privatizzazione dell’impresa era soltanto formale. Le spa così costituite e comunque denominate sono società commerciali private disciplinate dal codice civile e dalle norme in materia bancaria, analogamente alle altre banche operanti nel settore del credito. Abrogato l’art. 19 del d.lg. 20.11.1990 n. 356) dall’art. 1, comma 7-bis del decreto l. 31.5.1994 n. 443 conv. con modif. nella l. 30.7.1994 n. 474, molte ex casse sono state cedute o fuse con altre banche, riducendo o annullando la precedente partecipazione pubblica di controllo. Con il d.lg. 17.5.1999 n. 153 l’obbligo di detenere la maggioranza del capitale sociale delle banche conferitarie è stato sostituito col divieto di detenere quote di controllo in società bancarie. Il divieto è stato precisato dall’art. 11 della l. 28.12.2001 n.448 (legge finanziaria 2002).

  • CASSE DI RISPARMIO POSTALI

    Struttura al di fuori del settore dell’ordinamento creditizio che svolge attività in un certo senso concorrente con quella bancaria vera e propria. Esso non rappresenta, tuttavia, un ente autonomo ma un servizio che gli uffici postali svolgono per conto della Cassa DDPP. La cassa di risparmio postale sorse per la necessità di assicurare, in particolare ai piccoli risparmiatori residenti nei più periferici centri urbani, la possibilità di un deposito e di un investimento sicuro dei propri risparmi. D’altra parte, la sua creazione fu ispirata dall’esigenza di sviluppare la preferenza per il risparmio per convertirlo successivamente, attraverso l’organizzazione finanziaria dello Stato, in credito a favore degli enti pubblici. In Francia questo organismo nacque sin dal 1818; in Inghilterra gli uffici postali cominciarono a funzionare da casse di risparmio successivamente al 1860. In Italia il non facile iter legislativo per l’istituzione della cassa di risparmio postale iniziò con il progetto di legge presentato da Quintino Sella (1870), che incontrò notevoli opposizioni sia per il timore della possibile concorrenza di detto organismo alle Casse di risparmio sia per gli inconvenienti connessi al rischio di notevoli e repentini rimborsi che il governo avrebbe dovuto compiere nel caso di crisi o panico fra i risparmiatori. Superate queste e altre opposizioni, si addivenne alla legge istitutiva del 27.5.1875 n. 2779. Il servizio ricade, oggi nell’attività del Bancoposta.

  • CASSETTA

    Contenitore di plastica che raccoglie un nastro magnetico e i congegni necessari per svolgerlo e riavvolgerlo senza aprire la cassetta. Il nastro è impiegato come mezzo di memoria di massa per personal computer, oppure per memorizzare le registrazioni di un registratore audio o riprese di immagini e suoni di un videoregistratore. Per i nastri degli altri elaboratori è più usuale il termine cartuccia (magnetic tape cardrige; v. cartridge).

  • CASSETTA DI SICUREZZA

    Il servizio bancario delle cassette di sicurezza costituisce una “operazione accessoria” all’esercizio del credito. Ad esso il codice civile dedica soltanto tre articoli (artt. 1839-1841), riguardanti alcuni specifici profili della disciplina del relativo contratto tra la banca e il cliente, senza fornire alcuna indicazione circa la struttura e la natura giuridica del negozio. Per ricostruire il contenuto tipico del contratto di (abbonamento alle) cassette di sicurezza si rende pertanto necessario fare riferimento alle n.u.b., le cui disposizioni sono riportate nei moduli a stampa predisposti dalle banche per la stipulazione del contratto (al quale risultano pertanto applicabili gli artt. 1341 e 1342 c.c.). Secondo tale modello, la banca assume, verso il corrispettivo di un canone periodico, l’obbligo di mettere a disposizione del cliente uno scomparto di un forziere, normalmente collocato in un caveau blindato. La cassetta è munita di una doppia serratura; una delle chiavi è trattenuta dalla banca e l’altra è consegnata al cliente, il quale pertanto può accedere al forziere soltanto con la collaborazione della banca. All’utente, peraltro, è garantito il diritto alla riservatezza circa il contenuto della cassetta. La natura giuridica del contratto è incerta. In passato si è ritenuto di poterlo inquadrare negli schemi del deposito (seppure anomalo, difettando nel caso di specie l’elemento della consegna al depositario della cosa oggetto del contratto) o della locazione (enfatizzando il profilo dell’obbligo della banca di concedere all’utente il godimento della cassetta e correlativamente trascurando il ruolo dell’obbligazione di custodia). Più recentemente si è parlato di contratto misto, di locazione di cosa e locazione d’opera, ovvero, secondo altre prospettive, di locazione e deposito. Infine il contratto è quali- ficato come contratto nominato e tipico, suscettibile di autonoma qualificazione, benché comprenda elementi strutturali propri di altri contratti tipici. Peraltro il problema teorico risulta posto in secondo piano dalle questioni specifiche relative alla disciplina del contratto, la cui soluzione non è in assoluto dipendente dalla qualificazione dogmatica del contratto stesso. All’atto della stipulazione del contratto devono essere indicate le generalità dell’utente (non sono ammesse sigle o numeri) e delle altre persone eventualmente autorizzate all’apertura della cassetta (congiuntamente o disgiuntamente tra loro) e vengono altresì depositate le firme di tali soggetti. La concessione o revoca di autorizzazioni o deleghe all’apertura della cassetta, ovvero il passaggio, nel caso di pluralità di utenti, dal regime di uso disgiuntivo a quello congiuntivo e viceversa sono opponibili alla banca solo se comunicate con lettera raccomandata e comunque dopo che sia decorso da tale comunicazione il tempo necessario per provvedere. La banca rilascia inoltre all’utente una tessera di riconoscimento (art. 8 n.u.b.) contenente l’indicazione del numero della cassetta e gli estremi identificativi degli aventi diritto all’apertura. Chi intenda aprire la cassetta deve esibire la tessera (che, secondo l’opinione dominante, ha valore di documento di legittimazione) e sottoscrivere un apposito modulo, consentendo così il confronto della firma con lo specimen. La banca può rifiutare l’apertura in caso di mancato pagamento del canone (art. 12 n.u.b.). La banca può al contrario chiedere al Pretore l’autorizzazione all’apertura forzata della cassetta in caso di scioglimento del contratto (a seguito di risoluzione per inadempimento, recesso, scadenza del termine ecc.), ovvero quando abbia il fondato sospetto che nella cassetta siano stati introdotti oggetti pericolosi (in violazione del divieto di cui all’art. 4 n.u.b.).Nel caso in cui la banca abbia ricevuto formale comunicazione della morte dell’intestatario o di uno degli intestatari non può consentire l’apertura della cassetta se non su richiesta di tutti gli aventi diritto (art. 1840, comma 2, c.c.), che dovranno dare prova della loro qualità di eredi e di avere adempiuto alle prescrizioni in tema di imposte di successione (ciò che nella pratica avviene con la presentazione della denuncia di successione). Sempre ai fini fiscali è previsto che nel caso in questione l’apertura della cassetta debba avvenire in presenza di un funzionario dell’amministrazione finanziaria. Riguardo alla responsabilità della banca in caso di sottrazione, danneggiamento o distruzione dei beni conservati nelle cassette, l’art. 1839 c.c. stabilisce che la banca “risponde verso l’utente per l’idoneità e la custodia dei locali e per l’integrità della cassetta, salvo il caso fortuito”. Esaminando i criteri applicativi di tale norma emersi nella più recente giurisprudenza risulta che la banca, per esonerarsi da responsabilità, è tenuta a fornire la specifica prova positiva della causa che ha determinato il danno e deve inoltre dimostrare che si è trattato di un evento imprevedibile (cioè del tutto straordinario ed anomalo) ed inevitabile (cioè tale che non avrebbe potuto essere impedito neppure con la predisposizione dei mezzi tecnici più moderni). In concreto la giurisprudenza, adottando tali criteri di giudizio, mostra la tendenza a ritenere la banca sempre responsabile in caso di furto dei beni custoditi nelle cassette (anche se attuato con strumenti tecnici particolarmente sofisticati) e, secondo recenti decisioni, anche in caso di rapina, rientrando tali eventi nell’area dei rischi che la banca assume nel fornire il servizio e dai quali deve tenere indenne il cliente. Un problema particolare in materia è sollevato dall’art. 2 n.u.b., che vieta all’utente di conservare nella cassetta beni di valore complessivamente eccedente un certo limite massimo, che viene determinato in via generale dalla banca (nella prassi attuale, in misura esigua e non adeguata) e che può essere elevato su richiesta del cliente, a fronte di una maggiorazione del canone. La regola delle n.u.b. anteriore all’attuale art. 2 (l’art. 16 n.u.b. 1954, modificato nel 1976) era stata ritenuta nulla dalla Corte di Cassazione per contrarietà all’art. 1229, comma 2, c.c., in quanto contenente una limitazione della responsabilità contrattuale della banca anche in caso di dolo o colpa grave. Sull’art. 2 delle n.u.b. in vigore (che, a differenza della clausola adottata in passato, prevede un espresso divieto a carico del cliente di immettere nella cassetta beni di valore superiore alla cifra indicata nel contratto) non sono ancora intervenute decisioni della Corte Suprema. La giurisprudenza di merito e la dottrina fanno invece registrare significativi contrasti. Secondo un primo orientamento la clausola conforme al testo delle attuali n.u.b. avrebbe la funzione di definire l’oggetto della prestazione (cioè, secondo alcuni, l’oggetto della prestazione di custodia, secondo altri i limiti della facoltà d’uso della cassetta da parte del cliente) e non di limitare convenzionalmente la responsabilità della banca; pertanto la clausola non rientrerebbe nell’ambito di applicazione dell’art. 1229 c.c Secondo una diversa interpretazione, invece, la clausola in questione non inciderebbe sulla determinazione delle prestazioni dovute dalla banca, perché, in fatto, a diversi livelli di canone non corrispondono differenti gradi di efficacia delle misure di sicurezza predisposte dalla banca, ma soltanto diversi importi massimi del risarcimento dovuto in caso di sottrazione o distruzione dei beni custoditi nelle cassette; quindi la clausola avrebbe soltanto lo scopo di introdurre surrettiziamente un limite monetario al danno risarcibile, in contrasto con l’art. 1229 c.c.

  • CASSIERE

    Dipendente di un ufficio che provvede ai agli incassi e ai pagamenti per contanti di un’azienda e a gestire la custodia e il movimento dei valori contanti (biglietti di banca e monete), assegni della banca e di banche corrispondenti, titoli azionari e obbligazionari, cedole, cambiali e altri documenti ricevuti da incassare. Nelle filiali maggiori delle banche la struttura tradizionale dell’ufficio cassa è costituita da un “tesoro” nel quale si provvede alla materiale custodia dei valori, da un retro-sportello di cassa nel quale si provvede alle mansioni amministrative (rapporti con la stanza di compensazione, controlli contabili, smistamento assegni e altri valori ecc.), dagli sportelli che curano gli incassi e i versamenti di valori con la clientela; nelle filiali minori questa struttura si semplifica e può essere gestita anche da un solo cassiere. Fino all’introduzione delle procedure di contabilizzazione computerizzata in rete, le operazioni degli sportelli di cassa erano sottoposte alla verifica e al controllo contabile di un apposito ufficio di riscontro o controllo cassa: il cliente doveva rivolgersi prima all’ufficio riscontro che verificava la regolarità dell’operazione (p.e. la copertura e la regolarità formale degli assegni da versare o da pagare) e quindi passava alla cassa per l’effettuazione materiale del versamento o incasso. Una notevole semplificazione è derivata dall’adozione della nuova mansione di terminalista cassiere. Il personale che opera nell’ambito degli uffici cassa risponde degli ammanchi di valori ricevuti in carico; perciò è compensato con una speciale indennità di rischio. Recentemente i rischi del cassiere hanno trovato copertura in polizze assicurative normalmente fatte in base a convenzioni con le compagnie di assicurazione.

  • CASTELLETTO

    Più propriamente: castelletto di sconto. Linea di fido accordata dalla banca al cliente per lo sconto di portafoglio commerciale. Esso deriva il suo nome dal registro o schedario riservato sul quale la banca annota, per ogni nominativo, l’importo del massimo credito accordabile, determinato dal Comitato di direzione (in talune banche, e soprattutto in passato, denominato Comitato di castelletto). Il castelletto di sconto è normalmente concesso in via continuativa sino a revoca e ha carattere rotativo. La cifra di castelletto viene stabilita dalla banca per ogni cliente che necessita di ricorrere in via continuativa allo sconto di effetti; per contro l’operazione concessa in assenza di un castelletto viene denominata sconto isolato, proprio per sottolinearne il carattere occasionale. L’ammissione di portafoglio in supero del limite di castelletto viene chiamata concessione extra, per indicarne la natura eccezionale. Il carico e scarico degli effetti ammessi allo sconto, e la conseguente misura del fido utilizzabile, vengono seguiti contabilmente dalla banca mediante le registrazioni effettuate sulla scheda di castelletto. Il castelletto concesso, anche se comunicato al cliente per iscritto, non comporta l’automatica ammissione allo sconto degli effetti successivamente presentati: l’effettivo rapporto contrattuale sorge, infatti, con l’accoglimento allo sconto degli effetti dopo un esame formale e di merito. Il castelletto viene periodicamente revisionato.

  • CASTELLETTO SALVO BUON FINE

    Forma tecnica di Prestito consistente nell’accreditamento sul CONTO CORRENTE del girante dell’importo delle CAMBIALEe delle ricevute presentate all’INCASSO. L’operazione avviene con valuta ad un certo numero di giorni dopo la scadenza, in funzione di una serie di variabili quali la domiciliazione degli effetti cambiari, l’importanza del cliente, ecc. Tramite tale forma tecnica la BANCA concede credito al cliente, giacché gli mette a disposizione le somme accreditate prima dell’effettivo incasso. Se il cliente usufruisce di tale facoltà, la valuta degli addebitamenti precede quella degli accreditamenti, il che conduce alla formazione a suo carico di uno scoperto per valuta. Ordinando i movimenti del conto secondo le rispettive valute, infatti, si ottengono saldi debitori per il cliente. Naturalmente lo scoperto di valuta in oggetto, in quanto intenzionale, è di natura diversa da quello casuale che si forma pro-tempore con riferimento al movimento dei conti correnti di corrispondenza creditori.

  • CAT

    Acr. di: Conti Accentrati in Titoli. Conti di deposito in titoli di Stato accesi presso la Banca d’Italia e accentrati a livello nazionale con i quali la Banca d’Italia cura la gestione accentrata di tali titoli. Nei conti confluiscono i saldi della liquidazione dei titoli. La movimentazione avviene in tempo reale attraverso la rete interbancaria e gli sportelli della Banca d’Italia. Possono essere accesi e detenuti da banche, SIM, agenti ci cambio ed enti internazionali di deposito accentrato.

  • CATASTO

    Complesso dei documenti ufficiali che elencano tutti i beni immobili, terreni e fabbricati, determinandone la rendita e descrivendone la consistenza e i mutamenti relativi. In Italia oggi il catasto è mantenuto solo a fini tributari per l’accertamento della base imponibile per le imposte sui redditi, l’imposta di registro, ipotecaria e catastale. Poiché tutti i soggetti tenuti alla registrazione di atti giudiziari, amministrativi e civili riguardanti trasferimenti di beni immobili debbano chiedere anche la voltura catastale, il catasto consente, in teoria, di evidenziare tutti i mutamenti nella consistenza dei beni iscritti e della relativa titolarità di diritti reali sugli stessi. Di fatto il ritardo nel suo aggiornamento impedisce al catasto di rendere questo servizio in modo efficiente. Amministrativamente il catasto dipende dall’Agenzia del territorio (v. agenzie fiscali). Decentramento del Catasto. L’art. 66 del d.lg. 31.3.1998 n. 112 (emesso in applicazione della l. 15.3.1997 n. 59) ha trasferito ai Comuni la conservazione, l’utilizzazione e l’aggiornamento degli atti del catasto terreni e del catasto edilizio urbano, la revisione degli estimi e del classamento, ferma restando la gestione unitaria e certificata dei flussi di aggiornamento delle informazioni al Governo centrale. Le risorse da assegnare ai Comuni per la gestione del servizio sono state determinate dal d.p.c.m. 19.12.2000 e ripartite per provincia dal d.p.c.m. 21.3.2001. Il trasferimento è stato avviato nel febbraio 2002 e dovrebbe concludersi in due anni (entro il 26.2.2004). Resta al Governo, cioè all’Agenzia del territorio: a) di precisare le norme e le modalità di classificazione censuaria urbana e dei terreni, di determinazione dei redditi per la revisione degli estimi e di aggiornamento topografico e della formazione delle mappe cartografiche catastali; b) la tenuta dei registri immobiliari; c) il controllo della qualità delle informazioni, il monitoraggio e la gestione unitaria certificata dei flussi di aggiornamento. I Comuni saranno completamente autonomi nell’espletamento dei compiti catastali che svolgeranno attraverso il Polo catastale, un ufficio completo (cioè in grado di svolgere tutte le attività catastali) che servirà uno (o più Comuni aggregati in un’associazione). Il Polo conserva gli archivi cartacei degli atti relativi al proprio ambito territoriale, ha accesso alla banca dati informatica per la gestione automatizzata delle proprie informazioni catastali. Al Polo deve rivolgersi il cittadino per qualunque operazione catastale. I Comuni possono però affidare la gestione del servizio all’Agenzia del Territorio ricorrendo alle convenzioni previste dall’art. 64 del d.lg. 30.7.1999 n. 300 (istitutiva dell’Agenzia). L’Agenzia del territorio è presente nel capoluogo di provincia con Ufficio che opera come organismo tecnico, detiene la banca dati catastali e ha compiti di indirizzo e coordinamento, di gestione dei servizi rimasti di competenza del Governo e di gestione dell’attività catastale diretta per conto dei Comuni che non l’assumono in proprio.

  • CATEGORIE E QUALIFICHE DEL PERSONALE

    Secondo il codice civile (art. 2095) i lavoratori subordinati (che si tratti di rapporto a tempo indeterminato o a termine, nei casi consentiti dalla legge) si distinguono in dirigenti, quadri, impiegati e operai. I requisiti di appartenenza alle indicate categorie sono rimessi alla contrattazione collettiva, se non sussistono previsioni legali in materia. L’attuale classificazione è stata introdotta dall’art. 1 della l. 13.5.1985 n.190 che ha modificato l’art. 2095 c.c. Il testo precedente dell’articolo disponeva una suddivisione in dirigenti amministrativi o tecnici, impiegati e operai. Con particolare riferimento al personale dipendente dalle imprese creditizie, finanziarie e strumentali occorre richiamare la passata distinzione tra a) ausiliari, commessi, impiegati, da un lato, e tra b) funzionari e dirigenti, dall’altro, categorie di lavoratori regolate da due distinti contratti. La figura del “quadro” è stata inserita nel gruppo di cui alla lettera a). L’articolazione nei contratti collettivi risultava peraltro più ampia e complessa. Infatti, sino al 19.12.1994, si distinguevano i seguenti profili: a) personale di pulizia, fatica e custodia, personale addetto guardiania notturna, commesso/ operaio, capo commesso, impiegato di seconda/operai specializzati, impiegato di prima, capo reparto o sezione, vice capo ufficio, capo ufficio, quadro, quadro super; b) funzionario ai vari livelli, dirigente. Il CCNL del 19.12.1994 ha riclassificato il personale del primo gruppo distribuendolo su 4 aree professionali suddivise in diversi livelli retributivi. La 4a area professionale era costituita dai quadri. Successivamente il secondo gruppo è stato scisso, inserendo i funzionari tra i quadri (e quindi con applicazione del CCNL del primo gruppo), salvo quelli con grado più elevato che, a discrezione delle aziende, sono confluiti nella nuova categoria dei dirigenti. Attualmente il personale risulta inquadrato in due contratti collettivi nazionali di lavoro: quello dei dirigenti (CCNL 1°.12.2000) e quello “per i quadri direttivi e per il personale delle aree professionali (dalla 1a alla 3a) dipendenti dalle aziende di credito, finanziarie e strumentali” (CCNL 11.7.1999, così come modifi- cato dall’Accordo di Rinnovo del 12.2.2005), che include anche gli ex funzionari. Il personale del CCNL dell’11.7.1999 è suddiviso in 4 aree professionali nelle quali sono distribuite le vecchie qualifiche. La 1a area professionale include (con un livello retributivo unico) le vecchie qualifi che di ausiliari, personale di pulizia, fatica e custodia e personale addetto guardiania notturna (questi ultimi con in più un’indennità mensile). La 2a area professionale è divisa in 3 livelli retributivi comprendenti il 1° gli operai e i commessi, il 2° i capocommessi e il 3° gli impiegati di seconda e gli operai specializzati. La 3a area professionale è divisa in 4 livelli retributivi (1°: impiegati di prima; 2°: capi reparto e capi sezione; 3°: vice capi uffici; 4°: capi uffici). La 4a area professionale, riservata ai quadri, nel CCNL 19.12.1994 distingueva due livelli retributivi, uno per i quadri e l’altro per i quadri super. Col CCNL 11.7.1999 i quadri sono stati rinominati quadri direttivi suddivisi in 4 livelli, a ciascuno dei quali corrispondono altrettanti livelli retributivi.

  • CATOBLEPISMO

    Da catoblèpas. m. (dal lat. catobl?pas-pae, gr. ??????????o ??????????o ????????, comp. di ????in basso e ?????guardare) leggendario quadrupede africano, raffigurato col capo pesante sempre abbassato verso terra. Nella Naturalis historia di Plinio il Vecchio la catoblèpa (probabilmente uno gnu, o un’antilope) viene descritta come un animale in grado di incenerire con lo sguardo, motivo per cui lo terrebbe fisso al suolo. Inoltre, secondo fonti letterarie più moderne, la catoblèpa potrebbe nutrirsi della sua stessa carne, giungendo a divorarsi per sbaglio (Flaubert, La tentazione di Sant’Antonio). Raffaele Mattioli, in un articolo pubblicato su Mondo Economico nel 1962 ed intitolato, I problemi attuali del credito, usò la catoblèpa come metafora della situazione del sistema bancario italiano alla vigilia della crisi del 1930-31, coniando il termine catoblepismo:“ (Avendo subito) la struttura delle grandi banche italiane di credito ordinario severe trasformazioni il grosso del credito era fornito ad un ristretto numero di aziende, un centinaio, che con quell'aiuto avevano potuto svilupparsi notevolmente, ma che ne dipendevano ormai al punto da non poterne più fare a meno. In altre parole, eran sotto il controllo delle banche, i cui impieghi in quel gruppo d'aziende assorbivano, a loro volta, tutti i fondi da esse (…). La fisiologica simbiosi si era mutata in mostruosa fratellanza siamese. Le banche erano ancora banche 'miste' sotto l'aspetto formale, ma nella sostanza erano divenute banques d'affaires, istituti di credito mobiliare.”. Per cercare di tutelarsi dagli ovvi guasti di una simile situazione le banche avevano ricomprato praticamente tutto il loro capitale: possedevano sé stesse, attraverso il possesso delle finanziarie da esse create per assicurarsi il controllo del loro capitale. La fratellanza siamese fu causa del catoblepismo del sistema bancario dei primi anni ’30, cui si cercò di mettere rimedio con la Legge bancaria del 1936, che introdusse la distinzione tra aziende di credito e istituti di credito speciale, sopravvissuta sino al 1993.




  • CATS AND DOGS

    Termine usato nei mercati finanziari per indicare azioni fortemente speculative e che offrono forme di investimento scarsamente utili. Nel commercio si dice di prodotti caratterizzati da insufficiente turnover, che si accumulano nei magazzini.

  • CATTURA E STOCCAGGIO DEL CARBONE (CSC)

    Per cattura e stoccaggio del carbone s’intende una tecnica con la quale si confina geologicamente l’anidride carbonica (CO2) prodotta da grandi impianti di combustione. 
    Sono state sviluppate tre diverse tipologie di cattura della CO2:
    - Direttamente dai fumi di combustione saturi, la CO2 viene assorbita da un solvente chimico adatto ed in un secondo momento separata dal solvente e compressa per poter poi essere trasportata e stoccata. Tale metodologia viene comunemente individuata come post-combustione. 
    - Prima della combustione il combustibile e’ convertito in una mistura di idrogeno e anidride carbonica usando un processo chiamato gassificazione. L’idrogeno può essere usato come combustibile per la produzione di elettricità e potenzialmente per alimentare vetture ad idrogeno. 
    - Oxy-fuel: l’idrogeno necessario alla combustione viene separato dall’aria prima del processo di combustione, producendo dell’anidride carbonica più concentrata e facile da trattare. 
    Il corrente dibattito sulle modalità di cattura e stoccaggio della CO2 è strettamene legato alla perdita di massicci quantitativi della stessa CO2 in seguito ad eventi geologici o una graduale e silente fuoriuscita in atmosfera prolungata nel tempo.

    Redattore: Claudio DICEMBRINO
    © 2009 ASSONEBB

     

     

     

  • CAUSA DEL CONTRATTO (Enciclopedia)

    Abstract

    Ai sensi dell’art. 1325 c.c. i requisiti del contratto sono: l’accordo delle parti, la causa, l’oggetto e la forma, quando è prescritta dalla legge a pena di nullità. Per quel che concerne la causa, la legge non ne dà una definizione, ma si limita ad indicarla quale requisito del contratto, precisando all’art. 1418 c.c. che il contratto è nullo per mancanza di causa o quando essa è illecita. E’ possibile pertanto affermare che la causa è un elemento essenziale, cioè costitutivo, del contratto.

    Evoluzione del concetto di causa

    Originariamente l’importanza del requisito della causa nasce con riferimento alle obbligazioni: infatti la causa esprimeva la giustificazione dell’assunzione di una situazione passiva di un soggetto nei confronti di un altro soggetto. Nei contratti di scambio, ad esempio, la causa dell’obbligazione di una parte consisteva nella corrispondente obbligazione assunta dalla controparte.
    Successivamente, l’importanza di un sottostante rapporto obbligatorio è andata scomparendo, essendo il contratto stesso in grado di produrre effetti reali in virtù del semplice consenso traslativo espresso dalle parti. Spostando l’attenzione dal rapporto obbligatorio direttamente sul contratto, emerge anche una nuova prospettiva del concetto di causa: essa così esprime la funzione assolta dall’atto di autonomia privata, inizialmente intesa quale scopo o motivo ultimo del negozio (teoria soggettiva), successivamente qualificandosi come funzione dell’operazione economica (teoria oggettiva). La causa così esprime la funzione economico-sociale e risponde alla necessità che il fine intrinseco del contratto sia socialmente apprezzabile e come tale meritevole di tutela; la causa, pertanto, si presta ad essere strumento di controllo dell’utilità sociale del contratto. Non solo, ma la funzione dell’operazione economica impegnata è intesa nella sua astrattezza: si parla infatti di causa astratta del contratto. Facendo un esempio chiarificatore, in un contratto di vendita, il dato che rileva giuridicamente è semplicemente lo scambio della cosa contro il prezzo. Così inteso, insomma, il concetto di causa consente di effettuare un controllo sulle ragioni giustificative delle attribuzioni patrimoniali, cioè sugli spostamenti di ricchezza; esplicitando la causa, quindi, si fa emergere dal contratto la struttura economica che sorregge lo spostamento patrimoniale, determinante nella definizione stessa di contratto (art. 1321 c.c.).
    La nozione di causa quale funzione economico-sociale, che viene fatta risalire ad Emilio Betti e che risulta implicita nell’impostazione del Codice Civile del 1942, nel corso degli anni è stata oggetto di numerose critiche. Innanzitutto, essa va contestualizzata nel momento storico nel quale si è sviluppata, cioè nell’epoca fascista, pertanto è comprensibile come essa fosse strumentale alla ideologia dirigista che caratterizzava i rapporti tra Stato ed economia a quell’epoca. Successivamente, con l’entrata in vigore della Costituzione, il concetto di causa quale strumento di controllo da parte dell’ordinamento nei confronti dell’autonomia contrattuale si è rivelato incompatibile con i nuovi valori che propugnavano la libertà di iniziativa economica privata. In secondo luogo, considerando la causa come funzione economico-sociale, si finiva spesso per ingenerare confusione tra il concetto di causa e quello di tipo contrattuale, giungendo anche a conclusioni errate, ipotizzando che non fosse possibile configurare un contratto tipico che avesse una causa illecita, e finendo così per concepire la causa in un certo modo per i contratti tipici, e in altro modo per quelli atipici.
    Se questo, quindi, è stato l’orientamento che ha caratterizzato il concetto di causa per lungo tempo, da alcuni anni va sviluppandosi una nuova tendenza che vuole valorizzare non più l’astrattezza, bensì la funzione pratica del concreto assetto di interessi. Nella nuova prospettiva la causa esprime la funzione concreta del contratto, anche detta funzione economico-individuale del negozio: l’operazione economica oggi è infatti valutata nella sua specificità e con le caratteristiche che assume nella singola relazione sociale. Già con la sentenza n. 1898 del 2000, la Suprema Corte di Cassazione aveva stabilito che il giudice, nel procedere all’identificazione del rapporto contrattuale, alla sua denominazione e all’individuazione della disciplina che lo regola, deve procedere alla valutazione in concreto della causa quale elemento essenziale del negozio, tenendo presente che essa si prospetta come strumento di accertamento della conformità alla legge della attività negoziale posta in essere, della quale va accertata la conformità ai parametri normativi della illiceità (art. 1343 c.c.) e della meritevolezza di tutela (art. 1322 c.c.). Ma il baluardo di questa nuova interpretazione volta a valorizzare il concreto assetto di interessi è posto nella sentenza della Corte di Cassazione n. 10490 del 2006, nella quale si legge che la causa del contratto è intesa come sintesi degli interessi reali che il contratto stesso è volto a realizzare: la causa è la ragione concreta della dinamica contrattuale, è la funzione individuale dello specifico contratto posto in essere. Questa nuova visione della causa concreta, intesa come ragione giustificativa dello specifico negozio, è stata favorita da un clima di recupero della autonomia individuale rispetto ad una vecchia impostazione che tendeva a funzionalizzare la volontà dei privati in vista dei fini generali perseguiti dall’ordinamento. Lo scopo pratico perseguito dall’atto di autonomia non deve più essere correlato a finalità sociali o ordinamentali, ma si appresta ad essere meritevole di tutela in quanto manifestazione di un atto di libertà, purché realizzi interessi che non siano in contrasto con i valori dell’ordinamento giuridico. Ulteriore applicazione di tali principi è stata data da una successiva pronuncia della Suprema Corte, la sentenza n. 26958 del 2007, nella quale la Corte di Cassazione ha posto l’accento sull’interesse che ha ciascuna parte ad ottenere l’adempimento della rispettiva prestazione, attribuendo quindi alla causa quel ruolo concreto ed incisivo sulla nascita e sullo sviluppo del rapporto contrattuale che le era stato precluso per più di cinquant’anni con l’adozione della concezione di causa come funzione economico-sociale del contratto. La nuova visione della causa quale funzione concretamente svolta dal contratto permette quindi di valorizzare quelle finalità dalle quali si desume l’utilità che ha la prestazione per ciascuna parte, e quindi il suo valore d’uso.

    Causa e tipo

    Nel codice civile si parla sia della causa, sia del tipo contrattuale. E’ stato già evidenziato come la causa sia uno dei requisiti essenziali del contratto (art. 1325), ed infatti tutti i contratti, anche quelli che non sono tipici, devono avere una causa. Vediamo adesso cosa vuol dire tipicità. Il tipo è lo schema diffuso di una operazione economica. Si ha un semplice “tipo sociale” quando lo schema di operazione è consolidato nella realtà sociale ma non è disciplinato dall’ordinamento; si ha invece “tipo legale” quando lo schema dell’operazione economica è regolato dall’ordinamento giuridico. Il tipo legale è espressione di una causa astratta. Si pensi al contratto di compravendita: la causa astratta di questo tipo di contratto è lo scambio di un bene contro il prezzo. Il tipo legale esprime appunto la funzione astratta del contratto, nel senso che l’operazione giuridica viene considerata una adeguata giustificazione dello spostamento di ricchezza e quindi meritevole di tutela da parte dell’ordinamento giuridico. I contratti tipici … anche detti contratti nominati … sono quelli la cui struttura e disciplina sono fissate dalla legge; con riferimento ad essi bisognerà valutare pur sempre l’impatto reale dello schema astratto per verificarne la liceità e meritevolezza. Di contro, i contratti atipici … anche detti contratti innominati … non rientrano in nessuno schema fissato dalla legge, o perché utilizzano uno schema del tutto nuovo, oppure … come accade più spesso nella realtà … perché modificano il tipo legale previsto dal legislatore; con riferimento ad essi bisognerà valutare la compatibilità dell’operazione economica con l’ordinamento giuridico. Possiamo così riassumere: la scelta di un contratto tipico implica già di per sé la conformità all’ordinamento dello schema astratto impiegato, e bisognerà poi in concreto verificare la liceità e la meritevolezza dell’assetto di interessi attuato; al contrario, scegliendo un contratto atipico bisognerà preliminarmente verificare la compatibilità con l’ordinamento dello schema impiegato, e solo successivamente effettuare la verifica di liceità e meritevolezza del particolare assetto di interessi attuato.

    Liceità e meritevolezza della causa e contratto in frode alla legge

    Da quanto sin qui detto si evince quindi che tutti i contratti sono soggetti al controllo di liceità e di meritevolezza e che questo controllo si manifesta in modo differente a seconda che si tratti di contratti tipici o atipici. Infatti, come già evidenziato, la scelta di un tipo legale implica già di per sé che lo schema impiegato è conforme all’ordinamento, e allora bisognerà verificare soltanto che il complesso degli interessi realizzato non utilizzi lo schema per raggiungere un risultato illecito o comunque immeritevole di tutela. Al contrario, l’impiego di uno schema atipico impone una preventiva verifica di conformità all’ordinamento, richiedendo quindi un controllo più approfondito ed incisivo.
    In quest’ottica la norma cardine è fissata nell’art. 1343 c.c.: “la causa è illecita quando è contraria a norme imperative, all’ordine pubblico o al buon costume”. Vale la pena sottolineare che il testo dell’articolo, nel dare la nozione di causa illecita, non distingue tra contratti tipici e atipici; ed infatti l’art. 1418 c.c. stabilisce che l’illiceità della causa comporta la nullità del contratto (sia esso tipico o atipico).
    Passiamo ora all’analisi del controllo di liceità, esaminando le tre componenti previste dall’art. 1343 c.c..
    Norme imperative sono le cosiddette norme inderogabili. Per ordine pubblico si intendono invece i principi e i valori dell’ordinamento costituzionale e comunitario, che caratterizzano l’organizzazione della società in un particolare momento storico e che pertanto non possono essere superati dalla volontà dei privati. Quanto al buon costume, si tende ormai ad ampliarne la portata dall’area del pudore sessuale … dove storicamente si è collocato … alla cosiddetta morale sociale; ciò che invece è rimasto constante è la considerazione che il rispetto del buon costume esprime un principio generale dell’ordinamento giuridico. Vi è invece un elemento che differenzia queste tre componenti previste dall’art. 1343 c.c. per quanto attiene al tema della ripetizione; infatti mentre l’illiceità per violazione di norme imperative e dell’ordine pubblico comporta la nullità del contratto con conseguente ripetizione di quanto si è prestato, l’illiceità per contrarietà al buon costume, pur comportando la nullità del contratto, preclude la ripetizione di quanto pagato: questa la regola fissata nell’art. 2035 c.c..
    Discorso a parte vale per la causa considerata illecita per frode alla legge. Ai sensi dell’art. 1344 c.c. la causa si reputa illecita anche quando il contratto costituisce il mezzo per eludere l’applicazione di una norma imperativa. Si parla quindi di elusione: ciò vuol dire che si realizza un risultato vietato pur rispettando alla lettera le disposizioni di legge. Anche in questo caso, accertata la frode alla legge, ne conseguirà l’illiceità e quindi la nullità del contratto. In realtà il problema della frode alla legge è stato giustamente ipotizzato nella fase di emanazione del Codice Civile, nel periodo durato diversi decenni in cui si è concepita la causa quale coincidente con la funzione astratta del contratto, laddove non era concettualmente concepibile un contratto tipico che avesse una causa esplicitamente illecita; oggi invece, accogliendo la nuova impostazione della causa quale funzione concreta del contratto, si può facilmente immaginare come anche i contratti tipici possano avere una causa concreta che sia direttamente illecita, ed in questo caso la nullità degli stessi ben potrà essere dichiarata ai sensi dell’art. 1343 c.c..
    Per quanto attiene invece al controllo di meritevolezza, l’art. 1322 c.c. precisa che i contratti atipici devono essere diretti a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico. In realtà il concetto di meritevolezza è già implicitamente presente nella definizione stessa di contratto, laddove l’art. 1321 c.c. puntualizza l’aspetto patrimoniale della prestazione, attribuendo quindi proprio all’elemento della patrimonialità il carattere stesso della meritevolezza. Vediamo adesso in cosa consiste il giudizio di meritevolezza e quali sono le diverse posizioni assunte dalla dottrina. Secondo un primo orientamento sono meritevoli di tutela soltanto i contratti diretti a realizzare interessi socialmente utili e di rilevanza sovraindividuale; ma in quest’ottica si finisce per esercitare quella forma di controllo propria della teoria della funzione economico-sociale ormai superata. Un secondo orientamento ritiene meritevoli di tutela quei contratti, seppur non socialmente utili, quanto meno volti alla realizzazione di interessi compatibili con i valori solidaristici cui si ispira la nostra Carta costituzionale. Altra parte della dottrina propende per una sorta di coincidenza tra giudizio di meritevolezza e giudizio di liceità così come sancito nell’art. 1343 c.c.. Ma la dottrina più recente preferisce slegare la nozione di meritevolezza da quella di liceità, affermando che sarebbero immeritevoli di tutela soltanto i contratti volti a realizzare risultati chiaramente futili; secondo questa impostazione … che si attesta come quella maggiormente accreditata … il giudizio di meritevolezza quindi altro non è che lo strumento per valutare la razionalità economica delle operazioni contrattuali poste in essere dai privati.

    Motivi

    Il concetto di causa non deve essere confuso con i motivi, che indicano la ragione individuale dell’atto, cioè lo scopo personale per il quale la parte conclude il contratto. Normalmente i motivi sono irrilevanti; diventano invece rilevanti soltanto se determinano illiceità. Ai sensi dell’art. 1345 c.c., infatti, il contratto è illecito quando le parti si sono determinate a concluderlo esclusivamente per un motivo illecito comune ad entrambe. Il motivo illecito, causa di illiceità del contratto, deve avere dunque due caratteristiche: deve essere comune ad entrambe le parti, nel senso che entrambe le parti stipulano il contratto per lo stesso motivo; deve essere l’unico motivo per il quale le parti hanno concluso il contratto, cioè deve essere stato determinante per la prestazione del consenso. Come si può intuire, l’illiceità del motivo determina la nullità del contratto (così infatti stabilisce l’art. 1418 c.c.).

    Presupposizione

    Accanto ai requisiti del contratto stabiliti dall’art. 1325 c.c., assumono spesso rilevanza i cosiddetti presupposti del contratto, che possono essere di fatto o di diritto: in quest’ultimo caso operano come requisiti legali di validità o efficacia del contratto. Il presupposto è appunto quell’elemento, di fatto o di diritto, assunto dalle parti a fondamento del contratto e quindi rilevante per l’efficacia dello stesso, anche se non è stato oggetto di espressa pattuizione. Non essendo disciplinata dalla legge, la rilevanza giuridica della pattuizione è da tempo oggetto di dibattito in dottrina.
    Una prima impostazione è collegata ad una concezione volontaristica: la presupposizione, quando esprime il motivo del negozio, è irrilevante; mentre invece assume rilevanza quando il presupposto è comune ad entrambe le parti o quantomeno sia conosciuto dall’altra parte. In entrambe le prospettive la presupposizione finisce con l’essere legata ad una dimensione soggettivistica, collegata al motivo, nel primo caso; e alla volontà (comune o presunta) delle parti, nel secondo caso. In quest’ottica la giurisprudenza ha ricollegato la figura della presupposizione alla dimensione dell’accordo quale presupposto della volontà negoziale; la presupposizione consiste in uno specifico e oggettivo presupposto di efficacia del contratto, nel senso di essere elemento determinante ai fini del mantenimento del vincolo contrattuale (in questo senso si è espressa la Corte di Cassazione con la sentenza n. 12235 del 2007).
    Una seconda impostazione ricollega invece la presupposizione alla dimensione oggettivistica, cioè alla causa concreta del contratto: secondo questa impostazione non è necessario risalire alla volontà delle parti, ma è sufficiente confrontare il presupposto con lo scopo pratico perseguito dallo specifico negozio, seguendo i criteri della ragionevolezza e buona fede.

    Negozio misto e collegamento negoziale

    Nell’ambito dei contratti atipici, la prassi economica registra un sensibile aumento di operazioni economiche composite, che coinvolgono più prestazioni in vista di un unico risultato economico. Quando questa molteplicità di prestazioni rispecchia più tipi legali si parla di contratto misto. In esso sussistono elementi di diversi schemi contrattuali tipici, che concorrono alla formazione di un unitario intento negoziale in funzione del conseguimento di uno scopo unitario. Il risultato voluto è conseguito attraverso un unico contratto, nel quale concorrono elementi di più tipi legali, accomunati tuttavia da un’unica causa concreta realizzata.
    Si ha invece collegamento negoziale quando le parti, nell’intento di perseguire un risultato economico unitario, concludono due o più contratti che sono tra loro in rapporto di reciproca dipendenza. I requisiti di configurabilità di questa particolare figura sono due. Il primo elemento è oggettivo, e consiste nel medesimo scopo che deve legare i vari contratti nell’ottica del perseguimento di un risultato economico unitario; il secondo requisito è soggettivo, e consiste nell’intento comune delle parti di volere perseguire tanto l’effetto tipico dei singoli contratti posti in essere, quanto il coordinamento tra gli stessi per la realizzazione di un fine ulteriore e autonomo anche dal punto di vista causale. Questa ricostruzione è stata stabilita anche dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 13894 del 2007 che, aderendo alla tesi ormai consolidata della causa in concreto, ha espressamente stabilito che il collegamento negoziale si realizza attraverso la creazione di un vincolo tra i contratti che, nel rispetto della causa e della individualità di ciascuno, li indirizza al perseguimento di una funzione unitaria che trascende quella dei singoli contratti e investe la fattispecie negoziale nel suo complesso.

    Rendita vitalizia e vitalizio alimentare: aspetti giurisprudenziali

    Passiamo infine ad analizzare le differenze che sussistono tra due categorie di contratti, uno tipico e l’altro atipico: ci riferiamo in particolare ai contratti di rendita e a quello del vitalizio alimentare.
    Sotto la comune definizione di rendita il legislatore disciplina due contratti, la rendita perpetua e la rendita vitalizia, che tuttavia differiscono sia sotto il profilo della struttura, sia sotto quello della funzione.
    Con il contratto di rendita perpetua … contratto peraltro ormai in disuso … una parte conferisce all’altra il diritto di esigere in perpetuo la prestazione periodica di una somma di denaro o di un’altra quantità di cose fungibili, dietro corrispettivo dell’alienazione di un immobile o della cessione di un capitale: questo il disposto dell’art. 1861 c.c.. La rendita perpetua richiede per la sua stipulazione la forma scritta a pena di nullità, e si distingue in rendita fondiaria, se è costituita mediante l’alienazione di un bene immobile, e rendita semplice, se è costituita mediante cessione di un capitale. In realtà il rapporto che deriva dalla rendita perpetua è solo nominalmente perpetuo, perché il debitore della rendita può provocare lo scioglimento del rapporto esercitando unilateralmente il diritto di riscatto; la ratio di questa disciplina è da rinvenirsi nel marcato sfavore che ha l’ordinamento giuridico nei confronti dei rapporti obbligatori troppo lunghi. La rendita perpetua non è un contratto aleatorio perché non è collegato alla durata della vita della persona; è invece un contratto consensuale, al quale si applicano, alternativamente, le norme in tema di vendita o di donazione, a seconda che l’atto sia a titolo oneroso oppure gratuito.
    Diverso dalla rendita perpetua è il contratto di rendita vitalizia, disciplinato dagli artt. 1872 e seguenti c.c.. Significativi elementi discostano il contratto di rendita vitalizia da quello di rendita perpetua: la rendita vitalizia, infatti, diversamente da quella perpetua, quando costituita a titolo oneroso è un contratto aleatorio, perché caratterizzato proprio dall’incertezza circa il vantaggio o lo svantaggio economico derivante dalle prestazioni. La durata della prestazione periodica, infatti, risulta collegata alla durata della vita del beneficiario della rendita (il vitaliziato) o di un’altra persona che sia stata individuata dai contraenti; infatti la rendita può essere costituita anche a vantaggio di un terzo che non sia parte del contratto. Quindi, in assenza dell’elemento dell’alea, il contratto oneroso di rendita vitalizia risulta essere nullo: ed infatti è senz’altro nullo il contratto di rendita vitalizia costituito per la durata della vita di persone già defunte al momento della stipulazione del contratto. Inoltre, diversamente da quanto accade per la rendita perpetua, nella rendita vitalizia non è consentito al debitore di poter recedere unilateralmente dal contratto. Va infine sottolineato che il contratto di rendita vitalizia può essere costituito anche a titolo gratuito: ciò accade in caso di testamento o di donazione.
    La giurisprudenza ormai consolidata tende a contrapporre al contratto oneroso tipico di rendita vitalizia il contratto atipico di vitalizio alimentare, anche detto vitalizio improprio. Ciò che lo caratterizza è il presupposto che a fronte del trasferimento di un bene immobile da parte del vitaliziato, l’atra parte (il vitaliziante) si obbliga ad eseguire nei suoi confronti una prestazione complessa: infatti la stessa non si limita nella corresponsione di una somma di denaro o di altre cose fungibili … come accade nella rendita vitalizia … ma consiste in una assistenza materiale e morale, che si traduce nella fornitura di vitto e alloggio, di cure mediche, ma anche nel prendersi cura della persone facendole compagnia, in relazione ai bisogni del beneficiario. Nella realtà sociale il vitalizio alimentare viene utilizzato come strumento idoneo a garantire alle persone anziane la necessaria assistenza: infatti, in cambio dell’assistenza ricevuta, l’assistito normalmente trasferisce a chi lo assiste la proprietà di un immobile (in genere la casa in cui abita) o più semplicemente la nuda proprietà dello stesso, rimanendo in casa in qualità di usufruttuario. L’elemento che accomuna la rendita vitalizia al vitalizio alimentare è quello dell’alea, anche se con riferimento al vitalizio alimentare si parla in realtà di doppia alea: sussiste infatti sia l’incertezza sulla durata della vita del beneficiario, sia l’imprevedibile variabilità delle prestazioni a favore dello stesso, in relazione al suo stato di bisogno e di salute. Naturalmente, l’assenza di alea determina la nullità della fattispecie. Ciò che invece tiene ben distinte le due figure della rendita vitalizia e del vitalizio alimentare è rappresentato dall’infungibilità che caratterizza la prestazione del vitaliziante, il quale nel vitalizio alimentare non è tenuto ad un semplice obbligo di dare avente carattere fungibile … come accade nella rendita vitalizia … ma al contrario è tenuto ad una obbligazione complessa di dare e di fare, per sua natura proprio infungibile. Per questo motivo la figura del vitalizio alimentare viene fatta ricomprendere nei contratti caratterizzati dall’intuitus personae.
    La giurisprudenza di legittimità ormai risulta pacificamente attestata su queste posizioni, riconoscendo al vitalizio alimentare il carattere di contratto atipico ben distinto da quello tipico della rendita vitalizia.
    Infatti la sentenza della Corte di Cassazione n. 10859 del 2010 ha individuato una sostanziale differenza tra le due fattispecie proprio nel diverso contenuto delle obbligazioni contrattuali, che nel vitalizio alimentare si sostanziano in prestazioni di fare e di dare di carattere accentuatamente spirituale, e proprio per questo eseguibili unicamente da un vitaliziante specificamente individuato alla luce delle sue qualità personali (di qui il carattere dell’intuitus personae), riconoscendo applicabile a questa fattispecie il rimedio della risoluzione, espressamente esclusa, invece, con riferimento al contratto tipico della rendita vitalizia così come previsto dall’art. 1878 c.c..
    Ancora più incisiva risulta essere una più recente sentenza della Suprema Corte, la n. 15848 del 2011, con la quale la Corte di Cassazione ha riconosciuto la validità di un atto, qualificato come contratto atipico di mantenimento (vitalizio alimentare), con il quale una parte ha alienato la comproprietà del 50% dell’immobile in cui vive, in cambio dell’obbligo assunto dai cedenti, di fornire vitto, alloggio e assistenza perpetua.
    In particolare la Suprema Corte ha ritenuto di confermare la validità dell’atto con il quale una parte aveva venduto i diritti di comproprietà pari alla metà di un immobile, in cambio dell’obbligo degli acquirenti, che nella specie erano uno dei figli e sua moglie, di fornire assistenza di ogni genere anche in caso di infermità, unitamente a vitto, alloggio e ogni altro genere utile e necessario al sostentamento e all’abbigliamento, in considerazione della ragionevole incertezza sulle possibilità di sopravvivenza della cedente e sulla gravosità delle prestazioni assunte, ben potendosi ravvisare il requisito dell’alea, costituita dall’impossibilità di prevedere in anticipo i vantaggi e le perdite ai quali le parti andavano incontro.
    Le motivazioni che hanno spinto la Suprema Corte ad attestarsi su questa decisione sono da ravvisarsi proprio nel caratteristico elemento dell’aleatorietà che contraddistingue il contratto atipico di mantenimento, la cui individuazione postula la comparazione delle prestazioni secondo un giudizio di presumibile equivalenza o di palese sproporzione, da impostarsi con riferimento al momento di conclusione del contratto, e al grado e ai limiti di obiettiva incertezza in ordine alla durata della vita e alle esigenze assistenziali del vitaliziato (proprio in questi termini si era già espressa la Corte a Sezioni Unite con la precedente sentenza n. 6532 del 1994). I giudici di legittimità hanno inoltre evidenziato che nel contratto atipico di vitalizio alimentare, l’alea è più accentuata rispetto al contratto tipico di rendita vitalizia di cui all’art. 1872 c.c., in quanto le prestazioni non sono predeterminate nel loro ammontare, ma variano giorno per giorno secondo i bisogni ed in ragione dell’età e dello stato di salute del beneficiario; e che nel caso del vitalizio improprio, l’alea è esclusa soltanto se al momento della stipulazione dell’atto, il beneficiario era affetto da una malattia che, per natura e gravità, rendeva estremamente probabile un rapido esito letale e che ne abbia effettivamente provocato la morte dopo breve tempo, ovvero se il beneficiario abbia un’età talmente avanzata da non poter certamente sopravvivere, anche secondo le più ottimistiche previsioni, oltre un arco di tempo determinabile. Nel caso in esame è stata ravvisata la presenza dell’elemento dell’alea nei termini appena descritti, in quanto l’oggettiva precarietà delle condizioni di salute della cedente, al momento della stipulazione dell’atto, non era tale da farne prevedere il decesso a distanza di pochi mesi; l’età della stessa non era poi così avanzata; e le prestazioni assistenziali non erano suscettibili di predeterminazione in un ammontare certo, ma variavano giorno per giorno, in ragione dei bisogni del beneficiario.

    Bibliografia
    Bocchini F. e E. Quadri (2008), Diritto privato, Torino, Giappichelli Editore
    Caringella F. e D. Dimatteo (2012), Lezioni e sentenze di diritto civile, Roma, Dike Giuridica Editrice
    Gazzoni F. (2009), Obbligazioni e contratti, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane

    Redattore: Maria Concetta PELLONE

  • CAUSA DEL NEGOZIO GIURIDICO

    Elemento essenziale del negozio giuridico, che si identifica nella sua ragione giustificativa. Si distingue, per il suo carattere oggettivo, dai motivi, cioè dalle ragioni individuali e contingenti che hanno indotto il soggetto al negozio e che non vengono prese in considerazione dal diritto, se non in casi tassativamente previsti. La dottrina tradizionale e la giurisprudenza accolgono una nozione di causa intesa come “funzione economico-sociale”, che, se da un lato sottolinea l’aspetto esterno del controllo da parte dell’ordinamento sull’operazione voluta dai soggetti, non dà però ragione di un altro aspetto importante della causa, l’aspetto interno, rappresentato dall’interesse e realizzato attraverso il negozio. La causa è un elemento essenziale del negozio. Vi sono tuttavia negozi, detti “astratti”, nei quali gli effetti si producono indipendentemente dalla causa, la quale resta, sia pur solo temporaneamente, accantonata. Così, se taluno rilascia delle cambiali per avere in mutuo una determinata somma e le cambiali sono poi girate a un terzo, egli non potrà sottrarsi al pagamento, se il terzo è in buona fede, eccependo che la causa non esiste, perché, p.e., il mutuo non è stato fatto. Dovrà invece pagare al terzo e agire successivamente verso colui al quale ha rilasciato le cambiali per ottenere la restituzione di quanto ha dovuto versare. Accade anche di incontrare promesse che non manifestano apertamente la causa per le quali sono state fatte. Queste promesse, non sussistendo una ragione valida a giustificarle, non dovrebbero produrre effetto. La legge, tuttavia, ammette che il promissario possa farle valere in giudizio senza necessità di provare anche la causa: l’esistenza di questa si presume se il promittente non fornisce la prova del contrario (art. 1988 c.c.). Questa deroga al principio, in base al qua- le chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare tutti i fatti che ne costituiscono il fondamento (art. 2697, comma 1, c.c.), è designata come “astrazione processuale”. La causa del negozio deve essere lecita e meritevole di tutela: la causa non è lecita e il negozio è nullo quando è contraria a norme imperative, all’ordine pubblico o al buon costume. All’illiceità della causa l’art.1344 c.c. equipara la frode alla legge, che ha luogo quando il negozio costituisce il mezzo per eludere l’applicazione di una norma imperativa.

  • CAUSE E SALDI DELLA MOBILITA' SANITARIA

    L’incremento della mobilità sanitaria coincide con importanti cambiamenti sociali e ne è largamente condizionata. Le trasformazioni demografiche, economiche, culturali e sociali, a cavallo tra secondo e terzo millennio, hanno evidenti ripercussioni nel campo della salute e della sanità: l’allungamento della vita incide pesantemente sull’andamento e la diffusione delle patologie croniche; la crescita della ricchezza materiale ed il consumismo incidono sui comportamenti di domanda sanitaria e sulla spesa per prestazioni e farmaci; lo sviluppo delle nuove tecnologie dell’informazione ha ripercussioni importanti su auto-informazione e auto-cura, oltre che sulle caratteristiche dell’offerta sanitaria; l’esplosione dei trasporti e l’internazionalizzazione crescente dei vissuti, infine, hanno un evidente collegamento con gli atteggiamenti di disponibilità a spostarsi sul territorio, nazionale ed internazionale, alla ricerca di risposte migliori ai propri problemi di salute.
    Un’indagine Censis svolta nel 2005 su un gruppo di 2.524 pazienti ospedalieri, ha osservato le motivazioni principali che spingono i cittadini a spostarsi. In questa ricerca, solo l’8,8% del campione intervistato era stato obbligato a ricoverarsi fuori Regione, a causa di un incidente o di una permanenza fuori casa. Il restante 91,2% degli intervistati aveva scelto di ricoverarsi fuori dalla Regione di residenza per una maggiore affidabilità dei servizi offerti. La stessa indagine ha permesso di individuare le principali cause che giustificano la scelta di spostarsi dalla propria Regione e le motivazioni possono essere raggruppate in tre categorie:
    1. Motivi legati alla qualità dei servizi (66,2% degli intervistati);
    2. Motivi legati alla praticità e alla logistica, per facilitare l’accesso alle cure (30,9% degli intervistati);
    3. Motivi derivanti da necessità di spostarsi, a causa di tempi di attesa eccessivamente lunghi o assenza di servizi nella propria Regione (26,2% degli intervistati).
    Oltre alle motivazioni che si celano dietro la scelta di spostarsi per accedere ai servizi sanitari, l’indagine ha evidenziato anche alcuni aspetti negativi che il fenomeno della mobilità provoca ai vari soggetti coinvolti:
    1. I costi privati intangibili dovuti ai disagi sociali del paziente e dei familiari che si spostano in una zona di ricovero lontana dalla propria abitazione;
    2. I costi privati tangibili che rappresentano tutte le spese sostenute dai pazienti e dai familiari per spostarsi verso la Regione di ricovero;
    3. I costi pubblici dovuti ai trasferimenti di risorse finanziarie tra Regioni;
    4. I problemi organizzativi e di politica sanitaria connessi alle scelte di programmazione, alle probabili liste di attesa dovute ai sovraffollamenti.

    Il saldo di mobilità
    La prospettiva maggiormente utilizzata per interpretare il saldo della mobilità è quella unilaterale, per cui si individua questo fenomeno come la dimostrazione di una scarsa qualità dell’assistenza erogata da alcune Regioni. In questo modo, dunque, il saldo di mobilità è un indicatore di inefficienza e inefficacia e la mobilità passiva rappresenta un fenomeno da evitare e limitare. In una prospettiva più positiva, però, il saldo di mobilità potrebbe anche essere inteso come la possibilità dei cittadini di ricevere prestazioni di eccellenza e quindi un fenomeno da incentivare per garantire maggiore efficacia ed efficienza al sistema.
    In ogni caso la dinamica della mobilità è stabile da anni: le Regioni meridionali hanno una media negativa del saldo, al contrario le Regioni settentrionali registrano una media positiva. Le eccezioni sono poche: a sud il Molise, che ha un saldo positivo, invece a nord le uniche Regioni con saldi negativi rilevanti sono il Piemonte e la P.A. di Trento. Nel complesso i cittadini si spostano dal sud al centro-nord per l’8,3% dei ricoveri che sono stati stimati rappresentare € 1,1 Mld, pari al 3,2% del finanziamento complessivo spettante alle Regioni del sud.
    Come già anticipato, il saldo di mobilità rappresenta una somma algebrica tra le quote di mobilità attiva e di mobilità passiva di ciascuna Regione:
    - La mobilità attiva può essere interpretata come la capacità di attrazione di una Regione e del proprio sistema sanitario. Le Regioni con maggiori valori sono Emilia Romagna, Toscana, Lazio e Lombardia; le Regioni meno attrattive sono Calabria, Campania e le Isole.
    - La mobilità passiva è rappresentata in gran parte da ricoveri in Regioni confinanti (mobilità di confine), un’altra parte è costituita dai ricoveri inappropriati e la restante è attribuibile principalmente a ricoveri per alta specialità. Al contrario della mobilità attiva, quella passiva raggiunge valori molto elevati nelle Regioni di piccole dimensioni come ad esempio Basilicata, Molise, Abruzzo, Valle d’Aosta.
    Il fenomeno della mobilità è molto complesso e difficilmente analizzabile. I saldi spesso sembrano fornire un quadro inadatto della realtà Regionale, il motivo è che i valori dipendono da caratteristiche differenti tra le varie Regioni.


  • CAUZIONE

    Somma che una parte versa all’altra a garanzia dell’adempimento di un obbligo futuro. Nella pratica è chiamata anche deposito. Può essere effettuata anche mediante una quantità di cose mobili, sia generiche che specifiche, consegnate da un soggetto a un altro. È un diritto accessorio che segue le sorti del diritto principale e che si estingue quando viene meno il presupposto per cui era stato creato; in tal caso il depositario deve restituire la cosa ricevuta (se trattasi di cosa di specie) o l’equivalente (se trattasi di cose fungibili). La cauzione può essere volontaria, se derivante dall’accordo delle parti, giudiziale, se imposta discrezionalmente dal giudice, legale, se imposta direttamente dalla legge.

  • CAUZIONE FIDEIUSSORIA

    Contratto atipico (altrimenti denominato assicurazione fideiussoria, assicurazione cauzionale e anche polizza fideiussoria) destinato ad assolvere la stessa funzione economica di una cauzione in denaro o in altri beni mobili che un determinato soggetto (normalmente il contraente dell’assicurazione) è tenuto a costituire a favore della Pubblica Amministrazione o di un privato (benefi ciario della prestazione dell’assicuratore) allo scopo di garantire l’adempimento di una sua futura eventuale obbligazione pecuniaria a titolo di risarcimento del danno o di penale o di pagamento di un tributo. L’obbligazione pecuniaria assunta dall’assicuratore diviene esigibile a seguito del semplice inadempimento dell’assicurato, prescindendo dalla sua solvibilità, alla scadenza del termine di adempimento dell’obbligazione principale e indipendentemente dal fatto che ciò sia imputabile alla volontà (dolo) di quest’ultimo. Per contro, il contraente dell’assicurazione si obbliga al pagamento di un corrispettivo, detto “premio”, e a tenere indenne l’assicuratore da quanto dovesse corrispondere, a titolo di capitale, interessi e spese, in forza della polizza. La stipulazione della polizza fideiussoria può anche essere imposta in sede giudiziale; numerose sono inoltre le previsioni della fattispecie astratta cauzione nell’ambito della legislazione speciale, in particolare in tema di appalto per la riscossione delle imposte dirette o per l’esecuzione di opere e in materia di pagamento di dazi e diritti doganali. Al di là delle singole disposizioni contenute nella legislazione, speciale rilevanza specifica è stata assunta dall’istituto con la l. 10.6.1982 n. 348, per la quale in tutti i casi in cui è prevista la costituzione di una cauzione a favore dello Stato o altro ente pubblico, questa può essere costituita, oltre che da una cauzione reale e da fideiussione bancaria, anche da polizza assicurativa. La natura giuridica della figura contrattuale tradizionalmente assume una collocazione intermediaria tra il versamento cauzionale, il contratto di assicurazione e la fideiussione; dalla prima differisce per il fatto che manca il versamento anticipato di una somma di danaro e, pur avendo come parte un’impresa assicurativa e formando oggetto di uno specifico ramo di servizio di dette imprese, la sua natura viene tradizionalmente ricondotta alla fideiussione, in quanto la funzione economico sociale tipica del negozio non corrisponde a quella dell’assicurazione, cioè il trasferimento del rischio a carico dell’assicurazione, ma assolve invece uno scopo di garanzia. In virtù di tali caratteristiche la cauzione fideiussoria viene normalmente ritenuta un sottotipo innominato della fideiussione, di tal che trova generale applicazione la disciplina che a quest’ultima si riferisce se non derogata dalle parti. La modellistica contrattuale ricorrente nel traffico giuridico consente di raggruppare le polizze fideiussorie in: a) polizze c.d. accessorie, nelle quali l’obbligo del garante è strettamente connesso al rapporto obbligatorio principale garantito; b) polizze contenenti la clausola “a prima richiesta” (o equivalente), nelle quali si accentua l’estraneità della figura contrattuale atipica sia dagli schemi della fideiussione che dell’assicurazione, accostandosi piuttosto al regime previsto per il contratto autonomo di garanzia; c) polizze c.d. condizionali, nelle quali l’obbligo del garante diviene attuale a seguito della dimostrazione, operata dal beneficiario, di determinati fatti.

  • CAUZIONE NELL'ATTIVITÀ BANCARIA

    Garanzia di carattere patrimoniale costituita da banche a fronte dell’emissione di assegni a copertura garantita, o di assegni circolari, ovvero dell’assunzione di un servizio d’incasso e/o di pagamento (tesoreria, esattoria ecc.), o prestata nell’interesse di clienti che abbiano assunto l’appalto di opere o di servizi, onde assicurarne la regolare esecuzione contrattuale. L’obbligo di prestare cauzione è subordinato a taluni presupposti (svolgimento di determinate attività da parte di persone fisiche o giuridiche) e, pertanto, ove questi ultimi vengano meno, la medesima sarà “svincolata”. Al verificarsi dell’evento dannoso in relazione al quale è costituita, la cauzione sarà invece incamerata dal soggetto garantito. La forma di prestazione è molteplice: in titoli, in contanti o mediante rilascio di fideiussione, come precisato più avanti. a) Una prima categoria è formata dalle cauzioni rilasciate da persone fisiche. Vi rientravano quelle “speciali” degli amministratori e dirigenti di banche, un tempo costituite a garanzia del corretto adempimento delle loro funzioni e oggi non più richieste (v. infra). b) La seconda categoria comprende le cauzioni costituite dalle banche e si suddivide in due specie, potendo avere riferimento all’attività esplicata dalle banche stesse o dai loro clienti. a1) Nella prima fattispecie rientra la cauzione relativa al servizio emissione assegni circolari e assegni bancari a copertura garantita: l’istituto autorizzato all’emissione di assegni circolari è tenuto a costituire una cauzione sulla quale i portatori dei titoli hanno privilegio speciale (art. 49 TUBC, 2° comma). La cauzione viene costituita presso la competente filiale della Banca d’Italia e, dopo il primo mese di emissione, dev’essere mantenuta pari al 40% della circolazione degli assegni nel mese precedente, con obbligo, ove questa dovesse superare l’ammontare del capitale sociale e della riserva legale della banca risultante dall’ultimo bilancio approvato, di coprire tale eccedenza. Un altro esempio è dato dalle cauzioni che le banche debbono costituire (a garanzia d’una corretta gestione) per assumere il servizio degli incassi o di tesoreria. Così è per la Banca d’Italia relativamente alla gestione delle tesorerie provinciali, per l’assunzione, da parte di banche, dei servizi di esattoria e ricevitoria per conto dei comuni, oltre che di tesoreria per conto di enti pubblici in genere. Particolari cauzioni debbono essere, altresì, prestate da quelle banche che assumano la veste di corrispondenti bancari, esplicando i servizi di incasso effetti e di emissione assegni circolari. a2) Della seconda fattispecie fanno parte le cauzioni costituite dalle banche nell’interesse dei clienti e per attività esplicate dai medesimi. In genere, si tratta di garanzie richieste agli imprenditori per essere ammessi ad una gara d’appalto (e allora la cauzione ha carattere provvisorio) oppure, dopo l’eventuale aggiudicazione della medesima, allo scopo di garantire la buona esecuzione dell’opera o del servizio. Con d.p.r. 22.5.1956 n. 635 anche le banche ordinarie aventi un patrimonio (capitale versato e riserve) non inferiore a 300 milioni sono state ammesse a garantire il buon fine dei contratti aventi come controparte lo Stato con proprie fi- deiussioni sostitutive della cauzione in contanti od in titoli. La cauzione degli amministratori (non solo delle banche) è stata soppressa con la l. 4.6.1985 n. 281, art. 24. La Vigilanza, su delibera CICR del 14.5.1971, ha eliminato l’obbligatorietà di quella dei “dirigenti”. I cassieri sono assicurati.

  • CAVEAUX

    Locali sotterranei corazzati dove sono custoditi i valori di proprietà della banca (tesoro di banca). Si tratta di locali formati da un blocco di cemento armato, rafforzato da sbarre o da maglie d’acciaio, e situati in modo da essere completamente isolati e sorvegliabili dall’esterno da ogni punto: infatti il caveaux è circondato da un corridoio di ronda, lungo il quale scorte di guardie armate effettuano ispezioni periodiche (in genere ogni quattro ore) di giorno e di notte, anche durante i giorni di chiusura. Inoltre, questi locali sono resi praticamente inaccessibili grazie anche all’ausilio di svariati allarmi automatici, quali rivelatori acustici o sensibili al fumo prodotto dalle “lance termiche”, raggi infrarossi, telecamere, che danno l’allarme o al servizio di sorveglianza della banca o alla polizia.

  • CCITT

    Acr. di: Comitato Consultivo Internazionale Telegrafico e Telefonico (fr. Comité Consultatif International Télégraphique et Téléphonique-CCITT; ingl. International Telegraph and Telephone Consultative Committee- ITTCC), istituito nel 1947 come uno dei quattro organi permanenti delll’UIT, con sede a Ginevra. Nella riforma compiuta nel 1993 l’ITU è stata strutturata in tre Settori, uno dei quali, l’ITU Telecommunication Standardization Sector, è succeduto al CCITT. (v. ITU-T).

  • CCT

    Acr. di: Certificati di Credito del Tesoro. Buoni del Tesoro a medio-lungo termine a tasso variabile, emessi con durata da 2 a 10 anni. Si sono avute anche varianti con speciali configurazioni: in valuta, indicizzati, zero-coupon ecc. Nelle forme standard il rendimento, corrisposto attraverso cedola, è variabile in virtù dell’indicizzazione al tasso dei BOT, maggiorato di uno spread predefinito. Le caratteristiche di questi titoli sono mutate sensibilmente nel tempo per cui di essi circola una pluralità di emissioni con caratteristiche diverse. Vi sono emissioni con durate comprese tra 2 e 10 anni, con maggiorazioni (spreads) di varia entità. Esistono inoltre sia emissioni ancorate ai rendimenti dei BOT semestrali che a quelli annuali. Infine, vi sono emissioni con cedole semestrali e (più raramente) annuali; emissioni tassate, semitassate ed esenti. Il collocamento avviene mediante il sistema dell’asta marginale riferita al prezzo. Il rimborso avviene al valore nominale, in un’unica soluzione alla scadenza. Il taglio minimo di negoziazione è di 5 milioni di lire ed il regime di circolazione è al portatore. I CCT sono quotati, di diritto, in Bors. La negoziazione ufficiale del titolo avviene a partire dal primo stacco cedola. Per le varianti v.: CTE;CTO; CTR; CTS; CTZ.

  • CD-ROM

    Ace. di Compact Disk Read Only Memory. Particolare tipo di disco ottico non riscrivibile, analogo a quelli utilizzati per memorizzare registrazioni musicali. Presenta una elevata capacità di memorizzazione (circa 600 milioni di caratteri e più) e un basso costo di riproduzione Il dispositivo di lettura, a laser, deriva da prodotti commerciali a larghissima diffusione e quindi è anch’esso relativamente a basso costo. L’insieme di queste caratteristiche lo rende uno strumento particolarmente idoneo per la distribuzione di banche dati il cui contenuto non presenti un tasso di variabilità elevatissimo. In ambito bancario vanno segnalate alcune applicazioni per la ricerca dei codici delle piazze bancabili oltre che con le varie banche dati documentali a contenuto economico e giuridico in commercio.

  • CDC

    Acr. di: Commonwealth Development Corporation. Società inglese di consulenza e di investimento costituita nel 1948, a imitazione delle analoghe istituzioni francesi, come public corporation interamente controllata dal Governo e sottoposta al Department for International Development (DFID) col compito di “sviluppare le risorse dei territori coloniali”. La denominazione originale di Colonial Development Corporation è stata modificata in quella attuale negli anni Sessanta e la missione ribattezzata “assistere i territori d’oltre mare nello sviluppare le loro economie”. Col Commonwealth Development Corporation Act del 27.7.1999 è stata trasformata in una public private partnership (PPP), vale a dire una joint venture costituita come public limited company (plc) che beneficia del sostegno e della partecipazione del Governo a fianco della partecipazione privata destinata a diventare maggioritaria. L’entrata di soci privati è in corso. La nuova ragione sociale della società è ora CDC Capital Partners. Il Governo inglese considera però questa società, di cui continuerà a detenere una golden share, una partecipazione sempre sottoposta al suo monitoraggio e strutturale per la politica del Paese e, quindi, da conservare nel lungo periodo. CDC finanzia imprese produttive nuove nei Paesi in via di sviluppo o l’espansione di tali imprese esistenti concedendo prestiti o partecipando al capitale direttamente o tramite fondi d’investimento. Presta inoltre servizi di consulenza e altri servizi sussidiari nei progetti in cui è interessata. Ha 32 uffici nel mondo e opera in una cinquantina di Paesi. CDC aveva a fine 2000 un capitale sociale di 10 milioni di sterline, mezzi propri per 405,9 milioni di sterline, investimenti e tangibile assets per 1.096,9 milioni di sterline.

  • CEAO

    Acr. di: Communauté Economique de l’Afrique de l’Ouest (ingl. West African Economic Community). Organizzazione internazionale costituita il 3.6.1972 da Benin, Burkina Faso, Côte d’Ivoire, Mali, Mauritania, Niger, Senegal per promuovere lo sviluppo economico regionale. La dissoluzione della CEAO è stata decisa dalla Conferenza dei Capi di Stato di Ouagadougou tenuta il 15.3.1994.

  • CEB

    Acr. di: Council of Europe development Bank (fr. Banque de développement du Conseil d’Europe-CEB) banca multilaterale di sviluppo strumento finanziario della politica di solidarietà del Consiglio d’Europa (CoE) costituita nel 1956. La Banca ha assunto l’attuale denominazione con decorrenza dal 1°.11.1999. In precedenza era denominata Fonds de Développement Social du Conseil de l’Europe (ingl. Council of Europe’s Social Development Fund). È la più antica istituzione finanziaria internazionale europea, ha personalità giuridica e piena autonomia finanziaria ed è posta sotto l’alta autorità del CoE. Con la concessine di prestiti ai Paesi membri la Banca partecipa alla realizzazione di progetti sociali, corrisponde a situazioni d’urgenza e concorre al miglioramento delle condizioni di vita e alla coesione sociale nelle regioni meno favorite del continente europeo. Priorità statutarie sono l’aiuto ai rifugiati e ai migranti e alle vittime di catastrofinaturali o ecologiche. Nuove priorità aggiunte sono la creazione e il mantenimento di posti di lavoro nelle PMI, la formazione professionale, l’istruzione, la salute, le abitazioni sociali, il miglioramento della qualità di vita. La CEB attua, inoltre, interventi nei settori dell’ambiente, delle infrastrutture sociali, della modernizzazione rurale, della protezione e il recupero dei patrimoni storici. Il capitale sottoscritto era al 31.12.2000 di € 1.400,7 milioni, di cui versato € 159,7 milioni, le riserve ammontavano alla stessa data a € 830,7 milioni. Partecipano al capitale sociale 35 Stati di cui 12 dell’UE (non partecipano Austria, Irlanda e UK) e altri 23 Stati dell’Europa orientale, dei Balcani (compresa la Turchia, socio fondatore), la Santa Sede e San Marino.

  • CECA

    Acr. di: Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Organizzazione comunitaria europea (fr. Communauté Européenne du Charbon et de l’Acier-CECA; ingl. European Coal and Steel Community-ECSC), di durata cinquantennale (termine fissato al 2002), costituita sulla base del Trattato firmato Parigi il 18.3.1951 da Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo, Il trattato è stato ratificato dall’Italia con l. 25.6.1952 n.766 ed è entrato in vigore il 23.7.1952. La Comunità si è successivamente ampliata ai paesi che, nel corso degli anni, hanno aderito alla Comunità europea. Si deve tuttavia notare che il Trattato di adesione dei nuovi membri è unico solo per quanto riguarda la CE e l’Euratom, stante per la CECA una differente disciplina in materia, che prevede una decisione del Consiglio dei Ministri cui devono far seguito gli strumenti unilaterali di adesione dei nuovi Stati.

    1. Obiettivi. Obiettivo della CECA è la creazione di un mercato comune nel settore carbosiderurgico. In particolare la CECA deve: vigilare sull’approvvigionamento regolare del mercato comune, tenendo conto delle necessità dei paesi terzi; assicurare ai consumatori uguale accesso alle fonti di produzione; vigilare sul mantenimento di condizioni che stimolino le imprese a migliorare la capacità produttiva; promuovere le condizioni di vita e di lavoro della mano d’opera, lo sviluppo degli scambi internazionali, oltre che il miglioramento qualitativo della produzione (art. 3). L’art.4 elenca le condizioni incompatibili con il mercato comune del carbone e dell’acciaio. In particolare sono vietati: i dazi di entrata e di uscita, le tasse di effetto equivalente e le restrizioni quantitative allo scambio dei prodotti carbosiderurgici; le misure che stabiliscono una discriminazione tra produttori, consumatori o utilizzatori, specie per ciò che concerne le condizioni di prezzo, di consegna e le tariffe dei trasporti, questi ultimi considerati elemento essenziale del settore. Alfine di garantire un regime di libera concorrenza sono ugualmente vietati i provvedimenti e le pratiche che ostacolino la scelta del fornitore da parte dell’acquirente; le sovvenzioni e gli aiuti concessi dagli stati e gli oneri speciali imposti sotto qualsiasi forma da questi ultimi; le pratiche restrittive volte alla ripartizione e allo sfruttamento dei mercati del settore. Il Trattato sembra aver accolto una soluzione di compromesso tra i principi di una libera economia di mercato e interventi di tipo dirigista, come si evince dall’art. 5 che precisa che la CECA adempie la sua missione con interventi limitati. Le istituzioni hanno, infatti, un potere di controllo e di intervento sui programmi di investimento nei settori interessati (art. 54); intervengono in caso di crisi manifesta con una serie di misure sulla produzione e sul mercato dei prodotti carbosiderurgici (artt. 58-59); fissano i prezzi sia massimi che minimi (art. 61) ed esercitano un controllo sulle concentrazioni e sulla fusione di imprese (art. 66).

    2. Modificazioni introdotte dal Trattato di Bruxelles del 1965 e dal TUE del 1992. L’entrata in vigore dei Trattati CEE ed Euratom ha posto la necessità del coordinamento fra le tre Comunità, suggerendo l’unificazione delle istituzioni. Con il Trattato di Bruxelles dell’8.4.1965 (ratificato dall’Italia con l. 3.5.1966 n.437; entrato in vigore l’1.7.1067) sono stati istituiti un Consiglio e una Commissione unica delle Comunità (c. d. “fusione degli esecutivi”). Il primo ha sostituito il Consiglio speciale dei ministri della CECA e dell’Euratom; la seconda l’Alta Autorità della CECA. Nell’ambito CECA, tuttavia, è la Commissione l’organo che detiene l’effettivo potere decisionale vincolante, mentre il Consiglio ha in sostanza solo poteri consultivi. In linea generale, nell’ambito CECA il Parlamento esercita un ruolo molto più limitato rispetto a quello svolto nell’ambito delle altre due organizzazioni comunitarie, poiché, in questo caso, esso ha solo un potere di controllo a posteriori sugli atti della Commissione (art. 20). Inoltre non risultano estesi al Trattato CECA i poteri attribuiti al Parlamento Europeo dalle riforme apportate dal Trattato sull’Unione Europea al Trattato istitutivo la Comunità Economica Europea, per creare laComunità Europea, in materia di conclusione di accordi internazionali e di processo decisionale. Tuttavia, il titolo III del TUE ha modificato numerose norme istituzionali della CECA con lo scopo di armonizzare le disposizioni istituzionali con i cambiamenti apportati al Trattato di Roma. Per l’assolvimento dei suoi compiti la CECA dispone di risorse finanziarie proprie, provenienti dai prelievi sulla produzione di carbone e di acciaio e dai fondi ricevuti in prestito o a titolo gratuito (art. 49).

  • CEDEAO

    Acr. di: Communauté Économique des États de l’Afrique de l’Ouest (ingl. Economic Community of West African States-ECOWAS). Unione economica e monetaria istituita col trattato stipulato a Lagos (Nigeria) il 28.5.1975, riformata con un trattato del luglio 1993, tra 16 Paesi, di cui gli otto dell’area del franco francese dell’Africa occidentale che già costituiscono un’unione economica e monetaria funzionante, l’UEMOA (Bénin, Burkina Faso, Côte d’Ivoire, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo) e sette altri Paesi della regione (Gambia, Ghana, Guinea, Liberia, Nigeria, Sierra Leone e, dal 1977, Capo Verde). La CEDEAO ha per obiettivo di costituire un mercato comune e un’unione monetaria entro il 2004. La Mauritania, che aveva inizialmente sottoscritto il trattato, è uscita dall’unione nel 2000. La CEDEAO, ha sede a sede a Lagos (Nigeria). La realizzazione dell’unione monetaria dovrebbe realizzarsi attraverso una fase intermedia in cui i Paesi non dell’area del franco costituiscono un’unione monetaria, la ZMAO (Zone Monétaire de l’Afrique de l’Ouest; ingl. West African Monetary Zone) e adottano una moneta comune, denominata eco e destinata a fondersi nel 2004 con il franco CFA in un’unica moneta di cui ancora non è stato deciso il nome. La ZMAO, tuttora in gestazione, è stata costituita con l’accordo di Bamako del 15-16-12- 2000 tra sei Paesi soltanto (non ha partecipato il Capo Verde) che ha anche deliberato l’adozione di una moneta unica denominata eco per il 2003. L’eco dovrebbe fondersi nel 2004 con il franco CFA dando origine a una nuova moneta di cui non si conosce ancora il nome e le caratteristiche. Dal gennaio 2001 è attivo l’Institut monétaire de l’Afrique de l’Ouest (IMOA), un ente provvisorio per preparare la costituzione della Banque Centrale de l’Afrique de l’Ouest (BCAO) che dovrebbe prendere a operare a fine 2002. Per sostenere la ZMAO, la CEDEAO ha istituito un Fonds de Stabilisation et de Coopération de la ZMAO con una dotazione di 50 milioni di dollari. La CEDEAO dispone di un’organizzazione finanziaria multilaterale che opera come banca di sviluppo, il Fonds de Coopération et de Développement de la CEDEAO (ingl. Fund for Co-operation, Compensation and Development) con sede a Lomé (Togo), destinato a trasformarsi nel 2002 in una holding, l’EBIC, di una Banca regionale d’investimento nel settore privato e di un Fondo regionale di sviluppo per i finanziamenti nel settore pubblico. La CEDEAO si è anche dotata nel 1990 di una forza militare (ECOMOG) che è intervenuta in Liberia. Organi della CEDEAO sono la Conférence des Chefs d’Etat et de Gouvernement, il Conseil des Ministres, il Secrétariat Exécutif, il Tribunal de la Communauté e le Commissions (dogane, industria, trasporti, affari sociali ecc.).

  • CEDEL

    Acr. di: CEntrale DE Livraison des valeurs mobilières. Società di diritto lussemburghese di clearing costituita nel 1970 da 66 imprese bancarie e finanziarie di 11 Paesi come struttura indipendente e neutrale per il regolamento delle transazioni internazionali in titoli e per la custodia dei titoli sottostanti nel mercato degli Eurobonds. Negli anni successivi si è trasformata in un gruppo con a capo Cedel International e una rosa di partecipazioni (Cedelbank, Cedel Global Services, Cedel Reinsurance, Cedel Global Services (UK), Cedel Nominees, Cedel Risk Transfer, Cedel Capital.). Partecipano a Cedel International attualmente oltre 90 banche e imprese finanziarie europee, americane e asiatiche. La centrale di compensazione e di regolamento è insieme a Euroclear una delle due strutture europee di questo tipo. Con Euroclear Cedel ha stipulato un accordo (Cedel-Euroclear Bridge) che permette di regolare di regolare anche transazioni tra controparti che non sono entrambe aderenti allo stesso sistema. Nel 1999 il servizio è stato fuso con quello di Deutsche Börse Clearing AG dando origine a Clearstream International. Cedel International e Deutsche Börse Clearing Ag posseggono ciascuna il 50% della nuova societàche gestisce attività per circa 7 mila miliardi di euro e intorno a 150-160 milioni di transazioni all’anno.

  • CEDOLA

    Tagliando, detto anche coupon o certificato di godimento, staccato dal corpo principale dei titoli a reddito fisso o variabile, che conferisce al possessore il diritto di percepire, nel giorno di godimento, il pagamento degli interessi o del dividendo maturati. Tale diritto si estingue per prescrizione con il decorso di cinque anni, a norma dell’art. 2948 c.c., dalla data della esigibilità della prestazione. L’insieme delle cedole costituisce il c.d. manto del titolo. Le banche che amministrano i titoli accettati in deposito a custodia, ovvero in garanzia a fronte di anticipazioni o di altre operazioni attive, provvedono, d’ufficio, allo stacco ed all’incasso dei coupons per conto del cliente. È altresì frequente lo sconto di cedole - di scadenza normalmente non superiore a tre mesi - che le banche effettuano senza diffi- coltà in quanto trattasi di operazione che presenta ridottissimi margini di rischio. Per i titoli “dematerializzati” (titoli emessi da società quotate, o diffuse presso il pubblico in maniera rilevante) le operazioni di stacco delle cedole avvengono in modo virtuale (v.dematerializzazione).

  • CEILING

    Limitazione quantitativa con riferimento, p.e., a prezzi, salari, ammontare del credito, massimali assicurativi ecc. Trad. it.: tetto, nel senso di “massimo assoluto”.

  • CEMAC

    . Acr. di: Communauté Économique et Monétaire de l’Afrique Centrale. Istituita col trattato di Ndjamena (Chad) del 16.3.1994 tra i sei Paesi dell’Africa Centrale dell’area del franco francese (Camerun, Chad, Gabon, Guinea equatoriale, Repubblica Centro- Africana, Repubblica del Congo), è composta di due unioni: l’UEAC (Union Economique de l’Afrique Centrale) e l’UMAC (Union Monétaire de l’Afrique Centrale). Una successiva convenzione firmata a Libreville il 5.7.1996 ha istituito la Cour de justice de la CEMAC. La CEMAC intende promuovere un mercato comune centro-africano in modo da stabilire un’unione sempre più stretta dei popoli degli Stati membri, eliminare le barriere al commercio infracomunitario, coordinare i programmi di sviluppo, l’armonizzazione dei progetti industriali, la solidarietà a favore delle aree meno sviluppate. È retta da una Conférence des Chefs d’État, da un Conseil des Ministres (3 ministri per Paese) per la direzione delle due unioni, un Secrétariat Exécutif permanente, un Comité Inter-Etats che ha il compito di preparare le deliberazioni del Conseil des Ministres, la predetta Cour de Justice Communautaire con compiti di giurisdizione e di controllo.

  • CENTRALE DEI BILANCI

    Organizzazione specializzata nella raccolta e nell’elaborazione dei bilanci di società e organizzazioni diverse. In Italia il servizio è offerto dalla Centrale dei bilanci srl, con sede a Torino, costituita nel maggio del 1983 con capitale interamente sottoscritto dalla Banca d’Italia, dall’ABI e da numerosi enti creditizi. La società ha organizzato un archivio dei bilanci di circa 40.000 società italiane di capitale operanti in tutti i settori produttivi. I dati disponibili partono dall’esercizio 1981 e vengono aggiornati annualmente. I bilanci delle principali società (circa 20.000) sono rilevati direttamente dalla Centrale dei Bilanci e dagli aderenti al Sistema Informativo e vengono integrati da informazioni desunte dalla nota integrativa e dalle relazioni che accompagnano i prospetti contabili (investimenti e disinvestimenti, movimenti del patrimonio netto, destinazione del risultato di bilancio, ricavi export etc.). La rilevazione dei dati è effettuata sulla base di un piano dei conti di circa 800 voci, i dati rilevati sono sottoposti ad una serie di verifiche effettuate dai software di controllo qualitativo predisposti dalla Centrale dei Bilanci sulla base di una esperienza pluriennale nel trattamento dati. Gli altri 20.000 bilanci vengono acquisiti da Cerved spa, che provvede alla rilevazione dei dati presenti nei prospetti contabili e rileva come dato extracontabile il numero dipendenti. I bilanci rilevati da Cerved spa sono sottoposti ad una serie di controlli automatici compatibili con quelli effettuati dalla Centrale deiBilanci. L’Archivio Elettronico è integrato da una rilevazione approfondita della situazione economico-finanziaria delle società quotate e delle altre imprese maggiori. Essa copre attualmente 1300 imprese. L’acquisizione e la rilevazione annuale è compiuta dalla Centrale dei Bilanci e dagli aderenti al SIEF; la Centrale provvede direttamente all’acquisizione e rilevazione dei bilanci delle società quotate (con esclusione delle società bancarie ed assicurative).

  • CENTRALE DEI RISCHI

    Sistema informativo istituito nel 1962 per consentire agli intermediari creditizi e finanziari di conoscere la posizione debitoria dei propri clienti nei confronti dell’intero sistema. La “Centrale dei rischi” contribuisce a migliorare la gestione del rischio di credito e ad accrescere la stabilità del sistema. Essa trae legittimazione dall’art. 53 del TUBC, che prevede l’emanazione da parte della Banca d’Italia, in conformità con le deliberazioni del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio, di disposizioni di carattere generale aventi ad oggetto il “contenimento del rischio nelle sue diverse configurazioni”. La stessa previsione è contenuta negli artt. 67 e 107 T.U. riguardanti, rispettivamente, i gruppi bancari e gli intermediari non bancari. Il quadro normativo è integrato dalla delibera CICR del 29.3.1994, assunta ai sensi del citato TUBC, e dalle istruzioni emanate dalla Banca d’Italia. Sono tenuti a partecipare al servizio: a) le banche italiane e le loro filiali all’estero (queste ultime limitatamente alla clientela residente), oltre che le filiali in Italia di banche estere; b) gli intermediari finanziari, sottoposti alla vigilanza della Banca d’Italia, iscritti nell’albo e/o nell’elenco speciale di cui agli artt., rispettivamente, 64 e 107 TUBC i quali esercitano in via esclusiva o prevalente l’attività di fianziamento sotto qualsiasi forma, come definita dall’art. 2 del d.m. Tesoro del 6 luglio 1994 (sono esonerati gli intermediari finanziari per i quali, pur in presenza dei presupposti suddetti, l’erogazione di credito al consumo rappresenti più del 50 per cento dell’attività svolta). Gli intermediari devono segnalare mensilmente alla “Centrale dei rischi” la posizione debitoria di cui ciascun cliente risulta titolare, singolarmente e in cointestazione con altri soggetti. La soglia di rilevazione è pari a 150 milioni di lire (77.469 unità di euro); non è previsto alcun limite di importo per i crediti in sofferenza. Per la segnalazione dei crediti viene utilizzato un modello matriciale ispirato allo schema logico di una tabella a doppia entrata nella quale le righe rappresentano le diverse operazioni creditizie e le colonne riportano i caratteri che le qualificano (p.e. durata, divisa, presenza di garanzie reali ecc.). Lo schema segnaletico si compone di tre sezioni: a) la prima riporta i rischi diretti che l’intermediario ha assunto verso il cliente: i crediti per cassa, articolati secondo un criterio di rischiosità crescente, e i crediti di firma, distinti in relazione alla natura, commerciale o finanziaria, delle operazioni connesse; b) la seconda riguarda le garanzie personali rilasciate dal cliente all’intermediario segnalante a presidio di affidamenti concessi dall’intermediario stesso ad altri clienti (cd. rischi indiretti); c) la terza, denominata sezione informativa, comprende informazioni di natura diversa che consentono un’analisi più completa della situazione del cliente (p.e. operazioni effettuate con fondi di terzi, valore nominale dei crediti ceduti nelle operazioni di factoring). A fronte delle informazioni trasmesse, gli intermediari ricevono dalla “Centrale dei rischi”, con la medesima periodicità, un flusso di ritorno nel quale viene riportato l’indebitamento presso l’intero sistema di ciascuno dei clienti segnalati, secondo lo stesso schema con cui i dati vengono inviati. Con tale flusso vengono inoltre fornite informazioni sulla posizione di rischio dei soggetti legati al cliente da rapporti di coobbligazione. Avvalendosi del cd. servizio di prima informazione, gli intermediari possono inoltre interrogare la “Centrale dei rischi” per conoscere l’indebitamento globale di potenziali nuovi clienti. Tali richieste possono essere avanzate solo per finalità connesse con l’attività di assunzione del rischio nelle sue diverse configurazioni. È previsto altresì che gli intermediari ricevano una serie di informazioni statistiche derivate dall’aggregazione dei dati di rischio nominativi; si tratta di distribuzioni dei crediti per tipologia di operazione, per localizzazione territoriale della banca, per attività economica della clientela. Il sistema si avvale di procedure di consultazione della base dati C.R. completamente automatizzate e dell’utilizzo della Rete Nazionale Interbancaria per la trasmissione delle informazioni. I dati della “Centrale dei rischi” hanno carattere riservato. L’obbligo di riservatezza va osservato dagli intermediari partecipanti nei confronti di qualsiasi persona estranea all’amministrazione dei rischi. La delibera CICR del 1994 ha stabilito che i soggetti censiti nelle anagrafidella Centrale dei rischi possono conoscere le informazioni registrate a loro nome.

  • CENTRALE DI ALLARME INTERBANCARIA

    Acr.: CAI. Denominazione assegnata all’archivio degli assegni bancari e postali e delle carte di pagamento irregolari (q.v.) istituito presso la Banca d’Italia ai sensi della l. 25.6.1999 n. 205 e del d.lg. 30.12.1999 n. 507. In esso confluiscono le generalità dei traenti assegni bancari e postali emessi senza autorizzazione o provvista e dei soggetti ai quali è stata revocata l’autorizzazione all’utilizzo di carte di pagamento; i dati relativi a tali strumenti e a quelli smarriti o rubati o comunque bloccati in relazione alla revoca disposta a carico dei correntisti; le sanzioni irrogate dalle Prefetture e dall’Autorità giudiziaria. L’iscrizione in archivio dei traenti assegni senza autorizzazione o provvista è funzionale all’applicazione del nuovo meccanismo sanzionatorio della revoca di sistema, che sostituisce la revoca bilaterale limitata al solo ente trattario. È entrata in vigore il 5.6.2002.

  • CENTRALE TERMOELETTRICA A CICLO COMBINATO CON TURBINE A GAS

    La centrale termoelettrica a ciclo combinato con turbine a gas opera con due diversi fluidi operativi che compiono due cicli combinati termodinamici differenti, ciò consente di raggiungere rendimenti di conversione molto elevati. Tale tipologia di impianti è costituita da un turbogas, da un generatore di vapore a recupero e da una turbina a vapore. I gas, una volta scaricati dal turbogas vengono inviati nel generatore di vapore a recupero dove sono raffreddati. L’energia ceduta nel generatore di vapore a recupero viene utilizzata per produrre il vapore con cui è alimentata la turbina a vapore. Una volta che l’energia raggiunge la turbina a vapore, l’alternatore del turbogas la trasforma in energia elettrica.
    Redattore: Claudio DICEMBRINO
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  • CENTRI APPLICATIVI DELLA RETE NAZIONALE INTERBANCARIA

    Sono classificati in “standardizzati” e “istituzionali”. I primi sono società (SECETI, SSB, ICCRI, ICCREA), in genere partecipate da banche, che gestiscono, sulla base di standard definiti nell’ambito della CIPA, le applicazioni informatiche attraverso cui avviene il trasferimento delle informazioni contabili relative ai pagamentielettronici disposti dalla clientela. I secondi sono organismi che sviluppano e gestiscono applicazioni per finalità istituzionali. Rientrano in questa categoria: Monte Titoli (custodia e gestione accentrata dei valori mobiliari);UIC (gestione delle informazioni valutarie e attività connesse con la funzione di codifica dei titoli nazionali); Cassa di compensazione e garanzia (garanzia dei contratti relativi a strumenti finanziari, derivati e non); Consorzio nazionale concessionari (accentramento di informazioni relative agli incassi e pagamenti per conto delle Amministrazioni finanziarie); Servizi interbancari (emissione e gestione della carta di credito di sistema).

  • CENTRI AUTORIZZATI DI ASSISTENZA FISCALE

    Acr. CAAF, CAF. Enti privati istituiti dall’art. 78 della l. 30.12.1991 n. 413 e successivamente inseriti, previa sostanziale riformulazione, nel capo V del d.lg. 9.7.1997 n. 241, dal d.lg. 28.12.1998 n. 490. I centri di assistenza fi- scale che prestano la loro attività nei confronti delle imprese (con esclusione di quelle soggette all’IRPEG tenute alla nomina del collegio sindacale, oltre che di quelle alle quali non sono applicabili le disposizioni concernenti gli studi di settore, diverse dalle società cooperative e loro consorzi che, unitamente ai propri soci, fanno riferimento alle associazioni nazionali riconosciute) possono essere costituiti dalle associazioni sindacali di categoria tra imprenditori indicate all’art. 32, d.lg. n. 241 e da organizzazioni alle stesse aderenti. I centri che prestano la loro attività nei confronti dei contribuenti non titolari di reddito di lavoro autonomo di cui all’art. 49, primo comma, 22.12.1986 n. 917, e di impresa possono essere costituiti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori dipendenti e pensionati, dai sostituti di imposta aventi complessivamente almeno cinquantamila dipendenti, dalle associazioni di lavoratori promotrici di istituti di patronato riconosciuti aventi complessivamente almeno cinquantamila aderenti. I centri sono costituiti nella forma di società di capitali; designano uno o più responsabili dell’assistenza fiscale da indicare tra gli iscritti nell’albo dei dottori commercialisti o in quello dei ragionieri liberi professionisti, anche assunti con rapporto di lavoro subordinato; svolgono la loro attività previa autorizzazione del Ministero delle Finanze. I centri prestano le seguenti attività: elaborano e predispongono le dichiarazioni tributarie, redigono le scritture contabili, verificano la conformità dei dati esposti nelle dichiarazioni alla relativa documentazione, consegnano al contribuente copia della dichiarazione elaborata e del prospetto di liquidazione delle imposte, comunicano ai sostituti di imposta i dati rilevanti, inviano all’amministrazione finanziaria le dichiarazioni. I responsabili dell’assistenza dei CAF imprese, su richiesta del contribuente, rilasciano un visto di conformità dei dati delle dichiarazioni predisposte dal centro alla relativa documentazione e alle risultanze delle scritture contabili, oltre che di queste ultime alla relativa documentazione contabile e asseverano che gli elementi contabili ed extracontabili comunicati all’amministrazione finanziaria e rilevanti ai fini dell’applicazione della disciplina sugli studi di settore corrispondono a quelli risultanti dalle scritture contabili e da altra documentazione idonea. I responsabili dell’assistenza dei CAF dipendenti e assimilati rilasciano, su richiesta del contribuente, un visto di conformità dei dati delle dichiarazioni unificate alla relativa documentazione; i centri devono inoltre sempre verificare la conformità dei dati esposti nelle dichiarazioni alle risultanze della relativa documentazione esibita dai contribuenti. Relativamente a ogni dichiarazione elaborata deve essere pertanto riscontrata la corrispondenza dei dati rilevanti ai fini della determinazione del reddito alla relativa certificazione tributaria, oltre che la legittimità dello scomputo delle ritenute d’acconto e la legittimità della deducibilità degli oneri e della spettanza delle detrazioni. L’art. 36, d.lg. n. 241 ha introdotto l’istituto della c.d. certificazione tributaria. In specie, i revisori contabili iscritti negli albi dei dottori commercialisti, dei ragionieri e periti commerciali e dei consulenti del lavoro, con comprovati requisiti di adeguata preparazione sia in materia contabile che fi- scale possono rilasciare la certificazione tributaria, su richiesta del contribuente, al verificarsi di determinate condizioni. La certificazione può essere rilasciata solo nei confronti dei soggetti titolari di redditi di impresa in contabilità ordinaria, anche per opzione, e conferisce all’amministrazione finanziaria garanzie in ordine alla regolarità delle scritture contabili dei contribuenti, al rispetto di determinate disposizioni in materia contabile e fiscale e alla corretta rispondenza tra il risultato dell’esercizio e l’imponibile dichiarato. Con la riforma attuata è stato infine previsto che i sostituti di imposta non sono più obbligati a prestare l’assistenza fi- scale, ma ne hanno solo la facoltà. I sostituti di imposta che decidono di non prestare assistenza fiscale devono consentire l’accesso dei centri presso la sede dell’impresa ovvero presso i luoghi di lavoro per la raccolta degli atti e dei documenti necessari per l’elaborazione delle dichiarazioni dei propri dipendenti.

  • CENTRO DI RESPONSABILITÀ

    Denominazione data ad una unità organizzativa di un’impresa alla quale è assegnata la responsabilità di conseguire certi risultati in termini di attività svolta, di costi e di ricavi. I centri di responsabilità che operano sul mercato e pertanto producono dei ricavi, sono denominaticentri di profitto (p.e. il servizio borsa - titoli, la filiale di una banca); i centri che producono soltanto delle utilità o dei servizi destinati all’interno della banca, sono denominati centri di costo (p.e. il servizio personale). La definizione dei centri di responsabilità è funzionale all’istituzione di metodologie di pianificazione e controllo. Ai centri di profitto sono assegnati responsabilità e obiettivi in termini di volumi operativi (p.e. depositi, impieghi, transazioni in titoli e cambi) e di contribuzione all’utile; ai centri di costo, obiettivi in termini di volumi di attività e di costi da sostenere. Il sistema di pianificazione e controllo rileva periodicamente, per ciascun centro, gli obiettivi programmati, i risultati effettivi e i relativi scostamenti. Per quanto attiene ai risultati economici dei centri di profitto, le rilevazioni comprendono i ricavi ed i costi diretti di pertinenza dei centri e, quale risultato di sintesi, la contribuzione all’utile. Sovente, nel calcolo della contribuzione, sono comprese quote di costi comuni; la significatività dei risultati e la loro accettazione da parte dei dirigenti responsabili dei centri dipendono allora dalla razionalità dei criteri di riparto adottati (p.e. riparto dei costi di elaborazione elettronica in base al numero delle transazioni effettuate). In definitiva, la suddivisione della banca in centri di costo e di profitto tende a responsabilizzare i dirigenti delle varie unità organizzative in ordine al raggiungimento di obiettivi finanziari e reddituali che, nell’insieme, concorrono a definire il budget o piano annuale della banca.

  • CENTRO ELETTRONICO

    Struttura costituita da elaboratori elettronici, apparecchiature periferiche e ausiliarie, personale e uffici, destinata a fornire servizi connessi con l’elaborazione elettronica dei dati.

  • CENTRO PER LA COOPERAZIONE CON I PAESI NON MEMBRI

    Acr.: CCNM (fr. Centre pour la coopération avec les non-membres- CCNM; ingl. Centre for Co-operation with Non-Members-CCNM). Il CCNM è una struttura dell’OCSE con sede a Parigi, istituita per il dialogo sulle politiche tra Paesi OCSE e Paesi non membri dell’OCSE. Esso è nato nel 1998 dalla fusione del Centro per la cooperazione con i Paesi con economia in transizione (fr. Centre pour la coopération avec les économies en transition-CCET; ingl. Centre for Co-operation with the Economies in Transition- CCET), istituito nel 1990 per i Paesi dell’ex blocco sovietico e della Jugoslavia e l’Unità di collegamento e coordinazione (fr. Unité de Liaison et de Coordination-LCU; ingl. Liaison and Co-ordination Unit-LCU), istituita nel 1978 per i Paesi non membri di Asia, Africa e America Latina. Il CCNM collabora con le altre organizzazioni internazionali e regionali per realizzare sinergie tra l’OCSE e queste organizzazioni, mantiene una limitata attività di formazione, svolge opera di monitoraggio e informazione mediante la pubblicazione di numerose pubblicazioni.

  • CERTIFICATE

    I Certificate sono prodotti finanziari caratterizzati da un profilo di rischio molto più basso rispetto ai Covered Warrant, con un effetto leva anche nullo, che permettono all’investitore di partecipare ad un investimento finanziario in titoli, indici o merci con un investimento contenuto e con un profilo di rischio molto minore rispetto all’investimento diretto nel prodotto da cui derivano.
    La Borsa Italiana suddivide i Certificate quotati sul SeDeX nei segmenti Leverage ed Investment, collocando nei Certificate del primo tipo quei prodotti finanziari che hanno un effetto leva capace di un rendimento potenziale superiore a quello del sottostante e nel secondo segmento, gli Investment Certificate, ovvero, quei prodotti  con effetto leva nullo o moderato.  Gli Investment Certificate che si limitano a replicare l’andamento dell’attività sottostante, non incorporando alcun effetto leva, sono anche noti come Benchmark.
    Redattore: Enea  FRANZA  
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  • CERTIFICATE (Enciclopedia)

    (Si veda anche voce del Dizionario: Certificate)
    I Certificate sono prodotti finanziari caratterizzati da un profilo di rischio molto più basso rispetto ai Covered Warrant, che permettono all’investitore di partecipare a un investimento finanziario in titoli, indici o merci con un investimento contenuto e con un profilo di rischio molto minore rispetto all’investimento diretto nel prodotto da cui “derivano”.
    Al segmento di mercato dei Leverage Certificate appartengono strumenti con un profilo di rischio elevato che non si limitano a replicare l'andamento del sottostante, ma lo amplificano attraverso l’effetto leva, permettendo, in tal modo, un rendimento potenziale superiore a quello dell’investimento diretto nel sottostante.
    Di converso, va tuttavia evidenziato, che i Leverage Certificate espongono l’investitore a perdite specularmente elevate, anche pari all’intero capitale investito.
    Fanno parte del segmento dei Leverage Certificate una serie molto ampia di prodotti che si diversificano tra loro per talune caratteristiche, quali ad esempio la presenza di barriere in “alto” (come quei prodotti che prevedono un massimo nel guadagno conseguibile), ovvero, altri prodotti che possono essere acquistati a sconto rispetto al prezzo del sottostante; tuttavia, tali prodotti non si differenziano molto nella sostanza tra loro.
    Si considerano nella seguente analisi i Certificate Turbo (Bull e Bear) e i Certificate Future (anch’essi di tipo Bull e Bear).
    I prodotti di tipo Turbo Bull sono prodotti finanziari che permettono di trarre un buon vantaggio dal rialzo del prezzo dell’attività sottostante, mentre i Turbo Bear (Short) permettono all’investitore di avvantaggiarsi del ribasso del sottostante1.
    I prodotti di tipo Certificate Future (Bull o Bear) sono caratterizzati dalla particolarità di avere come sottostante un prodotto Future (su azioni o indici, su metalli, sul petrolio, sul cambio)2. Come meglio verrà evidenziato nelle esemplificazioni sia i Certificate Turbo (Bull o Bear) che i Certificate Future (Bull o Bear) espongono l’investitore alla perdita del capitale investito. Per inciso può essere previsto un limite alle perdite a un livello denominato di “barriera”.
    I Certificate Turbo sono strumenti di stile cd. europeo e sono distinti in Bull e/o Bear. Possono avere come sottostante azioni o indici azionari italiani ed esteri. Acquistare un Bull equivale ad acquistare il sottostante al suo valore corrente di mercato e, contestualmente, prendere a prestito un importo corrispondente allo Strike per un periodo pari alla vita residua dei Turbo, su cui l’investitore dovrà pagare anticipatamente una quota di interessi. Il prezzo da pagare per acquistare un Bull, con sottostante un indice, è determinato sulla base della seguente formula:
    (1)
    Acquistare un Bear equivale a vendere allo scoperto il sottostante al valore corrente di mercato e contestualmente effettuare un deposito per un importo corrispondente allo Strike, per un periodo pari alla durata residua del Bear, in relazione al quale il portatore percepirà anticipatamente gli interessi. Il prezzo da pagare per acquistare un Bear si determina sulla base della formula seguente:
    (2)
    I Certificate Turbo si caratterizzano anche per la presenza di una barriera, che individua un determinato prezzo del sottostante, corrispondente allo Strike, al raggiungimento del quale il prodotto si estingue anticipatamente. La barriera costituisce quindi una condizione risolutiva che, a seguito del verificarsi della stessa, determina la risoluzione anticipata del contratto relativo al certificato acquistato dal portatore. Il portatore deve tenere presente che, quanto maggiore è la volatilità del sottostante, tanto maggiore è la possibilità che si verifichi un “evento barriera”. A seguito del verificarsi del c.d. “evento barriera” si determina l’estinzione anticipata del prodotto e la perdita per il portatore del prezzo corrisposto per l’acquisto del certificato. Il verificarsi di un evento barriera impedirà al portatore di beneficiare di futuri aumenti (in caso di Bull) o diminuzioni (in caso di Bear) nel prezzo del sottostante. Al riguardo si rappresenta che se la “barriera” è posta a un livello diverso dello Strike, al verificarsi del “evento barriera” l’investitore può usufruire di un quantum pari alla differenza tra la “barriera” e lo Strike stesso. Come per i Covered Warrant anche per i Certificate il valore teorico può essere determinato con metodologie di calcolo probabilistico; in particolare, per i certificati di tipo Turbo, il valore teorico viene determinato utilizzando un modello di calcolo che tiene conto di una serie di fattori di mercato, tra i quali: il prezzo del sottostante, i tassi di interesse, il tempo mancante alla scadenza, la volatilità del sottostante ed il rendimento atteso del sottostante.
    La variazione di uno solo dei fattori sopra indicati determina un diverso valore teorico del Turbo. Dei fattori sopra indicati il prezzo del sottostante, i dividendi attesi, la durata residua dei Turbo e la volatilità nel caso in cui il sottostante sia vicino alla barriera, sono quelli che hanno un maggiore impatto sul valore dei Turbo stessi.
    _____________________________
    1Questi ultimi costituiscono un’eccezione nel panorama dei securitised derivative italiani perché scommettono sull’andamento negativo del sottostante.
    2I Certificate Future accompagnati dalla dicitura R (Rolling) indicano che il prodotto è caratterizzato dalla sostituzione automatica dei Future scaduti con i Future delle scadenze successive.
    Redattore: Enea FRANZA
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  • CERTIFICATE OF DEPOSIT

    Acr.: CD (CDs per il plurale). Titolo negoziabile o trasferibile, emesso da una banca o da una cassa di risparmio negli Stati Uniti e in UK (qui solitamente da parte di una merchant bank) in quanto rappresentativo di un deposito di importo consistente e a tempo determinato, cioè vincolato da un minimo di 30 giorni a parecchi anni (time CDs), quindi remunerato a tasso fisso o variabi- le. I CD vincolati non sono rimborsabili prima della scadenza se non con una penalità. I CD di piccolo ammontare (small saver certificates), che sono offerti dalle banche e delle thrift institutions (saving loan associations e mutual saving banks) ai piccoli risparmiatori, hanno una durata di 2 anni e mezzo, non hanno tagli minimi, non sono facilmente negoziabili e fruttano un interesse generalmente collegato al rendimento dei Treasury bonds stessa durata. I CD di notevole ammontare (large CD), 100.000 $ e più, sono negoziabili (cioè possono essere venduti in un mercato secondario prima della scadenza. I money market certificates hanno un taglio minimo di $ 10.000, una vita di sei mesi e fruttano un interesse collegato al rendimento dei Treasury bills di pari durata. Esistono CD rimborsabili a vista (on demand) e infruttiferi, anch’essi negoziabili e trasferibili, rappresentativi di depositi costituiti da contractors e da altri persone che li costituiscono a garanzia dell’adempimento di un contratto o a cauzione di offerte presentate in una gara. I CD a tempo determinato (vincolati), possono essere a rendimento indicizzato, cioè collegato all’andamento dei prezzi di qualche materia prima o altra merce, di quotazioni di titoli e di indici di borsa (p.e. l’Index PoweredSM CD della FDIC e delle banche collegate; v. index linked CDs). Market linked CD sono CD il cui rendimento indicizzato con collegamento alla quotazione di uno o più titoli specificati. Quando il collegamento è a un indice e non ad azioni specificate si parla di Market index deposits (MIDs). Simili ai CD sono le notes, termine che negli USA indica uno strumento di ricoscimento di debito ed è sinonimo di bond, ma che implica il rimborso entro un periodo generalmente più breve dei bonds. Anche le notes vengono collocate presso il pubblico dalle banche e costituiscono, quindi, fonte di provvista. Il loro rendimento può essere indicizzato negli stessi modi dei CD e anche con riferimento ai prezzi di merci (commodity linked notes).

  • CERTIFICATI VERDI (CV)

    I certificati verdi (CV) costituiscono una forma di incentivazione della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Infatti, secondo quanto disposto dalla legge 244/07, la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in impianti entrati in esercizio o ripotenziati a partire dal 1° aprile 1999 fino al 31 dicembre 2007, ha diritto alla certificazione di produzione da fonti rinnovabili (certificato verde) per i primi dodici anni di esercizio. La produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in impianti entrati in esercizio o ripotenziati a partire dal 1° gennaio 2008, invece, ha diritto alla certificazione di produzione da fonti rinnovabili per i primi quindici anni di esercizio. 
    Il CV è emesso dal Gestore dei Servizi Energetici S.p.A. - GSE su comunicazione del produttore e riguarda la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili dell’anno precedente o la producibilità attesa nell’anno in corso o nell’anno successivo e rappresenta 1 MWh di energia elettrica.
    Per gli impianti entrati in esercizio in data successiva al 31 dicembre 2007 di potenza nominale media annua superiore a 1 MW e a 0,2 MW per gli impianti eolici, il GSE rilascia i CV per 15 anni, moltiplicando l'energia netta EI riconosciuta all'intervento effettuato per le costanti, differenziate per fonte, della Tabella 2 della Legge Finanziaria 2008.
    La Tabella 2 della Legge Finanziaria è stata aggiornata dalla Legge 23/07/2009 n.99 come sotto riportato:

    A seguito dell'entrata in vigore del Decreto 18/12/2008 il GSE provvede, per gli impianti IAFR aventi diritto, a effettuare i conguagli, ovvero a emettere i certificati verdi aggiuntivi, in applicazione dei coefficienti moltiplicativi indicati nella tabella di cui sopra.
    Il d. lgs. 79/99, art. 11, prevede inoltre che, dal 2002, produttori e importatori di energia elettrica prodotta da fonti non rinnovabili hanno l’obbligo di immettere ogni anno in rete una quota di energia elettrica prodotta da impianti alimentati da fonti rinnovabili. Tale quota è pari al 2% dell’energia elettrica prodotta o importata da fonte non rinnovabile nell’anno precedente, eccedente i 100 GWh/anno. 
    L’obbligo può essere soddisfatto anche attraverso l’acquisto di CV relativi alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili effettuata da altri soggetti. 
    A partire dal 2004 e fino al 2006, la quota minima di elettricità prodotta da fonti rinnovabili da immettere in rete nell’anno successivo è stata incrementata dello 0,35% annuo. Nel periodo 2007-2012, la quota è incrementata dello 0,75% annuo. 
    Il GME organizza e gestisce il mercato dei CV. Possono partecipare al mercato dei CV, come acquirenti o venditori, il GSE, i produttori nazionali ed esteri, gli importatori di energia elettrica, i clienti grossisti e le formazioni associative (associazioni di consumatori e utenti, ambientaliste, sindacati) previa domanda al GME e ottenimento della qualifica di operatore di mercato. 
    Il mercato dei certificati verdi organizzato dal GME garantisce: 
    - liquidità: il GSE, ai sensi dell’articolo 9 del D.M. 24 ottobre 2005, offrirà i certificati verdi emessi a proprio favore sul mercato organizzato dal GME; 
    - trasparenza: i prezzi che si formeranno sul mercato saranno pubblici e accessibili a tutti;
    - sicurezza: il GME opera sul mercato in qualità di CONTROPARTE CENTRALE e garantisce il buon fine delle operazioni.
    Le sessioni si svolgono usualmente con cadenza settimanale, attraverso negoziazione continua. Le date delle sessioni sono pubblicate nella sezione “Come operare”.

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  • CERTIFICATO AZIONARIO

    Il certificato azionario, o titolo azionario, è il documento rappresentativo di una quota di partecipazione in società per azioni. Data la recente dematerializzazione totale, ossia la scomparsa fisica certificato di ammissione alle assemblee) detto certifi cato sussiste, allo stato, per le sole azioni di società non quotate in mercati regolamentati e non diffuse presso il pubblico in maniera rilevante. Con esclusivo riferimento, dunque, a queste ultime è da dire che, in ogni caso, l’emissione dei certificati azionari è normale ma non essenziale: la società emittente potrebbe deliberare in assemblea straordinaria di non distribuire ai soci i certificati azionari (art. 5 r.d. 29.3.1942, n. 239). In questo caso, la qualità di socio è provata dall’iscrizione nel libro dei soci. Il certificato definitivo, completo dei requisiti indicati all’art. 2354 c.c., deve essere sottoscritto da uno degli amministratori, anche mediante riproduzione meccanica della firma; l’originale, però, deve essere depositato presso l’ufficio del registro delle imprese. Esso può consistere in un titolo semplice ovvero multiplo: può, cioè, rappresentare una o più azioni, fermo restando che il possessore di un titolo multiplo può chiederne in ogni momento il frazionamento in più titoli di taglio minore. Parimenti, è possibile che in un unico certificato definitivo multiplo siano riuniti più titoli di taglio minore (art. 8 r.d. n. 1942/239).

  • CERTIFICATO DEFINITIVO

    Documento che raggruppa un certo numero di azioni o di obbligazioni e che può essere rilasciato in luogo deisingoli titoli (o per sottoscrizione titoli), dopo il ritiro del certificato provvisorio. Ha le caratteristiche dei titoli che rappresenta, conferisce al suo titolare i diritti che sono contenuti nei titoli stessi e può essere, a richiesta del sottoscrittore, nominativo o al portatore. In seguito alla dematerializzazione dei titoli per i titoli emessi da società quotate, o diffuse presso il pubblico in maniera rilevante il certificato è virtuale.

  • CERTIFICATO DI ALLIBRAMENTO

    Documento, rilasciato da un ente pubblico o privato, che consente di registrare in libri contabili partite concernenti l’esistenza di un fatto aziendale o il risultato di una valutazione economica in esso attestati.

  • CERTIFICATO DI AMMISSIONE ALLE ASSEMBLEE

    Attestato comprovante la qualità di socio di una società per azioni, che consente al socio stesso la partecipazione alle assemblee. Viene solitamente rilasciato dalle banche autorizzate allo svolgimento del “servizio assemblee”. Tale servizio comprende la custodia delle azioni che vengono depositate presso l’istituto di credito, il rilascio di una ricevuta di deposito, necessaria per il successivo ritiro delle azioni stesse, la consegna del certificato di ammissione alle assemblee. La banca è tenuta a compilare un elenco delle azioni detenute in affidamento, del quale, se richiesta, deve dare notizia alla società. Il deposito di titoli presso banche avviene, tra l’altro, in corrispondenza di ogni gestione collettiva di strumenti finanziaripresso un intermediario autorizzato (una banca, una società di gestione di fondi comuni ci investimento, una società di gestione del risparmio) e fondi pensione (v. fondo pensione). La banca, nel sistema del TUF, funge da soggetto terzo (depositante) tra il gestore e il gestito nell’ambito di quel rapporto trilaterale che tipicamente si instaura in dipendenza di ogni contratto di investimento stipulato tra un risparmiatore ed un investitore professionale e che comporti, nella sua fase esecutiva, un deposito dei titoli in amministrazione presso una banca. Nel caso che le azioni siano depositate presso una delle società di gestione accentrata, la società di gestione rilascia, ai sensi dell’art. 85, comma 4 TUF, una certificazione attestante la partecipazione dell’azionista al sistema (all’interno del quale i titoli e gli altri strumenti finanziari sono immessiin deposito regolare, ex art. 85, comma 3). La certificazioni in questione, ivi compreso il certifi cato di ammissione all’assemblea (che sono funzionali all’esercizio dei diritti incorporati nei titoli e, quindi, anche del diritto di voto) sono rilasciate in conformità delle scritture contabili del depositario e recano l’indicazione specifi ca del diritto sociale esercitabile.

  • CERTIFICATO DI CIRCOLAZIONE

    Speciale documento doganale la cui emissione rientra nell’applicazione di un trattamento preferenziale che ha lo scopo di realizzare la liberalizzazione nell’interscambio nell’ambito di accordi che tendono ad abbattere o ridurre i dazi doganali. Il carattere originario delle merci è il requisito a cui sono subordinate l’emissione nel paese di esportazione e la validità nel paese di importazione del certificato di circolazione. 1 “prodotti originari” sono individuati in base al luogo in cui sono ottenuti, la natura, modalità e importanza della lavorazione o trasformazione. Il certifi cato di circolazione più diffuso è l’EUR, valido nei confronti dei paesi dell’EFTA, del Maghreb, del Mackreck, degli Stati ACP (Africa Caraibi Pacifico; v. ACP Group), dei paesi PTMO (Paesi Oltremare) e dell’Egitto, di Israele, della Jugoslavia, di Cipro, di Malta e delle Isole Faeroer. Il certificato EUR è rilasciato dalla dogana del paese di esportazione, consta di un certificato EUR1 (valido 4 mesi richiesto con modulo in cui l’esportatore dichiara sotto la propria responsabilità che le merci sono originarie del paese di esportazione e si impegna a sottoporsi a eventuali controlli) e di un formulario EUR2 emesso a cura dello stesso esportatore che si assume la responsabilità riguardo alla sussistenza dei requisiti d’origine della merce in esportazione. Semplificazioni sono previste per le merci al di sotto di un certo valore. La CE, in base al nuovo accordo con i paesi dell’EFTA, ha apportato modifiche tendenti a semplificare la documentazione relativa alla prova di origine. Per gli esportatori il carattere originario delle merci attestato dal formulario EUR2 viene sostituito da una dichiarazione apposta sulla fattura, se la spedizione ha un valore monetario superiore a 4400 ECU. Per gli operatori autorizzati che compiono frequenti operazioni le autorità doganali possono rilasciare il certificato EUR1 senza presentazione della merce e delle domande, oppure autorizzarel’esportatore a redigere certificati EUR1 a lungo termine (detti l.t.) per un periodo massimo di un anno se il carattere originario rimane costante o, infine, le autorità doganali possono accordare la facoltà di compilare, in sostituzione del certificato EUR1, fatture corredate di una dichiarazione. In seguito a convenzione fra la CEE e l’EFTA, sono state semplificate le formalità negli scambi di merci adottando un documento unico amministrativo in sostituzione delle dichiarazioni doganali e inoltre è stato costituito un regime comune di transito. L’EFTA, con l’impiego dei nuovi formulari, si comporta come un paese membro della CEE salvo per quanto riguarda l’obbligo del certificato di circolazione EUR. Per gli scambi con la Turchia, i prodotti devono essere scortati da un titolo giustificativo rilasciato all’atto dell’esportazione (modello ATR1 o ATR3) e da un certifi- cato di origine.

  • CERTIFICATO DI CONFORMITÀ

    Documento che attesta la conformità alla normativa internazionale e che viene rilasciato dal Bureau Veritas, organismo la cui attività riguarda prodotti e impianti industriali, nucleari e dell’ambiente. Tale certificato è obbligatorio per Bolivia, Guinea, Nigeria, Venezuela e Kenia. Certificazioni di conformità alle leggi italiane vengono rilasciate dall’UNI (Ente Nazionale Italiano di Unificazione) e dal CEI (Comitato elettrotecnico italiano), che hanno stipulato una convenzione per l’accreditamento dei sistemi di certificazione. Tali organismi concedono il diritto d’uso del marchio di conformità alle norme, rilasciando certificazioni dei sistemi di qualità dell’impresa e del personale addetto alla verifica della qualità. Essi hanno la rappresentanza in Italia delle organizzazioni normative europee e mondiali.

  • CERTIFICATO DI DEPOSITO

    Titolo rappresentativo di deposito bancario, nominativo o al portatore, emesso dalle banche italiane per raccogliere risparmio a breve e a medio termine. Per i titoli emessi con lo stesso nome dalle banche statunitensi v certificates of deposit Esso ha soppiantato nell’uso il buono fruttifero, col quale ha in comune la disciplina di vigilanza. Fonte normativa di tale strumento di raccolta è rappresentato dall’art. 12, 6° comma, del TUBC che, in attuazione del principio di despecializzazione operativa, ha riconosciuto a tutte le banche la facoltà di emettere titoli di deposito, rimettendo all’Organo di Vigilanza, in conformità alle determinazioni del CICR, il compito di disciplinarne le modalità di emissione. In correlazione a ciò, e al fine di realizzare uniformità di disciplina per uguali strumenti di raccolta, l’art. 117, 8° comma del TUBC attribuisce alla Banca d’Italia il potere di prescrivere che determinati contratti o titoli presentino un contenuto costante e quindi tipico. Altre norme sono contenute nel d.m. del Tesoro 22.6.1993 n. 242631 sull’emissione di obbligazioni, di certificati di deposito e le altre forme di raccolta delle banche. Le prescrizioni della Banca d’Italia sono contenute nel Titolo V, cap.3, sez. III delle Istruzioni di Vigilanza. I certificati di deposito (e i buoni fruttiferi) sono titoli di credito emessi per la raccolta di risparmio a breve e medio termine. Essi costituiscono “titoli individuali” in quanto ogni titolo, rappresentando una specifica operazione di prestito, può essere emesso su richiesta del singolo cliente delle cui specifi che esigenze può quindi tener conto (ma la banca può offrire, in blocco, certificati, o buoni fruttiferi tra loro identici); sono emessi generalmente “a flusso continuo”. L’emissione di certifcati di deposito e buoni fruttiferi è consentita a tutte le banche. I certificati e i buoni sono titoli destinati alla circolazione e come tali devono possedere caratteristiche che ne agevolino l’individuazione da parte del pubblico. I certificati e i buoni devono indicare: la denominazione, l’oggetto e la sede della banca, con l’indicazione dell’ufficio del registro delle imprese presso il quale essa è iscritta; il capitale sociale della banca versato ed esistente al momento dell’emissione; il valore nominale, gli elementi necessari per la determinazione della remunerazione del prestito, le modalità di rimborso, le eventuali garanzie. I certificati e i buoni hanno durata non inferiore a 3 mesi e non superiore a 5 anni. Per le emissioni a tasso variabile è consentito esclusivamente l’utilizzo di parametri finanziari. Gli emittenti possono adottare sia parametri a breve termine, sia a medio e lungo termine, sia una combinazione di più indicatori. I parametri devono essere calcolati con criteri di oggettività e rilevati su mercati ampi e trasparenti. Deve trattarsi di indicatori del mercato monetario (p.e.: rendimento deiBOT,Euribor, LIBOR), di indicatori a medio-lungo termine (p.e.: rendistato) e di indici di borsa (con obbligo di comunicazione ai sensi dell’art. 129 TUBC per i certificati di deposito non aventi le caratteristiche standard). Non è consentita l’emissione di titoli denominati “certificati di deposito” (o “buoni fruttiferi”) che possiedano caratteristiche diverse da quelle indicate ed è anche vietata l’emissione di titoli dotati delle caratteristiche indicate per i certificati (o i buoni) ma diversamente denominati. Nel caso in cui l’emissione di certificati di deposito e di buoni fruttiferi avvenga senza la consegna materiale dei titoli, va rilasciata al cliente una ricevuta non cedibile a terzi e deve essere garantita la possibilità di ottenere il titolo senza oneri aggiuntivi. Alla circostanza che il titolo non venga cartolarizzato non conseguono ulteriori obblighi né l’automatico instaurarsi di un contratto di deposito titoli, salva diversa espressa volontà delle parti. Inoltre, alla mera sottoscrizione di titoli non cartolarizzati non si applicano gli obblighi di comunicazione periodica alla clientela previsti dalla normativa in materia di trasparenza delle condizioni contrattuali. Natura giuridica. Quanto al problema della natura giuridica dei certificati di deposito, la dottrina ha sempre mostrato la tendenza ad assimilarli ad altri documenti rappresentativi di depositi bancari legislativamente previsti, ed in particolare ai libretti di deposito, qualificandosi perciò come semplici documenti di legittimazione, se nominativi, e come titoli di credito, se al portatore, in quanto incorporano un diritto di credito che può circolare con il trasferimento del titolo. Le Istruzioni di vigilanza, pur ammettendo la possibilità di offrire in blocco certifcati fra loro identici, definiscono i certificati di deposito come titoli individuali, in quanto ogni titolo, rappresentando una specifica operazione di prestito, può essere emesso su richiesta del singolo cliente, delle cui specifiche esigenze può tenere conto. La natura di titolo rappresentativo di un deposito bancario di denaro sembra quindi destinata a prevalere su quella di valore mobiliare. La diversa natura giuridica dei certificati al portatore e nominativi comporta rilevanti differenze nei casi di smarrimento, sottrazione o distruzione del titolo, di cessione, di sequestro, pignoramento o pegno. I certificatial portatore, infatti, essendo titoli di credito al portatore, si trasferiscono attraverso la semplice tradizione manuale del certificato stesso, eventualmente ricorrendo ad un intermediario abilitato quando il valore supera i venti milioni (al fine di non incorrere nelle sanzioni comminate dalla l. 5.7.1991 n. 197). Inoltre, conformemente alla previsione generale dell’art. 1997 c.c., tutti i vincoli sul credito rappresentato dal certificato debbono essere effettuati sul titolo. Qualora un certificato al portatore venga smarrito, sottratto o distrutto, deve ritenersi applicabile la procedura prevista dalla l. 30.7.1951 n. 948, relativa all’ammortamento di libretti di deposito al portatore. Nel caso invece di certificati nominativi, si applicano, sia per la cessione che per la costituzione di vincoli o lo smarrimento, le norme proprie dei libretti di risparmio nominativi, non avendo il documento alcuna rilevanza autonoma rispetto al credito che esso rappresenta.

  • CERTIFICATO DI INVESTIMENTO

    Strumento finanziario, differente dall’obbligazione, emesso da soggetti diversi dalle banche e che consente la raccolta di risparmio tra il pubblico acquisendo fondi con obbligo di rimborso. Sono regolati dalla delib. n. 43 del CICR del 3.3.1994, hanno durata minima superiore a 12 mesi e valore unitario nominale non inferiore a 100 milioni di lire, tasso fisso o variabile. Sono tra loro fungibili, se emessi in serie purché abbiano caratteristiche di durata, rendimento, valuta, denominazione e indicizzazione (se emessi a tasso variabile). Possono essere emessi da società ed enti con titoli negoziati in un mercato non regolamentato e alle altre società, purché con bilancio in utile negli ultimi tre esercizi. Per le società e gli enti non quotati i certifi- cati di investimento devono essere assistiti da garanzia del loro valore di sottoscrizione in misura non inferiore al 50% del valore di sottoscrizione. La garanzia deve essere rilasciata da soggetti vigilati (e cioè: banche nazionali e comunitarie e società finanziarie iscritte nell’elenco speciale dell’art. 107 TUBC. Complessivamente non possono essere emessi certificati di investimento per un importo che, unitamente a quello delle obbligazioni, eccede il capitale versato e le riserve risultanti dall’ultimo bilancio approvato. Gli emittenti devono mettere a disposizione del pubblico un prospetto informativo contenente le usuali informazioni e da trasmettere all’esame della Consob. Gli emittenti devono comunicare alla Banca d’Italia le emissioni se di ammontare superiore a 100 miliardi di lire (art. 129 TUBC).

  • CERTIFICATO DI ORIGINE

    . Documento normalmente rilasciato dalla Camera di commercio nel paese in cui la merce è stata prodotta (su formulari che si richiamano alle norme CEE) che accompagna la merce e che certifica ufficialmente il paese di origine dei prodotti, attestando la località in cui le merci sono state coltivate, estratte o fabbricate. Il documento è finalizzato all’applicazione dei diritti doganali e alla verifica del rispetto dei divieti di importazione da alcuni paesi. In base alla normativa CEE (Reg. 68/802 e successive modificazioni), se nella produzione della merce sono intervenuti due o più paesi, la stessa si considera originaria nel paese in cui è avvenuta l’ultima trasformazione economicamente giustificata. Per alcuni prodotti la stessa Commissione CEE ha definito il significato di operazione economicamente giustificata, al fine di evitare diverse interpretazioni. Per una serie stabilita di paesi, il certificato di origine è obbligatorio per tutte le voci merceologiche; per altri paesi ben individuati, l’obbligatorietà è limitata a determinati prodotti o condizioni. Il certificato di origine è spesso indispensabile per lo sdoganamento delle merci importate da Paesi non aderenti alla CEE. All’interno della CEE e di un ampio gruppo di paesi extra CEE il carattere originario delle merci oggetto di scambio può essere attestato con un certificato di circolazione.

  • CERTIFICATO DI ORIGINE MISTO PREZZI

    Speciale documento previsto per le esportazioni verso alcuni paesi e sul quale la Camera di Commercio appone una vidimazione. Contiene informazioni dettagliate sul valore e sull’origine delle merci. I paesi che richiedono tale certificato sono: Australia, Canada, Cipro, Gambia, Ghana, Gibilterra, Kenia, Malawi, Nigeria, Nuova Zelanda, Ex-Possedimenti Britannici, Sierra Leone, Sud Africa, Tanzania, Turchia, Uganda, Venezuela, Zambia, Zimbabwe. Detto anche certificato di valore.

  • CERTIFICATO DI PARTECIPAZIONE

    Titolo atipico correlato a contratti di associazione in partecipazione tra aziende e risparmiatori, emesso con il filtro di una società finanziaria. Il contratto di associazione in partecipazione è regolato dal codice civile, ed è quindi tipico, ma i titoli emessi in massa e rappresentativi di tale contratto non sono affatto previsti, e sono quindi atipici. Essi incorporano una serie di diritti come quello alla remunerazione del capitale, se prevista dal contratto (non tutti i tipi lo prevedono), e alla partecipazione agli utili derivanti da un certo affare realizzato grazie all’apporto determinante dei risparmiatori nella veste di associati all’impresa. Non prevedono, al contrario, alcun diritto informativo sull’andamento dell’affare né è in alcun modo regolamentato il meccanismo in base al quale viene fissato un prezzo di stima dei certificati ed in base al quale essi possano essere negoziati dai risparmiatori. La circolazione sul mercato dei certificati è d’altronde assai problematica, non essendo essi quotati alla borsa valori ufficiale, né essendo possibile la loro quotazione per la ferma opposizione da parte della Consob.

  • CERTIFICATO DI RENDITA

    Titolo di credito nominativo, che rappresenta una somma di danaro, data in prestito allo Stato sotto forma di debito irredimibile e che dà diritto ad una rendita annua. Può assumere anche la forma di certificato misto, consistente in un documento al quale è annessa una serie di cedole (v. cedola) di interessi semestrali pagabili al portatore; il certificato è in pratica nominativo per quanto attiene al capitale, al portatore per quanto riguarda gli interessi. I certificati hanno una numerazione progressiva per ogni tipo di debito pubblico e, oltre a portare il nome del titolare e del suo domicilio, indicano la rendita annua in lire italiane, il giorno dell’iscrizione ed il semestre dal quale inizia il godimento della rendita stessa. In quanto titoli nominativi la loro eventuale cessione deve risultare sul certificato, deve essere sottoscritta dal cedente e dal cessionario e deve essere registrata sul gran libro del debito pubblico (v. debito pubblico).

  • CERTIFICATO DI VALORE

    Detto anche certificato di origine misto prezzi. Speciale documento previsto per le esportazioni verso alcuni paesi e sul quale la Camera di Commercio appone una vidimazione. Contiene informazioni dettagliate sul valore e sull’origine del e merci. I paesi che richiedono tale certificato sono: Australia, Canada, Cipro, Gambia, Ghana, Gibilterra, Kenia, Malawi, Nigeria, Nuova Zelanda, Ex-Possedimenti Britannici, Sierra Leone, Sud Africa, Tanzania, Turchia, Uganda, Venezuela, Zambia, Zimbabwe.

  • CERTIFICATO INTERNAZIONALE DI IMPORTAZIONE

    Documento rilasciato dallo Stato dell’importatore al cui preventivo ottenimento (da parte dell’importatore stesso) lo Stato esportatore subordina il rilascio della propria autorizzazione di esportazione. La procedura riguarda prodotti ad alto contenuto tecnologico e in generale i prodotti soggetti a controllo internazionale in riferimento all’effettiva destinazione di determinate merci e di verifica del non dirottamento verso paesi diversi da quelli indicati dagli esportatori nel documento di partenza. Il certificato opera nell’ambito del sistema ICDV (import certificate and delivery certification), in base al quale ad ogni certificato di importazione corrisponde un formulario di verifcazione che scarica il precedente documentocon il quale è collegata, attestando l’avvenuta importazione della merce. Non tutti i paesi hanno aderito totalmente al sistema, avendo alcuni optato esclusivamente per il solo controllo a mezzo del certificato d’importazione.

  • CERTIFICATO PATRIMONIALE

    Titolo atipico legato ad operazione di carattere immobiliare, creato nel corso degli anni Ottanta. Non è un titolo di credito e non incorpora perciò alcun diritto in modo autonomo; esso rappresenta altresì un pacchetto di azioni e obbligazioni emesse da una società allo scopo di finanziare propri progetti di costruzione. Il certificato, gestito fiduciariamente da una società finanziaria, offriva al risparmiatore un rendimento prevalentemente speculativo, basato cioè sull’incremento di valore dell’iniziativa immobile finanziata. Non era prevista la redazione di alcun prospetto informativo sull’andamento dell’affare, né erano regolamentati i criteri di base per la fissazione del prezzo di stima dei certificati. La crisi della società emittente ha condotta al fallimento dell’iniziativa; per i sottoscrittori si prospettano quindi perdite sensibili, anche per via degli ammanchi accertati dai liquidatori nelle diverse società operative.

  • CERTIFICATO PROVVISORIO

    Fermo restando quanto osservato a proposito della dematerializzazione obbligatoria dei titoli quotati, o comunque diffusi presso il pubblico in maniera rilevante (v. anche certificato definitivo) il certificato azionario provvisorio può, eventualmente ma non necessariamente, essere rilasciato dalle società emittenti titoli non quotati in attesa dell’emissione dei certificati azionari definitivi (art. 2354, comma 3 c.c.). Potrebbe anche essere rilasciato in occasione di operazioni sui titoli compiute dalla società e per il tempo necessario al compimento delle stesse (artt. 9 e 22 r.d. 29.3.1942 n. 239, attualmente vigenti). Il certificato provvisorio assolve, sia pure temporaneamente, la stessa funzione del certificato definitivo ed è, perciò, ad esso assimilato (art. 9, comma 2 r.d. n. 25.10.1941 n. 1148 conv. con modif. nella l. 9.2.1942 n. 96 sulla nominatività obbligatoria dei titoli azionari), giacché ne condivide la natura di titolo di credito. I certificati provvisori devono essere, tuttavia, ritirati dalla società emittente nel momento in cui essa rilascia i definitivi. Anche il certificato provvisorio, come il definitivo, può essere un titolo semplice ovvero multiplo, e quindi rappresentare una o più azioni; parimenti, sono possibili su di esso sia operazioni di accorpamento che di frazionamento. Il certificato provvisorio reca l’indicazione del numero di azioni sottoscritte o acquistate dal socio. La dottrina prevalente individua in tale certificato una differenza solo terminologica e non già sostanziale rispetto al titolo principale che sarà emesso successivamente, nel senso che (in base alla normativa contenuta nell’ultimo comma dell’art. 2354 c.c., che vuole il contenuto del certificato provvisorio identico a quello dei titoli cui afferisce) il certificato è pienamente equiparato alle azioni (o alle obbligazioni) che dovranno essere emesse, e perciò determina nella sfera giuridica del soggetto le stesse situazioni (diritti, doveri ecc.) a cui daranno vita i titoli definitivi.

  • CERTIFICAZIONE DI BILANCIO

    Procedimento di controllo dei dati di bilancio e delle scritture sottostanti con dichiarazione formale circa l’attendibilità di una società per azioni. La parola “certificazione” discende dalla più generale pratica inglese di revisione dei conti. Più esattamente, è stato il certificato rilasciato dal revisore a prendere, nel linguaggio corrente, il sopravvento, fino a riassumere in sé l’intera funzione. Quindi, certificazione di bilancio sta per certificazione della revisione di bilancio. È questa un’istituzione antichissima, per lo meno in Gran Bretagna. Sembra infatti che nel 1299, nella corporazione della città di Londra, esistesse un revisore (auditor). Tuttavia, solo nel 1872, con la legge sulle società, l’istituto della revisione ha preso grande sviluppo. In particolare, il sistema che si è affermato in Gran Bretagna consiste nell’affidare le funzioni di revisione ai c.d. auditors. Costoro sono liberi professionisti, i quali, prima di poter esercitare la loro attività, devono ottenere uno speciale diploma di chartered accountant. Tale professione può essere svolta anche da società di revisione, le quali assumono in tutti i casi la responsabilità illimitata. I “pubblici revisori” sono peraltro designati dagli azionisti e hanno il compito di effettuare, una o due volte all’anno, il controllo del bilancio. Il bilancio stesso viene firmato dagli auditors e, congiunto a una relazione, viene accettato anche dagli uffici fiscali. In definitiva, il sistema britannico demanda all’assemblea la nomina dei controllori; ma tempera fortemente tale libertà, imponendo che la scelta cada su determinati soggetti, muniti di requisiti che assicurano uno svolgimento indipendente e tecnico delle funzioni di revisione. Negli USA il controllo si svolge in guisa del tutto analoga a quella prospettata per il Regno Unito. Nel nostro Paese l’istituto della certificazione del bilancio è stato introdotto dalla l. 7.6.1974 n. 216 e dal relativo d.p.r. 31.3.1975 n. 136. Questi stabiliscono, infatti, l’obbligo della certificazione per le società quotate in borsa. Sono altresì obbligate alla certifi cazione del bilancio anche alcune società indicate dalla legge (p.e. quelle di assicurazioni e quelle di gestione di fondi comuni d’investimento mobiliare). Per le società quotate nei mercati regolamentati il TUF non impiega più il termine “certificazione”, bensì quello di giudizio sui bilanci di esercizio e consolidato.

  • CERTIFICAZIONE ETICA SA8000

    la certificazione etica SA8000 è uno standard di certificazione volontaria per le imprese, che vogliono garantire al mercato dei consumatori che i prorpi prodotto siano realizzati rispettando in diritti dei lavoratori in coerenza con i criteri relativi al non impiego minorile o al lavoro obbligato, al mantenimento delle condizioni di salute e di sicurezza sul lavoro, alla libertà d'associazione, all'assenza di pratiche discriminatorie o coercitive, alla definizione di un orario di lavoro e di una retribuzione equa. Lo standard SA8000, basato sulle comvenzioni dell'International Labour Organization, può essere introdotto, nella versione attuale, da ogni tipo di ente, pubblico o privato, di qualsiasi dimensione, sia in Paesi in via di sviluppo che non. L'ente che vuole certificarsi deve garantire che tutta la catena della produzione (fornitori, appaltatori, subappaltatori) rispetti i requisiti sociali.

    secondo

  • CERTO PER INCERTO

    Modo di quotazione dei cambi in cui viene offerta una quantità fissa (1 unità o 100 unità) di moneta nazionale (certa) assunta come base del cambio per una quantità variabile di moneta estera (incerta). In tal caso il listino dei cambi è espresso in moneta estera poiché la quantità di moneta nazionale costituisce la base del cambio. Quando il cambio è quotato certo per incerto un aumento del corso significa che la stessa quantità (fissa) di moneta nazionale può acquistare una maggiore quantità di moneta estera; la variazione è quindi favorevole, mentre al contrario sarà sfavorevole una diminuzione del corso. In Europa, prima dell’introduzione dell’euro l’unica piazza che quotava il certo era l’Inghilterra, la quale dà l’incerto solo per le altre piazze extraeuropee che quotano il certo. Quotano sempre al certo le piazze asiatiche: Thailandia, Hong Kong. In questo caso si dice che la piazza quotatrice dà il certo alla piazza quotata. Attualmente anche l’euro quota certo per incerto e ciò anche rispetto alla sterlina. Nei rapporti tra gli operatori in cambi e tra gli importatori è comune quotare il dollaro USA contro tutte le altre valute (cioè certo il dollaro, incerto tutte le altre divise). È indispensabile conoscere il tipo della quotazione adottato da una piazza per interpretare il suo listino dei cambi e per eseguire i calcoli per i livellamenti e quindi arbitraggi sui cambi.

  • CES

    Acr. di: Comitato Economico e Sociale (fr. Comité économique et social; ingl. Economic and Social Committee). Il CES è un organo ausiliario consultivo, regolato dagli artt. 257-262, ex 193-198, TCE. Esso è costituito da 222 membri, denominati consiglieri, che rappresentano istituzionalmente nell’UE i gruppi della vita economica e sociale, in particolare i datori di lavoro, i lavoratori, gli agricoltori, le imprese di trasporti, i commercianti, gli artigiani, i liberi professionisti e i piccoli e medi imprenditori e, inoltre, i diritti dei consumatori, dei gruppi di protezione dell’ambiente e delle associazioni. Esso rappresenta i punti di vista e gli interessi della società civile organizzata dinanzi alla Commissione, al Consiglio e al Parlamento europeo. I consiglieri sono nominati dal Consigli dell’UE, previo parere della Commissione, tra gli appartenenti alle organizzazioni più rappresentative degli Stati membri e durano in carica per 4 anni. La ripartizione dei mandati è compiuta in base a una tabella stabilita dall’art. 258 TCE che attribuisce 24 seggi a Francia, Germania, Italia e Regno Unito, 21 seggi alla Spagna, 12 seggi ad Austria, Belgio, Grecia, Paesi Bassi, Portogallo, Svezia, 9 seggi a Danimarca, Finlandia, Irlanda e 6 seggi al Lussemburgo. I consiglieri sono organizzati in tre gruppi (datori di lavoro, lavoratori, attività diverse). Il CES deve essere consultato su questioni di politica economica e sociale e può inoltre elaborare pareri d’iniziativa su materie che ritiene importanti. I pareri sono predisposti da “sezioni specializzate” formate da consiglieri, cui possono partecipare anche supplenti in qualità di esperti. Il CES collabora anche con le commissioni e i gruppi di lavoro del Parlamento europeo.

  • CESR

    Acr. di: Committee of European Securities Commissions. Il CESR è stato istituito nel giugno 2001 dalla Commissione della CE (decisione 527/2001/CE del 6.6.2001), su suggerimento delRapporto Lamfalussy, presentato nel febbraio precedente. Il Rapporto segnalava il cattivo funzionamento e le lacune della regolamentazione dei mercati europei dei valori mobiliari e si raccomanda una riforma della legislazione in vigore proponendo inoltre l’istituzione di due comitati per la soppressione delle barriere all’integrazione e all’espansione dei mercati. Il CESR è uno dei due, l’altro è l’ESC (European Securities Committee.) con compiti di regolamentazione. Entrambi sono composti dalle autorità regolamentatici delle borse della Comunità europea (per l’Italia: la Consob).

  • CESSIONE DEI BENI AI CREDITORI

    Anche: cessio bonorum. Contratto, che deve essere redatto per iscritto a pena di nullità e trascritto se ha per oggetto beni immobili, con cui il debitore dà mandato ai suoi creditori o ad alcuni di essi di liquidare tutte o talune sue attività e di ripartirne tra loro il ricavato a soddisfacimento dei crediti. Salvo patto contrario, la cessione non determina di per sé l’estinzione dei debiti, in quanto il debitore è liberato verso i creditori solo dal giorno in cui essi ricevono la parte loro spettante sul ricavato della liquidazione e nei limiti di quanto hanno ricevuto. Se ne ricava che il cedente rimane proprietario dei beni fino al momento in cui gli stessi vengono liquidati, mentre l’amministrazione spetta ai creditori cessionari, i quali debbono rendere il conto, alla fine della liquidazione o alla fine di ogni anno, al debitore, che ha diritto di controllare la gestione. I creditori cessionari, inoltre, se la cessione ha avuto per oggetto solo alcune attività del debitore, non possono agire esecutivamente sulle altre attività prima di aver liquidato quelle cedute. Invece i creditori anteriori alla cessione che non vi hanno partecipato possono agire esecutivamente anche su tali beni. Le somme ricavate dalla liquidazione vanno ripartite tra i creditori in proporzione dei loro crediti, salve le cause di prelazione. Il debitore, dal canto suo, non può disporre dei beni ceduti, ma ha diritto all’eventuale residuo dopo la ripartizione delle somme ricavate. Egli ha, inoltre, facoltà di recedere dal contratto di cessione, offrendo il pagamento del capitale e degli interessi a coloro con i quali ha contrattato o che hanno aderito alla cessione; il recesso ha effetto dal giorno del pagamento e il debitore è tenuto al rimborso anche delle spese di gestione. Il contratto di cessione è soggetto ad annullamento in caso di dissimulazione di attività o simulazione di passività inesistenti, ed a risoluzione, in caso di inadempimento. La cessione dei beni ai creditori si presenta nella attuale pratica sovente collegata con il concordato, tanto preventivo (v.concordato preventivo) che fallimentare (v. concordato fallimentare) quale mezzo e strumento della loro attuazione.

  • CESSIONE DEL QUINTO DELLO STIPENDIO

    Particolare forma di prestito personale a medio termine connesso con una operazione di mutuo, Il mutuo si estingue con trattenute di quote dello stipendio fino al quinto dell’ammontare, valutato al netto delle ritenute, e per un periodo non superiore ai dieci anni. L’istituto è previsto per permettere ai dipendenti statali di far ricorso al credito per ottenere mutui da determinati istituti secondo le disposizioni dettate dalla legge (l. 25.11.1957 n.1139), superando la normale intrasferibilità e impignorabilità degli stipendi e di ogni altro emolumento corrisposto dallo Stato. In caso di cessazione del servizio prima dell’estinzione del mutuo, la trattenuta viene operata sulla pensione; ma se questa non è sufficiente o se sia stata devoluta alla vedova o ai discendenti del dipendente defunto, il mutuo viene estinto da un fondo di garanzia appositamente costituito.

  • CESSIONE DI ATTIVITÀ E PASSIVITÀ

    . L’art. 90 TUBC attribuisce ai commissari, nella procedura di liquidazione coatta amministrativa di una banca, la facoltà di cedere le attività e le passività, l’azienda, rami d’azienda, beni e rapporti giuridici individuabili in blocco. L’operazione è subordinata al parere favorevole del comitato di sorveglianza e all’autorizzazione discrezionale della Banca d’Italia. Il TUBC ha così inteso regolare un istituto già diffuso nella prassi gestoria e riconosciuto dalla giurisprudenza, ma disciplinato dalla precedente legge bancaria in modo estremamente confuso. In base alla nuova norma, la cessione può avvenire in qualsiasi stadio della procedura. Il cessionario è responsabile ex lege delle passività risultanti dallo stato passivo, anche qualora questo venga formato dopo la cessione medesima. Secondo la dottrina, il legislatore ha inteso predisporre una tutela minima inderogabile dei creditori ceduti: è possibile perciò che le parti stabiliscano una responsabilità più ampia, comprendendovi anche passività che non risultino dallo stato passivo. La cessione è sottoposta a pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, oltre che ad ulteriori forme integrative di pubblicità richieste dalla Banca d’Italia: l’espletamento degli oneri pubblicitari determina l’opponibilità della cessione ai debitori ceduti. Nel caso di cessione parziale, come p.e. quella avente ad oggetto un ramo d’azienda, ovvero beni e rapporti giuridici individuati in blocco, la dottrina sottolinea la necessità di verificare in concreto che non sia leso il principio della par condicio creditorum, privilegiando alcuni creditori della banca a scapito di altri. Per ciò che invece concerne la cessione integrale, problemi interpretativi sorgono dal raccordo tra la disciplina comune del trasferimento d’azienda e quella della cessione di attività e passività bancarie. La dottrina afferma la prevalenza della disciplina contenuta nel TUBC, in quanto disciplina speciale, ma conserva alla disciplina comune funzione integrativa delle lacune. In particolare, in base all’art. 2560, 1° comma, c.c., si ritiene che la procedura sia responsabile solidalmente con il cessionario nei confronti dei creditori ceduti. Per ciò che invece concerne i contratti in corso di esecuzione al momento della cessione, si ritengono applicabili le norme di cui agli artt. 72 ss. l.fall. relativi agli effetti del fallimento sui rapporti giuridici preesistenti.

  • CESSIONE DI AZIENDA

    Contratto che ha peroggetto il trasferimento dell’azienda nel suo complesso, regolato dall’art. 2556 sgg. c.c. È richiesta la forma scritta a pena di nullità (forma pubblica o scrittura privata autenticata) e il contratto è soggetto a trascrizione se tra i beni che compongono l’azienda vi sono immobili. Effetti particolari del contratto sono il divieto di concorrenza, la successione nei contratti, la cessione dei crediti e l’accollo cumulativo dei debiti relativi all’azienda ceduta. Infatti l’alienante per un periodo di cinque anni dal trasferimento dell’azienda deve astenersi dall’iniziare una nuova impresa che per oggetto, ubicazione o altrecaratteristiche sia idonea a sviare la clientela dell’azienda ceduta. È altresì previsto che, ove non sia altrimenti pattuito, l’acquirente subentri nei contratti stipulati per l’esercizio dell’azienda che non hanno carattere personale (p.e. contratti di somministrazione di energia elettrica, di acqua ecc.). In deroga ai principi generali e in considerazione che l’elemento personale ha in questi contratti, di solito, un’importanza secondaria, non è richiesto per la cessione il consenso del contraente ceduto, il quale, però, può recedere dal contratto entro tre mesi dalla notizia del trasferimento, quando sussiste una giusta causa. Per l’efficacia di fronte a terzi della cessione dei crediti relativi all’azienda è necessaria l’iscrizione del trasferimento di essa nel registro delle imprese; per i debiti inerenti all’esercizio dell’azienda ceduta e anteriori al trasferimento, è previsto l’accollo cumulativo, nel senso che il creditore può rivolgersi sia contro l’alienante sia contro l’acquirente: l’acquirente, però, ne risponde solo se essi risultano dai libri contabili obbligatori. Dal punto di vista economico va segnalato che la cessione dell’azienda in funzionamento comporta, di norma, un prezzo di cessione superiore a quello del capitale netto, a causa del valore attribuibile all’avviamento (v. avviamento dell’impresa). Da un punto di vista economico-aziendale si evidenzia che il prezzo di cessione di un’azienda è determinato con riferimento alle prospettive di redditività, in connessione con una valutazione del patrimonio in termini economici, includendo in particolare gli intangible assets. I metodi di valutazione delle aziende in cessione sono di diverso tipo: patrimoniali, reddituali, finanziari e misti.

  • CESSIONE DI CONTRATTO

    Negozio giuridico mediante il quale una parte (cedente) sostituisce a sé un terzo (cessionario) nei rapporti derivanti da un contratto con prestazioni corrispettive, sempre che vi consenta l’altra parte (ceduto). Tale consenso può essere dato anche in via preventiva, al momento della stipulazione del contratto, e in tal caso la sostituzione è efficace nei confronti del ceduto dal momento in cui essa gli è stata notificata o in cui questi l’ha accettata. Il cedente è liberato dalle sue obbligazioni verso il contraente ceduto dal momento in cui la sostituzione diviene efficace con l’accettazione o la notifica; ma resta obbligato (di regresso) per il caso dell’inadempimento del cessionario se per volontà del ceduto non viene liberato. Relativamente, poi, ai rapporti tra contraente ceduta e cessionario, il primo può opporre al secondo tutte le eccezioni derivanti dal contratto, ma non quelle fondate su altri rapporti col cedente, salvo che ne abbia fatta espressa riserva al momento in cui ha consentito alla sostituzione. Infine, nei confronti del cessionario il cedente è tenuto a garantire la validità del contratto e, se ha assunto la garanzia dell’adempimento, risponde come un fideiussore per le obbligazioni del contraente ceduto. Non è necessaria la notificazione al contraente ceduto quando tutti gli elementi del contratto sono inseriti in un documento, detto stabilito di contratto, nel quale è apposta la clausola all’ordine o altra equivalente; in tal caso la girata produce la sostituzione del giratario nella posizione del girante. Non costituisce cessione la successione nel contratto relativo ad un bene trasferito a titolo particolare, come avviene nelle ipotesi di alienazione della cosa locata, che determina il subingresso dell’acquirente nella posizione di locatore, e di alienazione del fondo dato in affitto, cui segue il subingresso dell’acquirente nel contratto di affitto, ovvero nel caso più generale di alienazione di un’azione. E ipotesi diversa, altresì, il subcontratto: mentre nella cessione si ha la sostituzione di un soggetto a quello originario nello stesso contratto, nel subcontratto si dà luogo ad un nuovo contratto, come avviene, p.e., nella sublocazione, in cui l’inquilino concede a sua volta in locazione l’immobile a lui locato. Per la cessione dei contratti facenti capo all’imprenditore commerciale v. cessione di azienda.

  • CESSIONE DI CREDITI IN GARANZIA

    Contratto con il quale il titolare di un diritto di credito (cedente) lo trasferisce ad un terzo suo creditore (cessionario) per garantire l’adempimento del proprio debito nei suoi confronti. Sotto il profilo economico-funzionale, l’istituto rientra nei contratti di garanzia ed ha lo scopo di rafforzare la tutela del creditore. Sul piano strutturale rientra nella più ampia figura della cessione del credito, differenziandosene in ragione della specifica funzione di garanzia. La figura della cessione di crediti in funzione di garanzia comincia a delinearsi, quale istituto autonomo, soltanto una trentina di anni fa, ponendosi quale figura intermedia tra il pegno di crediti e la cessione di credito pro solvendo, ovvero in funzione di adempimento. Con questi istituti la cessione in funzione di garanzia presenta al contempo affinità ed elementi di differenziazione. Rispetto al pegno di crediti, con il quale ha in comune la causa di garanzia, la cessione si differenzia per produrre l’immediato trasferimento del credito dal debitore al garantito con conseguente assoluta non aggredibilità del credito da parte degli altri creditori del cedente. Rispetto alla cessione in funzione di pagamento, con la quale ha in comune proprio l’effetto dell’immediato trasferimento del credito, si distingue per essere qualificata dalla causa di garanzia, anziché da quella di pagamento. La struttura di garanzia comporta due fondamentali conseguenze. Da un lato, il collegamento strutturale con il rapporto garantito in favore di colui che in tale rapporto è creditore; dall’altro lato, il fatto che, ove il cedente adempia regolarmente le proprie obbligazioni nei confronti del cessionario, il trasferimento del credito ceduto in garanzia diviene inefficace. Si tratta di contratto sottoposto a condizione risolutiva: il cessionario acquistando immediatamente la titolarità del credito, acquista la possibilità di disporre dello stesso a favore di terzi. L’efficacia del contratto cesserà al verificarsi della condizione risolutiva, cioè al verificarsi dell’inadempimento da parte del cedente, Se il cedente è inadempiente, sorge per il cessionario il diritto di azionare la garanzia: egli, alla scadenza del credito ceduto, potrà richiedere al debitore l’adempimento in sue mani. Stante tuttavia la funzione di garanzia propria della cessione, egli, ottenuto d pagamento, dovrà restituire al cedente la somma riscossa nella misura in cui la stessa ecceda il proprio credito nei suoi confronti. Se, poi, il credito ceduto in garanzia scada anteriormente al credito garantito, il cessionario, che è obbligato alla suddetta restituzione solo al verificarsi della condizione, potrà trattenere le somme fino a tale momento e potrà far propri anche gli interessi. Poiché la cessione del credito, anche se in funzione di garanzia, comporta l’immediato trasferimento del diritto dal cedente al cessionario, è spesso praticamente difficile qualifi care l’operazione come cessione in funzione di garanzia o, invece, come cessione in funzione di adempimento. Tra i diversi criteri utilizzabili in assenza di una espressa previsione pattizia, preferibile è quello che qualifica cessione in funzione di garanzia quella effettuata contestualmente alla conclusione del rapporto principale e cessione in funzione di adempimento quella eseguita nel corso dello stesso. Nella prassi bancaria la cessione in funzione di garanzia è spesso utilizzata nelle operazioni di anticipazione su fatture: la banca anticipa al cliente l’importo di fatture dallo stesso emesse verso cessione in garanzia dei crediti relativi.

  • CESSIONE DI CREDITO

    Negozio mediante il quale il creditore sostituisce a se stesso un altro soggetto in un rapporto obbligatorio, senza che gli altri elementi dell’obbligazione subiscano modificazioni di sorta. È regolata dagli artt. 1260-1267 c.c. La legge richiede la forma dell’atto pubblico a pena di nullità se la cessione è a titolo gratuito. Trattasi di negozio bilaterale, giacché l’accordo intercorre tra il cedente ed il cessionario, mentre non è richiesto il consenso del debitore ceduto. Questi è tenuto ad adempiere nei confronti del cessionario, quando la cessione gli viene notificata o l’ha accettata e se, tuttavia, paga al cedente prima della notificazione non è liberato se il cessionario prova che era a conoscenza dell’avvenuta cessione. In caso di conflitto tra più cessionari, ove il medesimo credito sia stato oggetto di più atti di cessione, prevale l’atto che sia stato notificato per primo o che sia stato per primo accettato dal debitore con atto avente data certa. Il cedente deve consegnare al cessionario i documenti giustificativi del credito e, se la cessione è stata soltanto parziale, al cessionario va consegnata la copia fotostatica ditali documenti. La cessione trasferisce al cessionario anche gli accessori del credito, quali i privilegi, le garanzie personali e reali, ma non anche i frutti scaduti, salvo patto contrario. In ordine alle garanzie che il cedente deve prestare al cessionario, bisogna distinguere tra cessione a titolo oneroso e cessione a titolo gratuito. Nel primo caso, il cedente è tenuto soltanto a garantire (esistenza del credito all’epoca della cessione. Detta garanzia può anche essere esclusa per patto espresso, ma il cedente è sempre tenuto per il fatto proprio. Se la cessione è a titolo gratuito, la garanzia sussiste nei limiti in cui il donante è tenuto a garantire il donatario (v.donazione). Il cedente può anche assumere (impegno di garantire la solvenza del debitore (si parla di cessione pro solvendo, per distinguerla dalla cessione pro soluto, in cui il cedente risponde soltanto dell’esistenza del credito). In tal caso egli è obbligato nei limiti di quanto ha ricevuto, ma deve corrispondere gli interessi, rimborsare le spese della cessione e quelle che il cessionario ha sopportato per escutere il debitore e risarcire il danno. Ogni patto diretto ad aggravare la posizione del cedente oltre i limiti di responsabilità cennati è nullo. Quando il cedente ha garantito la solvenza del debitore, la garanzia cessa se la mancata realizzazione del credito è dipesa da negligenza del cessionario. La cessione può avere per oggetto qualsiasi credito, ma ne sono esclusi quelli strettamente personali (come il credito alimentare) e quelli dichiarati incedibili dalla legge in relazione alla particolare situazione in cui si trovano gli eventuali cessionari: un’ipotesi del genere è prevista per i magistrati, i funzionari di cancelleria e gli avvocati, i quali non possono rendersi cessionari dei crediti per cui vi è contestazione davanti all’autorità giudiziaria di cui fanno parte o davanti alla quale esercitano le loro funzioni, oltre che per i genitori e il tutore relativamente ai crediti verso i minori sottoposti alla loro potestà o tutela. Oggetto della cessione possono pure essere crediti verso lo Stato o altri enti pubblici vantati da privati appaltatori o fornitori, i quali, per ottenere finanziamenti da parte di aziende bancarie, ricorrono sempre più spesso all’istituto della cessione dei loro crediti maturati o maturandi verso (ente pubblico appaltante. La cessione di credito sull’estero, infine, ha per oggetto crediti maturati o maturandi verso debitori esteri. A tale operazione si fa generalmente ricorso nel caso di esportazione in conto commissione o deposito con pagamento a vendita effettuata. Il cliente, ricevuta (anticipazione in lire, provvede al rilascio in favore dell’istituto bancario di una lettera con cui dichiara di cedere pro solvendo a favore della banca i crediti maturati e maturandi verso i debitori esteri acquirenti della merce esportata. Una forma speciale di cessione di credito è costituito dalle operazioni di securitization (l. 30.4.1999 n. 130).

  • CESSIONE DI PORTAFOGLIO

    Trasferimento a terzi di cambiali o titoli di credito al fine di estinguere debiti od ottenere disponibilità monetarie. La prima ipotesi ricorre frequentemente nella pratica commerciale come modo di regolamento del prezzo, quando il compratore “paga” le merci “girando” al venditore effetti ricevuti dai propri clienti. Tale procedura risulta più vantaggiosa di altre forme di regolamento cambiario sia per il venditore, che per il compratore. Il primo, infatti, acquisisce cambiali con almeno due firme (accettante o emittente e girante) ed il secondo si espone soltanto come obbligato cambiario di regresso. Quale modo di mobilizzazione del credito, la cessione di portafoglio trova la sua naturale estrinsecazione nello sconto bancario. Per quanto riguarda le banche la cessione di portafoglio si realizza attraverso il risconto presso un’altra banca. Una forma speciale di cessione di credito è costituito dalle operazioni di securitization (l. 30.4.1999 n. 130).

  • CESSIONE DI PROVVISTA CAMBIARIA

    Trasferimento da parte del traente ad un terzo di un credito derivante da una fornitura effettuata al trattario. Pertanto il portatore di una cambiale così garantita, se non ottiene l’accettazione dal trattario, consegue, per lo meno, il diritto di agire al di fuori del rapporto cambiario nei confronti del trattario medesimo, indipendentemente dall’esistenza di un negozio di cessione. L’istituto deroga al principio di autonomia tra rapporto cartolare (v. credito cartolare) e rapporto di provvista, ragion per cui è stato subordinato a particolari cautele dalla legge speciale che lo regola (d.l. 21.9.1933 n. 345, convertito in l. 15.1.1934 n. 48). Infatti la cessione è consentita solo per cambiali-tratte non accettate o non accettabili e per un importo non superiore a quello in esse indicato e, inoltre, nel titolo devono essere riportati, a pena di nullità, la data e il numero delle fatture relative alle forniture sottostanti alla sua emissione. La cessione, poi, deve essere fatta, a pena nullità, a favore di una banca o di un banchiere, ma giova a tutti i successivi giranti e non produce effetto nei confronti del debitore e dei terzi se non è notificata al trattario. Al fine di conservare all’istituto la sua funzione di garanzia la legge stabilisce che il possessore della cambiale non possa far valere contro il trattario i diritti derivanti dalla cessione se non abbia elevato contro di lui il protesto per mancato pagamento e se non sia decorso il termine di cinque giorni dalla notificazione fatta al traente del precetto o della citazione in giudizio. Per i profili penali v.cessione di provvista cambiaria inesistente.

  • CESSIONE DI PROVVISTA CAMBIARIA INESISTENTE

    La fattispecie, prevista dall’art. 4 d.l. 21.9.1933 n. 345, conv. in l. 15.1.1934 n. 48, attiene direttamente all’intermediazione del credito. L’art. 4 deve necessariamente leggersi in combinato disposto con l’art. 1 della l. cit., che prevede la possibilità, per il traente di cambiale tratta, di cedere, nei limiti dell’importo della cambiale, mediante clausola inserita nel contesto del titolo, il credito derivante da fornitura di merci che il traente ha verso il trattario. Il reato viene integrato da chiunque ceda il credito con la consapevolezza del fatto che, al momento della cessione, il credito ceduto non esiste in tutto o in parte. Il delitto è punito con la multa da lire centomila a lire un milione e, nei casi più gravi, con la reclusione fino a 6 mesi.

  • CESSIONE DI VALUTA ESTERA

    Obbligo un tempo imposto in Italia ai “residenti” di offrire in cessione contro lire, in base al cambio del giorno dell’operazione, le valute estere all’UIC, per mezzo della Banca d’Italia o di una banca abilitata, entro un determinato periodo di tempo dalla data in cui ne avevano avuto la disponibilità; rappresentava uno dei mezzi con il quale lo Stato interveniva nella regolamentazione dei movimenti internazionali di denaro. Tale disposizione determinava il c.d. monopolio statale dei mezzi di pagamento internazionali, in quanto la funzione di acquistare e vendere divise e ogni altro mezzo di pagamento estero era affidata in esclusiva allo Stato. Tale obbligo è venuto meno con i provvedimenti dl liberalizzazione valutaria del 27.4.1990.

  • CESSIONI LEGALI

    Istituto introdotto dal r.d.l. 29.4.1923 n. 966, specie di riassicurazione obbligatoria, consistente nell’obbligo delle compagnie d’assicurazioni operanti in Italia di cedere una quota parte dei rischi assunti in ciascun contratto nel ramo vita all’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (INA), che aveva facoltà di accettare o non la cessione. La norma originaria prevedeva una cessione del 40% nel primo decennio di esercizio, del 30% nel secondo decennio, del 20% nel terzo e del 10% in seguito. L’INA, a sua volta, costituiva e incrementava annualmente le riserve matematiche dei rischi riassicurativi assunti. Le quote di cessione sono state ridotte al 30% nel primo quinquennio, 20% nel secondo e 10% nel seguito dalla l. 22.10.1986 n. 742 e l’obbligo è stato, poi, progressivamente abrogato con d.lg. 23.12.1992 n. 515 (art. 27) e col d.l. 23.5.1994 n. 301 convertito in l. 23.6.1994 n. 403 (art. 2). Quest’ultimo ha disposto la fine dell’obbligo con decorrenza 1.1.1994. In seguito alla privatizzazione dell’INA, le attività di carattere pubblico relative alle cessioni legali (riguardanti 18.182.757 contratti di assicurazione sulla vita pari a circa 6.400 miliardi di lire di riserve accantonate al 31.12.1993) sono state scorporate e attribuite alla Consap spa (q.v.), società interamente appartenente al Tesoro e costituita il 1°.10.1993. Per far fronte a tali obbligazioni, sono stati attribuiti alla Consap spa in sede di scissione dell’INA, come controvalore patrimoniale attivo, circa 3.000 miliardi di lire in immobili (stimati poi in circa 3.700 miliardi di lire), circa 1.900 miliardi di lire in partecipazioni al capitale dell’IMI, della Banca Nazionale del Lavoro (BNL) e della Nuova Tirrena oltre a titoli e contanti. La Consap spa ha il compito di gestire le riserve matematiche (pari a circa 6.435 miliardi al 31.12.2000) e di provvedere ai pagamenti in favore delle Compagnie di assicurazione, in ragione della quota di rischio ceduta.

  • CFTC

    Acr. di: Commodity Futures Trading Commission. Istituita con il Futures Trading Practices Act del 1992, è l’organo che controlla il mercato statunitense dei futures.

  • CHAEBOL

    Conglomerati della Corea del sud caratterizzati da un forte controllo familiare, organizzazione e management dittatoriale, procedure di decisione accentrate, politica commerciale estera molto aggressiva, sostenuta col dumping, specialmente in Europa. Le origini delle chaebol risalgono al 1920- 1930, sotto l’occupazione nipponica, con gli impianti e le strutture commerciali monopoliste strettamente controllati da Tokyo, avviati dai giapponesi per lo sfruttamento coloniale della Corea. Delle imprese e degli impianti si impadroniscono nel 1945 diverse famiglie coreane, che hanno sviluppato e diversificato le imprese, fortemente sostenuti dalle agevolazioni fiscali e dai contributi finanziari statali, creando grandi gruppi di imprese raccolte sotto una holding di famiglia e con molte partecipazioni incrociate. Il chaebol è in parte simile al keiretsu giapponese, differenziandosene per non avere al suo interno una propria banca (in Corea le banche sono state nazionalizzate e vige rigorosamente, a differenza del Giappone, il principio di separatezza tra banca e industria), per tendere all’integrazione orizzontale e laterale, invece che a quella verticale come nel keiratsu, per il forte accentramento del management e per il controllo familiare. I chaebols dominano l’economia coreana. I quattro grandi chaebol (chiamati super-chaebol) sono Samsung, Hyunday, Daewoo, Lucky Goldstar Electronics. Il loro fatturato rappresenta, da solo, metà del PIL coreano.

  • CHEAP MONEY

    Lett.: denaro a buon mercato. Denomina una politica monetaria che mira a ridurre il costo del denaro attraverso una pressionesui tassi di interesse. La politica contraria, ovvero la spinta verso alti tassi di interesse, è detta dear money. Le due espressioni risalgono alle fine dell’Ottocento sulla piazza di Londra dove indicavano le condizioni del costo del denaro. Nel 1932, con l’uscita dell’Inghilterra dal gold standard, il Governo inglese adottò una politica di cheap money nella convinzione che essa era necessaria per sostenere l’economia di piena occupazione e per alleviare i problemi del bilancio statale. Lo stesso indirizzo venne seguito poco dopo anche dagli USA. Nel secondo dopoguerra la politica di cheap money venne continuata, anche se l’esperienza aveva dimostrato che permaneva disoccupazione e sottoutilizzo della capacità produttiva nonostante la cheap money. Un’esperienza simile venne fatta in Italia nella seconda metà degli anni Sessanta, quando non si riusciva a rilanciare gli investimenti e la ripresa economica, nonostante la deliberata politica di denaro a buon mercato. Negli anni Settanta la comparsa dell’inflazione a due cifre decimali ha modificato il modo di vedere la cheap money: il tasso nominale di interesse può essere elevato e ciononostante il denaro può essere a buon mercato tanto più quanto più è basso il tasso reale d’Interesse (tasso nominale-tasso di inflazione). Da allora la politica di una banca centrale meglio è misurata dal tasso di crescita dell’offerta di moneta piuttosto che dalle manovre sui tassi di interesse.

  • CHECK DISBURSEMENT SYSTEM

    Sistema utilizzabile dagli importatori consistente nell’effettuare, via Swift, un ordine di bonifico ad una banca estera e nell’emettere assegni internazionali tratti sulle disponibilità così costituite all’estero.

  • CHECK TRUNCATION

    Lett.: troncamento del controllo (impropria è la trad. it. troncamento degli assegni). Procedura di incasso degli assegni bancari e circolari non superiori a 5.000 euro (che costituiscono la maggioranza dei titoli in circolazione) nel quale gli effetti, anziché essere trasmessi materialmente dalla banca negoziatrice a quella trattaria, vengono trattenuti presso la prima e il regolamento avviene attraverso la trasmissione di dati in rete o su supporto magnetico. L’assegno è custodito dalla banca negoziatrice che li esibisce su richiesta alla banca trattaria, all’autorità giudiziaria, all’amministrazione finanziaria. L’assegno si intende pagato bene se entro un certo numero di giorni la banca negoziatrice non riceve contestazioni. Il servizio è gestito da SSB ed è operativo tra banche aderenti alla RNI (rete nazionale interbancaria) aderenti al sistema della compensazione giornaliera dei recapiti. I vantaggi derivanti al sistema bancario dall’adozione di un sistema di check truncation risiedono nella riduzione dei costi di lavorazione e di trasmissione dei documenti cartacei e nella tempestività di aggiornamento delle posizioni di conto corrente, che facilita alquanto il controllo del rischio. La clientela, dal canto suo, vede comprimersi i tempi di riconoscimento della disponibilità degli assegni, grazie alla maggiore celerità con cui sono resi noti gli esiti e beneficia inoltre di una riduzione dei giorni di valuta applicati alle banche all’atto del versamento degli assegni.

  • CHIAMATA DI DECIMI

    CHIAMATA DI DECIMI. Richiesta da parte delle società ai sottoscrittori di nuove azioni dei decimi, non ancora versati, del valore nominale dei titoli sottoscritti. Il versamento dei soli tre decimi dei conferimenti in denaro, obbligatorio all’atto della costituzione (art. 2329 c.c.) e dell’aumento reale di capitale sociale (art. 2439 c.c.) nelle società per azioni, può esporre quest’ultime al rischio per l’insolvenza dei soci. A tale inconveniente ovviano le disposizioni dell’art. 2344 c.c., che permette di agire rapidamente contro il socio moroso attraverso la vendita delle azioni per suo conto e a suo rischio ovvero attraverso la pronuncia della sua decadenza, se la vendita non possa aver luogo, salvo il risarcimento di maggiori danni - e priva l’azionista moroso del diritto di voto; e quelle dell’art. 2356 c.c., che, nel caso di trasferimento delle azioni, stabilisce per tre anni la responsabilità sussidiaria del trasferente per il mancato versamento.

  • CHIAMATA IN APERTURA

    Fase iniziale di ogni riunione nella borsa valori (fin quando le contrattazioni avvenivano alle grida), prima del passaggio alle contrattazioni telematiche. Consisteva nella chiamata dei titoli ammessi alla quotazione secondo un ordine prestabilito. Gli ordini passati dai clienti agli agenti di cambio alla condizione “in apertura” dovevano essere eseguiti entro 15 minuti dalla “chiamata” con la conseguenza che il loro perfezionamento poteva avvenire a un prezzo diverso da quello di apertura. L’ultimo prezzo realizzato durante tale periodo si diceva prezzo di apertura.

  • CHIAMATA IN CHIUSURA

    Detta anche chiamata al listino. Periodo di tempo nelle sedute della borsa valori (fin quando le contrattazioni avvenivano alle grida, prima del passaggio alle contrattazioni telematiche), durante il quale avveniva la formazione del listino di chiusura ossia del listino ufficiale dei corsi dei valori mobiliari, redatto ogni giorno di borsa aperta. Nei quindici minuti riservati a questa chiamata gli agenti di cambio eseguivano gli ordini in chiusura o ordini al listino (le due espressioni si equivalevano, secondo gli usi generali della borsa). L’esecuzione degli ordini avveniva tramite negoziazioni alle grida nelle relative corbeilles (v.corbeille). L’ultimo prezzo fatto durante questa chiamata rappresentava il prezzo di chiusura o al listino di un valore mobiliare per quella giornata di borsa. Alla rilevazione dei prezzi fatti o, ove per un titolo non si era proceduto ad alcuna contrattazione, all’indicazione dei prezzi nominali ed alla loro pubblicazione nel “listino ufficiale” provvedevano di concerto la Camera di commercio e il comitato direttivo degli agenti di cambio. L’indice di questa chiamata era inverso a quello in apertura, cioè la chiamata in chiusura iniziava con l’ultimo titolo della chiamata in apertura e terminava con il primo. Un suono di campana indicava la fine della chiamata in chiusura.

  • CHIANG MAI INITIATIVE MULTILATERALIZATION (CMIM)

    Accordo multilaterale di finanziamento tra i ministeri delle finanze e le banche centrali dei paesi dell’ASEAN+3 (paesi membri dell’ASEAN e Cina, Giappone e Corea del Sud) e l’Autorità monetaria di Hong Kong, sottoscritto nel 2010 allo scopo di garantire sostegno finanziario in dollari attraverso swap in valuta tra i paesi membri. Attualmente le risorse impegnate dai paesi membri nel CMIM sono pari a 240 miliardi di dollari.
    Fonte: Banca d'Italia

  • CHIAVE CAPITALE

    Quota percentuale del capitale della BCE sottoscritta da ciascuna banca centrale nazionale (BCN) appartenente al SEBC. L’articolo 29 dello Statuto del SEBC e della BCE prevede che tale quota sottoscritta da ciascuna BCN sia determinata in base al peso percentuale dello Stato membro di appartenenza rispetto alla popolazione totale e al prodotto interno lordo della UE; questi dati, che contribuiscono in pari misura alla ponderazione, sono comunicati alla BCE dalla Commissione europea. I coefficienti di ponderazione sono adeguati con cadenza quinquennale e ogni volta che un nuovo Stato membro entra a far parte della UE. La chiave capitale, calcolata con riferimento alle sole BCN dell’Eurosistema, è utilizzata nei rapporti finanziari tra le stesse, come, ad esempio, nel caso della redistribuzione del Reddito monetario.
    Fonte: Banca d'Italia

  • CHINESE WALLS

    Lett.: muraglie cinesi. Insieme di procedure ed interventi adottati all’interno di intermediari, soprattutto investment banks, coinvolti in offerte pubbliche o takeovers volti a segmentare il flusso di sensitive information fra ben identificate aree di business (in particolare fra corporate finance, research, asset management e trading departments), al fine di evitarne l’uso non appropriato e di salvaguardare l’efficienza del mercato. Tali interventi possono richiedere anche la separazione fisica degli uffici.
    Nell’ambito della disciplina attinente all’organizzazione (nel suo significato tecnico di cui all’art. 2082 c.c.) delle imprese di investimentosi è imposta una regola di comportamento che è direttamente funzionale alla correttezza dell’operatore nei confronti della clientela, oltre che a una adeguata organizzazione interna dello stesso. Con particolare riguardo alla prevenzione dei conflitti di interesse, resi più frequenti e probabili dalla crescente polifunzionalità delle imprese, le c.d. chinese walls mirano a preservare la separatezza tra i diversi settori operativi, onde evitare, tra l’altro, pericolose commistioni tra attività e passività facenti capo a distinti comparti dell’organizzazione interna.
    Il principio di separatezza tra le strutture figura, dunque, a buon diritto, tra le regole di comportamento che ogni gestore è tenuto ad adottare nell’interesse e dei clienti e della (propria) sana e prudente gestione. L’esistenza delle strutture separate, evidentemente, è da coordinare con la contrapposta esigenza dello scambio di informazioni tra le medesime strutture, quando quest’ultimo si renda necessario in vista del medesimo fine, ossia di una migliore operatività dell’intermediario. L’obbligo, per ogni impresa di investimento, di garantire la separatezza tra le proprie strutture interne era già imposto dal decreto Eurosim (d.lg. 23.12.1996 n. 415). Ivi, all’art. 17, comma 1, lett. c) era detto che nella prestazione dei servizi le imprese di investimento e le banche avrebbero dovuto organizzarsi in modo tale da ridurre al minimo il rischio di conflitti di interesse e, in situazioni di conflitto, da assicurare comunque ai clienti trasparenza ed equo trattamento. Alla lett. d) del medesimo comma era detto che gli stessi soggetti erano tenuti a disporre di risorse e procedure, anche di controllo interno, idonee ad assicurare l’efficiente svolgimento dei servizi. Da questa norma era già visibile la vera ratio del principio che consisteva e consiste non solo nella soluzione dei conflitti di interesse ma anche, e anzi soprattutto, nella prevenzione degli stessi. Il compito di garantire la separatezza era attribuito ad un’apposita funzione di controllo interno, che oltre ad avere, come si è osservato, il compito istituzionale di sorvegliare sulla corretta prestazione, da parte dell’intermediario, dei servizi alla clientela, aveva il compito di garantire il rispetto delle disposizioni in materia di separatezza amministrativa e contabile. Il fondamento normativo della regola risiede nell’art. 25, comma 1, lett. a) del decreto Eurosim, ove, in materia di criteri generali di svolgimento dei servizi, è fatto rinvio a un regolamento della Banca d’Italia per quanto riguarda la predisposizione di strutture di controllo interno che scongiurino lo scambio (non necessario) di informazioni tra i settori dell’organizzazione aziendale che devono essere tenuti separati; Il precetto si ritrova chiaramente enunciato, infatti, al capitolo 1, paragrafo 1, lett. b) del Regolamento Banca d’Italia 30.9.1997, attuativo del d.lg. 1996/415. Riguardo alla “funzione di controllo interno”, l’art. 26, comma 2 del regolamento contenuto nella deliberazione Consob 30.9.1997 n. 10943, stabiliva che la funzione stessa fosse affidata ad un apposito responsabile, svincolato da rapporti gerarchici rispetto ai responsabili dei settori di attività sottoposti al (suo) controllo. Il responsabile avrebbe dovuto svolgere la propria attività, dunque, in piena autonomia e indipendenza e riferire degli esiti della vigilanza al consiglio di amministrazione e al collegio sindacale, secondo criteri di obiettività e imparzialità. Più esattamente, ai sensi dell’art. 26, comma 6 del regolamento, il responsabile era chiamato a riferire dei riscontri effettuati almeno una volta l’anno (in via ordinaria) in occasione dell’esame del bilancio, con un’apposita relazione illustrativa che esponesse ad entrambi gli organi le verifiche compiute nel corso dell’anno stesso, oltre che il piano delle verifiche programmate per l’anno successivo. Era chiamato, inoltre, a riferire immediatamente al collegio sindacale ogni qual volta avesse riscontrato gravi irregolarità; il collegio, poi, avrebbe, a sua volta, dovuto segnalarle senza indugio alla Consob. Nell’attuale quadro normativo, incentrato sul Testo Unico della Finanza (D.lg. 24, 2.1998, n. 58), l’art. 21, comma 1, in materia di criteri generali di svolgimento dei servizi, contempla, alle lett. c) e d), due norme in tutto corrispondenti a quelle contenute nell’art. 17, comma 1, lett. c) e d) del previgente decreto Eurosim. È stabilito dunque, anche in questo caso, che nella prestazione dei servizi di investimento i soggetti abilitati debbano organizzarsi in modo tale da ridurre al minimo i rischi di conflitti di interesse e, in situazioni di conflitto, agire in modo da assicurare comunque ai clienti trasparenza ed equo trattamento (lett. c). Dispone, altresì, che dispongano di risorse e procedure, anche di controllo interno, idonee ad assicurare l’efficiente svolgimento dei servizi (lett. d). Sul piano della disciplina regolamentare, l’art. 57 del regolamento contenuto nella deliberazione Consob 1.7.1998 n. 11522, attuativo del TUF per l’aspetto della disciplina degli intermediari, ribadisce interamente i contenuti dell’art. 26 del previgente regolamento Consob per quanto riguarda sia le attribuzioni della funzione di controllo interno che quelle dell’apposito responsabile. Né la disciplina previgente né quella attuale chiariscono, peraltro, quale debba essere la struttura della funzione di controllo interno, in particolare se detta funzione debba essere attribuita ad un responsabile persona fisica ovvero ad un organo collegiale, o comunque pluripersonale. La dottrina ha ritenuto, pertanto, che all’intermediario sia stata volutamente lasciata piena libertà organizzativa a riguardo. Ciascun operatore, dunque, nell’esercizio della propria autonomia statutaria, potrà optare per l’una o per l’altra soluzione secondo una valutazione di opportunità, anche in relazione alle dimensioni dell’impresa. (as-mc)
    In seguito alle speculazioni sui titoli tecnologici raccomandati dall’informazione finanziaria talvolta senza fondamento reale, negli USA la SEC sta studiando la possibilità di rafforzare le muraglie cinesi in questo campo, obbligando le banche d’affari a separare dai dipartimenti che si occupano dell’investimento finanziario le unità di ricerca, che esprimono giudizi e raccomandazioni di comprare, o di vendere (buy, sell).

  • CHIP

    Termine di origine americana (lett.: coriandolo; anche microchip e silicon chip, cioè chip al silicio) consistente in una sottile piastrina (wafer) di materiale semiconduttore, per lo più il silicio, sulla quale, sfruttando le capacità di miniaturizzazione offerte dall’attuale tecnologia, è possibile racchiudere in uno spazio di pochi mm quadrati centinaia di migliaia di componenti elettronici (diodi, condensatori e resistori) con i relativi collegamenti. Per metonimia chip è passato a denominare l’insieme di piastrina e componenti, uno strumento di elaborazione molto potente essendo in grado di svolgere varie funzioni, come p.e. eseguire operazioni aritmetiche, fungere da memoria di un elaboratore, controllare altri chip. I primi chips sono apparsi alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso. La forma più evoluta di chip, contenente anche transistori, è il microprocessore. Sin. di chip: circuito integrato, in sigla IC (Integrated Ccircuit).

  • CHIPS

    Acr. di: Clearing House Interbank Payment Systems. Il CHIPS è un sistema privato di pagamento elettronico in tempo reale di proprietà New York Clearing House Association (NYCHA), che ne è anche il gestore. Av- viato nel 1971, opera attraverso terminali nelle filiali bancarie e processa i trasferimenti di fondi tra gli associati, che possono essere società finanziarie, banche e filiali di banche con una base a New York. Un’istituzione non aderente può immettere pagamenti nel CHIPS solo per il tramite di un partecipante diretto che opera per conto dell’indiretto in qualità di corrispondente o di agente. Al di fuori di New York le transazioni sono svolte attraverso Fedwire, il sistema di clearing della Federal Reserve. La NYCHA è composta da undici grandi banche di New York (money-centre banks), ognuna delle quali ha un rappresentante nel Clearing House Committee che ha il compito di definire le regole di funzionamento del CHIPS, alle quale le banche hanno il dovere di conformarsi.

  • CHIROGRAFO

    Scrittura privata, il cui elemento essenziale è costituito dalla sottoscrizione, con la quale una persona si obbliga verso un’altra. Esplica una funzione essenzialmente probatoria contro colui che l’ha emessa e può contenere una qualsiasi obbligazione. Anche nei contratti a prestazioni corrispettive le obbligazioni delle parti possono risultare da documenti distinti provenienti esclusivamente dall’uno e dall’altro degli obbligati, facenti ognuno menzione dell’obbligazione assunta da colui che ha sottoscritto il documento. Il chirografo di credito, non potendosi considerare come documento costitutivo del diritto del creditore e non essendo quindi destinato alla circolazione, si contrappone al titolo di credito. Con l’espressione chirografo d’avaria (average bond), si intende la scrittura legale con la quale gli interessati ad una spedizione marittima sanciscono l’accordo tra loro intervenuto di provvedere alla liquidazione amichevole dei danni derivati da avaria comune, affidandone il regolamento ad uno o più liquidatori nominati di comune intesa.

  • CHIUSURA DEL CONTO

    Il rapporto di conto corrente bancario a tempo indeterminato si scioglie per effetto del recesso operato da una delle parti. Il recesso è dichiarazione unilaterale ricettizia, non deve essere espresso in una forma particolare e deve essere portato a conoscenza dell’altra parte e si ritiene conosciuto dal cliente quando pervenga al suo domicilio contrattuale. Il preavviso di 15 giorni di cui all’art. 1855 c.c. è di regola sensibilmente ridotto in sede negoziale. È discusso se il contratto di conto corrente di corrispondenza si sciolga a causa della morte, interdizione o inabilitazione del cliente. Per la soluzione affermativa sembrerebbe indirizzare soprattutto la possibilità di applicazione analogica dell’art. 1722 c.c. che prevede come causa di estinzione del mandato la morte, l’interdizione e l’inabilitazione sia del mandante, che del mandatario; per la negativa il contenuto dell’art. 14 delle n.u.b. che, a proposito del conto cointestato, in caso di morte o incapacità sopravvenuta di uno dei contitolari consente agli altri di continuare ad operare sul conto fino a opposizione degli eredi o del legale rappresentante dell’incapace. Cause di scioglimento del rapporto sono anche il fallimento del correntista e il provvedimento di liquidazione coatta della banca. La banca non è tenuta ad onorare gli assegni presentati in data posteriore a quella in cui il recesso è diventato operante e, in genere, con lo scioglimento del rapporto e la chiusura del conto vengono meno gli obblighi reciproci delle parti. Il saldo a debito o a credito del conto chiuso è subito esigibile e fino all’estinzione del debito gli interessi a credito della banca decorrono allo stesso tasso convenuto. Anche nel corso del rapporto di conto corrente bancario, prima e a prescindere dal suo scioglimento, si suole procedere a periodiche chiusure. Ciò avviene al fine di non protrarre troppo a lungo il controllo delle annotazioni e determina il riporto a nuovo del saldo unitamente agli interessi, le commissioni e le spese. Successivamente alla chiusura periodica, cui la banca provvede ogni 31 dicembre o, se il conto è anche saltuariamente passivo, ogni trimestre, viene inviato al cliente l’estratto conto. L’estratto conto si intende approvato se non è contestato nel termine di 40 giorni oltre quello occorrente per il reclamo; decorso tale termine entrambe le parti (la banca che ha inviato l’estratto e il correntista che non l’ha contestato) rimangono vincolate alle sue risultanze. L’impugnativa tardiva, che deve comunque proporsi entro sei mesi dalla ricezione dell’estratto, è ammessa solo per la correzione di vizi formali. Decorso il termine per l’impugnativa, essendo precluso ogni accertamento in merito alla inesistenza del diritto, non potrà richiedersi la rettifica o la eliminazione delle annotazioni, né l’equivalente a titolo di risarcimento danni o ripetizione dell’indebito. Si ritiene peraltro che l’approvazione anche tacita del conto non precluda alle parti l’esercizio delle azioni ed eccezioni relative all’atto da cui il credito deriva (cfr. l’art. 1827 c.c.).

  • CHONGRYON

    Chongryon is the National Association of Korean Residents in Japan. The organisation is de facto embassy of North Korea, runs 70 schools, and manages other cultural initiatives. Shinzo Abe will cut public financing to these organisation in order to reduce public spending and solve an historical problem. Koreans in fact have been deported to Japan after the First World War and 700,000 of them did not return home after 1940, either in the South or in the North. They are educated in Korean, Kim Il Sung is portraied in all classes, and South Korea is considered as a "puppet" of the USA (The Economist, June 15th, 2013, p. 44).

  • Chongryon

    Chongryon è l'acronimo della Associazione nazionale dei coreani residenti in Giappone; essa è nei fatti l'ambasciata della Corea del Nord, gestisce 70 scuole, oltre a varie iniziative culturali. Shinzo Abe vuole tagliare i finanziamentoi a queste scuole per ridurre la spesa pubblica e per risolvere un problema storico. I coreani sono stati deportati in Giappone dopo la prima guerra mondiale e 700,000 non tornarono in Corea dopo il 1940, nè al Sud nè al Nord. Oggi studiano in coreano, hanno il ritratto di Kim Il Sung nelle aule e considerano la Corea del Sud un "pupazzo" degli Stati Uniti (The Economist, June 15th, 2013, p. 44).

  • CICLO CREDITIZIO

    Alternanza di espansione e di contrazione del credito. Come componente specifica del ciclo economico ha interessato gli economisti tra le due guerre. Ipotesi comune nella teoria del ciclo è che nel lungo periodo il tasso d’interesse sia abbastanza sensibile alle divergenze tra le decisioni d’investimento ed il risparmio di pieno impiego. Nel 1913, Ralph George Hawtrey (1879-1975) aveva posto l’accento sul ruolo delle azioni detenute dalle famiglie nel determinare il corso del ciclo creditizio, dimenticando gli agganci con la teoria marshalliana dominante dei capitali, la quale sosteneva invece che l’espansione o la contrazione del credito dipendeva dalla moneta. Le equazioni fondamentali di Keynes, contenute nella Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta del 1936, introdussero una serie di novità sul ciclo creditizio. In particolare, le cause del ciclo non erano di natura monetaria (ma venivano fatte dipendere dalle fluttuazioni nel tasso d’interesse relative al tasso di risparmio), si prospettava una rudimentale preferenza per la liquidità e, nel breve periodo, non vi era più una relazione diretta tra la quantità di moneta/credito ed il livello dei prezzi. Dennis Robertson (1890- 1963) e Friedrich August von Hayek (1899- 1992) criticarono la teoria del ciclo proposta da Keynes, sostenendo che questa non era altro che un tentativo di trovare l’appropriata politica bancaria che potesse mantenere un equilibrio monetario. Ma fu Hayek a rompere con il passato. Per lui fu centrale la distorsione della struttura temporale della produzione. La sua teoria della moneta non era più una teoria del valore della moneta in generale poiché i prezzi relativi potevano essere influenzati da aggregati monetari e l’ipotesi wickselliana di piena occupazione non era più valida. L’obiettivo specifi co dei teorici del ciclo creditizio diventava per Hayek l’analisi delle posizioni di breve periodo dell’economia in successivi momenti. L’adozione di un tale approccio d’equilibrio intertemporale (concettualmente non diverso da quello moderno) mise in luce non solo un punto di svolta cruciale a livello metodologico, ma anche la fine dell’interesse per le teorie del ciclo creditizio.

  • CICLO ECONOMICO

    Alternanza con frequenza e ampiezza non uniformi di periodi di espansione e di contrazione (o di minor crescita) del reddito (misurato dal PIL) cui si accompagnano, in maniera non sempre sincrona, oscillazioni di altre grandezze economiche (produzione, consumi industriali e finali delle famiglie, investimenti, scorte, occupazione, moneta, prezzi, profitti, salari ecc.) e anche sociali. L’andamento delle grandezze economiche può essere correlato direttamente a quello del PRODOTTO INTERNO LORDO (PIL) (andamento prociclico) ovvero inversamente (andamento anticiclico) e secondo il punto di svolta delle loro oscillazioni rispetto a quello del PIL si dicono variabili anticipatrici, variabili sincrone e variabili ritardate. Solo le variabili anticipatrici sono utili come indicatori economici nelle previsioni dell’andamento del ciclo, cioè nello studio della congiuntura. Le previsioni vengono compiute mediante l’osservazione di serie storiche trimestrali per lo più destagionalizzate. Il metodo classico di analisi della congiuntura è quello del NBER (National Bureau of Economic Research) statunitense elaborato negli anni Trenta e successivamente perfezionato. Le diverse teorie di spiegazione del ciclo si concentrano di solito nello studio di una o di poche cause del ciclo. Nell’insieme vengono considerati di volta in volta fattori esterni all’economica (p.e. le variazioni periodiche dei clima che possono ripercuotersi positivamente o negativamente sull’andamento della produzione agricola, le guerre, gli sconvolgimenti politici, le calamità naturali) e fattori interni (p.e., le innovazioni tecnologiche, le variazioni autonome delle preferenze dei consumatori, le scoperte di nuovi giacimenti minerari o di nuovi prodotti ecc.). Altre teorie hanno invece elaborato modelli matematici basati sull’interazione di acceleratore e moltiplicatore e variabili macroeconomiche (a cominciare da quello di Paul Samuelson e di John Richard Hicks). Si distinguono secondo la regolarità quattro specie di cicli: ciclo di Kitchin (da Joseph Kitchin, 1861-1932) a breve termine, di circa 40 mesi; ciclo di Juglar (da Clément Juglar, 1819-1905, iniziatore degli studi sulla congiuntura) decennale (7- 11 anni), che è detto anche business cycle e che è considerato il ciclo per antonomasia; ciclo di Spiethoff (da Arthur Spiethoff, 1873-1957) di 20-30 anni e il ciclo di Kondratieff (da Nicolaj Dmitrievic Kondratieff, 1892-?1931) di 50- 60 anni.

  • CICLO OPERATIVO

    Periodo di tempo compreso tra l’inizio di un processo di produzione e la realizzazione del prodotto finito. In generale: intervallo di tempo di un processo tra l’input e l’output corrispondente.

  • CICR

    Acr. di: Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio. Organo collegiale del Governo italiano istituito nel 1947, composto dal Ministro dell’economia e delle finanze, che lo presiede, dal ministro delle attività produttive, dal ministro per le politiche agricole e forestali, dal ministro dell’ambiente e della tutela del territorio. Il CICR è l’autorità creditizia con compiti di alta vigilanza in materia di credito e di tutela del risparmio, di esercizio della funzione creditizia e in materia valutaria. Esso delibera, di fatto sulla base delle proposte dalla Banca d’Italia, sulle misure di politica monetaria e creditizia necessarie per realizzare gli obiettivi di politica economica del Governo. Il CICR è validamente costituito con la presenza della maggioranza dei suoi membri e delibera con il voto favorevole della maggioranza dei presenti. Alle sedute partecipa ilGovernatore della Banca d’Italia, oltre che, su invito del presidente, altri ministri facenti parte del Comitato stesso. Il direttore generale del Tesoro svolge funzioni di segretario. Il CICR determina le norme concernenti la propria organizzazione e il proprio funzionamento. Per l’esercizio delle proprie funzioni il CICR si avvale della Banca d’Italia. Il CICR è validamente costituito con la presenza della maggioranza dei suoi membri e delibera con il voto favorevole della maggioranza dei presenti. Le delibere del CICR sono pubblicate nella Gazzetta Ufficiale e sono rese esecutive dallaBanca d’Italia. Il Comitato decide anche i reclami avverso i provvedimenti adottati dalla Banca d’Italia nell’esercizio dei poteri di vigilanza a essa attribuiti (v. vigilanza bancaria). Nel caso in cui la decisione comporti la soluzionedi questioni di interesse generale per la categoria è previsto che il CICR debba previamente consultare le associazioni di categoria dei soggetti sottoposti a vigilanza. Fermo restando il principio per cui l’attività di raccolta del risparmio tra il pubblico è vietata a soggetti diversi dalle banche (v.banca), il CICR stabilisce limiti e criteri in base ai quali: a) non si realizza la fattispecie di attività di raccolta di risparmiotra il pubblico, qualora la stessa venga effettuata presso soci e dipendenti, presso società controllanti, controllate e collegate ai sensi dell’art. 2359 del codice civile e presso controllate da una stessa controllante; b) le società e gli enti con titoli negoziati in un mercato regolamentato possono esercitare detta attività mediante titoli anche obbligazionari; c) le imprese possono effettuare attività di raccolta del risparmio tra il pubblico tramite banche ed enti sottoposti a forme di vigilanza prudenziale che esercitano attività assicurativa o finanziaria(v. società finanziaria; intermediari finanziari non bancari). Con particolare riferimento alle banche ed ai gruppi bancari il CICR delibera su: a) elementi quali l’adeguatezza patrimoniale, il contenimento del rischio nelle sue diverse configurazioni, le partecipazioni detenibili, l’organizzazione amministrativa e contabile ed i controlli interni; b) caratteristiche dell’attività di assunzione di partecipazioni ai fini della qualificazione di società finanziaria; c) composizione del gruppo bancario; d) concessione di credito in favore di soggetti collegati o partecipanti al capitale in misura rilevante. Al CICR spetta altresì l’emanazione di disposizioni sui controlli sulle succursali di banche comunitarie in Italia e sui conflitti di interesse tra le banche e i loro azionisti rilevanti, relativi alle attività bancarie diverse all’attività di erogazione del credito, oltre che sulla facoltà di disciplinare l’assunzione di cariche amministrative presso le banche da parte di dipendenti delle amministrazioni dello Stato (v. amministratore di banca).

  • CIFRA CHIAVE

    Codice numerico o alfanumerico - ossia un gruppo di soli numeri o di numeri e lettere - che permette di garantire a chi lo riceve l’autenticità di un messaggio. Nel sistema bancario la cifra chiave viene usata per convalidare messaggi di pagamento, di bon fico, o altre informazioni riservate che le banche si scambiano nelle loro relazioni internazionali.

  • CIFRARIO

    Insieme delle istruzioni predisposte per tradurre in codice segreto messaggi redatti in linguaggio corrente e viceversa secondo un sistema convenzionale e tramite unacifra chiave. Nel cifrario sono stabilite determinate corrispondenze (secondo modalità suscettibili di variazioni quando si presupponga che il cifrario stesso non sia più sicuro) tra tutti gli elementi che possono concorrere a formare il testo di un messaggio e gruppi di lettere e di numeri casuali. Solitamente i cifrari sono redatti in varie lingue, per permettere la decifrazione della cifra chiave anche in lingue diverse da quella usata per la sua compilazione, e depositati presso gli enti (militari, bancari, pubblici) dei vari paesi che stabiliscano di usarli nelle loro relazioni. Per quanto validi, i cifrari in uso sono poco sicuri: infatti attraverso l’esame di un certo numero di messaggi aventi la matrice in comune, cioè il cifrario, e contenenti quindi ricorren- ze ineliminabili, si potrebbe risalire al cifrario stesso. Per contrastare tale possibilità, la Society for Worldwide Interbank Financial Telecomunication (Swift) elabora cifrari costituiti da algoritmi, il cui impiego prevede la possibilità di calcolare la “cifra chiave” tramite calcolatori elettronici.

  • CIFRATURA

    Termine usato in relazione alla sicurezza nella trasmissione dei dati; esso può avere due accezioni. La prima consiste nella conversione dei dati in una forma che impedisca ad un utente non autorizzato di comprenderne il contenuto (in inglese si usano indifferentemente i due termini encrypt ed encipher); in banca viene utilizzata per la trasmissione di dati riservati, p.e. i PIN del Bancomat. Vengono utilizzati sia sistemi di crittografia a chiave pubblica che sistemi di crittografia a chiave segreta, questi ultimi in genere mediante l’utilizzo dell’algoritmo Data encryption standard. La seconda accezione consiste invece nel calcolare una cifra di controllo dei dati trasmessi (in inglese Message Authentication Code (MAC), utilizzando un algoritmo e una parola chiave concordati precedentemente tra il mittente ed il destinatario; i dati vengono trasmessi in chiaro, ma il ricevente è in grado di verificare sia l’autenticità del mittente che quella dei dati ricevuti. Viene utilizzata in particolare nei messaggi di trasferimento fondi, p.e. nello Swift.

  • CIPA

    Acr. di: Convenzione Interbancaria per i Problemi dell’Automazione. Convenzione che, secondo il Testo vigente a seguito delle modifiche approvate il 30 aprile 1996, ha lo scopo di promuovere l’automazione interbancaria e di favorire lo sviluppo di iniziative di automazione di interesse diffuso. La Convenzione, in particolare, si propone di formulare le strategie di sviluppo dell’automazione del sistema creditizio, individuando le aree in cui sono prevalenti le esigenze di cooperazione, elaborando e coordinando la realizzazione dei progetti comuni. Alla Convenzione possono aderire le banche iscritte all’albo di cui all’art. 13 del TUBC e che abbiano sostenuto rilevanti spese EAD. In seguito alla revisione del 1996 la compagine dei partecipanti è stata ulteriormente ampliata (ne fanno parte attualmente, oltre a Banca d’Italia e ABI, una novantina di banche, e altri membri senza diritto di voto (Monte titoli, SIA, SSB, Seceti, IPACRI, UIC e altri). Accanto all’assemblea è previsto un comitato direttivo, composto dai rappresentanti di 17 banche con l’incarico di formulare proposte e di adottare le iniziative necessarie per l’attuazione dei programmi di lavoro rientranti nelle materie di competenza della Convenzione, che può delegare talune attribuzioni al proprio interno ad un comitato esecutivo. Alla Banca d’Italia, cui competono particolari poteri di indirizzo e di coordinamento, è stata attribuita la presidenza sia dell’assemblea che del comitato direttivo. Per sua iniziativa sono sorte due società interbancarie, la SIA e la Monte titoli.

  • CIPE

    Acr. di: Comitato interministeriale per la programmazione economica. Il CIPE è stato istituito in data 27 febbraio 1967 con la legge n. 48. Il Comitato è presieduto dal Presidente del Consiglio dei Ministri e assume la funzione di Vice Presidente il Ministro dell’economia e delle finanze. Rappresenta il perno di tutta l’attività governativa in materia economica, ferme restando le competenze del Consiglio dei Ministri e subordinatamente ad esse. I suoi compiti sono quelli di: predisporre gli indirizzi della politica economica nazionale; indicare, su relazione del Ministro dell’Economia e delle Finanze, le linee generali per l’elaborazione del programma economico nazionale; indicare, su relazione del Ministro dell’Economia e delle Finanze, le linee generali per l’impostazione del progetto di bilancio di previsione per lo Stato; promuovere le direttive generali intese all’attuazione del programma economico nazionale; promuovere e coordinare a tale scopo l’attività della pubblica amministrazione e degli enti pubblici; esaminare la situazione economica generale ai fini dell’adozione di provvedimenti congiunturali; promuovere l’azione necessaria per l’armonizzazione delle politica economica nazionale con le politiche economiche comunitarie. La nuova stagione delle privatizzazioni cioè la graduale trasformazione in società per azioni di enti pubblici, ha individuato nel CIPE un organo deliberante in merito al processo in questione. In particolare la seconda legge sulle privatizzazioni (n. 359/1992), prevede che, oltre agli enti direttamente trasformati in spa, altri enti pubblici economici possono essere trasformati in spa con delibera del CIPE, che produce i medesimi effetti della legge stessa (art. 18). Sempre il CIPE è deputato alla determinazione degli indirizzi di privatizzazione ed ai criteri che regolano il procedimento di trasformazione da ente pubblico a spa Il d.l. n. 386/1991, convertito con legge n. 35/1992, prevede, dopo la trasformazione delle imprese pubbliche in società per azioni, la possibilità di vendita delle azioni stesse. In particolare si dispone che le partecipazioni possono essere alienate nel rispetto degli indirizzi deliberati dal CIPE anche in relazione alla pubblicità, ai limiti ed alle condizioni da osservare nelle procedure di valutazione, di collocamento e di gestione delle partecipazioni. In questa fase quindi il CIPE delibera in ordine alla priorità ed al collocamento delle partecipazioni azionarie, favorendone la massima diffusione tra i risparmiatori.

  • CIRCA

    Termine del linguaggio di borsa relativo agli ordini di acquisto o di vendita. Un “ordine circa” va eseguito a un prezzo che può variare, rispetto al prezzo indicato, entro un limite pari all’ammontare della provvigione che il cliente è tenuto a corrispondere in base alla tariffa di mediazione.

  • CIRCOLANTE

    Insieme delle monete metalliche e cartacee che circolano in un Paese come strumenti di pagamento. Nelle statistiche della Banca d’Italia il circolante designa il contante e, più precisamente, fino al 1998 è definito come l’insieme di biglietti della Banca d’Italia, monete e biglietti (fino al loro ritiro) del Tesoro e depositi presso la Banca d’Italia del settore non statale e, dal 1°.1.1999 (data di avvio della terza fase dell’UEM e di inizio dell’operatività del SEBC) come l’insieme dei biglietti della Banca d’Italia e delle monete del Tesoro dedotte le giacenze di cassa presso le banche. In questa definizione è cosa differente dalla circolazione. Il circolante risulta essere soltanto una componente della più generale categoria della moneta, di cui fanno parte molteplici titoli, a cominciare dai depositi bancari a vista, a seconda della definizione che ci si risolva ad adottare. In economia aziendale, il termine circolante designa il capitale circolante, cioè quei beni strumentali che partecipano a un solo ciclo produttivo (v. capitale dell’impresa).

  • CIRCOLARE

    Documento contenente una comunicazione, in ordine a materia di competenza di un ufficio sovraordinato, fatta da questo a un complesso di uffici interessati, per lo più dipendenti. Non esistono regole tassative cui le circolari devono uniformarsi nella forma e nel contenuto. Gli ordini contenuti nelle circolari sono vincolanti, secondo l’opinione prevalente, solo per gli uffici gerarchicamente sottoposti e, comunque, non per i cittadini e i giudici. Tuttavia il cittadino hanno convenienza a conformarsi alle interpretazioni, date nelle circolari, dei testi legislativi, di modo che si ritiene che la circolare costituisce di fatto in qualche misura una fonte del diritto, sia pure extra ordinem, cioè non prevista dalla legge. Altro problema sottile è se considerare, o non, la circolare come un atto amministrativo. La moderna dottrina ha rifiutato il concetto di circolare come atto amministrativo interno, ritenendola invece una forma di notificazione di atti giuridici nei rapporti amministrativi sia interni che esterni. Il termine circolare non sta quindi ad esprimereun particolare tipo di provvedimento amministrativo, ma indica semplicemente il mezzo tecnico, e cioè il testo scritto attraverso il quale un qualche atto dell’amministrazione (atti normativi interni, direttive, interpretazioni di leggi e regolamenti, ordini di servizio ecc.) viene portato a conoscenza dei soggetti destinatari. Resta peraltro il fatto che, nella prassi, la circolare è spesso identificata con gli atti amministrativi in essa contenuti, i quali di regola sono diretti a indirizzare e a vincolare l’azione degli organi amministrativi subordinati cui la circolare stessa è rivolta. Pertanto, quando un atto amministrativo singolo sia adottato in, applicazione delle direttive generali e vincolanti di una circolare, l’impugnazione dell’atto va esteso a quello della circolare.

  • CIRCOLAZIONE

    Passaggio di mano in mano della moneta (in biglietti e in metallo) a corso legale nelle transazioni. La Banca d’Italia definisce la circolazione come l’insieme dei suoi biglietti e delle monete del Tesoro emessi, compresa la quota detenuta in cassa dalle banche. Per quest’ultima componente si distingue dal circolante.

  • CIRCOLAZIONE DEI TITOLI DI CREDITO

    Il trasferimento di un titolo di credito è disciplinato dalla legge in modo diverso a seconda che trattasi di titoli al portatore, all’ordine o nominativi. In ogni caso si perfeziona con la consegna del documento che comporta la cessione dei diritti in esso incorporati. I titoli al portatore sono trasferiti per mezzo della semplice consegna del documento, dato che il possessore è legittimato all’esercizio del diritto mediante presentazione del titolo. Per i titoli all’ordine, la cessione si attua, oltre che con la consegna del documento, mediante la girata che, apposta sul titolo, contiene il nome del giratario ed è sottoscritta dal girante. La girata si dice in bianco se è omesso il nome del giratario; un’eventuale condizione si ha per non apposta, mentre è nulla la girata parziale. La girata al portatore è considerata girata in bianco. Per i titoli di credito nominativi, la cessione è valida tra le partiquale conseguenza dell’accordo, ma avrà efficacia nei confronti dei terzi, e soprattutto nei confronti dell’emittente, soltanto dopo l’annotazione del nome dell’acquirente sul titolo e sul registro dell’emittente, o con il rilascio di un nuovo titolo intestato al cessionario, sempre previa annotazione sul registro citato. Colui che chiede l’intestazione del titolo a favore di un’altra persona deve provare la propria identità e la propria capacità di disporne, mediante certificazione di un notaio o di un agente di cambio. Se l’intestazione è richiesta dall’acquirente, questi deve esibire il titolo e dimostrare il suo diritto mediante atto autentico. Le annotazioni sul registro e sul titolo sono eseguite a cura e sotto la responsabilità dell’emittente, il quale, se rispetta la procura prevista, è esonerato da ogni responsabilità, salvo il caso di colpa. A parte le regole esposte, i titoli di credito possono essere trasferiti anche per mezzo di una normale cessione (v. cessione di credito). Si verificano gli effetti di tale negozio in caso di girata posteriore al protesto per mancato pagamento o dopo che sia intervenuta la scadenza del termine per elevarlo.

  • CIRCUITO INTEGRATO

    Dall’inglese integrated circuit (IC). Dispositivo elettronico che unisce su una sottile piastrina di materiale semiconduttore (silicio) numerosi transistori miniaturizzati e altri componenti collegati tra di loro. Nei computer viene utilizzato nei processori e nella memoria: può contenere da poche decine a milioni di transistor. Sin.:chip.

  • CITY

    Il cuore di Londra e, per metonimia, l’insieme delle organizzazioni finanziarie che vi risiedono. Il loro sviluppo e la rinomanza internazionale della City datano dall’inizio dello sviluppo dell’Impero britannico e dell’industrializzazione. Questi due eventi hanno attratto banchieri e altri agenti per le grandi possibilità (e necessità) di intermediazione destate dai traffici attraverso i mari e verso l’Europa continentale.

  • CITY CODE

    Codice di autoregolamentazione che fissa regole e principi relativi a take over bid e offerta pubblica di acquisto all’International Stock Exchange, la Borsa valori di Londra. Non prevede sanzioni legislative, configurandosi come impegno di carattere esclusivamente etico.

  • CLASSATO

    Titolo che gode di un’ampia diffusione tra gli operatori di borsa. Generalmente il titolo “classato” assicura un rendimento sicuro e stabile nel tempo ed è dunque ritenuto un buon investimento e ciò costituisce il motivo principale della sua diffusione che, peraltro, è tale da rendere il titolo stesso meno soggetto a brusche oscillazioni di prezzo. Per lo stesso motivo è un titolo particolarmente difeso da fenomeni speculativi

  • CLAUSOLA COMPROMISSORIA

    Negozio giuridico (che di “clausola” ha solo il nome) previsto dall’art. 808 c.p.c. che si aggiunge a un contratto per rimettere le future eventuali controversie saranno rimesse deferite per la decisione ad arbitri e non al giudice ordinario. La clausola può essere inserita materialmente nello stesso contratto cui essa si riferisce o in un atto successivo. Differisce dal compromesso arbitrale che è invece un patto successivo all’insorgere della controversia tra le parti. Richiede la forma scritta a pena di nullità e, se inserita unilateralmente da una delle parti in condizioni generali di contratto, deve essere specificatamente approvata dal contraente che aderisce con una sottoscrizione a parte come clausola vessatoria (art. 1341 c.c.).

  • CLAUSOLA CONTRATTUALE

    Patto o condizione contrattuale che concorre a formare il contenuto del contratto, in ossequio al principio dell’autonomia delle parti, determinando i rispettivi diritti ed obblighi in via complementare ed integrativa con gli elementi essenziali. Le parti, di norma, stabiliscono di comune accordo il tenore delle singole clausole, le quali si distinguono in principali e accessorie o secondarie in base all’importanza che assumono nell’economia del contratto, con la conseguenza che soltanto la nullità di una clausola principale determina la nullità dell’intero negozio giuridico. Data la loro intima connessione, le clausole vanno interpretate, non importa se principali o accessorie, le une per mezzo delle altre, dovendosi attribuire a ciascuna di esse il senso che risulta dal complesso dell’atto. La legge si occupa in modo particolare dei patti contrattuali con riferimento al contratto per adesione, soprattutto per individuare quelle definite clausole onerose, o vessatorie (v. clausole abusive). Specifiche disposizioni normative, inoltre, sono dettate per limitare l’autonomia contrattuale delle parti, essendo vietate quelle clausole il cui contenuto sia contrario a norme imperative di legge o a taluni principi di ordine pubblico (come le norme che fissano il prezzo di alcuni prodotti, o che stabiliscono l’ammontare degli interessi corrispettivi onde evitare l’usura, o che pongono limiti alla concorrenza). Nelle negoziazioni mercantili le clausole contrattuali più ricorrenti concernono la qualità della merce (p.e. merce vista e piaciuta, salvo assaggio ecc.), il luogo di consegna (p.e. franco magazzino venditore, cost insurance and freight ecc.), il tempo di consegna (p.e. consegna immediata, pronta ecc.), il modo di pagamento (p.e. contro assegno del venditore, contro accettazione bancaria ecc.), l’epoca del pagamento (p.e. per cassa fulminante, a 120 giorni data fattura ecc.). Nel commercio bancario clausole particolari si riscontrano in varie operazioni, così, p.e., il servizio incasso effetti (v. incasso) può essere convenuto alla condizione dell’accredito al “dopo incasso” o “immediato salvo buon fine”, il credito documentario può essere “revocabile” o “irrevocabile” ecc.

  • CLAUSOLA D'USO

    Pratiche costanti diffuse in determinati ambienti, che perciò si considerano implicitamente richiamate dai contraenti, anche se non abbiano formato oggetto di esplicita pattuizione contrattuale. Dette anche usi negoziali, hanno in sostanza la funzione di integrare la volontà delle parti e vanno tenute distinte dagli usi legali, che, essendo richiamati espressamente dalla legge, sono una vera e propria fonte del diritto (v. consuetudine). Agli usi negoziali fa espressamente riferimento la legge, la quale stabilisce che le clausole d’uso s’intendono inserite nel contratto di diritto, anche in deroga a norme non aventi carattere imperativo, se non risulta che le parti non le abbiano volute e che, in materia di interpretazione di clausole ambigue, attribuisce efficacia agli usi del luogo in cui il contratto è stato stipulato.

  • CLAUSOLA DELLA NAZIONE PIÙ FAVORITA

    Accordo in base al quale uno Stato si obbliga a concedere ad altro Stato le condizioni più favorevoli che esso pratica in una determinata materia, di solito commerciale e doganale. Tale clausola si trova in molti trattati di commercio bilaterali. In questi casi le parti contraenti assumono l’obbligo, in genere reciproco (c.d. clausola “reciproca”, anche se non mancano esempi di clausola “ unilaterale”, con obblighi a carico di una sola parte), di accordarsi tutte le riduzioni e facilitazioni che successivamente venissero concesse ad altre parti internazionali. La clausola della nazione più favorita può essere incondizionata o condizionata, limitata o illimitata. È “incondizionata” (o “gratuita”) allorché l’estensione all’altra parte contraente dei favori accordati agli Stati terzi va fatta immediatamente e senza corrispettivo, senza cioè che la parte beneficiaria debba a sua volta fare concessioni; è invece “condizionata” (od “onerosa”) quando l’estensione all’altra parte dei vantaggi accordati a Stati terzi è subordinata all’ottenimento di favori equivalenti o considerati tali. La clausola è “illimitata” quando si estende a tutte le agevolazioni accordate nella materia cui si riferisce qualunque sia il paese beneficiario o la merce considerata; è “limitata” quando riguarda soltanto alcuni Stati o alcuni prodotti oppure vantaggi accordati solo a determinati paesi. La prassi convenzionale degli ultimi due secoli offre una vasta gamma di formulazioni della clausola della nazione più favorita applicata ad un ampio ventaglio di materie e rapporti commerciali internazionali. Fino alla seconda guerra mondiale la clausola ha trovato applicazione, principalmente, nella forma dell’accordo bilaterale; successivamente, in linea con la costante evoluzione delle relazioni economiche e commerciali internazionali, caratterizzate da sempre più vaste aggregazioni e partecipazioni multilaterali, anche nell’ambito dei sistemi multilaterali, primo fra tutti l’Accordo generale sulle tariffe doganali ed il commercio del 1947 (GATT). Per contro, limitata e marginale è la funzione dell’istituto nell’ambito delle stipulazioni internazionali multilaterali volte a realizzare forme più o meno incisive di integrazione economica fra più paesi (p.e., la CEE), dal momento che scopo essenziale di tali forme di associazionismo economico internazionale è quello di eliminare, all’interno dell’area comunitaria, ogni discriminazione nei confronti di beni e persone provenienti da altri paesi associati, facendoli beneficiare non già del trattamento della nazione più favorita, ma del trattamento nazionale. Pertanto, tale clausola non è contemplata nel sistema della CE.

  • CLAUSOLA DI CAMBIO

    Clausola che prevede la possibilità di legare la conversione della valuta di fatturazione a un parametro normalmente vigente in altri mercati, quale il prezzo di una materia prima di larga diffusione. L’accordo viene stipulato nell’interesse di entrambe le parti: all’atto del regolamento, l’impresa che risulta aver guadagnato dalla negoziazione delle divise rispetto al parametro di riferimento, risarcirà la controparte in perdita. Tale tecnica è diffusa nelle situazioni contrattuali con regolamenti molto posticipati nel temporispetto alla stipulazione del contratto. La clausola può anche prevedere il riferimento a una o più valute correnti, in base alle quotazioni del momento di stipulazione del contratto; oppure la fatturazione in moneta diversa da quella del contratto; può prevedere altresì una franchigia nella variazione del cambio, oltre la quale scatta una rettifica dell’importo da fatturare; oppure una clausola di rimborso che scatti se il cambio oscilla oltre il limite rappresentato dalla franchigia.

  • CLAUSOLA DI CANCELLO

    Clausola del contratto di trasporto marittimo in base alla quale il caricatore ha diritto di risolvere il contratto, nel caso in cui la nave non giunga in porto alla data prefissata.

  • CLAUSOLA DI CONFIDENZIALITÀ

    Clausola ricorrente nelle lettere di intenti (v. lettera di intenti) preparatorie di rapporti contrattuali completi, o nei contratti di compravendita e negli accordi di collaborazione internazionale, il cui contenuto dipenderà dall’importanza dell’affare concordato. La clausola può anche essere generica e impegnare le parti a un futuro accordo di confidenzialità più approfondito. In altri casi può essere dettagliata già nei documenti preparatori. La clausola di confidenzialità è diretta a proteggere l’informazione di qualunque tipo che una parte fornisce all’altra in via confidenziale. Essa deve pertanto descrivere il tipo di informazione, contenere l’obbligo preciso a non diffonderla, le modalità di protezione eventuale, eccezioni alla segretezza, l’impegno del ricevente a restituire i documenti relativi all’informazione confidenziale e, infine, il periodo di tempo dell’obbligo di confidenzialità.

  • CLAUSOLA DI ESCLUSIVA

    Clausola contrattuale con cui una delle parti (esclusiva unilaterale) o entrambe (esclusiva bilaterale) si impegnano a compiere una determinata prestazione solo nei confronti dell’altra e a non a stipulare analoghi contratti con i terzi. È uno strumento per limitare la concorrenza tra imprenditori. Il c.c. la prevede per la somministrazione (artt. 1567 e 1568) e per l’agenzia (art. 1743). Non sembra proprio parlare di clausola di esclusiva nella concessione di vendita con esclusiva.
    1. Contratto di somministrazione. Se la clausola è pattuita a favore del somministrante, l’altra parte non può ricevere dai terzi prestazioni della stessa natura, né, salvo patto contrario, può provvedere con mezzi propri alla produzione delle cose che formano oggetto del contratto; se, invece, è pattuita a favore dell’avente diritto alla somministrazione, il somministrante non può compiere nella zona per cui l’esclusiva è concessa e per la durata del contratto, né direttamente né indirettamente, prestazioni della stessa natura di quelle che formano oggetto del contratto. Tali norme non sono però inderogabili, poiché le parti possono, in virtù del principio dell’autonomia contrattuale, liberamente adeguare la clausola di esclusiva alla loro volontà, contemperando i loro reciproci interessi, ma con il limite naturale e necessario di non ridurre la clausola ad una mera apparenza.
    2. Contratto di agenzia
    . La clausola di esclusiva deve, poi, ritenersi inserita ex lege, come elemento intrinseco del rapporto, nel contratto di agenzia, in relazione al quale l’art. 1743 c.c. stabilisce che il preponente non può valersi contemporaneamente di più agenti nella stessa zona e per lo stesso ramo di attività e che a sua volta l’agente non può assumere l’incarico di trattare, nella stessa nona e per lo stesso ramo, gli affari di più imprese in concorrenza fra loro. Anche in tal caso la disciplina legale vale solo in mancanza di una diversa volontà delle parti, sicché il suddetto regime bilaterale di esclusiva non è un elemento necessario ed essenziale del contratto, ma solo un elemento accidentale, senza il quale il rapporto di agenzia può ugualmente sussistere.

  • CLAUSOLA DI FORZA MAGGIORE

    Clausola ricorrente nei contratti internazionali ad esecuzione continuata nel tempo, in base alla quale la parte obbligata è esonerata da responsabilità per la mancata esecuzione del contratto e può sospendere l’esecuzione stessa in caso di eventi eccezionali e imprevedibili e, se tali eventi permangono, può risolvere il contratto. Tale principio è ammesso dalla maggior parte degli ordinamenti nazionali, ma con specificazioni ed adattamenti diversi; pertanto è frequente l’uso delle parti di prevedere direttamente la disciplina diretta a regolare i rispettivi obblighi e facoltà nei casi in cui si verifichino eventi di forza maggiore anche al fine di evitare eventuali abusi. LaCamera di Commercio Internazionale ha predisposto una clausola di forza maggiore standard che può essere richiamata nei contratti. Tale clausola comprende: a) motivi di esonero da responsabilità: vengono elencati a titolo di esempio una serie di eventi (naturali, politici ecc.) che le parti possono integrare; b) l’obbligo di notificazione alla controparte delle circostanze di forza maggiore e poi del loro venir meno da parte del contraente che intende avvalersi della forza maggiore, immediatamente dopo la conoscenza dell’impedimento e dei suoi effetti; c) conseguenze della forza maggiore: finché permane l’impedimento che costituisce forza maggiore la parte inadempiente è esonerata dal risarcimento del danno oltre che dal pagamento di penali o sanzioni, salvo gli interessi. L’esecuzione del contratto è sospesa per un periodo durante il quale la controparte non può risolvere il contratto ma può sospendere l’esecuzione dei propri obblighi. Se la situazione di forza maggiore si prolunga oltre un periodo, che può essere previsto in contratto, cioè determinato, ciascuna parte può far cessare il contratto. Vi sono altre clausole in uso, inserite nelle condizioni generali ECE/ONU per la vendita di impianti e macchinari, che prevedono due testi, di cui uno accettato dai paesi dell’Est.

  • CLAUSOLA DI GRADIMENTO

    Clausola contenuta in alcuni statuti di società per azioni, società a responsabilità limitata e società cooperative in base alla quale l’iscrizione di un nuovo socio nei libri sociali, e quindi l’efficacia del trasferimento della partecipazione sociale nei confronti della società è subordinata al consenso, normalmente di un organo della società (di solito quello amministrativo, più raramente l’assemblea) ma eventualmente anche di un terzo soggetto indicato in statuto. Con tale clausola, il cui fondamento è ravvisato nell’art. 2355 c.c. (in virtù del quale l’atto costitutivo può sottoporre a particolari condizioni l’alienazione delle azioni nominative), si intende impedire l’ingresso in società di soci non graditi e/o evitare possibili scalate al controllo della società stessa. Per chi acquista la partecipazione, il rifiuto del gradimento produce l’effetto di non fargli ottenere lo status di socio, ma non incide sulla validità o meno del negozio concluso. Il regolamento della Borsa Italiana spa per l’ammissione dei titoli alla quotazione in Borsa non consente che lo statuto della società ponga clausole di gradimento che possano ostacolare la trasferibilità dei titoli. Le clausole di gradimento possono essere distinte in due sottocategorie: quelle che richiedono il possesso di determinati requisiti da parte dell’acquirente e quelle che subordinano il trasferimento delle partecipazioni al mero consenso dell’organo sociale. Mentre la validità delle prime viene generalmente ammessa, l’art. 22 della l. 4.6.1985 n. 281 ha sancito l’inefficacia negli statuti delle società per azioni delle clausole c.d. di mero gradimento, vale a dire di quelle che si risolvono in una valutazione immotivata ed insindacabile. È poi discusso se le clausole statutarie di gradimento possano essere modificate o soppresse dall’assemblea dei soci a semplice maggioranza ovvero all’unanimità. Con altro significato, per clausola di gradimento si intende la condizione che subordina l’esecuzione di un contratto di compravendita alla successiva accettazione (gradimento) da parte del compratore (art. 1520 c.c.). Tale accettazione viene data dopo la stipulazione del contratto il quale, pertanto, si perfeziona quando l’acquirente comunica al venditore la sua volontà.

  • CLAUSOLA DI HARDSHIP

    Clausola inserita nei contratti internazionali relativa a situazioni particolari in cui, in seguito ad eventi non previsti dalle parti, muti sostanzialmente l’equilibrio economico del contratto e l’esecuzione diventi eccessivamente onerosa per una di esse. Tali clausole sono state introdotte recentemente e consentono di adeguare il contratto con un negoziato o con l’intervento di un terzo. E interessante notare che, a differenza della forza maggiore (v. clausola di forza maggiore), il principio dell’eccessiva onerosità non trova riconoscimento generalizzato nei vari ordinamenti, con qualche eccezione fra cui il diritto italiano (artt. 1467-1469 c.c.). La Camera di Commercio Internazionale ha elaborato uno schema di clausola di hardship che comprende una parte comune e delle varianti. La parte comune stabilisce la situazione di hardship, cioè gli eventi non previsti dalle parti che potrebbero comportare notevoli modificazioni all’equilibrio del contratto. La parte colpita da hardship può esigere dall’altra una revisione del contratto (entro un termine ragionevole) e, in mancanza di un accordo amichevole, la clausola propone quattro alternative per la scelta di una modalità adatta al caso specifico: si va dal mantenimento del testo originario con il semplice impegno delle parti a consultarsi per la revisione del contratto, al ricorso a un terzo incaricato di proporre una soluzione, con vario grado di autorevolezza nei confronti delle parti stesse.

  • CLAUSOLA DI INDICIZZAZIONE

    . Speciale clausola di salvaguardia (q.v.) con cui i contraenti pattuiscono che il valore di un’obbligazione pecuniaria da pagare alla scadenza o alle scadenze pattuite (se più d’una) sia legato all’andamento di determinati parametri reali (generalmente indici statistici dei prezzi calcolati dagli istituti nazionali di statistica, in Italia dell’ISTAT, ma anche andamento di prezzi di materie prime e di merci quotati o comunque rilevati ufficialmente), parametri monetari (prime rate ABI, tassi sui depositi interbancari, rendimento dei BOT e altro), parametri finanziari (p.e. rendimento lordo di pacchetti di titoli, quotazioni di borsa di valori mobiliari), parametri valutari (una valuta estera o un’unità di conto, p.e. i DSP). Casi ben noti di indicizzazione si hanno per i contratti di affitto, i contratti di assicurazione e per le obbligazioni(v. obbligazione indicizzata; clausola oro; clausola valore reale;clausola valuta).

  • CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA

    Clausola spesso presente nei contratti che prevedono obbligazioni pecuniarie, come rimedio contro la perdita del potere di acquisto della moneta. Per determinare la somma da pagare alla scadenza dell’obbligazione si può far riferimento a determinati beni(p.e., la clausola oro), a monete estere (clausola valuta), o a indici statistici relativi alle variazioni del costo della vita, dei prezzi di certe merci o delle quotazioni di borsa (clausola di indicizzazione). Sin.: clausola valore reale.

  • CLAUSOLA GREENSHOE

    Nell’ambito della nuova emissione di titoli attraverso una IPO, la Greenshoe option (anche detta overallotment option) è un’opzione concessa dalla società emittente al Global coordinator. L’opzione consiste nella possibilità per il Global coordinator di sottoscrivere un ammontare di azioni prese in prestito dai soci dell’emittente, fino al 15% dell’offerta iniziale (overallotment), al prezzo di collocamento in un periodo pari ai 30 giorni successivi alla data di immissione dei titoli nel mercato. Tale opzione verrà esercitata dal Global coordinator nel caso di in cui il prezzo di mercato superi quello di collocamento. Attraverso l’esercizio dell’opzione il Global coordinator provocherà un aumento dell’offerta di titoli stabilizzando il prezzo nel breve periodo. Nel caso in cui invece il prezzo di mercato sia inferiore a quello di collocamento l’obiettivo del Global coordinator sarà quello di stimolare l’aumento del prezzo riducendo l’offerta al livello pre-overallotment. Provvederà in tal caso al rimborso del prestito di titoli mediante un acquisto di azioni sul mercato. Il termine deriva dal nome del primo utilizzatore di tale opzione, la Green Shoe Manufacturing Company.

    Bibliografia

    G. Forestieri (a cura di), Corporate & investment banking, Egea, Milano, 2009

    Redattore: Bianca Giannini

    © 2010 ASSONEBB

     

     

     

     

     

     

  • CLAUSOLA LOCK-UP

    La clausola lock-up (anche detta calusola lock-in) è un accordo che viene riportate nel prospetto informativo dell’IPO che regola le azioni compiute dagli azionisti della società emittente sul capitale della società stessa  nel periodo post-quotazione. La finalità del lock- up è quella di evitare oscillazioni negative dei prezzi delle azioni nel periodo immediatamente successivo alla quotazione che possa essere causato da una pressione sull’offerta dei titoli stessi. Un esempio è l’impegno da parte dei possessori di azioni a non vendere i loro titoli in un periodo che può variare dai novanta ai centottanta giorni successivi all’emissione. Il lock-up è generalmente un accordo volontario che diventa obbligatorio solo qualora la società emittente svolga la propria attività da meno di 3 esercizi faccia domanda di ammissione a quotazione sul mercato MTA. In tal caso gli azionisti ed altri soggetti che hanno acquisito i titoli nei 12 mesi precedenti la data della presentazione della domanda, nell’anno successivo alla quotazione si impegnano nei confronti della Borsa Italiana non compiere operazioni aventi ad oggetto l'80% delle azioni ordinarie possedute alla data di inizio delle negoziazioni.

    Bibliografia

    G. Forestieri (a cura di), Corporate & investment banking, Egea, Milano, 2009

    Redattore: Bianca Giannini

    © 2010 ASSONEBB

  • CLAUSOLA ORO

    Particolare disposizione contrattuale mediante la quale si prevede il rimborso di un debito in metallo pregiato, generalmente oro. Nell’ambito privato, tale clausola può essere vietata o disciplinata dalle norme valutarie. La clausola può trovare applicazione come metodo di indicizzazione. In questo caso il valore di un credito può essere legato a quello dell’oro. Si tratta di una particolare clausola di salvaguardia.

  • CLAUSOLA PENALE

    Patto che obbliga la parte inadempiente di un contratto al pagamento di una determinata somma, a titolo di risarcimento del danno. Limita il risarcimento alla prestazione promessa e prescinde dalla prova del danno, che sarebbe a carico di chi lo ha subito. La risarcibilità del danno ulteriore, previa specifica prova, può essere sempre stabilita. La penale non è cumulabile con la prestazione principale non adempiuta, dato che il creditore deve scegliere tra l’una e l’altra. Se il suo ammontare è manifestamente eccessivo, può essere ridotto equamente dal giudice. La clausola, che è disciplinata dagli artt. 1382-1384 c.c., non va confusa con la caparra prevista per fini diversi.

  • CLAUSOLA RISOLUTIVA ESPRESSA

    Condizione rafforzativa del contratto con la quale i contraenti convengono espressamente che il contratto si risolverà nel caso che una determinata obbligazione non sarà adempiuta con le modalità stabilite. Per avvalersi della clausola la parte interessata deve notificare all’altra che intende avvalersene (art. 1456 c.c.).

  • CLAUSOLA SOLVE ET REPETE

    Clausola con cui si intende che nell’esecuzione di un contratto per evitare o ritardare la prestazione una delle parti non può opporre eccezioni, salvo quelle di nullità, di annullabilità e di rescissione (art. 1462 c.c.). Per l’applicazione al diritto tributario v. solve et repete.

  • CLAUSOLE ABUSIVE

    Sono le clausole che, apposte ai contratti del consumatore stipulati tra un professionista e un consumatore, determinano a danno di quest’ultimo un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi delle parti derivanti dal contratto. La direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5.4.1993, riguar- dante le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, contenente disposizioni sanzionatorie di tali clausole, dirette a scongiurare gli abusi di potere del venditore di beni o del “prestatore” di servizi, in particolare perpetrati attraverso lo strumento del contratto di adesione, è stata recepita con la l. 6.2.1996 n. 52. Sono stati inseriti nel codice civile gli articoli dal 1469-bis al 1469-sexies, attinenti appunto i contratti aventi per oggetto la cessione di beni o la prestazione di servizi conclusi fra il consumatore e il professionista. Il consumatore è individuato nella persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta; il professionista è invece il soggetto che utilizza il contratto a cui inerisce la clausola nella propria attività imprenditoriale o professionale. Scopo della legge è quello di assicurare l’equilibrio delle posizioni negoziali dei contraenti: questo obiettivo è raggiunto, da un lato, ritenendo clausole vessatorie, sulla scorta della direttiva, le clausole che importano un significativo squilibrio contrattuale a sfavore del consumatore (e pertanto l’indagine andrà svolta in concreto); dall’altro, introducendo per una serie di clausole (p.e. quelle enunciate nel 2° comma dell’art. 1341 c.c., ovvero quelle che concedono al professionista la facoltà di recedere dal contratto a tempo indeterminato senza preavviso, pur in assenza di giusta causa, o di modificare unilateralmente le condizioni contrattuali senza un giustificato motivo indicato nel contratto medesimo ecc.) una presunzione di vessatorietà. L’onere della prova contraria, per conseguenza, incombe sul professionista, il quale, nei contratti conclusi mediante moduli o formulari, dovrà dimostrare che l’assetto contrattuale è stato determinato dalla specifica trattativa intercorsa con il cliente. Non sono mai considerate vessatorie le clausole che riproducono disposizioni di legge. In proposito il legislatore italiano non ha fedelmente riproposto il testo comunitario, il quale esigeva la corrispondenza della clausola a norme di legge (non tout court ma) imperative. Le clausole vessatorie sono inefficaci, ma il rapporto è tuttavia valido. Sono sempre inefficaci poi, nonostante siano state oggetto di trattative individuali, le clausole che escludono o limitano la responsabilità del professionista per morte o danno alla persona del consumatore; quelle che escludono o limitano le azioni spettanti al consumatore per l’inadempimento del professionista; quelle infine che prevedono l’adesione del consumatore a clausole che non ha avuto possibilità di conoscere. Un’azione inibitoria è concessa alle associazioni rappresentative dei consumatori e dei professionisti e alle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura. Un’applicazione importante dei principi introdotti dalla nuova disciplina si manifesta in tema di contratti bancari e delle norme uniformi predisposte in merito dalle banche (v. norme uniformi bancarie).

  • CLAUSOLE MONETARIE

    Clausole relative alla scelta della moneta di pagamento e di fatturazione, inserite normalmente nei contratti riguardanti operazioni di commercio con l’estero. La moneta di regolamento del prezzo può essere la moneta in circolazione nel paese di una delle parti contraenti, oppure una terza valuta, che però deve rientrare nelle valute di conto valutario. In base alla moneta indicata in contratto, verrà poi compiuta la fatturazione ed effettuato il pagamento. La scelta della moneta è importante dal punto di vista economico in quanto trasferisce il rischio di oscillazione cambio dall’uno all’altro contraente.

  • CLAUSOLE OMNIBUS

    Si tratta di clausole diffusesi in materia delle garanzie prestate a favore delle imprese bancarie. Nella fideiussione bancaria attiva, precisamente, le n.u.b. (norme uniformi bancarie) stabiliscono che la garanzia copre tutte le obbligazioni (dirette e indirette, esistenti e future) del debitore principale nei confronti della banca, che risultino comunque legate a operazioni bancarie; ciò entro un prefissato limite d’importo ovvero, come è stato per lungo tempo tradizionale nella prassi bancaria, senza alcun limite d’importo. Per il pegno (e la cessione di crediti in garanzia) la clausola si sostanzia, da un lato, nel fatto che la garanzia copre non solo il credito per cui è stata specificamente costituita, ma anche ogni altro credito presente ovvero futuro vantato dalla banca nei confronti del debitore garantito; dall’altro, nel fatto che la garanzia riguarda tutti i beni del debitore che per qualunque ragione pervengano nella disponibilità della banca. Nel secolo scorso (va ricordato ancora pur se la pratica è oggi del tutto scomparsa) anche la garanzia ipotecaria veniva talora accompagnata da una clausola omnibus, nel senso che veniva destinato l’immobile a garantire tutti i crediti comunque vantati dal creditore nei confronti del debitore. Nella fideiussione bancaria la clausola assume valore tipizzante dell’operazione, tant’è vero che si parla correntemente anche di fideiussione omnibus. Per la garanzia mobiliare, invece, si usa discorrere di clausole di estensione del pegno, così sottolineandone il carattere accessorio e ulteriore rispetto al rapporto per cui la garanzia stessa viene specificamente costituita. Dottrina e giurisprudenza hanno avuto spesso occasione di occuparsi della clausola omnibus. Per la fideiussione, l’opinione di maggioranza la stima valida, pur se è nutrita la schiera di coloro che la ritengono nulla perché contraria al principio della necessaria determinatezza dell’oggetto contrattuale (art. 1346 c.c.) ovvero perché non meritevole di tutela secondo i principi generali dell’ordinamento (art. 1322 c.c.). Ora, peraltro, la situazione normativa è mutata e l’operatività della clausola omnibus è parzialmente venuta meno. L’art. 10 della l. 17.2.1992 n. 154, sulla trasparenza delle operazioni bancarie, dispone infatti che la fideiussione prestata per obbligazioni future deve necessariamente contenere “la precisione … dell’importo garantito”. Per la garanzia pignoratizia si può dire pressoché pacifica l’opinione che considera la clausola non sufficiente a integrare i requisiti fissati dall’art. 2787, comma 3, c.c. per l’operare della prelazione; al di là di questo aspetto, si tende per solito a ritenere la clausola radicalmente nulla, pur se non mancano tentativi volti ad assegnare un valore per così dire prodromico alla clausola in ordine al raggiungimento delle finalità operative cui è destinata propriamente la garanzia mobiliare.

  • CLEARING

    Lett.: compensazione. Operazione con cui le banche e gli operatori si scambiano titoli di credito (assegni, cambiali) tratti su ciascuna di loro e pagati da una qualsiasi delle altre, regolando il saldo dei flussi mediante l’accredito o l’addebito, secondo il caso, di un conto corrente che esse intrattengono presso una banca maggiore o, più spesso ormai, con la banca centrale. Se gli operatori sono due, oppure più di due, il clearing è definito bilaterale e, rispettivamente, multilaterale (v. sistemi di regolamento; sistemi di compensazione; stanza di compensazione).

  • CLEARING BANKS

    Negli USA denominagenericamente una banca autorizzata a incassare gli assegni fuori piazza attraverso il sistema della Federal Reserve, purché mantenga un conto aperto presso la Federal Reserve Bank del proprio distretto, anche se non fa parte di questa. La dizione precisa è clearing member banks. In Inghilterra erano così denominate le banche che avevano un seggio nella London Bankers’ Clearing House (LBCH), la stanza di compensazione bancaria londinese risalente al 1770 e costituita come limited company. Fino al 1975 le clearing banks erano sette: Bank of England e sei banche commerciali (Barclays, Coutts & Co., Lloyds Bank, Midland Bank, National Westminster Bank e Williams & Glyn’s), queste ultime associate nel Committee of London Clearing Banks (CLCB). Nel 1975 ebbero un seggio anche la Co-operative Bank e la Central Trustee Saving Bank e nel 1983 la National Girobank. La proprietà della London Bankers’ Clearing House rimase tuttavia delle sei banche commerciali originarie. In Scozia sono dette tuttora clearing banks quattro banche, tutte con sede a Edimburgo: Bank of Scotland, The Royal Bank of Scotland, Clydesdale Bank plc e Lloyds TSB Scotland plc, associate nel Committee of Scottish Clearing Bankers (CSCB). Il sistema UK è stato deregolamentato nel 1984 con la costituzione di un organismo apposito, l’APACS (q.v.) che raggruppa attualmente 32 membri (le principali banche e building societies) e che gestisce il sistema dei pagamenti attraverso tre società. Una delle ragioni che hanno portato alla costituzione dell’APACS era la volontà delle sei banche associate nel CLCB di ammettere nuove banche nella stanza di compensazione. Esse difendevano il cartello ponendo condizioni che nessuna altra banca avrebbepotuto soddisfare. La costituzione dell’APACS ha introdotto criteri oggettivi di ammissione e ha suddiviso la LBCH in tre società lasciando libere le banche di aderire a tutte e tre o ad alcune soltanto. Con la costituzione dell’APACS la London Bankers’ Clearing House ha cessato di esistere. Anche il CLCB si è disciolto un paio di anni dopo e i suoi restanti compiti sono stati assorbiti dalla British Bankers’ Association. Per notizia: la Coutts & Co.e la National Wenstimenter sono acquisite dalla Royal Bank of Scotland rispettivamente nel 1969 e nel 2001 (la NatWest è stata incorporata); la Midland Bank, dopo una grave crisi, è stata acquisita nel 1992 dall’HSBC (Hongkong and Shanghai Banking Corporation Limited) e ha cambiato denominazione in HSBC Bank; la Central Trustee Saving Bank è stata assorbita nel Lloyds TSB Group plc nel 1995; la Williams & Glyn’s è stata acquisita nel 1984 dalla Royal Bank of Scotland che l’ha incorporata nell’anno successivo. L’espressione clearing banks è usata talvolta genericamente in Inghilterra per indicare le grandi banche.

  • CLEARING, COPERTURA INTERNA DEL RISCHIO DI CAMBIO

    Tecnica di protezione dal rischio di cambio attuata all’interno delle aziende multinazionali con problemi di bilanciamento delle posizioni in cambi a livello di gruppo. Essa può attuarsi in diversi modi. Ciascuna unità del gruppo può bilanciare le esposizioni in valuta (exposure netting) con le altre società collegate e spesso è presente un centro di clearing che svolge funzioni finanziarie, volto appunto a gestire le esposizioni in valuta delle singole unità del gruppo e del gruppo nel suo complesso. Ogni unità può cedere giornalmente o periodicamente alla casa madre il saldo delle posizioni in valuta attive o passive e il centro di clearing distribuisce tra le unità i costi e i ricavi della gestione complessiva, oppure può essere previsto un centro di rifatturazione in cui la casa madre accentra tutte le transazioni in valuta delle unità che in tal modo si trovano a trattare le transazioni nella loro moneta nazionale e ad avere come controparte la casa madre, sulla quale viene trasferito il rischio di cambio; quest’ultima gestirà la posizione in valuta nel complesso. Ancora, può essere previsto un centro di intercompany factoring (con funzioni appunto di factor) cui le singole unità cedono i propri crediti in valuta e trasferiscono i rischi relativi, tra cui il rischio di cambio. Infine, può essere applicato il metodo del leading and legging, che prevede la distribuzione nel tempo dei flussi di cassa del gruppo; il bilanciamento si attua attraverso l’anticipo delle entrate in monete deboli o dei regolamenti in monete forti e la posticipazione delle entrate in monete forti e delle uscite in monete deboli.

  • CLEARSTREAM INTERNATIONAL

    Società costituita nel gennaio 2000 per fusione delle attività di clearing di Cedel  International e di Deutsche Börse Clearing AG, che posseggono ciascuna il 50% della nuova impresa. Clearstream International ha tre filiali: Clearstream Banking Frankfurt (con sede in Francoforte sul Meno) che cura l’attività diclearing e regolamento e di custodia dei titoli per il mercato tedesco già gestite da Deutsche Börse Clearing, Clearstream Banking Luxembourg erede dell’attività di Cedel e Clearstream Services che cura la gestione e lo sviluppo delle tecnologie informatiche del gruppo e fornisce a servizi di securities processing a Clearstream Banking. Ha sede in Lussemburgo e diversi uffici nel mondo (Dubai, Hong Kong, Londra, New York, São Paulo e Tokyo).

  • CLIENT-SERVER

    Espressione (abbreviata correntemente in c/s) impiegata in tre concetti diversi: a) architettura c/s (client-server), cioè architettura dei sistemi informativi che prevede la distribuzione delle elaborazioni fra due elaboratori gerarchicamente collegati allo scopo di ottimizzare il carico di lavoro e di decentrare verso i sistemi più piccoli le parti delle applicazioni (quali p.e., la gestione dell’interfaccia) che possono essere da questi gestite in modo più efficiente; uno degli elaboratori (client) richiede i servizi elaborativi, l’altro (server) li fornisce; b) elaborazione (client-server), cioè elaborazione nella quale le applicazioni sono eseguite in modo cooperativo da due computer: il client dove si effettua l’elaborazione e il server che custodisce e mette a disposizione gli archivi, i database ecc. secondo le richieste; c) piattaforma (client-server), cioè la combinazione di hardware e software nella quale risiede un sistema c/s. Il termine é a volte riferito solo all’hardware, o solo al software.

  • CLIENTELA BANCARIA

    Insieme di soggetti (persone fisiche e giuridiche, enti pubblici e corpi morali) nei confronti dei quali la banca esplica la propria attività, offrendo prodotti e servizi. In questa accezione si fa riferimento alla clientela attuale della banca, mentre si definisce clientela potenziale quella con cui nonè ancora stato instaurato un rapporto d’affari. Possono essere individuate diverse classificazioni della clientela bancaria; se ne citano alcune a titolo esemplificativo. Una prima si basa sulla tipologia di operazioni (di impiego e diraccolta) poste in essere dalla banca; vengono così individuate la clientela attiva, rappresentata dai soggetti che ottengono finanziamenti, e quella passiva, costituita dai soggetti che forniscono fondi alla banca. Una seconda distingue la clientela al dettaglio da quella all’ingrosso sulla base dell’importo delle operazioni poste in essere e dei mercati in cui opera la banca. Una terza possibile classificazione suddivide la clientela in privata e imprenditoriale, al fine di distinguere gli individui e le famiglie, rientranti nella prima categoria, dalle imprese clienti della banca; all’interno dei due insiemi si può procedere ad ulteriori distinzioni che considerano le fasce di età o la professione della clientela privata o, ancora, le dimensioni, la localizzazione o il ramo di attività della clientela imprenditoriale. Le classificazioni si rivelano utili per l’applicazione delle tecniche di segmentazione del mercato e della differenziazione dell’offerta, che consentono alla banca di soddisfare esigenze specifiche dei singoli clienti e di diversi- ficare i rischi.

  • CLOSED BOND ISSUE

    Prestito obbligazionario effettuato con una sola emissione di titoli e secondo un ammontare prestabilito.

  • CLUB D'INVESTISSEMENT

    Tipologia di organismo di gestione collettiva del risparmio mobiliare attivo in Francia dal 1987. È formato da un gruppo di persone che attraverso la costituzione e gestione in monte di un portafoglio di valori mobiliari desidera comprendere i meccanismi della borsa, imparare a gestire un patrimonio che cresce progressivamente grazie ad investimenti minimi regolari, conoscere di più e meglio le imprese e partecipare alla vita economica del proprio paese. Ogni club d’investissement è composto da un minimo di 5 ad un massimo di 20 persone, ha una durata massima di 5 anni (non riducibile) ed ha la forma giuridica dell’associazione volontaria. In questo modo l’uscita di un membro non mette in discussione l’esistenza e il funzionamento del club ed anzi consente, entro i limiti delineati, l’ingresso di nuovi soci. Lo statuto prevede, in generale, l’elezione di un organo amministrativo composto da un presidente, incaricato di interagire con l’intermediario finanziario individuato come il responsabile della tenuta dei conti del club oltre che depositario dei valori dei fondi, un tesoriere delegato a seguire i conti mensili, ed un segretario cui è demandata la tenuta dei verbali delle sedute e informa delle convocazioni per riunioni che si svolgono regolarmente, ad intervalli mensili (generalmente dieci per anno). Il patrimonio comune è alimentato dal versamento di un contributo mensile, in genere compreso tra un minimo di 50 e un massimo di 2.000 franchi; inoltre, all’atto della costituzione, ciascun socio può versare una somma di ammontare non superiore a 3.000 franchi. Con riferimento al trattamento fiscale, esistono alcune agevolazioni specifiche: le plusvalenze in conto capitale realizzate nel quadro della gestione del club sono esenti; quelle realizzate in occasione della fuoriuscita di un membro o della liquidazione del club sono parimenti esenti solo nel caso in cui il totale delle cessioni sia per ogni membro inferiore ai 272.000 franchi, tetto al di sopra del quale il tasso di prelievo fiscale è pari al 16% (l’ammontare da prendere in considerazione è dato dalla differenza tra le somme percepite da ciascun membro e il totale dei versamenti effettuati). I dividendi e gli interessi periodici incassati sono in genere distribuiti; laddove siano reinvestiti, essi vengono presi in considerazione nel calcolo del massimale dei versamenti autorizzati oltre che dei versamenti che hanno diritto alla detassazione dei proventi investiti in azioni o del conto di risparmio in azioni (v. compte d’éparge en actions).

  • CLUB DEAL

    Particolare schema di sindacato di collocamento di prestiti o di valori mobiliari, (v. sindacato finanziario; prestito sindacato) caratterizzato dal fatto che la suddivisione degli impegni pro-quota non avviene secondo specifici criteri di convenienza bensì su basi paritetiche. Rispetto ad uno schema di convenienza elaborato, esso comporta in genere una riduzione dei costi attribuibile alla semplificazione della struttura.

  • CLUB DEGLI ARBITRAGGI

    Accordo tra otto paesi aderenti all’UEP stipulato il 18.5.1953, al quale l’Italia aderì nel 1955, che si proponeva di realizzare il ritorno alla convertibilità, favorendo la ripresa delle operazioni di arbitraggio fra le valute dei paesi partecipanti. Inizialmente gli arbitraggi furono limitati alle operazioni a pronti, successivamente furono estesi alle contrattazioni con scadenza inferiore ai 6 mesi. L’accordo rendeva possibile la compensazione giornaliera di un gran numero di operazioni effettuate sul mercato dei cambi, a corsi contenuti nei limiti di oscillazione stabiliti per ogni paese. Il regolamento dei saldi mensili di ogni Stato veniva effettuato verso i singoli istituti di emissione al cambio fisso. L’introduzione delle operazioni a termine permise di effettuare acquisti e vendite di cambi “a scadenza” o “a consegna” e ottenere, quindi, la copertura del rischio di cambio. Il club degli arbitraggi istituì una forma di compensazione valutaria mensile tra i saldi attivi e passivi degli stati aderenti e consentì la convertibilità interna delle valute dei membri. L’Accordo monetario europeo nel 1959 ha sostituito l’EPU.

  • CLUB DI PARIGI (ENCICLOPEDIA)

    (vedi anche la definizione di Paris Club)

    Abstract

    Il Club di Parigi rappresenta una delle più importanti sedi multilaterali all’interno delle quali si discute la problematica del debito estero e, più precisamente la sua ristrutturazione. Nato nel 1956 per far fronte a una crisi finanziario-debitoria dell’Argentina, il Club di Parigi riunisce oggi 19 Stati che sono i principali creditori dei Paesi poveri più indebitati e costituisce un importante forum d’incontro e di negoziato tra i Paesi partecipanti. Utilizzato come strumento sovranazionale per le trattative fra creditori pubblici, come i Governi, e debitori, il Club ha curato personalmente tutti gli ultimi accordi che hanno avuto come oggetto un default sovrano. Esso si riunisce periodicamente per considerare la specifica situazione debitoria di un determinato Paese. Dal 1956 il Club ha effettuato circa 429 ristrutturazioni debitorie a favore di circa 90 Paesi. Dal 1983 al dicembre 2013 il Club ha ristrutturato debiti per oltre 573 miliardi di dollari.

    Club di Parigi e Approcci al Debito

    La prima riunione del Club di Parigi ha luogo nel 1956, per far fronte ad una crisi finanziario-debitoria dell’Argentina. Dal 1956, il Club di Parigi ha avuto un ruolo centrale nella risoluzione dei problemi del debito estero nei Paesi in via di sviluppo. Da allora, infatti, il Club di Parigi ha concluso 429 accordi relativi a 90 Paesi debitori. L’ammontare complessivo del debito coperto da questi accordi raggiunge i 573 miliardi di dollari.

    Nel 2004 il Club di Parigi raggiunge un accordo per la cancellazione incondizionata del debito iracheno. Due anni più tardi, la Nigeria diviene il primo Paese africano a pagare l’intero debito nei confronti del Club di Parigi.

    Nel corso degli anni il Club di Parigi utilizza diversi approcci (cosiddetti “Terms”) nel definire la ristrutturazione del debito dei Paesi richiedenti. I principali approcci del Club di Parigi sono quattro e vengono utilizzati a seconda delle circostanze economiche del Paese in difficoltà. Il primo di questi approcci, spiegato nei “Classic Term”, prevede un riscadenzamento del debito a termini predefiniti, con il tasso d’interesse negoziato volta per volta e il rimborso previsto nell’arco di dieci anni (vedi accordi con Argentina, Indonesia, Polonia e Zaire). Se i “Classic Term” fino agli anni ottanta sono stati l’unico approccio del Club di Parigi, con la crisi del Messico nel 1982 il Club cambia la modalità e l’orientamento delle proprie trattative: nascono infatti i “Venice Term”. Questo approccio, a differenza del primo, garantisce un maggiore periodo di rimborso per i Paesi che richiedono l’aiuto del Club e vengono utilizzati principalmente nei confronti degli Stati africani. Successivamente, alla fine degli anni ottanta, nasce il concetto di “cancellazione del debito” per la prima volta utilizzato nei confronti del Mali nell’ottobre del 1988 e introdotto dai “Toronto Term”. Questi ultimi prevedono che il debito concesso a condizioni agevolate dove essere recuperato in 25 anni con 14 anni di sospensione delle rate di servizio.

    Nel dicembre del 1991 vengono introdotti i “London Term” e nel dicembre del 1994 i “Naples Term”. Entrambi gli approcci includevano una “goodwill clause”, secondo la quale i creditori s’impegnano a considerare operazioni sullo stock di debito per quei Paesi che hanno una buona serie di performance per almeno tre anni, secondo un programma di aggiustamento sostenuto dal Fondo Monetario Internazionale (FMI).

    Nel corso degli anni si susseguono altri approcci utilizzati dal Club di Parigi, fino ad arrivare nel 1996 a un programma specifico per i Paesi del Terzo mondo, la Heavily Indebted Poor Countries (HIPC) Initiative, attiva ancora adesso, mentre per i Paesi non-HIPC, venne decisa una minore azione di riduzione del debito proponendo in alternativa l’assunzione del loro debito ad investitori privati (vedi Club di Londra).

    Funzionamento, Principi e Regole

    Il funzionamento Club di Parigi si basa su cinque principi chiave:

    1) Trattamento caso per caso del debito:

    Il Club di Parigi prende decisioni caso per caso, al fine di adeguare la propria azione alla situazione specifica di ciascun Paese debitore.

    2) Consenso:

    Le decisioni del Club di Parigi non possono essere prese senza il consenso dei Paesi creditori coinvolti.

    3) Condizionalità:

    I Paesi debitori che richiedono al Club di Parigi la ristrutturazione del debito sono tenuti a fornire una descrizione precisa della loro situazione economica e finanziaria, devono impegnarsi ad attuare riforme per ripristinare la loro situazione economica e finanziaria, devono dimostrare di attuare riforme nel quadro di un programma del Fondo Monetario Internazionale (FMI).

    4) Solidarietà:

    Tutti i membri del Club di Parigi decidono di agire come “gruppo unico” nei loro rapporti con un determinato Paese debitore.

    5) Clausola della comparabilità:

    Il Paese debitore a seguito dell’intesa raggiunta con i Paesi creditori riuniti nel Club di Parigi, dovrà impegnarsi a non riconoscere condizioni più vantaggiose a creditori diversi da quelli facenti parte del Club di Parigi.

    Paesi membri, Osservatori e Meccanismi di Partecipazione

    I Paesi creditori del Club di Parigi generalmente si incontrano ogni mese (tranne in febbraio e agosto) in Francia presso il Ministero dell'Economia, delle Finanze e dell'Industria di Parigi. Ogni sessione mensile comprende un incontro denominato "Tour d’Horizon", durante il quale i creditori del Club di Parigi discutono tra di loro la situazione del debito estero dei Paesi debitori o questioni metodologiche riguardanti il debito dei Paesi in via di sviluppo. Il Paese debitore è di solito rappresentato dal Ministro delle Finanze, generalmente capo di una delegazione composta da funzionari del Ministero delle Finanze e della Banca Centrale. Nelle riunioni del Club di Parigi, non sono coinvolti tutti gli Stati che ne fanno parte, bensì solo quei Paesi, membri permanenti del Club, che risultano essere i principali creditori dello Stato debitore la cui situazione viene prese in considerazione.

    I Paesi considerati membri permanenti sono 19: Australia, Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Federazione Russa, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Giappone, Olanda, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera, Stati Uniti e Regno Unito.

    Possono essere invitati a partecipare a singole ristrutturazioni, in qualità di creditori, anche Paesi che non fanno parte dei membri permanenti. Ciò è avvenuto con: Abu Dhabi, Argentina, Brasile, Corea, Israele, Kuwait, Marocco, Messico, Nuova Zelanda, Portogallo, Sud Africa, Trinidad e Tobago e Turchia.

    Anche altri creditori pubblici possono ugualmente partecipare alle sessioni di negoziazione, col benestare dei membri permanenti e dei Paesi debitori. In questo caso, tali creditori convengono ad agire in buona fede e seguire le regole e i principi del Club di Parigi.

    Infine, possono partecipare alle riunioni, in qualità di osservatori, i rappresentanti delle principali istituzioni finanziarie internazionali, quali la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale (FMI), l’UNCTAD, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), Banca di sviluppo Africana (ADB), Banca di sviluppo Asiatica (BASS), Banca Inter-Americana di sviluppo (IBD), Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS).

    Club di Parigi e Ruolo del Fondo Monetario Internazionale

    Il Club di Parigi agisce di concerto con altri organismi finanziari internazionali, primo fra tutti il FMI. Un Paese in difficoltà finanziarie che ottiene un programma di finanziamento dal FMI, condizionale all’attuazione di determinate politiche economiche, accede al Club di Parigi per una ristrutturazione del debito coerente con il programma del FMI.

    Il Club di Parigi agisce in stretto collegamento con il FMI, sulla base del criterio del “Burden Sharing” (cioè, la condivisione dei costi e dei rischi derivanti dall’intervento a favore dei Paesi debitori). In questo modo, un Paese indebitato che voglia chiedere al Club di Parigi la riconsiderazione del proprio debito dovrà innanzitutto dimostrare di essere destinatario di un programma di aiuto avviato dal FMI e diretto al risanamento dell’economia e dimostrare, altresì, di trovarsi in serio pericolo di insolvenza (Imminent Default). Il Club di Parigi non concede, quindi, denaro, ma serve per riscandensare la restituzione del debito.

    Negoziato di Ristrutturazione del Debito

    La richiesta di ristrutturazione viene portata dal Paese debitore interessato all’esame del Club di Parigi nel corso di una riunione che raggruppa il Paese debitore e gli Stati principali creditori. A tale riunione partecipano di solito anche i rappresentanti del FMI, i quali illustrano la situazione economica del Paese debitore e le prospettive di crescita; vengono poi presentate le relazioni dei rappresentanti della Banca Mondiale e dell’UNCTAD che rispetto a quella del FMI, hanno un’impostazione di carattere prevalentemente finanziario. A tali presentazioni segue l’intervento del rappresentante del Paese intende assumere ai fini del risanamento dell’economia e definisce l’entità del richiesto alleggerimento del debito.

    Si svolge in definitiva, un negoziato intergovernativo, i cui risultati consistono in un programma di risanamento del debito sottoscritto dai rappresentanti dei Paesi creditori e da quello del Paese debitore. Non si tratta di un accordo internazionale, ma di un impegno assunto dai rappresentanti degli Stati creditori e da quello del Paese debitore. Non esiste quindi, un accordo di ristrutturazione del debito concluso tra il Club di Parigi in quanto tale e il Paese indebitato, ma solo un’intesa al riguardo, raggiunta all’interno del Club mediante consensus.

    Il Paese debitore a seguito dell’intesa raggiunta con i Paesi creditori riuniti nel Club di Parigi, dovrà impegnarsi a non riconoscere condizioni più vantaggiose a creditori diversi da quelli facenti parte del Club di Parigi (si tratta della c.d. clausola di comparabilità). A questo punto i Governi creditori, se d’accordo, potranno procedere individualmente alla stipulazione di accordi bilaterali con il Paese debitore.

    Iniziativa HIPC (Heavily Indebted Poor Countries): Decision Point, Interim Debt Relief,Completion Point, Cut Off Date

    L’iniziativa HIPC (Heavily Indebted Poor Countries) fu studiata negli anni ’90 dalla Banca Mondiale e dal FMI per rendere sostenibile nel medio-lungo periodo il debito estero dei Paesi più poveri. La grossa novità apportata da questa misura è la riduzione del debito anche nei confronti degli organismi finanziari internazionali e non solo dei Governi creditori. Per essere eleggibili all’iniziativa HIPC, il Paese deve adottare un programma di riaggiustamento e di riforme sostenuti dal FMI e dalla Banca Mondiale e mettere in atto suddetto programma per un periodo di tre anni. Durante questo periodo, il Paese continua a ricevere degli alleggerimenti del debito tradizionali da parte del Club di Parigi. Le fasi che prevedono la riduzione del debito sono sostanzialmente tre:

    1) Decision Point:

    Per raggiungere il “decision point” il Paese HIPC deve aver attuato con successo una serie di misure in campo economico (programmi di stabilizzazione macroeconomica, riforma del settore pubblico, riorientamento della spesa pubblica per progetti nel campo della riduzione della povertà, educazione, sanità e sociale). In questa fase viene calcolato l’ammontare della riduzione debitoria necessaria per portare gli indicatori del debito ai livelli previsti dall’iniziativa ed il Paese comincia a beneficiare della cancellazione parziale del debito.

    2) Interim Debt Relief:

    I creditori del Club di Parigi possono concedere caso per caso un alleviamento interinale tra il punto di decisione e la data attesa del punto di compimento, attraverso un trattamento di flusso con una tassa d’annullazione del 90%.

    3) Completion Point:

    L’assistenza residua definita al punto di decisione (“decision point”) viene raggiunta in questa data, attraverso una riduzione della partita del debito eleggibile fino ad un tasso del 90% in valore attuale netto dai creditori del Club di Parigi.

    Inoltre, nel momento in cui un Paese richiede per la prima volta l’intervento del Club di Parigi per la ristrutturazione del proprio debito estero, viene stabilita una data convenzionale, la c.d. “Cut off Date”, che va a suddividere temporalmente il debito maturato fino a quel momento, oggetto di ristrutturazione, dal debito che potrà maturare successivamente e che non sarà, in linea di principio, ristrutturabile in futuro. La “Cut off Date” serve a tutelare le agenzie per il credito all’esportazione le quali, in mancanza di una tale indicazione, potrebbero non assicurare operazioni economiche all’interno del Paese debitore nel timore che quest’ultimo non onori i nuovi debiti. La “Cut off Date” va ad aiutare il Paese debitore in crisi, sia in termini di possibilità di un nuovo accesso al credito, sia fungendo da stimolo a nuovi investimenti privati stranieri. E’ tuttavia previsto, in casi eccezionali (Topping Up), che il Club di Parigi possa decidere di ristrutturare anche una parte del debito sorto successivamente alla “Cut off Date”, al fine di colmare un eventuale gap finanziario della bilancia dei pagamenti del Paese debitore, che venga segnalato dal FMI al Club (questo è quanto avvenuto con l’Uganda a cui è stato cancellato il 106% del debito, attingendo quindi, per l’ulteriore 6% al debito maturato in un periodo successivo alla fissazione della “Cut off Date”).

    Bibliografia

    BIGGERI M. … VOLPI F. (2006) Teoria e politica dell’aiuto allo sviluppo, Milano, Franco Angeli Editore

    CLUB DE PARIS sito web, (www.clubdeparis.org)

    MINISTERO DEL TESORO, DEL BILANCIO E DELLA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA (2000) Iniziative per la riduzione del Debito Estero dei PVS, Relazione No. 3 (http://www.dt.tesoro.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/rapporti_finanziari_internazionali/rapporti_finanziari_internazionali/banche_multilaterali_di_Sviluppo/pag47-84.pdf)

    SCISO E. (2012) Appunti di diritto internazionale dell’economia, Torino, Giappichelli Editore (http://www.giappichelli.it/home/978-88-348-2690-4,3482690.asp1)

    SERIEUX J. E. … YIAGADEESEN S. (2003) Debt Relief for the Poorest Countries, New Jersey, Transaction Publishers

    WEISS M. A. (2013) The Paris Club and International Debt Relief, Congressional Research Service Report, December (http://www.fas.org/sgp/crs/misc/RS21482.pdf)

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • CLUP

    Acr. di: Costo del Lavoro per Unità di Prodotto. Controvalore monetario del lavoro dipendente incorporato in una unità di pro- dotto. Quando il Clup italiano, p.e., aumenta più del Clup delle nazioni concorrenti, diminuisce la competitività dei prodotti del nostro Paese.

  • CLUSTER VENTURE FINANCING

    Finanziamento per la costituzione di un polo aziendale attraverso il quale un operatore acquista quote di capitale di rischio di più società operative indipendenti, integrabili verticalmente od orizzontalmente, per poi raggrupparle e affi- darne ad una holding il coordinamento strategico.

  • CNEL

    Acr. di: Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Il CNEL è un organo ausiliario previsto dalla Costituzione (art. 69), con compito di consulenza nei confronti delle Camere e del Governo e al quale è stato attribuito potere di iniziativa legislativa in materia economica e sociale. Il CNEL si compone di due categorie di componenti: gli esperti e i rappresentanti delle categorie produttive (tra i quali anche rappresentanti di banche). organi del CNEL sono il presidente, i vice-presidenti, le commissioni permanenti e speciali, la commissione per il regolamento. Il CNEL è stato istituito dalla l. 51.1957, n. 33 e con l. 30.12.1986, n. 936 è stata rinnovata la disciplina relativa alla sua composizione e alle sue attribuzioni. Il Consiglio ha durata di 5 anni: Il Presidente è nominato, al di fuori dei componenti, con decreto del Presidente della Repubblica. Il CNEL è composto da 111 consiglieri: 12 esperti, scelti fra qualificati esponentidella cultura economica, sociale e giuridica; 99 rappresentanti delle categorie produttive di beni e servizi nei settori pubblico e privato, di cui 44 rappresentanti dei lavoratori dipendenti, 18 rappresentanti del lavoro autonomo, 37 rappresentanti delle imprese. Il CNEL è oggi un’istituzione che vive di relazione, di intrecci fra soggetti e si sforza di essere luogo in cui si forma e si esprime il “bene del rappresentare”, un bene che è componente essenziale della democrazia. Negli ultimi anni il CNEL si è posto come istituzione in grado di dare forza alla dimensione “intermedia”, cioè all’associazionismo imprenditoriale, alle autonomie locali e funzionale, ai distretti industriali ed ai sindacati. A questo fine, il CNEL ha articolato la propria attività su quattro funzioni essenziali: allargamento della rappresentanza, servizio, politiche di coesione, consulenza attiva.

  • CO-FINANCING

    Termine generico relativo a qualunque tipo di operazione che riunisce in un unico “pacchetto” i fondi di un’istituzione multilaterale di sviluppo e quelli di altre categorie di operatori per il finanziamento di uno specifico progetto di investimento a favore di un paese emergente. Si tratta di un particolare tipo di project financing lanciato all’inizio degli anni Settanta dalla Banca mondiale nell’ambito dei programmi ufficiali di assistenza allo sviluppo e ripreso nel corso degli anni Ottanta, in concomitanza con la fase di maggior espansione dell’attività di credito ai paesi in via di sviluppo, al fine di promuovere il concorso degli organi privati ai programmi ufficiali di sostegno finanziario. Il co-financing si perfeziona tipicamente grazie alla partecipazione di una o più delle seguenti categorie di mutuanti ad un’operazione organizzata dallaBanca mondiale: istituzioni ufficiali, quali agenzie governative, altri organismi multilaterali, regionali ecc.; istituti di credito all’esportazione; istituzioni finanziarie a carattere privato (banche commerciali, di investimento, società finanziarie ecc.). Esso trova fondamento, quindi, nella possibilità di conciliare obiettivi e criteri perseguiti da operatori assai eterogenei, e il suo successo dipende proprio dalla possibilità di mediare opportunamente i reciproci interessi, con particolare riferimento alla possibilità di esercitare un controllo più rigoroso sulla destinazione dei fondi e sulla capacità di credito dei mutuatari. Sotto il profilo tecnico, si individuano due schemi operativi: il joint financing e il parallel financing. Il primo prevede che i fondi erogati congiuntamente dallaBanca Mondiale e dai suoi partners (o cofi- nanziatori) coprano in modo indistinto una quota dei costi del progetto finanziato; nel secondo, invece, ciascuno stabilisce a monte le parti del progetto o le liste di beni che intende finanziare. In entrambi i tipi di co-financing, comunque, il mutuatario stipula contratti separati con i diversi cofinanziatori, negoziando per ciascuno di essi termini e condizioni secondo i criteri normalmente vigenti. Il collegamento dei crediti così concessi si realizza mediante apposite clausole accessorie con cui i contraenti definiscono i reciproci interessi e le funzioni da svolgere per tutto l’arco di vita del prestito. Tali impegni si concretizzano nei seguenti elementi contrattuali: clausola di insolvenza incrociata (cross-default clause), che stabilisce, in caso di accertata insolvenza del mutuatario, una relazione diretta tra il prestito del cofinanziatore e quello della Banca Mondiale, attenuando con ciò il rischio di credito; clausola di controllo incrociato (cross-reference clause), grazie a cui la Banca Mondiale, attraverso la propria opera di gestione dell’operazione ed in virtù della propria expertise, garantisce ad ogni cofinanziatore il monitoraggio continuo delle condizioni economiche e finanziarie del mutuatario e dello stato di avanzamento del progetto; impegno formale allo scambio di informazioni concernenti la situazione economica e finanziaria del mutuatario e assunzione di precisi compiti amministrativi da parte dei partecipanti. La struttura tecnica del co-financing consente quindi notevoli vantaggi alle parti in causa: i paesi beneficiari ottengono flussi di capitali aggiuntivi e a condizioni più favorevoli rispetto a quelli ottenibili sul mercato in condizioni normali; la Banca Mondiale realizza la possibilità di estendere i propri programmi di sviluppo, massimizzando gli apporti esterni; i cofinanziatori, infine, sfruttano una proficua opportunità di ampliare il volume dei propri impieghi senza pregiudicare la struttura dei rischi, grazie alle garanzie offerte dalla Banca Mondiale. Nonostante la sua apparente appetibilità, il co-financing non ha avuto l’impatto auspicato e le iniziative promosse hanno conosciuto uno sviluppo piuttosto limitato, inducendo la Banca Mondiale a studiare alcuni strumenti innovativi e ad attivare una parallela campagna di marketing presso gli enti finanziari privati.

  • COASSICURAZIONE

    Assicurazione del medesimo rischio, particolarmente elevato, da parte di più imprese assicurative, ognuna delle quali assume su di sè una quota parte del rischio assicurato. Una delle compagnie assicuratrici, detta delegataria, incassa il premio e risarcisce il rischio per conto delle altre.

  • CODECISIONE

    Codecisione o “procedura legislativa ordinaria” (artt. 289 e 294 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea) è la procedura attraverso la quale il Consiglio dell’UE e il Parlamento europeo esercitano congiuntamente la funzione legislativa.
    Dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il campo d’applicazione della procedura di co-decisione è notevolmente ampliato e riguarda, fra gli altri, il settore dell'immigrazione legale (controlli alle frontiere, asilo e immigrazione), la cooperazione giudiziaria in materia penale (Eurojust, prevenzione della criminalità, ravvicinamento delle norme penali, infrazioni e sanzioni), la cooperazione di polizia (Europol), determinate disposizioni nel settore dell’agricoltura (art. 43, par. 2, TFUE), del diritto di stabilimento (art. 51, TFUE), dei servizi (artt. 53, par. 2, e 59, par. 1, TFUE), dei capitali (art. 64, par. 2, TFUE).

  • CODICE A BARRE

    È un particolare sistema di lettura ottica nel quale i dati vengono rappresentati utilizzando combinazioni di righe con diversi spessori, in accordo a standard internazionali. I dati così codificati sono leggibili mediante dispositivi di lettura ottica di vario tipo (bar-code scanner, pistola laser). È un tipo di codice utilizzato in modo pressoché generalizzato per la gestione delle merci, organizzando i dati secondo gli standard Universal Price Code (UPC) o European Article Number (EAN). Esistono poi altri standard, p.e. per i libri e i medicinali. L’impiego più noto è quello per rilevare prezzi e altre informazioni di prodotti in negozi e supermercati.

  • CODICE CFI DEGLI STRUMENTI FINANZIARI

    CFIè l’acr. di Classification for Financial Instruments ed è lo standard ISO 10962 (fr. Valeurs mobilières et autres instruments financiers concernés-Classification des instruments financiers; ingl. Securities and related financial instruments-Classification of Financial Instruments) per la classificazione degli strumenti finanziari. Consta di 6 caratteri. Il primo carattere indica il livello più alto della classificazione e individua sei categorie di strumenti finanziari (azioni; strumenti di debito e cioè obbligazioni ecc.; diritti, options; futures; altro). Il secondo carattere indica specifici gruppi all’interno di ciascuna categoria. Gli altri quattro caratteri indicano i più importanti attributi in ciascun gruppo. I Codici CFI sono predisposti dalle NNA (National Numbering Agency), organizzazioni specializzate nell’unificazione (in Italia l’UIC) coordinate dall’ANNA (Association of National Numbering Agencies). I codici CFInon sono ancora di generale applicazione.

  • CODICE DI AUTODISCIPLINA

    Il Codice di autodisciplina (1999) delle società quotate è stato redatto da un Comitato costituito per iniziativa della Borsa Italiana spa e composto, oltre che dal presidente di Borsa Italiana (che ne è stato il coordinatore, nella fase di redazione del Codice di autodisciplina), da rappre- sentanti di industrie, banche, assicurazioni oltre che associazioni di emittenti e di investitori. L’obiettivo che il Comitato si è posto all’atto della realizzazione del Codice di autodisciplina è stato quello di confortare gli investitori internazionali circa l’assunzione da parte delle società quotate italiane di un modello di governo societario allineato con quello dei paesi finanziariamente più evoluti. Peraltro la scelta adottata, al fine dell’introduzione del Codice di autodisciplina nel sistema degli emittenti domestici, sembra rispecchiare la volontà di evitare forme di ingerenza diretta nella vita degli organismi societari italiani. Infatti, rispetto a quanti sostenevano l’opportunità di una forma di regolamentazione che avesse forza cogente verso le società quotate, ha prevalso la via della autodeterminazione da parte degli emittenti rispetto ad un Codice di autodisciplina che racchiude i principi e le regole di un modello di organizzazione societaria già capace di ottenere risultati di rilievo assoluto sui mercati internazionali. Il Codice di autodisciplina indica nel Consiglio di Amministrazione l’organo centrale ai fini di una efficiente conduzione della politica imprenditoriale delle società, ove il medesimo sia in grado di agire con la necessaria autorevolezza ed effettività, esprimendo a pieno il primato dell’interesse sociale e conseguentemente della massimizzazione del valore per gli azionisti. Il Codice di autodisciplina contiene precise indicazioni quindi per una complessiva e conveniente ripartizione dei ruoli tra amministratori esecutivi e non, sottolineando la essenzialità della presenza nei Consigli di una componente non esecutiva, capace di avere un peso significativo nella ponderazione delle decisioni da adottare. Il Comitato ha poi indicato nel Codice di autodisciplina il rilievo da riconoscere alla libertà di giudizio degli amministratori, arrivando per questa via a prevedere la nomina di un numero congruo di amministratori indipendenti, destinati ad avere un ruolo fortemente incisivo anche all’interno dei comitati costituiti dal Consiglio di amministrazione. Altamente significativo è poi il ruolo del Presidente del Consiglio di Amministrazione, secondo il modello di governance contenuto nel Codice di autodisciplina, per la responsabilità della carica in relazione al funzionamento del Consiglio medesimo, per la corretta distribuzione dell’informazione ai consiglieri e per la funzione di coordinamento che complessivamente gli compete. Il Comitato punta poi sulla trasparenza nelle nomine dei componenti il Consiglio, raccomandando la preventiva esplicitazione delle caratteristiche personali e professionali dei candidati. In questo senso si suggerisce che le società, ove lo considerino utile, costituiscano un apposito comitato per le proposte di nomina. È sicuramente essenziale, poi, la raccomandazione che invita a determinare la remunerazione degli amministratori in maniera trasparente e indipendente da qualsiasi forma di influenza da parte dei medesimi; ma soprattutto in maniera tale da allineare l’interesse dei consiglieri a quello delle società e degli azionisti, con meccanismi almeno in parte variabili e collegati a precisi obiettivi indicati nella strategia imprenditoriale. Le linee di sviluppo del modello contenuto nel codice invitano quindi a modulare le forme di controllo dell’attività di gestione in modo conseguente alle dimensioni e alle esigenze delle società, anche qui con la eventuale costituzione di appositi comitati. Si propone poi la creazione di forti canali di collegamento con l’azionariato e, in particolare, con gli investitori istituzionali e si invita alla trasparenza anche in sede di nomina dei membri dei Collegi dei Sindaci, in vista di una loro totale destinazione all’assolvimento degli interessi sociali.

  • CODICE MECCANOGRAFICO

    Noto anche come Codice ABI, è l’insieme di numeri distintivi di ciascun ente creditizio iscritto all’albo delle banche predisposto per identificarlo con chiarezza e precisione nei rapporti che esso intrattiene con la Banca d’Italia, con l’ABI e con gli altri enti creditizi.

  • CODICE MONETARIO INTERNAZIONALE

    . Insieme di norme che costituiscono gli per la costituzione del FMI, stipulati a Bretton Woods (v. Accordi di Bretton Woods) nel 1944, modificati nel 1968 e nel 1976. Tale codice, attualmente composto di 31 articoli e uno di introduzione, venne redatto allo scopo di prevenire quelle situazioni di crescenti controlli amministrativi sugli scambi e sui pagamenti internazionali che avevano portato, nel periodo fra le due guerre, a un circolo vizioso di svalutazione a catena. L’accento fu posto sui meccanismi monetari, in quanto la moneta era ritenuta un fattore primario nell’instaurazione di un ordine economico internazionale. Le norme più importanti per il raggiungimento di tale obiettivo sono quelle racchiuse negli art. IV e VIII. L’art. IV stabilisce i criteri per la determinazione della parità monetaria; Part. VIII (obbli- ghi generali dei membri) vieta sia le restrizioni sui pagamenti internazionali (sez. 2) sia le pratiche valutarie discriminatorie (sez. 3), prevede la convertibilità obbligatoria dei saldi di pertinenza estera (sez. 4) (v. convertibilità della moneta) e contempla l’impegno a fornire al FMI tutte le informazioni relative agli scambi (sez. 5). Il FMI è l’istituzione, dotata di personalità giuridica (art. IX), che sovraintende all’osservanza di tali norme. Dagli inizi degli anni ‘70 le mutate caratteristiche della situazione economica internazionale hanno messo in evidenza la necessità di una revisione della materia, peraltro con riferimento al sistema dei cambi piuttosto che ai principi ispiratori degli accordi. Due importanti emendamenti alle norme in questione sono stati adottati, rispettivamente nel 1969 e nel 1978. Una terza modifica delle norme originarie è stata proposta nel 1990. In essa è contemplata la sospensione dal diritto di voto di un paese membro nel caso che questo non rispetti i propri obblighi statutari. Nel 1992 è entrato in vigore il terzo emendamento al Codice Monetario Internazionale. Esso prevede la sospensione del diritto di voto di un paese membro che ripetutamente violi i propri obblighi statutari.

  • CODICE TITOLO

    Codice alfanumerico che contraddistingue i titoli consentendone l’uniforme identificazione. Viene utilizzato nelle operazioni di compravendita e scambio dei titoli, nelle procedure centralizzate della Consob e della Monte Titoli, nelle segnalazioni statistiche di vigilanza dovute dalle banche alla Banca d’Italia.

  • CODICI ISIN DEI TITOLI

    . ISIN è l’acr. di International Securities Identification Number (fr. Système international de numérotation pour l’identification des valeurs mobilières) ed è lo standard ISO 6166 di identificazione dei titoli per ogni applicazione nel trading e nell’amministrazione. L’ISIN si compone di una sequenza di 12 caratteri divisi in tre parti: un prefisso di due caratteri alfabetici identificativo del Paese (secondo lo standard ISO 3166), un codice di 9 caratteri di identificazione del titolo e un carattere finale di controllo. Gli ISIN sono stati elaborati e sono aggiornati dalle NNA (National Numbering Agency), organizzazioni specializzate nell’unificazione (in Italia l’UIC) coordinate dall’ANNA (Association of National Numbering Agencies). L’ultima versione dei codici ISIN è quella del 22.3.2001.

  • CODICI ISO DELLE VALUTE

    Lo standard ISO 4217 contiene i codici identificativi delle valute e dei fondi (ingl.: Codes for the representation of currencies and funds, fr.: Codes pour la représentation des monnaies et types de fonds) stesi dal Comitato tecnico TC 68. Ogni codice è composto di tre lettere latine maiuscole dalla A alla Z. L’ultima versione dei codici pubblicata è quella del 30.8.2001. Gli elenchi dei codici sono riportati n Appendice.

  • COEFFICIENTE DI LIQUIDITÀ

    Rapporto tra le disponibilità, a vista e di pronto realizzo, e le esigibilità a vista ed a breve scadenza (conosciuto anche come quick ratio o acid test). Esprime il grado di liquidità di un’azienda ed è uno degli indici o ratios finanziari più signi- ficativi, ai fini delle analisi di bilancio secondo il metodo dei coefficienti. Per quanto attiene all’attività bancaria, il problema della liquidità e, quindi, la ricerca del quick ratio, riveste un ruolo del tutto particolare, date le caratteristiche operative delle banche. Infatti, queste ultime devono cercare e conservare un giusto grado di liquidità, che permetta loro, attraverso una stretta correlazione anche temporale tra le operazioni attive e quelle passive, di far fronte tempestivamente e costantemente, da un lato, alle richieste di rimborso da parte dei depositanti e, dall’altro, a quelle di utilizzo dei crediti da parte dei clienti affidati. Per quanto riguarda l’attività mobiliare, le SIM autorizzate all’esercizio, anche disgiunto, delle attività di negoziazione per conto proprio e di collocamento e distribuzione di valori mobiliari, sono tenute al rispetto di un particolare valore del coefficiente di liquidità, fissato dall’Autorità di vigilanza: in particolare, il rapporto fra le attività e le passività correnti non deve scendere sotto l’unità.

  • COEFFICIENTE DI RISCHIO

    Grado di rischiosità degli affidamenti concessi dalla banca ai propri clienti. Le operazioni di finanziamento comportano il maggior rischio in relazione al pericolo di perdite e a quello di immobilizzo dei mezzi finanziari investiti.La politica degli investimenti deve essere impostata, quindi, tenendo conto che il grado di rischio dipende dalla condizione economica dell’azienda finanziata e dalla capacità dei suoi dirigenti di utilizzare il finanziamento ottenuto per accrescere, secondo criteri opportuni, la produttività aziendale o per porre efficaci rimedi a momentanei squilibri finanziari. Questo coefficiente permette di meglio valutare il rischio degli affidamenti fatti e trova il suo fondamento nella profonda conoscenza dell’impresa da finanziare e dell’ambiente esterno in cui essa opera.

  • COEFFICIENTE DI SOLVIBILITÀ

    Tipico coefficiente di patrimonializzazione calcolato come rapporto tra l’ammontare del patrimonio di vigilanza e il totale delle attività, in bilancio e fuori bilancio, ponderate in ragione dei rischi di perdita per inadempimento dei debitori (rischio di credito). Le banche devono costantemente mantenere un coefficiente di solvibilità minimo dell’8%, che può scendere al 7% per le banche appartenenti a gruppi bancari, purché sia rispettato il minimo dell’8% nel consolidato di gruppo. Sono esclusi dalle attività di rischio le attività dedotte dal patrimonio di vigilanza e gli strumenti finanziari che costituiscono il portafoglio non immobilizzato della banca; a questi ultimi si applicano irequisiti patrimoniali sui rischi di mercato. La materia è regolata nel TUBC dall’art. 53, comma 1, lett. a), che attribuisce alla Banca d’Italia, in conformità delle deliberazioni del CICR, il potere di emanare disposizioni di carattere generale aventi a oggetto l’adeguatezza patrimoniale; dall’art. 53, comma 3, che attribuisce alla Banca d’Italia il potere di adottare, ove la situazione lo richieda, provvedimenti specifici nei confronti di singole banche per le materie indicate nel comma 1; dall’art. 65, che definisce i soggetti inclusi nell’ambito della vigilanza consolidata; dall’art. 67, comma 1, lett. a), che, al fine di realizzare la vigilanza consolidata, attribuisce alla Banca d’Italia, in conformità delle deliberazioni del CICR, la facoltà di impartire alla capogruppo, con provvedimenti di carattere generale o particolare, disposizioni, concernenti il gruppo bancario complessivamente considerato o suoi componenti, aventi a oggetto l’adeguatezza patrimoniale. Valgono, inoltre, il d.lg. 27.1.1992 n. 87, recante disposizioni in materia di conti annuali e consolidati degli enti creditizi e finanziari; la deliberazione del CICR 12.1.1994, la direttiva 89/299/CEE del 17.4.1989, concernente i fondi propri delle banche (modificata dalla direttiva 92/16/CEE del 16.3.1992 e dalla direttiva 91/633/CEE del 3.12.1991 recante disposizioni applicative relative alla direttiva 89/299/CEE), la direttiva 89/647/CEE del 18.12.1989 in materia di coefficiente di solvibilità delle banche (modi- ficata dalla direttiva 95/15/CE del 31.5.1995, dalla direttiva 96/10/CE del 21.3.1996 e dalle direttive 98/32/CE e 98/33/CE, entrambe del 22.6.1998) e l’Accordo di Basilea 1988 sulla valutazione del patrimonio e sui coefficienti patrimoniali minimi delle banche, aggiornato ad aprile 1998 e l’ “Emendamento all’Accordo sul Capitale per incorporarvi i rischi di mercato” del gennaio 1996, aggiornato ad aprile 1998. Per le Istruzioni di vigilanza della Banca d’Italia v. il Tit. IV, cap.2. Il coefficiente di solvibilità commisura l’operatività della banca, in termini qualitativi e dimensionali, alla consistenza delle risorse patrimoniali. L’aspetto qualitativo del rischio di credito viene valutato applicando, secondo la natura della controparte debitrice, il rischio paese e le garanzie ricevute, alle diverse attività di rischio (crediti per cassa e operazioni fuori bilancio) fattori di ponderazione variabili secondo il grado di rischio dallo 0% (p.e. crediti per cassa e operazioni fuori bilancio assistiti da garanzia reale su depositi n contanti presso la banca), 20% (p.e. crediti per cassa e operazioni fuori bilancio assistiti da garanzia reale su valori (diversi dai titoli azionari, dai prestiti subordinati e dagli strumenti ibridi di patrimonializzazione) emessi dalle banche multilaterali di sviluppo), 50% (p.e. crediti ipotecari e operazioni di leasing su immobili residenziali), 100% (p.e. crediti per cassa e operazioni fuori bilancio nei confronti di enti del settore pubblico della zona B, cioè dei Paesi non OCSE), 200% (partecipazioni in imprese non finanziarie con risultati di bilancio negativi negli ultimi due esercizi). A livello individuale, le presenti disposizioni si applicano alle banche autorizzate in Italia con esclusione delle succursali in Italia di banche extracomunitarie aventi sede in paesi del G-10. La Banca d’Italia può escludere dai destinatari della disciplina le succursali in Italia di banche extracomunitarie non appartenenti al G-10 quando le attività di tali enti sono sottoposte nei paesi di origine a strumenti di vigilanza equivalenti a quelli che vengono applicati alle banche italiane. A livello consolidato, le presenti disposizioni si applicano tanto alle capogruppo di gruppi bancari; quanto alle singole banche italiane, non appartenenti a gruppi bancari, che abbiano partecipazioni di controllo congiunto in società bancarie, finanziarie e strumentali. Le banche devono segnalare il coefficiente di solvibilità individuale trimestralmente in un’apposita sezione della matrice dei conti e quello consolidato semestralmente con riferimento al 31 dicembre e al 30 giugno.

  • COEFFICIENTE DI TESORERIA

    Indice di bilancio, appartenente alla categoria dei “segnalatori finanziari”, dato dal rapporto tra le disponibilità liquide e le esigibilità a vista ed a breve termine. Viene anche detto coefficiente secco di liquidità o acid test. Con specifico riferimento all’attività bancaria, si parla di coefficiente minimo di tesoreria per indicare la riserva di liquidità. Quest’ultima è determinata dalle concrete esigenze gestionali di ogni singola banca, cosicché il suo livello ottimale può variare da una banca ad un’altra. Tale riserva, quindi, non coincide necessariamente con quella obbligatoria, stabilita dalle autorità monetarie, tenendo conto delle particolari condizioni economico-finanziarie del paese.

  • COFACE

    Acr. di: Compagnie Française d’Assurancepour le Commerce Extérieur. Costituita nel 1946 con décret 1er.6.1946, gestisce da allora per conto dello Stato prodotti finanziari per il sostegno delle esportazioni francesi e in specie di quelli che costituiscono i grandi contratti finanziati a medio-lungo termine, non assicurabili dalle compagnie d’assicurazioni private. Questa gestione, tenuta secondo le modalità fissate dal Governo e contabilmente separata, è diventata col tempo solo una parte dell’attività della COFACE (l’8% nel fatturato di gruppo 2000 di 409 milioni di €). Oltre ai crediti all’esportazione a medio-lungo termine, la COFACE assicura il credito acquirente, il credito fornitore e offre garanzie per i finanziamenti di progetti, il tutto per conto del Governo. Nel 1988 COFACE ha diversificato l’attività acquisendo la principale società francese (SCRL) di servizi di informazione commerciale e di recupero crediti. In questo campo l’espansione è continuata negli anni successivi con l’acquisizione di altre società (da ultimo dell’americana Veritas Business Information). Il Gruppo COFACE, oltre alle varie forme di assicurazione dei crediti a condizioni agevolate o di mercato, domestici e all’esportazione, offre in Europa, nelle Americhe e nell’Estremo Oriente servizi di informazione commerciale, di rating e di recupero crediti. Nel 1994 la società è stata privatizzata e dal 2.2.2000 è quotata a Parigi.

  • COGEBAN

    Acr. di: COnvenzione per la GEstione del Marchio BANcomat. Anche CO.GE.BAN. La CoGeBan è un’associazione di imprese (nella forma di associazione non riconosciuta), con sede legale a Roma, costituita il 5.8.1995 su iniziativa dell’ABI allo scopo di disciplinare e sviluppare la funzione di pagamento del servizio Bancomat dal 1996 presso terminaliPOS (servizio PagoBancomat) e di garantirne la qualità (artt. 1 e 2 dello statuto). Ne è Presidente il Direttore Generale dell’ABI. CoGeBan ha avuto dall’ABI nel 2001 la licenza esclusiva dell’uso dei marchi Bancomat e PagoBancomat. L’art. 3 dello statuto prevede che possono far parte dell’associazione le banche e gli enti capogruppo di gruppi bancari associati all’ABI, che aderiscono alla Convenzione Interbancaria per il trasferimento dati SITRAD/ RNI e che hanno sottoscritto la licenza d’uso del marchio Bancomat per la funzione di pagamento su terminali POS.

  • COINTEGRAZIONE DELLE SERIE STORICHE FINANZIARIE (ENCICLOPEDIA)

    Abstract


    La cointegrazione è un caso raro ma rilevante che si verifica in ambito econometrico quando combinazioni lineari di variabili non stazionarie non risultano integrate dello stesso ordine, ma presentano un ordine di integrazione inferiore a quello delle serie di partenza. Ad esempio, nel caso in cui le variabili siano integrate del primo ordine, (I(1)), esiste una combinazione lineare che sia stazionaria, cioè I(0), ed è in questo caso che le variabili si dicono cointegrate grazie ai movimenti di lungo periodo presenti in ciascuna di esse. È presente una relazione di equilibrio statico tra le variabili da cui la loro dinamica non può discostarsi troppo (Proietti 2011).

    Il teorema di rappresentazione di Granger rappresenta il trait d'union tra i concetti di cointegrazione e di meccanismo a correzione dell'errore. Infatti, esso afferma che se due serie sono cointegrate esse ammettono sempre una rappresentazione con un Modello di correzione dell'errore (MCE). Ed è vero anche il contrario ossia che se il vettore delle variabili integrate, ut = [yt xt]', ammette una rappresentazione con MEC, allora le variabili sono cointegrate.

    La regressione è uno strumento che può dare risultati fuorvianti se usato con realizzazioni di processi integrati di ordine 1, (I(1)), [vedi voce modello di correzione dell'errore], a cui tipicamente le serie storiche macroeconomiche somigliano molto. Questo vuol dire che non si può usare la regressione sulle serie storiche macro? Non è detto. La cosa più importante è che una regressione fra variabili integrate può avere un senso, ed anzi in determinate circostanze rappresenta un modo sbrigativo ma efficace di misurare relazioni statistiche a cui è possibile attribuire un significato ben preciso dal punto di vista della teoria economica che sovraintende al modello stimato. Questo accade quando le variabili a destra e a sinistra del segno di uguale sono cointegrate.


    Analisi della Cointegrazione


    Generalmente, combinazioni lineari di variabili integrate di ordine d risultano integrate dello stesso ordine; esistono casi, che sono poi quelli veramente rilevanti dal punto di vista della teoria econometrica, in cui particolari combinazioni lineari presentano un ordine di integrazione inferiore a quello delle serie di partenza. Nel caso più semplice, in cui le variabili sono I(1), può esistere una combinazione lineare che sia stazionaria e diremo che le variabili sono cointegrate perché i movimenti di lungo periodo presenti in ciascuna si eliminano. Ciò viene attribuito al fatto che esiste una relazione di equilibrio statico tra di esse e che la loro dinamica non può discostarsi troppo (esiste in altre parole una tendenza comune). Prendiamo in considerazione combinazioni lineari di processi univariati. Parleremo delle proprietà di processi che possono essere definiti come:

    zt = ?0yt (1)

    dove yt è un processo stocastico multivariato (stazionario o meno) e ? è una matrice di costanti. Dovrebbe essere intuitivo che la combinazione lineare di due o più processi stazionari è ancora un processo stazionario. Inoltre, una combinazione lineare, ad esempio una somma, fra un processo I(1) e un processo I(0) è un processo I(1). Continuando di questo passo, si potrebbe pensare che una combinazione lineare di due processi I(1) sia un processo I(1). In realtà, questo non è sempre vero. Prendiamo per esempio questo caso semplificato:

    x1t = x1t?1 + ?t (2)

    x2t = x1t + ut (3)


    dove ?t e ut sono due processi I(0) generici. x1t è I(1); e anche x2t è I(1), poiché risulta dalla somma di un processo I(1) e di un processo I(0). Consideriamo ora una particolare combinazione lineare di x1t e x2t, cioè la loro differenza: zt = x2t ? x1t.. Avremo zt = ut, che è I(0) per ipotesi. A questo punto, possiamo enunciare un principio più generale sulle combinazioni lineari fra processi: se xt è I(d) e yt è I(b), allora zt = xt + ?yt è I(c), dove:

    c = max(d,b) per d ? b

    c ? max(d,b) per d = b

    Quando c < max(d,b) (cioè quando la diseguaglianza vale in senso stretto) si ha reintegrazione (Engle e Granger 1987). Supponiamo quindi di avere un processo I(1) multivariato di dimensione n, che chiamiamo yt; questo equivale a dire che ognuno degli n processi che compongono il vettore yt è I(1). C’è cointegrazione se c’è almeno un vettore ? tale per cui la combinazione zt = ?0yt è I(0); se ? ha questa proprietà, allora prende il nome di vettore di cointegrazione. Se questi vettori vengono raccolti in una matrice, quest’ultima la chiamiamo matrice di cointegrazione; il numero di vettori di cointegrazione linearmente indipendenti (ossia il rango della matrice di cointegrazione) prende il nome di rango di cointegrazione.
    Volendo dare una definizione: I processi yt e xt sono detti cointegrati di ordine d e b, 0 < b ? d, e scriveremo:

    ut = [yt xt]' ~ CI(d,b) (4)

    se:

    entrambi i processi sono I(d);

    ? ? = [?1 ?2]' tale che ?'ut ~ I(d?b);

    dove ? prende il nome di vettore di cointegrazione ed è definito unicamente (Proietti 2011). Tale definizione esclude la possibilità di cointegrazione tra processi che mostrano diversi ordini di integrazione; questo non ci meraviglia perché ad es. un processo I(1) ed uno I(0) hanno proprietà temporali notevolmente difformi atte ad escludere la possibilità di un andamento solidale. Pertanto la verifica statistica della cointegrazione è sempre preceduta dall’analisi dell’integrazione delle serie componenti il sistema. La cointegrazione è un occorrenza più eccezionale che abituale nelle serie storiche reali; la sua presenza implica ed è implicata dall’esistenza di un trend comune: sia wt ? I(1), ?xt e ?yt due processi I(0) e si supponga che i dati siano generati dal meccanismo seguente: xt = wt +?xt e yt = cwt +?yt; pertanto yt ? cxt = ?yt ? c?xt ~ I(0).
    Riconoscere l’esistenza di cointegrazione ha importanti conseguenze sotto il profilo della modellistica, come emerge da un fondamentale risultato noto come teorema di rappresentazione di Granger (Engle e Granger 1987), il quale afferma, tra l’altro, che se due serie sono cointegrate esse ammettono sempre una rappresentazione con MCE:

    ?yt = 1 + ?1zt?1 + ? k ?1k?yt?k + ? k ?1k?xt?k + d(L)?1t (5)

    ?xt = 2 + ?2zt?1 + ? k ?2k?yt?k + ? k ?2k?xt?k + d(L)?2t (6)


    dove zt?1 = yt?1 ? cxt?1 (si noti che nella combinazione lineare stazionaria può essere presente un termine costante se la relazione di equilibrio non è di stretta proporzionalità: y = m + cx; in questo caso si ha zt?1 = yt?1 ? m ? cxt?1; ovviamente i termini costanti 1 e 2 scompaiono in quanto incorporati nella relazione di equilibrio) e |?1|+|?2| ? 0; l’ultima condizione assicura che il termine con MCE compaia in almeno una delle due relazioni. La precedente proposizione può essere rovesciata nel senso che se ut ammette una rappresentazione con MCE allora le variabili sono cointegrate. Si noti che poiché (yt,xt) ~ I(1) e (?1t,?2t) ~ I(0) tutti i termini della rappresentazione sono stazionari e per i relativi coefficienti vale la tradizionale teoria asintotica. Nel caso multivariato, se yt ~ CI(1,1), esistono r combinazioni lineari che sono stazionarie, vale a dire esiste una matrice B che contiene i vettori di cointegrazione tale che B'yt ? I(0). Supponiamo che le componenti individuali yit siano I(1) e che una o più radici del polinomio |?(L)| sono unitarie (L = 1), |?(1)| = 0. In tal caso la matrice:

    ?(1) = I … ?1 -....-?P (7)

    ha rango ridotto, e denotiamo con r<N il rango della matrice. Il numero di radici unitarie sarà N … r = k. Il processo può essere riparametrizzato nella forma ECM:

    ?y1t = -(y1,t-1 … y2,t-1) + ?1t (8)

    ?y2t = -(y1,t-1 … y2,t-1) + ?2t (9)

    Il vettore di cointegrazione è b' = (1 -1).


    Il problema della cointegrazione


    Abbiamo supposto che il vettore di cointegrazione fosse noto (molto spesso viene assunto c = 1, vale a dire che vi sia omogeneità tra le due variabili). In realtà, il fondamentale problema statistico - econometrico posto dalla teoria della cointegrazione è duplice: si tratta di verificare l’esistenza di cointegrazione tra le variabili e di stimare il vettore di cointegrazione. I due punti sono strettamente collegati, e si può procedere grazie alla procedura suggerita da Engle e Granger (1987), che si articola in due stadi:
    1. Stima del vettore di cointegrazione attraverso regressione statica e verifica dell’ipotesi di cointegrazione.
    2. Stima dei parametri della forma con MCE assumendo zt non stocastico.
    La procedura descritta è improntata alla massima semplicità: entrambi gli stadi richiedono l’impiego dei MQO. L’idea fondamentale è quella di ottenere la stima del vettore di cointegrazione regredendo la variabile il cui coefficiente è normalizzato all’unità sulle rimanenti; nel caso bivariato:

    yt = m + cxt + ?t (10)

    Per verificare l’ipotesi di cointegrazione si controlla che i residui ottenuti siano I(0). Non sorgono problemi, a differenza del caso di integrazione, nel fare una regressione statica tra variabili cointegrate: è stato dimostrato (Stock, 1987), che la stima del vettore di cointegrazione è (super) consistente e, pur essendo distorta, la distorsione tende a scomparire, al crescere del periodo campionario, più rapidamente del caso di regressione tra variabili stazionarie, essendo di ordine T?1.
    Questi risultati vanno interpretati con qualche circospezione in quanto hanno valenza asintotica; per le realizzazioni finite comunemente disponibili fare affidamento su di essi può anche essere fuorviante: è stato mostrato, mediante simulazione, che in campioni finiti la distorsione nella stima del vettore di cointegrazione può permanere elevata anche per valori grandi di T e che declina ad ritmo meno elevato di quello teorico. La distorsione deriva dall’omissione delle variabili esprimenti la dinamica di breve periodo, il cui peso, trascurabile asintoticamente, può essere rilevantissimo in campioni finiti. Si consideri poi che le inferenze su c non sono quelle usuali poiché, seppure la stima dei parametri della variabile sia consistente, lo stesso non vale per la stima dell’errore standard, precludendo la possibilità di verificare ipotesi di interesse economico sui coefficienti della regressione statica.
    Per la verifica dell’ipotesi di reintegrazione, l’ipotesi sottoposta a verifica è che yt e xt non siano cointegrate, nel qual caso una radice unitaria è presente nei residui della regressione, e per testarla Engle e Granger propongono una batteria di test: il primo è il cd. CRDW (Cointegrating Regression Durbin-Watson), rappresentato dal DW calcolato sui residui ?t della regressione statica; sotto l’ipotesi nulla ?t? I(1) la statistica DW è pari a 0, per cui il test è significativo se CRDW risulta significativamente maggiore di zero. Un secondo gruppo di test fa capo alle statistiche DF e ADF per testare la presenza di radici unitarie: se l’ipotesi nulla viene rifiutata si può concludere che yt e xt sono cointegrate. A questo scopo si considera la statistica t per ?? = 0 nella regressione:

    ?et = ??et?1 + ut (11)

    ovvero, per tener conto dell’autocorrelazione dei residui si considera:

    ?et = ??et?1 +? j ?j?et?j + ut (12)

    In entrambe è assente l’intercetta poiché se essa è presente nella regressione di cointegrazione i residui hanno media nulla e l’inclusione di un termine costante ha effetti trascurabili sulle statistiche test. Purtroppo la distribuzione delle statistiche test non è quella tabulata da Dickey e Fuller ma fa riferimento alla distribuzione di Engle … Granger (ad es. per T = 100 il valore critico unidirezionale al livello di significatività del 5% sarebbe pari a ?2.89 per la distribuzione DF e ?3.17 per la distribuzione EG). In effetti se il vettore di cointegrazione fosse noto a priori non sorgerebbero difficoltà di sorta, poiché i test di radice unitaria su zt seguirebbero la distribuzione di DF. Il problema è invece posto dal fatto che il vettore di cointegrazione è stimato a partire dai dati: i MQO, minimizzando la varianza dei residui, agiranno in modo da far apparire i residui stazionari anche quando non lo sono e il test DF indurrà al rifiuto di H0 troppo spesso. Erogo, il processo risulterebbe più spesso stazionario. La distribuzione di EG insomma è più spostata a sinistra (DF è troppo ottimista). I due autori considerano infine un’altra batteria di test basati sulla stima del modello con MCE e di modelli autoregressivi vettoriali; per essi si segnala che godono di una potenza estremamente più bassa del test EG e pertanto hanno una valenza limitata.
    Esempi reali di serie storiche cointegrate possono essere gli indici azionari. Si pensi quello italiano, il FTSE MIB, di cui si può vedere l'andamento dal grafico aggiornato al link seguente: http://www.borsaitaliana.it/borsa/indici/indici-in-continua/dettaglio.html?indexCode=FTSEMIB&lang=it. Si ricorda che il FTSE MIBè attualmente il più significativo indice azionario della Borsa italiana. È il paniere che racchiude le azioni delle 40 maggiori società italiane ed estere quotate sui mercati gestiti da Borsa Italiana. È operativo a partire dal 1 giugno 2009 e rappresenta all'incirca l'80% della capitalizzazione del mercato azionario italiano. Il grafico seguente mostra l’andamento del FTSE MIB dal 1 gennaio 2004 ad oggi. Come si può vedere, esso esprime l’andamento che il mercato ha attraversato in questi anni: prima del 2007, il mercato andava bene e il FTSE MIB si manteneva su valori elevati. Dal 2007 fino ad oggi il mercato, tranne qualche momento di ripresa, si è caratterizzato per un andamento sempre negativo e che non accenna a ritornare ai livelli pre-crisi.

    Bibliografia

    Banerjee, A., Dolado, J., Galbraith, J.W., Hendry, D.F., "Cointegration, error-correction and the econometric analysis of nonstationary data", Oxford 1993.

    Engle, R. F. and Granger, C. W. J. (1987), "Cointegration and error-correction: Representation, estimation and testing". Econometrica, 55, 251…276.Hall, A. D., Anderson,

    H. M., and Granger, C. W. J. (1992), "A cointegration analysis of treasury bill yields". The Review of Economics and Statistics, 74(1), 116…126.

    Lutkepohl, H. (2005), "New introduction to multiple time series analysis". Springer-Verlag.

    Phillips, P. and Ouliaris, S. (1990), "Asymptotic properties of residual based tests for cointegration". Econometrica, 58(1), 165…193.

    Proietti T., Econometria applicata, 2011.

    Redattore: Carmela CAPASSO

  • COINTERESSENZA

    Partecipazione agli utilied alle perdite di un’attività economica o di un singolo affare, che si distingue in propria e impropria. La prima indica il contratto con il quale un soggetto attribuisce ad altri la partecipazione agli utili e alle perdite della sua impresa senza il corrispettivo di un determinato apporto; il partecipante, quindi, assume un obbligo di generica garanzia per una quota delle eventuali future perdite. La seconda si identifica con il contratto di associazione in partecipazione, in cui l’associato partecipa agli utili dell’impresa dell’associante o di uno o più affari verso il corrispettivo di un determinato apporto.

  • COINTESTAZIONE NEL CONTO CORRENTE DI CORRISPONDENZA

    Se il conto corrente bancario è intestato a più persone, queste possono operare su di esso separatamente (disgiuntamente) o insieme (congiuntamente). La facoltà di operare disgiuntamente deve essere espressamente pattuita, altrimenti i cointestatari possono operare congiuntamente e, da soli, non possono disporre del conto nemmeno pro quota. Se viene nominato un rappresentante, il suo potere, in deroga alla regolamentazione del mandato collettivo, cessa per revoca anche di uno solo dei rappresentanti. In ogni ipotesi di conto cointestato vi è solidarietà di tuttii cointestatari nel debito e nel credito risultante dai saldi passivi o attivi: ognuno può essere richiesto di pagare e può pretendere l’intero. La banca può compensare i debiti di uno dei cointestatari, per rapporti non inclusi nel conto, con l’intero saldo del conto cointestato. Le comunicazioni, le notifiche e gli estratti conto possono essere inviati, con pieno effetto, a uno solo dei cointestatari. In caso di morte o incapacità sopravvenuta di uno dei contitolari di un conto in cui si può operare con firme disgiunte è consentito agli altri di continuare ad operare fino ad opposizione degli eredi o del legale rappresentante dell’incapace (se si può operare sul conto a firme congiunte il consenso è naturalmente sempre necessario); al di fuori di questa ipotesi la banca non può quindi rifiutare il pagamento del saldo attivo che venga richiesto da uno dei cointestatari, e se paga, è liberata anche nei confronti degli altri aventi diritto. Nei rapporti interni trova applicazione l’art. 1298 c.c. e le parti di ciascun cointestatario, se non risulti diversamente, si presumono uguali. In caso di conti cointestati si ritiene che il pignoramento sia possibile solo per la quota di pertinenza del debitore.

  • COLLATERAL TRUST BOND

    Titolo obbligazionario provvisto di garanzia collaterale rappresentata da altre obbligazioni o da un certo numero di azioni affidate ad un fiduciario, emesso sul mercato statunitense generalmente a fronte di operazioni di securitization.

  • COLLATERALE

    Adattamento dell’amer. collateral, aggettivo derivato da to collateralize, che significa garantire un credito con valori mobiliari o immobiliari. Indica in genere un valore vincolato a garanzia dell’esecuzione di un debito o, nel caso di transazioni di securitization, il cash flow al servizio delle asset-backed securities.

  • COLLATERALIZED BOND OBLIGATIONS

    Acr.: CBO. Simili nella struttura alla versione iniziale delle collateralized mortgage obligations, sono una specie di ABS in cui il cash flow del sottostante è originato da obbligazioni ed è diviso in flussi distinti, ciascuno dei quali ha una configurazione diversa e garantisce una particolare tranche di un’emissione di CBO.

  • COLLATERALIZED LOAN OBLIGATIONS

    Acr.: CLO. Simili nella struttura alla versione iniziale delle collateralized mortgage obligations, sono una specie di ABS in cui il cash flow del sottostante è originato da un portafoglio di prestiti ed è diviso in flussi distinti, ciascuno dei quali ha una configurazione diversa e garantisce una particolare tranche di un’emissione di CLO.

  • COLLATERALIZED MORTGAGE OBLIGATIONS

    Acr.: CMO. Metodo di securitization in cui i titoli garantiti da mutui ipotecari sono suddivisi in classi, o tranches, ciascuna delle quali è garantita da uno dei particolari flussi in cui è stato previamente suddiviso il cash flow del collaterale. Ognuno di questi flussi ha, quanto a durata, pagamenti e profilo di rischio, una configurazione diversa dagli altri che si trasmette alle classi di titoli (portando p.e. alla creazione di classi senior, junior, Z class ecc.) e contribuisce a differenziarne il rating. Le CMO sono state introdotte negli Stati Uniti agli inizi degli anni Ottanta per distribuire i rischi di interesse e di rimborso anticipato dellemortgage backed securities (MBS). A partire dal 1987, in seguito a una modificazione del regime fiscale, è comparsa la forma più evoluta del real estate mortgage investment conduit (REMIC) e oggi ogni CMO è emesso nella configurazione REMIC. Nell’uso americano i due termini sono impiegati come sinonimi.

  • COLLATERALIZED OBLIGATIONS

    Espressione generica che indica titoli strutturati emessi a fronte di un collaterale il cui cash flow è differenziato in diversi distinti flussi. A ogni flusso corrisponde una classe di collateralized obligations con una struttura diversa quanto a durata, pagamenti e profilo di rischio, in relazione specialmente al grado di subordinazione e alla conseguente classe cui appartiene (senior, junior, Z class ecc.). Alcune classi vengono ad avere una buona stabilità e sicurezza dei ritorni contrattuali, mentre i rischi delle attività sottostanti si scaricano in misura maggiore o minore sulle altre classi. Questi strumenti si sono diffusi in ragione dell’utilità che essi rendono agli emittenti e agli investitori. Con questi accorgimenti è poi possibile infatti aumentare l’ambito del collocamento diversificando l’offerta di titoli secondo le esigenze degli investitori. La forma più diffusa è la collateralized mortgage obligation, ma si hanno anchecollaterized bond obligations (CBO),collaterized debt obligations (CDO) e collaterized loan obligations (CLO).

  • COLLAZIONE

    Istituto del diritto successorio che mira a garantire che la divisione dell’eredità tra determinati coeredi (discendenti e coniuge), tenga conto di quanto abbiano ricevuto per donazione dal defunto, presumendo che quest’ultimo non intendesse con la donazione determinare uno squilibrio tra le posizioni di tali discendenti, ma soltanto attribuire un anticipo sulla futura successione. Perciò non si fa luogo alla collazione quando il defunto abbia altrimenti disposto. La collazione consiste nel conferimento di quanto si è ricevuto, a titolo di donazione diretta od indiretta (art. 737 c.c.). Non sono comunque soggette a collazione le donazioni di modico valore fatte al coniu- ge, oltre che una serie di spese che rappresentano l’adempimento di un obbligo e non una liberalità (spese di mantenimento, di educazione, per malattia, per abbigliamento, per nozze). Per gli immobili la collazione si fa o conferendo in natura il bene ricevuto in donazione, o con la imputazione del suo valore alla propria quota, avuto riguardo, in questo ultimo caso, al valore che l’immobile aveva al tempo dell’apertura della successione. Per i mobili la collazione si fa soltanto per imputazione. Per la distinzione tra collazione, da un lato e riduzione e riunione fittizia v..riduzione, azione e riunione fittizia.

  • COLLEGAMENTO SOCIETARIO

    L’art. 2359, ultimo comma, c.c. considera collegate le società sulle quali un’altra società esercita un’influenza notevole. Tale influenza si presume quando nell’assemblea ordinaria può essere esercitato almeno un quinto dei voti ovvero un decimo se la società ha azioni quotate in borsa. Il collegamento societario rileva soltanto ai fini della redazione del bilancio (indicazione speci- fica dei crediti e debiti verso le società collegate e delle partecipazioni nelle stesse).

  • COLLEGIO SINDACALE

    Organo di controllo di società per azioni che adottano il sistema tradizionale (“latino”) di amministrazione e controllo (v. sistemi di amministrazione e controllo delle società;società per azioni) e nelle socieà in accomandita per azioni. Dopo la riforma Vietti la materia è regolata dagli artt. 2397-2409 c.c.
    1
    . La struttura dell’organo è collegiale: esso si compone di tre o cinque membri effettivi e di due membri supplenti, soci o non soci, tutti nominati la prima volta nell’atto costitutivo e, successivamente, dall’assemblea, salvo quanto può essere disposto per le società con partecipazione dello Stato o di enti pubblici e per il diritto di nomina di un sindaco ai portatori di strumenti finanziari partecipativi. Restano in carica per tre esercizi e scadono alla data dell’assemblea convocata per l’approvazione del bilancio relativo al terzo esercizio della carica. Almeno un membro effettivo ed uno supplente devono essere scelti tra gli iscritti nel registro dei revisori contabili istituito presso il Ministero della giustizia. I restanti membri, se non iscritti in tale registro, devono essere scelti fra gli iscritti negli albi professionali individuati con decreto del Ministro della giustizia, o fra i professori universitari di ruolo, in materie economiche o giuridiche. La perdita di questi requisiti sono causa di decadenza dall’ufficio di sindaco. Il presidente del collegio sindacale è nominato dall’assemblea. Non possono essere eletti alla carica di sindaco e, se eletti, decadono dall’ufficio: a) coloro che si trovano nelle condizioni di essere interdetto, inabilitato, ifallito, condannato a una pena che importa l’interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici o l’incapacità ad esercitare uffici direttivi; b) il coniuge, i parenti e gli affini entro il quarto grado degli amministratori della società, gli amministratori, il coniuge, i parenti e gli affini entro il quarto grado degli amministratori delle società da questa controllate, delle società che la controllano e di quelle sottoposte a comune controllo; c) coloro che sono legati alla società o alle società da questa controllate o alle società che la controllano o a quelle sottoposte a comune controllo da un rapporto di lavoro o da un rapporto continuativo di consulenza o di prestazione d’opera retribuita, ovvero da altri rapporti di natura patrimoniale che ne compromettano l’indipendenza. Lo statuto può prevedere altre cause di ineleggibilità o decadenza, nonché cause di incompatibilità e limiti e criteri per il cumulo degli incarichi.
    2. Il collegio sindacale vigila sull’osservanza della legge e dello statuto, sul rispetto dei principi di corretta amministrazione ed in particolare sull’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile adottato dalla società e sul suo concreto funzionamento. Esso ha quindi principalmente compiti di alta vigilanza e non più dicontrollo contabile (q.v.). Può esercitare il controllo contabile, se lo statuto lo prevede, solo nelle società che adottano il sistema di amministrazione e controllo tradizionale (cioè che non adottano il sistema monistico o il sistema dualistico), se non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio e non sono tenute alla redazione del bilancio consolidato. Oltre a ciò, essi svolgono una funzione supplente in caso di inerzia degli amministratori nell’adempimento degli obblighi di deposito ed iscrizione di atti sociali nel registro delle imprese, ovvero nella convocazione dell’assemblea. Ancora, ricevono le denunce di qualunque socio in ordine a fatti censurabili relativi alla vita sociale e, se la denuncia provenga da almeno un ventesimo del capitale sociale, hanno l’obbligo di indagare sui fatti allegati e di convocare tempestivamente l’assemblea perché assuma i provvedimenti ritenuti più opportuni. I sindaci possono in qualsiasi momento procedere, anche individualmente, ad atti di ispezione e di controllo. Il collegio sindacale può chiedere agli amministratori notizie, anche con riferimento a società controllate, sull’andamento delle operazioni sociali o su determinati affari. Può scambiare informazioni con i corrispondenti organi delle società controllate in merito ai sistemi di amministrazione e controllo ed all’andamento generale dell’attività sociale. Gli accertamenti eseguiti devono risultare dal libro delle adunanze e delle deliberazioni del collegio sindacale I sindaci devono adempiere i loro doveri con la professionalità e la diligenza richieste dalla natura dell’incarico; sono responsabili della verità delle loro attestazioni e devono conservare il segreto sui fatti e sui documenti di cui hanno conoscenza per ragione del loro ufficio. Essi sono responsabili solidalmente con gli amministratori per i fatti o le omissioni di questi, quando il danno non si sarebbe prodotto se essi avessero vigilato in conformità degli obblighi della loro carica. Il collegio sindacale deve riunirsi almeno ogni novanta giorni. La riunione può svolgersi, se lo statuto lo consente indicandone le modalità, anche con mezzi telematici. Delle riunioni del collegio deve redigersi verbale, che viene trascritto nel libro delle adunanze e delle deliberazioni del collegio sindacale e sottoscritto dagli intervenuti. I sindaci devono, inoltre, assistere alle adunanze del consiglio di amministrazione, alle assemblee e alle riunioni del comitato esecutivo.
    2. Nelle società a responsabilità limitata la nomina del collegio sindacale è obbligatoria solo se il capitale sociale non è inferiore a quello minimo stabilito per le società per azioni (120.000 euro). Diventa obbligatorio se per due esercizi consecutivi vengono superati due dei limiti fissati dall’art. 2435 bis per l’obbligo di passare dal bilancio in forma abbreviata a quello in forma ordinaria. L’obbligo cessa se, per due esercizi consecutivi, due dei predetti limiti non vengono superati. Al di fuori di questi casi, lo statuto è libero di prevedere, determinandone le competenze e poteri, la nomina di un collegio sindacale o di un revisore (art. 2477 c.c.).

  • COLLEGIO SINDACALE NELLE BANCHE

    La disciplina del collegio sindacale nelle banche, sino a pochi anni fa, era eterogenea. Se per le banche strutturate in forma di società per azioni la disciplina di riferimento era data, essenzialmente, dal codice civile e dal TUBC, per le banche pubbliche, e in particolare per le Casse di risparmio e i Monti di Pietà, era prevista una disciplina speciale, anche di tipo statutario. Il quadro, tuttavia, è mutato in ragione della pratica scomparsa della categoria della banca pubblica. La disciplina dettata dal codice civile in materia di società per azioni attribuisce al collegio sindacale il compito di controllare l’amministrazione della società, di vigilare sull’osservanza della legge e dell’atto costitutivo e di accertare la regolare tenuta della contabilità sociale (art. 2403). Sotto quest’ultimo profilo, peraltro, la situazione è cambiata con riguardo alle società quotate (v. ancora collegio sindacale). Per effetto della disciplina dettata dal TUF di competenze contabili del collegio può ancora parlarsi, allo stato, solo per le società bancarie con azioni non quotate su mercati regolamentati. Nelle quotate, il collegio non esercita competenze contabili mentre è investito del potere di vigilanza sulla corretta amministrazione della società, ossia vede concentrare le proprie mansioni nella sorveglianza sull’amministrazione, e sulla società in generale. La riforma operata dal TUF in ordine alla scissione fra compiti di sorveglianza e competenze contabili si applica, infatti, anche alle banche con azioni quotate (v. collegio sindacale). Riguardo ai compiti dei sindaci di aziende bancarie in via generale non sussistono apprezzabili differenze rispetto al modello comune. È certo che la maggiore complessità contabile dell’ente impone al collegio la conoscenza di una quantità di dati maggiore rispetto a quella normalmente richiesta per una società comune. Nel TUBC si rinvengono ulteriori norme che disciplinano i doveri dei sindaci bancari. L’art. 52 TUBC, nella sua formulazione originaria, dedicata alle comunicazioni del collegio sindacale, prevedeva che i verbali delle riunioni e degli accertamenti del collegio sindacale concernenti irregolarità nella gestione delle banche, ovvero violazioni delle norme che ne disciplinano l’attività fossero trasmessi in copia, entro dieci giorni dalla data dell’atto e a cura del presidente del collegio, alla Banca d’Italia. L’art. 211 del TUF ha modificato il contenuto dell’articolo, ora rubricato “comunicazioni del collegio sindacale e dei soggetti incaricati del controllo legale dei conti”. Secondo il nuovo testo, il collegio sindacale informa senza indugio la Banca d’Italia di tutti gli atti o fatti, di cui venga a conoscenza nell’esercizio dei propri compiti, che possano costituire una irregolarità nella gestione delle banche o una violazione delle norme disciplinanti l’attività bancaria (comma 1). Una norma di contenuto similare è posta dal comma 2 con riferimento alle società esercenti attività di revisione contabile presso le banche. Il collegio sindacale è quindi tenuto ad accertare il rispetto di tutte le regole che disciplinano l’esercizio dell’attività bancaria e, pertanto, espleta funzioni di vigilanza, dovendo tutelare la pluralità di interessi coinvolti ed interessati da tale attività. Si è osservato, in proposito, che la nuova formulazione dell’art. 52 TUBC accentua l’intensità di questa funzione di controllo, che non è più limitata alle oggettive irregolarità ma si estende alle situazioni di sospetta irregolarità (fumus). Comunque sia, l’obbligo di trasmissione è esteso anche al collegio sindacale della società finanziaria capogruppo (art. 61, comma 5). L’art. 136 vieta, inoltre, a coloro che svolgono funzioni di amministrazione e di controllo presso una banca di contrarre obbligazioni di qualsiasi natura ovvero di compiere atti di compravendita, direttamente o indirettamente, con la banca sottoposta alla loro sorveglianza senza la conforme ed unanime deliberazione degli organi di amministrazione e controllo (per questi ultimi è richiesto il parere favorevole di ciascun componente l’organo e quindi anche di chi risultava assente dalla riunione collegiale). La stessa disposizione si applica a coloro che, incaricati dell’amministrazione o del controllo di una banca facente parte di un gruppo, compiano operazioni di finanziamento con altra società o banca del gruppo stesso. In tal caso occorre la deliberazione degli organi della società o banca contraente, oltre che l’assenso della capogruppo. Nel caso di inosservanza di queste disposizioni, si applicano le sanzioni previste all’art. 2624, comma 1 c.c. Riguardo ai requisiti di professionalità ed onorabilità dei membri del collegio è da considerare la più recente disciplina in materia di revisori contabili. Il vigente TUBC, in ogni caso, prevede, all’art. 26, che i soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso banche devono possedere i requisiti di professionalità ed onorabilità stabiliti con regolamento del Ministro del tesoro adottato, sentita la Banca d’Italia, ai sensi dell’art. 17, comma 3 della l. 23.8.1988, n. 400. Precisa, ulteriormente, che il difetto di tali requisiti determina la decadenza dall’ufficio; decadenza che sarà dichiarata dal consiglio di amministrazione entro trenta giorni dalla nomina, ovvero dalla conoscenza del difetto qualora esso sia sopravvenuto. In caso di inerzia dell’organo amministrativo, la decadenza sarà pronunciata dalla Banca d’Italia. Il medesimo regolamento ministeriale prevede, poi, le ipotesi di sospensione temporanea dalla carica oltre che la durata della sospensione stessa. Le recenti Istruzioni di Vigilanza emanate dalla Banca d’Italia con Circolare n. 229 del 21.4.1999 contengono un Titolo IV che è dedicato alla vigilanza regolamentare. Al suo interno, il capitolo 11 è rubricato al sistema dei controlli interni ed ai compiti del collegio sindacale nelle banche. Al paragrafo 1 del capitolo, in particolare, è detto che in materia di meccanismi di controllo delle società bancarie un ruolo fondamentale spetta al collegio sindacale. Per via della rilevanza dei suoi compiti, infatti, la legislazione bancaria ha predisposto un preciso collegamento funzionale tra l’attività del collegio e la funzione di vigilanza. La circolare predetta, oltre che alle norme del T.U.B.C. speci- ficamente dedicate ai poteri e alle funzioni dell’organo, rinvia: a) all’art. 13 della Direttiva 89/646/CEE del 5 dicembre 1989, relativo a “buona organizzazione amministrativa e contabile” e ad “adeguate procedure di controllo interno” degli enti creditizi; b) all’art. 5 della Direttiva 95/26/CEE del 29.6.1995, relativo a obblighi informativi dei soggetti incaricati della revisione legale dei conti; c) alla Deliberazione CICR del 2 agosto 1996, parimenti dedicata all’organizzazione amministrativa e contabile ed ai controlli interni.

  • COLLISION CLAUSE

    Clausola tipica dei contratti di assicurazione marittima (ingl: Running Down Clause) con la quale viene inserita una copertura assicurativa avente ad oggetto le somme risarcite dall’assicurato a terzi danneggiati dall’urto della propria imbarcazione con un’altra. Introdotta dalla prassi contrattuale inglese, la clausola ha la finalità di limitare la copertura assicurativa ai soli danni prodotti dalla collisione, escludendo quelli non derivanti dal contatto materiale fra le imbarcazioni. In ciò si differenzia dalla clausola disciplinata dall’art. 527, 1° comma del codice della navigazione, che dispone che l’assicurato risponde nei limiti contrattuali delle somme dovute dall’armatore per il ricorso dei terzi danneggiati dall’urto della dell’imbarcazione con altri mezzi oppure contro opere dei porti e delle vie galleggianti o contro corpi galleggianti o fissi. Ne deriva che la clausola in oggetto, denominata anche collision clause, disciplinata attualmente nelle Institute Time Clause-Hull, pur riguardando polizze corpi di navi, concerne in realtà una copertura la cui natura è obbligatoria ed appare, perciò, assimilabile ad un’assicurazione sulla respon- sabilità civile. L’interpretazione giurisprudenziale della clausola appare molto restrittiva, riferendosi al bene nave quale oggetto della collisione con esclusione di relitti, reti, oleodotti, idrovolanti ecc., evidenziando in ciò un marcato contrasto con la disciplina del codice della navigazione italiano che, come sopra evidenziato, amplia i casi in cui l’assicurato deve rispondere. Per quanto concerne l’inserimento della collision clause nelle polizze italiane, inserimento scontato nei casi in cui le parti abbiano fatto riferimento ed adottato espressamente le condizioni assicurative inglesi o statunitensi, bisogna ricordare che il principio della cross liability sembra uniformarsi ai principi del nostro ordinamento, con la conseguenza che deve riconoscersi la possibilità di applicare il sistema in esame. Su questa linea, però, va rimarcato che la clausola deve interpretarsi secondo il significato attribuitogli nei paesi anglossassoni. Ciò comporta che la regola della cross liability può trovare applicazione solo nei casi di colpa comune, con l’eccezione delle situazioni in cui si usufruisca del beneficio della limitazione del debito per le quali, invece, si applica il principio opposto della single liability che, nel nostro sistema giuridico, può essere operativo ed accettato solo con alcune limitazioni al fine di coordinarlo con i principi giuridici fondamentali. In linea di massima, il sistema della collision clause è applicabile qualunque sia il regime di limitazione del debito dell’armatore riferito alle varie ipotesi di urto.

  • COLLOCAMENTO DI STRUMENTI FINANZIARI

    La prima disciplina organica per gli intermediari autorizzati all’esercizio dell’attività di collocamento di strumenti finanziari, così come di qualunque altro fra i servizi di investimento, è stata introdotta dal d.lg. 23.7.1996 n. 415 (decreto Eurosim) e dalla disciplina regolamentare di attuazione emanata dalla Consob ed è ora regolata dal TUF. L’art. 17 del d.lg. 1996/ 415, con generale riferimento a tutti i servizi di investimento, ivi compreso il collocamento, disponeva che gli intermediari avevano l’obbligo di comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, nell’interesse dei clienti e per l’integritàdei mercati. Stabiliva, altresì, che era obbligo dell’intermediario acquisire, per svolgere al meglio qualunque servizio, le informazioni necessarie dai clienti e, nel contempo, informare adeguatamente questi ultimi del proprio operato. Anche la prevenzione dei conflitti di interesse era espressamente ricompresa tra le funzioni dell’intermediazione, alla quale si afferma essere strumentale un’adeguata organizzazione interna dell’operatore. Nell’offrire valori mobiliari ai propri clienti, gli intermediari autorizzati dovevano consegnare a questi il prospetto informativo e consigliare loro solo le operazioni di sottoscrizione che, per frequenza e dimensioni, fossero adeguate ai clienti stessi. Le stesse regole non si applicavano alle operazioni di collocamento rivolte esclusivamente ad operatori qualificati (cioè SIM; banca; agente di cambio; SGR; SICAV; fondo pensione; v. art. 8 del regolamento contenuto nella deliberazione Consob 30.9.1997 n. 10943). In sintesi, non si applicano nei confronti di intermediari finanziari e investitori istituzionali (v. investitore istituzionale). Risultano, altresì, non assoggettati a queste regole i soggetti esteri che, in forza della normativa in vigore nei Paesi d’origine, siano definibili qualified institutional buyers (presso i quali vengono collocati valori mobiliari con le modalità semplificate previste per un private placement. La disciplina vigente è contenuta negli artt. 18 ss. del TUF e nei regolamenti di cui alla deliberazione Consob 1.7.1998 n. 11522 e alla deliberazione Consob 1.3.2000 n. 12409. Si veda, inoltre, la comunicazione Consob n. 99052838, sulla promozione ed il collocamento a distanza di strumenti finanziari. Riguardo alle norme del Testo Unico, che include il collocamento tra i servizi di investimento (art. 1, comma 5, lett. c) ), la disciplina generale cui gli intermediari devono attenersi nell’espletamento di tutti i servizi di investimento - ivi compreso, dunque, il collocamento di titoli ed altri strumenti finanziari - è contenuta nell’art. 21, che nella sostanza non porta modifiche di rilievo alla corrispondente disciplina del previgente decreto Eurosim. L’attività di collocamento titoli può essere esercitata da imprese di investimento, banche, intermediari finanziari iscritti nell’elenco speciale ex art. 107 TUBC e dagli agenti di cambio. Anche le SICAV e le SGR possono essere autorizzate ad offrire fuori sede le quote e le azioni di organismi di investimento collettivo del risparmio (OICR). Ulteriori e più specifiche regole sono fornite dalla disciplina regolamentare. In particolare, si veda l’art. 35 della deliberazione Consob 9.12.1998 n. 11745. Ivi è detto, in materia di “collocamento di strumenti finanziari”, che nella prestazione del servizio di collocamento gli intermediari autorizzati si attengono alle disposizioni dettate dall’offerente o dal soggetto che organizza e costituisce il consorzio di collocamento; ciò al fi- ne di assicurare l’uniformità delle procedure di offerta e di riparto. La successiva deliberazione Consob 14.5.1999 n. 11971 (modif. dalla deliberazione del 6.4.2000 n. 12475), nel disciplinare la sollecitazione all’investimento da parte di emittenti strumenti finanziari “diffusi”, introduce ulteriori chiarimenti. Ivi, infatti, è definito il c.d. “responsabile del collocamento”, ossia il soggetto che organizza e costituisce il consorzio di collocamento, il coordinatore del collocamento o il collocatore unico (art. 3, comma 1, lett. a) ). Il responsabile del collocamento è colui il quale attesta che il prospetto informativoè redatto secondo gli schemi regolamentari e contiene tutte le informazioni rilevanti indicate all’art. 94, comma 2 del TUF. Ai sensi di tale norma, il prospetto informativo deve contenere le informazioni che, a seconda delle caratteristiche dei prodotti finanziari e degli emittenti, sono necessarie affinché gli investitori possano pervenire ad un fondato giudizio sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria e sull’evoluzione dell’attività dell’emittente, oltre che sui prodotti finanziari e sui relativi diritti. Per l’attività di collocamento titoli svolta dagli operatori bancari v. anche sindacato bancario e sindacato di garanzia.

  • COLLOCAMENTO SU COMMISSIONE

    Particolare forma di emissione di titoli caratterizzata dal conferimento, da parte del mutuatario nei confronti di uno o più mediatori, in genere banche, dell’incarico completo di raccolta ed inoltro delle sottoscrizioni.

  • COLPA

    Omissione, in senso lato, del dovere di diligenza di ciascun soggetto nell’esplicazione di qualsiasi attività, equiparata, in astratto, a quella media del buon padre di famiglia, secondo la tradizione romanistica. In tal senso nell’ambito del diritto civile si parla di colpa ordinaria, o normale, di colpa grave (o lata), che consiste nell’omissione del grado minimo di diligenza, e di colpa lievissima, che equivale all’inosservanza della diligenza massima, propria dell’uomo estremamente scrupoloso. Si distingue, inoltre, la colpa contrattuale da quella extracontrattuale o aquiliana: la prima è causa dell’inadempimento di un’obbligazione già esistente, avente la sua fonte, di solito ma non necessariamente, in un contratto (potrebbe trattarsi, infatti, anche di un’altra fonte, come una promessa unilaterale); la seconda, che attiene alla figura dell’atto illecito (v. atto giuridico), dà luogo non a un inadempimento, ma alla lesione di un diritto altrui e fa nascere l’obbligo di risarcire il danno. La legge, sia nell’uno che nell’altro caso, fa riferimento alla colpa ordinaria, mentre solo in casi eccezionali è considerata fonte di responsabilità la colpa grave. Come sottospecie della colpa contrattuale si parla di colpa in contraendo quando un soggetto non osserva il dovere di comportarsi secondo buona fede nella formazione di un contratto e nello svolgimento delle relative trattative. Nella colpa contrattuale ed in quella extracontrattuale diverso è il regime probatorio, in quanto la colpa contrattuale si presume, onde incombe sul debitore l’onere di dimostrare che l’inadempimento è stato determinato da una causa a lui non imputabile (c.d. inadempimento involontario), mentre la prova della colpa extracontrattuale deve essere data da chi pretende di essere risarcito del danno subito (salvo casi eccezionali in cui la legge pone a carico dell’autore del danno la prova liberatoria). Nel diritto penale, poi, per colpa si intende l’imprudenza, la negligenza o l’imperizia, o l’inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline, e consiste, quindi, nell’elemento psicologico di un fatto espressamente previsto dalla legge come reato colposo. In tal caso non ha rilievo il grado della colpa, che comunque, come avviene per qualsiasi elemento del reato, deve essere provata. Sia nel diritto civile che in quello penale alla colpa è contrapposto il dolo.

  • COLPA, DISPOSIZIONI PENALI

    È colposo, o contro l’intenzione, il reato quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza, imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini, discipline (art. 43, c.p.). Perché un delitto sia punito anche quando realizzato con colpa, ciò deve essere espressamente previsto dalla legge (art. 42, comma 2, c.p.). Nelle contravvenzioni ciascuno risponde della propria azione od omissione cosciente e volontaria,sia essa dolosa o colposa (art. 42, comma 3, c.p.). La colpa deve essere sempre provata e il grado della colpa costituisce, ai sensi dell’art. 133, comma 1, n. 3, c.p., uno dei parametri sui quali il giudice quantifica la gravità del reato e, quindi, l’entità della pena da irrogare.

  • COMBINATION EXPORT MANAGER

    Intermediario negli scambi con l’estero che svolge una funzione di vendita di merci sui mercati esteri, di ricerca di sbocchi, di attività promozionale, di ricerca di partners, di recupero di crediti e di altri servizi; solitamente si tratta di una struttura di piccole dimensioni e a carattere individuale, cioè un operatore specializzato introdotto nel mercato estero, che compie le vendite mediante la propria organizzazione, in nome e per conto del produttore, senza esclusiva. Il CEM si è sviluppato negli Stati Uniti ed è utilizzato da piccole e medie imprese che non dispongono di una struttura per l’esportazione e possono, in tal modo, con un costo limitato alla provvigione, affermare sui mercati esteri la propria immagine e la marca, preparandosi una possibilità futura di gestire in proprio la vendita all’estero.

  • COMECON

    Acr.: di COuncil for MutualECONomicc assistance, donde la sigla CMEA (negli USA detto anche Council for Economic Mutual Assistance-CEMA), it. Consiglio di Mutua Assitenza Economica, fr. Conseil d’Aide Économique Mutuellle-CAEM, tutti trad. del russo: Ñîâåò Ýêîíîìè÷åñêîé Âçàèìîïîìîùè-ÑÝ (SEV). Organismo di cooperazione economica costituito nel 1949 tra paesi dell’Europa Orientale (Albania, che non ha più partecipato a partire dal 1961, Cecoslovacchia, Bulgaria, Repubblica Democratica Tedesca, Polonia, URSS, Romania, Ungheria), al quale hanno aderito anche la Mongolia, il Vietnam e, dal 1972, Cuba. Membri osservatori erano Etiopia, Laos, Mozambico, Nicaragua, Yemen ed era associata l’ex Yugoslavia. Era stato istituito a Mosca il 25.1.1949 con lo scopo di promuovere lo sviluppo delle economie socialiste mediante una pianificazione centralizzata ed è stato disciolto il 1°.1.1991. Gli Stati membri si impegnavano a dare vita a una effettiva collaborazione e a unire le proprie capacità per creare una integrazione che comprendesse tutti i fattori economici, in particolare attraverso la specializzazione delle singole produzioni nazionali e la formazione di un unico mercato autosuffi ciente. Il Consiglio coordinava le politiche economiche dei singoli Stati ai quali poteva dare raccomandazioni che, se accettate, divenivano vincolanti e gestiva un centro comune di raccolta, elaborazione e diffusione dei dati. Con un accordo firmato il 22.10.1963 era stato istituito un sistema multilaterale di pagamenti basato sul rublo trasferibile, e cioè utilizzabile per acquisti presso tutti i paesi membri. L’IBEC e l’IIB erano state costituite con lo scopo di sviluppare la cooperazione tra i Paesi socialisti e tra questi e i Paesi terzi e di promuovere l’integrazione economica regionale. L’IBEC, costituita nel 1963, regolava gli scambi tra i Paesi membri nell’ambito del sistema multilaterale di pagamenti e concedeva crediti relativi al commercio con l’estero. L’IIB, costituita nel 1971, finanziava (per statuto, ma non nei fatti) progetti capaci di favorire l’integrazione delle economie socialiste e progetti nazionali implicanti l’adozione di tecnologie avanzate.

  • COMITATO CENTRALE DEI BUONI POSTALI FRUTTIFERI

    Commissione istituita dal r.d. 26.12.1924 n. 2106 per organizzare e vigilare sul servizio dei buoni fruttiferi postali e per amministrare le somme stanziate annualmente a carico del bilancio dello Stato per le spese di gestione del servizio. Aveva sede presso il Tesoro ed era presieduto dal Ministro, dal Direttore generale della Cassa DDPP, dal Direttore generale del Tesoro, dal Direttore generale delle Poste e da altri dirigenti statali. In seguito alla riforma delle Poste italiane e al cambiamento nei rapporti del BancoPosta con la Cassa DDPP, il Comitato è stato abrogato con d.m. 28.7.1998. L’abrogazione è stata fatta in forza dell’art. 41.1 della l. 27.12.1997 n. 449 che prescriveva la soppressione degli organismi che risultavano non più indispensabili. I compiti del Comitato sono passati alla Direzione generale del Tesoro.

  • COMITATO CONSULTIVO INTERNAZIONALE TELEGRAFICO E TELEFONICO

    Organizzazione costituita nell’ambito dell’ONU per lo sviluppo di standard a livello mondiale nel campo della telefonia e della telegrafia. Rientra nei suoi compiti anche la gestione delle bande di frequenza per le trasmissioni radio e televisive.

  • COMITATO DEGLI ESPERTI SU ORO E CAMBI

    Comitato permanente delle banche centrali delG-10 (fr. Comité d’experts sur l’or et les changes; ingl. Committee on Gold and Foreign Exchange) è segue gli sviluppi sui mercati dei cambi e individua le loro implicazioni per le politiche e per le procedure operative delle banche centrali, affrontando all’occasione questioni strutturali di più lungo periodo.

  • COMITATO DEI CREDITORI

    Organo del procedimento fallimentare, costituito da tre o cinque membri, scelti, tra i creditori, dal giudice delegato e nominati entro dieci giorni dal provvedimento con il quale viene reso esecutivo lo stato passivo (o anche prima, in via provvisoria, quando sia ritenuto opportuno).Il comitato, che costituisce la “delegazione” dell’abrogato codice e da questa si differisce perché nominato dal giudice delegato e non dai creditori, rappresenta in generale l’interesse di questi ultimi ed ha la funzione di esprimerepareri nei casi espressamente previsti dalla legge e, inoltre, tutte le volte che il tribunale fallimentare o il giudice delegato ne ravvisino l’utilità. A tale scopo ha il potere di esaminare i documenti e le scritture contabili del fallimento e di richiedere notizie e chiarimenti siaal fallito che al curatore. Il parere del comitato, i cui membri prestano la loro opera gratuitamente, con il solo diritto al rimborso delle spese, non è vincolante anche quando sia obbligatorio, con l’unica eccezione della continuazione temporanea dell’impresa, che può essere disposta dal tribunale soltanto su parere favorevole dell’organo in questione. Un comitato di creditori, di tre o cinque membri, è poi previsto dalla legge anche nellaprocedura di amministrazione controllata e in quella di concordato preventivo, mentre per la liquidazione coatta amministrativa le stesse funzioni sono svolte da un comitato di sorveglianza.

  • COMITATO DEI GOVERNATORI

    Organismo assembleare che riuniva i governatori delle Banche centrali dei paesi membri della Comunità, istituito dal consiglio delle Comunità europee (decisione 64/300/CEE dell’8.5.1964) per sviluppare la collaborazione fra banche centrali degli Stati membri. La denominazione ufficiale era “Comitato dei governatori delle Banche centrali degli Stati membri della Comunità Economica Europea” (fr. Comité des gouverneurs des banques centrales des États membres de la Communauté économique européenne; ingl. Committee of the Governors of the Central Banks of the Member States of the European Economic Community). Alle sessioni del Comitato era invitata, in linea di massima, a farsi rappresentare da uno dei suoi membri la Commissione. Altre persone qualificate potevano essere invitate dal Comitato, se questi lo riteneva necessari. Il Comitato dei governatori aveva il compito di: a) procedere a consultazioni in merito ai principi generali e alle grandi linee della politica delle Banche Centrali, principalmente in materia di credito, di mercato monetario e di mercato dei cambi; b) procedere regolarmente a scambi di informazioni in merito alle misure principali che rientrano nella competenza delle Banche centrali. Il Comitato riuniva a intervalli regolari e ogni qualvolta la situazione lo rendeva necessario o la Commissione europea ne richiedeva una riunione d’urgenza. Il Comitato ha patrocinato la costituzione del Comitato di Basilea per la regolamentazione bancaria e le pratiche di vigilanza (anche noto come Comitato Cooke, dal nome del suo presidente), istituito nel 1974 sotto l’egida della BRI dai governatori delle banche centrali di Belgio, Canada, Francia, Germania Ovest, Italia, Giappone, Lussemburgo, Olanda, Svezia, Regno Unito, Stati Uniti e Svizzera. Con l’avvio della seconda fase dell’UEM, l’IME (costituito il 1°.1.1994) ha sostituito nell’espletamento dei suoi tradizionali compiti il Comitato dei governatori, che ha così tenuto la sua ultima riunione nel dicembre 1993. In realtà è più corretto affermare che il Comitato dei governatori si sia trasformato in blocco nel Consiglio, organo direttivo dell’IME. Con l’avvio della terza fase dell’UE e la cessazione dell’IME i compiti del Consiglio di quest’ultimo sono confluite, sdoppiandosi, nei due organi della BCE, il Consiglio direttivo per quanto riguarda le questioni operative e il Consiglio generale, quanto ai compiti consultivi (v. BCE).

  • COMITATO DEL MERCATO RISTRETTO

    Organo tecnico preposto all’organizzazione e al funzionamento delle riunioni del Mercato ristretto, costituito con delibera Consob 24.6.1977 n. 233 ai sensi della legge istitutiva del mercato ristretto (l. 23.2.1977 n. 49, art. 3). Svolgeva a livello locale funzioni che per le borse valori competono al Comitato direttivo degli agenti di cambio e alla Deputazione di borsa. Scomparso con la privatizzazione della borsa valori in seguito al decreto Eurosim (d.lg. 23.7.1996 n. 415).

  • COMITATO DELLE REGIONI

    Il CDR (fr. Comité des régions; ingl. Committee of the Regions) è un nuovo organo ausiliario comunitario consultivo, previsto dal trattato di Maastricht del 1992 con le modificazioni introdotte nel TCE (artt. 263-265, ex artt. 198A, B, C). Composto di 222 rappresentanti delle collettività regionali e locali dell’UE, nominati per 4 anni, su proposta degli Stati membri, dal Consiglio dell’UE, che delibera all’unanimità sentito il parere della Commissione. La ripartizione dei mandati è la stessa del Comitato economico e sociale. La consultazione può essere obbligatoria o facoltativa. Esso deve essere consultato obbligatoriamente dal Consiglio dell’UE o dalla Commissione in materia di formazione, cultura, sanità, reti transeuropee, infrastrutture dei trasporti, telecomunicazioni ed energia, coesione economica, legislazione sociale. Il CDR è consultato regolarmente dal Consiglio dell’UE in via facoltativa su diversi progetti legislativi.

  • COMITATO DI BASILEA

    Il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria (fr. Comité de Bâle sur le contrôle bancaire; ingl. Basel Committeeon Banking Supervision) è stato costituito nel dicembre 1974 dai Governatori delle banche centrali del G10 per sviluppare la collaborazione tra le autorità di vigilanza bancaria. Il segretariato è messo a disposizione dalla BRI a Basilea. I compiti di segretariato del Comitato sono svolti dallaBRI. È un organo permanente del G-10, sede di discussione di specifiche questioni riguardanti la vigilanza con l’intento di rafforzare la cooperazione tra le autorità di vigilanza bancaria. Coordina le responsabilità delle autorità nazionali per garantire una vigilanza efficace delle attività bancarie a livello mondiale con attività di studio, proposta e mediazione, tradotte in accordi applicati dalle autorità di vigilanza nazionali In questa veste il Comitato ha prodotto una folta serie di documenti, consultabili in linea sul sito della BRI (http:// www.bis.org/). Tra questi meritano di essere ricordati, in ordine di tempo, il rapporto noto come Concordato di Basilea (Principles for the supervision of banks’ foreign establishments) del 1983 cui ha fatto seguito con il documento del 1993 in cui si fissa una serie di requisiti minimi per la vigilanza dei gruppi bancari internazionali e dei loro stabilimenti esteri (Minimum Standards for the supervision of international banking groups and their cross-border establishments). Il Comitato si propone inoltre di migliorare i criteri di vigilanza prudenziale, in particolare per quanto riguarda la solvibilità, in modo da rafforzare la solidità e la stabilità del sistema bancario internazionale. In proposito, l’Accordo di Basilea sui requisiti patrimoniali (pubblicato col titolo di International convergence of capital measurement and capital standards) del luglio 1988 (modificato nel 1991, 1994, 1995 e 1998) è anche il documento più noto del Comitato. L’Accordo ha avviato un processo di convergenza internazionale nella misurazione dell’adeguatezza patrimoniale delle banche e nella fissazione di requisiti minimi di capitalizzazione. Il Comitato ha poi avviato una serie di consultazioni su un nuovo schema di adeguatezza patrimoniale (New Basel Capital Accord, più noto come Basilea 2), approvato il 26.6.2004 e destinato a entrare in vigore progressivamente a partire da fine 2006. Con la collaborazione delle autorità di vigilanza dei mercati emergenti, il Comitato ha pubblicato nel settembre 1997 i Core Principles for Effective Banking Supervision (it.: Principi fondamentali per un’efficace vigilanza bancaria), cui è seguita nel 1999 la pubblicazione di Core Principles Methodology, che costituiscono uno schema di riferimento integrale per un efficace sistema di vigilanza.

  • COMITATO DI SORVEGLIANZA

    La disciplina dell’amministrazione straordinaria in argomento, dettata specificamente per le imprese bancarie, non si discosta di molto dalla legge fallimentare (r.d. 16.3.1942 n. 267) L’art. 198 l.fall., dettato in materia di organi della liquidazione coatta amministrativa, dispone che con il provvedimento che ordina la liquidazione o con altro successivo venga nominato, oltre al commissario, un comitato di sorveglianza, composto da tre o cinque membri scelti tra persone particolarmente esperte nel ramo di attività esercitato dall’impresa, possibilmente fra i creditori. Riguardo ai compiti del comitato, l’art. 201, comma 2 chiarisce che il comitato esercita i poteri che nella procedura fallimentare sono propri delcomitato dei creditori. In particolare, ai sensi dell’art. 205, comma 2 il comitato deve predisporre, alla fine di ogni semestre, un rapporto destinato all’autorità che ha la vigilanza sulla liquidazione. L’organo svolge, precipuamente, mansioni consultive, p.e. in ordine all’opportunità, sulla quale è chiamato a decidere il commissario liquidatore, di continuare l’esercizio dell’impresa. La nuova disciplina dell’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza, dettata dal d.lg. 8.7.1999 n. 270, attuativo della delega dell’art. 1 della l. 30.7.1998 n. 274 e sostitutivo dellaLegge Prodi sull’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi (d.l. 30.1.1979 n. 26, conv., con modificazioni, nella l. 3.4.1979 n. 95) dedica l’art. 45 alla nomina del comitato si sorveglianza. Ivi è detto che entro quindici giorni dalla nomina del commissario straordinario, il Ministro dell’industria nomina con decreto un comitato di sorveglianza composto da tre o cinque membri. Uno o due di essi, a seconda che il comitato sia composto da tre o cinque membri, sono scelti tra i creditori chirografari, i membri residui tra persone particolarmente esperte nel ramo di attività esercitata dall’impresa o nella procedura concorsuale. È il Ministro dell’industria stesso che nomina, tra i membri del comitato, il suo presidente. Ai componenti dell’organo diversi dai creditori chirografari è espressamente attribuita dal decreto la qualifica di “esperti” (art. 45, comma 4); come tali, hanno diritto ad un compenso, da determinarsi ad opera del Ministero dell’industria. Ai sensi dell’art. 46 emerge più nettamente, rispetto alla disciplina della liquidazione coatta amministrativa, la natura eminentemente consultiva dei compiti del comitato, chiamato ad esprimere pareri sugli atti del commissario straordinario ogni qual volta ciò sia previsto dalla legge e, in aggiunta, ogni qual volta il Ministro dell’industria lo ritenga opportuno. L’organo delibera a maggioranza assoluta dei suoi membri (art. 46, comma 2) e deve esprimere il proprio parere entro dieci giorni dalla data in cui sia richiesto (art. 46, comma 3). In caso di urgenza, può essere chiamato a deliberare entro un termine più breve, ma in ogni caso non inferiore a tre giorni (art. 46, comma 3). Spetta, altresì, al comitato un potere ispettivo sulle scritture contabili e su qualunque documento attinente alla procedura, oltre che il potere di chiedere in qualsiasi momento informazioni sia al commissario che all’imprenditore insolvente (art. 46, comma 4). L’organo in questione, com’è noto, è anche specificamente previsto per le procedure di amministrazione straordinaria delle banche, e diliquidazione coatta amministrativa delle banche. Secondo la disciplina dettata dal TUBC esso sostituisce in ogni funzione loro propria gli organi di vigilanza statutari sciolti a seguito del provvedimento di amministrazione straordinaria o di liquidazione coatta (art. 72, comma 2 e art. 84, comma 2 TUBC); al medesimo organo spettano, altresì, specifici compiti consultivi ed ispettivi. È composto da tre a cinque membri e nomina a maggioranza di voti il proprio presidente. Le deliberazioni dell’organo sono assunte col voto favorevole della maggioranza dei membri in carica; in caso di parità prevale il voto del presidente (art. 72, comma 8, richiamato, per la liquidazione coatta amministrativa, dall’art. 84, comma 6). È dubbio se i componenti del comitato possano essere qualificati pubblici ufficiali alla stregua del commissario straordinario e del commissario liquidatore. È pure discussa la natura giuridica dell’organo, avvicinata da taluno al comitato dei creditori di cui all’art. 40 l.fall., mentre altri ne sottolinea la particolarità, dati anche i peculiari rapporti con i commissari liquidatori, i commissari straordinari e l’autorità di vigilanza. Come si è avuto modo di osservare almeno alcuni di questi dubbi possono essere risolti proprio avendo riguardo alla disciplina posta dalla l.fall. e dal d.lg. 270/99.

  • COMITATO ECONOMICO E FINANZIARIO

    Organo consultivo della UE istituito all’inizio della terza fase del processo di realizzazione della UEM. I Paesi della UE, la Commissione europea e la BCE nominano ciascuno non più di due membri del Comitato. I due membri nominati da ciascuno Stato sono scelti tra gli alti funzionari, rispettivamente, delle Amministrazioni statali e della banca centrale nazionale. I compiti del Comitato economico e finanziario sono elencati dall’art. 114 (2) del Trattato sull’Unione europea; fra questi è compreso l’esame della situazione economica e finanziaria dei Paesi della UE.
    Fonte: Banca d'Italia

  • COMITATO EURO

    Nome abbreviato del Comitato di indirizzo e coordinamento per l’attuazione dell’euro. L’istituzione di struttura nazionale di orientamento (pilotage in fr.; for supervising in ingl.) che riunisca tutti gli operatori coinvolti (governo, banca centrale, settore privato, consumatori) per concertare e coordinare le innovazioni procedurali e tecniche per il passaggio alla moneta unica era raccomandata già dal Libro Verde sulle misure pratiche per l’introduzione della moneta unica pubblicato dalla Commissione europea nel maggio 1995. Il Comitato euro italiano è stato istituito con d.m. Tesoro 12.9.1996, in seguito a una direttiva della Presidenza del Consiglio (d.p.c.m. 27.6.1996, che lo denominava “Comitato di indirizzo strategico”). Il Comitato è stato riorganizzato dalla l. 17.12.1997 n. 433 (art. 14), che gli ha attribuito i compiti di indirizzo e di coordinamento in materia di attuazione della moneta unica europea nel sistema economico e nell’ordinamento nazionale ed è destinato a operare, non oltre i sei mesi successivi alla cessazione del corso legale della lira, quale organismo straordinario presso il Ministero dell’economia e delle finanze. L’organizzazione e il funzionamento sono state fissate con il regolamento approvato con d.p.r. 8.7.1998 n. 268, che lo ha reso operativo. L’organizzazione è di tipo burocratico-amministrativa accentrata (a differenza delle analoghe strutture costituite negli altri Paesi dell’UEM). Gli altri Paesi della Comunità europea hanno istituito le strutture centrali e locali già fin dal 1995 (Germania, Austria) o dal 1996 (Francia, Belgio, Spagna, Lussemburgo, Olanda, Finlandia). Il Comitato promuove, programma e attua a livello nazionale, con potere di fornire direttive e indirizzi generali, le iniziative per il passaggio alla moneta unica, comprese attività di studio, di formazione e di informazione al pubblico; formula proposte al Ministro dell’economia e delle finanze; fornisce assistenza, informazioni e consulenza giuridica anche attraverso la soluzione di quesiti che vengono sottoposti al suo esame, a tutti i soggetti interessati all’attuazione dell’euro; verifica lo stato del processo di attuazione della moneta unica e i risultati conseguiti; acquisisce i dati e gli elementi necessari per riferire semestralmente alle competenti commissioni parlamentari. Il Comitato è composto da 24-30 membri (scelti tra le amministrazioni pubbliche statali, o comunque a rilievo nazionale, organizzazioni e associazioni di enti locali, associazioni imprenditoriali e di categoria, sindacati, rappresentanti indicati dalla Consulta dei consumatori) oltre al Presidente (che è un Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Economia e delle finanze). Presidente e componenti sono nominati dal Ministro dell’economia e delle finanze. All’interno del Comitato è costituito un esecutivo (che dà attuazione alle decisioni del Comitato, decide le spese per acquisto di beni e servizi ecc., conferisce incarichi di studio e di ricerca e di collaborazione a esterno ecc.) una segreteria generale e si divide in tre sottocomitati settoriali (Pubblica amministrazione, Finanza, I