PRESTITI IRREDIMIBILI

Analogamente ai prestiti subordinati, i prestiti irredimibili sono i prestiti a cui è apposta, sin dall’origine la c.d. clausola di subordinazione: si conviene, cioè, che, a fronte di un tasso di remunerazione del capitale superiore ai tassi correnti, il rimborso del capitale medesimo è subordinato all’integrale soddisfacimento di tutti gli altri creditori di rango diverso. Sono prestiti tendenzialmente perpetui, cioè per la durata della vita dell’emittente, o quanto meno non rimborsabili per iniziativa del possessore o in assenza del consenso delle Autorità di vigilanza. A differenza dei prestiti subordinati, i prestiti irredimibili sono destinati ad assorbire le perdite della società emittente anche al di fuori della fase di liquidazione o delle procedure concorsuali; inoltre, si prevede il differimento della remunerazione qualora i profitti annuali dell’emittente risultino insufficienti alla stessa. Proprio per questo particolare regime, la dottrina assimila il prestito irredimibile al contratto di associazione in partecipazione piuttosto che al mutuo: con tale prestito, cioè, si pone in essere una partecipazione diretta al rischio dell’attività d’impresa dell’emittente. La qualifica di “prestazione di rischio” ha poi conseguenze rilevanti in tema di possibilità di compensazione del prestito con un controcredito vantato dall’emittente, compensazione che resterebbe perciò esclusa o fortemente limitata. L’art. 12 del TUBC riconosce alle banche la facoltà di emettere prestiti irredimibili alle condizioni indicate dalla Banca d’Italia, sotto forma di obbligazioni o di titoli di deposito. Si esclude invece che possano emettersi prestiti irredimibili in forma di pagherò cambiario, poiché la promessa contenuta in questi titoli di credito ha obbligatoriamente carattere incondizionato. Nelle Istruzioni, la Banca d’Italia ha altresì stabilito che i prestiti irredimibili, al pari dei subordinati, concorrono a comporre il patrimonio di vigilanza della banca emittente.