nuovissima Enciclopedia di banca, borsa e finanza

Lettera selezionata: T

  • T&E

    Acr. di Travel & Entertainment (viaggio e intrattenimento). Carta di credito rilasciata da network specializzati prevalentemente in attività di viaggi, turismo et sim. I due maggiori emittenti mondiali di questa categoria di carte di credito sono American Express e Diners.

  • TABELLE IMPORT-EXPORT

    . Liste di merci la cui importazione ed esportazione è disciplinata dal Ministero del Commercio con l’Estero. Il controllo governativo su alcune merci avviene in base a parametri di tipo qualitativo (semplice divieto di esportazione o importazione, oppure assoggettamento a determinate autorizzazioni o formalità), di tipo geografico (paese d’origine), di tipo quantitativo (contingente che s’intende scambiare). Poiché le categorie delle importazioni e delle esportazioni obbediscono a politiche commerciali e a interessi valutari diversi, la tabella export differisce dalla tabella import sia per contenuto che per impostazione. In particolare, sono sottoposti ad autorizzazioni e controlli all’esportazione e al transito i prodotti di utilizzo sia civile che militare (c.d. prodotti dual use) elencati in apposita “tabella export” aggiornata semestralmente dal Ministero per le attività produttive (v.regime doganale delle importazioni e delle esportazioni).

  • TACIS

    Acr. di: Technical Assistance to the Commonwealth of Independent States and Georgia. Programma lanciato nel 1991 dalla Comunità Europea per l’assistenza tecnica nel processo di transizione verso la democrazia e l’economia di mercato di 13 Paesi dell’Europa orientale e dell’Asia centrale (v. EECA).

  • TAEG

    Acr.: di: Tasso Annuo Effettivo Globale (fr. Taux Annuel Effectif Global-TAEG; ingl. Annual Percentage Rate of Charge-APRC, in sigla anche APR). Il TAEG è il costo totale del credito a carico del consumatore espresso in percentuale annua dell’ammontare del credito concesso. In alcuni documenti l’espressione inglese è, quindi, tradotta anche “costo totale del credito per il consumatore”. Esso deve essere indicato espressamente, in base al principio di trasparenza e a tutela del consumatore, in ogni operazione di credito al consumo. La materia è regolata dalla direttiva 87/102/CEE del Consiglio del 22.12.1986 relativa al ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri in materia di credito al consumo, modificata dalla direttiva 90/88/CEE del Consiglio del 22.2.1990 e dalla direttiva 98/7/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 16.2.1998 e, per le rilevazioni statistiche della BCE, dal Regolamento (CE) 63/2002 del 20.12.2001. La Francia è stato il primo Paese a rendere obbligatoria la pubblicazione del TAEG, con il decreto n. 944 del 1985, emanato in vista della prossima direttiva di armonizzazione comunitaria. Valgono nel nostro Paese l. 19.2.1992 n. 142, gli artt. 122 e sgg. del TUBC e il d.lg. 25.2.2000 n. 63. Per consumatore si intende la persona fisica che agisce per scopi che possono considerarsi estranei alla sua attività professionale o imprenditoriale. Per contratto di credito al consumo un contratto in base al quale il creditore (che, nel caso di finanziamento dell’acquisto di un bene, può essere il venditore del bene o una persona fisica o giuridica separata, p.e. una banca o una finanziaria) concede o promette di concedere al consumatore un credito sotto forma di dilazione di pagamento, di prestito o di altra analoga facilitazione finanziaria. Il TAEG è definito dall’art. 1 bis della direttiva CE come il tasso annuo effettivo globale che rende uguali, su base annua, il valore attuale di tutti gli impegni esistenti o futuri presi dal creditore (quanto all’erogazione del prestito) al valore attuale di quelli assunti dal consumatore (per rimborsi e oneri). Il TAEG comprende gli interessi e tutti gli oneri da sostenere per utilizzare il credito (p.e. spese di istruttoria, capitalizzazione degli interessi, correlata alla periodicità delle rate, commissione annua sul capitale iniziale). Nei casi in cui il finanziamento può essere ottenuto solo attraverso l’interposizione di un terzo, il costo di tale interposizione deve essere incluso nel TAEG. Ogni pubblicità relativa alle operazioni di finanziamento deve essere integrata con l’indicazione del TAEG e del relativo periodo di validità. Gli annunci pubblicitari e le offerte, effettuati con qualsiasi mezzo, con cui un soggetto dichiara il tasso d’interesse o altre cifre concernenti il costo del credito, indicano il TAEG e il relativo periodo di validità. Dal TAEG si distinguono i due concetti introdotti dallaBCE nel 2001: il TEDS e il tasso annuo concordato.

  • TAGLIO DEI BIGLIETTI DI BANCA

    1. Operazione, cui è stato fatto ricorso durante le grandi inflazioni, che mira a ridare stabilità al valore della moneta, ritirando una parte dei biglietti dalla circolazione e sostituendo gli altri con biglietti nuovi opportunamente stampigliati. La parte trattenuta è accreditata in conti correnti bancari oppure convertita in titoli del debito pubblico con vincoli riguardo al loro utilizzo.

    2. Taglio dei biglietti significa anche valore nominale delle diverse banconote emesse dalla banca centrale che può essere multiplo o sottomultiplo dell’unità monetaria. P.e., per la lira italiana erano a corso legale tagli da 1.000, 2.000, 5.000, 10.000, 50.000, 100.000 e 500.000 lire. Per l’euro i tagli sono: monete metalliche da 1 e da 2 euro e pezzi da 1 centesimo e da 2, 5, 10, 20, 50 centesimi; banconote da 5, 10, 20, 50, 100, 200 e 500 euro.

  • TAGLIO DEI TITOLI

    Valore nominale di un titolo o numero di titoli rappresentati da un certificato azionario od obbligazionario. Ciascuna azione od obbligazione viene espressa da un titolo circolante che è unitario se ne rappresenta una sola, oppure è multiplo se per ragioni pratiche si raggruppano più azioni od obbligazioni in un unico certificato. Il taglio dei titoli ha rilevanza in alcune operazioni di borsa e quando, soprattutto nel caso dei titoli pubblici, definisce il quantitativo minimo contrattabile.

  • TAH

    . Acr. di: Trading Afer Hours. Prolungamento serale delle negoziazioni oltre l’orario normale del MTA e del MCW (v. Mercato After Hours). È stato aperto il 15 maggio 2000. Vengono calcolati specifici indici per il TAH (Mibtel-s, Mib30-s,Midex-s e Numtel-s) che replicano le modalità di calcolo del Mibtel, Mib30, Midex eNumtel partendo dai loro valori delle 17.30. Per ogni strumento negoziato è calcolato un prezzo medio giornaliero definito come media ponderata dell’intera quantità negoziata nella sessione after hours al netto della quantità scambiata mediante l’utilizzo della funzione cross order nel corso della fase di cross order book. Il valore di questi indici, diffusi nella sessione after hours, ha funzione solo informativa; nel giorno successivo, infatti, le variazioni degli indici continui andranno riferite ai valori di chiusura della sessione diurna.

  • TAHNM

    Acr. di: Trading after hours Nuovo mercato. Comparto del Nuovo mercato di Borsa Italiana spa per la negoziazione delle azioni assistita da un operatore specialista anche nelle ore serali. È stato aperto il 15 maggio 2000.

  • TALE E QUALE

    Anche: tale quale. Clausola propria del commercio internazionale riguardante lo stato di sanità delle merci, soprattutto le merci trasportate via mare. Con la clausola tq (tale quale; invariato in inglese) il compratore è obbligato a ritirare la merce a fermo in qualunque stato essa si trovi e l’esportatore garantisce la qualità corrispondente al campione solo alla partenza. I rischi di deterioramento della merce durante il viaggio sono, perciò, a carico del compratore, il quale, negoziando tale e quale (o tel quel), paga un prezzo inferiore rispetto alle condizioni rye terms e sana alla consegna. In particolare la clausola è utilizzata nel commercio dei grani nordamericani.

  • TALLERO SLOVENO

    Codice ISO: SIT. Con il riconoscimento della sovranità nazionale e dell’indipendenza dagli altri Stati della Repubblica democratica e federale della Jugoslavia, la Slovenia ha emesso nell’ottobre del 1991 la sua propria moneta denominata tallero, come la vecchia e forte moneta dell’impero asburgico sotto Maria Teresa d’Austria. Rimasta ai margini della lotta che ha coinvolto gli altri stati della Federazione iugoslava, la Slovenia si è avvalsa delle migliori condizioni economiche degli altri stati fratelli. Il dinaro iugoslavo è stato sostituto e la nuova moneta è stata lasciata libera di fluttuare onde dare al mercato le indicazioni necessarie per un cambio realistico e non effimero. Il mercato però non ha mostrato di dare al tallero sloveno la patente dimoneta forte. La moneta slovena si è comportata all’incirca come il fiorino ungherese. Alla fine degli anni ’90 il dollaro quotava 240 talleri e ne occorrevano circa 220 per euro.

  • TAN

    Acr. di: Tasso Annuo Nominale. Tasso di interesse puro contrattuale annualizzato concordato per un finanziamento. Esso non corrisponde al tasso effettivo (v.TEDS; TAEG) in quanto non tiene conto della capitalizzazione nel caso di liquidazione degli interessi in periodi infrannuali e degli oneri a carico del debitore (spese di istruttoria, commissioni ecc.).

  • TAR

    Acr di: Tribunale amministrativo regionale. È organo di giustizia amministrativa di primo grado, istituito con la l. 6.12.1971 n. 1034, attuativa dell’art. 125 Cost. In ciascun capoluogo di Regione ha sede un tribunale amministrativo regionale, i cui magistrati, distinti in referendari, primi referendari e consiglieri sono, unitariamente ai magistrati del Consiglio di Stato, unificati in un’unica magistratura. Le nomine a referendario sono conferite per concorso. Le nomine a primo referendario e a consigliere e i trasferimenti dei magistrati avvengono con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri. I criteri, talvolta peraltro derogabili, per la determinazione della competenza territoriale di ciascun tribunale amministrativo sono essenzialmente due: il primo è costituito dalla sede dell’organo e dell’ente che ha pronunciato l’atto impugnato; il secondo, dall’ambito territoriale di efficacia dell’atto, criterio a cui si ricorre nel caso in cui l’atto sia emesso da organi centrali di enti ultra regionali. Ai TAR sono attribuite: giurisdizione generale di legittimità su tutti gli atti amministrativi lesivi di interessi legittimi; giurisdizione di merito nei casi tassativamente indicati (p.e. i giudizi di ottemperanza, cioè i ricorsi diretti ad ottenere l’adempimento dell’obbligo dell’autorità di conformarsi al giudicato dei Tribunali ordinari; giurisdizione in materiale elettorale; giurisdizione sui ricorsi per contestazione sui confini di Comuni o di Province); giurisdizione esclusiva nei casi tassativamente determinati (p.e. i ricorsi di spedalità e di ricovero di inabili al lavoro, i ricorsi contro atti o provvedimenti relativi a rapporti di concessione di beni o servizi pubblici). Nel caso di giurisdizione generale di legittimità, il giudice amministrativo accerta l’esistenza o meno dei vizi di legittimità ed eventualmente annulla l’atto illegittimo senza tuttavia avere facoltà di riformarlo o sostituirlo. Le materie in cui la competenza a pronunciarsi si estende anche al merito sono eccezionali (in deroga al principio generale del sindacato di sola legittimità) e tassative (ammesse nei soli casi previsti e disciplinati dalla legge). In queste ipotesi il giudice amministrativo, oltre ad annullare fatto, può anche riformarlo in tutto o in parte oppure sostituirlo. La giurisdizione esclusiva dei TAR, estesa cioè ai diritti soggettivi come agli interessi legittimi, ha anch’essa carattere eccezionale ed esclude la concorrenza di altre giurisdizioni, sia ordinarie che amministrative. Nei casi di giurisdizione esclusiva il ricorrente può richiedere l’annullamento dell’atto ed eventualmente la condanna della pubblica amministrazione al risarcimento del danno; sono espressamente escluse dalla cognizione dei TAR in sede di competenza esclusiva le questioni di falso, quelle pregiudiziali concernenti lo stato e la capacità delle persone fisiche e i diritti patrimoniali consequenziali alla pronuncia di illegittimità dell’atto. Il ricorso deve essere presentato dinanzi al TAR a pena di decadenza entro 60 giorni dalla notificazione o comunicazione amministrativa del provvedimento (o comunque da quel momento anteriore in cui l’interessato abbia eventualmente avuto piena conoscenza di esso) da chi, ritenendosi danneggiato dall’atto della Pubblica Amministrazione abbia interesse all’annullamento di esso. L’interesse vantato dal ricorrente deve essere personale ed attuale, deve cioè essere proprio del ricorrente e sussistente al momento della presentazione del ricorso. Le sentenze del TAR sono appellabili avanti al Consiglio di Stato (v. Consiglio di Stato, funzione giurisdizionale).

  • TARA

    Peso dell’imballaggio. Nella terminologia commerciale, si somma al peso netto della merce, per formare il peso lordo. La tara può essere reale, quando riguarda l’effettivo peso dell’imballaggio; convenzionali più in uso sono: quella legale a cui si riferiscono gli uf- fici doganali per accertare il peso n’etto legale su cui applicare i diritti doganali. È prevista da apposite tabelle elaborate dagli uffici doganali sulla scorta delle abituali tare per merci ricorrenti e con provenienze determinate: la tara media reale, determinata pesando solamente alcuni imballaggi dell’intera partita e stabilendo in base ad essi una media; la tara fissa, che si ottiene attribuendo un determinato peso come tara per ogni collo; quella percentuale, attribuendo ad ogni collo o all’intero peso lordo della partita una percentuale a titolo di tara. Nelle determinazioni di cui sopra ci si potràriferire a quanto consuetudinariamente avviene nelle spedizioni di merce dello stesso tipo e provenienza.

  • TARGET

    Acr. di: Trans-european Automated Real-time Gross settlement Express Transfer system (in it.: sistema trans-europeo automatizzato di trasferimento espresso con regolamento lordo in tempo reale). È il sistema europeo di regolamento lordo (l’ammontare lordo di ogni pagamento passa per Target) in tempo reale (ogni pagamento raggiunge la sua destinazione istantaneamente) a supporto della politica monetaria e dell’integrazione dei mercati monetari del SEBC. Target è un sistema decentrato costituito dai sistemi di regolamento lordo nazionali dei 15 paesi partecipanti all’UE, dalla procedura per i pagamenti della BCE (ECB Payment Mechanism-EPM) e da un insieme di infrastrutture tecniche e procedure comuni (Interlinking) atte a fornire un unico impianto per l’esecuzione dei pagamenti cross-border. In tale ambito, le BCN svolgono anche quella di Agente dei pagamenti, oltre alla tradizionale funzione di Agente di regolamento. I flussi di pagamento su Target sono espressi in moneta unica (l’euro). Perciò il sistema opera compiutamente solo tra i Paesi aderenti all’Eurosistema. Gli altri Paesi dell’UEM hanno anch’essi l’accesso a Target, ma solo se sono in grado di trattare contestualmente la moneta unica e la denominazione nazionale (per questi Paesi, attualmente Danimarca, Regno Unito e Svezia, l’euro rimane una divisa estera). Tre sono i principali obiettivi di Target: a) agevolare la conduzione della politica monetaria unica; b) fornire procedure sicure e affidabili per il regolamento lordo in tempo reale dei pagamenti cross-border; c) aumentarel’efficienza dei pagamenti cross-border all’interno della UE. Lo scopo del Sistema è creare dei collegamenti telematici che permettano ad ogni banca centrale nazionale dell’UE di accreditare i conti di regolamento che essa detiene per le banche del suo paese, in contropartita ad un addebitamento irrevocabile effettuato qualche istante prima da un’altra banca centrale. Altra particolarità di Target è di essere un sistema di collegamento di sistemi, a differenza, p.e., del sistema statunitense Fedwire che è un sistema unico federale. Questa caratteristica, insieme all’essere a regolamento lordo, rende probabilmente un po’ più costosi i pagamenti transfrontalieri. A partire dal 19 novembre 2007 il sistema TARGET è stato sostituito da TARGET2, caratterizzato da una piattaforma tecnica unica denominata la piattaforma unica condivisa (Single Shared Platform, SSP) realizzata e gestita dalle «BC fornitrici della SSP» Banca d'Italia, dalla Deutsche Bundesbank e dalla Banque de France nell’interesse dell’Eurosistema. Il processo di migrazione al nuovo sistema è stato completato il 19 maggio 2008 (contestualmente al passaggio della piazza finanziaria italiana al TARGET 2 anche il sistema dei pagamenti italiano BIREL ha cessato di operare). Il nuovo sistema è stato ideato per soddisfare le nuove esigenze di un’Unione Europea ampliata, al progresso tecnologico e nella gestione dei servizi di pagamento anche alla luce della crescente attenzione rivolta alle strategie per garantire la business continuity nel sistema finanziario. Le piazze finanziarie che hanno implementato il nuovo sistema oltre quelle dei paesi dell'area dell'euro sono la piazza danese, le piazze dei tre paesi baltici ed infine quella Polacca.

    Redattori: Gian Carlo LORASCHI, Bianca GIANNINI
    © 2010 ASSONEBB

  • TARGET PRICE

    Analisi tecnica. Obiettivo di prezzo di un movimento rialzista o ribassista.

  • TARGET2-SECURITIES - T2S

    Target2-Securities (T2S) è un nuovo servizio dell’Eurosistema per il regolamento delle operazioni in titoli basato su una piattaforma tecnica unica integrata con i sistemi di regolamento lordo in tempo reale delle banche centrali. Tale progetto è stato lanciato il 17 luglio 2008 dalla Banca Centrale Europea al fine di realizzare un’integrazione analoga a quella operata dall’infrastruttura di mercato Target2 nel settore dei sistemi di pagamento ma nel settore dei titoli. Il consiglio direttivo ha affidato la gestione di TS2 a quattro banche centrali dell’area euro (4CB): alla banca centrale tedesca (Deutsche Bundesbank), spagnola (Banco de España), francese (Banque de France) e allaBanca d’Italia. Con Decisione della Banca Centrale Europea del 19 marzo 2009 (BCE/2009/6) è stato inoltre istituito un organismo direzionale, il comitato per il programma T2S (Target2-Securities Programme Board), con il compito di presentare al consiglio direttivo proposte su questioni di importanza strategica e di eseguire funzioni di natura tecnica. L’entrata in funzionamento della piattaforma tecnica unica per la movimentazione di denaro e titoli tra venditori e acquirenti è prevista per il 2013. L’obiettivo principale perseguito da T2S sarà di ridurre le barriere tecniche per il trasferimento dei titoli all’interno dell’Europa, al fine di favorire la concorrenza e ridimensionare le commissioni applicate attualmente su questi servizi.

    Link: http://www.ecb.int/paym/t2s/about/spotlight/html/index.en.html
    Redattore: Bianca GIANNINI
    © 2010 ASSONEB

     

  • TARI Tassa sui Rifiuti

    La tassa sui rifiuti, insieme al IMU Imposta Municipale Unica, costituisce la IUC Imposta Unica Comunale dal 2014.

    Rappresenta la componente relativa al servizio rifiuti per finanziare i costi di raccolta e smaltimento della spazzatura. La TARI è stata istituita con la legge n. 147 del dicembre 2013 e deve essere pagata da chi ha locali o aree scoperte, a qualsiasi uso, che producano rifiuti.

    A questa pagina sono disponbili le indicazioni del MEF sulle imposte comunali.

  • TARIFFA D'ESTIMO

    Valore in moneta legale del reddito imponibile medio ordinario relativo ad un ettaro di una determinata qualità e classe di terreno o all’unità di consistenza (vano utile, metro quadrato o cubo) di una unità immobiliare urbana di una determinata categoria e classe. Nel catasto rustico si distinguono due tariffe di estimo: di reddito dominicale e di reddito agrario. La prima fa riferimento al reddito del proprietaria del fondo, al netto di tutte le spese, ma al lordo delle imposte per un ettaro di superficie; la seconda fa riferimento all’interesse del capitale d’esercizio più il compenso per il lavoro direttivo, sempre per un ettaro di superfi cie di determinata qualità e classe. Attualmente le tariffe sono espresse con riferimento ai prezzi medi del triennio 1937/39 a cui l’autorità catastale applica coefficienti moltiplicativi allo scopo di riportare le suddette tariffe ai livelli attuali.

  • TARIFFA D'INCASSO

    Ammontare della commissione applicata dalle banche per il servizio d’incasso di titoli di credito. La tariffa applicata è determinata dall’accordo interbancario sulle condizioni stipulato fra le banche. Si articola in commissioni d’incasso, propriamente dette, e in eventuali diritti di brevità e/o di avviso d’incasso. A questi si aggiungono poi diritti speciali per servizi accessori richiesti dal cliente. Vengono applicate tariffe addizionali in casodi effetti soggetti a protesto. Quando il servizio d’incasso viene compiuto da unabanca corrispondente, i rapporti fra le due banche sono regolati da accordi o convenzioni interbancarie che spesso danno luogo all’accensione di conti correnti d’incasso.

  • TARIFFA D'INTERMEDIAZIONE

    Provvigione spettante al mediatore al momento in cui si conclude il contratto per effetto del suo intervento (v.mediazione). Il diritto alla provvigione sussiste nei confronti di ciascuna delle parti contrattuali e, se i mediatori sono più di uno, spetta a ciascuno di essi secondo una determi- nata percentuale. La misura della provvigione e la proporzione con cui grava su ciascuna delle parti è stabilita, o dagli accordi preesistenti o dalle tariffe professionali e dagli usi, o è attribuita alla prudente valutazione del giudice.

  • TARIFFA DOGANALE

    Dazi doganali imposti sulle esportazioni e importazioni di un paese. Una tariffa doganale si definisce generale o autonoma, quando, approvata con legge, prescinde da accordi specifici fra i paesi. Si può distinguere, inoltre, in unica o doppia: la prima contiene un solo elenco di dazi uguale per tutti i paesi, la seconda prevede una serie di dazi massimi per i paesi che non concedono agevolazioni e una di dazi minimi per quelli che stabiliscono delle concessioni. Infine, una tariffa doganale si definisce convenzionale, contrapponendosi a quella autonoma, quando implica trattati commerciali fra i paesi interessati. L’Italia ha adottato la tariffa doganale comune uguale per tutti i Paesi della CEE e che viene applicata alle merci originarie di Paesi non CEE, mentre le merci originarie dei paesi CEE sono esenti da dazi.

  • TARIFFA DOGANALE COMUNE

    Acr. Tdc; TDC. Tariffa adottata dal Consiglio di cooperazione doganale di Bruxelles ed entrata in vigore nel 1988, che unifica i sistemi di classificazione e codificazione delle merci nel commercio internazionale ed è alla base dell’armonizzazione delle nomenclature nazionali e internazionali.La tariffa si compone di dieci cifre di cui le prime sei rientrano nel sistema armonizzato (SA) che ha sostituito la nomenclatura doganale; la settima e l’ottava costituiscono la nomenclatura combinata delle merci (NC), la nona è riservata agli Stati membri per le suddivisioni statistiche nazionali, la decima e l’undicesima costituisconola Tariffa integrata della Comunità Europea (TARIC); infine, altre quattro cifre eventualmente utilizzate possono far riferimento a normative specifiche comunitarie (politica economica comunitaria, dazi antidumping ecc.).

  • TARIFFA ESTERNA COMUNE DELLA COMUNITÀ EUROPEA

    Acr.: Tec; TEC. Elenco delle merci che la Comunità scambia con i Paesi terzi, con l’indicazione per ciascuna della misura del dazio doganale applicabile, utilizzabile anche per fini di rilevazione statistica. Le entrate derivanti dall’imposizione dei dazi della TEC costituiscono una delle fonti di contribuzione al bilancio comunitario. Inizialmente la tariffa esterna comune fu calcolata sulla base di una media semplice dei dazi di importazione dei quattro territori doganali (Germania Occidentale, Francia, Italia e l’Unione Doganale del Benelux) al 1°.1.1957, mentre per alcuni beni si dovevano applicare dazi diversi da quelli risultanti dalla media semplice. La Comunità ha preso attivamente parte ai diversi negoziati tariffari in seno al GATT, riducendo sempre di più il livello della TEC sulle importazioni da paesi terzi. Inoltre, molti paesi fra i meno sviluppati godono di un regime privilegiato di esenzione della TEC per le importazioni nel territorio comunitario dei propri prodotti. In genere questi paesi appartengono a gruppi di paesi legati alla Comunità da accordi e convenzioni specifiche, fra le quali assume particolare rilievo la Convenzione di Lomé stipulata tra la CEE e circa una sessantina di paesi ACP, e cioè dell’Africa sub-sahariana, dei Caraibi e del Pacifico. La prima convenzione fu firmata a Lomé, capitale del Togo, nel 1975 e successivamente essa è stata più volte rinnovata.

  • TARIFFARIO

    Tabella contenente una serie di prezzi di beni e servizi, distinti per genere, qualità e quantità, redatta da appositi organismi al fine di stabilire il corrispettivo di una transazione. Ha lo scopo di evitare ogni dubbio sull’ammontare del prezzo, che può essere variato solo in conseguenza delle mutate condizioni di mercato o del valore reale della moneta. I tariffari possono essere a prezzo fisso, con variazioni proporzionali o differenziali a seconda della quantità in oggetto, o possono indicare i limiti minimo e massimo entro i quali il corrispettivo deve essere contenuto; possono essere redatti da produttori raggruppati in cartello, da ordini professionali, per contratto. Lo Stato interviene nella fissazione dei tariffari riguardanti imprese concessionarie di pubblici servizi o operanti in regime di monopolio legale e su una vasta gamma di generi di consumo aventi un’alta incidenza sul costo della vita. In materia tributariai tariffari sono applicati per il computo dei coefficienti e dei valori di tassazione dei generi imponibili.

  • TARSU

    Acr. di: Tassa per lo smaltimento dei Rifiuti Solidi Urbani. Tassa dovuta ai Comuni che svolgono, in regime di privativa, il servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani. Presuppostoimpositivo è l’occupazione o detenzione di locali e aree scoperte a qualsiasi uso adibite nelle zone del territorio comunale in cui il ser- vizio è reso in modo continuativo. La tassa, dovuta da coloro i quali occupano i predetti locali ed aree, è determinata sulla base delle quantità e qualità dei rifiuti producibili per unità di superficie e sulla base dei costi di smaltimento. Sono possibili esclusioni dalla tassa (p.e. parti comuni condominiali) e riduzioni degli importi dovuti (p.e. residenti all’estero per più di sei mesi all’anno). La TARSU è destinata a essere soppressa, in via graduale, e sostituita da una tariffa, composta da una quota fissa (legata alle componenti essenziali del costo del servizio) e da una quota variabile (legata alla quantità dei rifiuti prodotti), differenziata in funzione della tipologia di utenza (domestica o no) e della diversa zona del territorio comunale nella quale il servizio è reso.

  • TASI Tassa sui Servizi Indivisibili

    La TASI è il tributo comunale per i Servizi Indivisibili erogati. E' destinata a far fronte alle spese per l'illuminazione, alla cura del verde, alla pulizia stradale e a tutti quei servizi forniti ai cittadini.
    Fa parte dell'IUC Imposta Unica Comunale con l'IMU Imposta Municipale Unica e la TARI Tassa sui Rifiuti. I Comuni deliberano l'aliquota e le detrazioni.

  • TASSA

    Tributo il cui pagamento viene richiesto dallo Stato o dagli enti locali in relazione al compimento di un servizio pubblico o per l’esercizio di un’attività. Si differenzia dall’imposta perché la prestazione pecuniaria in cui consiste è collegata a una specifica prestazione da parte dell’ente pubblico e al vantaggio (talvolta presunto) che il singolo ritrae da quest’ultima. Il suo ammontare, di solito, è inferiore al costo effettivo del servizio, sicché il suo gettito concorre a dare solo un contributo per la copertura del costo stesso. Per tale ragione è stato detto che la tassa è un quasi-corrispettivo e si differenzia sia dal prezzo (pubblico) che dovrebbe essere rapportato al costo effettivo del servizio, sia dall’imposta che è completamente svincolata dall’espletamento di un servizio pubblico. Nel nostro ordinamento sono previste diverse tasse, come quelle scolastiche, quelle sulle concessioni governative, quelle aeroportuali ecc Un tempo si tendeva ad allargare, almeno nominalmente, la categoria della tassa, qualificando come tale, p.e., l’imposta di registro, l’imposta di bollo e quella di successione, tributi che ora, invece, sono qualificati come vere e proprie imposte. Va comunque precisato che il nomen iuris “tassa” non è sempre usato in senso proprio dal legislatore (si pensi p.e. alla c.d. “tassa” di possesso sugli autoveicoli, che è in realtà una vera e propria imposta patrimoniale).

  • TASSA DI CIRCOLAZIONE SUGLI AUTOVEICOLI

    Tassa istituita con d.p.r. 5.2.1953 n. 39, modificata con l. 28.2.1983 n. 53, e riformata, da ultimo, con l. 27.12.1997 n. 449. Colpisce la proprietà di veicoli e autoscafied è determinata sulla base della potenza effettiva espressadall’autoveicolo. Secondo il (nuovo) criterio la tassa in oggetto si determina moltiplicando il numero di Kilowatt per L. 5.000 (€ 2,58).

  • TASSA SULLE CONCESSIONI GOVERNATIVE

    Tributo, per tradizione classificato fra le tasse, che deve essere corrisposto dal soggetto interessato in relazione all’emanazione o al rinnovo di atti amministrativi o alla vidimazione di determinati documenti da parte di pubblici funzionari. L’ambito di applicazione del tributo è assai vasto e va quindi ben oltre le ipotesi di vere e proprie concessioni amministrative. Il legislatore, infatti, ha usato la nozione di concessione amministrativa in un significato più ampio di quello che le è proprio in diritto amministrativo, in modo da imporre a chi è interessato all’emanazione di un provvedimento dell’autorità di versare al fisco una determinata somma di denaro. Le modalità di riscossione possono essere assai varie: il prelievo può essere effettuato o al momento della richiesta del provvedimento (tassa di domanda) o contestualmente all’emanazione del provvedimento, o del rilascio dei documenti comprovanti la sua emanazione (tassa c.d. di rilascio); o a seguito della vidimazione di un provvedimento già emanato (e in tal caso la vidimazione finisce con l’essere una forma di rinnovo dell’atto). Altre volte, infine, il tributo deve essere versato annualmente, senza che sia necessario il compimento di atti amministrativi specifici, e ciò si verifica in presenza di atti con durata pluriennale (c.d. tasse annuali). Gli atti per i quali sono dovute le tasse non sono efficaci sino a quando queste non siano state pagate. La corresponsione del tributo viene effettuata mediante pagamento della somma di denaro stabilita dallalegge all’Ufficio del registro competente (o con versamento sul conto corrente a questo intestato), o in modo straordinario a mezzo di speciali marche, che devono essere annullate dal pubblicoufficiale competente. Il pagamento in modo ordinario della stessa può essere effettuato anche mediante versamento su apposito conto corrente postale intestato all’Ufficio concessioni governative di Roma, vincolato a favore della sezione di tesoreria provinciale dello Stato di Roma. Va infine ricordato che per gli atti di competenza degli enti territoriali esistono appositi tributi locali, quali: le tasse sulle concessioni regionali, le tasse sulle concessioni provinciali (limitatamente alle province autonome di Trento e Bolzano) e, fino all’avvenuta istituzione dell’IRAP, le tasse sulle concessioni comunali. Quanto al contenzioso relativo alla tassa sulle concessioni governative, lo stesso deve seguire la via del ricorso gerarchico alla Direzione regionale delle entrate e al Ministro delle Finanze in secondo grado, oppure è consentito l’esperimento dell’azione giudiziaria, anche senza preventivo esperimento del ricorso amministrativo.

  • TASSAZIONE DELLE IMPRESE PEER-TO-PEER (P2P)

    Abstract
    L'economia digitale e le imprese peer-to-peer (P2P) sono cresciute a tassi sorprendenti, insieme alla percezione di essere molto meno regolamentate e tassate rispetto ai business tradizionali; i costi di transazione sono stati eliminati. La rapida esplosione di piattaforme P2P nei settori dell'ospitalità e del turismo ha sollevato dubbi sul fatto che queste imprese godano di un vantaggio fiscale rispetto alle imprese tradizionali, violando il principio di neutralità fiscale.

    La digitalizzazione dell'economia rappresenta una sfida per i policy maker che hanno bisogno di cambiare radicalmente le loro regole e il comportamento al fine di raggiungere i loro obiettivi (vale a dire, concorrenza, redistribuzione, efficienza, ecc.).
    L'economia peer-to-peer (P2P) può essere descritta come una raccolta di mercati virtuali che collegano le persone che cercano di scambiare beni e servizi tra loro tramite piattaforme digitali. Da un lato, ci sono gli acquirenti, che desiderano beni o servizi specifici e, dall'altro, i venditori che possiedono il bene da vendere (o da affittare) o controllare i beni necessari per fornire il servizio. La definizione dell'economia P2P rimane aperta; le nuove attività P2P digitali come "sharing economy" e "gig economy" possono essere appropriate, ma parziali.

    Tabella 1. Esempi di piattaforme Peer-to-Peer (P2P) tra settori (IMF 2017 p.59)
    SETTORE PIATTAFORME P2P
    Consegna Deliveroo, Instacart, Postmates
    Valute digitali Bitcoin, Ethereum
    Servizi finanziari Funding Circle, LendingClub, Kickstarter, Prosper, SoFi
    Commercio al dettaglio Amazon, Craigslist, eBay, Etsy
    Condivisione di software, conoscenze e media
    Apple iTunes, Coursera, Dropbox, Wikipedia
    Servizi professionali Fiverr, Freelancer, Taskrabbit, Thumbtack, Upwork
    Alloggi per viaggiatori Airbnb, Flipkey, HomeAway
    Trasporto di passeggeri a terra e di transito
    BlaBlaCar, Careem, Didi Chuxing, Lyft, Ola, Uber

    L'economia digitale e le imprese peer-to-peer (P2P) sono cresciute a tassi incredibili, insieme alla percezione di essere molto meno regolamentate e tassate rispetto ai tradizionali tipi di business (G20 2019). Ciò può distorcere la concorrenza, dando al P2P un vantaggio ingiusto rispetto alle imprese concorrenti negli stessi settori; allo stesso tempo, hanno effetti positivi sul mercato, dal momento che mettono pressione sulle vecchie imprese, aumentando l'efficienza. Se gli utenti dell'economia P2P sono "soggetti a una minore tassazione - a causa di tassi preferenziali o semplicemente sottostima del reddito - le entrate fiscali del governo possono essere a rischio, specialmente se altre attività più ricche di tasse vengono spostate. Allo stesso tempo, è possibile che questo nuovo modo di fare affari formalizzi le attività in determinati settori, portandoli alla portata delle autorità normative e fiscali "(FMI 2017, 58).
    L'innovazione nel modo in cui i mercati funzionano non è un evento recente, ma ciò che distingue le aziende P2P sono le tecnologie che consentono alle persone di contrattare. I costi di transazione sono stati eliminati, ma il P2P ha anche eluso alcune regole nelle imprese tradizionali.
    La rapida esplosione di piattaforme P2P nei settori dell'ospitalità e del turismo ha sollevato dubbi sul fatto che questi nuovi entranti godano di un vantaggio fiscale rispetto alle imprese tradizionali, violando il principio di neutralità fiscale. Molte città dello Stato della California (U.S.A.) hanno cercato di regolare questa nuova attività, senza renderla illegale, ma compensando il vantaggio fiscale e garantendo sicurezza e qualità. In Europa alcuni Stati/Regioni hanno introdotto dei regolamenti volti a limitare il fenomeno senza vietarlo.
    L'industria del ride-sharing è stata un'altra area molto importante degli interventi pubblici; il traffico rappresenta una fonte di inefficienza nelle grandi città di tutto il mondo e la questione se i conducenti siano dipendenti o autonomi è stata fonte di controversie in Europa e negli Stati Uniti e può avere importanti implicazioni per l'onere fiscale, nonché per assicurazioni sociali e benefici. La città di Londra, nel Regno Unito, ha regolato il business del ride-sharing come i conducenti sono dipendenti. L'Alta Corte di Giustizia Europea (2017) ha sancito che sono i singoli stati a dover regolare il fenomeno; in alcune aree in Europa, come la Bulgaria, il servizio di condivisione del viaggio è vietato. In Italia la regolazione è comunale e vi è l'obbligo di licenza per il servizio di ride-sharing, in ossequio alla sentenza UE.
    La crescita di piattaforme commerciali come Amazon, Alibaba e Ebay costituisce una certa minaccia per le autorità pubbliche, specialmente in Europa e negli Stati Uniti, dato che queste imprese si trovano principalmente in paesi stranieri, come entità legali, e quindi non pagano le tasse aziendali , non sono soggetti alle rigide regole del mercato del lavoro e contribuiscono negativamente all'occupazione. I luoghi commerciali tradizionali (negozi, centri commerciali e negozi) pagano le tasse aziendali e sono soggetti alle rigide regole del mercato del lavoro, subendo quindi una concorrenza sleale. I governi sono venuti a conoscenza della necessità di chiarire gli obblighi fiscali per gli utenti dell'economia P2P con alcuni che hanno già emanato orientamenti specifici (G20 2019). Hanno inoltre riconosciuto i potenziali vantaggi di ottenere l'accesso e l'utilizzo della grande quantità di informazioni detenute dalle piattaforme digitali per migliorare la conformità (Fiscalità e digitalizzazione).
    Le attività P2P hanno alcune caratteristiche comuni; il primo è rappresentato dalle basse barriere all'entrata che consentono a compratori e venditori di cambiare ruolo in modo facile e veloce. Il secondo è il diverso grado di controllo sugli utenti; alcune piattaforme selezionano i venditori e impongono severi codici di condotta. Il terzo è il modello di generazione di reddito basato su commissioni (fisse o variabili) che vanno dall'1-2% per il prestito fino al 20% per le società di reti di trasporto e con oltre l'85% del valore delle transazioni agevolate ricevute dal venditore .
    Le attività P2P sono globali, ma le più grandi si trovano in Asia (AliBaba e DiDiChuxing). Piattaforme globali, come Amazon ed Ebay, sono state replicate localmente in alcuni paesi, per soddisfare determinate necessità (ad esempio in Medio Oriente e in Sud America). Il numero di utenti e la dimensione della transazione/reddito sono solo aneddoti (FMI 2017, p.61).
    L'effetto del business P2P sulle attività tradizionali, come i servizi di trasporto e gli hotel, è complesso su misura, ma alcuni autori stimano una perdita dell'8-10% di entrate poiché gli incumbent sono costretti ad abbassare i prezzi per non perdere le quote di mercato (maggiori dettagli sono disponibili in il rapporto del FMI pubblicato nel 2017).
    Il G20 ha tentato di definire in molte riunioni dei principi comuni che definiscano i meccanismi di tassazione di questi business; alcuni paesi, tra cui quelli europei, stanno introducendo misure volte ad aumentare il gettito, spesso nullo, che proviene da queste piattaforme di scambio; queste policy però vengono attuate in modo non coordinato e costituiscono delle barriere economiche al commercio, all'impresa. Nell'immediato futuro si spera che il G20 riesca a definire una policy fiscale condivisa per equilibrare il gettito; questa politica deve però accompagnarsi a un aumento della digital literacy degli utenti, del life-long learning e dell'utilizzo delle nuove tecnologie nell'istruzione e nel mondo del lavoro.

    Bibliografia
    G20 (2019) Ministerial Meeting on Trade and Digital Economy Recommendations for Promoting Innovation, Digital Technologies, and Trade. 16 May 2019.
    https://www.digitaleurope.org/resources/2019-g20-ministerial-meeting-on-trade-and-digital-economy-recommendations-for-promoting-innovation-digital-technologies-and-trade/
    International Monetary Fund (IMF) 2017. Digital revolutions in public finance. Edited by Sanjeev Gupta, Washington, DC, ISBN 9781484315224.
    Alta Corte di Giustiza Europea (2017). Conclusioni dell'Avvocato Generale MACIEJ SZPUNAR: Causa C?320/16 contro Uber France SAS, 4 luglio 2017
    http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?text=&docid=192325&doclang=IT

  • TASSAZIONE E COMMISSIONI SU COVERED WARRANT E CERTIFICATE

    Dal punto di vista fiscale, le plusvalenze sul Covered Warrant sono tassate con l'aliquota del 12,50% sia che derivino dall’esercizio dell'opzione sia che provengano da compravendita del titolo. Nel primo caso, l'imponibile è rappresentato dalla differenza tra strike price e prezzo del sottostante; nel secondo caso, dal corrispettivo della vendita diminuito dei premi pagati e di altri oneri (art.81 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi). È consentita la deducibilità delle minusvalenze e degli altri oneri da operazioni di cessione a titolo oneroso.
    Il contribuente può optare fra tre differenti regimi di tassazione tra loro alternativi: il regime della dichiarazione, che costituisce il c.d. regime base applicabile a meno di opzione esercitata dal contribuente; il regime del risparmio amministrato e quello del risparmio gestito.
    Regime della dichiarazione: l’applicazione di tale regime comporta a carico del contribuente la distinta indicazione dei proventi o delle plusvalenze realizzate, al netto di eventuali oneri e minusvalenze, nella dichiarazione dei redditi. L’eventuale plusvalenza netta è determinata in dichiarazione e assoggettata ad imposta del 12,5%. L’imposta sostitutiva dovuta deve essere versata entro i termini ordinari previsti per il versamento delle imposte sui redditi. Il regime della dichiarazione è obbligatorio nell’ipotesi in cui il soggetto non opti per il regime del risparmio amministrato o del risparmio gestito, nella cui eventualità l’obbligo di dichiarazione non sussiste. Il contribuente è ammesso a riportare a nuovo le eccedenze negative e a compensarle con i redditi e altri proventi realizzati, aventi medesima natura, nel periodo d’imposta in cui la perdita è realizzata e nei quattro periodi d’imposta successivi.
    Regime del risparmio amministrato: nel caso in cui il soggetto opti per tale regime, che presuppone il deposito delle attività finanziarie presso un intermediario residente in Italia, l’imposta è determinata e versata all’atto della cessione dall’intermediario residente in Italia, presso il quale i Covered Warrant e Certificate sono depositati in custodia e amministrazione, sui proventi o sulle plusvalenze effettivamente realizzate, al netto di eventuali minusvalenze realizzate in precedenza. In caso di realizzo di differenziali negativi, gli intermediari computano in diminuzione fino a loro concorrenza l’importo dei predetti differenziali dai differenziali positivi realizzati nelle successive operazioni poste in essere nell’ambito del medesimo rapporto, nello stesso periodo d’imposta e nei successivi ma non oltre il quarto.
    Regime del risparmio gestito: presupposto per effettuare l’opzione di tale regime è il conferimento di un incarico di gestione patrimoniale a un intermediario residente debitamente autorizzato. In tale regime, l’imposta è applicata nella misura del 12,5% dall’intermediario, al termine del periodo d’imposta, sull’incremento di valore del patrimonio gestito maturato, anche se i relativi redditi non sono stati ancora percepiti, al netto dei redditi soggetti a ritenuta, dei redditi esenti e dei redditi per i quali la tassazione avviene in sede di dichiarazione dei redditi. Va, peraltro, rilevato che secondo una diversa interpretazione della normativa attualmente in vigore i Covered Warrant e Certificate potrebbero essere considerati come titoli atipici e quindi assoggettati a tassazione con l’aliquota del 27%. Si precisa, inoltre, che il Governo Italiano è in procinto di ricevere delega per l’emanazione di uno o più decreti legislativi, concernenti il riordino del trattamento tributario dei redditi di capitale e dei redditi diversi di natura finanziaria, nonché delle gestioni individuali di patrimoni e degli organismi di investimento collettivo mobiliare e modifiche al regime delle ritenute alla fonte sui redditi di capitale o delle imposte sostitutive afferenti i medesimi redditi. Le spese d’intermediazione per i Covered Warrant variano in base agli intermediari. In termini di percentuale sono solitamente le stesse di quelle applicate alle azioni; in termini assoluti, dato che un Covered Warrant vale una frazione dell'azione, l'acquisto di un Covered Warrant comporta il pagamento di spese meno elevate. È possibile negoziare diversi Covered Warrant con commissioni zero grazie ad accordi di distribuzione tra i market maker ed i principali broker online.
    Redattore: Enea  FRANZA  
    © 2011 ASSONEBB

     

     

  • TASSAZIONE SULLE IMPRESE IN EUROPA

    Al 2017 la tassazione delle imprese in Europa è ancora lontana dall'armonizzazione, sia nell'ambito della definizione della base imponibile, che in quella delle aliquote. Vedremo le tendenze degli ultimi anni.

    Dagli anni ottanta del Novecento ad oggi si è assistito ad una grande variabilità nella definizione delle aliquote legali. L'andamento generale è stato quello di una loro quasi costante diminuzione nel corso del tempo. L'inizio a questo processo di evoluzione verso il basso lo hanno dato le riforme intraprese nel Regno Unito e negli Stati Uniti a metà degli anni ottanta, che hanno ampliato la base imponibile, per esempio rendendo meno generosi gli ammortamenti a fini fiscali, e tagliato le aliquote legali.

    Un momento rilevante a livello europeo è stato quello di ingresso dei paesi dell'Est Europa all'interno dell'Unione a meta degli anni 2000. Questi paesi, infatti, erano caratterizzati da aliquote legali basse, con l'obiettivo di presentarsi come ambiente favorevole per gli investitori in un clima di competizione globale. Questa era la loro strategia di crescita e sviluppo dopo il lungo periodo del comunismo. Ciò, in un contesto di già aperta competizione, aveva destato non poche preoccupazioni per un possibile aggravamento del fenomeno. Fino a quel momento, infatti, i principali paesi avevano comunque mantenuto livelli abbastanza alti di aliquote: in Germania era al 38,3%, in Italia al 37,3%, in Spagna al 35% e in Francia al 34,3%. L'unica eccezione era costituita dall'Irlanda, che nel 2004 applicava un'aliquota del 12,5%. Dei dieci paesi che facevano parte del processo di allargamento, otto avevano aliquote pari o inferiori al 20%, e gli altri anche al di sotto del 15%. La richiesta di innalzamento delle aliquote da parte dei principali paesi dell'Unione arrivò troppo tardi all'interno del procedimento di entrata, cosicché non fu possibile prendere alcun provvedimento.

    Il processo è continuato fino alla crisi del 2007, quando le oscillazioni dei valori hanno cominciato a stabilizzarsi.

    Il grafico 1 mostra il continuo declino nel periodo compreso tra il 1995 e il 2014. Rispetto agli altri paesi considerati (Australia, Canada, Giappone, Svizzera, Islanda, Norvegia, USA, Brasile, Russia, India e Cina), in Europa la riduzione media delle aliquote è stata molto più marcata. Ciò sottolinea il fatto che tale fenomeno sia rilevante principalmente a livello europeo. Nel periodo dopo la crisi iniziata nel 2007, quando il ritmo dell'abbassamento in Europa si è ridotto, Canada e Giappone hanno introdotto le principali riduzioni. Gli Stati Uniti, dopo le riforme degli anni ottanta, hanno mantenuto l'aliquota più o meno costante per tutto il periodo considerato.

    Il grafico 2 mostra l'evoluzione puntuale delle aliquote legali dei paesi appartenenti all'Unione Europea in cinque anni diversi: 1995, 2000, 2007, 2014 e 2017. Nel 1995 il paese con la percentuale di imposta più alta era la Germania, che applicava il 56,8%. A partire dal 2008 questa si è ridotta fino al 30,2%, subendo in totale un taglio di 26,6 punti percentuali. Lo stato che invece applicava all'inizio del periodo l'aliquota più bassa era l'Ungheria con un'imposizione al 19,6%, mentre al 2017 al 10,2%. Anche qui la riduzione è stata rilevante: ben 9,4 punti percentuali. Nel 2017 la variabilità delle aliquote va dal 10% applicato dalla Bulgaria fino alla massima utilizzata da Malta al 35%. Quest'ultimo è stato l'unico paese tra quelli considerati che ha mantenuto un'aliquota costante dal 1995 ad oggi. Infatti, prima delle riforme effettuate nel 2001 e nel 2008, era proprio la Germania a prevedere la percentuale d'imposta maggiore. Tra il 2011 e il 2015 è stata la Francia, dopo l'innalzamento dell'aliquota sopra il 35 % di Malta, ad avere il maggior livello di imposizione. Tra il 2003 e il 2006 il livello minimo di imposizione si aveva in Irlanda al 12,5%. Questo è proprio il periodo in cui hanno fatto il loro ingresso i paesi dell'Est Europa.

    Table 1: Number of Member States increasing and decreasing the statutory CIT rate


    1995-2000

    2000-2005

    2005-2010

    2010-2014

    Totale 1995-2014

    Number reducing the rate

    13

    23

    14

    6

    25

    Number increasing the rate

    4

    0

    2

    6

    2

    Change of average rate

    -2.9

    -6.8

    -2.1

    -0.3

    -12

    Fonte: Commission services

    Come mostrato nella tabella 1, il processo generale di discesa delle aliquote è stato supportato da quasi tutti i paesi. Infatti tra il 1995 e il 2014 è stato sempre superiore il numero di stati che hanno intrapreso riforme al ribasso. Solo nel periodo tra il 2010 e il 2014, dopo la crisi, il numero di riduzioni e aumenti si compensano. Nel primo gruppo rientrano Regno Unito, Svezia, Finlandia, Slovenia, Olanda e Danimarca; al secondo Grecia, Francia, Cipro, Lussemburgo, Portogallo e Slovacchia. Le variazioni maggiori si sono verificate nel periodo precedente all'allargamento ad Est. Ciò evidenzia il fatto che le riduzioni nei nuovi Stati Membri sono state di entità maggiore e sono cominciate prima rispetto a quelli vecchi

    Le aliquote legali degli Stati Membri applicate al reddito d'impresa si sono nel tempo avvicinate. Come mostrato dal grafico 3, il differenziale tra l'aliquota massima e quella minima applicate all'interno dell'Unione si è notevolmente ridotto, raggiungendo la massima riduzione nel 2001 a 20 punti percentuali. Nel 1995 tale valore si attestava intorno ai 37,2 punti percentuali. Successivamente il valore ha subito un rialzo, fino a stabilizzarsi, a partire dal 2016, a 25 punti percentuali. La deviazione standard rappresenta invece una misura meno influenzata dai valori estremi della distribuzione. Questa mostra una riduzione meno evidente nel 2001 e al 2017 mostra comunque una diminuzione, rispetto agli anni precedenti, della variabilità delle aliquote.

    Al 2017 si può parlare dunque prevalentemente di convergenza per aree; Germania, Belgio, Francia e Malta hanno raggiunto un valore superiore al 30%. Danimarca, Grecia, Spagna, Italia, Lussemburgo, Olanda, Austria, Portogallo Slovacchia e Svezia hanno aliquote che variano tra il 29 e il 21 %. Bulgaria, Estonia, Repubblica Ceca, Irlanda, Croazia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Romania, Regno Unito, Slovenia e Finlandia hanno invece aliquote inferiori o uguali al 20%. Anche se l'aliquota legale è il principale elemento che permette la competizione fiscale per attrarre investimenti e profitti, non è il miglior indicatore per effettuare comparazioni sull'onere che ricade sulle imprese. Infatti non prende in considerazione come viene calcolata la base imponibile su cui viene applicata e l'esistenza di imposte non sul reddito che ricadono sulle imprese. Nel prossimo paragrafo si prenderà in considerazione un indicatore più rilevante dell'onere che effettivamente le imprese devono sopportare.

  • TASSO

    Detto anche saggio. È la misura matematica, solitamente espressa in percentuale, della variazione di una grandezza nel tempo (p.e. della crescita di una popolazione o del peso di un corpo da un anno all’altro) oppure il rapporto tra due grandezze nella stessa epoca. L’esempio tipico di questo secondo caso è il tasso d’interesse, che esprime i frutti in rapporto al capitale fruttifero.

  • TASSO ANNUO CONCORDATO

    Fr.: Taux Contractuel Annualisé-TAC; ingl. Annualised Agreed Rate-AAR. Concetto introdotto dalla BCE col Regolamento (CE) 63/2002 del 20.12.2001 per stabilire rilevazioni uniformi e dotarsi di un quadro statistico esaustivo, dettagliato e armonizzato del livello dei tassi di interesse applicati dalle istituzioni finanziarie monetarie (IFM) e delle loro variazioni nel tempo. Esso è definito come il tasso di interesse concordato individualmente tra il soggetto dichiarante e la famiglia o la società non finanziaria per un deposito o un prestito, convertito su base annua e indicato in percentuale annua. Il tasso annuale concordato copre tutti i pagamenti in conto interessi su depositi o prestiti, ma non altre spese eventualmente applicate. Il disaggio, definito come la differenza tra l’importo nominale del prestito e l’importo ricevuto dal cliente, è considerato quale pagamento in conto interessi all’inizio del contratto (tempo t0) e vienepertanto riflesso nel tasso annuale concordato. Se i pagamenti in conto interessi concordati tra il soggetto dichiarante e la famiglia o la società non finanziaria sono capitalizzati ad intervalli regolari durante l’anno, ad esempio al mese o al trimestre piuttosto che annualmente, il tasso concordato deve essere espresso su base annua per mezzo della formula seguente per derivare il tasso annuale concordato:
    x = (
    1 + rag )n - 1 ,
                 ___

                   n

    dove x è il tasso annuo concordato (variabile dipendente nel computo), rag  è il tasso annuo nominale, n è il numero di periodi di capitalizzazione degli interessi per il deposito e dei periodi di rimborso per il prestito, ovvero p.e. 1 per i pagamenti annuali, 2 per i pagamenti semestrali ecc. Il tasso annuo concordato è applicabile solo ai depositi e ai prestiti con capitalizzazione regolare dei pagamenti in conto interessi. Negli altri casi si applica il TEDS.

  • TASSO D'INTERESSE

    Interesse (ossia ogni corrispettivo in denaro del godimento di una somma, il capitale, anch’essa di denaro maturato in un determinato periodo) percepito per un anno (o riferito ad anno) diviso per il capitale ed espresso solitamente in percentuale. È detto anche saggio d’interesse e, nel linguaggio legale, misura degli interessi. Nella notazione computistica il tasso d’interesse è indicato nell’uso italiano con la lettera i, sempre più soppiantata dall’universale r, iniziale dell’amer. rate (da interest rate). L’indicazione corrente universale è ormai quello percentuale e, nei calcoli, quello corrispondente in centesimi (p.e. un 7,5% viene immesso nel programma di computo come 0,075). Un tempo era usuale la notazione frazionaria. P.e. per i Romani il 2,5% era detto “un quarantesimo” (quadragesima), il 5% “un ventesimo” (vigesima), il 10% “decima” (decuma). Una denotazione mista all’uso inglese era quella di indicare con una frazione la parte successiva alle cifre percentuali intere e, in particolare, con una frazione pari a un mezzo, un quarto ecc. fino a un 64mo. Così 7,5%, 7,25%, 7,125% ecc. si trovano scritti rispettivamente 71/2, 71/4, 7? e cosi via fino a 71/64 (7,015625%), oltre alle diverse combinazioni (7?, 7? ecc. ecc.). Un tasso di interesse, se non è diversamente specificato in modo esplicito, si intende sempre come tasso posticipato in ragione d’anno. Il tasso d’interesse può però essere anticipato o dovuto per periodi inferiori o superiori all’anno, essere cioè p.e. semestrale, trimestrale ecc. ovvero corrisposto in ragione di più anni. In questi casi il ragguaglio col tasso annuale, che è la misura standard di riferimento, viene compiuta col computo del tasso equivalente.

  • TASSO D'INTERESSE VARIABILE

    Tasso di interesse che, anziché rimanere fisso, varia nel corso della durata del prestito cui viene applicato in funzione di un indice di riferimento. Nei crediti internazionali viene periodicamente adeguato alle variazioni di alcuni indicatori del mercato interbancario e del credito (v. EURIBOR;NYBOR; lombardsatz). I parametri di aggancio per i prestiti in lire fanno invece riferimentoa tassi del mercato creditizio e monetario (prime rate, tasso di sconto. rendimento dei BOT ecc.) o ad una composizione dei medesimi (p.e., per metà il prime rate e per metà un tasso ufficiale), oppure a tassi aumentati o diminuiti di uno spread, o infine al più elevato tra EURIBOR e prime rate. Nel corso degli anni Ottanta si è osservata, nel nostro paese, una vasta proliferazione di strumenti a rendimento variabile, sorti principalmente sotto la spinta della volontà innovativa del Tesoro in campo finanziario. L’adozione di clausole di indicizzazione è stata avviata, in particolare, nel luglio del 1977 con la prima emissione di CCT.

  • TASSO DI CAMBIO

    Rapporto tra il valore di due valute, corrispondente al prezzo di una espresso in unità monetarie dell’altra. Il prezzo è detto corso del cambio o più semplicemente cambio e viene espresso in moneta nazionale o estera, secondo il modo di quotazione usato dalla piazza quotatrice, che può essere il certo per incerto o l’incerto per certo. Milano, come la maggior parte delle piazze internazionali, quotava l’incerto per certo e i tassi di cambio, erano espressi in lire per unità di valuta estera (p.e. 2350 lire per 1 dollaro USA, 300 lire per 1 franco francese ecc.). L’euro quota invece il certo per l’incerto e cioè il cambio è espresso in valuta estera per 1 euro. Quotano il certo per l’incerto le piazze statunitensi e Londra, dove i cambi sono, dunque, espressi in moneta estera per unità di moneta nazionale. Politica del cambio. Le autorità monetarie hanno seguito storicamente tre criteri di governo del corso dei cambi: criterio della massima rigidità; criterio della massima fluidità; criterio della convergenza. Quest’ultimo presuppone che le autorità stimino un tasso di cambio di equilibrio e operino interventi atti a condurre il tasso corrente verso il valore desiderato.In concreto tale criterio porta a un regime di tassi di cambio fluttuanti, senza parità né limiti di oscillazione dichiarati. Il primo e il secondo criteriosono invece quelli che si approssimano alla de- finizione teorica di tassi di cambio fissi e tassi di cambi flessibili. Il cambio si definisce fisso quando è ufficialmente stabilito il prezzo della moneta nazionale rispetto all’oro o ad altre monete ancorate all’oro. Tale sistema è prevalso fi- no alla prima guerra mondiale e fu adottato dagli Accordi di Bretton Woods. Il cambio si definisce flessibile quando la variazione del corso dei cambi è affidata direttamente al mercato, per cui il tasso viene determinato dalle condizioni di domanda e offerta sul mercato delle valute che interessano. Numerosi sono gli argomenti sostenuti, nella disputa teorica, a favoredell’uno o dell’altro sistema di cambio. A favore dei cambi fissi si adduce la “certezza” di cambio che tale regime apporta nelle relazioni economiche internazionali, la quale può favorire l’espansione del commercio internazionale: tale ipotesi viene contestata dai critici, data la possibilità di variazione delle parità che, essendo brusche e di cospicuo ammontare possono avere effetti dirompenti. Altri punti che sottolineano i critici sono l’ineluttabilità di movimenti speculativi destabilizzanti in momenti di tensione e il conflitto tra le diverse linee di politica economica che si verifica nei Paesi deficitari, i quali per riequilibrare la bilancia dei pagamenti sono di solito costretti a manovre restrittive che vanno a scapito dell’occupazione. A favore dei cambi flessibili si adduce la semplicità e continuità dell’aggiustamento, la maggiore indipendenza delle politiche interne, la riduzione del fabbisogno di riserve (che è invece elevato in regime di cambi fissi, dovendo le autorità monetarie disporre di ampia liquidità internazionale per far fronte a situazioni di deficit per difendere il tasso di cambio). I critici segnalano, invece, che il sistema a cambi flessibili si presta a vaste speculazioni, provocando incessanti e profonde fluttuazioni, continui mutamenti nei rapporti commerciali fra i vari paesi, oltre che aumento di rischi (anche se ridimensionati dalle operazioni a termine) per gli operatori economici, con conseguente rallentamento delle correnti di traffico e degli investimenti di capitali, e infine, il pericolo che la banca centrale di un paesi si riconosca incapace di fronteggiare una spirale inflazionistica e tralasci di adottare provvedimenti adeguati a fronteggiare erosioni anche notevoli del potere di acquistoall’estero della moneta nazionale.

  • TASSO DI CAMBIO (Enciclopedia)

    (Si veda anche voce del Dizionario: Tasso di cambio)
    1. Il tasso di cambio nominale (NER)
    Il tasso di cambio nominale (NER) è il prezzo relativo della valuta nazionale in termini della valuta estera. Ad esempio se il cambio dollaro/euro è pari a 1,4 significa che per acquistare una unità della valuta europea sono necessari 1,4 dollari (od alternativamente che per acquistare 1 dollaro americano sono necessari 0,71 euro). Il grafico in figura 1 riporta le quotazioni della divisa americana nei confronti dell’euro dalla data della sua introduzione.
    Il NER può essere lasciato variare liberamente nei mercati valutari (cambi flessibili) oppure può essere fissato dalle autorità di politica monetaria ad un dato valore in termini di un’altra moneta o di un gruppo di monete (cambi fissi), in quest’ultimo caso la Banca Centrale si impegna ad intervenire su mercati a difesa della parità stabilità (politica monetaria endogena).

    L’utilizzo del NER è fondamentale per poter confrontare tra loro beni e servizi prodotti in paesi diversi, in quanto consente poterne esprimere il prezzo in una valuta comune. Il NER può essere quotato in due modi. Esso può esprimere il numero di unità di valuta domestica necessario per l’acquisto di un’unità di valuta estera (quotazione incerto per certo). Oppure, alternativamente, può definire il numero di unità di valuta estera necessaria per l’acquisto di un’unità di valuta domestica (quotazione certo per incerto). In questa sede si farà riferimento alla prima quotazione, anche detta all’europea: una variazione positiva di S verrà dunque intesa come un deprezzamento nominale mentre, per converso, una variazione negativa di S verrà intesa come un apprezzamento nominale.
    2. Il tasso di cambio reale (RER)
    Il tasso di cambio reale (RER) è il prezzo relativo dei beni e servizi prodotti all’interno dell’economia domestica in termini di beni e servizi prodotti all’estero.
    La letteratura economica offre tre diverse formulazioni del RER.
    1. La prima definizione discende direttamente dalla PPP ed afferma che è possibile definire il RER come il rapporto tra l’indice dei prezzi esteri (espresso in valuta domestica) e l’indice dei prezzi interni e costituisce dunque una misura dei panieri di consumo prodotti all’interno dell’economia necessari per l’acquisto di un’unità dell’omologo paniere prodotto all’estero. In formule:
    (1)
    dove:
    - è l’indice dei prezzi del paniere venduto nell’economia estera in cui è il peso attribuito al bene i-esimo nel paniere
    rappresentativo dei consumi esteri;
    - è l’indice dei prezzi del paniere venduto nell’economia domestica in cui è il peso attribuito al bene j-esimo nel paniere rappresentativo dei consumi interni;
    - St è il tasso di cambio nominale (NER) espresso secondo la valutazione incerto per certo e che dunque indica il numero di unità di valuta domestica necessario per l’acquisto di un’unità della valuta estera.
    Sulla base della (1) dunque, il RER può essere concepito come un tasso di cambio nominale deflazionato sia in base ai prezzi interni che in base ai prezzi esteri.
    2. La seconda definizione di RER poggia sull’assunzione che tutti i beni siano scambiati internazionalmente. Sotto questa ipotesi P e non è altro che l’indice dei prezzi dei beni esportati e l’indice dei prezzi dei beni importati. Il RER può essere definito allora come:
    (2)
    dove il rapporto sono le ragioni di scambio (terms of trade). Dunque se tutti i beni sono scambiati sui mercati internazionali, il RER può essere definito come l’inverso delle ragioni di scambio. In questo caso, un apprezzamento reale corrisponde ad un miglioramento delle ragioni di scambio; viceversa un deprezzamento reale corrisponde ad un deterioramento delle ragioni di scambio.
    3. La terza definizione di RER si basa sull’evidenza che non tutti i beni scambiati sui mercati internazionali. La distinzione tra beni commerciabili (tradable) e beni non commerciati (non-tradable) è assai importante poiché è evidente che solo i prezzi dei primi risentono della concorrenza internazionale. Indicando con l’indice dei prezzi dei beni commerciabili e con l’indice dei prezzi dei beni non commerciabili, è possibile definire il livello generale Pt dei prezzi come una media geometrica di dove è il peso attribuito ai beni non-tradable nel calcolo dell’indice generale dei prezzi.
    (3)
    La (3) indica che il RER è proporzionale al rapporto tra l’indice dei prezzi dei beni tradable e l’indice dei prezzi dei beni non-tradable. In un certo senso la (3) definisce una ragione di scambio interna, trattandosi di due tipologie di beni comunque prodotti all’interno dell’economia domestica. Quando i beni non-tradable diventano più costosi in termini dei beni tradable si ha un apprezzamento reale (riduzione di Q). Nella situazione opposta, parleremo invece di deprezzamento reale (aumenti di Q).
    Da quanto esposto appare chiaro come, a prescindere dall’approccio che si scelga per la definizione formale del RER esso rappresenta di fatto un prezzo relativo. Un cambio reale deprezzato indica, ceteris paribus, una maggiore convenienza dei beni nazionali rispetto ai beni prodotti all’estero. Ciò significa che al crescere di Q è logico attendersi un aumento della domanda di beni prodotti dall’economia domestica e dunque una contrazione delle importazioni ed un’espansione delle importazioni. In altri termini, ceteris paribus, un deprezzamento reale implica un miglioramento del saldo primario delle partite correnti (TBt). In formule:

    3. NER, Saldo Primario delle Partite Correnti (TB) e J-curve
    In termini più rigorosi, è possibile definire il rapporto tra RER e TB utilizzando le elasticità aggregate della domanda al prezzo, giungendo così alla definizione delle cosiddette condizioni di Marshall-Lerner (o Marshall-Lerner-Harberger). L’idea di fondo è che, affinché una svalutazione possa esercitare un impatto positivo sulla bilancia commerciale, la somma delle elasticità dei beni esportati e importati (in valore assoluto) debba essere sempre maggiore di 1.
    Per analizzare gli effetti di una svalutazione del cambio riscriviamo in termini di valore l’espressione della TB:
    (4)
    dove:
    - con EXt indichiamo le esportazioni, il cui valore è pari al prodotto tra prezzi dei beni esportati e quantità esportate ;
    - con IMt indichiamo le importazioni, il cui valore è pari al prodotto tra prezzi dei beni importati, espresso in valuta domestica, e quantità importate ;
    - i prezzi dei beni importati (PIM) e dei beni esportati (PEX) sono assunti costanti.
    Assumiamo per semplicità che PEX = PIM = 1, che il reddito rimanga costante e che inizialmente il saldo della bilancia commerciale muova da una situazione di pareggio (TBt = 0) Differenziando la (4) rispetto ad S otteniamo:
    (5)
    L’equazione (5) può essere riscritta come segue:
    (5’)
    Ricordando che le elasticità della domanda di beni esportati ()e della domanda di beni importati () possono essere definite come:

    la (5’) può essere riscritta come segue:
    (6)
    Ricordando poi che se una bilancia commerciale in pareggio presuppone che XEX/S=XIM, possiamo riscrivere la (6) come segue:
    (6’)
    Dalla (6’) emerge che
    (7)
    L’effetto netto di una svalutazione del cambio sulla bilancia commerciale dipende dunque dalle elasticità di domanda ai prezzi. Le condizioni di Marshall-Lerner stabiliscono che, partendo da una situazione di equilibrio della bilancia commerciale, l’impatto sarà positivo se la somma delle elasticità rispetto al prezzo relativo () è superiore all’unità. Ciò dipende dal fatto che la svalutazione produce due effetti distinti: un effetto prezzo (EP) ed un effetto quantità (EQ). Il deprezzamento nominale implica infatti da un lato una riduzione del valore delle esportazioni (in quanto riduce i prezzi che i consumatori esteri pagano per i beni esportati) e dall’altro un aumento del valore delle importazioni (in quanto incrementa il prezzo in valuta domestica di quelli importati). Pertanto l’EP ha sempre un impatto negativo sul saldo di TB. Di contro, la riduzione del prezzo in valuta estera dei beni esportati dovrebbe contribuire ad aumentare il volume delle esportazioni così come l’aumento del prezzo dei beni importati dovrebbe determinare una contrazione dei volumi delle importazioni (effetto quantità). Possiamo perciò concludere che l’EQ esercita sempre un effetto positivo sulla bilancia commerciale.
    In simboli:

    Le condizioni di Marshall-Lerner consentono di stabilire quale tra i due effetti sia prevalente. Se la (7) viene rispettata allora EQ domina EP ed il saldo della bilancia commerciale ne beneficia.
    Esiste una vasta letteratura empirica volta ad analizzare gli effetti di variazioni del tasso di cambio sulla bilancia commerciale. I risultati delle analisi econometriche che hanno stimato le equazioni delle importazioni e delle esportazioni e le relative elasticità hanno sostanzialmente corroborato le predizioni della teoria di Marshall-Lerner. In particolare, studi condotti su dati di economie avanzate evidenziano come il deprezzamento del cambio, sebbene tenda a deteriorare il saldo commerciale nel breve periodo (il cosiddetto effetto J-curve), eserciti nel lungo periodo un impatto positivo sulla TB.
    Nel breve periodo è presumibile infatti che si abbia una prevalenza dell’EP dovuta al fatto che gli operatori impiegano un certo lasso di tempo per mutare le proprie decisioni e dunque pur in presenza di variazioni di prezzo non alterano i volumi delle quantità scambiate. Nel lungo periodo invece il miglioramento della TB sarebbe dovuto prevalere. La figura 2 descrive l’andamento temporale del saldo primario delle partite correnti (TB) nei periodi successivi all’avvenuto deprezzamento.

    Bibliografia
    Dornbusch, R., (1976), "Expectations and Exchange Rate Dynamics", Journal of Political Economy, Vol. 84(6), pp. 1161-76
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    Sarno L. e Taylor M.P. (2002), The Economics of exchange rate, Cambridge University Press, Cambridge, UK.

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  • TASSO DI CAPITALIZZAZIONE

    Saggio al quale viene computato l’interesse da aggiungere al capitale per determinare il montante (capitale più interessi) nel regime di capitalizzazione semplice e in quello di capitalizzazione composta (v.regimi finanziari).

  • TASSO DI CAPITALIZZAZIONE TITOLI

    Rapporto percentuale tra l’interesse o il dividendo annuo prodotto da un titolo ed il suo valore capitale al prezzo di mercato. Nell’ipotesi di un titolo obbligazionario del valore nominale di € 1.000, emesso al 2,50% annuale e quotato 1.100, il tasso di capitalizzazione sarà espresso dal rapporto: 250/1.100 = 0,0227 = 2,27%. Chiamato anche tasso di rendimento immediato, esso rappresenta, con una certa approssimazione, il reddito percentuale realmente prodotto dall’impiego della somma necessaria per acquistare il titolo sul mercato in un certo istante; per ottenere il saggio effettivo di rendimento occorre in realtà tener conto di molte altre componenti, quali: premi, differenze di rimborso, plusvalenze di capitale ecc Nel campo del reddito fisso, il tasso di capitalizzazione costituisce il parametro in base al quale vengono operate le più elementari scelte d’investimento fra titoli diversi. Il tasso di capitalizzazione risulta più elevato del tasso nominale se il titolo è quotato alla pari, inferiore in caso di quotazione sopra la pari. Per le azioni, il saggio in questioneè un dato puramente presuntivo, poiché viene calcolato in base all’ultimo dividendo distribuito, non conoscendosi l’entità di quello relativo all’esercizio in corso.

  • TASSO DI COMPENSAZIONE

    Cambio preso a base per il regolamento dei rapporti di debito e credito sull’estero, in regime di compensazione generale. Quest’ultimo è caratterizzato dal fatto che gli importatori versano o si impegnano a versare alla cassa di compensazione del proprio Paese ed in moneta nazionale il controvalore delle merci importate, mentre le somme così raccolte costituiscono il fondo da cui la cassa medesima preleva gli importi necessari per effettuare agli esportatori nazionali il pagamento delle merci esportate in un altro paese. In tale regime è necessario fissare negli accordi di compensazione le norme da seguire per la reciprocaconversione delle monete che può essere prestabilita in base alle quotazioni equivalenti, al corso ufficiale dei cambi o in base alla paritàoro legale. Si applica negli accordi di clearing e nelle politiche comunitarie di sostegno dell’agricoltura (PAC: v.Agenda 2000).

  • TASSO DI RENDIMENTO

    Rapporto tra risultato ottenuto e risorse impiegate misurato in termini percentuali. Con riferimento alla gestione dell’impresa il tasso di rendimento del capitale proprio (ROE) è costituito dal rapporto tra il risultato economico dell’esercizio e il capitale netto; quello del capitale investito (ROI) è misurato dal risultato operativo, mentre il denominatore è costituito dalla somma del capitaledi proprietà e di terzi (prestiti). Il tasso di rendimento è, più in generale, un parametro inteso ad evidenziare il risultato unitario di un fattore impiegato. Si parla, così, di tasso di rendimento del lavoro in termini di rapporto tra quantità prodotta e costo del personale; di tasso di rendimento delle materie prime in relazione all’entità di prodotto finito realizzato, ecc. Nella finanza aziendale il calcolo e la valutazione del tasso di rendimento di un progetto di investimento costituiscono una delle modalità disponibili per la selezione dei progetti stessi (v. IRR; analisi costi-benefici). Con riferimento ai valori mobiliari, esso assume diverse configurazioni in relazione all’accezione di rendimento cui si riferisce (v. rendimento di un titolo).

  • TASSO DI RIFERIMENTO

    Tasso attivo, detto anche tasso base, che deve essere applicato dalle banche sulle operazioni effettuate a valere su leggi agevolative che prevedono contributi statali in conto interessi. Esso viene modificato, dal 1987 con frequenza mensile, con decreto del Tesoro in relazione alle variazioni del costo della raccolta obbligazionaria a tasso fisso; tali variazioni vengono rilevate dalla Banca d’Italia che calcola il costo medio ponderato delle emissioni effettuate nel periodo di riferimento dalle stesse istituzioni creditizie a cui viene sommata una provvigione onnicomprensiva a favore degli istituti eroganti. La differenza tra il tasso di riferimento e il tasso agevolato, che deve essere corrisposto dal prenditore dei fondi, determina la misura del concorso agli interessi da parte dello Stato e, quindi, indirettamente il volume di credito erogabile a fronte di stanziamenti predeterminati nel bilancio pubblico. Questo meccanismo agevolativo risulta in una certa misura penalizzante per le banche eroganti, specie in periodi di elevata inflazione e in casodi lento e non pieno adeguamento del tasso di riferimento ai tassi di mercato.

  • TASSO DI RIFERIMENTO PER STRUMENTI GIURIDICI INDICIZZATI AL TUS

    Con l’avvio della terza fase dell’UEM è scomparso il tasso ufficiale di sconto e quello sulle anticipazioni della Banca d’Italia, sostituiti dai tassi ufficiali della BCE. Per agevolare la transizione al nuovo regime dei contratti conclusi precedentemente, la Banca d’Italia determina un tasso sostitutivo del tasso ufficiale di sconto, denominato “tasso di riferimento per gli strumenti giuridici indicizzati alla ragione normale dello sconto”. Tale tasso che, in base al f.lg. 24.6.1998 n. 213, sarà determinato per un periodo massimo di cinque anni, è modificato periodicamente con provvedimento del Governatore della Banca d’Italia, tenendo conto delle variazioni riguardanti lo strumento monetario della BCE che la Banca d’Italia considera più comparabile all’ex TUS.

  • TASSO DI RIPORTO

    Compenso spettante al riportatore per il finanziamento in capitali, effettuato nel riporto con interessi e per il rischio conseguentemente assunto. Il tasso di riporto è la rappresentazione in termini percentuali del costo o prezzo del riporto che, a sua volta, è dato dalla differenza tra il prezzo a termine e quello a pronti.

  • TASSO DI RISCONTO

    Saggio al quale le banche con disponibilità in eccesso riscontano il portafoglio cambiario di banche che, al contrario, si trovano in temporaneo fabbisogno di cassa. Il risconto costituisce, quindi, per l’intermediario scontante, una forma temporanea di impiego e per la banca un’operazione complementare di provvista dei fondi alla quale ricorre transitoriamente per far fronte ad elevati e imprevisti fabbisogni di liquidità. Il tasso di risconto era collegato in modo diretto od indiretto al tasso ufficiale praticato dalla Banca d’Italia (v. tasso ufficiale di sconto), ma variava, come varia tuttora, da banca a banca, dipendendo dalla situazione di liquidità in cui si trova l’istituto riscontante, dall’apprezzamento che esso fa della bontà del portafoglio presentato al risconto e più in generale dalla valutazione delle condizioni attuali e prospettiche del mercato. Nell’Eurosistema il risconto è sostituito, oggi, dalle operazioni di rifinanziamento con una banca centrale nazionale (v. politica monetaria). Il risconto trova oggi applicazione pressoché soltanto con istituti di rifinanziamento (p.e. Artigiancassa; v. credito artigiano) assistiti da incentivi creditizi.

  • TASSO DI SCONTO

    Tasso di interesse applicato per calcolare lo sconto per il periodo intercorrente tra il giorno in cui si effettuano l’operazione di sconto e la scadenza del credito scontato (v. sconto commerciale per il computo). Esso costituisce il prezzo delle operazioni di sconto bancario, che per il cliente costituiscono uno smobilizzo di crediti a scadenza. Il tasso effettivo di sconto differisce da quello nominalein quanto è calcolato in base all’anno civile ed è comprensivo dei giorni banca, delle commissioni, dei diritti di brevità e degli altri compensi accessori richiesti dalla banca. L’onere varia in base alle condizioni del mercato finanziario, alla solvibilità del cliente ed alla presentazione di effetti pagabili su piazza o fuori piazza.

  • TASSO EFFETTIVO GLOBALE MEDIO - TEGM

    Il Tasso effettivo globale medio indica il valore medio del tasso effettivamente applicato dal sistema bancario e finanziario a categorie omogenee di operazioni creditizie (ad esempio: aperture di credito in c/c, crediti personali, leasing, factoring, mutui, ecc.) nel secondo trimestre precedente. Ai sensi della legge il calcolo del tasso deve tener conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate all’erogazione del credito. I tassi rilevati sono pubblicati trimestralmente in Gazzetta Ufficiale. Il tasso effettivo globale medio risultante dall’ultima rilevazione e relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito è compreso determina la soglia oltre la quale gli interessi sono sempre usurari in base alla legge n. 108/96, come modificata dal d.l. 70/2011. Le banche e gli intermediari finanziari sono tenuti a pubblicizzare nei locali aperti al pubblico il TEGM.
    Fonte: Banca d'Italia

  • TASSO EQUIVALENTE

    È il tasso che equivale a un tasso d’interesse per un dato periodo, ma riferito a un periodo differente da quest’ultimo. Solitamente è impiegato 1) per ragguagliare tassi posticipati applicati su periodi diversi dall’anno (p.e. semestrali, trimestrali ecc. e anche pluriennali) col tasso standard annuo posticipato, ovvero 2) per stabilire l’equivalenza tra tassi anticipati e tassi posticipati (e viceversa).

    1. Equivalenza tra tassi di interesse posticipati. Nel caso del regime di capitalizzazione semplice un tasso posticipato ikper un periodo infrannuale k è pari a 1/k del tasso equivalente annuale i (p.e. il 3,5% semestrale, cioè per 0,5 anni, è 0,5x3,5% = 7%; il 12% per un anno e mezzo è (1/1,5) x12% = 8%). Nel caso del regime di capitalizzazione composta vige invece la relazione generale (1+ik ) k = 1+i, da cui si ricava i = [(1+ik) k…1]. Questa formula, dove ik è il valore conosciuto e i la variabile dipendente, permette: a) di ragguagliare al tasso effettivo i (tasso posticipato annuo) un tasso ikcorrisposto effettivamente per un periodo diverso; b) di calcolare a quale tasso ik corrisponde un tasso annuo effettivo i. L’ipotesi a) ricorre nel caso dei prestiti al consumo: p.e. un tasso mensile dell’1% corrisponde a un tasso annuo effettivo (1+1%)12 = c.a 12,6825%. L’ipotesi b) si verifica quando, come nel caso dei mutui, gli interessi proporzionali a un certo tasso annuo sono corrisposti semestralmente o trimestralmente. In tal caso l’incognita ik è facilmente calcolabile per iterazione su di un foglio elettronico, o desumibile dalle comuni tavole finanziarie: p.e. se gli interessi sono corrisposti semestralmente a un tasso annuo del 12%, essi graveranno semestralmente con un tasso di c.a 5,8305%. Una terza applicazione, riconducibile a b), si ha quando è indicato un dato tasso annuo nominale jk convertibile k volte nell’anno (che viene cioè computato e corrisposto effettivamente in k quote ripartite nel corso dell’anno:, p.e. semestralmente, trimestralmente ecc.) e si vuol conoscere il tasso effettivo. Vale in questo caso la relazione jk = kik, ovvero i = [(1 + (jk/k) ]k - 1. P.e.: nel caso di un tasso annuo nominale dell’8% da convertire mensilmente, il tasso effettivo annuo a carico del debitore risulta di c.a 8,3%.
    2. Equivalenza tra tassi di interesse anticipati e posticipati
    . Solitamente i tassi anticipati sono applicati in operazioni a breve termine infrannuali, dove assumono veste di tasso di sconto. Nel regime di capitalizzazione semplice per un tasso anticipato ia nominale annuo su di un’operazione a m mesi si ha l’equivalente tasso Ëannuo posticipato secondo la formula: i = {ia/[1-iq(m / 12) ]} Operazioni di questa specie sono equivalenti, in termini di tasso, a un’anticipazione del netto ricavo gravato a scadenza di un interesse pari allo sconto: scontare una cambiale di € 10.000 a tre mesi al 9%, che comporta uno sconto di € 225 è come fare un finanziamento a tre mesi di € 9.775 con il pagamento fi- nale di € 225: in entrambi i casi il tasso annuo posticipato è di c.a il 9,2072%. Se si applica il regime di capitalizzazione composta la formula diventa: i = {1/[1-ia(m/12) ]}12/m e per l’operazione precedente il tasso effettivo annuo posticipato è c.a 9,53%. Nel caso, non frequente, di finanziamenti pluriennali con tasso anticipato, il tasso effettivo posticipato corrisponde al tasso di rendimento interno (IRR) ed è calcolabile per iterazione con la medesima formula:

    n
    ? [ At / (1+i )t ] =0
    t=0

  • TASSO INDICIZZATO

    Tasso di interesse, normalmente a lungo termine, legato attraverso un particolare meccanismo di indicizzazione a una variabile di riferimento. Le variabili più usate sono costituite dai tassi di interesse a breve (indicizzazione finanziaria) e dal tasso di in- flazione (indicizzazione reale). In Italia la forma di indicizzazione più diffusa è quella finanziaria e riguarda p.e. i certificati di credito del Tesoro (CCT), il cui rendimento è stato collegato a quello dei buoni del Tesoro (BOT). Altri indici molto usati nel nostro Paese sono Rendiob, Rendistato e Rendimento medio obbligazionario Mediobanca.

  • TASSO INTERBANCARIO

    Tasso d’interesse applicato sui depositi interbancari. Varia in funzione della durata del vincolo dei depositi, e costituisce un parametro di riferimento per la fissazione del costo del denaro che il sistema bancario concede agli operatori economici.

  • TASSO INTERNO DEI FONDI

    Acr.: TIF. Tasso d’interesse convenzionale applicato dalle banche nel transfer pricing per le determinazioni di risultati economici particolari, come le analisi di redditività svolte per il calcolo della contribuzione agli utili delle singole fi- liali, dei prodotti e servizi bancari, dei rapporti di clientela. Con la diffusione delle metodologie di controllo di gestione, tali analisi hanno dato luogo allo sviluppo di sistemi informativi sulla redditività, utilizzati dalla direzione a fini decisionali e di valutazione degli andamenti economici nei vari settori e aree di attività. Il TIF viene applicato alle eccedenze o ai fabbisogni di fondi relativi all’oggetto dell’analisi.Nel caso della filiale bancaria, p.e., l’applicazione del TIF produce dei ricavi per interessi a favore della filiale se questa è creditrice netta di fondi nei confronti della direzione centrale, ciò che avviene se la filiale ha una somma di depositi maggiore rispetto agli impieghi creditizi e per riserve obbligatorie. Il TIF produce invece dei costi per interessi se la filiale ha una posizione debitoria verso la direzione centrale, se cioè è utilizzatrice netta di fondi che le sono messi a disposizione per far fronte ai maggiori impieghi rispetto alle disponibilità derivanti dai depositi. Lo stesso concetto è applicato nelle determinazioni reddituali relative ai singoli prodotti bancari (prodotti di deposito e prodotti di impiego) e ai rapporti di clientela (clienti depositanti e clienti prenditori di fondi). Riguardo alle modalità di determinazione del TIF, il criterio normalmente adottato è quello del tasso unico (applicato sia alle eccedenze che ai fabbisogni di fondi) e del tasso marginale, trattandosi di misurare la contribuzione agli utili delle filiali, dei prodotti o dei rapporti di clientela, soprattutto a fini decisionali e di convenienza. Tassi marginali potrebbero essere, a seconda della posizione finanziaria della banca, il tasso di provvista di fondi sul mercato interbancario o il tasso di impiego in titoli a breve del Tesoro. Il TIF acquista anche valore indicativo delle politiche seguite dalla banca e di indirizzo delle sue scelte operative. Infatti le filiali sono indotte, dall’applicazione del TIF ai loro rendiconti economici, a non perfezionare operazioni di deposito a tassi (costi) superiori al TIF e operazioni di impiego a tassi inferiori che avrebbero una contribuzione negativa. Per il buon funzionamento del TIF quale tasso direttore delle politiche e delle decisioni assunte dalle strutture della banca, è opportuno che lo stesso sia stabilito con criteri di massima trasparenza e di obiettività per non ingenerare sospetti che i risultati economici siano in qualche modo artefatti dalla direzione centrale. Il tasso interbancario, frequentemente usato, risponde infatti a questi criteri.

  • TASSO INTERNO DI RENDIMENTO (TIR)

    Tasso di sconto che eguaglia il valore attuale dei flussi di uscita di cassa attesi al valore attuale dei flussi di entrata attesi. Esso è rappresentato da quel tasso r, tale che


    r tale che dove At è il flusso

    netto di cassa per il periodo t, sia esso in entrata o in uscita e n è l’ultimo periodo nel quale ci si attende un flusso di cassa. Se il flusso iniziale in uscita (o il sostenimento del costo) avviene al momento 0, l’equazione può essere espressa nel modo seguente:

    Perciò r

    è il tasso con cui occorre scontare i flussi di cassa futuri (da A1 ad An) per rendere la loro somma uguale all’uscita iniziale al tempo 0 (A0 = 0), ipotizzando implicitamente che i flussi di cassa liberati dall’investimento siano reinvestiti a quello stesso tasso r. Il criterio di accettazione di un investimento con il metodo del tasso di rendimento interno consiste nel confrontare il tasso calcolato per un progetto con un tasso di rendimento richiesto, il cosiddetto tasso di accettazione o di selezione (cut-off rate): il progetto viene accettato se il tasso di rendimento interno è superiore al tasso richiesto.

  • TASSO IRREVOCABILE DI CONVERSIONE IN EURO

    Tasso fissi di cambio in euro delle divise dei Paesi entrati nell’Eurosistema in vigore nel periodo 1°.1.1999-31.12.2001 e, successivamente, ancora nel periodo transitorio di doppia circolazione. Essi sono stati definiti irrevocabili, in quanto non modificabili se non con l’uscita dall’Eurosistema e sono espressi in valuta nazionale per 1 euro. Sono stati fissati dal regolamento (CE) n. 2866/98 del Consiglio, del 31.12.1998 per gli 11 Paesi e dal regolamento (CE) n. 1478/2000 del Consiglio, del 19.6.2000 per la Grecia in queste misure:

    1 euro
    = 40,3399 franchi belgi
    = 1,95583 marchi tedeschi
    = 166,386 pesete spagnole
    = 6,55957 franchi francesi
    = 340,750 dracme greche
    = 0,787564 sterline irlandesi
    = 1936,27 lire italiane
    = 40,3399 franchi lussemburghesi
    = 2,20371 fiorini olandesi
    = 13,7603 scellini austriaci
    = 200,482 escudi portoghesi
    = 5,94573 marchi finlandesi.

  • TASSO PENSIONS

    Tasso d’interesse sui prestiti a 5-10 giorni concessi dalla Banque de France alle banche.

  • TASSO SOCIALE DI PREFERENZA INTERTEMPORALE

    Tasso al quale una collettività è disposta a differire il consumo (lo stesso concetto può essere traslato per l’individuo): un tasso di preferenza intertemporale del 5% all’anno significa che si è disposti (come collettività o individuo) al sacrificio di posporre di un anno un’utilità di consumo possibile oggi, se esso sarà allora almeno del 5% superiore e, inversamente, si sarà disposti al consumo oggi di un’unità disponibile fra un anno, p.e. facendo un cambio con un bene fungibile, purché esso sia inferiore non più del 5%. In questo modello, il tasso di preferenza temporale opera secondo i meccanismi della capitalizzazione o dell’attualizzazione, con la formula matematica dell’interesse composto per periodi superiori a 1. Il tasso di preferenza intertemporale è impiegato nella valutazione economica dell’analisi costi benefici come tasso sociale di sconto.

  • TASSO SUI FEDERAL FUNDS

    In amer.: Federal funds rate. Tasso d’interesse a brevissimo termine sul mercato statunitense dei Federal funds (q.v.) in cui si scambiano le riserve in eccesso detenute dalle aziende di credito presso la Federal Reserve (v. Federal Reserve System). Sebbene si tratti di un tasso negoziato sul mercato, costituisce un riferimento per l’azione della Riserva federale; di conseguenza è da considerarsi un importante indicatore dell’orientamento della politica monetaria statunitense.

  • TASSO UFFICIALE DI SCONTO

    Acr.: TUS; tus. Tasso al quale la Banca d’Italia praticava il risconto alle banche. Dal 1°.1.1999 le operazioni di risconto sono cessate e il rifinanziamento delle banche è stato sostituito dalle procedure comuni dell’Eurosistema (v. politica monetaria). In Italia il TUS era fissato con decreto del Tesoro, su proposta del Governatore della Banca d’Italia. Dal 1992 una modifica legislativa aveva accresciuto l’autonomia della Banca d’Italia, consentendole di manovrare direttamente il tasso di sconto. Di regola era inferiore ai tassi applicati dalle banche sulle operazioni di concessione di credito alla clientela. La variazione del tasso ufficiale di sconto seguiva l’andamento dei tassi d’interesse del mercato monetario, confermandone l’evoluzione. Inoltre, tale variazione era un segnale importante per le banche che variavano di conseguenza i tassi sui depositi e sui prestiti. Anche le aspettative degli operatori sull’andamento futuro dei tassi d’interesse sui titoli (variabile molto importante nella domanda di titoli e quindi nel controllo della base monetaria) erano influenzate da una variazione del TUS. Un aumento del tasso ufficiale di sconto influenzava l’offerta di credito da parte delle banche, oltre che per il maggior costo del ricorso al credito di ultima istanza, anche per il segnale di linea politica monetaria che esso comportava. P.e., un aumento del tasso ufficiale accresceva il rischio d’illiquidità per le banche, dal momento che la Banca d’Italia poteva concedere o negare a sua discrezione il risconto o le anticipazioni agli istituti di credito che ne fanno domanda, ed era probabile che la politica monetaria diventasse più restrittiva dopo l’aumento del tasso. La variazione del tasso ufficiale di sconto si rifletteva, inoltre, anche sui movimenti internazionali dei capitali attraverso l’afflusso o il de- flusso di questi ultimi e quindi sul conto capitale della bilancia dei pagamenti. La manovra del tasso ufficiale di sconto costituiva uno strumento di politica monetaria assai usato nel controllo dell’economia, più per gli effetti di annuncio che per l’influenza sui conti economici e sulle politiche delle banche. Per questi motivi esso era anche il primo a essere usato, prima di ricorrere alla manovra di strumenti più complessi e di altra natura come la riserva obbligatoria e il tasso di cambio.

  • TASSO UFFICIALE SULLE ANTICIPAZIONI

    Tasso d’interesse applicato dalla Banca d’Italia alle operazioni di rifinanziamento delle banche che avvenivano sotto forma di anticipazione in conto corrente o a scadenza fissa. In Italia il tasso veniva variato con decreto del Tesoro, su proposta del Governatore della Banca d’Italia. Questo tasso d’interesse presentava un meccanismo di penalizzazione che consisteva in una maggiorazione da applicarsi automaticamente a seconda della frequenza con cui la singolabanca poneva in essere l’operazione. Ciò per disincentivare il ricorso automatico all’anticipazione e per sensibilizzare maggiormente le banche ad una più attenta gestione della loro liquidità. La variazione di questo tasso ufficiale era un segnale importante soprattutto per le banche. Molti degli effetti prodotti da una sua manovra sono simili a quelli sul tasso ufficiale di sconto.

  • TAVOLA INPUT OUTPUT (Enciclopedia)

    L’analisi Input … Output ( o analisi delle interdipendenze settoriali) è legato al nome dell’economista russo-americano Wassily Leontief che ne presentò una prima versione nel 1936. Egli ha inizialmente ripreso l’intuizione fondante di F. Quesnay che, nel Tableau économique, per primo indagò le relazioni economiche esistenti tra classi sociali e settori produttivi, considerando, quindi, l’economia come un insieme di settori.
    Il Modello I-O è uno schema di equilibrio economico generale, legato alla tradizione Walras-Pareto ed "elaborato per dar luogo ad applicazioni empiriche: per provvedere, cioè, alla misura delle relazioni che intercorrono tra le singole sezioni ("settori", "attività") di un sistema economico; e per quantificare gli effetti di determinate decisioni di politica economica"1.
    Nel suo modello, Leontief tiene conto dei diversi settori in cui è suddivisa l’economia, definisce le relazioni che intercorrono tra i settori stessi, "ed in particolare, il valore dei flussi dei beni e servizi prodotti ed utilizzati dalle singole branche dell’economia"2.
    Lo strumento di analisi necessario per analizzare le interdipendenze settoriali è la tavola Input … Output, una matrice a doppia entrata costituita da tre sottomatrici.
    La sottomatrice branche … branche, anche denominata tavola degli impieghi intermedi, descrive tutti i flussi intermedi tra le varie branche di produzione, prima che l’output finale sia reso disponibile per il mercato dei consumi o per quello degli investimenti. Questa sotto matrice assume la forma di una matrice quadrata in cui ad ogni riga ed ad ogni colonna corrisponde una branca di produzione omogenea. Nel senso delle colonne si registrano i flussi di beni e servizi che ciascun settore acquista da tutti gli altri, mentre, nel senso delle righe sono registrati i flussi che ciascun settore vende a tutti gli altri.
    La sottomatrice branche … fattori di produzione indica i redditi che vanno a remunerare i fattori di produzione, è anche definita tavola degli impieghi primari e delle risorse. Evidenzia il valore aggiunto e le sue componenti, quali retribuzioni, oneri sociali, ammortamenti ed altri redditi, ma anche le imposte, la produzione, le importazioni ed il totale delle risorse delle branche produttive. Le righe della matrice rappresentano i costi e le risorse, mentre le colonne mostrano le branche.
    La sottomatrice branche … impieghi finali, anche detta tavola degli impieghi finali, registra, infine, i flussi finali relativi all’incrocio tra branche e domanda finale suddivisa in consumo privato, spesa pubblica, investimenti ed esportazioni. La tavola riporta i beni e servizi che dalle branche di origine affluiscono alla domanda finale. Come le altre, anche questa sottomatrice rappresenta una tabella a doppia entrata, nella quale per riga troviamo le branche e per colonna gli impieghi finali dei prodotti.
    La lettura della matrice I-O nel senso delle colonne consente di analizzare per ciascuna branca, il processo di formazione delle risorse e la struttura dei costi di produzione; i totali di ogni colonna, rappresentano quindi, gli acquisti effettuati da ciascuna branca.
    Leggendo la matrice nel senso delle righe, invece, è possibile analizzare la produzione delle branche secondo la destinazione, ossia il risultato dell’attività produttiva ripartito per ciascuna branca; i totali di ogni riga rappresentano, quindi, le vendite realizzate da ogni branca.
    Leontief suppone che l’economia di un paese sia suddivisa in n attività, ciascuna delle quali produce un prodotto omogeneo. Ogni attività per funzionare assorbe risorse, gli inputs, ma allo stesso tempo dà vita ai prodotti, o outputs.
    Considerando la tavola degli impieghi intermedi, ed indicando con Xi il volume della produzione realizzata dalla branca i, si considera il seguente sistema di equazioni:
    . (1)
    Per poter operare sul suddetto sistema di equazioni e "rappresentare lo stato della tecnica di produzione del sistema economico"3, la tavola degli impieghi intermedi viene trasformata in matrice dei coefficienti ammettendo l’ipotesi di tecnologia lineare, secondo cui "in ciascuna attività produttiva la quantità di inputs assorbita sia, per ciascun input, strettamente proporzionale al volume dell’output conseguibile"4. In questo modo, si stabiliscono i coefficienti tecnici, così definiti in quanto indicano la quantità di input della branca i necessaria per realizzare un’unità di output della branca j.
    i, j = 1, 2, …,n (2)
    La (2) esprime l’equazione generale dei coefficienti tecnici. Se al variare della dimensione della produzione, questi coefficienti rimangono invariati, e dunque, il rendimento delle diverse risorse rimane costante in ogni settore, le equazioni del sistema (1), possono scriversi nel seguente modo:
    (3)
    La (3) esprime il sistema di equazioni di bilancio della Tavola I-O, dove n rappresenta il numero dei settori, Y esprime la domanda finale soddisfatta dalla produzione interna, i è il numero dei settori di origine dei vari flussi, ed infine e j è quello di destinazione.
    Ciascuna relazione del sistema (3) esprime il livello di produzione per ogni singolo settore, che dipendono dai coefficienti tecnici , i livelli di produzione degli altri settori produttivi e le domande finali .
    Usando una notazione compatta, il sistema (3) si può scrivere come:
    (4)
    dove I è la matrice unità, ovvero la matrice (n x n) con elementi tutti nulli tranne quelli sulla diagonale principale che sono pari ad uno. A è la matrice (n x n) dei coefficienti tecnici , x è il vettore colonna delle n produzioni lorde, mentre y rappresenta il vettore della domanda soddisfatto dalla produzione.
    La soluzione sarà data allora da:
    (5)
    che ammette unica soluzione se il determinante della matrice I-A è diverso da zero.
    Il modello aperto input-output può essere espresso in forma differenziale come segue:
    (6)
    dove dX rappresenta il vettore (n x 1) delle variazioni dei livelli di produzione, A è la matrice input output (n x n), dA la matrice delle variazioni dei coefficienti input output a,d, dY l’(n-1)esimo vettore di variazione della domanda finale.
    Le relazioni tra i fattori produttivi e la produzione può essere altresì rappresentata in forma differenziale come segue
    (7)
    dove dZ esprime il vettore (m x 1) delle variazioni dei livelli di occupazione dei fattori della produzione q, F rappresenta la matrice input output (m x n) tra fattori e prodotti e dF la sua corrispondente matrice delle variazioni.
    Supponendo una variazione esogena della domanda e della matrice input output si ottiene:
    (8)
    Inoltre, combinando la (7) e la (8) si ottiene un vettore di variazione della produzione e dei livelli di occupazione dei fattori produttivi a fronte di variazioni esogene della domanda finale.
    Questa espressione può essere utilizzata per valutare l’impatto di una variazione esogena nella domanda finale e/o nella tecnologia nel sistema economico, sotto le ipotesi che l’offerta di fattori produttivi è sufficientemente flessibile rispetto alla crescita della domanda. In molte applicazioni, i coefficienti delle matrici A e F sono assunti costanti.
    _______________________________________
    1D’Antonio M. (1980) Analisi delle interdipendenze settoriali: Teoria e applicazioni empiriche, Liguori Editore, Napoli.
    2Scandizzo P.L., Miali M., (2003) Italia: 1995/2000. Analisi e scomposizione strutturale della variazione dell’output attraverso l’utilizzo della tavola I-O e della matrice di contabilità sociale (SAM).
    3Scandizzo P.L., Miali M (2003), Italia: 1995/2000. Analisi e scomposizione strutturale della variazione dell’output attraverso l’utilizzo della tavola I-O e della matrice di contabilità sociale (SAM).
    4D’Antonio M. (1980) Analisi delle interdipendenze settoriali: Teoria e applicazioni empiriche, Liguori Editore, Napoli.
    Bibliografia
    Leontief, Wassily. [1941] 1953. The Structure of the American Economy. Oxford University Press.
    Leontief, Wassily W. Input-Output Economics. 2nd ed., New York: Oxford University Press, 1986
    D’Antonio M. (1980) Analisi delle interdipendenze settoriali: Teoria e applicazioni empiriche, Liguori Editore, Napoli
    Scandizzo P.L., Miali M (2003), Italia: 1995/2000. Analisi e scomposizione strutturale della variazione dell’output attraverso l’utilizzo della tavola I-O e della matrice di contabilità sociale (SAM).

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  • TAX SHELTER

    Lett.: rifugio fiscale. Istituto del diritto tributario statunitense consistente in speciali riduzioni del carico fiscale o agevolazioni di varia natura quali le detrazioni speciali per esaurimento di un giacimento o l’esenzione degli interessi delle obbligazioni emesse da enti pubblici

  • TAYLOR RULE (TR)

    La Taylor rule (TR) è una regola di politica monetaria sviluppata da John Taylor (1993). Secondo la TR la banca centrale dovrebbe modulare il tasso di interesse a breve (ad esempio, nel caso della Federal Reserve americana, il tasso sui Federal Fund) in risposta agli scostamenti tra il tasso di inflazione ed il tasso di inflazione obiettivo e tra output corrente e quello potenziale. La TR può essere scritta come segue:
    dove:

    - itè il tasso di interesse nominale ed è il tasso di interesse nominale di equilibrio;
    - è il tasso di inflazione effettivo e è l’inflation target;
    -
    è il livello corrente della produzione e è l’output potenziale;
    Se la banca centrale adottasse la TR, dovrebbe innalzare il tasso di policy sia quando l’inflazione fosse al di sopra del proprio target che quando la produzione eccedesse il livello potenziale. Nel caso opposto dovrebbe invece adottare una politica monetaria accomodante.
    Bibliografia
    Taylor J.B. (1993), "Discretion Versus Policy Rules in Practice", Carnegie-Rochester Conference Series on Public Policy, Vol. 39, pp. 195-214.

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  • TCP/IP

    Acr. di: Transmission Control Protocol / Internet Protocol. Indica l’insieme di protocolli che consente il colloquio tra elaboratori; sviluppato verso la fine degli anni ’70, costituisce uno degli standard di Internet. La suite di protocolli TCP/IP è di tipo “aperto” in quanto è utilizzabile con apparati hardware di tipo diverso.

  • TECNICA BANCARIA

    Disciplina degli aspetti tecnico-operativi delle banche, rientrante in quella più ampia concernente l’economia bancaria. Gli studi di tecnica bancaria riguardano, pertanto, le norme e le caratteristiche contrattuali delle operazioni e dei servizi offerti dallebanche, oltre che i loro effetti finanziari, reddituali e patrimoniali. Il termine può essere inteso in un’accezione più ampia, comprensiva delle problematiche gestionali e degli studi concernenti le funzioni tipiche delle banche, a fronte della quale sarebbe più corretto parlare di economia delle banche.

  • TECNICA DEI FLUSSI DI CASSA ATTUALIZZATI (Enciclopedia)

    La tecnica dei flussi di cassa attualizzati (DCF, dall’acronimo inglese discounted cash flow analysis) rappresenta una metodologia di stima per la valutazione economico-finanziaria di un progetto, un’attività o una politica, che tiene conto del valore temporale della moneta e della dimensione e distribuzione dei flussi monetari di un investimento (Reisman A., 1973). E' utilizzata per scontare all’attualità flussi di cassa che si manifestano in periodi temporali diversi, in modo tale da determinare se un progetto sia finanziariamente ed economicamente conveniente. Il risultato dell’analisi DCF determina l’opportunità o meno della realizzazione del progetto, espressa attraverso criteri di
    selezione.
    Questa tecnica ha origine nella teoria della finanza ed è stata formalizzata per la prima volta nel 1938 da John Burr Williams. In "The Theory of Investment Value" l'autore definisce il "valore di un investimento" come il valore attuale netto di tutti i suoi futuri dividendi. Questa definizione fornisce una misura del valore intrinseco dell’investimento che è indipendente dal suo valore di mercato.
    Nel caso di flussi di cassa che si manifestano in diversi periodi temporali la formula dell’analisi DCF può essere formalizzata come segue:

    Dove
    - FC è il valore nominale del flusso di cassa in un periodo futuro;
    - r è il tasso di sconto
    - t è il tempo
    Come metodo di valutazione, l’analisi DCF ha l'obiettivo (a) di comparare costi e benefici che si manifestano in diversi periodi di tempo, e (b) calcolare indicatori di sintesi, quali il valore attuale netto (VAN) e il tasso interno di rendimento (TIR), in modo tale da stimare quali tra i progetti o politiche oggetto di valutazione sono in grado di liberare più risorse. (Pennisi, G. e Scandizzo, 2003). Tenendo conto di tale principio un investimento viene definito vantaggioso se la somma delle risorse (flussi di cassa) liberate, eccede l’importo di quelle assorbite.
    L’analisi DCF è basata sul principio che la moneta rappresenta il mezzo universale di scambio e che si considera razionale intraprendere un investimento solo se questo garantisce l'aspettativa di un premio per l’investitore. Per porre in essere una analisi di questo genere è necessario, per ciascun anno del ciclo di vita del progetto, stimare in termini monetari le entrate e le uscite che il progetto presuppone per la sua realizzazione (in termini di costi e benefici). Un investitore razionale deciderà di intraprendere il progetto solamente se quest’ultimo potrà garantire, non soltanto il rientro dell'investimento iniziale, ma anche un appropriato tasso di rendimento, il cui valore dipende dalle caratteristiche del progetto e dal mercato di riferimento. È a tale scopo che i flussi di cassa vengono scontati all’attualità ad un tasso di sconto che prenda in considerazione il rendimento obiettivo dell’investitore, il premio per il rischio ed eventualmente la perdita di valore della moneta causata dall’inflazione (Scandizzo, P.L., 1992).
    Generalmente un soggetto economico razionale preferisce, infatti, il consumo presente piuttosto che il consumo futuro e richiede un premio per il rischio nel caso in cui il flusso di cassa atteso non si verifichi (Bragg S. M., 2010).
    Il valore attuale netto (VAN) e il tasso di rendimento interno (TIR) sono i principali criteri di selezione calcolati sulla base dell’analisi DCF (Nuti F. 2001).
    Bibliografia
    Bragg S. M., (2010), The Ultimate Accountants' Reference Including GAAP, IRS & SEC Regulations, Leases, and More, John Wiley and Sons.
    Nuti F. (2001), La valutazione economica delle decisioni pubbliche, Giappichelli, Torino.
    Pennisi, G. e Scandizzo, P.L., Valutare l’Incertezza, L’Analisi Costi Benefici nel XXI Secolo, Giappichelli, Torino, 2003.
    Reisman A. (1973), Discounted cash flow analysis: stochastic extensions, Issue 1 of Monograph series, American Institute of Industrial Engineers.

    Scandizzo, P.L., La progettazione dell'impresa giovane, SGE (Società Generale Editrice), Napoli, 1992.

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  • TECNICA DI COMUNICAZIONE A DISTANZA

    Tecniche diverse dagli annunci pubblicitari con le quali le banche e gli intermediari contattano la clientela. Tali tecniche non comportano la presenza fisica e simultanea del cliente e dell’intermediario o di un suo incaricato. Tra esse rientrano ad esempio il telefono, la posta, Internet, ecc.
    Fonte: Banca d'Italia

  • TEDS

    Acr. di: Tasso Effettivo Definito in senso Stretto (fr. taux effectif au sens étroit-TESE; ingl. narrowly defined effective rate-NDER).Concetto introdotto dalla BCE col Regolamento (CE) 63/2002 del 20.12.2001 per stabilire rilevazioni uniformi e dotarsi di un quadro statistico esaustivo, dettagliato e armonizzato del livello dei tassi di interesse applicati dalle istituzioni finanziarie monetarie (IFM) e delle loro variazioni nel tempo. Il TEDS può essere richiesto dalle BCN per tutti o per alcuni strumenti di deposito e prestito e ciò in alternativaalla segnalazione del tasso annuo concordato. Il TEDS è il tasso di interesse, su base annua, che uguaglia il valore attuale di tutti gli impegni diversi dalle altre spese (accensione di depositi o prestiti, ulteriori pagamenti o rimborsi, pagamenti in conto interessi), futuri o presenti, concordati dal soggetto dichiarante con la famiglia o la società non finanziaria. Esso è calcolato quindi per approssimazioni successive come il TAEG previsto dalla direttiva 87/102/CEE del Consiglio del 22.12.1986 del quale è equivalente per quanto riguarda la componente “interesse” e rispetto al quale esclude spese e oneri accessori a carico del debitore. Il TEDS è un indice equivalente anche al tasso annuo concordato, altro concetto introdotto dal Regolamento 63/2002 della BCE. La sola differenza è data dal processo di calcolo che nel TEDS opera per approssimazioni successive e può pertanto essere applicato a ogni tipo di deposito o prestito, mentre il tasso annuale concordato utilizza una formula algebrica applicabile solo ai depositi e ai prestiti con capitalizzazione regolare dei pagamenti in conto interessi. Tutti gli altri requisiti sono identici e ciò comporta che i successivi riferimenti al tasso annuo concordato si applicano anche al tasso effettivo definito in senso stretto.

  • TEL QUEL

    Espressione passata dalla lingua francese al linguaggio di borsa internazionale. La forma completa è tel quel price (scritto anche tel-quel price). Indica che il prezzo dello strumento finanziario include il valore dei diritti accessori (interessi o dividendi non ancora esigibili, diritti di opzione o di assegnazione ecc.) e degli altri diritti accessori (v. corso tel quel) e ciò fino al giorno antecedente lo stacco del diritto, cioè al giorno della quotazione ex diritto (v. corso ex diritto). Quando il diritto è costituito dal dividendo la quotazione si dice anche cum dividendo. Per le obbligazioni negli USA il corso senza dietimi di interesse è detto anche flat.

  • TELE-PROCESSING

    Lett.: elaborazione a distanza. Tecnica, usata nel campo dell’informatica, che permette di collegare, attraverso una rete specifica o una rete telefonica, a un calcolatore una serie di terminali periferici in grado di fornire dati al computer e di riceverne. Il sistema tele-processing, opera spesso in tempo reale; in tal caso il collegamento tra centro e periferia è continuativo e permette di elaborare i dati nel momento in cui essi sono originati. Una banca può utilizzare il sistema in due maniere differenti, consistenti o nel collegare tutti gli sportelli in tele-processing real-time, per tutti i servizi bancari o per una parte di essi, ovvero nel collegare solo una parte degli sportelli in via diretta e continuativa, mentre gli altri sportelli, provvisti di mezzi off line, dispongono di un collegamento temporaneo e servono eventualmente da punto di appoggio per la trasmissione e la ricezione di dati di filiali non do- tate di collegamento. I vantaggi offerti dal sistema tele-processing real time sono molteplici, sia a livello centrale, sia a livello periferico. Nel primo ambito il sistema facilita la riassunzione della contabilità, il controllo di gestione, l’attività di programmazione bancaria. Relativamente all’attività di sportello, la tecnica di tele-processing consente di semplificare le procedure contabili, migliorare la qualità dei servizi offerti alla clientela, autogestire operazioni prodotte ed elaborate su iniziative del centro, soddisfare in maniera rapida i sempre crescenti obblighi imposti dal fisco e dalle autorità monetarie, acquisire una sempre più vasta gamma di informazioni.

  • TELEBANKING

    Lett.: banca a distanza. Attività di e-banking che permette al cliente di eseguire dal suo domicilio operazioni bancarie e finanziarie e ricevere, trasmettere o cercare informazioni tramite un personal computer o un telefono, fisso o cellulare, connessi in rete. Nell’uso corretto dei termini, telebanking riguarda tutti gli utenti dei servizi (privati, imprese, altre organizzazioni compresi altri intermediari finanziari), mentre home banking dovrebbe essere limitato alla clientela privata. I servizi, tipicamente a valore aggiunto, riguardano informazioni sui movimenti e sul saldo di conti correnti, esecuzione di pagamenti (bonifici, bollettini postali, imposte e tasse), operazioni in titoli (trading on line), informazioni di borsa e altri servizi non necessariamente bancari come comunicazioni alla banca, caselle elettroniche postali, segnalazione di offerte e vetrine virtuali della banca e di partner della banca, consigli per il tempo libero e quanto altro può essere gestito in rete. (v. anche virtual banking).

  • TELEBORSA

    Servizio privato d’informazione finanziaria operante sul territorio nazionale. Esso fornisce ai propri abbonati una serie di dati relativi ai titoli quotati nelle varie borse valori del paese, mediante telex o video-terminale.

  • TELEMATICA

    Abbrev. (telematics) dalle parole fr. telecommunications e informatique, coniata nel 1978 da Alain Minc e Simon Nora. Indica tanto l’insieme delle tecnologie informatiche, elettroniche e delle telecomunicazioni (Information & Communication Technology-ICT) quanto applicazioni, prodotti e servizi relativi:teletext, videotex, e-mail, tele-banca, videoconferenza, videotelefono, fax. Il termine è stato ufficialmente adottato dal Comité Consultatif International Télégraphique et Téléphonique (CCITT) nel 1980.

  • TELEPHONE BANKING

    Tutti i servizi bancari attivabili via telefono semplicemente digitando appositi codici per l’identificazione del cliente (PIN) e quelli che, pur permettendo diinteragire con un operatore, presuppongono comunque la digitazione del PIN.

  • TELEPHONE DEALING

    Termine riferito all’attività di compravendita di beni o valori mobiliari svolta per via telefonica.

  • TELESCRIVENTE

    Terminale solo scrivente (ormai quasi in disuso) collegato a distanza a un elaboratore elettronico o a una rete di telecomunicazione per l’entrata o l’uscita di dati (v.terminale).

  • TEMI DI SINGAPORE

    I cosiddetti “Temi di Singapore" si riferiscono ad una delle questioni più controverse mai discusse nell'ambito del World Trade Organization (WTO) fin dalla sua istituzione nel 1995. Infatti, sono stati proposti e appoggiati dall' Unione Europea ma osteggiati dalla maggior parte dei Paesi in via di sviluppo e si riferiscono, sostanzialmente, a quattro argomenti individuati durante la conferenza ministeriale di Singapore del 1996 e successivamente inclusi anche nell’Agenda di Doha per lo sviluppo (ADS) e nei Doha Round. I “Temi di Singapore” sono:

    1) Investimenti: La questione si concentra fondamentalmente nell’idea di creare norme in virtù delle quali i diritti degli investitori siano protetti nei confronti di qualsiasi interferenza del Paese ospite.

    2) Politica della concorrenza: Fa riferimento essenzialmente all’obiettivo di creare norme che in modo effettivo esigano dai Governi l’obbligo di stabilire e garantire la libera concorrenza, senza discriminazioni, tra le imprese straniere e quelle nazionali, incluse le imprese e i monopoli statali.

    3) Appalti pubblici: Si riferisce alla trasparenza negli appalti pubblici. Essa obbligherebbe i Governi a permettere anche alle imprese straniere di partecipare, in maniera non discriminata, alle gare per aggiudicarsi i contratti di fornitura nel settore pubblico.

    4) La facilitazione al commercio: Si riferisce alla creazione di nuove norme che esigano dai Governi la semplificazione e la riduzione dei costi delle transazioni e delle procedure doganali di frontiera.

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • TEMPO UOMO

    Unità di misura convenzionale (in giorni, mesi, anni) dell’impegno di risorse umane per la realizzazione di un progetto; si ottiene sommando i tempi di impegno di ciascuna risorsa dedicata alla realizzazione.

  • Tendenze regolatorie in materia di compliance bancaria

    Questo articolo del prof. Domenico Siclari, pubblicato sulla Rivista Trimestrale di Diritto dell'Economia n.3/2013 e scaricabile qui, descrive gli effetti della riregolazione nel sistema finanziario e la creazione di un nuovo organi di compliance, la cui opera sarà particolarmente complessa.

    ABSTRACT
    The Bank of Italy, with the new document dated 1 July 2013, has modified regulations for banks while investigating and inspecting internally. In particular, it lays down the basic rules, establishes principles and assigns powers while examining the main facts. The bank now takes responsibility while defining its risk profile in measuring the risk itself, and calculating its capital adequacy.

  • TENDER

    Termine inglese che designa l’offerta di riacquisto delle proprie obbligazioni o azioni da parte del debitore. Nella sua forma classica, indica anche un’operazione di finanziamento della tesoreria attraverso l’aggiudicazione di Treasury bills.

  • TENDER PANEL

    Termine inglese usato genericamente per designare un sistema di asta competitiva. Nell’ambito di una NIF (Notes Issuance Facility) o MOF (Multiple Option Financing Facility), indica una particolare procedura di distribuzione dei crediti cartolari che prevede l’aggiudicazione all’olandese, cioè mediante asta competitiva sul tasso percentuale di finanziamento.

  • TENUTA DEL CONTO CORRENTE

    Generica espressione con la quale si designano i vari metodi con cui si registrano le operazioni e si calcolano gli interessi sui conti correnti. Si distinguono: metodo diretto, metodo indiretto e metodo scalare.

    1. Metodo diretto. Il metodo diretto si può applicare alla tenuta dei conti correnti quando la data di chiusura del conto è nota e il tasso è reciproco. Gli interessi (o i numeri: v. numero in senso computistico) vengono calcolati direttamente sui capitali relativi alle varie operazioni dalle rispettive valute alla data di chiusura del conto. Si distingue infatti fra metodo diretto a interessi immediati, nel caso in cui gli interessi vengano calcolati immediatamente operazione per operazione, e metodo diretto a numeri che comporta dapprima la determinazione dei numeri (v. numero in senso computistico) e poi, sul saldo di detti numeri, dell’interesse complessivo. Quando la data di chiusura non è nota ma presunta, si può utilizzare il metodo diretto a chiusura presunta, in cui si seguono formalmente le regole del metodo diretto in quanto i giorni si calcolano dalla valuta delle singole operazioni alla data di chiusura presunta, ma si rettifica poi il computo degli interessi o dei numeri in relazione alla data di chiusura effettiva. Se questa è successiva a quella presunta occorrerà integrare gli interessi già calcolati, o aggiungere ai numeri già calcolati un numero di interesse che trasferisca il saldo dei capitali dalla chiusura presunta a quella effettiva; nel caso in cui la data di chiusura effettiva sia anteriore a quella presunta è necessario stornare gli interessi o calcolare un numero di sconto.

    2. Metodo indiretto. Nel caso in cui non si conosca la data di scadenza del rapporto di conto corrente si procede al calcolo degli interessi secondo il metodo indiretto: si sceglie cioè una data di riferimento (epoca) anteriore a tutte le successive valute delle varie operazioni (generalmente è fatta coincidere con la valuta del saldo precedente, se i due operatori erano già in rapporto di conto corrente, oppure con la data o la valuta della prima operazione, in ogni modo con l’anteriore fra le due) e si riferiscono tutti i capitali al giorno scelto come epoca, calcolando tutti numeri di sconto o detraendone gli interessi; al momento della chiusura del conto si calcola il numero di correzione moltiplicando il saldo dei capitali per i giorni dall’epoca alla chiusura effettiva, o per lo stesso periodo, si calcola il montante sul bilancio delle somme precedentemente rettificate. Mentre nei precedenti metodi gli interessi o i numeri vengono calcolati sull’ammontare delle singole operazioni, nel metodo scalare essi vengono calcolati sui saldi fra i diversi capitali via via registrati; tale metodo si presta ad essere applicato quando non è nota la chiusura del conto corrente e i tassi non sono reciproci. Il calcolo degli interessi avviene procedendo da un saldo all’altro.

    3. Metodo scalare. Il metodo scalare può essere tenuto seguendo vari procedimenti, ma il più diffuso è il metodo amburghese. Esso trova applicazione in particolare nelle banche per i conti correnti di corrispondenza, che presentano appunto la caratteristica di essere a tasso non reciproco (tasso maggiore sui saldi a credito della banca, tasso minore sui saldi a credito del cliente). Tale metodo richiede la compilazione di due prospetti: l’estratto conto, nel quale le operazioni vengono registrate in ordine di data man mano che vengono effettuate, e lo scalare interessi, detto anche staffa, nel quale le operazioni, al momento della chiusura del conto corrente, vengono riportate in ordine di valuta. Il calcolo dei giorni e dei numeri viene eseguito nello scalare interessi, in sede di chiusura del conto corrente. I giorni si determinano dalla valuta di ogni saldo alla valuta del saldo successivo ed i numeri si calcolano moltiplicando tali saldi per i rispettivi giorni. Sebbene qualche banca calcoli ancora gli interessi direttamente, il procedimento generalmente seguito per la loro determinazione, sia per i conti correnti sia per i depositi, è quello a numeri, poiché facilita la scelta del tasso a credito del cliente che varia in relazione alla consistenza media.

  • Teorema di Wold

    E' il teorema che ci permette di rappresentare un processo stocastico (Xt), debolmente stazionario e con media zero; come la sommatoria dei prodotti del parametro ? (successione di numeri reali) per il fattore ? (successione di variabili casuali indipendenti identicamente distribuite, con media zero e varianza ?2):

    In modo che sia:

    ed affinché il processo sia stazionario devono essere verificate sia le seguenti relazioni di media e varianza:

    da cui risulta:

    ma anche quelle della auto covarianza e della autocorrelazione:

    per cui deve essere:


    Redattore: Giuliano DI TOMMASO

  • Teorema Kolmogorov-Bochner

    E' il teorema per cui data la distribuzione Ft definita in R, conosciuta in un intervallo T costituito da t ? T (t1, t2, t3, …, tn) per ?n ? R, se è verificato che {Ft}t?T è compatibile, allora esiste un'unica funzione di probabilità:

    Ne consegue che le distribuzioni finito-dimensionali determinano univocamente la distribuzione dell’intero processo.

    Redattore: Giuliano DI TOMMASO

  • TEORIA DEI GIOCHI

    Teoria economico-matematica, dovuta all’opera del matematico Jansci Von Neuman (1903-1957) e dell’economista Oskar Morgenstern (1902-1977), che ha trovato applicazione nello studio dei problemi di microeconomia, in particolare nelle analisi delle forme di mercato oligopolistiche. In linea generale, la teoria studia il comportamento decisionale di uno o più individui in situazioni competitive o di conflitto. Suo scopo è di indicare i criteri per una scelta razionale (e non lasciata al caso) della soluzione ottimale per il singolo che, nel proprio agire, sia consapevole delle possibili contromosse degli altri soggetti e ne tenga quindi conto in modo sistematico. La teoria in questione trova frequenti applicazioni nelle scuole di management, dove dirigenti o futuri dirigenti completano la preparazione con partecipazioni a giochi aziendali o business games.

  • TEORIA DEL RIMPIANTO

    Abstract
    Nella finanza comportamentale la teoria del rimpianto afferma che gli operatori economici, nell’effettuare delle scelte, cercano di limitare i rischi di un futuro rimpianto. Gli operatori cercano di mantenere la scelta anche in caso di perdite, con la speranza di ripresa.

    La teoria del rimpianto (in inglese regret theory) gioca un ruolo rilevante all’interno della finanza comportamentale, in quanto cerca di fornire un’ulteriore interpretazione dei processi decisionali individuali in condizioni di incertezza.
    La Regret Theory, formalizzata per la prima volta da Loomes e Sugden (1982) afferma che, quando gli investitori si trovano di fronte ad una scelta in una condizione d’incertezza, valutano e analizzano preventivamente le possibili conseguenze che tale scelta comporta. Gli individui sono consapevoli del fatto che se la loro decisione porterà a un esito positivo, proveranno soddisfazione (rejoicing), mentre nel caso contrario, saranno affetti dal rimpianto (regret) per aver compiuto tale scelta. Essi, dunque, al momento di prendere una decisione, preferiscono e cercano di limitare al massimo i rischi di un futuro rimpianto per evitare il dispiacere conseguente ad una scelta rivelatasi errata. Infatti, per gli individui, tale dispiacere risulta essere maggiore rispetto al rammarico che essi provano per non aver compiuto una determinata azione che avrebbe portato a risultati soddisfacenti (rimpianto da omissione). Inoltre, gli investitori cercano di difendere le proprie scelte e per evitare lo stress associato all’ammissione del proprio errore, mantengono la loro posizione in perdita con la speranza per una possibile ripresa.
    Spesso gli individui si trovano in una situazione di conflitto mentale di fronte all’evidenza che una loro convinzione sia errata: questo fenomeno viene denominato dissonanza cognitiva. Mc Fadden (1999) spiega che in base alla teoria della dissonanza cognitiva, gli individui tendono a compiere un comportamento irrazionale per cercare di ridurre tale dissonanza. Inoltre, essi hanno la tendenza a cercare soltanto le informazioni riguardanti le opzioni prese in considerazione, evitando le nuove informazioni e a trascurare le possibili alternative che si sarebbero potute rivelare migliori, mantenendo le vecchie opinioni al fine di evitare il conflitto mentale.


    Bibliografia
    Loomes G., Sugden R. (1982). Regret Theory: An Alternative Theory of Rational Choise Under Uncertainty. The Economic Journal, Vol. 92, No. 368, pp.805-824. Royal Economic Society.
    Mc Fadden D. (1999). Rationality for Economists? Journal of Risk and Uncertainty, vol. 19, no. 1-3, pp. 73-105.

  • TEORIA DELLE ASPETTATIVE (Enciclopedia)

    Nella letteratura economica con il termine aspettative si intende l’insieme delle previsioni avanzate dagli operatori economici, sulla base delle proprie informazioni e delle proprie intuizioni, circa l'andamento delle variabili economiche nel futuro.
    Uno dei primi a sottolineare il ruolo delle aspettative nell'influenzare il comportamento presente degli operatori economici fu Keynes1, che tuttavia non formulò un'esplicita teoria della loro formazione, limitandosi ad addebitare a irrazionali animal spirits le scelte economiche degli individui.
    Le prime trattazioni formali relative alla teoria delle aspettative sono state avanzate a partire dagli anni ’40:
    i) Le aspettative estrapolative. A partire dagli anni ’40, Metzler2 e altri formulano l’ipotesi di aspettative estrapolative, secondo la quale il valore atteso di una variabile al tempo t dipende dalla sua realizzazione al tempo t-1 e, in base al valore di un parametro di apprendimento, dalla sua evoluzione tra t-2 e t-1:
    (1)
    Questo spiegherebbe una certa viscosità del processo di adattamento ai mutamenti delle variabili economiche;
    ii) Le aspettative adattive. Sul finire degli anni ’50 Nerlove3 formula l’ipotesi di aspettative adattive, secondo la quale il valore atteso di una variabile al tempo t dipende dal suo valore atteso al tempo t-1 e, in base al valore di un parametro di apprendimento, dalla sua realizzazione in t-1 rispetto al suo valore atteso in t-1.
    Una semplice versione di questa teoria è rappresentabile attraverso l’equazione (2) dove è il valore atteso della variabile; è la formulazione delle aspettative sulla variabile al tempo t-1 e è il valore effettivamente assunto dalla variabile al tempo t-1
    (2)
    Con che varia tra 0 and 1, si indica che le aspettative correnti su di una variabile riflettono le aspettative passate e un fattore di correzione di errore. La teoria delle aspettative adattive può essere applicata a periodi precedenti e in tal caso l’equazione cambia come nella
    (3):
    (3)
    dove è uguale al valore attualizzato della variabile per j anni nel passato. Quindi, le aspettative correnti sono una media ponderata dei valori passati della variabile, con pesi decrescenti mano a mano che ci si allontana dal presente.
    Sia la teoria delle aspettative estrapolative sia quella delle aspettative adattive sono casi particolari di modelli a ritardi distribuiti (RD) e presentano tre limiti principali: i) usano ipotesi arbitrarie, ii) non fanno uso ottimale delle informazioni disponibili e iii) implicano la possibilità di errori sistematici nella formulazione delle aspettative.
    Muth4 giudicando insoddisfacenti i modelli di aspettative sin ad allora avanzati, introduce nel 1961 una nuova teoria, basata sull'assunto che gli individui, in quanto operatori razionali, sfruttano tutte le informazioni disponibili sul sistema economico: la teoria delle
    Aspettative Razionali (AR). In pratica, all'informazione, risorsa scarsa e costosa, viene applicato lo schema neoclassico di utilizzo efficiente:
    Nella sua teoria delle aspettative razionali (AR), Muth osserva che: i) in quanto previsioni consapevoli e informate di eventi economici futuri le aspettative debbono essere derivate da una teoria economica; ii) gli agenti economici sfruttano in maniera ottimale l’informazione che è scarsa e costosa; iii) la formulazione delle aspettative è endogena al sistema economico.
    In particolare, la previsione soggettiva di ogni operatore coincide con la speranza matematica o valore oggettivo atteso della variabile stessa, condizionale rispetto alle informazioni disponibili nel momento in cui l’aspettativa viene formulata. Le AR risultano quindi essere le previsioni ottimali formulabili dagli agenti sulla base delle informazioni esistenti.
    Si avrà quindi:
    (4)
    Dove E indica l’operatore speranza matematica e It-1 l’insieme delle informazioni disponibili alla fine del periodo precedente quello per cui l’attesa deve essere formulata. In tal modo, è possibile che gli agenti commettano errori di previsione, ma le aspettative non saranno sistematicamente errate, ovvero saranno in media esatte. L’errore di previsione sarà quindi una variabile casuale con media nulla e assenza di autocorrelazione seriale. Avremo cioè:



    Se non fosse una variabile casuale sarebbe peraltro contraddetta l’ipotesi che gli agenti utilizzano tutta l’informazione disponibile in maniera ottimale. Un errore sistematico implicherebbe infatti l’esistenza di qualche tipo di informazione non pienamente utilizzata, compresa la storia passata degli errori, con la conseguenza che si potrebbe migliorare la precisione della previsione incorporando tali errori nelle informazioni disponibili.
    La teoria delle aspettative razionali è stata spesso criticata soprattutto per la sua irrealisticità: in primo luogo le informazioni sono costose quindi sarebbe più corretto modellizzare aspettative "economicamente" razionali nel senso che un’aspettativa può essere formulata in modo corretto solo se il costo di acquisire l’informazione necessaria per una previsione corretta è inferiore al beneficio di avere l’informazione necessaria. Inoltre, la fondamentale aleatorietà che caratterizza l’andamento delle variabili, suggerisce che il futuro non può essere previsto e che quindi nessuna aspettativa è propriamente "razionale", infine le verifiche empiriche relative all’ipotesi di aspettative razionali hanno condotto a risultati non univoci.
    L’ipotesi di aspettative razionali è stata usata a supporto di alcune conclusioni radicali circa l’efficacia della politica economica. A tal proposito si possono citare i lavori di Sargent e Wallace5 e di R. Lucas6 quali principali esponenti della teoria neoclassica. Qust’ultima sostiene, infatti, che qualsiasi misura di politica economica, pubblicamente annunciata e quindi nota agli agenti, è inefficace sulle grandezze reali, in quanto gli agenti razionali ne scontano immediatamente gli effetti futuri e adeguano il loro comportamento alle loro aspettative, producendo esattamente il risultato atteso a priori ("aspettative autorealizzantesi"). Solo shock stocastici possono determinare deviazioni delle variabili reali dal loro livello naturale.
    Inoltre, le manovre di politica economica annunciate hanno effetti nulli sulle grandezze reali, ma producono conseguenze ben definite su quelle monetarie: in particolare una politica fiscale o monetaria discrezionale espansiva può fare aumentare il livello generale dei prezzi. In presenza di politiche annunciate, dunque, l’ipotesi di AR ha l’effetto di produrre istantaneamente gli stessi risultati che emergevano dall’analisi dei monetaristi di prima generazione7 in un orizzonte temporale di lungo periodo.
    __________________________
    1Keynes, John Maynard (1936)
    2Metzler, L. A., (1941)
    3M. Nerlove, (1958)
    4Muth, J. (1961).
    5Sargent, Thomas J. e Neil Wallace (1981).
    6Lucas R., (1972, 1976)
    7Friedman, Milton, (1968)
    BIBLIOGRAFIA
    Benabou, R. & Tirole, J., 2001. "Willpower and Personal Rules," Papers 216, Princeton, Woodrow Wilson School - Public and International Affairs
    Friedman M., (1968) The Role of Monetary Policy American Economic Review 58,
    Keynes, John Maynard (2007) [1936]. The General Theory of Employment, Interest and Money. Basingstoke, Hampshire: Palgrave Macmillan. ISBN 0230004768
    Lars Peter Hansen and Thomas J. Sargent, 2001. "Robust Control and Model Uncertainty." American Economic Review, 91(2), pp. 60-66.
    Lucas, Robert E., Jr. (1972) “Expectations and the Neutrality of Money.” Journal of Economic Theory, 4: 103-l 24
    Lucas, Robert E., Jr. (1976). “Econometric Policy Evaluation: A Critique.” Carnegie- Rochester Conference Series, 1: 19-46.
    Metzler, L. A., (1941), The Nature and Stability of Inventory Cycles. Reviewof Economics and Statistics 23 (3), 113…129.
    Muth, J. (1961), “Rational expectations and the theory of price movements”, Econometria.
    Nerlove M., (1958), 'Adaptive Expectations and Cobweb Phenomena', Quarterly Journal of Economics, vol. lxxii 227-40
    Sargent, Thomas J. e N. Wallace (1981). "Some Unpleasant Monetarist Arithmetic". Federal Reserve Bank of Minneapolis Quarterly Review 5 (3): 1…17
    Sargent T.J. 1994. "Bounded Rationality in Economics", Oxford University Press.
    Sims, C.A. 2003. “Implications of Rational Inattention”. Journal of Monetary Economics 50(3), 665-690.

    © 2010 ASSONEBB

  • TEORIA DELLE ONDE DI ELLIOT

    "Il principio delle Onde" fu teorizzato da Ralpf Nelson Elliott nel 1939, anno in cui il Financial World Magazine pubblicò una serie di suoi articoli riguardanti i risultati delle analisi condotti sul mercato azionario. Tale teoria fu successivamente rielaborata e rilanciata da Alfred John Frost, Robert Rougelot Prechter nella famoso lavoro pubblicato nel 1978 "Elliot Wave Principle". Il "Principio delle onde" di Elliot si nasce dall’idea che i mercati azionari si muovano ad ondate successive. Per la precisione Elliot, sulla base dell’analisi dell’andamento del mercato in un arco temporale di ottanta anni, per la prima volta osservò che l’andamento dei prezzi non era casuale ma presentava elementi ciclici. In particolare, un singolo ciclo era composto da otto onde successive, cinque al rialzo e tre al ribasso. La Figura 1 descrive il ciclo tipico: le onde 1,3 e 5 sono le onde d’impulso, ovvero che seguono la direzione della tendenza; le onde 2 e 4 sono le cosiddette onde correttive in quanto correggono le onde 1 e 3. Le lettere a b e c indicano la parte decrescente del ciclo. 

    Il ciclo completo nella teoria di Elliot, il gran superciclo (Grand Supercycle), è composto da otto onde di superciclo (Supercycle), a loro volta suddivise in 8 onde cicliche e così dicendo fino ad includere come descritto dalla Figura 2, onde principali (primary), intermedie (intermediate), piccole (minor), minime (minute) e micro (minuette).
    Come emerge dal grafico (figura 2)le correzioni determinano sempre 3 onde che identificano il trend del mercato. L’idea di fondo di tale teoria dunque è che l’andamento dei prezzi o indici di mercato possa esser determinato da una legge strutturata in questo modo. Pertanto, a differenza di altre teorie il "Principio delle onde" offre la possibilità di prevedere in anticipo momenti di minimo e di massimo del mercato in quanto si basa sull’idea di fondo che tutti i cicli, come osservato in natura (delle maree, pianeti, corpi celesti...) hanno la capacità di ripetersi con regolarità ritmica. Infatti, i numeri che caratterizzano le onde di Elliott (3, 5 e 8) sono quegli stessi numeri di Fibonacci che caratterizzano numerose manifestazioni della natura. Tuttavia il principale problema rimane quello dell’interpretazione della psicologia del mercato mediante l’interpretazione delle stesse onde, ovvero quello di stabilire quando un’onda finisca e l’altra incominci.
    Bibliografia
    Martin J. Print (2003), Analisi Tecnica dei mercati finanziari, McGraw-Hill Inc.
    Redattore: Bianca GIANNINI
    © 2010 ASSONEB

     

  • TER

    Acr. di: Total Expense Ratio. Ammontare di tutti i costi (commissioni e costi operativi) sopportati direttamente o indirettamente dal risparmiatore su un fondo di investimento espressi in per cento del valore medio di inventario del fondo sull’arco di dodici mesi. Gli elementi da includere nel computo variano da Paese a Paese. In Italia, deve essere reso pubblico ed è fissato dal Regolamento sulla gestione collettiva del risparmio della Banca d’Italia del 14.5.2005, pubblicato su: GU n. 109 del 12.5.2005 che include; le provvigioni di gestione (provvigioni di base provvigioni di incentivo), il TER degli OICR in cui il fondo eventualmente investe almeno il 10% dell’attivo, il compenso della banca depositaria, le spese di revisione del fondo, le spese legali e giudiziarie, le spese di pubblicazione del valore della quota ed eventuale pubblicazione del prospetto informativo e altri oneri gravanti sul fondo (da specificare). Non sono incluse le commissioni di negoziazione degli strumenti finanziari e gli oneri fiscali di pertinenza del fondo, che devono però essere specificate a parte.

  • TERM ASSET-BACKED SECURITIES LOAN FACILITY (TALF)

    Programma creato nel 2008 dalla Riserva federale per favorire l’emissione di Asset-backed security aventi come attività sottostante prestiti di vario tipo a consumatori e imprese, tra cui i mutui commerciali. Nell’ambito della TALF, la Federal Reserve Bank di New York (FRBNY) ha messo a disposizione finanziamenti senza regresso fino a 200 miliardi di dollari ai detentori di determinate asset-backed security con rating AAA aventi come attività sottostante crediti al consumo e prestiti alle piccole imprese recentemente erogati. La FRBNY ha prestato un importo pari al valore di mercato delle asset-backed security al netto di uno scarto di garanzia ed è stata garantita dalle asset-backed security stesse. Il Dipartimento del Tesoro statunitense … nell’ambito del Troubled Asset Relief Program … ha fornito 20 miliardi di dollari di protezione dal rischio di credito alla FRBNY in relazione alla TALF. L’erogazione di fondi nell’ambito della TALF è cessata nel giugno 2010; la garanzia fornita dal Tesoro è stata ridotta a 4,3 miliardi nel luglio 2010, a 1,4 miliardi nel giugno 2012 ed è stata azzerata nel gennaio 2013. Al 29 ottobre 2014 i finanziamenti erogati mediante la TALF erano stati integralmente rimborsati.
    Fonte: Banca d'Italia

  • TERMINALE

    Unità periferica di entrata o di uscita di dati collegata a distanza, generalmente attraverso una linea telefonica, a un elaboratore elettronico. Essi possono essere solo terminali scriventi (telescrivente, simile a una comune macchina da scrivere), o videoterminale (monitor integrato con una tastiera). Un microcalcolatore e anche un personal computer possono operare come terminali aventi in più una certa capacità di elaborazione autonoma in loco.

  • TERMINALISTA CASSIERE

    Impiegato addetto allo sportello bancario che, in contatto col cliente, svolge l’intero ciclo delle operazioni, dal controllo dei documenti presentati (assegni per il versamento o per l’incasso, titoli e cedole, cambiali, etc.), alla relativa contabilizzazione, all’incasso o versamento del denaro. Questa nuova figura di addetto allo sportello è sorta con l’impianto di procedure di elaborazione automatizzata che hanno permesso di unificare le precedenti mansioni di addetto al “riscontro” o controllo di cassa e di cassiere. I terminali o personal computer installati agli sportelli sono in linea con memorie centrali o periferiche e consentono l’immediata consultazione degli archivi (p.e. saldi di conto corrente), l’automatica contabilizzazione delle operazioni e aggiornamenti degli archivi. Pertanto i cassieri terminalisti possono svolgere automaticamente tutte le operazioni di sportello di modo che il cliente può rivolgersi indifferentemente a qualsiasi addetto; agli stessi sono sovente attribuiti anche dei poteri decisionali, per il pagamento di assegni e altri titoli allo sportello. L’informatizzazione in tutti questi casi arreca notevoli vantaggi per il servizio al cliente, la riduzione dei tempi di attesa, la fatica dell’operatore. Terminate le operazioni, il cassiere terminalista verifica le rimanenze di contanti e di altri valori insuo possesso con le risultanze contabili prodotte automaticamente.

  • TERMINE

    Il termine consiste in un avvenimento futuro e certo, a partire dal quale (termine iniziale) o fino allo scadere del quale (termine finale) si producono gli effetti di un atto giuridico o l’atto stesso deve essere compiuto. Esso può essere determinato (una certa data) od indeterminato (la morte di una persona) a seconda che possa o meno prevedersi quando si verificherà; può, inoltre, riferirsi a tutti indistintamente gli effetti del negozio, come pure ad uno solo di essi (p.e., il termine per l’adempimento di un’obbligazione nascente dal contratto). Quando riguardano il compimento di un atto (p.e., nell’ambito di un processo), si possono distinguere i termini che devono trascorrere prima che possa compiersi l’atto da quelli entro i quali l’atto deve essere compiuto. Questi ultimi, a loro volta, sono ordinatori o perentori (art. 152, comma 2, c.p.c.). I termini ordinatori possono essere abbreviati o prorogati dalle parti (o dal giudice) e la loro inosservanza non produce la decadenza dalla facoltà di porre in essere l’atto tardivamente (le conseguenze della inosservanza sono fissate di volta in volta in relazione alla natura dell’attività per la quale il termine è stato stabilito). I termini perentori, invece, non possono essere variati e la loro decorrenza importa inevitabilmente la decadenza dal potere di compiere l’atto. Il computo dei termini va fatto secondo il calendario comune, calcolandosi anche i giorni festivi. Il giorno iniziale non si computa nel termine, mentre si computa quello finale (se, però, questo è un giorno festivo, la scadenza è prorogata di diritto al primo giorno seguente non festivo) (art. 155 c.c.).

  • TERMINI DI REGOLAMENTO DEGLI SCAMBI INTERNAZIONALI

    La normativa valutaria italiana ha fatto, in passato e in momenti di aspettative di svalutazione, ricorso alla fissazione di termini al regolamento delle operazioni di commercio estero per difendere il cambio da tendenze speculative (consistenti nel rinvio degli incassi in valuta derivanti da esportazioni, per lucrare i maggiori introiti commisurati alla moneta svalutata e nell’anticipo dei pagamenti di importazioni, per la ragione opposta). Tale disciplina dei termini di regolamento è incompatibile con la liberalizzazione valutaria in atto ed è stata abrogata, salva la riserva di reintrodurla, in caso di ricomparsa di difficoltà (art. 13, d.p.r. 31.3.1988 n. 148).

  • TERMOVALORIZZATORE

    Impianto di trattamento dei rifiuti che utilizza il vapore, prodotto dalla combustione dei rifiuti, per generare energia elettrica.

  • TERRITORI EXTRADOGANALI

    Aree del territorio nazionale non comprese entro i limiti segnati dalla linea doganale. I territori extradoganali possono essere posti fuori dalla linea di confine dello Stato, o situati entro essa; di quest’ultima categoria fanno parte ilpunto franco, ildeposito franco, il porto franco e la zona franca. Agli effetti doganali la loro situazione giuridica è quella dei territori esteri.

  • TERZO MERCATO

    Per terzo mercato di valori mobiliari s’intende, a Milano, un mercato che è terzo rispetto ai due mercati ufficiali, il Mercato Maggiore e il Mercato Expandi. Tale mercato era stato, in passato, definito negativamente, cioè per non essere regolamentato e per non essere sottoposto ad alcuna vigilanza. È stato retto dall’autonomia privata dei soggetti partecipanti che lo hanno creato, principalmente se non esclusivamente banche. Gestito da una srl, si svolgeva fino al novembre 1999 in una saletta di un bar vicino alla Borsa ed è stato poi trasferito in una sala riservata della sede della società di gestione. Negli ultimi tempi è diventato un sistema di scambi organizzati (secondo l’art..78 TUF) dandosi regole di funzionamento comunicate alla Consob nel marzo 2000 e ha preso a rispettare le disposizioni emanate dalla Consob sugli elementi informativi indispensabili alla tutela degli investitori (secondo le disposizioni contenute nella comunicazione Consob 24.12.1998). Fino ad allora le informazioni sulle contrattazioni venivano diffuse in forma anonima alle agenzie di stampa e non c’era certezza che le quotazioni segnalate corrispondessero a scambi effettivamente realizzati. Gli ordini ricevuti dovevano essere passati a SIM, banche o agenti di cambio con specifica indicazione del prezzo di vendita o di acquisto, evitando ordini “al meglio”. La contrattazione dovevano avvenire per chiamata in “continua”, con esposizione a computer di tutti i prezzi vigenti e dei quantitativi scambiati. Per i titoli non oggetto di scambio nella giornata di contrattazione potranno venire esposte proposte informative in “denaro” e in “lettera”. Gli affari conclusi dovevano trovare conferma nei sistemi di rettifica e riscontro giornalieri (RRG; v. Servizio di riscontro e rettifica giornalieri), al termine della giornata di contrattazione. La Consob ha vietato gli scambi organizzati di strumenti finanziari del Terzo mercato nell’aprile 2000 avendo accertato che esso operava con modalità difformi da quelle contenute nelle proprie regole di funzionamento e che non possedeva i requisiti minimi di trasparenza e di regolarità di funzionamento che uno scambio organizzato di strumenti finanziari deve possedere (delibera 4.4.2002 n. 13510).

  • TERZO SETTORE

    Denominazione collettiva in cui si fanno rientrare, nel nostro Paese, organizzazioni non profit oriented (it.: “senza fini di lucro”) che svolgono attività in campo sociale e civile. Il “sociale” è, per molti promotori e addetti in questo campo, l’ambito specifico di attività delle organizzazioni del terzo settore, che non esclude, peraltro, lo svolgimento di attività tipiche di impresa con organizzazione imprenditoriale, sia pure con adattamenti e sovente in scala ridotta. Si parla, per l’insieme delle attività del terzo settore di economia sociale e anche di economia associativa e di terzo sistema quando ci si limita specialmente ad attività di impresa o a esse avvicinabili, o come questa organizzate. In tal caso i soci e i prestatori d’opera sono retribuiti e i servizi sono pagati dagli utilizzatori o direttamente, o indirettamente quando i servizi sono prestati in regime di convenzione con enti pubblici. Le difficoltà nel definire ciò che è “sociale” nella missione e nell’attività concreta di un’organizzazione rendono incerti i confini del terzo settore e non si trovano tra gli addetti ai lavori definizioni sempre concordi (verosimilmente in ragione del fatto che le organizzazioni non profit sono molto disparate e parcellizzate e che ciascuno fa riferimento alla sola esperienza personale). Vero è che molte iniziative del terzo settore sono manifestazione di un impegno civile per riappropriarsi di compiti di produrre beni e servizi di utilità sociale che lo Stato non è in grado di fornire in misura e qualità soddisfacente, pur essendo competente a farlo. Elementi caratterizzanti generalmente attribuiti al terzo settore sono, invece, la costituzione secondo il diritto privato e il non dover distribuire direttamente o indirettamentel’utile di esercizio a soci, membri o dipendenti. Rientrano nel terzo settore organizzazioni dell’associazionismo e del volontariato, Onlus, fondazioni, organizzazioni non governative (ONG). Sono escluse dal terzo settore le organizzazioni societarie della cooperazione, con l’eccezione delle cooperative sociali (v. cooperativa sociale). L’espressione terzo settore è stata introdotta in contrapposizione a primo settore, costituito dall’insieme di Stato e amministrazioni pubbliche, anch’esso per definizione non profit e produttore di servizi non destinabili alla vendita (pur con parecchie eccezioni) e dal secondo settore, composto dalle attività industriali, commerciali e di servizi profit oriented. Alcuni caratterizzano il secondo settore come il settore del mercato oltre delle imprese orientate al profitto che vi operano ed escludono, quindi, il “mercato” dal primo e dal terzo settore. Questa definizione non è corretta, in quanto il mercato non è un’organizzazione. In un’economia di tipo occidentale più o meno mista tutte le organizzazioni del primo, del secondo e del terzo settore hanno bisogno del mercato e vi operano per raccogliere risorse e dal mercato traggono (o dovrebbero trarre) i riferimenti di prezzo per la misura dei costi di produzione dei beni e dei servizi e per la determinazione dei prezzi dei prodotti non forniti gratuitamente. Il movimento europeo delle organizzazioni del terzo settore ha un predecessore nella filantropia anglosassone, già attiva nel Settecento e specialmente in quella americana, da cui ha ripreso strutture organizzative e manageriali e il principio di uno speciale regime tributario di favore.

  • TESAURIZZAZIONE

    Accumulazione intenzionale di moneta, oggetti e metalli preziosi superiore alle necessità di riserva quotidiana, lasciati improduttivi in cassaforte (e anche nel materasso) e sottratti, quindi, alla circolazione, allo scambio e all’investimento. Una diminuzione della velocità di circolazione della moneta è un’altra forma di tesaurizzazione. È tesaurizzazione anche l’approvvigionamento di scorte materiali in misura superiore alle necessità correnti. La moneta tesaurizzata è detta moneta oziosa (forse è più nota l’espressione ingl.idle money). Sin.: tesoreggiamento.

  • TESORERIA

    1. Servizio che si è reso autonomo dai tradizionali servizi amministrativi e finanziari delle imprese negli ultimi trent’anni, determinando la comparsa di una nuova figura manageriale, il tesoriere, ormai chiave di volta della gestione. Inizialmente il tesoriere aveva il compito di trovare i finanziamenti degli investimenti e di gestire l’eventuale liquidità temporanea (e in ciò non sempre aveva una funzione autonoma dai servizi amministrativi-finanziari tradizionali). Negli anni Ottanta il tesoriere ha iniziato a razionalizzare i flussi finanziari per contenere il costo dell’indebitamento. Negli anni Novanta, con lo sviluppo dei mercati dei derivati, il compito del tesoriere si è esteso alla copertura dei rischi di credito, di tasso di interesse e di cambio. (al)

    2. Funzione svolta a livello delle strutture centrali della banca, che ha il compito di contenere l’uso di risorse finanziarie marginali a costo più elevato e di evitare diseconomie nella complessa gestione delle entrate e uscite di fondi. Fino agli anni Settanta la funzione di tesoreria era generalmente limitata alla gestione dei movimenti e dei saldi giornalieri di cassa dai quali potevano derivare: un fabbisogno finale di fondi da coprire con domanda sul mercato interbancario o con il ricorso alle anticipazioni o alle cessioni di titoli pronti contro termine con la banca centrale; oppure un’eccedenza finale di liquidità da investire operando in senso inverso. Questa funzione era svolta con un’ottica di brevissimo termine, normalmente di giorni per i quali potevano farsi delle previsioni attendibili sui movimenti di cassa. Sostanzialmente, si trattava di gestire e compensare i movimenti di cassa evitando che fondi in eccedenza venissero impiegati a tassi non remunerativi (p.e. in conti fruttiferi presso la Banca centrale trattati allo 0,50%) o improvvisi fabbisogni costringessero a ricorrere a forme di provvista eccezionalmente costose (p.e. depositi interbancari overnight). Dagli anni Settanta in poi la funzione di tesoreria ha acquistato maggior importanza e complessità per un insieme di ragioni: la progressiva riduzione dei tempi nei servizi di incasso e pagamento; l’accresciuta variabilità dei tassi d’interesse dai quali derivano, a volte, improvvise e sensibili variazioni dei termini di convenienza di certi usi o fonti di finanziamento; la liberalizzazione e lo sviluppo delle transazioni finanziarie con l’estero dalle quali si originano dei movimenti finanziari in lire; lo sviluppo delle contrattazioni a termine sui mercati mobiliari; da ultimo, l’orientamento della banca centrale per il regolamento in base monetaria dei saldi interbancari. Lo sviluppo delle funzioni di tesoreria si è avvalso e dipende in larga misura dalle tecnologie informatiche, in virtù delle quali le informazioni sui movimenti del denaro possono essere trasmesse alla direzione centrale della banca in tempo reale. Sul piano organizzativo, gli indirizzi più recenti sono volti a costituire funzioni di tesoreria integrata sotto un’unica responsabilità direttiva centrale. Dalla direzione di tesoreria vengono così a dipendere, per le evidenti interconnessioni di attività, le funzioni di tesoreria lire, di tesoreria estero, di operatività in titoli, di investimento finanziario. Queste operano in modo integrato, nell’ambito di una singola struttura (sala contrattazioni) e col supporto di sistemi informatici che consentono l’immediata percezione della posizione finanziaria della banca nei suoi vari aspetti (nei confronti delle varie controparti, per scadenze, per fasce di tasso, per grado di rischio ecc.) e quindi la rapida presa delle decisioni. L’integrazione delle funzioni ha consentito di dare maggior campo e spessore alle attività di tesoreria che si sono estese, oltre la gestione dei rischi di liquidità, alla gestione dei rischi di interesse e di cambio. Inoltre, è sempre più avvertita l’esigenza di pianificare anche oltre il breve termine le attività che comportano impieghi ed usi di fondi mediante l’uso di metodologie di asset & liability management.

  • TESORERIA DELLO STATO

    Ufficio pubblico che in Italia gestisce il servizio di cassa dello Stato, delle sue amministrazioni autonome e di altri enti, provvedendo alla regolarità dei pagamenti e compie operazioni di sovvenzione di fondi a BancoPosta e INPS. Le risultanze contabili della Tesoreria sono pubblicate mensilmente nel Conto riassuntivo del Tesoro (q.v.) e per l’intero esercizio, in allegato al Rendiconto generale dello Stato.

    1. Operazioni. Le operazioni svolte si distinguono in a) operazioni di bilancio, relative agli incassi e ai pagamenti in conto del bilancio dello Stato; b) operazioni di tesoreria: debito fluttuante (principalmente relative ai buoni ordinari del Tesoro e al risparmio postale), conti correnti accesi presso la Tesoreria da certe amministrazioni pubbliche e contabilità speciali (queste due ultime specie di operazioni includono i conti degli enti tenuti alla tesoreria unica, depositi di tersi provvisori (aste,cauzioni, garanzie) e definitivi (impiego di capitali, cauzioni giudiziarie, affrancazioni); c) operazioni di portafoglio compiute dal contabile del portafoglio per acquisto e collocamento di titoli di Stato all’estero e pagamenti in valuta estera dello Stato. Le operazioni di tesoreria e di portafoglio sono gestioni fuori bilancio (dello Stato). La Tesoreria svolge un ruolo importante nei circuiti del sistema dei pagamenti e nel governo della liquidità dell’economia (i pagamenti relativi al solo bilancio dello Stato si aggirano sul 60% del PIL). Il servizio di tesoreria è disciplinato dalla legge per l’amministrazione del patrimonio e per la contabilità generale dello Stato (r.d. 18.11.1923 n.2440) e dal relativo regolamento di esecuzione (r.d. 23.5.1924 n. 827). oltre che dalle istruzioni generali sui servizi del Tesoro. Determinati servizi, operazioni e adempimenti rientrano, peraltro, fra le funzioni degli uffici del registro e degli altri agenti della riscossione e possono, inoltre, essere af- fidati dal Ministero del Tesoro, d’intesa con la Banca d’Italia, al BancoPosta e a banche. A tale ultimo riguardo, va rammentato che mediante delega possono essere effettuati presso gli. sportelli bancari il pagamento al creditore dello Stato e il versamento di alcune imposte da parte del contribuente. La Tesoreria cura la contabilizzazione delle operazioni eseguite rendendone conto giudiziale alla Corte dei conti.

    2. Organizzazione. La Tesoreria dello Stato si divide in Tesoreria Centrale e Tesoreria Provinciale (ripartita in Sezioni di Tesoreria provinciale). Il servizio di tesoreria provinciale è affidato in concessione dal 1894 alla Banca d’Italia con convenzione rinnovata periodicamente. Le ultime proroghe sono state disposte dalle l. 16.04.1984 n. 78 (fino al 21.12.1990) e 28.03.1991 n. 104 (fino al 31.12.2010). Dal 1925 è riconosciuta piena autonomia nell’ambito tecnico-organizzativo alla Banca d’Italia che è comunque tenuta all’applicazione delle norme di contabilità generale dello Stato (r.d. 18.11.1923 n. 2440), del relativo regolamento di esecuzione (r.d. 23.5.1924 n. 827) e delle Istruzioni generali dei servizi del Tesoro. Le verifiche alle sezioni di tesoreria sono ordinate dal Dipartimenti provinciali del Tesoro ed eseguite da Ispettori del Tesoro o da altri funzionari incaricati. La Tesoreria centrale presso il Tesoro (Ministero dell’economia e delle finanze), rimasta in gestione diretta fino al 1998, è dal 1°.1.1999 affidata anch’essa alla Banca d’Italia (art.6 d.lg. 5.12.1997, n. 430 emanato in forza della l. 3.4.1997 n. 94) con una convenzione aggiuntiva a quella prevista dalla legge 28.3.1991, n. 104, per il servizio di tesoreria provinciale. Al servizio di tesoreria centrale si applicano (art. 6, d.lg. 430/97), in quanto compatibili, le disposizioni della l. 104/91 e tutte le altre norme che regolano lo svolgimento del servizio di tesoreria provinciale. La convenzione aggiuntiva è stata stipulata in data 9 ottobre 1998. L’affidamento ha durata fino al 31 dicembre 2010, la stessa del servizio di tesoreria provinciale. Nello svolgimento del servizio, la Banca d’Italia è tenuta, a norma dell’art. 6, ultimo comma, del d.lg. 5.12.1997 n. 430, a rendere pienamente ed incondizionatamente fruibili alle competenti strutture ministeriali, mediante collegamenti informatici, tutte le informazioni riguardanti i flussi di tesoreria.

  • TESORERIA UNICA

    Accentramento in conti correnti o contabilità speciali presso la Tesoreria dello Stato della liquidità degli enti pubblici.La Tesoreria ha sempre provveduto a svolgere il servizio di cassa per conto di uffici e anche per gli enti pubblici del settore statale (amministrazioni autonome, Cassa DDPP, Cassa per il Mezzogiorno, enti di previdenza ecc.). Con la trasformazione della finanza regionale e locale da finanza propria in finanza derivata, (cioè prevalentemente o esclusivamente alimentata da trasferimenti dal bilancio statale) a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, si erano formate ingenti giacenze di cassa presso i tesorieri delle Regioni e degli enti locali. Si verificava così che il sistema bancario corrispondeva interessi (spesso illegalmente in nero ai partiti e ai politici) su fondi che il Tesoro raccoglieva a tassi di interesse più elevati sul mercato monetario (col debito fluttuante) e finanziario (BTP, CCT ecc.), per prestiti in buona parte collocati proprio presso il sistema bancario. Anche queste amministrazioni sono state attratte nel sistema di tesoreria per le amministrazioni e gli enti pubblici accentrato istituito dalla l. 29.10.1984 n. 720 La legge distingueva gli enti in due elenchi A e B. Nel primo erano inclusi province, comuni con popolazione superiore a 8.000 abitanti, consorzi di comuni e province ed altri enti (comunità montane con popolazione complessiva non inferiore a 20.000 abitanti, Camere di Commercio, Istituti autonomi case popolari, ecc), che erano obbligati ad accendere presso le Sezioni di tesoreria provinciale una contabilità speciale generalmente infruttifere. I tesorieri e cassieri degli enti non detengono liquidità ed effettuano incassi e pagamenti a valere sulla contabilità speciale. Solo per le entrate proprie degli enti (entrate tributarie ed extra tributarie, ricavi dalla vendita di beni e servizi, canoni, indennizzi o da qualsiasi altro introito proveniente dal settore privato) la Tesoreria corrispondeva una tasso di interesse fissato dal Tesoro in misura intermedia tra tasso ufficiale di sconto e rendimento dei conti correnti postali. Gli enti dell’elenco B (Regioni a statuto ordinario e speciale, aziende municipalizzate di trasporto, INPS,INAIL, CNR, CONI ecc.) potevano mantenere presso il proprio tesoriere una giacenza fino al 4% (all’origine quelle eccedenti il 12%) delle proprie entrate di bilancio ed erano tenuti a depositare l’ec- cedenza su un conto corrente infruttifero acceso presso la Tesoreria centrale. La tesoreria unica era dunque per il Tesoro anche un mezzo di finanziamento fuori bilancio. Riforma del sistema di tesoreria unica in seguito al nuovo ordinamento delle autonomie locali. Il d.lg. 7.8.1997 n. 279, in attuazione della delega legislativa contenuta nell’art. 5, l. 3.4.1997 n. 94, ha modificato il sistema di Tesoreria unica. Per l’art. 7 del decreto solo le entrate provenienti direttamente o indirettamente dal bilancio statale devono essere versate presso la Tesoreria dello Stato: per le Regioni, in conti correnti infruttiferi presso la Tesoreria centrale e, per gli enti locali, in contabilità speciali infruttifere presso le Sezioni di tesoreria provinciale. A tal fine, si considerano entrate provenienti dal bilancio dello Stato anche quelle derivanti da operazioni di indebitamento assistite, in tutto o in parte, da interventi finanziari dello Stato sia in conto capitale che in conto interessi. Tutte le disponibilità derivanti da altre entrate (le entrate proprie) sono escluse dal riversamento nella tesoreria statale e rimangono depositate presso i tesorieri dei singoli enti. Secondo il criterio di prioritario utilizzo introdotto dall’art. 7, comma 3 del d.lg. 1997/279, queste disponibilità debbono essere prioritariamente utilizzate per i pagamenti disposti da Regioni ed enti locali, salvo l’utilizzo di quelle vincolate secondo la vigente normativa. I tesorieri degli enti sono direttamente responsabili per la violazione del criterio di prioritario utilizzo; essi sono tenuti al riversamento nella Tesoreria statale dell’ammontare del pagamento eseguito in difformità dal suddetto criterio, maggiorato di una somma pari all’interesse legale calcolato per il periodo intercorrente tra la data del prelevamento dalla tesoreria statale e la data di riversamento. Fanno parte delle liquidità derivanti da entrate proprie depositate presso il sistema bancario, soggette dunque al criterio di prioritario utilizzo, anche quelle temporaneamente reimpiegate in operazioni finanziarie, con esclusione di quelle concernenti accantonamenti per i fondi di previdenza a capitalizzazione per la quiescenza del personale dipendente, previsti e disciplinati da particolari disposizioni, e dei valori mobiliari provenienti da atti di liberalità di privati destinati a borse di studio. Il nuovo sistema di tesoreria unica per Regioni edenti locali è attuato secondo un meccanismo di gradualità stabilito nell’art. 8 del d.lg. 1997/279 e integrato dall’art. 47 della legge 27.12.1997 n. 449.

  • TESORERIA UNICA, AZIENDE BANCARIE

    Prassi relativa alla gestione integrata delle disponibilità liquide all’interno delle aziende bancarie, indipendentemente dalla valuta di denominazione.

  • TESORO

    Organo dello Stato che si identifica con compiti di carattere strettamente finanziario (gestione della tesoreria, cioè del “tesoro” dello Stato, da cui ha tratto il nome; gestione e contabilità di bilancio; gestione delle attività e passività finanziarie; gestione della politica monetaria e creditizia) e che è stato a lungo ministero autonomo (Ministero del Tesoro). Fuso col altri ministeri finanziari e, da ultimo, col Ministero delle finanze, costituisce con questo il corpo del Ministero dell’economia e delle finanze (q.v.), operativo dal 2001.

  • TESTAMENTO

    È l’atto con il quale taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte o di parte delle proprie sostanze (art. 587 c.c.). Il testamento ha contenuto patrimoniale, ma può contenere anche disposizioni non patrimoniali (p.e., la designazione di un tutore o il riconoscimento di un figlio naturale), che la legge consente vi siano contenute. Il testamento non può essere redatto da un rappresentante o da due o più persone congiuntamente ed è sempre revocabile (per cui è nulla ogni clausola con cui il testatore rinuncia a revocare od a modificare le proprie disposizioni). Il testamento è, inoltre, un atto solenne. Per la sua stesura, infatti, non solo è richiesto l’atto scritto, ma bisogna necessariamente scegliere tra le forme indicate dalla legge (art. 601 c.c.). Tra queste, le più comuni sono quelle che danno vita al testamento olografo e al testamento per atto notarile. Il testamento olografo deve essere scritto a mano per intero, sottoscritto e datato dal testatore. Se manca uno dei primi due requisiti, esso è nullo. Altrimenti è annullabile entro cinque anni dal giorno della sua esecuzione. Il testamento per atto notarile può essere pubblico o segreto. Il primo viene redatto, con l’osservanza delle formalità prescritte, da un notaio alla presenza di due testimoni. Il testamento segreto, invece, può essere scritto dal testatore o da un terzo e, dopo essere stato sottoscritto dal testatore, viene consegnato in un plico sigillato al notaio, alla presenza di due testimoni, con le formalità indicate dalla legge. In difetto dei requisiti disposti dalla legge, il testamento segreto, se è scritto, datato e sottoscritto dal testatore, è valido come testamento olografo (art. 607 c.c.). Il testamento per atto di notaio è nullo se manca la redazione per iscritto da parte sua o se manca la sua sottoscrizione o quella del testatore. È annullabile entro cinque anni dalla esecuzione in caso di altri vizi di forma. Oltre a quelle ordinarie è consentito pure il ricorso ad alcune forme speciali, il cui utilizzo si giustifi ca per l’esistenza di circostanze eccezionali (malattie contagiose, calamità pubbliche, infortuni, il trovarsi a bordo di nave o di aeromobile, l’appartenere ad un corpo militare). In ogni caso, i testamenti speciali cessano di avere efficacia decorsi tre mesi dal venir meno della causa di impedimento o da quando il testatore è venuto a trovarsi in un luogo nel quale è possibile fare testamento nelle forme ordinarie. Come ogni negozio, il testamento può essere annullato quando è l’effetto di errore, di violenza o di dolo, o in caso di incapacità del testatore. Il testamento è invece nullo quando è determinato da un motivo illecito, quando è fatto in favore di determinate persone (p.e., il tutore, il notaio, il testimone, l’interprete, la persona che ha scritto il testamento segreto), e quando vi è incertezza (insanabile) circa la persona del beneficiario o l’oggetto del lascito. La nullità, tuttavia, non può essere fatta valere da chi, pur essendone consapevole, ha confermato la disposizione nulla o vi ha dato esecuzione (art. 590 c.c.).

  • TESTIMONIANZA

    Dichiarazione di scienza di un determinato fatto, basata su avvenimenti direttamente percepiti da chi è tenuto a riferirli (testimone), oppure su narrazione che egli abbia acquisito da terzi. Sua sede naturale è il processo in cui debbono essere provati i fatti giuridici dedotti dalle parti. Nel processo penale costituisce uno dei punti centrali dell’attività istruttoria e consiste per il soggetto chiamato a deporre in un vero e proprio obbligo di natura pubblicistica, che fa sorgere una responsabilità penale quando il riferimento dei fatti è difforme dolosamente dalla verità o quando si risolve in reticenza. Il giudice non ha limiti nel disporre la nuova testimoniale, tuttavia la legge attribuisce agli stretti congiunti la facoltà di astenersi dal deporre. Nel processo civile la testimonianza riposa sul principio della libertà della prova, riconosciuto alle parti in causa; è ammissibile solo quando il giudice istruttore, su richiesta di una delle parti, la ammette. In materia contrattuale è esclusa quando per il contratto è richiesta la forma scritta o quando si riferisce a patti aggiunti o contrari al contenuto di un documento.

  • TESTO UNICO

    Raccolta sistematica delle norme giuridiche emanate su una determinata materia in tempi diversi e con atti separati, effettuataal fine pratico di rendere più agevole la ricerca (p.e., t.u. sulle leggi di pubblica sicurezza). La forma tecnica solitamente adottata è quella del decreto presidenziale emanato su delibera del Consiglio dei ministri, previa proposta del ministro competente. È il Governo, pertanto, l’organo che effettua normalmente tale sistemazione. Altre volte la raccolta delle norme non è meramente compilatoria e ha anche lo scopo di innovare la precedente normativa, introducendo determinate modifiche nel sistema delle disposizioni che si vanno a coordinare. In questo caso il Governo deve essere autorizzato dal Parlamento con l’apposita legge di delegazione. Talvolta si parla impropriamente di testo unico per indicare una raccolta, non ufficiale, di leggi regolanti una determinata materia.

  • TESTO UNICO DELLE DISPOSIZIONI IN MATERIA DI INTERMEDIAZIONE FINANZIARIA-TUF

    Corpo normativo emanato ai sensi degli artt. 8 e 21 della legge 6.2.1996 n. 52, e rappresentato dal d.lg. 24.2.1998 n. 58 (“Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, ai sensi degli articoli 8 e 21 della legge 6 febbraio 1996, n. 52”). Con tale provvedimento si è operato un organico coordinamento delle disposizioni, già esistenti e di nuova introduzione, in materia di mercati finanziari da cui risulta una disciplina finalizzata al raggiungimento di obiettivi di ef- ficienza, trasparenza e correttezza. Al pari del TUBC, in esso è abbastanza frequente il rinvio alla normazione secondaria per la disciplina degli aspetti tecnici relativi a determinati soggetti o attività. Il TUF ripropone in gran parte quanto già disciplinato dal d.lg. 23 luglio 1996 n. 415 (decreto Eurosim) con il quale sono state recepite le direttive CEE 93/22, relativa ai servizi di investimento nel settore dei valori mobiliari e 93/6, in materia di adeguatezza patrimoniale delle imprese di investimento e degli enti creditizi (v., più in generale, direttive comunitarie in materia di intermediazione finanziaria). La sua emanazione segna un’ulteriore passo in avanti verso l’unificazione e la globalizzazione del settore finanziario nell’ambito degli stati dell’Unione Europea, già definita nel settore bancario con l’emanazione del TUBC, e nel settore assicurativo con i dd.llgg. 174 e 175/1995. Nell’impianto del TUF spicca, innanzitutto, la disciplina degli intermediari finanziari, ossia dei soggetti abilitati all’esercizio professionale, nei confronti del pubblico, dei servizi di investimento, e la disciplina della gestione collettiva del risparmio, riservata alle SGR e alle Sicav. L’esercizio di tali attività determina la sottoposizione dei soggetti esercenti alla vigilanza della Banca d’Italia, per quanto riguarda gli aspetti attinenti al contenimento del rischio e alla stabilità patrimoniale, e a quella della Consob, deputata a vigilare sulla trasparenza e correttezza dei comportamenti. Nel TUF è reperibile anche la disciplina relativa all’istituzione, organizzazione, funzionamento e vigilanza dei mercati regolamentati di strumenti finanziari (v. mercati regolamentati). Si tratta di una disciplina fortemente innovativa che incide anche sullo stesso concetto di attività di organizzazione e gestione dei mercati regolamentati, riconosciuta, a tutti gli effetti, come attività di impresa esercitabile da società di gestione di diritto privato, con compiti di regolamentazione delle attività che si svolgono nei mercati regolamentati. Con la nuova disciplina della materia, alla Consob residuano solo poteri di vigilanza su tali mercati ma non compiti di amministrazione diretta degli stessi. La disciplina dei mercati si completa con la regolamentazione dei sistemi di garanzia e dei servizi di liquidazione delle operazioni su strumenti finanziari non derivati (v. esecuzione dei contratti di borsa), oltre che con quella dei mercati non regolamentati conseguenti a scambi organizzati di strumenti finanziari ovvero di fondi interbancari. Direttamente connessa all’attività di negoziazione nei mercati è la gestione accentrata di strumenti fi- nanziari, che trova affermazione nel TUF come attività di impresa. Essa può essere svolta, anche senza scopo di lucro, da società per azioni autorizzate dalla Consob, nelle quali si atteggi ad oggetto esclusivo, e viene sottoposta a controlli di vigilanza finalizzati a garantire la trasparenza, l’ordinata prestazione dei servizi e la tutela degli investitori (v. tutela del risparmio). Completa l’impostazione generale del TUF, assumendo una certa rilevanza nel sistema complessivo dello stesso, la disciplina dei soggetti emittenti strumenti finanziari, ispirata al principio generale della parità di trattamento dei portatori degli stessi. Si tratta di una disciplina che assume un significato particolare in riferimento agli emittenti quotati rispetto ai quali si opera una differenziazione delle regole della cosiddetta corporate governance, attinenti all’organizzazione e al funzionamento dell’organismo societario. In punto le innovazioni riguardano la composizione, i poteri e i doveri del collegio sindacale, i presupposti per la convocazione dell’assemblea dei soci ed i quorum relativi all’assemblea straordinaria (assemblea delle società commerciali) oltre alla previsione di strumenti di tutela delle minoranze azionarie (v. società per azioni), tra cui la possibilità di esprimere il voto per corrispondenza, Sempre in riferimento alle società quotate, il TUF modifica anche la disciplina della rappresentanza in assemblea (v. delega di voto), e quella delle azioni di risparmio che risulta oramai quasi interamente rimessa all’autonomia statutaria delle società emittenti. A tutela del pubblico risparmio è poi prevista la disciplina della sollecitazione all’investimento, finalizzata a garantire la necessaria informazione e trasparenza degli investitori e quella dedicata alle offerte pubbliche di acquisto e di scambio (v.offerta pubblica di acquisto e offerta pubblica di scambio). Il TUF prende in considerazione anche l’attività di revisione contabile e del bilancio integrandone la relativa disciplina con la previsione di particolari tipologie di giudizi sui bilanci, regolamentandone il contenuto e gli effetti (v.revisione dei conti). (as-mt) Modifiche e integrazioni al TUF sono contenuti nel d.lg. 6.2.2004 n. 37 e nel d.lg. 28.12.2004 n. 310, emanati in attuazione della legge delega per la riforma del diritto societario 3.10.2001 n. 366.

    I testi integrati del TUF cosÏ come modificato dal 1998 ad oggi sono consultabili sul sito della Consob(http://www.consob.it/main/regolamentazione/tuf/storico_TUF.html).

  • TESTO UNICO DELLE LEGGI IN MATERIA BANCARIA E CREDITIZIA

    Acr.: TUBC. Emanato su delega disposta dall’art. 25 della l. 19.2.1992 n. 142, concernente l’attuazione della direttiva 89/646/CE del 15.12.1989, è rappresentato dal decreto legislativo 1°.9.1993 n. 385 (“Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia”). Consta di 162 articoli che ne sostituiscono circa 1400 sparsi in 130 leggi. Con detto provvedimento l.b. 1936 è stata de- finitivamente abbandonata, fatta eccezione per il titolo III disciplinante l’Istituto di emissione e per gli articoli 32, comma 1, lettere d) e f), e 35, comma 2, lettera b). Costituisce un corpo organico di disposizioni volte a coordinare ed, in qualche caso, a disciplinare innovativamente sia l’esercizio di attività finanziarie sia gli intermediari deputati allo svolgimento delle stesse. Ne fanno inoltre parte norme sulle autorità creditizie, i poteri di vigilanza, i gruppi bancari, la trasparenza delle condizioni contrattuali e sul credito al consumo, rimanendone invece escluse le leggi concernenti l’intermediazione mobiliare (v.SIM) e la tutela della concorrenza.

    1. Recepimento delle direttime comunitarie. Il TUBC è il frutto di uno sviluppo normativo avviatosi negli anni Ottanta e culminato con il recepimento delle direttive comunitarie in materia bancarie. Le tappe più rilevanti di tale processo hanno trovato attuazione nella riforma statutaria degli enti creditizi pubblici (v. ente creditizio pubblico; trasformazione delle banche pubbliche), nell’affermazione del carattere imprenditoriale dell’attività bancaria, nella sostituzione del modello giuridico della società per azioni a quello della banca pubblica, nella disciplina dei gruppi creditizi e nell’emanazione della legislazione antimonopolistica. Tra gli obiettivi indicati dalla seconda direttiva di coordinamento bancario e tradotti nel TUBC possono rammentarsi la parità concorrenziale delle banche operanti nell’ambito del Mercato unico, la validità europea delle autorizzazioni all’attività bancaria rilasciate dai singoli stati, la libertà di stabilimento e di prestazione di servizi nell’ambito dei Paesi membri; la responsabilità unica della bancacasa madre e la parallela attribuzione al paese di origine della competenza a vigilare sulla stabilità delle singole banche, la collaborazione tra le diverse autorità interne e internazionali, competenti all’esercizio dei controlli sugli operatori, il controllo sugli assetti proprietari e, infine, la determinazione di misure prudenziali in tema di patrimonio e di partecipazioni detenibili.

    2. Legge di principi e di allocazione di poteri. Il legislatore ha configurato il nuovo TUBC come una legge di principi e di allocazione di poteri. Il rango legislativo è stato tendenzialmente attribuito alle norme fondamentali e a quelle che conferiscono alle Autorità creditizie il potere di emanare la normativa secondaria. La disciplina degli aspetti di natura tecnica o comunque particolarmente analitici è stata invece in genere rimessa a fonti subprimarie. Il procedimento ordinario di produzione normativa prende avvio con una formale proposta di delibera del CICR elaborata dalla Banca d’Italia e si conclude con l’emanazione di istruzioni attuative della delibera da parte della stessa Banca d’Italia. Gli atti normativi assumono, a secondadei casi, la forma di delibere del CICR, decreti del Tesoro “indipendenti” o “assunti in via d’urgenza”, in sostituzione di deliberazioni del CICR, regolamenti emanati dal ministro del Tesoro (ai sensi dell’art. 17, comma 3, della l. 23.8.1988 n. 400) ovvero dalla Banca d’Italia (ai sensi della l. 2.1.1991 n. 1), istruzioni di vigilanza della Banca d’Italia (v. direttive della Banca d’Italia).

    3. La normativa secondaria. I principali campi d’intervento in cui i poteri di normazione secondaria vengono esercitati sono l’attività bancaria e creditizia, la trasparenza delle condizioni contrattuali, il funzionamento dei sistemi di pagamento e l’emissione di valori mobiliari. La nozione tradizionale di attività bancaria, intesa come esercizio congiunto delle attività di raccolta di risparmio tra il pubblico e di erogazione del credito, è stata confermata aggiungendo la precisazione del carattere di impresa dell’attività e alla sua riserva alle banche. La disciplina della raccolta del risparmio tra il pubblico è stata invece oggetto di riformulazione. In base all’art. 11 TUBC la raccolta del risparmio tra il pubblico viene riservata alle banche anche se disgiunta dall’esercizio del credito. La norma consente, però, alle imprese oltre che alle autorità statali e agli enti pubblici di reperire capitale di debito accedendo direttamente al mercato. Quanto alla veste giuridica, le banche di nuova costituzione possono assumere soltanto la forma di società per azioni o di società cooperativa per azioni a responsabilità limitata. Al duplice provvedimento autorizzativo alla costituzione e all’inizio delle operazioni previsto dalla leggebancaria per l’accesso al mercato bancario è stata sostituita una sola autorizzazione all’attività bancaria, L’apertura di succursali di banche italiane è stata liberalizzata (v. sportello bancario). Per le banche comunitarie trovano piena applicazione il principio della libertà di stabilimento e quello di libera prestazione di servizi. Per quanto concerne le modificazioni statutarie, il provvedimento di approvazione precedentementeprevisto è ora sostituito da un semplice atto di accertamento che le modificazionideliberate non pregiudichino la sana e prudente gestione. Una speciale disciplina è prevista per le modificazioni statutarie delle banche di credito cooperativo.

    4. Despecializzaizone temporale. La riforma attuata con l’emanazione del TUBC ha investito i pilastri normativi della legge bancaria, soprattutto mediante l’attribuzione alle banche di una serie di prerogative volte a consentire la despecializzazione operativa, temporale e istituzionale (v.principio di specializzazione; despecializzazione degli intermediari creditizi) del nostro sistema creditizio, il rafforzamento della vigilanza e l’affermazione del carattere di neutralità dei controlli. Il principio della specializ- zazione temporale aveva comportato la suddivisione degli operatori in banche a breve, deputate a esercitare in prevalenza il credito commerciale utilizzando fondi raccolti prevalentemente a vista ed istituti di credito speciale, che concedevano finanziamenti finalizzati generalmente a media e lunga scadenza a fronte di una raccolta basata sull’emissione di obbligazioni. Nel 1992 il d.lg. 14.12.1992 n. 481 provvide a eliminare la ripartizione degli intermediari bancari basata sulla specializzazione temporale, introducendo un tipo unico di banca abilitata sia a raccogliere mediante emissione di obbligazioni sia ad esercitare le attività di finanziamento disciplinate dalla legislazione sul credito speciale. Il TUBC del 1993 ha poi perfezionato la despecializzazione del sistema, demandando alpotere normativo delle Autorità di vigilanza il compito di introdurre strumenti di controllo prudenziale idonei a contenere i rischi derivanti dall’eccessiva trasformazione delle scadenze delle attività e passività del bilancio bancario.

    5. Despecializzazione funzionale. Il sistema bancario della l.b. 1936 risultava articolato in un variegato panorama di categorie di intermediari sia nell’ambito delle aziende di credito operanti a breve (istituti di credito di diritto pubblico; banche di interesse nazionale; casse di risparmio e monti di credito su pegno di 1a categoria; monti di credito su pegno di 2a categoria; banche popolari; casse rurali e artigiane; aziende ordinarie di credito) sia in quello degli istituti di credito speciale (istituti fondiari ed edilizi; sezioni per il credito alle opere pubbliche; istituti di credito agrario: istituti mobiliari quali imi, Crediop e Icipu; banche a medio termine costituite in forma societaria, rappresentate da Mediobanca, Interbanca (v. Banca antoniana-Popolare veneta), Efibanca e Centrobanca (v.Banca popolare di Bergamo-Credito varesino); sezioni industriali di grandi istituti operanti a breve termine; gli istituti meridionali Isveimer, Irfis e Cis; mediocrediti regionali e, infine, i due istituti di rifinanziamento: Mediocreditocentrale e Artigiancassa). Fatta eccezione per le quattro spa esercenti il credito mobiliare, disciplinate in prevalenza dal diritto comune, tutti gli altri erano regolati da leggi speciali singolari o di categoria. L’art. 161 TUBC abroga esplicitamente tutte le leggi che disciplinavano in modo particolare le casse di risparmio, i monti di credito su pegno e gli istituti di credito speciale. Sotto il profilo della operatività le banche popolari (v. banca popolare) sono sempre state del tutto simili alle banche ordinarie. Della cooperativa le popolari continuano a presentare soltanto i caratteri strutturali: la variabilità del capitale, il voto capitarlo, i limiti individuali al possesso azionario. Consistenti innovazioni hanno invece interessato la disciplina delle casse rurali e artigiane, divenute ora banche di credito cooperativo (v.banca di credito cooperativo), le cui anime tradizionali sono rappresentate da quella bancaria, quella mutualistica e quella di intermediari settorialmente specializzati. Lo statuto delle banche in questione assume un ruolo particolarmente rilevante. in quanto esso non rappresenta solo uno strumento di regolamentazione dei rapporti tra i soci, ma svolge anche una funzione ausiliaria della vigilanza prudenziale. Il TUBC introduce una nuova normativa che raggruppa le vecchie operazioni di credito speciale in pochi tipi fondamentali con buona parte della disciplina in comune: credito fondiario, credito alle opere pubbliche, credito agrario e peschereccio. Ferma restando la legislazione in tema di credito agevolato emanata dalle regioni, esso dispone l’abilitazione generalizzata delle banche all’erogazione dei finanziamenti agevolati, ivi compresa la gestione dei fondi pubblici di incentivazione, introducendo così nel nostro Paese il modello della banca universale. Quello della banca universale è dunque un modello organizzativo che, sulla base delle illustrate previsioni del TUBC, si traduce nella possibilità di raccogliere il risparmio ed esercitare il credito senza limiti di durata, di destinazione e di forma tecnica oltre che nella possibilità di svolgere altre attività finanziarie non riservate dalla legge a determinati tipi di intermediari. L’organizzazione in gruppo resta, inoltre, una soluzione obbligata per le banche che siano interessate allo svolgimento delle attività di negoziazione in borsa di valori mobiliari, gestione di fondi comuni d’investimento mobiliare, gestione di fondi mobiliari chiusi e di quelle esercitate da società di investimento a capitale variabile (v. gruppo bancario).

    6. Vigilanza e controllo. L’apparato di controllo configurato dal TUBC (v. vigilanza bancaria) si articola nel CICR, nel ministro del Tesoro e nella Banca d’Italia, Al ministro del Tesoro è demandata l’assunzione di tutti i provvedimenti di carattere particolare, ivi compresi quelli di amministrazione straordinaria, di liquidazione coatta amministrativa e di irrogazione delle sanzioni, in precedenza attribuiti al Comitato Interministeriale per il Credito ed il Risparmio. Il TUBC ha esplicitamente definito le fina- lità dell’attività di vigilanza, le cui valutazioni di merito sono vincolate al perseguimento dell’interesse pubblico e al rispetto delle regole di buona amministrazione, escludendo quelle di programmazione economica e di politica monetaria. Sono state inoltre unificate le fonti giuridiche dei controlli, abrogando le leggi istitutive delle diverse categorie di enti creditizi, contenenti - fra l’altro - disposizioni che sottoponevano le stesse a controlli specifici. Il legislatore del TUBC ha poi assoggettato tutte le banche alle medesime misure di vigilanza informativa, regolamentare e ispettiva (v. ispezione bancaria) che le Autorità possono assumere sulla base dei poteri loro attribuiti. Di analoghi poteri le Autorità dispongono nei confronti dei gruppi bancari. Il TUBC consolida e coordina fra loro le norme sul gruppo creditizio e quelle che - recependo la dir. 92/30/CE hanno ampliato l’ambito della vigilanza consolidata (v. vigilanza su base consolidata).

    7. Disciplina delle crisi. Con riguardo alla disciplina delle situazioni di crisi, il TUBC ha coordinato la speciale disciplina prevista per la liquidazione coatta amministrativa delle banche con la normativa successivamente dettata dalla legge fallimentare per le procedure concorsuali ordinarie. In particolare, il legislatore ha rimesso al diritto comune la regolamentazione dei profili generali della procedura, prevedendo specifiche norme di deroga per i soli aspetti peculiari alle liquidazioni coatte bancarie. Il recepimento della normativa comunitaria ha arricchito la gamma degli strumenti di prevenzione delle crisi a disposizione delle autorità. Nei confronti delle banche italiane e delle succursali di banche extracomunitarie, infatti, è stato attribuito alla Banca d’Italia il potere di assumere provvedimenti straordinari quali il divieto di effettuare nuove operazioni e l’ordine di chiudere una o più succursali per violazione di disposizioni legislative, amministrative o statutarie, per irregolarità di gestione ovvero, nel caso di succursali di banche extracomunitarie, anche per insufficienza di fondi. Analoghe procedure sono attivabili nei confronti di banche comunitarie. In materia di crisi del gruppo bancario il TUBC ripropone la disciplina introdotta dal d.lg. 20.11.1990 n. 356.

    8. Incorporazioni e fusioni. Diversamente dalla l.b. 1936, che disciplinava le fusioni tra banche sulla base delle categorie istituzionali di appartenenza, il TUBC sottopone ad autorizzazione delle Autorità creditizie non solo le fusioni tra banche, ma anche quelle tra banche e società di altra specie, prevedendo specifiche disposizioni per i casi in cui da fusioni con banche di diversa natura possa derivare l’uscita della categoria originaria. Pari regime di controlli viene applicato alle operazioni con le quali le banche si rendano cessionarie di aziende, di rami d’azienda o di rapporti giuridici individuabili in blocco.

    9. Soggetti operanti nel settore finanziario. La disciplina dei soggetti operanti nel settore finanziario (v. intermediari finanziari non bancari) dettata dal titolo V, TUBC conferisce organica sistemazione alla previgente normativa risultante da tre leggi emanate tutte nel corso del 1991, specie sotto il profilo del sistema di controlli.

    10. Trasparenza delle condizioni. Il TUBC incorpora anche la disciplina della materia della trasparenza delle condizioni praticate per le operazioni e per i servizi bancari e finanziari e quella del credito al consumo. Dall’ambito di applicazione della normativa sono esclusi le SIM e altri intermediari operanti nel comparti dei valori mobiliari già sottoposti a regole di analogo contenuto. In tema di pubblicità delle condizioni relative alle operazioni e ai servizi offerti il TUBC ha provveduto a semplifi-carne e a delegificarne il contenuto, ampliando il novero delle prescrizioni tecniche e di dettaglio demandate al potere normativo delle Autorità creditizie.

    11. Sistemi di pagamento. Alla Banca d’Italia sono attribuite competenze in materia di buon funzionamento dei sistemi di pagamento attraverso l’emanazione di disposizioni volte ad assicurare sistemi di compensazione e di pagamento efficienti e affidabili. L’attività bancaria e l’ordinato funzionamento dei mercati della raccolta del risparmio e dell’erogazione del credito sono tutelati soprattutto perseguendo le diverse forme di svolgimento abusivo delle attività riservate. Le disposizioni speciali si limitano ad accrescere il livello di tutela che norme penali corrispondenti prevedono per le società commerciali. Alla Banca d’Italia compete proporre l’applicazione delle sanzioni al ministro del Tesoro.

    12. Regioni. Le singole regioni dotate di poteri nelle materie disciplinate dalla seconda direttiva di coordinamento bancario hanno il compito di emanare norme di recepimento della stessa nel rispetto dell’art. 159 TUBC. Quest’ultimo dispone che le valutazioni tecniche di vigilanza sono riservate alla esclusiva competenza della Banca d’Italia ed inibisce alle regioni di derogare alla disciplina che liberalizza l’apertura di succursali e la prestazione di servizi, oltre che a quella sui requisiti soggettivi degli esponenti aziendali, sui finanziamenti agevolati e sulla gestione dei fondi pubblici.

    13. Modificazioni del TUBC. Dalla sua emanazione ad oggi il Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia ha subito una serie di modificazioni che ne hanno comportato l’adeguamento all’evoluzione normativa, nazionale e comunitaria. Le prime modifiche sostanziali sono state apportate dal d.lg. 23 luglio 1996 n. 415, di recepimento della direttiva 93/22/CEE sui servizi di investimento nel settore dei valori mobiliari, che ha determinato l’ampliamento delle categorie di soggetti diversi dalle banche ammessi alla raccolta del risparmio tra il pubblico. Successivamente, il d.lg. 24.2.1998 n. 58, ha introdotto modifiche ai sistemi di controllo interno e contabile delle banche e in materia di intermediari finanziari iscritti nell’elenco speciale. Ulteriori mutamenti sono stati introdotti dal d.lg. 4 agosto 1999 n. 333, di attuazione della direttiva 95/26/CEE in materia di rafforzamento della vigilanza prudenziale (v. vigilanza bancaria), che ha istituito nuovi rapporti di collaborazione fra autorità di vigilanza e previsto ulteriori requisiti per il rilascio dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività bancaria (v.autorizzazione e revoca all’esercizio del credito), oltre che dal d.lg. 4 agosto 1999 n. 342, che ha inciso in misura rilevante in materia di calcolo e capitalizzazione degli interessi (v.interessi nelle operazioni bancarie), di raccolta del risparmio da parte di società cooperative e di abusivismo bancario; abusivismo bancario e finanziario, disposizioni penali. (as-mt). Modifiche e integrazioni al TUBC sono contenuti nel d.lg. 6.2.2004 n. 37 e nel d.lg. 28.12.2004 n. 310, emanati in attuazione della legge delega per la riforma del diritto societario 3.10.2001 n. 366.

    14. Il Testo Unico aggiornato al 2011. ?La Banca d'Italia fornisce il testo aggiornato del TUB al link:
    http://www.bancaditalia.it/vigilanza/normativa/norm_naz/TUB_gennaio_2011.pdf

  • TFP

    Acr. di Total Factor Productivity (fr. productivité totale des facteurs), trad. it: produttività totale dei fattori. Una delle due misure della produttività (a livello macroeconomico) comunemente impiegate dagli economisti e nei documenti pubblici di politica economica (l’altra è la produttività del lavoro). La TFP è la misura della crescita del prodotto interno lordo (PIL; v. contabilità nazionale) dovuta al progresso tecnico e alleriforme strutturali dell’economia (ed è quindi un indicatore della sua performance) ed è calcolata come differenza tra il tasso di crescita del valore aggiunto e i tassi di crescita dell’input di lavoro e dello stock di capitale, ponderati con le rispettive quote distributive (ovvero misura il divario tra la crescita del PIL e la crescita degli input utilizzati nella produzione). La TFP tiene conto dei miglioramenti qualitativi degli input produttivi, come dire degli spostamenti della funzione della produzione. Un aumento della TFP si traduce in un aumento dello standard di vita, cioè del benessere. Gli studi recenti dell’OCSE e del FMI provano che il grado di rigidità e di regolamentazione dei vari mercati è correlato negativamente alla performance economica di un paese e che riforme strutturali non incidono solo sull’accumulazione dei fattori produttivi, ma anche sulla loro produttività. Questo concetto è utilizzato nel DPEF 2003- 2006 per sostenere l’opportunità e la convenienza delle riforme proposte dal Governo in materia fiscale e del lavoro.

  • THETA

    Nel modello Black-Scholes di prezzamento delle opzioni (v. Black and Scholes model) indica la sensitività del valore di un’op- zione calcolato ex ante a piccole variazioni del tempo fino alla scadenza. P.e., nel caso di un’opzione call si ha che:


    Formula Theta

  • THIN CAPITALIZATION

    Lett.: capitalizzazione sottile, leggera, riferita al rapporto mezzi propri/mezzi di terzi di un’impresa dal punto di vista dell’imposizione tributaria e, in specie, dell’IRES.

    1. Il concetto è rilevante agli effetti dell’azione di contrasto all’utilizzo fiscale della sottocapitalizzazione delle imprese avviata dalla riforma Tremonti e riguarda principalmente i contribuenti soggetti IRES (art. 98 del d.lg. 12.12.2003 n. 344) e applicabile anche alle imprese individuali soggette all’IRPEF (art. 63 d.lg. cit.). La norma ha come obiettivo di scoraggiare fenomeni di elusione e di promuovere la patrimonializzazione delle imprese. Si vuole, cioè, evitare che i soci, invece di investire nell’impresa sufficiente capitale proprio, la finanzino mediante prestiti in modo da beneficiare di un’imposizione fiscale più mite mediante maggiori oneri per interessi passivi. La nuova normativa IRES pone quindi un limite alla deducibilità degli interessi passivi riguardanti linee di credito garantite o erogate da un socio e da sue parti correlate (cioè società controllate e, nel caso di persone fisiche, il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado), che detiene direttamente o indirettamente una partecipazione non inferiore al 25% del capitale sociale, a condizione che il rapporto tra la consistenza media dei finanziamenti e la quota di patrimonio netto contabile di pertinenza del socio e delle sue parti correlate, aumentato degli apporti di capitale, sia maggiore di quattro a uno (per il primo anno di applicazione tale rapporto non deve essere maggiore di cinque a uno).

    2. Le linee di credito garantite presuppongono il rilascio di garanzie reali o personali o di fatto, fornite anche mediante comportamenti o atti che producono lo stesso effetto delle garanzie. Sono linee di credito erogate i mutui, i depositi di denaro e ogni altro rapporto di natura fi- nanziaria. Patrimonio netto contabile è il patrimonio risultante dal bilancio relativo all’esercizio precedente comprensivo dell’utile non distribuito e dedotti i crediti per conferimenti non eseguiti, le azioni proprie in portafoglio, le perditee il valore di libro delle partecipazioni in società controllate o collegate.

    3. Le disposizioni sulla thin capitalization non si applica alle imprese il cui volume dei ricavi non supera le soglie previste per l’applicazione degli studi di settore (euro 5.164.569) e al contribuente debitore che dimostra che l’ammontare dei finanziamenti è giustificato dalla propria esclusiva capacità di credito e che conseguentemente gli stessi sarebbero stati erogati anche da terzi indipendenti con la sola garanzia del patrimonio sociale. Si applica, in ogni caso, alle società che esercitano in via esclusiva o prevalente l’attività di assunzione di partecipazioni.

  • THIN CLIENT

    Lett.: cliente leggero. Computer dotati di risorse hardware più limitate rispetto ai personal computer standard, ma con la possibilità di connettersi tramite rete a server per l’esecuzione delle elaborazioni. Tali apparecchiature permettono una riduzione dei costigrazie anche alla possibilità di gestire il software in maniera centralizzata.

  • THIN CORPORATION

    Espressione impiegata negli Stati Uniti per indicare una società troppo indebitata in rapporto ai mezzi propri investiti.

  • THOMSON BANKWATCH

    Società di rating di proprietà fino al 2000 del gruppo canadese Thomson Corporation (TOC). BankWatch era la branca specializzata della Thomson Financial BankWatch (denominazione assunta nel 1999; quella precedente era Thomson BankWatch) nel rating bancario e nella ricerca sulle società bancarie e finanziarie, presente in 85 Paesi È stata acquisita nell’ottobre 2000 e fusa in Fitch Inc. società di rating controllata da Fimalac S.A., holding francese di un gruppo internazionale specializzato in servizi alle imprese.

    Si veda anche THOMSON REUTERS

  • THRIFT INSTITUTION

    Categoria generale di intermediari finanziari statunitensi attivi nel settore della raccolta di fondi a breve termine e nella concessione di prestiti a medio-lungo termine, soprattutto a favore dell’edilizia. Esistono tre tipi di Thrift institutions: le Saving & Loan Associations (associazioni di risparmio e prestito), le Mutual Savings Banks (casse di risparmio) e le Credit Unions (cooperative di credito). Le prime accentuano depositi a risparmio e vincolati ed erogano prestiti principalmente per l’acquisto di proprietà immobiliari e per il finanziamento dell’attività edile. La maggior parte di esse è tecnicamente di proprietà dei depositanti, i quali ricevono quote delle associazioni in contropartita dei depositi. Anche se non si tratta di banche, esse sono generalmente considerate come facenti parte del settore bancario e sovente sono ritenute vere e proprie banche. Le Mutual Savings Banks accettano depositi a risparmio da privati e impiegano la gran parte dei fondi raccolti in mutui ipotecari. Si collocano ad un livello intermedio tra la commercial bank e le Saving & Loan Associations quanto alla tipologia degli attivi e passivi patrimoniali. La maggior parte di esse, inoltre, è autorizzata ad offrire ai risparmiatori conti movimentabili tramite assegni. Le Credit Unions, infine, sono costituite nella forma di cooperative fra persone che condividono un rapporto comune (rapporto di impiego, adesione ad un sindacato ecc.). Accettano depositi a risparmio dai soci in forma di acquisizione di quote e corrispondono dividendi su di esse, a valere sugli utili ottenuti; forniscono credito al consumo ai soci ed offrono anche conti di deposito sui quali, in analogia con i conti correnti, è possibile trarre assegni.

  • THUMB RULE

    Anche: rule of thumb, lett.: regola del pollice. Regola o metodo pratico di misura di un fatto economico e finanziario, suggeriti dall’esperienza al di fuori di una teorizzazione scientifica, ma utili per le indicazioni che dà e per la rapidità e la pochezza del costo di esecuzione. Il price/earnings ratio, il metodo del periodo di recupero, ilrendimento immediato sono esempi di rule of thumb. L’espressione inglese risale al Seicento e nasce, come sembra, dall’uso delle sarte e dei contadini di misurare col pollice. Le indicazioni di una rule of thumb vanno integrate con un approfondimento dell’analisi.

  • TIED LOAN

    Prestito legato, e cioè concesso da uno Stato in grado di fornire disponibilità finanziarie a un Paese estero, alla condizione che vengano utilizzate per acquisti di beni prodotti nel primo.

  • TIER 1 CAPITAL (ENCICLOPEDIA)

    Il Tier 1 Capital … o Patrimonio di base - è una grandezza, definita dal Comitato di Basilea, che identifica le principali componenti del capitale proprio di una banca. Rappresenta la quantità di capitale che consente di assorbire le perdite senza dover intaccare gli interessi dei depositanti; determina quindi la capacità di operare in condizioni di solvibilità. Esso è dato dal capitale sociale, dalle riserve indisponibili di bilancio e dagli utili non distribuiti agli azionisti e accumulati nel corso della vita della banca. La regolamentazione dettata dal Comitato di Basilea identifica il capitale delle Banche in 3 livelli (appunto Tier 1, 2 e 3), classificati per grado crescente di liquidità e decrescente di priorità nel rimborso agli azionisti. Tali livelli di capitale sono atti a garantire la copertura delle eventuali perdite finanziarie, il loro assorbimento e dunque la “permanenza in vita” dell’istituto. Il Tier 1, rispetto al Tier 2 e al Tier 3, è la componente del capitale di qualità più elevata perché garantisce i depositanti da eventuali perdite, siano esse occasionali o persistenti nel corso degli esercizi, nonché da eventuali situazioni di “bancarotta” e conseguente liquidazione del capitale dell’istituto. Il Tier 2 e Tier 3 (rispettivamente, il Patrimonio supplementare e le deduzioni patrimoniali) rappresentano, invece, voci di bilancio di natura non strettamente patrimoniale. Vengono sottoposti al controllo da parte delle autorità competenti perché fanno parte della componente “allargata” del capitale.

    Il Tier 1 Capital cerca di superare la nozione strettamente contabile di patrimonio netto avvicinandosi invece a quella di valore attuale, in un dato istante, di tutti i flussi di cassa che la banca sarà in grado di generare nel corso della propria vita. Flussi di cassa e non utili di esercizio, appunto perché si tratta di una misura creata per monitorare la solvibilità, e non la profittabilità, del capitale. In questo senso il Tier 1 Capital identifica quello che sarebbe il fair value, o prezzo di equilibrio, della banca stessa considerata nella sua interezza una volta nettato il valore attuale del capitale di terzi dalle attività ponderate per il rischio (o RISK-WEIGHTED ASSETS (RWA)). E’ proprio a tale scopo, infatti, che il calcolo del Tier 1 Capital non considera al proprio interno alcune voci di bilancio che frequentemente “annacquano” il valore contabile della banca, quali ad esempio l’ammontare degli intangibile assets o attività immateriali, le perdite dell’esercizio in corso, o le azioni proprie detenute in portafoglio.

    Rientrano nella nozione di Tier 1 Capital anche gli strumenti ibridi di patrimonializzazione, vale a dire tutte quelle passività irredimibili, altamente illiquide ed assimilabili al capitale proprio, per le quali l’emittente può sospendere il rimborso in caso di preventivo consenso della banca centrale. Ciò avviene quando si verificano particolari circostanze negative in grado di compromettere seriamente la solvibilità della banca, e cioè:

    - Quando le perdite di bilancio determinano una diminuzione del capitale versato e delle riserve tale da farlo scendere al di sotto del livello minimo di capitale previsto per l’autorizzazione all'attività bancaria; in questo caso, le somme rivenienti dalle suddette passività e dagli interessi maturati possono essere utilizzate per far fronte alle perdite, al fine di consentire alla banca la continuazione dell’attività.

    - Quando la gestione ha un andamento pesantemente negativo; in questo caso il diritto alla remunerazione dei creditori può essere sospeso nella misura necessaria a evitare o limitare il più possibile l’insorgere di perdite.

    - Quando la banca viene posta in liquidazione; in questo caso, il debito può essere rimborsato solo dopo che siano stati soddisfatti tutti gli altri creditori non ugualmente subordinati.

    Gli strumenti ibridi di patrimonializzazione devono avere, al fine dell’inclusione nel Tier 1 Capital, una durata pari o superiore a 10 anni.

    Il Tier 1 Capital viene regolamentato ai fini della valutazione del grado di solvibilità della banca, attraverso il calcolo del Core Tier 1 ratio. Il calcolo è relativamente semplice: occorre infatti rapportare il Core Tier 1 (con un peso di strumenti ibridi di patrimonializzazione al proprio interno non superiore al 15%) alle attività ponderate per il rischio (RWA secondo i criteri di Basilea III). Il Core Tier 1 ratio valuta il grado di capitalizzazione della banca in rapporto agli assets di cui essa dispone, e alla luce del rischio che grava sulla banca stessa.

    Un livello ottimale del Tier 1 Capital ratio dovrebbe essere pari all’8%, e Basilea II consiglia di essere almeno al 6%. Le banche che non soddisfano tale livello dell'indice vengono spesso chiamate dal mercato ad interventi di aumento di capitale per ristabilire un equilibrio tra fonti finanziarie ed impieghi che garantisca la persistente stabilità della banca nel tempo.

  • TILL MONEY

    Moneta nel cassetto (till) e cioè riserva in denaro contante detenuta dalle banche allo scopo di provvedere al fabbisogno giornaliero. Da non confondere con la “giacenza di cassa”, che è anche comprensiva di assegni,vaglia, cedole, valute ed anche effetti in scadenza. Il suo valore assoluto rispetto al totale dei depositi fiduciari e dei conti correnti passivi di corrispondenza è nel tempo progressivamente diminuito ed ha raggiunto, sebbene con differenze tra banca e banca, valori insignificanti nell’eventualità di una grave crisi di liquidità o di una corsa ai rimborsi. Inoltre, parte di essa, composta di biglietti di banca e moneta divisionaria ormai logori, va periodicamente sostituita presso l’istituto di emissione e non è disponibile per essere prontamente spesa.

  • TIME-DEPOSITS

    Depositi interbancari con scadenza inferiore a 30 giorni per consegna nel giorno stesso. Si distinguono dai depositi a tempo bancari per consegna a 2 giorni con vincolo pari a 1 settimana, 2 settimane, 1, 2, 3, 6, 9 e 12 mesi.

  • TIMES EARNED INTEREST

    Noto come interest coverage, è l’indice pari al rapporto tra EBIT e oneri finanziari. È considerato indice della capacità di credito di un’impresa essendo la misura di quante volte il reddito prodotto è in grado di coprire i pagamenti per interessi.

  • TIPI DI OPZIONE

    Le opzioni più importanti nei progetti d’investimento possono ricondursi a cinque classi principali:
    - opzione di differimento
    - opzione di espansione
    - opzione di flessibilità
    - opzione di uscita o di abbandono
    - opzione di sospensione
    - opzione di contrazione
    Le prime tre sono di tipo call, poiché si riferiscono ad azioni di acquisto e il prezzo di esercizio è dato in tutti e due i casi dal costo di investimento. L’opzione di differimento è per definizione una opzione distrutta quando il progetto viene intrapreso, mentre l’opzione di espansione viene acquisita con l’adozione di un progetto e sacrificata quando il progetto a cui si riferisce viene a sua volta adottato. L’opzione di flessibilità rappresenta la possibilità per il management progettuale di poter variare l’output di produzione e di poter cambiare in corsa le politiche di base previste dal progetto.
    Le altre tre opzioni della lista sono, invece, di tipo put, nel senso che esse rappresentano il diritto di abbandonare, sospendere, o ridimensionare un progetto già intrapreso. Il prezzo di esercizio, in questo caso, corrisponde al costo specifico dell’azione di "ritirata" progettuale che esse contemplano.
    Le opzioni possono essere interrelate tra loro in vario modo, in questo caso si parla di opzioni composte (compound options). La principale differenza tra le opzioni semplici e quelle composte è che mentre i parametri delle prime dipendono solamente dal progetto di investimento iniziale, i parametri dell’opzione composta oltre che dal progetto dipendono anche da altre opzioni.

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    Chiunque abbia, direttamente o indirettamente, ottenuto le informazioni privilegiate da un insider.

  • TITOLI ATIPICI

    Forme innovative di titoli di credito, non inquadrabili in quello delle obbligazioni regolate dal codice civile, e che trovano fondamento nel principio dell’autonomia negoziale ammessa in via generale dall’art. 1322 c.c Hanno avuto un notevole sviluppo nel corso dell’ultimo decennio, soprattutto a causa dell’indeterminatezza del regime fiscale applicato. Le denominazioni utilizzate per tali titoli sono le più diverse: certificato immobiliare; certificato finanziario; certificato agricolo; certificato patrimoniale; certificato mobiliare; quote di fondi comuni d’investimento immobiliare; buono di associazione in partecipazione; certificato di partecipazione. Le tipologie più frequenti fanno riferimento ad una particolare forma contrattuale: il contratto di associazione in partecipazione, disciplinato all’art. 2549 c.c Secondo tale contratto, l’imprenditore associante attribuisce all’associato una partecipazione agli utili dell’impresa di uno o più affari in relazione ad un determinato apporto. L’emissione, da parte dell’associato, di certificati frazionati e trasferibili per girata consente di spersonalizzare il rapporto e di rendere praticabile un mercato degli stessi. Spesso l’affare consiste nella gestione di un immobile o di un terreno (p.e., un albergo o un residence). L’associato non può intervenire nella gestione dell’affare, ma ha diritto a ricevere un rendiconto periodico e finale. Vanno sottolineate, a questo proposito, le numerose diffi- coltà che spesso si manifestano nel delineare i diritti degli associati ed il valore dei loro titoli e che rappresentano un aspetto assai rilevante anche dal punto di vista fiscale. Il valore dei certificati è stimato su base annua da parte dell’associante. Gli enti emittenti pubblicano poi con cadenza mensile, a titolo indicativo per il mercato secondario, delle valutazioni che tuttavia non sempre corrispondono ad effettivi prezzi di mercato. Il fatto che la valutazione venga fatta dall’emittente, abbinata alla ristrettezza del mercato secondario, conferiscono infatti una notevole indeterminatezza a tali aspetti. È probabilmente anche per queste ragioni, oltre che per l’introduzione di una specifica regolamentazione amministrativa e tributaria (d.l. 30.10.1983 n. 512, convertito nella l. 25.11.1983 n. 649), che lo sviluppo dei titoli atipici si è progressivamente attenuato fino quasi a far scomparire il fenomeno e che la propensione dei risparmiatori ad investire in essi si è fortemente ridotta a favore di più trasparenti forme di impiego, quali p.e. le quote dei fondi comuni d’investimento. La disciplina fiscale di questi titoli è rimasta indeterminata per lungo tempo. A essi si applicava residualmente la disposizione contenuta nell’ultimo comma dell’art. 26 del d.p.r. 29.9.1973 n. 600, che prevedeva una ritenuta a titolo di acconto del 15%. Successivamente il d.l. 30.10.1983 n. 512 ha assoggettato tali titoli ad una ritenuta del 18% a titolo di imposta con l’obbligo di rivalsa sui proventi di ogni genere corrisposti ai possessori. La ritenuta si applica anche all’eventuale differenza tra la somma pagata ai possessori o il valore dei beni attribuiti alla scadenza e il prezzo di emissione. Dal 1989 la ritenuta è del 30%. Se i titoli sono ad emissione continuativa o comunque non hanno una scadenza predeterminata è stabilito un versamento a titolo di anticipazione delle relative ritenute per un importo pari al 6%o della differenza del valore conferito al 31 dicembre ai titoli non rimborsati a tale data (esclusi quelli emessi nell’anno) e il corrispondente valore precedente.

  • TITOLI BARRIER

    Titoli il cui rendimento è legato, interamente o in parte, alla permanenza temporale di un parametro predefinito ad un livello inferiore o superiore ad una soglia predefinita.

  • TITOLI CORRIDOR

    Titoli il cui rendimento è legato, interamente o in parte, alla permanenza temporale, di un parametro predefinito, all’internodi un “corridoio” di valori delineato da una soglia minima e una massima.

  • TITOLI DI CAPITALE

    Ai fini della disciplina in materia di offerta al pubblico di prodotti finanziari, sono considerati titoli di capitale le azioni e gli altri strumenti negoziabili equivalenti ad azioni di società nonché qualsiasi altro tipo di strumento finanziario comunitario negoziabile che attribuisca il diritto di acquisire i summenzionati strumenti mediante conversione o esercizio di diritti che essi conferiscono, purché gli strumenti di quest’ultimo tipo siano emessi dall’emittente delle azioni sottostanti o da un’entità appartenente al gruppo di detto emittente. Per strumenti finanziari comunitari si intendono i valori mobiliari e le quote di fondi chiusi.

     

     

    Redattore: Nelda Sotis

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  • TITOLI DI EFFICIENZA ENERGETICA (TEE)

    I Titoli di Efficienza Energetica (TEE), denominati anche certificati bianchi, sono istituiti dai Decreti del Ministero delle Attività Produttive, di concerto con il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio 20 luglio 2004 (D.M. 20/7/04 elettricità, D.M. 20/7/04 gas) successivamente modificati ed integrati con il D.M. 21/12/07 determinante gli obiettivi quantitativi nazionali di incremento dell’efficienza energetica.
    I TEE sono emessi dal GME a favore dei distributori, delle società controllate dai distributori medesimi e a favore di società operanti nel settore dei servizi energetici (ESCO) al fine di certificare la riduzione dei consumi conseguita attraverso interventi e progetti di incremento di efficienza energetica.
    I TEE hanno un valore pari ad un tep e si distinguono in tre tipologie:
    1) Tipo I, attestanti il conseguimento di risparmi di energia primaria attraverso interventi per la riduzione dei consumi finali di energia elettrica;
    2) Tipo II, attestanti il conseguimento di risparmi di energia primaria attraverso interventi per la riduzione dei consumi di gas naturale;
    3) Tipo III, attestanti il conseguimento di risparmi di energia primaria attraverso interventi diversi da quelli di cui ai punti 1 e 2.
    I distributori di energia elettrica e di gas naturale possono conseguire gli obiettivi di incremento di efficienza energetica sia attraverso la realizzazione di progetti di efficienza energetica e la conseguente emissione dei TEE sia acquistando TEE da altri soggetti.
    Il GME organizza e gestisce la sede per la contrattazione dei TEE ed ha predisposto, d’intesa con l’AEEG (del. AEEG n. 67 del 14/04/2005), le regole di funzionamento del mercato dei TEE.
    Il mercato dei TEE consente:
    - l’acquisto di titoli da parte dei distributori che, attraverso i loro progetti, ottengono dei risparmi inferiori al loro obiettivo annuo e pertanto devono acquistare sul mercato i titoli mancanti per ottemperare all’obbligo;
    - la vendita di titoli da parte dei distributori che raggiungono risparmi oltre l’obiettivo annuo e che possono realizzare dei profitti vendendo sul mercato i titoli in eccesso;
    - la vendita di titoli ottenuti da progetti autonomi da parte delle ESCO che, non dovendo ottemperare ad alcun obbligo, hanno la possibilità di realizzare dei profitti sul mercato.
    Possono essere ammessi al mercato dei TEE tutti i soggetti che:
    - siano dotati di adeguata professionalità e competenza nell’utilizzo di sistemi telematici e dei sistemi di sicurezza ad essi relativi, ovvero che dispongano di dipendenti o ausiliari dotati di tale professionalità e competenza; 
    - non siano stati condannati, con sentenza definitiva, ovvero con sentenza che applica la pena su richiesta delle parti, per il delitto di aggiotaggio, per uno dei delitti contro l’inviolabilità della segretezza delle comunicazioni informatiche o telematiche, ovvero per il delitto di frode informatica;
    - assenza di precedente esclusione dal mercato dei TEE.
    Per essere ammessi al mercato dei TEE, i soggetti interessati devono:
    1. presentare al GME una Domanda di ammissione secondo il modello allegato alle “Regole di funzionamento del mercato dei titoli di efficienza energetica”, corredata della documentazione attestante che il soggetto abbia i requisiti sopra richiamati. Se il soggetto interessato è una persona giuridica, le dichiarazioni di assenza di condanne penali dovranno essere presentate con riferimento al titolare, al legale rappresentante o al soggetto munito dei necessari poteri, agli amministratori ed al direttore generale della società, ovvero ai soggetti che ricoprono cariche equivalenti a quelle di amministratore e di direttore generale. 
    2. sottoscrivere un Contratto di adesione, redatto, in duplice originale, secondo il modello allegato alle "Regole di funzionamento del mercato dei titoli di efficienza energetica" e siglato in ogni pagina dal legale rappresentante.
    Entro 15 giorni dalla data di presentazione della Domanda, il GME, in esito alle verifiche effettuate, ammette l’operatore al mercato e riconosce allo stesso la qualifica di operatore. Gli operatori ammessi al mercato sono inseriti in un apposito "Elenco degli operatori ammessi al mercato” tenuto e gestito dal GME nel rispetto della normativa in materia di riservatezza dei dati personali.
    Informazioni utili per la predisposizione della Domanda, del Contratto e sulla documentazione da presentare sono contenute nel Titolo II delle "Regole di funzionamento del mercato dei titoli di efficienza energetica".
    Le richieste di informazioni sul mercato dei TEE possono essere reperite utilizzando la casella postale certificatibianchi@mercatoelettrico.org.

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  • TITOLI DI SOLIDARIETÀ

    Denominazione introdotta dall’art. 29 del d.lg. 4.12.1997 n. 460 (“Riordino della disciplina tributaria degli enti non commerciali e delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale”) per una nuova specie di raccolta di fondi da destinare al fi- nanziamento delle Onlus, rinviandone la regolamentazione (specificazione dei soggetti abilitati all’emissione, condizioni, limiti, compresi quelli massimi relativi ai tassi effettivamente praticati ecc.) a un decreto ministeriale. Il decreto (d.m. Tesoro 8.6.1999 n. 328) ha qualifi-cato i titoli di solidarietà come obbligazioni a tasso fisso non convertibili. Possono emettere questi titoli le banche e gli intermediari finanziari di cui all’art. 107 TUBC. Questi hanno l’obbligo di: a) destinare i fondi raccolti esclusivamente al finanziamento delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale (Onlus) o di intermediari bancari e finanziari, nella misura in cui tali fondi sono destinati, da parte di questi ultimi, al finanziamento di Onlus; b) tenere per i fondi raccolti gestione separata, dalla quale devono risultare in modo chiaro e trasparente tutte le entrate e le spese connesse ai fondi medesimi. Il limite massimo del tasso effettivamente praticato al momento dell’emissione dei titoli di solidarietà è stabilito in misura pari al rendimento lordo medio mensile delle obbligazioni emesse dalle banche (Rendiob). È previsto un beneficio fiscale per gli emittenti consistente nel poter computare come costofiscalmente deducibile dal reddito d’impresa la differenza tra il tasso effettivamente praticato per l’emissione dei “titoli di solidariet”à e il tasso di riferimento. Quest’ultimo è fissato dal d.m. 1999/328 pari al rendimento lordo medio mensile delle obbligazioni emesse dalle banche (Rendiob), comunicato mensilmente dalla Banca d’Italia, aumentato di un quinto. Per le obbligazioni emesse nei primi quindicigiorni del mese, si fa riferimento al Rendiob comunicato nel mese precedente.

  • TITOLI GROWTH E VALUE

    Termini con i quali si indicano due tipologie di titoli e cioè quelli che hanno un potenziale elevato di crescita (growth) e quindi un rapporto prezzo su utili (price/earnings ratio) molto alto e quelli che, al contrario, hanno un determinato valore intrinseco (value), in quanto sottovalutati dal mercato e dunque caratterizzati da un p/e molto basso. I primi sono generalmente più voltatiti e maggiormente soggetti a variazioni di prezzo consistenti, anche in un arco temporale assai ridotto. I secondi, invece, vantano una maggiore stabilità di prezzo nel tempo.

  • TITOLI GUIDA

    Si tratta dei principali titoli del listino, caratterizzati da un’ampia base azionaria e da un consistente volume di scambi, lecui oscillazioni condizionano l’andamento dell’intero listino o del loro comparto. Può considerarsi sin. di blue chips.

  • TITOLI NON DI CAPITALE

    Ai fini della disciplina in materia di offerta al pubblico di prodotti finanziari, sono considerati titoli non di capitale (ovvero strumenti diversi dai titoli di capitale) tutti gli strumenti finanziari comunitari che non sono titoli di capitale.
    Redattore: Nelda Sotis
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  • TITOLI PARTECIPATIVI

    Titoli obbligazionari di natura ibrida, che associano alcune caratteristiche dei titoli rappresentativi del conferimento di capitale di rischio (azioni) a quelle dei prestiti obbligazionari. Incorporano il diritto non solo ad un reddito fisso, ma anche ad una quota del reddito netto realizzato dalla società emittente. Essi consentono quindi di partecipare ai risultati aziendali, pur mantenendo la loro specifica natura di titoli di credito e quindi il diritto di rimborso al valore nominale.

  • TITOLI SINTETICI

    Attività finanziarie ibride, ottenute dalla combinazione delle caratteristiche di due diversi strumenti finanziari, uno dei quali è, in genere, costituito da un derivato. Sono suddivisi in tre distinte categorie, a seconda della combinazione tra un’attività finanziaria e un’operazione di copertura (hedging) dai rischi di cambio e/o dai rischi di tasso di interesse. I titoli sintetici valutari nascono dall’unione tra un’attività denominata in una certa valuta e un currency swap. I titoli sintetici a tasso variabile sono ottenuti modificando il tasso di interesse di un’obbligazione da fisso a variabile, attraverso un interest rate swap. I titoli sintetici valutari a tasso variabile nascono dalla combinazione delle caratteristiche delle due categorie precedenti. Un titolo sintetico diffuso sul mercato italiano è costituito dalla combinazione di uno swap e di un BTP (Buono poliennale del tesoro): tale titolo offre una protezione dal rialzo dei tassi. Le componenti elementari del titolo possono essere assemblate personalmente dall’investitore finale, ma più spesso sono eseguite con l’ausilio di un intermediario specializzato nella sintesi, il quale utilizza il proprio portafoglio obbligazionario e di swaps, espletando in tal modo una funzione di market maker. (al) Regime fiscale. I titoli sintetici non sono soggetti a una disciplina tipica, né risulta facilmente schematizzabile il regime loro applicabile. Di volta in volta il regime varia in funzione del soggetto percipiente i proventi e della qualificazione del prodotto (sub specie di derivato, titolo atipico, titolo tipico ecc.).

  • TITOLI SOTTILI

    1. Titoli poco liquidi per i quali, a partire dal 19.5.1997 con il “Progetto titoli sottili”, Borsa Italiana spa ha proceduto a segmentare il listino per incrementarne volume, frequenza degli scambi e significatività dei prezzi. I criteri adottati per identificare l’elenco di titoli sottili erano il controvalore medio giornaliero, la capitalizzazione, il rapporto di turnover rispetto al flottante (rapporto tra il numero di azioni scambiate e il numero di azioni costituenti il flottante), il market touch (media dei differenziali denaro-lettera presenti sul book di negoziazione) e il flottante. Borsa Italiana spa provvedeva, con cadenza almeno annuale, a predisporre l’elenco degli strumenti finanziari sottili; al primo elenco, composto da cento titoli, sono seguiti vari aggiornamenti. In considerazione delle specificità proprie dei titoli caratterizzati da differenti livelli di liquidità, erano stabiliti orari di negoziazione differenti rispetto agli altri titoli del listino di Borsa: l’asta di apertura era posticipata ed era ridotta la durata della fase di negoziazione. Era stata introdotta inoltre la figura dello specialista, scelto dall’emittente, che svolgeva un’attività di sostegno alla liquidità del titolo attraverso una presenza continuativa sulbook di negoziazione per un quantitativo minimo giornaliero ed entro un differenzia- le massimo dei prezzi denaro-lettera. Per garantire un flusso continuativo di informazioni, lo specialista si impegnava a pubblicare, periodicamentee in occasione di specifici eventi societari, analisi economico-finanziarie utili per una valutazione corretta dell’investimento.

    2. Dal 2.4.2001 Borsa Italiana spa ha introdotto una nuova segmentazione del mercato, basata sulla capitalizzazione degli strumenti azionari quotati che ha eliminato la precedente categoria dei titoli sottili. La nuova segmentazione ripartisce le azioni in blue chips, STAR e “altri titoli”. Questi ultimi hanno una capitalizzazione inferiore a una soglia stabilita e sono ripartititi in due classi, classe 1 e classe 2, secondo la loro liquidità, misurata in termini di frequenza e controvalore medio giornaliero degli scambi. Restano la riduzione di un’ora delle negoziazioni (con chiusura alle 16,40, invece che alle 17,40 delle blue chips e delle STAR) per la classe 1, il prolungamento di un’ora e mezzo per la fase di pre-asta e la riduzione della negoziazione continua a 5 ore e 25 minuti (contro le quasi otto ore assegnate ai segmenti blue chips e STAR), sempre per la classe 1. Gli strumenti della classe 2 sono negoziati con la sola modalità dell’asta di apertura in un orario ridotto.

  • TITOLI STANZIABILI

    Fino al dicembre 1998 erano i titoli che per legge potevano essere depositati a garanzia delle operazioni di anticipazione presso la Banca d’Italia, la quale nell’ambito delle prescrizioni di legge, stabiliva discrezionalmente le specie di titoli effettivamente depositabili. Si trattava in particolare di titoli emessi o garantiti dallo Stato, titoli in lire italiane emessi in Italia da organismi internazionali ai quali la Repubblica Italiana partecipava in qualità di Stato membro e le obbligazioni emesse dagli enti creditizi prive di warrant o di vincoli di subordinazione. I titoli diversi da quelli di Stato dovevano essere quotati in mercati regolamentati. Dal 1°.1.1999, i titoli accettati dalla Banca d’Italia e dalle altre banche centrali del SEBC, a fronte di operazioni di politica monetaria (pronti contro termine e anticipazione) e di credito infragiornaliero sono stabiliti dalla BCE. Questi titoli, definiti attività idonee, comprendono titoli di emittenti pubblici e privati con elevato standard creditizio, denominati in euro e rispondenti a specifici criteri di idoneità (v. politica monetaria, sub 4.4) Attività idonee a essere accettate in contropartita di operazioni creditizie delle BCN).

  • TITOLO

    Atto o fatto giuridico sul quale si basa un diritto e che costituisce, quindi, la fonte o ragione giustificatrice dell’appartenenza di un diritto, ovvero il modo con cui il diritto è stato acquistato. Si parla di titolo d’acquisto, p.e., per indicare il fondamento dell’acquisto stesso; di acquisto a titolo oneroso o gratuito, a seconda che sia stato o meno corrisposto un corrispettivo. L’espressione titolo putativo viene usata per indicare un negozio in realtà inesistente, mala cui esistenza, esente da vizi, è presupposta da chi acquista. Questa particolare situazione ha rilevanza in materia di usucapione. Successore a titolo universale o particolare è chi subentra in tutto o in parte nei diritti altrui. Con riguardo ai documenti che comprovano i diritti si distingue il titolo di legittimazione dal titolo rappresentativo di merce. Grande importanza hanno i titoli di credito (v. titolo di credito) nelle loro diverse distinzioni; si parla così di titoli a breve termine, a lungo termine, datati, non datati, declassati e classati (v. classato).

  • TITOLO A REDDITO FISSO

    Titolo a reddito fisso: Titoli di Stato/Obbligazioni è un titolo di credito di Stati sovrani/di società private. Rappresenta capitale di credito. La caratteristica che lo distingue è il suo rendimento, che a differenza delle azioni, è fisso (o meglio determinato secondo delle regole prefissate). Questo comporta un minor rischio, nello specifico un’assenza di rischio (risk-free) rispetto a titoli che incorporano in se un rischio (vedi azioni). I rendimenti di questa tipologia di titoli viene riassunta dalla struttura a termine dei tassi di interesse la cui rappresentazione grafica prende il nome di curva dei rendimenti. La curva dei rendimenti rappresenta i rendimenti privi di rischio legati al mercato dei titoli a reddito fisso a diverse scadenze.
    I titoli a reddito fisso possono anche essere, in alcuni casi, convertiti in azioni secondo delle modalità predefinite.
    La struttura tipica di un titolo a reddito fisso, indipendentemente dall’emittente è la seguente:

    in cui il primo membro a destra dell’equazione rappresenta l’interesse delle cedole C attualizzate al rendimento del titolo K e il secondo membro rappresenta il suo valore di rimborso VR attualizzato. Questi due valori devono essere, in equilibrio, uguali al prezzo di emissione in t=0 a sinistra dell’equazione (P0). Se i tassi di mercato non variano il valore a sinistra è sempre uguale al valore a destra per il tasso di rendimento K in ogni istante t di vita del titolo. Questa è una condizione necessaria affinché nel mercato primario si possa avere una emissione.
    In t=1 può accadere che i tassi varino. Questo porta ad un rendimento Km diverso da K. Per un Km diverso da K, dato C e VR fissi quello che cambia è P. Cioè il mercato richiede che il rendimento K del titolo si allinei con il rendimento di mercato Km. Questo può accadere solo se P varia. P sarà maggiore di P0 se i tassi di mercato si riducono e minore di P0se i tassi aumentano. Questo meccanismo definisce il rendimento di un titolo a reddito fisso nel mercato secondario. Si può notare come all’emissione il K coincida con il Km per definizione. Non si può emettere un titolo (identico per caratteristiche) con un tasso diverso da quello di mercato.
    Il modo per rappresentare i rendimenti dei titoli a reddito fisso è la struttura a termine dei tassi di interesse. La sua rappresentazione grafica viene chiamata curva dei rendimenti (Yield Curve).
    Grafico. Rappresentazione della struttrura a termine dei tassi di interesse attraverso la curva dei rendimenti del mercato dei titoli di Stato americano del 20 maggio 2005.

    Fonte: elaborazione propria su dati DATASTREAM-Thomson Financial
    La struttura a termine dei tassi di interesse dei titoli a reddito fisso è una informazione per i mercati. In letteratura le teorie più utilizzate per spiegare la curva dei rendimenti sono quella delle aspettative, quella dei mercati segmentati e quella del premio per la liquidità. Ognuna di queste teorie cerca di definire e spiegare come si viene a comporre una determinata struttura a termine.

    Bibliografia
    Mayo, H. B., 2007, Investments. An Introduction, Thomson South-Western, Seventh Edition;
    Fabozzi, F. J., 2006, Bond Markets, Analysis, and Strategies, Pearson Prentice Hall, Sixth Edition.

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  • TITOLO A TASSO VARIABILE

    Le obbligazioni a tasso variabile sono uno strumento finanziario originatosi per far fronte all'elevata volatilità dell'interesse di mercato negli anni Ottanta e Novanta. Il tasso di interesse in questi titoli è legato ad un tasso di interesse di mercato (ad es. quello dei titoli di Stato), e viene rettificato periodicamente sulla base dell'andamento dei tassi di mercato. Sono titoli che vedono la presenza di cedole variabili. Il tasso di interesse corrisposto all'investitore può essere soggetto a variazioni a seconda dell'andamento di specifici parametri, opportunamente specificati all'atto di emissione del titolo (ad esempio, il tasso Euribor a 6 mesi, la media dei rendimenti di Titoli di Stato o altri parametri di natura monetaria o finanziaria). Ai suddetti parametri può essere aggiunto anche uno "spread" da parte dell'emittente.
    In linea generale, in corrispondenza di un aumento del suddetto parametro di riferimento si produrrà un incremento del valore della cedola; diversamente, una sua diminuzione determinerà una riduzione del valore della cedola corrisposta all'investitore.
    Ripetiamo che nelle obbligazioni a tasso variabile il tasso di interesse pagato al risparmiatore varia seguendo i tassi di mercato.
    Esempio: obbligazione emessa il 01/01/2009 per 4 anni, che paga il tasso euribor 6 mesi – 0,40% (in genere la cedola è stabilita "in advance", ossia all’inizio del periodo cedolare sulla base del valore del parametro di indicizzazione):
    01/01/2010 tasso euribor 2,20% interesse 2,20% - 0,40%= 1,80%
    01/01/2011 tasso euribor 2,60% interesse 2,60% - 0,40%= 2,20%
    01/01/2012 tasso euribor 2,70% interesse 2,70% - 0,40%= 2,30%
    01/01/2013 tasso euribor 2,40% interesse 2,40% - 0,40%= 2,00%
    Le obbligazioni a tasso variabile hanno duration pari a 0 (la duration è la durata finanziaria del titolo: indica come cambia il prezzo dell'obbligazione quando i tassi di mercato cambiano), quindi il loro prezzo di mercato non risente (o risente in modo solo marginale) della variazioni dei tassi di interesse (in quanto è la cedola ad adeguarsi alle nuove condizioni di mercato). Le obbligazioni a tasso variabile sono quindi meno rischiose delle obbligazioni a tasso fisso poichè non hanno il rischio di oscillazione dei tassi.
    Calcolare precisamente il rendimento di questi titoli è impossibile prima che essi siano giunti a scadenza. Il rendimento dei titoli a tasso variabile si calcola esattamente allo stesso modo dei titoli a tasso fisso, cioè si cerca il tasso di attualizzazione che rende i flussi di cassa derivanti dalle cedole e dal rimborso del capitale a scadenza uguali al capitale. Il problema dei titoli a tasso variabile è che essendo le cedole variabili, non siamo in grado di determinare il loro ammontare se non alla fine della vita del titolo.
    Redattore: Ugo TRENTA
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  • TITOLO CONSEGNABILE

    Nei contratti futures sui titoli di Stato, sono le specie di titoli, appartenenti a un paniere predeterminato, con i quali il venditore può assolvere l’obbligo della consegna a termine. Tra di essi il più conveniente per la consegna è denominato cheapest to deliver.
    Fonte: Banca d'Italia

  • TITOLO DI CREDITO

    Documento contenente la promessa da parte del debitore di compiere una prestazione a favore del possessore dello stesso. Il diritto relativo è incorporato nel titolo, perciò non può essere esercitato senza il possesso del documento. Il titolo di credito nell’economia moderna adempie un compito di speditezza nel trasferimento dei crediti, essendo sufficiente trasferire il documento perché venga attribuito ad altri il diritto alla prestazione in esso indicata. Il documento, infatti, non solo è prova del rapporto e della nascita del diritto, ma ha anche funzione dispositiva,serve, cioè, a far valere (funzione di legittimazione) o ad attribuire ad altri (funzione traslativa) il diritto alla prestazione. L’individuazione della persona legittimata ad esercitare i diritti indicati nel titolo si effettua, pertanto, sulla base del possesso del titolo stesso. Sono previste tre categorie di titoli di credito: al portatore, all'ordine e nominativi (Nominatività dei titoli di credito). I titoli al portatore legittimano all’esercizio del diritto mediante la semplice consegna. Per evitare che gli stessi usurpino la funzione della carta moneta, possono essere emessi solo nei casi previsti dalla legge allorché contengano l’obbligazione di pagare una somma di denaro. Titoli all’ordine sono quelli che si trasferiscono mediante la consegna del titolo e la girata, che è l’ordine dato dall’intestatario al debitore di eseguire la prestazione a persona diversa. Nominativi si dicono quei titoli intestati a favore di una determinata persona. L’intestazione risulta sia dal titolo stesso che dal registro dell’emittente (cioè del debitore che ha emesso il titolo); il trasferimento deve essere annotato in tale registro e l’operazione si conclude col rilascio di un nuovo titolo intestato al nuovo titolare (transfert). Il titolo nominativo può essere trasferito anche con girata piena ed autenticata da un notaio o da un agente di cambio; tale trasferimento ha peraltro efficacia solo fra le parti. Caratteristiche essenziali del titolo di credito sono la letteralità e l’autonomia. La prima determina la quantità e la qualità del diritto e serve a proteggere il terzo in buona fede che ha fatto affidamento sul tenore del documento. Per questo l’obbligazione connessa al titolo si chiama cartolare in quanto incorporata nel documento stesso (cartina). Né il debitore né il creditore possono far valere pretese più ampie di quelle scritte sul titolo. L’autonomia tutela l’affidamento del terzo a cui il diritto sia trasferito, il quale acquista così un diritto nuovo, originario, autonomo rispetto a quello del precedente titolare: ne discende che il debitore non può opporgli quelle eccezioni che poteva opporre a quest’ultimo. Attesa la particolarità della materia, il codice disciplina tassativamente le eccezioni che il debitore può opporre al possessore del titolo; esse si distinguono in assolute (opponibili a qualsiasi possessore) e personali (opponibili soltanto ad un determinato possessore). Sono assolute le eccezioni di forma (cioè relative alla mancanza di uno dei requisiti formali previsti dalla legge perché il documento possa considerarsi titolo di credito), quelle fondate sul contesto del titolo, quelle di falsità della firma, di difetto di capacità o di rappresentanza e la mancanza delle condizioni necessarie per l’esercizio dell’azione (mancata esibizione del titolo). Eccezioni personali sono invece quelle che derivano da rapporti non risultanti dal titolo (extracartolari); sono opponibili soltanto alla persona con la quale si è intrattenuto il rapporto e possono estendersi anche al possessore successivo quando si provi che questi abbia agito intenzionalmente a danno del debitore. A seconda di chi li emette, i titoli di credito si distinguono in pubblici e privati. Sono pubblici quelli emessi dallo Stato o da enti pubblici, privati quelli emessi da soggetti privati. Mediante un particolare procedimento detto di ammortamento dei titoli, è reso possibile al possessore che abbia smarrito il titolo di ottenere la prestazione.

  • TITOLO DI IMPORTAZIONE/ESPORTAZIONE

    Titolo rilasciato dall’Amministrazione finanziaria (dogane), che autorizza ed obbliga ad importare (esportare) una determinata quantità di prodotti, durante un periodo prefissato di validità del titolo stesso. Esso riguarda merci che rientrano nell’ambito della politica agricola comunitaria (PAC: v. Agenda 2000) e provengono (o si dirigono) da (verso) paesi terzi. Al fine di evitare perturbazioni nei mercati comunitari garantire sicurezza negli approvvigionamenti e stabilità nei prezzi, sono previsti meccanismi di prelievo all’importazione e di restituzione all’esportazione, che vengono gestiti attraverso il Fondo Europeo di Orientamento e Garanzia (FEOGA). Il prelievo è pari alla differenza tra il prezzo indicativo di mercato (calcolato facendo riferimento al costo di produzione) e quello all’importazione, mentre la restituzione opera in direzione inversa con funzione di sostegno delleesportazioni di prodotti agricoli verso paesi terzi. La riforma della politica agricola comunitaria, a partire dal 1993, introdurrà importanti modificazioni nell’intera materia.

  • TITOLO DI PARTECIPAZIONE

    Documento che attribuisce al possessore una posizione in una determinata organizzazione sociale e lo abilita all’esercizio dei diritti e dei poteri a tale posizione inerenti a norma di legge e dell’atto costitutivo. L’esempio più cospicuo di tale speciale categoria di titoli è costituito dalle azioni di società. Esse riassumono il complesso rapporto esistente tra la società ed il socio, cioè quello status di socio da cui discendono diritti, poteri e obblighi di varia natura; poiché la legge lo prevede espressamente (e l’art. 2325 2° comma c.c. stabilisce che “le quote di partecipazione dei soci sono rappresentate da azioni”), si ritiene che tali documenti non abbiano la natura di veri e propri titoli di credito. In particolare, le azioni sono un titolo a letteralità incompleta; da un lato, infatti, non si possono desumere dal loro testo tutti i diritti che esse e conferiscono al possessore (che risultano anche da altri documenti, come l’atto costitutivo della società e gli atti modificativi dello stesso); dall’altro, può verificarsi che non vi sia coincidenza tra i diritti spettanti al socio e quelli risultanti dal testodel titolo (come avviene nell’ipotesi di riduzione del capitale sociale, con corrispondente riduzione del valore nominale delle azioni, fino a quando su queste non sia annotata la modificazione). Anche il requisito della c.d. autonomia si realizza per le azioni con caratteristiche particolari. Se, infatti, sono senz’altro opponibili al socio (da parte della società) le eccezioni personali, difficilmente appare ipotizzabile il caso di eccezioni di forma e quello relativo al difetto di capacità. Poiché il contenuto dell’azione va completato e rettificato con riferimento ad altri documenti relativi alla vita della società, non può trovare applicazione l’art. 1993 c.c. nella parte in cui prevede l’opponibilità al portatore delle eccezioni fondate sul contesto letterale del titolo. I titoli di partecipazione conferiscono, di regola, uguali diritti ai loro possessori; l’art. 2348 c.c., tuttavia, prevede che si possano creare categorie di azioni fornite di diritti diversi, c.d. azioni privilegiate.

  • TITOLO DI STATO O GARANTITO DALLO STATO

    Valori mobiliari emessi dallo Stato e da enti pubblici a fronte di debiti contratti il cui rimborso è assistito da garanzia statale. La prima categoria costituisce i titoli di Stato, tra i quali hanno un particolare rilievo i buoni poliennali del Tesoro (BPT) , i certificati di credito del Tesoro (CCT), i Certificati del Tesoro Zero Coupon (CTZ) e i buoni ordinari del Tesoro (BOT). Questi ultimi hanno scadenza a 3, 6 e 12 mesi e costituiscono la componente principale del debito fluttuante dello Stato (v.debito pubblico). I titoli garantiti dallo Stato concernono soprattutto le obbligazioni contratte in passato da enti pubblici economici, dall’IRI e dalle finanziarie del gruppo, da istituti di credito industriale (IMI, Crediop, Isveimer, CIS, Irfis). In passato sia i titoli dello Stato che quelli garantiti dallo Stato godevano di privilegi fiscali. Gli interessi sui titoli dello Stato sono stati esenti da ogni imposta fino al 1986; con l’entrata in vigore il D.L.556/86 convertito nella legge 579/86 venne introdotta una ritenuta del 6,25% a titolo di imposta per le persone fisiche e a titolo di acconto per le persone giuridiche. Tale ritenuta è stata successivamente elevata alla soglia del 12,5% per i titoli di emissione successiva al 24 agosto 1987. Oggi è in vigore il sistema cd. sostitutivo che ha diviso dall'inizio del 1997 gli investitori in lordisti (S.p.A. e investitori esteri) che ricevono interessi senza imposte e nettisti (privati e fondi comuni) che ricevono interessi tassati in relazione al periodo di detenzione del titolo. Generalmente l'imposta viene pagata posticipatamente sia per le cedole che per il rimborso.

    Redattore: Redazione, Bianca GIANNINI
    © 2011 ASSONEB

  • TITOLO ESECUTIVO

    Atto dotato di forza esecutiva e idoneo ad essere portato ad esecuzione per la tutela di un determinato diritto (v. esecuzione forzata). Sono immediatamente esecutivi le sentenze pronunciate in primo grado e in grado di appello, le ordinanze di pagamento ex art. 186-bis c.p.c., le cambiali e gli assegni bancari in regola con l’imposta di bollo, le ordinanze di sfratto nonchè gli atti ricevuti da notaio o altro pubblico ufficiale, limitatamente alle obbligazioni pecuniarie in essi indicate. Al decreto ingiuntivo può essere attribuita la provvisoria esecuzione se il credito fatto valere sia fondato su prova scritta o di pronta soluzione. Gli atti non immediatamente o provvisoriamente esecutivi possono essere dichiarati tali solo dopo che ne sia sopraggiunta l’incontrovertibilità per inutile decorso dei termini di opposizione. Con l’eccezione del decreto ingiuntivo non dotato di provvisoria esecutività, della cambiale e dell’assegno, tutti gli atti esecutivi, per essere azionati, necessitano della spedizione in forma esecutiva da attuarsi previa apposizione della formula esecutiva. L’esecuzione vera e propria del diritto, inoltre, deve essere preceduta da un’intimazione all’esecuzione da attuarsi attraverso la notificazione di atto di precetto.

  • TITOLO OBBLIGAZIONARIO

    Titoli di credito (in inglese bonds) che rappresentano debiti di società o enti, rimborsabili gradualmente in un arco di tempo superiore al breve termine. Possono emettere obbligazioni lo Stato (nel qual caso la denominazione appropriata è quella di “titoli di Stato), enti pubblici economici e non, spa e società in accomandita per azioni (per le banche v. obbligazione bancaria). Non ne possono emettere le società a responsabilità limitata. Ogni obbligazione deve contenere: la denominazione dell’emittente, l’entità del prestito cui si riferisce, il valore nominale, il saggio dell’interesse e il modo di pagamento e di rimborso. Normalmente le obbligazioni fruttano un interesse a tasso fisso in rapporto al valore nominale del titolo. I prestiti obbligazionari vengono emessi per raccogliere sul mercato mezzi finanziari da investire in operazioni di non breve durata, e pertanto rappresentano per l’emittente debiti di finanziamento. Le obbligazioni possono essere emesse alla pari, sotto la pari e sopra la pari, possono essere nominative o al portatore. Se al portatore, esse circolano mediante il semplice trasferimento del titolo. Di norma l’emissione è sotto la pari per incentivare i sottoscrittori che sanno, così, di lucrare una differenza tra prezzo pagato e valore di rimborso e di ottenere un saggio effettivo di rendimento superiore a quello nominale. In borsa le obbligazioni sono normalmente quotate al corso secco e fanno parte dei titoli a reddito fisso. Talvolta, però, le società emittenti accordano all’obbligazionista, oltre all’interesse fisso, una partecipazione agliutili, che può essere anche subordinata all’assegnazione di un dividendo minimo alle azioni. Può essere anche stabilita la percentuale massima di utili da corrispondere. Esistono titoli obbligazionari aventi diritto solo a un interesse eventuale accumulabile da un esercizio all’altro.Il rimborso delle obbligazioni, che costituisce l’adempimento da parte della società dell’obbligo di pagamento (pagamento di obbligazioni), avviene, di solito, per estrazione a sorte e secondo uno specifico piano di ammortamento. L’estrazione per il rimborso può avvenire alla fine dell’esercizio in cui è avvenuta l’emissione o può essere differita di uno o più periodi semestrali o annuali. La quantità di titoli da rimborsare periodicamente può essere costante, crescente o decrescente. Il termine dell’ammortamento può essere variabile, qualora l’azienda emittente si riservi la facoltà di rimborsare periodicamente un numero di obbligazioni maggiore o minore di quello previsto, o di rimborsare l’intero prestito in qualsiasi momento precedente al termine stabilito nel piano di ammortamento. Qualora le obbligazioni fossero state emesse in valuta estera al possessore del titolo può essere accordata l’opzione di cambio, ossia la possibilità di chiedere il rimborso in una diversa valuta lasciando il rischio del cambio a carico della società. Spesso le obbligazioni sono assistite da garanzia (v. obbligazioni garantite; obbligazioni ipotecarie). Talvolta vengono impegnati a garanzia del prestito obbligazionario determinati titoli depositati presso un fiduciario. Inoltre, accanto alla garanzia della società emittente, può essere prevista la fideiussione solidale di un’altra società affiliata o consociata. Negli USA le obbligazioni garantite insieme da più società, oltre quella emittente, prendono il nome di joint bonds. Le obbligazioni garantite dallo Stato, emesse da enti pubblici o parastatali, costituiscono un debito assimilabile al debito pubblico. Fra le condizioni di emissione del prestito obbligazionario può esservi l’impegno della società a non vincolare gli immobili per tutta la durata del prestito, o di non emettere altre obbligazioni, o di contenere il dividendo massimo assegnabile alle azioni prima che sia stato costituito un fondo di ammortamento obbligazionario. Talvolta viene accordato alle obbligazioni il diritto di opzione per la sottoscrizione di azioni o di obbligazioni che l’ente volesse emettere. L’emissione delprestito obbligazionario viene comunicata dalla società emittente o dalle banche o dal sindacato che si occupano del collocamento, attraverso avvisi pubblici o anche tramite lettere inviate ai possibili sottoscrittori. Non essendo facile per l’ente emittente curare direttamente il collocamento dei titoli sul mercato finanziario, esso viene di solito effettuato dagli istituti di credito. La società può cedere a una banca i titoli da collocare, a un prezzo al di sotto della pari, mentre il ricavo della vendita dei titoli viene corrisposto all’ente emittente alle epoche stabilite nel contratto di cessione delle obbligazioni. La società dovrà quindi corrispondere una provvigione, quale prezzo del collocamento in base al valore nominale o al prezzo di emissione dei titoli. La banca, nella convenzione può stabilire che la società non affidi ad altri il servizio del prestito, così come diverse banche, ciascuna delle quali opera in maniera indipendente, possono garantire la sottoscrizione di una parte delle obbligazioni, purché le altre obbligazioni emesse dalla società siano garantite a condizioni identiche. (re) La riforma Vietti del diritto societario ha introdotto novità di rilievo, stabilendo che l’emissione di obbligazioni non convertibili debba essere deliberata dagli amministratori, a meno che lo statuto o la legge non dispongano diversamente e superando i limiti di patrimonializzazione imposti in precedenza (si potevano emettere obbligazioni per una somma non eccedente il capitale versato ed esistente secondo l’ultimo bilancio approvato, salvo l’ipotesi di titoli garantiti da ipoteca o da titoli di Stato). Il nuovo art. 2412 c.c. consente, ora, di emettere obbligazionial portatore o nominative per somma complessivamente non eccedente il doppio del capitale sociale, della riserva legale e delle riservedisponibili risultanti dall’ultimo bilancio approvato. Il limite può, inoltre, essere superato se le obbligazioni emesse in eccedenza sono destinate alla sottoscrizione da parte di investitori professionali soggetti a vigilanza prudenziale a norma delle leggi speciali. In caso di successiva circolazione delle obbligazioni, chi le trasferisce risponde della solvenza della società nei confronti degli acquirenti che non siano investitori professionali. Non è soggetta al limite di cui al primo comma, e non rientra nel calcolo al fine del medesimo, l’emissione di obbligazioni garantite da ipoteca di primo grado su immobili di proprietà della società, sino a due terzi del valore degli immobili medesimi. I limiti possono essere superati dalle società con azioni negoziate in mercati regolamentati, per le obbligazioni destinate anch’esse alla quotazione negli stessi o in altri mercati regolamentati il legislatore non ha stabilito limiti. Quando ricorrono particolari ragioni che interessano l’economia nazionale, la società può essere autorizzata con provvedimento del Governo, a emettere obbligazioni per somma superiore a quanto previsto dall’art. 2412 c.c., con l’osservanza dei limiti, delle modalità e delle cautele stabilite nel provvedimento stesso. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alle obbligazioni emesse all’estero da società italiane ovvero da loro controllate o controllanti, se negoziate nello Stato, nei limiti stabiliti con regolamento del Ministro dell’economia e delle finanze e del Ministro della giustizia.

  • TITOLO RAPPRESENTATIVO DI MERCE

    Documento che attribuisce al possessore il diritto alla consegna delle merci in esso indicate, il possesso delle medesime ed il potere di disporne mediante trasferimento del titolo stesso. Come risulta dall’art. 1996 c.c., perché ad un titolo possa riconoscersi la c.d. “efficacia rappresentativa” è, innanzitutto, necessario che esso incorpori il diritto alla consegna o alla riconsegna di merci in esso specificate e determinate, per cui non sono titoli rappresentativi della merce i c.d. ordini in derrate, il c.d. stabilito all’ordine, e tutti gli altri titoli che attribuiscono al possessore il diritto alla consegna di merci che siano indicate in modo generico oppure determinate solo nel genere, numero e quantità. Il titolo in questione deve, poi, riferirsi a merci che non appartengono al suo emittente, ma a merci che questi detenga per altri con obbligo di restituirle. Il pegno, il sequestro, il pignoramento ed ogni altro vincolo sulle merci rappresentate dal titolo non hanno effetto se non si attuano sul titolo. I titoli rappresentativi di merce si distinguono in titoli di deposito, come la fede di deposito, e intitoli di trasporto, come lapolizza di carico, lalettera di trasporto aereo e l’ordine di consegna o delivery order.

  • TLX spa

    Società di gestione dei mercati (v.società di gestione dei mercati regolamentati) del Gruppo UniCredito, costituita nel 2002 ed operativa dal 1° gennaio 2003, gestisce il mercato regolamentato TLX® autorizzato da Consob il 5 agosto 2003 con delibera n. 14192/03 ed il Sistema di Scambi Organizzati EuroTLX. Sui due mercati sono negoziati circa 850 strumenti rientranti nelle seguenti tipologie: obbligazioni corporate e sovranazionali, strutturate, titoli di stato italiani ed europei, ivi comprese le nuove emissioni dei paesi della cosidetta New Europe, azioni europee ed americane e titoli di stato USA. La liquidità è garantita da UBM, investment bank del gruppo bancario Unicredit.

  • TLX®

    Mercato regolamentato gestito da TLX spa, società del Gruppo UniCredito, autorizzato da Consob il 5 agosto 2003 con delibera n. 14192/03. Possono accedere a TLX® le banche e le imprese di investimento nazionali, comunitarie ed extracomunitarie autorizzate alla prestazione del servizio di negoziazione per conto terzi, ai sensi del TUF. Su TLX® è possibile negoziare dalle 9.00 alle 20.30: titoli di Stato Italiani, titoli di Stato Europei, titoli di Stato della new Europe, obbligazioni sovereign, obbligazioni sopranazionali, obbligazioni corporate, obbligazioni strutturate.

  • TOLLERANZA DI QUALITÀ E QUANTITÀ

    Limiti entro i quali le merci consegnate all’acquirente possono presentare divergenze o devianze dalle qualità e quantità (v. qualità della merce; quantità della merce) stabilite in contratto. Nel caso di differenze qualitative,per “vendite su campione tipo”, gli usi e leparti possono stabilire vari limiti entro i quali il compratore può chiedere eventuali abbuoni sul prezzo e al di là di questi può rifiutare la merce. Se nel contratto è inserita la clausola di “tolleranza reciproca” e viene consegnata merce migliore, l’eventuale abbuono spetterà al venditore. In caso di divergenze quantitative possono essere incluse nei contratti norme che prevedono abbuoni: in conseguenza della clausola “circa”; sul calo (raffrontando il peso della merce spedita con quello giunto a destinazione); sull’imballaggio, nel caso siano adottate tare convenzionali.

  • TOMBSTONE

    Inserto pubblicitario a pagamento recante la notizia della prossima emissione di azioni o di un prestito con l’indicazione,oltre che degli estremi principali dell’operazione (nome del beneficiario, ammontare, divisa, durata, tasso d’interesse applicato), anchedelle banche partecipanti elencati in ordine di importanza in relazione al ruolo assunto nel prestito. In calce è aggiunto il nome della banca agente.

  • TOMORROW NEXT

    Deposito interbancario di tipo vincolato che prevede lo scambio dei fondi tra le controparti nel primo giorno lavorativo successivo a quello di negoziazione, mentre il rimborso del capitale, il computo e la liquidazione degli interessi sono previsti nellagiornata seguente.

  • TOO BIG TO FAIL

    Lett.: troppo grande per fallire. Variante: too special to fail (troppo speciale per fallire); v. anche: too rotten to fail. Espressione dal significato intuitivo che enuncia il principio per cui l’autorità monetaria non consente di cadere in stato di insolvenza (e di fallire) a una banca o ad altro intermediario finanziario di dimensioni tali da generare potenziali effetti sistemici negativi. L’espressione è entrata nell’uso ufficiale degli USA nel 1989 in occasione della crisi della Continental Illinois National Bank di Chicago, settima banca del Paese, che era andata incontro a grandi perdite su crediti. La Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) non permise l’avvio delle procedure di fallimento della Continental, “too big to fail” e protesse per l’intero capitale anche i depositi non coperti da assicurazione. La FIDC in seguito permise il fallimento di altre grandi banche, ma ne protesse sempre i depositanti (nove banche del Texas nel 1987-89, Bank of New England di Boston, New York Bank for Savings e National Bank of Washington nel 1991 definita, questa, too special to fail).

  • TOO ROTTEN TO FAIL

    Lett.: troppo marcia per fallire; v. anche: too big to fail. Espressione con cui negli USA si indica la circostanza per cui una banca è in uno stato così disastroso che alla Federal Deposit Insurance Corporation non conviene procedere alla liquidazione della banca e al pagamento dei depositanti (anche a causa degli alti costi legali, di valutazione, di cessione di attività ecc.), ma piuttosto mantenerla in vita, sperando di poterla risanare quanto basta per giungere col tempo a una cessione a condizioni ragionevoli. Questa politica, che è stata seguita in diversi Paesi anche con robusti interventi pubblici (p.e. in quelli scandinavi), indica che esiste una fascia al di sopra e al di sotto della quale una banca non può fallire, s’intende per opposte ragioni ed è un incentivo per i managers al moral hazard.

  • TOP DOWN

    Strategia d’investimento che consiste nell’individuare i settori dai quali ci si attende una buona performance e nello scegliere ititoli più appetibili al loro interno. Si basa sullo studio macro dell’economia e dell’andamento dei cicli economici e di borsa. L’approccio opposto è detto bottom up.

  • TOP RATE

    Tasso applicato dalla banca agli impieghi erogati alla clientela ritenuta più rischiosa e che, pertanto, si colloca al livello più alto tra i tassi attivi applicati dalla banca. al fine di assicurare trasparenza all’attività bancaria, l’ABI invita le banche a render noto tale tasso e sulla base dei dati ricevuti elabora il top rate medio.

  • TOSAP

    Acr. di: Tassa per l’Occupazione di Spazi e Aree Pubbliche. Tassa cui sono soggette le occupazioni di qualsiasi natura, compiute anche senza titolo, si strade, piazze e su beni del demanio o del patrimonio indisponibile di Comuni e Province. La tassa è dovuta dal titolare dell’atto di concessione o di autorizzazione o dall’occupante di fatto, anche abusivo, in proporzione alla superficie sottratta all’uso pubblico.Comuni e Province possono escludere l’applicazione della TOSAP sul proprio territorio e prevedere che l’occupazione di strade ecc. sia assoggettata al pagamento di un canone determinato in base a tariffa (COSAP: Canone per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche).

  • TRACKING ERROR VOLATILITY (TEV)

    La tracking error volatility misura la volatilità della differenza tra il rendimento del fondo comune di investimento e il rendimento del benchmark. Tale differenza è tanto maggiore (in negativo o in positivo) quanto più il gestore ha tentato di battere il benchmark, sovrappesando/sottopesando alcuni titoli piuttosto che altri. Un valore della TEV elevata indica una gestione attiva del fondo di investimento da parte del gestore (sostanzialmente il gestore ha cercato di battere il benchmark e non di replicarlo); al contrario un valore basso di tale parametro evidenzia una gestione passiva del fondo.

    © 2009 ASSONEBB

  • TRADE FINANCING

    Termine riferito al complesso delle operazioni di finanziamento del commercio con l’estero.

  • TRADER

    Operatore specializzato nell’acquisto e nella vendita di merci, prodotti e servizi.

  • TRADING COMPANY

    Impresa che interviene in modo autonomo e indipendente nell’ambito degli scambi internazionali, organizzando e gestendo operazioni di acquisto e vendita di merci e servizi in nome proprio e a proprio rischio (oppure su base di semplice intermediazione per conto terzi senza assunzione di rischio). Le trading companies presentano caratteristiche molto diverse a seconda dei paesi da cui provengono: di grandi dimensioni e operanti su un gran numero di settori merceologici sono le trading companies giapponesi (v. sogo shosha) e coreane; specializzate per settore sono le grandi società americane ed europee; orientate ai servizi sono le confirming houses inglesi; ai servizi e alle operazioni complesse le case di commercio tedesche e quelle austriache; di piccole dimensioni e con elevata specializzazione geografi ca e merceologica la maggior parte di quelle italiane. L’accresciuta complessità dell’ambiente internazionale spinge tuttavia sempre più nella direzione dell’ampliamento del raggio di attività a tutte le forme del processo di internazionalizzazione e alle operazioni complesse (switch trading, countertrade, rapporti con i paesi indebitati del Terzo mondo), configurando le trading companies come soggetti capacidi sviluppare una coalizione di strutture logistiche, risorse finanziarie, capacità manageriali, linguaggi informativi al servizio di processi di internazionalizzazione. In Italia esistono diverse tipologie di trading companies: appartenenti a gruppi industriali pubblici e privati, al sistema cooperativo, filiali di trading companies estere, trading companies di natura pubblica, trading companies create da istituzioni creditizie bancarie e non bancarie. Alle trading companies di emanazione bancaria è tuttavia preclusa la possibilità di acquistare e vendere merce in nome e per conto propri: l’attività è perciò ristretta alla prestazione di servizi.

  • TRADING ON LINE

    (si veda anche Trading Online enciclopedia)

    Servizio di raccolta ordini attraverso Internet. Le iniziative nel settore vanno rapidamente diffondendosi anche nel nostro paese con un notevole ampliamento delle possibilità operative offerte, con riferimento sia ai prodotti ed ai servizi accessori sia ai mercati accessibili, generando una forte concorrenza di prezzo già manifestatasi con una sensibile riduzione delle commissioni. Inizialmente limitate ai soli titoli azionari ed al mercato nazionale, le nuove proposte si vanno estendendo ai fondi comuni, al comparto obbligazionario, oltre che all’offerta di prodotti di ricerca finanziaria, ovvero di servizi elettronici di analisi tecnica e fondamentale su società e settori, e all’informativa di mercato con la diffusione di report di analisi finanziaria. Sempre più numerose sono le società di brokeraggio che offrono un proprio servizio di trading anche attraverso il telefono cellulare e la console per videogiochi. Leaders del settore sono attualmente intermediari specializzati, ma le loro quote di mercato sono attese in diminuzione per l’entrata sul mercato delle full services firms, che hanno in gestione gran parte del patrimonio degli investitori. E’ ragionevole prevedere che la forte pressione competitiva sui prezzi ridurrà drasticamente in futuro il numero degli operatori. Con riferimento al “modello” adottato, nell’industria dei servizi finanziari via Internet si distingue essenzialmente il portale verticale, l’aggregator, il produttore specialistico e il sito Web a cui aderisce attualmente la maggior parte delle società, anche perché rappresenta il primo passo verso la successiva adozione di modelli più complessi.La rapida diffusione di Internet va sostenendo nel contempo il ruolo degli ATS (Alternative Trading System), sistemi elettronici di negoziazione che raccolgono e incrociano gli ordini e che sono quindi, a tutti gli effetti, dei mercati completamente elettronici attraverso i quali le borse tradizionali potranno essere in parte disintermediate. La regolamentazione applicabile è stata oggetto di diverse modifiche, a livello nazionale la comunicazione della Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (Consob) n. DI/30396 del 21 aprile 2000 riassume la disciplina applicabile al trading ondine mentre a livello europeo la regolamentazione più recente riguarda la direttiva 2002/65/CE.

    Vedi anche:

    Post trading e Settlement ICBPI

    Qui UBI UBI BANCA

    SMART Trading online Gruppo BPER

    Trading + INTESA SANPAOLO

    Trading Infofinanza Gruppo CARIGE

    Trading Online BAPR

    Trading Online VENETO BANCA

  • TRADING ONLINE (ENCICLOPEDIA)

    (si veda anche definizione di Trading Online)

    Abstract

    Il trading online è una negoziazione digitalizzata di strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, titoli di stato, ecc…) effettuata dagli investitori direttamente sul mercato attraverso internet. Il trading online è un servizio offerto da società finanziarie, autorizzate dalla Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (Consob), dette broker online o intermediari digitali (ad es. le banche). Queste società mettono a disposizione del cliente una piattaforma digitale che, grazie ad internet, permette di visualizzare, vendere e acquistare gli strumenti finanziari in pochissimo tempo. La caratteristica di tale servizio consiste nell’operatività a distanza, che permette all’investitore di impartire ordini all’intermediario attraverso una connessione con il sito web di quest’ultimo.

    Caratteristiche e Regolamentazione

    Esploso sul mercato italiano negli anni novanta, il trading online deve principalmente il successo alla rapidità di trasmissione degli ordini, alla pressoché totale eliminazione del rischio di errore nel loro recepimento e soprattutto al contenimento delle commissioni di negoziazione. Nel 1995 nacquero le prime piattaforme di trading in Italia e la rapida espansione del fenomeno, grazie alla progressiva diffusione di internet, portò la Consob nel 1998 ad istituirlo e disciplinarlo con il Regolamento Consob n. 11971 di attuazione del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58. La diffusione di internet ha anche favorito il ruolo degli Alternative Trading Systems (ATS) o Electronic Communication Networks (ECN), piattaforme di negoziazione alternative a quelle tradizionali, impiegate da investitori istituzionali e professionali e generalmente non utilizzabili dagli investitori individuali. Questi sistemi, infatti, consentono di accedere alle negoziazioni senza passare per intermediari.

    Tra la legislazione applicabile il D.L.vo 24 febbraio 1998, n.58 assume valore di fonte normativa primaria mentre le fonti secondarie sono: il Regolamento d'attuazione del T.U. concernente la disciplina degli intermediari adottato dalla Consob con delibera n. 11522 del 1 luglio 1998, poi modificato con delibera n. 11745 del 9 dicembre 1998 ed inoltre il Regolamento d'attuazione del T.U. in materia di emittenti adottato dalla Consob con delibera n. 11971 del 14 maggio 1999. L'ultima fonte normativa in ordine gerarchico è quella delle comunicazioni Consob, la cui ultima comunicazione in materia è la n. DI/30396 del 21 aprile 2000 che riassume la disciplina applicabile al trading ondine.

    Nel quadro complessivo della disciplina applicabile al trading online possiamo individuare alcuni settori chiave che regolano la di fase di avvio del rapporto con l'investitore:

    Soggetti abilitati alla negoziazione: I soggetti abilitati alla negoziazione di contratti di trade online sono elencati dall' all'art.30 commi 3, 4, 5 del TU:

    - I soggetti autorizzati al collocamento di strumenti finanziari, con o senza preventiva sottoscrizione o acquisto a fermo, ovvero assunzione di garanzia nei confronti dell'emittente;
    - le società di gestione del risparmio e le SICAV, limitatamente alle quote ed alle azioni di OICR;
    - le imprese di investimento, le banche, gli intermediari finanziari ex art.107 TU bancario, le società di gestione del risparmio, relativamente però ai propri servizi di investimento.

    Conclusione del contratto: allo stato dell'ordinamento vigente, la conclusione del contratto relativo alla prestazione dei servizi di investimento deve avvenire, di regola, per iscritto. La stipulazione via internet è ammessa solo in caso di impiego del mezzo della firma digitale per come normativamente disciplinata. Pertanto, la conclusione del contratto potrà avvenire via Internet solo ove sia effettivamente realizzabile la c.d. firma digitale secondo quanto disposto dal d.p.r. 10 novembre 1997, n. 513, in attuazione dell'art. 15, comma 2, della legge 15 marzo 1997, n. 59. Diversamente l’operatore deve procurarsi, almeno per il contratto di investimento, il documento scritto tradizionale (all’uopo gli intermediari si avvalgono del mezzo postale o della visita di un promotore finanziario). Lo stesso è a dirsi per ogni altra dichiarazione negoziale in ordine alla quale sia richiesta dall'ordinamento, senza alternative, la forma scritta. Particolare importanza riveste la recente direttiva 2002/65/CE applicabile a tutte le operazioni di trading online, anche quando il contratto giunge a conclusione on line, mentre in Italia secondo la disciplina nazionale vigente in materia finanziaria, è richiesta la forma scritta come requisito di validità del contratto nella maggior parte dei casi.

    Identificazione della clientela ai fini della disciplina antiriciclaggio: all'apertura del rapporto l'intermediario deve identificare il cliente secondo quanto previsto dalla legge n. 197/1991 e dalla relativa disciplina di attuazione. A tal fine, il fornitore del servizio spesso si avvale, come per legge consentito, della facoltà di identificazione indiretta mediante ottenimento di idonea attestazione da altro intermediario, di solito la banca, che curi il trasferimento dei fondi.

    Informativa da rendere ai clienti: la modalità di prestazione on line del servizio non esonera gli intermediari dal rispetto delle regole vigenti in tema di informativa preventiva da rendere all'investitore. E' ritenuto pienamente compatibile con la disciplina in essere l'opzione operativa di rendere disponibile tramite il sito Internet il documento sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari, che deve essere consegnato all'investitore prima dell'inizio della prestazione dei servizi di investimento ed accessori a questi collegati. L'intermediario deve comunque dotarsi di procedure tecniche ed operative che gli permettano di acquisire e conservare idonea attestazione di avvenuta "consegna" del documento. Inoltre, in un contesto che richiede agli intermediari di operare in modo che i clienti " siano sempre adeguatamente informati" (art. 21, comma 1, lett. b), del d.lgs. n. 58/1998), e considerato il dovere generale di comportarsi con " correttezza e trasparenza, nell'interesse dei clienti" (art. 21, comma 1, lett. a), del d.lgs. n. 58/1998), si raccomanda di far presente agli investitori, prima dell'avvio della prestazione del servizio, che la modalità di esecuzione on line (significativamente denominata " trading") può indurre il risparmiatore a moltiplicare le transazioni operando in una prospettiva intraday; di tale strategia vanno segnalati ed illustrati compiutamente i rischi, anche in considerazione del costo complessivo in termini di commissioni (pur eventualmente di ammontare unitariamente minore);

    Informativa da acquisire dai clienti: gli intermediari sono tenuti all'adempimento dell'obbligo di " acquisire le informazioni necessarie dai clienti" (art. 21, comma 1, lett. b), del d.lgs. n. 58/1998) ed in particolare, prima dell'inizio della prestazione del servizio, " devono chiedere all'investitore notizie circa la sua esperienza in materia di investimenti in strumenti finanziari, la sua situazione finanziaria, i suoi obiettivi di investimento, nonchè circa la sua propensione al rischio" (art. 28, comma 1, lett. a), del regolamento n. 11522/1998). La vigente disciplina non indica specifiche procedure e modalità di acquisizione delle informazioni sull'investitore; la definizione di tali procedure e modalità è conseguentemente rimessa alla discrezionalità degli operatori. Si raccomanda peraltro agli intermediari di non sollecitare in alcun modo il rifiuto dell'investitore di fornire le informazioni richieste; il principio, di rilievo generale, assume particolare importanza nel caso del trading on line, in considerazione delle aggressive strategie operative intraday che lo stesso può sottendere. In ogni caso, si rammenta che l'eventuale rifiuto del cliente di fornire le notizie richieste deve, ai sensi del regolamento vigente, " risultare dal contratto ..., ovvero da apposita dichiarazione sottoscritta dall'investitore" (art. 28, comma 1, lett. a), del regolamento n. 11522/1998): non risultano ammesse forme alternative di espressione del rifiuto.

    Con riguardo alla fase, di esecuzione on line dei servizi di investimento di negoziazione per conto terzi e di ricezione e trasmissione ordini, ferma restando la necessità che sia comunque assicurato il rispetto di tutte le regole applicabili dettate dal d.lgs. n. 58/1998 e dal regolamento n. 11522/1998, si richiama l'attenzione, in particolare, su quanto segue:

    Efficienza del sistema: gli intermediari che prestano servizi di trading online devono dotarsi di sistemi informativi interni adeguati a garantire, tenuto conto dei volumi delle transazioni disposte, il rispetto dell'obbligo di eseguire con tempestività gli ordini impartiti dagli investitori (art. 26, comma 1, lett. d), del regolamento n. 11522/1998). Considerata la necessità di " disporre di risorse e procedure ... idonee ad assicurare l'efficiente svolgimento dei servizi" (art. 21, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 58/1998), può risultare opportuno concludere accordi con Internet provider e con altri soggetti coinvolti nel processo, idonei a garantire la funzionalità efficiente del servizio prestato. In ogni caso è necessario che l'intermediario predisponga adeguate procedure e risorse per far fronte ad eventuali "cadute" (anche temporanee) del sistema automatizzato, dotandosi di strumenti alternativi, efficienti e strutturati, che consentano alla clientela di proseguire l'operatività. Si rammenta che le modalità e le caratteristiche di tali strumenti alternativi di ricezione degli ordini devono essere indicate già nel testo contrattuale (art. 30, comma 2, lett. c), del regolamento n. 11522/1998).

    Ogni cura deve essere, altresì, realizzata affinché il sistema automatizzato in uso garantisca la massima riservatezza delle informazioni in transito sulla "rete";

    Informazioni sulla natura, rischi delle operazioni e sulle perdite rilevanti: gli intermediari sono tenuti all'osservanza di quanto disposto dall'art. 28, comma 2, del regolamento n. 11522/1998, ai sensi del quale è necessario fornire all'investitore informazioni adeguate sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni delle operazioni, la cui conoscenza sia necessaria per effettuare consapevoli scelte di investimento. Tale obbligo è di carattere continuativo e non si esaurisce in occasione della prima operazione. Le informazioni da fornire al cliente possono essere rese secondo modalità standardizzate mediante un sito Internet. L'intermediario è altresì tenuto al rispetto di quanto previsto dall'art. 28, comma 3, del regolamento n. 11522/1998, ai sensi del quale " gli intermediari autorizzati informano prontamente e per iscritto l'investitore appena le operazioni in strumenti derivati e in warrant ... disposte per finalità diverse da quelle di copertura abbiano generato una perdita, effettiva o potenziale, pari o superiore al 50% del valore dei mezzi costituiti a titolo di provvista e garanzia per l'esecuzione delle operazioni". Ferma restando la necessità di adempiere al citato obbligo in forma scritta, si segnala l'opportunità che la comunicazione sia anticipata via Internet;

    Adeguatezza: gli intermediari sono tenuti a valutare l'adeguatezza delle singole operazioni disposte dagli investitori ai sensi dell'art. 29 del regolamento n. 11522/1998, anche qualora il servizio di investimento sia prestato on line. La norma richiamata impone all'intermediario di valutare l'adeguatezza dell'operazione rispetto al profilo dell'investitore, predisponendo ed attivando a tal fine apposite procedure predefinite, che tengano conto delle caratteristiche oggettive dell'operazione in rapporto al profilo soggettivo del cliente. Gli intermediari non sono esonerati dall'obbligo di valutare l'adeguatezza dell'operazione disposta dal cliente anche nel caso in cui l'investitore abbia rifiutato di fornire le informazioni sulla propria situazione finanziaria, obiettivi di investimento e propensione al rischio; nel caso, la valutazione andrà condotta, in ossequio ai principi generali di correttezza, diligenza e trasparenza, tenendo conto di tutte le notizie di cui l'intermediario sia in possesso (es.: età, professione, presumibile propensione al rischio del cliente alla luce anche della pregressa ed abituale operatività; situazione del mercato).

    Nel caso di ricezione di disposizioni relative ad una operazione non adeguata, l'obbligo, stabilito dal comma 3 dell'art. 29 del regolamento n. 11522/1998, di segnalare al cliente l'inadeguatezza e le ragioni della stessa sussiste pienamente anche qualora il servizio sia prestato online. E' possibile peraltro adempiere con la medesima modalità online a tale dovere, avendo cura di fornire al cliente le indicazioni richieste dalla disciplina con la necessaria chiarezza ed evidenza. Parimenti, la previsione regolamentare secondo cui " qualora l'investitore intenda comunque dare corso all'operazione, gli intermediari autorizzati possono eseguire l'operazione stessa solo sulla base di un ordine impartito per iscritto ovvero, nel caso di ordini telefonici, registrato su nastro magnetico o su altro supporto equivalente in cui sia fatto esplicito riferimento alle avvertenze ricevute", è da intendere nel senso non che sia precluso che la "conferma" venga inoltrata via Internet, ma che, qualora il cliente utilizzi tale canale per la trasmissione dell'ordine, la procedura tecnica all'uopo predisposta dall'intermediario sia tale da richiedere all'investitore una manifestazione di volontà di conferma effettiva e consapevole, resa nell'ambito di un "percorso" nel quale il cliente sia posto anche nelle condizioni di dover attestare di aver effettivamente ricevuto le avvertenze dell'intermediario sull'inadeguatezza dell'operazione ordinata. E' comunque assolutamente necessario evitare che il sito sia organizzato in modo da "impostare per default" l'opzione di conferma. L'intermediario è tenuto naturalmente alla conservazione delle relative necessarie "evidenze" (attestanti il consapevole rilascio della conferma dell'ordine da parte del cliente) di cui deve essere garantita l'immodificabilità (art. 69 del regolamento n. 11522/1998), e l'accesso all'investitore (art. 28, comma 5, del regolamento n. 11522/1998);

    Conflitti di interessi: le medesime osservazioni sopra svolte con riguardo all'adeguatezza, valgono, sul piano logico, con riferimento alla disposizione (art. 27, comma 2, del regolamento n. 11522/1998) secondo cui " gli intermediari autorizzati non possono effettuare operazioni ... per conto della propria clientela se hanno direttamente o indirettamente un interesse in conflitto ..., a meno che non abbiano preventivamente informato per iscritto l'investitore sulla natura e l'estensione del loro interesse nell'operazione e l'investitore non abbia acconsentito espressamente per iscritto all'effettuazione dell'operazione. Ove l'operazione sia conclusa telefonicamente, l'assolvimento dei citati obblighi informativi e il rilascio della relativa autorizzazione da parte dell'investitore devono risultare da registrazione su nastro magnetico o su altro supporto equivalente". L'informazione circa la sussistenza del conflitto di interessi può essere resa dall'intermediario anche via Internet, purché in modo chiaro e con la dovuta evidenza, e garantendo che il cliente sia posto nelle condizioni di acquisirla su supporto duraturo. Ugualmente, via Internet il cliente può eventualmente acconsentire alla realizzazione dell'operazione (nonostante la sussistenza del conflitto di interessi), semprechè la procedura tecnico-operativa dell'intermediario sia strutturata in modo tale da richiedere all'investitore una manifestazione di consenso effettiva e consapevole. E' comunque assolutamente necessario evitare che il sito sia organizzato in modo da "impostare per default" l'opzione di conferma. Anche in questo caso l'assolvimento degli obblighi informativi dell'intermediario e il rilascio della relativa autorizzazione da parte dell'investitore, devono risultare da apposite "evidenze" interne di cui deve essere garantita l'immodificabilità e la conservazione (art. 69 del regolamento n. 11522/1998), oltre che l'accesso all'investitore (art. 28, comma 5, del regolamento n. 11522/1998);

    Attestazione degli ordini e rendicontazione dell'eseguito: nel caso di ricezione di ordini via Internet, l'obbligo del rilascio al cliente di un'attestazione cartacea (art. 60 del regolamento n. 11522/1998) e di invio della nota informativa di eseguito o della rendicontazione periodica (art. 61 e art. 62 del regolamento n. 11522/1998) possono realizzarsi anche tramite l'utilizzo della stessa rete Internet, purché le modalità tecniche utilizzate consentano al cliente di acquisire disponibilità della documentazione su supporto duraturo (art. 75, comma 3, del regolamento n. 11522/1998) e fermi restando i requisiti di contenuto stabiliti dalla disciplina per ciascuno dei documenti richiamati;

    Procedure: la modalità di esecuzione del servizio, ed il fatto che molte delle interazioni con il cliente avvengano online, rendono particolarmente importante garantire comunque l'osservanza della disposizione secondo cui gli intermediari " si dotano di procedure idonee a ricostruire le modalità, i tempi, e le caratteristiche dei comportamenti posti in essere nella prestazione dei servizi" (art. 56, comma 2, lett. a), del regolamento n. 11522/1998);

    Rapporti con le autorità di vigilanza: l'intermediario deve essere in condizione di estrarre prontamente dai propri archivi e di esibire alle Autorità di Vigilanza, la documentazione, di cui si cura di garantire l'immodificabilità, che avesse consegnato o ricevuto via Internet.

    Vedi anche:

    Post trading e Settlement ICBPI

    Qui UBI UBI BANCA

    SMART Trading online Gruppo BPER

    Trading + INTESA SANPAOLO

    Trading Infofinanza Gruppo CARIGE

    Trading Online BAPR

    Trading Online VENETO BANCA

    Bibliografia

    Consob, Comunicazione n. DI/30396 del 21 aprile 2000

    Consob, website http://www.consob.it/

    GIRINO E. (2005) Dizionario di finanza. Tecniche-strumenti-operatori, Ipsoa

    RINALDI G. M. … IPERTI F. (2000) LA DISCIPLINA DEL TRADING ON LINE, Consulenza, Buffetti, n.26/2000

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • TRANCHE

    Quota di una emissione azionaria o, ancora più spesso, di una obbligazionaria destinata allo stesso mercato finanziario. La suddivisione delle emissioni si usa in occasione di emissioni ingenti di nuovi titoli, o nel caso in cui l’emissione sia destinata ad un mercato finanziario in fase depressa. Si ha così l’annuncio di un prestito di un dato importo, di cui ad una determinata data verrà emessa una prima tranche corrispondente ad una fra- zione dell’importo complessivo dell’emissione, mentre per la quota parte restante si avranno una o più emissioni ad altre epoche predeterminate o fissate di volta in volta a seconda delle possibilità di collocamento offerte dal mercato finanziario. La distinzione si attua in pratica, indicando le varie tranches con numeri ordinali (I tranche, II tranche ecc.). Si può verificare il caso di suddivisione fra diversi mercati esteri nei quali uno stesso prestito è collocato e quindi ogni tranche può essere stilata in una valuta diversa. In quest’ultima ipotesi, ogni tranche rappresenta un’emissione indipendente, consentendo, peraltro, spesso, che le cedole siano pagabili a scelta del possessore in una qualsiasi delle valute in cui l’emissione del prestito è stilata. Se ogni tranche è iscritta separatamente dalle altre alla quotazione presso una o più borse valori, i titoli di una stessa tranche non possono trasferirsi da un mercato all’altro se non dietro autorizzazione dell’emittente.

  • TRANSAZIONE

    Contratto mediante il quale due o più parti, facendosi reciproche concessioni, pongono fine ad una lite o ne prevengono l’insorgere (art. 1965 c.c.). Elementi essenziali della fattispecie sono la reciprocità delle concessioni (senza la quale non vi sarebbe transazione, ma semplice rinuncia di una delle parti) e l’effettiva incertezza sull’esito della controversia. Indispensabile è che le parti abbiano la capacità di disporre dei diritti in discussione, che i diritti siano, per loro natura, disponibili (p.e., non si può transigere una lite concernente uno status familiare) e che la transazione non sia relativa ad un contratto illecito. Per la transazione è richiesta ad probationem la, forma scritta (art. 1967 c.c.); questa, invece, è necessaria ad substantiam se la controversia ha per oggetto diritti reali su beni immobili. La transazione può essere annullata se le pretese di uno dei contendenti sono temerarie, nell’ipotesi in cui il contratto sia stato stipulato in base a documenti poi rivelatisi falsi o se in seguito si è venuti a conoscenza di documenti che erano ignoti al tempo della transazione. La transazione non si può invece annullare per errore di diritto sulle questioni che costituivano l’oggetto della controversia.

  • TRANSAZIONI PROGRAMMATE

    Termine generico che designa le tecniche finanziarie automatizzate di compravendita di attività reali e finanziarie basato sull’uso dei computer. Esse prevedono l’utilizzo di software incorporanti determinati modelli di funzionamento dei mercati di riferimento.

  • TRANSFER PRICING

    . In economia aziendale indica i criteri seguiti dalle imprese nella determinazione dei transfer prices, cioè i prezzi con cui sono valutati i beni e i servizi forniti da un centro di profitto a un altro all’interno di una stessa società o tra società di uno stesso gruppo. I transfer prices possono essere basati sui prezzi di mercato o sui costi interni di produzione (e in questo caso si possono scegliere i costi standard, piuttosto che i costi effettivi calcolati come costi marginali come full costs). La scelta del criterio e la determinazione concreta sui pezzi di trasferimento può essere rimessa alla negoziazione tra le parti o fissata d’imperio dal centro. Nelle imprese multinazionali i transfer prices sono molto influenzati da considerazioni politiche, fiscali e valutarie. Una società residente può stabilire prezzi dei beni ceduti e di servizi prestati tra essa e società controllate o consociate all’estero in modo da determinare aumenti o diminuzioni dei ricavi o dei costi tali da modificare le basi imponibili attribuibili a giurisdizioni fiscali diverse in modo da eludere l’imposta nei Paesi con più alta pressione fiscale. Il transfer pricing può riguardare non solo beni e servizi, ma anche interessi, royalties, termini di pagamento. Ciò spiega come mai così poco si sappia su come i gruppi determinino i prezzi di trasferimento e come mai i Governi si preoccupino di evitare che essi possano essere un espediente per ridurre il carico fiscale e per aggirare le regolamentazioni valutarie.

  • TRAPPOLA DELLA LIQUIDITÀ

    Nella teoria monetaria keynesiana è la situazione-limite in cui il livello del tasso di interesse raggiunge un livello così basso che la gente tenderebbe a trattenereliquidità in misura illimitata. In simili situazioni l’autorità monetaria non sarebbe più in grado di stimolare la domanda globale riducendo ulteriormente i tassi d’interesse.

  • TRAPPOLA DELLA LIQUIDITA' E POLITICA MONETARIA: IL CASO GIAPPONESE

    La trappola della liquidità è un fenomeno estremamente raro, che ben poche volte nella storia si è verificato in modo completo. Il caso più noto è quello della Grande Depressione che colpì gli Stati Uniti negli anni ’30 del '900, quando la teoria di trappola della liquidità fu formulato. Da allora non si ebbero più manifestazioni degne di nota di tale fenomeno, tanto che gli studiosi cominciarono a metterne in dubbio la sua realizzabilità, definendo la crisi statunitense come un caso particolare. Ogni incertezza venne meno alla fine degli anni ’90, a causa della situazione drammatica in cui si venne a trovare il Giappone, come accaduto agli USA negli anni ’30, a seguito di una bolla azionaria (e in questo caso anche immobiliare).

    Da molti anni l’economia giapponese si trova ad affrontare una delle più gravi crisi che i Paesi avanzati abbiano mai visto nella loro storia recente. Tuttavia non è sempre stato così: non bisogna dimenticare, infatti, che per decenni nel secondo dopoguerra il Giappone è stato protagonista di una crescita formidabile, tanto che da molti economisti era stato indicato, sul finire degli anni ’80, come successore degli Stati Uniti nel ruolo di locomotiva mondiale. Il motore del loro sviluppo è stato un'ottica di lungo periodo che ha rivoluzionato il modo di fare economia: investimenti di lungo periodo grazie ai quali hanno potuto recuperare progressivamente il gap di sviluppo che li divideva dagli USA.

    Tuttavia alla fine degli anni Ottanta il ciclo economico è apparentemente entrato nella sua fase negativa e stenta tuttora ad uscirne. Ciò porta a considerare che il Paese stia attraversando qualcosa di più che una semplice crisi economica, qualcosa di più strutturale e profondo. La gigantesca bolla speculativa scoppiata nel mercato immobiliare nell'89 ha come nefasto precedente quella che precedette di pochi mesi la crisi del '29 in America. Fortunatamente il paragone si esaurisce, probabilmente anche per il modesto ruolo di traino internazionale (che invece avevano gli Stati Uniti). Tutte le più importanti variabili economiche seguirono comunque la loro strada fino al crollo del biennio '91- 92: la crescita del PIL passò dal 6% all’1,5%; la disoccupazione iniziò ad aumentare rapidamente e costantemente; l'inflazione a decrescere.

    Dall’esposizione e analisi della trappola della liquidità che sono state condotte, si può facilmente capire che questa è una situazione estremamente complessa per un qualsiasi sistema economico, dalla quale è difficile uscire. Infatti, la politica monetaria viene irreversibilmente privata del suo strumento principe, il tasso di interesse, creando cosi problematiche complesse al livello di operatività.

    Tuttavia è dimostrato come la banca centrale mantenga un ventaglio ampio di opzioni da utilizzare, in cui spicca per affidabilità l’intervento volto alla gestione delle aspettative: questa è, infatti, l’unica misura presentata nella letteratura priva di un’obiezione fondata contro la sua efficacia.

    Nonostante gli strumenti non convenzionali di politica monetaria non manchino, è innegabile come il livello di affidabilità del loro funzionamento sia a dir poco limitato, data la quasi completa mancanza di esperienza diretta, in particolare per quel che riguarda la calibrazione degli interventi: un valido esempio è dato dal Quantitative Easing adottato dal Giappone nei primi anni del 2000, il quale non ha avuto gli effetti sperati nonostante fosse una mossa ottima e teoricamente affidabile. Per cercare di rendere la manovra efficace, in seguito è stato deciso di affiancare ad essa il cosiddetto Qualitative Easing.

    Inoltre, quelli che in condizioni usuali sono pregi di cui un sistema economico dovrebbe andar fiero, come l’indipendenza della banca centrale e la sua rigidità nei confronti dell’inflazione, al fine di uscire dalla condizione di trappola della liquidità devono essere presentati al pubblico come gravi difetti altrimenti non si raggiuge il livello di credibilità tale da ottenere dei risultati con le manovre adottate. Tale comportamento potrebbe avere ripercussioni gravi una volta raggiunta la ripresa economica, in quanto potrebbe causare un pericoloso disancoraggio delle aspettative.

    Grazie ad un instancabile lavoro sulle aspettative degli operatori e un continuo operare con manovre di politica monetaria, il Giappone sembra sia riuscito ad arginare il profondo stato di crisi in cui si è trovato per un lungo ventennio. Gli effetti del Qualitative e Quantitative Easing adottato in questo 2013 hanno portato un tasso di inflazione ad agosto allo 0,9%, un livello visto l’ultima volta ad ottobre 2008: bisognerà vedere se si tratta o meno di semplici effetti temporanei, oppure se tali manovre manterranno i loro effetti anche per il futuro, rispettando cosi le previsioni della BOJ.

    Bibliografia

    Bernanke, B. (2000). Japanese Monetary Policy: A Case of Self-Induced Paralysis? In R. Mikitani, & A. S. Posen, Japan's Financial Crisis and Its Parallel to U.S. Experience. Washington: Institute for International Economics.
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    Borio, C., & Disyatat, P. (2009). Unconventional monetary policies: An appraisal.
    Clouse, J., Henderson, A., Orphanides, A., Small, D., & Tinsley, P. (2000, Novembre). Monetary Policy When the Nominal Short-Term Interest Rate is Zero. Working Paper no 00-51, Board of Governors of the Federal Reserve System.
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    Walsh, C.E. (2010, Febbraio). Monetary Theory and Policy, third edition, The MIT Press, Cambridge Massachusetts.

    Redattore: Antonio ZANFARDINO

  • TRASCRIZIONE

    . Forma di pubblicità (v. pubblicità) prevista per gli atti e le sentenze relativi ai beni immobili se ed ai mobili registrati. La sua funzione ha consiste nel regolare il conflitto tra titolari di diritti incompatibili, p.e. o, tra acquirenti dello stesso bene dal medesimo soggetto. Mentre, infatti, una analoga situazione di conflitto, con riguardo ai beni mobili, è risolta sulla base del possesso in buona fede (integra- to n dalla presenza di un titolo d’acquisto a idoneo: art. 1153 c.c.), in campo immobiliare, invece, la preferenza è accordata a colui che per primo ha trascritto il proprio titolo (anche se, per avventura, e questo presenti una data successiva rispetto a quello di chi non ha assolto tempestivamente l’onere pubblicitario). La predisposizione di una pubblicità dei trasferimenti immobiliari, comunque, serve anche a consentire, a chi si accinga all’acquisto di un diritto, di verificarne l’effettiva esistenza in capo al dante causa e, conseguentemente, di tranquillizzarsi in ordine all’inesistenza di pretese accampate da terzi. A tale scopo soccorre il principio della continuità delle trascrizioni. Chi acquista, infatti, non è protetto dalla trascrizione del proprio atto se non verifica (o non provvede a garantire) l’esistenza di una serie ininterrotta di trascrizioni che, dal proprio autore, risalga fino al primo proprietario del bene (art. 2650 c.c.). La trascrizione sostanzia una ipotesi di pubblicità dichiarativa; essa può essere richiesta soltanto in forza di un atto pubblico, di una scrittura privata (autenticata o riconosciuta giudiziariamente) o di una sentenza. La trascrizione si esegue presentando, unitamente al titolo (in originale od in copia autenticata), una nota in doppio originale contenente le indicazioni specificate dalla legge (art. 2659 c.c.). Se il compimento di queste formalità costituisce un onere per il privato, esso integra un obbligo per il notaio (o per altro pubblico ufficiale) che abbia ricevuto od autenticato l’atto.

  • TRASFERIMENTI

    Pagamenti unilaterali, quindi senza contropartita, effettuati da un soggetto, privato o pubblico, a favore di un altro soggetto. Esempi ne sono le donazioni, i sussidi di disoccupazione, le rimesse degli emigrati, i pagamenti di pensioni ecc Una delle classificazioni più ricorrenti delle spese pubbliche è quella che contrappone i trasferimenti, cui non corrisponde alcuna prestazione da parte dei benefi- ciari, alle spese per beni e servizi utilizzati dagli enti pubblici. L’evoluzione dello Stato moderno, caratterizzata dal dilatarsi dell’intervento pubblico, ha determinato un sensibile ampliamento della spesa per trasferimenti: basta pensare, tra l’altro, alle prestazioni fornite dal sistema della sicurezza sociale o ai sussidi accordati da alcune attività economiche. Nel calcolo del reddito nazionale vengono esclusi i trasferimenti che per definizione non rappresentano il corrispettivo della produzione di beni o della prestazione di servizi; per contro i trasferimenti aumentanoil reddito disponibile degli individui che li percepiscono e vanno quindi esclusi in tale calcolo. La concezione liberista dello Stato sostiene che le spese per trasferimenti sottraggono al settore privato utili risorse che sarebbero altrimenti impiegate in attività produttive. A ciò si ribatte che i trasferimenti non distruggono risorse ma realizzano una loro redistribuzione tra le classi di reddito. Nel linguaggio bancario vengono chiamati trasferimenti (transfer) l’invio di fondi all’estero per conto di un soggetto italiano per apertura di credito o in esecuzione di altra operazione. Nelle transazioni internazionali per “trasferimento” si intende una particolareforma di countertrade articolantesi su relazioni commerciali di tipo triangolare, finalizzata al superamento degli inconvenienti tipici degli altri schemi contrattuali relativi ad accordi dicompensazione. È caratterizzato, in particolare, dalla presenza di partite finanziarie denominate in valute diverse a saldo delle operazioni di importazione/esportazione.

  • TRASFERIMENTO

    Effetto o risultato di un atto o di un negozio traslativo, in base al quale un’unica causa (v. causa del negozio giuridico ) produce contestualmente la perdita di un diritto in capo a un soggetto e l’acquisto dello stesso diritto in capo a un altro soggetto. Il trasferimento è concetto diverso da quello di successione, che riguarda la sostituzione di un soggetto con un altro nella titolarità di un rapporto giuridico e può essere determinata anche da una pluralità di cause; ciò avviene, in particolare, nella successione a causa di morte, in cui la perdita di un diritto, per il de cui us, si verifica a causa del suo decesso, mentre l’acquisto del medesimo diritto in capo all’erede deriva dal suo atto di accettazione, e nella successione c.d. costitutiva, quando l’acquisto di un diritto (reale parziario, come l’usufrutto o la servitù) si verifica a favore di un soggetto in base alla c.d. filiazione di un diritto altrui (c.d. atto derivativo costitutivo). Il trasferimento può essere il risultato di un atto volontario fra vivi (p.e., il contratto di compravendita) o di un atto coattivo posto in essere da una pubblica autorità, amministrativa, come nell’espropriazione per pubblica utilità, o giudiziaria, come nella vendita di cose per effetto di un’esecuzione forzata individuale o concorsuale. In quest’ultimo caso si dice che il trasferimento è coattivo e non volontario. Per quanto attiene ai negozi giuridici fra vivi, il trasferimento del diritto di proprietà opera automaticamente con lo scambio del consenso quando oggetto del negozio è una cosa di specie, cioè determinata (un quadro d’autore, un cavallo di razza ecc.); se invece si tratta di cose di genere (p.e., un quintale di frumento) oltre al consenso, perché vi sia il trasferimento della proprietà occorre la consegnadella cosa o, quanto meno, la sua individuazione. Non tutti i diritti sono trasferibili; non lo sono i diritti strettamente legati alla persona. Sono trasferibili sia i diritti che hanno per oggetto beni materiali, sia alcuni diritti su beni immateriali, per il loro contenuto economico (p.e., cessione dei diritti di utilizzazione sulle opere dell’ingegno).

  • TRASFERIMENTO DI SUCCURSALE

    I1 trasferimento di succursali non è espressamente disciplinato dal TUBC. Si ritiene però generalmente applicabile il regime previsto per la istituzione di nuove succursali anche al trasferimento di quelle esistenti. Rispetto alla precedente l.b. 1936, il TUBC prevede una disciplina meno rigorosa, informata al principio della libertà delle banche di stabilire la propria articolazione territoriale. Il trasferimento di succursali nel territorio italiano è rimesso interamente all’autonoma decisione della banca. La Banca d’Italia conserva però la facoltà di vietare lo stabilimento quando ricorrano motivi attinenti all’adeguatezza delle strutture organizzative o della situazione finanziaria, economica e patrimoniale della banca. La Banca d’Italia ha l’obbligo di una scrupolosa motivazione del divieto che deve basarsi su aspetti d’ordine aziendale e non su esigenze economiche del mercato. Un onere di comunicazione del trasferimento può tuttavia essere imposto dalla Banca d’Italia cori apposite istruzioni emanate nell’ambito del generale potere di vigilanza informativa che spetta alla Banca medesima. In argomento si segnala che, mentre già dal 1978 il trasferimento delle succursali è divenuto parte integrante dei “piani sportelli” dettati dalla Banca d’Italia e finalizzati all’efficienza del sistema nel suo complesso, alcuni provvedimenti delle autorità di vigilanza intorno agli anni Ottanta avevano espressamente consentito il libero trasferimento delle succursali nell’ambito dello stesso comune o di singole aree di mercato, con il solo obbligo per le banche di informarne la Banca d’Italia.

  • TRASFORMAZIONE DELLE BANCHE PUBBLICHE

    Con la l. 30.7.1990 n. 218, nota come legge Amato-Carli, e con il d.lg. 20.11.1990 n. 356, si è inteso determinare una profonda trasformazione nel sistema delle banche pubbliche italiane, perseguendo lo scopo di affi- dare la gestione bancaria non più a enti pubblici con capitale o fondo di dotazione detenuto totalmente, o a maggioranza, dallo Stato, ma a società per azioni di diritto privato e favorendo la concentrazione degli istituti bancari, con la costituzione di gruppi ispirati al modello del gruppo creditizio polifunzionale. A differenza di quanto è stato attuato successivamente, nel 1992, con la privatizzazione degli enti di gestione delle partecipazioni statali, la legge Amato non ha trasformato direttamente gli enti pubblici in società per azioni, né ha attribuito a Organi pubblici il potere di realizzare coattivamente trasformazioni e concentrazioni: essa lascia viceversa liberi gli enti pubblici creditizi di chiedere un’autorizzazione alla Banca d’Italia e al ministro del Tesoro per trasformare l’ente pubblico in società per azioni, favorendo tale processo con la moral suasion e l’incentivo fiscale i cui termini di applicazione, originariamente di due anni, sono stati ripetutamente prorogati con successivi provvedimenti normativi. Nel caso in cui il fondo di dotazione dell’ente sia stato conferito da più soggetti pubblici, si può attuare una trasformazione del conferimento in partecipazione azionaria, che attribuisce al nuovo soggetto la possibilità di finanziarsi sul mercato mediante gli strumenti di diritto comune delle società per azioni (con le limitazioni peraltro previste nel decreto di attuazione). La trasformazione, per sua natura, è stata perciò adottata dagli enti aventi il fondo di dotazione a composizione associativa, quali appunto gli istituti di credito speciale di natura pubblica. Gli enti invece con struttura di fondazione hanno potuto accedere esclusivamente al diverso processo di ristrutturazione consistente nel conferimento dell’azienda (v. società bancarie derivanti da rìstrutturazioni di enti pubblici creditizi). Già all’entrata in vigore del TUBC (d.lg. 1.9.1993 n. 385) quasi tutti gli istituti di credito speciale avevano proceduto alla trasformazione diretta in società per azioni. Con riferimento, in particolare, al Mediocredito centrale e all’Artigiancassa, è stata predisposta una disciplina speciale delle società derivate appuntodal procedimento di trasformazione, soprattutto per garantire il perseguimento degli obiettivi originari di tutela delle piccole e medie imprese e delle imprese artigiane. Le modalità della trasformazione degli enti creditizi possono dare luogo anche ad operazioni di fusione, regolate in via speciale dal decreto di attuazione, che possono altresì portare alla formazione dei già citati gruppi creditizi polifunzionali, rispetto ai quali l’ente pubblico conferente si porrebbe come holding o capogruppo. Il d. 356/90 disciplinava molto rigorosamente la dismissione del controllo pubblico: si stabiliva anzi che la maggioranza delle azioni con diritto di voto nell’assemblea ordinaria dovesse appartenere, direttamente o indirettamente, a enti pubblici. Con l.30.7.1994 n. 474 e, poi, con una direttiva del ministro del Tesoro concernente le fondazioni bancarie (v.fondazione di origine bancaria), tale regola è invece venuta meno, pur prevedendosi che resta attribuita allo Stato e ad altri enti pubblici la nomina di almeno un amministratore (o di un numero di amministratori non superiore a un quarto dei membri del consiglio) delle società per azioni soggette ad operazioni di dismissione da parte degli enti pubblici medesimi. Tali amministratori conservano il diritto di veto per talune delibere di particolare importanza, quali lo scioglimento della società, il trasferimento dell’azienda, fusioni, scissioni ecc. Le società bancarie che sono sorte dalle operazioni di trasformazione succedono nei diritti, nelle attribuzioni e nelle situazioni giuridiche dei quali gli enti originari erano titolari. Gli enti creditizi che, in passato, abbiano già emesso titoli di partecipazione al capitale, devono convertirle in azioni ordinarie, salva la facoltà, per i portatori di quote di risparmio partecipativo di optare per la conversione, anche parziale, in quote di risparmio partecipativo. I termini e le condizioni di attribuzione alle nuove società delle disponibilità di pertinenza del patrimonio degli enti originari, oltre che la fissazione del rapporto di cambio relativo all’imputazione dei titoli di partecipazione al capitale delle nuove società vengono approvati con decreto del ministro del Tesoro, sentite la Banca d’Italia e laConsob.

  • TRASFORMAZIONE DELLE SCADENZE

    Tecnica attraverso cui gli intermediari finanziari trasformano le caratteristiche temporali delle risorse finanziarie raccolte, al fine di soddisfare le esigenze della clientela affidata. La trasformazione delle scadenze costituisce uno dei principali elementi su cui si basa la funzione di intermediazione delle banche. A essa si associano rischi di natura finanziaria ed economica derivanti dall’imperfetta coincidenza tra i volumi e tra i tassi delle operazioni di raccolta e di impiego con diverse scadenze. Il pericolo di disequilibri economici, finanziari e patrimoniali indotti da un’eccessiva divaricazione tra la scadenza media delle attività e quella delle passività di bilancio è all’origine del principio di specializzazione temporale sancito dalla legge bancaria e motiva i limiti tradizionalmente posti dall’organo di vigilanza all’attività di prestito oltre il breve termine delle banche ed alle forme di impiego e di raccolta a breve termine degli istituti di credito speciale. Gli studi più recenti hanno evidenziato l’importanza dell’equilibrio tra i flussi finanziari in entrata e in uscita determinati dalla durata residua delle attività e delle passività, oltre che tecniche di copertura dei rischi di tasso derivanti dalla trasformazione delle scadenze.

  • TRASFORMAZIONE DI SOCIETÀ COMMERCIALI

    Istituto giuridico con cui una società cambia forma sociale o acquisisce una forma diversa da quella societaria. La materia è regolata negli artt. 2498-2500 novies c.c., notevolmente riveduta dalla riforma Vietti.

    1. Con la trasformazione l’ente trasformato conserva i diritti e gli obblighi e prosegue in tutti i rapporti anche processuali dell’ente che ha effettuato la trasformazione. Può farsi luogo alla trasformazione anche in pendenza di procedura concorsuale, purché non vi siano incompatibilità con le finalità o lo stato della stessa.

    2. Contenuto, pubblicità, efficacia e invalidità dell’atto di trasformazione, La trasformazione in società per azioni, in accomandita per azioni o a responsabilità limitata deve risultare da atto pubblico, contenente le indicazioni previste dalla legge per l’atto di costituzione del tipo adottato. L’atto di trasformazione è soggetto alla disciplina prevista per il tipo adottato ed alle forme di pubblicità relative, nonché alla pubblicità richiesta per la cessazione dell’ente che effettua la trasformazione. La trasformazione ha effetto dall’ultimo degli adempimenti pubblicitari di cui al comma precedente. Eseguita la pubblicità di cui all’articolo precedente, l’invalidità dell’atto di trasformazione non può essere pronunciata. Resta salvo il diritto al risarcimento del danno eventualmente spettante ai partecipanti all’ente trasformato ed ai terzi danneggiati dalla trasformazione.

    3. Trasformazione di società di persone in società di capitali. Salvo diversa disposizione del contratto sociale, la trasformazione di società di persone in società di capitali è decisa con il consenso della maggioranza dei soci determinata secondo la parte attribuita a ciascuno negli utili; in ogni caso al socio che non ha concorso alla decisione spetta il diritto di recesso. In questi casi il capitale della società risultante dalla trasformazione deve essere determinato sulla base dei valori attuali degli elementi dell’attivo e del passivo e deve risultare da un’apposita relazione di stima. Ciascun socio ha diritto all’assegnazione di un numero di azioni o di una quota proporzionale alla sua partecipazione, salvo che esistano soci d’opera. Questi hanno diritto all’assegnazione di un numero di azioni o di una quota in misura corrispondente alla partecipazione che l’atto costitutivo gli riconosceva precedentemente alla trasformazione o, in mancanza, d’accordo tra i soci ovvero, in difetto di accordo, determinata dal giudice secondo equità. Conseguentemente le azioni o quote assegnate agli altri soci si riducono proporzionalmente. La trasformazione non libera i soci a responsabilità illimitata dalla responsabilità per le obbligazioni sociali sorte prima che la trasformazione stessa sia diventata efficace, se non risulta che i creditori sociali hanno dato il loro consenso alla trasformazione. Il consenso si presume se i creditori, ai quali la deliberazione di trasformazione sia stata comunicata per raccomandata, o con altri mezzi che garantiscano la prova dell’avvenuto ricevimento, non lo hanno espressamente negato nel termine di sessanta giorni dal ricevimento della comunicazione.

    4. Trasformazione di società di capitali in società di persone. Salvo diversa disposizione dello statuto, la deliberazione di trasformazione di società di capitali in società di persone è adottata con le maggioranze previste per le modifiche dello statuto. E’ comunque richiesto il consenso dei soci che con la trasformazione assumono responsabilità illimitata. Gli amministratori devono predisporre una relazione che illustri le motivazioni e gli effetti della trasformazione. Copia della relazione deve restare depositata presso la sede sociale durante i trenta giorni che precedono l’assemblea convocata per deliberare la trasformazione; i soci hanno diritto di prenderne visione e di ottenerne gratuitamente copia. Ciascun socio ha diritto all’assegnazione di una partecipazione proporzionale al valore della sua quota o delle sue azioni. I soci che con la trasformazione assumono responsabilità illimitata, rispondono illimitatamente anche per le obbligazioni sociali sorte anteriormente alla trasformazione.

    5. Trasformazione eterogenea da società di capitali. Le società per azioni, in accomandita per azioni e a responsabilità limitata possono trasformarsi in consorzi, società consortili, società cooperative, comunioni di azienda, associazioni non riconosciute e fondazioni. Si applicano le disposizioni per la trasformazione di società di capitali in società di persone, in quanto compatibile. La deliberazione deve essere assunta con il voto favorevole dei due terzi degli aventi diritto, e comunque con il consenso dei soci che assumono responsabilità illimitata.

    6. Trasformazione eterogenea in società di capitali. I consorzi, le società consortili, le comunioni d’azienda, le associazioni riconosciute e le fondazioni possono trasformarsi in una delle società di capitali previste dal codice civile. La deliberazione di trasformazione deve essere assunta, nei consorzi, con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei consorziati;nelle comunioni di aziende all’unanimità; nelle società consortili e nelle associazioni con la maggioranza richiesta dalla legge o dall’atto costitutivo per lo scioglimento anticipato. La trasformazione di associazioni in società di capitali può essere esclusa dall’atto costitutivoo, per determinate categorie di associazioni, dalla legge; non è comunque ammessa per le associazioni che abbiano ricevuto contributi pubblici oppure liberalità e oblazioni del pubblico. Il capitale sociale della società risultantedalla trasformazione è diviso in parti uguali fra gli associati, salvo diverso accordo tra gli stessi. La trasformazione di fondazioni in società di capitali è disposta dall’autorità governativa, su proposta dell’organo competente.

    7. Opposizione dei creditori. La trasformazione eterogenea ha effetto dopo sessanta giorni dall’ultimo degli adempimenti pubblicitari previsti dallo stesso articolo, salvo che consti il consenso dei creditori o il pagamento dei creditori che non hanno dato il consenso. I creditori possono, nel suddetto termine di sessanta giorni, fare opposizione.

  • TRASLAZIONE

    Processo attraverso il quale il contribuente di diritto tende a riversare, in tutto o in parte, l’onere fiscale sul contribuente di fatto. Contribuente di diritto è colui che, secondo la legge tributaria, è tenuto a pagare l’imposta per il fatto di svolgere un’attività o di possedere beni (c.d. contribuente percosso); contribuente di fatto è quello che ne sopporta l’onere senza possibilità di rifarsi su altri (c.d. contribuente inciso). Può aversi traslazione mediante uno solo ovvero più trasferimenti a catena, prima che il tributo colpisca il soggetto inciso. Perché possa verificarsi la traslazione occorre che l’imposta abbia per oggetto beni o servizi prodotti dal contribuente percosso per lo scambio e che il loro prezzo possa essere aumentato. Ne discende che la traslazione dipende da una complessa serie di fattori (riguardanti, soprattutto, il tipo d’imposta che si intende trasferire e la forma del mercato in cui il fenomeno si inserisce), e può persino accadere che, sia il contribuente inizialmente percosso sia coloro su cui l’imposta trasferita rimbalza, non riescano a sottrarsi completamente a ogni sacrificio, col risultato di rimanere tutti incisi, sebbene parzialmente. Le imposte dirette personali sul reddito non sono, di regola, trasferibili; mentre lo sono quelle indirette sui consumi e quelle dirette sui redditi di capitale o di impresa, in quanto detti redditi costituiscono i prezzi ricavati dall’uso del capitale o dalla vendita dei prodotti dell’impresa. Risulta, inoltre, evidente come il problema della traslazione sia connesso a quello dei prezzi. Diversa è, infatti, la risposta del mercato nel caso di libera concorrenza rispetto all’ipotesi di regime di monopolio. Nel primo caso la possibilità che il tributo si trasferisca dipende in buona parte dal grado di elasticità della domanda, vale a dire dal modo in cui reagisce la quantità domandata all’aumento del prezzo; nell’ipotesi di monopolio non si trasferiscono le imposte applicate in misura fissa o proporzionale al reddito netto del monopolista, mentre è possibileinvece la traslazione allorché l’imposta applicata venga commisurata al numero delle unità prodotte o vendute. La traslazione può essere palese, quando si traduce in un vero e proprio rimborso dell’imposta pagata distinta dal prezzo del bene o dei servizi cui essa si riferisce ovvero occulta, nel caso in cui l’ammontare del prezzo comprende anche l’imposta; progressiva, allorché l’imposta trasferita comporta una restrizione dell’offerta, cioè un aumento del prezzo, ovvero, regressiva, nei casi in cui l’imposta stessa va in direzione opposta rispetto al ciclo produttivo, è cioè dal consumatore al produttore, realizzando una diminuzione della domanda e, in ultima analisi, una contrazione dei prezzi.

  • TRASPARENZA

    Termine che qualifica una situazione di assoluta omogeneità di informazioni tra i partecipanti ad un mercato riguardo al valore e all’andamento dei beni trattati, alle reciproche intenzioni degli operatori e alle caratteristiche tecnico-organizzative del mercato medesimo. Con riferimento specifico almercato dei valori mobiliari, la realizzazione di una completa trasparenza esige la pubblicazione e certificazione dei bilanci, la diffusione di notizie periodiche e la pubblicazione di prospetti informativi da parte delle imprese quotate, oltre che la qualità ottimale, sotto il duplice profilo della tempestività e del livello di dettaglio, delle informazioni su prezzi e quantità negoziate (v. anche informazione societaria). La teoria dei mercati finanziari afferma che una delle condizioni necessarie affinchéun qualunque mercato possa considerarsi perfetto sta nella perfetta trasparenza delle informazioni. Ogni operatore, cioè, effettivo o potenziale, deve conoscere, a costi nulli, tutte le condizioni di domanda e offerta delle negoziazioni che si effettuano in un preciso momento,in un punto qualunque del mercato. Il mercato perfetto, quindi, non consente zone d’ombra o zone di informazione privilegiata (v. asimmetria informativa), neanche sotto forma di differenze di tempestività e/o onerosità d’accesso all’informazione.

  • TRASPARENZA BANCARIA

    Espressione tradizionalmente utilizzata per indicare genericamente l’insieme di informazioni che possono essere acquisite sulla struttura e sull’attività delle banche. le quali sono al riguardo sottoposte a una disciplina speciale, diversa da quella del diritto comune generalmente valida per gli imprenditori In tempi relativamente recenti, peraltro. questa espressione è entrata nel lessico legislativo e ha assunto un significato più limitato: precisamente, quello di insieme delle norme che impongono alle. banche di fornire alla clientela informazioni chiare e precise sulle condizioni contrattuali dalle stesse praticate. La prima regolamentazione legislativa del la materia era contenuta nella l. 17.2.1992 n. 154 recante. appunto. “norme per la trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari” e, con specifico riferimento alle operazioni di credito al consumo, nella l. 19.2.1992 n. 142. La disciplinadella trasparenza bancaria dettata dalle leggi appena citate è rifluita poi, con alcune modificazioni, nel Titolo VI del TUBC. Il Capo 1di questo titolo contiene una serie di disposizioni applicabili a tutte le attività svolte nel territorio della Repubblica dalle banche e dagli intermediari finanziari. L’art. 116 impone a questi soggetti di pubblicizzare, in ciascun locale aperto al pubblico, i tassi di interesse, i prezzi.le spese per le comunicazioni alla clientela e ogni altra condizione economica relativa alle operazioni e ai servizi offerti. A norma dell’art. 117, i contratti devono essere redatti per iscritto a pena di nullità (che, ai sensi dell’art. 127 comma 2, può essere fatta valere solo dal cliente) e un esemplare degli stessi deve essere consegnato ai clienti: nel contratto devono essere espressamente indicati il tasso d’interesse e ogni altro prezzo e condizione praticati. Nel corso del rapporto, le condizioni contrattuali possono essere variate in senso sfavorevole al cliente solo se la clausola negoziale che attribuisce questa facoltà alla banca è approvata specificamente dal cliente stesso: per essere efficaci queste modifiche unilaterali delle condizioni contrattuali devono essere comunicate, secondo le prescrizioni dell’art. 118, al cliente, il quale, può entro 15 giorni recedere dal contratto ottenendo, in sede di liquidazione del rapporto, l’applicazione delle condizioni precedentemente praticate. L’art. 119 dispone che alla scadenza del contratto e comunque almeno una volta all’anno deve essere inviata alla clientela una comunicazione completa e chiara in merito allo svolgimento del rapporto (in proposito v. estratto conto). Inoltre, attribuisce al cliente il diritto di ottenere, a proprie spese, entro un congruo termine e comunque non oltre 90 giorni. copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi 10 anni. Oltre all’obiettivo della trasparenza. la normativa in discorso persegue anche, sia pure in inodo meno evidente, quello del riequilibrio delle rispettive posizioni delle parti nei contratti bancari (v. diritto bancario): in quest’ottica va valutata, p.e., la norma dell’art. 120 concernente la decorrenza delle valute. Sia il profilo della trasparenza che quello del riequilibrio delle posizioni negoziali formano oggetto di ulteriori disposizioni legislative dirette a incrementare il grado cli tutela del cliente-consumatore (intendendo con tale espressione la persona fisica che agisce per scopi estrarci all’attività imprenditoriale o professionaleeventualmente svolta). Oltre alla specifica disciplina dettata per il credito al consumo al Capo II del citato Titolo VI del TUBC. va al riguardo menzionata la normativa sui contratti stipulati con i consumatori introdotta nel codice civile (articoli dal 1469-bis al 1469-sexies) dalla l. 6.2.1996 n. 52 (v. clausole abusive).

  • TRASPARENZA FISCALE

    1. Il principio di trasparenza e pubblicità riconosciuto dalla l. 7.8.1990 n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo) quale criterio regolatore dell’azione amministrativa interessa tutti i procedimenti amministrativi e dunque anche quelli di competenza dell’Amministrazione finanziaria. Circa il valore giuridico di tali principi, una circolare del Ministero delle Finanze ha sottolineato che si tratta di regole non meramente interne, afferenti solo al merito dell’attività amministrativa, ma di regole che tutelano la legittimità dell’azione amministrativa. In altri termini la violazione del principio di trasparenza si traduce in illegittimità dell’atto amministrativo, illegittimità che il cittadino potrà far valere con gli ordinari mezzi di tutela. Si riconducono al principio di trasparenza l’obbligo di rendere noti i termini e le unità organizzative responsabili del procedimento e di ogni altro adempimento, quello di rendere noto l’Organo responsabile dell’adozione del provvedimento finale, l’obbligo di individuazionedel provvedimento amministrativo oltre che la procedura per consentire l’accesso ai documenti amministrativi. Ed infine l’obbligo di pubblicare direttive, programmi, istruzioni, circolatori, atti interpretativi di norme giuridiche. Con regolamento approvato con d.m. 19.10.1994 n. 678, l’Amministrazione finanziaria ha provveduto, a dare applicazione agli artt. 2 e 4 della l. 7.8.1990 n. 241 citata, individuando per i singoli procedimenti i termini di conclusione e l’unità responsabile. In particolare sono statifissati i termini per l’erogazione dei rimborsi, ove non specificamente definiti dal legislatore tributario. Con successiva circolare il Ministero delle Finanze ha inoltre dettato istruzioni operative per l’attivazione nell’ambito delle varie strutture dell’Amministrazione di un Uf- ficio per le relazioni con il pubblico con la funzione di fornire informazioni al cittadino al fine di agevolarne la partecipazione al procedimento amministrativo. Viene infine dettata una disciplina transitoria per il diritto di accesso, nei limiti propri che tale diritto incontra nei procedimentitributari. Va ricordato p.e. che ai sensi dell’art. 24 della l. 1990/241 è vietato l’accesso agli atti preparatori prima che il procedimento si sia concluso. Tale divieto, secondo la circolare, include tutti gli atti e documenti. interni o esterni oltre che gli atti o documenti oggetto di lite pendente la cui divulgazione potrebbe compromettere l’esito del Giudizio ovvero costituire violazione del segreto istruttorio o professionale o d’ufficio. (gt-mv)

    2. Principio di trasparenza fiscale. Società di persone. Principio in base al quale il soggetto che pone in essere il presupposto di imposta non ne assume la soggettività tributaria passiva, cioè non è soggetto a essa. Il regime di trasparenza fiscale è obbligatorio per le imprese costituite in forma di società di persone o a queste assimilate. L’art. 5 TUIR prevede, infatti, che i redditi delle società semplici, in nome collettivo e in accomandita semplice residenti nel territorio dello Stato sono imputati a ciascun socio, indipendentemente dalla percezione, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili. Le quote di partecipazione agli utili si presumono proporzionali al valore dei conferimenti dei soci, se non risultano determinate diversamente dall’atto pubblico o dalla scrittura privata autenticata di costituzione, o da altro atto pubblico, o scrittura autenticata di data anteriore all’inizio del periodo di imposta. Se il valore dei conferimenti non risulta determinato, le quote si presumono uguali. Le società di armamento sono equiparate alle società in nome collettivo o alle società in accomandita semplicesecondo che siano state costituite all’unanimità o a maggioranza; le società di fatto sono equiparate alle società in nome collettivo o alle società semplici secondo che abbiano o non abbiano per oggetto l’esercizio di attività commerciali; le associazioni senza personalità giuridica costituite fra persone fisiche per l’esercizio in forma associata di arti e professioni sono equiparate alle società semplici.

    3. Principio di trasparenza fiscale. Società di capitali. La legge istitutiva dell’IRES (d.lg. 12.12.2003 n. 344, in attuazione del disposto dell’art. 4 della l. 7.4.2003 n. 80 di delega per la riforma del sistema fiscale statale) nell’adattare il Titolo II del TUIR alla nuova imposta, con i nuovi artt. 115 e 116 ha esteso alle società di capitali la trasparenza fiscale come regime opzionale (opzione per la trasparenza fiscale).

  • TRASPORTO

    Contratto con il quale un soggetto, detto vettore, si obbliga, dietro corrispettivo, a trasferire persone o cose da un luogo ad un altro. Caratteristica del trasporto di persone è l’onerosità: non rientrano, pertanto, in tale figura contrattuale le ipotesi di trasporto gratuito o amichevole dalle quali può derivare solo una responsabilità extracontrattuale a carico del vettore nel caso in cui il trasportato abbia subito danni personali imputabili al primo. La stipulazione del contratto è accompagnata dal rilascio al viaggiatore di un biglietto di viaggio, nel quale il contratto è documentato: esso non è titolo di credito ma costituisce uno dei documento di legittimazione, la cui esibizione è necessaria per esigere la prestazione del trasporto. Per ciò che concerne la responsabilità del vettore, questi risponde: per l’inadempimento e il ritardo secondo le norme generali in materia di obbligazioni; per i sinistri che colpiscono la persona del viaggiatore e per la perdita o avaria delle cose che il viaggiatore porta con sé, salvo che riesca a dimostrare di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno. Il trasporto di cose è un contratto consensuale. La consegna delle cose fa. parte del momento esecutivo del contratto e da ciò deriva l’obbligazione di custodia a carico del vettore. La prova del contratto è fornita da un documento detto lettera di vettura compilata dal mittente e consegnata al vettore che ne rilascia un duplicato. Ove non sia stata consegnata la lettera di vettura, il vettore rilascia una ricevuta di carico. Si tratta di documenti probatori che, però, se vengono rilasciati con la clausola “all’ordine”, diventano titoli di credito ed incorporano tutti i diritti nascenti dal contratto. Il vettore è responsabile per la perdita e l’avaria delle cose consegnategli, fino Al momento in cui le riconsegna al destinatario; per escludere la propria responsabilità, egli ha l’onere di dimostrare che il danno è dipeso da un fatto a lui non imputabile. Questo principio, che deroga alle norme generali, fa ricadere sul vettore le c.d. cause ignote; esso viene in parte attenuato o con la presunzione di irresponsabilità per calo naturale o mediante la stipulazione di clausole che stabiliscano presunzioni di caso fortuito. Il contratto di trasporto di cose fatto dal vettore su incarico del mittente si configura, con riferimento al destinatario, come un contratto a favore di terzo.

  • TRASPORTO AEREO

    Contratto con cui il vettore si obbliga a trasportare persone o cose da un luogo all’altro per via aerea. È disciplinato dalle norme generali sul contratto di trasporto, in quanto non siano derogate dal codice della navigazione o da leggi speciali. Le caratteristiche principali del trasporto aereo di persone riguardano: la necessità della sua conclusione per iscritto, dove però la scrittura può essere sostituita dal “biglietto di passaggio”, rilasciato dal vettore; l’obbligo del vettore di assicurare il trasportato; la responsabilità del vettore per inesecuzione del trasporto, o ritardo, o danni al trasportato, limitata al criterio della “normale diligenza”; il limite quantitativo del risarcimento dei danni non determinati da dolo o colpa grave. Nel trasporto di cose, il vettore è responsabile per la loro perdita o avaria, a meno di pro- vare che egli stesso, i suoi dipendenti e i preposti abbiano preso tutte le misure necessarie e possibili secondo la “normale diligenza” per evitare la perdita, le avarie o il ritardo. Il vettore si esonera dalla responsabilità anche provando eventi o circostanze particolari, come la colpa lieve di pilotaggio o l’avaria avvenuta fuori degli aerodromi. Nel trasporto di cose il mittente può chiedere al vettore l’emissione di una lettera di trasporto, ossia di un titolo di credito che darà diritto al ritiro della merce. Tale titolo può essere al portatore, all’ordine o nominativo (v. titolo di credito).

  • TRASPORTO AUTOMOBILISTICO

    Contratto con cui il vettore si obbliga a trasportare, verso corrispettivo, persone o cose da un luogo all’altro per via di terra e con un veicolo senza guida di rotaie. Nel trasporto di persone, il vettore è responsabile dei danni subiti dal trasportato se non prova di avere adottato tutte le misure idonee per evitarlo. Questo principio generale trova applicazione specifica, in materia di circolazione di veicoli, nell’art. 2054 c.c., secondo cui il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto persone o a cose dalla circolazione del veicolo “se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno”; lo stesso articolo aggiunge che, nel caso di scontro tra veicoli, si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducentiabbia concorso egualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli e dalle persone trasportate. Si ritiene che le norme sul trasporto si applichino anche a quello gratuito, ma non all’amichevole, caratterizzato dall’impossibilità di ascrivere al vettore una responsabilità di tipo contrattuale; il trasportato a titolo amichevole, perciò, otterrà il risarcimento dei danni subiti solo se provi la colpa del vettore. Nel trasporto di cose, il vettore si esonera dalla responsabilità per perdita o avaria delle stesse provando che il danno è derivato da caso fortuito, dalla natura o dai vizi delle cose stesse o del loro imballaggio o dal fatto del mittente o da quello del destinatario. La prova del contratto è data dalla lettera di vettura, un duplicato della quale viene consegnato dal vettore al mittente; essa ha natura di titolo di credito rappresentativo di merci, se rilasciata con la clausola “all’ordine”.

  • TRASPORTO IN CONCESSIONE

    Attività di trasporto pubblico conferita ai privati da parte della pubblica amministrazione. Quest’ultima, tuttavia, mantiene sullo svolgimento del servizio poteri di vigilanza, indirizzo, intervento e repressione. La concessione può essere provvisoria o definitiva, ma in ogni caso la pubblica amministrazione ha il potere di revocarla quando ritenga opportuno sopprimere la linea, dichiarare la decadenza del concessionario inottemperante ai suoi obblighi. Può essere dato in concessione il servizio di trasporto ferroviario. La concessione è data dallo Stato ma l’art. 2 d.p.r. 14.1.1972 n. 5 prevede che possano essere trasferiti alle Regioni i trasporti ferroviari non utili alla rete primaria nazionale. Il concedente tutela il concessionario dalla concorrenza attraverso il divieto di nuove linee, prevede la possibilità di sussidi, determina le tariffe. Analoghi principi valgono per i trasporti automobilistici; la legge prevede la regionalizzazione dei servizi automobilistici interregionali. A carico dei titolari di imprese di trasporto in concessione l’art. 1679 c.c. impone l’obbligo di contrarre con chiunque ne faccia richiesta: non vi è, così, il potere di rifiutare passeggeri, salvo che per esigenze del servizio e quello di osservare la parità di trattamento tra i contraenti.

  • TRASPORTO MARITTIMO

    Contratto con cui il vettore si obbliga a trasferire persone o cose da un luogo all’altro per via marittima. Esso è disciplinato dalle norme generali sul contratto di trasporto, contenute nel codice civile, in quanto esse non siano derogate dal codice della navigazione e dalle leggi speciali. Le caratteristicheprincipali del trasporto marittimo di persone riguardano: la necessità della sua conclusione per iscritto, dove però la scrittura può essere sostituita dal “biglietto di passaggio”, rifasciato dal vettore; la disciplina impasta al trasportato, fondata essenzialmente sulla rilevanza delle prestazioni di vitto ed alloggio a cui si obbliga il trasportatore: l’imbarco senza biglietto comporta (obbligo di pagare il doppio del prezzo del passaggio, salvo in ogni caso il risarcimento dei danni, mentre l’impedimento a partire e la mancata partenza ingiustificata comportano il rimborso soltanto di un parte del biglietto, al netto del vitto. La responsabilità per in esecuzione del trasporto o ritardo o danni alla persona del passeggero è evitata dal vettore solo provando che l’evento è derivato da causa a lui non imputabile, secondo il criterio generale di responsabilità per inadempimento delle obbligazioni, meno severo di quello dell’art. 1681 c.c., che, in generale, esonera dalla responsabilità per danni alle persone solo il vettore che provi “di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno”. Il codice della navigazione prevede un limite massimo di responsabilità del vettore in caso di perdita del bagaglio del passeggero e contempla, a differenza del codice civile, il trasporto amichevole nel quale il vettore risponde solo a titolo di dolo o colpa grave. Il trasporto di cose trova una disciplina differente a seconda che abbia per oggetto un carico totale o parziale, ovvero cose singole. Comune è però la disciplina della responsabilità del vettore per perdita o per avarie; il vettore è responsabile se non prova che il danno non è stato determinato dalla sua colpa, ovvero dalla colpa commerciale dei suoi dipendenti e preposti. Per colpa commerciale si intende la negligenza o l’imprudenza o l’imperizia nelle operazioni di caricazione, custodia delle merci e approvvigionamento della nave: essa viene contrapposta alla colpa tecnica attinente agli errori di pilotaggio della nave. Incombe invece sull’avente diritto alla riconsegna l’onere di provare la colpa del vettore o dei suoi dipendenti, in una lunga serie di casi in cui la posizione del vettore è valutata con minore severità (innavigabilità della nave, pericoli del mare, incendio non colposo, pirateria ecc.): trattasi di casi attinenti alla c.d. colpa tecnica. Nel caso di trasporto di carico totale o parziale, il ritardo nella caricazione o scaricazione della merce comporta il pagamento di penalità dette controstallie a favore del trasportatore o di controstallie a favore del mittente. Nel contratto di trasporto può essere inserita una clausola di cancello, in base alla quale il caricatore ha diritto di risolvere il contratto, nel caso in cui la nave non giunga in porto alla data prefissata.

  • TRATTA A VISTA

    Cambiale pagabile alla presentazione in quanto si considera scaduta con la richiesta di pagamento. Da tale momento decorre quindi il termine di prescrizione dell’azione cambiaria e sono dovuti gli interessi. La presentazione della tratta a vista al pagamento deve aver luogo nel termine di un annodalla data di emissione del titolo. Questo termine può essere dal traente abbreviato o prolungato, mentre i giranti possono solo abbreviarlo. Sela presentazione al pagamento non avviene nel termine più breve indicato nella cambiale, colui che possiede il titolo perde l’azione nei confronti degli obbligati di regresso qualora il termine sia stato apposto dal traente. Quest’ultimo può anche disporre che la cambiale non sia presentata per il pagamento prima di una certa data dalla quale decorre il termine per la presentazione del titolo.

  • TRATTA ALL'ARIA

    Cambiale di comodo spiccata su persona inesistente o, comunque, non debitrice del traente, trad. dell’espressione francese tirage en air. Questo titolo di credito non può evidentemente essere presentato per l’accettazione ed è domiciliato presso lo stesso traente, che provvede a ritirarlo alla scadenza. In pratica ricorrono alla tratta all’aria quei commercianti he, sprovvisti di carta commerciale, la presentano per lo sconto al fine di procurarsi liquidità. Le banche, di massima, non scontano tratte non accettate, a meno che non siano garantite dalla cessione della provvista; chi intende giovarsi di questo tipo di cambiale di comodo dovrà cercare qualcuno disposto a fare un’accettazione fittizia o incrociata (v. cambiale di comodo; cambiale incrociata).

  • TRATTA ALLO SCOPERTO

    Titolo cambiario spiccato da un cliente sulla propria banca e da questa accettato senza particolari garanzie. Sono in genere allo scoperto le accettazioni cambiarie sottoscritte dalle banche per facilitare la provvista di fondi alla grande industria o al grosso commercio. Spesso queste accettazioni, invece di essere negoziate, sono date in garanzia di aperture di credito in conto corrente ottenute dai clienti presso altri istituti. A volte le accettazioni cambiarie allo scoperto concesse alla grande industria nascondono delle vere e proprie partecipazioni. In pratica, il motivo per cuisi ricorre ad un tale tipo di operazione risiede nel fatto che le tratte firmate da una banca consentono sempre di essere negoziate a condizioni vantaggiose.

  • TRATTA AUTORIZZATA

    Titolo cambiario la cui emissione è preventivamente autorizzata dal trattario. Può costituire oggetto di un apposito patto, previsto nel contratto da cui è sortoil credito del traente verso il trattario, come nel caso in cui il compratore si obbliga a pagare il prezzo alla presentazione di cambiali, tratte su di lui dal venditore. L’autorizzazione effettuata dal trattario al traente di emettere la cambiale su di lui non costituisce né accettazione, né cessione del credito di provvista; ha bensì il valore di una promessa di eseguire, attraverso la cambiale, un futuro pagamento, che produce effettiobbligatori dal momento in cui questa sia stata emessa ed accettata. In tal caso la mancata accettazione e il mancato pagamento possono costituire un inadempimento a quella promessa preliminare e rendere responsabile il trattario del risarcimento del danno. L’autorizzazione ad emettere la cambiale tratta per una determinata somma può costituire anche una ricognizione di debito produttiva dell’effetto di dispensare colui a favore del quale è fatta dall’onere di dimostrareil rapporto fondamentale.

  • TRATTA DI BANCA SU BANCA

    Titolo cambiario in cui trattario e traente sono due banche. La banca traente può negoziare il titolo ovvero può procurarsi altrimenti i fondi, dandolo in garanzia. Questa operazione costituisce in pratica una forma di apertura di credito a cui spesso fanno ricorso le banche nei loro reciproci rapporti.Le tratte di banca su banca vengono usate frequentemente nelle operazioni di arbitraggio e nei momenti di crisi o di tensione monetaria, quando si vuole profittare di un mercato più favorevole all’estero. In questi casi le tratte così accettate circolano come vera carta di alta finanza.

  • TRATTA DI RIVALSA

    Titolo diverso da quello originario nel quale la legge prevede possa incorporarsi il diritto di regresso. Chi esercita il regresso può, salvo patto contrario, rivalersi con una nuova cambiale (di rivalsa), tratta a vista su uno dei propri garanti e pagabile nel luogo di residenza di costui. Oltre alla sorte, interessi e spese, la rivalsa comprende un diritto di provvigione, costituito in buona sostanza dal rimborso delle spese sostenute dal portatore per la presentazione al pagamento della cambiale al trattario nella sua residenza, e dalla tassa di bollo sulla rivalsa.

  • TRATTA NON ACCETTABILE

    Titolo cambiario che contiene il divieto del traente di presentarlo all’accettazione. Se il traente dichiara non accettabile la cambiale, il girante non puòprescrivere che questa venga presentata all’accettazione. In pratica questa clausola viene apposta quando il traente vuole evitare al trattario l’assunzione dell’obbligazione cambiaria prima della scadenza o quando si riserva di fornire la provvista solo alla scadenza della cambiale. Non è consentita al traente la facoltà di utilizzare la clausola nell’ipotesi di cambiale a certo tempo vista, poiché dalla presentazione per l’accettazione (cioè dalla vista) decorre il termine di scadenza. Stessa preclusione ricorre allorché la cambiale sia pagabile da un terza o inun luogo diverso dal domicilio del trattario; in tali casi, infatti, la presentazione per l’accettazioneconsente al trattario di predisporre i mezzi necessari per effettuare il pagamento nel luogo e da parte della persona indicata nella cambiale. Il traente può anche, senza escludere del tutto la facoltà del portatore di chiedere l’accettazione, limitarla nel tempo, stabilendo che lapresentazione avvenga solo entro un dato termine dalla data di emissione, ovvero escludendo che possa essere fatta prima di un certo termine. Solo la cambiale non accettata o non accettabile può contenere la clausola di cessione della provvista.

  • TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI E SENSIBILI, DISPOSIZIONI PENALI

    Il capo VIII della l. 31.12.1996 n. 675 prevede alcune disposizioni (dall’art. 34 all’art. 37) sanzionatoriedi natura penale da applicare in caso di violazione delle norme che disciplinano iltrattamento dei dati personali. L’omessa o infedele notificazione (art. 34 l. 1996/675) punisce con la reclusione da tre mesi a due anni chiunque, essendovi tenuto, non provveda alle notifi cazioni prescritte dagli artt. 7 (destinatari, contenuto e forma della notifica) e 28 (trasferimento di dati personali all’estero), ovvero indichi in esse notizie incomplete o non rispondenti al vero. Oggetto della tutela penale (reato di pericolo astratto) è la trasparenza del trattamento. L’art. 35 l. 1996/675 (rubricato “trattamento illecito di dati personali”) punisce con la reclusione sino a due anni o, se il fatto consiste nella comunicazione o diffusione, con la reclusione da tre mesi a tre anni, chiunque, al fi- ne di trarre per se o per altri profitto, o di recare ad altri un danno, proceda al trattamento di dati personali in violazione di quanto disposto dagli artt. 11 (consenso espresso dell’interessato), 20 (requisiti per la comunicazione e diffusione dei dati) e 27 (trattamento da parte di soggetti pubblici). Lo stesso articolo prevede un’identica sanzione per l’ipotesi della diffusione e comunicazione dei dati personali in violazione di quanto disposto agli artt. 21 (divieti di comunicazione), 22 (dati sensibili), 23 (dati inerenti alla salute), 24 (dati relativi ai provvedimenti di cui all’art. 686 c.p.p.) e 28 terzo comma (trasferimento dei dati personali all’estero). E’ altresì previsto che se dai fatti sopra descritti derivi un nocumento, la pena è della reclusione da uno a tre anni. Nel caso di omessa adozione di misure necessarie alla sicurezza dei dati (art. 36 l. 1996/675) in violazione delle disposizioni dei regolamenti di cui ai commi 2 e 3 dell’art. 15, la sanzione è la reclusione sino a un anno o, se deriva un nocumento, la reclusione da due mesi a due anni, o, infine, se il fatto è commesso per colpa, la reclusione fino a un anno. Da ultimo va ricordato l’art. 37 l. 1996/675 che punisce con la reclusione da tre mesi a due anni chiunque, essendovi tenuto, non osservi il provvedimento adottato dal Garante ai sensi dell’art. 22 comma 2 (dati sensibili) o dell’art. 29 commi 4 e 5 (richiesta di cessazione del comportamento illegittimo).

  • TRATTAMENTO DI FINE RAPPORTO - TFR

    Acr. di: Trattamento di Fine Rapporto. Somma percepita dal lavoratore dipendente del settore privato al momento della cessazione del rapporto di lavoro. L’art. 2120 c.c. dispone che il TFR è calcolato sommando per ciascun anno di servizio una quota pari e comunque non superiore all’importo della retribuzione dovuta per l’anno stesso divisa per 13,5. La quota è proporzionalmente ridotta per le frazioni di anno, computando come mese intero le frazioni di mese uguali o superiori a quindici giorni. L’ammontare del TFR, con esclusione della quota maturata nell’anno, è incrementata al tasso composto dell’1,5% annuo più il 75% dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati accertati dall’ISTAT rispetto al dicembre dell’anno precedente. Il TFR decorre anche per i periodi di sospensione della prestazione di lavoro per infortunio, malattia, gravidanza e puerperio. Anticipazioni per giustificati motivi fino al 70% del TFR accumulato possono essere richiesti dal lavoratore con almeno otto anni di servizio una sola volta nel corso del rapporto di lavoro. Le richieste sono soddisfatte annualmente entro i limiti del 10% degli aventi titolo e comunque del 4% del totale dei dipendenti. I datori di lavoro costituiscono in bilancio un accantonamento corrispondente al diritto maturato dai dipendenti.

    A seguito del decreto legislativo 252/2005 e della finanziaria 2007 il dipendente può scegliere di non lasciare il fondo TFR accantonato nell'azienda, con la conseguenza di determinare per quest'ultima una necessità finanziaria da gestire.

    Le banche associate ad Assonebb offrono alla loro clientela i seguenti prodotti:

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  • TRATTARIO

    Soggetto a cui, in un titolo di credito, un altro soggetto (traente) dà ordine di effettuare un pagamento a favore di un terzo(beneficiario). Il suo nome dev’essere indicato sul titolo, a pena di nullità. Nella cambiale tratta il trattario può identificarsi con lo stesso traente. Il trattario assume l’obbligazione cambiaria, ossia l’obbligo di pagare al benefi ciario indicato sulla tratta, solo dopo l’accettazione della tratta. Nell’assegno bancario iltrattario può essere solo un banchiere; tuttavia, l’assegno emesso 0 pagabile all’estero è valido anche se il trattario non sia banchiere. Il trattario deve avere presso di sé i fondi di cui l’emittente (o traente) abbia la disponibilità: in mancanza di fondi, l’assegna bancario non perde la sua validità, ma a carico dell’emittente si configura una responsabilità penale. L’assegno bancario non può essere tratto sullo stesso traente, e cioè una banca non può trarre un assegno su se stessa, salvo che il titolo sia tratto tra diversi stabilimenti della stessa banca; in tal caso, però, esso non può essere al portatore. Il trattaria che paga l’assegno bancario può esigere che esso gli sia consegnato quietanzato dal portatore (la quietanza s’identifica con la c.d. girata per l’incasso); può pagare parzialmente l’assegno bancario, esigendo che del pagamento parziale sia fatta menzione sul titolo e che gli sia rilasciata quietanza. Il trattario che paga un assegno bancario trasferibile per girata è tenuto ad accertare oltre l’identità della persona cui paga, la regolare continuità delle girate, ma non a verificare l’autenticità delle firme dei giranti.

  • TRATTATO DI AMSTERDAM

    Nel corso del processo di integrazione europea, il Trattato di Amsterdam, firmato il 2.10.1997 ed entrato in vigore il 1°.5.1999 (l’Italia ha provveduto alla ratifica con la l. 16.6.1998 n. 209), ha segnato una ulteriore tappa del “cammino comunitario” iniziato negli anni Cinquanta con la creazionedella CECA (Trattato di Parigi del 18 aprile 1951), della Comunità economica europea e dell’Euratom (Trattato di Roma del 25 marzo 1957). Primo elemento caratterizzante il Trattato di Amsterdam è il ruolo che lo stesso riveste ai fini di una nuova numerazione dei trattati, non più rinviabile a seguito delle modifiche e degli ampliamenti introdotti dall’Atto unico europeo e dal Trattato sull’Unione europea di Maastricht. Ci si trovava, infatti, ad applicare trattati i cui articoli erano contrassegnati da numeri affiancati da lettere (p.e. 109A-109M, TCE) o articolati in lettere affiancate, in certi casi, da numeri (p.e. art. A-F, art. J.1-J.3, TUE).Con il Trattato di Amsterdam a tutti gli articoli contenuti nei due trattati (il TCE e il TUE) è stata data una nuova numerazione sequenziale. Marginali sono stati gli interventi sui due trattati settoriali della CECA e dellaEuratom. Rispetto al Trattato di Maastricht, quello di Amsterdam incide sicuramente in misura meno rilevante sull’evoluzione dell’Unione europea. Esso è diviso in tre parti relative, rispettivamente, alle modifiche di merito dei trattati esistenti, alla semplificazione dei trattati, alle disposizionigenerali e finali. Modifiche ai trattati esistenti. La prima parte riveste senza dubbio un rilievo maggiore. Da una pur sommaria analisi, emerge come il Trattato abbia sostanzialmente mantenuto l’impianto a pilastri dell’UE introdotto a Maastricht pur formalizzando e regolamentando la c.d. cooperazione rafforzata; sono state aumentate le deroghe e le eccezioni al principio dell’applicabilità delle norme comunitarie a tutti gli Stati membri; è stata riconosciuta alla tutela dei diritti umani e ai rapporti con i cittadini, inseriti nel quadro dei principi generali, una posizione di maggior rilievo; si è inciso in modo limitato sul secondo pilastro (v.Unione europea), cioè sulle questioni connesse alla Politica estera e di sicurezza comune (PESC). Quanto al terzo pilastro, sulla Cooperazione in materia di polizia e giudiziaria in materia penale (CPGP, ex CGAI), è stato modificato in modo rilevante, sia con l’incorporazione degli Accordi di Schengen, sia per le materie “comunitarizzate” (visti, asilo, mmigrazione e cooperazione giudiziaria e giuridica in materia civile), sia, infine, per la cooperazione in materia penale, che continua a formare oggetto di norme di natura internazionale. Nell’ambito del primo pilastro, quello comunitario, il Trattato di Amsterdam ha voluto introdurre un nuovo capitolo sull’occupazione e hariformato la materia della politica sociale inserendo l’”Accordo sociale” vigente tra quattordici degli Stati membri (il Regno Unito non nefa parte) nel quadro del Trattato della Comunità Europea. Sempre nel pilastro “comunitario”sono state introdotte delle modifiche in materia di ambiente, tutela dei consumatori, sanità ecc. Tutti gli osservatori e i commentatori hannoinvece rimarcato come il Trattato di Amsterdam abbia, nel complesso, lasciato irrisolte le questioni di tipo istituzionale che il Trattato di Maastricht del 1992 aveva omesso di definire. Si pensi, in particolare, alle richieste di estensione del voto a maggioranza e di nuove regole sulla composizione della Commissione europea e dello status dei commissari. Da sottolineare, invece, il rilievo assunto dalla nozione di “interesse nazionale” nell’ambito delle innovazioni introdotte in materia di processo decisionale e, in particolare, di voto in sede di Consiglio; in questa sede, anche nel quadro del Trattato CE, si è rafforzata la possibilità di un veto da parte dei singoli Stati. Restando nell’ambito delle innovazioni di tipo istituzionale, ma per quanto definito dalla seconda parte del Trattato, deve evidenziarsi l’abrogazione sia della Convenzione del 1957 relativa a talune istituzioni comuni della CE, sia del c.d. Trattato sulla “fusione degli esecutivi” del 1965, con conseguente inserimento, nei Trattati istitutivi, delle disposizioni su cui detti atti erano fondati. (pf-go) Il Trattato di Amsterdam è il risultato della Conferenza intergovernativa lanciata il 29.3.1996 in occasione del Consiglio europeo di Torino. Esso è stato adottato dal Consiglio europeo di Amsterdam (16 e 17 giugno 1997) e successivamente firmato, in data 2 ottobre 1997, dai ministri degli affari esteri dei quindici Stati membri. È entrato in vigore il 1° maggio 1999 (primo giorno del secondo mese successivoalla ratifica da parte dell’ultimo Stato membro) ratificato da tutti gli Stati membri secondo le loro rispettive norme costituzionali. Sul piano giuridico, il Trattato di Amsterdam modifica alcune disposizioni del Trattato sull’Unione europea, come pure dei trattati istitutivi delle Comunità europee e di alcuni atti connessi. Esso si aggiunge ma non si sostituisce agli altri trattati. Il Trattato ha riformato il sistema di funzionamento delle Istituzioni comunitarie, sia estendendo le tematiche disciplinate dall’Unione europea, in sostituzione o in cooperazione con gli Stati nazionali (come la sanità, p.e.), sia riformando il sistema di funzionamento delle Istituzioni comunitarie. Il segnale più evidente: la completa riscrittura, dopo quarant’anni, dellanumerazione degli articoli originali del Trattato. Dal punto di vista delle tematiche trattate, si possono identificare tre grandi capitoli di riforme introdotte.

    1. Libertà}, sicurezza e giustizia. Il Trattato di Amsterdam ha sancito alcune garanzie ai fini della tutela dei diritti fondamentali nell’Unione europea: uguaglianza tra uomini e donne,non discriminazione, trattamento dei dati a carattere personale. Vengono inoltre introdotto un nuovo titolo IV denominato “Visti, asilo, immigrazione ed altre politiche connesse alla libera circolazione delle persone”. Le questioni rientranti in questo ambito, prima parte del secondo pilastro, sono “comunitarizzate”, ossia passanodal controllo degli Stati nazionali coordinati in sede di Consiglio (metodo intergovernativo) al controllo diretto delle Istituzioni comunitarie, inclusa dunque l’integrazione del sistema di Schengen (che regola la libera circolazione delle persone in Europa abolendo i controlli alla frontiera). Resta nel secondo pilastro il nuovo Titolo VI del Trattato dedicato alla cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale.

    2. L’Unione e il cittadino. Le principali riforme introdotte dal Trattato in questo campo sono le seguenti: lo sviluppo del concetto di cittadinanza europea, che integra l’elenco dei diritti civili e politici di cui fruiscono i cittadini dell’Unione e precisa la connessione tra cittadinanza nazionale e cittadinanza europea; l’inserimento nel Trattato di un capitolo sull’occupazione che prevede la definizione di strategie coordinate fra Stati membri e la Comunità per promuovere l’occupazione, oltre che il coordinamento delle politiche nazionali; l’integrazione nel Trattato di un accordo sociale rinforzato che prevede, tra l’altro, la lotta contro l’esclusione sociale e la parità di trattamento tra uomini e donne; l’irrobustimento della politica dell’ambiente grazie alla maggiore rilevanza del concetto di sviluppo sostenibile ed alla presa in considerazione dell’ambiente in tutte le politiche settoriali; il miglioramento degli strumenti di cui l’Unione europea dispone per garantire un livello elevato di protezione della salute umana; il chiarimento degli obiettivi della protezione dei consumatori ed una igliore integrazione nelle altre politiche dei provvedimenti presi in tale settore; la garanzia del diritto di ogni cittadino di accedere ai documenti emananti dalle istituzioni dell’Unione europea e di poter comunicare con esse nella propria lingua. Viene inoltre posto l’accento su una migliore qualità redazionale della legislazione, allo scopo di favorirne una migliore comprensione ed una più fficace applicazione.

    3. Una politica estera efficace e coerente. Per quanto riguarda la Politica Estera e di Sicurezza Comune (il “secondo pilastro” dell’Unione Europea), il Trattato di Amsterdam ha introdotto alcune riforme fondamentali. Anzitutto, il carattere operativo della PESC è stato rafforzato grazie a strumenti più coerenti e ad un processo decisionale più efficace. D’ora in poi si potrà cioè ricorrere alla votazione a maggioranza qualificata in caso di “astensione costruttiva” da parte di uno dei Paesi membri, e sarà possibile rinviare una decisione al Consiglio europeo in caso di veto eccezionale di uno Stato membro. Dal canto suo, la Commissione è maggiormente coinvolta a livello di rappresentanza e di attuazione della PESC. Il Trattato di Amsterdam inaugura inoltre un nuovo strumento di politica estera, che viene ad aggiungersi all’azione comune e alla posizione comune: la strategia comune. Il Consiglio europeo, l’organo che definisce i principi e gli orientamenti generali della PESC, definisce consensualmente strategie comuni nei settori in cui gli Stati membri hanno importanti interessi in comune. Ogni strategia comune precisa i propri obiettivi, la propria durata e i mezzi che l’Unione e gli Stati membri devono mettere a sua disposizione. L’attuazione delle strategie comuni, mediante azioni e posizioni comuni adottate a maggioranza qualificata, spetta al Consiglio, che può inoltre raccomandare strategie comuni al Consiglio europeo.

  • TRATTATO DI AMSTERDAM (Enciclopedia)

    (Si veda anche voce del Dizionario: Trattato di Amsterdam)
    Premesse
    Il Trattato di Amsterdam (Trattato), finalizzato il 17 giugno e sottoscritto il 2 ottobre 1997, fu il frutto di due anni di dibattito e di negoziato nell'ambito della Conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri. È entrato in vigore il 1° maggio 1999, dopo essere stato ratificato dagli allora quindici Stati membri dell'Unione europea secondo le proprie norme costituzionali.
    Cenni storici
    Il Trattato sull'Unione europea1 aveva esplicitamente previsto (all’ex articolo N) la convocazione di una conferenza intergovernativa per la revisione di alcune delle sue disposizioni. Nel corso del primo semestre del 1995, ciascuna istituzione preparò una relazione sull'applicazione del Trattato sull’Unione europea. Nel secondo semestre dello stesso anno, un Gruppo di riflessione presieduto dal segretario di stato spagnolo agli affari esteri, Carlos Westendorp, si dedicò ad un'analisi approfondita delle varie opzioni possibili. La relazione presentata da detto gruppo venne trasmessa al Consiglio europeo di Madrid del dicembre 1995.
    Dopo aver consultato la Commissione e il Parlamento europeo - i cui pareri costituiscono, ai sensi dell’articolo 48 del Trattato sull’Unione europea, il presupposto per l'avvio di ogni conferenza intergovernativa - il Consiglio europeo di Torino aprì formalmente il negoziato il 29 marzo 1996, proponendosi l’obiettivo di creare le condizioni politiche e istituzionali necessarie per permettere all'Unione Europea di affrontare le sfide del futuro nelle migliori condizioni, con particolare riferimento alla rapida evoluzione del quadro internazionale, alla globalizzazione dell'economia e alle sue ripercussioni sull'occupazione, alla lotta contro il terrorismo, alla criminalità internazionale e al traffico di stupefacenti, agli squilibri ecologici e ai rischi per la salute pubblica. Il mandato della conferenza intergovernativa, pur essendo in parte già fissato dai trattati, fu esteso, per intervento del Consiglio europeo, ad alcune tematiche relative al funzionamento delle istituzioni, quali ad esempio la composizione della Commissione e la ponderazione dei voti in seno al Consiglio dell'Unione Europea. Durante i negoziati furono altresì inseriti nell'ordine del giorno altri argomenti sollevati dagli Stati membri o dalle istituzioni comunitarie.
    Le varie proposte furono esaminate e negoziate nei Consigli europei di Firenze (21-22 giugno 1996), di Dublino I (5 ottobre 1996) e di Dublino II (13-14 dicembre 1996), e nel Consiglio informale di Noordwijk (23 maggio 1997). Dopo quindici mesi di lavoro, fu raggiunto il consenso degli Stati membri. Il relativo Trattato fu sottoscritto il 2 ottobre 1997 ad Amsterdam ed entrò in vigore il 1° maggio 1999.
    Struttura del Trattato
    Il Trattato è suddiviso in tre parti e contiene un allegato e tredici protocolli. Parallelamente, la Conferenza intergovernativa ha adottato 51 dichiarazioni che sono allegate all'Atto finale del trattato. Quest'ultimo contiene inoltre otto dichiarazioni di sette Stati membri, delle quali la Conferenza intergovernativa ha preso nota.
    La prima parte del Trattato contiene le modifiche di merito, in cinque articoli:
    - l'articolo 1, che contiene le modifiche apportate al trattato sull'Unione europea;
    - l'articolo 2, sulle modifiche apportate al trattato che istituisce la Comunità europea2;
    - l'articolo 3, relativo alle modifiche apportate al trattato che istituisce la Comunità europea del carbone e dell'acciaio;
    - l'articolo 4, riguardante le modifiche apportate al trattato che istituisce la Comunità europea dell'energia atomica;
    - l'articolo 5, sulle modifiche apportate all'atto relativo all'elezione dei rappresentanti nel Parlamento europeo a suffragio universale diretto, allegato alla decisione del Consiglio del 20 settembre 1976.
    La seconda parte del Trattato (articoli da 6 a 11) ha lo scopo di semplificare i trattati che hanno istituito le tre Comunità europee, ed i loro allegati e protocolli, eliminando le disposizioni non più vigenti ed adottando e modificando di conseguenza il loro testo. È’ altresì prevista l'abrogazione della Convenzione del 25 marzo 1957 relativa a talune istituzioni comuni delle Comunità europee e l'abrogazione del trattato di fusione dell'8 aprile 1965 (articolo 9), facendo tuttavia salvi gli effetti giuridici delle disposizioni abrogate o modificate e gli effetti degli atti in vigore adottati sul loro fondamento (articolo 10). Inoltre, si precisa che la Corte di giustizia delle Comunità europee mantiene indenni le proprie competenze in ordine all'interpretazione delle disposizioni di questa seconda parte del trattato di Amsterdam (articolo 11).
    La terza parte del Trattato (articoli da 12 a 15) contiene disposizioni generali e finali, ed in particolare: la nuova numerazione degli articoli del Trattato sull’Unione europea e del trattato che istituisce la Comunità europea (articolo 12); la previsione che il trattato di Amsterdam è concluso per una durata illimitata (articolo 13); le disposizioni relative alla ratifica e all'entrata in vigore del trattato stesso (articolo 14); l'elenco delle lingue che fanno fede (articolo 15).
    L'Allegato al trattato di Amsterdam contiene due tabelle di corrispondenza che riportano la nuova numerazione degli articoli del trattato sull’Unione europea e del trattato che istituisce la Comunità europea.
    Sono, infine, allegati i seguenti protocolli:
    - il protocollo sull'articolo 17 (ex articolo J.7) del trattato sull’Unione europea, che riguarda l'Unione dell'Europa occidentale (UEO) e la definizione progressiva di una politica di difesa comune;
    - il protocollo sull'integrazione del sistema di Schengen nell'ambito dell'Unione europea;
    - il protocollo sull'applicazione, al Regno Unito ed all'Irlanda, di alcuni aspetti dell'articolo 14 (ex articolo 7 A) del trattato che istituisce la Comunità europea;
    - il protocollo sulla posizione del Regno Unito e dell'Irlanda in merito al nuovo Titolo IV del trattato che istituisce la Comunità europea, su "visti, asilo, immigrazione ed altre politiche connesse con la libera circolazione delle persone";
    - il protocollo sulla posizione della Danimarca in merito al nuovo Titolo "Visti, asilo, immigrazione ed altre politiche connesse con la libera circolazione delle persone" del trattato che istituisce la Comunità europea e ad alcuni aspetti relativi alla politica estera e di sicurezza comune;
    - il protocollo sul diritto di asilo per i cittadini degli Stati membri dell'Unione europea;
    - il protocollo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità;
    - il protocollo sulle relazioni esterne degli Stati membri in materia di attraversamento delle frontiere esterne;
    - il protocollo sul sistema di radiodiffusione pubblica negli Stati membri;
    - il protocollo sulla protezione e il benessere degli animali;
    - il protocollo sulle istituzioni nella prospettiva dell'allargamento dell'Unione europea;
    - il protocollo sulla fissazione delle sedi delle istituzioni di determinati organismi e servizi delle Comunità europee, nonché di Europol;
    - il protocollo sul ruolo dei Parlamenti nazionali nell'Unione europea.
    Principali disposizioni
    Libertà, sicurezza e giustizia
    Il Trattato introdusse garanzie a tutela dei diritti fondamentali nell'Unione europea, con particolare riferimento all'uguaglianza tra uomini e donne, alla non discriminazione e al trattamento dei dati a carattere personale.
    Vennero, inoltre, chiarite le modifiche introdotte nel settore della libera circolazione delle persone nell'Unione europea, con particolare riferimento all'introduzione, nel trattato che istituisce la Comunità europea, del nuovo titolo IV, denominato "visti, asilo, immigrazione ed altre politiche connesse alla libera circolazione delle persone".
    Venne, altresì, inserito anche un nuovo Titolo VI del trattato sull’Unione europea, dedicato alla cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale, unitamente alle disposizioni che disciplinano l'integrazione del sistema di Schengen nella cornice normativa dell'Unione europea.
    L'Unione e il cittadino
    Il Trattato introdusse diverse novità nei settori che riguardano direttamente i diritti, gli interessi e il benessere dei cittadini europei, ed in particolare:
    - lo sviluppo del concetto di cittadinanza europea, che integra l'elenco dei diritti civili e politici di cui fruiscono i cittadini dell'Unione e precisa la connessione tra cittadinanza nazionale e cittadinanza europea;
    - l'inserimento, nel trattato che istituisce la Comunità europea, di un capitolo sull'occupazione che prevede la definizione di strategie coordinate fra Stati membri e Comunità per promuovere l'occupazione, nonché il coordinamento delle politiche nazionali;
    - l'integrazione, nel trattato che istituisce la Comunità europea, di un accordo sociale rinforzato che prevede, tra l'altro, la lotta contro l'esclusione sociale, sancendo altresì la parità di trattamento tra uomini e donne;
    - l'irrobustimento della politica dell'ambiente, grazie alla maggiore rilevanza del concetto di sviluppo sostenibile, alla sensibilizzazione del tema dell'ambiente in tutte le politiche settoriali e allo snellimento delle procedure decisionali comunitarie;
    - il miglioramento degli strumenti di cui l'Unione europea dispone per garantire un livello elevato di protezione della salute umana;
    - un chiarimento degli obiettivi della protezione dei consumatori ed una migliore integrazione, nell’ambito delle altre politiche, dei provvedimenti presi in tale settore;
    - la garanzia del diritto di ogni cittadino ad accedere ai documenti emananti dalle istituzioni dell'Unione europea e a poter comunicare con esse nella propria lingua3.
    Politica esterna
    Il trattato di Amsterdam introdusse miglioramenti finalizzati a far valere più efficacemente gli interessi comunitari sulla scena internazionale. La politica dell’Unione europea rivolta verso l’esterno è sia economica che politica: per il primo profilo, fu approfondita l'estensione della sfera politica commerciale comune; per il secondo la riforma della politica estera e di sicurezza comune (PESC).
    Sotto il profilo economico, vennero illustrati gli scopi di un'estensione della politica commerciale comune che ricomprendesse i negoziati e gli accordi internazionali relativi ai servizi ed ai diritti di proprietà intellettuale. Per quanto invece riguarda la PESC, furono introdotte le seguenti riforme:
    - Creazione di un nuovo strumento d'azione: "le strategie comuni";
    - un migliore procedimento decisionale, ottenuto grazie ad un più frequente ricorso al voto a maggioranza qualificata in seno al Consiglio dell'Unione;
    - creazione della figura dell'Alto rappresentante per la PESC, nell'intento di dare maggiore visibilità e organicità a tale politica;
    - instaurazione di un'unità di pianificazione della politica di rapida allerta nell'intento di favorire un'analisi comune degli eventi internazionali e delle loro conseguenze;
    - introduzione delle missioni dette di Petersberg nel Titolo V (PESC) del trattato sull'Unione europea, per dare espressione alla comune volontà degli Stati membri di garantire la sicurezza in Europa, attraverso interventi quali le missioni umanitarie o le missioni per il mantenimento della pace;
    - semplificazione dei procedimenti attinenti il finanziamento della PESC.
    Questioni istituzionali
    Il Trattato introdusse riforme istituzionali in ragione della prospettiva dell'ampliamento dell'Unione europea. Vennero, in particolare, regolati ed aggiornati i seguenti punti:
    - l'ambito di applicazione e il funzionamento della procedura di codecisione, che rafforza il ruolo del Parlamento europeo;
    - la ponderazione dei voti in seno al Consiglio dell'Unione europea e l'estensione del voto a maggioranza qualificata;
    - la struttura e il funzionamento della Commissione europea, con particolare riguardo alla dimensione ottimale del Collegio dei commissari, ai suoi poteri d'iniziativa e al ruolo del suo presidente;
    - il ruolo della Corte di giustizia in settori come quello dei diritti fondamentali e in ambiti afferenti alla sicurezza interna dell'Unione europea;
    - il rafforzamento del ruolo della Corte dei conti, del Comitato economico e sociale e del Comitato delle regioni;
    - una più intensa partecipazione e una migliore informazione dei parlamenti nazionali sulle attività dell'Unione europea;
    - il consolidamento del principio di sussidiarietà attraverso un protocollo che contiene indirizzi giuridicamente vincolanti;
    - la possibilità, per gli Stati membri che lo desiderino, di approfondire la reciproca cooperazione.
    Sviluppi successivi all’adozione del Trattato
    Il trattato di Nizza
    Le riforme introdotte con il Trattato erano concepite come una tappa del processo di revisione dei Trattati, necessario in relazione all’allargamento dell’Unione europea. Lo stesso Trattato prevedeva, infatti, che fosse convocata nel 2000 una conferenza intergovernativa "…allo scopo di procedere ad un riesame globale delle disposizioni dei trattati concernenti la composizione e il funzionamento delle istituzioni.4" Tale necessità, confermata nel Consiglio europeo di Colonia del giugno 1999, portò infine il 14 febbraio 2000 all’apertura della conferenza intergovernativa, alla quale fu conferito il mandato di elaborare modifiche ai trattati, in preparazione dell’allargamento, per quanto riguarda dimensioni e composizione della Commissione, ponderazione dei voti in Consiglio, estensione del voto a maggioranza qualificata, cooperazioni rafforzate. Il relativo trattato fu sottoscritto a Nizza il 26 febbraio 2001 ed entrò in vigore il 1° febbraio 2003.
    Il trattato di Lisbona
    Sin dal momento dell’adozione del trattato di Nizza, era poi previsto un ulteriore approfondimento sull'avvenire dell'Unione europea, che avrebbe dovuto portare a sviluppi sui temi fondamentali della migliore delimitazione delle competenze dell'Unione e degli Stati membri, dello statuto della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, della semplificazione dei trattati e del ruolo dei parlamenti nazionali nell'architettura europea.
    Con la dichiarazione di Laeken del dicembre 2001, il Consiglio europeo specificò che il metodo scelto per realizzare la necessaria riforma sarebbe stata l’elaborazione di una Convenzione, per poi preparare una Conferenza intergovernativa.
    Ispirandosi alla Convenzione che ha elaborato la Carta dei diritti fondamentali, la Convenzione era composta da rappresentanti dei governi e dei parlamenti nazionali degli Stati membri e dei paesi candidati, dai rappresentanti del Parlamento europeo e della Commissione. La sessione inaugurale si è svolta il 28 febbraio 2002, con lavori che sono poi andati avanti per diciassette mesi. Il risultato è stato un progetto di trattato che istituisce una Costituzione per l'Europa, presentato al Consiglio europeo di Salonicco.
    Il progetto di Costituzione ha costituito la base di lavoro per la Conferenza Intergovernativa convocata nell'ottobre del 2003. Il progetto poi definito nell’ambito della Conferenza Intergovernativa è stato sottoscritto dai capi di governo comunitari il 29 ottobre 2004.
    L’entrata in vigore della Costituzione era condizionata alla ratifica da parte di tutti gli Stati membri, secondo le rispettive norme costituzionali. In esito alle difficoltà di ratifica incontrate in taluni Stati membri, i capi di Stato e di governo approvarono, nel Consiglio europeo del 16 e 17 giugno 2005, una fase di riflessione. In occasione del Consiglio europeo del 21 e 22 giugno 2007, fu raggiunto un compromesso per un nuovo testo, dando mandato per la convocazione di una CIG incaricata di elaborare non più una Costituzione ma un "trattato di riforma" per l'Unione europea. Il risultato è stato il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il primo dicembre 2009 a seguito di ratifica di tutti i 27 Stati membri. Esso prevede incisive riforme istituzionali e procedurali relative al funzionamento dell’Unione Europea, in modo da adeguarla all’ampliamento a 27 Stati membri ed alle nuove sfide economiche e geopolitiche che si propongono all’Unione Europea.
    ___________________________________
    1Meglio noto come "Trattato di Maastricht", dalla città ove fu sottoscritto.
    2Già Comunità economica europea. Il c.d. Trattato di Roma modificò la propria denominazione con il Trattato di Maastricht.
    3Venne, altresì, posto l'accento su una migliore qualità redazionale della legislazione, allo scopo di favorirne una migliore comprensione ed una più efficace applicazione.
    4Tale dichiarazione programmatica era contenuta nel Protocollo sulle istituzioni nella prospettiva dell’allargamento dell’Unione. Essendo l’allargamento previsto per il 2001, la conferenza governativa doveva essere indetta nel 2000.

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  • TRATTATO DI LISBONA (Enciclopedia)

    Premesse

    Il Trattato di Lisbona (Trattato) è il risultato del nuovo impulso all’integrazione europea successivo alla mancata ratifica della Costituzione Europea, nel 2005. Il Trattato, firmato il 13 dicembre 2007, è entrato in vigore il primo dicembre 2009, a seguito di ratifica da parte di ognuno dei 27 Stati membri.
    Cenni storici

    Il progetto di Costituzione Europea


    Sin dal momento dell’adozione del Trattato di Nizza, era previsto un ulteriore approfondimento sui temi fondamentali della migliore delimitazione delle competenze dell'Unione e degli Stati membri, dello statuto della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, della semplificazione dei trattati e del ruolo dei parlamenti nazionali nell'architettura europea.
    Con la dichiarazione di Laeken del dicembre 2001, il Consiglio europeo specificò che il metodo scelto per realizzare la relativa riforma sarebbe stato l’elaborazione di una Convenzione, per poi preparare una Conferenza intergovernativa. La Convenzione fu composta da rappresentanti dei governi e dei parlamenti nazionali degli Stati membri e dei Paesi candidati e dai rappresentanti del Parlamento europeo e della Commissione. La sessione inaugurale si svolse il 28 febbraio 2002, con lavori che si protrassero per diciassette mesi. Il risultato fu un progetto di trattato che istituisce una Costituzione per l'Europa, presentato al Consiglio europeo di Salonicco. Il progetto di Costituzione costituì la base di lavoro per la Conferenza intergovernativa convocata nell'ottobre del 2003. Il progetto definito nell’ambito della Conferenza intergovernativa fu sottoscritto dai capi di governo degli Stati membri il 29 ottobre 2004.
    L’entrata in vigore della Costituzione era condizionata alla ratifica da parte di tutti gli Stati membri, secondo le rispettive norme costituzionali. In seguito alle difficoltà di ratifica incontrate in alcuni Stati membri, in particolare con l’esito negativo dei referendum indetti in Olanda e Francia, i capi di Stato e di governo decisero, nel Consiglio europeo del 16 e 17 giugno 2005, di entrare in una fase di riflessione. L’elaborazione del Trattato di Lisbona
    Il dibattito seguito al Consiglio europeo del giugno 2005 portò gradualmente a chiarificare gli obiettivi dell'Unione Europea sinché, in occasione del cinquantenario della firma dei Trattati di Roma nel marzo 2007, gli Stati membri riaffermarono la volontà di riprendere il cammino per l'integrazione istituzionale e politica dell'Europa (Dichiarazione di Berlino). Il rinnovato impulso al processo comunitario si sostanziò nella decisione del Consiglio Europeo di Bruxelles del 21-22 giugno 2007 di convocare una nuova Conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri (CIG) al fine di riprendere il necessario processo di riforma.
    La CIG avviò i lavori il 23 luglio 2007 sulla base di un mandato estremamente circostanziato nei principi ispiratori e nei contenuti delle modifiche da apportare ai trattati in vigore, che prevedeva l’adozione di un Trattato di riforma, anziché di una Costituzione europea. Ciò non di meno, veniva stabilito che il nuovo testo dovesse tenere conto delle profonde "innovazioni risultanti dalla CIG del 2004". Il lavoro della CIG ha, infine, portato alla stesura del Trattato, sottoscritto il 13 dicembre 2007 e di seguito sommariamente descritto.
    Sommaria descrizione

    Struttura e principi generali


    Il Trattato è entrato in vigore il primo dicembre 2009 a seguito di ratifica da parte di tutti i 27 Stati membri e prevede incisive riforme istituzionali e procedurali relative al funzionamento dell’Unione Europea, finalizzate ad adeguarla all’ampliamento a 27 Stati membri, nonché ad eventuali ulteriori ampliamenti. Il Trattato modifica il Trattato sull’Unione europea (TUE, noto anche come Trattato di Maastricht) ed il Trattato che istituisce la Comunità europea (TCE, già denominato Trattato di Roma), ridenominato Trattato sul Funzionamento dell'Unione europea (TFUE), senza tuttavia sostituirli. Pur venuta meno la qualifica di carattere costituzionale, il nuovo trattato riproduce molti degli elementi principali che caratterizzavano il trattato che adotta una Costituzione per l'Europa del 2004.
    Con il TUE, i principi cardine introdotti dal Trattato, raggruppati in uno specifico Titolo denominato "Disposizioni relative ai principi democratici", sono i seguenti:
    - il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alle istituzioni dell’Unione (articolo 9);
    - il principio della democrazia rappresentativa, secondo il quale i cittadini devono essere rappresentati all'interno delle istituzioni dell'Unione (direttamente nel Parlamento europeo, mediante elezioni, e indirettamente nel Consiglio europeo e nel Consiglio dei Ministri, tramite i propri governi, a loro volta responsabili di fronte ai rispettivi parlamenti nazionali … articolo 10);
    - il principio della democrazia partecipativa, in base al quale i cittadini e le associazioni di cittadini possono partecipare attivamente alla vita dell'Unione, che a sua volta si impegna a dialogare con essi (articolo 11).
    Notevole rilievo viene, inoltre, attribuito ai diritti umani, con specifico riconoscimento della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, allegata al Trattato di Lisbona, e dalla Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell'uomo, cui l’unione aderisce (articolo 6).
    Il TUE - che si compone di 55 articoli - contiene, inoltre, una sommaria descrizione della funzione delle diverse istituzioni comunitarie ed un’ampia sezione (Titolo V) dedicata all’azione esterna dell’Unione ed alla Politica estera e di sicurezza comune.
    Infine, oltre alle procedure di adesione all'Unione europea, viene previsto il diritto dei parlamenti nazionali e del Parlamento europeo a essere informati circa le domande di adesione presentate e … per la prima volta esplicitamente previsto - il diritto di uno Stato membro di recedere dall'Unione.

    Principali modifiche istituzionali


    L’intero assetto istituzionale comunitario è stato interessato dalle disposizioni del Trattato, in termini sia di ridefinizione dei poteri delle istituzioni esistenti che di introduzione di nuove istituzioni necessarie a meglio gestire i poteri attribuiti all’Unione. Si descrive di seguito il nuovo assetto istituzionale, come rivisto dal Trattato e regolato dal Titolo III TUE, "Disposizioni relative alle istituzioni" (articoli 13-19) ed in maggiori dettagli nel TFUE (che si compone di 345 articoli).
    - Parlamento europeo. In ossequio al principio della democrazia rappresentativa, viene rafforzato il ruolo legislativo del Parlamento. L’ampliamento della procedura di codecisione rende il Parlamento soggetto legislativo attivo in molti settori nei quali in precedenza poteva solo adottare pareri. Il potere legislativo dell’istituzione viene esteso anche nell'ambito della procedura di approvazione del bilancio annuale e del quadro finanziario pluriennale. Il Parlamento eserciterà anche una funzione di controllo politico mediante l'elezione del Presidente della Commissione europea, innovazione che conferirà anche a quest'ultima una maggiore legittimità democratica. La nuova composizione del Parlamento è di 751 seggi, escluso il Presidente, che variano per gli Stati membri da un minimo di 6 ad un massimo di 96.
    - Consiglio dei ministri. L’istituzione, precedentemente denominata Consiglio, é composta dai rappresentati degli Stati membri a livello ministeriale, con funzioni legislative, di bilancio, di definizione delle politiche e di coordinamento. Le sue attuali formazioni saranno ridotte e consteranno delle sole "Affari generali" e "Affari esteri", mentre eventuali ulteriori saranno stabilite dal Consiglio europeo. La presidenza non è, come in passato, esercitata da ogni singolo Stato membro con rotazione semestrale, ma da gruppi di tre Stati per un periodo di 18 mesi, durante i quali ciascuno Stato presiederà per sei mesi consecutivi. Per quanto concerne il sistema di votazione, viene esteso l’utilizzo del voto a maggioranza qualificata a scapito dell’unanimità. Viene gradualmente introdotto un nuovo criterio di doppia maggioranza qualificata ai sensi del quale l’adozione degli atti dell'Unione europea dovrà essere votata dal 55% degli Stati, ovvero da 15 Stati membri, che rappresentino il 65% della popolazione dell'Unione.
    - Consiglio europeo. Tradizionalmente organo rappresentato dai Capi di Stato e di governo degli Stati membri con lo scopo di definire le grandi linee delle azioni europee, il Consiglio diventa una nuova istituzione comunitaria. Al fine di garantire maggiore stabilità dei lavori, la presidenza sarà esercitata per un periodo di due anni e mezzo, rinnovabili una volta, anziché - come in passato - per soli sei mesi dal presidente di turno del Consiglio dei ministri dell'Unione.
    - Commissione europea. La Commissione rimane l’istituzione che detiene l'iniziativa legislativa, promuove l'interesse generale dell'Unione e vigila sul rispetto dei Trattati e sul diritto dell'Unione. fino al 1° novembre 2014, la Commissione sarà composta da un rappresentante per Stato membro. Successivamente, il numero dei componenti sarà ridotto a 18. Il Presidente della Commissione europea sarà eletto dal Parlamento europeo, anziché dal Consiglio a livello di capi di Stato e di governo, con approvazione del Parlamento europeo.
    - Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Il Trattato istituisce questa nuova carica istituzionale, che riunisce i ruoli e le funzioni precedentemente spettanti rispettivamente al Commissario per le relazioni esterne e all'Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune (PESC). L’Alto rappresentante viene nominato dal Consiglio europeo, presiede il Consiglio "Affari esteri" e funge da Vice-presidente della Commissione europea. Nell'esercizio delle proprie funzioni, l’Alto rappresentante si avvale del servizio diplomatico europeo, composto da funzionari provenienti dalla Segreteria generale del Consiglio e della Commissione e da personale dei servizi diplomatici nazionali.

    Ripartizione di competenze fra l’Unione e gli Stati membri


    Nell’ambito della Parte Prima del TFUE, il Titolo I (artt. 2-6) introduce una delimitazione delle competenze conferite all'Unione da parte degli Stati membri più chiara e precisa che in passato, basata sulla suddivisione di competenze in tre categorie:
    - le competenze esclusive dell’Unione nei settori in cui essa detiene il potere di legiferare1;
    - le competenze concorrenti tra l'Unione e gli Stati membri nei settori in cui gli Stati membri legiferano ove l'Unione decida di non farlo2;
    - i settori di competenza degli Stati membri (con azioni di appoggio o coordinamento dell'Unione)3.
    Il Trattato non conferisce all'Unione nuove competenze esclusive, ma non di meno introduce nuove competenze concorrenti - ad esempio in materia di spazio ed energia - e nuove azioni di appoggio, quali quelle in materia di protezione civile, turismo e sport. Lo stesso Titolo I specifica che la ripartizione delle competenze è basata su tre principi:
    - il principio di attribuzione, secondo il quale l'Unione non può estendere le proprie competenze oltre quanto le viene attribuito nel Trattato;
    - il principio di sussidiarietà, ai sensi del quale nelle materie in cui non dispone di competenza esclusiva, l'Unione interviene solo nella misura in cui gli obiettivi prefissati dai Trattati non possano essere adeguatamente raggiunti dagli Stati membri;
    - il principio di proporzionalità, che garantisce che la forma ed il contenuto delle azioni dell'Unione non vada oltre a quanto necessario per il raggiungimento degli obiettivi.
    I parlamenti nazionali vigilano sul rispetto del principio di sussidiarietà da parte dell'Unione europea.

    Processo normativo

    I processi normativi sono descritti al Capo 2 della Sezione 7 del TFUE (articoli 288-299). Fra le principali novità, vi è l'estensione a numerose materie dell'attuale procedura di codecisione, con voto a maggioranza qualificata4, che prevede pari rilievo per il Parlamento europeo ed il Consiglio nell'approvazione delle proposte legislative. Tale procedura viene, infatti, ampliata a molte materie per le quali finora il Parlamento europeo veniva solo consultato, con decisione finale che spettava al Consiglio, con decisione all'unanimità. La procedura di codecisione concerne, a seguito di tali novità, ben cinquanta materie5.
    Solo le materie politicamente più sensibili, quali ad esempio politica di difesa, politica estera e di sicurezza, continueranno ad essere decise dal Consiglio all'unanimità. Tuttavia, il Trattato prevede la possibilità che, con decisione unanime del Consiglio europeo, si possa stabilire il passaggio di un determinato settore dal voto all'unanimità al voto a maggioranza qualificata. Analogamente, per le materie non soggette alla procedura di codecisione, quest'ultima può comunque essere applicata, sempre a seguito di una decisione unanime del Consiglio europeo (c.d. "clausole passerella").
    Il Trattato, in un evidente sforzo di ulteriore rafforzamento della democraticità dell’Unione, attribuisce inoltre: i) ai Parlamenti nazionali la possibilità di sollevare obiezioni alle proposte della Commissione europea, determinandone il riesame; ii) ai cittadini un diritto di iniziativa, che si estrinseca nella possibilità di chiedere alla Commissione europea di presentare un progetto di legge, qualora vengano raccolte un milione di firme provenienti da un numero significativo di Stati membri. Inoltre, sempre per agevolare la partecipazione della società civile al processo normativo europeo e sulla base del principio della trasparenza, le sedute nelle quali il Consiglio dei Ministri discuterà e voterà la legislazione europea saranno pubbliche.

    Principali politiche dell'Unione europea


    Il Trattato, nell’aggiornare il quadro delle politiche comunitarie nell’ambito del TFUE, tocca anche temi di grande respiro per il XXI° secolo, quali in particolare i cambiamenti climatici, l’approvvigionamento energetico, la globalizzazione, la sicurezza. Inoltre, nello sviluppare le politiche a favore dei cittadini, l'Unione terrà conto non solo degli obiettivi di crescita e competitività, ma anche delle ricadute in termini di protezione sociale. Pertanto, tali politiche integreranno anche i temi dell'occupazione, della protezione sociale e della lotta all'esclusione.
    Le Politiche dell’Unione, nell’ambito della Parte Terza del TFUE, rappresentano l’insieme più cospicuo di disposizioni, con circa 200 articoli. Di seguito, si propongono alcuni cenni alle principali politiche interessate o introdotte ex novo con l’entrata in vigore del Trattato,
    - Cambiamenti climatici e ambiente. Il Trattato di Lisbona rafforza l'azione dell'Unione in tali settori, introducendo tra gli obiettivi anche la lotta ai cambiamenti climatici e promuovendo a livello internazionale misure volte a risolvere problematiche dell'ambiente.
    - Protezione civile. Con il Trattato si prende atto del fatto che i cambiamenti climatici determinano, fra l’altro, calamità naturali che colpiscono con più frequenza l'Europa e che richiedono maggiore cooperazione tra gli Stati membri. Viene, pertanto, introdotta una base giuridica ad hoc per incoraggiare tale cooperazione, così da rendere più efficaci i sistemi di prevenzione e di protezione dalle calamità naturali o da quelle causate dall'uomo.
    - Energia. Il Trattato dota l'Unione di una politica specifica in materia di energia e di approvvigionamento energetico, definendone i principali ambiti e obiettivi, tra cui il funzionamento del mercato dell'energia, la sicurezza dell'approvvigionamento energetico, l'efficienza ed il risparmio energetico. Viene altresì introdotto il principio di solidarietà, che prevede che un Paese che si trovi in difficoltà nell'approvvigionamento energetico possa contare sull'aiuto degli altri Stati membri.
    - Ricerca e sviluppo tecnologico. Importante novità, a riguardo, è l’introduzione nell’ambito del Trattato di una politica spaziale europea, volta a sostenere la ricerca e a coordinare gli sforzi per l'utilizzo dello spazio, coerentemente con l’obiettivo generale della realizzazione di uno spazio europeo di ricerca, dove i ricercatori, le conoscenze e la tecnologia possano circolare liberamente.
    - Politica economica e monetaria. Con il Trattato viene introdotta la possibilità, per la Commissione, di indirizzare un avvertimento ad uno Stato membro, qualora vi sia il rischio di disavanzo eccessivo da parte di quest’ultimo. In precedenza, tale avvertimento veniva inviato, sotto forma di raccomandazioni, dal Consiglio su proposta della Commissione. Viene, inoltre, inserito un richiamo specifico allo spirito di solidarietà. Il Trattato ufficializza, infine, l'Eurogruppo, ovvero la riunione informale mensile dei ministri dell'economia e delle finanze degli Stati membri della c.d. "Eurozona."
    - Coesione economica sociale e territoriale. Nell’ambito della coesione territoriale, particolare attenzione viene rivolta alle zone rurali, a quelle interessate da transizione industriale o da particolari svantaggi naturali o demografici, alle regioni insulari, a quelle di montagna e a quelle di transfrontaliere. Un ruolo importante è svolto dai servizi pubblici, quali i trasporti, le scuole e l'assistenza sanitaria. Un protocollo apposito stabilisce i principi che consentono di garantire servizi di interesse generale efficaci e adeguati.
    - Salute. Il Trattato pone particolare attenzione al benessere ed alla salute dei cittadini ed estende l'azione dell'Unione in questo settore anche alla sorveglianza ed alla lotta contro gravi minacce transfrontaliere. Gli Stati membri sono invitati a cooperare per migliorare la complementarietà dei propri servizi sanitari di frontiera. Viene, inoltre, introdotta la possibilità di adottare misure a tutela della salute dei cittadini in relazione al tabacco ed all'uso di alcool.
    - Politica sociale. L'Unione ribadisce i propri obiettivi a favore dell'occupazione, del miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, del dialogo sociale, della lotta contro l'emarginazione e incoraggia la cooperazione tra gli Stati membri in tutti i settori della politica sociale. In tale contesto il Trattato pone l'accento sul riconoscimento e la promozione del ruolo delle parti sociali.
    - Spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Il Trattato faciliterà l'assunzione delle decisioni in questo settore, poiché la maggior parte di esse non sarà più votata all'unanimità dal Consiglio, ma a maggioranza qualificata ed in procedura di codecisione con il Parlamento europeo. L'impegno dell'Unione nel realizzare uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia per i cittadini si basa sul rispetto degli ordinamenti giudiziari e delle diverse tradizioni degli Stati membri. L'azione dell'Unione sarà rivolta inoltre alla lotta contro la criminalità, il razzismo, la xenofobia attraverso il coordinamento e la cooperazione tra le forze di polizia e le autorità giudiziarie. A questo scopo il Trattato riconosce il ruolo dell'Ufficio europeo di polizia (Europol), quale organo investigativo. E’ altresì rafforzata la cooperazione giudiziaria in materia penale e civile, attraverso il reciproco riconoscimento delle decisioni. E’, infine, prevista la possibilità di istituire una Procura europea.
    - Azione esterna. Il Trattato conferma la personalità giuridica dell’Unione (articolo 47), alla quale viene pertanto attribuito un potere negoziale e la possibilità di aderire a convenzioni od organizzazioni internazionali. L'istituzione della carica di Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza dovrebbe rafforzare l'azione esterna dell'Unione.
    - Politica commerciale comune. Il Trattato dichiara l'interesse dell'Unione allo sviluppo del commercio mondiale, alla soppressione delle restrizioni agli scambi internazionali ed agli investimenti diretti, nonché alla riduzione delle barriere doganali.
    - Cooperazione con i paesi terzi. Sono previste azioni di assistenza in campo finanziario, anche ai Paesi terzi diversi da quelli in via di sviluppo. Viene inserito uno specifico riferimento agli aiuti umanitari, che sancisce l'impegno dell'Unione a prestare soccorso alle popolazioni dei Paesi terzi vittime di calamità naturali o provocate dall'uomo. A tale scopo, viene istituito un apposito corpo volontario europeo di aiuto umanitario.

    Conclusioni

    Come evidenziato, il Trattato è stato approvato al termine di una fase storica complessa, che ha visto l’insuccesso del progetto di Costituzione Europea. Esso sembra concludere una fase di espansione dei campi di attività dell’Unione in settori ulteriori rispetto a quelli economici tipici dell’iniziale architettura del Trattato di Roma e di adeguamento delle istituzioni al rapido allargamento dell’Unione ad est, successivo al termine della Guerra Fredda. Sebbene non pochi osservatori abbiano ritenuto che l’assetto raggiunto con il Trattato avrebbe reso non necessari, per lungo tempo, interventi rilevanti sull’assetto normativo dell’Unione, in realtà le difficoltà emerse nell’ambito della crisi economico-finanziaria che, soprattutto nel 2010, ha colpito con particolare durezza alcuni Stati membri hanno già portato a considerare la possibilità di intervento sui parametri dell’Unione Monetaria e sui poteri della banca Centrale Europea.
    ______________________________
    1In particolare: unione doganale; definizione delle regole di concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno; politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta é l'euro; conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune della pesca; politica commerciale comune; conclusione di accordi internazionali allorché tale conclusione è prevista in un atto legislativo dell'Unione. o è necessaria per consentirle di esercitare le sue competenze a livello interno o nella misura in cui può incidere su norme comuni o alterarne la portata.
    2In particolare: mercato interno; politica sociale, per quanto riguarda gli aspetti definiti nel presente trattato; coesione economica, sociale e territoriale; agricoltura e pesca, tranne la conservazione delle risorse biologiche del mare; ambiente; protezione dei consumi; trasporti; reti trans europee; energia; spazio di libertà, sicurezza e giustizia; problemi comuni di sicurezza in materia di sanità pubblica, per quanto riguarda gli aspetti definiti nel presente trattato; ricerca, dello sviluppo tecnologico e dello spazio; cooperazione allo sviluppo e dell'aiuto umanitario.
    3tutela e miglioramento della salute umana; industria; cultura; turismo; istruzione, gioventù, sport e formazione professionale; protezione civile; cooperazione amministrativa.
    4Articolo 294 TFUE, ex 251 del TCE.
    5Fra le principali, in particolare: la politica agricola comune, i fondi strutturali, la libera circolazione dei lavoratori, la liberalizzazione dei servizi, le materie rientranti nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia, quali il controllo delle frontiere esterne, il diritto d'asilo, la lotta all'immigrazione illegale, nonché le materie rientranti nell'ambito della cooperazione giudiziaria in materia civile e penale, con l'eccezione degli aspetti inerenti al diritto di famiglia aventi implicazioni transnazionali.

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  • TRATTATO DI NIZZA

    Trattato internazionale stipulato tra gli Stati membri dell’Unione europea, frutto dei lavori della Conferenza intergovernativa conclusasi l’11.12.2000 a Nizza. Dopoun periodo di verifiche terminologiche e linguistiche, il 26 febbraio 2001 i rappresentanti dei 15 Stati membri dell’Unione europea hanno firmato questo Trattato che dalla città provenzale trae il nome e che si s’inserisce nel processo d’integrazione comunitaria iniziato con i trattati originari di Parigi e di Roma che istituirono le Comunità europee. Con l’Atto finale, la CIG 2000 ha anche adottato quattro Protocolli (sull’allargamento dell’Unione, sullo Statuto della Corte di Giustizia CE, sulle conseguenze finanziarie della scadenza del Trattato CECA e, infine, sull’articolo 67 del Trattato CE) e 24 Dichiarazioni che risultano allegate al Trattato di Nizza, ed ha preso atto di altre tre dichiarazioni da parte di Stati membri. Il Trattato di Nizza, entrato in vigore il 1°.2.2003, modifica i precedenti trattati dell’UE (trattato sull’Unione europea), della Comunità europea, dell’Euratom e della CECA per alcuni versi in modo significativo, con una particolare attenzione alle problematiche relative all’allargamento dell’Unioneeuropea a 27 Stati e cioè, oltre ai 15 al momento della sottoscrizione, quelli che hanno aderito successivamente (Bulgaria, Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Ungheria: v allargamento della Comunità europea). Sono state così concordate nuove regole sui seguenti aspetti: a) le istituzioni, b) il processo decisionale (in particolare i casi di decisione a maggioranza qualificata in seno al Consiglio dell’UE), c) la cooperazione rafforzata, e d) altri settori.

    1. Istituzioni. Le disposizioni del trattato concernenti gli aspetti istituzionali vanno lette alla luce del Protocollo sull’ampliamento e dalla Dichiarazione relativa all’ampliamento. Le disposizioni in materia di composizione della Commissione e di ponderazione dei voti sono applicabili solo a partire dal 2005; parimenti, la nuova composizione del Parlamento europeo (elevato da 700 a 732 membri, con una riduzione da 87 a 72 dei rappresentanti per l’Italia) troverà applicazione solo a partire dalla prima elezione successiva al 2004. In particolare: il Parlamento si è vista attribuire la facoltà di proporre ricorsi di annullamento (ex art. 230 CE) al pari degli Stati membri, del Consiglio dell’UE e della Commissione, così come la facoltà di richiedere un parere previo alla Corte di Giustizia in materia compatibilità di accordi internazionali con il trattato. Quanto al Consiglio, è previsto il voto a maggioranza qualifi- cata in presenza di due condizioni: numero determinato di voti (254, cioè il 73.91% con 27 Stati, rispetto al 71.26% con 15 Stati) e maggioranza numerica degli Stati membri mentre, sono state modificate le ponderazioni dei voti ed è stata attribuita a ciascun membro la possibilitàdi richiedere che la maggioranza qualificata corrisponda almeno al 62% della popolazione totale dell’Unione. La Commissione, a partire dal 2005, sarà composta da un commissario per ogni Stato membro; peraltro, quando l’Unione avrà 27 Membri, il numero dei componenti sarà inferiore al numero degli Stati: a tal fine, si ricorrerà ad un sistema di rotazione tra gli stessi. La nomina del Presidente della Commissione e, in un secondo momento, degli altri componenti, verrà effettuata dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata; al Presidente sono stati attribuiti maggiori poteri ed è stata introdotta la figura dei vicepresidenti, senza tuttavia definirne numero e poteri. In relazione alla Corte dei Conti, alla Corte di Giustizia (CGCE) ed al Tribunale di Prima Istanza (TPI) è stato previsto che in essi sieda un giudice per ogni Stato membro e che possano essere create delle sezioni giurisdizionali di primaistanza per materie specifiche. Vengono altresì delimitate le competenze tra CGCE e TPI nel senso che il TPI diviene il giudice di diritto comune per l’insieme dei ricorsi diretti (artt. 230, 232, 235 CE), mentre la CGCE resta competente per tutti gli altri ricorsi ed esclusivamente competente per i ricorsi per inadempimento ex art. 226 CE. Per ciò che concerne la competenza sui ricorsi pregiudiziali ai sensi dell’art. 234 CE (ex art. 177 TCE), questa resta in capo alla CGCE, pur se l’art. 225 CE prevede la possibilità di attribuzione parziale di tale competenza al TPI da parte dello Statuto. Di particolare interesse è poi l’introduzione dell’art. 229 bis CE, in base al quale potrà essere attribuita alla CGCE la competenza sui titoli comunitari di proprietà intellettuale (c.d. brevetto europeo). Alcune marginali modifiche sono state poi introdotte alla disciplina della BCE e della Banca Europea per gli Investimenti (BEI), del Comitato Economico e Sociale (CES) e del Comitato delle Regioni (CdR).

    2. Processo decisionale. Il Trattato di Nizza haampliato le ipotesi di decisione a maggioranza qualificata da parte del Consiglio UE nell’ambito del Trattato CE e del Trattato UE. Non essendo stata accolta la proposta formulata in tal senso dalla Commissione, permane invece la regola dell’unanimità in materia di fiscalità, politica sociale, mentre solo limitate e marginali sono le modifiche in materia di asilo ed immigrazione.Per un significativo numero di casi (articoli 13, 62, 63, 65, 157, 159 e 191 CE), la CIG ha affiancato al passaggio dal criteriodall’unanimità a quello della maggioranza nell’adozione delle decisioni da parte del Consiglio UE, la previsione della procedura della codecisione (art. 251 CE), mentre per l’art. 161 ha previsto la procedura del parere conforme (ai sensi dell’art. 192 CE).

    3. Cooperazione rafforzata. Il Trattato di Nizza viene in rilievo anche ai fini della disciplina della materia. In precedenza, per poter sviluppare una cooperazione rafforzata nei settori consentiti dai trattati, era necessario l’accordo e la partecipazione della maggioranza degli Stati membri. Con l’entrata in vigore del Trattato di Nizza è previsto che per instaurare una tale cooperazionesiano sufficienti otto Stati. La CIG ha esteso, pur se con alcuni limiti, la possibilità della cooperazione rafforzata al “secondo pilastro” (“Politica estera e di sicurezza comune”). Inoltre è stato soppresso il diritto di “veto” alla cooperazione rafforzata nell’ambito del “primo pilastro” (“Comunità europea”) e del “terzo pilastro” (“Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale”). Nel pilastro comunitario e prevista la possibilità di investire della questione il Consiglio europeo e, d’altro canto, la necessitàdi ottenere il parere conforme del Parlamento europeo nelle materie rientranti nel quadro dell’applicazione dell’art. 251 CE (c.d. procedura di codecisione).

    4. Altri settori. Sono state inoltre apportate modifi che in relazione: al rispetto dei diritti fondamentali (art. 7 TUE); alla politica di sicurezza(art. 17 TUE), in particolare nei rapporti tra UE e UEO, ed in relazione al Comitato Politico e di Sicurezza (COPS); alla cooperazione giudiziaria penale, con la creazione di un’unità di coordinamento di magistrati nazionali distaccati (Eurojust); alla politica sociale, con l’istituzione del comitato della protezione sociale (art. 144 CE); alla denominazione della Gazzetta uf- ficiale che viene modificata in “Gazzetta Uf- ficiale dell’Unione europea” (art. 254 CE); al luogo di riunione del Consiglio europeo che, in prospettiva, sarà Bruxelles; alla scadenza del trattato CECA, con il passaggio alla CE di attività e passività della CECA a partire dal 24 luglio2002.

  • TRATTATO DI NIZZA (Enciclopedia)

    (Si veda anche voce del Dizionario: Trattato di Nizza)

    Premesse

    Il trattato di Nizza (Trattato), elaborato nel corso di una conferenza intergovernativa avviata nel febbraio 2000, fu finalizzato nel Consiglio europeo di Nizza dell'11 dicembre 2000 e sottoscritto il 26 febbraio 2001. Entrò in vigore il 1° febbraio 2003, a seguito di ratifica da parte di tutti gli allora quindici Stati membri, ciascuno secondo le proprie norme costituzionali.

    Cenni storici

    Il trattato di Amsterdam, approvato nel 1997, prevedeva la convocazione della conferenza intergovernativa del 2000; in particolare, il Protocollo sulle istituzioni nella prospettiva dell'allargamento dell'Unione specificava che "almeno un anno prima che il numero degli Stati membri dell'Unione sia superiore a venti, è convocata una Conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri allo scopo di procedere ad un riesame globale delle disposizioni dei trattati concernenti la composizione e il funzionamento delle istituzioni1."
    Tale necessità fu confermata dal Consiglio europeo di Colonia di giugno del 1999. Il Consiglio europeo di Helsinki di dicembre del 1999 stabilì che la conferenza intergovernativa avrebbe esaminato le dimensioni e la composizione della Commissione, la ponderazione dei voti al Consiglio, l'estensione del voto alla maggioranza qualificata, nonché qualsiasi altra modifica istituzionale da apportata ai trattati. Le conclusioni del Consiglio europeo lasciarono, peraltro, aperta la possibilità di inserire nell'ordine del giorno della conferenza intergovernativa ulteriori punti, cosicché nel Consiglio europeo di Feira di giugno del 2000 furono previste anche le cooperazioni rafforzate.
    I lavori preparatori della conferenza intergovernativa iniziarono nell'ottobre del 1999, quando il gruppo di esperti di alto livello presieduto da Dehaene presentò, su richiesta della Commissione, una relazione sulle implicazioni istituzionali dell'allargamento. A seguito di tale relazione, la Commissione adottò il proprio parere "La riforma istituzionale al servizio dell'allargamento".
    Dopo la consultazione con la Commissione ed il Parlamento, prevista dall’articolo 48 del Trattato sull’Unione europea2, la conferenza intergovernativa iniziò il 14 febbraio 2000, con la presidenza portoghese3. Il mandato consisteva nell’elaborare modifiche ai trattati, in preparazione dell’allargamento, per quanto riguarda dimensioni e composizione della Commissione, ponderazione dei voti in Consiglio, estensione del voto a maggioranza qualificata e cooperazioni rafforzate. Come detto, il Trattato fu sottoscritto il 26 febbraio 2001 ed entrò in vigore il 1° febbraio 2003.

    Struttura del Trattato

    Il Trattato è costituito da due parti e da quattro protocolli. All’atto finale furono inoltre allegate ventiquattro dichiarazioni e si diede atto di tre dichiarazioni di diversi Stati membri. La prima parte, composta da sei articoli, contiene modifiche: al Trattato dell’Unione Europea (articolo 1), ed a quelli della Comunità Europea (articolo 2), della Comunità Europea dell'Energia Atomica (Euratom, articolo 3) e della Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA, articolo 4)4; al protocollo sullo statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea (articolo 5); ai privilegi ed immunità delle Comunità europee (articolo 6).
    La Parte Seconda del Trattato, costituita dagli articoli da 7 a 13, consta di modifiche transitorie e finali.
    Al trattato sono altresì allegati quattro protocolli: (i) sull'allargamento dell'Unione, relativo alla composizione del Parlamento e della Commissione e alla ponderazione dei voti in Consiglio; (ii) sullo statuto della Corte di giustizia e del Tribunale di primo grado; (iii) sulle conseguenze finanziarie della scadenza del trattato CECA (Comunità europea del carbone e dell'acciaio); (iv) sull'articolo 67 del trattato della Comunità Europea5.

    Principali disposizioni

    Sommaria descrizione


    In relazione alle modifiche al trattato sull’Unione Europea, il Trattato precisa innanzitutto le procedure relative alla violazione grave dei principi che istituiscono l'Unione Europea6.
    In materia di politica estera, viene poi definito l’ambito della politica estera e di sicurezza comune (PESC); il rapporto con altre organizzazioni internazionali competenti in materia - ed in particolare la NATO ed Unione dell’Europa Occidentale; aspetti procedurali interni e relativi ad accordi internazionali.
    La cooperazione giudiziaria in materia penale viene definita con riguardo a conflitti di giurisdizione, armonizzazione normativa, coordinamento ed estradizione. Di particolare rilievo la definizione dei compiti di "Eurojust" (Unità europea di cooperazione giudiziaria), incaricata di contribuire al coordinamento della autorità nazionali competenti per le azioni penali.
    Viene, altresì, sviluppato lo strumento delle cooperazioni rafforzate fra alcuni Stati membri, la cui previsione è subordinata alla circostanza che rafforzino il processo d’integrazione comunitario senza danneggiare il mercato interno e la coesione economica e sociale. Sempre in relazione alle cooperazioni rafforzate, viene meno il diritto di veto da parte degli Stati membri7. Vengono anche definiti vari aspetti procedurali relativi alle cooperazioni rafforzate.
    Si definiscono, infine, norme in merito all’adozione di uno statuto dei partiti politici europei.

    Riforme istituzionali


    In relazione agli aspetti istituzionali, il Trattato:
    - porta all’ampliamento del voto a maggioranza qualificata nel Consiglio, già divenuto regola prevalente con il trattato di Amsterdam e che viene esteso ad altre materie, sia per specifiche politiche comunitarie8 che per questioni istituzionali ed in materia di politica estera e di sicurezza comune (PESC);
    - stabilisce l’istituzione di un comitato per la protezione sociale, con l’obiettivo di promuovere la cooperazione in materia di protezione sociale;
    - modifica la ponderazione dei voti, nell’ambito del Consiglio dell’Unione Europea, a favore degli Stati membri più popolosi e regola la ripartizione dei voti a 25 e successivamente a 27 Stati membri;
    - rafforza, nell’ambito della Commissione Europea, i poteri del Presidente e le modalità della sua nomina;
    - modifica la ripartizione delle competenze tra Corte di Giustizia Europea e Tribunale Europeo e prevede la possibilità di creare Camere giudiziarie specializzate;
    - estende, in favore del Parlamento Europeo, l’utilizzo della procedura di codecisione e modifica il numero di deputati attribuiti a ciascuno Stato membro o futuro Stato membro;
    - modifica composizione e modalità di nomina dei membri della Corte dei conti, del Comitato economico e sociale europeo e del Comitato delle regioni.

    Conclusioni


    Il trattato di Nizza s’è dimostrato importante sotto il duplice aspetto dell’ulteriore sviluppo di nuove dimensioni del processo d’integrazione europea e del miglioramento dei processi decisionali, reso indispensabile dal rapido allargamento dell’Unione Europea.
    Sotto il primo profilo, particolare importanza rivestono le novità in materia di PESC e di diritti fondamentali. Per quanto riguarda, invece, i processi decisionali, sono particolarmente significativi la maggiore flessibilità introdotta per il sistema delle cooperazioni rafforzate (condizioni meno severe, eliminazione del diritto di veto ed estensione dei settori interessati), l’estensione del voto a maggioranza qualificata a scapito dell’unanimità e la rideterminazione dei criteri di ponderazione e delle ripartizioni di competenze fra varie istituzioni.
    Sviluppi successivi all’adozione del Trattato
    Il periodo successivo all’entrata in vigore del Trattato
    Sin dal momento dell’adozione del Trattato, era previsto un ulteriore approfondimento sull'avvenire dell'Unione europea, che avrebbe dovuto portare a sviluppi sui temi fondamentali della migliore delimitazione delle competenze dell'Unione e degli Stati membri, dello statuto della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, della semplificazione dei trattati e del ruolo dei parlamenti nazionali nell'architettura europea.
    Con la dichiarazione di Laeken del dicembre 2001, il Consiglio europeo specificò che il metodo scelto per realizzare la relativa riforma sarebbe stato l’elaborazione di una Convenzione, per poi preparare una Conferenza intergovernativa.
    Ispirandosi alla Convenzione che ha elaborato la Carta dei diritti fondamentali, la Convenzione fu composta da rappresentanti dei governi e dei parlamenti nazionali degli Stati membri e dei paesi candidati, dai rappresentanti del Parlamento europeo e della Commissione. La sessione inaugurale si svolse il 28 febbraio 2002, con lavori che sono poi andati avanti per diciassette mesi. Il risultato fu un progetto di trattato che istituisce una Costituzione per l'Europa, presentato al Consiglio europeo di Salonicco. Il progetto di Costituzione costituì la base di lavoro per la Conferenza Intergovernativa convocata nell'ottobre del 2003. Il progetto definito nell’ambito della Conferenza Intergovernativa fu sottoscritto dai capi di governo comunitari il 29 ottobre 2004.
    L’entrata in vigore della Costituzione era condizionata alla ratifica da parte di tutti gli Stati membri, secondo le rispettive norme costituzionali. In seguito alle difficoltà di ratifica incontrate in alcuni Stati membri, i capi di Stato e di governo approvarono, nel Consiglio europeo del 16 e 17 giugno 2005, una fase di riflessione. In occasione del Consiglio europeo del 21 e 22 giugno 2007, fu raggiunto un compromesso per un nuovo testo e fu stabilito di convocare una conferenza intergovernativa incaricata di elaborare non più una Costituzione, ma un trattato di riforma per l'Unione Europea. Il risultato è stato il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il primo dicembre 2009 a seguito di ratifica da parte di tutti i 27 Stati membri e che prevede incisive riforme istituzionali e procedurali relative al funzionamento dell’Unione Europea, in modo da adeguarla all’ampliamento a 27 Stati membri ed alle nuove sfide economiche e geopolitiche che si propongono all’Unione Europea.
    I trattati di adesione successivi all’entrata in vigore del Trattato
    Non essendo noto, al momento dell’adozione del Trattato, l’ordine e numero dell’adesione dei nuovi Stati membri, fu necessario procedere fissando i principi e i metodi di evoluzione della composizione della Commissione e della definizione della maggioranza qualificata in Consiglio. Come previsto nel protocollo sull'allargamento e nelle dichiarazioni allegate al trattato, l’esatto numero di seggi dei nuovi Stati membri in Parlamento, di voti loro attribuito in Consiglio e la soglia della maggioranza qualificata applicabile sono stati determinati in concreto nel relativo trattato d'adesione. Il trattato di adesione di dieci nuovi Stati membri, firmato ad Atene il 16 aprile 2003, nonché quello di Lussemburgo sull'adesione di Romania e Bulgaria firmato il 25 aprile 2005 stabiliscono le condizioni che dettagliano la materia.
    ________________________
    1Tre Stati membri, Belgio, Francia e Italia, formalizzarono inoltre una dichiarazione in cui affermano che il rafforzamento delle istituzioni costituisce una "condizione indispensabile per la conclusione dei primi negoziati di adesione".
    2Ai sensi dell’articolo 48, la conferenza intergovernativa può essere richiesta dalla Commissione o da qualsiasi Stato membro ed ove il Consiglio, consultato il Parlamento e se del caso la Commissione, dà parere favorevole, viene convocata dal Presidente del Consiglio.
    3A partire dal luglio 2000, la conferenza intergovernativa lavorò sotto la presidenza francese.
    4La CECA, istituita con trattato a tempo, è cessata il 23 luglio 2002
    5Cooperazione amministrativa fra le amministrazioni degli Stati membri in materia di visti, asilo, immigrazione e altre politiche legate alla libera circolazione delle persone
    6Ai sensi dell’articolo 6(1) del Trattato dell’Unione Europea, si tratta dei principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dello stato di diritto.
    7Il ricorso alla cooperazione rafforzata … aperta a tutti gli Stati membri che vi si conformino - è da considerarsi un’extrema ratio, i cui costi restano a carico degli Stati partecipanti e rispetto alla quale Consiglio e Commissione assicurano la coerenza con le altre politiche ed azioni dell’Unione.
    8Si pensi, ad esempio, alle azioni contro le discriminazioni e quelle relative al diritto di libera circolazione e soggiorno negli Stati membri, all’elaborazione di principi comuni in materia di asilo, profughi ed immigrazione, alla cooperazione giudiziaria in materia civile.

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  • TRATTATO DI ROMA (Enciclopedia)

    Premesse

    Il Trattato di Roma (Trattato) fu sottoscritto nella capitale italiana il 25 marzo 1957 e rappresenta il momento decisivo del processo costitutivo delle Comunità Europee. I sei Paesi firmatari (Francia, Germania, Italia, Belgio, Lussemburgo e Olanda) istituirono con detto Trattato una Comunità Economica Europea (CEE)1 e … con altro trattato sottoscritto lo stesso giorno - la Comunità Europea dell'Energia Atomica, meglio nota come Euratom. Nel 1951 era stato, invece, sottoscritto il Trattato costitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA). Quest’ultima, istituita con trattato a tempo, è cessata il 23 luglio 2002. Euratom, al contrario, resta in essere come Comunità giuridicamente autonoma dall’Unione Europea, pur condividendone le istituzioni.

    Cenni storici

    Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’esigenza di un processo di integrazione europea fu sentita per prevenire nuovi conflitti in Europa, in particolare riavvicinando Francia e Germania, i maggiori antagonisti continentali delle due guerre mondiali. Il processo di integrazione trovò una prima realizzazione nella CECA, con la quale si mise a fattor comune il settore strategico della produzione del carbone e dell’acciaio, sotto un’Autorità aperta alla partecipazione di altri Stati europei. Con il relativo Trattato, sottoscritto a Parigi il 18 aprile 1951 da Francia, Germania, Italia e dai paesi del Benelux, gli Stati membri rinunciarono a parte della propria sovranità a favore della Comunità, seppur in un unico settore.
    Tale iniziativa si poneva in un contesto di più ampio respiro che, in una prospettiva di ricerca d’integrazione tra i Paesi europei2, vide nello stesso periodo lo sviluppo di vari altri progetti, fra i quali l’Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea del 1948, il Consiglio d’Europa nel 1949 (che adotterà a breve la Convenzione Europea sui Diritti Umani) e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico nel 1960.
    Il graduale processo di integrazione europea subì una battuta di arresto con il fallimento dell’istituenda Comunità europea di difesa (CED). Il relativo Trattato, difatti, non entrò mai in vigore per il mancato consenso del Parlamento francese, preoccupato dalla rimilitarizzazione delle Germania, seppure nell’ambito della stessa CED.
    Nonostante tale rallentamento, un nuovo, decisivo impulso all’integrazione europea fu dato dalla Conferenza di Messina del giugno 1955, nella quale i ministri degli esteri dei sei Stati che avrebbero costituito il nucleo iniziale della Comunità Economica Europea rilanciarono il progetto di cooperazione, ponendo l’accento principalmente su liberalizzazione del mercato e politiche comuni, con particolare attenzione ai trasporti e all’energia nucleare. Per sviluppare detto progetto, fu costituito un gruppo di esperti indipendenti, presieduto dal ministro degli esteri belga Spaak, con l’intento di perfezionare e trasformare in strumenti concreti le direttive e le idee scaturite dalla Conferenza di Messina. A seguito di ulteriori incontri di ministri e di esperti, agli inizi del 1956 fu istituito un Comitato preparatorio, incaricato di approntare una relazione sulla costituzione di un mercato comune europeo. Nell'aprile 1956 esso presentò due progetti, corrispondenti alle due opzioni considerate dagli Stati e nelle quali si era rinunciato agli obiettivi che avevano fatto naufragare la CED, ovvero: (i) la creazione di un mercato comune e l’armonizzazione delle politiche economiche; (ii) la creazione di una comunità dell'energia atomica.
    I due progetti portarono alla sottoscrizione dei trattati CEE ed Euratom nel 1957 a Roma. I sei Stati membri originari rinunciarono, con detti trattati, a parte della loro sovranità a favore di una comune entità sovranazionale, seppure limitata inizialmente a specifici settori. Dal punto di vista strutturale, le tre Comunità (la preesistente CECA, la CEE ed Euratom) ebbero istituzioni almeno in parte separate; erano, in particolare, comuni la Corte di Giustizia e l’Assemblea, mentre l’Alta Autorità CECA e le due Commissioni CEE ed Euratom restavano separate. Tale assetto fu mantenuto fino al 1967, allorquando entrò in vigore il Trattato sulla "fusione degli esecutivi", che rese il Consiglio e la Commissione istituzioni comuni.

    Struttura del Trattato

    Il Trattato, articolato a seguito dei Trattati di modifica sino a quello di Nizza in 314 articoli3, è strutturato in sei parti distinte, precedute da un preambolo:
    - La Parte Prima interessa i principi che hanno ispirato la creazione della Comunità, inizialmente basata sul mercato comune, l'unione doganale e le politiche comuni. Successivamente il Trattato sull’Unione Europea - noto anche come Trattato di Maastricht … e quello di Amsterdam incideranno profondamente su tale parte, inserendo principi di grande rilievo, tra i quali: l’unione economica e monetaria, l’uguaglianza sociale e fra i sessi, le politiche dell’occupazione, la formazione, il principio di sussidiarietà, le cooperazioni rafforzate.
    - La Parte Seconda, aggiunta con il Trattato sull’Unione Europea, regola i diritti derivanti dalla cittadinanza dell’Unione.
    - La Parte Terza riguarda i fondamenti economici della Comunità; essa comprendeva originariamente quattro titoli, inerenti rispettivamente alla libera circolazione delle merci, all'agricoltura, alla libera circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali, e ai trasporti. Nel tempo, con l’ampliarsi delle aree di competenza della Comunità, questa parte è stata notevolmente ampliata - inglobando anche politiche originariamente previste in altre parti del Trattato - in particolare con l’Atto Unico Europeo, il Tratta di Maastricht e quello di Amsterdam, portando all’aggiunta di titoli in materia di: (i) visto, asilo, immigrazione ed altre politiche connesse con la libera circolazione delle persone4; (ii) concorrenza, fiscalità e ravvicinamento delle legislazioni; (iii) politica economica e monetaria; (iv) occupazione; (v) politica commerciale comune; (vi) cooperazione doganale; (vi) politica sociale, istruzione, formazione professionale e gioventù; (vii) cultura; (viii) sanità pubblica; (ix) protezione dei consumatori; (x) reti trans europee; (xi) industria; (xii) coesione economica e sociale; (xiii) ricerca e sviluppo tecnologico; (xiv) ambiente; (xv) cooperazione allo sviluppo; (xvi) cooperazione economica, finanziaria e tecnica con i Paesi terzi.
    - La Parte Quarta è dedicata all'associazione dei paesi e territori d'oltremare.
    - La Parte Quinta concerne le istituzioni della Comunità e include un titolo sulle disposizioni istituzionali ed uno sulle disposizioni finanziarie. Allo stato attuale, le istituzioni sono il Parlamento europeo, il Consiglio, la Commissione, la Corte di giustizia ed il Tribunale di primo grado, la Corte dei conti, il Comitato economico e sociale, il Comitato delle Regioni e la Banca europea per gli investimenti.
    - L'ultima parte del Trattato riguarda le disposizioni generali e finali.
    Il Trattato comprendeva inoltre originariamente alcuni allegati così suddivisi e denominati: I … Elenchi; II … Protocolli; III … Convenzione5. La prima sezione si componeva di quattro allegati, relativi a talune posizioni tariffarie, ai prodotti agricoli, alle transazioni invisibili e ai paesi e territori d'oltremare. Seguivano poi dodici protocolli6 e la convenzione per l’associazione dei paesi e territori d’oltremare alla Comunità, nonché due protocolli relativi al contingente tariffario. Negli anni questo materiale ha subito varie modifiche ed integrazioni.

    Elementi essenziali del Trattato

    Assetto istituzionale


    L'equilibrio istituzionale del Trattato si fonda sul rapporto fra Consiglio7, Commissione e Parlamento europeo, i quali sono tenuti a collaborare tra loro. La struttura originaria prevedeva ruoli fortemente distinti, con la Commissione incaricata di proporre normativa ed il Consiglio di adottarla, riservando un ruolo essenzialmente consultivo al Parlamento europeo8. Col tempo, è stato notevolmente accresciuto il ruolo del Parlamento; coerentemente con il passaggio delle modalità di nomina dei parlamentari dalla designazione governativa all’elezione in ciascun Paese9 … che ha reso l’istituzione parlamentare l’unica i cui membri sono direttamente scelti dai cittadini europei … è stata istituita e sempre più ampliata l’applicazione della procedura di codecisione, che prevede per l’approvazione delle norma comunitarie ad essa sottoposta una doppia lettura, da parte sia del Consiglio che del Parlamento10.
    La Commissione, collegio indipendente dai governi degli Stati membri che la nominano di comune accordo, rappresenta l'interesse comune. Essa detiene il monopolio dell'iniziativa normativa e propone gli atti comunitari. Guardiana dei trattati, essa vigila sull'applicazione dei trattati e del diritto derivato. Nel quadro della sua missione, la Commissione dispone del potere esecutivo per attuare le politiche comuni, della gestione dei programmi dell'Unione e della gestione del bilancio comunitario11.
    Il Consiglio, composto dai rappresentanti dei governi degli Stati membri, detiene le competenze decisionali fondamentali ed è assistito dal Comitato dei rappresentanti permanenti (COREPER), responsabile della preparazione del lavoro del Consiglio e dell'esecuzione dei compiti che quest'ultimo gli assegna.
    Fra le altre istituzioni, menzionate nella sezione precedente, un ruolo particolarmente rilevante spetta alla Corte di giustizia, alla quale s’è affiancato dal 1988 il Tribunale di primo grado. La Corte detiene un ampio spettro di competenze, la più rilevante delle quali è relativa al rinvio pregiudiziale da parte di giudici nazionali per l’interpretazione del Trattato12. Negli anni, tramite un’interpretazione spesso estensiva del Trattato, la Corte ha rappresentato un elemento di sviluppo fondamentale del processo di integrazione comunitaria.

    Obiettivi essenziali


    Il Trattato, nella versione originaria del 1957, prevedeva la costituzione di un mercato comune, di un'unione doganale e di politiche comuni. Gli articoli 2 e 3 affrontavano direttamente questi tre temi, precisando che la missione principale della Comunità consisteva nella creazione di un mercato comune e specificando quali azioni la Comunità doveva avviare per adempiere al suo mandato. In particolare, l’articolo 2 prevedeva che: "La Comunità ha il compito di promuovere, mediante l'instaurazione di un mercato comune e il graduale riavvicinamento delle politiche economiche degli Stati membri, uno sviluppo armonioso delle attività economiche nell'insieme della Comunità, un'espansione continua ed equilibrata, una stabilità accresciuta, un miglioramento sempre più rapido del tenore di vita e più strette relazioni fra gli Stati che ad essa partecipano". Il mercato comune si basava su quattro "libertà": libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali. Si creava uno spazio economico unificato che permetteva la libera concorrenza tra le imprese, e si ponevano le basi per riavvicinare le condizioni di scambio dei prodotti e dei servizi, non coperti dagli altri trattati (CECA e Euratom).
    L'articolo 8 del Trattato prevedeva, poi, che la realizzazione del mercato comune si compiesse nel corso di un periodo transitorio di dodici anni, diviso in tre tappe di quattro anni ciascuna. Per ogni tappa era previsto un complesso di azioni da intraprendere contemporaneamente. Fatte salve le eccezioni o deroghe previste dal Trattato, la fine del periodo transitorio costituiva il termine per l'entrata in vigore13 di tutte le norme relative all'instaurazione del mercato comune14.
    L’unione doganale era perseguita abolendo i dazi doganali tra gli Stati e i contingenti per le merci scambiate. Fu pertanto istituita una tariffa doganale esterna comune che si sostituì alle precedenti tariffe dei vari Stati. L'unione doganale fu accompagnata da una politica commerciale comune, condotta a livello comunitario e non più statale, che la differenziava da una semplice associazione di libero scambio.
    Poiché il mercato è fondato sul principio della libera concorrenza, il trattato vietava gli abusi di posizione dominante, le intese tra imprese e gli aiuti di Stato (salvo deroghe previste dal trattato) che possono influire sugli scambi tra Stati membri e che hanno per oggetto o effetto di impedire, limitare o falsare la concorrenza15.
    A fronte di alcune politiche previste formalmente dal Trattato, altre potevano essere intraprese a seconda delle necessità, secondo quanto stabilito dall'originario articolo 23516, secondo il quale "quando un'azione della Comunità risulti necessaria per raggiungere, nel funzionamento del mercato comune, uno degli scopi della Comunità, senza che il presente Trattato abbia previsto i poteri d'azione a tal uopo richiesti, il Consiglio, deliberando all'unanimità su proposta della Commissione e dopo aver consultato l'Assemblea, prende le disposizioni del caso17".
    Venne inoltre creato il Fondo Sociale Europeo (FSE), diretto a migliorare le possibilità di occupazione dei lavoratori e il loro tenore di vita e fu istituita una Banca Europea per gli Investimenti per agevolare l'espansione economica della Comunità attraverso la creazione di nuove risorse18.
    Come evidenziato nella precedente sezione, l’ambito degli obiettivi fondamentali della Comunità ed il novero delle politiche comunitarie espressamente previste nel Trattato sono stati nel tempo notevolmente ampliati, allargandosi sia a numerosi altri settori sia a principi di grande rilevanza sociale, quali l’uguaglianza, l’occupazione o i diritti di cittadinanza europea. Mentre una disamina dettagliata di tutte le attuali previsioni del Trattato non rientra nello scopo del presente lavoro, si offre di seguito una sintetica descrizione dei Trattati che hanno modificato ed integrato il Trattato di Roma, con l’obiettivo di consentire una comprensione generale delle linee di sviluppo.

    Modifiche del Trattato

    Il Trattato è stato modificato, oltre che dai successivi trattati di adesione dei 21 Stati membri che nel tempo si sono aggiunti ai sei Stati fondatori19, dai seguenti trattati di modifica:
    Trattato di Bruxelles, detto "trattato di fusione" (1965)
    Sostituì i tre Consigli dei ministri (CEE, CECA ed Euratom) e le due Commissioni (CEE, Euratom) e l'Alta Autorità (CECA) rispettivamente con un Consiglio unico e una Commissione unica. A questa fusione amministrativa si aggiunse la costituzione di un bilancio di funzionamento unico.
    Trattato che modifica talune disposizioni in materia di bilancio (1970)
    Sostituì il sistema di finanziamento delle Comunità, mediante i contributi degli Stati membri con quello delle risorse proprie. Istituì altresì un bilancio unico per le Comunità.
    Trattato che modifica talune disposizioni finanziarie (1975)
    Conferì al Parlamento Europeo la facoltà di respingere il bilancio e dà atto alla Commissione dell'esecuzione del bilancio. Istituì inoltre una Corte dei Conti unica per le tre Comunità, avente funzione di organo di controllo contabile e di gestione finanziaria.
    Trattato sulla Groenlandia (1984)
    Fece venir meno l'applicazione dei trattati sul territorio della Groenlandia e stabilì relazioni speciali tra la Comunità europea e la Groenlandia, modellate sul regime applicabile ai territori d'oltremare.
    Atto unico europeo (1986)
    Rappresentò la prima riforma di rilevante spessore dei trattati. Estese i casi in cui il Consiglio vota a maggioranza qualificata, potenziò il ruolo del Parlamento Europeo tramite le procedure di cooperazione ed ampliò le competenze comunitarie. Pose il completamento del mercato interno come obiettivo per il 1992.
    Trattato sull'Unione Europea, detto "trattato di Maastricht" (1992)
    Riunì nell'unica cornice dell'Unione Europea le tre Comunità (Euratom, CECA, CEE) e le cooperazioni politiche istituzionalizzate nei settori della politica estera, della difesa, della polizia e della giustizia. Mutò la denominazione di Comunità Economica Europea in Comunità Europea, istituì l'unione economica e monetaria, introdusse nuove politiche comunitarie ed ampliò le competenze del Parlamento Europeo, attraverso l’istituzione della procedura di codecisione.
    Trattato di Amsterdam (1997)
    Ampliò le competenze dell'Unione, attraverso: l’istituzione di una politica comunitaria in materia di occupazione, la comunitarizzazione di parte delle materie che prima facevano parte della cooperazione nel campo della giustizia e degli affari interni ed una cooperazione più stretta tra taluni Stati membri (cooperazione rafforzata). Estese, inoltre, la procedura di codecisione ed i casi di voto a maggioranza qualificata e portò alla rimunerazione degli articoli dei trattati.
    Trattato di Nizza (2001)
    Regolò quei problemi istituzionali legati all'allargamento non disciplinati nel Trattato di Amterdam, quali in particolare la composizione della Commissione, la ponderazione dei voti in sede di Consiglio e l'ampliamento dei casi di voto a maggioranza qualificata. Semplificò il ricorso alla procedura di cooperazione rafforzata e rese più efficace il sistema giurisdizionale.
    Trattato di Lisbona (2007, in vigore dal primo dicembre 2009)
    L’ultimo trattato di modifica ha avuto una storia complessa. Nell'ottobre del 2004 era stato firmato il trattato istitutivo di una Costituzione per l'Europa. Concepito per abrogare e sostituire tutti i trattati esistenti (eccetto Euratom) con un testo unico, consolidava 50 anni di trattati europei. L’entrata in vigore era condizionata alla ratifica da parte di tutti gli Stati membri, secondo le rispettive norme costituzionali. In esito alle difficoltà di ratifica incontrate in taluni Stati membri, i capi di Stato e di governo approvarono, nel Consiglio europeo del 16 e 17 giugno 2005, una fase di riflessione. In occasione del Consiglio europeo del 21 e 22 giugno 2007, fu raggiunto un compromesso per un nuovo testo, dando mandato per la convocazione di una conferenza intergovernativa incaricata di elaborare non più una Costituzione ma un "trattato di riforma" per l'Unione europea. Il risultato è stato il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il primo dicembre 2009 a seguito di ratifica da parte di tutti gli Stati membri e che prevede incisive riforme istituzionali e procedurali relative al funzionamento dell’Unione Europea, in modo da adeguarla all’ampliamento a 27 Stati membri ed alle nuove sfide economiche e geopolitiche che si propongono all’Unione Europea.
    __________________________________
    1Successivamente ridenominata Comunità Europea, per l’estensione del suo campo d’azione anche al di fuori dell’area puramente economica, con l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht.
    2Sino al termine della Guerra Fredda, solo occidentali.
    3Nella versione originaria, il Trattato si componeva di un corpo principale di 240 articoli, oltre ad altri 8 articolo di disposizioni finali e transitorie.
    4Inizialmente denominato Titolo IIIbis e successivamente rinumerato come Titolo IV. Il titolo relativo ai trasporti è, perciò divenuto Titolo V.
    5All'atto finale erano altresì allegate nove dichiarazioni.
    6Il primo concerneva lo statuto della Banca europea per gli investimenti, gli altri invece riguardvaano questioni concernenti uno specifico Paese (Germania, Francia, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi) o ad uno specifico prodotto quale gli oli minerali, le banane e il caffè verde.
    7Il ruolo del Consiglio, come istituzione prevista dal Trattato e parte essenziale del processo legislativo comunitario, non va confuso con quello del Consiglio Europeo, costituito dai Capi di Stato o di Governo dei Paesi membri e che ha un ruolo principalmente di impulso politico, formalizzato all’articolo 4 del Trattato di Maastricht.
    8In via accessoria, nel processo decisionale interviene un altro organo consultivo, il Comitato economico e sociale.
    9Decisione del Consiglio 76/787/CECA, CEE, Euratom del 20 settembre 1976.
    10Articolo 251 del trattato CE, introdotto dal trattato di Maastricht.
    11Art. 211 del Trattato della comunità europea.
    12Si veda l’articolo 234 del Trattato.
    13L'Atto unico europeo del 1986, la prima grande riforma dei trattati, fissa il termine del 31-12-1992 per il conseguimento dell’obiettivo del mercato unico
    14I paesi e territori d'oltremare fanno parte sia del mercato comune che dell'unione doganale, al fine di potenziare gli scambi e perseguire in comune lo sforzo di sviluppo economico e sociale.
    15Il diritto della concorrenza nasceva da una matrice nordamericana, dalla quale il modello europeo in parte si discostò, sia nelle valutazione delle pratiche anticoncorrenziali, sia nell’inserimento delle limitazioni agli aiuti di Stato, in virtù dell’obiettivo di tutela dello sviluppo del mercato comune, che si aggiunse a quello, proprio del diritto antitrust statunitense, della tutela del consumatore.
    16Successivamente rinumerato come articolo 308.
    17Sin dal vertice di Parigi dell'ottobre 1972, il ricorso a tale articolo ha permesso alla Comunità di sviluppare azioni nei settori della politica ambientale, regionale, sociale e industriale.
    18Le linee di intervento del FSE si basano su una piattaforma di programmazione, risultato della collaborazione sinergica di diversi enti: i Ministeri competenti, la Commissione Europea, le Regioni e le parti sociali. Accanto al FSE sono stati nel tempo creati altri tre fondi strutturali, ovvero il FESR (Fondo Europeo per lo Sviluppo regionale), il FEOGA (Fondo europeo agricolo di Orientamento e Garanzia) e lo SFO (Strumento finanziario di Orientamento per la Pesca), con cui il FSE coopera al fine di ridurre gli scostamenti tra le aree più ricche e quelle più arretrate dell'Unione Europea.
    19In particolare: Trattato di adesione del Regno Unito, della Danimarca e dell'Irlanda (1972), Trattato di adesione della Grecia (1979), Trattato di adesione della Spagna e del Portogallo (1985), Trattato di adesione dell'Austria, della Finlandia e della Svezia (1994), Trattato di adesione di Cipro, dell'Estonia, dell'Ungheria, della Lettonia, della Lituania, di Malta, della Polonia, della Repubblica ceca, della Slovacchia e della Slovenia (2003), Trattato di adesione della Bulgaria e della Romania (2005). Alla data del 30 gennaio 2010, sono Paesi candidati all’adesione la Croazia, la Macedonia e la Turchia.

    © 2010 ASSONEBB

  • TRATTATO SULL'UNIONE EUROPEA

    Acr.: TUE. Noto anche come Trattato di Maastricht dal luogo in cui è stato firmato il 7.2.1992 dai dodici Stati membri delle Comunità europee(entrato in vigore il 1°.11.1993). In seguito al riassetto della numerazione compiuto dal successivo Trattato di Amsterdam (2.10.1997, entrato in vigore il 1°.5.1999) il Trattato sull’Unione Europea (TUE) è oggi suddiviso in otto titoli e 53 articoli numerati (in precedenzacontrassegnati da lettere), preceduti da un preambolo e seguiti da diversi protocolli allegati.

    1. Istituzione dell’Unione Europea. Il primo titolo è relativo alle disposizioni comuni e, all’art. 1, viene istituita l’Unione europea col fine di creare “un’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa, in cui le decisioni siano prese nel modo più trasparente possibile e il più vicino possibile ai cittadini” mentre, al secondo comma dello stesso articolo, si sancisce che “l’Unione è fondata sulle Comunità europee integrate dalle politiche e forme di cooperazione” previste dal TUE. L’Unione mira quindi ad “organizzare in modo coerente e solidale le relazioni tra gli Stati membri e tra i loro popoli”. Tra gli obiettivi che l’Unione si prefigge all’articolo 2 (ex art. B), si evidenzia la volontà di: “promuovere un progresso economico e sociale e un elevato livello di occupazione e pervenire a uno sviluppo equilibrato e sostenibile”; affermare l’identità dell’Unione sulla scena internazionale “mediante l’attuazione di una politica estera e di sicurezza comune” (PESC); rafforzarela tutela di diritti e interessi dei cittadini; “conservare e sviluppare l’Unione quale spazio di libertà, sicurezza e giustizia”; mantenere e sviluppare integralmente l’acquis comunitario. L’Unione “dispone di un quadro istituzionale unico che assicura la coerenza e la continuità delle azioni svolte per il perseguimento dei suoi obbiettivi” (art. 3 TUE): Consiglio Commissionecooperano per realizzarli, così come il Parlamento europeo, la Corte di Giustizia e la Corte dei conti. L’art. 4 sancisce poi che il Consiglio europeo “dà all’Unione l’impulso necessario al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti politici generali”.

    2. I “tre pilastri” dell’UE. I Titoli secondo, terzo e quarto contengono rispettivamente le modifi che al Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea (CEE) “per creare la Comunità Europea” (con ciò eliminando l’aggettivo “economico” dalla denominazione della Comunità), al Trattato istitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) e al Trattato istitutivo della Comunità Europea dell’Energia Atomica (Euratom); tali titoli costituiscono il c.d. primo pilastro. Il c.d. secondo pilastro è invece disciplinato dal Titolo quinto (articoli da 11 a 28, ex articoli contraddistinti dalla lettera J) relativo alla politica esterae di sicurezza Comune (PESC); infine il terzo pilastro è costituito dal Titolo sesto (articoli da 29 a 42, ex articoli contraddistinti dalla lettera K) che contiene le disposizioni sulla cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale (in precedenza tale titolo era relativo alla Cooperazione nella Giustizia e negli Affari Interni - CGAI).

    3. Politica estera e di sicurezza comune. In relazione alla PESC, attualmente il Trattato sull’Unione Europea prevede la competenza dei soli organi dell’UE e non più la competenza concorrente di questi e degli Stati membri (art. 11 TUE). Infatti, in tale ambito, ai sensi dell’art. 13 TUE, il Consiglio europeo, su raccomandazione del Consiglio dell’Unione, stabilisce ed adotta gli orientamenti generali e le strategie comuni dell’Unione e degli Stati membri. Spetterà al Consiglio dell’Unione (art. 13, par. 3, TUE) l’assunzione delle decisioni necessarie per attuare le strategie comuni attraverso l’adozione di “azioni comuni” e di “posizioni comuni”, la definizione ed attuazione della PESC, la cura dell’unità, della coerenza e dell’efficacia dell’azione dell’UE.

    4. Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale. Il terzo pilastro, relativo alla cooperazionedi polizia e giudiziaria in materia penale, contiene gli ambiti residuali dopo che, in attuazione dell’ex art. N TUE (ora art. 48), molte materie sono state ricondotte nell’ambito del primo pilastro e quindi “comunitarizzate” (v. Metodo comunitario e metodo intergovernativo. Comunitarizzazione sub Unione europea). Per le materie ancora contenute in questo pilastro, sono stati precisati la tipologia e le caratteristiche degli strumenti d’azione utilizzabili: “posizioni comuni”, per definire la posizionedell’UE su una questione specifica; “decisioniquadro”, per il ravvicinamento legislativo e regolamentare sulla materia (simili alle direttive del TCE, ma espressamente private di efficacia diretto); “decisioni”, prive di efficacia diretta,utilizzabili per tutti gli ambiti escluso il ravvicinamento. Su tale pilastro l’art. 35 attribuisce alla Corte di Giustizia la competenza a pronunciarsi in via pregiudiziale e in via di legittimità sugli atti a esso relativi.

    5. Cooperazione rafforzata. Il trattato prevede espressamente un Titolo settimo (ex titolo VI bis) per gli Stati membri che, nel rispetto di determinate condizioni, “intendono instaurare tra loro una cooperazione rafforzata”. In particolare l’art. 43 (ex art. K.15) TUE prevede che tale “cooperazione rafforzata” sia diretta a promuovere gli obiettivi dell’Unione, rispetti i principi dei trattati, sia un’ultima istanza rispetto al quadro di cooperazione ordinario, riguardi la maggioranza degli Stati membri, non pregiudichi né l’acquis comunitario né le competenze degli Stati, sia aperta a tutti gli Stati membri.

    6. Principi affermati o rafforzati nel TUE dal Trattato di Amsterdam. Il Trattato di Amsterdam ha apportato parecchie innovazioni al TUE. A partire da un nuovo approccio (più attento alle questioni sociali che non a quelle monetarie che avevano caratterizzato il Trattato di Maastricht) sono stati introdotti o rafforzati nuovi principi tra cui il principio di trasparenza (art. 1 TUE) e quelli di libertà, sicurezzae giustizia accanto a quelli di rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto quali principi comuni agli Stati membri; il diritto a uno sviluppo armonioso e sostenibile; la parità tra uomo e donna. Notevole è anche il richiamo alla Carta sociale europea di Torino del 1961 (approvata dagli Stati aderenti al Consiglio d’Europa; ultima rev. 3.5.1996), alla Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori del 1989. L’art. 7 TUE (introdotto ad Amsterdam) prevede che il Consiglio possa constatare, a determinate condizioni, “l’esistenza di una violazione grave e persistente da parte di uno Stato membro dei principi di cui all’art. 6” e, nel caso, decidere la sospensione di alcuni dei diritti derivanti allo Stato membro, “compresi i diritti di voto del rappresentante del governo”.

    7. Corte di Giustizia. La nuova formulazione dell’art. 46 TUE (già art. L) attribuisce poi alla Corte di Giustizia CE la competenza sui diritti affermati nell’art. 6 TUE e su tutta una serie di ambiti nei quali prima le era precluso l’intervento,in particolare sulla cooperazione giudiziaria e di polizia e sulla cooperazione rafforzata.

  • TRATTATO TRANSATLANTICO PER IL COMMERCIO E GLI INVESTIMENTI - TTIP (ENCICLOPEDIA)

    Abstract

    Il trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP) o zona di libero scambio transatlantica (Transatlantic Free Trade Area - TAFTA), è un accordo commerciale di libero scambio tra l'Unione europea e gli Stati Uniti d'America in fase di negoziazione segreta. I negoziati sono iniziati nel luglio 2013 e gli attori coinvolti sono i 50 stati degli Stati Uniti d’America e le 28 nazioni dell’Unione Europea, per un totale di circa 820 milioni di cittadini, rappresentati ufficialmente al tavolo delle trattative, dalla Commissione Europea e dallo United States Trade Representative (USTR). Gli argomenti oggetto del trattato riguardano: l’accesso al mercato per i prodotti agricoli e industriali, gli appalti pubblici, gli investimenti, i dazi e barriere non tariffarie, i servizi, i diritti di proprietà intellettuale, lo sviluppo sostenibile, le piccole e medie imprese, la composizione delle controversie, la concorrenza, le imprese di proprietà statale. Parallelamente agli accordi per il TTTIP procedono anche gli analoghi accordi tra gli Usa e i Paesi del Pacifico, denominati Trans Pacific Partnership (TTP).

    I temi trattati: Accesso al mercato, questioni normative, ostacoli non tariffari e norme globali

    Nell’unico documento ufficiale diffuso dalla UE il 9 ottobre 2014 (direttive di negoziato per un accordo globale sugli scambi e sugli investimenti tra l'unione europea e gli stati uniti d'america denominato il partenariato transatlantico per gli scambi e gli investimenti) l’obiettivo dichiarato del TTIP è “aumentare gli scambi e gli investimenti tra l’UE e gli Stati Uniti realizzando il potenziale inutilizzato di un mercato veramente transatlantico, generando nuove opportunità economiche di creazione di posti di lavoro e di crescita mediante un maggiore accesso al mercato e una migliore compatibilità normativa e ponendo le basi per norme globali”.

    Le questioni trattate nel documento e dai negoziatori sono molteplici e non prevedono semplicemente la riduzione di tariffe e dazi doganali (già relativamente basse e attualmente tra il 3-4%). Le tematiche oggetto di negoziazione riguardano infatti in particolare le barriere non tariffarie e la definizione di standard normativi comuni, regolamenti per la tutela della proprietà intellettuale, maggiore apertura agli investimenti esteri e agevolazioni per la partecipazione ad appalti pubblici.

    In sintesi, l'accordo identifica quindi tre aspetti fondamentali quali: a) accesso al mercato, b) questioni normative e ostacoli non tariffari e c) norme.

    a) Accesso al mercato

    Dazi doganali e altri requisiti relativi all'importazione e all'esportazione

    L'obiettivo è sopprimere tutti i dazi sugli scambi bilaterali, con lo scopo comune di raggiungere una sostanziale eliminazione delle tariffe al momento dell'entrata in vigore dell'accordo e una graduale abolizione di tutte le tariffe, salvo quelle più sensibili, in un breve arco di tempo. Nel corso dei negoziati entrambe le Parti prenderanno in considerazione le opzioni per il trattamento dei prodotti più sensibili, inclusi i contingenti tariffari. All'entrata in vigore dell'accordo saranno aboliti tutti i dazi doganali, le tasse, gli altri oneri e le restrizioni quantitative o gli obblighi di autorizzazione sulle esportazioni verso l'altra Parte che non siano giustificati dalle eccezioni previste dall'accordo.

    Tutela degli investimenti

    L'obiettivo dei negoziati sugli investimenti deve essere di negoziare disposizioni sulla liberalizzazione e sulla tutela degli investimenti, inclusi i settori di competenza mista quali gli investimenti di portafoglio e gli aspetti della proprietà e dell'esproprio, in base ai livelli più elevati di liberalizzazione e agli standard di tutela più alti che entrambe le Parti abbiano negoziato finora.

    Appalti pubblici

    L'accordo è volto a rafforzare l'accesso reciproco ai mercati degli appalti pubblici a ogni livello amministrativo (nazionale, regionale e locale) e quello dei servizi pubblici, in modo da applicarsi alle attività pertinenti delle imprese operanti in tale campo e garantire un trattamento non meno favorevole di quello riconosciuto ai fornitori stabiliti in loco.

    b) Questioni normative e ostacoli non tariffari

    L'accordo è volto a rimuovere gli inutili ostacoli agli scambi e agli investimenti, compresi gli ostacoli non tariffari esistenti, mediante meccanismi efficaci ed efficienti, raggiungendo un livello ambizioso di compatibilità normativa in materia di beni e servizi, anche mediante il riconoscimento reciproco, l'armonizzazione e il miglioramento della cooperazione tra autorità di regolamentazione. La compatibilità normativa, non deve pregiudicare il diritto di legiferare conformemente al livello di tutela della salute, della sicurezza, dei consumatori, del lavoro, dell'ambiente e della diversità culturale che ogni Parte ritiene appropriato o di realizzare in altro modo obiettivi normativi legittimi.

    c) Norme

    Diritti di proprietà intellettuale

    I negoziati mirano a prevedere una protezione rafforzata e il riconoscimento mediante l'accordo delle indicazioni geografiche dell'UE, basandosi sui TRIPS e integrandoli, affrontando inoltre il rapporto con la loro precedente utilizzazione sul mercato statunitense al fine di risolvere in modo soddisfacente i conflitti esistenti.

    Commercio e sviluppo sostenibile

    Si prenderanno in considerazione misure per facilitare e promuovere lo scambio di merci rispettose dell'ambiente e a basse emissioni di carbonio, beni, servizi e tecnologie caratterizzati da un uso efficiente dell'energia e delle risorse, anche tramite appalti pubblici verdi e un sostegno alle scelte di acquisto informate da parte dei consumatori. Nell'accordo saranno previsti meccanismi per promuovere condizioni di lavoro dignitose grazie all'efficace applicazione a livello nazionale delle norme fondamentali in materia di lavoro dell'Organizzazione internazionale del lavoro(OIL).

    Dogane e agevolazione degli scambi

    L'accordo deve comprendere disposizioni volte ad agevolare gli scambi tra le Parti, garantendo nel contempo controlli efficaci e misure antifrode. A tal fine deve prevedere impegni su norme, prescrizioni, formalità e procedure applicate dalle Parti in materia di importazione, esportazione e transito.

    Accordi commerciali settoriali

    L'accordo deve riesaminare, ampliare e completare gli accordi commerciali settoriali esistenti.

    Commercio e concorrenza

    L'accordo deve mirare a stabilire disposizioni in materia di politica della concorrenza, tra cui disposizioni su antitrust, fusioni e aiuti di Stato. Inoltre l'accordo deve trattare la questione dei monopoli di stato, delle imprese di proprietà dello stato e delle imprese cui sono stati concessi diritti speciali o esclusivi.

    Aspetti dell'energia e delle materie prime connessi al commercio

    I negoziati devono mirare a garantire un contesto imprenditoriale aperto, trasparente e prevedibile in campo energetico e ad assicurare un accesso illimitato e sostenibile alle materie prime.

    Piccole e medie imprese

    L'accordo deve includere disposizioni sugli aspetti connessi al commercio che interessano le piccole e medie imprese.

    Movimenti dei capitali e pagamenti

    L'accordo deve contemplare disposizioni sulla liberalizzazione totale dei pagamenti correnti e dei movimenti di capitali, nonché una clausola di standstill.

    Procedimento di Approvazione del Trattato a Livello Europeo

    Generalmente l’avvio dei negoziati commerciali è preceduto da mesi di preparazione: consultazioni, valutazione dei potenziali effetti dell’accordo sugli operatori economici e i consumatori europei, colloqui informali e formali tra la Commissione e il paese o la regione interessati per fissare i temi dell’accordo. Al termine di questi preparativi generali, la Commissione chiede l’autorizzazione al Consiglio dell’Unione europea (composto dai rappresentanti dei governi dell’UE) ad avviare i negoziati. Il Consiglio concorda gli obiettivi che la Commissione deve cercare di raggiungere. Nel corso del processo negoziale, che generalmente dura diversi anni, la Commissione informa regolarmente il Consiglio e il Parlamento europeo sui progressi compiuti. Una volta raggiunto un accordo, il Consiglio ne autorizza formalmente la firma. Il Parlamento europeo, grazie ai nuovi poteri conferitigli dal trattato di Lisbona, può accettare o respingere il testo, ma non può modificarlo.

    Spetterà quindi ai rappresentanti dei cittadini, decidere in via definitiva se tale risultato rappresenti una soluzione valida per l’Europa e gli Stati Uniti.

    Potenziali vantaggi

    Ricerche indipendenti mostrano che il TTIP potrebbe far aumentare:

    - L'economia europea di €120 miliardi;

    - L'economia americana di €90 miliardi;

    - L'economia del resto del mondo di €100 miliardi

    Inoltre, la Commissione europea stima un beneficio medio dell’accordo di 545 euro per famiglia europea ed un incremento del PIL della Ue. Inoltre l’eliminazione dei dazi porterebbe ad un minore prezzo per il prodotto scambiato dai membri del TTIP e ad un acquisto di maggiori quantità dello stesso. Come ulteriore effetto si avrebbe un più elevato livello di produzione, di acquisti di beni strumentali e maggiori investimenti per sopperire alla maggiore domanda. Ciò, a sua volta, avrebbe effetti benefici su occupazione e reddito.

    Obiezioni al Trattato

    Le principali obiezioni al Trattato riguardano le seguenti tematiche: a) sicurezza alimentare, per via della possibilità della libera circolazione degli Ogm; b) acqua, energia e servizi pubblici, per via di un’eventuale privatizzazione; c) finanza e proprietà intellettuale, per l’impossibilità di controllo e disponibilità dei beni; d) libertà e democrazia, per l’eventuale impossibilità d’intervento dei governi regionali e il non controllo dei flussi di dati personali.

    Inoltre un ulteriore problema riguarderebbe la cosiddetta clausola ISDS (meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitore e stato). Quest’ultima prevede che se norme, standard e regolamenti nazionali o europei vigenti andassero a contrastare gli interessi degli investimenti delle imprese, i singoli Stati Nazionali dovrebbero affrontare corti di arbitrato. L’ISDS infatti rappresenta un insieme di regole volte a legiferare sui conflitti tra Stato e imprese, permettendo a queste ultime di scavalcare le giurisdizioni nazionali, rivolgendosi ai tribunali internazionali.

    Bibliografia

    COMMISSIONE EUROPEA (2014) Le politiche dell’Unione Europea: commercio, Commissione europea Direzione generale della Comunicazione Pubblicazioni (http://europa.eu/pol/pdf/flipbook/it/trade_it.pdf)

    COMMISSIONE EUROPEA (2013) Partenariato transatlantico su commercio e investimenti. Parte normativa, Commissione europea Direzione generale della Comunicazione Pubblicazioni, Settembre (http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2013/october/tradoc_151796.pdf)

    COMMISSIONE EUROPEA, Website (http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ttip/about-ttip/index_it.htm)

    CONSIGLIO DELL’UNIONE EUROPEA (2014) “Direttive di negoziato sul Partenariato transatlantico per gli scambi e gli investimenti tra l'Unione europea e gli Stati Uniti d'America”, ST 11103/13, Bruxelles, 9 ottobre (http://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-11103-2013-DCL-1/it/pdf)

    GEORGE MONBIOT (2013) This transatlantic trade deal is a full-frontal assault on democracy, The Guardian, 4 novembre (http://www.theguardian.com/commentisfree/2013/nov/04/us-trade-deal-full-frontal-assault-on-democracy)

    HOUSE OF LORDS GREAT BRITAIN (2013) The Transatlantic Trade and Investment Partnership, 14th Report of Session 2013-2014

    UNITED STATES MISSION TO EUROPEAN UNION, Website (http://useu.usmission.gov/ttip.html)

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • TRAVELLER'S CHEQUE

    Trad. it.: assegno turistico. Assegno bancario o circolare di larga diffusione ed utilizzato con frequenza quale sostitutivo del denaro per i viaggi all’estero, emesso su imitazione del modello americano, introdotto dall’American Express nel 1891. La l.ass. (r.d. 21.12.1933 n. 1736) indica la particolare conseguenza che deriva dalla definizione dell’assegno quale turistico, e cioè che il pagamento del titolo è subordinato all’apposizione di una doppia firma conforme del prenditore, così riducendosi i pericoli di pagamento al ladro od al ritrovatore in caso di smarrimento del titolo. Ciò non esclude, peraltro, la possibilità di circolazione del titolo: in tal caso la seconda firma sarà apposta in veste di girante. Normalmente il traente dell’assegno è un banchiere, abilitato al commercio dei cambi, e trattariaè una sua filiale estera od un suo corrispondente. Quest’ultima pagherà l’assegno al prenditore il quale normalmente verserà la provvista per ottenere l’assegno. Peraltro, in seguito ad accordi interbancari, l’assegno turistico viene emesso anche in una forma diversa. Il richiedente ottiene, dietro versamento dell’importo, dei moduli filigranati predisposti a taglio fisso ed in monete diverse e da estinguersi nella moneta del luogo di presentazione, sottoscrivendo, al momento del rilascio, detti moduli, sui quali solitamente il nome del prenditore non viene indicato, così che l’assegno va considerato al portatore. L’assegno, poi, viene riscosso dal richiedente o da un terzo dopo che sia stata apposta sul titolo una firma conforme. Siffatto titolo ha una validità di 12 mesi, trascorsi i quali, nell’eventualità di smarrimento, sottrazione o distruzione, potrà avvenire il rimborso al richiedente.

  • TREASURY BILLS

    Titoli a breve termine, analoghi ai BOT italiani, emessi dal Tesoro degli Stati Uniti in taglio minimo di 10.000 $ USA e con scadenza a 3, 6 o 12 mesi. Come i BOT sono emessi a sconto. Sono il titolo più frequentemente utilizzato per operazioni di mercato aperto (v. anche Treasury securities). Hanno lo stesso nome i titoli a breve emessi dal Tesoro inglese.

  • TREASURY BONDS

    Titoli a lungo termine(generalmente con scadenza all’emissione a più di 10 anni) emessi dal Tesoro degli Stati Uniti con taglio minimo di 1.000 $ USA e anche più. Le cedole sono pagate semestralmente. Il capitale è rimborsato in unica soluzione a scadenza (v. anche Treasury securities).

  • TREASURY NOTES

    Titoli a medio-lungo termine (da 1 a 10 anni) emessi dal Tesoro degli Stati Uniti con taglio minimo di 1.000 $ USA e anche più. Le cedole sono pagate semestralmente. Il capitale è rimborsato in unica soluzione a scadenza (v. anche Treasury securities).

  • TREASURY SECURITIES

    Obbligazioni emesse dal Tesoro degli Stati Uniti per finanziare il fabbisogno temporaneo di tesoreria e, assai più frequentemente, il disavanzo federale. Assumono le forme di Treasury bills, Treasury notes, Treasury bonds (q.v.). Il Federal Reserve System detiene ingenti quantità di questi titoliacquistato attraversio operazioni di mercato aperto. Sono correntemente emessi in forma dematerializzata.

  • TREMONTI BOND

    I Tremonti bond (noti anche come Monti Bond) sono obbligazioni bancarie speciali emesse dagli istituti di credito quotati in condizioni finanziarie sane, sottoscritte dal Ministero dell’economia e delle finanze che hanno come obiettivo il rafforzamento del capitale di vigilanza TIER 1 CAPITAL (ENCICLOPEDIA) e, di conseguenza, lo sviluppo dell’erogazione di credito a famiglie e imprese.
    Il decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, recante Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anticrisi il quadro strategico nazionale convertito dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2 e, in particolare, l’art. 12, concernente il Finanziamento dell’economia attraverso la sottoscrizione pubblica di obbligazioni bancarie speciali e relativi controlli parlamentari e territoriali ha autorizzato il Ministero dell’Economia e delle Finanze a sottoscrivere, fino al 31 dicembre 2009 e su richiesta delle banche interessate, strumenti finanziari (privi dei diritti indicati nell’articolo 2351 del codice) emessi da banche italiane o da società capogruppo di gruppi bancari italiani con azioni quotate su mercati regolamentati.
    Tale previsione è stata resa operativa il 25 febbraio 2009. con un decreto di attuazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze. In particolare, attraverso uno specifico schema allegato (c.d. Term-sheet), vengono disciplinate le caratteristiche contrattuali dei cd. Tremonti bond.
    Secondo il predetto schema, tali strumenti:
    sono irredimibili, cioè non vi è obbligo di restituzione del capitale e possono essere rimborsati dalla banca in qualsiasi momento;
    prevedono un sistema di remunerazione legato ai risultati economici conseguiti dalla banca debitrice; in particolare, gli interessi (non cumulabili) sono corrisposti solo in presenza e nei limiti degli utili distribuibili, a condizione che il coefficiente patrimoniale complessivo sia superiore all’8 per cento;
    partecipano alla copertura delle perdite; tali titoli hanno il medesimo grado di subordinazione e, quindi, la medesima capacità di assorbimento delle perdite delle azioni ordinarie sia in caso di insolvenza dell’emittente sia in continuità di impresa, qualora si verifichino perdite che riducano il coefficiente patrimoniale complessivo (il cd. total capital ratio) al di sotto del minimo regolamentare dell’8 per cento;
    sono convertibili in un numero fisso di azioni ordinarie, su iniziativa dell’emittente. Quest’ultimo può esercitare la conversione dopo tre anni dall’emissione, a condizione che al momento della conversione il valore di mercato delle azioni sottostanti sia almeno pari al 110 per cento del valore iniziale;
    sono riscattabili dalla banca emittente, a determinate condizioni, in un qualsiasi momento successivo all’emissione; il riscatto è subordinato alla preventiva autorizzazione della Banca d’Italia.
    Ulteriore elemento da evidenziare sono gli impegni che la banca è tenuta a rispettare sottoscrivendo il Term sheet con il Ministero dell’economia. In particolare la Banca deve:
    - garantire la piena disponibilità di credito in particolare a favore delle piccole e medie imprese, attraverso il mantenimento per il triennio successivo di risorse finanziarie non in decremento rispetto al biennio 2007-2008;
    - sospendere per almeno 12 mesi il pagamento della rata di mutuo per i lavoratori in cassa integrazione o percettori di un sussidio di disoccupazione;
    - promuovere accordi per anticipare alle imprese le risorse necessarie al pagamento della cassa integrazione;
    - adottare un codice etico che contenga limiti alle remunerazioni dei vertici aziendali e degli operatori di mercato, inclusi i trader.
    Per ciascuna banca l’importo dei titoli è contenuto nel minimo necessario rispetto agli obiettivi da conseguire e di regola non superiore al 2% del valore dell’insieme delle attività del gruppo bancario di appartenenza ponderate per il rischio. L’importo viene, inoltre, stabilito in relazione alle richieste provenienti dal sistema, tenendo conto dell’andamento del mercato finanziario e delle esigenze di non turbare la raccolta da parte dello Stato.
    Il tasso d’interesse pagato dalla banca al Tesoro è crescente nel tempo e il suo livello dipende dalla scelta della banca di usufruire, o meno, di un periodo iniziale di quattro anni nel quale il rimborso del titolo può essere effettuato alla pari. Secondo i calcoli della Commissione Ue il rendimento previsto in questa seconda opzione non dovrebbe mai scendere sotto il 9,1% ed essere di solito compreso fra il 9,4% e il 10%.
    Il decreto di attuazione del Ministero dell’economia e delle finanze specifica, inoltre, che le caratteristiche contrattuali sopra menzionate attribuiscono ai Tremonti bond un contenuto patrimoniale che giustifica, sul piano della disciplina prudenziale, la computabilità degli stessi nel patrimonio di vigilanza di base in quanto vengono soddisfatti i criteri stabiliti dalla Banca d’Italia in conformità con quanto previsto dal COMITATO DI BASILEA e dalla direttiva 2006/48/CE relativa all'adeguatezza patrimoniale delle imprese di investimento e degli enti creditizi.
    Queste obbligazioni speciali hanno i vantaggi del capitale, perché aumentano il Core Tier 1 delle banche che le emettono, ma costano meno di un ricorso diretto sul mercato dei capitali. La banca potrà utilizzare questi titoli per aumentare gli impieghi con una leva di 1 a 12,5. Il costo effettivo della patrimonializzazione va, quindi, valutato tenendo conto della maggiore operatività che ne deriva per la banca
    In merito alla modalità di rappresentazione in bilancio, BANCA D'ITALIA, COMMISSIONE NAZIONALE PER LE SOCIETA' E LA BORSA (CONSOB) ed Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni Private -ex ISVAP oggi IVASS- hanno pubblicato il Documento n. 3 “Strumenti finanziari di cui all’art. 12, concernente "Finanziamento dell’economia attraverso la sottoscrizione pubblica di obbligazioni bancarie speciali e relativi controlli parlamentari e territoriali", del D.L. n. 185/2008” del 21 luglio 2009 nell’ambito del “Tavolo di coordinamento in materia di applicazione degli IAS/IFRS”.
    In tale documento, tenuto conto che nel corpo dei principi contabili internazionali non sono presenti specifiche disposizioni applicabili a strumenti aventi caratteristiche simili, le tre Autorità hanno rappresentato le proprie considerazioni in ordine alle modalità di rappresentazione in bilancio degli stessi.
    Con riferimento alla classificazione contabile degli strumenti emessi, lo IAS 32 (Financial Instruments: presentation) stabilisce che uno strumento finanziario è uno strumento rappresentativo di patrimonio netto laddove esso non includa alcuna obbligazione contrattuale per l’emittente a consegnare denaro o altre attività finanziarie o a scambiare attività o passività finanziarie a condizioni potenzialmente sfavorevoli per l’emittente stesso. Nel caso di strumenti non derivati che possono essere regolati in azioni dell’emittente, non deve esservi alcuna obbligazione contrattuale per l’emittente a consegnare un numero variabile di proprie azioni. Nel classificare uno strumento finanziario quale strumento di debito o strumento rappresentativo di patrimonio netto, rileva la sostanza economica dello strumento stesso.
    La sostanza economica di tali strumenti finanziari, che si evince dalla considerazione complessiva delle clausole contrattuali sopracitate, viene ritenuta coerente dalle tre Autorità con la classificazione in bilancio fra gli strumenti rappresentativi di patrimonio netto (“Strumenti di capitale”).
    I Tremonti bond sono stati sottoscritti, previo parere positivo della Banca d’Italia, da 4 banche di interesse nazionale per un controvalore complessivo di 4,05 miliardi di euro:
    Banco Popolare … 1.450 milioni di euro, Banca Popolare di Milano … 500 milioni di euro, Banca Monte dei Paschi di Siena - 1.900 milioni di euro, e Credito Valtellinese … 200 milioni di euro.
    I fondi concessi a queste banche sono stati integralmente rimborsati allo Stato. Non vi è stata emissione di questi titoli in occasione dell'operazione di ricapitalizzazione di Monte Dei Paschi, poichè la banca non era in condizione di garantire il rimborso nel 2017.
    Redattori: 2018 Chiara OLDANI

  • TREND LINE

    Analisi tecnica. Linee di tendenza del prezzo del titolo o del mercato, tracciate sul grafico dello stesso, al fine di evidenziare importanti supporti o resistenze dinamiche. Si ottengono mediante l’unione di due o più punti di minimo o di massimo, a seconda che vi sia tendenza al rialzo o al ribasso. Vi sono una varietà di trend tra cui prevalgono tre tipi: la tendenza primaria (primary), intermedio (intermediate) e di breve termine (short term). Le tendenze primarie si manifestano nel mercato obbligazionario, azionario e delle commodity con durata variabile in genere da uno a due anni. Il trend primario rispecchia le reazioni degli investitori ai cambiamenti nell’andamento dei fondamentali dell’economia1. nel corso di un ciclo economico tipico, che si estende genericamente dai 3 ai 4 anni. Quando il trend è ascendente si parla di bull market, mentre in presenza di trend discendente di bear market. Generalmente il trend ascendente ha una durata superiore rispetto al trend discendente.

    Figura 1.1 : Seat Pagine Gialle Giugno - Dicembre 2000
    Vi sono poi delle tendenze anticicliche chiamate movimento intermedio (o secondario) dei prezzi che concorrono a formare il trend primario. In genere si osservano cinque trend intermedi di cui tre formano il trend principale (trend intermedio primario)e i rimanenti due sono in controtendenza (movimento secondario o di reazione). Infine all’interno delle tendenze intermedie si sviluppano delle tendenze di breve termine (short term) che hanno una durata variabile da due a quattro settimane. Essendo determinate da eventi casuali la loro identificazione risulta particolarmente difficile. Le relazioni che intercorrono tra le tendenze che influenzano il trend primario (intermedie e di breve periodo) sono rilevanti ai fini delle decisioni di investimento sia in una prospettiva di lungo periodo (investor) che di breve periodo (trader).
    _____________

    1Alternativamente un trend nel mercato valutario non rispecchia l’atteggiamento degli investitori verso le variazioni nei fondamentali bensì l’atteggiamento degli investitori verso la relazione esistente tra le economie di due diversi paesi.

    Bibliografia
    Martin J. Print (2003), Analisi Tecnica dei mercati finanziari, McGraw-Hill Inc.
    Link:http://www.performancetrading.it/indexIT.htm
    Redattori: Antonio SERRA, Liliana PINTUS, Bianca GIANNINI
    © 2010 ASSONEB

  • TRIBUTI

    Denominazione italiana delle entrate dello Stato e degli altri enti pubblici, territoriali e non, prelevati dalle tasche dei contribuenti in base a potere d’imperio e non in cambiodi dirette specifiche cessioni di beni o di dirette specifiche prestazioni di servizi scelti dal contribuente stesso. Essi costituiscono trasferimenti forzosi dai contribuenti alla pubblica amministrazione e, per distinzione di scuola, si dividono in imposte (dirette e indirette), tasse e contributi.

  • TRIBUTI, MODALITÀ DI APPLICAZIONE

    Modalità di commisurazione dei tributi che consente di distinguere tra tributi fissi, graduali, proporzionali e progressivi. In specie, il tributo fisso è stabilito dalla legge in misura invariabile ovvero determinato in relazione a parametri prestabiliti (peso, volume, potenza ecc.): è il sistema più semplice di commisurazione poiché richiede calcoli elementari. Tipico ambito odierno di applicazione del tributo fisso è la tassa. Nella maggior parte dei casi e nelle imposte più importanti il presupposto è però rappresentato da un fatto variabile nella sua consistenza: il tributo deve quindi essere stabilito applicando un parametro (tasso o aliquota che può essere a sua volta proporzionale, progressiva o regressiva) a una quantità variabile di volta in volta (base imponibile). L’imposta proporzionale si ha quando l’aliquota varia in proporzione costante con il variare della base imponibile.L’imposta graduale si ha quando l’aliquota varia non continuamente ma in ragione di quantità prestabilite della base imponibile. Nell’imposta progressiva l’aliquota aumenta con il crescere della base imponibile. La progressività può essere continua, nel senso che l’aliquota cresce continuamente al crescere della base imponibile in ragione di una formula matematica che esprime il tasso di progressività: in questo caso a seconda di come è costruita tale formula può verificarsi che oltre un certo livello di base imponibile la progressività dell’aliquota prelevi il cento per cento o anche di più dell’incremento e quindi peggiori la situazione del contribuente rispetto a chi possieda una base imponibile inferiore.Questo inconveniente è eliminato dalla progressività a scaglioni in cui l’aumento dell’aliquota avviene con riguardo ai singoli scaglioni mentre essa resta proporzionale all’interno dello scaglione: gli scaglioni precedenti non sono mai messi in discussione quale che sia l’aliquota dello scaglione successivo. Sempre con riguardo alle modalità applicative dei tributi si possono distinguere imposte istantanee e periodiche tenendo conto della durata del presupposto nel tempo. Le imposte istantanee sono quelle il cui presupposto si realizza con ilcompimento di un unico atto o fatto: sono di regola tutte le imposte indirette, compresa l’IVA, i cui adempimenti applicativi sono peraltro riferiti al periodo mensile, trimestrale o annuale in cui le singole operazioni sono state registrate. Le imposte dirette sono periodiche, in quanto il possesso di un reddito o di un patrimonio dura nel tempo e rende dunque necessario frazionareil periodo di possesso al fine di applicare l’imposta. La legge crea così il periodo d’imposta, che coincide di regola con l’anno solare o con l’esercizio sociale, e fa corrispondere a ogni periodo una obbligazione tributaria autonoma salvi alcuni collegamenti come il riporto a nuovo delle perdite e dei crediti d’imposta.

  • TROUBLED ASSET RELIEF PROGRAM - TARP

    Programma introdotto nel 2008 dal Dipartimento del Tesoro statunitense, in vigore fino al 3 ottobre 2010, per acquistare direttamente o assicurare attività finanziarie problematiche, generalmente di difficile valutazione. L’ammontare massimo di attività finanziarie detenibili in qualsiasi momento nell’ambito del TARP è stato fissato a 700 miliardi di dollari, e successivamente ridotto a 475 dal Title XIII del Dodd-Frank Act. Il TARP è stato utilizzato per l’acquisto di azioni privilegiate di istituzioni finanziarie, il sostegno all’industria automobilistica, un programma per evitare pignoramenti delle abitazioni e altre iniziative con il settore privato.
    Fonte: Banca d'Italia

  • TRUF

    Acr. di Transferable Revolving Underritung Facility. Particolare tipo di RUF (revolving underwriting facility) caratterizzato da una clausola di trasferibilità. Grazie ad esso i garanti dell’emissione di carta commerciale possono cedere ad altre istituzioni finanziarie il pacchetto di diritti ed obblighi derivante dalla sottoscrizione del contratto originario. La facoltà di cessione della posizione, esercitabile con l’intermediazione del broker che ha curato l’operazione, rende più attraente la partecipazione al sindacato di collocamento poiché consente ai singoli membri, in caso di necessità, di ritirarsi dalla RUF senza compromettere l’esito favorevole del pool. Un ulteriore vantaggio per i partecipanti al pool è rappresentato dalle commissioni percepite in genere senza esborso di capitali e senza la correlata esigenza di raccogliere fondi sul mercato. Si giunge, per tale via, alla disintermediazione totale attraverso il contatto diretto fra unità in surplus ed unità in deficit,con la banca che riveste un ruolo di mero garante del buon fine dell’operazione, non soltanto nel breve ma anche nel medio termine.

  • TRUFFA

    Delitto fraudolento contro il patrimonio, consistente nell’indurre in errore, per mezzo di artifizi o raggiri, il soggetto passivo del reato al fine di procurare, per sé o altri, un profitto ingiusto con danno della persona offesa. Elementi oggettivi di questa figura criminosa sono, anzitutto, gli artifizio i raggiri, cioè le macchinazioni poste in essere dal truffatore, dirette a far apparire come diversa dal vero la realtà e a convincere fraudolentemente il soggetto passivo a tenere un determinato comportamento, positivo o negativo. Occorre poi l’induzione in errore (come falsa rappresentazione della realtà) del soggetto passivo, in conseguenza della quale la persona ingannata compie una disposizione patrimoniale che genera il danno.Lo scopo perseguito dall’agente è quello di procurare, a sé o ad altri, un profitto ingiusto, cioè illegittimo, che nel contempo crei al soggetto passivo una perdita patrimoniale derivante dall’inganno perpetrato dal truffatore. Sotto il pro-filo soggettivo, il reato è, ovviamente in quanto fraudolento, doloso e si consuma con la realizzazione del profitto; è configurabile il tentativo. La sanzione prevista è quella della reclusione da sei mesi a tre anni e della multa da lire centomila a due milioni e il reato è punibile a querela della persona offesa. La procedibilità, invece, è d’ufficio quando il delitto sia aggravato da una qualsiasi circostanza aggravante o da uno di quelle specifiche di questo reato indicate i nn. 1 e 2 del comma 2, art. 640 c.p.

  • TRUFFA AGGRAVATA RIGUARDANTE IL CONSEGUIMENTO DI EROGAZIONI PUBBLICHE

    Nuova fattispecie di reato prevista dall’art. 640 bis c.p., introdotto dall’art. 22 della 1. 19.3.1990 n. 575. Se il fatto di cui all’art. 640 c.p. (v. TRUFFA) riguarda contributi, finanziamenti, mutui agevolati ovvero altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati da parte dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee, la pena è della reclusione da uno a sei anni. A differenza dell’ipotesi di truffa semplice, il reato è perseguibile d’ufficio. L’art. 7 della l. 31.5.1965 n. 575, recante disposizioni contro la mafia, prevede una particolare aggravante se il fatto è commesso da persona già sottoposta, con provvedimento definitivo, a misura di prevenzione.

  • TRUST

    1. Concentrazione tra imprese producenti lo stesso prodotto allo scopo di contenerne il costo di produzione e di controllare il prezzo di vendita. Mediante accordi, le imprese si compenetrano negli aspetti tecnici ed amministrativi, dando luogo a forme organizzative che si distinguono dal cartello in quanto, nel caso di trust, l’autonomia di ciascuna impresa che ne fa parte risulta fortemente limitata. La concentrazione può verificarsi tra imprese producenti lo stesso prodotto (concentrazione orizzontale) oppure beni complementari e strumentali (concentrazione verticale). In entrambi i casi si realizza, mediante economie di scala, una riduzione del costo di produzione ed un maggior profitto, mantenendo inalterati i prezzi di vendita del prodotto. Per i rischi che da tali concentrazioni possono derivare ai consumatori, alcuni Paesi hanno adottato specifici provvedimenti antitrust, che fissano i limiti e le condizioni di tali accordi. (re)

    2. Istituto giuridico tipico del diritto inglese con cui una persona (settlor) trasferisce uno o più beni (trust property) a un’altra persona detta trustee, incaricandola di amministrarli e di trasferirne il profitto (o la trust property al verificarsi di certe condizioni) a una persona detta beneficiary che può essere lo stesso settlor. Il settlor può costituire se stesso come trustee, ma trustee e beneficiary devono sempre essere persone differenti. Nato all’epoca delle Crociate per l’amministrazione dei beni dei cavalieri, l’istituto del trust è stato utilizzato poi per aggirare le norme del diritto successorio e di limitazione della manomorta e trova oggi applicazione nel diritto di famiglia, delle successioni, delle società, del commercio, della finanza ecc. ed è stato adottato anche da Paesi diversi dalla Gran Bretagna, secondo modellinon del tutto omogenei. La convenzione dell’Aia del 10.7.1985 ha introdotto una disciplina uniforme per i soli trust volontari cioè nascenti da contratto o da testamento. La convenzione è stata ratificata dal nostro Paese con la l. 16.10.1989 n. 364 entrata in vigore all’inizio del 1992.

  • TRUSTEE, EXECUTOR AND

    Servizio fiduciario svolto in particolare dalle banche angloamericane in favore della clientela (enti, fondazioni e famiglie), per l’amministrazione di patrimoni comprese le esecuzioni testamentarie. Il ricorso alla banca trova motivazione nelle ragioni di continuità della vita di queste istituzioni. Le banche hanno proprie sezioni ad uffici legali per l’assolvimento dei delicati ed importanti compiti che le legislazioni dei loro paesi favoriscono. La figura del trustee ricorre anche in alcune operazioni di emissione di asset-backed securities e collateralized mortgage obligation.

  • TULIPOMANIA

    Anche: tulip mainia (tr. it.: tulipanomania). Prima bolla speculativa di cui si conosce bene il decorso, relativa ai bulbi di tulipano, introdotti in Olanda a metà Cinquecento e presto diventati beni di lusso e status symbol, trattati nelle borse olandesi dall’inizio del Seicento a prezzi crescenti, anche, per bulbo, fino a dieci volte il reddito medio annuo di una persona. Gente di ogni strato sociale impegnava somme ingenti in operazioni, oltre che a pronti, anche a termine, cioè in futures su bulbi piantati da poco o che si intendeva piantare. Nel 1637 gli operatori non furono più in grado di onorare i contratti e le quotazioni crollarono, rovinando migliaia di olandesi e anche di stranieri.

  • TURNAROUND FINANCING

    Espressione generica con la quale si indica – fra i canali di approvvigionamento di capitali per lo sviluppo, segmentati sulla base delle esigenze collegate alle diverse fasi del ciclo di vita dell’impresa - l’intervento dell’investitore finalizzato alla ristrutturazione di imprese in crisi, attraverso l’apporto di risorse finanziarie e di attività professionale.

  • TURNOVER

    Rapporto tra il volume di scambi e la consistenza in essere di attività finanziarie nei mercati borsistici; in altre parole, il coefficiente di turnover è dato dal rapporto tra il numero di azioni negoziate nel periodo e il numero di azioni che formano il flottante dello specifico titolo, definito a sua volta come numero di azioni detenute dai fondi comuni d’investimento e da tutti i soggetti aventi partecipazioni non superiori al 2%. Il turnover misura il grado di mobilità, o di liquidità, di uno stock di attività finanziarie.

  • TUTELA DELL'ATTIVITÀ DI VIGILANZA, DISPOSIZIONI PENALI

    1. Falso nelle comunicazioni alla Banca d’Italia. L’art. 134 del TUBC, riformulando in termini sostanzialmente analoghi le disposizioni contenute nell’art. 39, d.lg.14.12.1992 n. 481 (che a sua volta traeva origine dalla disciplina di cui all’art. 4, l. 17.4.1986 n. 114), prevede una fattispecie di falso nelle comunicazioni alla Banca d’Italia. Dispone infatti la norma che “chi svolge funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso banche, intermediari finanziari e soggetti inclusinell’ambito della vigilanza consolidata ed espone, nelle comunicazioni alla Banca d’Italia, fatti non rispondenti al vero sulle condizioni economiche delle banche, degli intermediari finanziari o dei citati soggetti o nasconde, in tutto o in parte, fatti concernenti le condizioni stesse al fine di ostacolare l’esercizio delle funzioni di vigilanza, è punito, sempre che il fatto non costituisca reato più grave, con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da lire due milioni a lire venti milioni”. Appaiono evidenti le analogie della disposizione in esame con l’art. 2621 n.1 c.c. (v. falso in bilancio), che deve ritenersi applicabile quando non possa ricorrersi all’art.134 TUBC. Se la comunicazione, oltre che alla Banca d’Italia, è diretta anche d altri soggetti, si può certo configurare concorso materiale fra i due reati. Si tratta di reato proprio, in quanto può essere commesso solo da coloro che rivestono le quali- fiche soggettive individuate dalla norma, sebbene ciò avvenga non rispetto alle qualifiche formali ma, opportunamente, facendo riferimento alle funzioni effettivamente svolte in seno all’azienda. La condotta può consistere nella comunicazione di un fatto non rispondente al vero circa le condizioni economiche dell’ente, ovvero nell’occultamento di fatti veri relativi alle condizioni stesse. Il reato si consuma nel momento in cui la comunicazione giunge all’Istituto di vigilanza. Il dolo richiesto è specifico, poiché il fatto deve essere commesso al fine di ostacolare le funzioni di vigilanza. Il secondo comma dell’art. 134 prevede la pena dell’arresto fino a un anno e dell’ammenda da lire venticinque milioni a lire cento milioni quando l’ostacolo alle funzioni di vigilanza sia portato “fuori dei casi previsti dal comma 1”. Si tratta quindi di ipotesi contravvenzionale, che funge da vera e propria norma di chiusura del sistema delle falsità nelle comunicazioni all’Istituto di vigilanza. Ai soggetti indicati dal primo comma sono peraltro aggiunte anche le “altre società comunque sottoposte alla vigilanza della Banca d’Italia”.

    2. Falso nelle comunicazioni all’UIC. Il TUBC appresta una tutela penale in relazione alla funzione di controllo svolta dall’UIC nei confronti degli intermediari finanziari iscritti nell’elenco generale previsto dall’art. 106 TUBC. La fattispecie di cui all’art. 141 TUBC, infatti, colpisce con l’arresto fino a tre anni l’ipotesi in cui vengano fornite indicazioni false nelle comunicazioni previste dall’art. 106 commi 6 e 7.

    3. Trasparenza degli assetti proprietari. L’art. 140 TUBC (così come modificato dall’art.64, comma 27, del d.lg. 23.7.1996 n. 415) appresta un apparato sanzionatorio teso a tutelare la trasparenza degli assetti proprietari (v. struttura proprietaria) di banche, di società appartenenti a gruppi bancari e di intermediari finanziari, tutela in precedenza accordata dagli artt. 9, 10 e 11, della l. 8.8.1985 n. 281, abrogata dall’art. 161 TUBC La norma punisce con la sanzione amministrativa pecuniaria da due a venti milioni di lire l’omissione delle comunicazioni previste dall’art. 20, commi 1, 3, primo periodo,e 4, 21, commi 1, 2 e 3 dell’art. 63 e dell’art. 110, commi 1, 2 e 3; la stessa sanzione è prevista per le comunicazioni eseguite con ritardo superiore a trenta giorni, mentre, se il ritardo è inferiore, è prevista la sanzione amministrativa pecuniaria da lire un milione a lire dieci milioni. Qualora le comunicazioni in oggetto contengano indicazioni false, sempre che il fatto non costituisca più grave reato, si applica l’arresto fino a tre anni e, trattandosi di contravvenzione, il reato è punibile tanto a titolo di dolo che di colpa. Soggetti attivi dell’illecito in esame sono i soggetti che partecipano al capitale di una banca, di un intermediario finanziario o di una società finanziaria capogruppo oltre il limite stabilito dall’istituto di vigilanza e non ne danno comunicazione alla Banca d’Italia e alla società. L’entità della percentuale, oltre che i presupposti e le modalità della comunicazione della partecipazione rilevante sono determinati dall’autorità di vigilanza.

    4. Vigilanza sulle SIM. La tutela penale dell’attività di vigilanza disciplinata nel TUF del 1998 completa il sistema delineato nel TUBC. Il precedente storico della normativa attuale si rinviene nell’art. 42 del d.lg. 23.7.1996 n. 415 (decreto Eurosim) con il quale il legislatore, nell’intento di armonizzare in modo coerente le fattispecie contenute nella legislazione complementare (in particolare l’art. 134 TUBC), aveva introdotto la sanzione penale a tutela dell’attività di vigilanza della Banca d’Italia e della Consob con riguardo alle SIM. L’art. 171 TUF contiene nell’esordio, sia al primo che al secondo comma, una clausola di riserva a favore dell’art. 134 TUBC e dei reati più gravi (il richiamo implicito è all’art. 2621 n. 1 c.c. “false comunicazioni sociali”) prevedendo, in questo modo, una “tutela residuale” dell’attività di vigilanza pubblica. La fattispecie punisce, al primo comma, con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da lire due milioni a lire venti milioni “chi svolge funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso soggetti abilitati allo svolgimento di servizi di investimento o di gestione collettiva del risparmio” ed espone fatti non veri o nasconde fatti che avrebbe dovuto comunicare alla Banca d’Italia o alla Consob relativi alle condizioni economiche dei soggetti stessi o alle “attività svolte per conto degli investitori, ovvero, nasconde, in tutto o in parte, fatti che avrebbe dovuto comunicare, concernenti le condizioni o le attività stesse”. Il secondo comma, fatti salvi i casi previsti nel primo comma, incrimina gli esponenti degli stessi soggetti controllati che ostacolano le funzioni di vigilanza attribuite alla Banca d’Italia o alla Consob (il reato è previsto nella forma contravvenzionale: arresto fino a un anno e ammenda da lire venticinque milioni a lire cento milioni). Soggetti attivi sono coloro che svolgono funzioni di amministrazione, direzione e controllo: i responsabili del reato vengono individuati sulla base di un criterio “oggettivo/ funzionale” (tecnica normativa assai criticata in dottrina perché non in linea col principio di determinatezza, ma comunque conforme alle recenti scelte normative in sede di riforma del codice penale nella ridefinizione delle figure di pubblico ufficiale e incaricato di pubblico servizio: artt. 357/358 c.p.) che consente di estendere il campo di applicazione della fattispecie anche a coloro che non rivestono particolari qualifiche formali (amministratori di fatto). Per la nozione di “soggetti abilitati allo svolgimento di servizi di investimento, o di gestione collettiva del risparmio” si rinvia integralmente alla disciplina relativa ai servizi i investimento (si veda la nozione all’art. 1 comma 5 TUF) contenuta nel titolo II del TUF e a quella della gestione collettiva del risparmio (si veda la nozione all’art. 1 lettera m TUF) disciplinata nel titolo III del TUF Sul piano dell’elemento soggettivo, il reato previsto al primo comma dell’art. 171 TUF, diversamente dal secondo comma, richiede il dolo specifico (ostacolare le funzioni di vigilanza): la descrizione della fattispecie, eccessivamente ampia in relazione all’oggetto della condotta, va delimitata caratterizzando il dolo specifico con riguardo al fatto concreto sulla base di una valutazione di idoneità in concreto, formulata ex ante.

  • TUTELA E BAIL IN

    La Banca d'Italia ha realizzato un video di educazione finanziaria con Paolo Mieli e Orizzonti TV sul tema Tutela e Bail In (banche). E' disponibile qui

  • TUYAUTAGE

    Parola francese che denomina il reato compiuto dall’insider che consiglia a un terzo, in base alle informazioni privilegiate di cui dispone, di acquistare, vendere o compiere altre operazioni su strumenti finanziari avvalendosi delle informazioni medesime.

  • TWINNING

    Iniziativa di assistenza alla preadesione lanciato dalla Comunità Europea nel maggio 1998 per la ricostruzione delle istituzioni nei Paesi candidati. L’obiettivo di Twinning (lett.: legame) è di aiutare, attraverso accordi tra un Paese candidato e uno o più amministrazioni statali dei Paesi membri, lo sviluppo di amministrazioni moderne ed efficienti, con strutture, risorse umane e capacità manageriali richieste per realizzare l’acquis communautaire secondo gli stess standards dei Paesi membri dell’UE. Da non confondere con l’iniziativa comunitaria Town Twinning che riguarda il gemellaggio tra città.

  • TWIST

    Manovra della banca centrale sui tassi di interesse per elevare i tassi a breve senza variare quelli a medio e lungo termine. Questamanovra, che si risolve in un’alterazione della curva dei rendimenti (twist = torsione, intreccio), trae origine dal conflitto tra i diversi obiettivi della politica monetaria (pieno impiego, stabilità dei prezzi, crescita economica, equilibrio della bilancia dei pagamenti). Tipico è il caso dell’aumento dei tassi d’interesse reso necessario dal deficit della bilancia dei pagamenti, che può compromettere il pieno impiego. La banca centrale per attirare capitali esteri a breve, senza scoraggiare gli investimenti, può decidere di elevare i tassi di interesse a breve cercando di non variare quelli a medio e lungo termine. In questo modo l’equilibrio della bilancia dei pagamenti può essere perseguito senza danneggiare il pieno impiego. Il successo di tale politica è condizionata dall’interrelazione tra tassi a lungo e a breve termine ed è possibile se gli investimenti sono più sensibili ai tassi a medio-lungo termine che a quelli a breve. Si parla anche di effetto di intreccio in conseguenza dell’applicazione delle misure di controllo selettivo del credito. Il vincolo di portafoglio e il massimale sugli impieghi provocano, ceteris paribus, la crescita dei tassi a breve riducendo l’offerta di impieghi delle banche e la diminuzione dei tassi nel mercato finanziario aumentando la domanda di titoli da parte degli intermediari bancari. La manovra twist è stata sperimentata per la prima volta nel 1961 dalla Federal Reserve e dal Tesoro USA. Questi ritennero di dover dare un colpo di gomito (nudge; operation twist) ai tassi a breve per armonizzare gli obiettivi della politica economica interna con quelli della bilancia dei pagamenti.

  • TWO TIER MARKET

    Espressione usata per indicare la presenza, sul mercato mobiliare statunitense, di un piano superiore che comprende i c.d. growth stocks, cioè i titoli che hanno realizzato per diversi anni consecutivi un incremento degli utili per azione superiore al tasso medio di incremento del mercato azionario e diun piano inferiore nel quale vengono negoziati ì titoli contraddistinti da price/earnings ratio più modesti.

  • TWO TIER SYSTEM

    Espressione che quali- ficava la struttura del sistema bancario inglese anteriore al 1987, fondata sulla distinzione tra banche riconosciute (recognised banks) e istituzioni autorizzate alla raccolta di depositi (authorised deposit taking institutions). Le prime erano riconosciute come banche dalla Banca d’Inghilterra, mentre le seconde potevano emettere depositi solo in quanto a ciò espressamente autorizzate. Le istituzioni di quest’ultimo tipo, inoltre, erano assoggettate a controlli più puntuali e rigorosi di quanto non fossero quelle riconosciute. In seguito all’approvazione del Banking Act del 1947, tale dicotomia è stata rimossa ed è stata conservata la sola fattispecie di istituzione autorizzata.

Lettera selezionata: T In lingua italiana

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