nuovissima Enciclopedia di banca, borsa e finanza

Lettera selezionata: V

  • VAGLIA CAMBIARIO EMESSO DAI BANCHI MERIDIONALI

    Titolo di credito all’ordine emesso dal Banco di Napoli e dal Banco di Sicilia e pagabile a vista presso qualunque filiale degli stessi. Presenta le medesime caratteristiche strutturali del vaglia cambiario emesso dalla Banca d’Italia di cui per gran parte condivide la disciplina. A differenza di quest’ultimo, però, l’emissione del vaglia da parte dei banchi meridionali non presuppone necessariamente il versamento dell’importo in denaro ben potendo avvenireanche con addebito in conto. Inoltre, in caso di smarrimento, distruzione e sottrazione la procedura di ammortamento del titolo è regolata, per espresso rinvio dell’art. 106, 2° comma, r.d. 21.12.1933 n. 1736, dalle norme sull’assegno circolare. A fronte dell’emissione dei vaglia, i due banchi sono tenuti a costituire riserva in titoli di Stato in misura non inferiore al 20% dei vaglia cambiari, assegni di corrispondenza e fondi i credito in circolazione. Anche a tale titolo dovrebbe applicarsi la normativa

  • VAGLIA CAMBIARIO EMESSO DALLA BANCA D'ITALIA

    Titolo di credito all’ordine emesso dalla Banca d’Italia e pagabile a vista presso qualunque filiale della stessa. Viene emesso previo versamento del corrispondente importo in biglietti di banca o valuta legale, e deve essere redatto, a pena di invalidità, su appositi moduli di carta filigranata muniti di tabella numerica laterale destinata a fornire riscontro dell’esattezza della cifra indicata. Dal titolo deve, altresì, risultare il numero progressivo di emissione. A garanzia del pagamento, la Banca d’Italia è tenuta a costituire una riserva in oro o in divisa estera gravata da privilegio speciale a favore dei prenditori dei titoli. Ai sensi dell’art. 88, r.d. 21.12.1933 n. 1736, sono requisiti formali del titolo, a pena di nullità, la denominazione di “vaglia cambiario”, la promessa incondizionata di pagare la somma in esso indicata in cifre e in lettere, il nome del prenditore, la data e il luogo di emissione e la sottoscrizione della banca. L’inserimento nel titolo di una promessa incondizionata di pagamento, rende lo stesso assimilabile per struttura e funzione all’assegno circolare, Il vaglia cambiario rappresenta il mezzo di cui l’Amministrazione finanziaria dello Stato normalmente si avvale per procedere ai rimborsi delle imposte a favore dei contribuenti. In tal caso per l’emissione del titolo non è, però, necessario il preventivo versamento dell’importo posto che la Banca d’Italia gestisce il servizio di tesoreria provinciale per conto dello Stato. Per espressa disposizione dell’art. 90, al vaglia cambiario emesso dalla Banca d’Italia si applicano tutte le norme sul vaglia ordinario (v. cambiale) compatibili con la speciale disciplina di cui agli artt. 87-97 r.d. 21.12.1933 n. 1736, ad eccezione di quelle in materia di avallo, pagamento per intervento, copie, pagamento presso terzi o in luogo diverso dal domicilio del trattario, promessa di interessi e cambiale in bianco. Ne risultano, pertanto, applicabili le norme relative al termine di presentazione al pagamento e quelle in materia di azione di regresso, causale e di arricchimento. Al fine di limitarne la circolazione, il titolo può essere emesso o girato con clausola “non trasferibile”. Per espressa disposizione normativa tale clausola deve essere obbligatoriamente apposta ai vaglia di importo superiore a venti milioni di lire e a quelli emessi per conto dell’Amministrazione finanziaria dello Stato per rimborso delle imposte. In caso di smarrimento, distruzione o sottrazione di un vaglia munito di clausola di non trasferibilità, il portatore che denunci l’evento alla filiale della Banca d’Italia, ha diritto di ottenere dalla stessa il pagamento dell’importo decorsi quindici giorni dalla denuncia. In difetto della clausola, invece, il portatore che abbia subito i medesimi eventi, previa denuncia degli stessi, può dar corso alla procedura di ammortamento del titolo, la cui disciplina ricalca grosso modo quella dettata in materia di assegno circolare, tranne che per alcune peculiarità. Infatti, competente all’emanazione del decreto è il Presidente del Tribunale del luogo in cui vi sia una filiale dell’istituto, copia del decreto deveessere notificata anche alla filiale la cui ubicazione abbia determinato la competenza territoriale la quale provvederà a darne comunicazione a tutte le altre filiali e i vaglia dichiarati inefficaci non producono interessi. Il pagamento avvenuto prima della notificazione del decreto libera la Banca, così come quello eseguito da una filiale alla quale non sia pervenuta notizia del decreto per fatto non imputabile all’Istituto. Anche al vaglia cambiario della Banca d’Italia si applicano le disposizioni normative conseguenti all’introduzione del sistema dell’Euro e, in particolare l’art. 48, comma 2, del d.lg. 24.6.1998 n. 213 e l’art. 1 del d.m. 21.12.1998, i quali, in riferimento ai rapporti con le pubbliche Amministrazioni, prevedono che nel periodo transitorio, per le operazioni non regolabili in contanti, i creditori possano richiedere e le Amministrazioni possano disporre i pagamenti dei titoli di spesa in euro.

  • VAGLIA DEL TESORO

    Titolo contabile previsto dagli artt. 521 e 531 r.d. 23.5.1924 n. 827 (regolamento per l’esecuzione del r.d. 18.11.1923 n. 2440 sull’amministrazione del patrimonio e sulla contabilità generale dello Stato), in virtù del quale viene pagata da una tesoreria una somma di denaro che è stata versata in un’altra. I vaglia del Tesoro possono essere emessi soltanto in favore delle amministrazioni pubbliche nei loro rapporti con il servizio di tesoreria. La emissione deve essere preventivamente autorizzata dal direttore generale del Tesoro per quanto riguarda la Tesoreria centrale, e dalla direzione provinciale del Tesoro per quanto riguarda le Sezioni provinciali di tesoreria. Il tesoriere che riceve il danaro emette un vaglia del Tesoro (che viene poi pagato dal tesoriere sul quale è tratto), staccandolo da un bollettario a matrice e contromatrice. Il vaglia del Tesoro, oltre ad avere il marchio a secco del Ministero delle Finanze ed un numero continuativo per tesoriere ed esercizio, deve contenere le seguenti indicazioni: l’amministrazione od il cognome, nome e qualità di chi fa il versamento; l’importo della somma versata, in tutte lettere ed in numeri; la specie dei valori versati; la tesoreria che deve provvedere al pagamento; il cognome, nome e qualità della persona o la denominazione dell’ente che deve riscuoterlo; l’oggetto o la causa del versamento; la data in cui è rilasciato. Quando un vaglia del Tesoro deve essere convertito in quietanza di entrata viene apposto sul medesimo un marchio che deve avere la dizione commutabile in quietanza. I tesorieri non possono pagare i vaglia se prima non hanno ricevuto le corrispondenti contromatrici, allo scopo di effettuare il dovuto riscontro. All’atto del pagamento il creditore rilascia apposita quietanza che va stesa sul titolo. 1 vaglia del Tesoro non sono girabili. In caso di smarrimento, perditao distruzione di vaglia o di contromatrici, la direzione generale del Tesoro provvede al rilascio di un certificato per i vaglia emessi dalla tesoreria centrale e le delegazioni del Tesoro provvedono analogamente per quelli emessi dalle rispettive sezioni di tesoreria. La stessa direzione generale provvede al rilascio del certificato per i vaglia emessi dalle sezioni di tesoreria se le rispettive matrici siano già state allegate ai conti giudiziali. Sulla matrice del vaglia e nei registri è fatta annotazione della spedizione del certificato. I vaglia del Tesoro rimasti da pagare alla chiusura di un esercizio costituiscono debito del Tesoro e sono riportati nei registri dell’esercizio susseguente, per annotarvi a suo tempo il relativo pagamento. Qualora nel termine di un quinquennio dalla data di emissione dei vaglia non sia avvenuto il pagamento, l’ammontare dei vaglia non pagati, secondo l’importo, viene introitato in conto entrate eventuali del Tesoro, o depositato presso la Cassa DDPP. L’art. 531-bis del r.d. 23.5.1924 n. 827, introdotto dall’art. 2, d.p.r. 6.7.1993, n. 343, ha previsto la possibilità di effettuare trasferimenti di fondi tra tesorerie dello Stato anche mediante flussi elettronici di dati. A tal fine, la tesoreria che deve trasferire i fondi emette apposita quietanza a fronte della quale quella destinataria, sulla base del flusso elettronico di dati, effettua le connesse operazioni di uscita, emettendo un ordine di pagamento estinguibile anche mediante le modalità agevolative previste dal d.p.r. 10.2.1984 n. 21. In virtù dell’art. 531-bis, le tesorerie sono tenute a rendere alla Direzione generale del Tesoro le contabilità relative ai trasferimenti elettronici, a cadenza sia mensile che annuale.

  • VAGLIA POSTALE

    1. Vaglia interni. Mezzo di pagamento da luogo a luogo in cui la trasmissione dei fondi avviene attraverso il BancoPosta. Consta di un documento di legittimazione emesso per conto di chiunque lo richiede, contenente l’ordine di pagamento di una certa somma a favore di una persona presso un certo ufficio postale, dietro versamento in contanti della somma stessa e pagamento di un compenso. Può essere ordinario (cioè trasmesso per via postale ordinaria) o telegrafico (con pagamento disposto per via telegrafica). Il destinatario può incassare il vaglia presso l’ufficio postale designato dal mittente, o presso un altro ufficio postale, previa conferma dell’ufficio destinatario, o farselo depositare in conto correntepostale. La riscossione deve avvenire entro due mesi dall’emissione; trascorso questo termine il vaglia deve essere rimborsato agli aventi diritto che ne facciano richiesta entro i due esercizi successivi a quello dell’emissione. La cessione dei vaglia interni, se non emessi con la clausola “non trasferibile”, può essere fatta mediante la girata, la quale, però, ha il limitato effetto di una normale cessione del credito, senza alcuna funzione di garanzia. In ciò, il vaglia postale ha somiglianze con l’assegno circolare. Mentre, però, nell’assegno il trasferimento dei fondi avviene con l’emissione del titolo da parte di una banca e con la successiva riscossione tramite un’altra banca, senza che la banca emittente curi la trasmissione del titolo medesimo, il BancoPosta (un tempo lo Stato, quando il BancoPosta era un’amministrazione autonoma statale), emittente del vaglia postale, si incarica, tramite il servizio postale, della trasmissione del documento e del denaro in ogni parte del territorio nazionale e anche all’estero. Il vaglia postale non è considerato titolo di credito, sebbene sia suscettibile di girata, inquadrato nei “documenti di legittimazione e titoli impropri” di cui all’art. 2002 c.c.

    2. Il vaglia di servizio è emesso senza il pagamento della tassa e viene usato per la trasmissione dei fondi nell’interesse dei servizi cui provvede ilBancoPosta e per il pagamento delle somme dovute a terzi.

    3. Il vaglia postale internazionale serve a trasferire fondi all’estero e il loro servizio è regolato da apposite convenzioni con le amministrazioni postali estere.

  • VAGLIA POSTALE INTERNAZIONALE

    Strumento di pagamento utilizzato per trasferire somme di danaro all’estero. È emesso dalle Poste Italiane spa, al pari delle Amministrazioni postali di altri Paesi (fr. mandat de Poste international; ingl. international money order) ed è regolato da convenzioni internazionali. Il vaglia proveniente dall’estero è trasferibile mediante girata se non reca la clausola “ne payer qu’en main propre” (pagabile in mani proprie) ed è pagabile presso l’ufficio postale indicato sul titolo ma può essere incassato anche presso un altro ufficio con pagamento di una tassa. L’importo del vaglia internazionale viene indicato nella moneta del Paese di destinazione o in una moneta convenuta, dopo aver operato il cambio. L’US Postal service emette due tipi di vaglia: lo Standard International Money Order e il Direct International Money Order. Il primo opera come il vaglia postale italiano (il recapito al beneficiario è curato dall’Amministrazione postale), mentre il secondo è una specie di assegno circolare rilasciato al richiedente che cura direttamente l’invio al beneficiario.

  • VALORE AGGIUNTO

    Per un’unità produttiva il valore aggiunto è la differenza tra valore della produzione di un dato periodo (output)e costo dei beni e dei servizi (input) acquistati all’esterno e impiegati per realizzare quella produzione. La produzione è data dai ricavi dell’esercizio meno le esistenze all’inizio del periodo considerato di prodotti finiti pronti per la vendita più le rimanenze degli stessi alla fine del periodo. Gli inputs sono dati dai costisostenuti nell’esercizio per l’acquisto di beni e servizi all’esterno, rettificati in modo analogo in base alle esistenze iniziali e alle rimanenze finali di materie prime e di prodotti intermedi. Da un altro punto di vista il valore aggiunto si definisce come l’insieme dei redditi attribuiti ai soggetti (imprenditori, capitalisti, dipendenti) che partecipano dall’interno al processo di produzione e viene calcolato sommando il costo del lavoro, gli interessi passivi, le quote di ammortamento e le imposte dirette. Le imposte indirette, esclusa l’IVA detraibile che non rientra nei costi ma è un credito, sono incluse nel costo dell’input. Il concetto di valore aggiunto è insito concettualmente (oltre che nel nome) nel meccanismo dell’imposta omonima (l’IVA) nei Paesi della Comunità Europea, concepito in modo che dal punto di vista macroeconomico l’imposta gravi sul valore aggiunto e non sul valore della produzione. Anche la base imponibile dell’IRAP si avvicina al concetto di valore aggiunto. In contabilità nazionale il valore aggiunto indica il contributo di una branca produttiva alla formazione del PIL (prodotto interno lordo; v.contabilità nazionale). Esso è calcolato “ai prezzi di base” (ovvero al costo dei facio è al netto delle imposte sui prodotti e al lordo dei contributi pubblici ai prodotti) e “ai prezzi di mercato” (valore aggiunto ai prezzi di base aumentato delle imposte sui prodotti, IVA esclusa e al netto dei contributi ai prodotti). Il PIL è pari alla somma dei valori aggiunti ai prezzi di mercato dalle varie branche di attività economica, aumentata dell’IVA e delle imposte indirette sulle importazioni, al netto dei servizi di intermediazione finanziaria indirettamente misurati (acr.: SIFIM).

  • VALORE ASSICURABILE

    Valore oggettivo di un interesse sottoposto ad un rischio futuro ed incerto (assicurazione ramo danni) o futuro e certo (assicurazione ramo vita). Generalmente il valore assicurato è determinato a priori nel suo limite massimo (c.d. massimale di assicurazione fissato dall’impresa assicuratrice). Il valore assicurabile si riferisce alla cosa in ottimo stato e nel luogo o attività cui essa è destinata. In particolare nelle assicurazioni marittime di merci, se non è possibile determinare tale valore altrimenti, esso risulterà dal prezzo di mercato della merce al momento e nel luogo di carico, più il 10% di tale valore quale utile sperato, le spese di carico fino a bordo, il nolo dovuto e le spese e il premio di assicurazione. Il valore effettivamente assicurato può essere uguale a quello assicurabile (assicurazione piena), oppure superiore o inferiore. Quando l’interesse assicurato ha un valore superiore alla somma di assicurazione l’assicuratore risarcisce il danno nella proporzione in cui tale somma sta col valore di assicurazione. Quando invece le cose assicurate hanno valore inferiore alla somma di assicurazione, e non vi sia dolo o frode da parte del beneficiario, l’assicuratore è obbligato a risarcire fino al valore delle cose assicurate e non oltre.

  • VALORE ATTUALE

    Entità di un capitale (credito, annualità) stimato con riferimento a una data anteriore rispetto a quella in cui esso è esigibile. Il valore attuale corrisponde alla differenza tra il capitale e lo sconto, da scomputare in quanto la somma viene a rendersi disponibile prima della scadenza contrattuale. Nell’ambito dell’analisi degli investimenti, per valutare la convenienza di un dato progetto viene utilizzato il concetto di valore attuale netto, differenza tra valore attuale dei costi dell’investimento previsto e il valore attuale dei flussi di cassa attesi a seguito della realizzazione. Collegato al concetto di valore attuale netto è quello di tasso di rendimento interno (IRR) che eguaglia il valore attuale di una serie di flussi di cassa ai flussi dei costi dell’investimento. Per il computo v. attualizzazione; sconto; sconto commerciale; sconto composto.

  • VALORE ATTUALE NETTO (VAN)

    Il VAN è la somma algebrica dei flussi di cassa originati da un progetto, attualizzati ad un tasso di sconto che tiene conto del costo opportunità della moneta, in un arco di tempo definito. Esso consente di calcolare il valore del beneficio netto atteso dall’iniziativa come se fosse disponibile nel momento in cui la decisione di investimento viene assunta.
    In formule:

    Dove:
    B = benefici economici e/o finanziari
    C = costi economici e/o finanziari
    t = tempo
    r = tasso di sconto
    Affinché il progetto venga accettato, due condizioni dovranno essere soddisfatte: (a) il Van del progetto, al tasso di attualizzazione prestabilito, non deve essere negativo per nessuno degli stakeholders coinvolti; (b) il Van calcolato deve essere superiore o almeno uguale al Van di altri progetti alternativi e che pur avendo le stesse finalità del progetto in esame prevedono strumenti d'intervento o tecniche diverse e che non sarebbero accettati se il progetto venisse realizzato.
    Le caratteristiche più importanti del Van possono essere così riassunte:
    - esso considera i flussi di cassa generati durante l’intera vita economica dell’investimento;
    - attribuisce dei pesi differenti ai flussi di cassa relativi a periodi temporali differenti;
    - il suo valore dipende dalle dimensioni del valore dell’investimento effettuato;
    - a parità di condizioni, esso sarà tanto più elevato, quindi, quanto maggiori sono le dimensioni del progetto;
    - è influenzato dalla valutazione soggettiva del tasso di attualizzazione.
    Secondo il criterio del VAN, i progetti vengono giudicati accettabili oppure non accettabili.


    Redattore: Carmela NOTARO

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  • VALORE CONTABILE O DI LIBRO

    Importo di ogni singolo cespite del patrimonio di un’azienda, secondo le risultanze delle scritture contabili.

  • VALORE CORRENTE

    Valutazione di un bene eseguita al prezzo di mercato. I1 valore corrente, quindi, risente del processo inflazionistico e si differenzia dal valore costante (o prezzo storico) che non tiene conto della variazione dei prezzi.

  • VALORE DI BILANCIO

    Misura delle componenti attive e passive del patrimonio di un’impresa in sede di compilazione del bilancio (di esercizio, di liquidazione, di fusione, di cessione). Con l’eccezione del numerario giacente in cassa e dei depositi in conto corrente, i valori di bilancio non sono valori certi. Essi possono risultare da operazioni in corso all’epoca in cui si redige il bilancio o possono essere oggetto di valutazione. Esempi tipici di valori di bilancio sono i crediti iscritti in base al valore di presumibile realizzo; i semilavorati; le stesse immobilizzazioni, posto che la loro valutazione netta dipende anche dal criterio seguito nella procedura di ammortamento; ecc. L’art. 2426 c.c. (art. 9 del d.lg. 9.4.1991 n. 127) stabilisce criteri particolari di valutazione per le diverse voci dell’attivo da iscrivere nel bilancio di esercizio delle società di capitali e delle imprese di persone, quando ciò è applicabile (art. 2217 c.c.). In particolare per immobili, impianti, macchinari, mobili, diritti di brevetto industriale e diritti di utilizzazione delle opere d’ingegno, valore delle azioni e titoli a reddito fisso, partecipazioni non azionarie, crediti. In condizioni straordinarie i criteri di valutazione sono diversi secondo il fine per cui il bilancio è redatto. Così, se trattasi di un bilancio di liquidazione ci si atterrà ai valori di presumibile realizzo isolato, mentre in sede di fusione la valutazione potrà evidenziare l’eventuale “avviamento” maturato.

  • VALORE DI NON USO

    Il valore di non uso di un bene corrisponde al beneficio prodotto dallo stesso bene come conseguenza di predisposizioni e comportamenti del soggetto economico non direttamente legate all’uso del bene. È definibile come la quantità di moneta che si è disposti a pagare per avere l’opportunità di fruizione del bene per sé o per altri  o per l’esistenza stessa del bene, oppure la maggiore quantità di moneta che una persona è disposta a pagare per il bene, rispetto all’ammontare  di moneta effettivo che deve pagare per avere l’opportunità dell’uso del bene o perché l’esistenza  del bene stesso sia comunque assicurata.
    Redattore: Carmen NOTARO
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  • VALORE DI OPZIONE (Enciclopedia)

    La ricerca sulla teoria delle opzioni reali vede i suoi inizi alla fine degli anni Sessanta, mentre trova sviluppo e diffusione soprattutto tra la fine degli anni Ottanta e nel corso degli anni Novanta del Novecento. I primi lavori sono quelli Fisher Black, Robert Merton e Myron Scholes, relativi al pricing delle opzioni finanziarie che hanno poi portato alla definizione del noto modello di Black and Scholes e rappresentano la formalizzazione dell’approccio delle opzioni reali quale metodo di valutazione e di gestione degli investimenti strategici in un contesto di incertezza, che estende i metodi di option pricing dai contratti finanziari ai cosiddetti real assets.
    Come evidenziato da Amran e Kulatilaka (1999) le caratteristiche delle opzioni reali ne fanno un valido strumento per la stima del valore, anche se l’elevato contenuto analitico del modello ne ha rallentato la diffusione.
    La teoria delle opzioni reali rispetta la logica del Van tradizionale e partendo dall’analisi costi e benefici si passa al VAN esteso. Il metodo del Van esteso o Vanes, consiste nel valutare un progetto, confrontando, analogamente alla ACB tradizionale, due situazioni "senza il progetto" e "con il progetto", ma tenendo conto, in tutte e due le situazioni, non solo dei cash flow relativi, ma anche delle opzioni caratteristiche di ciascuna condizione. Il Vanes può essere definito come:
    Vanes = E(Van) + Valore opzioni create dal progetto … Valore opzioni distrutte dal progetto
    dove E(Van) indica il valore atteso del Van ed è dato dalla differenza tra il VAN della situazione con il progetto e il Van della situazione senza il progetto.
    Le opzioni esistenti nella situazione "senza il progetto", corrispondono alle opzioni distrutte e almeno una viene distrutta con la realizzazione del progetto. Nella situazione "senza", infatti, il progetto rappresenta una opzione che può essere o meno esercitata, a seconda venga o meno adottato il progetto. L’esercizio di questa opzione coincide con l’adozione del progetto che ad essa sostituisce il proprio cash flow attualizzato e il valore delle nuove opzioni da esso create.
    La logica delle opzioni reali è la stessa delle opzioni finanziarie, il progetto costituisce, quindi nella situazione "senza progetto", un’opzione di tipo "call", perché esso dà il diritto, a un prezzo d’esercizio prestabilito, costituito dal costo d’investimento, di accedere ad un cespite "sottostante" (così come la "call" dà il diritto di acquisire un titolo). Tale cespite è costituito, oltre che dal Van, dal valore totale netto risultante dalle altre opzioni create o distrutte dal progetto stesso. Il valore di un’opzione "call" alla sua scadenza T è indicato come:


    Max ( 0, S(T)-X(T))

    Dove S(T) è il valore del sottostante alla scadenza (ossia il titolo che l’opzione dà il diritto di acquistare) e X(T) il prezzo prefissato (il cosiddetto "strike") a cui la "call" dà il diritto di acquisire il titolo stesso.
    Sia il valore atteso del Van, sia quello delle opzioni create o distrutte, non sono costanti, ma variano stocasticamente, ossia in base ad una distribuzione di probabilità, di periodo in periodo. Inoltre, anche alla data di scadenza, il valore del Van del progetto sarà un valore atteso e non un Van definitivo e deterministico (lo stesso avviene peraltro con il titolo finanziario S cui sia stata esercitata la "call"). Se ipotizziamo la possibile realizzazione del progetto in un qualunque momento prima della scadenza dell’opzione siamo davanti, analogamente a quanto accade nel mercato finanziario a un’"opzione americana", mentre si parla di "opzione europea" quando la decisione di esercitare l’opzione può essere presa solo alla scadenza della stessa.
    Se il progetto non crea e non distrugge altre opzioni se non quella del progetto stesso, quest’ultima, alla scadenza, ha un valore che è semplicemente pari a:


    Call (T) = Max (0, E(Van(T))


    Questo significa che nella situazione "senza", il progetto rappresenta una opzione call il cui valore alla scadenza, è pari al valore atteso del Van se questo è maggiore di zero, ed è uguale a zero altrimenti. In altri termini, se si dovesse vendere il diritto di intraprendere il progetto nel momento in cui tale diritto scade, per cui il compratore dovrebbe necessariamente intraprendere il progetto, tale diritto avrebbe un valore pari al valore atteso del Van a quella data o a zero, a seconda di quale dei due fosse, al momento dello scambio, il valore maggiore. Il valore dell’opzione alla scadenza è formato da due elementi: uno stocastico, costituito dal valore atteso dei benefici netti del progetto, uno deterministico, dato dal valore dell’investimento. Considerare il costo dell’investimento un dato deterministico può sembrare una forzatura, ma ipotizzando un costo fisso quello di investimento eventuali scostamenti dello stesso possono essere ricompresi nei benefici netti che sono la variabile fondamentale del Sottostante.
    Il valore dell’opzione oggi, d’altra parte, dipenderà non solo dal suo valore alla data di scadenza, ma anche da quello relativo a tutte le date intermedie. Se però si conosce quello alla scadenza, è evidente che si può scrivere il valore dell’opzione per il periodo immediatamente precedente a quello della scadenza come:


    Call (T-1) = Max(0, E(Van(T-1)) + Max(0,E(Van(T)-Van(T-1))/(1+R)


    dove R è un appropriato tasso di attualizzazione. Procedendo a ritroso in questo modo, secondo un processo chiamato di "backward induction", possiamo ricavare il valore dell’opzione in ogni momento.
    In pratica, poiché non si conosce né il valore dell’opzione alla sua scadenza, né quello alle date intermedie, uno dei modi in cui è possibile valutare un’opzione consiste nel calcolare, per ogni data, il valore di un portafoglio di titoli con le stesse caratteristiche, e quindi con lo stesso valore, del sottostante dell’opzione dei valori possibili, secondo un algoritmo conosciuto come "albero binomiale". Il più noto di tali algoritmi è dovuto a Cox e Rubinstein (1985); esso si basa sull’idea che ad ogni punto del tempo sia possibile definire due stati della natura, di cui uno favorevole e l’altro sfavorevole con determinate probabilità. Poiché l’algoritmo binomiale genera una distribuzione di probabilità che converge rapidamente a una distribuzione normale, in pratica è possibile partire dai parametri (media e varianza) di una distribuzione normale, per generare le probabilità di un albero binomiale (ossia le probabilità dello scenario favorevole e di quello sfavorevole in ogni punto del tempo considerato). Un altro metodo di calcolo molto noto e utilizzato è dato dalla formula di Black e Scholes, non applicabile, però, al caso delle "opzioni americane". I parametri sono: il tasso di attualizzazione e una misura della variabilità (tipicamente la deviazione standard dell’incremento percentuale del valore del Van atteso, correntemente indicata con il nome di volatilità), mentre le variabili sono costituite dal valore corrente del Van atteso, che, a sua volta si può scomporre in una parte stocastica (equivalente al sottostante) e in una deterministica (equivalente al prezzo di esercizio) pari all’investimento. Il valore della call progettuale in ogni periodo può essere quindi indicata come:



    dove indica la volatilità.
    Naturalmente, sia il valore atteso del Van, sia la volatilità possono dipendere da un gran numero di variabili, e possono quindi scomporsi nei rispettivi valori attesi, nelle varianze e nelle covarianze di tali variabili.
    I principali punti di differenziazione tra VAN e VANES sono:
    - la distribuzione dei benefici netti attesi, poiché l’opzione assume valori sempre maggiori man mano che il valore atteso del cash flow ( e di conseguenza dei benfici stessi) aumenta, mentre il suo valore non decresce oltre lo zero, nel caso di revisione verso il basso dello stesso valore. Nel caso del Van tradizionale la distribuzione è implicitamente simmetrica, si pone il problema di trovare un tasso di attualizzazione tale da tener conto del rischio, che si applichi a tutti gli scenari. Il modello che combina il Van con il valore di opzione (il Van esteso o Vanes), viceversa, consente di trattare in maniera soddisfacente l'asimmetria della distribuzione.
    - Il Van e il Vanes differiscono in maniera sostanziale nel loro trattamento del tempo. Il Van può essere considerato un caso estremo di VANES in cui le opzioni hanno scadenza immediata. Ciò significa che il Van non tiene conto della possibilità di differire alcune decisioni cruciali, quali, in particolare, quella relativa all’espansione di capacità e quella relativa all'utilizzazione della capacità creata con il progetto (le cosiddette opzioni create).
    - Nella stima dei valori delle opzioni, è necessario confrontare il valore dell’informazione acquisita con il passare del tempo, con i redditi perduti a causa del differimento della decisione (di espandere la capacità, o di espandere o contrarre l’esercizio).


    Bibliografia

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    Black F. and Scholes M. (1972), The evaluation of Option Contracts and a Test of Market Efficiency, in "Journal of Finance", 27, 2, pp.399- 417
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  • VALORE DI RIDUZIONE

    Decurtazione del capitale assicurato nel caso in cui il contraente sospenda il pagamento delle rate pattuite nel contratto di assicurazione sulla vita. Ferme restando le altre clausole del contratto, le compagnie assicuratrici procedono alla determinazione del capitale ridotto in relazione al numero di premi effettivamente corrisposti, liberando il contraente dall’obbligo di ogni ulteriore pagamento. Tale determinazione viene di norma effettuata con i seguenti criteri empirici di facile applicazione per gli stati assicurati: per le assicurazioni a vita intera con premio vitalizio, si detrae dal capitale assicurato in origine la somma che con il premio pattuito si potrebbe assicurare all’età raggiunta dall’assicurato (alla data della corresponsione dell’ultimo premio annuo interamente versato); per le assicurazioni a premio temporaneo, si riduce il capitale assicurato in origine, nella proporzione in cui l’importo dei premi effettivamente pagati sta all’importo complessivo dei premi stipulati. I valori di riduzione corrispondono, in linea di massima, al valore della riserva matematica netta delle aliquote relative alle provvigioni di acquisto non ammortizzate e di quelle relative alle spese di gestione inerenti al contratto ridotto. Si noti che se il mancato pagamento dei premi si verifica durante i primi anni di vita del contratto, la riserva matematica del contratto risulta inferiore all’ammontare delle passività; in tal caso, la riduzione del capitale assicurato non viene concessa ed il contratto viene rescisso restando i premi pagati acquisiti all’assicuratore. La riduzione del capitale assicurato viene in genere richiesta dal contraente. L’assicuratore la effettua d’ufficio, quando il contraente risulti moroso per insolvenza del premio oltre i termini stabiliti dalle condizioni generali di polizza.

  • VALORE DI RIMBORSO

    Somma che spetta al possessore di un titolo alla scadenza di quest’ultimo. Per le azioni si ricava dalla ripartizione del capitale netto di liquidazione risultante alla chiusura della procedura. Per i titoli a reddito fisso, privati o pubblici, la restituzione avviene a scadenza fissa oppure secondo un piano di ammortamento definito a priori, in base al quale ogni anno, oltre a pagare gli interessi sul debito ancora in essere, l’ente emittente rimborsa una frazione dell’intero prestito.

  • VALORE DI RISCATTO

    Ammontare incassato dall’assicurato nel caso di recessione dal contratto di assicurazione, se ed in quanto talefacoltà sia consentita dalle condizioni di polizza. Nelle assicurazioni in caso di morte il riscatto della polizza viene generalmente richiesto dagli assicurati che si reputano in buone condizioni di salute; viceversa accade nelle assicurazioni in caso di vita; pertanto, con le operazioni di riscatto viene a determinarsi la c.d. “antiselezione”. Le operazioni di riscatto determinano un impoverimento del portafoglio, da cui un maggior rischio per l’impresa di assicurazione. Il valore di riscatto spettante all’assicurato non potrà mai raggiungere l’ammontare dei premi pagati; solitamente si calcolano premi di risparmio, che peraltro l’impresa, per scoraggiare l’operazione, corrisponde solo in parte. In genere, i valori di riscatto sono indicati sul modulo di polizza. 1 criteri adottati dalle imprese assicuratrici per le operazioni di riscatto sono soggetti all’approvazione delle autorità di vigilanza (v. anche valore di riduzione).

  • VALORE DI USO

    Il valore d'uso di un bene corrisponde al beneficio prodotto dallo stesso bene come conseguenza dell’uso da parte del soggetto economico. Il valore che un individuo attribuisce all’uso di un bene è definibile come la quantità di moneta che egli  è disposto a pagare per avere la fruizione diretta del bene e la maggiore quantità di moneta che una persona è disposta a pagare per l’uso del bene, rispetto all’ammontare di moneta effettivo che deve sborsare, in altri termini il surplus del consumatore.
    Redattore: Carmen NOTARO
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  • VALORE EFFETTIVO

    Somma pagata all’acquisto di un titolo o riscossa al momento della sua vendita. Si determina teoricamente sul mercato come punto d’incontro della domanda e dell’offerta; nel caso di quotazione in borsa, risulterà dalle contrattazioni svolte in tale sede. In realtà, il mercato dei titoli è limitatamente concorrenziale per la presenza delle banche, che investono in titoli e tendono di conseguenza a stabilizzarne il corso. Il valore effettivo dei titoli privati dipende principalmente dalla situazione economica, patrimoniale e finanziaria dell’impresa emittente; il corso dei titoli pubblici è funzione di variabili macroeconomiche quali l’ampiezza del debito pubblico, l’inflazione, la bilancia dei pagamenti, il livello del tasso di interesse nel mercato ed, infine, della situazione economica generale del paese. In contrapposizione al valore effettivo o di mercato si definisce valore nominale o facciale quello che verrà rimborsato alla scadenza delle obbligazioni o dei titoli del debito pubblico ed assimilati e la quota di capitale sociale rappresentato da un’azione.

  • VALORE FINANZIARIO

    Nel sistema del capitale e del risultato economico sono i valori accesi alle variazioni numerarie più i crediti e debiti di finanziamento, tipicamente a medio e lungo termine (v.conti elementari e derivati).

  • VALORE NOMINALE

    Valore facciale di un titolo azionario o obbligazionario, che può rivelarsi superiore o inferiore al suo prezzo di mercato (v.valore effettivo).

  • VALORE NOZIONALE

    Valore dell’attività finanziaria a cui si riferisce un contratto derivato. Ad esempio, per uno swap sui tassi di interesse il valore nozionale è il capitale su cui sono calcolati gli interessi scambiati dalle controparti. Per un future su un indice di borsa … contratto nel quale le operazioni di vendita o di acquisto sono espresse in termini di valore di ciascuna delle unità che compongono l’indice (ad es. in un contratto che fa riferimento a un indice pari a 132 si fissa un prezzo unitario per ciascuna delle 132 unità che lo compongono) … il valore nozionale è calcolato come prodotto tra il valore unitario dell’indice e il numero di unità dell’indice cui si riferisce il contratto.
    Fonte: Banca d'Italia

  • VALORE PATRIMONIALE

    Valutazione di un’impresa in funzione dei soli elementi patrimoniali. Tale valore viene sovente integrato,nella stima di complessi aziendali, con quello derivante dalla capitalizzazione del reddito. Il procedimento estimativo, che basa la valutazione di un’impresa o di un bene sulla media aritmetica tra il valore patrimoniale e quello derivante dalla capitalizzazione del reddito, si definisce metodo della semisomma.

  • VALORI MOBILIARI

    Per valore mobiliare l’art. 18-bis della l. 7.6.1974 n. 216 istitutiva della Consob (poi inserito dall’art. 12 della l. 23.3.1983 n. 77), intendeva ogni documento o certificato che direttamente o indirettamente rappresenti diritti in società, associazioni, imprese o enti di qualsiasi tipo, ivi compresi i fondi d’investimento italiani od esteri, ogni documento o certificato rappresentativo di un credito o di un interesse negoziabile e non; ogni documento o certificato rappresentativo di diritti relativi a beni materiali o proprietà immobiliari, oltre che ogni documento o certificato idoneo a conferire diritti di acquisto di uno dei valori mobiliari sopra indicati ed ivi compresi i titoli emessi dagli enti di gestione fiduciaria di cui all’art. 45 del T.U. delle leggi sull’esercizio delle assicurazioni private, approvato con d.p.r. 13.2.1959 n. 449. Per effetto dell’entrata in vigore del d.lg. 23.7.1996 n. 415 e, successivamente, del d.lg. 24.2.1998 n. 58 (TUF) la locuzione valore mobiliare è stata definitivamente sostituita con quella di strumento finanziario (v. strumenti finanziari) che, ai sensi dell’art. 1 comma 2 TUF, vale ad indicare: a) azioni e altri titoli rappresentativi di capitale di rischio negoziabili nel mercato dei capitali; b) obbligazioni, titoli di stato e altri titoli di debito negoziabili nel mercato dei capitali; c) quote di fondi comuni d’investimento; d) titoli negoziati sul mercato monetario; e) warrant ecovered warrant; f)futures; g) swap; h) contratti a termine collegati a strumenti finanziari, tassi di interesse, valute, merci e relativi indici; i) options e strumenti finanziari derivati. Le operazioni di appello al pubblico risparmio aventi ad oggetto strumenti finanziari sono soggette alle disposizioni speciali previste dal TUF e dai regolamenti della Consob. L’esercizio nei confronti del pubblico di servizi di investimento aventi ad oggetto strumenti finanziari è riservato a SIM e banche.

  • VALORI SOSPESI

    Costi o ricavi liquidati in via anticipata ed in parte (o in tutto) di competenza dell’esercizio futuro. Durante l’esercizio si sostengono costi e si conseguono ricavi relativi a fitti, interessi ecc., che in parte o in tutto sono di competenza del futuro esercizio; da ciò deriva che negli elementi patrimoniali attivi e passivi dovranno figurare fra le attività i costi anticipati e fra le passività i ricavi conseguiti anticipatamente.

  • VALUE

    Lett.: valore. Nel linguaggio della borsa statunitense indica i titoli di imprese con tassi di crescita degli utili più bassi rispetto allamedia, quindi con price/earnings ratio più contenuti rispetto alla media.

  • VALUE AT RISK (VaR) (ENCICLOPEDIA)

    Il Value at Risk (VaR) è una misura del rischio di mercato associato ad un’attività finanziaria. Esso rappresenta, su un dato orizzonte temporale (solitamente pari ad 1 giorno o a 10 giorni) e con un dato livello di probabilità o confidenza statistica (solitamente pari al 95% o al 99%), la perdita massima ipotizzabile derivante dalla detenzione dell’attività finanziaria oggetto di valutazione. Tale perdita riflette l’interagire di una serie di fattori che il modello ipotizza essere correlati tra loro nel determinare il rendimento aleatorio dell’attività. L’orizzonte temporale scelto per il calcolo del VaR riflette il tempo minimo necessario a smobilizzare l’investimento in caso di perdita (che può essere appunto pari ad 1 giorno su mercati molto liquidi, o a 10 giorni se si ipotizza un maggior tempo necessario allo smobilizzo).

    Il Value at Risk viene utilizzato anche, e soprattutto, per determinare i requisiti minimi di capitale per la copertura di perdite su attività finanziarie generate dai rischi di mercato. Tale misura si applica pertanto nel calcolo dei rischi di mercato di portafogli azionari, obbligazionari, investimento in valute estere e derivati finanziari. Il VaR permette dunque di formulare un’ipotesi sul valore incerto dell’attività finanziaria alla fine dell’orizzonte temporale scelto per la valutazione, con un dato livello di confidenza statistica.

    Supponiamo ad esempio, di calcolare il VaR sull’orizzonte temporale da t0 a t0+n di un portafoglio costituito da un’unica attività finanziaria avente una distribuzione di probabilità del rendimento di tipo gaussiano con media ? = 100 € e deviazione standard ? = 39,39 €. Supponiamo che attorno all’intervallo descritto da ? ± 1,65? (vale a dire l’intervallo tra 35 € e 165 €) si distribuisca il 90% della distribuzione statistica dei rendimenti dell’attività finanziaria. Se il portafoglio, al momento della valutazione, è quotato esattamente al suo valore di equilibrio (ossia 100 € nell’esempio in Fig. 1) avremo, su un dato orizzonte temporale (ad esempio 1 giorno), un VaR (perdita massima potenziale) di -65 €, con un livello di confidenza statistica del 95%. In altri termini, tra t0 e t0+n, la posizione potrà scendere a meno di 35 € solo nel 5% dei casi, e con una probabilità del 95% sarà invece superiore a tale valore (si veda la Fig. 1).

    Fig. 1. Identificazione e calcolo del VaR

    È proprio in base ai rischi di mercato cui una banca è esposta, misurati con il VaR, che le autorità di vigilanza richiedono di detenere - sotto forma di accantonamento ad apposite riserve di bilancio indisponibili - un capitale minimo per fronteggiare tali rischi (su base giornaliera o di altra durata). Qualora una banca non disponga di modelli interni per il calcolo del VaR, sviluppati dalle competenti strutture interne di risk management e validati dagli organi di vigilanza preposti al controllo di adeguatezza (le banche Centrali nazionali), i modelli VaR vengono direttamente suggeriti ed indicati dalla normativa di riferimento di Basilea III (modelli standard), la quale predispone dei processi di calcolo rigidamente strutturati e standardizzati.

    Le più diffuse metodologie di calcolo del VaR sono a) il metodo della simulazione storica, b) il metodo della normale e c) il metodo Montecarlo.

    a) Metodo della simulazione storica

    Questa metodologia identifica il VaR come x%-mo percentile della distribuzione dei rendimenti storici dell’attività finanziaria. Si tratta del metodo più semplice da utilizzare perché implica il semplice utilizzo di una “storicizzazione” dei rendimenti dell’attività finanziaria e assume che il comportamento dei rendimenti passati si riproporrà in futuro.[1] Non si rende necessaria alcuna assunzione circa la possibile distribuzione di probabilità dei rendimenti futuri. Una volta costruita la serie storica di tali rendimenti, il VaR viene identificato come la coda sinistra corrispondente al livello di confidenza utilizzato per il calcolo. Tale intervallo di confidenza prescelto garantisce che nell’x% dei casi le realizzazioni della variabile casuale “rendimento dell’attività” si mantengano al di sopra del VaR stesso, mentre solo nell’1-x% dei casi tale variabile casuale determinerà un rendimento peggiore.

    Il limite di questa metodologia è rappresentato dalla carenza di fattori predittivi all’interno del calcolo del VaR.

    b) Metodo della normale

    Si basa sull’assunzione che i fattori di mercato sottostanti al modello seguano tutti una distribuzione normale. Di conseguenza, la distribuzione di probabilità degli utili e delle perdite rivenienti dalla detenzione dell’attività finanziaria sarà una combinazione lineare delle distribuzioni dei fattori sottostanti. In tal modo possono essere sfruttate le proprietà statistiche delle distribuzioni normali multivariate nel calcolo del VaR. Il metodo della normale si fonda sul concetto cardine di deviazione standard dei rendimenti dell’attività finanziaria, che dipenderà a sua volta dalle singole deviazioni standard dei fattori di input del modello, e dalle correlazioni intercorrenti fra di essi. La stima delle correlazioni tra i singoli fattori di input del modello può in taluni casi essere difficoltosa a causa della mancanza di un mercato liquido di scambio per uno o più fattori, o a causa della carenza o della scarsa qualità dei dati storici utilizzati per la stima. In questi casi si può ricorrere all’utilizzo di un unico parametro anziché n, il quale approssimi ragionevolmente tutti gli elementi di variabilità originariamente considerati (ad esempio, anziché considerare n titoli azionari in grado di influenzare il rendimento della posizione, si considererà solo il rendimento medio storico del mercato di borsa all’interno del quale tutti gli n titoli azionari vengono scambiati). La semplificazione del numero di n fattori del modello tramite il ricorso a k (<n) fattori è anche conosciuta come attività di risk mapping.

    Il limite di questa metodologia è rappresentato dall’ipotesi di normalità di tutti i parametri del modello sottostante, ipotesi che quasi mai si adatta fedelmente alla reale situazione da considerare.

    c) Metodo della Simulazione Montecarlo

    Si basa su un concetto molto simile a quello della simulazione storica, in quanto proprio partendo dai dati storici definisce qual è la distribuzione di probabilità più adatta a descrivere il comportamento passato della distribuzione dei rendimenti della posizione. Il primo passo è quello di identificare i fattori di input del modello che possono influenzare in maniera più sensibile il rendimento dell’attività finanziaria; su ognuno di questi parametri dovrà poi essere formulata un’ipotesi sulla sua distribuzione di probabilità. Successivamente, questi parametri verranno messi in relazione tra loro tramite la formulazione di un modello matematico che ne definisca la relazione col rendimento dell’attività finanziaria: i parametri di input saranno le variabili indipendenti del modello, ed il rendimento dell’attività finanziaria la variabile dipendente. Dopo aver sancito la scelta della distribuzione che meglio descrive la curva storica dei rendimenti, ci si servirà di un generatore numerico pseudo-casuale per produrre centinaia, o migliaia, di possibili scenari di andamento dei fattori sottostanti al modello i quali determino a loro volta una distribuzione casuale dei rendimenti della posizione. Infine, il VaR verrà calcolato a partire da questa distribuzione casuale così generata.

    Il limite principale di questa metodologia è rappresentato dal fatto che scegliere la distribuzione da utilizzare o stimare i parametri di tale modello non è sempre agevole. Inoltre il calcolo del VaR per posizioni dipendenti da molti fattori può richiedere lunghi tempi di elaborazione.
    ___________________________________
    1
    Nel caso dell’utilizzo di modelli interni VaR per il calcolo del rischio di mercato, il Comitato di Basilea impone l’utilizzo di serie storiche che dispongano di almeno un anno di osservazioni giornaliere.ù

    Bibliografia

    Jorion, P. (2007). Financial risk manager handbook (4 ed.). Hoboken, New York: John Wiley & Sons, Inc.
    Markowitz, H.M. (1959). Portfolio Selection: Efficient Diversification of Investments. New York: John Wiley & Sons.
    Matten, C. (2000). Managing bank capital: Capital allocation and performance measurement (2 ed.). New York: John Wiley & Sons, Ltd.
    Saita, F. (2007). Value at Risk and Bank Capital Management. Risk Adjusted Performances, Capital Management, and Capital Allocation Decision Making. Academic Press Advances Financial Series, 2007, Elsevier Inc.

    Sharpe, W.F., (1964). Capital Asset Prices: a Theory of Market Equilibrium Under Conditions of Risk. Journal of Finance 19(3), 425-442;

    Sharpe, W. F. (1966). Mutual fund performance. Journal of Business, 39, 119-138.
    Sharpe, W. F. (1975). Adjusting for risk in portfolio performance measurement. Journal of Portfolio Management, 29-34.
    Sharpe, W. F. (1994). The Sharpe ratio. Journal of Portfolio Management, 49-58.
    Treynor, J. (1965). How to rate management of investment funds. Harvard Business Review, 63-75.
    Wolfgang S., M. Von Wendland (2009). Pricing, Risk, and Performance Measurement in Practice: The Building Block Approach to Modeling Instruments and Portfolios. Elsevier Science Publishing Co Inc. Academic Press Inc , 2009.


    Redattore: Melania MICHETTI

  • VALUE FUND

    Negli USA è un fondo comune che investe in società giudicate sottovalutate dalla borsa e tali da non rimanere in queste condizioni per lungo tempo. I value funds tendono a concentrarsi sulla sicurezza piuttosto che sulla crescita e spesso scelgono investimenti che assicurano buoni ritorni in termini di dividendooltre che in termini di incremento di valore.

  • VALUE LINE COMPOSITE INDEX

    Indice azionario che misura la media aritmetica di 1700 azioni quotate al New York Stock Exchange (NYSE), all’American Stock Exchange (AMEX) e presso alcune borse regionali o sul mercato non ufficiale, tutte considerate con peso uguale.

  • VALUTA

    Nell’uso commerciale, giorno generalmente non festivo a partire dal quale inizia, o cessa, il decorso degli interessi. Nelle operazioni bancarie, in particolare, le valute vengono stabilite in relazione all’anno civile, considerando la consistenza in giorni dei singoli mesi, così come essa risulta dal calendario. La necessità di indicare con un termine specifico la data a partire dalla quale una determinata somma diventa fruttifera deriva dal fatto che tale data non sempre coincide con quella in cui viene effettuata l’operazione cui la valuta si riferisce. Le banche infatti usano convenzionalmente, salvo il caso in cui il cliente grazie alla sua forza contrattuale riesca ad ottenere particolari condizioni, spostare di qualche giorno, in proprio favore, la valuta rispetto alla data dell’operazione, posticipando gli accreditamenti ed anticipando gli addebitamenti. Si determina così una diminuzione degli interessi passivi ed un aumento degli interessi attivi indipendentemente dal corso delle operazioni. Tale uso, che nasce dall’impossibilità da parte della banca di impiegare e mobilizzare immediatamente i propri fondi, viene indicato con l’espressione perdita di valuta. Essa viene applicata a tutte le operazioni ancarie, con qualche eccezione, come p.e. nel caso di trasferimento di somme fra più depositi nominativi accesi presso la stessa filiale a un medesimo cliente (giroconti, che richiedono una semplice registrazione contabile), in cui viene applicata la cosiddetta valuta compensata: viene attribuita cioè, tanto all’addebitamento quanto all’accreditamento, la valuta del giorno in cui si dà corso all’operazione. Nel caso in cui occorra valutare gli interessi contemporaneamente per gruppi di titoli, come p.e. nell’accredito salvo buon fine, si preferisce riunire i diversi periodi di interesse e calcolare una valuta adeguata, ovvero una media fra le singole scadenze convenzionali, su cui basarsi per i successivi calcoli. Con particolare riferimento all’accredito salvo buon fine, si ha accredito con disponibilità a valuta maturata quando gli effetti presentati vengono registrati in un conto transitorio infruttifero e da questo girati al conto corrente di corrispondenza del cliente soltanto quando è giunta a maturazione la loro valuta adeguata.

  • VALUTA COMPENSATA

    Data di inizio della decorrenza degli interessi coincidente con quella in cui l’operazione, alla quale il computo degli interessi si riferisce, viene effettuata. La valuta compensata trova applicazione nell’ambito delle operazioni bancarie nei casi in cui la postdatazione della valuta (la cosiddetta perdita di valuta) non troverebbe una razionale giustificazione, come nel caso del bonifico e del giroconto.

  • VALUTA CONVERTIBILE

    Moneta di cui è garantita la convertibilità in oro o in altre monete equiparate nel paese di emissione. Le valute convertibili sono un presupposto necessario allo sviluppo del libero commercio internazionale, poiché consentono un sistema multilaterale dei pagamenti e, quindi, degli scambi. Senza di esse si ha la sola possibilità di effettuare scambi bilaterali. Le valute convertibili, per le loro caratteristiche, sono esse stesse valute di riserva. Tale funzione nasce dall’esigenza di adeguare la liquidità internazionale al livello degli scambi (si dice che la liquidità internazionale è adeguata quando è possibile finanziare squilibri delle bilance dei pagamenti senza dover ricorrere a misure di politica interna di carattere restrittivo). Le valute convertibili usate come valute di riserva sono quelle dei paesi la cui potenza economica rende la corrispondente moneta un diffuso mezzo di pagamento. La creazione di questo tipo di liquidità avviene attraverso un disavanzo della bilancia dei pagamenti dei paesi a valuta di riserva, finanziato con l’aumento delle passività verso l’estero. Queste passività sono acquistate dalle autorità monetarie estere e contabilizzate come riserve proprie, avendo come contropartita un avanzo dei propri saldi con l’estero. Le valute convertibili, in Italia, sono denominate valute di conto valutario e sono liberamente accreditabili sui conti in valuta e utilizzabili per l’effettuazione di tutte le operazioni con l’estero. Le valute di conto valutario sono chiamate al listino delle Borse valori e sono oggetto di quotazioni ufficiali Le valute non di conto valutario, viceversa, non hanno un cambio ufficiale e presentano quotazioni variabili. Devono essere cedute sempre alle banche abilitate.

  • VALUTA DEBOLE

    Valuta costantemente offerta sui mercati finanziari internazionali e generalmente non accettata o male accettata nei pagamenti internazionali. Si denomina nello stesso modo anche la moneta di uno Stato che tende a deprezzarsi nel medio-lungo termine rispetto alle valute estere principali.

  • VALUTA DI RISERVA

    Versione it. di ciò che in altre lingue è generalmente chiamato moneta di riserva (fr. monnaie de réserve; ingl. reserve currency: ted. Reservewährung; sp. moneda de reserva; port. moeda de reserva). In senso stretto è valuta di riserva ogni moneta forte, pienamente convertibile, accettata dovunque (o quasi) e quindi preferita nella formazione delle riserve ufficiali (q.v.) di un Paese. Nelle riserve ufficiali sono però comprese tutte le valute convertibili, di modo che tutte queste ultime possono considerarsi in senso lato valute di riserva. Le principali valute di riserva sono: dollaro USA, euro, franco svizzero, lira sterlina. A fine 2000 il dollaro USA costituiva il 68,2%) del totale mondiale delle valute di riserva detenute dalle autorità monetarie, l’euro il 12,7%, lo yen il 5,3%, la lira sterlina il 3,9%. La restante quota era costituito da altre monete non specificate. Prima del passaggio all’euro il marco era la seconda moneta di riserva mondiale con una quota sul totale delle riserve del 12,2% (v.: convertibilità della moneta; moneta internazionale; valuta convertibile; valuta estera). Sin. Valuta pregiata (disusato).

  • VALUTA ESTERA

    Nella pratica l’espressione è riferita alle monete metalliche e ai biglietti di Stato, o di banca, aventi corso legale in Paesi esteri (peraltro le monete metalliche non hanno più quotazione e non sono accettate al cambio dalle banche). Ma per il T.U. valutario (d.p.r. 31.3.1988 n. 148, art. 2) sono valuta estera le banconote e i biglietti di Stati esteri a corso legale e le divise. La valuta estera è dunque giuridicamente l’insieme dei mezzo di pagamento avente corso legale in un determinato Paese ed utilizzabile negli scambi internazionali.

    1. Quotazione. Le quotazioni delle valute estere, cioè il loro valore espresso in valuta nazionale, dipendono dall’andamento degli scambi commerciali internazionali e dai movimenti di capitale tra i diversi paesi. Tali quotazioni (v. anche tasso di cambio) non sono comunque lasciate al libero gioco della domanda e dell’offerta. I governi infatti, attraverso le banche centrali, intervengono sul mercato dei cambi con acquisti e vendite, spesso ingenti, di valuta, per proteggere talune quotazioni dalle variazioni che potrebbero subire in seguito a variazioni dell’andamento del commercio internazionale e dei movimenti di capitali, ma anche a causa di contrattazioni valutarie a scopo speculativo. Gli interventi delle banche centrali, spesso concertati tra loro allo scopo di mantenere una determinata quotazione dei cambi, mirano a proteggere essenzialmente la propria valuta e quelle che costituiscono le c.d. valute di riserva. Per i 12 Paesi che hanno adottato l’euro la politica del cambio è rimessa all’Eurosistema (cioè le 12 BCN più la BCE) che svolge operazioni sui cambi (finché possibile e appropriato tramite le BCN) e gestisce le riserve uffi- ciali in valuta estera degli Stati membri, in parte (per complessivi € 40 miliardi) trasferite alla BCN, in parte rimaste alle singole BCN, che non devono, però, gestirle in contrasto con gli indirizzi comuni.

    2. Negoziazione. La negoziazione delle valute, quali strumenti per i regolamenti internazionali, avviene normalmente tramite le banche. Le banche infatti comprano divise da quegli operatori che vantano crediti verso l’estero, costituendo così un centro di raccolta delle divise stesse a cui si rivolgerà chi ha bisogno di comprare divise per estinguere debiti all’estero. La raccolta delle divise presso le banche non elimina però completamente la difficoltà per gli operatori che hanno debiti sull’estero di trovare le divise necessarie. Per ovviare a tale difficoltà le banche si creano presso i propri corrispondenti esteri, cui inviano le divise acquistate, delle disponibilità di conto; in questo modo è possibile alle banche di trarre sui loro corrispondenti le divise dell’importo e della scadenza necessarie per le operazioni che di volta in volta vengono richieste.

  • VALUTA FORTE

    Moneta negoziata sul mercatodei cambi il cui valore gode di una particolare stabilità o è tendenzialmente volto al rialzo. Una valuta forte ha come presupposti una situazione economica interna di grande stabilità al riparo da variazioni congiunturali a un saldo positivo della bilancia dei pagamenti correnti, cui corrispondono consistenti riserve valutarie. Le valute forti, per la loro stabilità, sono in genere appetibili come valute di riserva. Nel medio-lungo periodo questa condizione finisce spesso per determinare un livello della domanda persistentemente elevato relativamente all’offerta. Ciò comporterebbe una rivalutazione del tasso di cambio nel caso in cui la contrattazione fosse lasciata al mercato libero. Poiché una rivalutazione avrebbe degli effetti negativi sul commercio estero, nel senso di una riduzione della competitività delle esportazioni, la banca centrale la cui valuta è sottoposta a simili pressioni interviene sul mercato per mantenere invariata la quotazione della propria moneta. Si parla in questo caso di valuta sottovalutata: la sua quotazione viene infatti mantenuta al di sotto del livello che avrebbe nel caso di libera contrattazione (v. anche valuta estera).

  • VALUTA IN GARANZIA

    Clausola di cui all’art. 23 l. camb. che viene apposta alla girata della cambiale quando il girante, a garanziadi un proprio debito, costituisce a favore del giratario un pegno sul credito rappresentato dal titolo. Il giratario assume con ciò la figura del creditore pignoratizio. Può esercitare tutti i diritti inerenti alla cambiale, ma non può girare a sua volta il titolo a terzi se non per procura.La clausola può essere apposta anche con la dicitura valuta in pegno o altre che implicano un pegno.

  • VALUTA LIBERA

    Moneta di cui è ammesso e regolamentato l’uso negli scambi internazionali. Nell’ambito della disciplina valutaria italiana le valute libere hanno costituito uno dei primi presupposti per la dichiarazione di piena convertibilità, avvenuta nel 1958. Le valute libere infatti - costituite da dollaro USA, dollaro canadese, franco svizzero libero, secondo il d.l. 6.6.1956 n. 476 - potevano essere usate per i pagamenti verso i residenti dell’area del dollaro (v. area monetaria) e per le riscossioni da ogni paese. Per i rapporti con gli altri paesi il decreto legge prevedeva, inoltre, delle valute multilaterali, convertibili nell’ambito dell’UEP e del conti esteri bilaterali per i paesi con cui esistevano accordi di clearing. In pratica si erano create delle aree autonome e ristrette di convertibilità per una “lira libera” e una “lira multilaterale”. Successivamente (1957) venne ulteriormente allargata l’area della “lira multilaterale” (v. valuta trasferibile). La dichiarazione di piena convertibilità della lira, avvenuta in coincidenza con quella di molti altri paesi europei, ha portato notevoli mutamenti nella tecnica valutaria quali l’abolizione della distinzione tra area del dollaro e altre aree monetarie, lo scioglimento dell’UEP e la sua sostituzione con l’Accordo Monetario Europeo.

  • VALUTA TRASFERIBILE

    Moneta suscettibile di conversione in altre valute a determinare condizioni. In Italia il d.m. 15.2.1957 e il d.m. 16.2.1957, modificando le precedenti disposizioni del 1956, sostituirono alla lira multilaterale una lira trasferibile, cioè convertibile, per i rapporti con tutti i paesi del mondo a eccezione di quelli appartenenti all’area del dollaro. La dichiarazione di piena convertibilità della lira, avvenuta con d.m. 27.12.1958, abolì questa distinzione definendo un’unica “lira convertibile” per tutti i rapporti internazionali (v. anche valuta libera).

  • VALUTAZIONE DI IMPATTO (Enciclopedia)

    La matrice di contabilità sociale offre la possibilità di studiare le relazioni di interdipendenza economica tra i diversi settori dell’economia, cogliendo gli effetti diretti e indiretti sui consumi, sugli investimenti e sui redditi da lavoro e da capitale, e ottenendo stime articolate degli elementi di ricchezza generata da un nuovo investimento.
    Come strumento di analisi e valutazione delle politiche di investimento pubblico, la SAM permette di studiare il processo di creazione di valore nelle diverse fasi della produzione, distribuzione e utilizzazione della ricchezza. L’elemento chiave che permette di far ciò è rappresentato da una matrice, derivata dalla SAM1, la quale, moltiplicata per uno specifico vettore di composizione degli investimenti, consente di ottenere un ulteriore vettore rappresentativo delle misure degli effetti diretti e indiretti costituenti l’impatto dell’investimento attraverso l’attivazione della capacità produttiva inutilizzata del sistema economico. Il vettore di simulazione rappresenta i costi di investimento del progetto o della politica che si intende valutare.
    I risultati dell’analisi dell’impatto economico può offrire interessanti spunti di riflessione sopratutto in termini di:
    - effetti diretti e indiretti del progetto, della politica o del programma;
    - impatto sul PIL;
    - impatto occupazionale;
    - impatto ambientale.
    Le prime due analisi sono risultati standard ottenibili con tutte le SAM, mentre gli altri due risultati, seppur molto utilizzati, sono ottenibili soltanto con la costruzione di matrici ponte che integrano con i dati sui flussi economici, informazioni ad hoc sulle retribuzioni e sulle emissioni di inquinanti.
    L’impatto del progetto è definito dalla variazione dei livelli di produzione, di reddito e di spesa che si verifica in tutti i settori economici e le istituzioni in seguito alla realizzazione dell’investimento simulato considerando i moltiplicatori minimi.
    L’impatto sul PIL è ottenuto, invece, come incremento del PIL generato dal progetto in percentuale del PIL della regione sede dell’investimento.
    L’occupazione attivata è rappresentata dalle unità di lavoro attivate in tutti i settori dell’economia (occupazione diretta e indiretta).
    L’impatto ambientale distinto per fattore inquinante è espresso dalle migliaia di tonnellate di emissioni del settore derivanti dall’investimento analizzato e si distingue dal costo di abbattimento del danno ambientale, ottenuto moltiplicando le tonnellate di inquinante emesso per una stima del costo medio di abbattimento.
    Cosi come nell’analisi costi e benefici la valutazione su un progetto si effettua paragonando la situazione con il progetto alla situazione senza il progetto, anche nell’analisi di impatto con la SAM è necessario tener conto di almeno uno scenario alternativo che viene detto "scenario controfattuale".
    L’utilizzo della SAM permette di confrontare i risultati ottenuti dalla simulazione effettuata, con i possibili risultati di uno scenario controfattuale derivanti dall’impiego delle risorse in un investimento alternativo. L’analisi controfattuale consiste nel confrontare l’impatto della politica o dell’investimento con l’impatto che si realizzerebbe nella situazione alternativa più probabile.
    __________________________________
    1Più precisamente, si tratta della matrice inversa del reciproco della matrice SAM a cui sono stae sottratte la riga e la colonna della formazione del capitale.

    Bibliografia

    Hartman R., Wheeler D., Singh M. (1993), The cost of air pollution abatement, Policy Research Working Paper 1398, World Bank, Washington D.C.
    Ministero dello sviluppo Economico (a cura di) (2009), La matrice di contabilità sociale: uno strumento per la valutazione, IPI, Roma.
    Pyatt, Round, 1985, "Social Accounting Matrices: A Basis for Planning", The World Bank

    © 2009 ASSONEBB

  • VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE

    Acr.: VIA. Tecnica di valutazione delle modificazioni qualitative e quantitative dell’ambiente (impatto ambientale: ogni interferenza sul sistema delle risorse naturali e umane di un dato ambiente: acqua, aria, suolo, ecosistemi, popolazione ecc.) che possono essere determinate dalla realizzazione, dall’esercizio o dalla chiusura di un’attività. L’obbligo di redazione di uno studio di impatto ambientale in accompagnamento di determinate categorie di progetti (di impianti energetici, grandi infrastrutture di trasporto ecc.) è stato introdotto in Italia dalla l. 8.7.1986 n. 349 di costituzione del Ministero dell’Ambiente, in esecuzione della direttiva CEE 85/377.

  • VAR

    Acr. di: Value At Risk (it.: valore a rischio).Massima perdita prevista, per un certo livello di probabilità e lungo un dato intervallotemporale, a seguito di mutamenti sfavorevoli nelle variabili di mercato, sulla quale si basano le metodologie di risk management. A un livello di probabilità più elevato (che equivale a un intervallo di confidenza più ristretto) corrisponderà una maggiore certezza per il decisore che il valore di massima perdita prevista effettivamente comprenda (sia quindi maggiore o uguale) le perdite che potranno essere realizzate in futuro, considerando fissato il portafoglio e l’intervallo di tempo in cui si effettua l’analisi. Per un livello di probabilità pari a 1, il valore della massima perdita prevista assume valori molto elevati poiché vengono considerati anche eventi estremamente improbabili che rendono priva di ogni utilità la valutazione effettuata e la misura ottenuta per il valore a rischio. Il rischio di mercato è rappresentato dalla possibilità di perdite nel valore economico del portafoglio della banca a causa dell’incertezza e dell’imprevedibilità dei valori futuri che le principali variabili macroeconomiche (tassi di interesse, cambi ecc.) possono assumere. Le perdite future attese possono essere stimate specificando la distribuzione di probabilità che caratterizza queste ultime (funzione di densità di probabilità) e stimando il rischio di mercato mediante la definizione dei parametri che caratterizzano la funzione di densità di probabilità stessa. Nel caso di distribuzioni di tipo normale, il valore a rischio (calcolato per un livello di probabilità fissato) può essere rappresentato utilizzando la funzione VA R = L*dev(dP) – E(dV) dove dev(dP) indica la deviazione standard delle variazioni dei prezzi delle attività finanziarie; E(dV) il valore atteso delle variazioni di valore del portafoglio; L il parametro, ricavabile dalle tavole della distribuzione normale standardizzata, associato all’intervallo di confidenza scelto per il calcolo. La misura del valore a rischio è ottenuta direttamente dalla distribuzione di probabilità cumulata delle variazioni dei prezzi. l VAR riflette la coda sinistra di tale distribuzione di probabilità, in corrispondenza della quale si identificano le variazioni in diminuzione neiprezzi, ovvero per perdite nel valore del portafoglio. Dalla distribuzione normale cumulata è possibile ottenere un’indicazione circa la probabilità che il valore del portafoglio della banca possa variare in misura maggiore o uguale a un certo valore. Nella pratica, si può calcolare il VAR prendendo in considerazione un intervallo di tempo molto breve (p.e. 1 giorno) ipotizzando pari a 0 il valore atteso delle variazioni dei prezzi (o del valore del portafoglio). Poiché, inoltre, il contributo marginale di una posizione al rischio complessivo del portafoglio dipende dalle altre posizioni contenute nel medesimo portafoglio e dall’andamento delle principali variabili economiche, un sistema accurato di misurazione del rischio deve tenere conto delle interrelazioni che possono sussistere tra le componenti del portafoglio, e tra queste ultime e le rilevanti variabili di mercato. Nel calcolo del VAR, infatti, il rischio finanziario viene misurato in modo integrato. Tutti i sistemi di misurazione del capitale a rischio sono caratterizzati da una visione globale del rischio finanziario, dall’utilizzo di informazioni statistiche rilevanti (con riferimento al mix attivo/passivo del portafoglio, ma anche rispetto alle principali variabili di mercato e alle correlazioni reciproche) e dal riconoscimento delle interrelazioni tra diverse classi di attività e passività e degli eventuali benefici effetti della diversificazione per la riduzione del rischio complessivo del portafoglio. Il VAR si propone pertanto come uno strumento che potenzialmente offre all’alta direzione una visione globale e una quantificazione su basi statistiche del rischio finanziario a livello di intera banca, intesa come portafoglio di attività e passività con valori di mercato incerti e variabili nel tempo.

  • VARIABLE RATE NOTES

    Titoli di indebitamento a tasso variabile introdotti nel 1988 da Merrill Lynch e da Warburg, primarie banche d’affari statunitensi, i cui parametri di calcolo della cedola vengono definiti volta per volta. Il rendimento, infatti, è determinato semestralmente applicando ad un tasso base di riferimento uno spread variabile di periodo in periodo. Nelle emissioni curate da Merrill Lynch, lo spread viene fissato all’inizio del periodo di riferimento per il calcolo degli interessi, sulla base di accordi intervenuti tra la banca stessa e l’emittente. Se le due parti non trovano l’accordo, agli investitori viene riconosciuto un tasso massimo predefinito. Nel caso in cui, invece, le controparti pervengano ad un accordo, l’intermediario si impegna a riacquistare ad un prezzo pari al valore nominale i titoli che non sono collocati presso il pubblico degli investitori. Nel caso in cui, al contrario, l’accordo non è concluso, non sorge alcun obbligo per l’intermediario. Nelle operazioni curate da Warburg, lo spread da applicare è il risultato di un’asta tra investitori potenziali ed effettivi, i quali sono invitati alla formulazione di un’offerta espressa in termini di spread sopra/sotto il tasso base all’inizio di ogni periodo di riferimento; generalmente viene fissato anche un tetto massimo. Le varie offerte vengono quindi soddisfatte alle condizioni proposte, e non in base ad un tasso medio d’asta, fino a quando l’emissione non risulta collocata per intero. Gli investitori esistenti devono sempre formulare un’offerta, altrimenti quest’ultima si presume fatta ad un tasso penalizzante quale il LIBID, e vengono soddisfatti solo se il loro tasso è competitivo. In caso contrario, i titoli da essi posseduti vengono rimborsati alla pari ed offerti agli investitori che hanno formulato offerte maggiormente vantaggiose. Nel caso in cui l’emissione non venisse ricollocata completamente, gli investitori mantengono in portafoglio i titoli e questi ultimi vengono remunerati al tasso massimo prefissato. I principali vantaggi connessi alle VRN, attraenti in genere per debitori primari, di matrice finanziaria e scarsamente interessati a raccolte di breve termine, sono la minore onerosità rispetto alla tradizionale floating rate notes e la possibilità di offrire un’alternativa nel finanziamento a tasso variabile rispetto alle emissioni “swappate” di titoli a tasso fisso.

  • Varianza

    E' definita come la media dei quadrati degli scarti dei valori osservati dalla loro media aritmetica.



    Dove X è il valore osservato e E[X] è la media aritmetica.
    E' un indice di variabilità o dispersione e rappresenta il momento di secondo ordine della distribuzione dei valori osservati. E' inoltre utilizzata come indice di misura del rischio, insito in un investimento con dei rendimenti incerti, stimati sulla base dei dati storici.

    Bibliografia

    Guseo R., Statistica, CEDAM, 2006
    Hardaker J. B., Huirne R. B. M.,Coping with risk in Agriculture, CABI, 2004
    Leti G., Statistica descrittiva, Il Mulino, 1999

    Redattore: Giuliano DI TOMMASO

  • VEGA

    Nel modello Black-Scholes di prezzamento delle opzioni (v. Black and Scholes model) misura la sensibilità del valore calcolato ex ante di un’opzione in funzione di piccoli cambiamenti della volatilità. P.e, nel caso di un’opzione call si ha che:
    e(-d21 / 2 )
    Vega =S?T _________
    ? 2?



    Vega misura dunque l’impatto di sottostime o di sovrastime della volatilità del sottostante sul prezzo dell’opzione.

  • VELOCITÀ DI CIRCOLAZIONE DEI DEPOSITI

    Numero di volte in cui il deposito si rinnova in un certo periodo di tempo. La velocità di circolazione corrisponde quindi all’in- verso della giacenza media (v. giacenza media dei depositi); con riferimento ad 1 anno:
                            13 (Co + V)
    V = 1 /  r  = ___________
                                n
                                ∑  Cn
                                n=0



    dove: Vc = velocità di circolazione; Co + V = complessivo movimento a credito; r = tasso di rotazione del credito; Cn = consistenze mensili. La massima velocitàdi circolazione verrà riscontrata nei conti correnti e quella minima nei depositi soggetti a vincolo. La conoscenza della velocità di circolazione dei depositi consente alla banca di determinare più consapevolmente il volume degli investimenti (impieghi in prestiti, in titoli o altro)tecnicamente attuabili con i mezzi monetari forniti dai depositanti e la misura delle riserve di liquidità da mantenere.

  • VELOCITÀ DI CIRCOLAZIONE DELLA MONETA

    Numero medio di volte in cui l’unità monetaria viene usata nell’unità di tempo. P.e., dire che la velocità di circolazione di 10 € al mese è 50, significa che in media 10 € sono scambiate 50 volte al mese generando un volume complessivo di transazioni pari a 500 €. Il concetto è stato introdotto nel 1911 da Irving Fisher (1867- 1947) che lo inserì nella sua equazione degli scambi MV=PY, la formalizzazione matematica più nota della teoria quantitativa della moneta. La misura della velocità di circolazione della moneta non è univoca, a causa della vaghezza dei concetti di “livello generale dei prezzi” e di “volume delle transazioni”. Comunemente si assumono il PIL come grandezza di PY e il valore di uno degli aggregati statistici M0 o M1, sebbene il PIL approssimi il valore aggiunto, non la somma del valore di tutti gli scambi.

  • VENDITA

    Contratto avente per oggetto il trasferimentodella proprietà di una cosa o di un altro diritto dietro il corrispettivo di un prezzo. L’effetto del trasferimento, che si chiama effetto reale, si verifica immediatamente, solo in virtù del consenso tra venditore e compratore, se la cosa venduta è di specie, cioè è individuata ed è già di proprietà del venditore. La vendita di cosa futura o di cosa altrui, invece, è valida, ma produce soltanto “effetti obbligatori” a carico del venditore. Infatti non si verifica l’effetto reale: la cosa futura diventa proprietà dell’acquirente quando viene ad esistenza, e la cosa altrui diventa di proprietà del compratore quando il venditore, che ne ha preciso obbligo, l’abbia acquistata, in entrambi i casi senza bisogno di un’ulteriore manifestazione di volontà delle parti. Ugualmente la cosa appartenente ad un genere passa in proprietà del compratore dopo che è stata determinata. Il prezzo è elemento essenziale del contratto di vendita, ma può non essere determinato dai contraenti che possono affidarne la determinazione ad un terzo detto arbitratore, o lasciarlo indeterminato: in tal caso si presume che esso debba essere quello normalmente praticato dal venditore o, se si tratta di cose aventi un prezzo di borsa o di mercato, esso si desume dai listini o dalle mercuriali del luogo in cui deve essere eseguita la consegna della cosa venduta, o da quelli della piazza più vicina. Le spese del contratto di vendita e le altre accessorie (p.e., le spese di notaio) sono a carico del compratore, se non è stato pattuito diversamente. Anche quando la vendita è a “effetto reale”, sorgono effetti obbligatori per il venditore: consegnare materialmente la cosa al compratore e garantirlo dall’evizione e dai vizi della cosa. Il compratore, a sua volta, è obbligato al pagamento del prezzo e degli interessi, qualora la cosa già consegnatagli abbia prodotto frutti o altri proventi (c.d. interessi compensativi sul prezzo). Il compratore può tuttavia sospendere il pagamento del prezzo se ha ragione di temere che la cosa possa essere rivendicata da terzi (salvo che il venditore presti idonea garanzia), se la cosa venduta risulta gravata da garanzie reali (pegno o ipoteca) o da vincoli derivanti da pignoramento o da sequestro non dichiarati dal venditore e dal compratore stesso ignorati. Il venditore, salvo che sia pattuito diversamente, presta al compratore la garanzia per evizione. L’evizione è la situazione del compratore rimasto soccombente in un giudizio in cui altri abbia vantato di avere la proprietà sulla cosa venduta, ovvero la titolarità di un diritto reale parziario su di essa.Grazie alla garanzia per evizione, il compratore, una volta evitto, ha diritto di ottenere dal venditore il rimborso del prezzo, il risarcimento del danno e il rimborso del valore dei frutti eventualmente restituiti al terzo, delle spese pagate a questi e delle spese eventualmente sostenute per chiamare in causa il venditore stesso. Se oggetto della vendita è una cosa mobile, la consegna deve avvenire nel luogo in cui essa si trovava al momento della vendita o, se questo è ignoto alle parti, nel luogo di domicilio del venditore (o della sua sede, se è imprenditore). Salvo patto o uso contrario, se la cosa mobile venduta deve essere trasportata da un luogo all’altro, il venditore si libera dall’obbligo della consegna (vale a dire, è considerato adempiente dell’obbligo e non risponde dell’eventuale successivo perimento della cosa) rimettendo la cosa al vettore (v. trasporto) o allo spedizioniere (v. spedizione). Se il compratore non paga il prezzo, il venditore può far vendere la cosa all’incanto e soddisfarsi sul prezzo ricavato (c.d. esecuzione coattiva per inadempimento del compratore); se il venditore non consegna una cosa fungibile, il compratore può far acquistare la cosa da un terzo, ponendo la maggiore spesa, e il danno, a carico dell’inadempiente (esecuzione coattiva per inadempimento del venditore).

  • VENDITA A CORPO

    Nelle vendite di cose immobili, quando il prezzo è determinato in relazione al corpo dell’immobile e non alla sua misura, anche se questa è stata indicata, non si fa luogo a diminuzione o a supplemento di prezzo (come avviene invece per la vendita a misura), salvo che la misura reale sia inferiore o superiore al 5% rispetto a quella indicata sul contratto (art. 1538 c.c.).

  • VENDITA A MISURA

    Nelle vendite di cose immobili, quando un determinato immobile è venduto con l’indicazione della sua misura e per un prezzo stabilito in ragione di un tanto per ogni unità di misura, il compratore ha diritto a una riduzione se la misura risulta inferiore a quella indicata nel contratto. Se la misura risulta superiore, il compratore deve corrispondere al venditore un supplemento di prezzo e ha facoltà di recedere dal contratto qualora l’eccedenza superi il 5% della misura dichiarata (art. 1537 c.c.).

  • VENDITA A PROVA

    Contratto di vendita sottoposto alla condizione sospensiva che la cosa venduta risulti, alla prova o al collaudo, fornita delle qualità pattuite o idonea all’impiego cui deve essere destinata. La vendita (di norma avente per oggetto macchine, utensili, animalida soma o da tiro), non si perfeziona se la prova non dà esito favorevole; ma l’apprezzamento del compratore non è affidato al suo mero arbitrio, deve bensì essere ispirato alla normale corrispondenza della cosa al suo impiego (la venditaa prova si differenzia da quella con riserva di gradimento, proprio per il potere meno ampio che la prima concede al compratore).

  • VENDITA A TERMINE DI TITOLI

    largamente diffuso in passato nella pratica borsistica italiana, mediante il quale si trasferiva la proprietà di titoli da un soggetto ad un altro con esecuzione differita rispetto all’epoca della stipulazione del contratto stesso. A seconda della natura dell’impegno assunto dai contraenti, si potevano distinguere le vendite a termine fermo, quando tale impegno era definitivo e immutabile e vendite a premio, quando una delle parti si riservava la facoltà di non eseguire il contratto oppure di modificarne il contenuto nella maniera ritenuta più conveniente. Tutti i contratti a termine dovevano trovare esecuzione in un unico giorno del mese di borsa, detto “giorno di liquidazione”. Ai sensi dell’art. 1 l. 10.11.1954 n. 1079, il differimento tra contrattazione ed esecuzione non poteva superare i 135 giorni. Nelle operazionia termine fermo il differimento risultava invece molto più breve, poiché tutte le compravendite negoziate durante un certo ciclo operativo dovevano essere eseguite nel giorno di liquidazione dello stesso: l’intervallo tra la contrattazione e la scadenza poteva così variare fra un minimo di 10-15 giorni ed un assimo di 40-45. Le operazioni a premio potevano essere negoziate anche con scadenza a 3-4 mesi. Oggetto di vendita a termine erano tradizionalmente i soli titoli azionari. L’operazione poteva avere come scopo il disinvestimento di capitale o, molto più frequentemente, finalità speculativa ed, in tal caso, veniva effettuata generalmente allo scoperto (v. vendita allo scoperto). Nella prima ipotesi, la negoziazione a termine si differenziava da quella in contanti per il solo fatto di non comportare l’immediato smobilizzo dei capitali; in considerazione del fine per il quale veniva compiuta, essa si chiudeva di regola “in effettivo”, cioè con la consegna dei titoli e la riscossione del prezzo da parte del venditore. Nel secondo caso, la vendita a termine veniva effettuata per compensare un precedente acquisto oppure, quandosi prevedeva una flessione dei corsi dei titoli, per mettersi in posizione ribassista Con l’istituzione della borsa telematica tutti i contratti di borsa devono avvenire in contanti e la liquidazione degli stessi, (consegna degli strumenti e versamento del prezzo) deve essere effettuata nel termine di cinque giorni dalla loro conclusione. Gli unici contratti a termine attualmente contemplati sono quelle negoziati nel mercato degli strumenti derivati (denominato Idem), quali i contratti futures e i contratti di opzione aventi come attività sottostante strumenti finanziari, tassi di interesse, valute e relativi indici (v.strumenti finanziari derivati).

  • VENDITA ALLO SCOPERTO

    Contratto pe rmezzo del quale una parte vendeva ad un’altra titoli o merci di cui non era in possesso al momento della negoziazione. In passato, le vendite allo scoperto venivano di norma effettuate nel mercato a termine, la cui struttura negoziale, basata sul differimento tra la conclusione del contratto e la sua esecuzione, consentiva agli operatori di trattare anche senza disporre, al momento, dei beni necessari per adempiere all’obbligazione. Venditore allo scoperto era, di norma, lo speculatore ribassista, cioè colui che prevedeva una riduzione dei prezzi. Poiché in borsa ogni operazione doveva trovare la propria esecuzione, egli poteva, prima del termine e per lo stesso termine, provvedere al riacquisto dei titoli o delle merci venduti, per bilanciare l’originaria operazione. Alla scadenza lospeculatore scopertista poteva chiudere la propria posizione in via differenziale, cioè lucrando o pagando la differenza tra il prezzo di vendita e quello del successivo riacquisto: in particolare, se le sue previsioni si rivelavano esatte ed i prezzi subivano un effettivo ribasso, egli poteva conseguire un guadagno; se invece si rivelavano errate per il rialzo delle quotazioni, egli poteva subire una perdita. Con l’introduzione, a partire dal 1996, della contrattazione “a contanti” come sistema di negoziazione di borsa tale modalità di vendita non è più consentita. I contratti, infatti, devono essere eseguiti nel termine di cinque giorni dalla loro conclusione e le relative operazioni di liquidazione per compensazione avvengono con cadenza giornaliera (v.esecuzione dei contratti di borsa). Inoltre, a garanzia del buon fine delle operazioni, e per scongiurare i rischi di inadempimento, chi conferisce un ordine di vendita di strumenti finanziari, è tenuto ad avere, presso l’intermediario incaricato, la disponibilità degli strumenti stessi. È possibile ovviare a tale sistema attraverso la stipulazione di un contratto di riporto con un intermediario professionale, che consente di ottenere l’immediata disponibilità degli strumenti finanziari necessari per l’esecuzione della vendita, salvo l’obbligo del riportatore di trasferire a scadenza la proprietà di altrettanti strumenti finanziari della stessa specie (v. riporto).

  • VENDITA CON BUONI CREDITO

    Contratto mediante il quale una società, generalmente di finanziamento, vende a credito un buonoo tagliando, che dà diritto all’acquisto di merci, e il cui importo le sarà restituito a rate periodiche più un interesse. Il compratore può disporre del buono di acquisto presso determinati negozianti, a cui la società di finanziamento rimborsa successivamente il valore facciale, deducendoneuno sconto.

  • VENDITA CON ESCLUSIVA

    La concessione di vendita con esclusiva è un contratto con cui il concedente si impegna a vendere i suoi prodotti tramite un solo concessionario (di regola in un ambito territoriale limitato) e il concessionario si impegna ad acquistarli dal solo concedente e a promuoverne la vendita secondo le direttive di questo.

  • VENDITA CON PATTO DI ESCLUSIVA

    Contratto di vendita mediante il quale il compratore, esplicitamente, si obbliga ad acquistare dal solo venditore, o quest’ultimo a vendere al solo compratore, o entrambi si obbligano a comprare o vendere, rispettivamente, solo in una determinata zona. Per le imprese commerciali il patto deve essere provato per iscritto e non può eccedere i cinque anni. Si ritiene anche che siano applicabili, per analogia, gli artt. 1567 e 1568 c.c., disciplinanti il patto di esclusiva nel contratto di somministrazione. Al patto di esclusiva sono applicabili, quanto all’estinzione ed alla risoluzione volontaria, le norme sull’estinzione e la revoca del mandato.

  • VENDITA CON PATTO DI RISCATTO

    È la compravendita nella quale il venditore si riserva il diritto di riavere la proprietà del bene venduto, restituendo al compratore il prezzo pagato e rimborsandogli ogni altra spesa eventualmente sostenuta (art. 1500 c.c.). Il termine per il riscatto è stabilito dalla legge in due anni per i beni mobili ed in cinque anni per quelli immobili: se le parti stabiliscono un termine maggiore, esso si riduce di diritto a quello legale. Il venditore che, nel termine stabilito, omette di comunicare al compratore la propria intenzione di riavere il bene decade dalla facoltà di riscattarlo. Lo stesso accade se egli non corrisponde le somme dovute al compratore a titolo di rimborso. Il venditore che ha legittimamente esercitato il diritto di riscatto può chiedere il rilascio del bene anche nei confronti degli aventi causa dall’acquirente, purché il diritto sia ad essi opponibile (art. 1504 c.c.). A differenza del patto di retrovendita, che impone all’acquirente di rivendere il bene al venditore, il patto di riscatto attribuisce a quest’ultimo il potere di far rientrare nel proprio patrimonio la cosa venduta come effetto della sola dichiarazione di voler riscattare il bene.

  • VENDITA CON RISERVA DI GRADIMENTO

    Contratto in forza del quale l’acquisto della cosa è subordinato al preventivo gradimento dell’acquirente. Trattasi, di norma, di vendita di derrate, che debbono rivelarsi conformi alla qualità voluta dall’acquirente; il contratto si perfeziona con la comunicazione del gradimento al venditore.

  • VENDITA CON RISERVA DI PROPRIETÀ

    Vendita con pagamento rateale in virtù della quale il compratore acquista la proprietà della cosa solo con il pagamento dell’ultima rata di prezzo, mentre i rischi connessi alla proprietà del bene (p.e., distruzione, perdita ecc.) gli si trasferiscono fin dal momento della consegna (art. 1523 c.c.). Il compratore, finché non ha pagato il prezzo, non può rivendere la cosa ed i suoi creditori non possono pignorarla (purché la riserva di proprietà risulti da atto scritto avente data certa anteriore al pignoramento). Disposizioni particolari regolano l’inadempimento del debitore e la risoluzione del contratto (artt. 1525-1526 c.c.).

  • VENDITA DI ALLEGGERIMENTO

    A causa dei disastrosi effetti derivanti dallo svolgimento di operazioni speculative, le contrattazioni in borsa devono avvenire necessariamente a contanti. Questo tipo di operazione, pertanto, non può più essere eseguita in quanto la liquidazione dei contratti di borsa deve avvenire entro tre giorni dalla loro conclusione.

  • VENDITA DI EREDITÀ

    Si ha vendita di eredità quando l’erede vende il complesso dei beni che costituiscono la sua eredità. Il venditore non è tenuto alla garanzia per evizione, ma devesolamente garantire al compratore la propria qualità di erede (art. 1542 c.c.). Egli continua a rispondere dei debiti ereditari verso i creditori del defunto in solido con l’acquirente con il quale non siano intervenuti accordi diversi. La vendita di eredità deve farsi per atto scritto, sotto pena di nullità (art. 1543 c.c.).

  • VENDITA DI FINE STAGIONE

    Correntemente conosciuta come “saldi”, è la vendita di prodotti di carattere stagionale specie nell’abbigliamento e nelle calzature e, in genere, di quei prodotti che sono suscettibili di forte deprezzamento se non vengono venduti nell’arco di una stagione o di un determinato periodo di tempo. I saldi, che sono disciplinati dalla l. 1980/80, devono essere presentati al pubblico come tali e possono essere effettuati solo in determinati periodi dell’anno.

  • VENDITA GIUDIZIALE

    Istituto proprio del processo di esecuzione in cui i beni del debitore vengono espropriati e messi in vendita affinché con il ricavato possa soddisfarsi il creditore. La vendita viene preceduta dal pignoramento della cosa e si svolge, di regola, con le forme dell’incanto, eccezionalmente a trattativa privata. È possibile che la cosa pignorata, e poi venduta, appartenga, anziché al debitore espropriato, ad un terzo, il quale non si sia tempestivamente opposto all’espropriazione ai sensi dell’art. 619 c.p.c. In questo caso, il terzo può rivendicare la cosa dall’acquirente il quale verrà così a subite l’evizione (v. vendita); l’acquirente evitto potrà, a sua volta, richiedere il prezzo non ancora distribuito ai creditori, e, se la distribuzione è già avvenuta, potrà richiedere a ciascun creditore la parte che questi ha ricevuta e dal debitore l’eventuale residuo. Se si tratta di cosa mobile, e l’acquirente è in buona fede, il proprietarionon può rivendicarla, ma può soddisfarsi sul prezzo, avendo la precedenza sui creditori. In ogni caso è ferma la responsabilità del creditore procedente in malafede, per i danni e le spese. Se la vendita è fatta in più volte, o in più lotti, essa deve cessare quando il prezzo già ottenuto basta per soddisfare integralmente i creditori intervenuti.

  • VENDITA IN BORSA

    Contratto effettuato nell’ambito di una borsa valori, con cui si trasferisce la proprietà di determinati valori o la titolarità di determinati diritti contro corrispettivo diun prezzo. Costituiscono oggetto prevalente di vendita in borsa i valori mobiliari, che, per la loro larga disponibilità sul mercato, si prestano ad originare ampi volumi di negoziazioni e perciò ad essere ammessi alla quotazione ufficiale. Una vendita in borsa può essere fatta a scopo di disinvestimento, ossia per realizzare anticipatamente rispetto alla scadenza il controvalore dititoli acquistati a fini di investimento di capitali, oppure a scopo speculativo, cioè per lucrarela differenza fra il prezzo d’acquisto e quello di vendita. Per il fatto di essere eseguita nel mercato ufficiale, la contrattazione dovrà avvenire secondo schemi negoziali standardizzati e attraverso intermediari autorizzati.

  • VENDITA MARITTIMA

    Contratto di compravendita di cose da trasportare per mare. In essa sogliono essere inserite clausole caratteristiche, quali la FOB (v. incoterms), la CIF (v. incoterms), ecc, le quali regolano secondo gli usi internazionali, la consegna della merce e, quindi, il momento del passaggio dei rischi e delle spese dal venditore al compratore.

  • VENDITA SU CAMPIONE

    Contratto di vendita in cui la cosa deve essere rigorosamente conforme a un campione preventivamente scelto come esclusivo termine di paragone; la non conformità dà luogo alla risoluzione del negozio. Questo contratto non deve essere confuso con la vendita su tipo di campione (o su campione tipo), che è conclusa da agenti o da commessi del venditore, dove il campione, che è preventivamente fatto conoscere al compratore, deve dare un’indicazione soltanto approssimativa della qualità della cosa; in questo caso sipuò pervenire alla risoluzione solo se la difformità della cosa del campione è notevole.

  • VENDITA SU DOCUMENTI

    Contratto nel quale il venditore si libera dell’obbligo di consegna della merce detenuta da un terzo in suo nome rimettendo al compratore il titolo rappresentativo della stessa (duplicato della lettera di vettura e ricevuta di carico; polizza di carico e polizza ricevuta per l’imbarco; delivery order; lettera di trasporto; fede di deposito e nota di pegno) che attribuisce a chi lo possiede il diritto ad ottenere la restituzione della cosa o il potere di disposizione sulla stessa. Il venditore è tenuto a consegnare, oltre ai documenti essenziali, anche quelli accessori e comunque tutti quelli utili alla migliore disponibilità e godimento della merce; il compratore è obbligato al pagamento del prezzo nel momento e nel luogo in cui avviene la consegna dei documenti, potendo legittimamente avvalersi dell’eccezione d’inadempimento solo in caso di irregolarità formali del titolo rappresentativo della merce. L’opinione prevalente, infatti, riconduce ilcomplessivo regime di opponibilità delle eccezioni da parte del compratore nell’alveo del principio generale del solve et repete; pertanto, in caso di regolarità dei documenti, il venditore può paralizzare temporaneamente ogni contestazione del compratore relativa alla qualità eallo stato della merce esigendo il preventivo pagamento del prezzo. In caso di vendita di cose in viaggio, qualora tra i documenti consegnati al compratore sia compresa la polizza di assicurazione, gravano su quest’ultimo i rischi derivanti dal trasporto sin dal momento della consegna della cosa al vettore, salvo il caso in cui il venditore, conoscendo al momento della conclusione del contratto la perdita o l’avaria della merce, non ne metta a parte, dolosamente, l’altro contraente: in tale eventualità il venditore sarà obbligato al risarcimento dei danni o alla garanzia per i vizi della merce. Nella vendita su documenti il pagamento del prezzo può anche avvenire a mezzo banca, ma in questo caso il prezzo non deve essere corrisposto nel momento e nel luogo in cui avviene la consegna dei documenti, e il venditore non può rivolgersi al compratore per il pagamento se non dopo il rifiuto della banca. Nel caso di apertura di credito documentale confermato nei confronti del venditore ha luogo una delegazione di pagamento che si articola in un triplice rapporto: a) rapporto delegante-delegatario (compratore- venditore) di compravendita; b) rapporto delegante-delegato (compratore-banca) di mandato, avente ad oggetto l’incarico di effettuare il pagamento al venditore; c) rapporto delegato-delegatario (banca-venditore) con il quale la banca apre il credito a favore del venditore e si obbliga in proprio a pagargli il prezzo contro consegna dei documenti rappresentativi della merce e senza poter opporre eccezioni diverse dall’incompletezza o irregolarità dei documenti presentati.

  • VENETO BANCA S.p.A.



    Banca sottoposta a procedura di liquidazione coatta amministrativa.

    Il Ministero dell'Economia e delle Finanze (MEF) ha disposto, su proposta della Banca d'Italia, con Decreto n. 186 del 25 giugno 2017, la sottoposizione di Veneto Banca S.p.A. a liquidazione coatta amministrativa, ai sensi dell'articolo 80, comma 1, del Testo Unico delle Leggi in materia bancaria e creditizia … TUB e dell'art. 2 comma 1, lettera a), del Decreto Legge n. 99 del 25 giugno 2017 (convertito nella Legge 121/2017).

    LA STORIA DI VENETO BANCA S.P.A.

    Nell’Italia dei comuni e del profondo legame col territorio, le banche locali hanno spesso assunto un ruolo rilevante nello sviluppo economico, sociale e politico della zona di riferimento. È anche il caso di Veneto Banca, istituto oggi a capo della dodicesima realtà bancaria italiana per masse amministrate … il Gruppo Veneto Banca …, frutto attuale della ben più “antica” Banca popolare di Montebelluna, cittadina in provincia di Treviso.
    La storia economica è costellata di esempi nei quali da un singolo evento si sono poi propagate importanti ripercussioni per lo sviluppo economico di intere località. In questo caso fu determinante la creazione, tra il 1869 e il 1872, di un mercato generale che fece di Montebelluna una sorta di baricentro per il territorio circostante. La fondazione della banca, insieme all’istituzione del mercato generale, può quindi essere vista come uno dei principali strumenti attraverso i quali passò la modernizzazione di Montebelluna. La nascita della banca s’inseriva in un contesto di sviluppo fecondo per le banche popolari: nello stesso periodo, infatti, nacquero istituti analoghi ad Asolo, Valdobbiadene e Vicenza.
    L’8 agosto 1877, alla presenza del notaio Guido Dall’Armi … futuro primo direttore della banca - il comitato promotore1 siglò l’atto costitutivo e versò il capitale sociale … 21.096 lire suddivise in azioni da 20 lire l’una - permettendo al Consiglio di amministrazione di insediarsi2. Il primo statuto fu approvato soltanto all’assemblea dell’aprile 1883: nell’articolato, oltre a regolamentare l’attività istituzionale della banca, si dedicava ampio spazio all’azione dell’istituto come protagonista della beneficenza locale … lo statuto prevedeva che il 10% degli utili fosse destinato, a discrezione del Consiglio di amministrazione, alla beneficenza3.
    I primi anni furono dedicati soprattutto al rafforzamento della banca, rimandando quindi lo sviluppo a una seconda fase: tanto che la prima filiale, Pederobba, divenne operativa solo a partire dal gennaio 1914. Neanche il tempo di archiviare questo primo importante passo che le vicende belliche irruppero nel territorio trevigiano: invero, nel novembre del 1917, in seguito alla disfatta di Caporetto, il prefetto fu costretto a ordinare la cessazione delle operazioni invitando la banca a trasferire i valori in un territorio più al riparo dalla minaccia austriaca … la Banca sospese quindi le operazioni e si trasferì a Ferrara.
    La ricostruzione che seguì la Grande guerra rappresentò una grossa opportunità di espansione (a metà degli anni ’20 gli utili divennero quattro volte maggiori rispetto al 1914), ma portò con sé anche le prime “attenzioni” da parte di altri grandi istituti di credito (“Rizzardi, il direttore, riferisce di un incontro tenutosi a Padova per concordare una strategia per resistere ai tentativi dei principali istituti di estendersi ai centri minori con evidente programma di assorbire le banche popolari"4), tanto che la Popolare di Montebelluna cercò subito di stabilire delle alleanze aderendo, con una quota di 20.000 lire, all’Istituto Federale di Credito e Risorgimento delle Venezie. Col nuovo Statuto, approvato nell’assemblea del 1923, si aprirono le possibilità di credito anche ai terzi e ai non soci, stimolando ulteriormente la capacità di raccolta della banca (confermata anche da due significativi aumenti di capitale: il primo nel 1923 … da 104.409 lire a 423.280 … il secondo nel 1935 … da 439.680 a 769.440) e differenziandone l’azione sul territorio … il 1934 segnò anche l’avvio della collezione di opere d’arte. Durante il fascismo, la pressione del regime si fece avvertire con tutta la sua forza sia in occasione della nomina dei direttori e dei quadri della Banca … con effetti particolarmente evidenti nel 19405 - sia attraverso le ripetute richieste di sovvenzione avanzate dalle varie organizzazioni fasciste … soprattutto Opera Nazionale Balilla e dopolavoro.
    Grazie anche al Piano Marshall e all’avvio del processo d’integrazione europea, l’Italia, come altri paesi del Vecchio continente, fu protagonista nel secondo dopoguerra e soprattutto negli anni ’50 del boom economico. Nel Trevigiano il reddito medio pro-capite passò da 110.481 lire del 1951 a 363.907 del 1961. Il decollo industriale del Nord Est italiano è riscontrabile anche nel significativo “crollo” del sostegno al credito agrario operato dalla Popolare di Montebelluna e nel parallelo aumento di quello industriale (tra il 1951 e il 1971 gli impiegati nel settore primario a Montebelluna passarono dal 36,7 al 10,5%, mentre quelli attivi nell’industria salirono dal 43,8 al 66,9%). Nel 1954 fu abbattuto il muro del miliardo di depositi … erano solo 100 milioni nel 1946 e 400 nel 1951.
    Il nuovo contesto sociale ed economico richiese una intensificazione dei legami e delle alleanze tra gli istituti medio-piccoli: di conseguenza il 1 dicembre 1955 la Popolare di Montebelluna aderì all’Unione delle banche popolari della Marca trevigiana - composta anche da Asolo, Valdobbiadene, Castelfranco. Una semplice unione, tuttavia, non era sufficiente. Per questo si avviarono contatti sempre più stretti con la Popolare di Asolo … corteggiatissima anche dalle altre due banche popolari della zona e da altre istituzioni creditizie - fino a che si giunse, nel luglio del 1966, alla fusione formando la Banca popolare di Asolo e Montebelluna, con presidente Roberto Tomatis di Montebelluna e vice presidente Leandro Biadene, già “primo attore” ad Asolo. Le azioni della nuova banca furono pagate alla pari con quelle di Montebelluna e in un rapporto di 5 a 2 per quelle di Asolo. A quella di Asolo seguirono ben presto altre operazioni: nel 1967 la fusione con la Cassa rurale ed artigiana di Ponzano Veneto e nel 1969 l’acquisizione della Cassa rurale di Borso del Grappa.
    Gli anni ’70 furono per la Banca un periodo di rafforzamento, anche grazie al decollo del distretto industriale della calzatura sportiva … celebri i doposci Moon Boot …, tuttavia, il centenario di attività passò un po’ sottotono, senza grandi manifestazioni celebrative. Il decennio successivo può essere invece definito come una fase ad alta innovazione tecnologica per tutto il sistema bancario e quindi anche per la Popolare di Asolo e Montebelluna: nel 1982 furono acquistati i primi bancomat e pochi anni dopo arrivò l’adesione a Cartasì. Parallelamente, gli uffici della sede e delle varie filiali iniziarono a essere “invasi” da personal computer, stampanti, fax che richiedevano nuove competenze … rivoluzione che finì per influenzare profondamente il profilo dell’impiegato medio confinando in cantina il memorabile “ragioniere”. Nel 1983 la Banca riuscì ad aprire la sua prima storica filiale a Treviso. Pochi mesi dopo subì una clamorosa rapina alla sede centrale in piazza Dell’Armi, che fruttò un gigantesco bottino superiore ai venti miliardi e fece salire la banca alla ribalta delle cronache locali e nazionali6. L’accresciuta dimensione strutturale … a metà degli anni ’80 si raggiunsero i 500 miliardi di raccolta tra i clienti … portò alla decisione di istituire una Fondazione “per fare fronte in modo razionale a tutte le nuove richieste di intervento nel sociale e nella cultura”7.
    Il quadro nazionale, quello europeo e anche quello mondiale cambiarono rapidamente tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Fu un decennio di grandi trasformazioni sociali ed economiche (un solo dato: gli immigrati a Montebelluna, che nel 1991 erano circa 120, dieci anni dopo giunsero quasi a toccare le quattromila unità.); con l’avvio del Mercato Unico Europeo e la ratifica degli accordi di Maastricht, la sfida per ogni banca medio-piccola era diventare grandi o soccombere. A tale dilemma non poteva sfuggire la Popolare di Asolo e Montebelluna anche perché nel Veneto, come nelle altre regioni italiane, si stavano avviando lunghe e complesse catene di fusioni e incorporazioni bancarie che rischiavano di accerchiare progressivamente l’istituto con sede a Montebelluna.
    Di conseguenza, a cavallo tra il 1996 e il 1997, si iniziò a lavorare a un accordo con San Paolo che fu raggiunto il 4 febbraio 1997, ratificato da entrambi i consigli di amministrazione: la bozza prevedeva “la distribuzione dei prodotti e dei servizi dell’istituto torinese attraverso la [rete della Popolare]”, mentre San Paolo accettava l’offerta “di limitare la sua presenza in provincia di Treviso, programmando la cessione [alla Popolare] di due sue filiali di Treviso, di una a Castelfranco Veneto e di una, già pronta per l’apertura a Montebelluna”8. Il costo “immateriale” dell’operazione era piuttosto chiaro: allearsi con San Paolo voleva dire, quantomeno, allentare il rapporto col territorio, tenacemente costruito in oltre centoventi anni di attività. Proprio per questo si avviò tra diversi soci e alcune personalità di spicco di Montebelluna un’intensa attività “carsica” tesa a trovare un modo per far saltare l’accordo con la banca di Torino. L’occasione giusta si presentò il 22 marzo 1997: in un Palazzetto Legrenzi affollato da quasi duemila soci, l’assemblea sostituì quasi interamente il Consiglio di amministrazione eleggendo diversi esponenti, come il nuovo Presidente Flavio Trinca e il Vice Presidente Franco Antiga, contrari all’intesa con San Paolo. Nel giro di pochi giorni l’accordo fu cancellato e venne nominato Direttore Generale l’attuale Amministratore Delegato, Vincenzo Consoli.
    Il nuovo decennio vide la Popolare muoversi su tre fronti: 1) l’acquisizione di altri istituti di credito; 2) l’approccio europeo; 3) il necessario riassetto societario per meglio dirigere l’articolata e complessa attività di quello che stava sempre più diventando un gruppo e non più una semplice Popolare. Quanto al punto uno, la Popolare di Asolo e Montebelluna acquisisce la Banca di Credito cooperativo del Piave e del Livenza: una nuova dimensione che la porta a cambiare il proprio nome in Veneto Banca e a darsi obiettivi di più ampio respiro. In seguito, acquisisce Banca di Bergamo, Banca Meridiana, Banca del Garda e Banca Popolare di Intra, assieme alla controllata Banca Popolare di Monza e Brianza.
    Ma il dinamico Nord Est aveva già da tempo iniziato a tessere stretti rapporti economici coi paesi dell’ex blocco comunista: la neonata Veneto Banca avviò quindi una serie di acquisizioni strategiche come quelle di Banca Italo Romena, della moldava Eximbank, di Banca Italiana di Sviluppo … ora Veneto Banka Albania … e di Gospodarsko Creditna Banka … oggi Veneto Banka Croazia.
    Nel 2004 fu inaugurato l’avveniristico e prestigioso centro direzionale del gruppo, che si sostituì alla precedente sede in piazza Dell’Armi che aveva visto scorrere sin dagli esordi tutte le vicende della “vecchia” Popolare di Montebelluna. Nel suo importante percorso di crescita, Veneto Banca non rinuncia allo status di banca popolare profondamente radicata nel territorio (Intervistato dal “Corriere della Sera”, Vincenzo Consoli, Amministratore Delegato di Veneto Banca, così rispondeva alla giornalista che gli chiedeva delle tante occasioni nelle quali diversi istituti avevano tentato un assalto alla banca: “Siamo una bella signora e i corteggiatori non mancano, ma siamo una signora seria”. E sull’ipotesi di quotare Veneto Banca in borsa rispondeva seccamente: “Non ne vedo la necessità: nessuno qui vende quote, abbiamo 20 mila soci ma c'è la coda per entrare”9). Tra il 1997 e il 2007 Veneto Banca aveva più che raddoppiato il numero degli sportelli, dei dipendenti e dei soci, riuscendo quasi a triplicare il rendimento azionario. A dicembre 2010, il Gruppo Veneto Banca conta quasi seicento sportelli in rappresentanza di un’articolata rete territoriale che fa capo al Nord a Veneto Banca, al Centro alla Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana e al Sud a Banca Apulia … queste ultime due parti integranti del Gruppo da inizio 2010. Nel 2011 Veneto Banca incorpora la Compagnia Finanziaria Torinese (Cofito), ex holding di controllo della Banca Intermobiliare (BIM) e lancia un’Offerta Pubblica di Acquisto sulla totalità delle azioni dell’istituto, specializzato nel wealth management e nel private banking: un’operazione che conferma la solidità e il dinamismo del Gruppo in una fase non certo positiva per l’economia italiana.
    Dal ristretto drappello di uomini che aveva fondato nel 1877 la Popolare a Montebelluna, a un istituto con oltre 40.000 soci e 6.200 dipendenti, “una delle prime dodici realtà bancarie italiane per masse amministrate”10.
    __________________________________
    1Il Comitato promotore era composto da: Francesco Calvi e Gaspare Marangoni-Ghirlanda, grandi proprietari, Francesco Pasqualetti, Giacinto Baldo, Edoardo Guillion Mangilli, Clarimbaldo Corunda, possidenti, Lodovico Boschieri, Giovanni Aurelio Legrenzi, avvocati, Antonio Saccardo, professore, Antonio Gobbato, filandiere, Francesco Grilli, Luigi Gandin, Giovanni Gasperini, commercianti.
    2Il primo consiglio di amministrazione: Antonio Serena, filandiere e futuro sindaco di Cornuda, Giovanni Ferrari e Giovanni Peratoner, farmacisti, Antonio Bolzon e Giobatta dell’Armi, ingegneri, Giovanni Polin, possidente, Gaetano Legrenzi, dottore, Giobatta Marcato, commerciante, Giovanni Nardello, investitore.
    3Statuto della Banca popolare di Montebelluna (Società Cooperativa Anonima) titolo V: Bilancio, utili e loro riparto e riserve, Articolo 45.
    4Gasparini D., 1918-1945: una banca, più banche: il radicamento nel mandamento, in Gasparini D. e L. De Bortoli, Storia di una banca di territorio. Dalla popolare di Montebelluna a Veneto Banca (1877-2007), Treviso, Canova edizioni, 2008, p. 141.
    5Ibidem, pp. 152-153.
    6E intanto vicino Treviso portano via 760 milioni, “la Repubblica”, 3 luglio 1984. La cifra riportata nell’articolo è al netto del bottino raccolto con le cassette di sicurezza.
    7Gasparini D., 1967-1996. Oltre il miracolo economico: da Asolo a…Torri di Quartesolo, in
    Gasparini D. e L. De Bortoli, Storia di una banca di territorio. Dalla popolare di Montebelluna a
    Veneto Banca (1877-2007), cit, p. 275.
    8Gasparini D., 1997-2007. 22 marzo 1997: la difesa dell’identità e dell’autonomia, in Ibidem, cit, p.282.
    9Pica P., intervista a V. Consoli, Consoli, il “popolare” Veneto tra sportelli, finanza e Generali, “Corriere della Sera”, 4 settembre 2007. Si veda anche Righi S., La campagna d’Italia del ragionier Consoli, “Corriere della Sera”, 26 gennaio 2009.
    10Brochure Veneto Banca Holding, Conoscere il territorio, riconoscere il valore, p. 3. Sull’argomento si veda Possamai P., Veneto banca entra nella top ten del credito, “la Repubblica”, 7 settembre 2009.


    Link: www.venetobanca.it

    Link: https://www.gruppovenetobanca.it/la-storia


    Redattore: Massimo PIERMATTEI
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  • VENTURE CAPITAL

    Denominazione data agli inizi degli anni Ottanta a una forma particolare di finanziamento consistente, agli inizi, nell’apporto di capitale di rischio o nella sottoscrizione di titoli convertibili in azioni, da parte di operatori specializzati a società non quotate, in genere PMI, con elevata potenzialità di sviluppo in nuovi prodotti o nuovi servizi, in nuove tecnologie e in nuove concezioni di mercato La durata del finanziamento era intesa di medio-lungo periodo e la partecipazione comunque temporanea, minoritaria e diretta all’aumento di valore dell’impresa e al realizzo di un capital gain con la vendita della partecipazione. Col tempo il concetto di venture capital si è esteso. Negli USA si intende con esso due classi di finanziamento: l’early stage financing e l’expansion financing. In Europa, in genere, questa seconda classe è denominata private equity e si riserva l’espressione venture capital al solo early stage financing. Dal venture capital è tenuto distinto il management buy-out.

  • VENTURE CAPITAL (Enciclopedia)

    (Si veda anche voce del Dizionario: Venture Capital)
    Operazione di acquisizione temporanea di quote di partecipazione al capitale di società, generalmente non quotate, da parte di un intermediario specializzato, finalizzate a finanziarne la fase iniziale (early stage) o di sviluppo (expansion financing), con lo scopo di dismetterle in un arco temporale medio/lungo al fine di realizzare un guadagno in conto capitale. Rispetto al private equity, che orienta i propri interventi a buy out o a replacement capital di società già consolidate, il venture capital finanzia quindi le fasi di sviluppo delle imprese.
    Il grafico 1 evidenzia l’evoluzione degli investimenti di venture capital in Italia.
    Graf. 1

    Gli interventi di early stage sostengono le fasi iniziali di un’impresa o di un business e sono rivolti molto spesso al settore tecnologico, dove gli alti tassi di crescita attesi che si legano all’innovazione di prodotto consente di formulare ipotesi di uscita nel medio termine pur partendo da livelli dimensionali minori. Si distinguono: (i) investimenti di seed capital, orientati a finanziare le prime fasi di sviluppo di un business o di un brevetto tecnologico; (ii) investimenti di start up, volti a finanziare la fase di avvio dell’impresa, fornendo il capitale iniziale e l’organizzazione amministrativa e/o commerciale quando, ad esempio, è stato sviluppato un brevetto.
    Sono generalmente interventi effettuati attraverso aumenti di capitale successivi, volti a sostenere l’impresa nelle sue fasi di sviluppo.
    Le operazioni di expansion financing sono rivolte a sostenere i piani di crescita dell’impresa per linee interne o per linee esterne, attraverso la sottoscrizione di un aumento di capitale o di un prestito obbligazionario convertibile, finalizzato ad acquisire generalmente una quota di minoranza della società.
    Presupposto per tali interventi è la validità dell’imprenditore e la sostenibilità del piano di sviluppo dell’impresa, che, di norma, viene concordato all’atto dell’ingresso. Ulteriore requirement per tali interventi è rappresentato dalle veloci prospettive di crescita della società o del business di riferimento e dalla presenza di un imprenditore con validi progetti di sviluppo e/o brevetti che necessitano di essere commercializzati.
    I benefici per le imprese di un intervento di venture capital sono riassunti negli effetti economici che esso produce. Considerando il periodo 2000-2006, gli indicatori in termini di ricavi, EBITDA e occupazione delle società italiane partecipate da operatori di venture capital mostrano tassi di crescita medi (CAGR) superiori rispetto a quelli delle medio-grandi aziende italiane prese come benchmark1 (grafico 2).
    Graf. 2

    Nel periodo 2000-2006, le società partecipate da intermediari specializzati nel venture capital hanno registrato tassi di crescita dei ricavi dell’EBITDA e dell’occupazione superiori rispetto al benchmark di grandi imprese rispettivamente di 15,5, 11 e 11,3 punti percentuali.
    Tali benefici sono legati all’analisi ex ante compiuta dall’investitore, che attenua problemi di adverse selection e porta a investire in imprese con le maggiori prospettive di crescita, e alla modalità di intervento, principalmente attraverso equity che determina una maggiore patrimonializzazione dell’impresa e una maggiore performance di medio lungo termine legata agli investimenti che sono stati finanziati2. Molto spesso, in particolare negli interventi di early stage, gli investimenti dei venture capitalist finanziano in particolare le aree di ricerca e sviluppo, al fine di sostenere nuova innovazione tecnologica, e le strutture commerciali, al fine di agevolare la commercializzazione del prodotto innovativo o del brevetto, con significativi impatti occupazionali3. Di fatto, uno dei maggiori contributi del venture capital allo sviluppo delle imprese è rappresentato dalla possibilità di rendere commerciabili brevetti e innovazioni, nell’ambito di una realtà poco disponibile a finanziare imprese in una fase di sviluppo iniziale e scarsamente patrimonializzate4.
    In generale, da un punto di vista della creazione di valore dell’investitore, il successo delle iniziative di venture capital è legato allo sviluppo del business sottostante, in termini di innovazione di prodotto, di creazione di un nuovo segmento di mercato o di aumento delle quote di mercato dell’impresa finanziata5, che possono portare a rendimenti significativi e superiori rispetto ad investimenti di private equity.
    A fronte di rendimenti attesi superiori, per l’investitore in venture capital, vi sono ulteriori rischi che si aggiungono a quelli comunemente presenti in investimenti di private equity.
    Vi è innanzitutto un rischio tecnologico, legato al mancato successo del business oppure all’obsolescenza del prodotto che, nell’ambito della tecnologia, può presentarsi con una rapidità maggiore rispetto ai prodotti tradizionali. Vi è inoltre un rischio legato al timing dell’iniziativa, poiché eventuali competitors possono entrare sul mercato con un prodotto simile o con caratteristiche superiori con maggiore facilità e rapidità.
    Particolarmente significativo è inoltre il rischio di rifinanziare l’iniziativa, nell’ambito dei suoi diversi stadi di sviluppo, poiché diversi progetti tecnologici presentano cash flow attesi molto diluiti nel tempo. Non è un caso che diversi venture capitalist allochino una parte del capitale a finanziare fasi di sviluppo successive delle aziende (follow on investments). La programmazione di tali interventi successivi è peraltro difficile e non sempre prevedibile ex ante.
    Inoltre in tali imprese è maggiormente accentuato il rischio di management, poiché le singole iniziative sono legate allo sviluppo di un’idea proveniente molto spesso da un ricercatore o un gruppo di ricercatori.
    Sussistono, peraltro, maggiori rischi legati alla dimensione delle imprese: in presenza di early stage financing le imprese sono ad uno stadio embrionale e se lo sviluppo del prodotto non le porta a dimensioni significative nell’arco temporale di investimento, è possibile che si manifestino difficoltà nello smobilizzo della partecipazione. Tale rischio è maggiormente accentuato se l’investitore acquisisce una quota di minoranza, con difficoltà ulteriori nel controllare strategicamente l’impresa e a dismettere l’investimento.
    Tali investimenti, da ultimo, hanno per l’intermediario minori garanzie patrimoniali, essendo l’impresa in una fase di vita iniziale, e minori protezioni in termini di governance, e presentano, quindi, un rischio superiore rispetto agli investimenti di private equity, correlato, oltre che agli elementi prima evidenziati, anche alla maggior mortalità di tali imprese, in particolare se operano in settori tecnologici, oltreché alla maggiore difficoltà di smobilizzo, in particolare se l’impresa non riesce a sostenere i tassi di crescita stabiliti inizialmente o l’investimento è di minoranza.
    Diversi elementi incidono sulla domanda e sull’offerta di interventi di venture capital. Dal lato della domanda, particolarmente importante è la fiscalità, sia sul reddito di impresa, rappresentando un incentivo o un disincentivo alla creazione di nuove imprese, sia relativa al trattamento di strumenti essenziali per incentivare il management, come le stock options. La fiscalità incide anche sull’offerta di venture capital poiché un maggior onere sui capital gains realizzati può scoraggiare la canalizzazione del risparmio verso il venture capital favorendo forme di delocalizzazione in paesi con contesti fiscali maggiormente incoraggianti.
    Dal lato della domanda incide la normativa civilistica in grado di agevolare o scoraggiare l’attività di impresa in generale, e quella sul lavoro, quella in materia di fallimenti d’impresa e quella sulla tutela della proprietà intellettuale. Non meno importanti sono inoltre le agevolazioni volte a incentivare l’attività di ricerca e le infrastrutture, in particolar modo scolastiche, in grado di aumentare il livello di innovazione e ricerca all’interno di un paese6.
    Dal lato dell’offerta, incidono, oltre a fattori di natura fiscale, anche elementi di natura strutturale e regolamentare in grado di creare un contesto più agevole per la dismissione degli investimenti, come, ad esempio, la presenza di mercati regolamentati e di normative che agevolino la quotazione e definiscano un contesto di corporate governance efficiente. Non è un caso come in paesi come l’Italia, con una normativa civilistica e fiscale penalizzante, sia scarsa la diffusione di investimenti di venture capital7.
    _______________________________
    1Cfr. PriceWaterhouseCoopers (2008).
    2Cfr. Gompers, Xuan (2006).
    3Cfr. EVCA (2002).
    4Cfr. Christofidis, Debande (2001).
    5Cfr. Grabenwarter, Weidig (2005).
    6Cfr. Christofidis, Debande (2001).
    7Cfr. : Szego (2002); Banca d’Italia (2009).

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    Redattore: Gianluca CALISE

    © 2009 ASSONEBB

  • VERBALE

    Relazione scritta destinata a documentare atti o fatti compiuti o constatati da soggetti a tanto legittimati dalla legge od in forza di un incarico ricevuto dagli interessati nei casi previsti dalla legge. Il verbale costituisce un atto pubblico se proviene da un pubblico ufficiale (p.e., notaio, segretario comunale, cancelliere);è, invece, un documento privato negli altri casi (p.e., verbale delle assemblee di condominio, verbale delle assemblee ordinarie delle società di capitali). Tenuto conto dell’estrema ampiezza della categoria, non è possibile fissare regole generali per quanto riguarda le modalità della verbalizzazione. Si possono comunque considerare requisiti minimi indispensabili del verbale: la descrizione, almeno sintetica, dell’attività documentata, la contestualità o la immediata successione cronologica tra attività documentata e redazione del verbale; la sottoscrizione del verbalizzante.

  • VERIFICA

    Accertamento della regolarità formale o sostanziale di un documento, di una situazione di fatto o di diritto. La verifica (o verificazione) può riferirsi, nell’ambito delle aziende, a controlli di carattere economico (p.e., verifiche di quantità e valori oppure dirette ad appurare l’efficienza o la redditività di una certa linea di gestione), di natura giuridica (p.e., la verifica dei poteri), di natura contabile (verifi- che che consentano di individuare errori materiali o formali nella tenuta della contabilità), di natura finanziaria, di carattere tecnico ecc. Un articolato e continuo sistema di verifiche assume notevole importanza nelle banche, data la natura fiduciaria della loro attività. Nell’ambito dei propri poteri, procedono a verifica, direttamente o tramite la guardia di finanza, gli uffici dell’amministrazione finanziaria allo scopo di accertare l’imponibile effettivo del contribuente e, quindi, la relativa imposta da questo dovuta. Sia pure nei limiti previsti dalle norme che regolano ilsegreto bancario, l’autorità finanziaria può disporre verifiche sui conti correnti e di deposito intrattenuti da un soggetto con una o più banche. La verifica può essere estesa alle operazioni connesse con i movimenti dei conti stessi.

  • VERIFICA DEI CONTI

    Operazioni di riscontro effettuate sui libri contabili (giornale, mastro e scritture elementari), generalmente alla chiusura di un esercizio. Nelle contabilità tenute con il sistema della partita doppia la verifica dei conti si risolve per lo più nel “bilancio di verificazione”, il quale assolve alla necessità di assicurare l’esattezza dei riporti dal giornale al mastro. Data la caratteristica formale della partita doppia, costante uguaglianza fra dare e avere, le somme dei titoli nelle due sezioni del bilancio di verificazione dovranno essere uguali tra loro e coincidere con il totale del “giornale”. L’eventuale discordanza fra le cifre sarà indice di errore che occorrerà cercare spuntando articolo per articolo il giornale ed i conti del mastro, facendo particolare attenzione alla sezione nella quale si è manifestata la discordanza. II “bilancio di verificazione” serve solo a segnalare errori nel passaggio delle registrazioni dal giornale al mastro, errori che non possono verificarsi nel caso la contabilità venga tenuta con l’elaboratore. Nelle contabilità in partita semplice, invece, gliunici riscontri che si possono fare sono di natura aritmetica e si basano sulla uguaglianza fra il dare e l’avere dei conti “corrispondenti” e i relativi dare e avere dei conti analitici del partitario. Data la difficoltà dell’opera di spunta, nel caso si manifesti un errore, è invalso l’uso di effettuare queste operazioni ad intervalli molto brevi, particolarmente nelle imprese industriali, dove il ricorso ai bilanci di verificazione mensili ha anche il fine di una conoscenza approssimativa dell’andamento della gestione, del capitale e del reddito. Nelle banche il ricorso a verifiche giornaliere dei conti è addirittura necessario dato l’elevatissimo numero di operazioni svolte in un unico giorno.

  • VERIFICA DEI POTERI

    Accertamento della sussistenza dei requisiti richiesti circa la facoltà di rappresentanza o l’esercizio di particolari funzioni con riferimento a organi collegiali o monocratici. Detta verifica può essere esercitata nelle forme dovute a tutela degli interessi propri o di terzi. Fra le innumerevoli ipotesi di verifica dei poteri si possono citare i depositi e le pubblicazioni delle delibere degli organi sociali delle società per azioni e a responsabilità limitata, oltre che l’obbligo di iscrizione e di pubblicazione in albi generali o speciali dei soggetti che dispongono dei poteri e delle facoltà scaturenti da mandato o da esercizio di funzioni particolari. Ovviamente, per quanto riguarda gli atti scritti, la verifica dei poteri si esercita in modo concreto attraverso il riconoscimento della firma. Essa può essere verificata attraverso la conoscenza personale, o gli specimen della firma depositati, o attraverso la certifi cazione da parte di un pubblico ufficiale o di terzi conosciuti. Nel diritto costituzionale è prevista la verifica parlamentare, mediante la quale la stessa Camera dei deputati controlla la regolare elezione dei suoi componenti.

  • VERIFICA DELLA SCRITTURA PRIVATA

    Accertamento dell’autenticità della scrittura o della sottoscrizione, proposto da chi, avendo esibito in giudizio una scrittura privata, di fronte al disconoscimento della parte interessata, intende chiederne l’accertamento giudiziale al fine di utilizzare il documento come prova. A differenza dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata, infatti, il documento in esame acquista efficacia probatoria solo se la parte contro la quale viene esibito lo riconosca (espressamente o tacitamente). Il procedimento è provocato dalla parte che intende valersi del documento e la prova dell’autenticità può essere fornita con ogni mezzo: solitamente si fa ricorso alla comparazione con altre scritture riconosciute, accertate giudiziariamente ovvero risultanti da atto pubblico. La verifica può essere anche chiesta prima del giudizio nel quale si intende esibire l’atto, instaurando un autonomo procedimento. In ogni caso, però, si richiede che la scrittura sia concludente ai fini del giudizio instaurato o da instaurare.

  • VERIFICA DI BILANCIO

    Gli accertamenti effettuati in sede di chiusura di bilancio si rivolgono in due direzioni. La prima è di conoscerela reale consistenza delle rimanenze d’esercizio ed, in genere, di procedere all’assestamento dei conti in ordine a tutte le poste che comportano valutazioni ai sensi del codice civile e, per ciò che riguarda costi e ricavi afferenti a più esercizi, di determinarne l’entità relativa all’esercizio in chiusura in base al criterio della competenza economica. Gli accertamenti successivi, invece, hanno natura revisoria e sono condotti, nelle società, dai sindaci (v. collegio sindacale) oltre che dalle società di revisione (v. auditing),organi tenuti, fra l’altro, alla redazione di apposite relazioni. Queste verifiche di bilancio sono finalizzate al controllo della regolare impostazione delle scritture contabili, della veritiera corrispondenza del bilancio alle scritture stesse, della adozione dei criteri di valutazione imposti dalla normativa vigente.

  • VERSAMENTI UNITARI

    Istituto introdotto con d.lg. 9.7.1997 n. 241, diretto a consentire il versamento unitario, tra l’altro, delle imposte sui redditi, dell’IVA, dei contributi previdenziali e assistenziali e delle ritenute alla fonte, ammettendo la compensazione dei crediti e debiti relativi. Il versamento deve essere effettuatoentro il giorno sedici del mese di scadenza. Rimangono invariati, invece, i termini per il versamento delle somme dovute a titolo di saldo e acconto in base alle dichiarazioni annuali e quelli per il pagamento dell’acconto IVA.

  • VERSAMENTO A FONDO PERDUTO

    Versamento in conto capitale o in conto finanziamento soci, da distinguere dal conferimento, in quanto non è eseguito in seguito a delibera assembleare.

  • VERSAMENTO A TERMINE

    Operazione bancaria mediante la quale la banca esegue il pagamento di una somma ad una data prestabilitae, comunque, successiva a quella in cui l’operazione stessa avviene. Il versamento a termine che ricorre spesso nei pagamenti internazionali,consiste in un accreditamento o addebitamento tra banche di paesi diversi. La durata del differimento è variabile e dipende dalla natura della operazione (finanziaria, commerciale ecc.); difficilmente però è superiore a tre mesi.

  • VERSAMENTO NEI CONTI BANCARI

    Incremento dei fondi disponibili presso un conto bancario, di deposito a risparmio o c/c, mediante la corresponsione di una somma di denaro, o di assegni bancari, circolari, vaglia postali ed altri valori a vista effettuato dall’intestatario del conto o da persona diversa. I versamenti sul deposito, in particolare, devono avvenire in contanti, allo sportello della banca emittente per consentirne l’iscrizione sul libretto. Nei conti correnti invece essi possono essere effettuati allo sportello o tramite lettera, telegramma o telefono da un terzo alla propria banca a favore del beneficiario del versamento stesso (v.bonifico), attestati rispettivamente da una ricevuta di cassa o da una lettera di accreditamento.

  • VERSAMENTO PER ORDINI IMMEDIATI

    Operazione tra banche di paesi diversi relativa all’acquisto o alla vendita di valute estere. L’ordine di acquisto o vendita è dato a cambi fissati dal committente, la clausola di immediatezza quindi ha lo scopo di evitare che al momento dell’esecuzione dell’ordine da parte del corrispondente estero l’operazione sia effettuata a condizioni diverse oltre che siano sopravvenute delle variazioni sul corso dei cambi.

  • VERSAMENTO TELEGRAFICO

    Disposizione di bonifico data per telegrafo o per telefono da un cliente alla banca affinché provveda, tramite filiale o corrispondente, al pagamento di una somma a favore di un terzo su di una determinata piazza. Le banche per questo tipo diversamento si esonerano da responsabilità dovute a possibili errori nella trasmissione del telegramma o nella recezione della telefonata. Attualmente tali operazioni vengono comunemente effettuate con procedure elettroniche attraverso la rete interbancaria.

  • VERSO UN'UNIONE BANCARIA: LE TAPPE

    Verso un’Unione Bancaria: le tappe

    Nonostante meccanismi di coordinamento a livello europeo, quando la crisi finanziaria si è diffusa in Europa nel 2008, ben 27 diversi sistemi di regolamentazione nazionali hanno dovuto far fronte al problema dei propri istituti di credito. Il quadro di regolamentazione della zona euro prima della crisi non era in grado di rispondere all’imminente crollo finanziario. Per ovviare a tali lacune, dal 2008 la Commissione Europea ha presentato circa 30 proposte per creare, passo dopo passo, un solido e più efficace sistema finanziario con l’intento di portare avanti gli impegni presi nel G20 sulla regolamentazione finanziaria (vedi anche L'Unione Bancaria divide l'Europa).

    09/2012 … 12/2012. Primi passi

    Nel settembre 2012, nella “Comunicazione relativa a una tabella di marcia verso l’Unione bancaria” (COM. 2012/ 510) e nel "Piano per un'Unione economica e monetaria autentica”(COM 2012/777), la Commissione ha proposto un meccanismo unico di vigilanza per le banche (SSM ) guidato dalla Banca Centrale Europea (BCE), al fine di rafforzare l' Unione economica e monetaria. L'insieme delle proposte è stato il primo passo verso un sistema integrato definito nel quadro di un’Unione Bancaria europea, che comprende un corpus unico di norme, una protezione comune dei depositi bancari e un meccanismo unico di risoluzione delle crisi bancarie. In sintesi, le proposte della Commissione hanno riguardato:

    - Un regolamento che concede forti poteri di vigilanza alla BCE, coadiuvata in parte delle autorità nazionali, su tutte le banche dell'area dell'euro al fine di creare un unico meccanismo di controllo;

    - Un regolamento che modifica le attività e le funzioni dell' Autorità Bancaria Europea (EBA) al fine di garantire un equilibrio nelle sue strutture decisionali sia per i Paesi appartenenti alla zona euro sia per quelli che non vi appartengono;

    - Una comunicazione che delinea la visione complessiva della Commissione per un corpus unico di norme relative all'Unione Bancaria e alla protezione comune dei depositi bancari.

    Inoltre nel dicembre 2012 il Consiglio europeo ha riconosciuto la necessità di creare un Meccanismo unico di risoluzione delle crisi a complemento del Meccanismo di vigilanza unico all’interno dell’Unione bancaria.

    19/03/2013 … 29/10/2013. Meccanismo Unico di Vigilanza (SSM)

    Nel marzo 2013 il Parlamento e il Consiglio hanno raggiunto un accordo politico sul pacchetto di norme riguardanti il meccanismo di vigilanza unico. Il Consiglio europeo si è infatti impegnato a completare l’Unione Bancaria con una serie di misure future e ha inoltre confermato che la proposta della Commissione sul Meccanismo unico di risoluzione delle crisi verrà esaminata con l'intenzione di adottarla entro la fine dell'attuale legislatura del Parlamento europeo (2014). Successivamente il COREPER il 18 aprile ha approvato il testo di compromesso finale tra Parlamento e Consiglio e il 21 maggio, il Parlamento europeo ha avviato un dibattito generale sul regolamento del Meccanismo Unico di Vigilanza (SSM).

    Dopo il voto del Parlamento europeo sulla regolamentazione dell'Autorità bancaria europea (EBA) e l'accordo del Consiglio che attribuisce compiti di vigilanza specifici alla Banca centrale europea, l'Unione europea ha formalmente adottato la creazione di un Meccanismo Unico di Vigilanza (SSM), guidato proprio dalla BCE, con l'obiettivo di rafforzare l'Unione economica e monetaria. Entrambi i testi giuridici sono stati pubblicati nella Gazzetta ufficiale il 29 ottobre 2013.

    10/07/2013 … 19/12/2013. Meccanismo Unico di Risoluzione (SRM)

    Il 10 luglio 2013 la Commissione ha ufficialmente proposto la creazione di un meccanismo unico di risoluzione delle crisi per l’Unione Bancaria. Il meccanismo di risoluzione integra il Meccanismo Unico di Vigilanza (SSM) proposto dalla Commissione nel settembre 2012.

    Il meccanismo di gestione delle crisi bancarie va a centralizzare le risorse chiave per gestire il fallimento di qualsiasi banca nell'area euro e negli altri Stati membri che partecipano all’Unione Bancaria.

    Il 19 dicembre, il Consiglio approva l'approccio generale sul meccanismo di risoluzione facendo iniziare i negoziati con il Parlamento europeo nei primi mesi del 2014 per consentirne l'adozione entro la fine della legislatura in corso.

    Fig.1 Transizione verso l’Unione Bancaria:

    1/1/2015 La Lituania partecipa al Meccanismo di vigilanza unico

    A seguito dell’adozione dell’euro, la Lituania diventa automaticamente il 19° Stato membro a partecipare all’MVU. Le tre maggiori banche del paese ricadono sotto la vigilanza diretta della BCE.

    1/1/2016 Il Comitato di risoluzione unico diventa operativo

    Il Comitato di risoluzione unico decide se e quando assoggettare una banca a risoluzione e stabilisce, nel programma di risoluzione, un quadro per il ricorso agli strumenti di risoluzione e al Fondo si risoluzione unico.

    https://www.bankingsupervision.europa.eu/about/milestones/html/index.it.html

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • VETTORE

    Carrier nell’uso internazionale. Nel trasporto di cose, chiunque si impegna per contratto a trasportarle o a farle trasportare per strada, ferrovia, nave, aereo, via navigabile (v. contratto di trasporto).

  • VIDEO MONITOR

    Ricevitore che trasforma in segnali luminosi su uno schermo le informazioni trasmesse da un elaboratore elettronico, da una rete di telecomunicazione o da un qualsiasi sistema di rilevazione. L’espressione americana è comunemente abbreviata in monitor e resa in italiano con schermo. Per le tecnologie di costruzione dei video monitor v. schermo.

  • VIDEOTERMINALE

    Terminale dotato di tastiera e di un videomonitor (v. monitor) collegato a distanza a un elaboratore elettronico oa una rete di telecomunicazione per l’entrata o l’uscita di dati (v. terminale).

  • VIDIMAZIONE

    Apposizione di una firma, di un bollo, di un visto e simili su di un documento per attestarne l’autenticità o impedire alterazioni. Tra gli altri erano soggetti a vidimazione, oltre che a bollatura (v. bollatura), i libri obbligatori per l’imprenditore, particolarmente il libro giornale ed il libro degli inventari, oltre che quelli prescritti dal codice civile per le imprese costituite in società. Sono bollati pagina per pagina ed ogni foglio deve essere numerato progressivamente: l’ultima pagina contiene l’indicazione del numero dei fogli che compone il libro. Provvedeva a ciò la cancelleria del competente tribunale o un notaio, a cui peraltro detti libri dovevano essere ripresentati per le successive vidimazioni annuali. In seguito all’istituzione del registro delle imprese, alla vidimazione dei libri contabili obbligatori provvede l’uf- ficio del registro delle imprese, istituito presso la Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura, ovvero un notaio secondo le disposizioni delle leggi speciali. Per effetto dell’art. 7-bis della legge Tremonti (l. 15.7.1994 n. 444), che ha modificato gli artt. 2216 e 2217 c.c., la vidimazione annuale delle scritture contabili è stata abolita. Disposizioni particolari impongono l’obbligo della bollatura di particolari libri come il “libro matricola” e il “libro paga”, che debbono essere vidimati, secondo i casi, dall’Istituto nazionale per gli infortuni sul lavoro o dall’Istituto nazionale della previdenza sociale. I commissari liquidatori, i curatori e i commissari giudiziari debbono tenere un registro vidimato, senza spese, dall’autorità che vigila sullo svolgimento della procedura.

  • VIGILANZA

    In generale è ogni attività amministrativa pubblica di speciali autorità diretta a sorvegliare l’attuazione di certi obiettivi di politica economica o sociale e ad assumere dei provvedimenti di realizzazione e di correzione necessari. In questo senso sono tali i poteri più o meno estesi in materia di antichità e belle arti, alimentazione, lavori pubblici (Autorità di vigilanza sui lavori pubblici), lavoro, trasporti ferroviari marittimi e aerei, sanità e altri campi del settore reale dell’economia. Oltre che dall’Esecutivo, forme di vigilanza sono svolte in permanenza dal Parlamento e assumono valenza anche politica. Se ne hanno cinque esempi: Commissione di vigilanza dei servizi radiotelevisivi (l. 14.4.1975 n. 103), Commissione di vigilanza sull’anagrafe tributaria (l. 27.3.1976 n. 60), Commissione di controllo enti di previdenza e assistenza (l. 9.3.1989 n. 88), Commissione permanente di vigilanza sull’Istituto di emissione e Commissione di vigilanza sulla Cassa Depositi e Prestiti (su queste due ultime v. infra).

    1. Obiettivi della vigilanza nel settore finanziario dell’economia. Nel settore finanziario la vigilanza ha assunto un’organizzazione piuttosto complessa e articolata con competenze ripartite tra autorità diverse, ma con abbastanza obiet- tivi comuni, gli stessi della regolamentazione. Nel nostro Paese gli obiettivi sono definiti in termini abbastanza comuni per il sistema creditizio e per il sistema finanziario. È scritto, infatti, nell’art. 5 TUBC (d.lg. 1.9.1993 n. 385) che “le autorità creditizie esercitano i poteri di vigilanza a esse attribuiti dal presente decreto legislativo,avendo riguardo alla sana e prudente gestione dei soggetti vigilati, alla stabilità complessiva, all’efficienza e alla competitività del sistema finanziario nonché all’osservanza delle disposizioni in materia creditizia” e nell’art. 5 TUE (d.lg. 24.2.1998 n. 58) che “la vigilanza … ha per scopo la trasparenza e la correttezza dei comportamenti e la sana e prudente gestione dei soggetti abilitati, avendo riguardo alla tutela degli investitori e alla stabilità, alla competitività e al buon funzionamento del sistema finanziario”. Il concetto di “competitivit”à va inteso come sinonimo di “concorrenza” (che l’attuale indirizzo liberista della politica economica considera il miglior meccanismo per realizzare l’efficienza dei mercati). Con i dovuti adattamenti questa definizione è estensibile a tutti gli altri segmenti del settore finanziario dell’economia.

    2. Regolamentazione e controllo. Le attività di vigilanza si rivolgono direttamente e principalmente agli intermediari finanziari (creditizi, mobiliari e assicurativi) e consistono in atti di regolamentazione e in atti di controllo prevalentemente tecnico sugli atti e sulle persone compiuti, questi ultimi, attraverso raccolta e diffusione di informazioni, tenuta di archivi, albi ed elenchi speciali, ispezioni, valutazioni di casi concreti, emanazione di provvedimenti tipici (rilascio di autorizzazioni o di approvazioni, messa in amministrazione straordinaria o in liquidazione coatta amministrativa ecc.), accompagnati dal potere di irrogare sanzioni. Si noti che il termine “controllo” non va inteso nel senso ristretto del linguaggio giuridico-amministrativoe giuridico-contabile di controllo sugli atti, ma in quello economico-organizzativo di insieme di tecniche e di procedure che sono dirette a mantenere o a riportare un sistema dinamico in un certo stato desiderato e che possono comportare anche un’ingerenza nell’attività degli intermediari finanziari. La vigilanza opera in un ambiente mutevole, oggi molto innovativo e deve far fronte agli esiti del variare degli obiettivi di politiche economiche di cui non è possibile conoscere bene in anticipo i costi e i benefici e all’incertezza nel prevedere il comportamento di risposta degli agenti economici. La vigilanza non è tanto un controllo sugli atti, come lo sono i controlli amministrativi e contabili, ma piuttosto un controllo di processo (dove “controllo” ricalca il termine inglese control inteso nel senso di “governo”) ed è adattativa, abbastanza discrezionale e al di fuori delle ordinarie cure dell’amministrazione pubblica. Questa circostanza non appare del tutto chiara nei Paesi europei, specie in quelli di tradizione di diritto amministrativo, ma è evidente negli USA dove regolamentazione e vigilanza sono l’attività propria del government by commission delle regulatory agencies (v. regolamentazione). Ciò spiega le frequenti variazioni della normativa da parte delle autorità, emesse anche con semplici circolari e il ricorso abituale alla moral suasion. Questi compiti sono assai più estesi di quanto la parola “vigilanza” lasci intendere. Un termine apparentemente restrittivo è stato tuttavia adottato anche dai maggiori Paesi: amer. supervision; fr. surveillance (ma anche contrôle); ted. Aufsicht, sp. supervisión. Alla vigilanza fa un generico implicito richiamo l’art. 47, 1° comma della costituzione italiana prescrivendo che “la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito” dove il termine “controllo” è impiegato nel senso appunto di “governo”. Storicamente i sistemi di vigilanza hanno evoluto dalle forme originarie di controllo sugli atti (come si configurava con la l.b. 1936) a controllo di processo. Il momento legislativodel passaggio dall’uno all’altra configurazione avviene tra il 1993 e il 1998 con la pubblicazione del TUBC e del TUF. Nello stesso periodo la vigilanza (in specie la vigilanza bancaria) è passata da un sistema di regolamentazione strutturato su norme di rango primario e quindi abbastanza rigido a un sistema abbastanza deregolamentato e flessibile. P.e., il sistema della l.b. 1936 non identificava obiettivi generali, dettava prescrizioni specifi che in materia di attività bancaria (una caratteristica che si rispecchia anche nella tipicità dei contratti di banca e di borsa secondo il c.c. 1942) e nominava specificamente i provvedimenti di applicazione che potevano essere presi dalla Banca d’Italia. Nel sistema attuale vengono fissati i grandi obiettivi finali dell’attività di vigilanza (v. art. 5, 1° comma TUBC e art. 5, 1° comma TUF citati all’inizio; gli obiettivi sostanzialmente coincidono) e gli oggetti, ma l’attuazione concreta è delegificata e rimessa all’elaborazione degli organi di vigilanza.

    3. Specializzazione delle aree di vigilanza. I compiti della vigilanza nei Paesi moderni sono stati attribuiti di volta in volta a uffici di ministeri, ad autorità amministrative indipendenti, o alla banca centrale, ovvero ripartiti tra questi. Per quanto riguarda il nostro Paese le competenze erano disegnate fino a circa ottanta anni fa in modo non coordinato e incompleto o non esistevano affatto. Col tempo si è proceduto a un riordinarle e a crearne di nuove, di modo che le competenze sono suddivisibili oggi in nove gruppi distinti più uno in fieri (qui di seguito elencate con gli opportuni rinvii dalla lettera a alla lettera k).

    3.a) Vigilanza bancaria. Fino agli anni Trenta del secolo scorso le attività di vigilanza erano disperse tra diversi ministeri e commissioni. e solo con la l.b. 1936 (artt. 2 e 11) si era procedutoa un primo accorpamento per la vigilanza bancaria, evoluta negli ultimi due decenni del secolo scorso in vigilanza del settore bancario e parabancario, la cui normativa è oggi sistemata nel TUBC del 1993.

    3.b) Vigilanza sugli intermediari finanziari. Nel 1974 con l’istituzione della Consob (l. 1974/ 216) si è resa autonoma la vigilanza sugli intermediari finanziari. L’assetto e le ripartizioni delle competenze tra Consob e Banca d’Italia sono stati completati con il TUF del 1998. La Banca d’Italia è competente per quanto riguarda il contenimento del rischio e la stabilità patrimoniale e la Consob per quanto riguarda la trasparenza e la correttezza dei comportamenti (art. 5, c. 2 e 3 TUF).

    3.c) Vigilanza sulle assicurazioni. Nel 1982, con l’istituzione dell’Isvap (l. 1982/576), l’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private e di interesse collettivo, la vigilanza sulle assicurazioni è stata staccata dal Ministero dell’Industria. Le competenze residue di quest’ultimo sono state trasferite al Ministero dell’economia e delle finanze con la riforma dell’organizzazione del Governo del 1999.

    3.d) La vigilanza sugli enti previdenziali, anch’essi intermediari finanziari, è stata e resta attribuita al Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali salvo che per le competenze di cui alla lettera seguente.

    3.e) Per la vigilanza sulle forme pensionistiche complementari è stato istituito nel 1996 un’autorità apposita, la Covip (art. 3, c. 1 lett. v) l. 1992/421; d.lg. 1993/124).

    3.f) Vigilanza sui sistemi di pagamento. È attribuita alla Banca d’Italia la vigilanza sui sistemi di pagamento (art. 146 TUBC), che dal 1999 è però coordinata nell’Eurosistema dalla BCE.

    3.g) La vigilanza sull’Istituto di emissione (v. vigilanza sulla Banca d’Italia) e h) la vigilanza sulla Cassa DD.PP. sono attribuite alle speciali commissioni parlamentari bicamerali: la Commissione permanente di vigilanza sull’Istituto di emissione (T.U. 28.4.1910 n. 204, sugli Istituti di emissione e sulla circolazione dei biglietti di Banca, modif. dall’art. 1 del d.lg. 31.12.195 n. 1928) e la Commissione di vigilanza sulla CassaDepositi e Prestiti (T.U. 2.1.1913 n. 453, Libro I, art. 3; l. 6.6.1973 n. 327; art. 19-bis d.l. 10.11.1978 n. 702 conv. dalla l. 8.1.1979 n. 3; art. 56 della l. 9.3.1989 n. 88). Un terzo organo, il Comitato centrale dei Buoni fruttiferi postali (q.v.) che esercitava la vigilanza su questa specie di titoli è stato soppresso nel 1998.

    3.h) Compiti di vigilanza su particolari enti sono riservati dalla legge al Ministero dell’economia e delle finanze (p.e. sul Fondo interbancario di garanzia per il credito agrario e sulla Sezione di garanzia per il credito peschereccio, ex art. 45 TUBC) e al Ministero del lavoro sulle mutue assicuratrici.

    3.i) In fieri è la formazione, avviata in sede comunitaria, di un insieme coordinato di norme per la vigilanza sulla moneta elettronica.

    4. Forme di vigilanza. Nelle trattazioni inglesi di economia monetaria (e talvolta nei documenti internazionali) si fa differenza tra vigilanza strutturale (structural regulation), vigilanza sul grado di rischio o prudenziale (prudential regulation) e vigilanza su correttezza e trasparenza delle informazioni (fair play regulation). Di questa classificazione occorre far memoria, dal momento che talvolta compare anche nei documenti internazionali. Essa però male si adatta a raccogliere le forme di vigilanza codificate dalle norme e dalla pratica di Paesi diversi dall’Inghilterrae dell’Italia in particolare. Nel nostro Paese si distingue anzitutto tra vigilanza informativa, regolamentare e ispettiva. Altre categorie sono quella della vigilanza consolidata e di quella sulla trasparenza e correttezza delle operazioni.

    4.a) La vigilanza informativa consta del potere da parte dell’autorità (e del relativo obbligo degli intermediari) di ricevere con certe modalità ed entro certi termini segnalazioni periodiche e bilanci, oltre a ogni altro dato richiesto e il suo obiettivo è di consentire all’autorità di monitorare gli intermediari e il mercato e anche di dare pubblicità, entro certi limiti, a dati e notizie a favore di chi vi abbia interesse (p.e. le informazioni della Centrale dei rischi, l’iscrizione o la cancellazione da un albo o un elenco; l’esistenza di provvedimenti di sospensione, radiazione ecc.; informazioni statistiche).

    4.b) La vigilanza regolamentare consiste nel potere dell’autorità sia di emanare disposizioni (p.e. sull’entità del patrimonio, i limiti di fido, l’organizzazione amministrativa e contabile) che possono o essere di carattere generale per tutti gli intermediari, o concretarsi in provvedimenti particolari riguardanti solo uno o alcuni intermediari, sia di esercitare il controllo sostitutivo sugli enti vigilati fino a interventi gravi come l’amministrazione straordinaria e la liquidazione e di irrogare sanzioni. La vigilanza regolamentare ha registrato le maggiori innovazioni ricomprendendo quella che è chiamata vigilanza prudenziale, in seguito anche alle proposte del Comitato di Basilea (v.

    accordo di Basilea).

    4.c) La vigilanza ispettiva consiste nel potere di svolgere direttamente ispezioni e di richiedere l’esibizione di documenti e gli atti che l’organo ispettivo ritiene necessari. Queste forme di vigilanza sono codificate e sviluppate compiutamente solo per l’area creditizia, degli intermediari finanziari e delle assicurazioni (lettere a, b e c). Esse si ritrovano in nuce o sono possibili in ogni altra specie di vigilanza.

    4.d) La vigilanza può esercitarsi su un singolo intermediario oppure su di un insieme costituito da intermediari finanziari e da società finanziarie e strumentali. Questa forma di vigilanza è prevista specialmente per il settore creditizio e costituisce la

    vigilanza su base consolidata (artt. 59-69 TUBC), richiamata però dalla vigilanza sul gruppo delle SIM (art. 12 TUF) ed è svolta anche dall’Isvap per le assicurazioni. Questa specie di vigilanza si è sviluppata nell’ultimo decennio del secolo scorso.

    4.e) La vigilanza su correttezza e trasparenza delle informazioni è anch’essa un apporto recente, diventata oggi parte integrante della vigilanza bancaria, di quella sugli intermediari creditizi e di quella assicurativa (v. p.e.regole di comportamento degli intermediari; informazioni bancarie; trasparenza bancaria).

  • VIGILANZA BANCARIA (EVOLUZIONE)

    Insieme di attività amministrative con l’autorità creditizia regolamentata, che monìtora e controlla la strutturae il funzionamento delle banche. La vigilanza bancaria si articola in Italia tradizionalmente nelle tre forme della vigilanza informativa, regolamentare, ispettiva (v. vigilanza). La materia è disciplinata dal TUBC (d.lg. 1°.9.1993 n. 385). Da notare che è scomparsa col TUBC (d.lg. 1993/385) la dicotomia esistente nella l.b. 1936 tra vigilanza sulle aziende di credito e vigilanza sugli istituti speciali di credito unificate nella vigilanza bancaria (ciò in seguito all’eliminazione di questi ultimi e con l’assimilazione di entrambi nella categoria delle “banche”).

    1. Evoluzione. Quella bancaria è stata la prima specie di vigilanza regolamentata in modo sistematico e unitario a partire dalla legge bancaria del 1926 (r.d.l. 7.9.1926 n. 1511; r.d.l. 6.11.1926 n. 1830), cui sono succedute la seconda legge bancaria del 1936 e la terza costituita dal TUBC del 1993, oggi vigente. Prima della riforma del 1936 la vigilanza dello Stato sulle banche era esercitata per le banche di diritto privato dalla Banca d’Italia; per gli istituti di diritto pubblico e di credito fondiario dal Ministero delle Finanze; per le Casse di Risparmio e i Monti di pegno e per il credito agrario dal Ministero dell’Agricoltura. Inoltre, le tre maggiori banche (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano e Banco di Roma) erano state sottoposte nel 1933 a interventi e controlliparziali e occasionali dell’IRI. La l.b. 1936 aveva istituito l’Ispettorato per la difesa del risparmio e l’esercizio del credito posto alle dipendenze di un Comitato di ministri presieduto dal Capo del Governo. Capo dell’Ispettorato era il Governatore della Banca d’Italia. L’Ispettorato veniva abolito dal r.d.l. 14.9.1944 n. 226 e i compiti del Comitati del ministri e del Capo del Governo venivano assegnati al Ministro del Tesoro mentre la vigilanza sulle aziende di credito era delegata alla Banca d’Italia che doveva esercitarla, salvo il potere del Ministro del Tesoro di disporre autonomamente ispezioni con proprio personale. Col d.l.c.p.s. 17.7.1947 n. 691 viene istituito il CICR presieduto dal Ministro del Tesoro. Con lo stesso provvedimento la vigilanza bancaria è stata attribuita alla Banca d’Italia come funzione propria e non solo delegata. Il d.l. 1947/691, con le modifiche del TUBC, definisce le linee generali dell’organizzazione della vigilanza bancaria tuttora vigente (v. autorità creditizie). Obiettivi, principi, tecniche e strumenti della vigilanza bancaria si sono però affinati col tempo. Notevoli sono stati i cambiamenti negli ultimi vent’anni, dopo decenni di conservatorismo. Un forte impulso all’affinamento della regolamentazione è stato dato dalle crisi bancarie degli anni Settanta e Ottanta (Franklin National e Herstatt, Continental Illinois, Banco Ambrosiano, il comparto delle Saving and Loans Associations statu- nitensi, Bank of Credit and Commerce International- BCCI e le banche scandinave). Le innovazioni, che hanno portato, tra l’altro, allo sviluppo dellavigilanza prudenziale, sono un prodotto collettivo delle banche centrali del G- 10 riunite nel Comitato di Basilea, al quale anche la Banca d’Italia ha attivamente collaborato e della politica degli Stati Uniti e della Comunità europea. Dalla banca il movimento di innovazione si è esteso agli intermediari finanziari e alle assicurazioni.

    2. Autorità di vigilanza e fonti normative. Sono autorità creditizie (q.v.) il CICR, il Ministro dell’economia e delle finanze e la Banca d’Italia. La legge (TUBC e leggi successive, specie quelle di recepimento delle direttive comunitarie) è la fonte normativa primaria della vigilanza. Disposizioni generali di diritto amministrativo e poteri di assumere provvedimenti particolari sono rimessi dalle autorità creditizie, in particolare dal CICR e dalla Banca d’Italia, ma con una differenziazione. La vigilanza informativa e ispettiva sono assegnate alla Banca d’Italia cui spettano in esclusiva anche i provvedimenti di individuazione ed esercizio degli strumenti informativi e ispettivi (artt. 51 e 54 TUBC) senza concorso di CICR e Ministro. Alla vigilanza regolamentare concorrono invece sia il CICR, sia la Banca d’Italia, con compiti diversi. Al CICR è attribuito un potere normativo preminente su quello attribuito anche alla Banca d’Italia. A quest’ultima sono riservati il potere di assumere i provvedimenti amministrativi di attuazione delle delibere del CICR. Questi non ha il potere di assumere provvedimenti nei confronti delle banche, essendo tale potere riconosciuto esclusivamente alla Banca d’Italia. Data l’ampiezza delle competenze, la costruzione e l’operatività del sistema di vigilanza è realizzata con la moledelle disposizioni generali della Banca d’Italia (v.istruzioni di vigilanza;provvedimenti della Banca d’Italia).

    3. Forme e poteri di vigilanza. Si distinguono in vigilanza informativa, regolamentare e ispettiva. La vigilanza si esercita nei confronti delle singole banche come su un insieme costituito da banche e altre società collegate non bancarie (vigilanza su base consolidata).

    3.a) L’attività di vigilanza informativa consiste nell’acquisizione di dati, documenti e informazioni principalmente sotto forma di segnalazioni periodiche inviate dalle banche (v.segnalazioni periodiche agli organi di vigilanza) e dei bilanci trasmessi dalle stesse, nel loro esame e nell’adozione, se appare necessaria, di provvedimenti. Altro supporto informativo è costituito dai verbali delle riunioni e degli accertamenti del collegio sindacale concernenti irregolarità nella gestione delle banche ovvero violazioni delle norme che ne disciplinano l’attività.

    3.b) La vigilanza regolamentare (art. 53 TUBC) è anzitutto il potere di regolamentazione prudenzialedella Banca d’Italia consistente nell’emanare, in conformità delle deliberazioni del CICR, disposizioni di carattere generale sull’adeguatezza patrimoniale, sul contenimento del rischio nelle sue diverse configurazioni, sulle partecipazioni detenibili e sull’organizzazione amministrativa e contabile e i controlli interni (vigilanza prudenziale). Queste disposizioni possono prevedere che determinate operazioni siano sottoposte ad autorizzazione della Banca d’Italia. Nell’esercizio della vigilanza la Banca d’Italia ha il potere di convocare gli amministratori, i sindaci e i dirigenti delle banche per esaminare la situazione delle stesse; di ordinare la convocazione degli organi collegiali delle banche, fissandone l’ordine del giorno e di proporre l’assunzione di determinate decisioni; di procedere direttamente alla convocazione degli organi collegiali delle banche quando gli organi competenti non abbiano ottemperato all’ordine; di adottare, ove la situazione lo richieda, provvedimenti specifici nei confronti di singole banche per le materie soggette alla regolamentazione prudenziale. Le banche devono rispettare, per la concessione di credito in favore di soggetti a loro collegati o che in esse detengono una partecipazione rilevante al capitale, i limiti indicati dalla Banca d’Italia, in conformità delle deliberazioni del CICR. Tali limiti sono determinati con esclusivo riferimento al patrimonio della banca e alla partecipazione in essa detenuta dal soggetto richiedente il credito. Il CICR disciplina i conflitti di interesse tra le banche e i loro azionisti rilevanti, relativi alle altre attività bancarie.

    3.c) In virtù delle prerogative di vigilanza ispettiva ad essa attribuite, la Banca d’Italia può effettuare ispezioni presso le banche e richiedere loro l’esibizione di documenti e gli atti che ritenga necessari; richiedere alle autorità competenti di uno Stato comunitario che esse effettuino accertamenti presso succursali di banche italiane stabilite nel territorio di detto Stato ovvero concordare altre modalità delle verifiche; procedere, su richiesta delle autorità competenti di uno Stato comunitario, agli accertamenti presso le succursali stabilite nel territorio della Repubblica di banche comunitarie ovvero concordare altre modalità delle verifiche. Le notizie, le informazioni e i dati in possesso dell’Istituto in ragione della sua attività di vigilanza sono coperti da segreto d’ufficio anche nei confronti delle pubbliche amministrazioni, fatti salvi i casi previsti dalla legge per le indagini su violazioni sanzionate penalmente.

    4. Regioni. In passato le Regioni a statuto speciale disponevano di una ridotta autonomia in materia di vigilanza, limitata nel 1993 al recepimento delle direttive e delle decisioni della Banca d’Italia (art. 159 TUBC). La legge costituzionale 18.10.2001 n. 3 ha modificato l’art. 117 della Costituzione riservando allo Stato la legislazione esclusiva in materia di moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari; tutela della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile dello Stato; perequazione delle risorse finanziarie.

    5. Vigilanza bancaria e Sistema Europeo di Banche Centrali (SEBC). L’attività di vigilanza resta un compito riservato alle autorità dei singoli Stati e non è affidata alla BCE. L’art. 105 TCE prevede solo che “il SEBC contribuisce ad una buona conduzione delle politiche perseguite dalle competenti autorità per quanto riguarda la vigilanza prudenziale degli enti creditizi e la stabilità del sistema finanziario”, concetto ripreso pari pari dall’art. 3.3 dello Statuto del SEBC e della BCE (Protocollo n. 18, ex n. 3, sottoscritto a Maastricht e allegato al TCE) e confermato dai limiti posti agli interventi della BCE in materia di vigilanza prudenziale dall’art. 25, 1° e 2° comma, dello stesso Statuto. In esso è previsto che la BCE può fornire pareri ed essere consultata dal Consiglio, dalla Commissione e dalle autorità competenti degli Stati membri sul campo d’applicazione e sull’attuazione della legislazione comunitaria relativa alla vigilanza prudenziale sugli enti creditizi e concernente la stabilità del sistema finanziario e che “conformemente alle decisioni del Consiglio ai sensi dell’articolo 105, paragrafo 6, del trattato, la BCE può svolgere compiti specifici in merito alle politiche che riguardano la vigilanza prudenziale degli enti creditizi e delle altre istituzioni finanziarie, eccettuate le imprese di assicurazione.” Inoltre l’esercizio della vigilanza da parte di una banca centrale non è incompatibile con il trattato istitutivo della CE e con lo statuto del SEBC e non rientra quindi tra i compiti da espungere in forza dell’art. 109 (ex 108) TCE. Da notare che con l’avvio della terza fase dell’UEM la materia della riserva obbligatoria è stata considerata pertinente alla politica monetaria ed è stata quindi assegnata alla competenza della BCE. Spetta all’Eurosistema e alla BCE in particolare di “promuovere il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento” (art. 105 TCE) e, quindi, la vigilanza sui sistemi di pagamento, esercitata anche attraverso le BCN.

    Dal 2014 la VIGILANZA BANCARIA (GUIDA BCE) è svolta dalla BCE

  • VIGILANZA BANCARIA (GUIDA BCE)

    Il 30 settembre 2014 la Banca Centrale Europea (BCE) ha pubblicato la “Guida alla Vigilanza Bancaria” in vista dell’attuazione del Meccanismo di Vigilanza Unico (MVU), il nuovo sistema di vigilanza finanziaria previsto dall’Unione Bancaria Europea.

    Il MVU è stato istituito in risposta alle criticità evidenziate dalla recente crisi finanziaria e promuove l’applicazione di un corpus unico di norme alla vigilanza prudenziale degli enti creditizi, al fine di migliorare la solidità del sistema bancario nell’area dell’euro.

    La guida descrive in maniera dettagliata il funzionamento del meccanismo di vigilanza unico (MVU) che prenderà avvio ufficialmente il 4 novembre 2014. Nello specifico vi sono descritti i principi del MVU, la ripartizione dei poteri tra BCE e Autorità di vigilanza nazionali dei Paesi membri, i processi decisionali e la struttura operativa.

    La BCE pubblica questa guida prima di assumere i propri compiti di vigilanza (il 4 novembre 2014), allo scopo di fornire indicazioni pratiche e aiutare le parti interessate nei preparativi.

    BANCA CENTRALE EUROPEA, webpage (https://www.ecb.europa.eu/ssm/html/index.it.html)

    BCE, “Guida alla Vigilanza Bancaria”, (https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/other/ssmguidebankingsupervision201409it.pdf?fdd36c36a7fd62b4d36e1c8bf1d9bb85)

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • VIGILANZA FINANZIARIA IN EUROPA (Enciclopedia)

    1. Vigilanza del Sistema Finanziario

    La vigilanza del sistema finanziario - composto da intermediari, mercati, derivati, prodotti e infrastrutture (pagamenti, regolamenti, compensazioni e, appunto, vigilanza finanziaria) (FIG. 1) - si articola in: regolazione e supervisione.

    I processi dinamici e interattivi di regolazione e di supervisione sono logicamente distinti, ma strettamente connessi nella realtà operativa. Pertanto essi richiedono, al contempo, una visione unitaria e un’analisi specifica.

    L’esigenza di un’idonea vigilanza del sistema finanziario, per favorirne il corretto funzionamento e per salvaguardarne gli utenti, è fondamentalmente connessa alla necessità di prevenire e di correggere possibili "fallimenti di mercato", come sinteticamente esposto nella FIG. 2, che riepiloga motivazioni e obiettivi della vigilanza finanziaria.

    2. Regolazione e supervisione finanziaria

    La Regolazione finanziaria identifica il processo attraverso il quale vengono definiti … e modificati nel tempo … le regole e gli standard che governano il sistema finanziario.

    La Supervisione finanziaria definisce il processo attraverso il quale le Autorità di vigilanza supervedono intermediari, mercati, strumenti e operatori per assicurare il buon funzionamento del sistema finanziario e il rispetto dell’idonea applicazione di regole e standard.

    Le complesse modalità dei processi di regolazione e supervisione finanziaria in Europa e i diversi livelli di articolazione normativa attualmente esistenti (procedura Lamfalussy) sono illustrati nelle FIGG. 3 e 4.

    Tratto da "La corporate governance nelle banche" di Rainer Masera, 2006, Il Mulino

    3. Supervisione macro e micro prudenziale

    La Supervisione finanziaria richiede la distinzione tra due livelli: macro e micro.

    La supervisione macroprudenziale è rivolta ad identificare e valutare, nonché, se necessario, attirare l’attenzione dei responsabili sui rischi potenziali per la stabilità finanziaria derivanti da sviluppi macro economici e del sistema finanziario nel suo insieme, raccomandando infine provvedimenti e misure idonei a far fronte a tali rischi.

    La vulnerabilità del sistema finanziario a rischi sistemici, interconnessi, complessi, settoriali e intersettoriali richiede una valutazione sia delle situazioni, sia delle istituzioni che possono, entrando in crisi, innescare un impatto sistemico.

    Le carenze della supervisione macroprudenziale sono emerse con particolare evidenza nella crisi del 2007/2009.

    La supervisione microprudenziale concerne le Autorità di vigilanza e la loro azione per salvaguardare la solidità e l’efficienza delle singole imprese finanziarie e proteggere gli utenti dei servizi finanziari.

    Come indica laFIG. 5 il nuovo modello a "diamante" di analisi della vigilanza finanziaria mostra che la vigilanza macroprudenziale svolge un ruolo chiave sia direttamente sia per le interazioni, descritte dalle frecce, non solo con la politica economica e con l’azione microprudenziale, ma anche con la stessa regolazione.

    4. Verso un nuovo assetto europeo di vigilanza

    Il nuovo quadro europeo di vigilanza in Europa proposto dal Rapporto de Larosière, sostanzialmente recepito dal Consiglio europeo e in fase di attuazione, è descritto dalla FIG. 6.

    Esso è fondato su due pilastri: il Consiglio europeo per il rischio sistemico (supervisione macroprudenziale) e il Sistema europeo delle Autorità di vigilanza finanziaria, costituito, a sua volta, da un assetto a rete, articolato sull’integrazione e sull’interazione tra Autorità nazionali e nuove Autorità europee.

    Redattore: Rainer MASERA

    © 2009 ASSONEBB

  • VIGILANZA PRUDENZIALE

    L’espressione traduce il concetto di prudential supervision (anche: sound prudential supervision, fr. contrôle prudentiel sain, it. solida vigilanza prudenziale; da ricordare anche l’espressione prudential regulations, fr. règles prudentielles, it. regolamentazione prudenziale e prescrizione prudenziale) introdotto negli anni Ottanta negli atti del Comitato di Basilea e di corrente impiego nei documenti internazionali, in particolare nell’Accordo di Basilea del 1988 sui requisiti patrimoniali, più volte riveduto in seguito. La vigilanza prudenziale è basata sull’assunto che il conformarsi a un certo standard di capitale e a certi coefficienti di bilancio può diminuire il rischio e i costi di insolvenza. In Italia la vigilanza prudenziale per le banche è svolta dalla Banca d’Italia (salvo le competenze generali del CICR) ed è inserita nella vigilanza regolamentare agli artt. 53 segg. TUBC (e 65 segg. sui conti annuali e consolidati delle banche). La Banca d’Italia, in conformità delle deliberazioni del CICR, emana disposizioni di carattere generale aventi a oggetto: a) l’adeguatezza patrimoniale; b) il contenimento del rischio nelle sue diverse configurazioni; c) le partecipazioni detenibili; d) l’organizzazione amministrativa e contabile e i controlli interni. Queste disposizioni possono prevedere che determinate operazioni siano sottoposte ad autorizzazione della Banca d’Italia. Alla vigilanza regolamentare è dedicato il Titolo IV delle Istruzioni della Banca d’Italia. La gerarchia delle fonti è quella usuale in materia di regolamentazione: il CICR assume, su proposta della Banca d’Italia, deliberazioni generali, in conformità delle quali la Banca d’Italia emana disposizioni di carattere generale. La Banca d’Italia, inoltre, può adottare, ove la situazione lo richieda, provvedimenti specifici nei confronti delle singole banche (art. 53, comma 3, lett. d). Spettadunque anche alla Banca d’Italia un ruolo normativo generale, sia pure subordinato a quello del CICR. Gli strumenti della vigilanza prudenziale sono principalmente le regole sul patrimonio di vigilanza, sul coefficiente di solvibilità (per il rischio di credito), sui requisiti patrimoniali sui rischi di mercato e sulla vigilanza consolidata. Gli altri strumenti sono dati dai limiti ulle partecipazioni delle banche e dei gruppi bancari e sugli investimenti in immobili, oltre che dai sistemi di controllo interni e, inoltre, dalla centrale dei rischi. Il concetto di vigilanza prudenziale è richiamato nell’art. 6 TUF per gli intermediari finanziari, sempre all’interno della vigilanza regolamentare. Anche in questo caso la disciplina spetta alla Banca d’Italia, sentita la Consob.

  • VIGILANZA SU BASE CONSOLIDATA

    Attività di vigilanza esercitata dalla Banca d’Italia nei confronti di soggetti appartenenti ad un gruppo bancario, ovvero collegati ad esso o a singole banche da rapporti di partecipazione azionaria nei casi di cui all’art. 65 TUBC (v. partecipazione bancaria). Lo spettro della vigilanza su base consolidata non è perfettamente coincidente con la nozione e la composizione del gruppo bancario. Per espressa previsione normativa, infatti, tale tipo di vigilanza viene esercitata anche nei confronti di società non esercenti attività bancaria o finanziaria. Secondo le indicazioni dell’art. 65 TUBC sono sottoposti a vigilanza su base consolidata: a) società appartenenti ad un gruppo bancario; b) società bancarie, finanziarie e strumentali partecipate per almeno il 20% da società appartenenti ad un gruppo bancario o da una singola banca; c) società bancarie, finanziarie e strumentali noncomprese in un gruppo bancario ma controllate dalla persona fisica o giuridica che controlla un gruppo bancario o una singola banca; d) società finanziarie aventi sede legale in uno stato dell’Unione, che detengono il controllo di una società capogruppo o di una singola banca e rispetto alle quali la Banca d’Italia sia legittimata ad esercitare l’attività di vigilanza; e) società bancarie, finanziarie e strumentali controllate dai soggetti di cui alla lettera d); f) società bancarie, finanziarie e strumentali partecipate, per almeno il 20%, anche congiuntamente, dai soggetti menzionati nelle lettere d) ed e); g) società finanziarie diverse dalla capogruppo e dalle societàdi cui alla lettera e) che controllano almeno una banca; h) società, diverse da quelle bancarie e finanziarie che controllano almeno una banca; i) società diverse da quelle bancarie, finanziarie e strumentali controllate da una singola banca, da società appartenenti ad un gruppo bancario ovvero dai soggetti di cui alle lettere d), e), g) e h). Restano al di fuori dell’ambito della vigilanza consolidata tutti quei soggetti che, pur trovandosi nelle condizioni per esservi sottoposti, soggiacciono ad altre forme di vigilanza e controllo, quali società assicurative e società di intermediazione mobiliare. Come previsto in riferimento alla vigilanza esercitabilesulle singole banche, anche l’attività di vigilanza su base consolidata si estrinseca nella triplice direzione informativa, ispettiva e regolamentare e cioè: vigilanza informativa, vigilanza ispettiva e vigilanza regolamentare. a) Vigilanza informativa (art. 66 TUBC). L’esercizio di tale tipo di vigilanza comporta l’obbligo, a carico dei soggetti indicati nelle lettere da a) a f), di inviare, anche periodicamente, i dati e le informazioni richieste dalla Banca d’Italia. Per i soggetti indicati nelle lettere g), h) e i), tale obbligo è circoscritto alle informazioni utili a fini di vigilanza. Le società indicate nell’art. 65 TUBC sono tenute a trasmettere le situazioni, i dati e le informazioni utili ai fini di vigilanza direttamente alla società capogruppo o alla banca controllante. b) Vigilanza regolamentare. L’art. 67 delTUBC attribuisce alla Banca d’Italia il potere di impartire alla capogruppo disposizioni di carattere generale o particolare concernenti il gruppo complessivamente considerato o singoli componenti dello stesso in materia di vigilanza prudenziale e cioè: a) adeguatezza patrimoniale; b) contenimento del rischio nelle sue diverse configurazioni; c) partecipazioni detenibili;d) organizzazione amministrativa-contabile e controlli interni. In forza della delibera CICR 2.8.1996, la Banca d’Italia può assumerenei confronti della capogruppo di gruppi bancari provvedimenti specifici concernenti il gruppo complessivamente o suoi componenti, per motivi attinenti alle materie della vigilanza prudenziale; può procedere alla convocazione degli amministratori, sindaci e dirigenti della capogruppo al fine di esaminare con essi la situazione del gruppo e dei suoi componenti e può richiedere che la capogruppo adotti misure correttive, ovvero si attivi per far assumere le misure necessarie da parte degli altri componenti il gruppo; può ordinare la convocazionedegli organi collegiali della stessa al fine di proporre l’adozione di determinate decisioni concernenti il gruppo o sue singole componenti (in tale contesto può indicare, sempre alla capogruppo, le proposte da sottoporre all’approvazione dei competenti organi delle società del gruppo). Se gli organi competenti non hanno ottemperato alle indicazioni, la Banca d’Italia può procedere direttamente alla convocazione degli organi collegiali. c) Vigilanza ispettiva (art. 68 TUBC). La Banca d’Italia può procedere ad ispezione presso tutti i soggetti sottoposti a vigilanza su base consolidata con facoltà di richiedere l’esibizione di documenti e atti ritenuti utili per l’espletamento dell’attività (v.ispezione bancaria). Le ispezioni effettuate presso società non esercenti attività bancaria, finanziaria o strumentale devono limitarsi al riscontro circa l’esattezza dei dati dalle medesime forniti al fine di consentire il consolidamento.

  • VIGILANZA SUI SISTEMI DI PAGAMENTO

    Questo tipo di vigilanza (detta anche “sorveglianza”) ha il compito di rimediare alle carenzeche incidono sull’affidabilità e sull’efficienza dei sistemi di pagamento. Le carenze possono nascere a) da asimmetrie informative (riguardanti principalmente trasparenza delle condizioni di offerta e qualità dei servizi di pagamento) che si manifestano soprattutto nei sistemi di compensazione e di regolamento; b) da imperfezione del mercato (mercato non concorrenziale); c) da imperfezioni dell’organizzazione e d) dai rischi propri dei sistemi di pagamento: rischi di credito, di liquidità, di regolamento, sistemico, operativi, giuridici.

    1. Rischi pendenti sui sistemi di pagamento. Il rischio di credito (o rischio di controparte, o di insolvenza) deriva dalla possibilità che le controparti in posizione debitoria nei sistemi di pagamento regolarti sulla compensazione e su base netta non facciano fronte ai propri impegni né alla scadenza, né successivamente. Il rischio di liquidità consiste nella possibilità che l’intermediario non sia in grado, alla scadenza contrattuale, di far fronte ai propri impegni per condizioni di temporanea illiquidità e/o per impossibilità di reperire fondi a condizioni efficienti. Tale rischio si sostanzia in una situazione temporanea di inadempienza contrattuale. Entrambi questi tipi di rischio incidono sul rischio di regolamento (settlement risk) che si concreta per caduta in stato di insolvenza (definitiva) o di illiquidità (temporanea) della controparte, ovvero per difficoltà tecniche od operative che pregiudicano l’effettuazione della prestazione. Un caso di rischio di questo tipo è il rischio di regolamento delle operazioni in cambi in seguito a sfasamenti tra i momenti in cui vengono regolate le due valute nei sistemi di regolamento nazionali e tra i momenti in cui i fondi divengono definitivi. Un altro e più importante esempio è quello connesso con le modalità di funzionamento dei sistemi di pagamento basati su procedure di compensazione, dove l’informazione di pagamento inviata al sistema a favore di una banca beneficiaria non è accompagnata da uno spostamento contestuale di fondi (cosiddetto settlement lag). Al rischio di regolamento si accompagna un rischio sistemico consistente nell’eventualità che un intermediario cada nell’impossibilità di regolare la propria posizione nei confronti di altri soggetti a causa del mancato adempimento della controparte, il che dà luogo a effetti a catena. I rischi operativi che si producono nei sistemi di pagamento sono connessi con l’eventualità di una perdita finanziaria derivante da errori o malfunzionamenti, ovvero dalla violazione degli strumenti e dei servizi di pagamento (contraffazioni o frodi), cheintervengono nel sistema di trasmissione delle informazioni, nella gestione o amministrazione dei sistemi informativi. Questi rischi sono acuitidalla crescente dipendenza dei sistemi di pagamento dalle telecomunicazioni. Infine rischi di natura giuridica sono insiti nei ritardi dell’ordinamento rispetto al rapido sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e, per le operazioni transfrontaliere, nelle differenze della normativa tra i Paesi coinvolti nella transazione.

    2. Vigilanza e politica monetaria. L’efficienza della struttura e della tecnologia di un sistema di pagamento incide sulla velocità di circolazione della moneta e sull’elasticità con cui questa risponde a shocks che dovessero colpire l’offerta di moneta e innescare una trasmissione di crisi da una banca all’altra e da un Paese all’altro e ciò condiziona la politica monetaria. In generale un sistema di pagamento è tanto più (dinamicamente) efficiente quanto maggiore è il volume degli scambi che può consentire a parità di quantità di moneta e quanto maggiore è la sua flessibilità nel controbilanciare gli impulsi imprevisti, che originino all’esterno o all’interno. I compiti della vigilanza sui Sistemi di pagamento sono condivisi con le altre specie di controllo del sistema finanziario (fiducia nella moneta, stabilità sistemica, correttezza ed effi- cienza nel funzionamento del mercato, efficace conduzione della politica monetaria). Gli obiettivi intermedi della sorveglianza consistono nel sollecitare la capacità del sistema di pagamento di assorbire impulsi di qualunque natura senza conseguenze strutturali sul suo corrente funzionamento (affidabilità}) e nel promuovere un assetto organizzativo del sistema di pagamento in grado di far circolare la moneta rapidamente e a basso costo (efficienza). L’affidabilità riguarda l’integrità di circuiti e infrastrutture e l’uso lecito e per scopi leciti degli strumenti e dei servizi di pagamento. L’efficienza si basa sulla concorrenza, sulla parità di condizioni tra gli operatori e sull’interconnessione delle reti e l’interoperabilità dei servizi. Rilevano a questo riguardo gli aspetti relativi all’informazione e alla trasparenza, l’accesso o l’esclusione, le politiche tariffarie, la definizione degli standards.

    3. Esercizio della vigilanza. In tutti i Paesi industriali la sorveglianza sui Sistemi di pagamento è attribuita alle banche centrali. Il quadro normativo è di formazione molto recente che è stata preceduta da una regolamentazione informale fondata sull’esercizio della moral suasion, sulla cooperazione, su interventi di indirizzo e sulla produzione di servizi direttamente da partedella banca centrale, di organizzazione di reti procedure di regolazione dei pagamenti. Così è avvenuto nel nostro Paese finché il TUBC ha attribuito espressamente alla Banca d’Italia il compito di promuovere il funzionamento regolare dei sistemi di pagamento col potere regolamentaredi emanare disposizioni volte ad assicurare sistemi di compensazione e di pagamento efficienti e affidabili. La vigilanza si concreta in una regolamentazione e in un controllo sulla struttura dei Sistemi di pagamento e in un monitoraggio continuo in tempo reale sul comportamento dei circuiti e di interventi per prevenire situazioni critiche. Con l’avvio della terza fase dell’UEM, dal 1°.1.1999 la competenza primaria in materia di vigilanza sui sistemi di pagamento nei Paesi dell’Eurosistema è stata trasferita al SEBC e alla BCE. Spetta alla BCE, in particolare, di “promuovere il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento” (art. 105 TCE). Alla BCE e alle BCN è data la possibilità di accordare facilitazioni di credito e alla BCE di stabilire regolamenti per assicurare sistemi di compensazione e di pagamento efficienti e affidabili all’interno della Comunità e nei rapporti con i paesi terzi (art. 22 dello Statuto del SEBC). La vigilanza in materia è svolta fondamentalmente attraverso il controllo delle tecnologie automatiche di regolamento, in particolare attraverso il Target, che riunisce in un unico sistema, accentrandolo presso la BCE tutti i sottosistemi nazionali di regolamento lordo in tempo reale.

  • VIGILANZA SULLA BANCA D'ITALIA

    La materia è regolata dagli artt. 108-131. r.d. 28.4.1910 n. 204, T.U. sugli istituti di emissione e sulla circolazione dei biglietti di banca, modif. da ultimo dal d.lg. 10.3.1998 n. 43 ed è tuttora denominata per retaggio storico vigilanza sull’Istituto d’emissione in ragione del fatto che essa è stata introdotta nel 1893 (data di costituzione della Banca d’Italia) a tutela della circolazione della moneta bancaria a corso legale, che poteva essere emessa dalla Banca d’Italia e, all’epoca, anche dal Banco di Napoli e dal Banco di Sicilia (onde la vigilanza si estendeva anche a tutti e tre gli istituti, fino a quando la facoltà di emettere biglietti di banca o altri titoli equivalenti pagabili al portatore e a vista era concessa anche al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia e cioè fino al 1926). La vigilanza permanente compete al Ministero dell’economia e delle finanze e, operativamente, al Dipartimento del Tesoro. Obiettivi e contenuti dei poteri di vigilanza sono però diversi da quelli della vigilanza bancaria esercitata dalla Banca d’Italia. Quelli del Ministro dell’economia e delle finanze, infatti, sono strumentali a una mera verifica di legittimità di atti formali quali le delibere degli organi della Banca e il bilancio. Spettano, inoltre, al Ministro poteri di intervento puntuale (p.e. potere di sospensione e annullamento delle delibere dell’assemblea e del Consiglio superiore, potere-dovere di denuncia dei reati all’Autorità giudiziaria) che sono estranei alla vigilanza bancaria. La vigilanza del ministero si attua sotto forma di richieste informative riguardanti le delibere dell’assemblea e del consiglio superiore, il bilancio e tutte le informazioni relative ai documenti precedenti; di compimento di ispezioni periodiche e ispezioni straordinarie (generali e speciali); di approvazione, su proposta della Banca d’Italia, di un modello della situazione dei conti, che la Banca deve trasmettere mensilmente al Ministro; del potere di sospendere o di annullare le delibere dell’assemblea e del consiglio superiore contrarie alle leggi, ai regolamenti e allo statuto; del potere-dovere di denunciare all’autorità giudiziaria i fatti aventi caratteristiche di reato. I poteri ministeriali di sospensione e di annullamento delle delibere dell’assemblea e del Consiglio superiore non si applicano alle determinazioni del Consiglio superiore adottate nelle materie rientranti nelle competenze del SEBC e, in particolare, a quelle aventi per oggetto le banconote, le norme e le condizioni per le operazioni della Banca e la nomina dei corrispondenti della Banca all’interno e all’estero (art. 3, comma 3, d.lg. 1998/43). L’obbligo di pubblicare la situazione mensile della Banca d’Italia in allegato al Conto riassuntivo del Tesoro sulla Gazzetta Ufficiale (ex art. 118, ultimo comma, del T.U. del 1910) è stato abrogato dall’art. 8 comma 3 del d.lg. 1998/43. La Direzione generale del Tesoro aveva anche la vigilanza sulla circolazione dei biglietti di banca. Ciò veniva fatto almeno due volta l’anno con una completa verifica di cassa, improvvisa e simultanea in tutte le sedi, succursali e agenzie della Banca d’Italia e in occasione delle ispezioni straordinarie con una verifica delle quantità effettiva dei biglietti in circolazione e di quelli esistenti in cassa. Il Ministro doveva presentare al parlamento annualmente una relazione particolareggiata e documentata sull’andamento dell’Istituto di emissione e della circolazione di Stato e bancaria durante l’anno solare precedente. Queste competenze e questi obblighi sono stati abrogate dalla l. 1998/43. Èinoltre costituita ab antiquo in ogni legislatura la Commissione permanente per la Vigilanza sull’Istituto di emissione. La denominazione era, fino al 1926, Commissione permanente per la vigilanza sulla circolazione e sugli Istituti di emissione e cioè anche sul Banco di Napoli e sul banco di Sicilia, poi cambiata in Commissione permanente per la Vigilanza sull’Istituto di emissione e sulla circolazione di Statoe bancaria. L’attuale denominazione è stabilita dall’art. 4, comma 3, d.lg. 1998/43. Il Parlamento continua però a denominarla Commissione permanente per la Vigilanza sull’Istituto di emissione e sulla circolazione dei biglietti di banca. Si tratta di una commissione mista, composta da sei parlamentari (tre deputati e tre senatori) eletti dalle Camere e, secondo il T.U., da sei membri dell’Esecutivo: il Ministro, che la presiede e cinque persone nominate per decreto del Presidente della Repubblica promosso dal Ministro (un presidente o consigliere del Consiglio di Stato, un presidente o consigliere della Corte dei Conti, il direttore generale del Tesoro e due dirigenti ministeriali. Nonostante la denominazione, la Commissione non ha compiti di vigilanza, ma solo consultivi e cioè di esaminare, solo se richiesta dal Ministro dell’economia e delle finanze, le proposte di modifi cazioni allo statuto della Banca d’Italia, deliberate dall’assemblea straordinaria della Banca stessa, nei limiti delle leggi e, in generale, su tutti i provvedimenti indispensabili all’attuazione del T.U. La Commissione aveva anche compiti (ora abrogati dal d.lg. 1998/43) di dare “il suo avviso” su richiesta del Ministro su alcune questioni in materia di circolazione monetaria.

  • VIGILANZA SULLA CDP

    Sebbene svolge attività creditizia, la Cassa Depositi e Prestiti s.p.a. (CDP) per legge è sottoposta al controllo del Parlamento e della Corte dei Conti, in luogo della vigilanza della Banca d’Italia.

    1. Controllo parlamentare. Il Parlamento esercita la sorveglianza per il tramite di una Commissione parlamentare, la Commissione per la vigilanza sulla Cassa Depositi e Prestiti (art. 1, comma 3 della l. 13.5.1983 n. 197 di ristrutturazione della Cassa). Si tratta, in realtà, di una commissione mista di componenti di origine parlamentare e togati, composta di quattro Senatori e di quattro Deputati, di tre Consiglieri di Stato e di un Consigliere della Corte dei conti, scelti dalle rispettive Camere e dai Presidenti degli Istituti di appartenenza che, nominati all’inizio di ogni legislatura, durano in carica fino all’insediamento della successiva. È previsto che per ciascun parlamentare membro effettivo sia nominato un supplente La Commissione, i cui componenti togati possono essere riconfermati, nomina nel suo seno il Presidente e il vice Presidente. La Commissione è costituita e svolge la sua attività secondo gli artt. 3 (modif. dall’art. 19-bis del d.l. 10.11.1978 n. 702 conv. con modif. in l. 8.1.1979 n. 3), 4 e 5 del T.U. 2.1.1913 n. 453 e successive modificazioni e integrazioni. Essa può procedere o far procedere a tutte le verifiche ritenute necessarie, anche sulle situazioni contabili quadrimestrali predisposte dalla CDP (le verifiche e le relative valutazioni sono autonome da quelle della Corte dei Conti), presenta annualmente al Parlamento una relazione sulla “direzione morale” e sulla “situazione materiale” della Cassa e ne approva i rendiconti consuntivi di tutte le gestioni che, previa parifica da parte della Corte dei conti, sono trasmessi in allegato alla predetta relazione al Parlamento entro l’anno successivo a quello cui essi si riferiscono. Di fatto, per il ritardo della Commissione nei suoi lavori, esistono sfasature di unodue anni rispetto alla corrispondente relazione della Corte dei conti (che riferisce invece tempestivamente al Parlamento) e i due sistemi di controllo non procedono integrati così come era previsto dalla legge.

    2. Controllo della Corte dei conti. Prima della l. 13.5.1983 n. 197 la Cassa Depositi e Prestiti s.p.a. (CDP) costituiva una Direzione generale a ordinamento autonomo del Ministero del Tesoro, di modo che il controllo era di competenza della Sezione di controllo sullo Stato. Al termine, si procedeva alla parificazione del rendiconto consuntivo con le scrit- ture a disposizione della Corte. L’art. 12 della l. 13.5.1983 n. 197 ha attribuito il controllo alla Sezione enti locali della Corte dei Conti (costituita ai sensi dell’art. 13 d.l. 22.12.1981 n. 786 conv. con modif. nella l. 26.2.1982 n. 51) che è oggi competente a deliberare sul rendiconto della Cassa, avvalendosi anche dei dati, documenti ed elementi di informazione richiesti L’art. 12 è stato abrogato dall’art. 6 del d.lg. 30.7.1999 n. 284 (di riordino della Cassa DD.PP.) che però ne conserva inalterata la prescrizione che la Sezione enti locali entro il 31 dicembre di ciascun anno comunica ai Presidenti delle Camere il piano delle rilevazioni e i criteri di esame ed entro il 31 luglio successivo riferisce al Parlamento sui risultati dell’esame compiuto e sulla gestione e sul buon andamento della gestione amministrativa. Nel contempo lo stesso articolo ha stabilito che i decreti ministeriali sulle condizioni della raccolta e degli impieghi sono esclusi dal controllo preventivo di legittimità della Corte (ciò in applicazione dell’art. 3, comma 13, della l. 14.1.1994 n. 20, per le quali tale controllo non si esercita sugli atti e sui provvedimenti emanati nelle materie monetaria, creditizia, mobiliare e valutaria).

  • VINCOLI SUI TASSI D'INTERESSE

    Vincoli di natura amministrativa imposti dalle autorità di politica monetaria sui tassi d’interesse. Durante gli anni Sessanta, la maggior parte dei Paesi industrializzati aveva vincoli di questo tipo. L’origine di questi controlli era prevalentemente di natura prudenziale. Cambiando la struttura di mercato dei tassi d’interesse, i vincoli amministrativi portano a benefici per certi operatori e/o tipi di istituzioni finanziarie. Con il processo di liberalizzazione in atto dagli anni Settanta, questi controlli sono andati diminuendo anche se in maniera diversa da paese a paese, tanto che è impossibile assegnare una data particolare alla modifica di questi vincoli. In Giappone, p.e., le autorità hanno adottato un comportamento sempre più “liberale” verso i tassi d’interesse durante gli anni Settanta ed hanno così permesso la nascita di nuovi strumenti finanziari e di segmenti di mercato regolati meno strettamente. Allo stesso tempo, però, la maggior parte dei tassi bancari sono rimasti oggetto di controlli. Nonostante la deregolamentazione, in alcuni Paesi i tassi d’interesse sono tuttora soggetti a vincoli amministrativi sebbene meno pressanti che in passato. Concetto differente è il tasso-soglia usurario, oltre il quale si configura il reato di usura.

  • VINCOLO DI PORTAFOGLIO

    Obbligo, imposto dalle autorità monetarie alle banche, di accrescere la quantità di titoli in portafoglio per un ammontare minimo rispetto alla consistenza od all’incremento dei depositi. Rappresenta, insieme con il massimale sugli impieghi, il più importante strumento di controllo diretto e selettivo del credito a disposizione delle autorità monetarie. Attraverso tale misura viene modifi- cata la composizione dell’attivo bancario fino a raggiungere il rapporto desiderato dalle autorità monetarie fra investimenti in titoli e prestiti. Tale dispositivo produce, tuttavia, tra gli altri effetti, quello di indurre le banche ad espandere il proprio volume di intermediazione onde ridurre l’onere del vincolo sulla redditività del proprio attivo. In particolare, l’obbligo di portafoglio provoca un twist nei saggi attivi aumentando quello sugli impieghi e riducendo quello sui titoli, e genera una contrazione nelle riserve libere con crescita del moltiplicatore del credito e dei depositi per la convenienza ad espandere gli impieghi. Nel complesso, il sistema tende ad accrescere il volume della massa fiduciaria, attivando la base monetaria posseduta dal pubblico o riducendo le riserve libere. Una maggiore rapidità di effetti o un minore margine di errori tra intendimento ed obiettivo sono gli aspetti positivi della manovra creditizia attuata in modo selettivo attraverso l’obbligo di portafoglio. Il quadro va tuttavia completato ricordando il costo che, in termini aziendali e microeconomici, il sistema subisce. Il vincolo, infatti, introduce non solo un notevole grado di immobilismo nell’attivo delle banche, ma tende a fissarne in modo rigido il rendimento. Lo sfasamento che si crea tra il rendimento di larga parte del credito concesso e costo di acquisizione dei depositi, essenzialmente variabile, genera un’alterazione ciclica del rapporto che in un’ordinata gestione bancaria dovrebbe esistere tra rendimento medio degli impieghi e quello della raccolta. La conseguenza di ciò è l’ampliarsi del margine di intermediazione, cioè la differenza tra i saggi attivi sui prestiti e saggi passivi corrisposti sulla raccolta. Il vincolo di portafoglio, egli effetti distorsivi che esso produce sui bilanci degli operatori, appare, inoltre, strumento inadeguato rispetto all’obiettivo di stabilizzare i mercati e migliorare la destinazione dei flussi, in presenza di eccessivi deficit del settore pubblico. Il vincolo sposta infatti l’eccedenza dell’offerta dal mercato dei titoli a quello dei depositi, aggravando, nel più lungo periodo, gli effetti del disavanzo del Tesoro in termini di controllabilità del sistema. Qualora, inoltre, gli investimenti obbligatori si combinino con una politica monetaria restrittiva, l’impatto espansivo del deficit pubblico risulta attenuato, ma il pesodel finanziamento di esso viene a gravare sulle banche con la conseguenza di innalzare il costo dei prestiti e determinare una consistente riduzione degli impieghi privati. L’intensità con cui l’effetto restrittivo provocato dal vincolo si ripercuote sulle imprese private è resa ancor piùevidente se si tiene conto della rigidità del fabbisogno finanziario della pubblica amministrazione e della bassa elasticità di prezzo della domanda di credito del settore pubblico. Ne consegue che il provvedimento può aiutare a conseguire l’allocazione desiderata delle risorse a condizione che le cause di squilibrio nella ripartizione dei fondi siano temporanee e non un dato strutturale. In caso contrario il vincolo di portafoglio perde di efficacia in ordine all’obiettivo di una diversa composizione della domanda globale. Esso può trovare un impiego efficiente solo quale provvedimento transitorio di politica economica. Nell’esperienza italiana il vincolo di portafoglio venne imposto agli istituti di credito speciale nel 1973, reso meno stringente a partire dal 1978 ed infine revocato nel1986.

  • VIOLAZIONE DEI SIGILLI

    Delitto doloso consistente nella rimozione o alterazione del segno materiale apposto su una cosa da un pubblico ufficiale per disposizione di legge o per ordine dell’autorità (giudiziaria o amministrativa) per assicurare la conservazione o l’identità della cosa stessa. Il fatto è previsto come reato dall’art. 349 c.p., che lo punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni e la multa da lire duecentomila a due milioni. Il comma 2 dell’art. 349 c.p. prevede un’aggravante di pena (reclusione da tre a cinque anni e multa da lire seicentomila a sei milioni) nel caso autore del fatto sia il custode della cosa. L’art. 450 c.p. prevede e punisce con la multa da lire centomila a due milioni il custode che colposamente rende possibile o comunque agevola la violazione dei sigilli. Con l’apposizione dei sigilli si intende conservare la cosa nello stato in cui si trova, evitando ogni sorta di ingerenze; costituisce, pertanto, violazione qualsiasi attività che vanifichi l’apposizione di essi, a prescindere dalla loro fisica alterazione (p.e. ingresso da altri accessi nell’immobile sequestrato al quale sia stata sigillata la sola porta principale).

  • VIOLAZIONE DI LEGGE

    Vizio di legittimità (v. vizi di legittimità e di merito) dell’atto amministrativo che consente la sua impugnazione davanti al giudice amministrativo o al giudice ordinario. Il vizio consiste nell’inosservanza della norme che presiedono all’emanazione dell’atto stesso. Le norme violate possono essere contenute in leggi, in regolamenti o in statuti di enti pubblici e il vizio comporta l’annullabilità dell’atto. Data la genericità del concetto, si riconducono comunemente alla violazione di legge tutte le ipotesi che non risultino già comprese nell’incompetenza o nell’eccesso di potere: ne sono esempi tipici tutti i vizi di forma, (tranne che si tratti di forme essenziali, nel qual caso l’atto è nullo). Il termine è, inoltre, usato in senso tecnico dall’art. 111 Cost. che prevede il ricorso (alla Corte di cassazione) per violazione di legge contro le sentenze ed i provvedimenti giurisdizionali sulla libertà personale. Tale particolare mezzo di impugnazione si affianca a quelli previsti dai codici di rito e costituisce un’ulteriore garanzia per i cittadini di fronte all’esercizio della funzione giurisdizionale.

  • VIOLENZA

    Mezzo di coazione, fisica o morale, esercitato su una persona al fine di farle compiere un atto non voluto. Il negozio giuridico è invalido quando la dichiarazione di volontàè in tal modo viziata, ma le conseguenze sono diverse a seconda che si tratti di violenza fisica o morale. Nel primo caso il voleremanifestato non ha alcun valore giuridico ed il negozio è nullo (v.invalidità del negozio giuridico), dato che non possono farsi ricadere in capo a un soggetto gli effetti di una dichiarazione materialmente determinata da altri. Se invece si tratta di violenza morale, il negozio, anziché nullo, è annullabile (v.invalidità del negozio giuridico). Questa forma di coazione consiste nella minaccia di un male ingiusto che, prospettato ad un soggetto di maturità e sensibilità psichiche normali, induce questi ad esprimere ciò che non vuole intimamente. Può anche trattarsi della minaccia di far valere un diritto, quando per tale via si intendano ottenere vantaggi ingiusti. La minaccia può provenire, oltre che dal contraente, anche da terzi e può riguardare la persona o i beni della vittima e dei parenti stretti di questa: qualora si riferisca ad altri soggetti, la sua rilevanza è rimessa al prudente apprezzamento del giudice.

  • VIRTUAL BANKING

    Termine con il quale vengono individuati i servizi bancari forniti tramite strutture e canali a distanza senza un contatto diretto con il personale bancario. Sono distinguibili in a) servizi di natura informativa e b) servizi di natura dispositiva. Nei servizi di natura informativa rientrano: informazioni sui rapporti di conto corrente; informazioni su altri rapporti; informazioni sugli esiti RIBA, RID e MAV; informativa di Borsa; informativa sui cambi; consulenza-informazioni sui prodotti e servizi bancari; informazioni sulle opportunità di mercato; banche dati informative. Nei servizi di natura dispositiva rientrano: erogazione contanti; erogazione valuta estera; disposizioni di pagamento (bonifici), pagamento utenze; disposizioni di incasso RIBA,RID e MAV; giriconto; pagamento Ri.Ba; operazioni in titoli (compravendita); richiesta assegni circolari; erogazione prestiti.

  • VIRUS INFORMATICO

    Programma creato per diffondersi attarverso reti telematiche da computer a computer con lo scopo di danneggiare dati e programmi.

  • VISTO

    Annotazione apposta su un documento al fine di indicare l’avvenuta presa visione o l’approvazione di un atto. Il visto, o altra analogaformula, è seguito dalla firma, data e sottoscrizione dell’organo che esercita il controllo. Particolare significato assume il visto nel diritto amministrativo: quello della Corte dei Conti ha funzione di controllo di legittimità o contabile sui provvedimenti di un organo attivo della Pubblica Amministrazione sia dello Stato sia di un altro ente pubblico.

  • VISTO CONGRUITÀ PREZZI

    Visto apposto sulle fatture per l’esportazione previo accertamento effettuato dalla Camera di commercio. Tale visto è richiesto da alcuni paesi per conoscere l’attendibilità dei prezzi correnti delle merci esportate verso di essi, al fine dell’applicazione delle tariffe doganali. Viene apposto sulla base del confronto dei prezzi contenuti nella documentazione con i prezzi risultati dailistini o da accertamento valutativo. Nei casi dubbi le Camere di commercio possono ricorrere ai nuclei tributari investigativi competenti. Il visto ha obiettivi di natura commerciale, al fine di favorire le attività di esportazione. I controlli merceologici sono affidati agli uffi- ci di dogana e le Camere di commercio si limitano ad apporre il visto su documentazione cartacea. Per eventuali difformità tra la descrizione della merce e la sua natura reale, la responsabilità ricade sugli operatori commerciali.

  • VISTO SUGLI ASSEGNI

    Dichiarazione o sigla apposta sull’assegno bancario dal banchiere trattario e da lui sottoscritta, con la quale si rende edotto il legittimo possessore del titolo dell’esistenza della provvista al momento della certificazione. Con l’apposizione del visto, il trattario dichiara che esistono presso di lui i fondi corrispondenti all’ammontare del titolo e si impegna a non consentirne il ritiro, daparte del traente, prima della scadenza del termine di presentazione. Si tratta di una semplice dichiarazione di scienza (certificazione dell’esistenza dei fondi) e non di una dichiarazione di volontà (promessa di pagamento), dal momento che l’assegno bancario non può essereoggetto di accettazione da parte del trattario (art. 4 l. ass.). In altre parole il visto aumenta la fiducia del portatore e favorisce la circolazione del titolo, ma non comporta l’assunzione da parte del trattario di un’obbligazione extra cartolare di pagare. Da ciò consegue che la responsabilità del trattario è limitata al legittimo affidamento che si viene a creare nel portatore dell’assegno bancario vistato, con la dichiarazione del trattario, in forza della quale si elimina il rischio di un rifiuto di pagamento per mancanza di fondi. Pertanto, il trattario non risponde nel caso che la provvista, esistente al momento della certificazione venga meno in seguito ad un procedimento cautelare o esecutivo a carico del traente (sequestro, pignoramento, fallimento). L’uso di apporre sullo chèque il visto dello sportello su cui esso è tratto, per renderlo pagabile anche presso le altre filiali, è raro in Italia, mentre è molto frequente in Francia.

  • VISURA CATASTALE

    La visura catastale è un documento fornito dall'Agenzia del Territorio che riguarda, in relazione al tipo di richiesta avanzata, le informazioni alfanumeriche e topografiche registrate presso il catasto del comune dove è situato l'immobile, terreno o fabbricato che sia.
    La visura catastale, sia per i terreni che per i fabbricati, riporta le caratteristiche dell'immobile sotto diversi profili:
    - individuativo;
    - qualitativo;
    - quantitativo;
    - fiscale.
    Per i terreni le informazioni di natura individuativa sono:
    - Comune; comune catastale dove si trova il terreno, viene individuato dal nome amministrativo del comune e dal codice nazionale catastale composto da quattro caratteri di cui il primo alfabetico e gli altri tre numerici;
    - sezione;
    - foglio;
    - particella;
    - subalterno; informazione eventuale in caso di individuazione di un fabbricato rurale.
    Di natura qualitativa sono:
    - tipologia di coltura (113 categorie);
    - classe (misura il livello di qualità nell'ambito della tipologia di coltura - la prima rappresenta il livello più elevato).
    Di natura quantitativa sono:
    - ha: ettari; espresso in numeri senza decimali; un ettaro è pari a metri quadrati 10.000;
    - are: are; espresso in numeri senza decimali; un'area è pari a metri quadrati 100;
    - ca: centiara; espresso in numeri senza decimali; una centiara è pari a metri quadrati 1.
    Di natura fiscale sono:
    - reddito dominicale: reddito attribuibile al proprietario del fondo e non al concreto esercizio dell'attività agricola; valore espresso in euro con due decimali;
    - reddito agrario: reddito attribuibile al conduttore dell'attività agraria e proprietario del capitale di esercizio; valore espresso in euro con due decimali.
    Per i frabbricati le informazioni di natura individuativa sono:
    - Comune, comune catastale dove si trova il terreno, viene individuato dal nome amministrativo del comune e dal codice nazionale catastale composto da quattro caratteri di cui il primo alfabetico e gli altri tre numerici;
    - Sezione urbana;
    - foglio;
    - particella;
    - denominatore; nella maggioranza dei casi questa informazione non è presente;
    - subalterno;
    - zona censuaria; nel caso in cui il territorio del comune è suddiviso in zone diverse nell'ambito delle quali la rendita catastale è uguale per unità immobiliari della stessa categoria, classe e consistenza.
    Di natura qualitativa sono:
    - categoria catastale; espressa con una lettera maiuscola dalla A alla F distinte in 58 sottocategorie complessive;
    - classe; misura il livello di qualità del fabbricato nell'ambito della categoria e della sottocategoria, espressa con un numero arabo dove il numero 1 rappresenta la qualità più bassa.
    Di natura quantitativa sono:
    - consistenza; informazione che indica la grandezza del fabbricato. Per la categoria A si esprime in numero di vani; per la categoria B si esprime in metri cubi; per la categoria C si esprime in metri quadrati, per le categorie E ed F non c'è l'indicazione della consistenza in quanto queste unità sono valutate singolarmente.
    Di natura fiscale sono:
    - rendita catastale; informazione che indica la capacità reddituale dell'unità immobiliare, espressa in euro con due decimali.
    Nella visura catastale sono riportate le risultanze degli atti stipulati da pubblici ufficiali, notai, ufficiali roganti, magistrati, segretari comunali, ecc.., relativi a trasferimenti di diritti reali su beni immobiliari.
    La titolarità del bene per quote e diritti riportata nella visura catastale non è probante della proprietà.
    Per dimostrare la titolarità di un bene immobiliare è necessario l'esibizione del titolo di proprietà che può essere recuperato presso la Conservatoria dei registri immobiliari opetente per territorio, in relazione al comune dove si trova l'immobile oppure presso la sede del pubblico ufficiale che ha stipulato l'atto, se ancora in esercizio, oppure presso l'archivio notarile territorialmente competente nel caso in cui il notaio che ha stipualto l'atto non è più in esercizio.
    Nella visura catgastale sono riportate infine tutte le variazioni che ha subito il bene da quando è stato inizialmente censito in catasto.

    Redattori e collaboratori: Giuseppe PUGLIESE

  • VITA

    1. Da solo o unito a un aggettivo qualifi-cativo, il termine indica il periodo in cui un titolo, un bene, un servizio mantengono le loro utilità e sono in grado di prestarle al loro possessore. La vita di un prestito (un mutuo, una serie di titoli obbligazionari ecc.) è il periodo di tempo intercorrente tra la data di emissione e la data di scadenza. Vita residua è il periodo di tempo mancante da un certo momento dopo l’emissione fino alla scadenza. I due concetti vanno espressi come vita media e vita media residua (per lo più calcolate per ponderazione) quando il rimborso avviene per tranches. La nozione di vita media è presa a prestito dalla matematica attuariale, dove indica il numero medio di anni (la speranza di vita) che restano da vivere a una persona di una certa età.

    2. Si parla anche di vita media di una macchina, un impianto, un bene immobile per indicare la durata produttiva, sempre finita, sebbene variabile da caso a caso fino al termine in cui cessa ogni erogazione di utilità. Di questo concetto di vita media si hanno diverse varianti.

    2.a) Vita (media) fisica statistica (physical life; talvolta si impiega anche vita utile, useful life, che però si trova anche come sinonimo di vita economica, di cui sembra meglio esprimere la nozione; si noti che non sembra esistere una terminologia standardizzata in proposito, stante la varietà di manufatti) corrisponde agli anni, a partire dalla data di costruzione, in cui mediamente una specie di manufatti conserva una minimo di potenzialità produttiva, cioè di efficienza tecnica, prima di trasformarsi in rottame.

    2.b) Vita (media) economica. Dal punto di vista economico e finanziario, vita economica (economic life; anche vita utile media, vita economico- tecnica) è pari al periodo in cui, con utilizzo e manutenzione normali, un manufatto resta efficiente anche economicamente, cioè in grado di dare prestazioni in quantità, qualitàe costo considerati soddisfacenti. Un esempio di termine della vita economica è quello delle vecchie lampadine a incandescenza che, dopo un certo numero di ore di utilizzo, riducono alquanto il rendimento in luminosità, pur continuando a consumare come prima, dando quindi prestazioni in quantità, qualità e costo non soddisfacenti. Altro esempio è quello provocato dall’obsolescenza tecnica. Il concetto di vita economica dovrebbe essere alla base del computo delle quote di ammortamento nei bilanci di esercizio delle imprese, ma le percentuali effettivamente impiegate sono un compromesso tra la stima tecnico-economica e le aliquote fiscali derivanti dalla vita fiscale.

    2.c) Vita (media) fiscale. Quando le norme tributarie, come avviene nel nostro Paese, prevedono coefficienti standard indicativi di ammortamento del costo dei beni materiali per l’esercizio di impresa (ammortamento fiscale), da questi coefficienti si ricava una vita fiscale dei beni, non sempre coincidente con quella suggerita dalla pratica ingegneristica e di questa generalmentepiù breve.

  • VITA MEDIA RESIDUA

    Per ciascun comparto di titoli, è la media dei tempi mancanti alla scadenza di ciascun titolo ponderata per il valore nominale degli importi di ciascun titolo in circolazione.
    Fonte: Banca d'Italia

  • VIX INDICE

    VIX è un indice di volatilità attesa calcolato sull’indice azionario americano Standard & Poor’s 500. L’indice VIX nasce nel 1993 ed è calcolato dalla Chicago Board Options Exchange (CBOE), il più grande mercato al mondo di Opzione. L’indice VIX è noto per misurare il rischio di mercato ed è conosciuto come l’“indice della paura”.

    Grafici, dati e informazioni sull'indice sono disponbili a questa pagina VIX

  • VIZI DELLA COSA VENDUTA

    Difetti inerenti a un bene oggetto di vendita, che lo rendono inidoneo all’uso o ne diminuiscono in modoapprezzabile il valore. Essi permettono al compratore di restituire la cosa al venditore, previa restituzione del prezzo (e in tal caso si ha la risoluzione del contratto di vendita) ovvero di ottenere una riduzione del prezzo. In tal modo il compratore riceve un’apposita garanzia, chepuò essere esclusa mediante esplicita clausola; ma l’esclusione non ha effetto se il venditore ha in mala fede taciuto al compratore i vizi della cosa. Il compratore, sia che scelga la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo, ha diritto in ogni caso al risarcimento del danno subito, a meno che il venditore provi di avere ignorato senza colpa i vizi della cosa. L’azione di risoluzione, o di riduzione del prezzo, non è esperibile se il compratore non abbia denunziato al venditore i vizi entro otto giorni dalla scoperta. In ogni caso, poi, l’azione deve essere esperita entro un anno dalla consegna della cosa (art. 1495). Questo regime giuridico è applicabile anche in caso di mancanza delle qualità promesse, o di quelle essenziali per l’uso a cui la cosa è destinata, purché il difetto di qualità ecceda i limiti di tolleranza stabiliti dagli usi o dal contratto. Nella pratica sorgono talvolta difficoltà nel distinguere tra consegna di cose mancanti delle qualità promesse o essenziali, o affette da vizi e consegna di cose diverse da quelle promesse: la distinzione è rilevante, poiché nel primo caso l’azione di risoluzione deve essere esperita, secondo la regola generale, entro dieci anni dalla consegna, mentre nel secondo caso valgono ì termini di un anno dell’art. 1495 c.c., sopra indicati.

  • VIZI DI LEGITTIMITÀ E DI MERITO DELL'ATTO AMMINISTRATIVO

    L’ATTO AMMINISTRATIVO è invalido qualora sia affetto da vizi di legittimità o di merito. Mentre i vizi di merito sono determinati da una inosservanza delle cosiddette norme di buona amministrazione, di opportunità o di convenienza cui l’azione della Pubblica Amministrazione deve attenersi, i vizi di legittimità sono dovuti alla mancata conformità dell’atto alle prescrizioni stabilitenelle norme giuridiche.

    I vizi di legittimità sono classificati in tre categorie: l’incompetenza, l’eccesso di potere e la violazione di legge. Tutti e tre i vizi possono condurre all’ANNULLABILITà DELL'ATTO AMMINISTRATIVO. L’incompetenza deve essere relativa (l’assoluta, infatti, comporta la nullità dell’atto), causata cioè dall’invasione della sfera di competenza di un'autorità amministrativa ad opera di un’altra, la cui funzione sia diversa per grado o per materia. L’eccesso di potere si configura ogni qual volta l’autorità amministrativa persegue un fine diverso da quello per il quale le è stato riconosciuto dall’ordinamento il potere di emanare l’atto; oppure ogni qual volta siano presenti le cosiddette figure sintomatiche elaborate dalla giurisprudenza: il travisamento o l’erronea valutazione dei fatti, l’illogicità o contraddittorietà dell’atto, la motivazione insufficiente o incongrua, la contraddittorietà tra più atti, l’ingiustizia manifesta.

    La violazione di legge, infine, ha carattere residuale, comprendendo tutti quei vizi che non rientrano nelle precedenti due categorie eche si sostanziano in una inosservanza dell’ordinamento giuridico. L’atto invalido può essere sanato eliminando i vizi che lo hanno colpito: la sanatoria prende il nome di convalida quando è effettuata dalla autorità competente all’adozione dell’atto; di ratifica se l’autorità competente fa proprio un atto legittimamente ma provvisoriamente posto in essere da un altro agente; di conferma quando, senza novazione dell’atto, quest’ultimo viene riconosciuto come esatto.

    L’atto invalido può essere annullato in sede di controllo (v. controllo di legittimità; controllo di merito) o in sede di ricorso amministrativo o giurisdizionale (v. giustizia amministrativa),o per iniziativa dell’amministrazione stessa (v. autotutela).

    La disamina giuridica dei vizi di legittimità è disponibile a questa pagina.

    Mentre il regime sui vizi di merito è frutto di elaborazione dottrinale, consolidata e stabile nel tempo, quello della illegittimità è, a tutt’oggi, regolato dall’art. 26 del T.U. Cons. stato del 1924, sostanzialmente riproduttivo della formulazione della legge del 1889 istitutiva della IV Sezione del Consiglio di stato. A tal proposito si segnala, in specie per il dibattito che ha suscitato in dottrina, il disegno di legge Cerulli-Irelli (XIII legislatura n. 4860, approvata dalla Camera dei Deputati il 25 ottobre 2000), il quale oltre a proporre l’introduzione di alcuni importanti principi in tema di procedimento (segnatamente la c.d. negozializzazione dell’attività amministrativa “le amministrazioni pubbliche agiscono secondo le norme del diritto privato”), per quanto qui interessa, proponeva una specifica disciplina della nullità e della annullabilità degli atti amministrativi.

    La NULLITA' DELL'ATTO AMMINISTRATIVO si rileva quando: a) è stato adottato in carenza della forma richiesta sotto pena di nullità da legge o regolamento; b) è stato adottato da un ente pubblico locale incompetente per territorio; c) è stato adottato in carenza di oggetto o contenuto determinati o determinabili; d) è destinato a soggetto inesistente.

    Si ha, invece, ANNULLABILITà DELL'ATTO AMMINISTRATIVO quando il provvedimento è viziato per incompetenza, adottato in violazione di norme imperative, o viziato per eccesso di potere. È viziato per incompetenza il provvedimento adottato da organi di amministrazione pubbliche diverse da quelle alle quali il relativo potere è attribuito, oltre che nell’ambito della stessa amministrazione, il provvedimento adottato in violazione delle norme sulla ripartizione della competenza tra gli organi di direzione politica e gli organi amministrativi. Non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla struttura formale dell’atto, quando il contenuto del medesimo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato.

  • VOLATILITÀ

    Termine con cui si indica il livello di rischio legato ad un investimento. Più uno strumento finanziario è volatile maggiore è l’aspettativa di guadagni elevati ma anche di cospicue perdite. L’indicatore di volatilità utilizzato più frequentemente, soprattutto nell’ambito dell’informativa circa la redditivitàdei fondi, è la deviazione standard a tre mesi delle variazioni giornaliere delle quotazioni che viene espressa poi su base annua, riassumendo così il livello di rischio di breve termine insito nell’investimento. pertanto, una maggiore variabilità dei corsi, anche in relazione ad un confronto all’interno di un determinato settore o dell’intero listino, viene associata ad una connotazione speculativa più elevata, con opportunità di guadagno o rischi di perdita via via crescenti. L’indicatore di cui sopra permette dimisurare quando un determinato fondo abbia probabilità di allontanarsi dal suo rendimento medio, informazione relativa alla variabilità dei rendimenti necessaria per valutare le performance dei fondi.

  • VOLATILITÀ DEL PREZZO DEL PETROLIO (Enciclopedia)

    La dipendenza dell'economia mondiale dal petrolio rappresenta un elemento cruciale ampiamente investigato all’interno della vasta letteratura riguardante l'economia dell'energia. Storicamente all’aumentare della volatilità del prezzo del petrolio, si è registrato un crescente interesse sia da parte degli accademici che degli operatori di mercato nel comprendere le cause e le determinanti strettamente connesse all’andamento dei prezzi. In tale contesto è importante notare come le variazioni stesse del prezzo del petrolio siano in parte parzialmente deterministiche (riserve petrolifere, offerta e domanda di petrolio, decisioni politiche dell'OPEC) e in parte parzialmente casuali e non prevedibili (la “commodity petrolio” interpretata come asset finanziario scambiato nelle borse finanziarie). Questa peculiarità rende il prezzo del petrolio particolarmente difficile da prevedere sia per fini di politica industriale sia dal punto di vista degli investimenti finanziari. Diverse specificazioni sono state proposte al riguardo con l’intento di studiare e prevedere la volatilità del prezzo, esaminando sia la struttura a termine dei tassi di interesse sia la capacità dei prezzi futures di essere affidabili predittori dei prezzi spot. Una delle cause della scarsa capacità di previsione e della persistente instabilità dei prezzi del petrolio deve essere analizzata attraverso la "dicotomia del prezzo del petrolio" (Fattouh 2010), cioè il petrolio visto come una commodity scambiata sul mercato reale dove il prezzo di equilibrio emerge dall'interazione di offerta e domanda, e dall'altro lato, come un asset finanziario dove i traders scambiano i loro asset al fine di coprire le loro posizioni rischiose ed azioni speculative.
    Diverse tecniche empiriche, come anche i modelli ARCH e GARCH (Bollerslev, T. (1986), and Engle, R.(1982) ), l'analisi delle componenti principali (PCA) i processi jump models e i modelli a uno, due e tre fattori sono stati implementati per modellare la volatilità del prezzo del petrolio. Bollerslev ed al. (1992) Figlewski (1997), Poon and Granger (2003) e Brook ed al. (2002), imputano il fattore volatilità quale elemento imprescindibile per un completo understanding degli oil prices e come variabile chiave all’interno della letteratura a riguardo. Osservando l’evoluzione storica del prezzo del petrolio durante gli anni settanta e novanta, la natura differente di tali shock ha complicato l’obiettivo degli studiosi nell’individuare i driver responsabili della volatilità del prezzo stesso. La semplice osservazione dei contratti futures legati al prezzo del petrolio sul NYMEX (o sulle altre piazze finanziarie internazionali) in un determinato arco temporale, getta molti interrogativi su quanta parte delle oscillazioni delle quotazioni sia attribuibile a fattori di breve periodo, tra i quali la volatilità, quanta sia invece dovuta a fattori di lungo periodo come cambiamenti strutturali di domanda e offerta, e allo stesso tempo, quanta parte sia infine individuabile in co-movimenti e correlazione tra le variabili stesse. A tale riguardo Herce ed al. (2006) affermano che la gran parte della volatilità del prezzo del petrolio sia determinata da fattori transitori (white noise, speculation, short selling, etc etc.) di breve termine che tendono a perdere la loro influenza in un orizzonte più lungo. Huang ed al. (2009) analizzano sia le dinamiche di breve termine che le possibilità di arbitraggio tra i prezzi spot e futures del petrolio. Osservando la decade compresa tra il 1990 e il 2001, essi trovano una relazione inversa tra la volatilità del prezzo e il livello delle giacenze. Pindyck (2001) studia sia le oscillazioni a breve termine dei prezzi delle commodity che la produzione ed i livelli delle riserve stesse attraverso una disaggregazione dei principali driver del mercato petrolifero analizzando, allo stesso tempo, una serie di variabili chiave e i loro effetti sulla volatilità del mercato. Egli afferma che i produttori decidono i livelli di produzione di petrolio sulla base delle informazioni riguardanti i livelli futuri attesi del prezzo spot e delle riserve. I mercati a pronti dipendono invece da altre variabili come anche le condizioni meteorologiche, il reddito aggregato, gli stock del capitale, random shock e cambiamenti tecnologici. Seguendo l’approccio di Krichene (2005) possiamo identificare domanda e offerta di petrolio rispettivamente come:
    OD = B1x + B2w + B3z + ?
    OS = B1x + B2w? + B3g + B4d + ?
    Con la domanda (OD) dipendente da:
    x =produzione di petrolio (milioni di barili per day)
    w = prezzo del petrolio (per barile)
    z = indice del Pil reale per i sette paesi maggiormente industrializzati
    ? = costante.
    e l’offerta (OS) dipendente da:
    x =produzione di petrolio (milioni di barili per day)
    we = prezzo reale atteso del petrolio (per barile)
    g = produzione di gas naturale (miliardi di m3)
    d =variabile dummy per gli ampi swings del prezzo del petrolio
    ? = costante;
    All’interno di questo meccanismo è possibile individuare una componente caratterizzata da fattori fondamentali (equilibrio tra domanda e offerta) e una componente guidata da "noise trading", quali ad esempio random shifts. Pindyck (2001) teorizza che insita nelle dinamiche di prezzo sottostante al valore di equilibrio del petrolio vi sia una certa distorsione nei fondamentali, fattori incapaci di spiegare interamente le dinamiche di breve periodo. Sia la volatilità a breve che quella a lungo termine emerge dall’incertezza sottostante il mercato delle commodity e, nello specifico, il prezzo del petrolio. In tale direzione Pindyck suggerisce che tra le misure che possono essere adottate per ridurre tale volatilità vi sia un meccanismo di risk sharing tra le parti e un più ampio buffer di oil stock a garanzia delle controparti. Le oscillazioni del prezzo del petrolio che hanno caratterizzato in maniera profonda le quotazioni del greggio possono essere riscontrate osservando l’andamento del WTI scambiato a 50US$ p.b ad inizio 2007, 100 US$ p.b nel marzo del 2008, 145 US$ p.b, nell’agosto del 2008, a 33US$ del febbraio del 2009 e nuovamente a 113US$ p.b nell’aprile del 2011 (figura 1).
    Figura 1: Andamento del WTI (Gennaio 2001 … Agosto 2011)

    Fonte: Elaborazione dell’autore su dati Bloomberg
    Tale drammatica variazione nei prezzi, in archi temporali così ridotti, ha impattato in maniera irreversibile sulle decisioni di investimento da parte dei produttori, consumatori e policy-maker. Anche se queste variazioni possono essere percepite come una caratteristica del prezzo stesso, esiste ancora un margine per limitarne la volatilità e ridurne la frequenza al fine di gestire le ricadute negative sull’output aggregato. Dal lato della domanda, le azioni dei policy-maker dovrebbero focalizzarsi sul rafforzamento nei meccanismi in grado di fornire una valida risposta dei prezzi domestici alle dinamiche di mercato, includendo anche i cambiamenti di prezzo nei mercati internazionali. Lo strumento dei sussidi, se indirizzato in maniera specifica e puntuale, potrebbe ergersi a meccanismo di protezione per i gruppi maggiormente vulnerabili a tale volatilità.
    Dal lato dell’offerta, investimenti stabili e programmati insieme ad agevolazioni fiscali a livello paese, potrebbero ridurre le turbolenze dei mercati ed offrire un’ottica più stabile e meno incerta della programmazione della produzione del petrolio nel medio-lungo periodo. Accordi pubblici e privati potrebbero sfruttare le sinergie delle competenze specifiche provenienti da ciascuna parte. Un incremento nella trasparenza sul mercato e una maggiore supervisione dal punto di vista della regolamentazione potrebbero fornire un ausilio importante al fine di massimizzare i benefici che la “financialization” offre e, allo stesso tempo, deprimerebbero il potenziale dei rischi legati alla stabilità monetaria. Una frequenza più alta e una maggiore disaggregazione dei dati riguardanti i flussi di investimento derivanti dagli scambi dei contratti derivati, potrebbero chiarire maggiormente le dinamiche dei fattori capaci di influenzare il processo di formazione del prezzo. In conclusione possiamo sottolineare che, al fine di evitare eccessive variazioni di prezzo, produttori, consumatori, investitori finanziari e regolatori di mercati devono contribuire nei loro specifici ruoli a migliorare la trasparenza e il funzionamento nei mercati globali del petrolio.

    Bibliografia
    T. Bollerslev., Generalized Autoregressive Conditional Heteroskedasticity, Journal of Econometrics 31, (307-327) 1986.
    A. Brook, R. Price, D.Sutherland, D, N. Westerlund, and C. Andrè., Oil price developments: Drivers, Econmomic Consequences and Policy Responses. Economics Department Working Papers, No. 412, 2004 .
    R. Engle., Autoregressive Conditional Heteroskedasticity with Estimates of Variance of United Kingdom Inflation, Econometrica 50, (987-1008) 1982.
    B. Fattouh., Oil market dynamics through the lens of the 2002-2009 price cycle. Oxford Institute for Energy Studies, 2010.
    S. Figlewsky., Forecasting Volatility, Financial Markets, Institutions and Instruments, 6 (1-88), 1997.
    M. Herce, J.E. Parsons, and Ready, R.C., Using futures prices to filter short-term volatility and recover a latent, long-term prices series for oil. Center for Energy and Environmental Policy Research (CEEPR) 06-005 WP, 2006.
    B.N. Huang, C.W. Yang, and M.J. Hwang., The dynamics of a nonlinear relationship between crude oil spot and futures prices: a multivariate threshold regression approach. Energy Economics, 31(91-98), 2009.
    N. Krichene., World Crude Oil and Natural Gas: a demand and supply model, Energy Economics 24, (557-576) 2002.
    N. Krichene., A simultaneous equations model for world crude oil and natural gas markets. IMF Working Paper, pages (1-24) WP/05/32, 2005.
    R.S. Pindyck., The dynamics of commodity spot and futures markets: A primer. The Energy Journal, 3 (1-22), 2001.
    S.H. Poon, and C.W.J. Granger., Forecasting volatility in financial markets: a review. Journal of Economic Literature, 2003.
    © 2011 ASSONEBB


  • VOLATILITÀ DEL SOTTOSTANTE

    Rappresenta la deviazione standard del valore del sottostante e ne indica la sua variabilità. La volatilità è collegata al valore del sottostante perché quest’ultimo rappresenta la parte stocastica del valore di opzione. Il valore dell’opzione cresce al crescere della rischiosità del sottostante perché il payoff dell’opzione call dipende dalla differenza tra il valore del sottostante ed il prezzo di esercizio dell’opzione. Il valore dell’opzione aumenta in relazione alla volatilità del sottostante in quanto l’opzione è configurabile come un contratto di assicurazione che consente al detentore di lucrare sulle positive evoluzioni del valore del sottostante limitando la perdita in caso di performance negativa.

    © 2009 ASSONEBB

  • VOLONTARIA GIURISDIZIONE

    Si parla di volontaria giurisdizione con riferimento ad una serie di procedimenti, anche assai diversi tra loro, attraverso i quali il giudice svolge un’attività di assistenza e di controllo su richiesta delle parti interessate (p.e., autorizzazione alla vendita dei beni del minore; interdizione e inabilitazione; dichiarazione di morte presunta; omologazione della separazione consensuale tra coniugi). Viene detta “giurisdizione” perché si realizza per opera del giudice ed è definita “volontaria” in quanto, non presupponendo la lesione di un diritto, non avrebbe natura “contenziosa”. Il procedimento, che ha inizio su ricorso di parte, si svolge in camera di consiglio e si conclude con la pronuncia di un provvedimento che di norma ha la forma del decreto motivato (art. 737 c.p.c.). Tale decreto può essere in ogni tempo modificato o revocato; contro di esso, inoltre, è ammessa impugnazione mediante reclamo. Talora, però, la legge richiede che il provvedimento abbia forma di sentenza (p.e., per la dichiarazione di assenza o di morte presunta e per l’interdizione e l’inabilitazione). La qualificazione sistematica della volontaria giurisdizione è controversa: chi riduce la funzione giurisdizionale esclusivamente a quella contenziosa ne afferma la natura sostanzialmente amministrativa.

  • VOLTURA CATASTALE

    Formalità mediante la quale vengono trascritti i trasferimenti di proprietà di beni immobili nei registri del catasto. La voltura consiste nel trasferimento dei beni dalla partita del vecchio titolare a quella del nuovo. L’elenco cronologico delle volture consente di certificato storico catastale, utile per iniziare una ricerca relativa all’origine della proprietà di un immobile, pur non provandola. La trascrizione è soggetta a imposta catastale (v. imposte ipotecaria e catastale), oltre agli altri diritti.

  • VOLUME

    Termine con cui si indica il livellodi scambio relativo all’attività. Viene espresso in numero di titoli oppure di controvalore negoziato per quanto concerne gli indici.

  • VOTO

    Manifestazione di volontà cui ha diritto, per legge, il titolare di ogni azione o quota di società commerciale. Il voto si esprime nelleassemblee (ordinaria e straordinaria), che costituiscono l’organo deliberante della società. Di regola ogni azione o quota dà diritto ad un voto. Vi sono azioni, come quelle di risparmio, che non danno diritto di voto. Tuttavia i soci in mora con i versamenti di decimi, i possessori di azioni con diritto di voto limitato e di azionidi godimento, pur potendo intervenire nell’assemblea, non hanno diritto di voto. Sebbene ne siano titolari, non possono in concreto esercitare tale diritto i soci che abbiano un interesse in conflitto con quello delle società ed i soci amministratori rispetto alle determinazioni riguardanti le loro responsabilità. I soci possono farsi rappresentare nell’assemblea da altri soci o da estranei: il potere di rappresentanza deve essere dato per iscritto ed il relativo documento deve essere conservato dalla società. La rappresentanza nell’assemblea non può essere conferita agli amministratori ed ai dipendenti della società. Nel caso le azioni siano costituite in pegno od in usufrutto, il diritto di voto spetta, salvo patto contrario, al creditore pignoratizio o all’usufruttuario. Se le azioni formano oggetto di un contratto di vendita a termine, il diritto di voto rimane al venditore fino al momento della consegna dei titoli al compratore. Nel contratto di riporto tale diritto viene trasferito al riportatore; nell’anticipazione bancaria, se non è diversamente stabilito, il diritto di voto spetta alla banca. Nelle società cooperative per azioni vige la regola secondo cui ad ogni socio spettaun voto, indipendentemente dalle azioni o quote possedute. Forma particolare di esercizio del diritto di voto è la convenzione denominata sindacato di controllo. Nelle società quotate in borsa il potere di esercitare il diritto divoto in assemblea può essere conferito per rappresentanza, in deroga ai limiti quantitativi previsti dall’art. 2372 c.c., ad associazioni di azionisti, ovvero ad azionisti singoli o organizzati in gruppo che, promuovendo, rispettivamente attività di raccolta o sollecitazione, abbiano ottenuto il rilascio della delega di voto. Mentre l’esercizio del diritto di voto da parte del delegato, deve avvenire secondo le prescrizioni indicate nella delega dal committente, alle associazioni di azionisti è consentito, invece, esprimere il cosiddetto “voto divergente”. Il legale rappresentante dell’associazione, pertanto, nel rispetto delle indicazioni di ciascun associato, potrà votare con alcune azioni, a favore, e con altre contro la stessa proposta di delibera.

  • VOTO DI LISTA

    Attraverso il cosiddetto voto di lista si vuole consentire alle minoranze delle società per azioni, spesso di quelle con azionariatodiffuso o frammentato, di esprimere propri rappresentanti negli organi sociali, segnatamente nei consigli di amministrazione. Si tratta, quindi, di uno strumento chiaramente destinatoalla tutela delle minoranze o di particolari gruppi di soci. I modi o le formule sono di variotipo, tutti necessariamente sanciti negli statuti. Uno di quelli più ricorrenti prevede che ciascun socio possa presentare all’assemblea una sola lista ordinata. contenente un numero di candidati inferiori al numero di componenti del consiglio di amministrazione, prevedendo che, dalla votazione assembleare, risultino, eletti tutti i candidati elencati nella lista che ottiene la maggioranza dei voti, e che risultino altresì, fino a concorrenza del numero globale dei consiglieri, primi candidati della lista cheavrà ottenuto il maggior numero di voti dopo la prima (metodo delle cosiddette liste bloccate).È evidente che questo metodo permette soltanto al maggiore dei soci di minoranza (cioè colui che può esercitare, dopo il socio di maggioranza, il maggior numero di voti in assemblea) di esprimere un certo numero di consiglieri. Un altro metodo di voto di lista utilizzato negli statuti è quello che prevede che all’assemblea siano presentate dai soci diverse liste, con un numero di candidati variabile, e che risultino eletti tanti candidati per ciascuna lista in proporzione a quanti sono i voti esercitabili dal socio che tale lista ha presentato. Generalmente tale metodo prevede che ciascun socio presenti una lista in cui i candidati sono contrassegnati da un numero progressivo. La votazione avviene per liste. Successivamente alla votazione, i voti ottenuti da ciascuna lista vengono divisi per il numero progressivo che contraddistingue, sulla lista, ciascun candidato. I quozienticosì ottenuti per ciascun candidato, sono ordinati in una unica graduatoria crescente. Risultano eletti coloro che ottengono i quozienti più elevati. Alla previsione statutaria del voto di lista consegue inoltre la previsione di alcune modifiche sostanziali alla normativa sull’assemblea delle società per azioni tra cui: la convocazione dell’assemblea trenta giorni prima della data della medesima (contro i quindici giorni prima previsti dall’art. 2366 c.c.), la immodificabilità dell’ordine del giorno in assemblea,la pubblicazione delle liste dei candidati anche sulla stampa periodica ecc Il voto di lista è di solito collegato alla previsione in statuto di un limite al possesso azionario. Nel nostro ordinamento il voto di lista è ora espressamenteprevisto per speciali categorie di società (quelle bancarie controllate dallo Stato o da enti pubblici e alcune altre già controllate dallo Stato o da altri enti pubblici).

  • VOTO LIMITATO

    Esercizio circoscritto del diritto di voto per i soci possessori di azioni privilegiate. L’atto costitutivo di una società puòinfatti prevedere l’emissione di azioni che conferiscano particolari privilegi in sede di ripartizione degli utili e di rimborso del capitale allo scioglimento della società stessa. Tuttavia, accanto a tale preferenza sussiste una limitazione del diritto di voto, che può essere esercita- to soltanto nelle assemblee straordinarie. Le azioni privilegiate non possono superare la metà del capitale sociale, poiché in caso contrario, sarebbe praticamente impossibile raggiungere un quorum valido per le deliberazioni assembleari.

  • VOTO PER CORRISPONDENZA

    Per talune categorie di società il voto nelle assemblee dei soci può essere esercitato per corrispondenza. Nel nostro ordinamento ciò era già ammesso per le società cooperative (art. 2532 c.c.), ma ora l’istituto è stato esteso ad altre società, come la SICAV e le società direttamente o indirettamente controllate dallo Stato o da enti pubblici, per le quali siano intervenuti processi di privatizzazione (v. privatizzazione delle imprese). La particolare modalità di esercizio del diritto di voto per corrispondenza deve essere prevista dall’atto costitutivo della società. Il meccanismo generalmente previsto è semplice: l’avviso di convocazione deve contenere anche il testo della proposta delibera; il socio può esprimere la propria approvazione o il proprio dissenso inviando alla società una lettera entro il termine fissato. Di solito il socio fa pervenire la scheda di voto insieme al biglietto di ammissione: entrambi vengono rilasciati da un ente indicato nell’avviso di convocazione presso il quale il socio deve preventivamente depositare le azioni. Questa modalità di esercizio del diritto di voto è attualmente prevista anche per i soci di società quotate in borsa che contemplino espressamente tale possibilità nell’atto costitutivo. Con regolamento n. 11520/98, la Consob ha stabilito i criteri secondo i quali, in questi casi, il diritto di voto deve essere esercitato oltre che quelli relativi allo svolgimento dell’assemblea.

  • VOTO PLURIMO

    Diritto, che la legge riconosceva ai possessori di un particolare tipo di azioni, di esprimere, per ciascuna di esse, più di un voto. La legge attualmente vieta l’emissionedi azioni a voto plurimo, per evitare la precostituzione di posizioni di potere nella società. Nelle disposizioni transitorie al codice civile viene, peraltro, riconosciuta la validità delle azioni a voto plurimo già esistenti alla data del 27.2.1942 e di quelle emesse in occasione di aumenti di capitale deliberati prima dell’entrata in vigore del codice, dirette a mantenere inalterato il rapporto tra le varie categorie di azioni. Dette azioni potranno essere conservate per tutta la durata della società emittente, nei limiti previsti dall’atto costitutivo.

Lettera selezionata: V In lingua italiana

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