nuovissima Enciclopedia di banca, borsa e finanza

Lettera selezionata: R

  • RACCOLTA DEL RISPARMIO

    Il TUBC (art. 11) definisce la raccolta del risparmio (v. provvista e operazioni di banca) come acquisizione di fondi con obbligo di rimborso, sia sotto forma di depositi sia sotto altra forma e ne vieta l’esercizio a soggetti diversi dalle banchequando essa sia esercitata tra il pubblico. L’attività abusiva di raccolta del risparmio tra il pubblico da parte di soggetti diversi dalle banche è punita con l’arresto da sei mesi a tre anni e l’ammenda da lire venticinque milioni a lire cento milioni (art. 130 TUBC), con la reclusione da sei mesi a quattro anni e la multa da lire quattro milioni a lire venti milioni se la raccolta abusiva è congiunta all’esercizio del credito (art. 131). L’art. 133 TUBC vieta, inoltre, l’uso, nella denominazione o in qualsiasi segno distintivo o comunicazione rivolta al pubblico, delle parole banca, banco, credito, risparmio, o di altre parole o locuzioni, anche in lingua straniera, idonee a trarre in inganno sulla legittimazione allo svolgimento dell’attività bancaria è vietato a soggetti diversi dalle banche (v. abusivismo bancario; abusivismo bancario e finanziario, disposizioni penali). Sono consentite, tuttavia, parecchie eccezioni (v art. 11 TUBC) integrate dalla regolamentazione interpretativa della Banca d’Italia. 1. Forme che non costituiscono raccolta di risparmio tra il pubblico. È tale (e non rientra nel divieto: art. 11.3 TUBC) la raccolta del risparmiocompiuta presso i soci e i dipendenti e presso società controllanti, controllate e collegate ai sensi dell’art. 2359 c.c. e presso controllate da una stessa controllante. I criteri e i limiti di questa attività franca dal divieto dell’art. 11 TUBC sono stabiliti dal CICR, anche con riguardo all’attività e alla forma giuridica dei soggetti. 2. Possibilità di raccogliere risparmio dal pubblico a soggetti diversi dalle banche. È consentita dall’art. 11.4 TUBC: a) agli Stati comunitari, agli organismi internazionali ai quali aderiscono uno o più Stati comunitari, agli enti pubblici territoriali ai quali la raccolta del risparmio è consentita in base agli ordinamenti nazionali degli Stati comunitari; b) agli Stati extracomunitari e ai soggetti esteri abilitatida speciali disposizioni del diritto italiano; c) alle società per azioni e in accomandita per azioni e alle società cooperative per la raccoltaeffettuata, nei limiti previsti dal codice civile, mediante l’emissione di obbligazioni; d) alle società e agli enti con titoli negoziati in un mercato regolamentato per la raccolta effettuata mediante titoli anche obbligazionari; e) agli enti sottoposti a forme di vigilanza prudenziale individuati dal CICR; f) alle imprese per la raccolta effettuata tramite banche ed enti sottoposti a forme di vigilanza prudenziale che esercitano attività assicurativa o finanziaria; g) agli enti sottoposti a forme di vigilanza prudenziale che svolgono attività assicurativa o finanziaria, per la raccolta a essi specificamente consentita da disposizioni di legge; h) alle società per la cartolarizzazione dei crediti (v. securitization) per la raccolta effettuata in base alla l. 30.4.1999 n. 130. L’art. 11.4 TUBC consente dunque di raccogliere risparmio in particolare,oltre agli Stati, agli enti territoriali minori e alle organizzazioni internazionali, a operatori professionali come le SIM, i fondi comuni d’investimento, le SICAV, le compagnie di assicurazioni e alle società che si finanziano collocando azioni, obbligazioni ecc. Restano inoltre consentiti l’acquisizione di fondi conseguente all’emissione e alla gestione, da parte di fornitori di beni o servizi, di carte prepagate monouso (carte a spendibilità limitata: v. carta prepagata) e il reperimento di risorse compiuto sulla base di trattative personali con singoli soggetti a chiaro scopo di finanziamento e tali da non configurare, di fatto, una forma di raccolta per la numerosità e la frequenza delle operazioni.

  • RACCOMANDATARIO

    Ingl.: ship’s agent. Detto anche raccomandatario marittimo e agente marittimo. Rappresentante dell’armatore o del vettore. La professione è disciplinata dalla l. 4.4.1977 n.135. Il raccomandatario svolge attività di raccomandazione di navi: assistenza al comandante nei confronti delle autorità locali e di terra, ricezione o consegna delle merci; operazioni di imbarco e sbarco dei passeggeri; acquisizione dei noli; conclusione di contratti di trasporto per merci e passeggeri, con rilascio dei relativi documenti; qualsiasi altra attività per la tutela degli interessi a lui af- fidati. La legge richiede, per (esercizio dell’attività, l’iscrizione in un elenco tenuto presso le Camere di commercio dei luoghi in cui ha sede una direzione marittima. Per ottenere l’iscrizione nell’elenco occorrono requisiti civili e morali, un tirocinio professionale di almeno due anni e il superamento di un esame. La procura conferita al raccomandatario, così come le successive modifiche e l’eventuale revoca, deve essere depositata presso l’ufficio del porto ove il raccomandatario risiede, per la pubblicazione in apposito registro, di cui il comandante del porto deve dare comunicazione alla Camera di commercio. Qualora non sia adempiuta la pubblicità predetta, la rappresentanza del raccomandatario si reputa generale e non ne sono opponibili le limitazioni o la revoca ai terzi di buona fede. Il raccomandatario può essere preposto ad una sede dell’impresa di navigazione o di trasporto ed in tal caso si applicano le regole del codice civile sull’institore; può anche assumere stabilmente l’incarico di promuovere la conclusione di contratti in una zona determinata per conto dell’armatore o del vettore, e allora si applicano le regole sul rapporto d’agenzia; infine, può assumere la figura del mandatario senza rappresentanza (v. mandato).

  • RACCOMANDAZIONE E PARERE

    Atti giuridici, previsti dai trattati istitutivi (fr. recommandation, avis; ingl. recommendation, opinion), con cui la Comunità europea si esprime senza imporre obblighi per i destinatari (che di regola sono gli Stati membri, ma possono anche essere dei cittadini). Nei trattati CE ed Euratom si distingue tra raccomandazione e parere, nel trattato CECA si parla solo di pareri (la raccomandazione nel sistema CECA indica un atto vincolante, equivalente alla direttiva CE o Euratom). La raccomandazione è impiegata quando si vuol consigliare al destinatario un dato comportamento, il parere, invece, è emesso quando si vuole esprimere un giudizio su una situazione oggettiva o su determinati fatti nella Comunità o negli Stati membri. La forza di questi atti è di ordine politico e morale, di modo che la loro emissione equivale a esercizio di moral suasion. L’impegno in prima persona della Comunità può, talvolta, costituireuna situazione di legittimo affidamento o predisporre le condizioni di un furto atto giuridico vincolante.

  • RAGGRUPPAMENTO DI AZIONI

    Operazione con la quale si sostituiscono i titoli azionari con altri di valore nominale superiore allo scopo di ridurne il numero. Trattandosi di una modifica dell’atto costitutivo deve essere deliberata dall’assemblea straordinaria. Si tratta di un’operazione, generalmente neutrale, di razionalizzazione della struttura societaria anche se, tuttavia, secondo alcuni, potrebbe superarei confini della legittimità quando non consente ad ogni socio la conversione totale dei titoli posseduti, determinando la formazione dei resti oppure quando non permette al socio di ottenere nel cambio almeno un’azione che gli consenta di conservare lo status di socio. Ormai, dopo lungo dibattito, si ritiene che in tali ipotesi, in realtà, la delibera di raggruppamento non debba considerarsi invalida sic et simpliciter. Infatti, essa appare legittima, anche in presenza dei resti, quando consegue ad un’altra operazione necessaria, come p.e. la riduzione del capitale sociale per perdite e contestuale riduzione del valore nominale a cifra frazionaria, oppure quando sia necessaria per il compimento di un’operazione quale una fusione. Si ritiene, invece, che la delibera di raggruppamento sia illegittima e perciò nulla quando l’operazione risulta effettuata al solo scopo di pregiudicare alcuni azionisti.

  • RAGGRUPPAMENTO DI TITOLI

    Sostituzione di titoli azionari con altri aventi valore nominale pari alla somma dei valori nominali dei singoli titoli oggetto di raggruppamento (v. cambio di titoli). Tale operazione può aver luogo sia a richiesta del titolare delle azioni sia ad iniziativa della società emittente, e segue talora ad operazioni di svalutazione del valore nominale dei titoli per riportarlo a quello antecedente la svalutazione. La società, direttamente o tramite banche incaricate, provvede al ritiro dei titoli da raggruppare ed alla consegna dei nuovi, dando corso, se necessario, alla negoziazione dei titoli non raggruppabili in quanto quote frazionarie di quelli nuovi da emettere. Per l’operazione opposta a quella descritta . frazionamento di titoli.

  • RAGGRUPPAMENTO TRA FILIALI

    Accentramento delle funzioni svolte da più filiali presso una di esse, che assume così il ruolo di direzione. Il raggruppamento è semplice quando ad un certo numero di filiali ne è preposta una sola; è multiplo, invece, nel caso di una suddivisione in sottogruppi ognuno dei quali è diretto da una filiale capogruppo. Nel settore bancario, lo scopo di unire la direzione dei servizi di più filiali in una consiste nel realizzare un coordinamento tra i servizi di agenzie operanti in una zona omogenea, al fine di una presenza più incisiva della banca.

  • RAGIONE SOCIALE

    È il nome commerciale delle società di persone (società semplice; società in nome collettivo; società in accomandita semplice) ed equivale al nome civile di almeno una persona fisica. La ragione sociale deve essere spesa nel mondo giuridico af- finché gli atti posti in essere dagli amministratori della società possano imputarsi alla stessa. La disciplina è contenuta negli artt. 2292, 2564, 2567 del codice civile. Pertanto, la ragionesociale non può essere uguale o simile a quella scelta da un’altra società concorrente e non è trasferibile separatamente dall’azienda. Deve essere costituita dal nome di uno o più soci e deve indicare il rapporto sociale; si può conservare nella stessa il nome di un socio receduto o defunto purché egli o i suoi eredi lo consentano.

  • RAGIONERIA

    . Disciplina che studia i metodi e i sistemi di rilevazione contabile e l’analisi di questa ai fini del controllo di gestione. La ragioneria, attraverso i suoi strumenti, ponein corrispondenza i numeri con le qualità delle grandezze e dei fatti economico-finanziari che si determinano durante la gestione dell’attività aziendale. L’azienda viene considerata nei suoi aspetti economico-finanziari mediante determinazioni e rilevazioni quantitative, con rilievo alla funzione, ossia alla necessità che i mezzi contabili mutino col trasformarsi dei fini conoscitivi. I sistemi contabili, ordinati secondo il metodo delle scritture doppie, rappresentano la contabilità generale che nelle contabilità parziali ha i suoi sotto-insiemi. Le varie procedure di rilevazione sono sempre collegate da un legame logico. La contabilità è di continuo supporto alla ricerca operativa, che a sua volta indica il programma da inquadrare nella pianificazione aziendale. La ragioneria è quella disciplina che studia il sistema aziendale dal punto di vista informativo, includendo in quest’ultimo, quindi, non solo le rilevazioni contabili a partita doppia, ma tutte le determinazioni quantitative che riguardano dati ed informazioni connessi all’andamento del sistema aziendale.

  • RAGIONERIA GENERALE DELLO STATO

    Acr.: RGS. Dipartimento del Tesoro, istituita dalla l. 22.4.1869 n. 5026 come organo centrale di contabilità. L’organizzazione e l’attività del Dipartimento sono disciplinati dal d.lg. 5.12.1997 n. 430 (che ha unificato il Ministero del Tesoro col Ministero del Bilancio e della programmazione economica), dal Regolamento approvato con d.p.r. 20.2.1998 n. 38 (sulle attribuzioni dei Dipartimenti del Ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica, nonché delle disposizioni in materia di organizzazione e di personale) e dal Regolamento approvato con d.p.r. 28.4.1998 n. 154 (Norme sull’articolazione e le dotazioni organiche dei dipartimenti del Ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica). Ha competenza nel settore delle politiche di bilancio, del coordinamento e della verifica degli andamenti della spesa pubblica, sulla quale esercita i controlli e le verifiche previsti dall’ordinamento, provvedendo anche alla valutazione della fattibilità e della rilevanza economico-finanziaria dei provvedimenti e delle iniziative di innovazione normativa, anche di rilevanza comunitaria, alla verifica della quantifi cazione degli oneri e della loro coerenza con gli obiettivi programmatici in materia di finanza pubblica. La Ragioneria generale dello Stato redige il rendiconto e i documenti contabili ed extracontabili preliminari o connessi con il bilancio e la gestione da presentare al Parlamento; svolge compiti di consulenza tecnico- giuridica sugli ordinamenti e sul trattamento economico del personale e, in generale, esamina preventivamente ogni disegno o progetto di legge o atto di governo che possa avere ripercussioni dirette o indirette sulla gestione economico- finanziaria dello Stato. Gli uffici centrali sono composti da nove Ispettorati (Ispettorato Generale di Finanza-IGF; Ispettorato Generale per le Politiche di Bilancio-IGPB; Ispettorato Generale per gli Ordinamenti del personale e l’analisi dei costi del lavoro pubblico-IGOP; Ispettorato Generale per gli Affari economici- IGAE; Ispettorato Generale per la Spesa sociale- IGESPES; Ispettorato Generale per i Rapporti finanziari con l’Unione Europea-IGRUE; Ispettorato Generale per la Finanza delle Pubbliche Amministrazioni-IGEPA; IspettoratoGenerale per la Liquidazioni Enti disciolti- IGED; Ispettorato Generale per l’Informatizzazione della Contabilità di Stato-IGICS), dal Servizio Centro Nazionale di Contabilità Pubblica- CNCP e dal Dipartimentale per gli Affari generali, il personale e la qualità dei processi e dell’organizzazione-SDAG. L’organizzazione periferica è costituita dalle Ragionerie provinciali inserite all’interno dei Dipartimenti provinciali del Tesoro, del bilancio e della programmazione economica.

  • RAIDER

    Persona, o gruppo che avvia una scalata ostile a una società rastrellandone sistematicamente le azioni in borsa.

  • RAM

    Acr. di: Random Access Memory. È la arte di memoria di lavoro di un elaboratore elettronico che impiega circuiti integrati a semiconduttori (IC) montati sulla scheda madre per memorizzare in modo temporaneo le istruzioni del programma che si stanno eseguendo, i dati su cui si lavora e i risultati intermedi dell’elaborazione. A differenza della ROM, la RAM, quindi, viene scritta e modificata dai programmi applicativi in esecuzione o dall’utente via via che questi procede nel lavoro ed è cancellata quando il computer viene spento o quando viene chiuso il programma applicativo.

  • RAME

    Metallo rosso, malleabile, di difficile ossidazione. All’aria umida si ricopre di una patina di verderame, ma l’attacco resta solo superfi ciale. Non è attaccato dall’acido cloridrico e dall’acido solforico diluito. Queste caratteristiche lo fanno considerare un metallo quasi nobile. Inoltre, essendo diffuso allo stato puro (rame nativo) anche in vene superficiali, insieme all’oro è stato e conosciuto fin dalla preistoria ed è stato sempre utilizzato allo stato grezzo, in pani o coniato come mezzo di pagamento, da solo o in lega di bronzo (rame più stagno) e ottone (rame più zinco: oricalco). In Italia il rame è stato utilizzato fino al 1938 per la coniazione di monete divisionarie da 1, 2, 5 e 10 centesimi (v. moneta divisionaria).

  • RAND SUDAFRICANO

    Codice ISO: ZAR. Il rand sudafricano fu emesso nel febbraio del 1961 in sostituzione della sterlina sudafricana. Il nuovo biglietto uscì su base decimale con una parità definita in 1,24414 grammi di fino e quindi al corso di 1,40 dollari Usa. L’emissione del rand precedette di pochi mesi la dichiarazione della Repubblica del Sudafrica. Nel dicembre del 1971 in relazione alle note vicende del riallineamento dei cambi fissi, la parità del rand fu abbassata del 12,28 per cento. Nel corso degli anni Settanta il rand si è legato in via provvisoria alla lira sterlina, per poi tornare a privilegiare il collegamento con il dollaro, nei confronti del quale si è via via deprezzato. Alla fine degli anni ‘80 il rand valeva all’incirca 1/3 di dollaro per scendere a circa 1/10 alla fine degli anni ‘90.

  • RANGE

    Analisi tecnica. Differenza e oscillazione fra il prezzo massimo e quello minimo registrato durante una seduta. È un parametro che serve per calcolare e valutare la volatilità del titolo o del mercato. Con il termine trading range viene anche indicato un movimento laterale delle quotazioni nel breve termine, generalmente compreso fra una resistenza ed un supporto statici.

  • RAPPORTI FINANZIARI

    Indici che riflettono la struttura finanziaria di un’azienda. Essi consentono di misurare i rapporti esistenti tra i vari componenti dell’attivo e del passivo del patrimonio ell’impresa e di valutare, in particolare, l’adeguatezza della sua struttura finanziaria. Insieme agli indici relativi alla struttura economica, come quello che misura l’utile d’esercizio in rapporto al capitale proprio, i rapporti fi- nanziari danno una valutazione sintetica dello stato di affidabilità in cui si trova un’azienda in un dato istante. Si possono calcolare rapporti finanziari descrittivi della struttura del patrimonio in relazione alle fonti di finanziamento dell’impresa e alla liquidità della stessa. Il primogruppo è costituito essenzialmente dal rapporto tra capitale proprio e capitale totale e da quello, complementare rispetto al precedente,tra l’indebitamento dell’impresa e il capitale totale, detto rapporto dell’indebitamento (leverage negli Stati Uniti, gearing in Inghilterra). Una valutazione del rapporto d’indebitamento non può essere effettuata indipendentemente dal rendimento del capitale; (v. ROC, ROI), infatti quanto maggiore è la differenza tra il tasso di rendimento del capitale e quello d’interesse da pagare per il capitale di prestito tantopiù grandi possono essere i dividendi distribuiti ai proprietari del capitale proprio (azionisti) e quindi più conveniente aumentare il rapporto d’indebitamento, anche se non va dimenticato il rischio connesso alla leva finanziaria. Ulteriori particolari rapporti indicativi delle forme di finanziamento (proprio ed improprio) sono: quello di autofinanziamento, che pone in relazione i mezzi finanziari ottenuti dai profitti non distribuiti, o anche dai fondi rischi e spese future e dai fondi d’ammortamento, con il totale dei mezzi finanziari investiti nell’azienda; l’indice delle attività tangibili nette, che pone in relazione il complesso delle attività tangibili,al netto delle passività correnti, con l’indebitamento a lungo termine; il rapporto tra il capitale proprio e il complesso degli investimenti a lungo termine, che indica la misura in cui gli investimenti in impianti sono coperti dal capitale proprio; quello tra il valore degli impianti e il capitale complessivo, esprimente la misura in cui gli investimenti in impianti hanno assorbito il finanziamento complessivo dell’azienda. I rapporti relativi alla situazione di liquidità dell’azienda sono invece quelli che consentono di valutare il suo grado di liquidità ponendoa confronto valori liquidi attivi e valori passivi a breve scadenza. Si possono calcolare quindi diversi indici a seconda del grado di liquidità dei valori attivi posti al denominatore. Così si possono porre a confronto denaro e altre disponibilità a vista presso istituti di credito con i debiti in scadenza, ottenendo un rapporto di cassa; oppure si possono includere tra i mezzi liquidi anche i crediti a breve termine e rapportarliai debiti a breve termine oppure ai debiti a breve si possono rapportare le attività a breve termine, comprensive, oltre che di mezzi liquidi e crediti a breve, di merci, materie prime, titoli ecc. prontamente convertibili in denaro. Tra i rapporti che possono così costruirsi c’è il quoziente di liquidità (current ratìo), che raffronta le passività correnti con le attività correnti. I rapporti di liquidità acquistano particolare rilevanza nelle banche, indicando essi la quota delle attività delle banche detenuta sotto forma di moneta e di titoli a breve. Tali rapporti, quindi, misurano la capacità teorica di far fronte alle richieste di contante da parte del pubblico, ma, nella pratica, essi vengono anche utilizzati dalle autorità monetarie per il controllo dell’offerta di moneta. Nell’ambito bancario, inoltre, il rapporto di cassa acquista un diverso significato rispetto a quello visto in precedenza, in quanto esso indica la relazione tra il contante disponibile e il complesso dei depositi raccolti. Oltre ai rapporti di finanziamento e di liquidità fin qui visti si possono costruire altri indici che descrivano in maniera più generale e sintetica la struttura del capitale di un’azienda: p.e., il rapporto tra il totale delle attività finanziarie e il totale delle attività economiche, che consente di valutare il giusto equilibrio tra le due categorie di attività, e i c.d. rapporti di capitalizzazione, che evidenziano la struttura del capitale misurando i rapporti percentuali dei diversi tipi di titoli emessi rispetto al capitale stesso. Infine, si indica con l’espressione rapporto prezzi-utili (più noto come price- earnings ratio) il reciproco del rendimento di un titolo, in quanto esso è dato dal rapporto tra la quotazione di mercato di un’azione ordinaria e l’utile medio per azione ottenuto nell’anno più recente ed è indicativo del costo che occorre sostenere per ottenere un reddito pari all’utile medio così calcolato.

  • RAPPORTI TRA FILIALI

    Riguardano la dipendenza gerarchica e i livelli di operatività, nel senso che alcune filiali di rango minore (p.e. le agenzie di città) sono sottoposte alla sorveglianza di filiali di rango maggiore (sedi o succursali). Questo rapporto di dipendenza si esplica soprattutto nell’ambito dei poteri decisionali in materia di concessioni di credito alla clientela, conferiti alle filiali a seconda delle loro dimensioni e, comunque, della loro importanza.Avviene pertanto che, oltre i limiti di propria competenza, le filiali di rango minore sottopongono le concessioni di credito in favore della clientela alle filiali dalle quali dipendono. Queste deliberano tali concessioni di credito se rientranti nei propri poteri autonomi, o le trasmettono a loro volta alle direzioni superiori di area o della direzione centrale. Riguardo all’operatività, non tutte le filiali sono organizzate per compiere operazioni di qualsiasi genere; alcune hanno un’operatività limitata alle operazioni di carattere ordinario e per le altre si limitano a raccogliere la documentazione da inoltrare alla filiale maggiore che provvede allamateriale esecuzione. Così avviene per certe operazioni con l’estero, per i mutui ipotecari ecc. Particolari poteri di sorveglianza, deci- sionali e di controllo sono sovente esercitati su raggruppamenti di filiali da speciali strutture di area. Quanto ai rapporti contabili che originano da rimesse e trasferimenti di fondi tra filiali, gli stessi sono regolati in un conto corrente interno che ciascuna filiale intrattiene con la direzionecentrale. Il conto interno esprime la posizione finanziaria della filiale: questa può essere tendenzialmente creditrice se la filiale ha un’eccedenza di fondi derivante da un maggior volume di depositi rispetto agli impieghi creditizi; debitrice nel caso inverso. Al conto corrente tra le filiali e la direzione centrale è applicato il tasso interno dei fondi, la cui misuraha una notevole influenza sulla contribuzione agli utili rilevata da apposite analisi di redditività.

  • RAPPORTO BRADY

    Rapporto steso dall’Independent Committee of Inquiry into Non- Bank Financial Institutions and Related Financial Processes del Queennsland (Australia) presieduto da N.J.Brady e pubblicato nel 1990 col titolo Non-bank financial institutions and related financial processes in the State of Queensland. Contiene valutazioni e proposte per accrescere concorrenza ed efficienza del sistema bancario. La commissione constata che l’evoluzione tecnologica dei mercati ha spesso favorito nuovi intermediari non soggetti alle norme della regolamentazione bancaria circa la localizzazione o la specializzazione dell’attività di intermediazione, spingendo gli operatori bancari a forme di concorrenza che ne hanno eroso i margini di profittabilità e affidabilità. Inoltre si rileva come un impiego improprio dell’assicurazione dei depositi ha consentito un certo trasferimento del rischio bancario dalle banche al contribuente. La commissione propone la rimozione di vincoli geografici e di specializzazione finanziaria, nonché la possibilità di partecipazioni bancarie in imprese commerciali; il ridimensionamento dell’impiego dell’assicurazione dei depositi, destinato principalmente alla difesa del piccolo risparmiatore; l’accrescimento del ruolo della vigilanza e una più consistente capitalizzazione; l’adozione di una normativa uniforme e non frammentaria;la ricapitalizzazione del fondo di assicurazione dei depositi. Pur nascendo in un ambiente relativamente piccolo (il Queennsland), il Rapporto ha un notevole interesse per l’approfondimento della materia in esso compiuta. Da non confondere col Brady Report relativoalla crisi di borsa dell’Ottobre 1987, redatto dal Presidential Task Force on Market Mechanisms più nota come Brady Commission dal nome del suo presidente Nicholas Brady, Segretario del Tesoro USA.

  • RAPPORTO CADBURY

    È il Report of the Committee on Financial Aspects of Corporate Governance, più noto come Cadbury Report da Adrian Cadbury, presidente del comitato. Presentato il 1°.12.1992, è il primo e il più importante rapporto in materia di corporate governance. Il comitato omonimo era stato costituito nel 1991 dal Financial Reporting Council, dal London Stock Exchange e dalle categorie professionali. Obiettivo del comitato era di passare in rassegna gli aspetti della corporate governance specialmente connessi al sistema di informazioni economico-finanziarie comunicate al pubblico e alla responsabilità del board in un’economia di mercato. È presuppostoche il management deve essere libero di gestire l’impresa e che questa libertà deve essere esercitata congiuntamente al vincolo di un’effettiva responsabilità. Le raccomandazioni del rapporto si concentrano sulle funzioni di controllo e di reporting del board e sul ruolo degli auditors e sulla proposta di adozione, da parte delle società, di un Code of Best Practice. Il concetto è stato ripreso dal Comitato per la corporate governance delle società quotate italiano, costituito nel 1999 da Borsa italiana spa e dal suo Codice di autodisciplina (Codice Preda).

  • RAPPORTO CHILD

    Rapporto del Child Committee incaricato nel 1983 congiuntamente dal Governo inglese e dalle banche che facevano parte della Bankers’ Clearing House. Pubblicato nel dicembre 1984 col titolo Payment Clearing System (ma più noto come Child Report), conteneva due principali raccomandazioni: istituire una nuova struttura organica dei sistemi di compensazione dei pagamenti e introdurre nuove regole di adesione ai sistemi. In seguito al Rapporto vennero costituite tre società operative sotto l’egida dell’APACS (q.v.) e il controllo degli associati.

  • RAPPORTO CORRIGAN

    Il documento apparso nel 1987 come Rapporto Corrigan concerne la ristrutturazione del sistema bancario e finanziario statunitense, giudicata provvedimento urgente e necessario in seguito agli eventi della prima metà degli anni Ottanta. Le linee guida di tale documento si fondano sulla necessità di rafforzare l’attività di supervisione sugli intermediari, di accrescere la stabilità e la sicurezza del sistema finanziario senza tuttavia ostacolare le forze della concorrenza. Le principali proposte in esso contenute riguardano la netta separazione le so- tra banche ed attività commerciale; l’adozione di misure volte ad accrescere la capitalizzazione delle organizzazioni bancarie, in relazione a standardizzate misure di rischio; l’estensione della vigilanza esercitata dalla Federal Reserve a ogni organizzazione avente accesso al risconto e ai sistemi elettronici dei pagamenti, e la creazione di un apposito organo di vigilanza sui servizi finanziari; l’accrescimento delle forme di concorrenza tramite l’abolizione del divieto di pagare interessi sui depositi per transazioni estendendo al contempo gli obblighi di riserva.

  • RAPPORTO DE VOGHEL

    Rapporto dalla Commission gouvernamentale pour l’étude des problèmes de financement de l’expansion économique presieduta dal barone de Voghel, vice direttore generale della Banque Nationale de Belgique che gli ha dato il nome. La commissione elaborò alcune proposte in tema di contenimento del disavanzo pubblico, di riduzione dei tassi di interesse e soprattutto di regolamentazione degli interventi bancari nel finanziamento dell’attività industriale. In particolare venne proposta la rimozione del divieto fatto alle banche, giudicato troppo restrittivo, di acquistare quote azionarie di imprese non bancarie. Si suggerirono, inoltre, ulteriori provvedimenti volti a stimolare l’ingresso delle banche nel comparto del credito a medio- lungo termine, favorendo gli investimenti in azioni e obbligazioni industriali. Il Rapporto de Voghel ha ispirato riforma della borsa belga del 1967 (Arrêté royal n. 61 du 10 novembre 1967).

  • RAPPORTO DELORS

    Il Rapporto sull’unione economica e monetaria nella Comunità europea, steso dal Comitato per lo studio dell’unione economica e monetaria delle Comunità europee, è correntemente conosciuto come Rapporto Delors dal nome del presidente del Comitato (e presidente della Commissione europea dal 1985 al 1995) Jacques Delors (relatori Gunter D. Baer, Tommaso Padoa-Schioppa). Il compito assegnato dal Consiglio europeo di Hannover del 27-28.6.1988 era quello di elaborare un progetto per la realizzazione dell’Unione economica e monetaria. Il Comitato era composto dai governatori delle banche centrali nazionali della Comunità europea, da Alexandre Lamfalussy, allora Direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali, dall’economista Niels Thygesen e dal Presidentedel Banco Exterior de España Miguel Boyer. Il Rapporto, consegnato ai ministri dell’economia e delle finanze al Consiglio europeo di Madrid del 28-29.6.1989, proponeva una “tabella di marcia” articolata in tre fasi per la realizzazione dell’Unione. La prima fase era intesa come preparatoria: completamento del mercato interno, riforma dei Fondi strutturali e loro allargamento per ridurre le disparità regionali, completa liberalizzazione dei movimenti di capitale (v. libertà di circolazione dei capitali e libertà dei pagamenti), rimozione di tutti gli ostacoli alla integrazione finanziaria. La seconda fase doveva realizzare un elevato grado sia di convergenza tra le politiche economiche (con l’introduzione di regole precise per limitare i deficit nazionali), monetarie ed i tassi di inflazione, sia di stabilità dei tassi di cambio e doveva concludersi con la costituzione del SEBC (SEBC) e dell’IME che doveva sostituire il FECOM. Il raggiungimento di questi obiettivi avrebbe dovuto consentire di passare alla fase finale dell’unione (terza fase), caratterizzata dall’uso dell’ECU come unica moneta e da una politica comunitaria comune e con una banca centrale europea (poi realizzata con la BCE) ormai artefice di questa politica. Le linee generali del Rapporto Delors sono state recepite e dal Trattato di Maastricht che ha istituito l’UEM stabilendone la realizzazione in tre fasi. L’accordo raggiunto nel dicembre del 1991 a Maastricht ha allungato i tempi rispetto alle ipotesi inizialmente contenute nel Rapporto Delors ed ha stabilito che, qualora non si raggiunga un accordo prima, la terza fase deve iniziare inderogabilmente il 1°.1.1999, precisando, noltre, che la costituzione del SEBC deve precedere di sei mesi l’avvio della terza fase. I termini sono stati rispettati (v. UEM).

  • RAPPORTO GIURIDICO

    Relazione tra due o più soggetti caratterizzata dalla rispettiva posizione di potere e di dovere in relazione ad un interesse, la cui rilevanza economico-sociale viene riconosciuta dall’ordinamento giuridico. Da tale riconoscimento scaturisce un rapporto giuridico intersoggettivo, in base al quale il primo soggetto è titolare di una situazione giuridica attiva (c.d. diritto soggettivo, o inte- resse legittimo, che gli conferisce particolari potestà, o facoltà) ed il secondo è titolare di una situazione passiva che si concretizza in unobbligo ovvero in una soggezione. Entrambi i soggetti, attivo e passivo, del rapporto, ne costituiscono le parti sulle quali si realizzano gli effetti che, invece, non si producono di massima né a favore né a danno dei terzi, i quali rimangono estranei al rapporto giuridico. Per la particolare configurazione dei rapporti inerenti i diritti sulle cose e sui beni immateriali v. bene; proprietà.

  • RAPPORTO LAMFALUSSY

    Denominazione abbreviata del Report of the Committee of Wise Men on the Regulation of European Securities Markets, noto anche come Comitato dei saggi, di cui era presidente Alexandre Lamfalussy. Nella Relazione, presentata il 15 febbraio 2001, si segnala il cattivo funzionamento e le lacune della regolamentazione dei mercati europei dei valori mobiliari e si raccomanda una riforma della legislazione in vigore. Vi si osserva che la regolamentazione del mercato finanziario europeo non è armonizzata, è troppo lenta, rigida e non adeguata alle esigenze e si sottolinea inoltre che le attuali legislazioni sono complessa e non correttamente applicate. Il Comitato ritiene che altri problemi provengono dal cattivo funzionamento dei sistemi di compensazione e di regolamento e proponedi procedere alla riforma della normativa attraverso quattro livelli. Il livello 1 è quello dei principi quadro, la cui adozione dovrà essere preceduta da una consultazione di tutti gli interessati da parte della Commissione. Il livello 2 dovrebbe attuarsi attraverso il lavoro coordinato delle autorità nazionali di regolamentazione, della Commissione e di un nuovo Securities Committee col compito di accelerare le riformelegislative e di dare attuazione ai principi quadro. Il Securities Committee dovrebbe concentrare il suo lavoro su un piano di modernizzazione delle regole relative agli investimenti e ai fondi pensione, di adozione di sistemi di accounting standardizzati e di predisposizionedi un unico accesso a tutti i mercati finanziari del continente. Il livello 3 è quello della cooperazione delle autorità di regolamentazione nazionali per garantire un coerente recepimento delle conclusioni dei livelli 1 e 2. Il livello 4 dovrebbe procedere, sotto il controllo della Commissione, all’applicazione dei testi adottati. a relazione insiste inoltre sulla necessità di garantire trasparenza piena e istituzionalizzata per tutto il processo legislativo e di istituire un controllo interistituzionale prima di procedere nel 2004 a una revisione del sistema associandovi il Parlamento europeo. In seguito al Rapporto, al Consiglio europeo di Stoccolma del 23-24.3.2001, la Commissione ha fatto una serie di proposte per riformare il settore. Queste nuove misure dovrebbero entrare in vigore alla fine del 2003 ed integrano allo stesso tempo il Piano d’azione comunitario per i servizi finanziari presentato a fine 1998 e destinato ad essere realizzato da qui al 2005. Le misure decise consistono in tre punti: a) l’istituzione di due Comitati per la soppressione delle barriere all’integrazione e all’espansione dei mercati (Comitato europeo dei valori mobiliari, istituito dalla decisione 528/2001/CE della Commissione, del 6.6.2001 e Comitato delle autorità europee di regolamentazione dei mercati dei valori mobiliari-CERVM, istituito dalla decisione527/2001/CE della Commissione, del 6.6.2001); b) una proposta di direttiva riguardante gli abusi di mercato per ristabilire la fiducia dei consumatori e a garantire la stabilità e la trasparenza dei mercati (abuso di informazioni privilegiate e manipolazione del mercato, aggiornando interamente la direttiva del 1989 relativa all’insider trading); c) una direttiva relativa ai prospetti, ossia ai documenti informativi che permettono agli investitori di verificare le attività e le passività, la situazione finanziaria, le perdite e i profitti e le prospettive della società emittente dei valori, così come i diritti legati ai titoli offerti al pubblico o introdotti in borsa. I lavori in corso riguardano la revisione della direttiva del 1982 relativa all’informazione periodica, la compensazione e il regolamento delle transazioni a livello europeo e la revisione della direttiva del 1993 concernente i servizi di investimento. Il Consiglio Ecofin del 16.10.2001 nel prender nota di un rapporto sullemisure per la lotta al finanziamento del terrorismo ha raccomandato l’accelerazione dei lavori relativi al punto b) sugli abusi di mercato el’avvio di iniziative per rafforzare la collaborazione multilaterale in specie nell’azione contro il riciclaggio e nelle contromisure verso i Paesinon cooperativi.

  • RAPPORTO LORAIN

    Rapporto del Comité chargé d’étudier le financement des investissements, istituito dal ministro delle finanze francesi Valéry Giscard d’Estaing il 6.6.1962. Il rapporto è stato presentato nel 1963 e porta il nome del presidente del Comitato, Maurice Lorain, presidente della Société Générale. Nel documento viene compiuto un esame completo dei circuiti finanziari dell’economia e del Tesoro francesi con un’estensione ai problemi d’ordine tributario, ma escludendo gli aspetti finanziari del bilancio dello Stato. Le raccomandazioni sono mirate al riordino e al miglioramento del mercato finanziario francese e contengono proposte di creazione di società di investimento a capitale variabile (SICAV), di introduzione di azioni privilegiate (non esistenti in Francia) e di azioni con diritto di voto plurimo, di obbligazioni convertibili e di obbligazioni con partecipazione agli utili sociali. Il rapporto si occupava, inoltre, delle società di assicurazione, rilevando l’opportunità di indurre queste ad una maggiore diffusione dei contratti c.d. “valorizzabili” ed a maggiori impieghi in obbligazioni industriali.

  • RAPPORTO MACKAY

    Rapporto pubblicato il 14.9.1998 il cui titolo completo è Task Force Report on the Future of the Canadian Financial Services Sector (fr. Rapport du Groupe de travail sur l’avenir du secteur des services financiers canadien). La Task Force era stata insediata dal ministro delle finanze canadesi il 19.12.1996 sotto la presidenza di Harold MacKay avvocato e chairman della MacPherson Leslie & Tyerman. Riguardo ai quattro grandi temi per la quale era stata istituita la Task Force si è espressa a favore del rafforzamento della concorrenza e della competitività, dell’accrescimento del potere del consumatore, di una modifica del comportamento delle istituzioni finanziarie che vadano incontro alle attese dei Canadesi e di un miglioramento della regolamentazione. Il lavoro si è concluso con 124 raccomandazioni molto analitiche e legate all’ordinamento dei mercati finanziari canadesi, tra le quali p.e.: introdurre un regime di protezione dei dati personali e sensibili; istituire un ombudsman bancario; favorire rapporti di partenariato tra istituzioni finanziarie e organizzazioni mutue per il micro-credito; fornire ai consumatori un’informazione chiara e semplice; favorire l’accesso ai servizi bancari anche i canadesi con redditi bassi; permettere alle compagnie d’assicurazioni sulla vita, ai fondi comuni e ad altri agenti finanziari di accedere direttamente ai sistemi di pagamento; ermettere alle banche straniere di accedere al mercato canadese con proprie filiali peraumentare l’offerta di servizi finanziari; eliminare l’imposta alla fonte sugli interessi per incoraggiare i finanziatori stranieri a entrare sul mercato canadese; armonizzare la legislazione per favorire la diffusione dell’e-commerce; permettere alle banche di vendere polizze assicurative. Il MacKay Report è stato discusso dallo Standing Committee on Finance del Parlamento canadese che ha pubblicato nel 1999, sotto la direzione del suo Presidente Maurizio Bevilacqua, deputato dell’Ontario, uno studio The Future Start Now. A Study on the Financial Services Sector in Canada, al termine del quale le 124 raccomandazioni della Task Force sono esaminate una per una e per lo più accettate (ma su alcune il Comitato si è dichiarato in disaccordo). Allo studio sono allegate le opinioni dei partiti dissenzienti.

  • RAPPORTO MACMILLAN

    Il Macmillan Report è il prodotto, pubblicato nel 1931, del Committee on Finance and Industry inglese, istituto nel 1929. Al Comitato, che aveva l’incarico di studiare i problemi valutari, finanziarie industriali suscitati dalla difficile congiunturaeconomica interna e internazionale, partecipò tra gli altri anche John Maynard Keynes (1883-1946). Il Macmillan Report contienedue importanti conclusioni: l’una sulla stabilità del tasso di cambio della sterlina, che venne riconosciuto da tutti i componenti una prioritàassoluta per l’Inghilterra, l’altra sul finanziamento delle imprese. Sul primo punto il Comitato fu smentito dai fatti: due mesi dopo la pubblicazione del Report l’UK abbandonò il gold standard e il cambio della sterlina si deprezzò subito del 2% seguitando a scendere per un anno.Sul secondo punto il Report mise in evidenza le difficoltà delle piccole e medie imprese (smaller and medium-sized companies; v. PMI) di finanziamento a medio-lungo termine (Macmillan gap), riconoscendo nel contempo così il ruolo importante delle PMI nello sviluppodel reddito e dell’occupazione. Il Comitato raccomandò di istituire un ente con meccanismi di raccolta di fondi a lungo termine anche per somme modeste, intorno alle 200.000 sterline, non collocabili attraverso i canali ordinari delle issuing houses. Questa proposta fu realizzata nel 1945 quando le banche sostennero la Banca d’Inghilterra nella costituzione dell’Industrial and Commercial Finance Corporation (ICFC). Il concetto di PMI con le connesse difficoltà di finanziamento è stato ripreso dal Bolton Committee del 1969-1971 edal Wilson Committee del 1977-1980 (v. Rapporto Wilson), specificamente costituito per lo studio dei problemi delle PMI e ha costituito il punto di partenza delle politiche a favore delle PMI avviate nel secondo dopoguerra in Occidente. Il Rapporto Macmillan ha anche un rilievo storico dovuto al fatto che nel Comitato si discusse l’utilità di un programma di opere pubbliche e di restrizioni alle importazioni per il rilancio dell’economia inglese. La questione era stata proposta in quegli anni da Keynes e aveva trovato una risposta favorevole nell’Addendum I allegato al Rapporto Macmillan, un documento firmato oltre che da Keynes anche da altri economisti ma venne rigettata dal Comitato e non accolta nelle conclusioni finali del Report.

  • RAPPORTO MELTZER

    È il Report of the International Financial Institution Advisory Commission (IFIAC) statunitense. L’IFIAC è stata istituita nel novembre 1998 dal Congresso per studiare ruolo ed efficacia e, più concretamente, le linee di riforma di sette organizzazioni finanziarie multilaterali: FMI, BIRS e World Bank Group, Asian Development Bank (AsDB), Inter-American Development Bank (IDB), African Development Bank (AfDB), Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) e World Trade Organization (WTO). Presidenteè stato Allan H. Meltzer, professore di Political Economy alla Carnegie Mellon University. Il Rapporto è stato presentato al Congresso e al Department of Treasury l’8.3.1999 e pubblicato in edizione finale nel marzo 2000. Il Rapporto sostiene e dimostra che la Banca mondiale, il FMI e le banche regionali hanno mancato largamente la loro missione di ridurre la povertà e di mantenere la stabilità e devono,quindi, essere profondamente trasformati. Banca mondiale e banche regionali di sviluppo non muovono affatto rapidamente verso l’obiettivo di un mondo senza povertà e nemmeno verso quello minore, ma assai più realizzabile di aumentare gli standards e la qualità della vita, specialmente per le popolazioni più povere del mondo. Le proposte della Commissione per aumentare l’efficienza delle istituzionifinanziarie internazionali sono molto articolate per il FMI e le MDB. All’unanimità la Commissione ha proposto che il FMI, la Banca mondiale e le altre banche regionali di sviluppo cancellino interamente, senza chiederne il rimborso, i loro crediti verso i Paesi poveri altamente indebitati (HIPC), che si imposti una strategia realistica di sviluppo economico e sociale congiuntamente da parte della Banca mondiale e delle istituzioni regionali di sviluppo, che il FMI limiti la sua attività di finanziamento all’assistenza alle crisi di breve termine e che sia interrotta la finzione dei finanziamenti ai Paesi poveri non in grado di far fronte al rimborso. Nelle numerose altre proposte di dettaglio, talvolta assunte a maggioranza, alcune vanno ricordate. Per la Commissione Meltzer il FMI deve cessare dall’attività di finanziamento a lungo termine per l’assistenza allo sviluppo (p.e. ai Paesi dell’Africa sub-Sahariana) e per le trasformazioni strutturali (p.e. ai Paesi ex-comunisti) eliminando l’Enhanced Structural Adjustment Facility e la Poverty Reduction and Growth Facility (v. FMI). Esso deve essere ristrutturato e concentrato in una piccola istituzione con tre soli compiti: operare come quasi-prestatore di ultima istanza dei Paesi emergenti affidabili e solventi, raccogliere e pubblicare dati economici e finanziari dai Paesi membri e diffonderli in tempi e presentazioniuniformi, svolgere consulenza (ma senza potere di imporre condizioni) sulle politiche economiche dei Paesi membri. La Banca mondiale e le altre MDB devono razionalizzare la loro attività cessando da ogni intervento mirato puramente contro le crisi finanziarie e precludendosi la concessione di crediti a molte economie ormai emergenti. La razionalizzazione verrebbe riconosciuta anche dal cambiamento della denominazione della BIRS in World Development Agency e delle banche regionali in Development Agencies. Tutti i Paesi e tutti i programmi regionali in Asia e in America latina devono passare interamente sotto la competenza primaria delle banche di sviluppo regionali (AsDB e IDB). La BIRS resterebbe l’Agenzia di sviluppo competente per i Paesi europei e del Medio oriente e la fonte principale di assistenza per l’Africa fino a che l’AfDB non sarà pronta ad assumere pienamente le sue responsabilità. Il gruppo della Banca mondiale dovrà specializzarsi nello sviluppo di beni pubblici globali (prevenzione e cura delle malattietropicali, AIDS, protezione razionale delle risorse ambientali, programmi agricoli delle regioni tropicali ecc.) e nella prestazione di servizi di assistenza tecnica alle banche regionali di sviluppo. L’IFC deve essere incorporato nella BIRS (anzi nella nuova World Development Agency) e la MIGA deve essere posta in liquidazione e chiusa. Il Rapporto raccomanda, infine, che la BRI rimanga un’organizzazione internazionale di standard setting, che il Comitato di Basilea allinei più strettamente le misure di vigilanza prudenziale ai rischi di credito e di mercato e che il WTO non calpesti le sovranità nazionali e non si occupi, quindi, di politichee di regolamentazioni nazionali, in particolare in materia di servizi bancari, pratiche contabili e standards finanziari che è meglio che rimangano nella responsabilità di agenzie specializzate. Il Tesoro statunitense ha risposto articolatamente al Rapporto Meltzer con due lunghe note: l’U.S. Treasury Response to the Meltzer Report del giugno 2000 e l’U.S. Treasury Report on Implementation of Recommendations made by the International Financial Institutions Advisory Committee dell’ottobre 2001.Il Tesoro USA concorda su quasi tutte le conclusionigenerali approvate all’unanimità dall’IFIAC, ma dissente su diverse proposte di dettaglio. Esso giudica, p.e., non desiderabili e non fattibili e contrario agli stessi interessi degli Stati Uniti eliminare gli interventi delle IFI contro le crisi finanziarie e quelli per il sostegno della stabilità finanziaria internazionale, per la promozione di riforme e di sviluppo orientati verso economie di mercato e le concessioni di crediti a condizioni agevolate. Per la cancellazione dei debiti delle HIPC il Tesoro si dichiara favorevole solo verso quei Paesi che stanno effettivamente attuando strategie di sviluppo economico, ma contrario a una cancellazione generale e indifferenziata che giudica un’iniquità e un’istigazione al moral hazard. Il Rapporto Meltzer è un lavoro importante, unico del suo genere ed esemplare per l’assenza di richiami ideologici, per il costante riferimento a fatti e circostanze concrete e per il pragmatismo delle sue conclusioni.

  • RAPPORTO PORTER

    Rapporto della Royal Commission on banking and finance (Commission royale d’enquête sur le système bancaire et financier), nominata dal Governo canadese nel 1961 e posta sotto la presidenza di Dana Porter, presidente della Corte di giustizia dell’Ontario per lo studio della revisione del Banking Act del 1933. La Commissione estese però le sue ricerche alle condizioni del mercato del credito, alla politica fiscale e alla politica monetaria, al debito pubblico e ai loro aspetti internazionali. I lavori della Commissione durarono due anni e mezzo, con audizioni pubbliche e acquisizione di rapporti scritti anche di eminenti economisti (p.e. Paul Samuelsone Jacob Viner) e di diversi governatori di banche centrali estere. Il Report of the Royal Commission on banking and finance, pubblicato nel febbraio 1964, non ha molti contributi di dottrina originali a confronto con gli altri due rapporti contemporanei (Rapporto Radcliffe eRapporto Wilde), tranne che su un punto, in cui andò contro corrente. I componenti la Commissione Porter credevano, infatti,nelle forze del mercato e si pronunciarono a favore dell’intensificazione della concorrenza e della deregolamentazione. Questa posizioneera tutt’altro che popolare quarant’anni fa, in un periodo in cui quasi tutto l’Occidente era dominato dalla convinzione della necessità di controlli amministrativi per garantire l’efficienza dell’economia e del credito in specie. Buona parte delle raccomandazioni in senso liberale del Rapporto Porter sono state recepite al Bank Act e dal Bank of Canada Act del 1967.

  • RAPPORTO RADCLIFFE

    Rapporto presentato dal Committee on the Working of the Monetary System presieduto da G.B.E. Radcliffe e istituito dal Cancelliere dello Scacchiere inglese nel 1957. Il Rapporto, presentato al Parlamento e pubblicato nel 1959, è accompagnato da tre volumi di Memoranda e uno di Minute of Evidence. Esso contiene una descrizione accurata del sistema bancario e finanziario inglese degli anni Cinquanta estesa a tutti gli intermediari pubblici e privati e un’analisi e una spiegazione dei meccanismi di trasmissione della politica monetaria e della sua efficacia interamente compiuta secondo un orientamento keynesiano. Ciò fu dovuto al fatto che il Comitato era composto interamente di economisti di formazione keynesiana e al fatto che il nascente monetarismo di Milton Friedman era ancora confinato nell’accademia americana. Per questo motivo il Rapporto Radcliffe è stato considerato a suo tempo come la più importantetrattazione di economia monetaria keynesiana e del modo keynesiano di vedere i meccanismi di trasmissione e l’efficacia della politica monetaria e ha costituito per molti anni il punto di riferimento e di legittimazione della politica monetaria e fiscale inglese, di fatto del deficit spending. Il Rapporto rifiuta il concetto di velocità di circolazione della moneta, manifesta la convinzione che l’intensità della domanda aggregata è influenzata dalla liquidità degli agenti potenziali di spesa e quindi dalla liquidità dei loro possibili finanziatori. Di conseguenza, per il Comitato la politica monetaria dovrebbe limitarsi ad assicurare la liquidità dell’economia. Negli strumenti di controllo dell’inflazione proposti dal Rapporto Radcliffe non sono incluse restrizioni all’offerta di moneta. Dell’impiego della politica monetaria il Rapporto Radcliffe ha una concezione riduttiva, imitata a un ruolo del tutto secondario e subordinato di appoggio alle misure di politica fiscale e ai controlli amministrativi diretti sull’economia.

  • RAPPORTO SUL COSTO DELLA NON-EUROPA

    Ampia serie di ricerche commissionate dalla Commissione delle Comunità Europee nel 1986 e completate nel 1988, con l’obiettivo di una quantificazione dei costi derivanti dalla segmentazione del mercato unico europeo in dodici mercati nazionali a causa della presenza di ostacoli di varia natura (v. barriere non tariffarie) e, quindi, dei vantaggi economici chel’unificazione del mercato comporterebbe per imprese a consumatori europei in primo luogo, ma anche extra CEE in secondo luogo. Esse sono anche note come Rapporto Cecchini, dal nome del direttore di tale progetto di ricerca. Secondo le conclusioni del rapporto, i vantaggi sono valutabili in circa 200 miliardi di ECU, in termini di minori costi, e potrebbero essere addirittura aumentati con l’aiuto di politiche economiche cautamente positive. Anche lo sviluppo del PIL comunitario subirà un effetto positivo pari ad un tasso di incremento una tantum compreso fra un minimo del 4,5%, senza misure di accompagnamento di politica economica, ed un massimo del 7,5%, con misure di accompagnamento.L’inflazione dovrebbe diminuire del 6,1% nel primo caso e del 4,5% nel secondo,così come il deficit pubblico dovrebbe ridursidi una percentuale del 2,2% nel primo caso e di un valore leggermente inferiore all’1% nel secondo caso. Infine, la creazione del mercatounico europeo sarà in grado di esercitare un impatto positivo sull’occupazione europea venendo a creare fra l’1,8 e i 5,7 milioni di occupati in più e ponendo così fine a due decenni i crescita della disoccupazione.

  • RAPPORTO SULLA CORPORATE GOVERNANCE

    Documento pubblicato dal Comitato per la Corporate Governance delle Società Quotate costituito dalla Presidenza della Borsa Italiana spa nel 1999 con l’obiettivo di predisporre, oltre al Rapporto, un Codice di autodisciplina delle società quotate. Il Rapporto rileva che l’accesso delle imprese al mercato dei capitali avviene ormai su basi competitivee con riferimento al mercato finanziario globale e che le decisioni degli investitori in materia di allocazione dei capitali sono influenzatesia dalle condizioni generali del sistema Paese, sia dalle caratteristiche delle singole imprese e tengono conto non solo di valutazioni economiche ma anche dei livelli di affidabilità e di accountability del sistema normativo e della gestione delle singole società. Riguardo a queste ultime è importante rassicurare la comunità degli investitori internazionali sull’esistenza nelle società quotate di un modello organizzativo che prevede adeguate ripartizioni di responsabilità e poteri e con un corretto equilibrio tra gestione e controllo. L’insieme di queste caratteristiche è riassunto nel concetto di corporate governance cioè il sistema di regole secondo le quali le imprese sono gestite e controllate. La corporate governance è il risultato di norme, di tradizioni, di comportamenti elaborati dai sistemi economici, giuridici ed etici non riconducibile ad un modello unico, esportabile e praticabile in tutti gli ordinamenti. Scartata l’ipotesi di imporre una normativa uguale e obbligatoria per tutti emanata per decreto, il Comitato ha scelto la via (tutt’altro che sperimentata finora nel nostro Paese) dell’autodisciplina volontaria, secondo la consuetudine americana, contando sull’efficacia dell’interesse delle parti e della forza di persuasione morale derivante dall’esistenza di un Codice di autodisciplina che proviene da una fonte autorevole e super partes. Il Comitato ha voluto un Codice allineato con la pratica internazionale, basato sul principio della libertà di organizzazione e di governo di impresa unito alla correttadefinizione delle responsabilità in un regime di perfetta trasparenza. Il principio guida del Codice è freedom with accountability: lasciare che le imprese perseguano i propri obiettivi ma con piena trasparenza delle scelte. Se il Codice di riferimento verrà assunto dalle società quotate come punto di riferimento della Best Practice potrà riassicurare la comunità degli investitori sull’esistenza nelle società quotate di un modello organizzativo chiaro e ben definito con adeguate ripartizioni di responsabilità e poteri e con un corretto equilibrio tra gestione e controllo.

  • RAPPORTO SULLO SVILUPPO UMANO

    Il Rapporto sullo Sviluppo Umano (in inglese Human Development Report) è uno strumento del Porgramma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) che ha l’obiettivo di offrire un metodo semplice ed accessibile per studiare e comprendere la dimensione umana dello sviluppo a livello globale e nazionale (si veda sito UNDP). Il rapporto è curato da gruppi di accademici ed esperti di rilevanza internazionale ed è pubblicato ogni anno. Il primo rapporto fu presentato nel 1990 dietro la spinta del Consulente Speciale del capo dell’UNDP, Mahbub ul Haq.
    Negli ultimi venti anni il Rapporto ha affrontato diverse questioni connesse allo sviluppo incentrato sull’espansione delle possibilità di scelta degli individui e ha offerto appropriati indici di misurazione volti a catturare dal punto di vista quantitativo le diverse sfaccettature del problema dello sviluppo umano. Nel corso del tempo, inoltre, gli indici di sviluppo umano sono stati ampliati e migliorati. Gli indici includono l’Indice di Sviluppo Umano, l’Indice di Sviluppo per Genere, l’Indice di Partecipazione delle Donne, l’Indice di Povertà.

    Bibliografia

    UNDP Reports
    UNDP, Human Development Report 1990, New York, Oxford University Press 1990

    Redattore: Valentina GENTILE

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  • RAPPORTO TRA I BENEFICI ED I COSTI ATTUALIZZATI (RBCA)

    Il RBCA è un criterio di valutazione dell'accettabilità e/o preferibilità di progetti di investimento. Viene calcolato come il rapporto tra i benefici ed i costi attualizzati.
    Secondo questo criterio un progetto risulta ammissibile se il rapporto tra il valore attuale dei benefici e dei costi è positivo. Tra più progetti di investimento sarà preferito quello che presenta il rapporto benefici-costi più alto.
    Tale rapporto presenta alcuni vantaggi operativi, principalmente in quanto rapido da calcolare e rappresentando un rapporto fra due valori, il RBCA è utile per mettere in evidenza alcune caratteristiche della struttura del progetto. Tuttavia, la sua applicazione nell'analisi economica dei progetti presenta un importante inconveniente: il RBCA è particolarmente sensibile alla definizione delle voci di costi e benefici. Raggruppando i benefici ed i costi in modo differente, si ottengono valori del RBCA sensibilmente diversi.

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  • RAPPORTO WERNER

    Il Consiglio europeo del 6.3.1970 incaricava un comitato di esperti presieduto dal lussemburghese Pierre Werner di formulare proposte per la realizzazione dell’Unione economica e monetaria. L’incarico seguiva la decisione del vertice dei capi di Stato dell’Aja del dicembre precedente di adottare come obiettivo ufficiale della Comunità la realizzazione dell’UEM (v. piano Barre). Nell’ottobre 1970 il gruppo Werner presentò la sua relazione definitiva, nella quale era prevista l’attuazione entro dieci anni, secondo un piano a tre fasi, dell’unione economica e monetaria integrale. L’obiettivo finale era giungere alla liberalizzazione integrale dei movimenti di capitali e alla determinazione irrevocabile dei rapporti di parità o addirittura alla sostituzione delle monete nazionali con una moneta unica. Nella relazione si raccomandava inoltre di rafforzare il coordinamento delle politiche economiche e di determinare gli orientamenti nel settore delle politiche statali di bilancio. Il rapporto ha rappresentato il primo programma per la realizzazione dell’Unione Economica e Monetaria. Adottato dal Consiglio europeo del 22.3.1971, il Rapporto prevedeva che si arrivasse all’Unione monetaria gradualmente, con la liberazione dei movimenti dei capitali, l’integrazione dei mercati bancari e finanziari, l’eliminazione dei margini di fluttuazione e la fissazione delle parità di scambio. La prima fase di realizzazione dell’UEM, corrispondente alla riduzione dei margini di fluttuazione monetaria, doveva attuarsi su base sperimentale, senza implicare nessun impegno per la continuazione del processo. Questo sforzo non si è concretizzato a causa della crisi del dollaro del1971 e della distanza fra le diverse organizzazioni economiche dei sei Paesi allora membri della Comunità europea.

  • RAPPORTO WILDE

    Relazione conclusiva dal titolo Money and Credit, their Influence on Jobs, Prices and Money pubblicata nel 1961 dalla Commission on Money and Credit, presieduta da Frazar B. Wilde, presidente della Commecticut General Life Insurance Company. Sebbene auspicata dal Parlamentoe dal Governo, per il timore di intromissioni e di condizionamenti politici la Commissione era stata finanziata dalla Fondazione Ford, dalla Fondazione Merril e sponsorizzata dal Committee for Economic Development (CED), autorevole organizzazione indipendente statunitense che raccoglie managers ed educatori impegnati nello studio delle maggiori questioni economiche e sociale e nell’elaborazione di proposte di soluzione. La commissione era stata la risposta americana al Comitato inglese che in quegli stessi anni preparava il Rapporto Radcliffe. Essa era composta quasi esclusivamente di uomini d’affari, ma ebbe nell’Advisory Board e tra i contributori economistidi rilievo (p.e. Richard Musgrave, Paul Samuelson, Jacob Viner, Milton Friedman, Robert Solow). Rispetto al Rapporto Radcliffe, la relazione Wilde ha una trattazione meno accademica e più attenta ai referenti concreti dei concetti, rispecchiate da un linguaggio vicino alla pratica degli affari. Ciò la rende di non facile comprensione per chi non ha esperienza elle tecniche finanziarie, in specie di quelle statunitensi dell’epoca, ma consente a chi ce l’ha di identificare praticamente operazioni, strumenti e obiettivi. La relazione individuava esplicitamente lo stato dell’economia USA come quello di economia mista, sebbene fondamentalmente di mercato (concetto introdotto in economia da Samuelson, che l’ha suggerito alla Commissione) e definiva i diversi obiettividella politica monetaria (espansione, basso livello di disoccupazione, stabilità dei prezzi) riconoscendone l’interdipendenza e la possibilità di conflitto, ma concludendo che essi possono essere raggiunti simultaneamente purché non ci si aspetti per ciascuno di essi l’impossibile. Il rapporto, inoltre, consigliava di allargare il ventaglio dei titoli pubblici da negoziare sul mercato aperto, di allungare la scadenza media del debito pubblico, di fissare un unico saggio di ufficiale di sconto nei dodici distretti del Federal Reserve System, di limitare il ricorso alla manovra della remunerazione delle riserve obbligatorie, introducendo la parità di trattamento per tutte le banche, auspicaval’esenzione dall’obbligo di riserva dei depositi vincolati e proponeva, poi, alcune riforme degli organi di decisione del Federal Reserve System. Di particolare rilievo è la raccomandazione al Federal Reserve Board di informare, per regola, tempestivamente e con sufficienti particolari delle ragioni che hanno indotto ad assumere certe decisioni di politica monetaria. Ciò veniva già fatto, forse non con regolarità, al contrario dell’uso inglese propenso alla riservatezza e al segreto sui motivi delle decisioni. Infine Rapporto Wilde attribuiva il ruolo di strumento di politica anticongiunturale di stabilizzazione esclusivamente alla politica fiscale e in particolare alla manovra della tassazione, più che a quella dal lato della spesa. In proposito si proponeva di rafforzare l’efficacia degli stabilizzatori automatici con interventi discrezionali del Governo federale. In particolare è della Commissione la proposta della formula- flexibility, cioè la variazione automaticadel livello di alcune aliquote fiscali ogniqualvolta dei prefissati indicatori economici di riferimento superano una certa soglia di variazione.Il Rapporto Wilde si è occupato anche delle relazioni monetarie internazionali degli USA, dei programmi di credito federale, dell’organizzazione e del coordinamento degli obiettivi di politica economica e degli uffici a ciò preposti. Nell’insieme, rispetto al Rapporto Radcliffe,il lavoro della Commission on Money and Credit statunitense appare più consono ai compiti propositivi del gruppo di esperti e, tutto sommato, tecnicamente e scientificamente meno caduco.

  • RAPPORTO WILSON

    Rapporto presentato il 22.5.1980 dal Committee to Review the Functioning of Financial Institutions inglese, di cui era presidente Harold Wilson (Wilson Committee), istituito il 5.1.1977 col compito a) di indagare sul funzionamento delle istituzioni finanziarie in UK e all’estero e sulla loro importanza per l’economia; b) di riferire sulla provvista di fondi per l’industria e il commercio; c) di esaminare quali cambiamenti erano richiesti nelle strutture esistenti e nella vigilanza su di esse, incluso la possibile estensione del settore pubblico e di fare raccomandazioni in proposito. I compiti del Comitato Wilson erano abbastanza simili a quelli del Comitato Macmillan del 1929 (v. Rapporto Macmillan) e del Bolton Committee del 1969-1971, ma più estesi rispetto a essi. Il Comitato Wilson raccolse i pareri orali e scritti di circa 375 istituzioni, associazioni professionali e commerciali, società, istituti diversi e privati, pubblicando interim reports e un report finale di oltre 600 pagine che copriva virtualmente ogni aspetto del sistema finanziario del Regno unito con valutazioni e conclusioni non sempre unanimi. Il rapporto constatò che la raccolta del risparmio e del suo impiego era diventata sempre più istituzionalizzata nella forma soprattutto di compagnie di assicurazione e di fondi pensione ed espresse l’opinione che il costo dei finanziamenti inrelazione alla redditività era un vincolo cruciale per le decisioni di investimento nel settore reale. A questo riguardo solo una minoranza del Comitato propose l’istituzione di una banca di investimento pubblica. Nel Rapporto si propone di sperimentare l’indicizzazione delle obbligazioni private e dei titoli di Stato, di introdurre un sistema di credito agevolato per le piccole imprese, l’istituzione di una English Developmente Agency e di una nuova forma di investente trust destinato a investire in piccole imprese e dotato di agevolazioni fiscali per gli investitori. Veniva infine proposta una riforma dei mercati finanziari e si esprimeva un’opinionecontraria all’estensione del settore pubblico con nuove nazionalizzazioni di istituzioni esistenti.

  • RAPPRESENTANTE ALLE GRIDA

    Soggetto di cui in passato si avvalevano gli intermediari finanziari ufficiali per lo svolgimento dell’attività presso la borsa. Oggi, in seguito al passaggio dal sistema di contrattazione gridata al sistema telematico, processo iniziato il 25 novembre 1991 e perfezionatosi il 19.2.1996 con la telematizzazione dei contratti a premio, la figura professionale in oggetto è scomparsa. A fronte dell’esecuzione telematica ed automatica delle operazioni, solo per gli scambi di maggiore consistenza (quali gli ordini che transitano ai blocchi) è previsto il contatto diretto tra gli operatori che tuttavia negoziano il prezzo per via telefonica. Allo stato attuale, dunque, la contrattazione a grida e gesti è stata sostituita dall’uso di terminali installati sui banchetti degli operatori nei locali di borsa mediante i quali vengono scambiati ordini e messaggi che prima erano affidati al rappresentante alle grida

  • RAPPRESENTANZA

    Istituto giuridico con cui si rende possibile a un soggetto (rappresentante), investito dell’apposito potere, di sostituirsi al soggetto interessato (rappresentato) nel compimento di una determinata attività negoziale. Scopo pratico della rappresentanza è quello di consentire al titolare del rapporto di acquistare i diritti o di assumere le obbligazioni derivanti da un negozio giuridico posto in essere mediante la dichiarazione di volontà di un diverso soggetto. Può essere diretta o indiretta sebbene in genere solo la diretta è considerata vera rappresentanza (v. mandato). Nella prima il rappresentante, nel fare la dichiarazione, “spende” il nome del rappresentato, cioè dichiara di agire in nome e per conto di lui, e perciò gli effetti giuridici del negozio sono immediatamente riferibili al rappresentato; nella seconda, invece, il rappresentante non dichiara di agire in nome altrui, onde gli effetti del negoziosi producono immediatamente nella sfera giuridica di lui, ma egli ha l’obbligo (limitato ai rapporti interni, riconducibili ad un negozio di mandato) di ritrasmettere gli effetti stessi al rappresentato, sul quale in definitiva ricadono i rischi ed i vantaggi del negozio. La rappresentanza indiretta richiede, pertanto (inconveniente di un ulteriore negozio affinché gli effetti del primo si trasmettano sul patrimonio dell’interessato. Diversa dalla figura del rappresentante è quella del nuncius, a cui è affidato soltanto il compito di trasmettere materialmente la dichiarazione di volontà di un altro soggetto, alla quale egli è estraneo. La rappresentanza può derivare o da un atto negoziale del rappresentato (e si dice volontaria) o dalla legge (e si dice legale). Quella volontaria nasce da un negozio unilaterale di procura, con cui il rappresentato conferisce al rappresentanteil potere di agire in suo nome e nel suo interesse e rende noto ai terzi tale incarico anche nei suoi limiti. La rappresentanza legale siha tutte le volte in cui un soggetto sia incapace dl agire (v. capacità d’agire). La legge stabiliscele ipotesi in cui questo istituto trova applicazione, attribuendo ad un soggetto diverso dal titolare di diritti degni di tutela, l’ufficio ola funzione di rappresentanza. Caso tipico di applicazione si ha nella potestà dei genitori e nella tutela. La rappresentanza sin qui esaminata è funzionale rispetto al compimento di atti negoziali (c.d. rappresentanza sostanziale); da essa differisce quella processuale, che riguarda gli atti processuali nei giudizi in cui la parte deve per legge farsi assistere da un procuratore o da un avocato iscritto negli appositi albi. Dalla rappresentanza nascono per il rappresentante talune obbligazioni; egli non può, infatti, eccedere dai limiti dei poteri conferitigli, né può agire dopo la revoca o la cessazione del rapporto ed in tutti quei casi in cui si trovi in conflitto d’interessi con il rappresentato. L’eccesso di potere può venire sanato con la ratifica; in mancanza, il falso rappresentante rimane obbligato a risarcire i danni procurati al terza. La rappresentanza si estingue per il venir meno della procura o per la sua revoca; per morte o incapacità sopravvenuta del rappresentante o del rappresentato; per il compimento dell’affare in caso di procura speciale; per rinuncia del rappresentante; per raggiungimento della maggiore età da parte del minore rappresentato; per revoca dell’interdizione; o, infine, per il venir meno delle condizioni che avevano determinatola nomina di un rappresentante legale da parte dell’autorità giudiziaria.

  • RAPPRESENTANZA NELL'ATTIVITÀ BANCARIA

    Le banche sono rappresentate dagli amministratori cui il relativo potere sia conferito. La disciplina varia a seconda della natura soggettiva dell’ente. Così, ai sensi degli artt. 2384 e 2384 bis c.c., gli amministratori delle società per azioni che hanno la rappresentanza (le disposizioni sono peraltro applicabili alle altre società di capitali e alle cooperative) possono compiere tutti gli atti che rientrano nell’oggetto sociale; il potere investe sia l’ordinaria che la straordinaria amministrazione e l’eventuale estraneità degli atti compiuti all’oggetto sociale non è opponibile ai terzi che siano in buona fede; le limitazioni al potere rappresentativo che risultino dall’atto costitutivo o dallo statuto, anche se pubblicate, non sono opponibili ai terzi, salvo che si provi che questi abbiano intenzionalmente agito a danno della società. Un sistema speciale di rappresentanza è previsto per l’impresa commerciale in presenza di ausiliari interni che svolgano mansioni idonee a farli entrare in contatto con i terzi. Gli institori, i procuratori e i commessi sono investiti ex lege, senza necessità di specifica procura, di un potere rappresentativo commisurato al tipo di incarico. L’imprenditore,che risulta quindi vincolato dall’attività dei sopraindicati ausiliari, può modificare il contenuto legale del loro potere, ma deve rendere le eventuali limitazioni o modifiche note ai terzi nelle forme di legge. La rappresentanza commerciale è disciplinata dagli artt. 2203 e ss. del c.c. Il potere di rappresentanza del preposto all’esercizio dell’impresa o a una sede secondaria o a un ramo di essa si estende a tutti gli atti inerenti all’esercizio, ma può essere limitato. L’opponibilità delle limitazioni ai terzi è subordinata all’iscrizione delle stesse nel Registro delle imprese o alla effettiva conoscenza al momento della conclusione dell’affare. Disciplina ed effetti analoghi si hanno anche in riferimento alla revoca e alle modificazioni della procura, anche se non pubblicata. L’institore, cui compete la rappresentanza processuale relativamente alle obbligazioni dipendenti da atti compiuti nell’esercizio dell’impresa, non può alienare o ipotecare gli immobili se non espressamente autorizzato; è tenuto, insieme al preponente, all’osservanza delle disposizioni riguardanti l’iscrizione e la tenuta delle scritture contabili ed è personalmente obbligato se omette di far conoscere ai terzi che egli tratta per il preponente (nei cui confronti, in relazione agli atti pertinenti all’esercizio dell’impresa, il terzo può anche agire). La disciplina sulla pubblicità della procura, delle limitazioni, modifi che e revoca della stessa (artt. 2206 e 2207 c.c.) si applica anche ai procuratori, identificabili come coloro che, in base a un rapporto continuativo, hanno potere decisionale circoscritto a un determinato settore operativo o a una serie specifica di atti. I poteri di rappresentanza degli ex commessi (v. alla voce commesso), cui sono affidate mansioni esecutive o materiali che li pongono a contatto con i terzi, si commisura agli atti che ordinariamente comporta la specie di operazioni di cui sono incaricati. Rientrano nella categoria giuridica dei commessi, p.e., gli impiegati di banca addetti agli sportelli. I commessi non possono derogare alle condizioni generali del contratto o alle clausole stampate sui moduli dell’impresa se non autorizzati per iscritto, ma possono ricevere le dichiarazioni che riguardano l’esecuzione dei contratti e i reclami relativamente agli affari da essi conclusi. I poteri dei commessi possono essere limitati, ma non essendo previsto un sistema di pubblicità legale, le limitazioni sono opponibili ai terzi solo se dagli stessi conosciute o se portate a loro conoscenza con mezzi idonei (p.e. con l’affissione di avvisi nei locali della banca). Una disposizione specifica è posta dall’art. 1835 c.c., per cui le annotazioni sul libretto di deposito firmate dall’impiegato della banca che appare addetto al servizio fanno piena prova nei rapporti tra banca e depositante. Il problema che si pone è se il sistema di pubblicità previsto in genere per la rappresentanza commerciale a tutela dei terzi, sia in tal caso applicabile o sia sostituito dalla prescritta pubblicazione degli statuti sulla G.U., cui si ricollegherebbe una presunzione di conoscenza da parte dei terzi dell’ambito e dei limiti dei poteri. Il riconoscimento del carattere normativo degli statuti è il principale argomento su cui si fonda la seconda delle soluzioni prospettate.

  • RAPPRESENTAZIONE

    Istituto del diritto successorio in virtù del quale, se il chiamato non può o non vuole accettare l’eredità od il legato, al suo posto subentrano, nello stesso grado, i discendenti legittimi o naturali (art. 467 c.c.). La rappresentazione opera soltanto a favore dei discendenti dei figli o di quelli dei fratelli del defunto. Essa, però, non si verifica se il testatore ha provveduto con una sostituzione ordinaria per il caso in cui il chiamato non possa o non voglia accettare, oppure se si tratta di un legato di usufrutto o di altro diritto di natura personale. Coloro che succedono per rappresentazionesubentrano direttamente al defunto nella titolarità dei suoi rapporti; pertanto partecipano alla successione anche se hanno rinunciato all’eredità della persona cui subentrano, o sono incapaci od indegni di succedere rispetto a questa (art. 468, comma 2, c.c.).

  • RAROC

    Acr. di: Risk adjusted return on capital. Adattamento del concetto del ROC impiegato nella gestione di banche e altre imprese finanziarie per l’analisi del rischio e la valutazione degli investimenti. Si ottiene riducendo al numeratore i risultati attesi nella misura necessaria per tener conto dei rischi associati allo strumento finanziario, al progetto, a una certa attività operativa da cui i risultati dovranno scaturire. Il RAROC è un target per la gestione, ovvero il rendimento al di sotto del quale le operazioni non vengono accettate. L’aggiustamentodel rendimento è effettuato sulla base delle perdite attese stimate. Al denominatore, il capitale è quello impiegato o richiesto per finanziare l’operazione. Il RAROC è stato elaborato inizialmente da Bankers Trust sul finire degli anni Settanta diffondendosi a metà degli anni Ottanta presso le grandi banche statunitensi. È diventato oggi uno strumento adottato dalle gestioni sofisticate per la valutazione delle operazioni di credito e di trading nei mercatifinanziari. Evoluzione del RAROC è il RORAC, nel quale l’aggiustamento per i rischi associati è incorporato al denominatore. Si ricorda che le compagnie d’assicurazioni statunitensi denominano RAROC un indice che è propriamente un RORAC (q.v.). Altra evoluzione è RARORAC.

  • RARORAC

    Acr. di: Risk adjusted return on risk adjusted capital. Combinazione del RAROC e del RORAC impiegato nella gestione di banche, assicurazioni e altre imprese finanziarie per l’analisi del rischio e la valutazione degli investimenti. Nel RARORAC la rettifica dei rischi associati viene compiuta al numeratore e al denominatore, ossia tanto ai risultati attesi da transazioni relative a uno strumento finanziario, a un progetto, o a una certa attività operativa, quanto al capitale da impiegare.

    Per maggiori dettagli si veda la voce RISK-ADJUSTED RETURN ON RISK-ADJUSTED CAPITAL (RARORAC) (Enciclopedia)

  • RASTRELLAMENTO

    Termine del gergo di borsa che indica acquisti, protratti nel tempo e condotti in maniera riservata, di quantità notevoli di un titolo per lo più azionario con obiettivi di speculazione o di acquisizione di quote significative di partecipazioni in una società.

  • RATA

    1. Quota di debito che viene a maturazione a scadenze periodiche (v. pagamento rateale). P.e., ricorrono mensilmente le rate di rimborso delle operazioni di cessione del quinto dello stipendio; bimestralmente, le rate per il pagamento delle imposte; semestralmente, e rate dei mutui di credito fondiario (v. credito fondiario) e così via. Scadenze variamente stabilite sono previste per le rate nelle quali solitamente è frazionato il pagamento del saldo sottoscrizioni di prestiti pubblici o di prestiti obbligazionari.

    2. In matematica finanziaria, la rata ha un significato qualificante per l’individuazione dei molteplici sistemi di ammortamento di prestiti divisi o indivisi. Solitamente, la rata è composta da una quota di capitale che ammortizza il debito e da una quota d’interesse che remunera il capitale investito. Sono definite rate anche i singoli elementi che costituiscono una rendita finanziaria in questo caso si può parlare di rate costanti, rate crescenti in progressione aritmetica o in progressione geometrica ecc. Si hanno (v.ammortamento di un prestito) rate costanti nell’ammortamento progressivo (ammortamento francese); si hanno rate variabili di prefissato ammontare nell’ammortamento progressivo con interessi anticipati (ammortamento tedesco).

  • RATEO ATTIVO

    Componente finanziaria attiva della liquidità, che viene contabilmente rilevata al termine dell’esercizio nell’ambito delle c.d. scritture di assestamento. Il rateo attivo, infatti,è la contropartita di una quota di ricavo di competenza del periodo amministrativo in corso, ma che sarà liquidata nel successivo esercizio. La sua contabilizzazione dà luogo all’addebito al conto finanziario “ratei attivi” e al corrispondente accredito in un altro specifico conto. Il conto “ratei attivi” figura, quindi, nella situazione patrimoniale dell’esercizio in cui le singole quote sono rilevate e in quella iniziale del successivo periodo amministrativo, per essere poi chiuso all’incasso del ricavo. Secondo recenti indirizzi di ragioneria, il rateo attivo può anche essere chiuso all’inizio del nuovo esercizio, avendo come contropartita la rettifica di una quota del ricavo che verrà contabilizzato al momento della liquidazione.

  • RATEO PASSIVO

    Voce finanziaria passiva, facente parte delle scritture di assestamento, che costituisce la contropartita di una quota di costo maturata nell’esercizio ma che dovrà essere liquidata in quello successivo. Tipicoesempio, nella gestione bancaria, sono gli interessi sui depositi con vincolo a cavallo tra due periodi amministrativi. Al termine del primo si procede ad addebitare al conto economico interessi passivi sui depositi e ad accreditare il conto finanziario ratei passivi, per la quota di interessi maturati dall’accensione del deposito al 31 dicembre.

  • RATIFICA

    Negozio unilaterale mediante il quale un soggetto approva e fa proprio un atto posto in essere in suo nome e per suo conto da un altro soggetto che non aveva il potere di rappresentarlo (v. rappresentanza) o che ha ecceduto i poteri concessigli. La ratifica sana retroattivamente il difetto di rappresentanza, ma restano salvi i diritti dei terzi. Si tratta, praticamente, di una procura successiva, che pertanto deve avere la stessa forma prescritta per il contratto da ratificare. Il terzo e colui che ha contrattato come rappresentante possono, di comune accordo,sciogliere il contratto prima della ratifica. Il terzo contraente può invitare l’interessato a pronunciarsi sulla ratifica assegnandogli un termine, scaduto il quale, nel silenzio, la ratifica si intende negata. L’istituto della ratifica trova applicazione anche nel campo del diritto pubblico internazionale, nel senso dell’approvazione data dai singoli Stati ai trattati internazionali stipulati dai rispettivi rappresentanti.

  • RATIFICA DEI FIDI

    Approvazione delle deliberazioni adottate in via d’urgenza dai gradi direttivi oltre i limiti di competenza. Tale prassi, ormai non più esistente, riguardava decisioni prese nell’ambito di competenze sancite ufficialmente ma rese definitive dalla formale approvazione dell’organo gerarchicamente superiore. Spesso essa risultava dagli statuti e dai regolamenti interni delle banche.

  • RATING

    Lett.: classificazione (fr. notation). Opinione espressa da un’organizzazione indipendente, detta correntemente “agenzia di rating”, sulla capacità di un’emittente o di un’emissione di far fronte agli impegni finanziari(pagamento di interessi o dividendi e rimborso del capitale) secondo certe scadenze. Il rating può quindi riguardare l’emittente (e in tal caso è detto “rating di controparte”, counterparty risk rating, issuer credit rating), oppure un’emissione particolare. L’emittente può essere un’impresa, un’organizzazione non business, uno Stato, una collettività locale o altro ente pubblico. Nel caso delle imprese occorre distinguere, quanto alla dimensione, tra grandi imprese e piccole e medie imprese (PMI) e, quanto all’attività, tra banche, fondi comuni d’investimento, compagnie di assicurazione, altri servizi finanziari, altre imprese. Alla segmentazione corrisponde anche una specializzazione in termini di criteri di analisi, scale di valutazione, conoscenza dei mercati, delle tecnologie ecc. da parte dei valutatori. Le agenzie percepiscono per l’attività di rating una commissione fissa annuale più una percentuale sul valore dell’emissione. Sebbene sia l’emittente a chiedere e a pagare il rating,le agenzie di rating sono organizzate per prestare un servizio principalmente agli investitori e ai creditori e costruiscono il loro capitale di avviamento sulla fiducia di questi ultimi. Per questi motivi alcune agenzie hanno preso a pubblicare rating anche su organizzazioni che non l’hanno richiesto, prendendo con ciò una strada comprensibilmente impopolare. È frequente l’uso da parte degli emittenti di richiedere il rating per sé o per le proprie emissioni a più di un’agenzia. Si noti, inoltre, che oltre al rating esistono altre fonti di informazioni per gli investitori e i creditori in genere. Alcune sono istituzionali (p.e. la Centrale dei rischi della Banca d’Italia e il servizio di quotazione delle imprese francesi prestato dalla Banque de France, su cui vedi infra), altre sono servizi di informazione finanziaria prestati per lo più a pagamento e in via professionale da banche e da società specializzate, le grandi agenzie di rating in primis.

    1. Che cosa apprezza il rating. Il rating apprezza solo il rischio di credito (credit risk), cioè il rischio che la controparte del creditore (il debitore e gli eventuali garanti) può non adempiere le sue obbligazioni; non riguarda altre specie di rischio che possono causare perdite, come il rischio di tasso, il rischio di cambio, il rischio di pagamento anticipato ecc. e, soprattutto, non è mai una raccomandazione di comprare, vendere o tenere in portafoglio un titolo o di stabilire o rompere relazioni d’affari con un’istituzione piuttosto che con un’altra. D’altra parte la valutazione del rischio di credito deve tener conto del rischio di regolamento, del rischio di mercato, dipendente dalle variazioni di liquidità del mercato, del rischio di finanziamento, relativamente alle posizioni intrattenute su strumenti finanziari derivati e dei rischi di tipo legale per i nuovi prodotti. Nel caso dell’emittente l’analisi va oltre al rischio di credito puro e semplice e considera una serie di fattori che involgono il management, la performance, la volatilità ecc. L’opinione è riassunta attraverso simboli, comunemente lettere dell’alfabeto accompagnate talvolta dai segni + o -, talvolta da lettere e numeri e sono supportate da un documento di considerazioni analitiche che spiegano le ragioni dell’apprezzamento. Le agenzie monitorano permanentemente il rating rilasciato e, via via che si rendono necessari, ne comunicano al mercato l’upgrade (miglioramento) o il downgrade (peggioramento). Talvolta anticipano la decisione informando di aver messo sotto analisi un certo rating e precisano (ma non sempre) se ci si attende un upgrade piuttosto che un downgrade. I rating sono fondati su informazioni fornite dall’emittente o da coobbligati, da sindacati di collocamento, finanziatori, esperti e da qualsiasi altra fonte che l’agenzia giudica affidabile. L’agenzia di regola non sottopone a controllo né a verifica le informazioni. Tuttavia il diniego, l’assenza o il cambiamento di informazioni può abbassare il rating o portare al rifiuto di assegnarlo.

    2. Agenzie di rating. Il mercato mondiale del rating è oligopolistico, dominato attualmente da agenzie che fanno capo a tre grandi gruppi internazionali: le due più grandi e più antiche, Standard & Poor’s e Moody’s, e Fitch, di recente aggregazione. Ciascuno di questi gruppi è presente con una succursale o con una joint venture nei diversi Paesi. Nel nostro esse sono rispettivamente Standard & Poor’s Europe Inc., Moody’s Italia srl e Fitch Italia spa, tutte insediate a Milano. Negli Stati Uniti S&P e Moody’s accentrano circa l’80% del giro d’affari e Fitch si attribuisce una quota superiore al 15%. A.M. Best è una società specializzata nel rating sulle compagnie di assicurazione.

    3. Diffusione del rating. La pratica del ricorso al rating ha un antesignano negli Stati Uniti con le informazioni finanziarie, destinate specialmente agli investitori europei nel Nuovo Mondo, che Henry Varnum Poor aveva iniziato a fornire nel 1860. Veri e propri rating sono stati pubblicati però solo a partire dal 1909 da John Moody e dal 1916 dalla Standard Statistics. Dal primo deriva Moody’s, dalla seconda Standard & Poor’s. Sempre gli Stati Uniti sono il Paese dove il ricorso al rating per emissioni ed emittenti è diffusissimo. In Europa una notevole diffusione per il rating emittentee per quello emissione si è verificata solo in Francia e già a partire dagli anni Ottanta, anche per il fatto che il rating è là diventato obbligatorio per certe categorie di titoli. In Francia è abbastanza sviluppato il rating delle PMI specie di quelle che emettono titoli sui mercati finanziari locali. Altra peculiarità francese è il servizio di cotation delle imprese francesi che la Banque de France compie e aggiorna sistematicamente attraverso la raccolta e lo studio dei bilanci e mette gratuitamente a disposizione di ogni operatore finanziario. La cotation è un giudizio sintetico che si traduce in un codice alfabetico e numerico di tre cifre. Esso si avvicina al rating, sebbene si basa solo sui bilanci e non si completa con un’analisi personalizzata dell’impresa.

    4. Utilità del rating. Il rating apporta utilità all’istituzione che se lo fa attribuire e all’investitore con la possibilità, per la prima, di abbassare il costo del finanziamento, di facilitare il collocamento e di farsi conoscere in mercati finanziari e commerciali diversi da quelli suoi propri (effetto marketing), per il secondo, di avere informazioni su fin dove un dato impiego corrisponde ai termini nei quali egli vuole o voleva investire. È considerato prudente consultare il rating di un titolo prima di acquistarlo.

    5. Simboli e significato della notazione del rating. Il rating è dunque un sistema di classifi- cazione stabile fondato su criteri trasparenti, risultante da un processo analitico molto approfondito e costantemente verificato, che attribuisce al singolo titolo o a un dato emittente una classe di rischio, contrassegnata da una sigla, che esprime la sua probabilità di insolvenza. Per i il credit rating a medio-lungo termine il sistema di classificazione internazionale delle grandi agenzie è riportato nel prospetto seguente.

    Fitch Moody's S&P che cosa significa
    Investment Grade
    AAA Aaa AAA Highest credit quality
    AA Aa AA  Very high credit quality
    A A A High credit quality
    BBB Baa BBB Good credit quality
    Non-investment Grade
    BB  Ba  BB  Speculative
    B B B Highly Speculative
    CCC Caa CCC High Default Risk
    CC  Ca  C  High Default Risk
    C C C High Default Risk
    DDD C D Default
    DD  C D Default
    D C D Default

    investment gradedefaultnon-investment gradedefaultrischio di credito

    6. Società di rating riconosciute in Italia. La Banca d’Italia indica come “società di rating riconosciute” (Istruzioni di Vigilanza, Tit. IV, Cap. 3, All. B) a) Italrating DCR spa (per gli emittenti italiani e per le emissioni di soggetti esteri quotati in Italia), b) Moody’s Investor Service, Standard & Poor’s, Fitch-IBCA Investors Service, Duff & Phelp Credit Rating Co., Thomson BankWatch (per gli emittenti italiani ed esteri e per le emissioni di soggetti esteri quotati in Italia), c) le società riconosciute dalle locali autorità di Vigilanza per le emissioni di emittenti locali e per le emissioni quotate sul mercato locale (per gli emittenti dei Paesi che sono membri a pieno titolo dell’OCSE). In seguito alle acquisizioni e alle fusioni verifi- catesi negli ultimi anni, di fatto solo Moody’s, S&P e Fitch sono presenti e operative nel nostro Paese.

  • RATING ETICO

    La crescente sensibilità verso aziende eticamente corrette (v. finanza etica; microfinanza) nelle quali far convergere forme di investimento di massa ha fatto emergere l’esigenza di disporre di valutazioni accessibili dal pubblico sulla correttezza dei comportamenti aziendali. Benché tali valutazioni siano di difficile determinazione univoca, organismi specializzati esprimono giudizi e rating di eticità in relazione ad alcuni parametri generalmente condivisi. A livello internazionale, figurano società di consulenza o di certificazione etica; tra queste l’americana Kinder Lydenberg Domini (KLD) e l’inglese EIRIS. Alcune iniziative europee (tra cui l’italiana Avanzi) e nordamericane si sono associate in SiRi Group. Nel tempo, sono stati elaborati anche veri e propri indici di perfomance delle più grandi aziendeconsiderate etiche. Dal 1999, esiste il Dow Jones Sustainability Group Index (DJSGI) che rileva le performance di aziende definite sostenibili in relazione ai loro prodotti, agli impatti ambientali, alla gestione delle risorse umane. Nel 2000 è nato Ethical Index Euro. E. Capital Partners ha successivamente lanciato altri indici settoriali e per aree geografiche. Un indice preesistente molto noto è il Domini 400 Social Index (1990, elaborato da KLD).

  • RATIO

    Termine inglese che indica, in matematica, per due grandezze omogenee a e b la misura della prima in termini della seconda (questa è assunta come unità di misura). Si indica con a/b oppure con a:b. I ratios sono comunemente usati in economia e in modo particolare in economia aziendale per esprimere i rapporti tra valori aziendali, in specie voci di bilancio. In questo caso si traduce in italiano con indici di bilancio (q.v.).

  • RAVVEDIMENTO OPEROSO

    Istituto generalizzato dal d.lg. 18.12.1997 n. 472, già presente nel settore delle imposte dirette e dell’IVA. Si concretizza nella previsione di un trattamento sanzionatorio premiale nei confronti del contribuente che, dopo avere commesso una violazione tributaria, si adopera spontaneamente per rimediarvi attraverso la regolarizzazione degli adempimenti omessi o irregolarmente eseguiti entro prefissati limiti di tempo. L’art. 13, d.lg.1997/472 prevede in specie che la sanzione è ridotta, sempre ché la violazione non sia stata già constatata e comunque non siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di accertamento delle quali l’autore o i soggetti solidalmente obbligati abbiano avuto formale conoscenza, a un ottavo del minimo, nei casi di mancato pagamento del tributo o di un acconto, se esso viene eseguito nel termine di trenta giorni dalla data della commissione; a un quinto del minimo, se la regolarizzazione degli errori e delle omissioni, anche se incidenti sulla determinazione o sul pagamento del tributo, avviene entro il termine per la presentazione della dichiarazione relativa all’anno nel corso del quale è stata commessa la violazione ovvero, quando non è prevista dichiarazione periodica, entro un anno; a un ottavo del minimo di quella prevista per l’omissione della presentazione della dichiarazione,se questa viene presentata con ritardo non superiore a novanta giorni ovvero a un ottavo del minimo di quella prevista per l’omessa presentazione della dichiarazione periodica prescritta in materia di imposta sul valore aggiunto se questa viene presentata con ritardo non superiore a trenta giorni. Il pagamento della sanzione ridotta deve essere eseguito contestualmente alla regolarizzazione del pagamento del tributo o della differenza, quando dovuti, oltre che al pagamento degli interessi moratori calcolati al tasso legale con maturazione giorno per giorno. Nei casi di omissione o di errore che non ostacolano un’attività di accertamento in corso e che non incidono sulla determinazione o sul pagamento del tributo, il ravvedimento esclude l’applicazione della sanzione, se la regolarizzazione avviene entro tre mesi dall’omissione o dall’errore.

  • RAVVICINAMENTO DELLE LEGISLAZIONI

    Azione comunitaria prevista dall’art. 3, lettera h) CE, ulteriormente specificata dal Capo III del Titolo VI (artt.94-97 CE, ex 100-102 TCE) del trattato, destinata a eliminare le differenze legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri che abbiano un’incidenza diretta sul processo di approfondimento dell’integrazione comunitaria. Lo strumento generalmente utilizzato a tale fine è la direttiva che, obbligando gli Stati membri quanto al risultato e non ai mezzi o alle forme per realizzarlo, lascia ampia autonomia normativa. La procedura prevista per il raggiungimento degli obiettivi del mercato comune stabilisce che il Consiglio deliberi all’unanimità, dopo l’obbligatoria consultazione del Parlamento Europeo e del Comitato Economico e Sociale (art. 94. ex 100). In base all’art. 95 (ex 100 A), invece, le misure di ravvicinamento delle disposizioni normative che hanno per oggetto l’instaurazione e il funzionamento del mercato interno sono adottate dal Consiglio a maggioranza qualificata, anziché all’unanimità. in base alla procedura di codecisione legislativa con il Parlamento Europeo e previa consultazione del Comitato Economico e Sociale.

  • RAZIONALITÀ LIMITATA

    Condizione propria dell’uomo di incontrare limiti nella comprensione dei fatti e nella previsione degli eventi, nonostante gli sviluppi raggiunti dalle scienze pure e applicate e dalle tecniche. Le cause sono parecchie: imperfezione dei modelli di rappresentazione della realtà, conoscenza e padronanza imperfetta delle scienze e delle tecniche; limiti neuro-psicologici naturali e limiti psico-patologici che condizionano l’efficienza del cervello alterando i processi della ragione e la motivazione; caratteristiche proprie dei sistemi naturali che rendono difficile o irrealizzabile la previsione a medio-lungo termine; impossibilità di conoscere tutte le variabili che possono influire su un evento e incapacità di misurarle con sufficiente accuratezza; asimmetria dell’informazione, cioè la condizione di una delle parti in una transazione di possedere informazioni che l’altra parte ignora o padroneggia meno bene. Il concetto di razionalità limitata, introdotto negli anni Ottanta da Herbert Alexander Simon (premio Nobel per l’economia, ma professore di computer science and psycology) si contrappone a quello di razionalità perfetta, o sostanziale, dell’economia classica e neoclassica, secondo cui l’uomo è un onnisciente calcolatore, capace di ragionare perfettamente e di identificare e compiere tra le molte scelte possibili quella ottima per sé e per gli altri (homo oeconomicus). Per Simon e per la scuola cognitivista di cui egli fa parte, nessun uomo può raggiungere questa onniscienza e questa razionalità e nemmeno cerca veramente soluzioni ottime. Di fatto la gente è dotata solo di una razionalità limitata, si limita a cercare soluzioni soddisfacenti (satisfacing), sebbene spesso miopi e nell’identificazione e nella soluzione dei problemi estende l’analisi solo fin dove le è possibile e conveniente in base allo sforzo cognitivo e al costo dell’accuratezza delle informazioni.

  • RAZIONAMENTO DEL CREDITO

    Limitazione selettiva delle concessioni di credito secondo programmi socio-economici prioritari, nei periodi di ridotta liquidità del sistema bancario o di marcata tendenza inflazionistica cui perviene la banca per propria iniziativa o per intervento della banca centrale. È un tipico strumento di controllo amministrativo di politica dirigista e ha avuto la massima applicazione nel nostro Paese col massimale sugli impieghi (q.v.), applicato a più riprese tra il 1973 e il 1988. In presenza di politiche restrittive, l’offerta di prestiti ai vari tipi di aziende è influenzata dall’attività da esse esercitate, considerando che a ciascuna attività è connesso un diverso grado di rischio economico. Partendo da questo assunto - verificato ormai su molti mercati del credito in Italia e all’estero si riscontrano notevoli differenze nella condotta degli istituti di credito secondo che la domanda di fondi provenga dalle piccole oppure dalle grandi aziende, di natura pubblica o privata. Più in dettaglio, sussistendo un continuo divario tra domanda e offerta, le variabili menzionate giocano un ruolo decisivo nella ripartizione del credito e, per conseguenza, si hanno ripercussioni dissimili sul quantum di credito erogato con la formazione di un “margine di mutuatari insoddisfatti”, per le pratiche di razionamento. Poiché il settore pubblico e le grandi aziende private sono talvolta soddisfatte con caratteristiche prioritarie, il razionamento del credito finisce con l’incidere specie sulle piccole e medie aziende del settore produttivo le quali, oltre alla quantità, sono discriminate anche rispetto al tasso e alle garanzie. Invero, le grandi aziende possono beneficiare del credito bancario in modo quasi continuative mentre le piccole e medie aziende, specie in fase di restrizione della liquidità, trovano forti difficoltà nell’accesso al credito, proprio perché, in tale fase, è anche massima la pressione esercitata sul sistema bancario dai grandi complessi produttivi. Un’espressione del razionamento c credito è costituita dal contingentamento per cassa consistente nel plafond di numerario disponibile per le facilitazioni concedere alla clientela.

  • REAL ESTATE MORTGAGE INVESTMENT CONDUIT

    Emissione di valori mobiliari scaturente da un processo di securitization che comporta la cessione da parte di un intermediario finanziario di una parte del proprio attivo (crediti e garanzie collaterali) a un terzo soggetto, il quale emette a sua volta proprie passività, ovvero la riunione in un pool di attività e il trasferimento dei relativi diritti ai sottoscrittori senza l’interposizione di alcun soggetto.

  • REAL INVESTMENT TRUST

    Acr.: REIT. Tipologia di intermediario assimilabile a un fondo d’investimento immobiliare operante sul mercato statunitense e disciplinato dal Real Estate Instrument Act del 1960. Quest’ultimo prevede espressamente la facoltà per qualunque Real Estate Investment Trust sia possedere beni immobili sia di erogare finanziamenti nella forma tecnica del mutuo ipotecario. Nella prassi, però, si è verificata una specializzazione di tali organismi i quali, in funzione dell’attività prevalente, seppure non esclusiva, si distinguono in Equity Trusts e Mortgage Trusts. I primi sono specializzati nell’investimento diretto in immobili residenziali o commerciali. Si caratterizzano per un grado di indebitamento limitato, il che li rende una fattispecie simile ai fondi d’investimento immobiliare di esperienza europea, p.e. francese (v. société civile de placement immobilier). Sorti immediatamente dopo l’approvazione della legge del 1960, essi non hanno mai raggiunto uno sviluppo apprezzabile per via dei bassi dividendi offerti. I secondi sono a loro volta scomponibili in Long Term Investment Trusts, attivi nell’attività di erogazione di mutui ipotecari tradizionali a lungo termine, nell’acquisto di terreni edificabili ed in operazioni di land-leaseback (nelle quali il fondo acquista la terra per conto di terzi, cedendola poi a questi in locazione), e in Construction and Development Trusts, specializzati nel finanziamento delle prime opere di miglioria di terreni fabbricabili e dei primi lavori di costruzione nelle forme tecniche del mutuo. Dalla distinzione accennata discende che i Mortgage Trusts divergono dagli Equity Trusts in quanto intermediari per il finanziamento del settore immobiliare le cui quote di capitale, detenute a titolo fiduciario, sono quotate presso le borse valori e la cui gestione è affidata ad un ente (c.d. adviser) anche già appartenente al settore finanziario. Loro compito precipuo è la ricerca di progetti di finanziamento tali da garantire alle quote un grado di redditività che, assieme alle loro caratteristiche di liquidità, le renda appettibili per i sottoscrittori. Da ciò deriva il posizionamento dei Mortgage Trusts sulla fascia dei fondi a più elevato ritorno e, di conseguenza, a più alto rischio.

  • REATI FALLIMENTARI

    Fatti penalmente rilevanti posti in essere dall’imprenditore commerciale o da altri soggetti, in un periodo antecedente alla dichiarazione di fallimento o durante il corso della procedura concorsuale. Il titolo VI del r.d. 16.3.1942 n. 267, comunemente definito “legge fallimentare”, al capo I, disciplina i reati commessi dall’imprenditore fallito (artt. 216-222) e al capo II i reati commessi da persone diverse dal fallito (artt. 223- 224; art. 227 e artt. 228-231).     1. Tipico reato fallimentare è la bancarotta, che può essere fraudolenta o semplice. Le condotte penalmente rilevanti che integrano la fattispecie di bancarotta fraudolenta sono molteplici. Viene in considerazione, anzitutto, la condotta dell’imprenditore dichiarato fallito che ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti; che ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari. La pena prevista dall’art. 216 r.d. cit. è quella della reclusione da tre a dieci anni. La stessa pena si applica all’imprenditore, dichiarato fallito, che durante la procedura fallimentare commette alcuno dei fatti sopra descritti ovvero sottrae, distrugge o falsifica i libri o le altre scritture contabili. È, invece, punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione. Salvo l’applicazione delle pene accessorie previste al capo III, titolo I, libro I c.p., la condanna per uno dei reati sopra descritti comporta l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità a esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa per la durata di dieci anni.      2. Si ha bancarotta semplice, invece, quando l’imprenditore, prima della dichiarazione di fallimento, ha fatto spese personali o per la famiglia eccessive rispetto alla sua condizione economica; ha consumato una notevole parte del suo patrimonio in operazioni di pura sorte o manifestamente imprudenti; ha compiuto operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento; ha aggravato il proprio dissesto astenendosi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento o con altra grave colpa, ovvero non ha soddisfatto le obbligazioni assunte in un precedente concordato preventivo o fallimentare. La pena prevista dall’art. 217 l.fall. è quella della reclusione da sei mesi a due anni. La stessa pena si applica al fallito che, durante i tre anni antecedenti alla dichiarazione di fallimento ovvero dall’inizio dell’impresa, se questa ha avuto una minore durata, non ha tenuto ì libri o le altre scritture contabili prescritte dalla legge o lì ha tenuti in maniera irregola- re o incompleta. Salvo le altre pene accessorie previste dal codice penale, la condanna importa l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità a esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa per un periodo fino a due anni.     3. Gli artt. 216 e 217 l.fall. sono integrati da altre disposizioni contenute nel capo II del titolo VI l.fall. relative ai reati commessi da persone diverse dal fallito; esse riguardano le ipotesi di bancarotta c.d. impropria e si riferiscono a fatti penalmente rilevanti posti in essere dagli amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori di società fallite e all’institore dell’imprenditore fallito. Altri reati fallimentari sono il ricorso abusivo al credito, la denuncia di creditori inesistenti (fuori dall’ipotesi di bancarotta fraudolenta), l’omissione della dichiarazione dell’esistenza di altri beni da comprendere nell’inventario, l’inosservanza dell’obbligo di residenza e dell’obbligo di depositare, nelle ventiquattro ore dalla dichiarazione di fallimento, i bilanci e le scritture contabili. Nel caso di fallimento delle società in nome collettivo ed in accomandita semplice si applicano ai soci illimitatamente responsabili, per i fatti da loro commessi, le disposizioni penali concernenti il fallito.      4. Nelle procedure di concordato preventivo e di amministrazione controllata si applicano le sanzioni penali stabilite per il caso di fallimento nei limiti in cui tale estensione è possibile. Con riguardo, infine, alla procedura della liquidazione coatta amministrativa trovano applicazione le disposizioni penali previste dalla legge fallimentare allorché sia emessa dal Tribunale la dichiarazione dello stato di insolvenza. In difetto di tale sentenza si applicano le sanzioni penali dirette ad assicurare la regolarità della procedura.

  • REATO

    Fatto penalmente rilevante, come tale espressamente considerato da una norma di legge, al quale l’ordinamento giuridico collega una sanzione chiamata pena. Il reato contrasta con il diritto di tutti i consociati a una pacifica convivenza, e l’applicazione della pena è il rimedio a cui lo Stato ricorre per reprimere, e anche per prevenire (anche nella sua funzione intimidatrice), i fatti illeciti che più gravemente mettono a repentaglio i diritti della collettività. Non tutti í fatti illeciti, quindi, sono considerati come reati dalla legge, restandone esclusi quelli che, non previsti come tali, fanno sorgere soltanto una responsabilità civile o una responsabilità amministrativa a carico di chi li pone in essere. Soggetto attivo del reato è sempre una persona fisica (la società non può delinquere), che con il suo comportamento, doloso o colposo, commette l’illecito penale. Soggetto passivo è colui che subisce il reato, mentre l’oggetto materiale è la persona o la cosa su cui si svolge l’attività del reo. I reati si distinguono in delitti e contravvenzioni: i primi, in generale, offendono la sicurezza dei soggetti privati o della società, le contravvenzioni sono violazioni di leggi poste a tutela del benessere comune. Tuttavia il nostro codice penale pone la distinzione con riferimento soltanto a un aspetto formale, stabilendo che sono delitti i reati puniti con la pena di morte (ora abrogata), l’ergastolo, la reclusione e la multa; sono contravvenzioni i reati puniti con l’arresto e l’ammenda. Il reato è costituito da elementi essenziali e da elementi accidentali o circostanze, la cui presenza influisce soltanto sulla entità della pena. A loro volta i primi si distinguono in elementi materiali (condotta antigiuridica dell’agente, evento e nesso causale) e psicologici (colpevolezza). La condotta si può concretizzare in un’azione o in una omissione; l’evento è il risultato della condotta; il nesso causale è escluso quando tra la condotta dell’agente e l’evento si frappone un avvenimento eccezionale (caso fortuito o forza maggiore) al quale l’evento si ricollega, escludendo l’efficienza causale dell’azione od omissione. La colpevolezza può assumere l’aspetto del dolo o della colpa. I reati hanno avuto, in dottrina, varie classificazioni: di azione e di omissione; di pura condotta e di evento; di danno e di pericolo: istantanei e permanenti: dolosi, colposi o preterintenzionali, a seconda che l’evento sia preveduto e voluto dall’agente come conseguenza della sua azione o omissione, o sia frutto di semplice imprudenza, negligenza o imperizia o sia il risultato di un’azione che vada oltre l’intenzione dell’agente. Vi sono, inoltre, taluni comportamenti che, pur se vietati dalla legge penale, non vengono puniti perché sono giustificati da cause che li autorizzano o li impongono. In presenza di queste cause si elimina l’antigiuridicità del fatto e perciò il danno sociale. È il caso della legittima difesa, dell’adempimento di un dovere, dell’esercizio di un diritto, del consenso dell’avente diritto, purché tale consenso sia stato dato validamente e si tratti di diritti disponibili, dello stato di necessità. Affinché si possa essere considerati responsabili di un reato (v.responsabilità penale) occorre l’imputabilità dell’agente, e cioè la maturità e sanità di mente del reo, in assenza delle quali non si può parlare di dolo o di colpa. In attuazione del diritto fondamentale di difesa dell’imputato, garantito dall’art. 24 Cost., l’accertamento di un fatto costituente reato è compiuto dal giudice nel corso di un procedimento giudiziario, che si conclude con una sentenza di assoluzione o di colpevolezza (nel qual caso al reo viene comminata la pena). L’azione penale è sempre esercitata dal pubblico ministero (v. azione giudiziaria).

  • RECAPITI

    Plurale di recapito (q.v.). Documenti presentati dagli operatori aderenti alla stanza di compensazione per la liquidazione giornaliera dei pagamenti di natura monetaria, costituiti in gran parte da assegni e altri mezzi di pagamento bancari, quali bonifici e vaglia cambiari (v. recapito). Alla compensazione possono partecipare le filiali della Banca d’Italia, le sezioni di tesoreria provinciale dello Stato, le banche e le direzioni provinciali dellePoste Italiane. In caso di irregolarità dei recapiti ritirati, l’aderente deve informare subito il contraente e rimandare gli stessi alla Stanza motivando il rifiuto. La compensazione giornaliera dei recapiti è costituita da diverse procedure raggruppate in sottosistemi specializzati per tipologie di operazioni (recapiti locali, pagamenti all’ingrosso, altri pagamenti al dettaglio). In particolare, i recapiti locale costituiscono il sottosistema della compensazione giornaliera destinato al trattamento delle operazioni intercorrenti tra operatori aderenti alla medesima Stanza o sezione di compensazione. I saldi bilaterali rilevati nell’ambito di ciascun sottosistema confluiscono in una procedura elettronica, “compensazione nazionale”, che determina il saldo finale dei singoli aderenti nei confronti del sistema nel suo complesso (saldi multilaterali) e provvede alla loro contabilizzazione nei conti intrattenuti dagli stessi aderenti presso la Banca d’Italia.

  • RECAPITI LOCALI

    Sottosistema della compensazione giornaliera dei recapiti che elabora le operazioni che passano tra operatori aderentialla stessa Stanza di compensazione, comprese le Filiali della Banca d’Italia, le Sezioni di tesoreria provinciale (v.Tesoreria dello Stato) e Poste Italiane. Costituisce il canale ordinario per le operazioni documentali, cioè quelle che la regolare esecuzione richiedono lo scambio di un documento contabile rappresentativo del pagamento. Dal 12.10.1998 l’attività è limitata alle Stanze di Milano e di Roma.

  • RECAPITO

    In antico: documento di accompagnamento di una merce in viaggio (disusato). Per estensione: qualsiasi documento di attestazione di un credito, di autorizzazione, di referenza. Recapito marittimo sono le carte di bordo (l’insieme dei documenti di registro, atti di bordo, atti di carico e doganali) di cui ogni nave mercantile deve essere in possesso. I recapiti sono anche i documenti rappresentativi di pagamenti a presentare in Stanza di compensazione.

  • RECESSO

    Atto con il quale un soggetto esercitala facoltà di sciogliere il rapporto nascente da un contratto mediante una dichiarazione unilaterale (recettizia) comunicata all’altra parte. È chiamato anche disdetta o denunzia o in alcuni contratti (p.e. di locazione), licenza. Ha carattere eccezionale, poiché costituisce una deroga al principio della forza vincolante del contratto, il quale di regola, una volta concluso, può sciogliersi soltanto con un nuovo contratto (mutuo consenso). Prende il nome di recesso legale quello che la legge prevede espressamente con riguardo, di solito, a quei contratti la cui esecuzione si protrae nel tempo (contratti di durata) e il momento della cessazione non è stato stabilito. Se il riconoscimento di tale potere avviene sull’accordo delle parti, si ha recesso convenzionale. In questi casi, come corrispettivo della facoltà di recesso, alla parte che subisce lo scioglimento può venire assicurato il diritto ad una somma di denaro: che il recedente promette (multa penitenziale), ovvero versa al momento della conclusione del contratto (caparra penitenziale). Di norma l’esercizio del recesso è subordinato al decorso di un determinato periodo di tempo (preavviso), la cui inosservanza fa sorgere l’obbligo del risarcimentodei danni. La sua applicazione è maggiormente ricorrente in tema di società e nelle associazioni (recesso del socio, dell’associato), nei contratti di agenzia, e in genere in tutti i contratti di durata senza prefissione di termine, nei quali la possibilità di recedere rappresenta un necessario temperamento alla mancanza di una scadenza convenzionale; tra questi ultimi in particolare i contratti di lavoro a tempo indeterminato, nei quali il recesso dell’imprenditore prende il nome di licenziamento ed è subordinato alla presenza di determinati presupposti (giusta causa, giustificato motivo). Nei contratti di apertura di credito si deve distinguere a seconda che trattasi di rapporto a tempo determinato o indeterminato. Nel primo caso, la banca, salvo patto contrario, non può recedere prima della scadenza del termine, a meno che non ricorra una giusta causa; il recesso sospende immediatamente l’utilizzazione del credito, ma deve essere concesso al cliente un termine non inferiore a quindici giorni per la restituzione delle somme utilizzate e per gli accessori. Nel secondo caso ciascuna parte può recedere mediantepreavviso nel termine pattuito o stabilito dagli usi o, in mancanza, in quello di quindici giorni. Per il recesso dai contratti stipulati dai consumatori v. recesso, norme a tutela del consumatore. Il recesso non va confuso con la revoca, poiché quest’ultima pone fine direttamente al contratto, mentre il primo incide nel rapporto che scaturisce dal contratto. V. anche: jus poenitendi.

  • RECESSO DA UNA SOCIETÀ

    Atto unilaterale con cui si effettua lo scioglimento del rapporto sociale limitatamente e per volontà del singolo socio che ha diritto alla liquidazione della sua quota. Può essere esercitato, con diverse modalità, sia nelle società di persone sia nelle società di capitali.

    1. Nelle società di persone, ai sensi dell’art. 2285 c.c., bisogna distinguere l’ipotesi in cui la società sia stata costituita a tempo indeterminato o con una durata superiore alla normale durata della vita umana, dall’ipotesi in cui la società abbia una durata prestabilita. Nel primo caso, ogni socio può recedere liberamente mediante comunicazione a tutti gli altri soci con un preavviso di almeno tre mesi decorsi i quali il recesso diventa efficace, salvo la presenza di una giusta causa che rende il recesso immediatamente efficace fin dal momento della comunicazione. Se, invece, la società è a tempo determinato, i soci possono recedere solo in presenza di una giusta causa, con efficacia immediata, oltre che nei casi e con le modalità prevista nell’atto costitutivo e nello statuto.

    2. Nelle società di capitali, tenuto conto della natura della partecipazione destinata alla circolazione, soprattutto quando rappresentata da azioni, il recesso è consentito in poche ipotesi tassativamente previste. Queste sono indicate dagli artt. 2437, 2437 bis e 2437 ter c.c. Hanno diritto di recedere, per tutte o parte delle loro azioni, i soci che non hanno concorso alle deliberazioni riguardanti: a) la modifica della clausola dell’oggetto sociale, quando consente un cambiamento significativo dell’attività della società; b) la trasformazione della società; c) il trasferimento della sede sociale all’estero; d) la revoca dello stato di liquidazione; e) l’eliminazione di una o più cause di recesso previste dal successivo comma ovvero dallo statuto; f) la modifica dei criteri di determinazione del valore dell’azione in caso di recesso; g) le modifi- cazioni dello statuto concernenti i diritti di voto o di partecipazione. Salvo che lo statuto disponga diversamente, hanno diritto di recedere i soci che non hanno concorso all’approvazione delle deliberazioni riguardanti: a) la proroga del termine; b) l’introduzione o la rimozione di vincoli alla circolazione dei titoli azionari. Se la società è costituita a tempo indeterminato e le azioni non sono quotate in un mercato regolamentato il socio può recedere ad nutum con il preavviso di almeno centottanta giorni; lo statuto può prevedere un termine maggiore, non superiore ad un anno. Lo statuto delle società che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio può prevedere ulteriori cause di recesso. Nelle società cooperative vi è una particolarità: se l’atto costituivo vieta la cessione delle quote o delle azioni, l’art. 2530, u.c., riconosce al socio, decorsi due anni dal suo ingresso in società, il diritto di recesso con un preavviso di tre mesi.

    3. Il recesso deve essere esercitato mediante lettera raccomandata inviata alla società entro quindici giorni dalla data di iscrizione della delibera nel registro delle imprese. Se il fatto che legittima il recesso è diverso da una deliberazione, esso è esercitato entro trenta giorni dalla sua conoscenza da parte del socio. L’esercizio del diritto di recesso determina, in capo al recedente, il diritto al rimborso del valore delle proprie azioni, secondo criteri fissati dall’art. 2437 ter, con conseguente perdita della qualità di socio. Pertanto, se la società è quotata in borsa, il valore delle azioni è determinato sulla base del prezzo medio delle stesse nell’ultimo semestre, altrimenti il valore è determinato dagli amministratori, sentito il parere del collegio sindacale e del soggetto incaricato della revisione contabile, tenuto conto della consistenza patrimoniale della società e delle sue prospettive reddituali, nonché dell’eventuale valore di mercato delle azioni. Ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 2347 c.c. è nullo ogni patto che esclude o rende più gravoso l’esercizio del diritto di recesso.

  • RECESSO DAL RAPPORTO DI LAVORO

    Il recesso dal rapporto di lavoro privato da parte del datore di lavoro ha come principali riferimenti di legge in relazione ai licenziamenti individuali - le norme del codice civile sulla estinzione del rapporto di lavoro (artt. 2118 e ss.) e le norme della l. 15.7.1966 n. 604, della l. 20.5.1970 n. 300 (art. 18) e della l. 11.5.1990 n. 108. In base a tale disciplina legale (salve migliori norme eventualmente contenute nella contrattazione collettiva) i lavoratori - tranne i dirigenti - possono essere licenziati solo se ricorrano una giusta causa o un giustificato motivo. Il licenziamento deve essere comunicato per iscritto: il lavoratore ha diritto - rispettando certi termini - di conoscerne le ragioni e, se non le ritiene giustificate, di impugnare il licenziamento. Gli effetti del licenziamento ingiustificato (reintegra obbligatoria nel posto, pagamento di una indennità, ecc.) possono diversificarsi a seconda del numero dei dipendenti dell’azienda o dell’unità produttiva, della qualità del datore di lavoro (imprenditore, non imprenditore, ecc.) e delle condizioni del lavoratore (maturazione o meno della pensione di vecchiaia, ecc.). La giusta causa è quella che non consente la prosecuzione nemmeno provvisoria del rapporto; il giustificato motivo è determinato da un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro (giustificato motivo soggettivo) ovvero da ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro ed al regolare funzionamento d essa (giustificato motivo oggettivo). Nel primo caso (giusta causa) non vi è obbligo di preavviso; nell’altro (giustificato motivo) incombe al datore di lavoro di dare il preavviso o l’indennità sostitutiva. È comunque nullo il “licenziamento discriminatorio (politico, religioso, sindacale, razziale, di lingua, di sesso, ecc.). Per quanto riguarda i dirigenti, esclusi dalle sopra indicate garanzie legali salvo che si tratti di licenziamenti discriminatori, i contratti collettivi spesso offrono alcune “tutele” da valutarsi sul c.d. piano “obbligatorio” e non “reale” (non producono cioè, generalmente, il diritto alla reintegra nel posto, bensì un obbligo cosiddetto “risarcitorio”). La materia dei licenziamenti collettivi determinati da riduzioni di personale trova una dettagliata regolamentazione nella l. 23.7.1991 n. 223 (per il settore del credito va fatto principalmente riferimento all’art. 24). In caso di recesso da parte del lavoratore (“dimissioni) incombe al medesimo l’obbligo del preavviso (salvo che non si tratti di dimissioni per giusta causa). Alla cessazione del rapporto è dovuto al lavoratore interessato il trattamento di fine rapporto (v. TFR) stabilito dalla l. 29.5.1982 n. 297 (che ha preso il posto della indennità di anzianità di cui agli artt. 2120 e 2121 c.c.).

  • RECESSO, NORME A TUTELA DEL CONSUMATORE

    1. Diritto di ripensamento. La facoltà di recesso, entro un determinato periodo di tempo, dal contratto stipulato, è stata concessa a favore dell’acquirente dalle norme a tutela del consumatore e precisamente dal d.lg. 15.1.1992 n. 50, emanato in attuazione della direttiva CEE n. 85/577, in materia di contratti negoziati fuori dei locali commerciali. Tale c.d. “diritto di ripensamento” si applica ai contratti, stipulati tra un operatore commerciale e un consumatore, per la fornitura di beni o la prestazione di servizi, conclusi fuori dai locali commerciali con mezzi particolari (p.e.: vendita a domicilio, per corrispondenza, mediante strumenti informatici o canali radiotelevisivi). Tale diritto spetta solo al consumatore, il quale ha sette giorni di tempo (salva diversa indicazione di termini più favorevoli nel contratto) per comunicare all’operatore commerciale la propria volontà di recedere e per restituire la merce già ricevuta. L’operatore commerciale, dal canto suo, ha poi un termine di trenta giorni dalla comunicazione del ricorso o dalla restituzione della merce per effettuare il rimborso delle somme ricevute.

    2. Recesso del professionista. Un limite alla facoltà di recesso è invece stabilito dalla normativa (l. 6.2.1996 n. 52) concernente le clausole abusive per il professionista nei contratti stipulati con il consumatore. La l. 1996/52 ha infatti introdotto nel Titolo II del Libro IV del Codice civile il Capo XIV bis (“Dei contratti del consumatore”), gli articoli 1469 bis - 1469 sexies, in cui sono elencate le clausole per le quali vige la presunzione, fino a prova contraria, di vessatorietà. Tali clausole determinano infatti un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto a carico del consumatore, per cui sono considerate automaticamente inefficaci. L’unica possibilità di salvaguardare l’efficacia di tali clausole è pertantodata dalla dimostrazione che le stesse sono state oggetto di una specifica trattativa con la controparte. Onere, quest’ultimo, che incombe comunque sul professionista per quel che concerne i contratti stipulati con moduli o formulari standard. Una di tali clausole presuntivamente vessatorie è appunto la n. 8 dell’art. 1469 bis, laddove consente al professionista di recedere da contratti a tempo indeterminato senza un ragionevole preavviso, tranne nel caso di giusta di giusta causa. Da ciò si desume pertanto che l’unica possibilità di recesso è concessa al professionista nell’ipotesi di giusta causa.

    3. Contratti a distanza. Altra specie di recesso è quello regolato dal d.lg. 22.05.1999 n. 185, emanato in attuazione della direttiva 97/7/CE relativa alla protezione dei consumatori in materia di contratti a distanza.     3.a) La normativa si applica a quei contratti aventi per oggetto beni o servizi che siano stati stipulati tra un fornitore ed un consumatore nell’ambito di un sistema di vendita o di prestazione di servizi a distanza organizzato dal fornitore che, per tale tipo di contratto, impiega esclusivamente una o più tecniche di comunicazione a distanza fino alla conclusione del contratto, compresa la conclusione del contratto stesso. Per tecnica di comunicazione a distanza si intende qualunque mezzo che, senza la presenza fisica e simultanea del fornitore e del consumatore, può impiegarsi per la conclusione del contratto. Gli artt. 3 e 4 stabiliscono l’obbligo per il fornitore di informare il consumatore, in modo chiaro e comprensibile, circa l’esistenza per quest’ultimo del diritto di recesso o di esclusione dello stesso ai sensi del successivo art. 5, comma 3. L’art. 5 prevede, infatti, l’irrinunciabile diritto di recesso del consumatore da qualunque contratto a distanza, senza alcuna penalità e senza specificarne il motivo entro il termine di 10 giorni lavorativi che decorrono: a) per i beni, dal giorno del loro ricevimento da parte del consumatore ove siano stati soddisfatti gli obblighi di cui al succitato art. 4 o dal giorno in cui questi ultimi siano stati soddisfatti, qualora ciò avvenga dopo la conclusione del contratto purché non oltre il termine di tre mesi dalla conclusione stessa; b) per i servizi, dal giorno della conclusione del contratto o dal giorno in cui siano stati soddisfatti gli obblighi di cui al succitato art. 4, qualora ciò avvenga dopo la conclusione del contratto purché non oltre il termine di tre mesi dalla conclusione stessa. Nell’ipotesi in cui il fornitore non abbia soddisfatto gli obblighi di cui al succitato art. 4, il termine per l’esercizio del diritto di recesso è di tre mesi decorrenti: a) per i beni, dal giorno del loro ricevimento da parte del consumatore; b) per i servizi, dal giorno della conclusione del contratto.     3.b) Obblighi del consumatore. L’esercizio del diritto di recesso in questi contratti comporta l’obbligo per il consumatore di restituire il bene o di metterlo a disposizione del fornitore o della persona da questi designata, secondo le modalità ed i tempi previsti dal contratto. In ogni caso tale termine di restituzione non può essere inferiore a 10 giorni lavorativi decorrenti dalla data di ricevimento del bene. Il fornitore, dal canto suo, è invece obbligato a rimborsarele somme versate dal consumatore gratuitamente, nel minor tempo possibile, ed in ogni caso entro 30 giorni dalla data in cui il fornitore stesso è venuto a conoscenza dell’esercizio del diritto di recesso da parte del consumatore. Un limite al diritto di recesso del consumatore è previsto, salvo diverso accordo tra le parti, al comma 3 del richiamato art. 5, per i contratti a) di fornitura di servizi la cui esecuzione sia iniziata, con l’accordo del consumatore, prima della scadenza del termine di sette giorni previsto dal comma 1 dell’art. 5; b) di fornitura di beni o servizi il cui prezzo è legato a fluttuazioni dei tassi del mercato finanziario che il fornitore non è in grado di controllare; c) di fornitura di beni confezionati su misura o chiaramente personalizzati o che, per loro natura, non possono essere rispediti o rischiano di deteriorarsi o alterarsi rapidamente, d) di fornitura di prodotti audiovisivi o di software informatici sigillati, aperti dal consumatore, e) di fornitura di giornali, periodici e riviste; f) di servizi di scommesse e lotterie. Sanzioni amministrative per il fornitore.     3.c) Sanzioni amministrative per il fornitore. La salvaguardia del diritto di recesso del consumatore dettata dall’illustrata normativa è tale che l’art. 12 prevede per il fornitore che ostacoli l’esercizio di tale diritto o non rimborsi al consumatore le somme da questi eventualmente pagate, l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria, fatta salva naturalmente l’applicazione della legge penale qualora il fatto costituisca reato.

  • RECIDIVA

    Circostanza inerente alla persona colpevole. Letteralmente significa “ricaduta” nel reato e infatti è recidivo chi, dopo aver subito una condanna penale, commette altro reato. L’art. 99 c.p. prevede tre forme di recidiva, che si distinguono sia nei presupposti, sia negli effetti giuridici. La recidiva è semplice se il reo commette un reato dopo una condanna irrevocabile per un qualsiasi reato; l’aumento di pena da infliggere per il nuovo reato è fino a un sesto della sanzione per esso prevista (art. 99, comma 1, c.p.). La recidiva è aggravata se il nuovo reato è della stessa indole (c.d. recidiva specifica) o è stato commesso nei cinque anni dalla condanna precedente (c.d. recidiva infraquinquennale) ovvero è stato commesso durante o dopo l’esecuzione della pena oppure durante il tempo in cui il condannato si sottrae volontariamente all’esecuzione della pena. In tutte queste ipotesi la pena può essere aumentata fino a un terzo (comma 2, art. cit.). La recidivaè, invece, reiterata se il nuovo reato è commesso da chi è già recidivo; l’aumento di pena è fino alla metà se la precedente recidiva è semplice, fino a due terzi se la precedente recidiva è aggravata, specifica o infraquinquennale; infine, da un terzo a due terzi se la precedente recidiva è riferita a un reato commesso durante o dopo l’esecuzione della pena, ovvero durante il tempo in cui il condannato si sia sottratto volontariamente all’esecuzione della pena stessa. In nessun caso l’aumento di pena per effetto della recidiva può superare il cumulo delle pene risultante dalle condanne precedenti alla commissione del nuovo reato (ultimo comma, art. cit.).

  • RECINTO

    Più precisamente: recinto alle gridadal modo di procedere alle contrattazioni che in esso si svolgevano. Fino a quando si sono svolte le negoziazioni alle grida indicava lo spazio delimitato da una ringhiera nella sala riunioni della Borsa, strettamente riservato agli agenti di cambio e ai loro procuratori e rappresentanti, i quali svolgevano intorno a essa le loro contrattazioni alle “grida” per la negoziazione di titoli e di altri valori. Potevano essere ammesse altre persone come gli “osservatori di borsa”, solo se muniti di speciali tessere del comitato direttivo degli agenti di cambio. Il recinto era situato al centro di una più vasta area detta parquet. Il termine francese per defi- nire il recinto è corbeille. Lo spazio che resta al di fuori del recinto, detto coulisse, era riservato oltre che agli operatori, anche ai commissionari, i quali però, non essendo mediatori ufficiali, non potevano contrattare alle grida. È possibile che in passato esistessero (ed esistano nelle borse che praticano ancora le negoziazioni alle grida) in una stessa borsa più recinti a seconda delle diverse specie di titoli trattati e per le trattazioni delle divise. In questo era consentito agli agenti di cambio di operare contemporaneamente in più recinti avvalendosi dei rappresentanti.

  • RECIPROCITÀ

    1. Situazione che si presenta quando un soggetto assicura o promette ad un altro un trattamento uguale o equivalente a quello che questi a sua volta gli assicura o promette. Questa definizione non è che una semplifi cazione del concetto, poiché in realtà la reciprocità si identifica con l’essenza stessa del sinallagma, ossia di qualunque rapporto di tipo contrattuale. Di particolare rilievo appare, in diritto privato, la nozione di contratto di conto corrente offerta dall’art. 1823 c.c., dove è facile ravvisare la “reciprocità” delle posizioni dei due correntisti, ciascuno dei quali, almeno potenzialmente, può assumere entrambi i ruoli di creditore e di debitore. Non così nel contrattodi conto corrente bancario, dove manca, nel rapporto tra banca e cliente, la reciprocità del credito. Una condizione di reciprocità è invece spesso presente nei rapporti che le banche instaurano fra di loro, per quanto concerne tassi,valute ed altri elementi del rapporto interbancario stesso. 2. Sul piano delle relazioni internazionali, la reciprocità svolge, per quello che riguarda i trattati, un ruolo analogo a quello che esplica nel diritto interno in materia di contratti. Inoltre, l’attesa di una reciprocità di comportamento può essere alla base della formazione di consuetudini internazionali come pure della stipulazione di accordi taciti (risultanti cioè da fatti o atti concludenti). Talora uno Stato prefigura con proprie disposizioni, sulla base della reciprocità di trattamento, il comportamento che intende tenere verso gli altri Stati, e più in concreto verso i cittadini di altri Stati. Esempi si rinvengono, nel nostro ordinamento, nell’art. 16 disp. prel. c.c., che ammette lo straniero a godere dei diritti civili attribuiti al cittadino a condizione, appunto, di reciprocità (questa disposizione è stata però ridimensionata dalla Costituzione che garantisce ad ogni persona determinati diritti fondamentali) e nell’art. 4, n. 4, c.p.c., che riconosce la giurisdizione italiana rispetto al convenuto straniero se, nel caso reciproco, il giudice dello Stato al quale lo straniero appartiene può conoscere delle domande proposte contro un cittadino italiano.

  • RECLAMO

    Mezzo di impugnazione delle ordinanze e dei decreti, che determina il riesame del provvedimento da parte dello stesso giudiceche l’ha emesso o di altro giudice. È previsto non solo nel processo di cognizione ma anche in quello di esecuzione e di volontaria giurisdizione. L’art. 178 c.p.c. dichiara soggette a reclamo al collegio le ordinanze del giudice istruttore che risolvono questioni relative alla rilevanza e ammissibilità dei mezzi di prova. L’art. 630 c.p.c. lo prevede contro le ordinanze di estinzione del processo esecutivo. Il reclamo contro i decreti del giudice tutelare è disciplinato dal successivo art. 739. Infine, avverso i provvedimenti del giudice delegato, nel fallimento, è ammesso il reclamo al collegio. Il reclamo della legittimità è, invece, l’azione che l’art. 249 c.c. attribuisce al figlio, che vuole ottenere il riconoscimento dello stato di figlio legittimo. In diritto amministrativo reclamo (v. anche denuncia) è l’istanza con la quale un soggetto interessato si duole davanti alla pubblica amministrazionedi un provvedimento, di una situazione o di un atto, anche omissivo dell’autorità. Se al reclamo corrisponde l’obbligo per l’amministrazione di pronunciarsi, esso assume la denominazione tecnica di ricorso.

  • RECORD OF CHARGE

    È il documento che attesta l’avvenuto acquisto, accettandone l’addebito sulla carta di credito; viene anche detto voucher.

  • RECOVERY

    Attività connesse con il ripristino delle funzionalità operative di una procedura, di un elaboratore o di un intero centro elaborazione dati, a seguito di un fatto che ne abbia pregiudicato il corretto funzionamento. Nel caso in cui il fatto abbia caratteristiche e dimensioni tali da rendere inutilizzabile un intero sito elaborativo, il ripristino avviene attraverso l’attivazione di un secondo sito (centro di recovery)fisicamente separato dal primo. v. anche disaster recovery.

  • RED CLAUSE

    Clausola, detta rossa perché tradizionalmente scritta in tale colore, che viene inserita nei contratti di apertura di credito documentario quando la banca emittente, quellacioè che ha concesso il credito, autorizza la corrispondente estera ad accordare degli anticipi al beneficiario del credito. Quest’ultimo, cioè, riceve dei versamenti prima di presentare i documenti ai quali è in genere subordinato l’utilizzo del credito (p.e., polizza di carico). Si distinguono due tipi di clausola rossa: unsecured red clause o clean red clause, con la quale il beneficiario, al momento di riceveregli anticipi, deve rilasciare una quietanza o sottoscrivere un assegno, secured red clause o documentary red clause, con la quale il beneficiario riceve gli anticipi se consegna il documento che comprova l’avvenuto deposito della merce in magazzini autorizzati e dà prova di aver assicurato la merce contro i rischi derivanti dal deposito. Per comprendere la ragione della clausola in esame, occorre considerare che la stessa deriva dall’esigenza degli importatori di lana di assicurarsi per tempo la merce, risultato questo che viene favorito dagli anticipi agli allevatori-esportatori o agli esportatoriacquirenti presso le aste dei mercati di produzione. Una clausola derivata dalla secured red clause è la green clause o clausola verde, c.d. perché tradizionalmente scritta con tale colore. La differenza concerne soltanto le modalità del magazzinaggio, che deve essere eseguito, con particolare riguardo per le lane, secondo specifiche istruzioni.

  • REDDITIVITÀ

    1. Capacità o attitudine di un patrimonio a produrre reddito. La redditività può riferirsi a un qualsiasi cespite o all’intero capitale aziendale o a un suo particolare settore. È quindi un concetto relativo e si calcola dividendo il rapporto fra reddito R e patrimonio P per il tempo t (e cioè concettualmente R/P / t:), essendo t la frazione di anno, ma solitamente un periodo di tempo pari a un anno, al quale viene riferito il reddito. La formula indica il tasso o capacità di accrescimento nel tempo, per cui la redditività dipende dal valore iniziale del patrimonio e dalla “velocità” con cui esso si accresce (o dal periodo di tempo necessario per l’accrescimento stesso: una redditività del 24% annuo equivale al 12% semestrale o al 2% mensile, computato con l’interesse semplice). La redditività dell’impresa dipende dalla scelta della configurazione assunta dal capitale (capitale netto, azionario, investito ecc.) a cui va ragguagliato il reddito.
    2. Redditività è termine astratto, usato (da solo, ma generalmente nell’espressione indice di redditività) in luogo di rendimento. L’inglese conosce il solo termine concreto return (congiunto alla preposizione on) tradotto correntemente in italiano con rendimento. Per le accezioni composte possibili di redditività v. sotto rendimento (rendimento, rendimento degli investimenti, rendimento delle operazioni bancarie, rendimento di un titolo, rendimento effettivo, rendimento immediato, rendimento lordo).

  • REDDITO DA LAVORO DIPENDENTE

    Costo sostenuto dai datori di lavoro per i lavoratori, a titolo di remunerazione del lavoro dipendente; include le Retribuzioni lorde e gli oneri sociali … somma dei contributi sociali effettivi e dei contributi sociali figurativi … a carico delle imprese.
    Fonte: Banca d'Italia

  • REDDITO DA SIGNORAGGIO

    È il reddito connesso alla funzione di emissione della moneta ed è definito, nell’ambito del SEBC, come reddito originato dagli attivi detenuti in contropartita della circolazione in euro. Il reddito da signoraggio della BCE è rappresentato dalla remunerazione dei crediti nei confronti delle BCN dell’Eurosistema, corrispondenti alla quota di banconote in euro convenzionalmente assegnata alla BCE (pari all’8 per cento della circolazione complessiva dell’Eurosistema). Tale reddito viene distribuito alle BCN in proporzione alla rispettiva quota di partecipazione al capitale della BCE.
    L’ammontare del reddito da signoraggio della BCE può essere ridotto, con decisione del Consiglio direttivo della BCE, in relazione ai costi sostenuti dalla stessa per l’emissione e la gestione operativa delle banconote in euro. Inoltre il Consiglio direttivo può decidere di non dar luogo, in tutto o in parte, alla distribuzione del reddito da signoraggio per:
    1. assicurare che la ripartizione annuale complessiva degli utili non ecceda il profitto netto della BCE per l’esercizio
    2. destinarlo a un fondo di accantonamento (fondo di riserva generale) costituito, nel bilancio della BCE, a fronte dei rischi di cambio, di tasso di interesse, di credito e di prezzo dell’oro.

    Fonte: Banca d'Italia

  • REDDITO DI CITTADINANZA

    Fino al dicembre 2018 si veda Reddito di inclusione - REI

    Da gennaio 2019 il Reddito di Cittadinanza (RdC) è la misura di politica economica sociale più rilevante, in termini dimensionali, del Governo di G. Conte in carica dal maggio 2018.

    Il Reddito di Cittadinanza è un beneficio economico, erogato ai beneficiari individuati nel decreto Legge d'urgenza (m_lps.29.REGISTRO UFFICIALE.U.0000582.16-01-2019), composto di due parti:

    1. beneficio abitativo fino a €3360 annui,

    2. beneficio reddituale di €6000 annui moltiplicati per un coefficiente familiare.

    Il coordinamento del RdC è in capo al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, la piaffatorma di controllo dei dati è quella dell'Istituto Nazionale della Previdenza Sociale - INPS.

    I beneficiari potranno accedere al RdC, dopo la verifica da parte dell'INPS e del Comune di residenza del possesso dei requisiti, a condizione che non rifiutino le offerte di lavoro che i centri per l'impiego provvederanno a inviare. Sarà operativo dall'aprile 2019.

    In corrispondenza del RcD sono introdotti sgravi e sconti (sui contributi previdenziali) per i datori di lavoro che assumeranno i percettori di RdC con contratti a tempo indeterminato.

    Per le persone di oltre 67 anni d'età è introdotta la pensione di cittadinanza.

    Assonebb gennaio 2019

  • REDDITO DI INCLUSIONE - REI

    Il Reddito di Inclusione (REI) gestito dell'Istituto Nazionale della Previdenza Sociale - INPS è una misura nazionale di contrasto alla povertà. Il REI si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una carta di pagamento elettronica (Carta REI) e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa volto al superamento della condizione di povertà.

    Soddisfatto il requisito per il beneficio economico, il progetto viene predisposto con il supporto dei servizi sociali del comune che operano in rete con gli altri servizi territoriali (ad esempio Centri per iMpiego, ASL, scuole, ecc.), nonché con soggetti privati attivi nell'ambito degli interventi di contrasto alla povertà, con particolare riferimento agli enti non profit. Il progetto coinvolge tutti i componenti del nucleo familiare e prevede l'identificazione degli obiettivi che si intendono raggiungere, dei sostegni di cui il nucleo necessita, degli impegni da parte dei componenti il nucleo a svolgere specifiche attività (ad esempio attivazione lavorativa, frequenza scolastica, tutela della salute, ecc.). Il progetto è definito sulla base di una valutazione globale delle problematiche e dei bisogni da parte dei servizi, insieme al nucleo.

    La circolare INPS 22 novembre 2017, n. 172 fornisce le prime istruzioni amministrative, illustra il riordino delle prestazioni assistenziali finalizzate al contrasto alla povertà, in particolare del Sostegno per l’Inclusione Attiva (SIA) e dell’ASDI (Assegno Sociale di Disoccupazione) e la conseguente rideterminazione del fondo povertà a decorrere dal 2018.

  • REDDITO EQUIVALENTE

    Reddito familiare diviso per la dimensione equivalente della famiglia che tiene conto dell’esistenza di economie di scala nelle necessità di consumo della stessa; ad esempio, le spese per elettricità in una famiglia di tre componenti sono inferiori a tre volte tanto quelle di un nucleo con un solo componente. La dimensione equivalente della famiglia è calcolata applicando la scala di equivalenza modificata dell’OCSE (la quale attribuisce valore 1 al primo componente adulto, 0,5 a ogni altro componente di età superiore a 13 anni e 0,3 a ogni componente di età uguale o inferiore a 13 anni).
    Fonte: Banca d'Italia

  • REDDITO LORDO

    Differenza tra ricavi e costi del conto economico, con esclusione dei costi dell’imposizione fiscale diretta.

  • REDDITO MISTO

    Proventi affluiti alle famiglie come remunerazione delle prestazioni svolte dai proprietari delle imprese non costituite in forma di società e dai loro familiari; includono implicitamente la partecipazione agli utili delle stesse imprese.

    Fonte: Banca d'Italia

  • REDDITO MONETARIO

    Norme statutarie
    Secondo l’art. 32 dello Statuto del SEBC il reddito monetario delle BCN riviene dall’esercizio delle funzioni di politica monetaria da parte delle BCN stesse ed è definito … in generale … come reddito annuo originato dagli attivi detenuti in contropartita delle banconote in circolazione e dei depositi degli enti creditizi. È prevista la possibilità che, su delibera del Consiglio direttivo della BCE, dopo l’inizio della terza fase della UE il reddito monetario sia calcolato secondo un metodo alternativo per un periodo che non superi i cinque anni. L’ammontare del reddito monetario viene decurtato di un importo pari agli interessi pagati sui depositi degli enti creditizi. La somma dei redditi monetari delle BCN viene ripartita fra le stesse … attraverso la BCE … in proporzione alle quote versate di capitale della BCE, fatto salvo l’eventuale utilizzo dei redditi monetari, in base all’art. 33.2 dello Statuto, ai fini del ripianamento delle perdite della BCE.
    Applicazione
    Prima dell’avvio della terza fase il Consiglio direttivo della BCE … a causa delle rilevanti differenze esistenti tra i bilanci delle diverse BCN … aveva deliberato l’adozione di un metodo di calcolo alternativo. Tale metodo (cosiddetto indiretto), utilizzato per il triennio 1999-2001, non prendeva in considerazione i rendimenti effettivi degli attivi dei bilanci, ma applicava un unico tasso di riferimento (convenzionalmente pari al tasso marginale sulle operazioni di rifinanziamento principali dell’Eurosistema) a un aggregato di passività monetarie nei confronti di controparti del settore finanziario dell’area dell’euro relative alle operazioni di politica monetaria denominate in euro (conti correnti inclusi i depositi di riserva obbligatoria; depositi overnight; depositi a tempo determinato; depositi collegati alle richieste di margini; depositi derivanti da operazioni temporanee di vendita finalizzate al drenaggio della liquidità; passività connesse all’emissione da parte della BCE di certificati di debito).
    Con decisione del 6 dicembre 2001 il Consiglio direttivo della BCE ha stabilito, nonostante il persistere di una certa disomogeneità tra i bilanci delle BCN, di abbandonare il metodo alternativo. Sulla base del citato atto normativo, per l’esercizio 2002 il calcolo del reddito monetario è stato effettuato con il metodo indiretto ma con l’inclusione, nell’aggregato delle passività monetarie (liability base), delle banconote in circolazione e di talune passività (nette) intra Eurosistema (connesse con le transazioni TARGET e con l’allocazione delle banconote in euro all’interno dell’Eurosistema).
    A partire dall’esercizio 2003 viene adottato un metodo di calcolo semidiretto, in base al quale il reddito monetario (da accentrare) di ciascuna BCN è pari al reddito annuo che essa ottiene dai cosiddetti attivi earmarkable, detenuti in contropartita della liability base. Per ciascuna BCN la liability base è costituita principalmente da: banconote in circolazione; passività verso istituzioni creditizie dell’area dell’euro relative a operazioni di politica monetaria denominate in euro; passività intra Eurosistema (nette) risultanti dalle transazioni TARGET2; passività intra Eurosistema (nette) derivanti dall’allocazione delle banconote in euro all’interno dell’Eurosistema. Gli interessi corrisposti sulle passività incluse nella liability base vengono dedotti dal reddito monetario da accentrare. Gli attivi earmarkable di ciascuna BCN sono costituiti principalmente da: rifinanziamento a istituzioni creditizie dell’area dell’euro per operazioni di politica monetaria; titoli detenuti per finalità di politica monetaria; crediti intra Eurosistema equivalenti al trasferimento delle riserve alla BCE; crediti intra Eurosistema (netti) risultanti dalle transazioni TARGET2; crediti intra Eurosistema (netti) derivanti dall’allocazione delle banconote in euro all’interno dell’Eurosistema; un determinato ammontare di oro e crediti in oro proporzionato alla quota di partecipazione al capitale della BCE. L’oro è considerato infruttifero; i titoli detenuti per finalità di politica monetaria, acquistati nell’ambito dei primi due CBPP (programmi di acquisto di obbligazioni garantite, decisioni BCE 2 luglio 2009, n. 16 e 3 novembre 2011, n. 17) e i titoli pubblici acquistati nell’ambito del PSPP (decisione BCE 4 marzo 2015, n. 10) sono considerati fruttiferi in misura pari all’ultimo tasso marginale applicato alle operazioni di rifinanziamento principali dell’Eurosistema. Qualora l’ammontare degli attivi earmarkable ecceda o sia inferiore alla liability base, la differenza è compensata applicando alla stessa l’ultimo tasso marginale praticato sulle operazioni di rifinanziamento principali dell'Eurosistema.
    Fonte: Banca d'Italia

  • REDDITO NAZIONALE LORDO DISPONIBILE

    Corrisponde al PIL ai prezzi di mercato, più il saldo delle operazioni correnti con il resto del mondo relative a imposte indirette sulla produzione e sulle importazioni, contributi alla produzione, redditi da lavoro dipendente, redditi da capitale e di impresa, operazioni di assicurazione contro danni e altri trasferimenti unilaterali. Il reddito nazionale lordo disponibile si ripartisce fra i diversi settori istituzionali. Il reddito lordo disponibile delle Amministrazioni pubbliche coincide con la somma dei consumi collettivi di loro competenza e dell’avanzo di bilancio; quello delle imprese corrisponde agli utili accantonati; quello delle famiglie consumatrici è pari alla somma dei redditi da lavoro dipendente e indipendente, dei redditi da proprietà (al lordo degli ammortamenti), delle prestazioni sociali e del saldo dei trasferimenti, al netto delle imposte correnti su reddito e patrimonio e dei contributi sociali.
    Fonte: Banca d'Italia

  • REDDITO NETTO

    Reddito lordo meno l’imposizione fiscale diretta.

  • REDDITOMETRO

    Il redditometro è un indice sintetico che serve a ricostruire la capacità reddituale del soggetto partendo dalla capacità di spesa, desunta dagli acquisti. I beni che vengono inseriti nel redditormetro e che indicano la capacità di spesa, che deve coincidere con il reddito, sono tra gli altri i beni immobili, i beni mobili registrati, i beni di lusso.

    Il redditometro rientra tra gli strumenti dell'amministrazione finanziaria volti a limitare l'evasione fiscale e contributiva e costituisce uno strumento d'indagine preventiva. A seguito di scostamenti nel redditometro l'Agenzia delle Entrate può chiedere informazioni al contribuente e se queste non spiegano lo scostamento, può procedere con un accertamento fiscale completo.

    Il Decreto Dignità ha reso inapplicabile il Redditometro per i redditi dopo il 2015, lasciando invece in essere tutti gli accertamenti precedenti.

  • REFERENDUM 22 OTTOBRE 2017 LOMBARDIA VENETO

    Il 22 ottobre 2017 i cittadini delle regioni Lombardia e Veneto sono stati chiamati alle urne per esprimere il proprio consenso (SI) oppure dissenso (NO) su una proposta di modifica dello status della Regione nei confronti dello Stato, che preveda una maggiore autonomia. Questa istanza, che prevede una modifica costituzionale, non aveva diretta rilevanza nazionale. Le motivazioni economiche facevano leva sulla presenza di un forte residuo fiscale a favore di queste regioni.

    L'affluenza alle urne in Veneto è stata del 57% e oltre il 97% dei votanti ha espresso il suo assenso (SI). Simili cifre si sono registrate in Lombardia.

    A seguito del Referendum i governatori delle due regioni, Maroni e Zaia, hanno avanzato richieste allo Stato di maggiore autonomia, senza avviare l'iter costituzionale.

  • REFERTO

    Il referto, per il combinato disposto degli artt. 365 c.p. (omissione di referto) e 334 c.p.p. (notizia di reato collocata nel titolo II libro V), è l’atto obbligatorio con il quale chiunque eserciti una professione sanitaria riferisce al pubblico ministero o a un ufficiale di polizia giudiziaria di aver prestato assistenza in casi che possono presentare i caratteri di un delitto per il quale si debba procedere d’ufficio. L’obbligo di referto non sussiste quando questo esporrebbe la persona assistita a procedimento penale (art. 365 secondo comma c.p.). Il referto, in ragione della particolare qualifi- ca dei soggetti da cui proviene, è generalmente classificato fra le “denunzie proprie” (v. denunzia).

  • REFUNDING

    Termine che designa un’operazione di sostituzione di una vecchia emissione obbligazionaria con una nuova, sia al momento della scadenza, sia in forma anticipata. Viene usato, in particolare, per indicare la conversione del debito pubblico, realizzata attraverso il pagamento del debito pregresso con formazione di un nuovo debito.

  • REGIME DOGANALE DELLE IMPORTAZIONI E DELLE ESPORTAZIONI

    Il regime doganale delle importazioni e delle esportazioni è regolato dal d.m. 14.7.1990 n. 313 (e successive modificazioni e integrazioni, quali i d.m. 11.11.1992 e 29.12.1992) che riordina per la prima volta in un “testo unico” la normativa vigente. La realizzazione del mercato interno europeo e la conseguente abolizione delle frontiere doganali ha tuttavia profondamente modificato la normativa e le procedure doganali tra i Paesi membri e tra questi e i paesi terzi. In particolare, il 1°.1.1994 è entrato in vigore il “Codice doganale comunitario” (reg. CE 92/2913, in GUCE l. 19.10.1992 n. 302) e le relative norme di attuazione (reg. CE 93/2454 della Commissione, in GUCE l. 11.10.1993 n. 253). L’importanza del nuovo Codice risiede nel fatto che tali norme regolano gli interscambi con l’estero di qualsiasi operatore comunitario. La legislazione doganale italiana, contenuta nel citato TU, si applica in quanto non incompatibile con quella comunitaria, prevalente sulla nazionale. Per quanto riguarda, in particolare, gli scambi di merci comunitarie tra i paesi appartenenti all’Unione Europea, i controlli e le formalità doganali, comprese restrizioni e misure di sorveglianza, sono completamente aboliti, purché tali merci non escano dal territorio comunitario. Eccezioni sono rappresentate dalle disposizioni nazionali in tema di prodotti strategici civili e militari. La normativa comunitaria sancisce il principio della libertà delle importazioni, pur mantenendo alcune misure di vigilanza e restrizione in funzione della provenienza delle merci, distinguendo tra paesi Membri del GATT o assimilati e paesi a commercio di Stato o in transizione verso l’economia di mercato. Le importazioni da paesi Membri del GATT sono nel complesso libere e disciplinate dal reg. CE 94/518; quelle provenienti dal secondo gruppo di paesi sono sottoposte al regime stabilito dal reg. CE 94/ 519 che prevede restrizioni per taluni prodotti originari della Repubblica Popolare Cinese la cui importazione necessita di apposita licenza. Relativamente alle esportazioni, vige un regime comune a norma del quale le esportazioni della Comunità europea verso i paesi terzi sono totalmente libere. Alla normativa comunitaria in vigore permangono le eccezioni relative alla libertà di importazione dei prodotti tessili (disciplinate dai regolamenti CE 93/3030,94/ 195 e 94/517), dei prodotti siderurgici, dei prodottiderivati da fauna e flora in via di estinzione (convenzione di Washington) e dei prodotti agricoli rientranti nella politica agricola comune (v. titolo di importazione/esportazione). Per queste ultime due tipologie di merci sono mantenute anche le restrizioni all’esportazione. Ulteriore eccezione al regime comune europeo riguarda il commercio di prodotti e tecnologie dual use (ovvero suscettibili di utilizzo sia civile che militare) (v. tabelle import/export) e dei materiali d’armamento, per il cui commercio sono previsti controlli e autorizzazioni specifi ci. Il Codice comunitario elenca e disciplina inoltre i diversi regimi doganali: l’importazione e l’esportazione definitiva, l’importazione temporanea (perfezionamento attivo e ammissione temporanea), l’esportazione temporanea (perfezionamento passivo e temporanea esportazione per merci particolari), le merci in transito, l’immissione in depositi doganali, la trasformazione sotto controllo doganale.

  • REGIME PATRIMONIALE DELLA FAMIGLIA

    È la disciplina dei rapporti patrimoniali tra i coniugi. Secondo la formulazione originaria del codice civile, si aveva un regime legale di separazione dei beni nel senso che, salva diversa convenzione, ciascuno dei coniugi conservava la titolarità esclusiva dei propri beni, senza poter vantare alcun diritto su quelli dell’altro. Attualmente, in seguito alla riforma del diritto di famiglia, il regime patrimoniale legaleè costituito, in mancanza diverse convenzioni, dalla comunione legale tra coniugi. Le ragioni dell’innovazione stanno principalmente nell’esigenza di assicurare e tutelare effettiva uguaglianza tra i coniugi, attraverso una equiparazione del lavoro domestico a quello extradomestico.

  • REGIMI FINANZIARI

    Funzione che esprime le variazioni di una determinata grandezza finanziaria rispetto al tempo e ad un altro parametro (tasso di interesse, di sconto ecc.). I regimi finanziari possono essere considerati una determinazione delle più generali leggi finanziarie. Data una generica operazione fi- nanziaria, quale, p.e., il prestito della somma C all’epoca x in cambio della restituzione della somma M all’epoca y, si definisce legge finanziaria quella funzione della variabile temporale, L(x,y), che lega il capitale anticipato C al capitale di rimborso M. In base alla L(x,y), che nell’esempio considerato definisce la legge di capitalizzazione, si avrà quindi che la somma C all’epoca x equivale alla somma M = CL(x,y) all’epoca y; la differenza M-C esprime l’interesse maturato dalla somma C nel periodo (x,y), mentre il rapporto tra l’interesse e la somma iniziale C definisce il tasso di interesse r.  Le operazioni finanziarie, oltre che dalla variabile temporale, possono essere analizzate anche in dipendenza di un altro parametro: riprendendo l’esempio precedente poniamo delle determinate condizioni circa il tasso di interesse r: avremo così una funzione delle variazioni del capitale C che, oltre a dipendere dal periodo dell’operazione (x,y), dipenderà dalle particolari condizioni relative al tasso di interesse. Questa nuova funzione esprime un regime finanziario. A seconda dei diversi comportamenti che si potranno ipotizzare circa il tasso di interesse, potremo distinguere diversi regimi finanziari: regime finanziario dell’interesse semplice, dell’interesse composto ecc. (v. capitalizzazione).

  • REGIONALISMO COOPERATIVO

    Termine utilizzato per indicare la partecipazione delle Regioni all’esercizio di funzioni statali, attraverso modalità che comprendono l’istituzione di organi di raccordo con lo Stato o la predisposizione di procedimenti nei quali risulta garantita la presenza di soggetti od organi esponenziali di interessi regionali, accanto a quella di soggetti rappresentanti gli interessi statali. Questi organi sono la Conferenza Stato-Regioni, la Conferenza Stato-Città e la Conferenza unificata e hanno per obiettivo di favorire un reale coinvolgimento delle realtà territoriali su base paritaria, in un’ottica di tutela degli interessi unitari. Sorta al fine di superare l’originario separatismo garantistico voluto dai costituenti, e di costruire una forma di “connessione” tra le competenze statali e quelle regionali, la tendenza al regionalismo cooperativo, nell’esperienza italiana, ha, tuttavia, incontrato notevoli ostacoli, realizzando un modello nel quale le Regioni occupano uno spazio ancora troppo esiguo e nel quale la tendenza ad assumere una posizione paritaria nei confronti dello Stato, si dimostra ancora carente. La principale forma attraverso la quale il regionalismo cooperativo si realizza, vede prima di tutto impegnati i Presidenti delle Regioni a statuto speciale alle sedute del Consiglio dei Ministri. Sono da menzionare, altresì, alcune forme di cooperazione, che si sono andate affermando nella prassi, tra le Giunte regionali ed il Governo centrale e che hanno contribuito a creare canali alternativi a quelli costituzionalmente previsti, apportando in tal modo frammentarietà e dispersione, nella realizzazione dell’indirizzo politico-amministrativo nazionale.

  • REGIONE

    Le Regioni sono enti pubblici territoriali a fini generali, dotati di autonomia statutaria, legislativa, amministrativa, finanziaria e di indirizzo poetico. Elementi costitutivi della Regione sono territorio, popolo e autorità: gli stessi dello Stato, da cui l’ente regionale si distingue essenzialmente perché tali elementi sono parte di quelli corrispondenti del soggetto esponenziale della comunità nazionale (il suo territorio, il suo popolo sono porzioni del territorio nazionale e del popolo italiano): manca l’attributo della sovranità. Quanto all’autonomia, essa si esercita entro ambiti di differente estensione a seconda che si tratti di Regioni a Statuto ordinario o Regioni a Statuto speciale. Gli Statuti delle Regioni speciali sono adottati con leggi costituzionali per attribuire ad esse condizioni di speciale autonomia.A seguito della riforma costituzionale (l. cost. 22.11.1999 n.1) gli statuti delle Regioni ordinarie sono adottati dai rispettivi Consigli con legge approvata con procedimento aggravato (maggioranza assoluta, due deliberazioni successive a intervallo non inferiore a due mesi, eventuale referendum popolare su richiesta di 1/50 degli elettori o di 1/5 dei consiglieri regionali). Il Governo può promuovere la questione di legittimità costituzionale sullo statuto dinanzi alla Corte costituzionale entro 30 giorni dalla pubblicazione (non vi è invece il controllo preventivo previsto per le leggi regionali). Per quanto riguarda l’autonomia legislativa, la potestà legislativa regionale si esercita nelle materie previste dalla costituzione e dagli statuti speciali: si distingue una potestà legislativa esclusiva (che incontra solo limiti esterni, imposti dal rispetto degli obblighi internazionali dello Stato, delle grandi riforme economico-sociali, dei principi fondamentali dell’ordinamento giuridico); una potestà legislativa concorrente o ripartita (che richiede alle Regioni di svolgere e dare attuazione ai principi fondamentali stabiliti nella materia dalle leggidello Stato, chiamate leggi cornice); una potestà legislativa di attuazione o integrativa (demandata di volta in volta alle Regioni da leggi dello Stato). Le Regioni a statuto ordinario hanno potestà solo concorrente e di attuazione, la prima limitatamente alle materie indicate dall’art. 117 Cost. Le Regioni a statuto speciale hanno viceversa attribuiti istituzionalmente, e nell’ambito delle materie tassativamente indicate dai rispettivi statuti, tutti e tre i tipi di potestà legislativa. La Costituzione ha stabilito che la Regione eserciti potestà amministrativa nelle stesse materie in cui esercita potestà legislativa (criterio della corrispondenza ex artt. 117-118 Cost.). Le Regioni esercitano funzioni amministrative (chiamate proprie) nelle materie in cui hanno la potestà legislativa, secondo il criterio costituzionale del parallelismo, salvo che lo Stato non attribuisca determinate funzioni di interesse esclusivamente locale a Province e comuni; esercitano inoltre altre funzioni amministrative delegate dallo Stato (art. 118 cost.). Rispetto alle competenze amministrative regionali lo Stato conserva una funzione di indirizzo e coordinamento, che può esercitare per legge ovvero in forma amministrativa, con deliberazione del Consiglio dei ministri, d’intesa con la conferenza Stato-Regioni o con la singola regione interessata. A seguito degli interventi di riforma stabiliti con la legge delega 15.3.1997 n. 59, la l. 15.5.1997 n. 127 e il d.lg. 31.3.1998 n. 112) è stata però avviata, sia pure a costituzione invariata (o meglio, nell’attesa che il processo di revisione costituzionale venga portato a compimento), una trasformazione del sistema del riparto delle competenze tra lo Stato, le Regioni e gli altri enti locali, ispirato dal principio di sussidiarietà, che comporta l’attribuzione della generalità dei compiti e delle funzioni amministrative all’autorità territorialmente e funzionalmente più vicina ai cittadini interessati, con esclusione delle sole funzioni incompatibili con le dimensioni dell’ente considerato, Nella l. 15.3.1997 n. 59 sono così elencate, secondo una logica di tipo federalistico, le funzioni ed i compiti che restano allo Stato in quanto esclusi dal conferimento (in particolare, affari esteri, difesa e ordine pubblico, giustizia, cittadinanza e immigrazione, elezioni, moneta, previdenza sociale, istruzione universitaria e organizzazione generale dell’istruzione); detto conferimento si compie progressivamente, attraverso decreti legislativi del Governo (con portata generale e sistematica si veda in particolare il d.lg. 31.3.1998 n. 112), cui seguono leggi regionali di attuazione che determinano le funzioni che richiedono l’unitario esercizio a livello regionale e ripartiscono le altre tra gli enti locali ed infine l’effettiva e concreta attribuzione dei beni e delle risorse finanziarie, umane, strumentali e organizzative. L’art. 119 cost. riconosce alle Regioni autonomia finanziaria nelle forme e nei limiti stabiliti da leggi della Repubblica (la competenza legislativa regionale in materia finanziaria è pertanto semplicemente attuativa, anche se costituzionalmente prevista). L’attuale sistema di finanziamento delle Regioni ordinarie prevede tributi propri (tassa sulle concessioni regionali o, fra i più recenti, IRAP), addizionali ad imposte erariali (addizionale IRPEF), compartecipazione a tributi erariali (all’IVA e all’accisa sulla benzina), eventuali contributi speciali stabiliti con legge per singole regioni e finanziamenti della Comunità europea attraverso i fondi strutturali; a partire dal 1996, il legislatore ha ridotto progressivamente i trasferimenti statali, sostituiti da entrate regionali proprie, allentando il vincolo di destinazione ed accre- scendo l’autonomia sul versante della spesa; ciò va senz’altro nella direzione di un rapporto diretto tra finanza regionale e capacità contributiva locale (pur mantenendo meccanismi di perequazione in favore delle aree territorialisfavorite), anche se il potere fondamentale di decisione sulla istituzione e la disciplina generale dei tributi propri restano ancora saldamente nelle mani del legislatore statale. Organi della Regione sono: il Consiglio regionale, il Presidente della Giunta e la Giunta (art. 121- 122-123-126 cost. come modificati con l. cost. 22.11.1999 n. 1); Il Consiglio regionale esercita la potestà legislativa regionale; il Presidente rappresenta la Regione, dirige la politica della giunta e ne è responsabile, promulga le leggi ed emana i regolamenti regionali, dirige le funzioni amministrative delegate dallo Stato; la Giunta è l’organo esecutivo. La riforma costituzionale ha previsto che anche il Presidente, come il Consiglio, venga eletto a suffragio universale e diretto, e che abbia il potere di nominare e revocare i componenti della giunta, lasciando però agli statuti regionali la facoltà di disciplinare diversamente le modalità di elezione della giunta e del presidente ed i rapporti tra gli organi regionali (la forma di governo). Il Consiglio regionale può esprimere la sfiducia motivata nei confronti del Presidente della giunta (quando il Presidente è eletto direttamente, la sfiducia, come le dimissioni volontarie o l’impedimento permanente, richiedono anche lo scioglimento del Consiglio e portano a nuove elezioni). Il controllo di legittimità sugli atti amministrativi delle regioni ordinarie è esercitato in forma decentrata da un organo dello Stato (art. 125 cost.): si tratta della Commissione di controllo sull’amministrazione regionale, con sede nel capoluogo della Regione, competente in ordine ai regolamenti (esclusi quelli relativi all’autonomia organizzativa, funzionale e contabile dei Consigli regionali) ed agli atti che costituiscono adempimento agli obblighi derivanti dall’appartenenza all’UE. Il quadro normativo sopra riportato va oggi letto alla luce delle innovazioni introdotte dalla riforma del titolo V della costituzione a opera di l. cost. 18.10.2001 n. 3.

  • REGIONI ITALIANE A STATUTO ORDINARIO & DERIVATI OTC (ENCICLOPEDIA)

    Abstract

    Le Regioni italiane, create negli anni ’70, sono entrate in funzione solo con la modifica del Titolo V della Costituzione. Dal 2001 queste amministrazioni locali hanno dovuto fronteggiare le uscite derivanti dalle competenze devolute dallo Stato alle stesse e nel contempo hanno aumentato il loro indebitamento. Questi enti hanno fatto un ampio ricorso agli strumenti finanziari derivati negoziati nei mercati non regolamentati (OTC), ciò è stato favorito anche dall’assenza di un’adeguata regolamentazione contabile dei flussi generati dall’utilizzo di questi strumenti e dalla gestione dei rischi connessi alla sottoscrizione di questi contratti. Ad oggi il legislatore non ha ancora emanato un assetto normativo di riferimento, lasciando lacune che comportano sia un aumento dei rischi politici che dei rischi finanziari.

    1. Le Regioni e il Federalismo Fiscale
    Le origini delle Regioni italiane sono riconducibili alla nascita della Costituzione italiana, 1948. Eppure la loro istituzione ha avuto luogo in un secondo momento e in due tappe diverse. Tra il 1944 e il 1946 sono state costituite le Regioni a Statuto Speciale (RSS)1, eccezione per il Friuli Venezia Giulia che solamente nel 1963 ha ottenuto l’autonomia. Circa sette anni dopo, nel 1970, a seguito dell’elezione dei Consigli Regionali furono create le Regioni a Statuto Ordinario (RSO)2. Complessivamente queste sono state istituite come enti intermedi tra lo Stato e i Comuni italiani.
    Alle Regioni a Statuto Ordinario è riconosciuta una potestà legislativa concorrente o ripartita, così definita in quanto risulta suddivisa fra lo Stato e l’ente stesso. Questa riguarda una serie di materie3 nelle quali la Regione può legiferare tenendo in considerazione i principi già stabiliti dallo Stato con apposite leggi che, proprio perché destinate a limitare l'attività legislativa regionale vengono definite "leggi cornice". Contemporaneamente la competenza d’integrazione e di attuazione4 consente alle singole Regioni di emanare norme al fine di colmare eventuali lacune delle leggi statali o di adattare tali leggi alle loro particolari esigenze.
    Con la Riforma Costituzionale del 2001, in conformità a quanto previsto dal nuovo articolo 119 della Costituzione, sono state create le basi per la realizzazione del Federalismo Fiscale in Italia. Attraverso la legge “La Loggia” del 2003 è stata fornita una parziale nonché carente attuazione del nuovo Titolo V della Costituzione. In seguito, la legge del 5 maggio 2009, n. 42 ha costituito il punto di partenza del percorso d’implementazione del modello italiano del Federalismo Fiscale, il cui obiettivo si può individuare nella maggiore autonomia finanziaria delle Regioni e degli Enti Locali, nonché nel voler contenere e razionalizzare la spesa pubblica degli enti presenti sul territorio italiano. Quest’ultimo obiettivo si può ricondurre alla volontà di ottenere una maggiore responsabilizzazione degli amministratori, sia a livello regionale che a livello locale. L’articolo 119 della Costituzione, riformato nel 2001, garantisce a tutti gli enti territoriali … Comuni, Provincie, Città Metropolitane e Regioni … piena autonomia finanziaria di entrata e di spesa. In base a questa norma le Regioni dispongono di tre tipi di risorse ovvero, i tributi propri, le compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio e le quote del fondo perequativo5. A seguito della introduzione del principio di pareggio di bilancio nella Costituzione, che è avvenuta grazie alla legge costituzionale del 20 aprile 2012, n. 1, l’articolo 119 della Costituzione è stato nuovamente oggetto di riforma al fine di raggiungere l’obiettivo dell’equilibrio di bilancio (Fiscal Compact).
    Trascorsi cinque anni dalla legge n. 42 del 2009, con la quale sono state poste le basi per l’introduzione nel sistema italiano del Federalismo Fiscale, questo processo deve essere ancora ultimato. Questa “dottrina”6 nel corso degli anni è stata implementata in maniera non coordinata e poco organica7. I diversi livelli di autonomia locale (Regioni, Comuni, Provincie e Città Metropolitane) imporrebbero uno schema chiaro di competenze e gestione finanziaria al fine di garantire un uso più efficiente delle risorse, ma nel tempo non sono mancate le sovrapposizioni. La scarsa mobilità del personale dello Stato ha contribuito a creare duplicazioni funzionali di difficile risoluzione. Attualmente, le Regioni svolgono un ruolo di intermediazione di risorse e contemporaneamente non sono i soggetti preposti per l’erogazione diretta dei servizi ai cittadini. Questo contribuisce a rendere ancora più complesso sia il meccanismo di responsabilità politica che l’interpretazione dei bilanci regionali, in termini economici. A questi enti sono attribuite competenze che non vengono esercitate a livello statale e possono essere ricondotte alla sanità, ai trasporti, alla regolamentazione locale in merito ai commerci ed alla tutela dell’arte. Tali servizi sono erogati da soggetti pubblici e privati su convenzione regionale.
    In questo scenario, vanno considerati gli effetti prodotti dalla crisi finanziaria e dalla crisi del debito sovrano, che in uno stato federale generalmente tendono ad accentrare le funzioni e conseguentemente a ridurre i margini di autonomia, anche finanziaria, delle entità federate limitando ulteriormente la realizzazione del Federalismo Fiscale.

    2. La contabilità delle Regioni
    La contabilità degli enti pubblici è ispirata ai criteri economico-giuridici che devono rilevare i flussi monetari in entrata e in uscita degli stessi, disciplinare i beni pubblici e il patrimonio pubblico, infine, controllare l’attività contrattuale pubblica. Contrariamente alla contabilità delle imprese, per gli enti locali non vige il criterio di competenza8 ma solo quello di cassa9 e non è nemmeno prevista la rendicontazione patrimoniale finanziaria degli stessi. Le poste di bilancio riflettono le funzioni svolte dall’ente. Nel caso specifico delle Regioni le funzioni sono poi implementate da altri soggetti, pubblici e privati (es. le Aziende Sanitarie Locali - ASL, le aziende di trasporto).
    Le norme contabili approvate negli anni ’70 sono state interpretate nei decenni dalle Regioni in modo abbastanza flessibile dando luogo a una forte disomogeneità10. Le Regioni, ai fini contabili, applicavano le stesse norme in modo diverso e questo, nel tempo, ha comportato una mutata applicazione delle stesse ed ha reso molto difficile il confronto dei documenti contabili tra le diverse Regioni presenti sul territorio italiano.
    A tale scopo, nel 2011 sono stati introdotti dei provvedimenti atti a garantire l’adozione di schemi comuni di bilancio per il coordinamento della finanza pubblica (D.Lgs. n. 118 del 23 giugno 2011) e per l’adozione di efficaci meccanismi sanzionatori e premiali (D.Lgs. n. 149 del 6 settembre 2011). Inoltre, ogni ente locale deve predisporre il bilancio consolidato con tutti i soggetti collegati al fine di rendicontare il flusso delle risorse. Queste modifiche normative hanno lo scopo di fornire un migliore grado di coordinamento della finanza pubblica, un maggior rispetto del Patto di Stabilità Interno (PSI) e quindi un’efficace riduzione del debito pubblico italiano.

    3. Il debito delle Regioni
    Grazie alla modifica del Titolo V della Costituzione - 2001 - e alle successive leggi sul Federalismo Fiscale e Finanziario, le Regioni italiane hanno piena potestà legislativa sul ricorso al debito e sulla gestione del relativo costo (si veda in particolare la Legge n. 389 del 1° dicembre 2003). Le Regioni a Statuto Speciale (RSS) hanno una maggiore libertà di azione, ma l’analisi intende focalizzare la sua attenzione nei confronti delle Regioni a Statuto Ordinario (RSO) in quanto rappresentano il 75% delle Regioni presenti sul territorio italiano.
    Dal 2001 a oggi le Regioni hanno aumentato la loro pressione fiscale, ma contemporaneamente non hanno ridotto il ricorso al debito. Infatti, il debito totale delle RSO, secondo i dati pubblicati dalla Corte dei Conti nella Relazione annuale sulla gestione, è passato da 27 miliardi di euro nel 2007 a 33 miliardi di euro nel 2012, dopo il considerevole incremento di circa 7 miliardi di euro registrato nel 2008 sino a raggiungere il valore più elevato nel 2011 pari a 35 miliardi di euro.

    Fig. 1 … Evoluzione Debito Regioni Italiane a Statuto Ordinario (euro)

    Fonte: Corte dei Conti.

    Circa un terzo del debito totale delle regioni italiane è riconducibile al debito sanitario. I servizi sanitari costituiscono la principale prestazione erogata dalle Regioni ai cittadini italiani. Considerate congiuntamente le seguenti regioni, Lazio, Campania, Lombardia e Piemonte, queste hanno emesso oltre il 50% di tale debito.

    Fig. 2 … Ripartizione Debito Regioni Italiane a Statuto Ordinario

    Fonte: Corte dei Conti.

    Tab. 1 … Rapporto tra debito sanitario delle Regioni italiane a Statuto Ordinario e debito totale



    Fonte: Corte dei Conti.

    4. Brevi cenni sull’evoluzione normativa dei derivati
    E’ possibile ricondurre la nascita dell’esigenza da parte degli Enti Locali (EL) di ricorrere alla sottoscrizione di strumenti finanziari derivati ai fini di copertura al 1994. Nello stesso anno con la legge del 23 dicembre 1994, n. 724 è stato eliminato il monopolio della Cassa Depositi e Prestiti e pertanto viene riconosciuta, alle Amministrazioni Locali, la facoltà di accedere al mercato dei capitali attraverso l’emissione di prestiti obbligazionari, comportandone una maggiore esposizione delle stesse al rischio di tasso e di cambio. E’ grazie al Decreto del Ministero del Tesoro del 5 luglio 1996, n. 420 articolo 2 che è stato espressamente disciplinato l’utilizzo dei derivati da parte degli EL. La Finanziaria del 2002 rappresenta il vero strumento di accesso all’utilizzo di questi contratti finanziari da parte degli enti pubblici italiani. La disciplina delle tipologie di swap alle quali questi soggetti possono ricorrere è stata compiuta tramite il Decreto del Ministero dell'Economia e delle Finanze n. 389 del 1 dicembre 2003. In seguito è stata emanata una circolare esplicativa, del decreto, da parte del Ministero del 27 maggio 2004.
    Solo con la Finanziaria del 2007 vengono indicati i primi vincoli per la sottoscrizione di questa tipologia di strumenti, richiedendo che i contratti con cui gli Enti Locali “pongono in essere le operazioni di ammortamento del debito con rimborso unico a scadenza e le operazioni in strumenti derivati devono essere trasmessi, a cura dei contraenti, al Ministero dell’Economia e delle Finanze … Dipartimento del Tesoro. Tale trasmissione, che deve avvenire prima della sottoscrizione dei contratti medesimi, è elemento costitutivo dell’efficacia degli stessi”. La Finanziaria del 2008 ha imposto il blocco transitorio al ricorso dei derivati da parte delle amministrazioni locali. In seguito, la Finanziaria 2009 ha previsto il divieto per Regioni, Province Autonome ed Enti Locali di emissione di titoli obbligazionari o altre passività che prevedono il rimborso del capitale in un’unica soluzione alla scadenza. Con la legge Finanziaria 2009 è stata messa fine alla vicenda dei derivati, prevedendo il divieto tassativo di sottoscrizione di nuovi contratti.
    Nel 2011 il Consiglio di Stato (CdS) ha ulteriormente aumentato l’entropia giuridica sui derivati. Secondo quest’organo la delibera amministrativa dell’Ente Locale che ratifica il contratto derivato tra l’ente e l’intermediario bancario e finanziario deve essere considerata nulla se questo accordo produce un danno alla stabilità finanziaria dell’ente stesso. Tale procedura amministrativa di annullamento in autotutela avviene in aperto contrasto con quanto indicato nel contratto stesso, in merito alla sua rescissione o annullamento e soprattutto rispetto al foro competente, che nel 99% dei contratti è il tribunale civile di Londra, sede consolidata per la gestione delle controversie riguardanti i contratti finanziari in Europa. Il meccanismo di autotutela proprio del diritto amministrativo pubblico è in contrasto con la tutela dell’interesse dei soggetti non pubblici dei contratti derivati (i.e. intermediari e banche) ma, come già anticipato, la stratificazione normativa italiana fa prevedere tempi biblici per la soluzione di controversie di questo tipo, senza nessun mutuo vantaggio. Questa procedura appare come una soluzione paternalistica e non prevede la responsabilità in capo agli amministratori locali che hanno causato il danno all’ente. La posizione paternalistica del giudice amministrativo unitamente al pesante fardello della burocrazia pubblica contribuisce a incrementare in modo strutturale lo spread pagato dai titoli pubblici, poiché ledono le garanzie dei creditori in modo sostanziale anche se non formale.
    I fenomeni economico-finanziari sono di difficile rappresentazione nella contabilità pubblica. I flussi finanziari legati alle operazioni di finanza derivata (es. i flussi prodotti dai contratti swap) sono registrati solo al momento della loro manifestazione monetaria, mentre non è registrata l’esposizione al rischio, informazione importante per valutare la solidità patrimoniale. Con l’applicazione dei criteri di contabilità pubblica si è manifestato l’incentivo a sottoscrivere operazioni finanziarie che prevedessero alla stipulazione del contratto un anticipo da parte dell’ente erogatore (la banca o altro istituto finanziario) a favore dell’Ente Locale. Tale anticipo deve essere aggiunto al prestito oggetto di rimborso alla scadenza. Nel periodo 2003-2006 sono state sottoscritte diverse tipologie contrattuali del tipo swap con clausola up-front.
    Il Governmental Accounting Standard Board (GASB), che definisce gli standard contabili degli Enti Pubblici nel mondo, ha introdotto dei criteri ad hoc al fine di ridurre l’opacità nella registrazione delle operazioni finanziarie messe in atto dagli Enti Locali. La contabilità dei derivati di copertura è simile a quella degli altri strumenti di gestione del debito, per cui il fair value, di questi strumenti, è riportato con il suo segno tra le attività o le passività ed il risultato di periodo del contratto è riportato nei flussi finanziari. I derivati d’investimento sono iscritti, invece, negli investimenti con il loro segno, positivo o negativo. Qualora venisse a mancare lo scopo di copertura, il contratto è contabilizzato come investimento. Gli Enti Locali hanno quindi un forte incentivo a sottoscrivere derivati con finalità di copertura. L’applicazione dei criteri GASB ha portato, dal 2008 in poi, ad un aumento dei valori negativi di questi contratti, a causa dell’aumento dei tassi d’interesse del mercato monetario, della forte volatilità sui mercati, del peggioramento del rating degli Enti Locali e dello Stato.
    Tra i vari effetti che possono derivare dell’adozione degli standard GASB, si può evidenziare che questi richiedono che ogni anticipazione ricevuta dall’Ente Locale sia contabilizzata come indebitamento e non come liquidità disponibile, rendendo “inutilizzabili” come liquidità immediata i flussi derivanti dagli up-front riconosciuti a seguito della sottoscrizione di contratti derivati.
    A livello contabile le uscite connesse a questi strumenti finanziari (negoziati in mercati regolamentati o non regolamentati - OTC) devono essere registrate come interessi nel bilancio degli Enti Pubblici (interessi attivi se derivano da netting positivi ed interessi passivi se generati da netting negativi).
    Ancora oggi le Regioni italiane non forniscono una dettagliata disclosure in merito alle voci degli interessi passivi e degli interessi attivi presenti nei loro bilanci e questo non consente di individuare la quota di tali costi imputabile alle operazioni con strumenti finanziari derivati andando a scapito del principio di trasparenza.

    5. Conclusioni
    La devoluzione delle competenze in virtù della scelta di creare un sistema caratterizzato dal Federalismo Fiscale e Finanziario genera importanti necessità operative che non sono state valutate e affrontate dal legislatore. La devoluzione delle competenze ha fatto crescere la spesa locale, la pressione fiscale e il debito; l’innovazione finanziaria è utilizzata da molti Stati esteri al fine di gestire il debito ed i suoi costi con risultati positivi. In Italia, l’assenza di un chiaro meccanismo di responsabilità per gli amministratori degli Enti Locali e il connesso rischio politico hanno limitato l’efficacia dell’uso dei derivati. Questi strumenti derivati sono stati spesso utilizzati con lo scopo di rinviare nel futuro l’onere finanziario, talvolta aggravandolo con sostanziose anticipazioni di cassa d’immediata esigibilità.
    La fragilità del sistema pubblico italiano, l’assenza di responsabilità dei funzionari, la mancanza di un organico sistema di regole, la frammentazione dei controlli e l’assenza di monitoraggio completo alimentano le critiche e lo scetticismo sull’efficacia di questi strumenti. Il quadro potrebbe diventare più nitido se le Regioni fornissero maggiore informazione in merito alla loro esposizione in contratti derivati. I bilanci pubblici presentano oggi una limitata trasparenza in merito alla disclosure dei costi e sui benefici derivanti dall’utilizzo di questi strumenti; i pochi dati disponibili sono a livello aggregato, non consentendo di individuare le operazioni in derivati sottoscritte ai fini di copertura e quelle che sono avvenute a seguito di ristrutturazione di operazioni precedenti.
    Con la legge di stabilità approvata per l’anno 2014 è stato introdotto il divieto di sottoscrivere nuovi contratti swap da parte degli Enti Locali italiani. Questo divieto è però di difficile e non immediata applicazione, poiché la legge non chiarisce se sia necessaria una risoluzione anticipata delle operazioni, o come debba essere considerata la ristrutturazione di un’operazione iscritta in bilancio prima del 31 dicembre 2013. Urge un intervento legislativo organico sull’uso degli strumenti di gestione e copertura del debito da parte degli Enti Locali.

    1 Sardegna, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Sicilia.
    2 RSO: Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria.
    3 Le materie per le quali alla RSO è riconosciuta la potestà legislativa concorrente sono: 1) industria, commercio ed esercizio industriale delle miniere, cave e saline; 2) istruzione ed ordinamento degli enti di credito fondiario ed agrario, delle casse di risparmio, delle casse rurali, dei monti frumentari e di pegno e delle altre aziende di credito di carattere regionale; relative autorizzazioni; 3) opere di grande e media bonifica e di trasformazione fondiaria; 4) espropriazione per pubblica utilità non riguardante opere a carico dello Stato; 5) produzione e distribuzione dell'energia elettrica; 6) linee marittime ed aeree di cabotaggio fra i porti e gli scali della Regione; 7) assunzione di pubblici servizi; 8) assistenza e beneficenza pubblica; 9) igiene e sanità pubblica; 10) disciplina annonaria e 11) pubblici spettacoli
    4 Le materie per le quali alle RSO è attribuita la potestà legislativa di attuazione o integrativa sono: 1) istruzione di ogni ordine e grado, ordinamento degli studi; 2) lavoro; previdenza ed assistenza sociale 3) antichità e belle arti; 4) nelle altre materie previste da leggi dello Stato.
    5 Questo fondo è stato istituito con legge dello Stato per i territori con minore capacità fiscale per abitante. L’istituzione di fondi come questo ha come scopo quello di riequilibrare le diverse posizioni finanziarie degli Enti Locali al fine di consentire a tutti gli enti presenti sul territorio di avere sufficienti risorse finanziarie per lo svolgimento delle funzioni a loro attribuite.
    6 Federalismo Fiscale.
    7 Piperno, 2013.
    8 Il principio di competenza impone di registrare le poste di bilancio nel momento in cui il fenomeno si verifica, indipendentemente dall’effettivo pagamento o all'incasso.
    9 Il criterio di cassa descrive le entrate riscosse e le uscite erogate da parte della Regione. L’andamento dei valori per cassa risulta fortemente condizionato dalla stagionalità convenzionale dovuta alle scadenze previste per il pagamento delle imposte e degli impegni di spesa che in quanto previsti vengono erogati.
    10 Piperno, 2013.

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    Redattori: Giulia FANTINI - Chiara OLDANI


  • REGISTRAZIONE

    Annotazione in un registro pubblico di atti o negozi giuridici. È obbligatoria per i negozi redatti per iscritto e per taluni conclusi verbalmente (locazione, appalto ecc.). Il r.d. 30.12.1923 n. 3269 distingue gli atti da registrare in termine fisso (venti giorni dalla data di stipulazione), da quelli da registraresoltanto in caso d’uso. La registrazione attribuisce certezza alla data dell’atto nei confronti dei terzi e assolve a finalità fiscali, in quanto è previsto il pagamento della omonima imposta al momento della registrazione. L’omessa registrazione non invalida il negozio, essendo previsto il tardivo adempimento dell’obbligo, mediante pagamento di una sovrimposta. Sono previste anche altre forme di registrazione, come quella relativa alla costituzione e alle vicende successive delle persone giuridiche e delle imprese, la cui omissione determina la inopponibilità ai terzi dei fatti e degli atti non registrati. Bisogna, infine, ricordare la registrazione del marchio d’impresa, che attribuisce ildiritto di valersene in modo esclusivo. La nuova normativa in materia di registrazione è contenuta nel d.p.r. 26.10.1972 n. 634.

  • REGISTRAZIONE DELLE SOCIETÀ COMMERCIALI

    Iscrizione nel registro delle imprese dell’atto costitutivo delle società commerciali, che produce effetti diversi a seconda del tipo di società. La registrazione dell’atto costitutivo delle società per azioni, in accomandita per azioni e a responsabilità limitata ha funzione costitutiva, attribuisce, cioè, la personalità giuridica. Per le società in nome collettivo e in accomandita semplice, essa condiziona l’applicabilità dei principi regolatori dei rapporti fra le società e i terzi, per quanto specifi camente attiene alla responsabilità dell’ente e delle persone nei confronti dei terzi, che sono propri a ciascuno di detti tipi di società. Sono pure soggetti a registrazione altri fatti inerenti alla società e successivi alla sua costituzione, come la nomina di amministratori o di sindaci, la modifica dell’atto costitutivo, la messa in liquidazione della società.

  • REGISTRO AERONAUTICO NAZIONALE

    Libro in cui sono iscritti tutti gli aeromobili naviganti dello Stato che appartengono a cittadini italiani o che sono nella disponibilità di determinate società nazionali di navigazione. Per gli alianti libratori l’iscrizione è prevista in un registro matricolare tenuto dall’Aereo club d’Italia. L’iscrizione ha efficacia sul regime di diritto privato degli aeromobili ed in particolare sui modi di acquisto, trasferimento ed estinzione della proprietà, sull’ipoteca, i privilegi, il sequestro, il pignoramento, la vendita giudiziale. Il registro di cui si tratta non deve essere confuso con il Registro Aeronautico Italiano, ente pubblico che aveva per scopo il controllo sulla costruzione e sulle buone condizioni di navigabilità degli aeromobili e i cui compiti sono stati attribuiti all’Ente nazionale per l’aviazione civile-ENAC, istituito dal d.lg. 25.7.1997 n. 250.

  • REGISTRO AUTOMOBILISTICO

    In sigla PRA (Pubblico registro automobilistico). Libro tenuto negli uffici provinciali dell’Automobile club d’Italia, avente la funzione di rendere pubblici gli atti giuridici di diritto privato, i provvedimenti amministrativi di espropriazione e le sentenze operanti la costituzione, il trasferimento e l’estinzione dei diritti reali sugli autoveicoli. Infatti per questi ultimi sono previste forme di pubblicità analoghe a quelle dei beni immobili.

  • REGISTRO DELLE DITTE

    Istituito con gli artt. 47-51 del TU sulle Camere di Commercio (r.d. 29.9.1934, n. 2011), è ormai scomparso in seguito all’entrata in vigore della disciplinadel registro delle imprese. Infatti, l’art. 8, comma 7 della l. 29.12.1993 n. 580 e l’art. 28, comma 4, del regolamento di attuazione (d.p.r. 7.12.1995 n. 581), ne hanno disposto la sostituzione, dopo un periodo transitorio di tre anni, con il REA (Repertorio delle notizie economiche e amministrative) e con le sezioni speciali del nuovo registro delle imprese. Nel registro ditte dovevano iscriversi tutti coloro che esercitavano un’attività industriale, commerciale o agricola nella circoscrizione della Camera di Commercio.

  • REGISTRO DELLE IMPRESE

    Strumento mediante il quale viene attuata la pubblicità legale dei soggetti che esercitano attività l’impresa. Previsto dagli artt. 2188 e ss. del CodiceCivile, la sua concreta attuazione è avvenuta dopo circa cinquant’anni di regime transitorio (artt. 99-101, 108 disposizioni attuazione c.c.) con la l. 29.12.1993 n. 580 ed il relativo regolamento approvato con d.p.r. 7.12.1995 n. 581, modificato con il d.p.r. 1996/559. Il Registro è informatizzato al fine di garantire una migliore diffusione e tempestività dell’informazione ed è tenuto presso un apposito ufficio, istituito in ogni provincia, della camera di commercio, la cui attività viene svolta sotto la vigilanza di un giudice delegato dal Presidente del Tribunale della circoscrizione. Il segretario generale della camera di commercio assume normalmente l’incarico di Conservatore del registro. Il registro era originariamente articolato in una sezione ordinaria e in quattro sezioni speciali dedicate agli imprenditori agricoli, alle società semplici, ai piccoli imprenditori ed agli imprenditori artigiani ma, con la pubblicazione del d.p.r. 14.12.1999 n. 558 nella G.U. del 21.11.2000, n. 272, nell’ambito della semplificazione delle procedure amministrative, è stata disposta l’unione delle quattro sezioni speciali determinando l’odierna bipartizione in una sezione ordinaria ed una sezione speciale. Nella sezione ordinaria sono iscritti tutti gli imprenditori commerciali individuali non piccoli, tutte le società, indipendentemente dall’attività svolta, tranne la società semplice, i consorzi con attività esterna, i geie con sede in Italia, gli enti pubblici aventi per oggetto esclusivo o principale un’attività commerciale, le società estere che hanno in Italia la sede dell’amministrazione oppure l’oggetto principale della loro attività, le associazioni e le fondazioni che esercitano attività commerciale anche se accessoria. Nella sezione speciale ormai unica vanno iscritti invece tutti i soggetti prima inseriti nelle quattro sezioni speciali. Gli atti ed i fatti da registrare riguardano sostanzialmente gli elementi di individuazione dell’imprenditore, sia esso individuale o collettivo, oltre alla struttura organizzativa delle società. Le due sezioni si differenziano per il regime di pubblicità che le caratterizza. Infatti, l’iscrizione nella sezione ordinaria produce gli effetti tipici della pubblicità legale, ai sensi degli artt. 2188 ss ed in particolare 2193 c.c, determinando l’efficacia dichiarativa e la conseguente conoscibilità ed opponibilità erga omnes del fatto e dell’atto iscritto. Conseguentemente, nessuno può legittimamente eccepire l’ignoranza di ciò che risulta iscritto nella sezione ordinaria del registro a decorrere dal momento della registrazione, mentre se si tratta di società di capitali, la piena opponibilità si verifica con il decorso di quindici giorni dall’iscrizione degli atti relativi. I fatti e gli atti non iscritti non beneficiano della conoscibilità legale e della correlata presunzione assoluta ma l’imprenditore può comunque opporli ai terzi dimostrando che questi ne hanno avuto effettiva conoscenza. Per quanto concerne alcuni atti, tuttavia, l’iscrizione produce effetti pubblicitari maggiormente incisivi e rilevanti. Si parla in tali casi di pubblicità costitutiva, assoluta o parziale, che riguarda l’iscrizione di atti relativi alle società di capitali. In particolare, secondo l’orientamento maggioritario, avrebbe efficacia costitutiva assoluta l’iscrizione dell’atto costitutivo delle società predette in quanto solo successivamente ad essa la società di capitali, in quanto tale, diverrebbe giuridicamente esistente sia fra i soci che di fronte ai terzi, restando fino a quel momento un semplice contratto fra le parti. Per quanto concerne invece, alcuni atti, quali p.e. le delibere di riduzione del capitale sociale per esuberanza, si riconosce all’iscrizione un’efficacia costitutiva parziale in quanto la delibera, efficace verso i terzi sin dal momento della sua adozione, diventa efficace anche nei confronti dei terzi con il decorso del termine di tre mesi dall’iscrizione durante i quali i creditori possono proporre opposizione essendo la riduzione, anche se attuata ed eseguita in quanto è inefficace nei loro confronti. In alcuni casi l’iscrizione nella sezione ordinaria ha efficacia “normativa”, determinando l’applicazione di uno specifico regime giuridico. Questi effetti solo evidenti in sededi società in nome collettivo e in accomandita semplice le quali, pur giuridicamente esistenti prima ed a prescindere dall’iscrizione, hannol’onere di registrarsi se vogliono accedere al regime di autonomia patrimoniale previsto dalla disciplina; in caso di mancata iscrizione si applica infatti il regime più gravoso previsto per la responsabilità dei soci nella società semplice. L’iscrizione nell’unica sezione speciale ha, invece, l’efficacia di semplice pubblicità notizia e certificazione anagrafica, non determinando la conoscibilità e l’opponibilità degli atti e dei fatti ivi registrati. Il registro delle imprese è informatizzato e pubblico e la consultazione dei dati contenuti può avvenire ad opera di chiunque. In tema di procedimento, si ricorda che è prevista anche l’iscrizione e la cancellazione d’ufficio ad opera del Giudice del registro e del Conservatore.

  • REGISTRO NAVALE ITALIANO

    In sigl: RINA. Ente la cui istituzione risale, con la diversa denominazione di Ufficio del registro per la classificazione dei bastimenti, al r.d. 29.9.1870 n. 5900, e che è stato disciplinato poi da numerose successive leggi, fra cui il d.lg.c.p.s. 22.1.1947 n. 340, nel cui art. 4 sono indicati gli scopi dell’istituto. Questi scopi consistono essenzialmente nella sorveglianza delle costruzioni navali e nel collaudo dei materiali riguardanti le costruzioni, nei collaudi periodici, oltre che nel rilascio dei certificati attestanti la sussistenzadei requisiti di legge e di regolamento per la navigazione. Il valore tecnico delle navi viene espresso, nel registro, in “classi”.

  • REGOLA PROPORZIONALE

    Norma tecnica che si applica nelle assicurazioni a valore intero per i danni alle cose prodotti da eventi di varia natura per conseguire un risparmio sul premio, assicurando i beni per un valore inferiore a quello effettivo (sottoassicurazione). AI verificarsi del sinistro, perciò, l’indennizzo non sarà pari all’entità del danno subito, ma verrà calcolato in proporzione al rapporto intercorrente tra valore assicurato e valore effettivo dei beni. La regola proporzionale trova il suo fondamento nella presunzione che l’assicurato, stipulando un contratto per un valore inferiore a quello effettivo delle merci in rischio, intenda assumere in proprio (autoassicurazione) una parte del rischio medesimo.

  • REGOLAMENTAZIONE DEGLI SCAMBI INTERNAZIONALI

    Complesso dei provvedimenti intesi a disciplinare il flusso dei traffici commerciali intercorrenti fra diversi paesi. La regolamentazione degli scambi internazionali si attua sia mediante misure di politica commerciale adottate dai singoli paesi, sia mediante la stipula di accordi internazionali.Essa si è presentata storicamente, almeno in una prima fase, come un tentativo di organizzare il commercio internazionale secondo i dettami del protezionismo, per cui venne intesa come uno strumento diretto a contenere gli scambi (e quindi alternativa alla liberalizzazione degli stessi). Tale concezione ha trovato piena applicazione ancora nel periodo compreso tra le due guerre, soprattutto dall’inizio degli anni Trenta, quando la diffusione di accordi commerciali a carattere bilaterale (v. bilateralismo) portò a un progressivo isterilimento degli scambi internazionali. Le tipiche misure di regolamentazione protezionistica possono così classificarsi: dazio doganale, rivolto specificamente a proteggere la produzione nazionale e accettato anche dai liberoscambisti se diretto a favorire lo sviluppo di un’industria nascente; contingente, che si traduce in una restrizione quantitativa delle importazioni ed è, quindi, più efficace del dazio doganale; misure di politica valutaria che impongono agli esportatori di vendere la divisa ottenuta dalle loro esportazioni a un apposito ente che la rivende agli importatori per effettuare acquisti: in questo modo viene eliminata la libera contrattazione delle divise, il cui tasso di cambio viene deciso di volta in volta. Dalla fine della seconda guerra mondiale la regolamentazione degli scambi internazionali si è attuata essenzialmente con la stipula di accordi multilaterali (p.e. il GATT) e con la creazione di unioni doganali (p.e. la CEE; v. unione doganale), favorendo in questo modo la loro progressiva liberalizzazione.

  • REGOLAMENTO

    Insieme di norme giuridiche, fonte di secondo grado rispetto alle leggi e agli atti equiparati, emanate dagli organi del potere esecutivo, o dagli enti autarchici, o dalle altre persone giuridiche di diritto pubblico. In ogni ordinamento giuridico, accanto alle leggi formali, emanate da un apposito organo legislativo, e ai provvedimenti aventi valori di legge formale (decreti legge e decreti legislativi), esistono norme che provengono dal potere esecutivo e che regolano gli aspetti tecnici e più particolari di materie già disciplinate con leggi (c.d. regolamenti di esecuzione) o non regolate da leggi (c.d. regolamenti indipendenti). I regolamenti si dividono in interni ed esterni. Questi ultimi, in quanto rivolti alla generalità dei cittadini, vincolano tutti coloro che si trovano nel territorio dello Stato (come p.e., i regolamenti di polizia). I regolamenti, se direttamente lesivi di interessi individuali, sono impugnabili in sede di giurisdizione amministrativa. Le circolari e le istruzioni vincolano solo gli appartenenti agli enti dai cui organi sono state emanate.

  • REGOLAMENTO CAMBIARIO

    Emissione di cambiali come modalità di pagamento del prezzo di una merce. Il venditore e il compratore, concordemente, possono stabilire l’emissione di vaglia cambiari, l’accettazione di tratte (v. cambiale), la cessione di portafoglio. Nel primo caso l’acquirente emette uno o più vaglia cambiari a favore del venditore. Nel secondo accetta una o più tratte spiccate dal venditore. Nel terzo, infine, avviene la girata al venditore di titoli di credito di cui è portatore l’acquirente e la cui scadenza è contenuta nei limiti di dilazione concessi per il pagamento. La cessione del portafoglio è una pratica molto diffusa, in quanto arreca notevoli benefici ad entrambi i contraenti: il venditore, infatti, vede rafforzata la garanzia del pagamento dalla presenza di almeno due obbligati (l’accettante o l’emittente e il girante), il che agevola anche lo sconto bancario; l’acquirente, dal canto suo, con la cessione del portafoglio utilizza senza spese i titoli di credito e nello stesso tempo nonsi espone come obbligato cambiario diretto nei confronti del venditore.

  • REGOLAMENTO DEL PREZZO

    Modo di pagamento per la compravendita o la prestazione di servizi. Elementi fondamentali del regolamentosono il tempo, il luogo, i soggetti e l’oggetto con riferimento alla moneta come mezzo di estinzione delle obbligazioni pecuniarie. Il regolamento può avvenire in diversi modi, ipiù comuni dei quali sono: in contanti, con assegni bancari e circolari, contrassegno del vettore, contro cambiali, contro rilascio di ricevuta bancaria, con vaglia postale, con versamento in conto corrente postale o bancario, mediante giroconti postali o bancari, in conto. Nel commercio internazionale prevale il regolamento cambiario con intervento di banca (v. credito documentario).

  • REGOLAMENTO DI AVARIA

    Operazione con la quale i liquidatori di avaria pervengono alla determinazione del coefficiente di contribuzione. Il documento nel quale si concreta tale operazione è così articolato: descrizione dei fatti avvenuti durante il viaggio per mare e dei provvedimenti adottati per la salvezza comune della nave e del carico. In questa parte sono inclusi i documenti probatori (estratto dal giornale di bordo, verbale di dichiarazione di avaria generale fatta dal capitano della nave, relazione dei periti riguardante i danni accertati alla nave e al carico, i valori contribuenti ecc.); motivazioni di diritto, con le quali si decide dell’ammissibilità o meno del regolamento di avaria di determinati danni e spese a seguito di richiesta da parte degli interessati; calcolo del riparto, consistente nella determinazione della “massa attiva” o creditoria, della “massa passiva” o debitoria, del “ coefficiente di contribuzione” e delle “quote di contribuzione” a carico i ciascun interessato; bilancio finale, nel quale sono evidenziate le posizioni di debito e di credito di ciascun contribuente e il saldo (debitore o creditore) che ne risulta.

  • REGOLAMENTO DI GESTIONE DEL FONDO D'INVESTIMENTO

    Il regolamento di ciascun fondo comune di investimento definisce le caratteristiche del fondo, ne disciplina il funzionamento, indica la società promotrice, il gestore (se diverso dalla società promotrice) e la banca depositaria, definisce la ripartizione dei compiti tra tali soggetti, regola i rapporti intercorrenti tra tali soggetti e i partecipanti al fondo.
    Il regolamento di gestione è approvato dalla Banca d’Italia nei termini e secondo le modalità indicate nel Regolamento sulla gestione collettiva del risparmio.

    La documentazione d’offerta: documento contenente le informazioni chiave per gli investitori (cd. KIID) e prospetto
    L’ offerta al pubblico delle quote o azioni di OICR italiani e comunitari armonizzati avviene mediante pubblicazione del documento contenente le informazioni chiave per gli investitori (cd. KIID) e del prospetto. Il documento contenente le informazioni chiave per gli investitori è redatto in conformità al regolamento (UE) n. 583/2010 e alle relative disposizioni di attuazione adottate in sede comunitaria. Il prospetto è redatto in conformità allo schema 1 allegato al Regolamento Emittenti .
    Il KIID e il prospetto devono consentire agli investitori di poter ragionevolmente comprendere la natura e i rischi dell’investimento proposto e, di conseguenza, effettuare una scelta consapevole in merito all’investimento. Il documento contenente le informazioni chiave per gli investitori e il prospetto hanno natura precontrattuale. Le informazioni chiave per gli investitori sono corrette, chiare, non fuorvianti e coerenti con le corrispondenti parti del prospetto. La pubblicazione del documento contenente le informazioni chiave per gli investitori e del prospetto è disciplinata dalla CONSOB secondo le modalità e nei termini da essa stabiliti nel Regolamento Emittenti.
    La documentazione relativa all’offerta al pubblico di OICR italiani e comunitari non armonizzati ed extracomunitari è individuata dalla CONSOB nel Regolamento Emittenti.

  • REGOLAMENTO EMITTENTI

    E’ comunemente denominato tra gli operatori “Regolamento Emittenti” il Regolamento - adottato con delibera n. 11971 del 14 maggio 1999 e successive modificazioni, concernente la disciplina degli emittenti. - di attuazione del TESTO UNICO DELLE DISPOSIZIONI IN MATERIA DI INTERMEDIAZIONE FINANZIARIA-TUF.
    L’ultima versione del Regolamento Emittenti è aggiornata con la delibera n.17679 del 1 marzo 2011, con la delibera n.17730 del 31 marzo 2011 e con la delibera n.17731 del 5 aprile 2011.
    Il Regolamento è diviso in quattro parti: la prima dedicata alle “fonti normative ed alle definizioni”.
    La seconda parte denominata “appello al pubblico risparmio” disciplina l’offerta pubblica di sottoscrizione e vendita di prodotti finanziari e le offerte pubbliche di acquisto e scambio.
    La terza parte denominata “emittenti” disciplina rispettivamente: l’ammissione alla negoziazione nei mercati regolamentati di strumenti finanziari comunitari e quote o azioni di organismi di investimento collettivi del risparmio, l’informazione societaria, gli assetti proprietari, l’esercizio del diritto di voto, la tutela delle minoranze, gli organi di amministrazione e controllo, la revisione contabile ed infine i soggetti che hanno accesso a informazioni privilegiate.
    La quarta è una parte è relativa alle “disposizioni transitorie e finali”.
    Il Regolamento emittenti include anche otto allegati, quali:
    All. 1 - Offerta al pubblico di sottoscrizione e/o di vendita di prodotti finanziari e ammissione alle negoziazioni di strumenti finanziari comunitari
    All. 2 - Offerte pubbliche di acquisto e/o di scambio
    All. 3 - Informazione societaria
    All. 4 - Assetti proprietari
    All. 5 - Deleghe di voto
    All. 5-bis - Calcolo del limite al cumulo degli incarichi
    All. 5-ter - Incarichi di revisione
    All. 6 - Comunicazione alla Consob e diffusione al pubblico delle informazioni ex art. 152-octies del regolamento


    Assonebb 2012 Marco Monaco Sorge

  • REGOLAMENTO INTERMEDIARI

    E’ comunemente denominato tra gli operatori “Regolamento Intermediari” il Regolamento - adottato con delibera n. 16190 del 29 ottobre 2007 e successive modificazioni, concernente la disciplina degli intermediari - di attuazione del TESTO UNICO DELLE DISPOSIZIONI IN MATERIA DI INTERMEDIAZIONE FINANZIARIA-TUF.
    L’ultima versione del Regolamento Intermediari è aggiornata con la delibera n.17581 del 3 dicembre 2010.
    Il Regolamento è diviso in nove libri:
    il primo è dedicato alle “fonti normative ed alle definizioni”.
    Il secondo libro è denominato “autorizzazioni delle sim e delle imprese di investimento extracomunitarie e procedure per la prestazione dei servizi e delle attività di investimento in Italia da parte di imprese comunitarie”.
    Il terzo libro disciplina le “prestazione dei servizi e delle attività di investimento e dei servizi accessori”
    Il quarto libro è relativo alla “prestazione del servizio di gestione collettiva del risparmio e commercializzazione di Oicr”.
    Il quinto disciplina l’”offerta fuori sede / promozione e collocamento a distanza.
    Il sesto è dedicata alla “distribuzione di prodotti finanziari emessi da banche e imprese di assicurazioni”.
    Il settimo libro è relativo alle “disposizioni in materia di finanza etica o socialmente responsabile”.
    L’ottavo è relativo all’”albo e attività dei promotori finanziari”.
    Infine, il nono libro disciplina l’”entrata in vigore e le disposizioni transitorie”.
    Il Regolamento intermediari include anche quattro allegati, quali:
    All. 1 … Schema di programma concernente l’attività iniziale
    All. 2 … Disciplina relativa ai requisiti di onorabilità degli esponenti aziendali e dei responsabili delle succursali nonché dei partecipanti al capitale.
    All. 3 … Clienti professionali privati
    All. 4 … Comunicazione informativa sulle principali regole di comportamento del promotore finanziario nei confronti del cliente o dei potenziali clienti

    Assonebb 2012 Marco Monaco Sorge

  • REGOLAMENTO MERCATI

    E’ comunemente denominato tra gli operatori “Regolamento Mercati” il Regolamento - adottato con delibera n. 16191 del 29 ottobre 2007 e successive modificazioni, concernente la disciplina dei mercati - di attuazione del TESTO UNICO DELLE DISPOSIZIONI IN MATERIA DI INTERMEDIAZIONE FINANZIARIA-TUF.
    L’ultima versione del Regolamento Intermediari è aggiornata con la delibera n. 17389 del 23 giugno 2010
    Il Regolamento è diviso in otto parti, come segue:
    la prima parte è dedicata alle “fonti normative e definizioni”.
    La seconda parte è denominata “mercati regolamentati”.
    La terza disciplina i “Sistemi multilaterali di negoziazione e internalizzatori sistematici”
    La quarta parte è denominata “Obblighi di comunicazione delle operazioni e regime di trasparenza”.
    La quinta è relativa alla ”realizzazione di collegamenti con i mercati esteri ed estensione dell’operatività in altri Stati membri”.
    La sesta parte disciplina le “condizioni per la quotazione di determinate società”.
    La settima è denominata “integrità dei mercati ”.
    L’ottavo e ultima parte disciplina le “disposizioni transitorie e finali”
    Il Regolamento mercati include anche tre allegati,e precisamente:
    All. 1 … Schema di comunicazione di collegamenti da parte delle società di gestione
    All. 2 - Schema di comunicazione di collegamenti da parte dei soggetti abilitati
    All. 3 - Esempi di manipolazione del mercato

    Assonebb 2012 Marco Monaco Sorge

  • REGOLAMENTO, DIRITTO COMUNITARIO

    Atto normativo comunitario (fr. règlement; ingl. regulation) emanato dal Consiglio e dalla Commissione per l’assolvimento dei loro com- piti e alle condizioni contemplate dal Trattato (art. 249, ex 189, comma 1, TCE; art. 161, comma 1, Trattato Euratom). Esso ha portatagenerale per tutta la Comunità, è obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri senza uno speciale ordine di esecuzione nazionale. Nonostante il carattere comunitario e l’applicabilità diretta, il regolamento non costituisce formalmente una “legge europea”, nonostante la somiglianza con le leggi nazionali, per il motivo che esso non è deliberato dal Parlamento europeo. Il regolamento si riferisce a una generalità di casi. Il fatto che abbia portata generale implica che esso ha efficacia per un numero indeterminato e indeterminabile di destinatari (gli Stati membri e le persone fisiche e giuridiche degli Stati medesimi) e, avendo il requisito dell’astrattezza, nel senso che prescinde dal caso concreto, può applicarsi a qualsiasi fattispecie che rientra nella sua previsione. L’applicabilità diretta del regolamento importa che, senza che sia necessario un intervento del potere normativo nazionale, esso ha validità automatica negli Stati membri della Comunità, producendo effetti immediati. Ogni regolamento può essere completato da misure di esecuzione da adottarsisia dall’autorità competente a emanarlo sia da un’altra autorità, che può essere tanto comunitaria quanto nazionale. Una giurisprudenza costante ha riconosciuto che, per la sua stessa natura e per le sue funzioni nel sistema delle fonti dell’ordinamento comunitario, il regolamento produce effetti immediati ed è quindi atto ad attribuire ai singoli dei diritti che i giudici nazionali devono tutelare. I regolamenti sono motivati e la loro pubblicazione è condizione necessaria alla loro applicabilità. Redatti nelle nove lingue ufficiali della Comunità, entrano in vigore alla data che stabiliscono o venti giorni dopo la loro pubblicazione (art. 191, comma 1) nella serie L della Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee. Competente a emanare regolamenti è, anzitutto, il Consiglio, generalmente su proposta della Commissione, con il Parlamento associato nel quadro della procedura di cooperazione. Il potere regolamentare autonomo della Commissione è stato legato alla fase iniziale dell’instaurazione del mercato comune e ha perso di significato con la progressiva realizzazione degli obiettivi del Trattato. Molto più importanti sono i regolamenti adottati in base a una delegazione di potere alla Commissione da parte del Consiglio (art. 221, ex 155, TCE). La prassi denomina “regolamenti di base” gli atti adottati dal Consiglio secondo la procedura prevista dai Trattati e “regolamenti di attuazione” quelli adottati dalla Commissione su autorizzazione del Consiglio oppure dal Consiglio stesso in virtù di un potere che la Corte di Giustizia gli ha riconosciuto in base a considerazioni di carattere generale.

  • REGOLAZIONE DI DEBITI PREGRESSI

    Operazioni con le quali lo Stato regola in contanti o in titoli la posizione debitoria propria o di un altro soggetto pubblico, relativa a transazioni effettuate in esercizi precedenti.
    Fonte: Banca d'Italia

  • REGOLE DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE

    Nelle contrattazioni tipiche del commercio internazionale, anche a ragione dell’insuffi cienza ed inadeguatezza delle disposizioni positive dei singoli ordinamenti e dell’esigenza di disporre di una disciplina uniforme dei rapporti fra loro intercorrenti, gli ambienti economici hanno elaborato una serie di dettagliate condizioni generali o contratti-tipo, conosciute come regole del commercio internazionale. I settori nei quali si è maggiormente realizzata tale opera di creazione di regole uniformi sono quelli delle c.d. clausole di consegna, tra le quali spiccano gli incoterms elaborati dalla Camera di Commercio Internazionale, delle clausole di pagamento, in specie alle clausole documenti contro pagamento e documenti contro accettazione e del credito documentario,

  • REGOLE DI COMPORTAMENTO DEGLI INTERMEDIARI

    Sono così definite le norme di condotta per gli intermediari di valori mobiliari (SIM, banca, ma anche SGR e Consulente Finanziario) previste dalla legge e dalle disposizioni regolamentari della Consob e della Banca d’Italia, a tutela dei clienti e riguardanti la trasparenza, l’informazione, la correttezza e la buona esecuzione degli incarichi.

    Il 15 febbraio 218 la Consob ha deliberato il "Regolamento intermediari", che rappresenta l’ultimo step al fine di approdare al completo recepimento, nel nostro paese, di alcuni provvedimenti europei in ambito finanziario: la direttiva europea 014/65/UE (MIFID II), nonché il regolamento n. 600/2014 (MiFIR).

    Tra i numerosi temi affrontati dalla nuova delibera Consob segnaliamo qui le norme che intervengono sui seguenti ambiti della intermediazione finanziaria:

    l'autorizzazione delle sim e l'ingresso nel nostro paese delle imprese di investimento Ue e delle imprese di Stati terzi differenti dagli istituti bancari;
    la prestazione di servizi e le attività di investimento nonché i servizi accessori;
    le procedure per la prestazione dei servizi e controllo di conformità alla disciplina;
    la prestazione del servizio di gestione collettiva del risparmio;
    la realizzazione, l'offerta e la consulenza di prodotti finanziari emessi da imprese di assicurazione;
    la finanza etica o socialmente responsabile;
    l'albo dei consulenti finanziari e i relativi obblighi informativi;
    i provvedimenti sanzionatori e cautelari.

    @Assonebb 2018

  • REGOLE DI ORIGINE

    Regolamentazione amministrativa imposta all’interno di un’area di libero scambio al fine di prevenire il fenomeno della deflessione degli scambi. Essa stabilisce in base a differenti parametri, p.e. la percentuale di valore aggiunto prodotto internamente, quando un prodotto sia effettivamente attribuibile ad un paese membro e, quindi, possa circolare liberamente all’interno dell’area. L’imposizione di un sistema di regole di origine si è resa comunque necessaria anche all’interno della CE a causa del differente atteggiamento assunto dai diversi paesi membri sia verso le importazioni di alcuni beni provenienti da paesi terzi (p.e. le automobili), sia verso la produzione proveniente dagli investimenti diretti effettuati da paesi terzi nell’ambito del territorio comunitario.

  • REICHSMARK

    Unità monetaria della Germania, istituita nel 1924 e sostituita nel giugno 1948 dal Deutsche Mark.

  • REIMPIEGO

    Reinvestimento dei mezzi monetari provenienti da un disinvestimento. L’attività dell’impresa è un continuo succedersi di investimenti, disinvestimenti e reimpieghi per nuovi investimenti che assicurino la continuità della gestione. Anche al di fuori dell’impresa, il denaro proveniente dalla mobilizzazione di un precedente investimento viene reimpiegato ogni qual volta non serva per sopperire a contingenti necessità finanziarie, ma si vogliadestinare ad un impiego da reddito. Spesso il reimpiego è imposto dalla legge o dal giudice, come avviene per i mezzi provenienti dalle vendite di beni appartenenti a minori o ad interdetti.

  • REINTEGRAZIONE DEL CAPITALE SOCIALE

    Ricostituzione della consistenza del capitale sociale diminuita a seguito di atti posteriori alla costituzione della società. Il capitale sociale, infatti, è destinato a garantire i terzi che entrano in rapporti patrimoniali con la società, donde la necessità di assicurarne la conservazione.Assolvono tale funzione varie disposizioni del codice civile, che sanciscono espressamente l’obbligo delle società per azioni di reintegrare il capitale o il fondo di riserva. L’art. 2447 c.c. prescrive che se, per la perditadi oltre un terzo del capitale, questo si riduce al disotto del minimo stabilito, gli amministratori devono convocare l’assemblea per deliberare la sua reintegrazione o la trasformazione della società. L’art. 2433 vieta, nel caso che si verifichi una perdita del capitale sociale, la ripartizionedegli utili fino alla sua reintegrazione. L’art. 2428 prescrive la costituzione del fondo di riserva mediante prelievo dagli utili annuali di una somma pari al 5% dell’utile netto fino al raggiungimento del quinto del capitale sociale e dispone ulteriori prelievi per l’eventuale reintegrazione del fondo, la cui consistenza prescritta sia venuta meno per qualsiasi motivo. L’art. 2430, infine, dispone che le somme percepite dalla società per l’emissione di azioni ad un prezzo superiore al loro valore nominale non possano essere distribuite finché l’integrità del fondo di riserva non sia assicurata. Analoghe disposizioni sono previste per le società di assicurazione per quelle esercenti il credito.

  • REINTEGRAZIONE DEL PEGNO

    Sostituzione con un altro bene della cosa data in pegno in caso di perimento o deterioramento della stessa, anche per caso fortuito. Nelle operazioni bancarie garantite da pegno, p.e., anticipazione, il contratto prevede l’obbligo di reintegrare la garanzia originaria a richiesta della banca,quando tale garanzia ha subito una diminuzione di valore. La reintegrazione della garanzia deve essere fatta su richiesta del creditore e se il debitore non la soddisfa può essere chiesto l’immediato pagamento del credito. Se la cosa perita o deteriorata è assicurata, la somma dovuta dagli assicuratori è vincolata al pagamento del credito pignoratizio, a meno che essa non venga impiegata per riparare la perdita o il deterioramento.

  • RELATIONSHIP BANKING

    Metodologia di comportamento delle banche nei rapporti con il cliente-impresa, indica un approccio di tipo relazionale in un'ottica dove la banca và oltre la sua normale funzione di erogazione del finanziamento per ottenere vantaggi prospettici e continuità nelle relazioni con il cliente-impresa.
    Proponendo una logica orientata allo scambio di informazioni per adattarsi alle necessità dell'impresa e un'offerta diversificata di prodotti finanziari, anche oltre il credito, più rispondenti alle necessità dell'impresa e anche meno onerosi, unito ad una vicinanza fisica dell'intermediario in modo da svolgere un ruolo di consulente finanziario e coadiuvare il cliente nelle fasi di reperimento del capitale.
    Proprio per l'alto grado di personalizzazione del servizio, oggi sono le banche di credito cooperativo quelle più prossime ad uno svilupo del relationship banking.
    Si contrappone al transectional banking.

    Redattori e collaboratori: CASSETTAI

  • RELAZIONE DI TRASPARENZA

    Tra gli obblighi aggiuntivi previsti per i soggetti che hanno incarichi di revisione legale su Enti di Interesse Pubblico, il d.lgs. n. 39/2010 ha introdotto la relazione di trasparenza (art. 18) che deve essere pubblicata dal revisore legale (persona fisica o società) sul proprio sito internet, entro tre mesi dalla fine dell’esercizio sociale. Tale relazione contiene:
    a) una descrizione della forma giuridica e della struttura proprietaria e di governo;
    b) una descrizione dell'eventuale rete di appartenenza e delle disposizioni giuridiche e strutturali che la regolano;
    c) una descrizione del sistema di controllo interno della qualità e una dichiarazione dell'organo di amministrazione o di direzione, in ordine all'efficacia del suo funzionamento;
    d) l'indicazione della data in cui e' stato svolto l'ultimo controllo della qualità;
    e) un elenco degli enti di interesse pubblico i cui bilanci sono stati oggetto di revisione legale nell'esercizio sociale precedente;
    f) una dichiarazione relativa all'adozione di misure idonee a garantire l'indipendenza del revisore legale o della società di revisione legale che confermi che e' stata effettuata una verifica interna della conformità alle disposizioni in materia di indipendenza;
    g) una dichiarazione relativa all'adozione di misure idonee a garantire la formazione continua;
    h) informazioni finanziarie relative alle dimensioni operative del revisore legale o della società di revisione legale, che indichino almeno il fatturato totale suddiviso tra corrispettivi per la revisione legale, per altri servizi di verifica, per servizi di consulenza fiscale e per altri servizi diversi dalla revisione contabile;
    i) informazioni sulla base di calcolo della remunerazione dei soci
    ”.
    Ove ne ravvisi la necessità, la Consob può richiedere modifiche e integrazioni alla relazione di trasparenza, con le modalità e nei termini da essa stabiliti.

     

     

    Redattore: Elena Falsetti

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  • RELAZIONE GENERALE SULLA SITUAZIONE ECONOMICA DEL PAESE

    Acr.: RGSEP. Documento predisposto dal Ministro dell’economia e delle finanze e che il Governo presenta al Parlamento entro il 31 marzo di ogni anno. Questa Relazione contiene l’analisi e i risultati del sistema economico e sociale relativi all’anno terminato il precedente 31 dicembre. Di norma si divide in tre volumi con descrizioni e tabelle. Sono inserite anche serie di dati retrospettivi.

  • RELAZIONE PREVISIONALE E PROGRAMMATICA

    Acr.: RPP. Documento che il Governo presenta al Parlamento entro il 30 settembre di ogni anno e contenente le prime stime circa l’andamento del sistema economico durante l’anno in corso e le previsioni per l’anno a venire.

  • RELAZIONE SUL BILANCIO DI ESERCIZIO

    Il bilancio di esercizio delle società di capitali doveva essere accompagnato da una relazione degli amministratori che illustrasse i dati del bilancio e del conto economico, e in particolare i criteri di valutazione e l’andamento della gestione nell’esercizio cui si riferiva. Il contenuto di tale relazione era specificato nell’art. 2429 bis c.c. A seguito del d.lg. 9.4.1991 n. 127, sono state modificate numerose norme del c.c. in materia di bilanci che hanno vigore dall’1.1.1993. La relazione tradizionale al bilancio di esercizio è ora distinta in una nota integrativa,il cui contenuto è specificato dal nuovo testo dell’art. 2437 c.c., e che ha la funzionedi spiegare e illustrare i dati e i criteri di valutazione del bilancio, oltre a ulteriori informazioni, e la relazione sulla gestione, che, ai sensi del nuovo art. 2428 c.c., serve più in generale a dare un quadro della situazione della società e dell’andamento della gestione. L’art. 2428 cit. comunque dispone che dalla relazione devono in ogni caso risultare: le attività di ricerca e di sviluppo; i rapporti con le imprese controllate, collegate, controllanti e imprese sottoposte al controllo di queste ultime; il numero e il valore nominale sia delle azioni proprie sia delle azioni o quote di società controllanti possedutedalla società, anche per tramite di società fiduciaria o per interposta persona, con l’indicazionedella corrispondente parte del capitale, dei corrispettivi e dei motivi degli acquisti e delle alienazioni; i fatti di rilievo avvenuti dopo la chiusura dell’esercizio, l’evoluzione prevedibile della gestione. Ulteriori indicazioni sono poi richieste dall’art. 79 Reg. Consob 11971/1999 in materia di emittenti. Per tutte le società con azioni quotate, ancora, gli amministratori riferiscono, secondo l’atto costitutivo e con periodicità almeno trimestrale, al collegio sindacale sull’attività svolta e sulle operazioni di maggiore rilievo economico, finanziario e patrimoniale effettuate dalla società o dalle società controllate (c.d. relazione trimestrale: art. 2428, comma 2, c.c.; art. 150, comma 1, TUF; art. 82 Reg. Consob 11971/1999 sugli emittenti).

  • RELAZIONE SULLA GESTIONE

    L’art. 2428 c.c. dispone che il bilancio deve essere corredato da una relazione degli amministratori sulla situazione della società e sull’andamento della gestione, nel suo complesso e nei vari settori in cui essa ha operato, anche attraverso imprese controllate, con particolare riguardo ai costi, ai ricavi e agli investimenti.

    1. Dalla relazione devono in ogni caso risultare: 1) le attività di ricerca e di sviluppo; 2) i rapporti con imprese controllate, collegate,controllanti e imprese sottoposte al controllo di queste ultime; 3) il numero e il valore nominale sia delle azioni proprie sia delle azioni o quote di società controllanti possedute dalla società, anche per tramite di società fiduciaria o per interposta persona, con l’indicazione della parte di capitale corrispondente; 4) il numero e il valore nominale sia delle azioni proprie sia delle azioni o quote di società controllanti acquistate o alienate dalla società, nel corso dell’esercizio, anche per tramite di società fiduciaria o per interposta persona, con l’indicazione della corrispondente parte di capitale, dei corrispettivi e dei motivi degli acquisti e delle alienazioni; 5) i fatti di rilievo avvenuti dopo la chiusura dell’esercizio; 6) l’evoluzione prevedibile della gestione. Dalla relazione deve inoltre risultare l’elenco delle sedi secondarie della società.

    2. Uso di strumenti finanziari da parte della società. In relazione all’uso da parte della società di strumenti finanziari e se rilevanti per la valutazione della situazione patrimoniale e finanziaria e del risultato economico dell’esercizio: a) gli obiettivi e le politiche della società in materia di gestione del rischio finanziario, compresa la politica di copertura per ciascuna principale categoria di operazioni previste; b) l’esposizione della società al rischio di prezzo, al rischio di credito, al rischio di liquidità e al rischio di variazione dei flussi finanziari.

    3. Relazione semestrale sull’andamento della gestione. Entro tre mesi dalla fine del primo semestre dell’esercizio gli amministratori delle società con azioni quotate in mercati regolamentati devono trasmettere al collegio sindacale una relazione sull’andamento della gestione, redatta secondo i criteri e pubblicata nei modi e nei termini stabiliti dalla Consob. La relazione deve essere dalla Commissione stessa con il regolamento anzidetto.

  • RELAZIONE TRA SHOCK DEL PREZZO DEL PETROLIO, CRESCITA ECONOMICA E RECESSIONE (Enciclopedia)

    Lo studio della relazione che intercorre tra gli shock del prezzo del petrolio e la crescita economica ha rappresentato una delle maggiori tematiche di discussione all’interno dell’ampia letteratura dell’economia dell’energia fin dagli anni settanta, quando lo shock del prezzo del petrolio del 1973-74 ha contribuito ad alimentare il dibattito come mai accaduto in precedenza. Sia il mondo accademico che quello industriale si sono chiesti se tale shock fosse da attribuire a un nuovo regime di prezzo tale da indurre il prezzo stesso a un livello di equilibrio maggiore rispetto ai livelli precedentemente registrati o se invece lo shock fosse stato generato esclusivamente e limitatamente dall’inaspettata contrazione dell’offerta. Come già brevemente evidenziato, un’attenzione crescente per queste dinamiche si è sviluppata durante la metà degli anni settanta quando gli shock del prezzo del petrolio del 19731 e susseguentemente del 1979 sono emersi quali principali motivi delle scarse performace macroeconomiche registrate dalle economie nazionali in termini di Pil pro capite. L’impatto dello shock del prezzo del petrolio sulla crescita economica dipende da diversi fattori tra loro parzialmente collegati:
    (i) La misura della shock (analizzata dal cambiamento di prezzo in termini percentuali);
    (ii) La persistenza dello shock (per quanto tempo dura lo shock sui mercati finanziari);
    (iii) La dipendenza dell’economia dal petrolio ed energia (se l’economia sia più o meno Energy-intensive);
    (iv) Le decisioni strategiche dei policy makets (se le politiche monetarie e fiscali implementate per ridurre l’impatto dello shock del petrolio contribuiscano a ridurre le conseguenze negative dello shock stesso).
    All’interno di tale contesto, questa voce enciclopedica fornirà una panoramica sui lavori chiave della letteratura quanto mai ampia e frammentata concernente l’effetto dei prezzi del petrolio sull’economia.
    La letteratura riguardante la relazione tra shock del petrolio e macroeconomia può essere principalmente divisa in due principali filoni di pensiero: il primo esamina la relazione tra i prezzi energetici, l’attività economica e gli effetti di aumenti del prezzo del petrolio sull’output (Hamilton 1983, 1985, 1988, 1996, 2003, 2005; Kilian 2005; Rogoff 2006; Rotemberg and Woodford 1996); il secondo analizza gli effetti diretti e indiretti derivanti dalle decisioni delle banche centrali prese nell’intento di limitare l’inflazione causata da rialzi del prezzo del petrolio (Bohi (1989), Bernanke ed al. (1997), Hamilton and Herrera (2004)). Le origini e le cause degli shock petroliferi si pongono all’interno di una continua area di discussione sia dal lato dell’offerta (shocks del 1973, 1979, 1980 e 1990 sono stati comunemente classificati quali supply-side shocks) che da quello della domanda (come quello del 2007-2008 caratterizzato principalmente da una crescente domanda energetica da parte delle economie emergenti quali India e Cina, vedi tabella 1.).
    Tabella 1: World Supply-Demand Balance for Oil in 1990 (a) and 2010 (b)

    In tale direzione Hooker (1996), analizzando il tasso di crescita del Pil statunitense tra il 1948 e il 1980, ha illustrato come un rialzo del 10% dei prezzi del petrolio abbia determinato una diminuzione della crescita del Pil dello 0.6%, confermando i risultati che aveva raggiunto Hamilton (1983) attraverso lo studio dell’economia americana tra il 1948 e il 1972. In particolare, Hamilton conclude che un aumento del 10% nei prezzi del petrolio abbia avuto quale principale effetto la riduzione del livello di crescita del Pil USA di circa l’1.4%.
    Rotemberg e Woodford (1996) stimano, per lo stesso arco temporale, che una diminuzione del 2.5% del Pil Usa sia stato causato da un incremento del 10% dei prezzi del petrolio. Lee ed al. (1995) attribuiscono alla rapida ed inattesa crescita del prezzo del petrolio un effetto negativo sull’output.
    Mory (1993) ha dimostrato come aumenti e diminuzioni nei prezzi del petrolio reali abbiano effetti asimmetrici sull’output ed altre variabili macroeconomiche tra il 1951 e il 1990, e allo stesso tempo, importanti effetti sul livello di reddito e sui guadagni nel comparto industriale.
    Ferderer (1996) evidenzia come la politica monetaria restrittiva, in risposta ad aumenti del prezzo del petrolio, colpisca indirettamente l’output domestico teorizzando inoltre che le decisioni delle banche centrali non possano, da sole, spiegare gli effetti degli shock del prezzo del petrolio sul Pil reale. Barsky e Kilian (2002 e 2004) considerano gli shock del prezzo del petrolio quale causa diretta delle fluttuazioni macroeconomiche sin dal 1970. Attraverso un’attenta disamina dei maggiori shock petroliferi, ed in particolare la Guerra del Golfo del 1990-91 e l’attacco alle Torri Gemelle del 2001, essi concludono che sebbene ad una prima analisi questi episodi potrebbero rivelarsi simili, nella realtà risultano essere molto differenti (figura 1).
    Figura 1: Andamento del prezzo del petrolio e principali oil-shock dal dopoguerra ad oggi

    Fonte: Elaborazione autore su dati BP 2011. Prezzi in US$ per barile al 2010.
    In tale contesto Hoocker (1996) analizza i drammatici rialzi del prezzo del petrolio durante gli anni ottanta, evidenziando come di fronte agli aumenti dei prezzi del petrolio si sia registrato un impatto consistente sull’economia, mentre gli effetti di ribassi dei prezzi durante lo stesso arco di tempo abbiano prodotto un impatto relativamente minore. Seguendo il paper di Hamilton (1983), il quale come precedentemente sottolineato dimostra una relazione inversa tra Pil e oil shock, Mork (1989), estendendo il periodo al 1988, dimostra che la correlazione tra variazione del prezzo del petrolio e tasso di crescita reale del Pil diviene solo marginalmente significante per la presenza di effetti asimmetrici tra queste due variabili. Burdidge and Harrison (1984), osservando il ventennio compreso tra il 1962 al 1982, esaminano gli effetti degli shock petroliferi sull’output di diversi Paesi OECD. Rotemberg ed al. (1996) e Finn (2000) analizzano gli shock del prezzo del petrolio, rispettivamente con un modello di competizione perfetta ed imperfetta. Rotemberg ed al. (1996) affrontano gli effetti sull’economia degli USA di un prezzo del petrolio altamente instabile, ipotizzando il regime monopolistico quale responsabile dell’amplificazione dell’impatto dello shock del prezzo del petrolio. Attraverso l’implementazione di un modello di competizione imperfetta, essi spiegano l’effetto degli aumenti del prezzo del petrolio su output e salari reali. I risultati indicano che l’effetto di una contrazione monetaria potrebbe produrre effetti sull’output e salari reali ma non risulta chiaro perchè “such large monetary contractions should follow oil price increases” (Rotemberg ed al. (1996), p.572). Diversamente dalla teoria di Rotemberg ed al. (1996), Finn (2000) argomenta che attraverso una teoria di competizione perfetta è possibile spiegare l’evidenza di Rotemberg ed al. (1996) concludendo che un aumento nei prezzi energetici potrebbe essere considerato alla stregua di uno shock tecnologico tale da innescare contrazioni nell’attività economica. La forza di questi shock dipende principalmente dalla relazione che intercorre tra l’uso dell’energia e i servizi di capitale. Hooker (2002) studia il break strutturale nell’inflazione degli USA prima del 1981 analizzando se cambiamenti improvvisi nei prezzi energetici possano essere attribuiti ad un declino dell’intensità energetica dell’economia USA, alla deregolamentazione delle industrie energetiche o al cambiamento del regime di politica monetaria in favore di regimi meno accomodanti. Seguendo tale letteratura Hamilton (2003), analizzando l’effetto di uno shock petrolifero sulla crescita del Pil, descrive la seguente relazione tra il tasso di crescita del Pil (yt) … frequenza trimestrale … e gli shock del prezzo del petrolio (o#t) stimato in cento volte l’ammontare logaritmico attraverso il quale i prezzi del petrolio eccedono il loro picco durante i precedenti 12 trimestri (mentre se il prezzo del petrolio si trova al di sotto del picco (o#t = 0, non vi è evidenza di alcun shock petrolifero):
    yt = ?1yt-1 + ?2yt-2 + ?3yt-3 + ?4yt-4 + ?5o#t-1 - ?6o#t-2 - ?7o#t-3 - ?8o#t-3 + c
    Hamilton (2005) afferma che incrementi nei prezzi del petrolio producano effetti più consistenti sull’economia, dove invece le diminuzioni non sembrano avere lo stesso impatto aggiungendo che sia impossibile predire tali variazioni da precedenti movimenti in altre macro variabili.
    Tra i più recenti contributi in questo campo vi sono senz’altro gli studi di Blanchard e Gali (2007) e Hamilton (2008) i quali analizzano le cause e le conseguenze dello shock del 2007-2008. Blanchard e Gali (2007) hanno osservato una certa riduzione degli effetti degli shock trovando che i rialzi nei prezzi del petrolio registrati negli ultimi anni abbiano generato effetti minori sui prezzi e sui salari, come anche sull’output e sull’occupazione, rispetto agli anni settanta. Tra le cause principali di questi cambiamenti vi sono (i) le rigidità dei salari reali (che hanno generato un trade-off tra inflazione ed output gap); (ii) la modalità con cui la politica monetaria è condotta ““...the stronger commitment by central banks to maintaining a low and stable rate of inflation targeting strategies, may have led to an improvement in the policy trade-off that make it possible to have a smaller impact of a given oil price increase on both inflation and output simultaneously” (Blanchard-Gali, 2007, pp 6); (iii) la minor presenza dell’industria oil-intensive nell’economia che potrebbe aver diminuito gli effetti macroeconomici di cambiamenti dei prezzi.
    Focalizzandosi strettamente solo sulle determinanti che hanno causato lo shock del prezzo del petrolio durante l’estate del 2008, Hamilton dimostra che tra le principali cause vi è senz’altro una bassa elasticità del prezzo della domanda, una forte crescita dalle economie emergenti (tabella 1) e il fallimento della produzione globale incapace di rispondere in maniera adeguata ai maggiori livelli di consumo (figura 2).
    Figura 2: Andamento dei maggiori otto produttori al mondo di petrolio.

    Fonte: Elaborazione autore su dati BP 2011. Unità di misura: migliaia di barili per day.
    Inoltre Hamilton (2008) asserisce che l’andamento instabile del prezzo del petrolio e l’effetto di tali oscillazioni sull’economia degli USA nel 2007 e 2008, abbiano frenato la crescita del Pil americano nel terzo quarto del 2007 e nel primo quarto del 2008: ‘‘(...) the evidence to me is persuasive that, if there had there been no oil shock, we would have described the U.S economy in 2007:Q4-2008:Q3 as growing slowly, but not in a recession”. Jimenez-Rodriguez and Sanchez (2005) esaminano gli effetti simmetrici e asimmetrici degli shock del prezzo del petrolio sull’attività economica reale delle principali economie industrializzate (paesi del G7, Norvegia, e l’area Euro) distinguendo tra i paesi importatori ed esportatori netti di petrolio e misurando l’effetto dei rialzi nei prezzi sulla crescita del Pil reale delle economie importatrici di petrolio2. Rogoff (2006) analizza il ruolo non prevedibile degli effetti dello shock petrolifero sull’output, sottolineando il minor impatto delle fluttuazioni del prezzo sul tasso di crescita dell’economia globale in rapporto alle due-tre decadi precedenti. Egli teorizza che l’economia USA non risulta essere particolarmente colpita dagli shock dei prezzi energetici, poiché essi rappresentano solo uno dei multipli fattori che contribuiscono alle recessioni e non quello determinante.
    Considerata l’ampia letteratura relativa alla crescita economica e all’andamento dei prezzi del petrolio, non vi è alcun shared consensus tra l’impatto delle oscillazioni del prezzo del petrolio e la crescita economica. Non di meno il tentativo di fornire una generale e condivisa idea riguardo questa tematica ha focalizzato alcune principali caratteristiche sulla relazione tra prezzi del petrolio e crescita economica:
    I) La crescita esponenziale della domanda di petrolio da Cina, Medio Oriente e altre nuove economie industrializzate ha contribuito a creare un livello dei prezzi del petrolio instabile durante l’ultima decade.
    II) L’effetto asimmetrico dei rialzi del prezzo del petrolio rispetto ai ribassi sulla produzione e la crescita economica.
    III) L’importanza della persistenza degli shock, sia in termini di un maggiore prezzo reale del petrolio sia in termini di un aumento percentuale nei prezzi del petrolio stessi.
    IV) Tutte le recessioni dopo il 1973 sono state attribuite agli shock del petrolio, ma non tutti gli shocks sono stati associati a una recessione (Blanchard and Gali 2008, Hamilton, 2009 p. 255).

    ___________________________________
    1“Nel 1973 forze egiziane sorpresero gli israeliani attaccando nel giorno della festività religiosa ebraica dello Yom Kippur, avanzarono a est oltre il canale di Suez e stabilirono una testa di ponte nella penisola del Sinai; la Siria contemporaneamente attaccò a nord sulle alture del Golan. Israele, ripresosi dall’attacco di sorpresa, stabilizzò il fronte siriano e rioccupò le alture del Golan, varcò il canale di Suez e chiuse in trappola le forze egiziane che avevano invaso la riva orientale. Con gli israeliani prossimi alla vittoria e in possesso di altro territorio arabo, i paesi arabi produttori di petrolio che appoggiavano l’Egitto e la Siria ricorsero a una nuova arma strategica, l’embargo sulle forniture dì petrolio, nella speranza di costringere gli Stati Uniti e l'Europa occidentale a imporre il ritiro di Israele da tutti i territori occupati dal 1967, compresi quelli appena conquistati. L’embargo fu abolito alcuni mesi dopo, nell’inverno del 1974, ma frattanto i paesi produttori di petrolio avevano quadruplicato il prezzo del greggio. L’embargo e l’aumento dei prezzi petroliferi mondiali inaugurarono una nuova era nelle relazioni economiche e politiche internazionali, e le loro conseguenze andarono molto al di là del conflitto in Medio Oriente”. (R. Palmer, J Colton, Storia del mondo moderno. Dalla prima guerra mondiale a oggi, Roma 1985, pp. 239, 240).
    2Jimenez-Rodriguez and Sanchez (2005), analizzano tale fenomeno sia attraverso l’implementazione di modelli lineari che non-lineari giungendo sempre a una relazione inversa tra crescita dell’output e rialzi del prezzo del petrolio.

    Bibliografia

    R. Barsky and L. Kilian., Do we really know that oil caused that great stagflation? A monetary alternative“. NBER, Working paper ( 8389), 2002.
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    O. Blanchard and J. Gali., The macroeconomic effects of oil shocks: Why are the 2000s so different from 1970s? NBER, Working Paper (13368), 1-77, 2007.
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    J. Burbidge and A. Harrison., Testing for the effects of oil-prices rises using vector autoregressions. International Economic Review, 25, (459-484) 1984.
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    J.F., Mory., Oil prices shock, stock market, economic activity. Is the relationship symmetric? The Energy Journal, 14, (151-161), 1993.
    J. J. Rotemberg and M. Woodford., Imperfect competition and the effects of energy prices increases on economic activity. Journal of Money, Credit and Banking, 28-9 (549-577), 1996.
    K. Rogoff. Oil and the Global Economy. Mimeo, 2006.


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  • REMISE

    Da remisier. In francese remise ha il significato di “invio”, “consegna”, sconto retrocesso. In it.: compenso spettante al remisier (q.v.) per la conclusione di ordini da lui procurati all’agente di cambio o all’intermediario. Era pari alla metà della mediazione ufficiale.In pratica, però, al remisier veniva riconosciuta una cifra minore. Con lo stesso termine si intendeva anche il contratto fra remisier e cliente e fra remisier e agente di cambio (o altro intermediario) in forza del quale il primo si impegnava a raccogliere ordini dalla propria clientela ed a passarli in esclusiva al mediatore autorizzato.

  • REMISIER

    Procacciatore di ordini per agenti di cambio o per altri intermediari. Si tratta di una figura molto diffusa prima dell’entrata in vigore della l. l.2.1.1991 n. 1 di istituzione delle SIM. Il remisier (italianato durante il periodo fascista con “remissore”) raccoglieva ordini da una cerchia (di solito piuttosto ristretta) di clienti o di conoscenze personali e li trasmetteva ai mediatori autorizzati per l’esecuzione. Egli non instaurava, quindi, rapporti diretti d’affari con le controparti, né agiva in alcun modo in nome proprio e nemmeno aveva un rapporto di lavoro dipendente col mediatore ufficiale. Era tuttavia moralmente responsabili per la correttezza dei clienti da essi proposti, tanto che in alcuni casi si impegnava a concorrere alla copertura di eventuali perdite provocate dall’inadempienza dei nominativi presentati. I remisiers procacciavano affari per un solo agente di cambio oppure, di volta in volta, appoggiavano gli ordini ad agenti diversi, così come potevano operare su piazza o fuori piazza. Come compenso per la loro prestazione ricevevano una provvigione chiamata remise, pari, salvo accordo contrario, alla metà della mediazione ufficiale. Molto diffusa nelle borse francesi, la figura del remisier, invece, non ha mai avuto in Italia una precisa veste giuridica ed era rimessa agli usi e regolamenti di borsa che prevedevano, non sempre, certi requisiti e modalità per lo svolgimento dell’attività di questi intermediari. Attualmente, con l’entrata in vigore del TUF, l’attività dei remisiers, comportando la raccolta professionale nei confronti del pubblico di ordini di acquisto o di vendita di valori mobiliari o la stipula di contratti derivati, è ormai riservata, anche se svolta disgiuntamente dall’esecuzione degli ordini, alle SIM e alle banche appositamente autorizzate, cosìcome previsto dall’art. 1, comma 5, lett. e, oltre che dall’art. 18 del TUF (v. servizi di investimento).

  • REMISSIONE DI UN DEBITO

    Rinunzia di un soggetto al credito vantato nei confronti di un altro. Per avere effetto deve essere comunicata al debitore, che può anche dichiarare in uncongruo termine di non volerne profittare. La remissione può essere esplicita, quando risulta da una dichiarazione liberatoria, implicita, se risulta dal comportamento del creditore (p.e., con la restituzione volontaria del titolo). La remissione del debito è un modo di estinzione dell’obbligazione e fa cadere le garanzie inerenti al credito. Se l’obbligazione è solidale, la remissione può operare sia in favore di un solo debitore, che di tutti i coobbligati. La remissione va distinta dal pactum de non petendo. Con questo patto, frequente nel conto corrente, il creditore si obbliga a non chiedere la prestazione prima della data stabilita, alla quale, comunque, l’adempimento resta dovuto; tutte le garanzie del credito rimangono valide e, inoltre, il creditore può agire verso gli altri debitori solidali (quando la responsabilità è solidale) e non richiedere l’adempimento solo a colui con il quale ha stabilito il patto.

  • REMOTE BANKING

    Servizi automatizzati che vengono prestati dalle banche attraverso un collegamento telematico tra il centro elaborazione dati dei clienti e quello della banca. Il cliente può così compiere direttamente dai suoi terminali diverse operazioni in tempo reale: richiesta di informazioni, bonifici, pagamento di utenze, giroconti, operazioni in titoli ecc. Se il cliente è una persona fisica che agisce come privato si parla di home banking e di corporate banking se è, invece, un’impresa.

    Le banche associate ad assonebb offrono alla loro clientale i seguenti prodotti:

    BAPR

    BANCA CARIGE

    BANCA FIDEURAM

    BPVI

    BPER

    INTESA

    UBIBANCA

    VENETO BANCA

  • RENDICONTO

    Termine generico con cui si indica il riepilogo dei risultati relativi alla gestione svolta da un soggetto entro un periodo amministrativo. Il rendiconto, quindi, è il consuntivo con cui gli amministratori al termine di un determinato periodo, o i liquidatori a conclusione del loro mandato, danno ragione della loro gestione. Questo documento suole distinguersi in patrimoniale, economico e finanziario. Si parla di rendiconto patrimoniale quandovengono illustrati i risultati ottenuti durante l’esercizio rispetto al patrimonio. Particolarmente usato nelle aziende di erogazione, trovariscontro anche nellostato patrimoniale del codice civile che, unitamente al conto economico e alla nota integrativa, costituisce il bilancio di esercizio. Si parla di rendiconto economico quando si illustra nei suoi elementi costitutivi la formazione del risultato economico della gestione di un’azienda privata o pubblica; di rendiconto finanziario quando nelle aziende pubbliche di erogazione si dimostrano i risultati finanziari di fronte alle autorizzazioni concesse col bilancio di previsione; mentre nelle imprese private il rendiconto finanziario riguarda i flussi di determinate grandezze finanziarie. Al rendiconto annuale sono tenuti determinati soggetti che amministrano beni altrui, come il tutore e il mandatario con riferimento ai beni di proprietà dell’incapace o del mandante. Nell’amministrazione dello Stato, il rendiconto consuntivo (definito conto del bilancio) si riferisce al documento contabile che pone in evidenza, alla chiusura dell’esercizio, i risultati della gestione, dando ragione in tal modo il Governo del modo in cui ha provveduto alla gestione del bilancio di previsione, cioè dell’acquisizione delle entrate e della erogazione delle spese. Questo documento, unitamente al conto generale del patrimonio (rendiconto patrimoniale), forma secondo la l. 5.8.1978 n. 468, art 21, 22, 23, 24 il rendiconto generale dello Stato. Nella contabilità di Stato, si hanno, inoltre, anche rendiconti speciali, resi da tesorieri, agenti della riscossione, consegnatari ecc. Tutti gli agenti che svolgono operazioni di bilancio sono tenuti a dimostrare le operazioni compiute all’Amministrazione da cui dipendono,sia a fini di controllo, sia per la tenuta delle scritture riassuntive e per la compilazione del rendiconto. Quando l’agente riveste le funzioni di agente contabile, esso è tenuto a presentare anche un conto giudiziale, la regolarità del quale viene decisa con un giudizio dalla Corte dei Conti.

  • RENDICONTO DI GESTIONE

    Resoconto contabile da redigere annualmente a cura della Società di gestione di un fondo comune d’investimento,entro 60 giorni dalla fine dell’anno ovvero dal minor periodo in relazione al quale si procede alla distribuzione dei proventi, recante l’indicazione delle operazioni afferenti alla gestione dei fondi amministrati.

  • RENDICONTO FINANZIARIO

    Studio di taluni aspetti finanziari della gestione in cui si mettono in evidenza e si quantificano le fonti di finanziamento da cui si attingono i fondi necessari e gli impieghi a cui gli anzidetti fondi vengono destinati. Il conto delle fonti e degli impieghi deriva essenzialmente dall’analisi delle variazioni manifestatesi nelle poste dell’attivo e del passivo dei bilanci di una certa impresa relativamente ad epoche diverse. Occorre tenere presente che la sezione Avere dello stato patrimoniale (passività e netto) comprenderà le fonti cui si è attinto per finanziare gli investimenti in attesa di realizzo (impieghi dei fondi). Pertanto, nel confronto dei bilanci ad epoche diverse, un incremento delle passività e/o del capitale netto o la diminuzione delle attività costituiranno le fonti di finanziamento dell’impresa, mentre un incremento delle attività e la diminuzione delle passività e del capitale netto costituiranno gli impieghi dei fondi. Secondo il metodo della partita doppia il totale delle fonti di finanziamento dovrà eguagliare il totale degli impieghi dei fondi; dovranno essere cioè valide le seguenti relazioni: a) fonti = impieghi; b) incrementi di passività e netto + diminuzione di attività = incrementi di attività + diminuzione di passività e netto. Si deve tuttavia notare che il confronto tra stati patrimoniali, al fine di determinare le variazioni intervenute, può fornire soltanto delle indicazioni relative al flusso dei fondi, in quanto tali variazioni evidenziano soltanto gli effetti finali delle varie operazioni e non anchele variazioni stesse. Al fine di poter individuare le fonti effettive e gli impieghi dei fondi relativi ad un determinato periodo si devono quindi ricostruire quelle operazioni il cui effetto finale appare dal confronto fra due situazioni patrimoniali contigue, in connessione con l’esame del conto economico che le collega. L’utilità del rendiconto finanziario è dimostrata dal fatto che si può constatare un peggioramento della situazione finanziaria dell’azienda anche in presenza di un risultato economico di bilancio positivo (o viceversa). Nel lungo periodo l’andamento finanziario e quello economico tendono ad uniformarsi, ma si hanno diverse possibili sfasature temporali tra questi due aspetti della gestione ed è quindi importante osservare a parte nel breve periodo il comportamento dell’azienda sul piano finanziario. Il rendiconto finanziario non è stato inserita tra i documenti contabili obbligatori nel d.lg. 9.4.1991 n. 127, riguardo al recepimento della direttiva CEE sui conti annuali e consolidati. Si tratta comunque di un documento assai importante per la valutazione delle aziende in funzione dei fidi bancari e di ogni altro genere di finanziamento. Tra i vari tipi direndiconto finanziario occorre distinguere tre modalità di attuazione, con riferimento a: a) i flussi di: risorse finanziarie totali, riferito al totale dell’attivo e del passivo; b) capitale circolante netto, riferito alle variazioni del capitale circolante netto; c) liquidità, riferito ai flussi di cassa. Il rendiconto finanziario è richiesto dalla regolamentazione Consob sulle società quotate in Borsa.

  • RENDICONTO GENERALE DELLO STATO

    Il rendiconto generale dell’esercizio scaduto il 31 dicembre è compilato dalla Ragioneria generale ed è trasmesso alla Corte dei conti entro il 31 maggio a cura del Ragioniere generale dello Stato. La Corte, parificato il rendiconto, lo trasmette al Ministro dell’economia e delle finanze per la successiva presentazione al Parlamento entro il 30 giugno. Il documento è corredato da una nota preliminare, espone i risultati della gestione dell’esercizio finanziario, è suddiviso in conto del bilancio e conto generale del patrimonio a valore e contiene diversi altri allegati, tra i quali il conto del Tesoro. Il rendiconto è approvato con legge.

  • RENDIMENTO

    Misura del frutto di un investimento in rapporto ai capitali impiegati espresso generalmente in percentuale. In senso economico più esteso e anche in quello tecnologico è il rapporto tra una certa quantità diproduzione (output) e le risorse (input) impiegate per ottenerla. Il rendimento è una misura di efficacia mutuata dalla meccanica, dove indica il rapporto tra lavoro utile compiuto da una macchina in un certo periodo di tempo e il lavoro motore applicatole nello stesso periodo.

  • RENDIMENTO DEGLI INVESTIMENTI

    Misura dell’efficienza economica delle immobilizzazioni data concettualmente dal rapporto (R - C)/I dove, per un dato periodo (solitamente l’esercizio), R sono i ricavi, C i costi e I gli investimenti netti. È calcolabile tanto su base storica (p.e. un certo esercizio, o il periodo più lungo dall’inizio al termine dell’operatività di un piano di investimento), quanto sulla base delle attese per il futuro, cioè sulla base del budget di un esercizio o di un piano di investimento o di ristrutturazione di più lungo periodo. Nell’analisi di bilancio costituisce un indice caratteristico conosciuto con la sigla ROI (return on investment). Un modo diverso di utilizzo (e di computo) del concetto di rendimento degli investimenti si ha nella valutazione degli investimenti, dove i metodi evoluti dell’analisi costi-benefici procedono attualizzando i flussi di costi e ricavi per il periodo di vita economica dell’investimento, oppure confrontando il tasso interno di rendimento (v. IRR).

  • RENDIMENTO DELLE OPERAZIONI BANCARIE

    Risultato economico espresso in termini relativi ottenibile dalla banca nelle operazionidi prestito e di investimento, o dal depositante, nelle operazioni di raccolta. In termini generali, esso è dato dall’eccedenza positiva dei flussi monetari in entrata generati rispetto ai flussi monetari in uscita. Non è però sufficiente la semplice contrapposizione fra il totale di tali flussi a fornire una corretta indicazione dell’effettivo vantaggio economico per l’investitore, sia esso la banca o il cliente, in quanto non tiene conto della diversa manifestazione temporale dei flussi stessi. La corretta valutazione del rendimento non è in effetti semplice, poiché richiede anche l’esame di tutti gli elementi che concorrono alla sua determinazione. In particolare, con riferimento alle operazioni di finanziamento in conto corrente tali elementi sono rappresentati dal tasso di interesse e dalle modalità di capitalizzazione, dalle valute, dagli eventuali giorni banca applicati, dalle commissioni e dalle spese sostenute per singola operazione e/o generali. Il tasso attivo è infatti un tasso nominale, riferito ad anno, non un tasso effettivo, per la cui determinazione è necessario conoscere i seguenti elementi: la frequenza di capitalizzazione ovvero il numero di volte in un anno in cui la banca addebita gli interessi, che determina un incremento del rendimento/costo dell’operazione; la postdatazione o la retrodatazione della valuta, che comporta un aggravio di costo in quanto fa maturare gli interessi a credito per un periodo inferiore o li rettifica per un numero di giorni maggiore di quello che risulterebbe se la stessa non fosse applicata; lacommissione di massimo scoperto,anch’essa periodicamente capitalizzata, la cui incidenza sul rendimento o costo effettivo è tanto maggiore quanto minore è il divario fra la punta di utilizzo massimo e quello medio, essendo essa calcolata sulla punta di utilizzo massimo. Nello sconto bancario il costo effettivoè maggiore del tasso nominale di sconto, per effetto dei giorni banca e dei diritti accessori (commissioni, rimborsi spese, diritti ecc.) oltre che a causa degli interessi calcolati e detratti anticipatamente sull’ammontare totale. Anche nei depositi il tasso di rendimento effettivo differisce sensibilmente da quello nominale non solo per l’incidenza della ritenuta fiscale, ma anche per le spese addebitate e per i minori interessi pagati in base al gioco delle valute.

  • RENDIMENTO DI UN TITOLO

    Provento economico, espresso in termini relativi, ottenibile impiegando un capitale nell’acquisto di titoli. Solitamente è espresso in percentuale dell’investimento effettuato. Il tipo di rendimento dipende dalla specie di titoli in cui si è investito.

    1. Titoli azionari.

    Nel caso di titoli azionari, il rendimento è calcolabile con precisione solo a posteriori, cioè quando è conosciuta l’entità del dividendo. Tuttavia si può calcolare approssimativamente il tasso di rendimento di un’azione stimando un dividendo presunto per l’esercizio in corso in base al dividendo distribuito nell’esercizio precedente, alla politica di bilancio aziendale (se è nota e affidabile, in particolare riguardo alla politica dei dividendi e alla politica di stabilizzazione dei dividendi), alle informazioni conosciute sulla congiuntura e sull’andamento dell’impresa. Il rendimento dell’azione riferito ai dividendi è, allora, il rapporto percentuale tra l’ammontare del dividendo unitario atteso e la quotazione al corso secco dell’azione. L’entità completa del rendimento di un’azione dipende però da altri elementi oltre alla corresponsione di dividendi: aumento di capitale gratuito e conseguente distribuzione di ulteriori azioni a titolo gratuitoe distribuzione di attività che possono costituire assets negoziabili con guadagno e quotazione dell’azione stessa che, in caso di vendita, può comportare un guadagno (capital gain) o una perdita (capital loss) in conto capitale. La stima ex ante di tutti questi elementi non è facile e implica un margine di incertezza, se non di indeterminazione. In base alla relazione inversa che intercorre tra corso del titolo e rendimento, a parità di dividendo, il tasso effettivo di rendimento tenderà a diminuire con l’aumento delle quotazioni e viceversa. Per questi motivi il rendimento di un titolo azionario è definito rendimento variabile.

    2. Titoli a reddito fisso.

    Al contrario, il rendimento è considerato certo nei comuni titoli a reddito fisso, se si basa su elementi di calcolo sicuri quali, p.e., la cedola, la data di rimborso e l’entità del capitale da rimborsare (v. rimborso delle obbligazioni). Esso viene determinato in modi diversi, a seconda delle caratteristiche del titolo obbligazionario considerate nel metodo di calcolo. Si ha rendimento all’emissione quando il tasso viene calcolato sul prezzo diemissione dell’obbligazione. Il rendimento nominale (o facciale) è calcolato dividendo il valore della cedola per il valore nominale del titolo. Il rendimento immediato del titolo è dato dal rapporto tra il prezzo corrente del titolo e il valore della cedola. Il rendimento effettivo, infine, è quello il cui calcolo tiene conto, oltre che della cedola, anche della durata e delle modalità di ammortamento del titolo obbligazionario e degli eventuali premi di rimborso (v. anche IRR).

  • RENDIMENTO EFFETTIVO

    Rendimento di un titolo obbligazionario che tiene conto di tuttoil cash flow atteso. È il tasso di sconto che eguaglia tutti i flussi futuri al prezzo di emissione o al costo di acquisto, ossia l’IRR. Non sempre tutti termini futuri del cash flow sono certi al momento del computo. P.e. le cedole oil capitale possono essere indicizzati. In questo caso il calcolo del rendimento effettivo può essere fatto solo sui dati certi, quali il rendimento minimo assicurato. Oppure il rimborso è rimesso a una o più estrazioni, o l’emittente si è riservato il diritto di rimborso anticipato. In questi casi occorre calcolare il rendimento sotto certe condizioni. Esistono in proposito diversi adattamenti del calcolo dell’IRR, con denominazioni diverse secondo gli autori, le piazze, gli uffici finanziari. Si ricordano: il rendimento medio effettivo, o rendimento a scadenza (yield to maturity), il rendimento in base alla vita media (yield to average life) e il rendimento medio alla prima data di estrazione (yield to first call). Una formula usata nella pratica (e che sembra oggi abbandonata) è quella del rendimento (semplice) approssimato alla scadenza, che divide il cash flow medio per l’investimento medio. Posto V l’ammontare del rimborso comprensivo di premi e capital gain, c le cedole in ragione d’anno, P il prezzo d’acquisto e d la durata rimanente, il rendimento approssimato a scadenza viene calcolato con questa espressione:

    c+[ (V-P/d ]
    ras = _______________

    (V+Q)/2

    La formula può essere adattata per calcolare il rendimento approssimato alla prima estrazione. Si tratta comunque di un indice che non attualizza il cash flow, di modo che il procedimento è tanto meno affidabile quanto più aumenta la durata e la differenza tra V e P.

  • RENDIMENTO IMMEDIATO

    Detto anche rendimento semplice (ingl. current yield). È la misura del reddito percentuale rs = c/P che si ricava dall’importo P (computata al corso secco) investito nell’acquisto di un titolo obbligazionario il quale con una o più cedole dà c di ritorno nell’anno in corso o nell’anno tipico considerato. In caso di più cedole pagate per più volte nell’anno (semestralmente, trimestralmente ecc.) c è determinato sommando le cedole incassate o da incassare in un anno. Se le cedole, come d’uso, sono uguali, un altro modo di computo per la periodizzazione inferiore all’anno è quello di applicare la legge dell’interesse composto alle cedole infra-annuali. Il meccanismo è tuttavia macchinoso e poco utile. Per il comune investitore che destina al consumo il reddito dei titoli, il calcolo fatto utilizzando semplicemente la somma delle cedole è la thumb rule di valutazione più significativa, oltre che più semplice. È anche un criterio spicciativo per una prima valutazione di operazioni finanziarie in genere.

  • RENDIMENTO LORDO

    Risultato economico di un investimento (immobiliare, in titoli ecc.) computato senza considerare le eventuali detrazioni, i costi e gli oneri fiscali ad essoafferenti.

  • RENDIMENTO MEDIO OBBLIGAZIONARIO MEDIOBANCA

    Calcolato dall’ottobre 1986 come media ponderata dei rendimenti effettivi a scadenza di un gruppo di titoli quotati presso il MOT (Mercato Obbligazionario Telematico). La composizione del paniere viene aggiornata trimestralmente, vi partecipano titoli a tasso fisso e variabile purché siano denominati in euro, abbiano un trattato su base annua superiore a 516.000 euro, una vita residua superiore ai due anni ed un piano di ammortamento privo di elementi di incertezza tali da rendere non significativo il calcolo del rendimento a scadenza. Oltre alla media dell’intero comparto, sono prodotti rendimenti in base alla vita residua: da due a tre anni, da tre a cinque anni, da cinque a sette anni, oltre i sette anni. La ponderazione è data dalla media mobile del trattato negli ultimi cinque giorni operativi. All’inizio del 2002 il campione era costituito da 101 titoli a tasso fisso e 67 titoli a tasso indicizzato.

  • RENDIOB

    Denominazione breve del Rendimento delle obbligazioni bancarie calcolato giornalmente dalla Banca d’Italia su un paniere e composto da obbligazioni a tasso fisso emesse da banche, che presentano un signifi- cativo volume di negoziazioni sul MOT e che hanno vita residua superiore ad un anno. Non vengono inclusi titoli con caratteristiche finanziarie particolari, che rendono il calcolo del rendimento dipendente dal corso di altre attività finanziarie o dall’andamento del mercato. La composizione del paniere viene aggiornata due volte l’anno, in aprile e ottobre. Rendiob si basa sul calcolo del rendimento effettivo a scadenza dei singoli titoli Il dato giornaliero del Rendiob è la media aritmetica ponderata dei rendimenti a scadenza di ogni prestito. I pesi sono costituiti dai capitali in circolazione di ciascun prestito. Il dato medio mensile è la media aritmetica semplice dei dati medi giornalieri. I dati giornalieri sono diffusi una volta a settimana (di norma il lunedì) tramite circuito Reuters. I dati mensili sono diffusi con un comunicato stampa della Banca d’Italia, emesso, in genere, il 1° giorno lavorativo del mese successivo a quello a cui il dato si riferisce e sono pubblicati dalla Reuters, da Il Sole 24 Ore e sul Supplemento al Bollettino Statistico della Banca d’Italia (Mercato Finanziario). Come Rendistato, anche Rendiob è considerato un indice molto rappresentativo dei rendimenti finanziari,dotato anche di un crisma di ufficialità per la fonte che lo elabora e per i richiami che a esso fanno diversi provvedimenti amministrativi. È utilizzato come parametro nei prestiti indicizzati, lo è stato nell’applicazione della DIT e concorre alla determinazione del parametro per le agevolazioni fiscali concesse ai titoli di solidarietà.

  • RENDISTATO

    Denominazione breve del Rendimento dei titoli pubblici calcolato giornalmente e riepilogato mensilmente dalla Banca d’Italia su un paniere aperto, composto da tutti i Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) quotati sul MOT e aventi vita residua superiore ad un anno quotati al MOT. Il dato giornaliero del Rendistato è la media aritmetica ponderata dei rendimenti effettivi a scadenza di ogni prestito compreso nel relativo paniere; i pesi sono costituiti dal capitale in circolazione di ciascun prestito. Il dato medio mensile è la media aritmetica semplice dei dati medi giornalieri. I dati giornalieri sono diffusi una volta a settimana (di norma il lunedì) tramite circuito Reuters. I dati mensili sono diffusi con un comunicato stampa della Banca d’Italia, emesso, in genere, il 1° giorno lavorativo del mese successivoa quello a cui il dato si riferisce e sono pubblicati dalla Reuters, da Il Sole 24 Ore e sul Supplemento al Bollettino Statistico della Banca d’Italia (Mercato Finanziario). Rendistato è considerato un indice molto rappresentativo dei rendimenti finanziari, dotato anche di un crisma di ufficialità per la fonte che lo elabora e per i richiami che a esso fanno diversi provvedimenti amministrativi. È utilizzato come parametro nei prestiti indicizzati, in operazioni di interest rate swap e come parametro in alcune operazioni di credito agevolato (delibera CICR 3.3.1994 e d.m. Tesoro 21.12.1994), a fini fiscali (lo è stato nell’applicazione della DIT e come equalizzatore nella tassazione del capital gain) e nella determinazione del costo globale annuo massimo applicabile ai finanziamenti a favore degli enti locali, sia a tasso fisso sia a tasso variabile.

  • RENDITA

    1. Nell’uso comune indica ogni reddito continuativo, a tempo o perpetuo, che si ottiene da un bene, un possedimento, un diritto reale, un capitale, senza sopportare costi di produzione o al netto dei costi di produzione. Per metonimia, il corrispondente diritto e, anche, i beni dai quali la rendita deriva. In questo senso molto generico è sinonimo di entrata, introito, provento e, un tempo, indicava anche il canone d’affitto. La rendita (nella specie della rendita perpetua) era la forma tipica di appropriazione del prodotto nazionale da parte di sovrani, nobiltà e clero nell’Ancien Régime, attuata in diverse forme giuridiche (canoni; censi reali o personali, riservativi o consegnativi; livelli ecc.). Perciò nell’antico linguaggio della contabilità dei grandi patrimoni familiari ed ecclesiastici “rendite” era termine che compariva in luogo di “ricavi”. In economia e finanza il concetto di rendita compare con gli economisti classici con la categoria della rendita fondiaria, è generalizzato a ogni attività economica con i neoclassici (v. rendita del produttore; rendita del consumatore; rendita di posizione). Il termine è entrato nel linguaggio del diritto tributario (rendita imponibile; rendita catastale, v. avanti sub c), delle assicurazioni sulla vita (v. avanti sub d) e della previdenza (rendita previdenziale).

    2. La costituzione di una rendita è regolata da un contratto tipico previsto dal c.c. (v. contratto di rendita).

    3. Il diritto tributario impiega la parola rendita nella normativa sull’accertamento dei redditi dei terreni e dei fabbricati. I legislatori del- l’Ottocento hanno perpetuato l’uso del termine, preso dai catasti degli Antichi Stati, in quanto, influenzati dalle teorie ricardiane, erano orientati a classificare le imposte secondo la ripartizione per classi del prodotto nazionale e intendevano effettivamente attribuire all’imposta sui terreni il compito di colpire la rendita fondiaria identificata in quella che era denominata, fino al T.U. 8.10.1931 n. 1572, rendita imponibile dei terreni. Di fatto tale rendita, quale era determinata dal catasto, esprimeva un reddito medio stimato in base alla moltiplicazione della superficie delle particelle per le tariffe d’estimo comuni ai terreni classati nello stesso modo. L’espressione rendita imponibile è stata perciò sostituita nella riforma tributaria del 1973 da reddito dominicale che, insieme al reddito agrario, entrambi determinati moltiplicando la superficie del terreno con le rispettive tariffe d’estimo. La dizione tariffa catastale permane ancora nel Nuovo catasto urbano per i fabbricati, sebbene il termine indichi anch’esso un reddito medio ottenuto moltiplicando la consistenza di ciascuna unità immobiliare per la tariffa d’estimo media stimata per la classe di appartenenza. Sull’uso corrente di rendita per i redditi finanziari v. rendite finanziarie.

    4. Nel linguaggio delle assicurazioni rendita indica la prestazione patrimoniale in denaro dovuta periodicamente e ricorrentemente dalla compagnia di assicurazioni all’assicurato o al beneficiario di una polizza vita dopo il verificarsi di un certo evento (esistenza in vita dell’assicurato a una certa epoca o verificarsi della morte dell’assicurato) previsto dal contratto. La rendita è una prestazione alternativa all’erogazione di un capitale in soluzione unica al verifi carsi dell’evento.

    5. In matematica finanziaria la rendita è definita come una successione di pagamenti (rate) fatti a tempi equidistanti che, secondo il periodo, si denomina annualità, semestralità, trimestralità ecc. Sono poliennali le rendite i cui termini scadono ogni t anni (dove t indica il numero di anni di intervallo della rendita). La rendita è detta posticipata o anticipata, o a rate posticipate o anticipate, secondo che i versamenti sono compiuti alla fine o all’inizio del periodo. Il numero dei periodi moltiplicati per gli anni di intervallo rappresenta la durata della rendita. Le rate (e quindi le rendite) possono essere temporanee o perpetue, costanti o variabili per importo e/o periodo. La matematica finanziaria tratta le rendite per calcolare il valore attuale, il montante a scadenza o il capitale necessario per costituirle con formule standardizzate nel caso di rendite a rate costanti e con i procedimenti ordinari di capitalizzazione e di attualizzazione nel caso di quelle a rate variabili (v. capitalizzazione e attualizzazione). Rendita immediata è (anticipata o posticipata) è quella il cui primo periodo inizia nel momento in cui si è calcolato il valore attuale. Rendita differita è invece quella il cui primo periodo ha inizio dopo un certo intervallo (differimento di p anni).

  • RENDITA ANNUALE EQUIVALENTE

    E' un criterio di scelta quando si confrontano investimenti con diversi orizzonti temporali. E' il Valore attuale netto (VAN) medio rapportato alla vita dell'investimento dal tempo t=1 a T utilizzando la formula:

    Dove i è il tasso di sconto relativo all'investimento e T è la lunghezza dell'orizzonte temporale. L'investimento con una maggiore rendita annua equivalente sarà preferito.

    Redattore: Giuliano DI TOMMASO

  • RENDITA DEL CONSUMATORE

    Concetto introdotto da Alfred Marshall (1842-1924) per indicare il guadagno, in termini psicologici di utilità, che il consumatore consegue dall’acquisto di più unità di un bene. Posto che l’utilità è decrescente e quindi l’utilità delle varie dosi acquistate è superiore a quella dell’ultima, la rendita del consumatore è definita come la differenza tra la somma delle utilità delle dosi del bene acquistato e la somma della disutilità della moneta sborsata (che è considerata costante per ciascuna unità acquistata).

  • RENDITA DEL PRODUTTORE

    Con il marginalismo gli economisti neoclassici, a partire dagli ultimi trent’anni dell’Ottocento, il modello della rendita fondiaria è stato generalizzato a tutte le attività economiche. Alfred Marshall (1842-1924), in particolare, ha introdotto il concetto di rendita del produttore e di rendita del consumatore. Per la rendita del produttore, Marshall ordina le imprese, analogamente a quanto era stato fatto per i terreni riguardoalla fertilità, secondo l’efficienza tecnica e manageriale misurata dal grado di copertura dei costi unitari totali da parte del prezzo di mercato distinguendo le imprese inframarginali, nelle quali il prezzo eccede tutti i costi, incluso il profitto normale (salari di direzione e premi per il rischio imprenditoriale), dalle imprese marginali in cui il prezzo si aggira intorno ai costi unitari e dalle imprese extramarginali in cui l’utile netto è inferiore al profitto normale o addirittura manca (e compare in suo luogo una perdita). Nelle imprese inframarginali la differenza tra profitti normali e utile complessivo costituisce la rendita del produttore, specie di rendita differenziale derivante da speciali capacità innovative o anche solo di gestione dell’imprenditore. In regime di concorrenza perfetta l’utile di ogni impresa tende a portarsi al livello del solo profitto normale e può aversi una rendita solo per l’imprenditore innovativo, capace di introdurre nuovi procedimenti tecnici e commerciali o di organizzare meglio amministrativamente la propria impresa. Questa rendita (chiamata quasi rendita del produttore) è tuttavia temporanea. In regime di concorrenza perfetta, infatti, nel medio periodo anche gli altri imprenditori adottano le innovazioni o scompaiono dal mercato, di modo che, al termine dell’adattamento, il prezzo di mercato si livella al minor costo di produzione (comprensivo del profitto normale) dell’imprenditore innovativo, annullando la quasi rendita e riducendo l’utile al solo profitto normale. Anche in questo caso è il prezzo, sui quali il produttore non può influire, a determinare la rendita, non già a esserne l’effetto.

  • RENDITA DI POSIZIONE

    La posizione sul territorio e il vantaggio in termini di costi di trasporto dei prodotti sul mercato o di costi sopportati dalla clientela per avvicinarsi al produttore determina una rendita di posizione per il produttore stesso. Il concetto è stato identifi- cato inizialmente per i terreni agricoli (v. rendita fondiaria) ma può estendersi a qualsiasi impresa industriale, commerciale o finanziaria. P.e. gode di una rendita di posizione il commerciante con vetrine o la banca con sportello su una via centrale frequentata rispetto a un commerciante o a una banca in posizione periferica. Lo stesso concetto si estende al di più percepito, rispetto a un profitto normale, da un produttore che si avvantaggia della sua posizione in un mercato a regime diverso dalla concorrenza perfetta e tale che consente di aumentare gli utili manovrando a seconda dei casi quantità, qualità, prezzi, utilizzando la pubblicità o particolari informazioni precluse ad altri, differenziando i prodotti, colludendo con la stipulazione di accordi (v. cartello). Rispetto ai precedenti, però, in questi il produttore è in grado di operare manovrando anche i prezzi. L’esempio limite di questa specie di rendita si ha quando l’intera offerta è concentrata nelle mani di un solo operatore, il monopolista, il quale è in grado di manovrare quantità a prezzi a suo piacimento, specialmente nel caso del monopolio assoluto. Il monopolista può quindi trascurare le preferenze (e i bisogni) dei consumatori ritardando l’immissione di prodotti nuovi e migliori, o l’adozione di processi e meccanismi che aumentano la sicurezza della produzione di beni e servizi, se i vecchi prodotti e i vecchi processi massimizzano ancora gli utili. Oppure può manovrare i prezzi in modo da rendere massimo l’utile complessivo, pur producendo a costi unitari superiori a quelli minimi economicamente possibili. Queste politiche sono applicabili con maggio sicurezza e vantaggio per il monopolista nel caso di beni a domanda altamente inelastica (prodotti necessari e senza surrogati diretti, come trasporti, acqua, energia elettrica, telecomunicazioni, sanità). Ciò spiega le legislazioni antitrust e le regolamentazioni e anche le statalizzazioni cui sono sottoposti i servizi pubblici.

  • RENDITA FONDIARIA

    Concetto economico (da distinguere dalla rendita fondiaria oggetto del contratto di rendita). Nel linguaggio degli economisti classici, da Adam Smith (1723- 1790), David Ricardo (1772-1823), che meglio ha definito il concetto, a John Stuart Mill (1806-1873), rendita è tipicamente la rendita fondiaria, cioè la parte del prodotto della terra corrisposta al proprietario terriero quale compenso dell’uso dei poteri originari e indistruttibili del suolo. La rendita nasce dalla diversa fertilità della terra ed è, quindi, rendita differenziale. Via via che cresce la domanda di prodotti agricoli al crescere della popolazione, vengono messe a coltura terre meno fertili. Poiché il prezzo di collocamento sul mercato dei prodotti si commisura al costo di produzione della terra meno fertile tra tutte, i proprietari delle altre conseguono una rendita pari alla differenza tra il costi di produzione specifici delle terre possedute (inferiori alle terre marginali) e i prezzi spuntati sul mercato. La rendita è assorbita dal proprietario sotto forma di canoni pagati dai fittavoli (così avveniva normalmente nell’organizzazione del lavoro tipicadel Sette-Ottocento). Se il proprietario gestisce in proprio l’azienda agricola, la rendita è inclusa insieme al profitto nell’utile di esercizio. Oltre alle terre meno fertili, al crescere della domanda possono venir messe a coltura terre più lontane dai mercati di sbocco dei prodotti, di modo che anche i costi di trasporto concorrono al nascere della rendita (e la parte di rendita determinata da tale fattore costituisce una rendita di posizione; v. avanti). Altri fattori che concorre al nascere della rendita sono le condizioniclimatiche che consentono di produrre primizie pregiate (rendita di primizia) e i capitali e il lavoro impiegati. Riguardo a questi ultimi i classici conoscevano anche la rendita che deriva dalla produttività crescente o decrescente delle dosi di capitale e di lavoro. L’applicazione di miglioramenti tecnici (cioè di appropriate dosi di capitale e di lavoro) può modificare il livello della rendita. Da notare che è il prezzo, sui quali il produttore non può in- fluire, a essere la causa e non l’effetto della rendita.

  • RENDITA INIZIALE

    Impegno minimo assuntoda una compagnia di assicurazioni verso il sottoscrittore di una polizza assicurativa sullavita. Alternativamente si ha un capitale iniziale se è prevista la liquidazione di un capitale in luogo di una rendita.

  • RENDITA MINERARIA

    La rendita mineraria dipende dal fatto che le miniere sono limitate in numero e hanno diversi costi di estrazione secondo il tenore, la purezza e la profondità del minerale. Poiché il prezzo si livella ai costi sopportati per lo sfruttamento delle miniere marginali, tutte quelle inframarginali beneficiano di una rendita pari alla differenza tra il proprio costo di estrazione e il maggior prezzo di mercato. Analogamente si definisce la rendita idraulica.

  • RENDITA PERPETUA

    Nella rendita perpetua una parte conferisce all’altra il diritto di esigere in perpetuo la prestazione quale corrispettivo dell’alienazione onerosa di un immobile (rendita fondiaria) o di un capitale (rendita semplice), ovvero quale onere di alienazione o cessione a titolo gratuito. Erano tali i canoni i censi, i livelli e le decime feudali e alcuni di essi ancora permangono (v. rendita). Il contratto è disciplinato dagli artt. 1861-1871 c.c. Alla rendita perpetua sono assimilate tutte le prestazioni annue perpetue costituite a qualsiasi titolo e anche per atto di ultima volontà. Una rendita perpetua può essere costituita in corrispettivo dell’alienazione di un immobile (rendita fondiaria) o della cessione di un capitale (rendita semplice), ovvero quale onere di queste transazioni. La rendita semplice deve essere garantita con ipoteca sopra un immobile (altrimenti il capitale è ripetibile). È redimibile a volontà del debitore, nonostante patto contrario, ma le parti possono stabilire che il riscatto non possa avvenire durante la vita del beneficiario o prima di un dato termine che non può essere superiore a 10 anni (art. 1865 e 1866 c.c.). La rendita perpetua è sempre redimibile a volontà del debitore, nonostante qualunque patto contrario, ma le parti possono stabilire che il riscatto non deve avvenire durante la vita del beneficiario o prima di un certo termine che non può essere superiore a 10 anni. Le modalità del riscatto sono stabilite da leggi speciali (l. 11.6.1925 n.998, r.d. 7.2.1926 n. 426, l. 1.7.1952 n. 701,l. 22.7.1966 n. 607 concernenti l’affrancazione di canoni, censi e prestazioni periodiche). L’esercizio del riscatto avviene mediante il pagamento di una somma di ammontare equivalente al valore attuale (impropriamente il c.c. impiega il termine capitalizzazione) della rendita annuale sulla base dell’interesse legale. Il valore attuale della rendita perpetua è So = S∞/ r dove So è il valore attuale, S∞ la rendita perpetua di importo e periodicità costante, r il tasso di interesse. Il debitore della rendita può essere costretto al riscatto forzoso se il debitore è in mora nel pagamento per due annualità, se non ha dato le garanzie promesse o, se essendo queste venute a mancare, non le ha sostituite con altre di adeguata sicurezza ovvero se in caso di divisione o di alienazione il fondo che garantisce la rendita viene a essere diviso fra più persone. In caso di insolvenza del debitore, si può rocedere al riscatto, salvo che essendo stato alienato il fondo su cui era garantita la rendita, l’acquirente se ne sia assunto il debito o si dichiari pronto ad assumerlo. Il debitore della rendita perpetua e di ogni altra prestazione assimilata deve fornire a proprie spese al titolare, se questi lo richiede, un nuovo documento trascorsi nove anni dalla data del precedente (ricognizione della rendita).

  • RENDITA PREVIDENZIALE

    Prestazione patrimoniale in denaro dovuta periodicamente e ricorrentemente dall’INAIL in base alle norme sull’assicurazione obbligatori contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. La legge prevede due specie di rendite: a) rendita di inabilità permanente, assegnata a chi perde permanentemente la capacità di lavoro totale o parziale in seguito a un infortunio; b) rendita di passaggio per malattie professionali conseguenti alla silicosi e all’asbestosi. La prima è erogata quando la capacità di lavoro è ridotta in misura superiore al 10%. Se dall’infortunio o dalla malattia è derivata la morte dell’assicurato, il diritto alla rendita sorge a favore dei superstiti. La seconda è una prestazione particolareche viene corrisposta a determinate condizioni e per un periodo limitato al lavoratore che per ragioni profilattiche abbandona con un’invalidità permanente non superiore all’80% la lavorazione morbigena per passare a un altro impiego. Per i lavoratori subordinati soggetti all’assicurazione obbligatoria generale è prevista una figura di rendita vitalizia nel caso di mancato versamento di contributo da parte del datore di lavoro e impossibilità del versamento degli stessi per intervenuta prescrizione. In tal caso l’INPS corrisponde una rendita reversibilepari alla pensione o alla quota di pensione corrispondente ai contributi non versati. Non è prevista la liquidazione, alternativa alla rendita, di un capitale in soluzione unica (a differenza di quanto avviene per le assicurazioni private).

  • RENDITA VITALIZIA

    La rendita vitalizia è il contratto di rendita regolato dagli artt. 1872- 1881 c.c. Detta anche vitalizio, la rendita è vitalizia quando l’obbligo di corrispondere la prestazione dura finché dura la vita del beneficiario (o di un terzo, purché vivente al momento della stipulazione). Può essere costituita a titolo oneroso mediante alienazione di un bene mobile o immobile o mediante la cessione di un capitale. Può anche essere costituita per donazione o per testamento. Se costituita a favore di più persone viene detta congiuntiva: in tal caso la quota di colui che muore per primo si accresce a quella degli altri e la prestazione si estingue al momento della morte dell’ultimo dei beneficiari. Il creditore della rendita vitalizia costituita a titolo oneroso può chiedere la risoluzione del contratto se il promettente non dà o diminuisce le garanzie pattuite. Dall’altra parte, a differenza di quella perpetua, la rendita vitalizia non può essere riscattata dal debitore (ma in caso di fallimento di questi, il creditore può chiedere di essere ammesso al passivo per una somma equivalente al suo capitale, calcolato al momento della dichiarazione di fallimento) ed ha natura tipicamente aleatoria (p.e., non può essere risolta per eccessiva onerosità sopravvenuta). Il debitore della rendita, salvo patto contrario, è tenuto a pagare la rendita per tutto il tempo per il quale è stata costituita, per quanto gravosa sia diventata la sua prestazione. In caso di mancato pagamento delle rate di rendita scadute il creditore della rendita, anche se è lo stesso stipulatore, non può domandare la risoluzione del contratto, ma può far sequestrare e vendere i beni del suo debitore affinché col ricavato della vendita si faccia l’impiego di una somma sufficiente ad assicurare il pagamento della rendita.

  • RENDITE FINANZIARIE

    Nozione collettiva corrente, non impiegata dal linguaggio del legislatore italiano, che include diverse specie di redditi derivanti da attività finanziarie: dividendi; interessi; plusvalenze (capital gain) e minusvalenze varie; royalties; altri interessi e proventi. Non costituiscono una categoria tipica soggetta a un regime fiscale unico e uniforme. Per le imprese commerciali tutte le rendite finanziarie concorrono alla determinazione del reddito imponibile. Per le persone fisiche v. IRPEF (sub redditi di capitale e redditi diversi) e, per le plusvalenze, la voce imposta sostitutiva sulle plusvalenze. V. anche armonizzazione comunitaria dei mercati finanziari; armonizzazione fiscale europea: imposte dirette e tassazione dei redditi finanziari).

    Riforma della tassazione. Il Progetto Tremonti di riforma tributaria contenuto nel disegno di legge “Delega al Governo per la riforma del sistema fiscale statale” (v. riforma tributaria), collegato alla legge di bilancio per l’anno 2002, prevede l’armonizzazione dei tributi sui redditi di natura finanziaria rispetto al panorama internazionale, anche per renderla capace di attrarre maggiori investimenti dall’estero. Resterà il regime sostitutivo e la riforma procederà con questi interventi: a) omogeneizzazione dell’imposizione su tutti i redditi di natura finanziaria, indipendentemente dagli strumenti giuridici utilizzati per produrli; ciò comporterà l’inclusione in un’unica categoria dei redditi di capitale e degli altri proventi finanziari, oggi classificati fra i redditi diversi; b) convergenza del regime fiscale sostitutivo su quello proprio dei titoli del debito pubblico e riduzione del prelievo con l’adozione di un’aliquota unica, che viene applicata tramite il meccanismo dell’imposizione sostitutiva alla fonte; c) semplificazione dell’imposizione del risparmio “gestito” con l’introduzione dei principi di cassa e di compensazione, in sostituzione di quello della maturazione, estraneo ai regimi fiscali degli altri Paesi; d) regime differenziato di favore fiscale per il risparmio affidato a fondi pensione, a fondi etici e a casse di previdenza privatizzate.

  • RENMINBI YUAN

    Il renminbi è la valuta che ha valore legale nella Repubblica Popolare Cinese ed è emesso dalla BANCA POPOLARE CINESE (PBOC). Si veda anche la voce RENMINBI YUAN (ENCICLOPEDIA).

    L'unità di base del Renminbi cinese è lo yuan e la sua abbreviazione dello standard internazionale ISO 4217 è CNY, ma oltre all’indicazione CNY viene utilizzata anche RMB. Il simbolo per la valuta cinese è . Un renminbi è suddiviso in tre unità base: yuan, jiao e fen.

    Il renminbi è stato introdotto nel 1949 con l’avvento del regime comunista cinese e significa "valuta del popolo". Dal 1950 sono state emesse diverse serie di monete e oggi è in corso legale la quarta serie. Con l’avvento delle riforme del 1978 per la nascita dell’Economia Socialista di Mercato (Enciclopedia) fu creato, per un breve periodo, un sistema a doppia valuta che consentiva l'uso del Renminbi solo per transazioni domestiche e prevedeva certificati di cambio per le transazioni estere. Fino al 2005 il renminbi è stato ancorato al dollaro ma successivamente è stato ancorato ad un paniere di valute internazionali.

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • RENMINBI YUAN (ENCICLOPEDIA)

    (Si veda anche la definizione di renminbi yuan)

    Il renminbi è la valuta che ha valore legale nella Repubblica Popolare Cinese ed è emesso dalla Banca Popolare Cinese (PBOC). L'unità di base del renminbi cinese è lo Yuan e la sua abbreviazione dello standard internazionale ISO 4217 è CNY ma oltre all’indicazione CNY, viene utilizzata anche RMB. Il simbolo per la valuta cinese è . Un renminbi è suddiviso in tre unità base: Yuan, Jiao e Fen.

    Il renminbi è l’unità monetaria nel sistema bancario cinese a far data dal giugno del 1969. Prima di questa data era denominata Jen Min Piao, ovvero Yuan del popolo, che nel 1948 Mao Tse Tung fece circolare nelle regioni occupate dalle sue armate. Nell’aprile del 1949 la Banca del popolo fissò il corso di 600 Jen Min Piao per dollaro Usa. Questa parità fu rivista mensilmente e ben presto la nuova moneta cinese si svalutò rispetto al dollaro, la cui quotazione non ufficiale superò nel 1950 i 47.000 Jen Min Piao. Nel 1955 ci fu il cambio della moneta e fu emesso il nuovo Jen Min Piao contro 10.000 vecchi biglietti. Il corso con il dollaro fu fissato in 2,46 nuovi Jen Min Piao. L’inflazione erose questo corso nei confronti del dollaro, corso che nel 1969 risultava non ufficialmente moltiplicato per circa 20 volte quello del 1955. Nel 1969 fu deciso di dare un nuovo nome alla moneta. Si ebbe così il renminbi, suddiviso sempre come il vecchio Jen Min Piao in 10 Tsjao e in 100 Fung. Fu mantenuto anche il vecchio corso del dollaro, non certamente operativo. Presso il popolo il termine Yuan è rimasto vivo e si identifica ancor oggi con il renminbi. Dal 1969 con la crisi valutaria internazionale, con le vicende del dollaro e delle altre principali monete e con la crisi energetica, questo corso non operativo della moneta cinese presentò un certo apprezzamento, che in seguito si è volatilizzato. Alla fine degli anni ‘80 il dollaro quotava non uffi- cialmente 11 renminbi, contro 2,04 del corso ufficiale stabilito il 20 febbraio del 1973. Poco prima, nel dicembre del 1971, in seguito alle vicende del dollaro Pechino dichiarò che la moneta cinese avrebbe avuto come monete di riferimento il dollaro di Hong Kong e la lira sterlina. Dal 1973 fu fatto di nuovo riferimento al dollaro Usa. L’apparato economico tipico del cosiddetto “centralismo democratico”, con il connesso apparato di controllo valutario, non ha consentito alla moneta cinese di assumere un ruolo importante nell’ambito delle transazioni commerciali e finanziarie internazionali. Con l’avvento delle riforme del 1978 per la nascita dell’Economia Socialista di Mercato fu creato, per un breve periodo, un sistema a doppia valuta che consentiva l'uso del renminbi solo per transazioni domestiche e prevedeva certificati di cambio per le transazioni estere. Fino al 2005 il renminbi è stato ancorato al dollaro ma successivamente è stato ancorato ad un paniere di valute internazionali. Da quando è stato introdotto sono state emesse diverse serie di monete e oggi è in corso legale la quarta serie.

    Redattori e Collaboratori: avf, Giovanni AVERSA

  • RENTIER

    Parola francese che designa, in senso stretto, una persona che vive sul pagamento degli interessi sui titoli pubblici. Tale espressione era usata, in origine, con riferimento ai possessori di rente, un tipo di obbligazione statale francese. Ora viene usata in senso più ampio, per qualificare qualunque individuo in grado di vivere esclusivamente sulla base di redditi non guadagnati (derivanti dalla proprietà di capitali investiti, rendite o dividendi) anziché da redditi guadagnati come salari e stipendi.

  • RENTING

    Anche rental. Noleggio di mobili, quali autoveicoli, battelli, macchine elettroniche di limitate dimensioni o altri materiali ad elevata fungibilità, per il disimpegno di un determinato servizio limitato nel tempo e nello spazio. A differenza del leasing, il renting non risponde ad un’esigenza finanziaria d’investimento aziendale, ma semplicemente a quella dello svolgimento di una specifica funzione o di un dato servizio. Infatti la società di renting dispone di un parco attrezzature, acquistate in proprio e per propria iniziativa.

  • REPLACEMENT CAPITAL FINANCING

    Lett.: finanziamento alla sostituzione dei soci. Si ha quando l’investitore interviene per favorire il cambiamento della compagine sociale, in genere senza che vengano attuati aumenti di capitale.

  • REPUBBLICA POPOLARE CINESE - RPC (ENCICLOPEDIA)

    Abstract

    La Repubblica Popolare Cinese (RPC) viene fondata a Pechino da Mao Zedong nel 1949 dopo la vittoria del Partito Comunista Cinese (PCC). Dal 1971 fa parte del sistema delle Nazioni Unite ed è membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La RPC, inoltre, fa parte di numerose organizzazioni internazionali come ad esempio: World Trade Organization (WTO), Asia Pacific Economic Cooperation (APEC), Associazione delle Nazioni del Sud-est Asiatico (ASEAN), Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO). La RPC ha un sistema di Governo di tipo autoritario guidato dal PCC e un sistema economico misto caratterizzato dalla coesistenza di elementi tipici di un’Economia di Mercato con elementi di pianificazione economica. Grazie a questi fattori la RPC in poco tempo è diventata, per dimensione del Prodotto Interno Lordo (PIL), la seconda economia più grande al mondo dopo gli Stati Uniti. Ciò viene tradotto in campo internazionale in una strategia che tende a mettere a frutto il prestigio economico, facendo della rapida crescita lo strumento principale per attirare sotto la propria influenza le economie in via di sviluppo.

    Sistema economico

    La Costituzione cinese definisce il sistema economico cinese Economia Socialista di Mercato, ovvero un sistema in cui il regime socialista nato nel 1949 diviene compatibile con l’economia di mercato sviluppatasi dal 1978. La Cina ha inizialmente puntato sul Modello Sovietico di Sviluppo e su un’industrializzazione pianificata per assicurarsi l’indipendenza politica, mentre successivamente negli anni Ottanta ha avviato una transizione verso l’economia di mercato. Negli ultimi venti anni la RPC è stata protagonista di uno sviluppo economico incontestabile, con tassi di crescita del PIL superiori al 10% all’anno che hanno traghettato la Cina da Paese del terzo mondo a leader dell’economia mondiale. In questi decenni, infatti, la RPC è riuscita a superare gravi crisi dell’economia mondiale: da quella asiatica del 1997, allo scoppio della bolla speculativa all’inizio del 2000, fino alla recente crisi finanziaria. Lo sviluppo economico della Cina è uno dei fenomeni più importanti della storia economica mondiale dal secondo dopoguerra. Oggi la Cina è la prima detentrice del dei Titoli di Stato degli Stati Uniti e la maggiore finanziatrice del suo deficit.

    La Tab.1 mostra i maggiori indicatori economici della RPC:

    Fonte: Economist Intelligence Unit-Country Report China May 2013

    Nella struttura economica odierna della Cina il basso costo del lavoro e l’enorme quantità di manodopera contribuiscono a dare vigore agli investimenti stranieri nel Paese favorendo la delocalizzazione delle imprese estere, tanto che le imprese con capitale straniero partecipano per un terzo della produzione industriale totale. Tra i Paesi in Via di Sviluppo la RPC è al primo posto per il flusso di Investimenti Diretti Esteri (IDE). Dal 2013 la RPC è la più grande esportatrice ed importatrice di merci del mondo con il saldo della Bilancia Commerciale in attivo di circa 200 miliardi di dollari. Questi fattori hanno “costretto” alcuni Paesi a rimodellare la proprie economie adattandole alle esigenze del “made in China”. Molti Paesi, vedendo il peggioramento del proprio deficit e la perdita di quote di mercato nei principali settori produttivi, utilizzano una corsa all’abbattimento dei costi di produzione per rimanere competitivi nel mercato internazionale. Inoltre, la possibilità, di collaborazione con Multinazionali e imprese estere presenti in Cina, ha permesso alle Imprese Pubbliche cinesi di sfruttare i modelli di gestione, di Corporate Governance, di organizzazione e strategie di mercato di tipo occidentale. Il settore industriale è quello che incide maggiormente sul PIL, seguito dal settore dei servizi e quello agricolo. Quest’ultimo è il settore che occupa il maggior numero di forza lavoro. Nonostante l’espansione del settore privato e la profonda trasformazione delle imprese statali grazie alle riforme economiche del 1978, esse continuano a giocare un ruolo fondamentale nella politica economica cinese.

    Il sistema finanziario cinese prevede la proprietà pubblica delle banche (State Owned Bank-SOB), ed è regolato dalla Banca Centrale, la Banca Popolare Cinese (PBOC), che ne gestisce la Politica Monetaria, emette la moneta ufficiale (Renminbi Yuan) e regolamenta le altre istituzioni finanziarie. Oltre alla PBOC i principali istituti del Sistema Bancario Cinese sono la Banca della Cina (BOC), la Banca Cinese per le Costruzioni (CCB), la Banca Cinese per l’Agricoltura (ABC), la Banca Cinese per l’Industria e il Commercio (ICBC).

    Sistema di Governo

    La Costituzione è la legge fondamentale della RPC. Essa la definisce “uno Stato socialista di dittatura democratica popolare, guidata dalla classe operaia e basata sull’alleanza operai-contadini” ed attribuisce al Partito Comunista Cinese (PCC) la guida politica del Paese. La vita del PCC è caratterizzata dai Congressi Nazionali, convocati ogni cinque anni.

    La Cina è una Repubblica popolare e ha un sistema di Governo di tipo autoritario. A differenza di molte forme di Governo occidentali basate sulla netta separazione dei tre poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), la Costituzione della RPC stabilisce come supremo organismo del potere statale l’Assemblea Nazionale del Popolo (ANP) “guidata” esclusivamente dal PCC. Oltre al ANP le altre istituzioni fondamentali della Cina sono il Consiglio di Stato, il Presidente della RPC, la Corte Suprema del Popolo, il Procuratore Supremo del Popolo e la Commissione Militare Centrale.

    1. Assemblea Nazionale del Popolo (ANP).

    L’ANP è l’unica camera legislativa che “ratifica” le decisioni del PCC e ha poteri legislativi, decisionali e di controllo sulle altre istituzioni cinesi. Elegge il Presidente della RPC, i membri del Governo (Consiglio di Stato), i membri della Commissione Militare Centrale, il Presidente della Corte Suprema e il Procuratore Supremo del Popolo. E’ costituita da 2970 membri in carica per cinque anni provenienti principalmente dal PCC ma dagli anni Novanta anche da altri partiti minori. Le principali funzioni dell’ANP sono quelle di revisionare la Costituzione, rivedere le leggi fondamentali e le altre leggi dello Stato, esaminare e approvare il piano per lo sviluppo economico e sociale nazionale, esaminare e approvare il Bilancio dello Stato e approvare l'istituzione di Province, Regioni autonome e Municipalità direttamente sotto il Governo centrale. L’ANP è, inoltre, composta dal Comitato Permanente, organo che svolge le funzioni dell'assemblea quando questa non si riunisce.

    2. Consiglio di Stato.

    Il Consiglio di Stato, sinonimo di Governo centrale del popolo, è il massimo organo esecutivo e il più alto organo di amministrazione della RPC. Il Consiglio di Stato è composto dal Primo Ministro, dal Vice - Primo Ministro, dai Consiglieri di Stato, dai Ministri responsabili di Ministeri e Commissioni, dal Revisore Generale e il Segretario Generale. Il Consiglio di Stato è incaricato di eseguire i principi e le politiche del PCC e di applicare le leggi approvate dal ANP, si occupa di politica interna, diplomazia, difesa nazionale, finanza, economia e istruzione.

    3. Presidente della Repubblica Popolare Cinese.

    Il Presidente della RPC è il Capo di Stato della Cina, viene designato dal PCC ma eletto dall’ANP e resta in carica per cinque anni, rinnovabili consecutivamente per una volta. Ha il potere di promulgare le leggi adottate dall’ANP, può nominare e rimuovere dall’incarico i membri del Consiglio di Stato, gli Ambasciatori e i Ministri e ratifica o abroga i trattati internazionali.

    4. Corte Suprema del Popolo.

    La Corte Suprema del Popolo è composta da più di 300 Giudici e fa parte del potere giudiziario della RPC insieme al Procuratore Supremo del Popolo ed è il massimo tribunale della Cina. Riferisce del proprio operato al ANP, supervisiona i tribunali popolari locali e quelli speciali, può pronunciare la condanna a morte.

    5. Procuratore Supremo del Popolo.

    E’ l’organo di massima importanza per la supervisione legale nonché massimo organo procuratore. Svolge funzioni di controllo sull’applicazione delle leggi dello Stato e di supervisione sulle procure regionali e speciali. È formato dagli uffici che sono dotati dell’esercizio dell’azione penale. Fa parte insieme alla Corte Suprema del Popolo del potere giudiziario della RPC.

    6. Commissione Militare Centrale.

    La Commissione Militare Centrale della RPC è il più alto organo militare dello Stato con la responsabilità di comandare tutte le forze armate del Paese. Resta in carica per un mandato di cinque anni e può essere rieletta. Il Presidente e i membri della Commissione Militare Centrale sono eletti dal ANP.

    RPC nelle relazioni internazionali

    La Cina è considerata la potenza in maggiore ascesa a livello internazionale, sia dal punto di vista economico che da quello politico. La RPC è infatti un membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU, fa parte di numerose organizzazioni regionali (ASEAN, SCO, APEC) e con l’ingresso nel WTO e la partecipazione al G2, ha decretato la sua totale integrazione anche nell’economia mondiale. Gli evidenti risultati economici hanno portato la Cina in breve tempo a diventare l’economia più dinamica e grande del mondo seconda solo agli Stati Uniti, nonché a detenere la maggior parte dei Titoli di Stato americani. Inoltre, l’efficacia nell’utilizzo del Soft Power1 (vedi Nye 2004), da parte del Governo cinese quale “arma di seduzione” per i paesi in via di sviluppo, contribuisce ad alimentare le discussioni sulla reale capacità della RPC di offrire un modello di sviluppo originale rispetto al Washington Consensus americano e sull’ammissibilità del termine Beijing Consensus. Altre analisi portano invece gli studiosi delle teoria delle relazioni internazionali a considerare la politica estera cinese declinata nei “Cinque Principi della Coesistenza Pacifica” (rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità, non aggressione, non ingerenza negli affari interni, uguaglianza e reciproco vantaggio negli scambi commerciali e coesistenza pacifica) elaborati e codificati sin dal 1954 in un accordo commerciale tra Cina e India. Da allora nelle idee del PCC questi principi sono stati destinati a disciplinare le relazioni tra gli altri Stati e la Cina. Secondo questa visione la priorità cinese sembra consistere nel mantenimento della stabilità politica necessaria al perseguimento del proprio sviluppo economico e nel rifiuto di ogni pretesa egemonica.



    1 Termine utilizzato per la prima volta da Joseph Nye nella teoria delle relazioni internazionali per indicare il potere di persuasione di uno Stato utilizzando risorse intangibili quali cultura, valori e istituzioni politiche. Tale termine si contrappone al Hard Power cioè il potere esercitato tramite la coercizione militare.

    Bibliografia

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    NYE J. S. (2004) Soft Power. The means to success in world politics, Tampa, Foreign Affairs Pr. (www.foreignaffairs.com/articles/59732/g-john-ikenberry/soft-power-the-means-to-success-in-world-politics)

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    SHAMBAUGH D. (2013) China Goes Global: The Partial Power, New York, Oxford University Press (http://tinyurl.com/n4ysd6p)

    THE PEOPLE REPUBLIC OF CHINA, (http://english.gov.cn/)

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • REPURCHASE AGREEMENT - REPO

    Abbr.: repo. Equivalente delle operazioni di pronti contro termine negoziate nel mercato italiano. I repo sono operazioni tipiche del mercato monetario statunitense. Negli USA un repurchase agreement è una vendita di titoli effettuata dai dealer sul mercato secondario dei titoli di Stato. Implica una vendita di titoli a pronti con un simultaneo accordo di riacquisto a termine ad un prezzo prefissato. Nel contratto sono specificati il prezzo di acquisto (valore nominale del prestito), il tasso d’interesse implicito dell’operazione, la scadenza e i titoli oggetto dello scambio. La differenza tra il prezzo di acquisto a pronti dei titoli ed il loro valore di mercato rappresenta il margine lucrato dal dealer, ed è destinato a proteggere il finanziatore dai rischi connessi ad un aumento dei tassi d’interesse e quindi dalla riduzione della garanzia. Il tasso d’interesse è legato all’andamento dei federal funds, sebbene sia generalmente più basso in quanto gli accordi in oggetto si ritengono garantiti (secured); la scadenza è generalmente overnight, anche se si intende tacitamente rinnovabile fino alla revoca da parte dell’acquirentedei titoli (raramente la durata supera i trenta giorni). I repo sono nati negli USA tipicamente come operazioni con cui i dealer finanziano il proprio portafoglio titoli, rivendendo al Tesoro americano con contratti repo parte dei titoli sottoscritti alle aste del Tesoro stesso, con l’impegno di riacquistarli entro un certo tempo. In effetti, dopo l’asta di emissione e dopo la stipula del repurchase agreement, il dealer si mette in caccia di clienti disposti ad acquistare una partita di titoli e, come li trova, ritira dal Tesoro i titoli da consegnare. Di fatto con i repurchase agreement il Treasury Department finanzia i dealer e finanzia insieme le sue stesse emissioni. Dal mercato secondario dei titoli del Tesoro i repo si sono estesi ad altri segmenti del mercato monetario e sono diventati un modo abbastanza diffuso di finanziamento da parte delle grandi imprese, delle banche e di altre istituzioni, estendendo anche a titoli diversi da quelli del Tesoro. È usato dalle banche centrali quando operano nel mercato monetario con operazioni di mercato aperto.

  • REQUISITI PATRIMONIALI

    Le banche e i gruppi bancari sono tenuti a mantenere costantemente coperture patrimoniali adeguate contro il rischio di credito (v. coefficiente di solvibilità), i rischi di mercato (v. requisiti patrimoniali sui rischi di mercato) e, inoltre, a fronte degli immobili e delle partecipazioni assunti per recupero crediti. Le coperture assumono la veste di rapporti, o coefficienti, espressi in percentuale, il cui denominatore è costituito dal patrimonio di vigilanza e il numeratore dalla valutazione di ciascun rischio secondo certi criteri quantitativi e qualitativi specificati dalle Istruzioni di vigilanza della Banca d’Italia. La percentuale rappresenta il requisito minimo che le banche devono soddisfare e la somma dei requisiti costituisce il requisito patrimoniale minimo complessivo.

  • REQUISITI PATRIMONIALI SUI RISCHI DI MERCATO

    Sono strumenti di presidio contro le diverse categorie di rischi di mercato (detti anche rischi sistematici; v. rischio di portafoglio),connessi con le variazioni dei prezzi di mercato delle attività non immobilizzate. La materia è regolata dal TUBC all’art. 53, comma 1, lettere b) e d); all’art. 53, comma 3; all’art. 67, comma 1, lett. a) e b). Altra fonte normativa è l’art. 6, comma 1, lett. a) del TUF (poteri della Banca d’Italia di disciplinare con regolamento, sentita la Consob, l’adeguatezza patrimoniale, il contenimento del rischio nelle sue diverse configurazioni, le partecipazioni detenibili, l’organizzazione amministrativa e contabile e i controlli interni) e i relativi provvedimenti (provvedimento della Banca d’Italia del 2.7.1991 e succ. modificazioni dell’1.6.1996; provvedimenti dell’1.7.1998 e del 20.9.1999). Valgono inoltre: l’“Emendamento dell’Accordo di Basilea sui requisiti patrimoniali per incorporarvi i rischi di mercato” del gennaio 1996, aggiornato ad aprile 1998; la direttiva 93/6/CEE del 15.3.1993 (relativa all’adeguatezza patrimoniale delle imprese di investimento e degli enti creditizi, modificata dalla direttiva 98/31/CE del 22.6.1998); il d.m. Tesoro 28.12.1992 n. 436659 (che disciplina, tra l’altro, i controlli esercitabili dalla Banca d’Italia sulle succursali di banche comunitarie insediate in Italia); il d.m. Tesoro 22.6.1993 n. 242630 (stabilisce che la Banca d’Italia, anche in conformità con quanto concordato in sede internazionale, predispone regole che gli enti creditizi nazionali devono rispettare per contenere i rischi connessi con le oscillazioni dei corsi dei titoli, dei tassi di interesse e dei tassi di cambio). Per le Istruzioni di vigilanza della Banca d’Italia v. il Tit. IV, cap. 3.

    1.I rischi di mercato fanno parte dei rischi bancari, insieme al rischio di credito e al rischio di tasso di interesse. I rischi di mercato (nella classificazione delle norme di vigilanza) sono dettagliati analiticamente dalle norme di vigilanza prudenziale sotto forma di requisiti di copertura patrimoniale con riferimento al portafoglio titoli non immobilizzato o all’intero bilancio.

    2. Rischi riferiti al portafoglio titoli non immobilizzato      2.a) Rischio di posizione, derivante dall’oscillazione del prezzo dei valori mobiliari presenti nel portafoglio non immobilizzato delle banche (è distinto in rischio generico, dipendente dall’andamento generale del mercato e in rischio specifico, dipendente dalla situazione propria dell’emittente) per il quale è richiesta una copertura patrimoniale pari alla somma dei valori assoluti delle posizioni nette lunghe nei diversi titoli ponderate secondo coeffi- cienti dello 0% per valori emessi o garantiti da Governi o Banche centrali dei Paesi dell’OCSE e dell’UE; di 0,25%, 1%, 1,60% secondo la vita residua per titoli qualificati e dell’8% per gli altri titoli. 2.b) Rischio di regolamento che insorge nelle operazioni di transazioni su titoli dopo che la controparte alla scadenza del contratto non ha adempiuto all’obbligazione di consegnare i titoli o di pagare gli importi di denaro dovuti; è calcolato con due metodi che prevedono entrambi coefficienti crescenti secondo il numero dei giorni lavorativi dopo la data di liquidazione raggruppati in quattro classi: dal 5° al 15° giorno, dal 16° al 30°, dal 31° al 45° e dal 46° in poi (1° metodo: fattore di ponderazione dell’8%, 50%, 75%, 1000% rispettivamente applicati alla differenza tra valore corrente dei titoli e valore convenuto alla scadenza; 2° metodo: fattore di ponderazione dello 0,5%, 4%, 9% per le prime tre classi applicato al valore convenuto a scadenza e come per il 1° metodo oltre il 45° giorno).      2.c) Rischio di controparte, cioè di inadempimento della controparte (è una specie di rischio di credito) per operazioni di riporto, pronti contro termine, prestito di titoli, contratti derivati ecc., per le quali il requisito è calcolato secondo coefficienti pari a 0%, 1,6%, 4% e 8% secondo la natura della controparte.

    2.d) Rischio di concentrazione, cioè il rischio derivante dal superamento di limiti previsti per le posizioni di rischio relativo a valori mobiliari presenti nel portafoglio non immobilizzato;viene calcolata la “posizione di rischio complessiva” sommando, per ciascun cliente, la posizione di rischio relativa al portafoglio non immobilizzato a tutte le altre posizioni di rischio e sull’eccedenza rispetto al limite individuale di fido si applicano coefficienti crescenti per scaglione dal 200% al 900%.

    3. Rischi riferiti all’intero bilancio     3.a) Rischio di cambio, cioè il rischio di subire perdite per effetto di avverse variazioni dei corsi delle divise estere, per il quale le banche sono tenute all’osservanza di un requisito patrimoniale pari all’8% della posizione netta aperta in cambi (sono escluse dall’obbligo le banche la cui posizione è contenuta entro il 2% del patrimonio).                3.b) Rischio di posizione su merci, cioè il rischio di eventuali perdite su tutte le attività e passività in bilancio e fuori bilancio su merci, per il quale è previsto o un metodo di calcolo semplificato (il requisito patrimoniale da mantenere per ciascuna merce è pari alla somma del 15% della posizione netta, lunga o corta, per ogni merce moltiplicata per il prezzo a pronti della merce e il 3% della posizione lorda, data dalla somma della posizione lunga e di quella corta, moltiplicata per il prezzo a pronti della merce) e un metodo basato su sette fasce di scadenza delle posizioni per ciascuna merce per la quale il requisito patrimoniale è fato dalla somma di un calcolo articolato per specie di posizione.       3.c) A fronte dei suddetti rischi è previsto un requisito patrimoniale complessivo dato dalla somma dei rispettivi requisiti patrimoniali. Non sono tenuti al rispetto dei requisiti, con riferimento al portafoglio titoli non immobilizzato, le banche per le quali, di norma, il portafoglio non immobilizzato risulti inferiore al 5% del totale dell’attivo e comunque non superi i 15 milioni di euro. Ogni qualvolta il portafoglio non immobilizzato risulti superiore al 6% del totale dell’attivo della banca oppure abbia superato i 20 milioni di euro, le banche sono tenute comunque al rispetto dei requisiti fi-no alla data cui si riferisce la segnalazione successiva.

    4. Requisiti patrimoniali consolidati. I requisiti patrimoniali dei gruppi bancari sono calcolati per fronteggiare i rischi di posizione, di regolamento, di controparte, di concentrazione, di cambio e di posizione su merci. Per ogni tipologia di rischio il requisito patrimoniale consolidato è pari alla somma dei requisiti patrimoniali individuali delle singole banche, società di intermediazione mobiliare e società finanziarie iscritte all’elenco speciale di cui all’art. 107 TUBC appartenenti al gruppo bancario Per il rischio di regolamento e per il rischio di controparte si può procedere all’elisione delle esposizioni creditizie derivanti dai rapporti interni al gruppo.

  • RESCHEDULING

    Rinegoziazione delle condizioni dei prestiti. Termine anglosassone che designa un accordo in base al quale vengono ridefiniti integralmente i termini contrattuali di un’operazione di finanziamento. Tale ristrutturazione fa seguito, normalmente, alla sospensione dell’ammortamento del debito da parte del mutuatario (sospensione dei pagamenti), imputabile ad una situazione di insolvenza tecnica, ossia di incapacità di far fronte alle proprie obbligazioni ascrivibile ad uno stato di illiquidità temporanea. L’accordo di rescheduling può assumere diverse configurazioni, fino a costituire un vero e proprio “pacchetto finanziario” comprendente nuovi crediti, nuove commissioni ecc. Tale circostanza comporta risultati assai variabili per i creditori: se l’ammontare ricevuto non varia rispetto a quello originariamente concordato, la banca subisce solo maggiori costi opportunità (ritardato impiego dei fondi rimborsati), costi di liquidità e costi amministrativi di rinegoziazione. Se, al contrario, il debitore spunta delle riduzioni nette dell’ammontare dovuto per interessi e/o in linea capitale, si concretizza anche una perdita.

  • RESCISSIONE DEL CONTRATTO

    Rimedio concesso ad uno dei contraenti allorché l’altro, approfittando della particolare situazione (stato di pericolo o di bisogno) in cui il primo versa, abbia concluso il contratto a “condizioni inique” (stato di pericolo) (art. 1447 c.c.) o in modo che tra le prestazioni vi sia una sproporzione di valore (stato di necessità; rescissione per lesione; art. 1448 c.c.). In quest’ultimo caso, però, essa non è proponibile se la sproporzione, valutata con riferimento al tempo della conclusione del contratto, non risulta essere superiore della metà o si è nel frattempo estinta. L’azione di rescissione può essere esercitata entro un anno dalla conclusione del contratto. Il contraente contro il quale è proposta, tuttavia, può evitarla offrendo una modifica del contratto sufficiente per ricondurlo ad equità (art. 1450 c.c.). Non sono comunque rescindibili i contratti aleatori (v. alea). La rescissione non ha efficacia retroattiva: perciò non pregiudica i diritti acquistati dai terzi, ma salva l’applicazione dei principi sulla trascrizione delle domande giudiziali.

  • RESCISSIONE DELLA DIVISIONE

    Il coerede può chiedere la rescissione allorché, nella divisione, abbia subito una lesione di oltre un quarto del valore della sua quota (art. 763 c.c.). L’azione, ammissibile anche quando la distribuzione dei beni è stata predisposta dal testatore, si prescrive in due anni a decorrere dalla avvenuta divisione. Il coerede contro il quale è promossa l’azione di rescissione può sempre troncarne il corso e impedire una nuova divisione offrendo il supplemento della porzione ereditaria in denaro od in natura (art. 767 c.c.).

  • RESIDENTE

    Qualifica che, secondo la legislazione valutaria vigente, è attribuita a: a) i cittadini italiani con dimora abituale in Italia e le persone giuridiche, le associazioni e le organizzazioni senza personalità giuridica con sede effettiva in Italia; b) i cittadini italiani con dimora abituale all’estero, limitatamente alle attività di lavoro subordinato prestate in Italia ovvero di lavoro autonomo o alle attività imprenditoriali svolte in Italia in modo non occasionale; c) le persone fisiche con dimora abituale in Italia, che non hanno la cittadinanza italiana, limitatamente alle attività di lavoro subordinato prestato in Italia ovvero di lavoro autonomo o alle attività imprenditoriali svolte in Italia in modo non occasionale; d) le persone giuridiche, le associazioni e le organizzazioni senza personalità giuridica che hanno sede all’estero e sede secondaria in Italia, limitatamente alle attività esercitate in Italia con stabile organizzazione. La normativa valutaria stabilisce che la residenza valutaria è determinata sulla base di semplice dichiarazione del singolo interessato. La determinazione della residenza valutaria è di particolare importanza per l’apertura di conti e rapporti con le banche. Queste, nella pratica, per accertare la residenza valutaria oltre alla dichiarazione prevista acquisiscono documenti che normalmente sono: certificato di residenza rilasciato dalle competenti amministrazioni o altro documento da cui possa essere desunta la residenza, rilasciato da non più di tre mesi; copia autenticata dell’atto relativo al possesso o alla detenzione di immobile sito nel luogo in cui si dichiara di aver fissato la dimora o da cui risulti l’appartenenza al nucleo familiare del titolare. Per i soli cittadini italiani (per determinare la non residenza valutaria), inoltre, il certificato di iscrizione nei registri dell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE), o il certificato di cancellazione dai registri della popolazione residente. L’abitualità della dimora si presume tale quando sono trascorsi due anni dall’inizio; il termine iniziale va computato dalla data più recente tra quelle risultanti dai documenti citati, ma è possibile dimostrare di avere dimora abituale anche prima della maturazione del termine di due anni, esibendo, oltre gli atti e documenti elencati, atti o attestazioni rilasciati da datori di lavoro o pubbliche amministrazioni o soggetti eroganti servizi di pubblica utilità. I singoli hanno l’obbligo di comunicare alle loro controparti il cambiamento della loro residenza valutaria.

  • RESIDENZA

    La residenza coincide con il luogo in cui una persona ha dimora abituale (art. 43, comma 2, c.c.). Si tratta di una situazione di fatto dimostrabile con qualunque mezzo di prova. Solitamente, però, la residenza effettiva si presume coincidere con quella anagrafi ca, nel senso che la non coincidenza non può essere fatta valere nei confronti dei terzi che non ne fossero a conoscenza. Anche il trasferimento della residenza non può essere opposto ai terzi di buona fede se non è stato denunciato ai comuni di provenienza e di nuova residenza. Se poi la residenza coincide con il domicilio, il trasferimento della prima comporta, per i terzi di buona fede, pure il trasferimento del secondo, salva diversa dichiarazione nell’atto di denuncia. Come il domicilio, la residenza rileva ai fini della determinazione della competenza territoriale del giudice ed ai fini delle notificazioni.

  • RESIDENZA FISCALE

    Requisito diversamente caratterizzante la soggettività passiva all’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF). Il concetto di residenza fiscale differisce dall’accezione civilistica. Secondo quanto disposto dall’art. 2, comma 2, d.p.r. 22.12.1986 n. 917, ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti nel territorio dello Stato le persone che per la maggior parte del periodo di imposta sono iscritte nelle anagrafidella popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile. L’elemento che accomuna tali ipotesi è connesso al perdurare delle situazioni giuridiche delineate “per la maggior parte del perIodo d’imposta”. Per quanto concerne il requisito del domicilio o della residenza nel territorio dello Stato occorre fare ricorso, attesol’espresso rinvio effettuato dall’art. 2, cit., al codice civile e, in specie, alla disposizione di cui all’art. 43 c.c. Tale norma definisce domicilio il luogo in cui una persona ha stabilito la sede principale dei suoi affari ed interessi, anche morali e familiari; la residenza, viceversa, è il luogo in cui la persona ha la sua dimora abituale, intendendosi per tale il luogo in cui la persona attualmente si trova. Con effetto dal 1.1.1999 la nozione di residenza fiscale contenuta nell’art. 2 del TUIR è stata ampliata. Si considerano infatti residenti nel territorio dello Stato, salvo prova contraria, i cittadini italiani cancellati dalle anagrafidella popolazione residente ed emigrati in Stati o territori aventi un regime fiscale privilegiato, individuati con decreto del Ministro delle Finanze.

  • RESIDUI ATTIVI

    Nella contabilità dello Stato questo termine indica entrate accertate ma non ancora versate in Tesoreria alla fine dell’esercizio. Detti anche crediti di bilancio.

  • RESIDUI PASSIVI

    Nella contabilità dello Stato questo termine indica spese impegnate ma non ancora pagate alla fine dell’esercizio. Detti anche debiti di bilancio.

  • RESIDUO FISCALE

    I residui fiscali sono il “saldo netto” tra il contributo che ciascun operatore fornisce al finanziamento all’azione pubblica sotto forma di spesa pubblica e il flusso in entrata.

    Il dibattito politico in Italia sulla riforma intervenuta in materia di federalismo fiscale verte sulla redistribuzione interregionale di ricchezza (gettito fiscale) operata dal sistema di finanza pubblica, ovvero sui divari regionali in termini di distribuzione geografica fra la spesa pubblica (complessiva) “regionalizzata” e il prelievo fiscale (complessivo) “regionalizzato”. Uno Stato presenta una struttura accentrata quando la dimensione dei trasferimenti fra le diverse aree geografiche rimane implicita, in quanto gran parte del prelievo fiscale affluisce allo Stato ed è quest’ultimo che eroga la spesa ai cittadini, indipendentemente dal luogo di residenza (Staderini e Vadalà, 2009). Nell’ambito di tale analisi acquistano un ruolo rilevante i c.d. “residui fiscali”, ovvero un indicatore sintetico della dimensione dei flussi finanziari che intercorrono tra gli abitanti di ciascuna regione e l’operatore pubblico, trattato per convenzione come un soggetto non residente nel territorio (Staderini e Vadalà, 2009). Il termine residuo fiscale viene introdotto da James Buchanan nel 1950 come parametro per valutare l’adeguatezza dell’attività redistributiva complessiva dell’operatore pubblico; l’obiettivo era giustificare i trasferimenti di risorse dagli stati più ricchi a quelli meno ricchi all'interno degli Stati Uniti. Buchanan sosteneva che, adottando il principio dell’equità, l’attività pubblica (considerando tutti i livelli di governo) avrebbe dovuto garantire l’uguaglianza dei residui fiscali per individui uguali, sotto il profilo del reddito (Staderini e Vadalà, 2009).

    La redistribuzione complessiva attuata dal sistema è un processo complesso all’interno del quale posso essere distinti tre diversi tipi di flussi redistributivi (Staderini e Vadalà, 2009). La prima, imprescindibile, è data dalla redistribuzione tra individui caratterizzati da livelli di reddito diversi; implicita nel modello di stato sociale scelto dalla collettività. Essa riflette il fatto che il prelievo è commisurato alla capacità contributiva di tutti gli individui, mentre una quota rilevante di spesa pubblica mira a garantire a tutti i cittadini alcuni diritti riconosciuti come fondamentali, ad esempio il diritto alla salute o all’istruzione. Questo tipo di redistribuzione genera flussi finanziari interregionali in quanto gli individui non si distribuiscono tra le regioni in maniera omogenea rispetto al reddito e rispetto ad alcune caratteristiche che influenzano la spesa (quali l’età, importante per la spesa per prestazioni sociali, per la sanità, per l’istruzione) (Baldi, 2010).

    Il secondo tipo di redistribuzione attiene invece alle specifiche scelte politiche prese dai decisori pubblici a favore della collettività, riflettendo ad esempio la volontà di erogare risorse a favore di Regioni a basso reddito per sostenere lo sviluppo economico o per perequare la loro minore capacità fiscale. L’obiettivo ultimo di questo flusso redistributivo è quello di correggere gli squilibri finanziari fra le Regioni.

    In generale, i flussi redistributivi tra aree di un paese dipendono dal modello di organizzazione territoriale delle entrate e delle spese pubbliche, ovvero del grado di decentramento istituzionale e finanziario dei sistemi di perequazione del finanziamento della spesa decentrata. Del residuo fiscale esistono varie definizioni e metodologie di stima più o meno sofisticate, proprio perché ricostruire l’attribuzione delle spese ricadenti su un singolo territorio richiede molti accorgimenti. Un esempio è quello della spesa per la difesa nazionale: i valori sono prettamente concentrati sulle zone di confine, ma la loro ripartizione dovrebbe seguire un criterio legato al beneficio (Baldi, 2010).

    La Tabella seguente presenta i dati relativi ai residui fiscali regionalizzati, calcolati considerando le entrate e le uscite di tutte le pubbliche amministrazioni come media del periodo 2004-2006. Sono dati non sempre omogenei poiché non esistono criteri univoci di riparto delle entrate e delle spese pubbliche sul territorio. Uno degli aspetti più controversi riguarda la scelta dei coefficienti per ripartire la spesa erogata centralmente e riferita ai consumi finali, con particolare riferimento a quelli cosiddetti a domanda collettiva (come ad esempio la difesa) i cui benefici vanno a vantaggio dell’intera collettività.

    Tab. Entrate, spese e saldi delle Amministrazioni pubbliche nelle regioni italiane

    (euro pro capite; media valori 2004-06)

    Piemonte

    Entrate totali

    Spesa primaria

    Residui(2)

    PIL

    Totale

    Prestazioni sociali(1)

    Spesa corrente

    primaria al netto delle

    prestazioni sociali

    Spese in conto capitale

    12.642

    11.272 5.115 5.159

    997

    …1.370

    26.911

    Lombardia

    14.579

    9.977 4.657 4.658

    662

    …4.601

    31.609

    Veneto

    11.706

    9.526 3.953 4.743

    830

    …2.179

    28.505

    Liguria

    11.629

    12.543 5.779 5.759

    1.006

    914

    24.887

    Emilia Romagna

    13.475

    10.959 5.019 5.092

    848

    …2.516

    29.939

    Toscana

    11.992

    10.887 4.840 5.177

    871

    …1.105

    26.765

    Umbria

    10.375

    11.891 4.813 5.670

    1.409

    1.517

    22.972

    Marche

    10.566

    10.203 4.300 5.076

    828

    …363

    24.563

    Lazio

    13.471

    11.002 4.489 5.626

    886

    …2.470

    29.214

    Abruzzo

    8.850

    10.023 3.938 5.110

    975

    1.173

    20.051

    Molise

    7.501

    11.158 3.635 6.072

    1.451

    3.657

    18.015

    Campania

    6.839

    9.214 3.159 5.122

    933

    2.376

    15.897

    Puglia

    6.854

    9.148 3.639 4.791

    718

    2.294

    16.089

    Basilicata

    6.986

    10.939 3.592 5.755

    1.591

    3.953

    17.143

    Calabria

    6.475

    10.554 3.626 5.646

    1.282

    4.079

    15.920

    Regioni a statuto ordinario

    11.295

    10.315 4.346 5.092

    877

    …980

    25.268

    RSO Nord

    13.289

    10.459 4.738 4.911

    809

    …2.830

    29.435

    RSO Centro

    12.371

    10.925 4.600 5.412

    913

    …1.446

    27.329

    RSO Sud

    6.999

    9.578 3.465 5.149

    964

    2.580

    16.441

    Valle d'Aosta

    15.048

    18.643 4.801 9.657

    4.185

    3.595

    31.961

    P.A. di Trento

    13.234

    14.530 3.897 7.215

    3.418

    1.296

    29.014

    P.A. di Bolzano

    13.206

    14.781 4.109 7.719

    2.953

    1.574

    32.035

    Friuli Venezia Giulia

    12.437

    12.327 5.212 5.663

    1.452

    …109

    27.059

    Sicilia

    7.041

    10.053 3.406 5.716

    931

    3.013

    16.087

    Sardegna

    8.469

    11.405 3.772 5.928

    1.705

    2.936

    19.120

    Regioni a statuto speciale

    8.814

    11.225 3.800 5.990

    1.435

    2.412

    19.910

    RSS Nord

    12.909

    13.643 4.676 6.632

    2.335

    734

    28.778

    RSS Sud

    7.395

    10.388 3.497 5.769

    1.123

    2.993

    16.839

    Italia

    10.915

    10.455 4.262 5.230

    962

    …460

    24.470

    Indicatori di variabilità

    Coefficiente di variazione

    25,7

    20,7 16,0 21,7

    95,7

    525,0

    23,6

    Valore massimo

    15.048

    18.643 5.779 9.657

    4.185

    4.079

    32.035

    Valore minimo

    6.475

    9.148 3.159 4.658

    662

    …4.601

    15.897

    (Staderini e Vadalà, 2011)

    Referenze utili

    Baldi, B. (2010). I" numeri" del federalismo fiscale: un confronto fra le Regioni. Istituzioni del federalismo: rivista di studi giuridici e politici, (5), 495-515.

    Piperno, S. (2013). La finanza decentrata in Italia. Il mulino.

    Staderini, A., & Vadalà, E. (2009). Bilancio pubblico e flussi redistributivi interregionali: ricostruzione e analisi dei residui fiscali nelle regioni italiane. Banca d’Italia, Mezzogiorno e politiche regionali, Seminari e convegni, 2, 597-621.

  • RESISTENZA

    Analisi tecnica. Livello dei prezzi in cui la pressione dei venditori aumenta e può ostacolare il movimento rialzista in atto. Può essere statica orizzontale e, quindi, non cambiare nel tempo oppure dinamica, evidenziata mediante le cosiddette trend line. Il mancato superamento di una resistenza provoca la correzione del titolo. Il superamento di un’importante resistenza viene definito breakout ed è solitamente accompagnato da un incremento dei volumi trattati e di scambio.

  • RESPONSABILE D'IMPOSTA

    Soggetto che risponde del pagamento di un tributo (ovvero dell’adempimento di altri obblighi fiscali) unitamente a un altro soggetto nei confronti del quale si sia verificato il presupposto d’imposta (si tratta di una coobbligazione solidale dipendente). In specie, l’art. 64, comma 3, d.p.r. 29.9.1973 n. 600 sancisce che: “chi in forza di disposizioni di legge è obbligato al pagamento dell’imposta insieme con altri, per fatti o situazioni esclusivamente riferibili a questi, ha diritto di rivalsa”. La ratio dell’istituto è determinata dall’esigenza di rendere più agevole e sicura la riscossione. L’estensione, a opera del legislatore, della responsabilità del pagamento del tributo ad altro soggetto estraneo al presupposto d’imposta determina la natura giuridica dell’obbligazione del responsabile d’imposta: trattasi di obbligazione solidale ed accessoria a quella principale propria del soggetto passivo. Da ciò deriva che l’Amministrazione fi- nanziaria è libera, allo scopo di soddisfare il suo credito tributario, di rivolgersi sia all’uno che all’altro dei soggetti e che l’accertamento dell’imposta compiuto nei confronti del primo esplica efficacia anche nei confronti del secondo. Una categoria di soggetti, normalmente configurati come responsabili d’imposta, è quella in cui tale responsabilità discende dalla funzione pubblica da essi svolta. Così, p.e., l’art. 10, lett. b) e c) d.p.r. 26.4.1986 n. 131, contenente la disciplina propria dell’imposta di registro, stabilisce che l’obbligo di chiedere la registrazione incombe, oltre che alle parti contraenti, anche ai notai, agli ufficiali giudiziari, ai segretari delegati della Pubblica Amministrazione, agli altri ufficiali per gli atti da essi compiuti, ricevuti o autenticati, ai cancellieri e segretari per le sentenze e gli altri atti degli organi giurisdizionali, alla cui formazione quei soggetti hanno partecipato nell’esercizio delle pubbliche funzioni loro attribuite.

  • RESPONSABILITÀ

    Situazione derivante dall’inosservanza di un obbligo giuridico imputabile a un soggetto a causa di un comportamen- to colposo o doloso che provoca un danno. Ne può derivare una sanzione o l’obbligo di risarcire il danno. La responsabilità dei privati può essere: penale, se deriva della commissione di un reato; amministrativa, se è conseguenza della violazione di norme di diritto pubblico diverse da quelle penali; civile, se nasce dal compimento di un fatto lesivo di un diritto altrui. La responsabilità dello Stato e degli altri enti pubblici nasce solo se da un determinato atto, posto in essere dai loro organi, sia derivato un danno, mentre la sola illegittimità o irregolarità dell’azione ne può provocare l’annullamento o la revoca, che peraltro non produce alcuna responsabilità; per lo Stato e gli altri enti pubblici può consistere solo nell’obbligo di risarcire il danno, non potendosi ipotizzare per essi le altre forme di sanzione previste per i privati. Lo Stato e gli enti pubblici sono responsabili direttamente e non (quindi in via indiretta, tenuto conto del rapporto di rappresentanza organica) dei fatti produttivi di danni posti in essere dai loro funzionari; ma questi ultimi, in virtù dell’art. 28 Cost., sono essi pure direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti.

  • RESPONSABILITÀ AMMINISTRATIVA

    1. Elementi. Le fonti normative, sotto il profilo sostanziale, della responsabilità amministrativasono rinvenibili negli artt. 82 e 83 r.d. 18.11.1923 n. 2440, nell’art. 52 del r.d. 12.7.1934 n. 1214, negli artt. 18, 19 e 20 del d.p.r. 10.1.1957 n. 3 (TU delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato). Sulla scorta di tali disposizioni gli elementi della fattispecie di responsabilità amministrativa sono così ricostruibili: la condotta, attiva od omissiva, il rapporto di servizio con l’amministrazione, l’elemento psicologico (ora, a seguito della l. 20.12.1996 n. 639 esclusivamente la colpa grave o il dolo) il danno e il nesso causale tra la condotta e l’elemento dannoso.

    2. Principi generali. Alcuni principi di natura sostanziale in ordine al concetto di responsabilità amministrativa sono contenuti nelle leggi 14.1.1994 n. 19 e n. 20 (riforma delle funzioni giurisdizionali e di controllo della Corte dei conti). a) Ha rilievo in proposito l’art. 1 della l. 14.1.1994 n. 20 per cui la responsabilità dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei conti in materia di contabilità pubblica è personale e limitata ai fatti ed alle omissioni commessi con dolo con colpa grave come detto ciò in base alla l. 20.12.1996 n. 639), ferma restando l’insindacabilità nel merito delle scelte discrezionali. Altri elementi caratterizzanti della attuale disciplina della responsabilità amministrativa sono, b) in caso di deliberazione di organi collegiali, la limitazione della responsabilità a coloro che hanno espresso voto favorevole e, c) nel caso di atti che rientrano nella competenza propria degli uffici tecnici o amministrativi, la non estensione della responsabilità ai titolari di organi politici che in buona fede li abbiano approvati ovvero ne abbiano autorizzato o consentito l’esecuzione. d) Il principio della parzializzazione della responsabilità (se il fatto dannoso è causato da più persone ciascuno vi risponde per la parte che vi ha preso, con l’eccezione determinata dal fatto che i soli concorrenti che abbiano conseguito un illecito arricchimento o abbiano agito con dolo sono responsabili solidalmente). e) La responsabilità amministrativa sussiste anche qualora gli amministratori e i dipendenti pubblici abbiano cagionato danno ad amministrazioni ed enti diversi da quelli di appartenenza. f) Nei giudizi di responsabilità il giudice, fatto salvo il potere di riduzione dell’addebito (condanna al risarcimento di una parte soltanto del danno accertato in ragione della sproporzione tra entità del danno e la situazione del convenuto, ovvero del livello di gravità della colpa del medesimo), deve tenere conto dei vantaggi comunque conseguiti all’amministrazione in relazione al comportamento degli amministratori o dei dipendenti pubblici soggetti a giudizio di responsabilità. g) (Prescrizione) Il diritto di risarcimento del danno si prescrive in ogni caso in cinque anni, decorrendo tale data dal momento in cui si è verificato il fatto dannoso. Nel caso di occultamento doloso del danno il termine prescrizionale decorre dalla data della sua scoperta. h) Ancora nell’ambito dei profili sostanziali della responsabilità amministrativa va segnalato che, per scongiurare l’inoperatività del tentativo obbligatorio di conciliazione nelle controversie di pubblico impiego “privatizzate”, l’art. 69 bis del d.lg. 3.2.1993 n. 29 (introdotto dal d.lg. 31.3.1998 n. 80 e ora trasfuso nell’art. 66 del d.lg. 30.3.2001 n. 165 recante norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione) prevede che la conciliazione della lite da parte di chi rappresenta la pubblica amministrazione in adesione alla proposta formulata dal Collegio di conciliazione, oppure in sede giudiziale, non può dare luogo a responsabilità amministrativa.

    3. Procedimento. In ordine al procedimento relativo al giudizio di responsabilità, l’art. 5 della l. 14.1.1994 n. 19 prevede che prima di emettere l’atto di citazione in giudizio, il procuratore regionale deve invitare il presunto responsabile del danno a depositare le proprie deduzioni corredate da eventuale documentazione. Nello stesso termine il soggetto ritenuto presunto responsabile potrà chiedere di essere sentito personalmente. Il procuratore regionale emette l’atto di citazione in giudizio entro 120 giorni dalla scadenza del termine per la presentazione delle deduzioni da parte del presunto responsabile del danno, salva la possibilità di chiedere alla Corte una proroga del termine. Competenti a giudicare nei giudizi di responsabilità sono le sezioni regionali della Corte dei conti istituite a norma dell’art. 1, l. 15.1.1994 n. 19. Le sezioni regionali della Corte dei conti hanno la titolarità della circoscrizione estesa all’intero territorio regionale, con sede nel capoluogo di regione. Per la regione trentino Alto Adige sono istituite due sezioni giurisdizionali con sede in Trento ed in Bolzano nel rispetto della normativa vigente in materia di tutela delle minoranze linguistiche.

    4. Appello. Contro le sentenze delle sezioni giurisdizionali regionali è ammesso appello alle sezioni giurisdizionali centrali. L’appello è proponibile dalle parti, dal procuratore regionale competente per territorio o dal procuratore generale entro 60 giorni dalla notificazione o comunque entro un anno dalla pubblicazione. La recente riforma del processo amministrativo (l. 21.7.2000 n. 205) ha esteso alle sentenze rese dalle sezioni giurisdizionali regionali della Corte dei conti e non sospese dalle sezioni giurisdizionali centrali d’appello, lo speciale regime di attuazione previsto per le sentenze dei Tribunali Amministrativi Regionali (art. 10, l. n. 2000/205). L’applicabilità di tale regime (ricorribilità in attuazione al giudice di primo grado il quale esercita i poteri inerenti al giudizio di ottemperanza) pare dubbia nell’ambito del giudizio di responsabilità, tenuto conto della configurazione del giudizio medesimo e della non necessità, per l’amministrazione, di ottenere l’esecuzione delle sentenze soggette ad appello, tenuto conto della disponibilità da parte dell’ufficio del procuratore regionale dello strumento cautelare del sequestro conservativo dei beni mobili ed immobili del convenuto.

  • RESPONSABILITÀ CIVILE

    Situazione che obbliga al risarcimento l’autore di un danno ingiusto causato da diretto ed immediato rapportocasuale senza bisogno di un fatto doloso o colposo. La responsabilità può essere contrattuale o extracontrattuale. La responsabilità contrattuale ha origine dall’inadempimento di un’obbligazione già esistente tra le parti, che può avere causa in un contratto, in un atto unilaterale o nella legge. La responsabilità extracontrattuale deriva dalla violazione del principio generale del neminem laedere, cioè di non causare danni ad alcuno. La distinzione tra le due forme di responsabilità ha un importante rilievo nell’ambito dell’onere della prova. Nella colpa contrattuale, infatti, il creditore, per ottenere la soddisfazione del suo credito, deve provare l’esistenza della fonte dell’altrui obbligazione, ed è il debitore che, in base all’art. 1218 c.c., si può liberare provando che il suo inadempimento è dipeso da una causa a lui non imputabile. Nella colpa extracontrattuale, invece, il creditore ha l’onere di provare, oltre al fatto che ha dato origine all’obbligazione, anche l’imputabilità di esso al debitore, per dolo o per colpa. Da entrambe le forme di responsabilità deriva il risarcimento dei danni: nella responsabilità contrattuale saranno risarcibili solo i danni prevedibili; in quella extracontrattuale, sia i danni prevedibili che quelli imprevedibili. Inoltre, mentre l’azione di risarcimento dei danni contrattuali è sempre soggetta alla normale prescrizione di dieci anni, le azioni che nascono dalla responsabilità extracontrattuale possono essere sottoposte a terminidi prescrizione più brevi. Gli elementi della responsabilità per atto illecito sono: l’antigiuridicità del fatto (se il danno deriva dall’esercizio di un diritto, dall’adempimento di un dovere, da legittima difesa, o da stato di necessità, non è risarcibile o lo è solo parzialmente); la capacità di intendere e di volere (in questo caso non rileva la capacità legale, ma quella naturale: ogni soggetto deve saper valutare le conseguenze dell’atto che compie, per doverne rispondere; il danno cagionato dall’incapace viene risarcito da chi è tenuto a sorvegliarlo); il dolo o la colpa; il danno patrimoniale (mentre il danno non patrimoniale è risarcibile solo nei casi previsti dalla legge); il nesso di causalità (il danno deve essere la conseguenza diretta ed immediata del comportamento dell’agente). Nel caso di più fatti che contemporaneamente o successivamente hanno contribuito alla realizzazione dell’evento dannoso, anche se compiuti da soggetti diversi dall’agente, la responsabilità si distribuisce anche tra gli autori dei fatti precedenti, ed il nesso di causalità è interrotto solo quando la causa prossima sia stata da sola sufficiente a provocare l’evento dannoso. Quando il fatto dannoso è frutto del concorso di più persone, esse rispondono solidalmente dei danni (v. obbligazione solidale). La responsabilità per danni può essere diretta, quando deriva da un fatto proprio, oppure indiretta, quando deriva da un fatto altrui che si aveva l’obbligo di impedire. Se colui che è tenuto a risarcire i danni non ottempera spontaneamente, il creditore ha diritto di ottenere coattivamente tale risarcimento, rivolgendosi all’autorità giudiziaria. Nel caso, però, di una obbligazione naturale, il creditore non può obbligare il debitore ad adempiere.

  • RESPONSABILITÀ CONTABILE

    Per responsabilità contabile si intende una particolare specie di responsabilità amministrativa (v. responsabilità amministrativa) la quale riguarda esclusivamente i c.d. agenti contabili. A dire il vero il giudizio di conto al quale detti agenti sono sottoposti rappresenta il nucleo originario della giurisdizione contabile. All’atto della istituzione della Corte dei conti, subito dopo l’unificazione, infatti, l’unico giudizio previsto dalla l. 14.4.1862 n. 800 era, appunto il giudizio di conto. Sarà proprio dal giudizio di conto e, in specie, dai c.d. giudizi contabili ad istanze di parte che avrà origine l’attuale giudizio di responsabilità amministrativa, così come codi- ficato dal r.d. 18.11.1923 n. 2440. Al giudizio di conto sono soggetti, come è detto, gli agenti contabili intendendosi come tali, innanzitutto, gli “agenti funzionari … i quali per il servizio loro affidato, hanno gestione di pubblico denaro o di qualunque altro valore o materia” (art. 73 r.d. 18.11.1923 n. 2440; si veda anche sulla nozione di agenti contabili v. anche art. 178 r.d. 23.5.1924 n. 827). Gli agenti contabili possono essere distinti in: agenti della riscossione, incaricati della riscossione delle varie entrate; tesorieri o agenti pagatori, incaricati della custodia del denaro e dell’esecuzione dei pagamenti; consegnatari, incaricati della conservazione di generi, oggetti e materie appartenenti all’amministrazione. Va rammentato che non assumono la qualità di agenti contabili coloro che hanno in consegna mobili d’ufficio, suppellettili ed altri ornamenti “per solo debito di vigilanza o di ufficio”; in ipotesi di violazione del dovere di vigilanza essi incorreranno nella responsabilità amministrativa. Agli agenti contabili sono espressamente parificati dalla legge i c.d. agenti di fatto (art. 74, r.d. 18.11.1923 n. 2440); si tratta dei soggetti che si siano ingeriti negli incarichi attribuiti agli agenti di diritto. Fattispecie distinte dal contabile di fatto sono quelle del contabile secondario e del fiduciario. Il contabile secondario può essere previsto da disposizioni di settore quale ausiliario dell’agente contabile; quest’ultimo viene a configurarsi quale agente principale. Ben diversa la figura del fiduciario: si tratta dei cassieri, impiegati, commessi e più in generale degli ausiliari della cui collaborazione si avvale l’agente contabile e del cui operato risponde esclusivamente quest’ultimo. La responsabilità contabile si configura quale inadempimento dell’obbligo di restituire i valori avuti in consegna, essa si differenzia, pertanto, dalla più in generale inosservanza dei doveri di servizio: come detto essa si configura quale ipotesi speciale della responsabilità amministrativa. L’accertamento della responsabilità contabile si innesta sul procedimento di rendimento del conto: alla chiusura dell’esercizio finanziario i conti degli agenti contabili debbono essere presentati alla Corte dei conti (la presentazione del conto giudiziale può avvenire sia direttamente, sia a mezzo dell’amministrazione: gli agenti contabili degli enti locali non sono tenuti allatrasmissione della documentazione occorrente per il giudizio di conto, salvo che non sia la Corte dei conti a richiederla). Caratteristica del giudizio di conto è la sua necessarietà: essi si instaura per il semplice fatto della presentazione del conto giudiziale alla Corte e, dunque, a prescindere dalla esistenza di una controversia. Con il deposito del conto si avvia, dunque, il giudizio del medesimo in quanto “la presentazione del conto costituisce l’agente dell’amministrazione in giudizio” (art. 45 TU Corte dei conti, r.d. 12.7.1934, n. 1214). Il giudizio di conto può avviarsi, oltre che a mezzo della presentazione del conto anche all’esito del c.d. giudizio per resa del conto. Si tratta di meccanismo surrogatorio che viene attuato qualora il conto non venga spontaneamente depositato dal contabile, oppure non possa essere depositato da quest’ultimo. Si tratta di autonomo giudizio diretto a sollecitare tale adempimento, salo le sanzioni del caso oppure a disporre l’adempimento per equivalente a mezzo dellacompilazione del conto a spese dell’agente. Quando la Corte abbia la disponibilità fisica del conto (o attraverso il suo deposito spon- taneo oppure all’esito del giudizio per la resa del conto) si può avviare il giudizio di conto in senso proprio il quale consiste nell’esame del conto in questione. Il giudizio in sé è articolato in un modello, per così dire, ordinario, a rito collegiale, oppure privo di udienza e in un procedimento monitorio. Oggetto della cognizione del giudizio di conto è la verifi- ca della esattezza dei dati contabili, della conformità della gestione, oltre che della coerenza della gestione per la parte rappresentata dal rendiconto rispetto a determinati canoni formali (regole ragionieristiche canonizzate giuridicamente ed altre norme). La decisione che segue all’esito del giudizio di conto ha come scopo quello di creare certezza giuridica; essa, tuttavia, non è assimilabile alle sentenze di accertamento non avendo l’efficacia preclusiva della cosa giudicata. La pronuncia giudiziale sul conto, infatti, è retrattabile poiché la sua revocazione è disponibile d’ufficio o su istanza del Pubblico Ministero in base a semplice errore di fatto. Ma, soprattutto, l’esame di un conto successivo può condurre alla modificazione delle risultanze del conto precedente. Successivamente alla l. 1996/639, oggi anche la responsabilità contabile si configura soltanto in ipotesi di colpa grave. In ipotesi di ammanco (mancata restituzione dei valori da parte dell’agente) permane, tuttavia, l’inversione dell’onere probatorio: dovrà essere il contabile a dimostrare il caso fortuito o la forza maggiore oppure, a partire dal 1996, la assenza di colpa grave. Per quanto riguarda gli agenti contabili degli enti locali si veda, ora, il TULOEL (d.lg. 18.8.2000, n. 267, art. 93 e 233).

  • RESPONSABILITÀ LIMITATA

    Soggezione parziale di alcuni beni del debitore inadempiente all’espropriazione forzata promossa dal creditore. I soci, nella società di persone, rispondono solidalmente (v. obbligazione solidale), con tutti i loro beni presenti e futuri, per le obbligazioni sociali, a meno che, per quanto concerne la società semplice, con patto espresso, portato a conoscenza dei terzi, non risulti che la responsabilità è ristretta a coloro che hanno agito in nome e per conto della società. Un correttivo a tale principio è dato dalla costituzione di società di capitali; in tal caso l’obbligazione di ciascun socio è limitata al capitale conferito nell’acquisto delle quote sociali. Le società di capitali, infatti, hanno personalità giuridica e un patrimonio autonomo costituito dal fondo sociale, con il quale rispondono delle obbligazioni assunte. Casi di responsabilità limitata sono dati dall’eredità accettata con beneficio d’inventario e dal conferimento di pegno o ipoteca da parte di un terzo per un debito altrui.

  • RESPONSABILITÀ PENALE

    Soggezione auna sanzione penale, previste dalla legge, per la persona riconosciuta colpevole di un reato. Secondo il nostro codice penale, sì è personalmente responsabili di un reato se esso è stato commesso con coscienza e volontà. La responsabilità si distingue dall’imputabilità, che ne è il presupposto e che consiste nella maturità e sanità mentale del soggetto. L’accertamento della responsabilità deve essere compiuto nell’ambito del processo penale, in modo che sia garantito il diritto di difesa dell’imputato.

  • RESPONSABILITÀ SOCIALE D'IMPRESA (Enciclopedia)

    1. Definizione

    L’espressione Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) descrive la relazione tra le imprese, intese come maggiori attori economici, e la società. Anche se negli ultimi decenni l’interesse crescente verso tali tematiche ha dato vita a numerosi studi e ad un intenso dibattito internazionale, attualmente non esiste ancora una definizione univoca della RSI (Correll 1999; Snider et al., 2003; e Dahlsrud 2008). Risulta, tuttavia, proficuo ricostruire brevemente il dibattito nelle sue linee generali per chiarire alcune caratteristiche comuni alle differenti posizioni degli studiosi.
    Quando negli anni Sessanta si cominciava a discutere sulla responsabilità sociale e sui rapporti tra mercato e società, l’economista Milton Friedman si pose a difesa del libero mercato asserendo che l’unica responsabilità sociale dell’impresa consiste nell’ "usare le sue risorse e dedicarsi ad attività volte ad aumentare i propri profitti a patto che essa rimanga all’interno delle regole del gioco, il che equivale a sostenere che competa apertamente e liberamente senza ricorrere all’inganno o alla frode (Friedman 1962)" 1.
    La tesi di Friedman, definita da alcuni come "minimalismo morale" (Freeman and Werhane 2005), ha dato origine ad una vasta letteratura relativa all’etica degli affari concernente l’estensione e il contenuto della responsabilità sociale dei soggetti economici. In generale, i critici della posizione di Friedman sono portati a ritenere che il mercato debba essere inteso in una prospettiva più ampia e che in tal senso i profitti di un impresa debbano creare un beneficio per la società nel suo complesso.
    Tuttavia, come notato da Freeman e Werhane (2005), sin dai primi studi la questione centrale dell’indagine sulla "responsabilità sociale" risiede nell’impossibilità di separare la questione sociale da quella economica. In effetti, le critiche al minimalismo morale di Friedman e di altri sostenitori del libero mercato non avrebbero potuto sottovalutare l’importanza dell’aspetto economico. A tal proposito, nel 1979 Carroll identifica quattro componenti della RSI: economica, legale, etica e discrezionale o filantropica. In questa classificazione è evidente la critica alla tesi di Friedman, che riesce solo parzialmente a spiegare il contenuto della RSI.
    Dal punto di vista teorico, comunque, la risposta al minimalismo morale arriva negli anni Ottanta con l’approccio fondato sugli stakeholder di Freeman (Evan e Freeman 1988; Freeman 1994). Il nuovo approccio sostituisce l’idea minimalista secondo cui l’impresa debba essere responsabile esclusivamente nei confronti degli azionisti con una visione più ampia che vede l’impresa responsabile verso un ampio gruppo di portatori di interesse (stakeholder) che include fornitori, clienti, azionisti e comunità locale. Secondo Freeman, rientrano in questo gruppo tutti gli individui o gruppi che hanno "un interesse legittimo o una pretesa legittima sull’impresa" (citato in D’Orazio 2003, p.13).
    Negli ultimi due decenni la letteratura relativa alla RSI ha offerto un gran numero di teorie ed approcci, dalla teoria dei contratti sociali integrativi e della cittadinanza d’impresa alla teoria della sostenibilità. Le seguenti sezioni hanno l’obiettivo di offrire un’introduzione generale all’evoluzione del concetto di RSI. Si offre, inoltre, una breve descrizione delle maggiori teorie etico-normative contemporanee sulla RSI2.


    2. Evoluzione della nozione della RSI

    Il concetto di RSI nasce negli Stati Uniti nella seconda metà del Novecento. Convenzionalmente, si ritiene che il testo di Bowen, Social Responsibilities of the Businessman del 1953, sia il primo lavoro in cui sia possibile rintracciare il fondamento etico della nozione contemporanea di RSI. Bowen, definito da alcuni come il "padre della RSI" (Carroll 1999, Garriga e Melé 2004), descrive gli attori economici come vincolati sul piano morale a promuovere quelle politiche economiche e pratiche di comportamento "desiderabili" per la società3.
    All’opera di Bowen ha fatto seguito, nel decennio successivo, una vasta letteratura sul tema della responsabilità sociale. Tuttavia, in questa fase, l’impresa non compare ancora come soggetto principale dell’indagine; gran parte degli studi di questi anni individuano, infatti, nella figura dell’attore economico (businessman) il soggetto cui imputare la responsabilità sociale delle proprie azioni, mentre l’oggetto principale delle ricerche riguarda i rapporti tra mondo degli affari e la società. Nel 1960, Keith Davis collega la responsabilità sociale a quelle azioni e decisioni poste in essere dall’uomo d’affari e che non sono strettamente connesse al suo diretto interesse economico. Nello stesso periodo un altro autore, William Frederick afferma che la responsabilità sociale impone all’uomo d’affari di tener conto nelle proprie operazioni in campo economico delle esigenze della società (citati in Carroll 1999, p. 271). Solo alcuni anni più tardi, nel 1967, l’impresa compare per la prima volta associata alla società nella definizione di responsabilità sociale, nel libro di Clarence C. Walton, Corporate Social Responsibilities. Secondo Walton, la nozione di responsabilità sociale riconosce l’intimo legame esistente tra l’impresa e la società e impone agli attori economici di considerare questo legame nelle operazioni economiche (citato in Carroll 1999, p. 272).
    Negli anni Settanta la nozione di responsabilità sociale diviene più specifica ed è maggiormente approfondito il ruolo dell’impresa come attore economico responsabile nei confronti della società; sono, dunque, questi gli anni in cui avviene il passaggio dalla responsabilità sociale alla RSI. Nel 1976, H. Gordon Fitch definisce la RSI come capacità dell’impresa di risolvere problemi sociali, ponendo dunque l’accento sulla distinzione tra problemi sociali e questioni economiche (citato in Carroll 1999, p. 281). Il rapporto tra imprese e società viene ulteriormente sviluppato nel 1979, quando Carroll offre una definizione di RSI che supera la mera idea di profitto e di obbedienza alle leggi statali. Secondo Carroll la RSI esprime tutte le aspettative economiche, legali, etiche e discrezionali della società nei confronti dell’impresa (Carroll 1999, p. 283).
    Solo nel ventennio successivo, tuttavia, la nozione di RSI è stata rielaborata da un punto di vista concettuale e teorico. A partire dagli anni Ottanta la RSI è stata oggetto d’interesse da parte delle scienze sociali ed economiche; in particolare, l’impresa e le questioni connesse alla responsabilità sociale assumono una posizione centrale nell’etica degli affari. Inoltre, risalgono agli anni Ottanta e Novanta i maggiori studi empirici volti a testare le performance della responsabilità dell’impresa. La prima e più rilevante risposta a carattere normativo è la teoria degli stakeholder, formulata per la prima volta da Freeman nei primi anni Ottanta.


    3. Approccio fondato sugli stakeholder

    L’espressione stakeholder è oggi di uso comune nelle pratiche associate alla RSI ed è divenuto uno standard nel monitoraggio della performance sociale dell’impresa. Questa nozione, che introduce un nuovo soggetto in ambito economico, i portatori di interessi legittimi (stakeholder), è stata utilizzata per la prima volta da Edward Freeman nel 1984 per rispondere all’idea generale, supportata da numerosi economisti, secondo cui la principale responsabilità degli attori economici fosse legata alla massimizzazione dei profitti. Al contrario, la teoria degli stakeholder sostiene che l’obiettivo di ciascuna impresa è, o dovrebbe essere, rivolto alla soddisfazione delle aspettative di tutti gli individui o gruppi portatori di interessi legittimi nei confronti dell’impresa (Freeman e Werhane 2005).
    "Il vero obiettivo dell’impresa [e dunque dei suoi dirigenti] è di servire come veicolo per coordinare gli interessi degli stakeholder. E’ attraverso l’impresa [ed i suoi dirigenti] che ciascun gruppo di stakeholder migliora la propria posizione attraverso uno scambio volontario.[…] ognuno di questi gruppi di stakeholder ha il diritto di non essere trattato come un mezzo per qualche fine, e pertanto deve partecipare della direzione futura dell’impresa in cui ha interesse." 4
    In termini generali, gli stakeholder possono essere definiti non solo come quei gruppi o individui che traggono vantaggio o svantaggio dalle attività dell’impresa, ma anche come portatori di determinati diritti (Freeman e Werhane 2005).5 In tal senso, per poter determinare come un’ impresa dovrebbe comportarsi in situazioni specifiche, occorre identificare ciascuna delle parti con cui l’impresa interagisce e tutti gli interessi in gioco. Generalmente, il gruppo degli stakeholder include lavoratori, dirigenti, proprietari (shareholder), consumatori, clienti e la comunità locale.
    Il ruolo svolto dagli stakeholder è duplice: per un verso le pretese di cui essi sono portatori costituiscono i limiti alla legittimità aziendale, nel senso che indicano lo scopo e la priorità dell’impresa stessa; per altro verso, il focus sugli stakeholder implica un rapporto di responsabilità e fiducia reciproca tra i vari stakeholder. A tal proposito, alcuni autori notano che le relazioni tra stakeholder introducono ulteriori obblighi relativi all’organizzazione aziendale stessa (Freeman e Werhane 2005). Ad esempio, un’impresa ha degli obblighi nei confronti dei suoi lavoratori in quanto lavoratori ed esseri umani. I lavoratori, invece, hanno degli obblighi derivanti dal ruolo che rivestono all’interno dell’impresa oltre che i generali obblighi morali che vincolano le relazioni tra individui e tra lavoratori e l’impresa (Freeman e Werhane 2005). La teoria degli stakeholder costruisce, dunque, un fitto reticolato di relazioni fiduciarie all’interno e fuori dell’impresa che vincola l’impresa verso i suoi stakeholder e viceversa.
    In letteratura è possibile distinguere almeno due posizioni critiche in relazione alla teoria degli stakeholder. Secondo alcuni autori, la teoria degli stakeholder rischia di non risolvere un problema morale di fondo legato all’attività dell’impresa. In altre parole, sarebbe possibile pensare ad un’ impresa, che pur rispettando i vincoli posti tra tutti gli stakeholder, pratichi attività economiche non accettabili da un punto di vista morale. In verità, la teoria degli stakeholder sin dalle sue prime formulazioni (Edward 1984) presuppone il riferimento alla teoria morale Kantiana. In tale prospettiva, poiché le relazioni tra stakeholder sono relazioni tra individui o gruppi di individui, si presuppone che ogni decisione presa per il proprio interesse sia vincolata all’eguale rispetto per le persone e per i diritti di ciascuno. Ed, inoltre, in uno schema sano di accordo tra gli stakeholder, gli individui dovrebbero mantenere una certa autonomia nel valutare dal punto di vista etico le attività dell’impresa (Freeman e Werhane 2005, p.562)
    La seconda critica alla teoria, per certi versi collegata alla prima, si sofferma poi sul rapporto fiduciario tra stakeholder 6. Secondo Goodpaster, ad esempio, l’approccio multi-fiduciario degli stakeholder non tiene conto delle differenze relazionali esistenti tra i vari soggetti. In particolare, il rapporto tra dirigenti (manager) e azionisti/proprietari (shareholder) dell’impresa sarebbe diverso e più forte di quello tra dirigenti e altri stakeholder, e dunque in caso di conflitto la prima relazione avrebbe priorità sulle altre (Goodpaster 1991). In realtà, oltre al fondamento Kantiano, la teoria degli stakeholder introduce uno schema normativo volto ad eliminare la possibilità di conflitti in tal senso. Nel 1994, Freeman e Evan offrono una formulazione della teoria basata sulla teoria Rawlsiana del contratto sociale (Freeman e Evan 1994a ; Rawls 1971). Nella nuova formulazione il principio di eguaglianza dei contraenti è garantito dal ricorso al "velo d’ignoranza" Rawlsiano, secondo cui i contraenti/stakeholder non conoscono "quali interessi particolari realmente hanno nell’impresa" (citato in D’Orazio 2003, p.22). Questo sistema consente ai due filosofi di ritenere che tutti i contraenti sarebbero motivati a scegliere quei principi che regoleranno le attività dell’impresa che garantiscano il massimo livello di profitto compatibile con le maggiori garanzie sociali per gli altri stakeholder.
    La teoria degli stakeholder rappresenta la risposta più incisiva al minimalismo morale della responsabilità d’impresa tipico dell’approccio economico liberale. Come si è detto, questa teoria ha il pregio di introdurre la questione dell’impatto sociale delle attività economiche dell’impresa senza sottovalutare l’importanza delle questioni economiche di crescita dei profitti e sviluppo dell’impresa. La teoria, infatti, si basa sull’assunzione che l’impresa crea valore per gli stakeholder non meno di quanto ciascun gruppo di stakeholder faccia nei confronti dell’impresa, ed è questo meccanismo di reciproco scambio che permette all’impresa, intesa come organizzazione, di crescere in maniera sana.


    4 Teoria dei contratti sociali integrativi (Integrative Social Contracts Theory)

    Accanto alla teoria degli stakeholder, un altro approccio alla RSI si è recentemente imposto all’attenzione del dibattito internazionale, la teoria dei contatti sociali collettivi. Evidente è il richiamo alla teoria filosofico-politica del contrattualismo, tuttavia in tale contesto la formula contrattualistica è riproposta per spiegare e giustificare lo "status" delle imprese all’interno della società piuttosto che le regole di costituzione delle imprese stesse (Freeman e Werhane 2005, p. 559).
    Per primo, Donaldson aveva considerato la relazione tra mercato e società nei termini del contratto sociale di tipo Lockeano (Donaldson 1982; citato anche in Freeman e Werhane 2005 e Garriga e Melé 2004). Secondo il filosofo statunitense, esisterebbe un implicito contratto sociale tra società e impresa. In particolare, dal momento in cui un’impresa è autorizzata dalla società ad operare in una determinata comunità, assume implicitamente degli obblighi verso di essa; questi obblighi costituiscono il fondamento del contratto tra impresa e società (Freeman e Werhane 2005, p. 559). Se per un verso la società si impegna a consentire il libero agire economico dell’impresa, per altro verso, l’impresa deve impegnarsi a rispettare le aspettative della società, che, secondo Donaldson, riguardano il miglioramento del benessere generale attraverso "la soddisfazione dei consumatori ed il rispetto degli interessi dei lavoratori" (Donaldson 1982, p.44ff). L’idea contrattuale sostenuta da Donaldson ebbe un impatto importante nella letteratura sulla RSI, poiché offriva un fondamento teorico all’idea di responsabilità morale d’impresa7. Tuttavia, la sua proposta, concentrando l’attenzione sugli obblighi dell’impresa verso l’esterno, la società nel suo complesso, non prendeva in considerazione le relazioni interne all’impresa e, quindi, gli stakeholder.
    Nel 1994, Donaldson e Dunfee hanno ripreso la teoria del contratto sociale applicata al rapporto tra società e impresa offrendone una versione più matura, la teoria dei contratti sociali integrativi. La nuova teoria ha lo scopo di integrare la prima formulazione del 1982 e superarne i limiti. Questo obiettivo è raggiunto attraverso la scomposizione dell’accordo tra società e impresa in due fasi contrattuali distinte: la prima fase generale, il macrocontratto sociale, garantisce lo standard morale per ogni contrattazione sociale; mentre la seconda, i successivi micro contratti sociali, garantisce l’autonomia dei membri delle singole comunità economiche di specificare le proprie regole di condotta interne. Secondo i due filosofi, infatti, è possibile ritenere che una comunità di individui razionali accetterebbe un ipotetico contratto sociale (macrosocial contract) generale, che lasci alle singole comunità economiche locali un significativo spazio di libera scelta morale ("moral free space") entro cui sia possibile generare delle norme proprie di condotta economica attraverso contratti sociali più ristretti (microsocial contracts) (Donaldson e Dunfee 1995, p.99).
    Come si è detto, nello schema della teoria dei contratti sociali integrativi, il contratto macrosociale ha lo scopo di fornire lo standard morale valido per tutti i successivi accordi. Tuttavia, il contenuto delle norme generali oggetto del macrocontratto non è ancora chiaramente definito. Secondo Donaldson e Dunfee, esso potrebbe includere principi sufficientemente generali e universali quali, il rispetto dei contratti, la buona fede, il rispetto dei diritti fondamentali degli individui e l’equità di trattamento, eccetera (Donaldson e Dunfee 1995, p.95-6).
    Nonostante la poca chiarezza circa il contenuto delle norme morali generali, l’idea di uno standard morale, seppur minimo, proposto dalla teoria dei contratti sociali integrativi, offre un contributo importante alla letteratura sulla RSI. Il contratto macrosociale, infatti, garantisce la giustificazione della RSI su scala internazionale pur rispettando differenze di tipo culturale o organizzativo esistenti nei diversi contesti territoriali.


    5 Cittadinanza d’impresa

    Un recente sviluppo della RSI è, infine, quello della cittadinanza d’impresa. Sebbene l’idea di considerare l’impresa come un cittadino al pari di altri individui sia già presente in letteratura dagli anni Settanta (Davis 1973), come notato da Garriga e Melé questo concetto è divenuto più rilevante negli ultimi anni a causa di una serie di fattori, tra cui la crisi del sistema del welfare e il fenomeno della globalizzazione e della deregolamentazione ad esso correlato, che hanno contribuito a rendere alcune imprese multinazionali più forti di interi paesi sia dal punto di vista economico che da quello sociale (Garriga e Melé 2004, pp.56-57).
    La tesi di fondo di quest’approccio si basa sull’analogia con il concetto di cittadinanza valido per i cittadini (Valor 2005). Tuttavia, nel caso dell’impresa il concetto di cittadinanza, e degli obblighi e diritti ad essa correlati, è circoscritto alle attività economiche poste in essere dall’impresa in una determinata comunità sociale e politica. In tal senso, l’idea di cittadinanza ha lo scopo di enfatizzare l’obbligo dell’impresa di sostenere e cooperare con il governo per il benessere generale e la giustizia sociale (Freeman e Werhane 2005, p. 563).
    Pur non esistendo in letteratura una definizione univoca di cittadinanza d’impresa, è possibile rintracciare alcuni elementi comuni a molti studi, tra cui in particolare l’enfasi sull’idea di responsabilità nei confronti della comunità territoriale in cui l’impresa opera e l’attenzione per le questioni ambientali (Garriga e Melé 2004).

    -----------------------------------
    1Citato in italiano in D’Orazio (2003).
    2Le teorie considerate in questa sezione sono la teoria degli stakeholders, la teoria dei contratti sociali integrativi e quella della cittadinanza d’impresa, per quanto concerne la teoria della sostenibilità si veda Sostenibilità.
    3Secondo Bowen, "[ responsabilità sociale ] si riferisce all'obbligo degli uomini d'affari di perseguire quelle politiche, di prendere quelle decisioni, o di seguire quelle linee di azione che sono desiderabili in termini di obiettivi e valori della nostra società", citato in Carroll (1999: 270) e Freeman (2005: 553).
    4In
    Evan and Freeman (1988, p.104), traduzione dell’autore.
    5Come notato da D’Orazio, nella teoria gli stakeholder sono considerati dei “soggetti morali titolari di diritti” (D’Orazio 2003, p.14).
    6Citato in D’Orazio (2003).
    7Sul significato di responsabilità morale e di impresa intesa come agente morale si veda anche il paragrafo 3.1 L’analisi dell’impresa nell’etica degli affair, della voce Etica degli affari.

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  • RESPONSABILITA' DA PROSPETTO

    Il non corretto adempimento degli obblighi informativi previsti dalla normativa sui mercati finanziari in materia di prospetto informativo relativo ad un’offerta pubblica di prodotti finanziari, ossia di quegli obblighi informativi volti ad assicurare all’investitore la disponibilità di tutte le informazioni necessarie per un giudizio consapevole sull’investimento che gli viene proposto determina una specifica responsabilità a carico di tutti coloro che hanno redatto il prospetto informativo o che, partecipando al procedimento di offerta, hanno contribuito alla redazione del prospetto. Trattasi quindi della responsabilità della veridicità e completezza delle informazioni contenute nel prospetto. La responsabilità da prospetto informativo, che si verifica quando il prospetto contiene omissioni, informazioni non vere o non attendibili sull’emittente, sulla sua situazione economica, patrimoniale e finanziaria e sulle sue prospettive, sui prodotti finanziari e sull’offerta tali per cui l’investitore perviene ad una scelta di investimento (o non investimento) che non avrebbe compiuto se avesse potuto conoscere la reale situazione o che avrebbe concluso a condizioni differenti, si colloca nell’ambito della responsabilità precontrattuale, in quanto le informazioni riportate nel prospetto sono idonee ad influire sulla formazione di una volontà contrattuale. La culpa in contraendo è sanzionata per assicurare, nell’interesse generale, la funzionalità e l’efficienza del mercato finanziario, e, nel particolare, l’affidamento contrattuale della controparte. La colpa nelle trattative è fonte di responsabilità per violazione del generale dovere di buona fede oggettiva (art. 1337 c.c.). E’, inoltre, una responsabilità contrattuale, in quanto ha la sua matrice nella partecipazione, con ruolo specifico, alla formazione del contratto. Una recente giurisprudenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione ha definito in confini piuttosto ampi il contenuto della responsabilità contrattuale, precisando che la distinzione tra responsabilità contrattuale ed extracontrattuale ex art. 2043 c.c. sta essenzialmente nel fatto che quest’ultima consegue dalla violazione di un dovere primario di non ledere ingiustamente la sfera di interessi altrui, per cui essa nasce con la stessa obbligazione risarcitoria, mentre quella contrattuale presuppone l’inadempimento di uno specifico obbligo giuridico già preesistente e volontariamente assunto nei confronti di un soggetto (o di una determinata cerchia di soggetti) (cfr. Tribunale di Milano, 11.1.1988, Pres. Tarantola Minaggio e altri contro American Service Bank e App. Milano, 2 febbraio 1990 concernente il medesimo caso; Cass. S.U. 14712 del 2007).

    La disciplina della responsabilità da prospetto è stabilita dal legislatore nazionale non essendo armonizzata a livello di Unione europea. Ai sensi dell’art. 94, comma 8 del TUF, l’emittente, l’offerente e l’eventuale garante, a seconda dei casi, nonché le persone responsabili delle informazioni contenute nel prospetto rispondono, ciascuna in relazione alle parti di propria competenza, dei danni subiti dall’investitore che abbia fatto ragionevole affidamento sulla veridicità e completezza delle informazioni ivi contenute, a meno che non provi di aver adottato ogni diligenza allo scopo di assicurare che le informazioni in questione fossero conformi ai fatti e non presentassero omissioni tali da alterarne il senso. Inoltre, in considerazione della rilevanza del ruolo del responsabile del collocamento, ove presente, il comma 9 della medesima norma prevede che la responsabilità per informazioni false o per omissioni idonee ad influenzare le decisioni di un investitore ragionevole grava sull’intermediario responsabile del collocamento, a meno che non provi di aver adottato la diligenza sopra citata. L’obbligazione assunta dal responsabile del collocamento, come sostenuto da un’autorevole dottrina, è da considerarsi un’obbligazione di risultato, dove il risultato dedotto in obbligazione è costituito dal rendere al pubblico un’informazione veritiera e completa ( cfr. Ferrarini G., Sollecitazione del risparmio e quotazione in Borsa, in Trattato delle società per azioni, diretto da G. Colombo e G. B. Portale, Vol. 10**, pag. 292 e ss., richiamato anche da dottrina più recente in materia, cfr. Costi R. Enriques L., Il mercato mobiliare, in Trattato di diritto commerciale, diretto da G. Cottino, Vol. III, pagg. 173 e ss.). Nei prospetti informativi l’emittente, l’offerente, l’eventuale garante, l’eventuale responsabile del collocamento, a seconda dei casi, devono sottoscrivere apposita dichiarazione di responsabilità attestante che, avendo essi adottato tutta la ragionevole diligenza a tale scopo, le informazioni contenute nel prospetto sono, per quanto a loro conoscenza, conformi ai fatti e non presentano omissioni tali da alterarne il senso.

     

    Redattore: Nelda Sotis

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  • RESTRICTED SECURITIES

    Titoli emessi sul mercato statunitense ma non registrati presso la SEC e, pertanto, solo limitatamente negoziabili.

  • RESTRIZIONE MONETARIA E CREDITIZIA

    Sin.: stretta monetaria. Politica monetaria praticata attraverso la riduzione del tasso di crescita o del volume assoluto del credito, mediante provvedimenti delle autorità monetarie, per frenare la crescita della domanda aggregatae delle attività finanziarie dell’economia. Infatti, esiste una relazione, non stabile nel corso del tempo, tra creazione di liquidità, espansione del credito e delle attività finanziarie e crescita del reddito nazionale lordo in termini monetari. La stretta monetaria si riflette immediatamente sul mercato monetario (sui tassi a breve termine) e si propaga successivamente a quello finanziario (sui tassì a medio e lungo termine). L’efficacia di una restrizione monetaria dipende dal grado di liquidità presente all’interno del sistema economico (banche, imprese) e si riflette generalmente sui piani di investimento a lungo termine ed in particolare su quelli relativi ai settori produttivi, la cui attività è direttamente correlata all’andamento degli aggregati monetari e creditizi. Questi provvedimenti si rendono necessari in presenza di pressioni inflazionistiche determinate da un eccesso di domanda e/o di un grave squilibrio della bilancia dei pagamenti. L’obiettivo di restringere il credito può essere perseguito indirettamente attraverso il mercato o direttamente con controlli amministrativi dirigistici. Si opera attraverso il mercato mediante operazioni di mercato aperto o mediante l’aumento della riserva obbligatoria e del tasso ufficiale di sconto; si regola così il volume complessivo del credito controllando l’espansione dell’offerta di moneta e la liquidità del sistema. Provvedimenti di controllo amministrativo dirigistico sono l’istituzione di un vincolo di portafoglio e di un massimale sugli impieghi che impongono un limite preciso all’incremento dei prestiti bancari. L’aumento, a volte considerevole, del tasso di disoccupazione, la diminuzione degli investimenti e, in definitiva, il rallentamento dell’attività economica costituiscono i costi immediati, difficilmente evitabili, di una politica restrittiva del credito, la quale può pure causare squilibri settoriali nell’economia, discriminando non solo fra consumi ed investimenti ma anche fra grandi e piccole imprese, come è stato sottolineato nella letteratura economica già durante gli anni Cinquanta. In Italia il ricorso a restrizioni creditizie, anche per l’inefficacia degli strumenti di politica fiscali ai fini della stabilizzazione dell’economia, è stato piuttosto frequente, dando vita un acceso dibattito tra gli economisti sugli agli effetti da esse provocate (v. vincolo di portafoglio e massimale sugli impieghi). Negli anni Settanta tale dibattito si è ulteriormente intensificato, in seguito continuo alternarsi di brevi periodi di restrizione e di espansione del credito terminato dalla c.d. politica di stop and go (freno e avvio): gli squilibri della bilancia dei pagamenti hanno portato all’adozione politiche restrittive che permettevano di riequilibrare i conti con l’estero, creando però contemporaneamentela necessità di immediati stimoli espansivi per risollevare l’economia dalla fase di recessione nel frattempo avviata. Una simile strategia è stata particolarmente criticata per il rischio che essa comporta di aggravare l’instabilità del sistema appiattendone il trend di sviluppo, sia per l’eccessiva ristrettezza del suo orizzonte temporale.

  • RETAIL BANKING

    Trad. in it.: banca al dettaglio. Attività di una banca (o sezione di una banca) che concentra i rapporti con una clientela numerosa e costituita prevalentemente da famiglie e piccole imprese. Ha, di regola, un’articolazione territoriale abbastanza estesa, una raccolta capillare del risparmio, concede prestiti di importo unitario non elevato e offre prodotti di taglio medio piccolo. Contr.: wholesale banking. V. anche: corporate banking.

  • RETAIL BARTER

    Lett.: baratto al dettaglio.Specie di corporate barter nella quale gli importi delle singole transazioni sono generalmente di piccola entità (indicativamente meno di € 5.000, cioè di un intorno a 10 milioni di lire). Gli aderenti sono tenuti a fornire il proprio prodotto o servizio prima di poter effettuare una transazione in acquisto, se non dispongono di un credito da utilizzare incompensazione.

  • RETE DI TELECOMUNICAZIONE

    Insieme dei mezzi per la trasmissione a distanza dei dati (ingl. network), che può comprendere l’uso di linee telefoniche, di collegamenti via cavo, di collegamenti tramite satelliti geostazionari.

  • RETE DI VENDITA FINANZIARIA

    Organizzazione di vendita che si occupa del collocamento presso il pubblico dei prodotti promossi da una certa istituzione finanziaria. Costituisce la struttura incaricata dell’offerta fuori sede ed è costituita da consulenti finanziari (v. promotore finanziario) che svolgono un’attività di vendita porta a porta.

  • RETE FIN-NET

    Rete europea organizzata dalla Commissione della Comunità e avviata nel 1°.2.2001 per agevolare la risoluzione extragiudiziale delle controversie nel settore fi- nanziario nei casi in cui il prestatore di servizi sia stabilito in uno Stato membro diverso da quello in cui risiede il consumatore. La rete riunisce oltre 35 organi nazionali di mediazione specialistica (nei settori bancario e assicurativo) o generale (controversie relative al consumo). Sono coperte tutte le categorie di servizi finanziari al dettaglio (in linea e tradizionali) onde non frapporre ostacoli allo sviluppo del commercio elettronico e delle prestazioni di servizi transfrontaliere. FIN-Net mira a rafforzare la fiducia necessaria alle attività transfrontaliere da parte dei consumatori offrendo la questi per la risoluzione alternativa delle controversie alternative semplici, efficaci e poco costose rispetto ai ricorsi in sede giudiziaria.

  • RETE NAZIONALE INTERBANCARIA

    Acr.: RNI. È l’infrastruttura telematica di trasmissione del sistema italiano dei pagamenti ed è gestita dalla SIA. Si avvalgono tra l’altro delle rete le procedure informatiche riguardanti i sistemi di compensazione e di regolamento gestiti direttamente dalla Banca d’Italia ovvero dalla SIA.

  • RETENTION MONEY GUARANTEE

    Tipo di fideiussione rilasciata dalle banche (v. fideiussione bancaria) a garanzia del buon funzionamento di un impianto costruito all’estero da imprese nazionali, previa assegnazione di una gara internazionale d’appalto. Essa può essere concessa anche estendendo il periodo di validità del performance bond.

  • RETRATTO SUCCESSORIO

    Diritto del coerede di riscattare, finché dura la comunione, la quota ereditaria ceduta a un terzo da un altro coerede ove quest’ultimo abbia reso impossibile l’esercizio della prelazione, di notificare ai coeredi la proposta di alienazione fatta al terzo. Il riscatto si opera per lo stesso prezzo ed ha efficacia retroattiva al momento dell’alienazione; se il retratto è esercitato da più coeredi, ciascuno di essi ha il diritto a una parte uguale della quota. Qualora l’alienazione della quota parte del coerede sia avvenuta per atto a titolo gratuito, il diritto in questione non può essere esercitato.

  • RETRIBUZIONE

    Corrispettivo della prestazione del lavoratore nel contratto di lavoro subordinato. È chiamata salario la retribuzione degli operai, stipendio quella degli impiegati. Consiste di regola in una somma di denaro, corrisposta in maniera continuativa e in stretta relazione con la durata del rapporto. Il meccanismo della scala mobile avrebbe dovuto consentire l’automatico adeguamento al costo della vita. La legge prevede che la retribuzione possa avvenire anche con prestazione in natura. Tale forma riveste peraltro carattere eccezionale e integrativo della retribuzione in denaro. Particolari retribuzioni sono la partecipazione agli utili o ai prodotti (v. anche: azioni di lavoro). Ai sensi dell’art. 36 Cost. la retribuzione deve essere proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato e in ogni caso deve essere sufficiente ad assicurare al lavoratore ed alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La Costituzione stabilisce, inoltre, che alle donne lavoratrici e ai minori, a parità di lavoro, spetta la medesima retribuzione degli altri lavoratori. Qualora la retribuzione non sia stata stabilita indirettamente (se il rapporto di lavoro è sottratto alla normativa collettiva o se non ne è regolato) essa viene determinata dal giudice, tenuto conto, se necessario, del parere delle associazioni sindacali, atteso il principio di conservazione del contratto incompleto (v. contratto collettivo di lavoro).

  • RETRIBUZIONE LORDA

    Comprende i salari, gli stipendi e le competenze accessorie corrisposti ai lavoratori dipendenti, al lordo delle trattenute erariali e previdenziali a loro carico.

    Fonte: Banca d'Italia

  • RETROATTIVITÀ

    Efficacia spiegata dalla legge, da un atto o negozio giuridico oppure da una condizione, in un tempo anteriore, rispettivamente all’emanazione della legge o alla manifestazione di volontà o all’avveramento della condizione. Sotto il profilo legislativo, questo fenomeno (anche se in linea di massima legittimo) è da ritenere eccezionale, in quanto, per evidenti ragioni di certezza del diritto, la legge non dispone che per l’avvenire e non ha effettoretroattivo (art. 11 prel.). La retroattività è rigorosamente vietata (a tutela dei cittadini) soltanto in materia penale, come dispone l’art. 25, comma 2, Cost. Sotto il profilo dell’autonomia privata, la retroattività può manifestarsi in varie direzioni, sia togliendo efficacia a un negozio giuridico fin dall’inizio (p.e. per mutuo consenso), sia, invece, conferendogli efficacia per il tempo anteriore (p.e. con la convalida di un negozio annullabile), sia, infine, facendo retroagire al tempo in cui è stato concluso il contratto gli effetti dell’avveramento della condizione apposta a quest’ultimo.

  • RETROCESSIONE

    1. Cessione a un intermediario di una parte di commissioni percette su negoziazioni da lui avviate, facilitate o concluse.

    2. Nelle assicurazioni vita legate a una gestione separata è la quota dell’intero rendimento della gestione stessa che viene retrocessa al sottoscrittore o ai sottoscrittori della polizza. P.e., se un contratto prevede una retrocessione del 85% e la gestione separata ha avuto un rendimento del 5%, questo sarà retrocesso per il 4,25% (85% del 6%).

  • RETRODATAZIONE

    Apposizione su un documento di una data anteriore a quella in cui fu posto in essere l’atto cui si riferisce; anche anticipazione dell’efficacia di un fatto rispetto al momento del suo verificarsi. Nella procedura fallimentare si parla di retrodatazione dello stato d’insolvenza allorché viene fissato ad un momento anteriore alla dichiarazione di fallimento l’inizio dello stato di dissesto dell’imprenditore fallito. Nell’uso bancaria indica l’addebito, da parte della banca, sul conto di deposito o di corrispondenza del cliente, di una partita con valuta anteriore al giorno in cui la relativa operazione viene eseguita. La retrodatazione comporta per il cliente una perdita di valuta su alcune operazioni registrate a debito del conto a lui intestato, così come la postdatazione costituisce analoga perdita sulle operazioni contabilizzate a credito del suo conto. Si ha retrodatazione, quando, p.e., la banca, in applicazione dell’accordo interbancario sulle condizioni, addebita gli assegni emessi dal correntista con valuta corrispondente al giorno di emissione, anche se il titolo viene presentato per l’incasso successivamente.

  • Return On Capital ROC

    Acr. di: Return on capital (anche: return on capital employed). Utile (rendimento) che si ricava da un investimento di mezzi finanziari. Viene calcolato al netto del deprezzamento del capitale e consente di valutare il grado di efficienza nell’impiego delle risorse. Assume particolare rilevanza quando si deve giudicare la convenienza di un progetto d’investimento industriale o commerciale o d’impiego finanziario. L’espressione è abbastanza generica per essere ambigua, se non vengono precisati bene i termini del rapporto. Se calcolato come tasso interno di rendimento (IRR), il ROC misura l’efficienza marginale del capitale.

  • REVENUE BONDS

    Titoli obbligazionari emessi sul mercato statunitense da enti pubblici locali o regionali per il finanziamento di progetti specifici, garantiti in diverse forme dai redditi attesi dai progetti stessi.

  • REVERSALE D'INCASSO

    Ordine scritto che un amministratore emette su un tesoriere, cassiere o esattore, di riscuotere una certa somma da una determinata persona alla scadenza prestabilita. Sinonimo di ordine d’incasso è un tipico documento contabile delle aziende di erogazione emesso nella fase della riscossione delle entrate.

  • REVERSALE FERROVIARIA

    Duplicato della lettera di vettura ferroviaria o ricevuta di spedizione. Deve essere compilata dal mittente alla consegna della merce; è firmata dal vettore ferroviario il quale la restituisce al mittente, che a sua volta può trasmetterla al destinatario. La funzione della reversale ferroviaria è di facilitare sia al mittente sia al destinatario l’esercizio dei diritti derivanti dal contratto di trasporto. In Italia la reversale ferroviaria è un titolo nominativo e, quindi, non può essere utilizzato come titolo rappresentativo della merce, negoziabile durante il trasporto.

  • REVERSE CONVERTIBLE

    Obbligazioni a breve-medio termine, normalmente con scadenza compresa fra sei mesi e due anni, che offrono un tasso di interesse fisso, più elevato dei valori correnti di mercato, poiché incorporano un’opzione put a favore dell’emittente, che attribuisce la facoltà a quest’ultimo di consegnare un numero di azioni predefinito anziché rimborsare alla scadenza il capitale nominale. Il valore del rimborso è legato all’andamento del valore delle azioni sottostanti: se a scadenza la quotazione dell’azione è maggiore o uguale ad un prezzo prefissato all’atto della sottoscrizione (lo strike price), l’emittente rimborsa al sottoscrittore gli interessi e l’intero valore nominale del titolo obbligazionario; se invece a scadenza la quotazione dell’azione è inferiore allo strike price, il sottoscrittore riceve un numero di azioni (il cui controvalore è inferiore al capitale investito) pari al rapporto tra il valore nominale sottoscritto e lo strike price assumendosi quindi il rischio che il rendimento del titolo reverse convertible possa annullarsi o diventare negativo, nonostante la percezione degli interessi. Sotto il profilo fiscale, i reverse convertible sono considerati titoli atipici e gli interessi sono soggetti a ritenuta fiscale, attualmente pari al 27% ai sensi dell’art.5 del Dl 512/83.

  • REVERSE REPURCHASE AGREEMENT

    Operazione di pronti contro termine effettuata dai dealer sul mercato americano dei titoli di Stato per impiegare a tassi competitivi le eccedenze temporanee di fondi. Differisce dal repurchase agreement (repo) in quanto gli operatori che la promuovono si pongono come acquirenti a pronti di titoli. Nell’ipotesi in cui un operatore si ritrovi con un surplus transitorio di fondi, esso pone in essere un repurchase agreement con l’impiego simultaneo di tali capitali attraverso la conclusione, a tassi impliciti più alti, di un reverse repurchase agreement con un altro cliente (matchedbook repurchase agreement). Tali operazioni sono largamente utilizzate poiché consentono di realizzare profitti aggiuntivi rispetto al margine denaro-lettera spuntato nella tradizionale attività di trading.

  • REVISIONE CONTABILE, DISPOSIZIONI PENALI

    I reati disciplinati dall’art. 2624 c.c. (così come riscritto dal nuovo testo del Tit. XI, libro V c.c. sulle disposizioni penali in materia di società e di consorzi promulgato con d.lg. 11.4.2002 n. 61) e dagli artt. 177-179 TUF, riproducono, con alcune differenze, le fattispecie di cui agli artt. 14, 15, 16 primo e secondo comma del d.p.r. 31.3.1975 n. 136 sul controllo contabile e la certificazione dei bilanci delle società per azioni quotate in borsa. Essi delineano una sorta di statuto penalistico delle società di revisione contabile (il legislatore del 1998 ha concentrato il controllo contabile delle società con azionariato diffuso in apo a soggetti indipendenti ed esterni rispetto alla compagine societaria). I revisori contabili non sono pubblici ufficiali. Le loro attività sono condotte con strumenti di diritto privato, ma l’interesse che sta alla base del loro intervento è di natura pubblica. Risolvendo una spinosa questione dottrinale relativa all’ambito di applicazione delle disposizioni in materia di revisione contabile, l’art. 179 terzo comma TUF ha stabilito che le disposizioni contenute nel capo III, titolo I, parte V TUF riguardano i “casi di revisione contabile obbligatoria ai sensi del testo unico o di altre norme di legge o di regolamento, nonché i casi in cui la revisione contabile o la sottoposizione del bilancio al giudizio della società di revisione costituisce, per disposizione di legge o di regolamento, condizione per l’esercizio di determinate attività o per l’ottenimento di benefici o agevolazioni” (in tal modo escludendo che le norme del capo III, titolo I, parte V TUF si applichino alle ipotesi di revisione volontaria).

    1. Falsità nelle relazioni o comunicazioni della società di revisione. In seguito all’abrogazione espressa degli artt. 175 e 176 TUF (art. 8 del d.lg. 11.4.2002 n. 61, attuativo dell’art. 11 della legge delega 3.10.2001 n. 366), l’art. 2624 c.c. disciplina il reato di falsità nelle relazioni o nelle comunicazioni delle società di revisione. Le condotte vietate puniscono i responsabili della revisione che, al fine di conseguire per se o per altri un ingiusto profitto (dolo specifi co – diversamente dall’art. 175 TUF abrogato), nelle relazioni o in altre comunicazioni, scientemente, “attestano il falso od occultano informazioni concernenti la situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società, ente o soggetto sottoposto a revisione, in modo idoneo a indurre in errore i destinatari delle comunicazioni sulla predetta situazione”: a) con l’arresto fino a un anno se non hanno cagionato un danno patrimoniale (reato di pericolo); b) con la reclusione da uno a quattro anni se hanno cagionato un danno patrimoniale (reato di danno). Il reato ha natura plurioffensiva: tutela sia la fede pubblica (veridicità e genuinità dell’informazione proveniente dalla società di revisione) che gli interessi sostanziali della società assoggettata a controllo.

    2. Illeciti rapporti patrimoniali con la società assoggettata a revisione. L’art. 177 TUF (che riproduce l’art. 16 primo comma d.p.r. 31.3.1975 n. 136 e viene modellato sulla falsariga dell’art. 2624 c.c. in materia di società per azioni) punisce gli illeciti patrimoniali degli amministratori, dei soci responsabili della revisione contabile e dei dipendenti della società di revisione (“contraggono prestiti, sotto qualsiasi forma, sia direttamente che per interposta persona, con la società assoggettata a revisione o con una società che la controlla, o ne è controllata, o si fanno prestare da una di tali società garanzie per i debiti propri”) con la reclusione da uno a tre anni e con la multa da lire quattrocentomila a lire quattro milioni. La norma va considerata nell’ambito delle attività di controllo svolte dalle società di revisione (si vedano gli artt. 155 e 161 TUF). Essa, in particolare, tutela l’affidamento che una società di revisione iscritta all’albo produce nei confronti dei terzi sanzionando il conflitto di interessi di carattere patrimoniale in capo a chi rivesta un ruolo particolare nella società preposta al controllo (amministratore, soci responsabile della revisione contabile e dipendente).

    3. Compensi illegali. L’art. 178 TUF (che sostituisce l’art. 16 secondo comma d.p.r. 31.3.1975 n. 136; si veda anche l’art. 2638 c.c.) condanna con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire quattrocentomila lire a due milioni, al primo comma la condotta degli amministratori, dei soci responsabili della revisione contabile e i dipendenti della società di revisione che percepiscano compensi illegali dalla società assoggettata a revisione e, al secondo, la condotta degli amministratori, dei dirigenti e dei liquidatori che abbiano corrisposto il compenso non dovuto. La ratio della norma è di salvaguardare il prestigio delle società soggette a revisione evitando che la corresponsione di interessi ulteriori rispetto a quelli dovuti faccia dubitare sulla correttezza e imparzialità nello svolgimento della funzione di certificazionedei bilanci.

    4. Disposizioni comuni. Da ultimo, fra le “disposizioni comuni” dell’art. 179 TUF, bisogna segnalare la fattispecie descritta nel primo comma che prevede una circostanza aggravante ad effetto speciale (aumento della pena sino alla metà) quando dalla violazione delle disposizioni penali del capo III, derivi alla società di revisione o alla società assoggettata a revisione un danno di rilevante gravità. L’accertamento del danno deve essere condotto su un piano propriamente patrimoniale in rapporto alla vita e allo sviluppo della società.

  • REVISIONE DEI CONTI

    Indagine critica della vita aziendale circoscritta alla contabilità, al fine di accertare che le scritture elementari e sistematiche compilate in un’azienda corrispondano alla classificazione dei fatti amministrativi ed alla loro documentazione. Tale indagine, in tal modo circoscritta, costituisce parte essenziale della revisione aziendale, intesa come insieme di funzioni dirette a studiare i fatti avvenuti, a confrontare e controllare il lavoro svolto dagli organi aziendali, a dimostrare i risultati, ad esaminare l’operato amministrativo. Con la revisione contabile si accerta l’esatta applicazione delle leggi e dei regolamenti, degli statuti e in generale della normativa interna; inoltre si verificano le scritture contabili in rapporto alle consistenze di cassa, di titoli, di magazzino ecc., ai saldi risultanti dagli estratti conto bancari, alla corrispondenza tra giornale, mastro, partitari ecc., alla compilazione delle situazioni periodiche interne e al bilancio. A parte il controllo contabile di competenza del collegio sindacale e il controllo (che costituisce una funzione interna dell’azienda a carattere prevalentemente continuativo) cui attendono uffici e personale di questa, la revisione è, in genere, una funzione esterna, avente carattere occasionale e periodico, effettuata da persone estranee all’azienda (auditors). Al termine della revisione dei conti, che è pertanto da ritenersi un esame critico, più complesso, più ampio e, nello stesso tempo, più categorico della generica azione di controllo, il revisore contabile potrà o meno rilasciare la certificazione (v. certifi cazione di bilancio), ossia la dichiarazione che attesta la rispondenza delle scritture contabilie del bilancio alla realtà economica ed amministrativa dell’azienda. Per le società quotate in mercati regolamentati si ha il giudizio di revisione (v. giudizio sui bilanci).

  • REVISIONE DEI FIDI

    Aggiornamento periodico effettuato dalla banca al fine di raccogliere tutti gli elementi valutativi della posizione del cliente rispetto al fido concesso. Tale revisione è di solito effettuata per i fidi a revoca (v. revoca del fido) che non hanno praticamente scadenza. Ogni sei mesi o una volta all’anno viene valutata la convenienza o l’opportunità di continuare a mantenere il fido concesso riprendendo in considerazione gli elementi evidenziati nel corso dell’istruttoria di fido. L’esame tiene conto di diversi fattori, fra cui la situazione economica e finanziaria del cliente, il modo in cui il fido è stato utilizzato, il movimento del conto, l’entità del fido utilizzato nei vari periodi, il tipo di operazioni cui il cliente ha dato origine con riferimento anche alla clientela dell’affidato, i servizi accessori richiesti alla banca affidante in riferimento agli altri ricavi arrecati alla banca. Qualora i risultati dell’indagine condotta portino ad un giudizio negativo, la banca può decidere la revoca. In merito alla gestione dei fidi, la tecnica suggerisce di svolgere un controllo continuativo sulle posizioni affidate, verificando gli indici più significativi della “capacità di indebitamento” del cliente, quali i coefficienti di liquidità (v. coefficiente di liquidità), l’indice di rendimento del capitale proprio (ROE), il leverage ecc. e analizzando l’andamento dell’impresa affidata in relazione a quello del mercato in cui essa opera.

  • REVISIONE LEGALE

    Sin.: Audit. La revisione legale rappresenta l’evoluzione dell’istituto della revisione contabile obbligatoria, introdotto nel nostro ordinamento dal d.p.r. 31.3.1975, n. 136, e successivamente disciplinato dagli artt. 2409-bis e seguenti del codice Civile e dagli artt. 155 e segg. del TUF. La nozione di revisione legale è stata introdotta nel nostro ordinamento con il d.lgs. n. 39/2010 che ha recepito la direttiva 2006/43/CE. In base alla definizione contenuta nell’art. 1, comma 1, lettera m), è “revisione legale: la revisione dei conti annuali o dei conti consolidati effettuata in conformità alle disposizioni del presente decreto legislativo o, nel caso in cui sia effettuata in un altro Stato membro dell'Unione europea, alle disposizioni di attuazione della direttiva 2006/43/CE vigenti in tale Stato membro”.
    L’attività di revisione legale è riservata ai soggetti (persone fisiche e società) iscritti nel Registro dei revisori legali tenuto a cura del Ministero dell’economia e delle finanze (art. 2, comma 1, d.lgs. n. 39/2010). Il revisore legale o la società di revisione legale devono verificare, nel corso dell’esercizio, la regolare tenuta della contabilità sociale e la corretta rilevazione dei fatti di gestione nelle scritture contabili; devono inoltre verificare  che il bilancio di esercizio e il bilancio consolidato corrispondano alle risultanze delle scritture contabili e degli accertamenti eseguiti e che siano conformi alle norme che li disciplinano. In base al d.lgs. n. 39/2010, la revisione legale è svolta in conformità ai principi di revisione adottati dalla Commissione europea, e - fino all'adozione di tali principi - in conformità ai principi di revisione elaborati da associazioni e ordini professionali e dalla Consob (art. 11), nonché alle disposizioni sancite in materie di indipendenza dall’art. 10 e, con riferimento alla revisione legale di Enti di Interesse Pubblico, dall’art. 17. Per poter adempiere i propri incarichi il revisore legale o la società di revisione legale hanno diritto ad ottenere dagli amministratori della società documenti e notizie utili alla revisione e possono procedere ad accertamenti, controlli ed esame di atti e documentazione (art. 14, comma 6, d.lgs. n. 39/2010).
    Alla fine dell’esercizio la società di revisione esprime con apposita relazione il proprio giudizio sul bilancio di esercizio e sul bilancio consolidato (art. 14, d.lgs. n. 39/2010). Tale giudizio, può assumere quattro tipologie differenti: giudizio senza rilievi, se il bilancio di esercizio e il bilancio consolidato sono conformi alle norme che ne disciplinano i criteri di redazione; giudizio con rilievi; giudizio negativo; dichiarazione di impossibilità di esprimere un giudizio. Negli ultimi tre casi la  relazione di revisione deve illustrare analiticamente i motivi della decisione. La relazione sul bilancio, sottoscritta dal responsabile della revisione legale, che deve essere scritto nel Registro dei revisori legale, deve essere depositata presso l’ufficio del registro delle imprese oltre che restare depositata presso la sede della società durante i quindici giorni che precedono l’assemblea che approva il bilancio e finché il bilancio non è approvato.
    La revisione legale può essere svolta, ricorrendo determinate condizioni e ad eccezione degli Enti di Interesse Pubblico, anche dal collegio sindacale.

     

     

     

    Redattori: Antonio SERRA, Valentino SANNA, Elena FALSETTI

    © 2011 ASSONEBB

     

  • REVISORE DEI CONTI

    Professionista iscritto in un apposito ruolo, cui era demandato il compito di controllare e di accertare la situazione dell’azienda nei suoi aspetti economici, finanziari, patrimoniali e organizzativi. La figura del revisore dei conti è stata abrogata con il d.lg. 27.1.1992 n. 88, che ha introdotto la figura dei revisori contabili.

  • REVISORI CONTABILI

    Soggetti abilitati al controllo di legge dei documenti contabili. Essi devono essere iscritti in un registro istituito presso il Ministero della Giustizia, previo esame indetto annualmente dallo stesso Ministero (v. l. 13.5.1997, n. 132 e l. 8.7.1998, n. 222 sull’ammissione all’esame di idoneità per l’iscrizione nel registro dei revisori contabili). Il d.lg. 27.1.1992 n. 88 disciplina l’iscrizione nel registro e la vigilanza sull’attività degli iscritti. Solo coloro che sono iscritti in tale registro possono essere sindaci di società di capitali (v. anche revisione dei conti, società di revisione).

  • REVOCA

    Atto con cui un soggetto pone fine a un negozio giuridico, facendone cessare, in via immediata, gli effetti. Si distingue dal recesso (v. recesso), anche se nel codice civile i due termini sono usati promiscuamente, tanto che casi di vero e proprio recesso vengono definiti revoche. Nel diritto pubblico la revoca è il provvedimento con il quale la Pubblica Amministrazione elimina un atto amministrativo affetto da vizi di merito (mentre, ove trattasi di vizi di legittimità, si parla più propriamente di annullamento). La revoca dell’atto ha normalmente ef- ficacia ex tunc, ne fa venir meno cioè gli effetti fin dal momento dell’emanazione dell’atto revocatorio. Tuttavia, se fatti sopravvenuti, o nuove valutazioni da parte della Pubblica Amministrazione fanno apparire l’atto non più conforme al fine di pubblico interesse per cui era stato emanato, gli effetti già prodotti da esso fino al momento della revoca sono salvi, e questa ha efficacia ex nunc. In tale ipotesi, una parte della dottrina parla di abrogazione. Il provvedimento di revoca deve essere emanato dalla stessa autorità che aveva emesso l’atto revocato o da quella gerarchicamente superiore, e deve essere sottoposto al procedimento e alla forma propri dell’atto che ne è oggetto.

  • REVOCA DEL FIDO

    Provvedimento con il quale la banca annulla il fido concesso al cliente e richiede il rientro della quota di credito a quest’ultimo utilizzata. Qualora il fido sia stato concesso a tempo determinato la banca non ha la facoltà di recedere dal contratto prima della scadenza prestabilita, tranne il caso in cui essa si riservi ugualmente la facoltà di disdetta per anormalità nella condotta del cliente, nell’utilizzo del fido, nella situazione economica del cliente stesso, o se il conto non riceve il necessario movimento di prelievi e di versamenti, o ancora se questi incorre in un protesto cambiario. Comunque, si fa di solito trascorrere un certo periodo di tempo, quindici giorni, tra il momento in cui avviene la sospensione dell’utilizzo del credito e il termine di restituzione delle somme. Qualora, invece, il fido sia stato concesso a tempo indeterminato, cioè senza l’indicazione del termine di utilizzo, sostituita dalla clausola “fino a revoca” (come accade più spesso), ciascuna delle parti ha la facoltà di dare disdetta del conto con un preavviso nei termini stabiliti dagli usi, o entro quindici giorni. Qualora la revoca del fido sia giustificata dal peggioramento della situazione finanziaria dell’affidato, la banca di norma si preoccupa di formulare, concordandolo con l’affidato, un piano di rientro, attraverso il quale la somma dovuta viene rateizzata ed accompagnata solitamente dalla firma di effetti di smobilizzo. Più difficilmente la banca, dopo aver revocato il fido, mette in circolazione effetti di recupero che di solito vengono fatti firmare in sede di concessione del fido nella maggior parte delle forme tecniche di finanziamento.

  • REVOCA DI SISTEMA

    Nuovo meccanismo sanzionatorio introdotto dal d.lg. 30.12.1999 n. 507 (art. 34 che ha modificato l’art. 9 della 9 della l. 15.12.1990 n. 386) in caso di mancato pagamento, in tutto o in parte, di un assegno bancario per mancanza di autorizzazione o di provvista. La revoca consegue all’inscrizione nella Centrale di allarme interbancaria e comporta non solo la revoca di ogni autorizzazione in essere a emettere assegni, ma anche il divieto, della durata di sei mesi, per qualunque banca e ufficio postale di stipulare nuove convenzioni di assegno con il traente e di pagare gli assegni tratti dal medesimo dopo l’iscrizione nell’archivio, anche se emessi nei limiti della provvista. La sanzione sostituisce la precedente revoca bilaterale limitata alla sola banca che aveva autorizzato l’emissione di assegni.

  • REVOCATORIA FALLIMENTARE

    Azione esercitata dal curatore fallimentare, su autorizzazione del giudice delegato, per far dichiarare inefficaci gli atti compiuti dal fallito in pregiudizio delle ragioni dei creditori precedentemente alla dichiarazione di fallimento. La revocatoria fallimentare trova ragion d’essere in quanto normalmente la crisi economica del debitore ha inizio in un periodo di tempo anteriore alla dichiarazione di fallimento, ed è proprio in questo periodo di dissesto che l’imprenditore può alterare la par condicio creditorum (uguale condizione dei creditori) e può pregiudicare le eventuali garanzie godute dagli stessi, attraverso atti di disposizione o adempimenti eseguiti nell’intento di ovviare alla crisi immanente o di mascherarla. La legislazione fallimentare (artt. 64 e ss. l. fall.) fissa un termine diverso, di uno o di due anni anteriori al fallimento, in relazione al contenuto dell’atto pregiudizievole e alle circostanze che l’hanno determinato o alle persone che l’hanno posto in essere; termine entro il quale gli effetti dell’atto possono venire eliminati rispetto ai creditori del fallimento, nella presunzione che l’atto sia stato fatto in frode ai creditori. Tale presunzione, secondo le diverse categorie di atti, può essere o no suscettibile di prova contraria. Le singole categorie di atti sono elencate negli artt. 64 e sgg. l.fall., che stabiliscono quando la prova debba essere fornita dal curatore in ordine alla conoscenza dello stato di insolvenza del debitore da parte del terzo o quando spetta a quest’ultimo di dimostrare che non conosceva lo stato di insolvenza del debitore. Nell’art. 71 l. fall., poi, si afferma il diritto del terzo, che per effetto della revoca ha restituito quanto aveva ricevuto, di essere ammesso al passivo fallimentare per la somma di cui risulta creditore. Per la particolare disciplina contenuta nel d.lg. 8.7.1999 n. 270 (v. risanamento finanziario delle imprese).

  • REVOCATORIA ORDINARIA

    Azione del creditore diretta a far dichiarare inefficaci nei suoi confronti determinati atti con cui il debitoredispone del proprio patrimonio, diminuendone la consistenza in misura tale da vanificare in tutto o in parte la possibilità di pieno soddisfacimento delle ragioni del creditore, nella eventualità di un’esecuzione forzata. Per esperire l’azione revocatoria l’atto di disposizione deve concretizzare l’eventus damni, arrecare cioè un effettivo pregiudizio alle ragioni del creditore. Non determina l’eventus damni il pagamento di un debito scaduto in quanto questo già gravava sul patrimonio del soggetto; al contrario, l’adempimento di un debito realizzato mediante il trasferimento di una cosa di valore superiore all’oggetto del debito stesso legittima l’azione revocatoria. Per l’esercizio dell’azione revocatoria è necessaria altresì la scientia damni (la consapevolezza di pregiudicare, con l’atto di disposizione, l’interesse del creditore), in ogni caso da parte del debitore, ed anche da parte del terzo in caso di acquisto a titolo oneroso con atto posteriore al sorgere del credito; e il consilium fraudis (il proponimento doloso del debitore e del terzo di pregiudicare il soddisfacimento dell’interesse del creditore), nel caso di atto a titolo oneroso anteriore al sorgere del credito. Dopo la dichiarazione di inefficacia dell’atto di disposizione susseguente all’esercizio dell’azione revocatoria, il creditore attore può promuovere, nei confronti dei terzi acquirenti, gli atti esecutivi sul bene che aveva formato oggetto della disposizione revocata. L’azione revocatoria si prescrive in cinque anni dalla data dell’atto di disposizione.

  • REVOLVING CREDIT

    Clausola contenuta nei crediti documentari (usata largamente in Inghilterra, donde trae la sua origine e in Germania) con la quale si stabilisce che l’apertura di credito non sia limitata a una sola operazione, ma assuma la forma di concessione periodicaentro un dato periodo di tempo di validità. In pratica, dopo ogni utilizzazione del credito, questo riprende automaticamente il suo ammontare originario (in italiano questa operazione viene detta credito rotativo) alle stesse condizioni, per altre successive operazioni similari, sempre e comunque nei limiti del fido massimo precedentemente stabilito e della durata convenuta. Normalmente la clausola revolving credit viene utilizzata nelle aperture di credito a favore di esportatori.

  • RHO

    Nel modello Black-Scholes di prezzamento delle opzioni (v. Black and Scholes model) misura la sensitività del prezzo calcolato ex ante di un’opzione al variare del tasso di interesse. P.e., nel caso di un’opzione call si ha che: rho = TKe - rT N (d2). Rho tende ad assumere valori tanto più grandi quanto più le quotazioni del sottostante sono sensibilmente superiori al prezzo di esercizio (opzione deep-in-the- money).

  • RIA

    Acr. di: Rapporti Interbancari Accentrati. Procedura interbancaria che si avvale di supporti magnetici per la gestione delle disposizioni di incasso da eseguire in base a disposizioni permanenti di pagamento (pagamenti preautorizzati come le utenze telefoniche, elettriche ecc.). La procedura prevede che le imprese creditrici mandino le disposizioni di incasso su supporto magnetico a un unico ente gestore che provvede poi alla trasmissione dei dati alle diverse banche interessate dalle operazioni.

  • RIABILITAZIONE

    Effetto di una sentenza pronunciata, ai sensi dell’art. 142 l. fall. (r.d. 16.3.1942 n. 267) dal tribunale, in camera di consiglio, per il quale il fallito riacquista le capacità personali perdute per effetto della sentenza di fallimento (incapacità all’ufficio di tutore, impossibilità di essere nominato amministratore di società per azioni, limitazioni della libertà personale ecc.), e il suo nome viene cancellato dal registro dei falliti. Essa viene pronunciata su istanza del fallito o dei suoi eredi, purché egli abbia pagato tutti i crediti ammessi al fallimento, compresi gli interessi e le spese, ovvero, se ammesso al concordato fallimentare, lo abbia regolarmente adempiuto, potendo il tribunale tener conto delle cause e circostanze del fallimento, delle condizioni del concordato e della misura della percentuale. Occorre, inoltre, che il fallito abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta. Vi sono condanne penali che ostano alla riabilitazione: bancarotta fraudolenta, delitti contro il patrimonio e la fede pubblica, l’economia pubblica, l’industria e il commercio, salvo che sia intervenutala riabilitazione penale. Quest’ultima (artt. 178-181 c.p.), che ha per effetto di estinguere le pene accessorie (interdizione dai pubblici uffici, dalla professione o da un’arte, perdita della capacità di testare, perdita o sospensione della patria potestà, pubblicazione della sentenza di condanna) e ogni altro effetto penale della condanna, può essere concessa dal giudice penale quando siano trascorsi cinque anni dall’esecuzione della pena principale e il condannato abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta (dieci anni, se trattasi di recidivo o di delinquente abituale, professionale o per tendenza). Osta alla riabilitazione penale la sottoposizione a una misura di sicurezza o l’inadempimento degli obblighi civili da reato.

  • RIACQUISTO

    Forma di countertrade assimilabile a una forma più sviluppata di compensazione, con la quale l’esportatore assume l’impegno di ricevere in pagamento i beni prodotti grazie all’utilizzo dei beni strumentali e delle tecnologie da esso venduti. Elementi salienti del riacquisto sono: la presenza di due contratti separati che regolano le operazioni di importazione ed esportazione; il valore delle importazioni, che molto spesso è inferiore al valore dell’impegno di riacquisto; l’esistenza di flussi finanziari indipendenti l’uno dall’altro; la durata, che sovente viene spinta oltre il breve termine.

  • RIAFFOGLIAMENTO TITOLI

    Operazione di cambio di titoli che si effettua quando un’azione o un’obbligazione, pubblica o privata, ha esaurito il proprio foglio cedole. Questa operazione, detta anche affogliamento, consiste nel rinnovo di titoli nei quali tutte le cedole siano già state utilizzate. L’emittente i titoli incarica molto spesso le banche, dietro corresponsione di una commissione, di fungere da intermediarie con i possessori dei titoli. Le banche, dopo aver proceduto all’operazione di ritiro dei vecchi titoli, li trasmettono all’ente emittente; successivamente, avviene l’operazione inversa: i titoli allestiti col nuovo foglio cedole vengono consegnati agli originari possessori. La dematerializzazione dei titoli ha ridotto la necessità di questa operazione.

  • RIALLINEAMENTO DELLE MONETE

    Operazione multilaterale attuata dalle autorità monetarie centrali di vari paesi che si accordano per una modifica concértata delle parità intercorrenti tra le rispettive valute nazionali. Negli anni più recenti si è verificato un riallineamento tra le principali valute a seguito dell’accordo raggiunto presso l’Istituto Smithsoniano di Washington il 18.12.1971 (Smithsonian agreement). In tale occasione le autorità monetarie dei maggiori Paesi occidentali cercarono di riportare ordine nel funzionamento del sistemamonetario internazionale nel quale, in seguito della dichiarazione di inconvertibilità del dollaro (15.8.1971), si erano verificate fluttuazioni dei cambi molto superiori ai ristretti margini previsti dalle norme statutarie del FMI. Per favorire il riassetto della bilancia dei pagamenti statunitense, fu decisa una svalutazione del dollaro del 7,9%, pari a un aumento del prezzo ufficiale dell’oro da 35 a 38 dollari per un’oncia di fino, alla quale corrisposero differenziate percentuali di rivalutazione delle altre monete rispetto al dollaro. Nell’ambito di questo accordo furono anche ampliati i margini di fluttuazioni liberamente consentiti, portandoli da l’1% al 2,25% sopra e sotto la nuova priorità monetaria. Per il periodo successive v. Sistema monetario europeo.

  • RIALZISTA

    Operatore finanziario che, aspettandosiun aumento dei corsi di titoli o valute, ne vende allo scoperto (cioè senza possederli) con la previsione che, quando dovrà consegnarli potrà comprarli a un prezzo inferiore e guadagnare, quindi, la differenza. Nel gergo di borsa rialzista indica lo speculatore, detto anche bull, che acquista a termine allo scoperto.

  • RIAPERTURA DEL FALLIMENTO

    La riapertura del fallimento è disposta dal tribunale con la sentenza che annulla per dolo o risolve per inadempienza del fallito un precedente concordato fallimentare. Una riapertura del fallimento può altresì esservi quando, indipendentemente dalla preesistenza di un concordato, esistono nel patrimonio del debitore attività precedentemente non accertate, che rendono utile il provvedimento, o quando il debitore stesso si impegna a pagare, offrendo adeguate garanzie, almeno il 10% dei propri debiti. La possibilità di riaprire il fallimento è soggetta a precisi limiti temporali. La riapertura che deriva dall’annullamento, deve essere disposta entro due anni e quella che deriva dalla risoluzione del precedente concordato entro un anno dalla scadenza dell’ultimo pagamento stabilita nel concordato stesso. Questi termini sono inderogabili per l’ammissibilità dell’annullamento e della risoluzione. Qualora la riapertura sia giustificata dalle altre circostanze, deve essere disposta entro cinque anni dalla data del decreto di chiusura del fallimento. Con la sentenza di riapertura del fallimento il tribunale richiama in funzione ovvero procede a una nuova nomina del giudice delegato e del curatore. I termini per l’ammissione al passivo sono ridotti della metà rispetto a quelli ordinari. Si discute se, con la riapertura, si dia luogo ad una nuova procedura o alla prosecuzione del vecchio procedimento. Di fatto la prassi fallimentare ha pressoché ignorato l’istituto, la cui applicazione comporterebbe vari delicati problemi interpretativi e operativi.

  • RIASSICURAZIONE

    Copertura dei rischi derivanti all’assicuratore dalla sua attività, che si realizza mediante il trasferimento degli stessi, tutti o in parte, ad altro assicuratore. Il codice civile rende obbligatoria la forma scritta del contratto di riassicurazione e dispone che la prova avvenga secondo le regole generali. La riassicurazione è un’assicurazione per danni, simile a quella derivante da responsabilità civile; essa crea rapporti solo tra il riassicurato ed il riassicuratore e non va considerata come una cessione di contratto, dove si sostituisce un terzo al contraente originario. In caso di dissesto del riassicurato il riassicuratore deve pagare integralmente l’indennità dovuta al riassicurato, salva la compensazione con i premi e gli altri crediti. I rapporti tra riassicuratore e riassicurato sono regolati attraverso un conto corrente, oppure tramite un conto di gestione con chiusura annuale.

  • RIATTIVAZIONE

    Nelle polizze assicurative è la possibilità di riprendere il pagamento dei premi precedentemente interrotto senza aver chiesto il riscatto. Al contraente che ha sospeso il pagamento dei premi è data la facoltà, corrispondendo i premi non pagati, più gli interessi per il ritardato pagamento, di chiedere entro 24 mesi la rimessa in vigore del contratto per l’importo del capitale o della rendita assicurati.

  • RIBA

    Il significato letterale di riba è "eccesso" (God has permitted trade and prohibited riba, Surat Al Baqara, versetto 275). La giurisprudenza islamica ha diviso la riba in due tipologie:
    - riba al-naseeyah (chiamata anche riba al-Quran o riba al-jahiliyyah). È la forma primaria di riba. È definita come il prodotto di un interesse predeterminato, applicato su un certo capitale preso (o ottenuto) a prestito, per un dato periodo;
    - riba al-fadl (chiamata anche riba al-hadith o riba al-byuoo). La sua proibizione deriva dalla Sunna. E’ definita come un saldo in eccesso (rispetto al valore nominale della transazione) derivante da uno scambio o da una vendita di beni. Il concetto è applicabile a molti contratti riguardanti materie prime (commodities), laddove al rendimento viene associato uno specifico rischio.
    L’intermediazione bancaria tradizionale tra risparmiatori e imprese è basata sul deposito bancario dei risparmiatori e sul prestito delle banche alle imprese. Il guadagno intertemporale ottenuto dai depositanti e dalle banche è considerato riba. Le teorie keynesiane, e persino il modello IS-LM, in un sistema economico islamico non funzionano più. Non esiste un tasso di interesse che spieghi le scelte di investimento e la domanda di moneta, che nel modello keynesiano è funzione oltre che del reddito anche dei tassi di interesse e non risente dell'andamento del mercato del credito e dei tassi di interesse. Secondo la Shari’ah la moneta è solo un mezzo di scambio e non ha valore in sé.
    L’interesse, così come inteso nel sistema bancario convenzionale, è considerato sfruttamento, usura, in quanto applicato in assenza di un asset produttivo sottostante. Secondo il credo islamico, il profitto è legittimato solo (i) dall’esistenza di un rischio, e (ii) dalla sua condivisione tra le parti. La nozione classica di interesse come "remunerazione per il differimento del consumo" è quindi rigettata: può essere remunerato solo lo sforzo fisico e intellettuale delle persone, e non la mera attesa. Nella visione islamica, il risparmio non è più una scelta di "consumo intertemporale" ma una scelta operata per far fronte a necessità future e quindi non merita il pagamento di un prezzo, ovvero l’interesse.
    Il divieto islamico posto sull’interesse non significa che nel sistema economico islamico il capitale non abbia un suo costo. L’Islam riconosce il capitale come un fattore di produzione, in quanto l’approccio islamico distingue tra il valore intertemporale della moneta (come misura dell’efficienza dell’investimento) ed il mezzo di determinazione di guadagno. Gli studiosi islamici ritengono si possa includere nella definizione di riba non solo l’usura, ma anche qualsiasi tasso di rendimento, positivo, fisso e predeterminato, che venga garantito a prescindere dalla performance di un investimento.

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  • RIBASSISTA

    Operatore finanziario che, aspettandosi una diminuzione dei corsi di titoli o valute, ne acquista a termine per rivenderli a scadenza guadagnando la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. Nel gergo di borsa è detto anche bear e indica lo speculatore che vende allo scoperto.

  • RIBOR

    Acr. di: Rome Interbank Offered Rate. Tasso interbancario di interesse che veniva calcolato come media semplice delle 10 migliori quotazioni lettera, di importo superiore a 5 miliardi, senza tener conto della quotazione migliore né di quella peggiore, rilevate a mezzogiorno sul mercato interbancario dei depositi. Dal 1/1/2000 è stato sostituito dall’EURIBOR.

  • RICCHEZZA FINANZIARIA

    Ammontare delle attività finanziarie nette in capo ad un soggetto economico. Relativamente ad un insieme di soggetti, quale un sistema economico, la ricchezza finanziaria designa la somma delle posizioni nette di questi nei confronti di soggetti esterni, in quanto le posizioni reciproche dei primi si elidono a vicenda. Non vi è pertanto ricchezza finanziaria aggregata per un sistema economico se non nella misura della sua posizione sull’estero. Le variazioni di tale grandezza, tanto per l’individuo che per il sistema, sono date dal saldo finanziario, pari alla differenza tra risparmi ed investimenti. Per il sistema economico vale la relazione aggregata (S - I) = (G - T) + (X - M), che indica l’identità contabile tra l’ammontare del saldo finanziario privato (S - I) e la somma del disavanzo pubblico (G - T) e l’avanzo delle partite correnti (X - M). La ricchezza finanziaria detenuta dai singoli soggetti, seppure non costituisca una grandezza aggregata, è tuttavia assai significativa poiché crescente con il grado di intermediazione dei flussi finanziari. Un elevato livello di intermediazione finanziaria, il quale implica un ingente valore della ricchezza finanziaria individuale, è indicazione della misura in cui erogatori e utilizzatori del risparmio, a parità del volume di questo, differiscono tra loro. La funzione ìntermediatrice, adempiuta dai sistemi fi- nanziari, ottiene di rendere quanto più efficiente l’utilizzazione delle risorse intermediate, oltre che, offrendo migliori condizioni di impiego del risparmio, di accrescere l’ammontare di queste. Lo sviluppo economico si accompagna necessariamente ad un accrescimento consistente dei flussi, e, dunque, della ricchezza finanziaria.

  • RICERCA OPERATIVA

    Tecnica di analisi gestionale volta all’utilizzazione ottimale delle risorse a disposizione per il raggruppamento di un determinato obiettivo. Alla ricerca operativa fanno ricorso le imprese attraverso l’utilizzazione di modelli matematici che tengano conto di un insieme di fattori uniti tra loro da una serie di relazioni probabilistiche. Gli elementi presi in considerazione devono essere misurabili e le relazioni tra di loro esistenti rappresentabili con un sistema di equazioni e/o disuguaglianze. La costruzione dei modelli avviene simulando nella maniera migliore le realtà nelle quali l’operatore amministrativo è chiamato ad agire. Questo sistema di analisi fornisce un criterio scientifico per valutare o indirizzare le decisioni operative nell’ambito di una direzione amministrativa.

  • RICEVITORIA PROVINCIALE

    Era la struttura preposta a riscuotere dagli esattori delle imposte dirette della circoscrizione provinciale le somme da essi dovute allo Stato, alla Regione, alla Provincia e agli altri Enti impositori per tributi o contributi. Svolgeva, quindi, nei confronti degli esattori comunali o consorziali la stessa funzione che questi avevano nei confronti dei contribuenti. In pratica l’erarioe gli enti impositori, anziché servirsi di tanti canali d’introito (con l’esigenza dei relativi controlli) per quanti erano gli esattori esistenti nella provincia, avevano un solo interlocutore nel ricevitore provinciale, il quale rispondeva dell’intero ammontare dei ruoli affidati in riscossione agli esattori. Per tale ragione il ricevitore provinciale (e non l’esattore) era considerato contabile dallo Stato e per questa suafunzione tenuto alla resa del conto giudiziale. Inoltre, il ricevitore, su richiesta dell’Amministrazione provinciale, era obbligato per legge a disimpegnare il servizio di tesoreria nei confronti dell’ente predetto. Da ciò scaturiva, oltre che per altre motivazioni inerenti alle necessarie disponibilità finanziarie, che solamente banche potessero svolgere il servizio di ricevitoria provinciale. Dal 1°.1.1990, per effetto dell’abolizione del sistema di riscossione tramite gli esattori comunali o consorziali (d.p.r. 28.1.1988 n. 43), è cessata anche la funzione del ricevitore provinciale, non più necessaria sia a causa di modifiche normative che per il motivo che il servizio di riscossione dei tributi è svolto da un solo concessionario (o al massimo due) per ogni provincia. Il servizio di tesoreria per l’Amministrazione provinciale, che era abbinato a quello di ricevitoria, continua invece ad essere gestito da banche seppure in base a un diverso rapporto con l’ente.

  • RICEVUTA

    Documento che contiene una dichiarazione scritta e firmata, rilasciata da chi riceve una somma di denaro o una cosa a chi gliela ha consegnata. Il titolo della consegna può essere il più vario: prestito, versamento o, in genere, pagamento di una somma di denaro, pegno, deposito di un oggetto. Esistono diversi tipi di ricevuta: ricevuta bancaria; ricevuta di bordo; ricevuta di cassa, che è una dichiarazione firmata, rilasciata dal cassiere a chi ha versato una somma di denaro;ricevuta di deposito; ricevuta di ritorno, che è il documento allegato a una missiva, contenente i nomi del mittente, del destinatario e la firma di quest’ultimo, che viene restituita al mittente ed ha valore probatorio dell’avvenuta ricezione della missiva.

  • RICEVUTA BANCARIA

    Ricevuta bancaria in senso proprio è il documento mediante il quale le banche attestano il versamento di assegni, denaro liquido e altro. Tuttavia il termine assume un diverso significato se riferito all’attività di intermediazione che le banche svolgono nella riscossione dei crediti dei propri clienti (v. presentazione all’incasso). In questo caso, infatti, quando si parla di ricevuta bancaria si fa riferimento a un modulo contenente la dichiarazione rilasciata dal creditore di aver ricevuto dal debitore una somma di denaro. La ricevuta verrà consegnata dalla banca al debitore a quietanza dell’avvenuto pagamento. Tale sistema di pagamento ha incontrato da alcuni anni crescente favore presso gli operatori commerciali, i quali tendono a sostituirlo all’utilizzo di cambiali. Il fenomeno trova in parte la sua spiegazione nel fatto che il debitore preferisce questo sistema di pagamento dal momento che, in caso di inadempimento, non si producono gli effetti del mancato pagamento di una cambiale. Lo strumento in esame, inoltre, si presenta particolarmente conveniente dal punto di vista fiscale. Le ricevute, infatti, sono attualmente assoggettate alla sola tassa fissa relativa a quietanze, fatture e simili. Nonostante i vantaggi collegati all’utilizzo della ricevuta bancaria, numerose aziende la usano poco, preferendo sostanzialmente avvalersi dello strumento cambiario. In effetti la ricevuta bancaria, considerata dal punto di vista del creditore, presenta, rispetto alla cambiale, gli inconvenienti dati dal fatto di non poter circolare mediante girata e di non essere titolo esecutivo. Non potendosi procedere allo sconto, gli istituti di creditonormalmente accordano l’accreditamento immediato delle ricevute nel conto corrente del creditore, salvo buon fine (v. sconto fatture). Al fine di garantire al creditore la conoscenza dell’avvenuto pagamento entro tempi brevi, si è andata sempre più affermando nella pratica la procedura che prende il nome di RIBA, Questo sistema, sfruttando le opportunità offerte dall’automazione dei servizi e dalle strutture interbancarie, prevede la sostituzione dei moduli cartacei con informazioni elaborate elettronicamente. Per quanto riguarda la natura delle ricevute bancarie, va escluso che si tratti sia di titoli di credito atipici, sia di documenti di legittimazione o titoli impropri di cui all’art. 2002 c.c. Esse, infatti, da un lato non sono destinate alla circolazione, dall’altro non esplicano alcuna funzione di legittimazione all’esercizio del diritto, né tanto meno la loro consegna alla banca da parte del creditore attua un trasferimento del diritto indicato nel documento. La ricevuta, dunque, non è altro che un documento probatorio dell’avvenuto pagamento, con il correlativo valore di confessione stragiudiziale.

  • RICEVUTA BANCARIA (RIBA)

    Acr. di: Ricevuta Bancaria (la sigla è anche scritta RiBa).

    1. Ordine di incasso disposto dal creditore alla sua banca (banca assuntrice) e trasmessa da questa a una banca domiciliataria sulla Rete Nazionale Interbancaria (RNI). La banca domiciliataria invia un avviso di pagamento al debitore. In base alle procedure scambiate la procedura determina i saldi a debito o a credito delle diverse banche che vengono regolati attraverso il sottosistema Dettaglio. La RIBA è una ricevuta bancaria elettronica che elimina la circolazione cartacea dei documenti.

    2. Procedura per il trattamento automatizzato delle ricevute bancarie, introdotta dal sistema bancario in Italia nel febbraio 1985. Prevede l’incasso dei crediti commerciali sotto forma di ricevuta bancaria elettronica.

  • RICEVUTA BANCARIA ELETTRONICA

    Ricevuta bancaria incassata automaticamente. L’incasso può avvenire principalmente secondo due distinte modalità. La prima consiste nella trasmissione elettronica dei dati della ricevuta bancaria alla banca mandataria all’incasso senza la consegna materiale del documento; il messaggio elettronico contenente i dati essenziali è ricevuto dalla banca, che procede poi al regolamento della ricevuta da consegnarsi al debitore all’atto del pagamento. La seconda modalità consiste, invece, nel presentare alla banca una versione della ricevuta che sia leggibile elettronicamente e nell’invio di un messaggio riassuntivo da trasferire alla banca incaricata di procedere all’incasso. La Banca, a questo punto, può scegliere fra le seguenti due opzioni: o riproduce la ricevuta per poi consegnarla al debitore, rispettando in tal modo gli adempimenti di bollo, oppure registra il solo ricevimento del pagamento in funzione solutoria. Entrambi tali metodi consentono di eliminare la materiale circolazione del documento nei rapporti intercorrenti tra cliente creditore e banca mandataria e tra questa e la banca destinataria, con conseguente incremento di efficienza e diminuzione dei costi del processo.

  • RICEVUTA DI BORDO

    Documento che il comandante della nave o l’ufficiale a ciò incaricato è tenuto a rilasciare al caricatore, entro 24 ore dall’imbarco, salvo il caso in cui rilasci immediatamente la polizza di carico. La ricevuta di bordo (master’s receipt o mate’s receipt a seconda dell’ufficiale che la rilascia) prova l’avvenuto carico della merce. Il caricatore, presentando tale ricevuta al vettore, ottiene il rilascio della polizza di carico, ovvero, nel caso in cui sia stata emessa la polizza “ricevuto per l’imbarco”, può richiedere che quest’ultima sia completata con l’indicazione dell’avvenuto imbarco, del nome della nave, del luogo e data di carico.

  • RICEVUTA DI DEPOSITO

    Documento rilasciato a fronte di merci depositate in un punto franco, in magazzini gestiti da enti pubblici o in magazzini generali, La ricevuta di deposito non è un titolo che possa circolare, trasmettendo, per effetto di girata (v. fede di deposito), i diritti nei confronti del depositario, o che possa comprovare la proprietà della merce. Infatti, se il depositante originario, intestatario della ricevuta di deposito, vende una parte della merce, deve fare annotare sulla propria ricevuta lo scarico per il quantitativo venduto e deve fare rilasciare una nuova ricevuta equivalente a favore del compratore. Per norma, la merce non dovrebbe essere consegnata se non dietro ordine rilasciato dall’intestatario della ricevuta di deposito. Nel caso in cui l’intestatario intenda ottenere un’anticipazione bancaria dovrà curare che venga annullata la ricevuta a lui intestata e rilasciata una nuova a nome della banca. Il rischio per la banca appare connesso alla povertà di contenuto giuridico della ricevuta di deposito; ciò conferma gli aspetti di credito personale rivestiti dalle operazioni di anticipazione sulle ricevute di deposito.

  • RICHIAMO DI EFFETTI

    Ordine di un cliente ad una banca di restituzione di un effetto precedentemente affidatole per l’incasso. Se l’effetto richiamato è pagabile sulla piazza ove opera la banca, quest’ultima può immediatamente restituirlo all’interessato, allegando il conto di ritorno con l’addebito delle spese postali e della commissione (v. commissioni per operazioni di banca). Quando l’effetto è pagabile fuori piazza ed è stato, quindi, inviato dalla banca ad una propria filiale o a un proprio corrispondente, occorre trasmettere immediatamente all’uno o all’altro ordine di richiamo, allo scopo di evitare le responsabilità derivanti dall’eventuale erronea levata del protesto degli effetti “con spese” e attendere l’arrivo del titolo per restituirlo al cliente. Il richiamo può riguardare anche effetti scontati, che in tal caso vanno addebitati.

  • RICICLAGGIO

    Serie di condotte, tra le quali figurano la conversione, il trasferimento, la dissimulazione o la contraffazione dell’origine o della destinazione di beni proventi di attività illecite. Il riciclaggio di denaro "sporco" è un fenomeno strettamente legato all’integrazione dei mercati finanziari ed ha una natura internazionale, in quanto l’occultamento della provenienza dei capitali illegali è agevolato dallo sfruttamento di giurisdizioni caratterizzate da una debolezza normativa. Pertanto si è resa necessaria la definizione di un efficace modello di compliance mediante la creazione di una rete globale antiriciclaggio. I principali standard sono stati definiti dal GAFI (Gruppo d’Azione Finanziaria Internazionale), l’organo intergovernativo nato nel 1989 con lo scopo di monitorare la diffusione dell'azione di contrasto al fenomeno criminoso, a livello internazionale. Esso comprende 34 paesi membri e la Commissione Europea e si avvale della consulenza di importanti organismi coinvolti nella lotta al riciclaggio. Nel corso degli anni gli standard del GAFI cui gli stati devono attenersi sono stati più volte rivisitati per ampliare la gamma di reati cd. presupposti tra cui, a seguito degli attentati dell’11 settembre 2001, è stato annoverato anche il finanziamento del terrorismo. La normativa antiriciclaggio contiene il complesso di misure adottate a livello nazionale e internazionale per criminalizzare le azioni volte a sfruttare il sistema finanziario a scopo di riciclaggio. 
    Redattori: Redazione, Bianca GIANNINI
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  • RICICLAGGIO, DISPOSIZIONI PENALI

    L’art. 648 bis c.p. (così come riformulato dall’art. 4 l. 1993/328) punisce con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da due a trenta milioni di lire chiunque, fuori dai casi di concorso nel reato presupposto (cioè fuori dai casi in cui si concorra ex. art. 110 nel “delitto non colposo” dal quale provengono i beni e le altre utilità oggetto del riciclaggio) sostituisca o trasferisca denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo (è l’attività diretta a eliminare il legame tra il denaro, i beni o le altre utilità provenienti da delitto non colposo e il reato presupposto), ovvero compia in relazione a essi altre operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa (formula residuale che richiede una concreta idoneità del fatto nel frapporsi all’accertamento della provenienza illecita). L’interesse tutelato è duplice: da un lato l’amministrazione della giustizia e l’interesse patrimoniale della vittima del reato presupposto (confermato dalla collocazione sistematica nella classe dei “delitti contro il patrimonio”) e, dall’altro, il corretto funzionamento del sistema economico ivi inclusi i meccanismi della libera concorrenza. Con l’istituzione del delitto di riciclaggio, il legislatore italiano ha ritenuto che, al di là e oltre l’interesse patrimoniale, l’investimento di denaro di origine criminosa in attività economiche e finanziarie lecite abbia conseguenze devastanti per l’ordine economico e in particolare per l’andamento dei prezzi, il regime della concorrenza, l’esercizio del credito, le operazioni di borsa, gli strumenti finanziari, l’esercizio del credito e la formazione del risparmio. Il reato è consumato anche se l’autore del reato presupposto non sia imputabile o non sia punibile o nell’ipotesi in cui manchi una condizione di procedibilità (art. 648 bis quarto comma c.p.). L’art. 648 bis c.p. prevede, al secondo comma, una circostanza aggravante quando il fatto è commessonell’esercizio di un’attività professionale e, al terzo comma, una circostanza attenuante che si verifica quando il denaro, i beni o le altre utilità derivano da un delitto per il quale è stabilita la pena della reclusione inferiore nel massimo a cinque anni. La lotta al riciclaggio ha indotto il legislatore a prevedere la fattispecie di cui all’art. 648 ter c.p. (“impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita”), con la quale vengono punite, fuori dei casi degli artt. 648 e 648 bis c.p., le condotte consistenti nell’utilizzo, successivamente alla sostituzione e al trasferimento, dei proventi illeciti in attività economiche: il campo di applicazione della fattispecie è incerto dal momento che le condotte di impiego si risolvono in un ostacolo alla identifi cazione della provenienza del denaro e, in forza del rinvio all’art. 648 bis c.p, implicano, di per sé, la configurabilità del delitto di riciclaggio.

  • RICOGNIZIONE DI DEBITO

    Dichiarazione fatta da un soggetto che riconosce un proprio debito. Il creditore, in tal caso, può rivolgersi al giudice per ottenere l’adempimento, senza essere soggetto all’onere di provare (v. prova) l’atto o il fatto costitutivo del debito, ossia l’atto o il fatto che hanno dato luogo al rapporto fondamentale. Colui che ha riconosciuto il debito, tuttavia, può essere assolto dalla domanda provando a sua volta l’inesistenza del rapporto fondamentale. L’istituto della ricognizione di debito, previsto dall’art. 1988 c.c., in definitiva dà luogo ad una inversione dell’onere della prova: non è il creditore che agisce in giudizio a dover provare, come di regola, l’esistenza del suo credito, ma è il debitore chiamato in giudizio, a doverne provare l’inesistenza.

  • RICORSO ABUSIVO AL CREDITO

    Previsto dall’art. 218 r.d. 16.3.1942 n. 267 (legge fallimentare), punisce l’imprenditore esercente un’attività commerciale che ricorre o continua a ricorrere al credito, dissimulando il proprio dissesto. La pena è della reclusione fino a due anni. La condanna comporta l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità a esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a tre anni. Se l’imprenditore ha commesso più volte il fatto, la pena è aumentata. Se invece i molteplici fatti integrano di volta in volta fattispecie diverse fra quelle individuate agli artt. 216, 217, 218 l. fall., si ha concorso di reati, e si applica il cumulo delle pene. La norma viene in considerazione “salvo che il fatto costituisca un reato più grave”. Il legislatore ha voluto così tutelare i soggetti che potrebbero contrattare con un’azienda in crisi economica. Una parte della dottrina ritiene che il presupposto per l’applicazione di questa disposizione sia il fallimento dell’imprenditore. Ma la lettera della norma si limita a esigere una condizione di dissesto: proprio da questo, del resto, dipende la differenza fra tale ipotesi e la bancarotta semplice. La condotta consiste nella dissimulazione del dissesto e può concretizzarsi, secondo la giurisprudenza, anche nella semplice reticenza. Se tuttavia la dissimulazione è accompagnata da artifici e raggiri, ricorre il più grave reato di truffa.

  • RID

    Acr. di: Rapporti Interbancari Diretti. Ordine di incasso di crediti che richiede una autorizzazione preventiva del debitore ad addebitare sul suo conto. L’esecuzione dell’ordine prevede la trasmissione mediante un’apposita procedura interbancaria sulla Rete nazionale interbancaria (RNI) dei dati relativi agli incassi da eseguire dalla banca del creditore (banca assuntrice) a quella del debitore (banca domiciliataria). I saldi a debito o a credito delle singole banche per il regolamento sono determinate mediante il sottosistema di compensazione dettaglio.

  • RIDUZIONE DEL CAPITALE SOCIALE

    . Diminuzione dell’apporto dei soci di un’impresa costituita in veste societaria. La riduzione può essere effettuata mediante la restituzione parziale del capitale conferito o l’esonero dal conferimento di parte del capitale ancora da conferire e può anche avvenire riducendo il capite in proporzione alle perdite subite. La riduzione del patrimonio diminuisce le garanzie dei creditori della società e perciò può essere fatta solo seguendo determinate disposizioni di legge. I creditori, quando il capitale sociale è ridotto attraverso la restituzione o l’esonero dagli ulteriori conferimenti, possono proporre opposizione.La riduzione deve rispettare i limiti legali minimi di capitale previsti dalla legge per i vari tipi di società e, nella società per azioni, deve mantenere un capitale che, oltre a essere superiore al minimo legasi, sia in grado di coprire le obbligazioni messe, ancora da adempiere. Il capitale sociale si può ridurre anche per recesso di uno dei soci. La riduzione per perdite deve essere obbligatoriamente effettuata quando esse ammontino ad oltre un terzo del capitale sociale. Se l’assemblea dei soci non delibera in tal senso, l’amministratore può far disporre la riduzione dal tribunale. Se il capitale sociale, per le perdite subite nella gestione della società, si riduce sotto il minimo legale, gli amministratori devono chiedere all’assemblea dei soci di sottoscrivere nuovo capitale per conservare in vita la società, oppure devono proporre la trasformazione o la messa in liquidazione della stessa. Quando il capitale sociale da ridurre è quello di una banca, questa, oltre che alle disposizioni del codice civile, deve attenersi alle istruzioni della Banca d’Italia e alle deliberazioni del CICR.

  • RIENTRARE

    Riassunzione della veste abbandonata di compratore o venditore da parte di un operatore di borsa. Nella prassi bancaria, si chiede di rientrare al beneficiario di una facilitazione creditizia, di solito uno scoperto di conto corrente, quando il riesame della capacità di indebitamento dell’affidato consiglia la chiusura o il ridimensionamento del rapporto.

  • Riequilibrio e rilancio: la crisi italiana diagnosi e terapia, di G.M. Pignataro

    Giuseppe M. Pignataro è responsabile del settore pubblico nella direzione generale di un grande gruppo bancario internazionale; Pignataro si domanda se il fardello del debito pubblico italiano è un problema risolvibile, chi può porre rimedio e con che modi e in che tempi è plausibile tale intervento.

    Riequilibrio e rilancio: la crisi italiana diagnosi e terapia, di G.M. Pignataro, ed. Gruppo 24 Ore, 2011.

  • RIFATTURAZIONE

    con la quale la società, o il centro incaricato della gestione del rischio di cambio all’interno di un gruppo multinazionale, si assume le posizioni in valuta delle diverse unità locali, rifatturando a ciascuna di esse in moneta locale.

  • RIFINANZIAMENTO DELLE BANCHE

    Insieme delle operazioni che intercorrono tra le banche e la banca centrale, tramite le quali le prime ottengono la possibilità di finanziare i propri scompensi di tesoreria. Benché le singole banche dispongano di molteplici fonti di ri-finanziamento (quali il mercato interbancario, che in Italia gravita in massima parte sul MID e, in generale, il mercato monetario; per operazioni speciali del credito artigiano le banche si rifinanziano presso l’Artigiancassa; altra fonte di rifinanziamento per gli istituti regionali di mediocredito era in passato Mediocredito centrale), il sistema bancario complessivamente considerato può ottenere una simile erogazione unicamente dalla banca centrale. Nell’adempimento di tale funzione la banca centrale è detto operare quale lender of last resort (prestatore di ultima istanza). Il rifinanziamento, oltre a garantire la solvibilità del sistema finanziario in circostanze eccezionali di estrema instabilità, rappresenta un importante canale attraverso il quale ordinariamente è esercitato il controllo della base monetaria. Le forme tecniche tradizionali nel nostro Paese erano il risconto e l’anticipazione (a scadenza fissa o in conto corrente) per ciascuna delle quali si applicava un tasso diverso: il tasso ufficiale di sconto e il tasso ufficiale sulle anticipazioni (questo secondo più alto in genere di mezzo punto del primo). Entrambi erano concessi a discrezione della Banca d’Italia. Il risconto riguardava effetti con almeno due firme riconosciute solvibili e vita residua non superiore ai quattro mesi. Le anticipazioni dovevano essere garantite da titoli stanziabili (titoli dello Stato o da esso garantiti, obbligazioni fondiarie ecc.), previa deduzione di uno scarto sul valore corrente. Tali operazioni erano, di norma, in conto corrente (secondo il meccanismo dell’anticipazione bancaria) ed erano concesse per una durata massima di 4 mesi salvo rinnovo. Per quelle a scadenza fissa l’utilizzo avveniva in un’unica soluzione e il rimborso a scadenza determinata (8, 15, 22 giorni). Una forma particolare di anticipazione della banca centrale è l’intervento, a durata brevissima (di solito giornaliera), nei sistemi di pagamento a copertura di un eventuale sbilancio nella posizione di una banca alla chiusura dei saldi giornalieri o per alimentare, sotto certe condizioni, i conti accentrati delle banche sui quali transitano le operazioni nei sistemi di regolamento lordo in tempo reale. Dal 1°.1.1999 gli interventi di rifinanziamento della Banca d’Italia sono compiuti secondo le procedure e le forme coordinate dal SEBC e dalla BCE. (v. politica monetaria).

  • RIFINANZIAMENTO DI CREDITO DOCUMENTARIO

    Operazione creditizia da parte di una banca estera verso una banca italiana a fronte di un credito documentario concesso da quest’ultima a un proprio cliente, importatore. La banca italiana invia alla banca estera una tratta in bianco che la banca estera riempie e accetta quando ritira i documenti dall’esportatore. La banca estera corrispondente negozia il titolo e accredita, al netto del suo corrispettivo, alla banca italiana l’importo dell’effetto e quest’ultima si trova ad essere debitrice dell’importo della tratta versa la banca estera e creditrice dello stesso importo verso il suo cliente importatore. Alla scadenza della tratta, l’importatore sarà tenuto a pagare il suo debito alla banca italiana, coprendo così l’esposizione nei confronti della corrispondente estera. Durante la decorrenza del termine di presentazione della tratta il rischio del cambio è coperto con un contratto a termine. L’ammontare della tratta deve essere riferito, specificamente, all’importazione per la quale è stata spiccata.

  • RIFIUTO DI ATTI D'UFFICIO

    Reato previsto dall’art. 328 c.p., e sostituito dall’art. 16 della l. 26.4.1990 n. 46 che ne ha anche modifi cato la rubrica (prima l’articolo era denominato “omissione di atti di ufficio”). La nuova formulazione legislativa prevede due distinte fattispecie di reato, rispettivamente previste al 1° e 2° comma. La prima condotta incriminatrice consiste nell’indebito rifiuto da parte del pubblico ufficiale e incaricato di un pubblico servizio di compiere un atto del suo ufficio, che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o, ancora, di igiene e sanità, debba essere compiuto senza ritardo. La pena prevista è quella della reclusione da sei mesi a due anni. La seconda condotta incriminatrice configura una ipotesi omissiva. Infatti, fuori dai casi previsti dal 1° comma, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a due milioni di lire, il pubblico ufficiale o l’incaricata di un pubblico servizioche, entro trenta giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse, non compia l’atto del suo ufficio e non risponda per esporre le ragioni del ritardo. Il termine di trenta giorni decorre dallaricezione della richiesta, che deve essere redatta in forma scritta.

  • RIFIUTO DI DOCUMENTI

    Mancata accettazione da parte della banca, in caso di credito documentario, dei documenti presentati dal cliente, che non siano quelli rigidamente richiesti. Per essi infatti vige il principio della infungibilità, che elimina ogni facoltà discrezionale da parte della banca. Quest’ultima, pertanto, deve accertare l’esistenza di tutti i documenti inerenti al credito in base alle istruzioni impartite dall’ordinante, le quali devono perciò indicare con precisione i documenti necessari al pagamento, all’accettazione o alla negoziazione.

  • RIFIUTO DI MONETA

    Illecito amministrativo, già contravvenzione prevista già dall’art. 693 c.p. e depenalizzato dall’art. 33, lett. 1), della l. 24.11.1981 n. 689. È punito con la sanzione amministrativa fino a lire 60.000 chiunque rifiuti di ricevere, per il loro valore, monete aventi corso legale nello Stato. Il legislatore fa rientrare nella fattispecie sia il comportamento di chi non accetta sia quello di chi accetta per un valore inferiore a quello reale, moneta avente corso legale, requisito questo la cui conoscenza è presunta in colui che opponga il rifiuto. Alle monete sono parificate le carte di pubblico credito emesse dallo Stato o da istituti a ciò autorizzati. Ai sensi dell’art. 1 del d.p.r. 1982/571 il destinatario del rapporto è il Prefetto.

  • RIFIUTO DI PAGAMENTO

    Atto con cui ildebitore si sottrae all’adempimento di un’obbligazione pecuniaria. Se l’atto è fatto per iscritto, non è necessaria l’intimazione o la richiesta del creditore per la costituzione in mora del debitore e quest’ultimo è tenuto al risarcimento del danno se non prova che l’inadempimento deriva da causa a lui non imputabile. Nei titoli di credito il rifiuto di pagamento si accerta mediante il protesto.

  • RIFORMA DELLE BANCHE POPOLARI E DI CREDITO COOPERATIVO

    Il MEF sintetizza le principali evoluzioni normative sulla riforma delle banche popolari e di credito cooperativo (in questa pagina).

    "Per affrontare i problemi legati alla governance e alla struttura del Sistema bancario, il Governo italiano è intervenuto con una serie organica di misure tra cui la riforma delle Banca Popolare e la riforma delle Banca di Credito Cooperativo.

    La riforma delle banche popolari apre ad una modernizzazione del sistema finanziario italiano e lo fa modificando in più punti il Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, decreto legislativo 1 settembre 1993, n. 385 (TUB). La riforma, accolta favorevolmente della Banca Centrale Europea - BCE (Enciclopedia) coinvolge la forma giuridica e la governance degli istituti e introduce limiti dimensionali per l'adozione della forma di banca popolare, con l'obbligo di trasformazione in società per azioni delle banche popolari con attivo superiore a 8 miliardi di euro; prevede la disciplina delle vicende straordinarie societarie (trasformazioni e fusioni) con lo scopo di introdurre una disciplina uniforme per tutte le banche popolari, sottraendo agli statuti la determinazione delle maggioranze previste per tali vicende societarie; l'introduzione della possibilità di emettere strumenti finanziari con specifici diritti patrimoniali e di voto; l'allentamento dei vincoli sulla nomina degli organi di governo societario, con l'attribuzione di maggiori poteri agli organi assembleari; l'introduzione di limiti al voto capitario, consentendo agli atti costitutivi di attribuire ai soci persone giuridiche più di un voto. Lo stesso decreto legge prevede importanti novità anche per le banche popolari più piccole, al fine di incentivare la partecipazione degli azionisti e rendere più attrattive tali banche per gli investitori istituzionali.

    La riforma delle Banche di Credito Cooperativo fa parte del pacchetto di misure introdotte dal D.L. 14 febbraio 2016 n. 18, "Misure urgenti concernenti la riforma delle banche di credito cooperativo, la garanzia sulla cartolarizzazione delle sofferenze, il regime fiscale relativo alle procedure di crisi e la gestione collettiva del risparmio".

    La riforma delle Banche di Credito Cooperativo (BCC) consente di ridurre la frammentazione del settore e di superare le debolezze strutturali derivanti dal modello di attività - particolarmente esposto all’andamento dell’economia del territorio di riferimento - dagli assetti organizzativi e dalla dimensione ridotta delle singole banche. Le linee di indirizzo della riforma del credito cooperativo possono essere così sintetizzate:

    a. conferma del ruolo delle BCC come banche cooperative delle comunità e dei territori;
    b. migliore qualità della governance e semplificazione dell’organizzazione interna;
    c. una più efficiente allocazione delle risorse all’interno del sistema;
    d. il tempestivo reperimento di capitale in caso di tensioni patrimoniali, anche attraverso l’accesso di capitali esterni al mondo cooperativo;
    e. l’unità del sistema per accrescere la competitività e la stabilità nel medio-lungo periodo.

    Nel maggio 2018 la Corte Costituzionale ha respinto l'istanza di incostituzionalità della riforma.

    Assonebb 2018

  • RIFORMA DELLE PENSIONI MONTI-FORNERO (ENCICLOPEDIA)

    Abstract

    La riforma delle pensioni Monti-Fornero, introdotta dall’art. 24 del decreto legge 6 dicembre 2011, costituisce il più recente intervento di grande portata in materia pensionistica in Italia. Dopo un’introduzione generale che enuncia i principali obiettivi della riforma, si descrivono i nuovi requisiti richiesti per accedere alla pensione di vecchiaia prestando particolare attenzione alle modifiche introdotte per adeguare l’età pensionabile alle prospettive di vita della popolazione e all’abolizione del meccanismo delle finestre mobili. In seguito, vengono analizzate le caratteristiche della nuova pensione anticipata e gli effetti dovuti all’eliminazione della pensione di anzianità. Argomenti trattati sono anche le principali deroghe alla riforma, il contributo di solidarietà, le nuove aliquote contributive e la creazione del Super-Inps.

    L’articolo 24 del decreto legge 6 dicembre 2011 n.201, convertito, con modificazioni dalla Legge 22 dicembre 2011, n.214, ha come oggetto esclusivo la riforma delle pensioni ideata dall’allora Ministro del Welfare, Elsa Fornero.

    I provvedimenti perseguono tre obiettivi, enunciati dal comma 1 dell’art. 24 del Decreto:

    -Equità e convergenza intragenerazionale e intergenerazionale, con abbattimento dei privilegi e clausole derogative soltanto per le categorie più deboli;

    -Flessibilità nell’accesso ai trattamenti pensionistici anche attraverso incentivi alla prosecuzione della vita lavorativa;

    -Adeguamento dei requisiti di accesso alle variazioni della speranza di vita; semplificazione, armonizzazione ed economicità dei profili di funzionamento delle diverse gestioni previdenziali.

    La prima grande innovazione è l’estensione, su scala generale, del calcolo contributivo; secondo tale sistema più contributi si versano maggiore sarà la pensione corrisposta, indipendentemente dalla retribuzione percepita durante la vita lavorativa.

    L’estensione del metodo di calcolo contributivo a tutti i lavoratori ha effetto anche su coloro che, al 31 dicembre 1995 (data discriminante per l’entrata in vigore della Riforma Dini) avevano maturato almeno diciotto anni di contribuzione e che erano stati esclusi dall’applicazione del nuovo sistema, ottenendo così il vantaggio di una prestazione pensionistica calcolata col solo metodo retributivo. A partire dal 1 gennaio 2012, invece, la loro pensione sarà calcolata col sistema pro-rata, che prevede l’applicazione del sistema retributivo per le anzianità maturate sino al 31 dicembre 2011 e di quello contributivo per le anzianità successive a tale data.

    La Riforma non apporta cambiamenti nel sistema di calcolo per chi è entrato nel mondo del lavoro dopo il 31 dicembre 1995 perché trovava già piena applicazione il sistema contributivo; anche per chi in tale data poteva vantare meno di diciotto anni di contributi il Decreto Legge n. 201/2011 non modifica il calcolo delle prestazioni che avviene utilizzando il sistema misto.

    La finalità di tale provvedimento è stata quella di equiparare il trattamento pensionistico per tutti i lavoratori per il raggiungimento dell’equità del sistema.

    La seconda decisione di grande portata introdotta dalla Riforma è quella di ridefinire le tipologie pensionistiche erogate dal sistema previdenziale italiano, sia nel sistema contributivo sia nel misto; la pensione di anzianità cede il passo alla pensione “anticipata”, resta, invece, in vigore la pensione di vecchiaia.

    Altro elemento di innovazione è quello di incentivare la prosecuzione dell’attività lavorativa sino ai 70 anni d’età, introducendo nuovi coefficienti di trasformazione per il calcolo contributivo, che permetteranno al lavoratore che decida di continuare la sua attività lavorativa nonostante i 40 anni di contribuzione, di ottenere un assegno pensionistico maggiore di quanto possibile in passato.

    1. La nuova pensione di vecchiaia

    1.1 La decorrenza dei trattamenti

    Con il D.L. 6 dicembre 2011, n. 201 sono stati modificati i requisiti necessari per ottenere la pensione di vecchiaia, cioè quella che si ottiene al raggiungimento di una certa età anagrafica, avendo almeno vent’anni di contributi1 .

    Il comma 6 dell’Articolo 24 definisce i nuovi requisiti per quattro diverse categorie di lavoratori.

    La prima categoria è quella dei lavoratori e delle lavoratrici dipendenti del settore pubblico, per cui, a partire dal 1 gennaio 2012, si richiede di avere 66 anni d’età per ottenere la pensione di vecchiaia.

    Anche per i lavoratori autonomi l’età minima necessaria è quella di 66 anni. Per tali categorie l’effetto sostanziale della riforma è invariato rispetto a quanto precedentemente richiesto, cioè il compimento di 65 anni d’età, ma applicando il meccanismo della “finestra”, bisognava comunque attendere un altro anno per poter andare in pensione (18 mesi per i lavoratori autonomi).

    Il vero cambiamento interessa, però, le lavoratrici del settore privato e autonome: per le prime saranno richiesti, per ottenere la pensione di vecchiaia, 62 anni dal 1 gennaio 2012, 62 anni e 3 mesi nel 2013, che si trasformeranno in 63 anni e 9 mesi a partire dal 1 gennaio 2014, 65 anni e 7 mesi nel 2016 fino a arrivare a 66 anni e 3 mesi nel 2018 per adeguamento alle speranze di vita.

    Per le lavoratrici autonome si richiedono, invece, 63 anni e 6 mesi nel 2012, 63 anni e 9 mesi dal 1 gennaio 2013, 64 anni e 9 mesi nel 2014, 65 anni e 9 mesi nel 2016 per giungere a 66 anni nel 2018.

    Per tali categorie la differenza tra il 2011 e il 2012 è, di fatto, di un anno, poiché nel 2011 le lavoratrici dipendenti del settore privato potevano andare in pensione al compimento dei 60 anni d’età a cui andavano sommati i dodici mesi previsti dalla finestra d’uscita, che diventavano diciotto per le lavoratrici autonome.

    Lo scopo di tale manovra, è quello di far sì che, a partire dal 2018, per tali categorie valgano uguali regole di accesso alla pensione, raggiunte attraverso percorsi intermedi diversi per ciascuna di loro.

    Bisogna anche tenere in considerazione che, prescindendo dai requisiti richiesti per accedere alla pensione di vecchiaia, sono necessari almeno vent’anni di contributi versati, altrimenti si potrà andare in pensione solo compiuti i settant’anni anagrafici, con almeno cinque anni di contribuzione.

    Il comma 15-bis dell’Art. 24 introduce una deroga per le lavoratrici dipendenti del settore privato permettendo alle stesse di ottenere la pensione di vecchiaia al compimento dei 64 anni, se al 31 dicembre 2012 possono vantare 60 anni d’età anagrafica e vent’anni di contributi.

    Ai lavoratori del settore privato, che entro il 31 dicembre 2012, hanno maturato almeno trentacinque anni di contribuzione, è data la possibilità di uscire a 64 anni d’età.

    E’ inoltre previsto che, per coloro il cui trattamento pensionistico è calcolato esclusivamente col metodo di calcolo contributivo (cioè i lavoratori contribuenti a partire dal 1 gennaio 1996), la pensione dovrà necessariamente avere un importo non inferiore a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale rivalutato annualmente sulla base della variazione quinquennale del Prodotto Interno Lordo (PIL) nominale determinata dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat).

    1.2 Adeguamento dell’età pensionabile alle future prospettive di vita

    La Riforma Fornero, col comma 4 dell’Art.24, introduce un’altra novità: si permette, infatti, ai lavoratori che abbiano raggiunto i requisiti minimi per accedere alla pensione di vecchiaia, di poter prolungare la propria vita lavorativa sino ad un massimo di 70 anni d’età anagrafica.

    Più si deciderà di continuare a lavorare, maggiore sarà la pensione maturata grazie all’applicazione di particolari coefficienti di rendimento del capitale accumulato.

    Si potrà andare in pensione, grazie al pensionamento flessibile, in un’età compresa tra i sessantadue (66 anni per i dipendenti della pubblica amministrazione) e i settant’anni, tenendo conto degli incentivi e delle penalizzazioni che si hanno, rispettivamente, prolungando la propria vita lavorativa o decidendo di uscire prima dal mondo del lavoro.

    Bisogna tener conto, applicando tale disposizione, dell’adeguamento delle prestazioni delle pensioni alle speranze di vita, come introdotto dalla Riforma. Infatti, essendo la popolazione italiana sempre più longeva grazie al miglioramento delle speranze di vita, è necessario, per riequilibrare il sistema previdenziale, andare in pensione più tardi.

    Ciò è stato realizzato collegando i requisiti anagrafici per il pensionamento agli indici forniti dall’Istat sulla speranza di vita. L’adeguamento partirà dal 1 gennaio 2013, anticipandolo, poiché precedentemente previsto a partire dal 1 gennaio 2015, e si applicherà a tutte le prestazioni pensionistiche. I prossimi adeguamenti avranno luogo nel 2016 e nel 2019, poiché le speranze di vita vengono adeguate con scadenza triennale, che diventerà biennale a partire dal 2021.

    Con tale manovra si mantiene l’impegno, preso dal Governo italiano nei confronti della Commissione Europea, di raggiungere i 67 anni d’età pensionabile entro il 1 gennaio 2026. Quanto fissato dall’Art.24 permette, infatti, di anticipare il raggiungimento di tale soglia al 1 gennaio 2021, ed è inoltre prevista la possibilità che, nel caso in cui l’adeguamento alle speranze di vita non riesca a raggiungere i 67 anni entro la data fissata, potrà essere preso un provvedimento che innalzi l’età fino al valore prefissato.

    Per tutelare i lavoratori dal rischio di licenziamento, la riforma fa salve le disposizioni di tutela previste dall’Art. 18 della legge 29 maggio 1970 n. 300 che vengono estese sino al limite massimo di uscita dal mondo del lavoro.

    Di notevole importanza è quanto dettato dalla Circolare del Dipartimento della Funzione Pubblica n. 2 dell’8 marzo 2012, che non estende l’incentivazione a protrarre la vita lavorativa sino ai 70 anni ai dipendenti pubblici. Tale direttiva potrebbe dare luogo, per i dipendenti pubblici, a differenze di trattamento sia lavorativo che pensionistico.

    L’incentivo al proseguimento dell’attività lavorativa è valido solo per coloro che, al 31 dicembre 2011, non possono vantare alcuna contribuzione versata.

    Per coloro che, al 31 dicembre 2011, avevano già maturato i requisiti richiesti per accedere alla pensione, ovvero 65 o 61 anni d’età rispettivamente per uomini e donne o quarant’anni di anzianità contributiva o il raggiungimento per “quota”, non trovano applicazione i nuovi limiti d’età; dal 2012 in poi tali soggetti dovranno andare in pensione al raggiungimento dei 65 anni, salvo l’anno di applicazione delle “finestre” o il biennio di trattenimento, ove possibile2.

    1.3 Abolizione delle finestre mobili

    Il comma 5 dell’articolo 24 elimina le cosiddette “finestre mobili” introdotte dal decreto legge 31 maggio 2010, n. 78. Con la nuova riforma, infatti, chiunque vada in pensione a partire dal 1 gennaio 2012, si vedrà erogato l’assegno pensionistico già dal mese successivo alla maturazione dei requisiti.

    Non sarà più necessario per i lavoratori attendere dodici mesi (diciotto per i lavoratori autonomi) come previsto dalla riforma precedente; con il meccanismo delle “finestre” si era ottenuto nel 2011, secondo il riscontro offerto dai dati dell’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale (INPS), una riduzione del pensionamento del 30% rispetto all’anno precedente. Tale sistema è stato abolito perché non coerente con quello introdotto dalla nuova riforma.

    Altro sistema abrogato dall’Art. 24 è quello delle quote, secondo cui si aveva diritto al trattamento pensionistico raggiungendo una certa “quota”, cioè la somma di determinati requisiti sia di età che di anzianità. Chi, prima del 2012, sarebbe andato in pensione raggiungendo la quota 96, cioè con 35 anni di contribuzione e 61 anni d’età, adesso deve attendere il raggiungimento dei 66 anni d’età per potersi ritirare dalla vita lavorativa3.

    Le quote non vengono, però, completamente messe da parte; per i lavoratori che svolgono attività usuranti, infatti, si continuerà ad utilizzare tale sistema indicizzato alle speranze di vita.

    Dal 2012 tali lavoratori, vanno in pensione raggiungendo la quota 96 con almeno 60 anni d’età anagrafica; dal 1 gennaio 2013 la quota minima passa a 97 con 61 anni d’età. Dal 2013 parte anche l’adeguamento alla speranza di vita che modifica la quota in 97 e 3 mesi con 61 anni e 3 mesi d’età anagrafica. Una volta maturati tali requisiti, i lavoratori usuranti dovranno aspettare altri dodici mesi prima di poter effettivamente vedere corrisposta la loro pensione.

    2. Pensione di anzianità

    La pensione di anzianità, nel nostro ordinamento, è quella pensione che si può ottenere esclusivamente facendo valere una certa contribuzione indipendentemente dall’età anagrafica raggiunta.

    Prima del 1 gennaio 2008 era possibile accedere alla pensione di anzianità maturando quarant’anni di contributi versati oppure, sulla base di requisiti sia anagrafici che contributivi, con 35 anni di contributi e 57 anni d’età.

    A partire da tale data è stato introdotto il cosiddetto “gradone” per la pensione di anzianità, relativo all’età richiesta assieme ai 35 anni di contributi versati, per attenuare la sperequazione del sistema previdenziale; l’età richiesta aumentava progressivamente sino al 2014, poi si sarebbe valutata la possibilità di ulteriori aggravi considerando la situazione politica e sociale contestuale.

    Sempre dal 1 gennaio 2008, per le donne, vi fu la sostanziale eliminazione della pensione di anzianità; per le lavoratrici inizialmente si poteva accedere alla pensione di anzianità con la stessa età richiesta per quella di vecchiaia, per diventare, a partire dal 2010, più elevata.

    Fino al 2015, in via sperimentale, le donne lavoratrici avrebbero potuto accedere alla pensione di anzianità con 35 anni di contributi e 57 anni d’età anagrafica, optando per l’adozione del sistema contributivo; tale scelta, però, avrebbe causato una decurtazione dell’assegno pensionistico4 considerevole, tant’è che sarebbe stato più conveniente usufruire della pensione di vecchiaia compiuti i 60 anni per evitare di ottenere una pensione decurtata a 57 anni.

    Con la Legge 24 dicembre 2007 n. 247 il “gradone” fu modificato prevedendo l’introduzione, a partire dal 1 gennaio 2009, del criterio delle quote; anche queste ultime furono pensate tenendo conto della sperequazione del sistema, per cui, dal 2013, si sarebbero potute modificare se ritenuto opportuno.

    I lavoratori che, al 20 luglio 2007, fossero stati autorizzati a proseguire volontariamente l’attività lavorativa, avrebbero avuto accesso alla pensione di anzianità con i requisiti precedentemente richiesti, ovvero 35 anni di contributi versati e 57 anni d’età anagrafica.

    Le pensioni d’anzianità sono da sempre state caratterizzate dalla decorrenza differita rispetto al momento di maturazione dei requisiti richiesti per ottenere le stesse. Con la legge n. 247/2007 e le successive modifiche apportate dal decreto legge 31 maggio 2010 n. 78 convertito dalla legge 30 luglio 2010 n. 122 e dal decreto legge 6 luglio 2011 n. 98 convertito dalla legge 15 luglio 2011 n. 111, la decorrenza dei trattamenti pensionistici sarebbe stata differita di almeno tre mesi rispetto alla data di acquisizione dei requisiti; il differimento a volte poteva ammontare anche ad un anno.

    Con la nuova riforma delle pensioni si è voluto apportare un profondo cambiamento a tale forma di prestazione pensionistica: si è deciso, infatti, di eliminare le pensioni di anzianità.

    Si è giunti a questa decisione considerando gli effetti gravosi che l’erogazione di tali prestazioni pensionistiche aveva sulle casse dello Stato; chi, avendo maturato i requisiti per la pensione di anzianità, andava in pensione a 57 anni, si vedeva corrispondere il trattamento pensionistico per un lungo arco della propria vita, tenendo conto della maggiore longevità della popolazione. In questo modo la pressione per le casse dello Stato sarebbe aumentata inesorabilmente aggravandone la situazione.

    A partire dal 1 gennaio 2012 entra in vigore, al posto della pensione di anzianità, la nuova pensione anticipata.

    3. Pensione anticipata

    La pensione anticipata, in vigore dal 1 gennaio 2012, è rivolta a tutti quei soggetti che, avendo una anzianità contributiva di 42 anni e un mese se uomini e 41 anni e un mese se donne, vogliano andare in pensione pur non avendo raggiunto i requisiti necessari per la pensione di vecchiaia.

    I requisiti aumentano nel 2013 e nel 2014 di un mese per ciascun anno, fermo restando che anche questi dovranno adeguarsi alle speranze di vita.

    Il comma 10 dell’Art. 24 prevede, inoltre, dei disincentivi per chi richieda la pensione anticipata prima di aver maturato i requisiti necessari per la pensione di vecchiaia; per chiunque acceda al pensionamento prima dei 62 anni d’età anagrafica, sarà applicata una riduzione dell’assegno pensionistico pari all’1% per ogni anno di anticipo entro un massimo di due anni; la percentuale di penalizzazione si eleva al 2% per gli anni ulteriori ai primi due. In caso di frazionamenti di anni, la riduzione è proporzionale al numero di mesi.

    Per i lavoratori che hanno optato per il calcolo col sistema contributivo (cioè attivi dal 1 gennaio 1996) per accedere alla pensione anticipata è necessario avere un’età non inferiore a 63 anni, vantare un’anzianità contributiva di almeno 20 anni ed è inoltre richiesto che la prima rata della pensione non sia inferiore a 2,8 volte l’importo dell’assegno sociale, annualmente rivalutato secondo la valutazione quinquennale del Prodotto Interno Lordo (PIL) determinato dall’ISTAT.

    Da notare è che, nella nuova pensione anticipata, si introducono differenze di genere, fra uomini e donne, relativamente ai requisiti di accesso; tale distinzione trova le sue origini nella considerazione della mole di lavoro che le donne devono affrontare al di fuori dell’ambito lavorativo, in campo familiare, ma tale distinguo potrebbe provocare richiami da parte dell’Unione Europea nel caso si venissero a creare situazioni di discriminazione.

    Le pensioni di anzianità si esauriranno definitivamente entro il 2018, termine del sistema retributivo; da tale termine in poi si utilizzerà esclusivamente il metodo di calcolo contributivo e si potrà andare in pensione solo avendo raggiunto l’età minima di 66 anni.

    4. Deroghe alla riforma Fornero

    Il comma 14 dell’articolo 24 del D.L. 201/2011 introduce deroghe all’applicazione del nuovo regime pensionistico precedentemente definito.

    In primis introduce due categorie di lavoratori per cui si applicano, senza limitazioni, le disposizioni precedenti. I primi sono coloro che, al 31 dicembre 2011, potevano già vantare i requisiti richiesti per accedere al trattamento pensionistico, sia di vecchiaia che di anzianità; a questi soggetti basta completare i termini previsti dalla finestra per ottenere la pensione.

    La seconda categoria derogata è quella delle lavoratrici che, al 31 dicembre 2012, abbiano almeno 60 anni d’età e 20 anni di contribuzione; a queste ultime è data l’opportunità di andare in pensione a 64 anni.

    Soggetti derogati sono anche le lavoratrici che hanno optato per il regime sperimentale indicato dall’articolo 1, comma 9, della legge 243/2004; cioè coloro che, avendo scelto come metodo di calcolo della pensione quello contributivo, entro il 31 dicembre 2015, possono vantare 35 anni di contribuzione e hanno compiuto 57 anni d’età possono ottenere la liquidazione dell’assegno pensionistico.

    Erroneamente si era pensato che destinatarie di quest’ultima deroga fossero le lavoratrici che potevano vantare, al 31 dicembre 1995, meno di 18 anni di contribuzione; in realtà soggetti derogati sono tutte le lavoratrici che hanno optato per il contributivo prescindendo dalla quota di contributi versata in suddetta data.

    Bisogna, invece, fare attenzione all’indicizzazione alle speranze di vita dei requisiti anagrafici che sarà necessario raggiungere nei prossimi tre anni, che aumenteranno a 57 anni e 3 mesi, con 35 anni di contribuzione.

    La scadenza ultima di tale deroga è stata il 30 dicembre 2014, termine entro cui bisognava perfezionare il diritto alla pensione.

    Altra categoria oggetto di deroga è quella dei lavoratori del settore privato che possono andare in pensione compiuti i 64 anni d’età, maturando, al 31 dicembre 2012, il diritto alla pensione col raggiungimento della quota 96 con un minimo di 35 anni di contributi.

    Sono poi previste dalla riforma Fornero altre deroghe applicabili ad alcune categorie di lavoratori esclusivamente sotto il vincolo rappresentato dalla disponibilità di predefinite risorse finanziarie, originariamente limitate a cinquanta mila unità. Rientrano in tale casistica:

    -Lavoratori collocati in mobilità in base ad accordi sindacali anteriori al 4 dicembre 2011, che maturano il diritto al pensionamento entro il periodo di fruizione dell’indennità di mobilità;

    -Lavoratori collocati in mobilità lunga secondo accordi collettivi stipulati entro il 4 dicembre 2011;

    -Lavoratori titolari, al 4 dicembre 2011, di prestazione straordinaria a carico dei fondi di solidarietà del settore e lavoratori, per cui, sia stato previsto, entro la suddetta data, il diritto di accesso agli stessi sulla base di accordi collettivi; questi ultimi sono a carico degli stessi fondi sino al compimento dei 59 anni d’età, anche se abbiano maturato, prima di tale data, i requisiti previsti dalla riforma per accedere al trattamento pensionistico;

    -Lavoratori che, prima del 4 dicembre 2011, siano stati autorizzati alla prosecuzione volontaria;

    -Lavoratori che, al 4 dicembre 2011, abbiano in corso l’esonero dal servizio.

    -Con il decreto legge 29 dicembre 2011 n. 216 convertito dalla legge 24 febbraio 2012 n. 14 è stata aggiunta un’ulteriore categoria titolare di deroga, cioè quella dei lavoratori che, al 31 ottobre 2011, erano in congedo per assistenza dei figli con disabilità gravi e che abbiano maturato, entro 24 mesi dall’inizio del congedo stesso, 40 anni di contributi versati indipendentemente da requisiti anagrafici.

    Come precedentemente accennato, tali deroghe sono applicabili nei limiti delle risorse ad esse destinate, con le modalità definite da decreto, e spetterà agli enti previdenziali determinare il numero massimo dei beneficiari considerando il tetto massimo di risorse disponibili che ammontano a 2540 milioni per il 2013, 630 milioni per l’anno 2014, 1.040 milioni per il 2015, 1.220 milioni per il 2016, 1.030 e 610 milioni rispettivamente per gli anni 2017 e 2018 e 300 milioni per il 2019.

    Agli enti previdenziali spetta il compito di valutare l’effettivo possesso dei requisiti necessari da parte dei beneficiari, con l’obbligo di non poter più accettare domande una volta raggiunti i limiti fissati dal tetto massimo di spesa.

    5. Contributo di solidarietà

    Il decreto legge 6 dicembre 2011 n. 201, convertito, con modificazioni, dalla Legge 214 del 2011, introduce innovazioni anche per quanto concerne il contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro, cioè quella forma di contribuzione di perequazione su trattamenti pensionistici che superano un certo ammontare.

    Infatti, gli assegni pensionistici che superano i novanta mila euro lordi anni sono soggetti al versamento di un contributo di solidarietà pari al 5% per l’ammontare compreso tra novanta e centocinquanta mila euro; al 10% di contribuzione per le somme comprese tra centocinquanta e duecento mila euro e al 15% per gli importi eccedenti i duecento mila euro.

    Tale forma contributiva si applica sino al 2014 ed prende come riferimento, per il calcolo del contributo di perequazione, la pensione complessiva lorda per l’anno di riferimento.

    Questo contributo è stato annullato con sentenza della Corte Costituzionale (n.116/2013) poichè viola i principi di uguaglianza e di capacità contributiva.

    6. Rivalutazione delle pensioni ed aliquote contributive

    Il meccanismo di perequazione automatica è quel sistema che permette l’adeguamento delle pensioni al tasso d’inflazione relativo all’anno precedente.

    Con il D.L. 201/2011 si era congelato, nel biennio 2012/2013, il meccanismo di perequazione automatica per gli assegni pensionistici superiori a due volte il minimo previsto dall’Inps.

    Dopo le proteste delle parti sociali con la conversione del suddetto Decreto Legge nella Legge 214/2011, la perequazione è stata estesa a tutti quei trattamenti pensionistici pari al triplo dell’assegno minimo Inps.

    Al termine di ogni anno, il Ministero dell’Economia e delle Finanze decide quella che sarà la variazione provvisoria delle pensioni sulla base degli indici Istat che indicano le variazioni del costo della vita; indica anche la variazione definitiva da applicare alle pensioni dell’anno precedente sostituendola a quella provvisoria5.

    Dalla differenza tra variazione previsionale e definitiva si genera un conguaglio che si applica ai trattamenti pensionistici e può essere sia positivo che negativo; se la variazione definitiva è stata maggiore di quella previsionale si crea un conguaglio positivo che verrà aggiunto alla pensione; se, invece avviene il contrario, il conguaglio negativo originatosi andrà sottratto all’assegno pensionistico.

    La variazione preventiva per il 2012 è stata decisa al 2,6%. Dal 2014 si ritorna alla disciplina ordinaria.

    Per quanto concerne, invece, le aliquote contributive pensionistiche di finanziamento e di calcolo delle gestioni pensionistiche dei lavoratori autonomi, in particolar modo di artigiani, commercianti e coltivatori diretti iscritti alla gestione autonoma Inps, a partire dal 1 gennaio 2012, sono aumentate dell’1,3%.

    L’incremento, negli anni successivi, sarà pari allo 0,45% annuo sino a raggiungere, nel 2018, il valore del 24%.

    Ai fini della determinazione de contributi pensionistici per artigiani e commercianti, la base imponibile è data dal reddito denunciato ai fini della determinazione dell’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche (IRPEF) nell’anno in considerazione aggiungendo determinate variabili rappresentative dell’anzianità contributiva, dei massimali e minimali di reddito e delle fasce reddituali.

    Per il 2012, in accordo con la manovra Finanziaria di Monti, l’aliquota è stata pari al 21,3%; sono, inoltre, state revisionate le aliquote per i mezzadri, coltivatori diretti e coloni iscritti all’Inps che saranno assestate ai valori del 24% e del 22% per le zone svantaggiate.

    Anche i contributi previdenziali versati da lavoratori subordinati iscritti alla gestione pensionistica separata sono aumentati a partire dal 1 gennaio 2012; per i co.co.co., i professionisti senza cassa e i co.co.pro.6, la contribuzione è passata dal 26,72% al 27,72%.

    Per chi è già titolare di pensione o è iscritto ad altre forme di previdenza obbligatoria l’aliquota aumenta dal 17% al 18%. Per questi ultimi il 12% dell’aliquota è a carico del datore ed il 6% è a carico del lavoratore.

    Della percentuale di contribuzione in capo ai professionisti il 9,24% è a carico del lavoratore e il 18,48% del datore di lavoro. Lo 0,72% confluisce, invece, nel fondo maternità e per gli assegni familiari.

    Con il comma 24 della riforma, partendo dalla considerazione dell’esistenza di strutture autonome di previdenza per determinate categorie professionali, si è deciso di apportare delle correzioni alle Casse di previdenza private per raggiungere l’equilibrio tra entrate ed uscite nel medio-lungo periodo. Ciò si doveva raggiungere mediante la predisposizione di bilanci tecnici con un orizzonte temporale di cinquant’anni, che sarebbero stati controllati dalle amministrazioni di vigilanza. Se tali bilanci non fossero stati predisposti o avessero ricevuto un giudizio negativo allora, dal gennaio 2012, automaticamente si sarebbe applicato il sistema contributivo pro-rata e un contributo di solidarietà dell’1%.

    7. Creazione del Super-Inps ed altre innovazioni

    Una delle grandi innovazioni introdotta della Riforma è stata l’abolizione dell’Istituto Nazionale di Previdenza per i Dipendenti dell’Amministrazione Pubblica (Inpdap) e dell’Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza per i Lavoratori dello Spettacolo e dello Sport professionistico (Enpals) che sono confluite entrambe all’interno dell’Inps.

    Ciò che ha spinto a una decisione di tale portata è stata la volontà di migliorare l’efficienza e l’efficacia dell’apparato burocratico in campo previdenziale e pensionistico, soprattutto a fronte dell’estensione del sistema contributivo. Con tale manovra potrebbero esserci anche cospicui risparmi in termini di spesa le cui stime, indicate nell’Audizione del Presidente dell’Inps, si aggirano attorno ai 20 milioni di euro per il 2012, cinquanta e cento milioni di euro rispettivamente per il 2013 e 2014.

    Il personale e le risorse finanziarie dell' Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell’amministrazione pubblica - INPDAP e Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza per i Lavoratori dello Spettacolo - ENPALS sono stati assorbiti dall’Inps che è subentrato in tutti i rapporti attivi e passivi degli enti soppressi.

    La riorganizzazione dell’ente di previdenza è stata predisposta nei 60 giorni successivi le delibere di approvazione dei bilanci di chiusura degli enti soppressi. Tale attività di raccordo è stata guidata dai direttori generali degli enti in questione tenendo conto che nulla è cambiato in merito alle gestioni previdenziali e alla tutela degli utenti, per i quali è stata garantita continuità del trattamento.

    Altri provvedimenti innovativi introdotti dalla riforma Fornero sono quelli a favore di donne e giovani. I comma 27 e 27-bis dell’Art. 24 introducono l’istituzione di un Fondo per il finanziamento di interventi a favore dell’incremento qualitativo e quantitativo dell’occupazione giovanile e delle donne.

    Il Fondo ha ricevuto nel 2012 un finanziamento pari a duecento milioni di euro, nel 2013 e nel 2014 le risorse destinate saranno pari a trecento milioni di euro e nel 2015 il finanziamento ammonterà a 240 milioni di euro.


    1Cfr. BOTTA, (2012).

    2Cfr. ZANONI, (2012).

    3Cfr. BOTTA, (2012).

    4Cfr. ZANONI, (2012).

    5Cfr. BOTTA, (2012).

    6Contratto di collaborazione a progetto.

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    Ufficio studi di Coordinamento e Formazione (a cura di) (2012), “Riforma pensioni 2011 Monti-Fornero”, Aprile. (http://www.falcri.it/documenti/3739.manuale_riforma_pensioni.pdf)

    Zanini, V., Le pensioni nel pubblico impiego dopo la riforma Fornero, Santarcangelo di Romagna (RN), Maggioli editore, 2012. (http://ordini.maggioli.it/clienti/product_info.php?products_id=8204&osCsid=15mc0dd7sb1qqn6a7og22t7a75)

    Redattore: Doralisa CAPUTO

  • RIFORMA SANITARIA DEL 1968

    Nel secondo dopoguerra la spesa sanitaria era in continua crescita e le cassa mutua assicuratrice non avevano la capacità di rimborsare gli enti ospedalieri: ne derivò un accumulo di deficit gestionale e un declino della qualità dell’assistenza.
    Oltre al problema finanziario, si registrava una sempre maggiore disparità di trattamenti saniatri sul territorio nazionale.
    La legge n. 132/68, che prese il nome dell’allora Ministro della Sanità Mariotti, estese il diritto all’assistenza ospedaliera a tutti i cittadini, incaricò lo Stato di finanziare il debito degli ospedali e le Regioni, una volta istituite, avrebbero avuto il compito di curare la programmazione ospedaliera. L’effetto fu quello di uniformare e rendere più razionale la rete sanitaria: tutte le strutture furono sottoposte a stessi obblighi e controlli e gli ospedali furono classificati in zonali, provinciali e regionali. Nonostante questa riforma avesse degli obiettivi ben precisi e delle conseguenze rilevanti, non fu in grado di risollevare dal dissesto finanziario le mutue, che furono commissariate e poi liquidate. Questo primo cambiamento radicale ha dato il via al successivo e definitivo cambiamento, cioè l’istituzione dell’attuale Servizio Sanitario Nazionale SSN.

  • RIFORMA TREMONTI DEL SISTEMA FISCALE STATALE

    Progetto di largo respiro avviato dal Ministro Tremonti nei primi due anni di governo al Ministero dell’economia e delle finanze con la l. 7 aprile 2003 n. 80 di delega al Governo per la riforma del sistema fiscale statale (collegato alla legge di bilancio per l’anno 2002).

    1. La legge delega prevede, accanto a una notevolesemplificazione, la riduzione delle imposte a soli cinque tributi erariali principali, disciplinati in un unico codice. I punti salienti della riforma sono: a) la predisposizione di un codice tributario, articolato in una parte generale e in una parte speciale; b) la sostituzione dell’IRPEF con un’imposta sul reddito (IRE) applicabile in ragione di due sole aliquote (23% fino a Euro 100.000 e 33% oltre); c) la sostituzione dell’IRPEG con un’imposta sul reddito delle società applicabile in ragione di un’aliquota del 33% su una base imponibile molto diversifi cata rispetto a quella attuale, specie con riguardo ai Gruppi di imprese; d) la modifica della disciplina dell’IVA al fine di renderla piùconforme al modello comunitario; e) la graduale eliminazione dell’IRAP; f) la previsione di un’imposta sui servizi diretta a concentrare e razionalizzare in un’unica obbligazione fiscale e in un’unica modalità di prelievo taluni tributi indiretti; g) la riforma del sistema delle accinse diretta a ridurre la sua incidenza sui servizi e sui prodotti essenziali, a correggere le esternalità negative e gli impatti sull’ambiente, a eliminare gli squilibri fiscali esistenti tra le diverse zone del Paese.

    2. Gli obiettivi della riforma sono: a) efficienza economica, per cui i tributi devono interferire e incidere il meno possibile nelle scelte economiche dei contribuenti; b) equità, attraverso la realizzazione di una progressività effettiva e non solo nominale; c) trasparenza politica, per cui il sistema deve garantire la certezza dei diritti e dei doveri fiscali attraverso la stabilità, la consapevolezza e la condivisione delle norme, in un rapporto di parità tra cittadino e fisco; d) semplicità, mediante la riduzione dei “costi” di comprensione e adempimento dei tributi; e) flessibilità, per cui il sistema deve poter reagire ed adattarsi ai cambiamenti economici, al fine di stabilizzare il gettito.

    3. Il Governo intende realizzatore la riforma con gradualità, in forma modulare, impiegando le risorse che si renderanno di anno in anno disponibili. La l. 7.4.2003 n. 80 contiene ottodeleghe per emanare decreti legislativi di attuazione della riforma: cinque deleghe riguardano le cinque imposte fondamentali, le altre tre la promulgazione del codice fiscale, la graduale eliminazione dell’IRAP e le eventuali integrazioni e correzioni che si renderanno necessarie. Finora è stato emanato solo il d.lg. 12.12.2003 n. 344 per l’IRES. Oltre alle deleghe, la l. 7.4.2003 n. 89 prevede un’attuazione modulare della riforma attraverso la legge finanziaria per le modifiche al regime di imposizione personale e per quelle relative alla progressiva eliminazione dell’IRAP che comportano effetti finanziari e che richiedono, quindi, la copertura di eventuali oneri derivanti dai decretilegislativi di attuazione. Questa procedura è stata adoperata per il “primo modulo della riforma del sistema fiscale statale”, attuato con la legge finanziaria 2003 (l. 27.12.2002 n. 289, art. 2) che ha riguardato principalmente l’IRPEF, oltre a riduzioni delle aliquote IRPEG e IRAP, a disposizioni sul concordato fiscale e altre minori. Ulteriori assestamenti sulla via della riforma sono stati compiuti dalla legge finanziaria 2005 (l. 30.12.2004 n. 311, art. 1, comma da n. 349 a 353). In proposito v. IRPEF.

  • RIFORMA TRIBUTARIA 1972

    Modifica strutturale del sistema legislativo che regola l’imposizione fiscale. In Italia una riforma tributaria di grande rilievo è stata attuata in osservanza delle disposizioni contenute nella l. 9.10.1971 n. 825. In relazione alla delega ricevuta il Governo haprovveduto a emanare, a partire dal 1972, i decreti delegati che regolano le imposte, il contenzioso tributario, l’anagrafe tributaria, l’accertamento e la riscossione dei tributi. Dopo la riforma attuata nel 1971-1973 modifiche strutturali all’ordinamento tributario sono state attuate in conformità ai principi e criteri direttivi stabiliti con l. 23.12.1996 n. 662. Le modifiche hannoriguardato le seguenti materie: reddito di lavoro dipendente (v. IRPEF), IVA, sanzioni tributarie non penali, DIT, IRAP, redditi di capitale e redditi diversi di natura finanziaria, organizzazioni non lucrative di utilità sociale, accertamento con adesione e conciliazione.

  • RIFORMA VIETTI

    Denominazione corrente della riforma del diritto societario italiano avviata dalla legge 3.19.2001 n. 366 che ha attribuito al Governo due deleghe: una per attuare la riforma, l’altra per provvedere alle eventuali disposizioni integrative e correttive.

    1. Gli obiettivi della prima delega sono: a) la riforma organica della disciplina delle società di capitali e cooperative; b) la disciplina degli illeciti penali e amministrativi riguardanti le società commerciali; c) nuove norme sulla procedura per la definizione dei procedimenti nelle materie di cui all’art. 12 (diritto societario e materie disciplinate dal T.U. in materia di intermediazione finanziaria e dal T.U. in materia bancaria e creditizia). In particolare, i principi generali della riforma del sistema delle società di capitali sono: perseguire l’obiettivo primario di favorire la nascita, la crescita e la competitività delle imprese, anche attraverso il loro accesso ai mercati interni e internazionali dei capitali; valorizzare il carattere imprenditoriale delle società e definire in modo chiaro e preciso i compiti e le responsabilità degli organi sociali; semplificare la disciplina delle società; ampliare l’autonomia statutaria e adeguare la disciplina dei modelli societari alle esigenze delle imprese; disciplinare i gruppi societari secondo i principi di trasparenza.

    2. La prima delega è stata esercitata con tre decreti legislativi: d.lg. 11.4.2002 n. 61 (Disciplina degli illeciti penali e amministrativi riguardanti le società commerciali, a norma dell’articolo 11 della legge 3 ottobre 2001, n. 366); d.lg. 17.1.2003 n. 5 (Definizione dei procedimenti in materia di diritto societario e di intermediazione finanziaria, nonché in materia bancaria e creditizia, in attuazione dell’articolo 12 della legge 3 ottobre 2001, n. 366); d.lg. 17.1.2003 n. 6 (Riforma organica della disciplina delle società di capitali e società cooperative, in attuazione della legge 3 ottobre 2001, n. 366).

    3. La seconda delega è stata esercitata con due decreti legislativi: d.lg. 6.2.2004 n. 37 (Modifiche ed integrazioni ai decreti legislativi numeri5 e 6 del 17 gennaio 2003, recanti la riforma del diritto societario, nonché al testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo n. 385 del 1° settembre 1993, e al testo unico dell’intermediazione finanziaria di cui al decreto legislativo n. 58 del24 febbraio 1998); d.lg. 28.12.2004 n. 310 (Integrazioni e correzioni alla disciplina del diritto societario ed al testo unico in materia bancaria e creditizia).

    4. Le principali novità introdotte dalla riforma riguardano: la netta differenziazione tra società per azioni e società a responsabilità limitata; il nuovo sistema della società per azioni, la cui disciplina si differenzia in base al grado di apertura al mercato del capitale di rischio; la previsione di strumenti finanziari più elastici che favoriscano la raccolta del risparmio; una maggiore autonomia privata nella scelta tra tre diversi modelli di governance della società per azioni; una più articolata definizione dei ruoli e dei compiti degli organi sociali; una nuova definizione dei gruppi societari, incentrata sull’attività di direzione e coordinamento; una disciplina specifica e più semplice per le operazioni straordinarie, quali, ad esempio, la trasformazione di società di capitali in società di persone e viceversa, la fusione e la scissione disocietà.

  • RIGHTS ISSUE

    Nella pratica americana è l’offerta di azioni di nuova emissione ai soci e ai possessori di obbligazioni convertibili di una società in proporzione al numero di titoli posseduti,di norma ad un prezzo inferiore a quello di emissione. Il documento che attesta questo privilegio è appunto il right (v. diritto di opzione), a sua volta dotato di valore di mercato e normalmente negoziabile in borsa secondo un calendario stabilito.

  • RILEVAZIONE CONTABILE

    Complesso di determinazioni quantitative, espresse in valori monetari, attraverso cui si registrano tutte le variazioni di carattere finanziario ed economico che si verificano nel corso dell’esercizio (v. scritture contabili). Nell’ambito dell’attività bancaria, come negli altri tipi di azienda, esistono due fondamentali categorie di rilevazioni contabili: le elementari od originarie e quelle complesse. Le prime hanno lo scopo di registrare e classificare gli atti e i documenti relativi alle singole operazioni compiute nel corso della gestione; le seconde, attraverso l’elaborazione delle quantità già rilevate, esprimono i risultati conseguiti nel periodo amministrativo considerato e riepilogati nel bilancio di esercizio.

  • RILEVAZIONE SULLA FORZA LAVORO

    Indagine campionaria condotta dall’Istat, utilizzata per la stima dei principali aggregati e indicatori del mercato del lavoro. Fino al quarto trimestre del 2003 essa veniva effettuata nei mesi di gennaio, aprile, luglio e ottobre; dal 2004 è condotta in tutte le settimane dell’anno.
    Disoccupati
    Includono le persone tra i 15 e i 74 anni di età non occupate che hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane che precedono la settimana di riferimento e sono disponibili a lavorare nelle due settimane successive.
    Occupati
    Persone residenti in età lavorativa (15 anni e oltre) che dichiarano di avere un’occupazione oppure di aver effettuato una o più ore di lavoro. Secondo la posizione professionale gli occupati possono essere: “dipendenti”, se esercitano un lavoro alle dipendenze altrui e percepiscono una retribuzione sotto forma di salario o stipendio; “indipendenti”, se svolgono un’attività lavorativa assumendo il rischio economico che ne consegue. Gli “occupati a tempo parziale” sono quelli che si dichiarano tali (nell’indagine dell’Istat non è ulteriormente precisata la definizione). Gli “occupati dipendenti a tempo determinato” sono quelli che dichiarano di svolgere un’attività di lavoro alle dipendenze con un contratto a termine. Per la definizione di “occupati equivalenti” usata in contabilità nazionale vedi: Unità di lavoro.
    Forze di lavoro
    Totale delle persone occupate e di quelle in cerca di occupazione (disoccupati, persone in cerca di prima occupazione e altre persone in cerca di occupazione).
    Tassi di occupazione, di attività o partecipazione e di disoccupazione
    Il “tasso di occupazione” è il rapporto tra il numero degli occupati e la popolazione in una certa classe di età; il “tasso di attività” o “di partecipazione” è il rapporto tra il totale delle forze di lavoro e la popolazione in una certa classe di età; in assenza di ulteriori qualificazioni i due tassi si intendono riferiti alla popolazione tra i 15 e i 64 anni di età. Il tasso di disoccupazione è il rapporto tra il numero delle persone in cerca di occupazione e il totale delle forze di lavoro.
    Per misurare la quantità di lavoro inutilizzato nell’economia, quest’ultimo tasso può essere corretto per la CIG, considerando tra le persone senza lavoro gli addetti che dichiarano di essere stati collocati in CIG nel periodo di riferimento in misura proporzionale alle ore di CIG utilizzate; può inoltre essere ampliato per includere i lavoratori scoraggiati, ovvero coloro che pur essendo disponibili a lavorare immediatamente non cercano attivamente un’occupazione.
    Fonte: Banca d'Italia

  • RIMANENZA DI CASSA

    Ammontare complessivo del denaro, dei vaglia, degli assegni, dei valori ecc., risultante da un controllo fisico, di tipo periodico, che corrisponde al fondo iniziale aumentato delle entrate e diminuito delle uscite. In particolare, nelle banche, la rimanenza di cassa è formata dai biglietti di banca, dalle monete, dalle divise cartacee, dai vaglia, dagli assegni, dalle cedole scadute o in scadenza, dai vaglia postali, dalle marche da bollo, dai sospesi di cassa. A volte, vi si comprendono anche gli effetti consegnati al cassiere per l’incasso e i valori (assegni) in bianco.

  • RIMBALZO

    Analisi tecnica. Termine che nell’ambito dell’analisi tecnica dei mercati indica un breve movimento rialzista del titolo generalmente determinato dalla tenuta di un supporto.

  • RIMBORSI ALL'ESPORTAZIONE

    Trattamento preferenziale riservato alle imprese che vendono i loro prodotti all’estero, quale forma di incentivazione destinata a un miglioramento della bilancia commerciale di un paese. A stretto rigore si può parlare di rimborso all’esportazione solo nel caso della c.d. restituzione daziaria (chiamata anche drawback), cioè nel rimborso dei dazi doganali pagati sui beni importati qualora questi vengano riesportati o utilizzati come materie prime di beni destinati all’esportazione. Nell’uso corrente si considerano rimborsi all’esportazione tutti i sussidiconcessi a fondo perduto alle imprese esportatrici e commisurati in qualche modo alla quantità di beni esportati. Lo scopo di queste manovre è di rendere maggiormente competitive sui mercati internazionali determinate merci, scaricandone una parte dei costi sulla collettività. Queste incentivazioni, che possono al limite assumere la dimensione di un vero e proprio dumping, sono state in vario modo criticate e limitate in vari accordi internazionali intesi ad assicurare la maggiore libertà per il commercio internazionale, quali il GATT e i trattati istitutivi della CEE. I rimborsi all’esportazione non vanno comunque confusi con il credito all’esportazione anche quando quest’ultimo presenti agevolazioni e benefici in funzione di sostegno delle esportazioni.

  • RIMBORSO D'IMPOSTA

    Restituzione al contribuente da parte dell’Amministrazione finanziaria dell’importo di un’imposta indebitamente riscosso. Non esiste nel sistema normativo tributario italiano una regola generale che imponga al fisco il rimborso d’imposta, dal momento che né giurisprudenza né dottrina hanno chiarito fino a che punto sia applicabile all’amministrazione finanziaria l’art. 2033 c.c. che disciplina la fattispecie dell’indebito oggettivo e, in specie, dispone che: “chi ha eseguito un pagamento non dovuto ha diritto di ripetere ciò che ha pagato”. Ne consegue che il diritto al rimborso delle imposte pagate e non dovute appare oggi disciplinato dalle previsioni delle varie leggi tributarie relative ai singoli tributi, ed eventualmente solo in via residuale dalle disposizioni di diritto comune. A titolo indicativo una ipotesi di rimborso d’imposta è prevista dall’art. 38 d.p.r. 29.9.1973 n. 602. In forza di tale norma il soggetto che, per “errore materiale, duplicazione ed inesistenza totale o parziale” dell’obbligo di versamento abbia effettuato un versamento diretto non dovu- to, ovvero lo abbia effettuato in eccesso, può, mediante istanza rivolta all’amministrazione finanziaria, richiedere il rimborso di quanto indebitamente versato. Il diritto a esperire tale istanza compete, oltre che al sostituto d’imposta, anche al soggetto passivo, cioè colui che ha subito la ritenuta. Possono formare oggetto della domanda di rimborso tutte le somme pagate mediante versamento diretto. Norme particolari sono previste per il rimborso di somme riscosse mediante il meccanismo della ritenuta diretta, sistema, questo, riservato alle somme erogate dalle Amministrazioni dello Stato, comprese quelle a ordinamento autonomo. Sulle somme oggetto dei rimborsi di cui sopra sono dovuti gli interessi nella misura del 2.5% per ogni semestre intero dal 1.1.1997.

  • RIMBORSO DI TITOLI AZIONARI

    Restituzione totale o parziale da parte della società della quota di capitale conferita dagli azionisti. Il rimborso delle azioni avviene di norma all’atto dello scioglimento della società. Può avere luogo anche durante la vita della società stessa, p.e. per ridurre il capitale sociale esuberante. In tal caso la società deve scegliere se rimborsare parzialmente tutte le azioni, procedendo così a una riduzione del loro valore nominale, ovvero rimborsare integralmente un certo gruppo di titoli. Il rimborso può avvenire per contanti o, nel caso di riduzione del valore nominale delle azioni, anche in natura, cioè con l’assegnazione ai soci di attività patrimoniali, consistenti quasi sempre in titoli facenti parte del portafoglio della società. Nell’ipotesi di rimborso integrale di un certo numero di azioni, l’importo restituito ai titolari potrà essere pari al valore di conferimento, oppure superiore (o inferiore) se risulta un incremento (decremento) patrimoniale. All’atto del rimborso, la società che non vuole escludere gli ex azionisti dal beneficiare di futuri positivi risultati economici di gestione,può emettere azioni di godimento (buoni di godimento) a questi destinate. Tali titoli conferiscono ai possessori l’unico diritto di partecipare alla distribuzione degli utili nei limiti previsti dall’art. 2353 c.c. Oltre che per riduzione del capitale sociale, si può procedere al rimborso di azioni durante la vita della società anche per altri motivi, come p.e., a seguito del recesso da una società di un socio dissenziente (ex art. 2437 c.c.) o del socio conferente, quando dal controllo della stima dei conferimenti in natura questi vengano giudicati insufficienti (come dall’art. 2343, ultimo comma).

  • RIMBORSO DI TITOLI OBBLIGAZIONARI

    Adempimento, da parte delle società o degli enti, dell’obbligo di pagamento per la parte “capitale” incorporata nel titolo con conseguente estinzione dell’obbligazione stessa. Può avvenire a una scadenza fissa ovvero secondo un piano d’ammortamento, onde evitare alla società di dover far fronte contemporaneamente a più rimborsi. Questi ultimi vengono effettuati nei modi, alle condizioni e per importi previsti dalle condizioni del prestito e in particolare dalla delibera di emissione. Il rimborso attraverso un piano d’ammortamento viene di solito effettuato mediante estrazioni periodiche a sorte delle obbligazioni, che sono così rimborsate gradualmente per il loro intero importo facciale. A volte viene seguito invece un sistema “pro quota” per tutte le obbligazioni. Il rimborso anticipato da parte della società rispetto al termine stabilito nell’interesse di entrambe le parti se non previsto all’atto dell’emissione costituisce un inesatto adempimento della stessa, comportante una conseguenza risarcitoria nel caso determini danno all’obbligazionista. A quest’ultimo vanno anche riconosciuti i danni corrispondenti al diritto al premio, violato dal rimborso anticipato, sempre che la società non provveda a effettuare, anche per le obbligazioni rimborsate, le operazioni di estrazione a sorte per l’attribuzione dei premi. In caso di fallimento della società, il debito obbligazionario scade alla data di dichiarazione della procedura concorsuale e l’obbligazionista viene ammesso al passivo ai sensi degli artt. 58-92 e sgg. l. fall. Perché si abbia estinzione dell’obbligazione occorre che il pagamento o il rimborso si attuino sul titolo, il quale deve essere annullato o distrutto, chiaramente ed inequivocabilmente quietanzato. In difetto, il titolo stesso può ritornare in circolazione, legittimando il nuovo possessore a un ulteriore pagamento e determinando l’acquisto della vera e propria titolarità del relativo diritto a favore del possessore in buona fede. L’obbligazione si estingue infine per prescrizione ordinaria decennale.

  • RIMBORSO SU BANCA

    Pagamento effettuato per mezzo di una banca negli atti di compravendita. Il rimborso su banca è una pratica molto usata nel commercio con l’estero. L’esportatore si rivale del proprio credito a mezza di una tratta emessa su di una banca, per conto e rischio dell’importatore. Ciò permette all’operatore di poter contare sul buon esito della vendita indipendentemente dalle sue conoscenze circa le condizioni economiche e fi- nanziarie dell’acquirente. Le più comuni operazioni con rimborso su banca sono quelle di credito documentario nelle due forme “documenti contro pagamento” e “documenti contro accettazione” (v.apertura di credito).

  • RIMESSA

    Trasferimento a qualsiasi titolodi merci, di danaro, di titoli ecc. Nel linguaggio bancario si parla di rimessa nel caso della cambiale o della divisa e nel senso di provvista di fondi e di consegna o passaggio di effetti tra la cassa centrale e le filiali o tra filiale e filiale. Per il conto corrente le rimesse riguardano qualunque trasmissione di valori fatta da un correntista all’altro, di cui il rimettente risulti accreditato. In materia di cambi esteri rimessa indicano l’invio di somme dal debitore al creditore generalmente nella moneta di quest’ultimo. In caso di arbitraggio di cambio diretto (v. arbitraggio in cambi) si parla di rimessa diretta per il pagamento e di tratta diretta per la riscossione.

  • RIMESSA CONTINUATA

    Modo di regolamento dei debiti tra operatori residenti in piazze estere. Il debitore trasferisce la divisa a un intermediario, di solito una banca, di una piazza estera nella valuta di quest’ultima e l’intermediario, dopo aver convertito la divisa nella valuta del creditore, compie la rimessa a quest’ultimo. Si tratta di un’operazione di cambio indiretto con piazza operante, che costituisce, in regime di cambi liberi, un’alternativa alla rimessa diretta, alla tratta diretta (v. rimessa) alla tratta e rimessa ed alla rimessa e tratta. L’alternativa può anche essere presa in considerazione a puri fini speculativi, e cioè senza la necessità di un debito in valuta estera da pagare o di un credito in valuta estera da esigere.

  • RIMESSA DI FONDI TRA FILIALI

    Trasferimenti di denaro e di cambiali tra più filiali di una stessa banca. Può avvenire su richiesta di una filiale a un’altra; oppure della direzione centrale che raccoglie presso di sé l’eccedenza di fondi. In pratica è un’operazione che tende a evitare presso le succursali la formazione di giacenze di denaro al di là delle scorte necessarie per sopperire ai bisogni di liquidità.

  • RIMESSA E TRATTA

    Operazione di cambio indiretto (v. arbitraggio in cambi) con l’intervento di una piazza intermediaria operante, oltre alle due interessate al rapporto. In pratica, nel rapporto tra gli operatori in cambi, residenti in piazze diverse, si inserisce un corrispondente che agisce su una terza piazza, attraverso la combinazione di una rimessa e di una tratta. A seconda che al corrispondente venga effettuatadall’altro operatore una rimessa (invio di una somma) ovvero sia il corrispondente stesso a spiccare tratta, si hanno rispettivamente il sistema della rimessa e tratta e quello della tratta e rimessa. La scelta della via più favorevole da seguire avviene esaminando l’andamento dei cambi. La funzione di intermediario sulla terza piazza è assolta, generalmente, da una banca corrispondente, Al due sistemi indicati si ricorre oltre che per pagare o riscuotere, rispettivamente, un debito o un credito in valuta estera, anche per speculare sui cambi. In tal caso lo speculatore assume, al tempo stesso, la figura di debitore e di creditore e l’operazione, dallo stesso iniziata in valuta nazionale, si concluderà presso di lui nella stessa valuta.

  • RING

    Accordo tra più speculatori che si accaparrano la maggiore quantità possibile di un bene per elevarne artificialmente il prezzo. Se la manovra di accaparramento è effettuata da un solo speculatore si parla di corner. La speculazione si riferisce ai contratti che hanno ad oggetto merci o titoli venduti a termine. Il termine ring viene usato in economia per indicare le coalizioni economiche tra più imprese che controllano con un monopolio temporaneo l’offerta di un bene sul mercato. Il controllo del mercato si effettua vendendo i quantitativi di merce incettata, scaglionati nel tempo, al fine di provocare un rialzo artificiale del prezzo. In questo modo le imprese che partecipano al ring impongono prezzi elevati, sia ai venditori a termine, che si riducono a essere sprovvisti della merce da consegnare, sia ai compratori. L’odierna estensione di mercati, il grande sviluppo dei mezzi di trasporto, la possibilità di reperire surrogati di beni, sono i motivi per i quali oggi sono piuttosto ridotte le possibilità di attuare corners e rings.

  • RINNOVO DI UN CREDITO

    Differimento della scadenza di adempimento di un’obbligazione pecuniaria. Il rinnovo di un credito non muta il rapporto, a differenza della novazione che ne consente uno nuovo, sostituendone i soggetti o l’oggetto. Di solito il debitore corrisponde, al momento del rinnovo, una parte del debito ed il rinnovo viene concesso per la differenza, più gli interessi calcolati su questa al saggio convenuto fino alla nuova scadenza.

  • RINUNZIA

    Manifestazione unilaterale di volontà del titolare di un diritto soggettivo che provoca la sua estinzione. La facoltà di rinunziare appartiene soltanto al titolare del diritto. Possono formare oggetto di rinunzia anche i diritti potestativi, come, p.e., quello di proporre l’azione di annullamento o di risoluzione o rescissione di un contratto. Non tutti i diritti soggettivi sono, però, rinunciabili. A parte quelli futuri, che non esistono ancora nel patrimonio del soggetto, non si può rinunciare ai diritti indisponibili, come quelli personali o patrimoniali della famiglia, p.e., gli alimenti legali, il salario e le ferie. Colui che rinunzia ad un diritto deve avere la capacità di disporre, cioè di agire. L’atto di rinunzia è irrevocabile. La rinunzia va distinta dal non esercizio di un diritto: in quest’ultima figura è rilevante solo la mancanza di volontà intesa a far valere il diritto stesso. La rinunzia a un diritto di credito prende il nome di remissione (v. remissione di un debito). La rinunzia abdicativa importa la mera dismissione di un diritto, la rinunzia traslativa permette l’acquisto del diritto da parte di un altro soggetto, a titolo gratuito o oneroso. La rinunzia agli atti del giudizio è regolata, in particolare dagli artt. 306, 390 e 391 c.p.c. per il processo civile e dall’art. 46 del regolamento per la procedura davanti al Consiglio di Stato.

  • RINUNZIA ALL'EREDITÀ

    Dichiarazione unilaterale non recettizia, con la quale il chiamato all’eredità manifesta la sua intenzione di non acquisirla. Deve essere ricevuta da un notaio o dal cancelliere della pretura del luogo in cui si è aperta la successione. È inoltre soggetta a pubblicazione mediante l’inserzione nel registro delle successioni. Non può rinunziare chi si trovi, a qualsiasi titolo, in possesso dei beni ereditari, trascorsi tre mesi dall’apertura della successione o dalla notizia della devoluzione e chi li abbia sottratti o nascosti. L’apposizione di termini o condizioni rende nulla la rinunzia, la quale, se fatta contro corrispettivo oppure a favore di altri chiamati all’eredità implica accettazione. In caso di successione legittima, se il rinunziante non ha discendenti legittimi o naturali la sua parte va a favore di coloro che avrebbero concorso con lui. Nell’ipotesi di successione testamentaria, nell’eventualità che il testatore non abbia previsto il caso della rinunzia e il rinunziante non abbia discendenti legittimi o naturali, ne beneficiano i coeredi, se istituiti senza determinazione di parti ovvero in parti uguali, altrimenti gli eredi legittimi. La rinunzia è revocabile entro il termine di prescrizione decennale previsto per la facoltà di accettazione dell’eredità e sempre che nel frattempo la stessa non sia stata accettata da altro chiamato. È impugnabile soltanto per violenza o dolo; in caso di errore è possibile esercitare la revoca. Per evitare il pregiudizio delle loro ragioni, i creditori del rinunziante possono impugnarne la rinunzia, ottenendo l’autorizzazione ad accettare l’eredità in nome e luogo del chiamato, non perché questi assuma la qualità di erede, ma per soddisfarsi sui beni ereditari.

  • RIORGANIZZAZIONI AZIENDALI

    Con d.lg. 8.10.1997 n. 358 è stata modificata la disciplina degli atti di riorganizzazione aziendale, introducendo una normativa specifica con riguardo a taluni di questi ed in specie con riguardo alle operazioni di cessione e di conferimento di aziende e/o di partecipazioni di controllo, alle operazioni di fusione e di scissione, alle operazioni di permuta di azioni. La Relazione ministeriale al disegno di legge poi diventato il d.lg. 1997/358 dichiara che la ratio del provvedimento consiste nella necessità di rimuovere gli ostacoli di carattere tributario all’assunzione, da parte dei comparti produttivi nazionali, della struttura aziendale e giuridicapiù soddisfacente in relazione agli obiettivi imprenditoriali da conseguire. In particolare, l’uniformizzazione del regime fiscale propriodegli atti riconducibili al concetto di riorganizzazione è inteso a ridurre eventuali arbitraggi fiscali e/o scelte motivate in funzione di eventuali risparmi di imposta, anziché in funzionedi reali esigenze economico-commerciali. Il legislatore ha cercato di ottenere il risultato che si era prefisso agendo su diversi fronti, ed in particolare, introducendo un regime di neutralità delle operazioni di riorganizzazione, fissando nuove modalità di determinazione delle plusvalenze in ipotesi emergenti, introducendo un’imposta sostitutiva sulle plusvalenze realizzate in occasione di talune specifiche operazioni, applicabile in via opzionale, originariamente pari al 27% e successivamente ridotta al 19%.

  • RIPARTIZIONE CONTRIBUTIVA

    Metodo di finanziamento della previdenza sociale e, in particolare, delle pensioni, secondo cui i contributi provenienti dalla popolazione attiva in un dato momento vengono destinati in monte al pagamento delle pensioni in essere. A questometodo, generalizzato nella seconda metà del secolo scorso in Italia (e in molti altri Paesi) si contrappone quello della capitalizzazione retributiva.

  • RIPARTIZIONE DEI COSTI COMUNI

    Procedimento tecnico-contabile attraverso cui si imputano a singoli prodotti o fasi di lavorazionele quote di costi comuni, generali o indiretti, in quanto si riferiscono a più attività produttive dell’impresa. La ripartizione dei costi comuni tra le varie produzioni interessate si attua, generalmente, con criteri di proporzionalità, attraverso coefficienti di imputazione riferiti a singoli elementi (valore, quantità utilizzata, costo di lavorazione ecc.), il cui insieme costituisce la base di ripartizione, o di imputazione. Esistono anche tecniche più articolate, come il centro operativo di costo che ripartisce i costi comuni dopo averli raggruppati in categorie omogenee. Il sistema tedesco si basa su una distinzione dei costi in comuni, ausiliari e principali, che, attraverso successive ripartizioni, integra quelli principalicon le rispettive quote dei comuni e degli ausiliari; i costi principali così integrati vengono poi ripartiti tra i vari elementi cui sono relativi. Qualunque sia il criterio di ripartizione adottato, le quote di costo risultanti sono ciascuna funzione delle altre. Perciò qualsiasi variazionedell’organizzazione produttiva, che comporti una nuova ripartizione dei costi comuni, farà mutare anche le quote di costo relative agli elementi non direttamente interessati alla variazione stessa. La ripartizione dei costi comuni viene quindi in generale distinta in relazione alla scelta di una (base unica) o più basi di imputazione (base multipla). L’imputazione dei costi comuni a determinati oggetti di costo comporta infatti il ricorso a valutazioni congetturali, cioè legate ad ipotesi astratte sulla scomposizione di elementi di costo che si manifestano unitariamente. Quanto appena affermato comporta la difficoltà di fare aderire la ripartizione contabile di un costo comune all’effettivo utilizzo del fattore produttivo esaminato. L’imputazione su base unica, in particolare, ha il difetto di ripartire diversi costi comuni in relazione all’utilizzo di un unico elemento (p.e. il lavoro diretto impiegato) e ciò non facilmente riflette il concorso dei fattorialla produzione.

  • RIPARTO

    Distribuzione, parziale o totale, tra i creditori, delle somme ricavate nelle procedure esecutive sia concorsuali che individuali. Il curatore, nel fallimento, o il commissario giudiziale,nel concordato preventivo con cessione dei beni, e nella liquidazione coatta amministrativa, una volta che sia stato realizzato l’attivo con la liquidazione dei beni, predispone un progetto di distribuzione del ricavato secondo un ordine preferenziale: spese di procedura edebiti contratti per la amministrazione del patrimonio (che vengono anche chiamati crediti in prededuzione); crediti ammessi allo stato passivo con diritto di prelazione sulle cose vendute secondo l’ordine assegnato dalla legge; crediti chirografari in proporzione dell’ammontare di ciascuno. Il riparto finale ha luogo dopo il compimento della liquidazione e previa approvazione del rendiconto del curatore. Il progetto di riparto viene depositato in cancelleria dopo essere stato esaminato dal giudice delegato, il quale, tenuto conto delle osservazioni dei creditori, lo rende esecutivo. Nella liquidazione coatta amministrativa, il commissario liquidatore, prima dell’ultimo riparto, deve sottoporre il bilancio finale di liquidazione e il piano stesso all’autorità di vigilanza; quest’ultima ne autorizza il deposito in cancelleria e liquida il compenso al commissario. La G.U. ed eventualmente i giornali designati danno notizia dell’avvenuto deposito; entro venti giorni dalla pubblicazione nella G.U., chi ha interesse può proporre ricorso al tribunale, muovendo le proprie contestazioni. Nell’espropriazione forzata si ha riparto allorché l’attivo (p.e. il bene sottoposto ad esecuzione) viene convertito in danaro (vendita forzata) per essere poi distribuito tenuta presente la massa passiva (spese processuali, crediti privilegiati, ipotecari, chirografari ecc.). I vari creditori possono concordare tra loro un progetto amichevole di distribuzione; se invece sorgono controversie, il giudice dell’esecuzione, che sia competente per valore, assume la veste di istruttore e dà inizio al processo di cognizione che si inserisce come incidente nel processo esecutivo: in caso contrario rimette le parti dinanzi al giudice competente, fissando un termine per la riassunzione. Una disciplina del riparto è contenuta anche negli artt. 67 e 68 del d.lg. 8.7.1999 n. 270 (“Nuova disciplina dell’amministrazio- ne delle grandi imprese in stato di insolvenza”).A norma dell’art. 67 citato, il commissario straordinario deve procedere a riparti parziali,che hanno luogo secondo quanto disposto dagli artt. 110-117 l. fall. Al riguardo, egli, ogni quattro mesi, presenta al giudice delegato un prospetto delle somme disponibili ed un progetto di ripartizione delle stesse, corredato del parere del comitato di sorveglianza. A questi riparti parziali non si deve procedere quando sia stata autorizzata l’esecuzione di un programma di ristrutturazione. In tale eventualità, infatti, è consentita solo l’eventuale distribuzione, nel rispetto delle cause legittime di prelazione, degli acconti di cui all’art. 68. Infine, alla chiusura della procedura, dopo l’approvazione del conto della gestione e la liquidazione del compenso al commissario straordinario, avrà luogo il riparto finale, secondo la stessa disciplina che vale nel fallimento.

  • RIPETIZIONE D'INDEBITO

    Diritto alla restituzione di quanto sia stato pagato senza che vi fosse un corrispondente debito. Si distingue l’indebito oggettivo da quello soggettivo. Il primo si ha quando è stato fatto un pagamento mentre non esisteva alcun debito (p.e., ipotesi di nullità o annullabilità di un contratto già eseguito). Nell’indebito soggettivo chi non è debitore paga, per errore scusabile, a chi è creditore verso un’altra persona. Nel primo caso la ripetizione è sempre ammessa, mentre nel secondo essa è subordinata alla presenza di un errore scusabile, sempre che il creditore, ricevuto il pagamento, non si sia privato in buona fede del titolo o delle garanzie. La restituzione comprende anche i frutti e gli interessi, mentre colui al quale è restituita la cosa è tenuto a rimborsare al possessore le spese e i miglioramenti. È esclusa la ripetizione di quanto è stato spontaneamente pagato in esecuzione di doveri morali o sociali (v. obbligazione naturale), di prestazione contraria al buon costume, di quanto ricevuto indebitamente da un incapace.

  • RIPIANAMENTO DELLE PERDITE DI ESERCIZIO DELLA BCE

    Ai sensi dell’art. 33.2 dello Statuto del SEBC, l’eventuale perdita di esercizio della BCE viene ripianata, nell’ordine, come segue:
    viene utilizzato il fondo di riserva generale della BCE;
    su decisione del Consiglio direttivo della BCE, la restante perdita viene compensata con il Reddito monetario dell’anno di riferimento in misura proporzionale agli importi assegnati a ciascuna BCN e fino a concorrenza dei medesimi.
    Fonte: Banca d'Italia

  • RIPORTO

    Contratto mediante il quale una parte, detta riportato, trasferisce in proprietà all’altra, detta riportatore, titoli di credito di una data specie ad un determinato prezzo e il riportatore assume l’obbligo di trasferire nuovamente al riportato in proprietà, alla scadenza convenuta, altrettanti titoli della stessa specie,contro rimborso del prezzo, che può essere aumentato o diminuito nella misura convenuta (artt. 1548 sgg. c.c.). Il riporto è un contratto unitario e inscindibile sul piano giuridico e operativo, anche se tecnicamente risulta dalla combinazione di due operazioni di senso opposto in periodi successivi. I proventi dei titoli per cedole e dividendi e gli altri diritti accessori spettano al riportato, che deve però informare il riportatore sulle sue intenzioni riguardo all’esercizio dei eventuali diritti di opzione (in caso di assenza di informazioni il riportatore, in genere una baca, provvede alla vendita dei diritti). Se i titoli sono soggetti a estrazione per premi o rimborsi, i diritti e gli oneridell’estrazione spettano al riportato. Il diritto di voto spetta invece al riportatore, salvo patto contrario.

    1. Specie di riporto. Di norma il prezzo corrisposto a termine è superiore a quello a pronti, poiché il riportato, necessitando di mezzi liquidi, si trova a dover pagare un compenso al riportatore; si parla, in proposito, di riporto con riporto (o riporto ordinario o con interessi).La valutazione dei titoli è, di norma, soggetta all’applicazione di una riduzione prudenziale (scarto). In certi casi può essere il riportatore ad avere bisogno di una temporanea disponibilità dei titoli e a pagare, quindi, un certo prezzo per procurarseli. In questo caso il prezzo a pronti è superiore a quello a termine e il contratto assume la configurazione tecnica di riporto con deporto. Può accadere, infine, che il prezzo a pronti sia uguale a quello a termine; si ha, in tal caso, il riporto alla pari.

    3. Riporto di banca, o finanziario. Il contratto di riporto è usato tanto nella pratica bancaria quanto in quella di borsa. Nel primo caso (riporto di banca, o finanziario) il contratto ha funzioni prevalentemente creditizie, nel senso che la banca lo stipula per concedere un finanziamento alla propria clientela (l’operazione prende il nome di riporto attivo e vede la banca in veste di riportatrice), oppure per crearsi una forma supplementare di provvista (riporto passivo, con la banca in veste di riportata).

    4. Il riporto di borsa è stipulato da chi voglia prorogare la liquidazione della propria posizione in titoli. Lo speculatore che abbia effettuato un’operazione di acquisto o vendita di titoli allo scoperto può, se non si verificano le condizioni ritenute necessarie per stipulare un’operazione di copertura, ricorrere alla conclusionedi un contratto di riporto. In tal modo, oltre a chiudere l’operazione originaria egli ottienedi prorogare la propria posizione speculativa. L’introduzione della liquidazione a contanti, per la quale, come per la liquidazione a termi- ne, il contratto di riporto è necessario per prorogare le posizioni e agevolare quindi la speculazione, ha comportato notevoli modifiche a tale forma di contratto per i titoli già trattati per contanti. Si registra, infatti, la creazione del riporto di borsa a contante, di durata pari a dieci giorni, che costituisce l’esclusivo contratto di riporto valido sulle azioni liquidate per contanti e può essere stipulato, con trattativa diretta e modalità libere di contrattazione, solo tra agenti di cambio, banche e SIM autorizzate al finanziamento dei contratti di borsa. È, inoltre, prevista l’introduzione di pagine telematiche per l’immissione di proposte di contratti di riporto da parte degli intermediari, che devono ritenersi impegnati alla successiva eventuale conclusione del contratto fino alla cancellazione. L’accensione e l’estinzione del riporto a contanti avvengono, rispettivamente, il quinto edil quindicesimo giorno di borsa aperta successivo a quello di stipulazione. È stato stabilito che non vi sia più il rinnovo tacito già contemplato per il riporto del regime a termine, mentre è prevista l’estinzione anticipata del contratto nel corso della sua già breve durata. Tale facoltà è offerta esclusivamente al riportatore per quei dieci giorni di borsa aperta che vanno dalla conclusione della liquidazione iniziale a quella della scadenza del contratto (in pratica, tra il primo e il nono giorno di borsa aperta successivo a quello di dichiarazione del relativo contratto al sistema RRG, cioè il Servizio di riscontro e rettifica giornalieri). Il contratto, a prescindere dalla scadenza naturale o anticipata, richiede sempre cinque giorni di tempo per la sua liquidazione. È precisato, inoltre, che i contratti devono essere conclusi “alla pari” a nessuna delle parti è consentito richiedere scarti all’altra. Non vi è innovazione rispetto ai contratti di riporto negoziati alle grida il giorno dei riporti, poiché anche in questa circostanza non vi era la pratica dello scarto tra i contraenti alle grida. Vi era, tuttavia, un mercato dei riporti ben più vasto, operante al di fuori delle grida, che rientrava nelle normali prassi del credito e a cui le banche partecipavano attivamente. La Consob, ammettendo le banche tra i contraenti, ha voluto portare in borsa il mercato dei riporti. Per quanto concerne gli aspetti fiscali del contratto di riporto è suffi- ciente notare come i dividendi, stante il combinato disposto degli artt. 1550 e 1531 c.c., sono diritti accessori spettanti al riportato e vengono incassati dal riportatore per conto del riportato stesso.

  • RIPORTO DI CONTROPARTITA

    Contratto concluso da una banca con altro istituto di credito come contropartita di un riporto concesso alla clientela. Una banca che abbia acquistato titoli da un altro istituto di maggiori dimensioni per una certa scadenza e per conto di un cliente può, qualora questi le domandi prima della scadenza di essere riportato per la liquidazione successiva, richiedere l’accensione di un riporto passivo sui medesimi titoli alla banca venditrice. In questa maniera la banca ha la possibilità di evitare l’immobilizzo di capitali propri nell’operazione di riporto e, contemporaneamente, di lucrare le differenze esistenti tra i saggi di riporto praticati fra banche (generalmente inferiori) e quelli applicati alla clientela (generalmente superiori).

  • RIPORTO DIRETTO

    Operazione, nota anche come riporto proroga o riporto fittizio, che consiste in un contratto di riporto concluso tra gli stessi soggetti dai quali era stata in precedenza stipulata la compravendita di titoli a termine fermo. In tal caso, quindi, il compratore a fermo si pone come riportato, mentre il venditore dei titoli assume la figura di riportatore. Il riporto diretto non può essere considerato riporto in senso stretto, in quanto non dà luogo al trasferimento dei titoli e dei capitali tra le controparti. Nella pratica esso proroga da una liquidazione a quella successiva l’esecuzione dell’originario contratto a fermo. Nel caso di riporto diretto non viene di norma richiesto lo scarto di garanzia sui titoli, bensì è applicato per il computo degli interessi un tasso superiore a quello corrente in borsa per i riporti ordinari.

  • RIPORTO IN CAMBI

    Scambio di valute conun’operazione che consiste nella cessione di valuta estera contro moneta nazionale o contro un’altra valuta, o viceversa, insieme all’impegno contestuale di riacquisto a termine di valute della stessa specie. È assimilabile al currency swap.

  • RIPORTO INDIRETTO

    Contratto di riporto concluso fra il venditore o compratore dei titoli a termine e un terzo operatore. In questo senso, il riporto indiretto si differenzia da quello diretto, stipulato invece tra le stesse controparti dell’originario contratto a termine fermo. In altra accezione, il riporto indiretto è quello che viene stipulato allo scopo di prorogare un contratto di riporto già precedentemente concluso. Alcuni, infine, denominano “riporto indiretto” quello più comunemente conosciuto come riporto staccato.

  • RIPORTO STACCATO

    Combinazione di due operazioni una di acquisto e una di vendita di titoli, effettuate contemporaneamente, ma per scadenze diverse, allo scopo di prorogare una posizione in titoli senza ricorrere alla stipulazione di un contratto di riporto. Tecnicamente, il riporto staccato può configurarsi con: la combinazione di un contratto a pronti con un contratto a termine fermo di segno opposto; la combinazione di due contratti a termine di segno opposto stipulati con scadenze differenti. Il riporto staccato, che consente all’operatore di ottenere i medesimi risultati offerti sul piano economico e tecnico dal riporto ordinario, può essere concluso sia dal compratoreche dal venditore di titoli. Si ricorre al riporto staccato, in alternativa al riporto ordinario, principalmente per eliminare l’onere connesso all’esborso dello scarto di garanzia, oppure quando non è possibile reperire unacontropartita per la stipulazione di un contratto di riporto o quando tale contratto è considerato più oneroso del riporto staccato. La differenza tra il prezzo dell’operazione a contanti o a fine corrente e prezzo dell’operazione a fine prossimo viene denominato “stacco” ed è nella maggior parte dei casi più elevata degli interessicorrenti sul riporto. L’operazione è stata utilizzata dalle persone fisiche per evitare l’applicazione dell’imposta sui dividendi ed era compiuta a cavallo dello stacco dei dividendi. Era denominata all’inglese coupon washing (o bed and breakfast).

  • RISANAMENTO FINANZIARIO DELLE IMPRESE

    Riassetto economico, patrimoniale e finanziario delle imprese che versano in gravi difficoltà mediante interventi di vario genere. Una forma particolare di interventi in funzione di risanamento è quella prevista dalla l. 5.12.1978 n. 787, relativa all’istituzione dei c.d. consorzi bancari, per agevolare la ristrutturazione finanziaria di grandi imprese in difficoltà. I consorzi sono costituiti con la partecipazione degli istituti di credito, a medio e a lungo termine, che esercitano il credito industriale,oltre che delle banche industriale; questi, in seguito ad autorizzazione dellaBanca d’Italia, possono associarsi in società consortiliper azioni, con durata non superiore a cinque anni e con il compito esclusivo di sottoscrivere e vendere azioni ed obbligazioni convertibili, connessi ai piani di risanamento produttivo economico e finanziario. Alla base della legge sta il proposito di consentire l’intervento del sistema bancario nel capitale di impreseche versano in condizione di grave difficoltà a causa, tra l’altro, dell’eccessivo indebitamento. La banca creditrice valuta la convenienza di intervenire finanziariamente con mezzi nuovi o attraverso la conversione di parte del creditoin capitale azionario al fine di realizzare il finanziamento dell’azienda e per questa via la tutela del proprio credito. I piani devono contenere indicazioni sui criteri di valutazione del patrimonio netto delle imprese industriali e devono essere approvati dal CIPI. Sull’attività delle società consortili vigila la Banca d’Italia presso la quale deve essere istituito un albo, al quale al quale devono essere iscritte le società consortili. La stessa Banca d’Italia poteva autorizzare le banche a consolidare, entro tre anni dall’entrata in vigore della legge citata, crediti verso le imprese industriali, prevedendone il recupero in base a precisi piani di ammortamento. Per adempiere ai compiti impostile dalla legge, la Banca d’Italia, in data 22.2.1979,ha diramato una circolare contenente le istruzioni necessarie per operare la vigilanza sulle società consortili e per le autorizzazioni ai consolidamenti previsti dall’art. 5. In essa sono contenuti gli obblighi che i promotori delle società consortili dovranno adempiere per la costituzione delle stessa, tra cui l’invio alla Banca d’Italia dello schema dell’atto costitutivo;tale autorizzazione dovrà essere presentata anche dalle istituzioni creditizie per poter assumere partecipazioni nelle società consortili o per associarsi in partecipazione (v. anche amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza).

  • RISARCIMENTO DEI DANNI

    Obbligo del danneggiante di compensare il titolare di un diritto soggettivo leso, quando questi provi di aver subito un pregiudizio giuridicamente rilevante. Il danno risarcibile è soprattutto quello che si riferisce ad una lesione dell’integrità fisica della persona o del patrimonio, mentre il danno morale è risarcibile solo in particolari casi previsti dalla legge, quando, cioè, è cagionato da un fatto che costituisce reato (art. 2059 c.c.). L’obbligo risarcitorio può trarre origine da una situazione giuridica preesistente, quale un inadempimento, ed allora si parlerà di danno contrattuale; oppure da un atto illecito, cioè da una situazione giuridica nuova, ed allora si parlerà di danno extracontrattuale. Il contenuto dell’obbligo di risarcimento comprende sia il danno emergente, cioè la perdita realmente subita dal danneggiato, che il lucro cessante, cioè il pregiudizio che deriveràal soggetto leso dal mancato guadagno. Non tutti i casi di risarcimento di danni sono tutelati alla stessa maniera dalla legge. I danni che ledono l’integrità fisica di una persona vengono risarciti anche con la corresponsione di una rendita vitalizia e tutelati da particolari forme di privilegio. L’obbligazione risarcitoria ha contenuto indeterminato al momento in cui sorge l’obbligo del risarcimento, poiché il danno viene quantificato solo in seguito ad accertamenti peritali o giudiziali, dando perciò origine ad un debito di “valore” anziché di “valuta”. I soggetti dell’obbligazione (danneggiante e danneggiato) sono determinati sin dal sorgere di essa, in base ai principi della responsabilità civile. Se l’evento dannoso è determinato dal concorso di due o più persone, il risarcimento del danno è disciplinato in base alle regole della responsabilità solidale (v. obbligazione solidale). Se i titolari del diritto al risarcimento dei danni sono più di uno,tra di essi non può sorgere una solidarietà attiva, ma ognuno avrà diritto al risarcimento del proprio danno. Il modo più diffuso in cui avviene il risarcimento consiste in una prestazione pecuniaria. Un’altra forma di risarcimentoè quella in natura, quale la reintegrazione in forma specifica di uno stato di fatto modificato dal danno. Essa si può realizzare con l’adempimento di un obbligo di dare o di fare (p.e., il restauro di un oggetto danneggiato). Il creditore ha la possibilità di scegliere tra il risarcimento in natura e quello in denaro;ma il primo non deve essere né impossibile, né particolarmente oneroso per il debitore. I danni possono essere risarciti anche con la corresponsione di una indennità; ma in questa situazione, più che di risarcimento, si deve parlare di acquisto di un diritto da parte diun soggetto nei confronti di un altro. L’obbligo di risarcimento dei danni, come tutte le situazioni debitorie, può essere trasferito verso altre persone, sia per atto tra vivi (p.e., in virtù di un contratto di assicurazione o di accollo), sia per causa di morte, con la successione ereditaria. Il diritto di credito al risarcimento dei danni si prescrive entro dieci anni, salvo casi particolari, per i quali è prevista una prescrizione più breve (v. anche danno).

  • RISCADENZAMENTO

    Modalità di ristrutturazione del debito (cioè una modifica alle condizioni del prestito) concesso ad un soggetto finanziato, che ha difficoltà a far fronte ai propri obblighi nei confronti dei creditori secondo i termini originariamente convenuti. L’accordo può prevedere l’allungamento delle scadenze per i rimborsi e/o la modifica del tasso d’interesse applicato.
    Redattore: Museo del Risparmio 2016

  • RISCATTO

    Diritto potestativo di acquistare o riacquistare la proprietà di un bene ceduto ad altri oppure di estinguere l’obbligo di adempiere una prestazione di natura perpetua. Il diritto di riscatto può essere convenzionale o legale. Un’ipotesi di riscatto convenzionale si ha nella pattuizione accessoria alla vendita, in virtù della quale l’alienante si riserva il diritto di riavere la proprietà della cosa venduta (previa restituzione del prezzo ed effettuazione dei rimborsi previsti dall’art. 1502 c.c.). Il termine entro il quale il riscatto deve essere esercitato è non superiore a due anni se il trasferimento riguarda beni mobili e di cinque anni se riguarda beni immobili. Ipotesi di riscatto legale che abilitano un soggetto ad acquistare un bene ceduto ad un terzo quando invece egli doveva essere preferito (v. prelazione) sono previste in materia di retratto successorio e di affitto a favore di coltivatore diretto del fondo. Un caso tipico del diritto di riscatto del secondo tipo è previsto dagli artt. 1865 e ss. c.c., con riferimentoalla rendita perpetua.

  • RISCATTO DI TITOLI

    Diritto dell’emittente di titoli obbligazionari, in base ad apposita clausola, di procedere al rimborso parziale o totale del prestito obbligazionario anticipatamente rispetto alle scadenze previste. Tale sistema di estinzione del prestito obbligazionario suole essere sottoposto a determinate condizioni, sia con riferimento al tempo a partire dal quale il riscatto può essere effettuato, sia in ordine al prezzo. L’esercizio di tale diritto avviene di solito quando particolari situazioni dell’impresa o mutate circostanze del mercato finanziario rendano antieconomiche le condizioni alle quali è stato originariamente negoziato il prestito. Il riscatto può anche avere luogo con riferimento ai titoli del debito pubblico consolidato irredimibile e consiste nel lororimborso al prezzo corrente di mercato.

  • RISCHI BANCARI

    Rischi connessi all’attività delle banche, derivanti da errori di gestione e di controllo, nel qual caso si può parlare di rischi di esercizio, o da fenomeni esterni alla banca, che presentano un diverso grado di prevedibilità. Essi possono essere raggruppati in alcune categorie principali: rischio economico, che attiene all’equilibrio tra costi e ricavi di gestione; rischio finanziario, relativo all’equilibrio tra entrate ed uscite monetarie; rischio patrimoniale, riferito alla condizione di solvibilità dell’ente. Il rischio economico, che si configura allorquando il risultato economico non corrisponde alle aspettative della banca, può essere determinato da una serie di fenomeni. In primo luogo esiste un rischio di variazione dei tassi di interesse e di cambio (rischio di investimento) che determina un valore delle attività iscritte in bilancio diverso da quello dimercato. Una seconda importante componente del rischio economico è data dai rischi di insolvenza totale o parziale del debitore (rischio di credito), che comporta una perdita in conto interessi ed in conto capitale per la banca. Nel rischio economico rientra anche il rischio di portafoglio, determinato dal grado di diversifi cazione del portafoglio di attività della banca. Per quanto concerne il rischio finanziario, o di liquidità, si deve precisare che esso è determinato da sfasamenti nelle scadenze di attività e passività e da liquidazione di attività o trasferimenti di passività in condizioni di mercato avverse che si rendono necessarie quando la banca presenta fabbisogni urgenti ed imprevisti di fondi liquidi; questi sfasamenti possono derivare da una non perfetta rotazione delle attività e delle passività, dal ritardato o mancato rimborso dei crediti o, ancora, da una non prevista diminuzione della raccolta, che non consentono alla banca di far fronte prontamente ed economicamente ai flussi finanziari in entrata ed uscita. Il rischio patrimoniale è, invece, legato alla capacità della banca di far fronte ai propri impegni nel lungo periodo; tale condizione dipende dall’equilibrio patrimoniale della banca e, quindi, dall’adeguatezza dei mezzi propri. Le banche sono soggette anche al cosiddetto rischio sistemico, ossia al rischio che la crisi di un’istituzione creditizia si propaghi all’interno del sistema. Per una classificazione analitica dei rischi di mercato ai fini della vigilanza prudenziale v. la voce requisiti patrimoniali sui rischi di mercato.

  • RISCHI D'INSOLVENZA

    Possibilità che una delle parti di un’operazione commerciale o finanziaria non sia in grado di adempiere alle obbligazioni contrattuali assunte. Nel caso di operazioni commerciali, tale circostanza ha diversa rilevanza a seconda che si tratti del venditore o del compratore o che la situazione di insolvenza si determini prima o dopo la consegna della merce o l’esecuzione dell’opera pattuita. Nel caso di insolvenza del venditore o esecutore dell’opera, il rischio per il compratore permane fino alla consegna e il danno può risultare più o meno rilevante a seconda dell’importanza dell’opera e degli impegni da lui assunti. Nel caso di insolvenza del compratore, il rischio maggiore per il venditore si determina dopo la consegna della merce o dell’opera, nel caso in cui sia stata concessa una dilazione nel pagamento. In tale ipotesi, il rischio di insolvenza risulta direttamente connesso con la concessione di credito mercantile (v. factoring).

  • RISCHI DEI DERIVATI OTC DOPO LA RIFORMA DEL SISTEMA FINANZIARIO (ENCICLOPEDIA)

    Abstract
    I derivati OTC hanno giocato un ruolo evidente nella recente crisi finanziaria mondiale. L’approccio di riforma intrapreso dai paesi del G-20 per garantire la stabilità finanziaria è solido, ma il livello relativamente basso di coordinamento transatlantico potrebbe ridurne l’efficacia. Inoltre, lo scambio di derivati OTC da parte di operatori non finanziari spesso non avviene in base alle nuove regole, diminuendo gli incentivi a compensare centralmente i contratti OTC, aumentando i rischi di controparte, riducendo la stabilità finanziaria e la resilienza. Il G-20 dovrebbe raccomandare il monitoraggio degli scambi di derivati OTC degli operatori non finanziari e potenziare le procedure contabili e di gestione del rischio.

    Derivati Finanziari
    Il mancato intervento per la regolazione internazionale delle negoziazioni dei derivati Over the Counter (OTC) tra operatori non finanziari costituisce una fonte di rischio sistemico. Infatti, in occasione del G-20 di Brisbane (novembre 2014) i leader mondiali hanno espresso una chiara posizione sul tema affermando che “uno sforzo cruciale rimane da compiere per costruire un sistema finanziario più solido e resiliente” (critical works remain to build a stronger, more resilient financial system); vanno dunque ancora compiute riforme in tempi rapidi sui derivati OTC. Dal 2009 i leader mondiali sono impegnati nella revisione dell’architettura finanziaria globale al fine di fronteggiare al meglio i nuovi rischi e promuovere in maniera efficace la crescita. Come condiviso da molti economisti, la crisi finanziaria non è stata solo il prodotto di un eccesso di credito e della bolla finanziaria, ma anche di un “processo di liberalizzazione inadeguato, di regolamentazione e supervisione non efficaci, e di interventi insufficienti” (poorly designed liberalization, ineffective regulation and supervision, and poor interventions)(IMF, 2014, p.3). Sotto la spinta propulsiva del Financial Stability Board (FSB), le nazioni appartenenti al G-20 si sono impegnate a regolamentare l’utilizzo dei derivati OTC da parte degli operatori finanziari (banche e intermediari finanziari), in quanto rappresentano il 90% degli scambi. Il fulcro della riforma finanziaria globale è la creazione di mercati derivati OTC fluidi e trasparenti per rafforzare la resilienza dell’economia mondiale e la stabilità del sistema finanziario.
    Nonostante la ridotta performance economica globale registrata dal 2009, il mercato dei derivati continua a crescere e ha raggiunto i $691.000 miliardi a metà del 2014 (BIS, 2014A), misurato dal valore nozionale1 (notional amount outstanding); il corrispondente valore lordo di mercato è sceso a $17.000 miliardi, al di sotto del livello registrato nel 2013 ($20.000 miliardi), soprattutto a causa della riduzione globale dei tassi di interesse (Graf. 1, 2 ,3). Il valore nozionale dei derivati supera largamente quella di gran parte dei prodotti finanziari; a dicembre 2013, infatti, la capitalizzazione globale dei mercati azionari ha toccato i $64.000 miliardi e il mercato obbligazionario ha raggiunto i $22.400 miliardi (WFE, 2014).
    La Bank for International Settlements - BIS (2013) ha analizzato l’impatto macroeconomico del nuovo quadro regolamentare dei derivati OTC, confrontando i benefici economici e i costi delle riforme da attuare, e ha identificato come beneficio di lungo termine la minore probabilità di crisi economica e finanziaria che, a sua volta, rappresenta un fattore positivo per la crescita economica. I costi (di breve e lungo termine) delle riforme sono rilevanti per il sistema finanziario globale, ma la mancanza di dati relativi all’esposizione sugli scambi bilaterali, insieme all’incertezza sullo scenario regolamentare finale, hanno limitato il livello di approfondimento dell’analisi. La probabilità di avere una crescita di lungo termine più forte e più stabile con il nuovo sistema regolamentare dipende fortemente dal livello di coordinamento tra sistemi finanziari e dall’abilità di riconoscere e colmare i vuoti rimasti.
    In linea generale, l’Unione Europea e gli Stati Uniti presentano un livello avanzato di attuazione delle nuove regole, in confronto agli altri paesi del G-20, ma ciò avviene a discapito della coerenza e della consistenza tra i due sistemi (Schindelhaim, 2013). In particolare, regole divergenti sul capitale, sulla liquidità, sui derivati e sulla struttura bancaria creano disallineamenti regolatori che creano incentivi all’inefficienza in termini di concorrenza e prezzi, a danno del mercato finanziario (Deutsch, 2014). Questo ha effetti non trascurabili sulla crescita e lo sviluppo per tutti i paesi del G-20 a causa dell’esistenza di profondi legami finanziari.

    Operatori non finanziari
    Ad oggi il nuovo quadro regolamentare non si applica alla negoziazione tra operatori non finanziari a causa della dimensione relativamente ridotta e della supposta natura semplicistica dei prodotti; il primo elemento non dovrebbe invece far trascurare i rischi potenziali in virtù dell’effetto domino e delle profonde interconnessioni nel sistema finanziario. La contrattazione di derivati OTC da parte di Governi, amministrazioni locali e imprese non finanziarie rappresenta il 12% del mercato globale totale di derivati OTC a metà del 2014 (BIS 2014A), una dimensione che ricorda quella dei mutui sub-prime nel 2007. Inoltre, la supposta natura semplicistica dei contratti OTC negoziati dagli operatori non finanziari non è confermata dai dati di contabilità e dalla letteratura. La non applicazione della nuova regolazione, insieme al rischio-modello, limitano la possibilità di garantire in maniera efficace la stabilità finanziaria.
    La BIS (2014C) ha analizzato gli incentivi alla centralizzazione degli scambi di derivati OTC con il nuovo sistema regolamentare e, riguardo agli operatori finanziari, afferma che:
    “se l’utilizzatore finale di derivati OTC non è soggetto a requisiti patrimoniali per il rischio di controparte il suo incentivo alla compensazione con controparti centralizzate si riduce; se l’utilizzatore finale non è soggetto ai requisiti marginali sui derivati non centralizzati o non ricade oltre la soglia di margine richiesta, l’effetto sugli incentivi a compensare mediante controparti centrali non è diretto (p.19)”
    (if an end user of OTC derivatives is not subject to capital requirements for counterparty credit risk, its incentive for central clearing is reduced; if the end user is not subject to the margin requirement on non-centrally cleared derivatives, or that fall below the margin required thresholds, the impact on incentives to clear centrally is not straightforward” (p.19))
    Governi e amministrazioni locali
    Dopo il 1990 molti Stati sovrani hanno impiegato derivati finanziari OTC per coprire i rischi del loro debito e per controllarne i relativi costi (ad esempio per i titoli emessi in valuta estera) attraverso swap sui tassi d’interesse e su cambio. L’esperienza positiva di alcuni stati negli USA (ad esempio la California, il Texas), della Danimarca e del Brasile confermano che i contratti derivati OTC sono potenti strumenti di gestione del rischio, sebbene una ridotta informazione su questi contratti abbia alimentato le critiche (Oldani, 2008, cap.3).
    L’esperienza delle amministrazioni locali con i derivati OTC dipende fortemente dalla loro indipendenza finanziaria dallo stato centrale. Dal momento che lo Stato è responsabile in solido per tutte le obbligazioni sottoscritte dalle amministrazioni locali, il Regno Unito ha proibito l’uso di derivati da parte delle amministrazioni locali sin dal 1988; al contrario, le Regioni italiane hanno in portafoglio derivati OTC per €10.784 milioni nel 2013, in mancanza di un chiaro quadro normativo domestico.
    Nel recente passato alcune amministrazioni pubbliche sono fallite a causa della cattiva gestione finanziaria dei contratti derivati; il default da $2 miliardi della contea di Orange (California) nel 1994 e quello da $4 miliardi della contea di Jefferson (Alabama) nel 2011 sono stati causati da eccessivi rischi finanziari (Howell-Moroney and Hall, 2011) e non da una ridotta disponibilità di risorse, come le entrate tributarie o i finanziamenti pubblici2.
    Lo Statement numero 53 emanato nel 2008 dal Governmental Accounting Standard Board (GASB) americano si focalizza sul “riconoscimento, la misurazione e l’informazione riguardanti i derivati in portafoglio dello stato e delle amministrazioni locali”; stabilisce i requisiti informativi dei derivati relativi ai termini contrattuali, ai rischi, al valore di mercato, ai rischi e al sottostante. Lo scopo è quello di “migliorare la contabilizzazione finanziaria da parte degli enti locali attraverso l’indicazione economica del valore dei contratti”. Lo standard è entrato in vigore dal 2010, ma pochissimi paesi si sono adeguati ad esso e forniscono informazioni sulle loro transazioni finanziarie, ponendo dei limiti all’analisi empirica dei rischi e dei costi che si possono svolgere.
    Le imprese non finanziarie
    Le imprese non finanziarie scambiano prodotti OTC con fine di copertura o di speculazione e possono acquisire qualsiasi tipo di prodotto OTC. Secondo uno studio molto recente (Paligorova, 2014), un terzo delle imprese non finanziarie canadesi quotate nella borsa di Toronto effettuano scambi in derivati quali swap, option, future e forward su moltissimi tipi di sottostanti (tasso di interesse, prezzi delle azioni, probabilità, tasso di cambio) e l’uso di questi prodotti è diffuso in tutti i settori dell’economia. Tale evidenza è in linea con la letteratura relativa agli altri paesi del G-20, prima e dopo la crisi finanziaria (e.g. Halkeback and Hagelin 1999). D’altra parte, la mancanza di dati contabili sui derivati OTC separati da altri contratti di copertura (ad esempio le assicurazioni) rappresenta un limite alla valutazione esaustiva dei rischi.
    Mentre le imprese finanziarie devono rispettare anche requisiti patrimoniali e di mercato, quelle non finanziarie sono libere di stipulare contratti potenzialmente rischiosi senza dover soddisfare alcun requisito e con una limitata supervisione. A luglio 2014, l’International Financial Reporting Standard (IFRS) ha emanato lo Standard numero 9, che sostituisce lo Statement n.39 dell’International Accounting Standard (IAS) sull’uso dei derivati OTC da parte delle imprese finanziarie e non a partire dal 2018. L’IFRS ha introdotto criteri di valutazione al fair value dei derivati e richiede alle imprese di fornire informazioni sul tipo di contratti, lo scopo e le relazioni con il core business. L’evoluzione della struttura del sistema finanziario e l’accresciuta complessità hanno portato a questo nuovo standard contabile.
    Il rischio-modello
    L'incertezza sul modello di pricing dei derivati rappresenta il rischio-modello. Nel 1997 Myron S. Scholes e Robert C. Merton furono insigniti del premio Nobel in economia per il loro contributo sul pricing dei derivati finanziari. Nel 1998 l’hedge fund da loro gestito, il Long Term Capital Management (LTCM), fu colpito dalla crisi del debito asiatico e russo, e successivamente fallì. Il collasso di LTCM fu dovuto alla complessità dei modelli di rischio impiegati e all’eccessivo affidamento a tali modelli.
    Molti economisti e operatori di mercato credono che i modelli di pricing dei derivati siano stati usati in modo non corretto prima della crisi dei sub-prime e lo siano ancora oggi (Jarrow, 2010). Derman, nel lontano 1996, introdusse sei semplici rules of thumb (regole del pollice) per mitigare il rischio-modello, ma queste regole possono essere essenzialmente sintetizzate in una: preferire modelli semplici a quelli complessi. I membri dei consigli di amministrazione delle imprese non finanziarie e i manager delle pubbliche amministrazioni dovrebbero tenere conto di tale elementare principio nella loro azione a tutela della stabilità finanziar d’impresa.
    Enron rappresenta il principale esempio dei rischi potenziali insiti nella negoziazione di derivati. D’altra parte, spesso le imprese seguono l’approccio di Warren Buffett che nella sua lettera del 2002 agli azionisti illustrava come “i derivati sono armi finanziarie di distruzione di massa”, ma guardando il bilancio della sua Berkshire Hathaway si evince come Mr. Buffett ne faccia un uso attivo, ma cum grano salis. Tuttavia, la dimensione del granello di sale non è facilmente individuabile a priori.
    Derivati Over-The-Counter (OTC) e il G-20
    Gli assetti normativi dei sistemi finanziari nell’UE e negli USA non sono pienamente coerenti l’uno con l’altro; questa incoerenza può essere ridotta attraverso maggiore coordinamento regolamentare da parte del G-20. Lo scambio di prodotti OTC da parte di operatori non finanziari (Governi, amministrazioni locali e imprese non finanziarie) spesso si verifica in assenza di capitalizzazione, di appropriati criteri di contabilità finanziaria e di adeguata supervisione o monitoraggio. Al fine di promuovere la crescita e la stabilità, nel 2016 il G-20 dovrebbe considerare le seguenti raccomandazioni:
    - Gli altri paesi membri dovrebbero monitorare lo scambio di derivati OTC dei Governi del G-20.
    - Le amministrazioni locali potrebbero avere un certo grado di libertà nell'utilizzo di sofisticati prodotti finanziari come i derivati OTC, ma dovrebbero essere controllati dallo stato centrale.
    - Lo scambio di derivati OTC tra operatori non finanziari non è al momento oggetto di intenso monitoraggio e controllo e dovrebbe resa obbligatoria l'adesione al sistema di controparte centralizzata e ai sistemi di scambio con collaterale, al fine di migliorare le loro procedure contabili e di gestione del rischio per fronteggiare in modo efficace i rischi finanziari

    1 Il valore nozionale rappresenta il valore dell’esposizione nominale e non viene mai scambiato tra le parti.
    2 La città di Detroit (Michigan, USA) è un esempio di default dovuto a eccessivo indebitamento con risorse limitate, popolazione e produzione in diminuzione. Contratti di swap sbilanciati su tassi d’interesse hanno prodotto ulteriori danni e la città ha pagato ingenti commissioni alle banche per chiudere alcuni contratti.

    Bibliografia

    Bank for International Settlements BIS (2013) Macroeconomic impact assessment of OTC derivatives regulatory reforms, Macroeconomic Assessment Group on Derivatives MAGD, Basel, August.
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    Research, July 9.
    GRAMLICH Ed M. (2004) Subprime Mortgage Lending: Benefits, Costs, and Challenges, Remarks At the Financial Services Roundtable Annual Housing Policy Meeting, Chicago, Illinois, May 21.
    PER H. and HAGELIN N. (1999) Derivatives Usage by Nonfinancial Firms in Sweden with an International Comparison, Journal of International Financial management and Accounting, 10:2, 105-120.
    HOWELL-MORONEY M. E., HALL J. L. (2011) Waste in the Sewer: the collapse of accountability and transparency in public finance in Jefferson county, Alabama, Public Administration Review, March-April, 232-242.
    International Accounting Standard (IAS) n.39 Financial Instruments: Recognition and Measurement.
    International Financial Reporting Standards (IFRS) n.9 Financial Instruments.
    International Monetary Fund (IMF) (2014). Understanding Financial Crises: Causes, Consequences, and Policy Responses. CLAESSENS S., AYHAN KOSE M., LAEVEN L., and VALENCIA F. (eds), Washington.
    JARROW R. (2010) Risk management models, Johnson School Research paper Series n.38 2010.
    OLDANI C. (2008) Governing Global Derivatives: Challenges and Risks, Ashgate Publishers, London, ISBN 9780754674641.
    PALIGOROVA T. and STASKOW R., (2014) The use of financial derivatives by Canadian firms, Bank of Canada Review, Autumn, 47-54.
    SCHINDELHAIM E. (2013) Transatlantic Cooperation in Financial Regulation Post-2008 Claremont…UC Undergraduate Research Conference on the European Union, Vol. 2013, Article 7.
    World Federation of Exchanges -WFE (2014) 2013 WFE market Highlights, London.


    Redattore: Chiara OLDANI


  • RISCHIO

    Rischio è una situazione soggettiva in cui l’incertezza, situazione oggettiva, prende una sua configurazione. La misurazione del rischio può essere sia probabilistica che frequentista. La prima dipende dalle probabilità, o dalla distribuzione delle probabilità, di verificarsi assegnate a una serie di eventi futuri possibili. La seconda viene definita come il numero di casi favorevoli sul numero di casi possibili. Dal punto di vista economico il rischio può assumere diverse forme. Di rischio si parla quando si parla di rischio di fallimento, rischio di cambio, rischio di scadenza, rischio paese, rischio sistemico, rischio sistematico o non diversificabile, rischio diversificabile, etc. Ognuna di queste categorie di rischio ha un suo campo di applicazione ben specifico. Al rischio è anche collegata, tramite la teoria dell’utilità attesa, l’avversione al rischio. Essa è, come il rischio, una situazione soggettiva in cui ogni individuo/agente che opera nel mercato si trova a fronteggiare ogni volta in cui è messo di fronte a due alternative: una certa e una incerta. A seconda dell’avversione al rischio, gli individui sceglieranno una o l’altra situazione in base all’utilità che si determinerà. Ogni individuo riuscirà sempre a definire una soglia di indifferenza tra le due alternative definendo quello che prende il nome di equivalente certo. Questo è il valore che rende l’individuo avverso/propendo/indifferente al rischio neutrale rispetto alla scelta della situazione certa rispetto a quella incerta. Definita l’avversione/propensione a rischio e il suo equivalente certo si può definire una misura molto usate nell’analisi economica che è il premio per il rischio. Esso è l’ammontare che viene richiesto da un individuo avverso al rischio in una situazione di incertezza. Il premio al rischio può anche essere stimato con modelli come il CAPM. Il premio per il rischio può anche essere utilizzato per stimare quello che si definisce ritorni in eccesso (excess return) in cui la differenza di rendimento tra un asset rischioso e uno privo di rischio è funzione del rischio non diversificabile, misurato dal ?eta, e del premio al rischio di mercato.
    Il concetto di avversione al rischio degli investitori definisce quindi come essi richiedono extra-profitti o rendimenti compensativi per una maggiore incertezza. Peraltro, la nozione di crucialità del rischio e l’assunto in virtù del quale gli investimenti più rischiosi, per essere considerati vantaggiosi, debbano presentare un profilo di rendimento superiore in confronto a operazioni meno spregiudicate, risultano piuttosto intuitivi. Il ritorno atteso di ciascun investimento può, perciò, essere espresso come la somma del tasso privo di rischio e di un extra-rendimento per compensare tale maggiore incertezza (premio per il rischio). Per descrivere il premio al rischio è quindi opportuno distinguere le due componenti fondamentali del rischio:
    - rischio sistematico
    - rischio specifico.
    Il rischio sistematico, o anche rischio non diversificabile, deriva dalla constatazione dell’esistenza di pericoli e problemi che interessano l’intera economia, rappresentando una minaccia per tutte le attività (nel modello del CAPM, il rischio sistematico è misurato dall’indicatore ?). Questa è la ragione per cui le azioni mostrano una tendenza alla sincronia nei comovimenti e la motivazione alla base dell’esposizione degli investitori alla "incertezza del mercato", a prescindere dal numero di azioni detenuto.
    Il rischio specifico, invece, inserisce i pericoli incombenti sul singolo asset considerato. Si tratta di un elemento riducibile tramite appropriate tecniche di diversificazione delle attività finanziarie costituenti il portafoglio (vedi LMC e SML) e, per giunta, misurabile attraverso l’utilizzo di idonei indici statistici di variabilità, tra cui ricordiamo, ad esempio, lo scarto quadratico medio.
    Il rischio viene preso in considerazione anche quando si parla di premium puzzle. Fra i fenomeni che appaiono di difficile risoluzione uno è il seguente: perché il mercato azionario statunitense ha offerto un rendimento medio annuo così elevato (circa l’8 % in termini reali) per gran parte del XX secolo? Tale enigma è noto come equity premium puzzle. Le domande che possono nascere sono del tipo: "perché la volatilità del rendimento del comparto azionario è risultata enormemente superiore a quella del tasso di crescita dei consumi pro-capite?" oppure "perché il tasso di interesse di mercato ha registrato valori (reali) inferiori all’1%?". Il puzzle si fonda proprio su questo tipo di quesiti. È difficile generare, da un modello di aspettative razionali, un sistema economico caratterizzato da una volatilità contenuta per il consumo ma elevata riguardo ai rendimenti azionari, nonché da un esiguo tasso di interesse medio in termini reali. Per anni i teorici hanno tentato di comprendere per quali motivi solamente una modesta quota degli investitori acquistasse azioni, oppure per quale ragione i soggetti con un orizzonte temporale di lungo termine detenessero titoli areddito fisso obbligazionari. E’ noto che i rendimenti reali offerti dai diversi asset finanziari possano differire considerevolmente, anche quando valutati in media lungo un periodo di tempo esteso. Gli economisti spiegano ciò attribuendo tali differenze alle varie intensità con cui il rendimento di un titolo covaria con la tipica funzione di consumo dell’investitore. Se tale covarianza è alta, la vendita delle azionidetermina una riduzione della varianza del tipico flusso di consumo dell’investitore.

    Bibliografia
    Saltari, E., 1997, Introduzione all’Economia Finanziaria, NIS (La Nuova Italia Scientifica), Roma;
    Brealey, R. A., Myers, S. C., 2000, Principles of Corporate Finance, Irwin/Mc Graw Hill, New York;
    Sharpe, W. F., 1964, Capital Asset Prices: A Theory of Market Equilibrium under Conditions of Risk, in Journal of Finance, Vol. 19(3), pp. 425-442;
    Mehra, R., Prescott, E. C., 2003, The Equity Premium in Retrospect, in NBER Working Paper No. W9525, Marzo;
    Mehra, R., Prescott, E. C., 1985, The Equity Premium: A Puzzle, in Journal of Monetary Economics, Vol. 15, pp. 145-161.

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  • RISCHIO DEL COMMERCIO ESTERO

    Possibilità di eventi futuri dannosi, che grava sugli operatori commerciali di paesi diversi. Si distinguono, nel commercio internazionale, tre categorie di rischi: rischi commerciali, rischi di cambio, rischi speciali.

    1. I rischi commerciali non sono esclusivi del commercio estero; essi accompagnano ogni negoziazione di merci o di servizi e, di norma, appartengono alla categoria dei rischi statici. L’esportatore, su cui gravano i rischi maggiori, deve fronteggiare i rischi d’insolvenza e il rischio di mancato ritiro della merce consegnata. Nel commercio internazionale, il primo risulta acuito sia a causa della grande difficoltà di acquisizione di notizie precise sul grado di solvibilità dell’importatore, sia dalle lunghe dilazioni di pagamento che vengono spesso concesse per contrastare le politiche di vendita della concorrenza. A copertura di tale rischio, si può ricorrere all’inserimento in contratto di una clausola che preveda l’intervento di una banca del paese importatore (c.d. pagamento con rimborso su banca) ovvero, sostenendo un costo, al trasferimento del rischio ad una compagnia d’assicurazione. In ordine al secondo tipo di rischio, all’esportatore, in ipotesi di puntuale esecuzione delle clausole contrattuali da parte sua e di rifiuto a ritirare le merci da parte dell’importatore, non resta naturalmente che la tutela giurisdizionale dei propri diritti. Sull’importatore gravano il rischio di mancata consegna della merce e, più frequentemente, il rischio di consegna difforme, non corrispondente, cioè, ai termini qualitativi e quantitativi previsti in contratto (c.d. limiti di tolleranza). Per tali rischi, non trasferibili per via assicurativa, l’unica copertura è fornita dalla tutela giurisdizionale, preceduta, nel secondo caso, dal rifiuto di ritirare la partita di merce, per difformità rispetto all’ordinazione. Sull’esportatore o sull’importatore, a seconda delle clausole contrattuali, gravano poi i rischi di trasporto normalmente trasferibili per via assicurativa.

    2. I rischi di cambio, classificabili tra quelli quasi-dinamici, sono invece tipici del commercio internazionale. Gravano sull’esportatore, o sull’importatore, o su entrambi, a seconda che il prezzo debba essere regolato, rispettivamente, nella valuta dell’acquirente, o del venditore, o di un paese terzo. A seconda dei casi, tale rischio può concretizzarsi in un minor introito (minor ricavo per l’esportatore) o in un maggior esborso (maggior costo per l’importatore). Per il fatto di essere connesso ad imprevedibili movimenti sul mercato delle valute estere o ad improvvisi mutamenti nelle politiche monetarie statali, il rischio di cambio riesce difficilmente misurabile e quindi, di norma, non trasferibile per via assicurativa. Una valida copertura, tuttavia, è offerta dal sistema bancario che dà la possibilità agli operatori di ricorrere alla negoziazione a termine delle divise estere (c.d. cambio a consegna).

    3. I rischi speciali appartengono alla categoriadei rischi dinamici, cioè caratterizzati da un’assoluta imprevedibilità e misurabilità. Rientrano tra i rischi speciali i “rischi politici” e i “rischi catastrofici”: nessuna compagnia accetta di assicurare i primi e soltanto qualche grande società ammette l’assicurabilità per alcuni particolarissimi rischi catastrofici. In Italia la copertura dei rischi speciali è assunta dalla SACE nell’ambito delle disposizioni

  • RISCHIO DI CAMBIO

    Rischio che variazioni dei tassi di cambio, andando ad incidere su uno stato patrimoniale caratterizzato da una composizione degli attivi e passivi differenziata per valuta di denominazione e asimmetrica quanto ai rispettivi importi, concorrano alla formazione del risultato economico realizzato da una banca attraverso la determinazione di plusvalenze e minusvalenze. In sede di stesura del bilancio d’esercizio, infatti, le attività e passività espresse in valuta vanno convertite in moneta nazionale al tasso di cambio quotato sui mercati valutari; la risultante netta della somma delle minusvalenze e plusvalenze originatesi può risultare negativa o positiva, ed influire con ciò sulla formazione del risultato economico della gestione. Il rischio di cambio può altresì trovare compensazione nella preventiva stipulazione di contratti di compravendita a termine (v. opzioni; futures; swap) per importi e scadenze idonee in riferimento gli squilibri specifici fra attività e passività denominate nelle medesime valute. Dal momento che tali contratti non danno luogo contabilmente alla formazione di attività e passività, ma trovano rilievo nei conti d’ordine come operazioni fuori bilancio, uno sbilanciamento valutario osservabile a livello di stato patrimoniale di per sé non è una condizione sufficiente a provare l’esistenza di un rischio di cambio.

  • RISCHIO DI CREDITO

    Rischio di insolvenza della clientela finanziata da una banca, cioè rischio di perdita totale o parziale dei relativi crediti, per capitali prestati ed interessi maturati. In genere la gestione bancaria si cautela contro questa componente di rischio sia attuando preventivamente una prudente ed oculata valutazione di affidabilità della clientela richiedente prestiti, ed eventualmente stipulando tipologie contrattuali di prestito assistite da garanzie di natura reale e personale, sia precostituendo, mediante congrui accantonamenti su base annuale, appositi fondi rischi su crediti, ai quali verranno addebitate in seguito le eventuali perdite su crediti realizzate dopo l’esperimento delle svariate procedure di recupero dei crediti in contenzioso. Ne consegue che il rischio di credito partecipa alla formazione del risultato economico gestionale in via preventiva, tramite gli accantonamenti di idonee quote ai suddetti fondi.

    Nel rapporto tra creditore e debitore, sottostante ad una data attività finanziaria, il Rischio di Credito (Credit Risk) rappresenta il rischio che il creditore, in qualunque forma tecnica esso conceda il prestito, non si veda rimborsato tutto o parte dell’ammontare di risorse finanziarie impiegate nell’operazione (counterparty risk).5 Tale rischio può essere limitato alla sola quota interessi dovuti alla controparte, o anche alla quota-capitale. Il rischio di credito si genera dunque all’interno di una qualunque transazione finanziaria.
    All’interno della categoria del rischio di credito vengono contemplati anche i rischi legati al deterioramento per pagamenti ritardati (crediti past-due) e il rischio-paese (country risk). I crediti past-due si generano nel momento in cui il debitore produce sensibili ritardi nei pagamenti delle rate dovute secondo i termini prestabiliti per il pagamento degli interessi o per il rimborso delle quote-capitale. Il rischio-paese (country risk) caratterizza invece le transazioni finanziarie tra soggetti appartenenti a differenti paesi, ed è determinato dalla probabilità che uno stato sovrano in difficoltà blocchi i pagamenti in valuta estera incagliando così la transazione tra debitore e creditore, transazione il cui esito influenza il valore dell’attività finanziaria sottostante.
    Generalmente il creditore pone in essere azioni per fronteggiare il rischio di credito. Ad esempio, ciò può avvenire aggiustando il prezzo delle attività finanziarie in funzione del rischio (risk-based pricing), andando cioè a “caricare” la probabilità di default del debitore sul costo della transazione, oppure chiedendo delle garanzie, reali o personali, a supporto della transazione stessa (collaterals), o ancora ricorrendo a forme di assicurazione contro il fallimento delle proprie controparti (CREDIT DEFAULT SWAP (CDS)). Nei casi in cui il creditore ritenga che la copertura del rischio di credito non sia qualitativamente adeguata, o sia quantitativamente insufficiente, possono generarsi effetti negativi sulla concessione del credito stesso quali ad esempio la concessione di un ammontare inferiore rispetto a quello richiesto dal debitore (c.d. CREDIT CRUNCH).

    Raccomandazioni e linee-guida del Comitato di Basilea. Il rischio di credito rappresenta ancora oggi il fattore principale delle crisi bancarie. Negli ultimi anni pertanto esso è stato oggetto di approfondita analisi da parte sia delle autorità di vigilanza, nazionali ed internazionali, sia di istituzioni creditizie, specie quelle di primaria rilevanza internazionale. Nel corso del 1999 il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria ha pubblicato quattro documenti contenenti raccomandazioni e linee guida, rivolte alle autorità di vigilanza e alle banche che svolgono in prevalenza attività internazionale, relativi in particolare: all’adeguatezza delle procedure di contabilizzazione (Sound practices for loan accounting and disclosure); allo sviluppo di procedure “sane” con riferimento alla coerenza tra strategie-politiche-procedure adottate oltre che ai controlli interni (Principles for the management of credit risk); all’informativa al pubblico, soprattutto agli investitori, sulla qualità del credito per rispondere efficacemente alle esigenze di maggiore trasparenza (Best practices for credit risk disclosure); alla natura creditizia del rischio di regolamento nelle operazioni in cambi, infine, che per molte grandi banche rappresenta la fonte principale di esposizione al rischio di credito (Supervisory guidance for managing settlement risk in foreign exchange transactions). Le principali banche internazionali, per contro, hanno esercitato una crescente pressione per una revisione del sistema di ponderazione vigente di determinazione del coefficiente di solvibilità, con riferimento in particolare all’imposizione di un fattore di ponderazione unico per grandi categorie di rischi. Alcune istituzioni internazionali, inoltre, hanno realizzato modelli avanzati di valutazione dell’esposizione al rischio di credito (soprattutto Creditmetrics di JP Morgan e Creditrisk+ di Credit Suisse), in base ai quali il rischio di credito viene quantificato non solo rispetto al singolo obbligato o operazione, ma anche rispetto al portafoglio crediti e obbligazionario nel suo complesso, derivando (con logiche VAR di tipo finanziario) misure attendibili e consistenti sul flusso di perdite medie attese e di perdite massime attese a un certo percentile di confidenza.

    Si è pertanto giunti a delle modifiche al procedente accordo di Basilea del 1988 con nuovo Accordo sul capitale definito dal Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria (Basilea 2). Nell’attuazione del primo pilastro ha previsto diversi metodi per la valutazione della rischiosità degli impieghi sulla quale viene calcolata la copertura patrimoniale minima obbligatoria che l’intermediario deve mantenere. In particolare, secondo il quanto stabilito dal nuovo Accordo, l’approccio standard che nel precedentemente si basava su fattori di ponderazione del rischio fissi per predeterminate categorie di attività, può basarsi anche su rating esterni emessi da agenzie di rating esterne. Tali società sono riconosciute dalla Banca d’Italia previo accertamento del possesso di determinati requisiti, anche di competenza tecnica e di indipendenza (art. 53 comma 2bis TUB, art. 6 comma 1bis TUF) e sono denominate Agenzie esterne di valutazione del merito di credito (in inglese External Credit Assessment Institution, ECAI). Inoltre è stata eliminata per le esposizioni verso i soggetti sovrani la distinzione tra paesi OCSE o non OCSE al fine di migliorare la sensibilità al ischio di tale approccio. Infine il trattamento riservato alle aziende viene determinato dalla presenza e dal grado di rating loro assegnato. In alternativa a tale metodo per la misurazione del merito creditizio l’intermediario può applicare un sistema di rating interno, denominato Internal - Rating - Based (IRB) suddiviso in due categorie: approccio di "base" e "avanzato". Nonostante gli elevati costi di sviluppo di tale approccio, esso presenta diversi vantaggi per le banche che lo utilizzano: il maggior sfruttamento del vantaggio informativo delle banche, il perfezionamento delle tecniche di gestione del rischio che risultano da precise responsabilità poste in capo al management, la possibilità per i vertici aziendali di gestire in modo più informato la politica creditizia delle banche1.
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    1Cfr. DELL'ATTI A. (2002), Lineamenti di gestione bancaria, Cacucci Editore.


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  • RISCHIO DI LIQUIDITA'

    Eventualità per il creditore che un’obbligazione finanziaria venga assolta non alla scadenza, ma con ritardo non predeterminato anche se breve. Nei sistemi di pagamento prende la denominazione di rischio di regolamento.
    Fonte: Banca d'Italia

  • RISCHIO DI MERCATO

    Il Rischio di Mercato (Market Risk) è rappresentato dalla probabilità che le attività finanziarie, scambiate su un mercato sufficientemente liquido, siano sottoposte a sensibili oscillazioni della propria quotazione, a causa dell’imprevedibilità di fattori in grado di influenzarla. Tali fattori possono essere l’incertezza legata, oltre che all’andamento della quotazione dell’attività finanziaria stessa, anche all’andamento dei principali indicatori finanziari di mercato (EURIBOR, LIBOR spread tra titoli di stato di un dato paese e titoli di stato percepiti come risk free, tassi di cambio), o anche indicatori reali (tasso di inflazione e di disoccupazione di un dato paese, indici della produzione industriale, rischi legati all’oscillazione del prezzo di commodities strettamente correlate all’attività finanziaria stessa). La misurazione del rischio di mercato fornisce la probabilità di perdita inattesa legata all’attività finanziaria, tramite modelli di misurazione del tipo Value at risk (VaR) (Enciclopedia). Tali modelli hanno l’obiettivo di calcolare la perdita potenziale generabile dai rischi definiti sopra, su un dato orizzonte temporale e con un dato livello di confidenza statistica.

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  • RISCHIO DI PORTAFOGLIO

    Tipologia di rischio economico riferita non alle singole attività, contrattualmente riconoscibili, accolte nello stato patrimoniale di una banca, bensì al loro complesso, cioè al portafoglio di attività globalmente inteso. Tale nozione di rischio, derivante dalla teoria microeconomica, può essere suddivisa in due componenti: il rischio sistematico e il rischio non sistematico. Il rischio sistematico (o rischio di mercato) di un portafoglio di attività è espresso dalla sensibilità del valore economico delle attività in portafoglio rispetto all’andamento generale dell’economia ed è generalmente misurato dal coefficiente beta del portafoglio stesso. Tale rischio non è diversifi cabile, nel senso che non è eliminabile nemmeno attraverso un’idonea diversificazione delle attività. Per converso, il rischio non sistematico (o rischio specifico) è espressione del grado di correlazione reciproca esistente fra le variazioni di valore economico delle attività in portafoglio. Tale concetto mette in evidenza che il rischio associato ad un aggregato di attività non coincide necessariamente con la media ponderata dei rischi delle attività prese singolarmente. Infatti, dato che la correlazione fra i rischi delle singole attività può essere positiva, negativa o nulla (indice di correlazione variabile tra 1 e -1), il rischio di portafoglio risulta tanto inferiore alla media ponderata dei rischi delle singole attività quanto maggiore è lo scostamento dell’indice di correlazione dalla posizione positiva estrema. Un’opportuna diversificazione delle attività, quindi, perseguita secondo un criterio di correlazione negativa dei rischi singoli delle attività medesime, produce globalmente l’effetto di un miglioramento del livello di rischio del portafoglio.

  • RISCHIO DI TASSO D'INTERESSE

    Rischio, riferito alla gestione di una BANCA, che la dinamica dei TASSO D'INTERESSE del mercato, legata a variabili esogene, determini, nella sequenza dei risultati economici di periodo, condizioni di livello e di variabilità non coerenti rispetto agli obiettivi programmati ed attesi. La struttura patrimoniale tipo di una banca è scomponibile in attività e passività a tasso variabile (il cui tasso d’interesse è rinegoziabile in qualsiasi momento) e in attività e passività a tasso fisso (il cui tasso d’interesse può essere rinegoziato solo a scadenza futura, più o meno prossima nel tempo). Inoltre, all’interno delle attività a tasso fisso si distinguono le attività il cui valore di mercato (PREZZO DI MERCATO) varia in funzione delle oscillazioni dei tassi di mercato (TITOLO OBBLIGAZIONARIO) da quelle che, in virtù della loro non negoziabilità o trasferibilità, non manifestano alcuna variabilità di valore economico (prestiti contrattualmente non incorporati in titoli di credito trasferibili). Ciò premesso, è possibile isolare due diverse nozioni di rischio di tasso d’interesse. a) La prima si ricollega alle possibili variazioni in aumento o in diminuzione del valore negoziale delle obbligazioni a cedola issa, indotte da variazioni di segno contrario dei tassi di mercato, e quindi al potenziale guadagno o perdita in conto capitale incidente sulla formazione del risultato economico di periodo. b) La seconda, invece, scaturisce dall’eventualità che la struttura temporale dell’attivo bancario, in termini di scadenze di negoziabilità dei tassi, non sia speculare rispetto a quella propria del passivo. Infatti, in linea generale, se la scadenza media ponderata dell’attivo risulta inferiore (superiore) a quella del passivo, un aumento dei tassi d’interesse di mercato provocherebbe una variazione negativa (positiva) del margine di interesse (differenza tra ricavi da interessi attivi e costi da interessi passivi) atteso in ipotesi di stabilità delle condizioni di mercato. In caso di ribasso dei tassi di mercato, la variazione del margine d’interesse risulterebbe diametralmente contraria. Il rischio di tasso d’interesse, quindi, assume anche questa seconda configurazione, diversa dalla prima per il fatto che le fluttuazioni dei tassi di mercato non interessano direttamente il conto economico della banca tramite una variazione del valore economico delle attività, ma vi influiscono in via mediata tramite la combinazione di strutture per scadenze dell’attivo e del passivo non coincidenti. Se tali strutture fossero perfettamente bilanciate, infatti, il margine di interesse sarebbe “neutrale” rispetto alle variazioni dei tassi di mercato, nell’ipotesi, peraltro restrittiva, che le variazioni dei tassi attivi e passivi abbiano uguale dimensione assoluta.

  • RISCHIO MONETARIO

    Rischio economico derivante, per la banca, dalla variazione del potere d’acquisto della moneta, ovvero dall’in- flazione. Esso si ricollega, in primo luogo, alla quota di attività reali presente negli attivi patrimoniali delle banche (immobili, impianti, attrezzature tecniche ed altri fattori strumentali all’esercizio dell’attività). In caso di inflazione il valore economico dei cespiti reali tende teoricamente ad aumentare rispetto al loro valore di libro (costo storico) accolto in contabilità. Si generano, pertanto, plusvalenze da rivalutazionemonetaria, suscettibili di essere o meno espresse contabilmente in funzione del calcolo di adeguati saldi di rivalutazione. L’effetto del deprezzamento della moneta sulle attività finanziarie è, invece, diametralmente opposto, giacché queste ultime ubiscono, in termini reali, una svalutazione pari al tasso d’inflazione. Una simmetrica svalutazione interessa, d’altra parte, il valore reale delle passività (debiti). Analizzandone in maniera comparata la complessiva struttura finanziaria, che comprende oltre alle passività anche i mezzi propri, e tenendo conto degli effetti contrapposti prodotti dall’inflazione sulle diverse tipologie di cespiti patrimoniali, è possibile quantificare il rischio monetario cui la banca risulta esposta, definibile come rischio di svalutazione del capitale netto (mezzi propri, calcolabili come differenza fra la somma delle attività reali al netto dei fondi di ammortamento e delle attività finanziarie e le passività finanziarie) per effetto dell’inflazione. La concreta presenza di tale rischio spinge la gestione bancaria a ricercare una situazione di equilibrio economico più favorevole, tramite l’applicazione, coeteris paribus, di maggior divario tra tassi attivi e passivi. Una diversa nozione di rischio monetario fa riferimento agli effetti che l’inflazione può provocare nelle relazioni e negli equilibri fra fattori produttivi fisici e volumi di attività-passività finanziarie. In effetti, se l’inflazione producesse una contrazione dei volumi reali delle quantità finanziarie di stato patrimoniale conseguirebbe, a parità di risorse fisiche impegnate in termini di personale, immobili ed attrezzature tecniche, un calo di produttività capace di suscitare politiche di gestione compensative, alla ricerca di nuove e più favorevoli condizioni di equilibrio economico.

  • RISCHIO OPERATIVO

    Il rischio operativo è il rischio di perdite derivanti da processi, personale e sistemi interni inadeguati o carenti, oppure dovute ad eventi esogeni. Questa definizione del rischio operativo è stata formulata nell’ambito del Nuovo Accordo di Basilea sui requisiti patrimoniali (Basilea 2) che ha incluso un coefficiente patrimoniale minimo specifico per tale tipologia di rischio sia per dare alle banche maggiori incentivi a elaborare metodi per la misurazione e sistemi di gestione del rischio operativo sia per garantire che esse dispongano di sufficienti margini patrimoniali per farvi fronte. Infatti, a seguito della progressiva deregolamentazione e globalizzazione dei servizi finanziari, associate allo sviluppo della tecnologia finanziaria, è emersa la necessità per le banche di tutelarsi non solo a fronte dei rischi tipici quali il rischio di credito, di tasso di interesse e di mercato ma anche da altre tipologie che non rientrano in tali definizioni. Alcuni esempi di rischio operativo sono riconducibili alle risorse umane come il rischio di errori manuali di trattamento dei dati, negligenza, non efficiente mantenimento di controlli interni e di sistemi di backup, abuso di informazioni confidenziali, transazioni indebite effettuate per conto della banca, riciclaggio di denaro di provenienza illecita. Un’altra fonte primaria di rischi riguarda l’utilizzo dei