YEN

Codice ISO: JPY. La moneta nipponica yen nasce con l’atto monetario del maggio del 1871 nella duplice versione di yen d’argento di 26,96 grammi in lega a 900 millesimi, come la piastra messicana, e di yen d’oro che è modellato sul dollaro statunitense di 1,504656 grammi di fino. Nell’anno successivo sono emessi anche biglietti di banca espressi in yen. Prima di questi avvenimenti il Giappone accusava ritardisecolari in fatto di economia monetaria e quindi nello sviluppo non solo economico, ma anche sociale. Solo nel secolo VIII della nostra era, quasi certamente nel periodo in cui Pipino il Breve non aveva ancora costituito il suo regno, la scrittura e qualche moneta, venendo dalla Cina, approdano in Giappone. Le prime monete giapponesi battute in rame risalgono verso la fine di quel secolo e hanno la caratteristica di avere un foro al centro, che evidentemente serviva per infilarle una a una, a mo’ di collana, come facevano gli indiani in Canada e quelli delle zone costiere dell’Oceano indiano. I primi usavano collane di wampum, che era un cilindretto di due centimetri ricavato dal guscio della conchiglia marina e i secondi si avvalevano del cauri, che era, invece, una conchiglia intera. Le monete forate non ebbero molta fortuna e l’economia del Giappone continuò a rimanere legata al baratto, con vari beni che assolvevano alla funzione di moneta merce, in particolare il riso. Anche le poche monete d’oro ebbero un uso limitato, forse circoscritto alla corte imperiale, per cui è probabile che abbiano assolto alla funzione di medaglie, anziché a quella monetaria vera e propria. Come era accaduto fin dall’alba della moneta coniata nelle poleis dell’Asia minore, anche in Giappone non mancarono le svalutazioni con emissioni di monete in rame più leggere. La sfiducia nella moneta coniata è testimoniata dalle disposizioni imperiali dopo la metà del X secolo, quando in Europa iniziava a serpeggiare la paura della fine del mondo. Fu infatti vietato l’uso di qualsiasi moneta sia indigena che straniera. L’economia contadina riprende il sopravvento e solo da una certa data del secolo XI i mercanti cinesi e coreani riportano la moneta in qualche località costiera del Giappone. Si deve tuttavia arrivare a dopo la metà del XVI secolo, con l’afflusso dei primi portoghesi, per riscoprire un interesse verso la moneta e soprattutto verso l’oro, che è trovato nei giacimenti alluvionali, è fuso in forma di lingottini divisi in tacche per facilitarne 1a suddivisione ed è scambiato a peso. Prima della fine del secolo apparve quella che è considerata la più grande moneta d’oro del mondo, giacché pesava 165 grammi ed era di forma ovale. Anche se non era di oro zecchino era sempre di elevato valore e quindi non adatta agli scambi. Più tardi comparvero monete d’oro adatte a circolare insieme con le monete d’argento, di rame e anche di ferro, usate certamente come spiccioliminuti. La presenza di queste monete nel sistema economico giapponese non significa ancora una compiuta economia monetaria, giacché gli scambi hanno luogo ricorrendo alla pesatura della moneta. La situazione muta di poco quando, a far data dal 1640, il Giappone si isola del tutto dal resto del mondo. Né si può parlare di diffusa economia monetaria nei primi decenni del XVIII secolo, nonostante i primi tentativi di ricorrere alla carta moneta sotto forma di figurine oppure di ricevute rilasciate dai commercianti a fronte dei versamenti di sacchettini di polvere d’oro. L’economia monetaria sorge solo con la fine dell’isolamento, allorché i giapponesi comprendono che se si vuole evitare la miseria e soprattutto la fame, con le connesse epidemie. è necessario imitare l’Occidente. La comparsa di quattro cannoniere degli Stati Uniti fu comunque più convincente dei discorsi che potevano essere fatti ai samurai. L’accordo del 1854 aprì al Giappone la via dell’ammodernamento. La necessità di copiare si impose anche nella monetazione. Dall’America latina arrivò la piastra d’argento, dagli Stati Uniti i1 dollaro d’oro e dalla Germania il biglietto di banca. L’emissione di moneta metallica fu riservata esclusivamente alla zecca imperiale, mentre quella della carta moneta fu affidata, oltre che al governo, alle agenzie di cambio, che nel frattempo erano sorte per iniziativa privata onde rispondere alle esigenze poste dall’afflusso e degli operatori stranieri.Nel 1871 la riforma monetaria legò lo yen al dollaro, uguagliandone il contenuto di oro fino, e pari a 1,504656 grammi, come già detto. Rigurgiti isolazionisti determinarono sconvolgimenti anche nell’ambito monetario. La carta moneta si inflazionò e fu necessario fare un altro passo in avanti sulla via della modernizzazione. Nell’ottobre del 1882 fu fondata la Banca del Giappone, che tre anni dopo fu in grado di emettere i nuovi biglietti da 1, da 10 e da 100 yen convertibili in argento. Il Giappone sceglieva dunque il tallone argenteo, espresso da uno yen di 25,12 grammi di fino, affiancato comunque da monete d’oro. Nel 1897, dopo aver costituito un’adeguata riserva aurea, grazie alla forte indennità di guerra pagata dalla Cina, sconfitta in Corea e in Manciuria, la banca centrale poté entrare in regime di gold standard, rendendo quindi convertibili in oro i suoi biglietti. La parità aurea fu fissata in 0,750 grammi di fino, la metà di quella stabilita nel 1871, allorché fu deciso di legarsi al dollaro degli Stati Uniti. La breve guerra contro la Russia nel 1805 non lasciò conseguenze serie sulla moneta, le cui potenzialità furono volte a recepire le innovazioni tecniche, soprattutto a vantaggio della marina da guerra e dell’esercito. Alla stregua di quanto accadde nel resto del mondo, la convertibilità fu sospesa anche in Giappone con lo scoppio della prima guerra mondiale, alla quale il paese partecipò dalla parte degli Alleati contro la Germania, ma senza grandi sforzi bellici traendone, invece, immensi vantaggi economici. Questi resero più difficile la gestione del dopoguerra anche sul piano sociale. Nel 1927 in piena e travolgente crisi bancaria, con conseguente moratoria generale, fu necessario rinunciare al tallone aureo, che era stato ripristinato dopo la guerra togliendo l’embargo all’oro in precedenza decretato. Con scarsa cognizione di causa, il gold standard fu poi ripristinato in controtendenza nel 1930. L’errore provocò gravi perdite nelle riserve auree, per cui alla fine dell’anno successivo la convertibilità fu sospesa. D’altra parte nel mese di febbraio era scoppiata la guerra contro la Cina. Lo yen fu fatto fluttuare, ma le quotazioni volsero inesorabilmente al ribasso. Nonostante il controllo dei cambi la vecchia parità aurea si era ridotta di circa il 60 per cento, quando nel 1933 lo yen fu legato alla lira sterlina al tasso di 1 yen contro 14 pence. Dal 1934 al 1938 una serie di riallineamenti interni del prezzo dell’oro, mentre veniva dispiegata una severa politica di controllo dei cambi alla stregua di quanto faceva la Germania (v. marco tedesco), portarono la parità aurea a soli 0,259 grammi di fino. Dal 1939 al 1941 ci fu un altalenante collegamento dello yen con la sterlina e con il dollaro, per poi stabilirne uno con la Germania nel dicembre del 1941 al tasso del tutto teorico di 1 yen contro 1,705 Reichsmark. La seconda guerra mondiale condotta contro gli Alleati, a differenza della prima, lasciò conseguenze tragiche. Grazie al dispiegamento massiccio di risorse da parte degli Stati Uniti, il Giappone poté evitare le esperienze vissute negli anni Venti in Europa dagli imperi centrali. L’inflazione per quanto elevata non fu devastante. Nell’agosto del 1945 fu imposto il cambio militare di 15 yen per dollaro. Nel 1946 mentre il mercato nero quotava il dollaro a 850 yen, fu imposto il ritiro della circolazione cartacea entro il limite di 100 yen a testa, cambiando i biglietti uno a uno e limitando il tempo delle operazioni a una settimana soltanto. Le somme eccedenti furono accreditate in conti bancari bloccati. Nei due anni successivi fu provveduto a modificare il cambio militare portandolo rispettivamente a 50 e a 250 yen. Nell’aprile del 1949 il cambio militare veniva soppresso e veniva stabilito quello base di 360 yen per dollaro. Come intanto accadeva in Europa, l’aiuto degli Stati Uniti consentiva nel 1953 di dichiarare al FMI la parità di 360 yen per dollaro, equivalente a un contenuto di oro fino di 0,00246853 grammi. Nel 1964, grazie anche alle linee di difesa approntate con i prestiti del Fondo monetario, lo yen diventava convertibile in valute estere. L’eccezionale sviluppo economico in atto da qualche anno e la sua trasformazione in crescita inusitata, avvenuta non certo nello spirito di grande apertura alla concorrenza internazionale, non hanno provocato spinte inflazionistiche per lo yen, che si è anzi rafforzato contro il dollaro. Con l’accordo smithsoniano del dicembre del 1971 lo yen è rivalutato del 7,7 per cento nella sua parità aurea e del 16,9 per cento nel suo cambio con 1a valuta Usa., che passa a 308 yen. Dall’agosto aveva fluttuato liberamente e si era apprezzato. Nel 1973, in seguito alla seconda svalutazione del dollaro, lo yen è lasciato nuovamente fluttuare non più liberamente, ma come le monete degli altri paesi industrializzati, secondo le direttive della banca centrale. Durante la crisi energetica lo yen si indebolisce, ma negli anni successivi e fino a tutti gli anni Novanta si rafforza, ma non nella misura che sarebbe da attendersi se fossero rimaste in vigore le disposizioni del Fondo monetario di rivalutare la moneta del paese, la cui bilancia dei pagamenti avesse presentato ripetuti attivi. In altri termini, tempestive rivalutazioni dello yen avrebbero frenato le esportazioni, aumentato le importazioni e portato la bilancia dei pagamenti verso l’equilibrio. Sottostanti al rafforzamento dello yen gravano le contraddizioni, che hanno portato il Giappone verso un rallentamento e anzi quasi ristagno dell’economia e l’accumulo di tensioni finanziarie non comuni.