nuovissima Enciclopedia di banca, borsa e finanza

Lettera selezionata: M

  • M&N

    Acr. di: May and November. Indica negli USA il pagamento trimestrale di interessi o di acconti di dividendo compiuti in questi mesi.

  • M&S

    Acr. di: March and September. Indica negli USA il pagamento trimestrale di interessi o di acconti di dividendo compiuti in questi mesi.

  • M0, M1, M2, M3, M4, M5, M10

    Sigle che indicano altrettante misure dell’offerta di moneta in un’economia moderna aggiungendo, a partire dall’aggregato monetario liquido per eccellenza (monete metalliche e banconote), serie di attività finanziarie con grado di liquidità decrescente. Questa classificazione è stata adottata da Stati Uniti e UK negli anni Settanta ed è stata poi introdotta nelle statistiche degli altri Paesi con adattamenti e modificazioni che le rendono non uniformi. Inoltre la composizione degli aggregati è variata col tempo. M0 indica negli Stati Uniti e in UK sostanzialmente l’ammontare della moneta emessa (in metallo o in banconote in circolazione e in cassa presso le banche). L’aggregato è denominato in USA monetary base e anche high-powered money. M1, comprende M0 più i travelers checks e i depositi a vista presso banche, utilizzabili per i pagamenti, che costituiscono la liquidità primaria dell’economia. È moneta che può essere spesa immediatamente. È, quindi, denominato transaction money e corrisponde a tutti i requisiti della moneta in senso stretto (narrow money):valore facciale determinato e invariabile, trasferibilità perfetta, assenza di costi di transazione, divisibilità in unità convenzionali aventi corso legale, zero-maturity (cioè disponibilità e spendibilità immediata al valore facciale; il loro valore attuale coincide con quello facciale), rendimento nullo per il portatore. M1 (distinto in USA nel 1980 in M-1A e M-1B) è stato lo strumento preferito nelle analisi monetarie finché le banche non hanno preso a remunerare signifi- cativamente i depositi. M2 comprende M1 più depositi fruttiferi e altre attività investite a breve termine e costituisce la liquidità secondaria dell’economia. M3 è uguale a M2 più i depositi a termine. M4 e M5 includono attività finanziarie via via meno liquide. M10 è un aggregato introdotto dalla Bank of England nel 1984 come misura di una base monetaria ampia e comprende monete metalliche e banconote emesse più i saldi operativi attivi delle banche presso la Bank of England. Nel nostro Paese la Banca d’Italia ha utilizzato fino al 1998 tre classificazioni da ultimo così: M1 composta da circolante, conti correnti liberi delle banche e postali, assegni circolari, vaglia cambiari e depositi in conto corrente presso il Tesoro; M2 composta da M1 più certificati di deposito delle banche, depositi vincolati, depositi postali; M2 estesa composta da M2 più depositi presso filiali estere delle banche italiane. Con la costituzione del SEBC le definizioni degli aggregati monetari sono state standardizzate nell’area dell’euro e comprendono ora: M1, che comprende circolante e depositi in conto corrente; M2 che comprende M1 più depositi con durata prestabilita fino a 2 anni, depositi rimborsabili su preavviso fino s 3 mesi; M3 che comprende M2 più pronti contro termine, quote di fondi comuni monetari e titoli di mercato monetario, obbligazioni con scadenza originaria fino a 2 anni. Altre definizioni sono elencate nella voce aggregato monetario.

  • MACD

    Analisi tecnica. Acr. di: Moving Average Convergence Divergence. È un indicatore che misura la differenza fra la media mobile esponenziale a 12 giorni e la media mobile esponenziale a 26 giorni dei prezzi, il tutto espresso come percentuale della quotazione. Quando l’indicatore è positivo, indica una situazione tecnica positiva di ampio respiro mentre discorso inverso vale nel caso di negatività dell’indicatore. L’assunzione di valori estremi ll’interno dello stesso settore o perfino rispetto all’intero listino, segnala la possibilità di un futuro indebolimento del titolo (se positivo) oppure di un possibile recupero di forza (se negativo). Tale strumento viene utilizzato nell’ambito el monitoraggio del trend di medio-lungo periodo.

  • MACMILLAN GAP

    Lett.: lacuna Macmillan. Concetto introdotto dal Committee on Finance and Industry nel suo Rapporto del 1931 (v.Rapporto Macmillan) per indicare le carenzedel mercato dei capitali che rendono difficile il collocamento presso il pubblico di emissioni di titoli di modesto ammontare e, in generale, allepiccole e medie imprese (PMI) di accedere al finanziamento degli investimenti. Le politiche a favore delle PMI realizzate nel secondo dopoguerra, in particolare con la costituzione di speciali banche e l’introduzione di agevolazioni fiscali e creditizie e di incentivi agli investimenti. per le PMI sono stati il tentativo di porre rimedio al Macmillan gap (v. anche:Bolton Committee;PMI; Rapporto Wilson).

  • MADRE E FIGLIA

    Moduli costituiti da due sezioni e raccolti di solito in blocchetti. Una sezione, la figlia, si stacca e si consegna, mentre l’altra, detta madre (o matrice), viene conservata come documento per eventi accertamenti. Erano detti anche “bolletta a madre e figlia”, “bollette a riscontro”. La sezione-figlia contiene in tutto o in parte le indicazioni recate sulla madre e può anche aver valore di titolo di credito (p.e. assegno). Talvolta le sezioni sono tre: madre, figlia e contromatrice. Quest’ultima può fungere da ricevuta per l’eventuale terzo intervenuto nell’operazione, per contraddistinguere merci spedite ecc.

  • MADREFEDE

    Titolo rappresentativo di un deposito avvalorato da firme e bolli, contenente l’accertamento del debito dell’istituto che lo emette ed il credito del traente o del possessore. La madrefede è una fede di credito, regolarmente emessa, sulla quale viene aperto un conto corrente, che è però improduttivo d’interesse. L’operazione attraverso la quale una fede di credito viene convertita in madrefede può essere eseguita soltanto presso la sede del Banco di Napoli o di Sicilia, uniche banche abilitate a rilasciarla: consiste nel presentare al servizio dei c/c una o più fedi di credito già intestate e prive di qualsiasi girata. Dopo gli adempimenti contabili la fede-madre viene consegnata all’intestatario. Questi ha, in seguito, facoltà di fare ulteriori versamenti per qualsiasi ammontare e di disporre in tutto o in parte della valuta rappresentata dal titolo. L’intestatario della madrefede può trarre su di essa un ordine di pagamento, a favore di più persone, con o senza clausole e condizioni. Quest’ordine di pagamento prende il nome di mandato: esso non va consegnato all’emittente, ma viene trattenuto dal Banco, allo scopo di eseguire l’accreditamento in conto speciale, a favore dei creditori designati nel mandato. Vedi anche fede di deposito.

  • MAGAZZINI DOGANALI

    Luoghi di pubblico deposito di merci estere, “schiave di dazio” posti sotto la diretta custodia dell’amministrazione doganale. Dietro domanda scritta del depositante, la dogana riceve le merci in deposito e, previo accertamento, dichiara nella bolletta la qualità, la quantità e il valore della merce e ne fa annotazione nei propri registri; la bolletta di introduzione in deposito vale come ricevuta e va esibita ad ogni estrazione di merci che si vuole effettuare e sulla stessa la dogana annota, di volta in volta, la specie e la quantità delle merci ritirate. Il deposito nei magazzini doganali favorisce notevolmente il commercio di importazione, essendo il pagamento dei dazi doganali e di altri diritti posticipato al momento dell’uscita delle merci. Di deposito doganale, inoltre, si parla in relazione ad altre due diverse situazioni: deposito in magazzini dati dalla dogana in affitto; deposito in magazzini di proprietà privata (magazzini fiduciari), per i quali è disposta una regolamentazione più severa.

  • MAGAZZINI GENERALI

    Luoghi di pubblico deposito, organizzati e gestiti da persone fisiche o giuridiche per la conservazione e la custodia di merci e derrate per conto terzi, dietro un corrispettivo risultante da specifiche tariffe. La loro istituzione è autorizzata con decreto del Ministro per l’Industria e Commercio e su essi esercitano la vigilanza le Camere di commercio. Al depositante viene rilasciato uno scontrino d’entrata (bollettino di introduzione o ricevuta di deposito) che, su una espressa richiesta, può essere sostituito dalla fede di deposito, cui viene unita la nota di pegno. I magazzini generali offrono a produttori e a commercianti, oltre alla possibilità di usufruire di idonei locali tecnicamente ben attrezzati per la custodia e la conservazione delle merci, altri vantaggi, quali, p.e., quello di ottenere credito sulle merci depositate mediante la girata della nota di pegno (warrant) oltre che quello derivante dal concentramento delle merci in modo da favorire la contrattazione. Peculiari modalità circa gli ambienti e un più rigoroso regime di vigilanza sono fissati per magazzini generali destinati, a ricevere merci estere, che vi possono essere immesse “schiave di dazio”. I magazzini generali hanno diritto ad un compenso per la custodia delle merci; in caso di mancato pagamento dei diritti di custodia, spetta loro una prelazione sulle merci stesse, che possono vendere in danno del depositante. Se controllate da banche, le società che gestiscono magazzini generali sono comprese nel perimetro di Gruppi creditizi, svolgendo attività di carattere ausiliario rispetto alle attività delle altre società o enti dei gruppi medesimi, in ragione delle operazioni effettuabili con i titoli rappresentativi delle merci depositate.

  • MAGGIORAZIONE DI CONGUAGLIO

    Maggiorazione dell’IRPEG dovuta a titolo di conguaglio sugli utili distribuiti che non hanno scontato l’imposta ordinaria, originariamente disciplinata dall’art. 105 d.p.r. 22.12,1986 n. 917 secondo cui quando la somma distribuita sull’utile di esercizio, diminuita della parte assegnata alle azioni di risparmio al portatore, è superiore al 64% del reddito imponibile, al lordo delle perdite riportate da precedenti esercizi, dichiarato dalla società ai fini dell’IRPEG dovuta per l’esercizio medesimo, l’imposta stessa va aumentata, a titolo di conguaglio, di un importo pari ai nove sedicesimi della differenza. Questo istituto è stato abrogato con d.lg. 18.12.1997 n. 467, a causa delle distorsioni cui il complicato meccanismo dell’imposta compensativa dava luogo ed in considerazione della sostanziale riduzione delle fattispecie reddituali esenti che aveva finito per ridurre l’ambito di applicazione suo proprio. L’abrogazione della maggiorazione di conguaglio si inserisce, unitamente all’avvenuta riforma della disciplina del credito d’imposta, in un più ampio disegno di razionalizzazione e semplificazione delle disposizioni tributarie applicabili alle imprese costituite in forma societaria. Un istituto in parte analogo è stato introdotto all’art. 105 bis, TUIR. In particolare, se una società erogante dividendi intende distribuire gli stessi con crediti di imposta pieni nonostante l’ammontare delle imposte memorizzato nei due canestri non sia sufficiente a coprire i crediti che si vogliono attribuire, essa potrà incrementare l’ammontare delle imposte comprese nel canestro che attribuisce il credito di imposta pieno attraverso un versamento integrativo, sostanzialmente riproduttivo della vecchia maggiorazione di conguaglio, con l’unica differenza di essere spontaneo.

  • MAGISTRATURA

    Complesso di organi che amministrano la giustizia e che esercitano, quindi, la funzione giurisdizionale. Ne fanno parte í magistrati di carriera, che hanno un rapportodi pubblico impiego, e i magistrati onorari (giudici di pace) la cui attività è caratterizzata dalla temporaneità e dalla gratuità. Non sono, invece, magistrati i cittadini chiamati ad esercitare occasionalmente funzioni giurisdizionali, quali i giudici popolari delle corti d’assise, i componenti privati dei tribunali per i minorenni, gli esperti delle sezioni specializzate agrarie presso i tribunali. La magistratura è divisa in tre ordini che hanno competenze diverse e ordinamento proprio, pur mantenendo alcuni collegamentie affinità. Il primo ordine è composto dai magistrati ordinari (o dell’ordine giudiziario), che esercitano la giurisdizione ordinaria, civile e penale, ivi compreso l’ufficio del pubblico ministero. Il secondo ordine è composto dallamagistratura amministrativa: Consiglio di Stato, Tribunali Amministrativi Regionali (TAR), Corte dei conti, Tribunali delle acque. Al terzo ordine appartengono i magistrati militari. La magistratura costituisce un potere autonomo, distinto ed indipendente dagli altri poteri dello Stato. Per garantire l’indipendenza dei giudici ordinari, la Costituzione dispone che gli stessi sono soggetti soltanto alla legge e che non possono essere dispensati o sospesi dal servizio se non in seguito a decisione del Consiglio superiore della magistratura.

  • MAHBUB UL HAQ

    Dr Mahbub ul Haq (1934- 1998) è stato un influente economista pakistano. E’ ricordato per esser stato il fondatore del Rapporto sullo Sviluppo Umano e uno tra i più influenti sostenitori della teoria dello Sviluppo Umano. In ambito internazionale ha lavorato per la Banca Mondiale (dal 1970 al 1982) e dal 1989 al 1986 è stato consulente speciale presso il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP). In Pakistan, è stato ministro della Finanza, Pianificazione e Commercio (1982-1988) e nel 1996 ha fondato il Centro di Sviluppo Umano.   

    Redattore: Valentina GENTILE
    © 2010 ASSONEBB

  • MAIL BOX

    Lett.: casella postale. Nella posta elettronica indica uno spazio di memoria individuata da un nome (e-mail address¸indirizzo di posta elettronica) presente in un computer specializzato (host computer) cui il titolare del nome può accedere per prelevarlo e leggerlo con un apposito programma (Outlook Express, Eudora, Netscape Navigator ecc.).

  • MAILING LIST

    1. Elenco contenente nomi e indirizzi di persone, imprese ed altre organizzazioni cui vengono regolarmente inviati notizie,materiale illustrativo, pubblicazioni ecc.

    2. Anche elenco contenente nome e indirizzo di potenziali clienti divisi per categorie professionali, per zone e secondo altri criteri, preparato da aziende specializzate e venduti o noleggiati per campagne commerciali, pubblicitarie, politiche ecc.

    3. Elenco di persone interessate a ricevere posta elettronica (v. e-mail) su un dato argomento. Le mailing list di posta elettronica possono essere moderate e non moderate. Le mailing list moderate hanno un coordinatore (moderator) che controlla tutti i messaggi e inoltra ai destinatari solo quelli di loro interesse. I destinatari inclusi in mailing list non moderate ricevono invece qualsiasi messaggio inviato all’elenco, indipendentementedal suo contenuto.

  • MAINFRAME

    Elaboratore di elevate prestazioni in termini di potenza elaborativa e di spazio per la memorizzazione delle informazioni. Sin.: elaboratore centrale v. anche host.

  • Major Groups

    Nel 1992, durante la Conferenza delle Organizzazione delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Ambientale (UNCED), più nota come “Earth Summit”, si è giunti alla conclusione che i governi da soli non potevano raggiungere lo sviluppo sostenibile, ma che c’era bisogno della partecipazione attiva di tutti i settori della società e di tutti i tipi di persone … consumatori, operai, uomini d’affari, contadini, studenti, insegnanti, ricercatori, attivisti, comunità locali, e altre comunità di interesse.

    A tale scopo, i governi hanno adottato l’Agenda 21, un piano d’azione mirato a raggiungere uno sviluppo sostenibile, nel quale sono formalizzati 9 di questi gruppi come categorie omnicomprensive attraverso le quali tutti i cittadini possono prendere parte alle iniziative delle Nazioni Uniti atte al raggiungimento di uno sviluppo sostenibile.

    Questi sono ufficialmente denominati “Major Groups” e comprendono: settore privato e imprese, giovani, settore agricolo, popolazioni indigene, amministrazioni e autorità locali, organizzazioni non governative, comunità scientifica e tecnologica, donne, sindacati e lavoratori.

    Il Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) ritiene che l’impegno e il coinvolgimento genuino di tutti i gruppi sociali sia fondamentale per l’effettiva attuazione degli obiettivi, delle politiche e dei meccanismi nel campo dell’ambiente e dello sviluppo. Perciò qualsiasi politica, definizione o regola che interessi la partecipazione di organizzazioni non governative al lavoro delle Nazioni Unite e che sia associata all’Agenda 21, deve essere rivolta equamente a tutti i Major Group.

    UNEP, www.unep.org > UNEP Major Groups and Stakeholders Branch > Major Groups

    Redattori: Barbara PANCINO; Emanuele BLASI

  • MALAFEDE

    Atteggiamento o comportamento etico-psicologico, giuridicamente rilevante, contrario ai criteri della lealtà, dell’onestà e della correttezza. Si definisce così la malafedein senso oggettivo, che induce il soggetto a compiere azioni od omissioni recanti pregiudizio a terzi. Chi ne subisce le conseguenze può agire in giudizio per ottenere il risarcimento del danno. Si ha malafede in senso soggettivo quando taluno compie un atto o un negozio giuridico con dolo o colpa grave o comunque conoscendo le cause di nullità del contratto senza renderne edotta l’altra parte o altre particolari situazioni giuridiche che dovrebbero indurlo ad astenersene. Dallo stato di mala fede del soggetto la legge fa conseguire effetti a lui sfavorevoli. Mentre la buona fede si presume, la malafede deve essere provata da chi ne ha interesse.

  • Maledetti economisti, le idiozie di una scienza inesistente di S. Ricossa

    Corre l'anno 2450 e Ricossa il giovane ha il compito, dopo una catastrofe distruttiva, di raccogliere materiale con cui ricostruire vita e opere degli economisti del passato; in questa messa in scena non mancano i gatti di Pareto e il cane di Pantaleone. Senza volerlo, si può essere eroi oppure ridicoli e, spogliati dei loro parametri, i grandi nomi dell'economia diventano personaggi che di straordinario hanno solo le bizzarrie.

    Maledetti economisti, di Sergio Ricossa, 2010, Ed. Rubbettino, prefazione di Lorenzo Infantino.

  • MALVERSAZIONE AI DANNI DELLO STATO

    L’art. 316 bis, introdotto dall’art. 3, l. 26.4.1990 n. 86 e successivamente integrato dall’art. 1, l. 7.2.1992 n. 181, punisce con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, essendo estraneo alla pubblica amministrazione, avendo ottenuto dallo Stato o da altro ente pubblico o dalle Comunità europee contributi, sovvenzioni o finanziamenti destinati a favorire iniziative dirette alla realizzazione di opere o allo svolgimento di attività di pubblico interesse, non li destina alle predette finalità. La condotta punita, quindi, si concreta semplicemente nella mancata destinazione delle somme ricevute alle finalità per le quali sono state concesse. Mancando ogni riferimento sia a un fine di profitto dell’agente, sia alla necessità che dalla condotta derivi un danno, la lettera della norma porta a far ritenere che ci si trovi di fronte a un reato di mera condotta, consistente nel semplice fatto di destinare ad altro fine il finanziamento. Autorevole dottrina, peraltro. invoca una interpretazione meno formalistica, che dovrebbe portare a escludere la sussistenza del reato in esame nelle ipotesi in cui la finalità strumentale alla erogazione sia stata comunque conseguita prima dell’erogazione stessa oppure le somme eventualmente risparmiate siano state destinate ad altre finalità istituzionali.

  • MAN

    Acr. di: Metropolitan Area Network. Denomina una rete destinata a connettere più reti locali distinte, distribuite sul territorio di un’estesa area urbana. (v. LAN; WAN).

  • MANCANZA DI TITOLI DI STATO A BREVE SCADENZA

    Dopo il 2001 a domanda di titoli di Stato a breve scadenza con rischio basso è aumentata a tal punto che l'offerta non è stata sufficiente a soddisfarla. La forte domanda proviene dai paesi produttori di petrolio, dai paesi esportatori (es. Cina) che investono gli ingenti ricavati, dai gestori di fondi e di ricchezza che cercano investimenti a breve termine con rendimento positivo ma basso rischio (es. INTERNATIONAL CASH POOL - ICP).

    la globalizzazione finaziaria e la diversificazione di portafoglio hanno fatto aumentare la domanda di titoli a breve scadenza a basso rischio, i.e. garantiti da stati sovrani solidi, nei portafogli dei grandi operatori finanziari, come fondi hedge, fondi pensione, fondi sovrani di ricchezza, investitori istituzionali e asset manager.

    Il titolo più sicuro di questa categoria è il TREASURY BILLS americano, insieme al Bund tedesco. L'offerta di Treasury Bill nell'ultima decade non è stata al passo con la domanda, nonostante la crescita del DEBITO PUBBLICO americano. Il gap che si è creato tra domanda e offerta è stato colmato dai titoli del settore bancario ombra (shadow babking system) come i REPOS, le ASSET-BACKED SECURITY (ABS) e commercial paper, altri derivati a breve termine, soprattutto su credito.

    Bibliografia

    Pozsar Zoltan (2011) Institutional Cash Pools and the Triffin Dilemma of the U.S. Banking System, IMF Working Paper n. 190, August.

  • MANDATINO

    Ordine di pagamento, avvalorato dal banco, a favore di ciascuna delle persone indicate in un mandato (v. mandato di pagamento) emesso dall’intestatario di una madrefede. L’operazione avviene quando l’intestatario di una madrefede emette un mandato complessivo, in cui dispone, a favore proprio o di terzi, di una parte o dell’intero della somma versata. Il mandato complessivo è tenuto dalla banca che, dopo l’avvaloramento della fede di credito, emette, a favore dei soggetti indicati nel mandato, i mandatini, i quali acquistano cosi la caratteristica di titoli di credito e sono trasferibili mediante girata (v. anche fede di credito).

  • MANDATO

    Contratto con cui una parte (mandatario) si obbliga a compiere uno o più atti giuridici per conto, ossia nell’interesse, di un’altra (mandante). Rientra nel novero dei contratti caratterizzati dall’obbligo che un soggetto si assume di compiere un’attività ai cui effetti è destinato a rimanere estraneo e di cui fanno parte i contratti di commissione, dispedizione, di agenzia e di mediazione. Il mandato può essere oneroso, quando il mandante si obbliga a ricompensare il mandatario, oppure gratuito: in difetto di esplicita pattuizione si presume oneroso. Può essere, inoltre, generale, se riguarda una serie indeterminata di affari del mandante, oppure speciale, se fa riferimento ad uno o più affari determinati. Il mandatario non può eccedere i limiti del mandato: la sua attività, cioè, deve corrispondere esattamente al contenutodell’incarico ricevuto, o comprendere soltanto gli atti giustificati dall’effettivo interesse del mandante. Gli atti compiuti dal mandatario in eccesso dal mandato producono effetti che restano a carico del mandatario stesso, cioè non si trasferiscono in capo al mandante, a meno che quest’ultimo non li ratifichi. Il mandato può essere con rappresentanza, quando il mandatario, avendone ricevuto la procura, agisce non soltanto per conto, ma anche in nome del mandante, ossia come suol dirsi ne spende il nome: in tal caso gli effetti degli atti compiuti dal mandatario si producono direttamente in capo al mandante. Quando il mandato è senza rappresentanza, il mandatario non spende il nome del mandante: in tal caso gli effetti dell’attività si producono in capo al mandatario, che perciò è obbligato a trasferirli, con un nuovo e distinto atto, al mandante. Questa regola si verifica sempre che manchi la rappresentanza, per gli acquisti di beni immobili, o di mobili iscritti in pubblici registri (navi, automobili, aeromobili), che debbono essere compiuti per iscritto: con un primo atto scritto i beni sono acquistati dal mandatario che, con un successivo atto scritto, li trasferisce al mandante. La regola trova invece un temperamento nell’acquisto di beni mobili: l’art. 1706 c.c. stabilisce, infatti, che il mandante può rivendicare le cose mobili acquistate per suo conto dal mandatario che ha agito in nome proprio di esso mandatario, salvi i diritti acquistati dai terzi di buona fede. I creditori del mandatario non possono far valere le loro ragioni sui beni che il medesimo ha acquistatoin nome proprio ma per conto altrui (purché il mandato risulti da scrittura con data certa, anteriore al pignoramento). I crediti nascenti dall’esecuzione del mandato senza rappresentanza vengono acquistati dal mandatario; tuttavia il mandante, sostituendosi ad esso, può agire per la loro soddisfazione. Il mandato avente per oggetto il trasferimento di beni immobili deve essere redatto per iscritto. Il mandato si estingue per scadenza del termine, per revoca del mandante, per rinuncia del mandatario, per morte, interdizione o inabilitazione dell’una o dell’altra parte. Ma se il mandato è anche nell’interesse del mandatario, l’estinzione non può avvenire per revoca, salvo che sia diversamente stabilito o che ricorra una giusta causa, né per morte o sopravvenuta incapacità del mandante. Se il mandato è oneroso ed è conferito per un tempo determinato o per un determinato affare, la revoca obbliga il mandante a risarcire i danni se è fatta prima della scadenza del termine o del compimento dell’affare, salvo che ricorra una giusta causa. La revoca è tacita, quando il mandante conferisce l’incarico ad un nuovo mandatario, ovvero quando provvede personalmente al compimento dell’affare. Anche la rinuncia del mandatario produce l’obbligo di risarcimento dei danni se non è fondata su una giusta causa o se, trattandosi di mandato a tempo indeterminato, non è preceduta da un congruo preavviso.

  • MANDATO ALL'INCASSO

    Contratto con il quale una parte, mandante, conferisce a un’altra, mandatario, l’incarico di riscuotere propri crediti nei confronti di uno o più debitori. La figura rientra nel contratto di mandato disciplinato negli artt. 1703 e ss. c.c. e si qualifica in riferimento alla specifica attività di riscossione di crediti compiuta dal mandatario. Il mandato all’incasso può essere concluso nell’esclusivo interesse del mandante, con obbligo del mandatario di corrispondere volta a volta al mandante le somme incassate per suo conto; maggiormente diffuso, soprattutto nella prassi bancaria, è il mandato all’incasso stipulato anche nell’interesse del mandatario o di un terzo. Si tratta di una specifica applicazione del mandato in rem propriam, cioè del contratto di mandato nel quale all’interesse del mandante si affianca l’interesse del mandatario o di un terzo, legati al mandante da un rapporto obbligatorio in base al quale il mandante è debitore di uno di questi soggetti. Il mandato all’incasso in rem propriam è regolato dall’art. 1723 c.c., a norma del quale il mandato non si estingue per revoca da parte del mandante né per la morte o la sopravvenuta incapacità del mandatario. Frequente nella prassi bancaria, il mandato irrevocabile all’incasso conferito dal cliente alla banca si contrappone, normalmente, ad un rapporto di finanziamento oppure si affianca ad un rapporto di conto corrente “in rosso”. Il cliente incarica la banca di riscuotere propri crediti, autorizzandola a non corrispondere gli incassi, ma a trattenerli, alternativamente, a garanzia del credito di restituzione della somma concessa a titolo di finanziamento o a soddisfacimento del credito da saldo di conto corrente. Ove poi il contratto di mandato irrevocabile all’incasso fosse concluso nell’interesse di un terzo, la banca sarebbe obbligata a corrispondere al terzo la somma incassata. Nella prima delle due precedenti ipotesi, il contratto assolve ad una funzione di garanzia; nella seconda ha invece funzione satisfattiva delle ragioni di credito del mandatario o di un terzo nei confronti del mandante. La distinzione tra le due ipotesi è rimessa alla esclusiva volontà dei contraenti. Il mandato irrevocabile all’incasso in funzione di garanzia si avvicina, sul piano del risultato economico, alla cessione di crediti in garanzia; sul piano giuridico si tratta, tuttavia, di due figure contrattuali nettamente diverse e assoggettate a differenti discipline. In caso di fallimento del mandante, il contratto di mandato irrevocabile all’incasso non si scioglie, contrariamente a quanto accade per il contratto di mandato. È dubbio, peraltro, se la banca mandataria possa continuare a compensare il debito di restituzione delle somme incassate con le proprie precedenti ragioni di credito nei confronti del mandante o se, invece, sia tenuta a corrispondere le somme incassate al curatore fallimentare.

  • MANDATO DI CORRISPONDENZA PER L'EMISSIONE DI ASSEGNI CIRCOLARI

    Contratto mediante il quale un istituto di credito conferisce il potere di emettere assegni circolari ad un suo corrispondente, il quale deve firmare l’assegno come rappresentante dell’istituto, unico responsabile cambiario del pagamento. L’incarico può essere affidato soltanto a una banca ed è necessaria l’apposizione del visto dell’istituto mandante; in mancanza,il titolo non è valido; si ritiene, però, che il visto possa essere sostituito dalla fornitura, da parte dell’istituto al suo corrispondente, di propri moduli stampati per l’emissione di assegni circolari e dal conseguente uso di questi moduli da parte del corrispondente. Quest’ultimo è tenuto a costituire una cauzione in titoli di Stato o in titoli a questi equiparabili, depositati a garanzia presso l’istituto mandante, valutati al prezzo corrente di borsa, con uno scarto non inferiore al dieci per cento, eccettuati i buoni ordinari del Tesoro, che devono essere valutati alla pari.

  • MANDATO DI CREDITO

    Contratto con cui una persona si obbliga verso un’altra, che le ha conferito l’incarico, di concedere credito ad un terzo, in nome o per conto proprio. La persona che ha dato l’incarico risponde come fideiussore di un debito futuro, ossia garantisce con il proprio patrimonio l’adempimento del debito che sarà assunto dal terzo. Una volta conferito ed accettato, l’incarico, tuttavia, può non essere eseguito qualora le condizioni patrimoniali del terzo, o di colui che lo ha conferito (vale a dire le condizioni del futuro debitore e del garante), si siano deteriorate. Si ritiene da parte della giurisprudenza che l’incarico sia revocabile fino a che non sia stato eseguito. Nonostante il nome, questo contratto si inquadra nello schema della fideiussione piuttosto che del mandato.

  • MANDATO DI PAGAMENTO

    Ordine, trasmesso al cassiere o tesoriere, di effettuare un pagamento a favore di una determinata persona. È detto anche ordinativo diretto. Esso può essere individuale, se è emesso a favore di un singolo beneficiario, o collettivo se a favore di più beneficiari: in tal caso esso viene accompagnato da un elenco di beneficiari, chiamato “ruolo”.

  • MANDATO INFORMATICO

    Titolo di spesa smaterializzato emesso da Amministrazioni dello Stato aderenti al sistema informativo integrato Corte dei Conti-Ragioneria Generale dello Stato, i cui dati dispositivi pervengono per via telematica alla Banca d’Italia, in qualità di istituto incaricato del servizio di tesoreria, per il pagamento della somma al creditore.

  • MANF

    Acr. di: May August November February. Indica negli USA il pagamento trimestrale di interessi o di acconti di dividendo compiuti in questi mesi.

  • MANIFESTO CAPITALISTA DI L. ZINGALES

    Luigi Zingales affronta in questo volume una serie di temi fondanti della struttura capitalistica occidentale, soprattutto americana. Il funzionamento dei mercati finanziari, la struttura della regolazione e degli incentivi degli scambi e del controllo sulla ricchezza, anche da parte dello Stato tramite la tassazione, vengono analizzati con il paradigma dei mercati finanziari perfetti, per cui è sempre possibile trovare un sistema di regole e incentivi in cui tutti operano in modo efficace e senza approfittarsi della situazione. Tale approccio, che presuppone perfetta razionalità di tutti i player del sistema, incontra però numerosi ostacoli quando viene calato nella realtà in cui, invece, gli animal spirits prevalgono, sia nel pubblico che nel privato. Il volume ha bisogno di una lettura attenta e competente, ma sarà di sicuro successo.

    Zingales, professore di Finanza alla Business School dell'Università di Chicago (Illinois, USA), italiano che vive da oltre 25 anni negli States, ha assorbito completamente la forma mentis anglosassone, sostenendo a spada tratta la necessità di libera concorrenza (free market) con limitazione esplicita del potere dei gruppi d'interesse (lobby), secondo Zingales principale causa di fallimento del sistema economico alla base della crisi finanziaria. Già autore con R.Rajan di SALVARE IL CAPITALISMO DAI CAPITALISTI, Zingales è tra i docenti più influenti e tra gli autori più letti in tema di regolazione dei mercati. E' editorialista per alcuni giornali italiani.

  • MANOVRE FRAUDOLENTE SUI TITOLI DELLA SOCIETÀ

    Delitto previsto nell’originaria disciplina dell’art. 2628 c.c., è incluso nel delitto di aggiotaggio (v.aggiotaggio bancario e su strumenti finanziari) disciplinato dall’art. 2637 c.c. contenuto nel nuovo testo del Tit. XI, libro V c.c. sulle disposizioni penali in materia di società e di consorzi promulgato con d.lg. 11.4.2002 n. 61. Consisteva nella diffusione di notizie false o nella utilizzazione di altri mezzi fraudolenti da parte di amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori di società, atti a cagionare nel mercato pubblico o nelle borse di commercio una diminuzione o un aumento del valore delle azioni o di altri titoli appartenenti alla società di cui fanno parte. L’indebita influenza sul corso dei titoli, che integrava gli estremi di un reato proprio, era punita con la reclusione da 1 a 5 anni e con la multa non inferiore a lire seicentomila.

  • MANTO

    Denominazione dell’azione o dell’obbligazione priva del foglio cedole, conseguente a un’operazione di coupon stripping. In ingl.: principal. Sin.: mantello.

  • MANUTENZIONE

    Insieme di attività volte a effettuare modifiche sui prodotti software. Le modifiche possono essere dovute a variazioni funzionali (in questo caso si parla di manutenzione evolutiva) oppure a variazione dell’ambiente tecnologico (si parla allora di manutenzione adattativa) oppure infine a errori emersi dopo l’entrata in esercizio del prodotto (si tratta di manutenzione correttiva).

  • MARCHIO D'IMPRESA

    Segno distintivo atto ad individuare il prodotto, in senso lato, di un’impresa. La funzione del marchio è quella di richiamare l’attenzione dei consumatori suiprodotti e sui servizi che un’impresa offre, evitando così la confusione con quelli di un’altra e conservando alla prima sia la rinomanza già acquisita che il premio attribuito al pubblico ai prodotti stessi. Oggetto del marchio sono non solo le merci o, in genere i beni, ma anche le prestazioni effettuate ad imprese varie, fra cui quelle bancarie (c.d. marchio di servizio). Il marchio può essere di fabbrica (se apposto dal produttore), di commercio (se apposto dal rivenditore), può consistere in un emblema (figura, etc.), o in una denominazione o in uno e nell’altro insieme (c.d. misto) e può essere individuale o collettivo (art. 2570 c.c.); per essere tutelato dalla legge deve presentare i caratteri dell’originalità (capacità distintiva) e della novità (diversità dei marchi già usati precedentemente da terzi). Il diritto all’uso si consegue in due modi: attraverso la registrazione presso l’ufficio centrale dei brevetti (c.d. marchio registrato) o con l’uso fattone prima di altri. A livello nazionale, il d.lg. 19.3.1996 n. 198 ha provveduto a meglio chiarire il requisito di originalità e novità (art. 3) ed a disciplinare i procedimenti cautelari in caso di istruzione preventiva e sequestro (artt. 7-9). Il marchio è tutelato anche sotto il profilo penale (gli artt. 473, 474 e 571 c.p. ne puniscono la contraffazione e l’alterazione) ed altresì a livello internazionale. Sotto quest’ultimo profilo, il d.lg. 8.10.99 n.447 (in applicazione del protocollo d’intesa di Madrid) ha dettato una disciplina specifica in tema di osservazioni ed opposizioni alla registrazione riguardanti i marchi internazionali designanti l’Italia (art. 2,d.lg., cit.) e la relativa istruzione della procedura incardinata presso l’Ufficio italiano brevetti emarchi, istituito presso il Ministero delle attività produttive, che in esito alla stessa provvede a comunicare le proprie decisioni all’Ufficio internazionale di Berna (artt. 3-13, d.lg., cit.). Si segnala che, seppur approvato, non è ancora operante il Regolamento CE n. 40/94 del 20.12.1993, istitutivo del marchio comunitario, ciò al fine di ottenere con un’unica procedura un marchio che goda di tutela su tutto il territorio comunitario.

  • MARCHIO DEI METALLI PREZIOSI

    Incisione effettuata sui metalli preziosi destinati alla commercializzazione. Questi secondo la l. 30.1.1968 n. 45 sono l’oro, l’argento, il platino e il palladio; il marchio di identificazione viene assegnato a quelle aziende che producono, vendono e importano tali metalli e le loro leghe allo stato di materie prime, semilavorati e prodotti finiti (v. anche conio). Il punzone necessario per incidere il marchio viene ottenuto dietro richiesta all’Ufficio metrico e del saggio dei metalli preziosi della provincia in cui l’azienda ha sede e dietro pagamento del diritto erariale di saggio e marchio. Nell’impronta del marchio sono contenuti alcuni elementi: il numero di identificazione del produttore o importatore, la sigla della provincia di residenza e la cifra indicante il titolo del metallo prezioso, vale a dire la proporzione, espressa in millesimi, di metallo puro contenuto nell’oggetto. Tale cifra è variabile per l’oro e per l’argento, in quanto per questi metalli sono previsti diversi titoli legali, mentre per il platino e per il palladioè sostituita, rispettivamente, dalle sigle PT e PD, in quanto per questi metalli è ammesso un unico titolo legale pari a 950 millesimi.

  • MARCO FINLANDESE

    Codice ISO: FIM. Nel 1860 la Finlandia abbandonò il rublo ed emise propria moneta, il marco d’argento (Markka) di 22,5 grammi di fino. Nel 1877 una riforma monetaria stabilì la parità del marco in 0,2903225 grammi di fino equivalente a quella del franco germinale, e la Finlandia iniziò a operare in regime di gold standard. Altri pezzi in oro furono le monete da 10 e da 20 marchi. In argento fu emesso il marco di 5,18 grammi difino a 868 millesimi. Nel 1915 la convertibilità del biglietto fu sospesa e a causa di vicende politiche e militari ebbe inizio in periodo di deprezzamento della carta moneta. Alla fine del 1925 fu tentata la stabilizzazione sulla basedi una svalutazione del biglietto della banca centrale di quasi il 97 per cento. Fu definita la nuova parità in 0,037895 grammi di fino, equivalente a un corso di 193,23 marchi per sterlina e di 39,70 marchi per dollaro. Il ritorno alla convertibilità fu accompagnato dall’emissione di due pezzi in oro da 100 e da 200 marchi. Ma nel 1931, in seguito alle vicende della sterlina la convertibilità fu sospesa Due anni il marco entrava nell’area della sterlina al corso stabilito nel 1925. Nel 1938 le autorità monetarie valutarono l’oro della riserva sulla base di un marco di 20 milligrammi di fino. In pratica si trattò di ufficializzare una svalutazione del biglietto. Le vicende della guerra con la Russia e quelle della seconda guerra mondiale lasciarono il segno e il marco perdette potere d’acquisto. Il deprezzamentoproseguì fino al 1951, allorché fu comunicato al FMI la nuova parità in 0,00386379 grami di fino., corrispondente a un corso di 230 marchi per dollaro. Questa nuova parità non poté reggere di fronte alle varie difficoltà economiche e politiche interne e nel 1957 fu necessario ridefinire la parità in 0,002777 grammi, al corso di 320 marchi per dollaro. Ma l’inflazione non fu fermata e nel 1963 avvenne il cambio della moneta. Fu emesso il nuovo marco al tasso unico di conversione di 100 marchi vecchi. La nuova parità comunicata al Fondo monetario fu di 0,2777 grammi di fino, con un corso di 3,20 marchi nuovi per dollaro. Un altro aggiustamento avvenne nel 1967. La parità fu abbassata a 0,21159 grammi e il corso con il dollaro risultò di 4,20 marchi. La susseguente crisi valutaria internazionale e quella petrolifera portarono il marco ad aggiustamenti nei confronti dell’oro e del dollaro alla stregua di quanto accadeva nel resto del mondo. Il marco iniziò a fluttuare in funzione di un paniere di 15 monete, tra cui il rublo sovietico, le corone scandinave, la lira sterlina, il marco tedesco, il dollaro e la lira italiana. Questo paniere fu rivisto nel 1984 e negli anni successivi. Alla fine degli anni ‘90 il marco finlandese aveva migliorato il suo corso con il dollaro fino a tornare verso i valori del 1967. In seguito il marco si è legato alle sorti delle valute europee ed è entrato a far parte dell’Eurosistema e col 1°.1.2002 è stato sostituito dall’euro.

  • MARCO TEDESCO

    ISO: DEM. Con l’unificazione politica degli Stati tedeschi e dopo la guerra franco prussiana, le leggi monetarie del Bismarck emanate tra il 1871 e il 1875 crearono il marco d’oro, in sostituzione delle monete locali, principalmente il tallero prussiano e il fiorino bavarese, oltre che l’importante moneta di conto, il marco banco di Amburgo, e le monete comunitarie: la Vereinsmünze e la Vereinsthaler. Il marco d’oro si assise a moneta della Germania, il cui regime monetario monometallico diventò subito di gold standard. Il contenuto aureo del marco fu fissato in 0,358422919 grammi di fino. Prima di questo avvenimento il marco era stato per lungo tempo un lingotto d’argento ritagliato nel Medioevo nel peso di otto once dalla libbra di Colonia. Il marco di questa città pesava circa 233,9 grammi ed era piede monetario, moneta effettiva per i grandi pagamenti e moneta di conto. Via via per effetto dell’inflazione anche il marco di Colonia si ridusse di peso. La Germania era fonte di caos monetario in tutta l’Europa, giacché i suoi numerosi Stati battevano moneta di pessima lega e la esportavano. Tra principi elettori del Sacro romano impero, principati ecclesiastici, principati laici e città libere si potevano contare più di 200 Stati che battevano moneta secondo i propri interessi. Non mancarono iniziative per porre un argine al disordine, senza tuttavia riuscire nell’intento. Solo il senato della città libera di Amburgo, dopo aver fondato ai primi del XVII secolo l’omonimo Banco, diede facoltà a esso di operare con il “marco banco”, particolare moneta di conto. Il Banco di Amburgo accettava depositi in moneta corrente, che era di pessima lega, la cosiddetta “moneta nera”, e li trasformava in marchi banco dopo un’opportuna riduzione di valore. Il Banco concedeva crediti in marchi banco, ma erogava solo moneta corrente. Il marco d’oro del Bismarck, affiancatodal marco carta liberamente convertibile, si mantenne stabile fino alla vigilia della prima guerra mondiale. Durante la guerra la moneta tedesca circolò in regime di corso forzoso e poi dopo la sconfitta degli eserciti tedeschi s’inflazionò progressivamente per assumere valori di iperinflazione vertiginosa. Il marco iniziò una corsa sempre più accelerata verso l’annullamento del suo valore. Nel 1924, alla vigilia della riforma monetaria di Schacht, nuovo presidente della Reichsbank, la circolazione monetaria sfiorava i 500 quadrilioni di marchi (un quadrilione è l’unità seguita da 24 zeri, ossia un milioneelevato alla quarta potenza). Con i prezzi al minuto espressi in miliardi di marchi, il bisogno di moneta durante l’iperinflazione fu tale da dover essere soddisfatto anche con il ricorso a circa 2 mila tipi di moneta locali, emesse dai commercianti, dagli industriali, dalle ferrovie, dalle municipalità ecc., dette appunto “monete di necessit”à. La riforma del 1924 creò prima il Rentenmark e poi il Reichsmark, il nuovo marco d’oro, avente lo stesso contenuto di fino del marco d’anteguerra. Il ritiro della moneta in circolazione avvenne al tasso di conversione di un bilione di vecchi marchi contro un marco nuovo.Il nuovo marco carta fu dichiarato convertibile in linea di principio, ma l’effettiva convertibilità fu rimessa al giudizio insindacabile della banca centrale, che però non la ripristinò mai. Anzi, facendo leva sulle disastrate condizioni economiche del paese, essa rifiutò ogni pur minima apertura liberista. Oltre alla moratoria dei debiti verso l’estero fu creata una serie sempre più nutrita di conti in marchi bloccati. Negli anni ‘30 il regime nazista accolse la politica protezionistica della Repubblica di Weimar e della sua banca centrale, la inasprì e introdusse la pena di morte e la confisca dei beni per chi speculava sulla moneta o la esportava all’estero. Durante la seconda guerra mondiale il marco fu sistematicamente sopravvalutato rispetto alle monete in circolazione nei paesi occupati, per cui la Germania poté saccheggiare anche con la moneta i paesi a essa soggetti. Con la fine della seconda guerra mondiale il Reichsmark, rimasto in circolazione nella Germania occidentale, si avviò a ripetere le tragiche esperienze dei primi anni ‘20, ma gli esperti statunitensi attuarono una riforma monetaria che impedì al marco di correre verso l’annullamento del suo valore. Tra il giugno e il settembre del 1948 apposite leggi crearono un nuovo marco, il Deutschemark, che fu posto in circolazione al cambio di un DEM contro 10 Reichsrmark. Il contenuto aureo fu stabilito in 0,266867 grammi di fino, pari a un cambio di 3,33 marchi per dollaro. Nel settembre del 1949, in seguito alla svalutazione del 30,5% della lira sterlina, il nuovo marco fu svalutato del 20,6% e la sua parità aurea fu ridefinita in 0,211588 grammi di fino, con un cambio di 4,2 marchi per dollaro. Alla fine degli anni Cinquanta il Deutsche mark, al pari delle altre monete dell’Europa occidentale, entrava in regime di convertibilità multilaterale in valuta estera. Nel marzo del 1961, vigendo gli Accordi di Bretton Woods, fu rivalutato del 5%, con un cambio di 4 marchi per dollaro. Sempre in base agli accordi suddetti, che, salvo altre misure, obbligavano a correggere con una variazione del cambio valutario gli squilibri strutturali della bilancia dei pagamenti, il marco è stato rivalutato nel 1969, nel 1971 e per ben 3 volte nel 1973, di cui l’ultima in giugno. A questa data il cambio si poneva su 2,669 marchi per dollaro. Con il funzionamento sia pure ridotto a poche monete del serpente monetario europeo e dal marzo del 1979 dello SME, il marco è stato frenato nel suo processo di rivalutazione. Non vigendo più gli Accordi di Bretton Woods, i sistematici attivi di bilancia dei pagamenti, non certamente compatibili con l’obiettivo di unificazione economica e monetaria della Comunità europea, non sono stati più corretti tramite variazioni adeguate. Nonostante gli aggiustamenti ricorrenti, si sono creati cambi artificiali anche per le altre monete delloSME, con effetti distorsivi sulla concorrenza internazionale. Con la caduta del Muro di Berlino e con la riunificazione della Germania è stato provveduto per mera decisione politica a portare il marco orientale alla pari con quello occidentale, nonostante quest’ultimo valesse almeno dieci volte di più. Per ovviare in parte agli squilibri venuti subito in essere la banca centrale tedesca ha alzato il tasso dell’interesse, contribuendo a mettere in crisi irreversibile negli ultimi mesi del 1992 il Sistema Monetario Europeo. Da ultimo la banca centrale tedesca ha imposto, tramite il Trattato di Maastricht e il Patto di stabilità la sua politica di affidare l’euro alla Banca centrale europea (BCE) e alle banche centrali dei paesi comunitari. Col 1°1.2002 il marco tedesco ha cessato di circolare ed è stato sostituito dall’euro.

  • MARGINE

    Nei mercati future è la percentuale da pagare per mantenere la posizione sul mercato. La Clearing House (Cassa di compensazione) è la controparte delle operazioni concluse in borsa e subordina l'accettazione del contratto alla corrispondenza dei margini stability su base giornaliera. I margini devono essere corrisposti a titolo di deposito cauzionale da chiunque voglia stipulare un contratto future.
    I margini possono essere:
    margine iniziale: è rappresentato da una percentuale, a secondo del contratto a cui si fa riferimento, del valore nominale del contratto stesso. La percentuale viene stabilita dalla cassa di compensazione. Il margine iniziale può essere corrisposto in contanti, titoli di Stato, lettere di credito sottoscritte dalle maggiori banche.
    margine di consegna: è finalizzato a garantire il rischio delle variazioni di prezzo di titoli da consegnare tra l'ultimo giorno di negoziazione e il giorno di consegna.
    margine di variazione: viene determinato con il marking to the market, che consiste nel liquidare giornalmente le perdite ed i profitti realizzati da ciascun intermediario aderente. Il margine di variazione può essere corrisposto solo in contanti.

    Bibliografia
    Hull J. (2008) Options, futures and other derivatives, Prentice Hall.
    Oldani C. (2008) Governing Global Derivatives, Ashgate, London.

    © 2010 ASSONEBB

  • MARGINE DI CONTRIBUZIONE DI PRIMO LIVELLO.

    Grandezza tipica della contabilità analitico-industriale, comunemente chiamata margine di contribuzione, data dal prezzo di vendita meno il costo variabile. Lo studio dei margini di contribuzione viene utilizzato per decisioni di breve periodo, in cui si presuppone come data la capacità produttiva aziendale (sinteticamente espressa dai costi fissi).

  • MARGINE DI CONTRIBUZIONE DI SECONDO LIVELLO

    La presenza di costi fissi specifici, cioè di costi fissi attribuibili unicamente ad un solo oggetto (si pensi a del macchinario specializzato), ha portato alla definizione di “margine di contribuzione di secondo livello”,dato dalle vendite meno i costi variabili ed i costi fissi specifici.

  • MARGINE DI FIDO UTILIZZABILE

    Credito accordato al cliente della banca, che non è stato effettivamente utilizzato e risulta pertanto disponibile in un dato momento (v. grado di utilizzo). L’esistenza di tale margine utilizzabile (o disponibile) può dipendere dall’intervallo di tempo che intercorre tra la delibera e l’utilizzo del fido o anche dalla movimentazione del fido (utilizzi e reintegri) posta in essere dal cliente affidato. Il margine crea per la banca un rischio “di chiamata” riconducibile al potenziale esborso di fondi a fronte del quale deve detenere un volume di riserve di liquidità che ritiene congruo rispetto ai possibili utilizzi delle linee di credito da parte della clientela. Il grado di intensità di tale rischio varia in base alla forma tecnica utilizzata dalla banca e risulta più accentuato nel caso delle aperture di credito in conto corrente. L’entità e la composizione del margine utilizzabile determinano effetti sugli equilibri finanziari ed economici della banca.

  • MARGINE DI GARANZIA

    Deposito supplementare in denaro o in titoli che il soggetto economico, operante a termine in merci, è tenuto ad effettuare nel caso si verifichino variazionisfavorevoli dei prezzi, al fine di integrare la garanzia reale inizialmente prestata per assicurare il regolare adempimento della negoziazione di acquisto o di vendita da esso conclusa. L’entità di questi versamenti addizionali, i quali rimangono vincolati sino alla liquidazione del contratto, è commisurata alle variazioni subite dai corsi del mercato a termine. La costituzione di tali margini può avvenire presso istituti appositamente designati al momento della stipulazione del rapporto di compravendita oppure, se l’assicurazione del buon fine della operazione è assunta dalla cassa di liquidazione e garanzia, presso quest’ultima.

  • MARGINE DI INTERESSE

    Nei conti economici delle banche indica la differenza tra interessi attivi e passivi, al netto del saldo dei contratti derivati di copertura.

  • MARGINE DI INTERMEDIAZIONE

    Nei conti economici delle banche è pari alla somma del margine di interesse con gli “altri ricavi netti”. Questi comprendono i proventi su servizi (al netto degli oneri), i proventi su attività di negoziazione e i proventi su altre operazioni di natura finanziaria.

  • MARGINE DISPONIBILE SUL CONTO ANTICIPAZIONI

    Credito ancora utilizzabile da parte del cliente della banca con la quale è in atto un rapporto di anticipazione in conto corrente. È determinato dalla differenza tra il limite massimo del fido concesso in tale forma e l’ammontare che di esso sia già stato usufruito dall’affidato. A differenza, infatti, di quanto avviene nell’anticipazione a scadenza fissa, in quella in conto corrente la banca crea, dietro idonea garanzia reale, una disponibilità di fondi che possono essere prelevati dall’interessato in più riprese reintegrabili con successivi versamenti. Detto margine quindi è massimo allorché coincide con il fido concesso, è nullo allorché il credito è totalmente utilizzato, ed ovviamente aumenta o diminuisce a seguito dei movimenti del conto conseguenti a rimborsi e prelievi effettuati dal cliente (v. anticipazione bancaria). Margine disponibile in c/anticipazione si definisce altresì il credito non utilizzato sul conto anticipazione ordinaria accordato alle banche dalla Banca d’Italia su garanzia di titoli stanziabili.

  • MARGINE IN BORSA

    Indicazione inerente ad operazioni di arbitraggio che talvolta accompagna l’ordine di borsa. L’operatore, all’atto di conferire all’intermediario (p.e. una SIM o una banca) l’incarico di concludere per suo conto una o più operazioni, fissa il prezzo limite al di sopra o al di sotto del quale l’operazione deve o non deve essere effettuata. Conseguentemente, sulla base di tali indicazioni, si saprà se procedere o meno all’acquisto o alla vendita dei titoli.

  • MARGINE LORDO

    Quota, comprensiva dei costi di vendita e del profitto unitario sperato, che un’azienda di distribuzione al dettaglio carica sul valore di acquisto dei singoli prodotti al fine di determinarne il prezzo al pubblico. Solitamente espresso in termini percentuali rispetto alla cifra pagata al fornitore, esso ha per lo più validità teorica dovendo lo stesso commerciante allinearsi poi di fatto alle politiche di prezzo seguite dagli altri operatori del settore. Nell’ambito del piccolo dettaglio tradizionale tale margine è in genere unico per tutti i beni oggetto dell’attività dell’impresa, mentre esso comincia a differenziarsi allorché si prendono in esame le aziende del grande dettaglio. In queste ultime infatti i ricarichi in questione sono discriminati per i diversi prodotti trattati nei vari reparti interni, anche in considerazione della diversa destinazione degli stessi, a seconda cioè che si tratti di generi di base o di beni più o meno voluttuari. Talvolta, il “margine lordo” indica la differenza tra il ricavo ed il “costo industriale” e cioè un utile al lordo degli ammortamenti e degli oneri amministrativi, finanziari e tributari.

  • MARGINE OPERATIVO LORDO

    Acr.: MOL. È la differenza fra i ricavi ed i costi operativi al lordo degli ammortamenti. Costituisce un im- portante indicatore dei risultati della gestione aziendale non influenzati da valori particolarmente congetturati quali sono gli ammortamenti. Sin.:EBITDA. (q.v.).

  • MARKET MAKER

    Particolare figura di dealerla cui peculiarità sta nel rendere note in via continuativa le condizioni a cui egli è disposto a comperare o vendere merci, titoli o divise estere (domanda e offerta, bid and ask price nella terminologia anglosassone) e nel portarle a conoscenza del pubblico in tempo reale. Il pregio principale di un mercato di market makers è dato dal meccanismo di formazione dei prezzi. In un mercato di dealers, infatti, si può ritenere che la qualità dei prezzi dipenda, in via esclusiva, dalla sua struttura competitiva e cioè dal grado effettivo di tensione concorrenziale tra i vari operatori (oltre che, sebbene in misura minore, dall’informativa sulle operazioni concluse). Di conseguenza, mentre in un mercato di dealers “tout court” il prezzo è frutto della trattativa privata tra intermediario ed investitore, la possibilità di confrontare le condizioni di domanda e di offerta prospettate dagli intermediari conduce, in un mercato di market makers, ad un notevole miglioramento nella qualità del prezzo stesso e ad un graduale avvicinamento al “prezzo perfetto”. I critici di tale forma organizzativa di mercato sostengono però che i prezzi ottenuti continuino a non essere perfetti, cioè non rappresentino prezzi di vero equilibrio tra domanda ed offerta. Tali prezzi, infatti, potrebbero ricadere in un punto qualsiasi dello spread e contenere quindi un margine di profitto tale da non tutelare la “purezza” competitiva del prezzo offerto alle controparti dirette. Ed ancora potrebbero esseredeterminati dalle posizioni speculative (politica delle “scorte”) dei vari dealers e quindi essere influenzati dal comportamento di investitori professionali anziché essere il frutto della domanda e dell’offerta espresse del mercato. Esistono peraltro esempi (ilNASDAQ, l’evoluzione della borsa di Londra dopo il big bang, i mercati dei cambi ed alcuni mercati delle obbligazioni, si pensi al mercato secondario dei titoli pubblici in Italia dopo la riforma), che rappresentano un buon compromesso fra il problema della liquidità e quello della perfezione dei prezzi. L’avvento della telematica, inoltre, consente di incrementare il livello di concorrenzialità espresso da un mercato di market makers, e di limitarne nel contempo il grado di frammentazione: un mercato complementare centralizzato, nel quale gli operatori siano collegati tra loro da sistemi informativi che consentano la conoscenza delle condizioni offerte da tutti, permette infatti di sapere in tempo reale se il dealer contattato offra effettivamente le migliori condizioni fra quelle disponibili. V. anche jobber (per Londra).

  • MARKET ORIENTED

    Si dice di struttura bancaria (orientata al mercato) nella quale le responsabilità operative a livello centrale sono definite per settori di clientela. In una struttura organizzativa orientata al mercato (i primi esempi si sono avuti nelle grandi banche americane agli inizi degli anni Settanta), presso la direzione centrale sono istituiti dei servizi o divisioni, la cui preminente responsabilità è lo sviluppo e la gestione degli affari per grandisettori di clientela. Tipici sono il Servizio Grandi Clienti, il Servizio Privati, il Servizio Enti Pubblici la cui costituzione comporta l’assorbimento di funzioni in precedenza svolte da unità organizzative di tipo funzionale (p.e. Servizio Depositi, Servizio Crediti, Servizio Filiali). Ciascun servizio ha propri obiettivi commerciali, dispone di una propria funzione di marketing, pianifica le attività commerciali nel settore di propria competenza, ha un proprio budget e risponde come centro di profitto dei risultati finanziari e reddituali per tutto l’insieme degli affari realizzati nel settore di clientela di cui è responsabile. Gli altri servizi centrali operativi (borsa titoli, estero ecc.) hanno funzioni di supporto specialistico. Una struttura di direzione centrale orientata al mercato si caratterizza per il rilievo dato alle funzioni commerciali, la loro specializzazione rispetto ai settori di clientela, la forte responsabilizzazione del management sui risultati gestionali. L’orientamento al mercato delle strutture centrali si riflette a livello delle filiali nelle quali si hanno responsabilità commerciali distinte tra gli addetti agli affari con le aziende e gli addetti agli affari con i privati e le famiglie. I primi (settoristi) svolgono un’attività di contatto con le aziende per lo sviluppo di tutta la gamma dei servizi bancari rivolti al settore; tra l’altro, provvedono alle valutazioni del merito di credito delle aziende affidate, alla gestione e al controllo delle facilitazioni accordate. In particolare, i settoristi addetti ai rapporti con le grandi imprese debbono avere una formazione adeguata di finanza aziendale, sulle operazioni creditizie nei mercati nazionali ed esteri, sulle emissioni di titoli da collocare presso investitori istituzionali, sulle operazioni di copertura dei rischi di interesse e di cambio. Gli addetti alla clientela privata (consulenti finanziari) svolgono la tipica funzione di sviluppo per l’apertura di rapporti di depositi e di conto corrente, per il collocamento dei servizi bancari accessori (carte di credito e di debito, pagamenti di utenze, incassi di stipendi e pensioni ecc. per l’utilizzo dei servizi di investimento del risparmio (collocamento di titoli, di quote di fondi comuni, di polizze vita ecc.), per la concessione di crediti personali. La struttura prevede una dipendenza funzionale degli addetti alle aziende e ai “privati” dai servizi centrali competenti (Servizio Grandi Clienti, Servizio Enti Pubblici, Servizio Privati), e una dipendenza gerarchica dalla direzione di filiale. La struttura esecutiva della filiale (sportello) svolge una funzione indifferenziata per conto di tutti i settori di clientela. Evidentemente la struttura presuppone un appropriato disegno dei sistemi informativi di marketing (informazioni sulla clientela attuale e potenziale) e di pianificazione e controllo(obiettivi e risultati distinti per settori di clientela) anche a livello di filiale. Per successive aggregazioni si determinano gli obiettivi ed i risultati dell’attività svolta con i settori di clientela a livello della banca e quindi i budgets e le rilevazioni di responsabilità dei servizi centrali competenti. Una struttura organizzativa che distingue le responsabilità operative e i correlativi risultati nei diversi settori di clientela, presenta importanti vantaggi rispetto ai tradizionali schemi organizzativi di tipo funzionale e precisamente: viene enfatizzata la funzione di sviluppo commerciale, risultano più efficaci le tecniche di marketing e il presidio di singoli settori di clientela, sono chiaramente definite le responsabilità commerciali e risulta agevolata la funzione di pianificazione dello sviluppo, sono messi in chiara evidenza i contributi dei vari settori di clientela ai risultati economici della banca, risultano quindi più efficaci le metodologie di controllo finanziario e reddituale.

  • MARKETING

    Attività dell’impresa tendente ad interpretare i desideri del consumatore per rispondere a questi creativamente con buoni prodotti o servizi, ad un prezzo conveniente per gli acquirenti e, nel contempo, remunerativo per l’azienda. Marketing management è l’analisi, la pianificazione, la realizzazione ed il controllo dei programmi volti all’effettuazione di scambi desiderati con un ben determinato pubblico allo scopo di realizzare un vantaggio reciproco. In pratica, il marketing management agisce sul coordinamento e sull’integrazione delle principali funzioni della vita aziendale (produzione, prezzo, promozione, pubblicità, distribuzione), in modo da poter realizzare una strategia unitaria in grado di conseguire i supremi obiettivi aziendali e di assicurare all’azienda stessa il suo posto sul mercato. A tale fine, il sistema di marketing richiede che si studino e si analizzino le variabili della domanda (con indagini motivazionali, indagini campionarie ecc.), le variabili decisionali commerciali (studio del mercato e della concorrenza), la combinazione dei fattori di mercato endogeni (la combinazione, cioè, degli strumenti commerciali dell’impresa in un particolare momento della sua attività), l’”immagine” che l’azienda stessa desidera dare di se stessa sul mercato, l’azione e la strategia commerciale, la distribuzione delle attività commerciali, la risposta del mercato e le variabili relative agli obiettivi di impresa. Oggi, mutatis mutandis, il marketing viene applicato anche alle pubbliche amministrazioni ed alle imprese non profit a carattere sociale.

  • MARKETING BANCARIO

    Attività di marketing intrapresa dalle banche. Rappresenta l’insieme dei processi mediante i quali la banca prevede, stimola e soddisfa la domanda di prodotti e servizi della clientela. Tale attività coinvolge l’organizzazione, i sistemi informativi, la rete di vendita ed il personale della banca. In particolare il marketing bancario è volto da un lato ad una migliore conoscenza del consumatore al fine di trovare nuovi canali d’acquisizione delle risorse (studi della dislocazione territoriale dei clienti, della frequenza dei servizi bancari, del grado di preferenza per le varie forme di deposito, del trend economico), dall’altro ad impiegare i fondi raccolti con criteri razionali (analisi dei settori economici di volta in volta ritenuti interessanti e della redditività delle imprese, studi sulla domanda e sul prezzo del credito), con più raffinate tecniche di vendita (elaborazioni di particolari strategie promozionali, pubblicità, organizzazione e addestramento per la vendita del servizio, offerta di nuovi servizi).

  • MARKING TO MARKET

    Metodo di valutazione, utilizzato nell’ambito dei mercati dei futures e delle opzioni, mediante il quale, alla fine di ogni giornata (inclusa quella di stipulazione del contratto), la clearing house valorizza, sulla base della quotazione di chiusura (settlement price) del contratto future della giornata stessa, le posizioni che risultano aperte alla fine della giornata (incluse quelle aperte nel corsodella giornata medesima). Successivamente la clearing house calcola la differenza fra il valore della posizione rivalutata ai prezzi di mercato e il valore che la posizione stessa aveva precedentemente (alla fine della giornata precedente oppure al momento dell’apertura della posizione per le operazioni eseguite nel corso della prima giornata). Tale differenza, definita margine di variazione, viene addebitata o accreditata sul conto dell’operatore che ha registrato un andamento avverso del mercato.

  • MARKING TO MODEL

    Metodo di valutazione di un’attività finanziaria basato su tecniche di stima che fanno uso di modelli matematico-finanziari. Queste tecniche sono utilizzate quando gli strumenti finanziari che si intende valutare non sono scambiati sui mercati, ovvero quando gli scambi sono scarsi e non esistono strumenti finanziari analoghi dai quali desumere valori di mercato.
    Fonte: Banca d'Italia

  • MARTINGALA

    L’ipotesi di martingala stabilisce che il valore atteso di una determinata variabile in t+1 risulta pari al valore della variabile in t sulla base dell’intera storia passata dei valori della variabile stessa.
    Analiticamente, essa corrisponde ad un processo stocastico, che presi ad esempio i prezzi di un generico titolo, Pt che soddisfa la condizione E[Pt+1|It] = Pt, nonché la relazione E[(Pt+1 … Pt)|It] = 0. Qualora la variabile It, la quale esprime il set informativo disponibile al tempo t, sia costituita dalla storia passata dei prezzi, si ottiene: E[Pt+1|Pt, Pt-1, …] = Pt , oppure, in modo equivalente:
    E[(Pt+1…Pt)|Pt, Pt-1, …] = 0 (in questa elaborazione è stata applicata la Legge delle Aspettative Iterate). Si ricorda, inoltre, che il processo stocastico secondo il quale E[(Pt+1 … Pt)|It] = 0 è definito “gioco equo” (fair game). La martingala è un gioco equo perché il valore atteso del processo in un dato intervallo, dato il set informativo disponibile, è pari a zero.
    Con definizione alternativa, la variazione attesa della variabile, condizionando sulla storia passata dei valori è nulla. Pertanto, la probabilità che il valore della variabile registri un incremento o un decremento è la medesima. In termini pratici e prendendo ad esempio il prezzo di un titolo finanziario, dalle precedenti affermazioni discende che la miglior previsione del prezzo di domani è il prezzo di oggi, dove con il termine migliore si intende “con minor scarto quadratico medio”. L’ipotesi di martingala è stata generalmente associata alla teoria dei mercati efficienti, essendone considerata una condizione necessaria. Si puo’ definire l’ipotesi di martingala come condizione di per l’esistenza di mercati efficienti in forma debole: se il mercato è efficiente, non dovrebbe essere possibile conseguire profitti mediante il trading fondato sulle informazioni contenute nella storia passata dei prezzi. Perciò, l’aspettativa delle future variazioni di prezzo condizionata alla serie storica deve necessariamente essere uguale a zero. Conseguentemente, quanto più il mercato si dimostra efficiente, tanto più risulta casuale la sequenza delle variazioni di prezzo determinate dal mercato. Il più efficiente tra i mercati è quello in cui i cambiamenti di prezzi sono completamente random e imprevedibili. Tuttavia, l’ipotesi di martingala non presenta implicazioni in termini di rischiosità, laddove, invece, il trade-off tra rendimento atteso e rischio assunto rappresenta un pilastro fondamentale della moderna teoria finanziaria. Nonostante il limite enunciato, l’ipotesi di martingala rappresenta indubbiamente uno strumento utile e largamente applicato nelle teorie di prezzamento dei titoli, dopo aver operato una correzione in termini di rischiosità dei titoli.
    Bibliografia
    Campbell, J.Y., Lo, W.A., MacKinlay, A.C., 1997, The Econometrics of Financial Markets, Princeton University Press, Princeton New Jersey;
    Becchetti, L., Ciciretti, R., Trenta, U., 2007, Modelli di Asset Pricing I: Titoli Azionari, in Il Sistema Finanziario Internazionale, Michele Bagella, a cura di, Giappichelli, Torino.


    Redattore: Rocco CICIRETTI

    © 2009 ASSONEBB

  • MASSA TITOLI

    Insieme dei titoli, obbligazionari e azionari, di proprietà di un operatore economico (persona, banca o altro ente), meglio definito dall’espressione “portafoglio titoli”. Ogni banca impiega una quota più o meno rilevante di fondi disponibili in acquisti di titoli pubblici o privati. Questi possono rappresentare investimenti a carattere permanente, posti in essere dalla banca per garantire in ogni momento ai depositanti un pronto e completo rimborso dei loro crediti, oppure costituire un modo per impiegare fruttuosamente le temporanee eccedenze di disponibilità rispetto alle domande di prestito. I titoli in portafoglio, oltre a servire a scopo di riserva libera, vengono utilizzati dalla banca come scorta per far fronte direttamente e immediatamente ad eventuali richieste di acquisto da parte della clientela. Per tali motivi, il portafoglio titoli deve essere costantemente adattato alle mutevoli esigenze della banca e del mercato.

  • MASSIMALE

    Limite massimo di una quota di un premio, di una retribuzione, di una tariffa, o più generalmente, di un valore monetario. Nelle assicurazioni private con “massimale di polizza” o di “rischio” o, semplicemente, “massimale” viene indicato il limite massimodel rischio assicurato e cioè l’ammontare della somma di denaro fino alla cui concorrenza la società assicuratrice è tenuta a sostituirsi al proprio assicurato nel risarcimento dei danni, che questi possa causare a un terzo. L’eventuale maggior danno deve essere risarcito dall’assicuratostesso. Il massimale dell’obbligazione dell’impresa assicuratrice viene fissato in base alle riserve e alle previsioni sul verificarsi del danno (v. assicurazione della responsabilità civile). Nell’assicurazione trasporti è stato previsto il massimale giornaliero per quelle ditte (specialmente spedizioniere) che, disponendo di più automezzi, trasportano giornalmente quantitativi di merci il cui valore globale si mantiene pressoché costante. L’assicuratore risarcisce i danni che nella stessa giornata colpiscono uno o più automezzi o alla concorrenza della somma assicurata per ciascun giorno. Nelle assicurazioni sociali è previsto il massimale contributivo per gli assegni familiari, che indica l’ammontare di salario massimo su cui è corrisposto l’assegno familiare e il massimale delle prestazioni, cioè il limite massimo delle pensioni. Infine, nella tecnica bancaria si suole parlare di massimale sugli impieghi e massimale di risconto, che viene fissato al fine di mantenere la creazione di liquidità sotto controllo delle autorità monetarie. Esso consiste nel plafond oltre il quale la banca centrale non può accogliere le richieste di risconto e anticipazione (v. rifinanziamento delle banche) da parte delle banche.

  • MASSIMALE SUGLI IMPIEGHI

    Strumento della politica creditizia consistente nel fissare un limite massimo all’espansione degli impieghi bancari, Il massimale degli impieghi è realmente operante soltanto se, al tasso di interesse corrente, vi è un’eccedenza di domanda di crediti che le banche sarebbero disposte a soddisfare in assenza del limite posto dall’autorità di controllo. Il massimale può essere fissato sia per il totale che per categorie particolari di impieghi bancari. Nel primo caso le banche tenderanno a spostare i loro impieghi verso i titoli, determinando così una diminuzione dei tassi di interesse sul mercato finanziario rispetto a quello del mercato monetario (c.d. twist dei tassi di interesse). In Italia il controllo del credito attraverso il massimale degli impieghi è stato attuato dalla Banca d’Italia per la prima volta il 26.7.1973. Nel 1978 venne attenuata la portata di tale provvedimento, che fu poi abolito nel 1983. Esso venne ripristinato in seguito in circostanze di gravi crisi valutaria: dal 16.1.1985 al giugno 1986 e dal 13.9.1987 fino al 31.3.1988 (v. controllo amministrativo del credito).

  • MASSIMO SCOPERTO

    Massima esposizione raggiunta dal cliente nel corso del periodo assunto come termine ricorrente per la capitalizzazione degli interessi maturati sui saldi debitori, di norma corrispondente ad un trimestre solare, sulla quale viene calcolata la commissione di massimo scoperto.

  • MASTER KEY

    È la chiave crittografica che, in un sistema che fa uso di chiavi organizzate gerarchicamente, occupa il livello gerarchico più elevato. Da tale chiave dipende in genere la sicurezza dell’intero sistema e viene in genere conservata in appositi dispositivi o black box che la proteggono da accessi indebiti.

  • Matematica e derivati

    Enrico Degiuli regala ai navigatori del blog Math is in the air una deliziosa sintesi della storia e dell'uso dei derivati finanziari.
    Scrive "Warren Buffet, considerato da molti l’investitore di maggior successo del ventesimo secolo, ha definito i derivati armi di distruzione finanziaria di massa.
    Non aveva tutti i torti visto che guardando tra le cause delle maggiori perdite finanziare di sempre dovute a errati investimenti si trovano derivati nelle prime 7 posizioni! (link qui)
    Vince (se così si può dire) questa classifica una perdita di 9 miliardi di dollari subita dalla banca d'affari Morgan Stanley nel 2008.
    Cosa centra tutto questo in un blog dedicato alla matematica applicata?
    Cominciamo (come spesso è opportuno fare) dall'inizio!"


    Potete accedere all'articolo qui.

  • MATIF

    Acr. di: Marché à Terme International de France. Primo mercato a termine francese, operativo dal 20.2.1986, ha assunto l’attuale denominazione con la loi 31 décembre 1987. Èaperto alle sociétés de bourse, alle banche, alle istituzioni finanziarie e alla Caisse des Dépots et Consignation. La ristretta cerchia di contratti si è progressivamente ampliata per comprendere oggi futures su tassi di interesse e su stock index (sul CAC40), opzioni, contratti a termine su materie prime, e futures su tassi di interesse a lungo termine su titoli dello Stato francese o di altro Stato europeo. È gestito dalla Matif SA e compete con Londra nelle negoziazioni dei derivati.

  • MATRICE DI CONTABILITÀ SOCIALE (Enciclopedia)

    La matrice di contabilità sociale (in Inglese Social Accounting Matrix da cui l’acronimo SAM) è uno strumento di analisi economica derivato dalla più famosa matrice input-output (la "matrice "I-O) di Leontief. Essa è stata largamente utilizzata sia nell’analisi delle economie in via di sviluppo, nell’affrontare problemi particolarmente gravi quali di distribuzione del reddito, sia negli studi delle economie più sviluppate. Partendo dalla SAM, infatti, si realizzano modelli di equilibrio economico generale che, rispetto ad altri, hanno la peculiarità di inserire la distribuzione del reddito all’interno del processo economico, permettendo allo stesso tempo di guardare a tale distribuzione come, causa ed effetto dei processi di formazione del reddito. Il successo riscosso dal sistema di contabilità sociale nelle applicazioni ai Paesi sottosviluppati è da rintracciarsi principalmente nella caratteristica di tale metodo che permette di combinare dati puramente economici con informazioni di carattere sociale.
    L’importanza della SAM è cresciuta nel corso del tempo, poiché essa si è evoluta in uno strumento flessibile, applicabile alle diverse realtà locali, e, nel sistema statistico raccomandato dalle Nazioni Unite, anche un vero e proprio mezzo volto alla creazione della Contabilità Nazionale. I suoi conti sono compilati, infatti, impiegando fonti diverse i cui dati vengono successivamente sistemati in modo da fornire un quadro coerente di informazioni quantitative sulle transazioni tra settori economici e istituzioni.
    Altri strumenti che come la SAM descrivono le transazioni che si svolgono all’interno di un sistema economico, sono il Modello Input … Output e la Matrice di Contabilità Nazionale (NAM). Ciò che rende la matrice di contabilità sociale uno strumento di maggior rilievo e miglior utilizzo rispetto agli altri richiamati, è il fatto che essa può essere vista sia come il completamento del primo, sia come l’evoluzione della seconda. Il metodo della SAM è la naturale estensione del modello I-O.
    Dalla I-O alla SAM:
    Il modello input-output di base è costituito dalla seguente equazione di bilancio materiale:
    (1)
    dove X rappresenta il vettore (n x 1) dei livelli di produzione degli n settori dell’economia, A la matrice input output (n x n), C il vettore (n x 1) dei consumi finali ed infine, E il vettore (n x 1) delle esportazioni nette dei prodotti finiti.
    Differenziando la precedente equazione (1) si otterrà:
    (2)
    a cui si può aggiungere la relazione esistente tra fattori produttivi e produzione data dalla relazione;
    (3)
    dove Z esprime il vettore (m x 1) delle quantità di fattori produttivi utilizzati mentre F rappresenta la matrice input output (m x n).
    Differenziando anche la (3) si otterrà:
    . (4)
    Assumendo che i coefficienti delle matrici A ed F non varino (dA=dF=0), otteniamo
    (5)
    e
    . (6)
    Le equazioni (5) e (6) consentono di calcolare le variazioni della produzione e dei fattori produttivi a fronte di variazioni esogene della domanda finale.
    Il motivo per cui si considera la SAM come un completamento del modello I-O è il fatto che la Tavola di Leontief non comprende il processo distributivo e redistributivo del reddito, che invece rappresenta l’aspetto chiave della matrice di contabilità sociale, grazie all’inclusione dei conti dei cosiddetti settori istituzionali, ossia nella forma più semplice della SAM, le famiglie, le imprese, il governo, la formazione del capitale e il resto del mondo.
    Rispetto alla SAM, la matrice Input … Output non è completa né ,"essa è capace di una rappresentazione solo parziale dell’economia sia perché trascura i soggetti e quindi la distribuzione del reddito, sia perché non si presenta come un insieme di conti mutuamente consistenti"1. La matrice di contabilità sociale consente, quindi, di chiudere il modello di Leontief tenendo conto di relazioni tradizionalmente assenti nel modello I-O.
    La SAM registra i flussi che intercorrono tra i diversi operatori nelle varie fasi del processo economico, quali produzione, distribuzione, consumo ed accumulazione, evidenziandone la circolarità.
    La SAM è una matrice a doppia entrata, per convenzione, registra i flussi in uscita per colonna, evidenziando la struttura dei pagamenti dell’aggregato considerato verso tutti gli altri aggregati. Per riga sono invece registrati i flussi in entrata e quindi, la formazione dei redditi di ciascun aggregato a fronte dei pagamenti di tutti gli altri.
    La matrice comprende il processo distributivo e redistributivo del reddito, includendo i conti intestati ai settori istituzionali. Secondo tale approccio, il sistema economico viene rappresentato da sette diversi blocchi fondamentali:
    - Fattori primari di produzione (Lavoro, Capitale);
    - Settori produttivi (Agricoltura, Industria, Servizi);
    - Famiglie;
    - Imprese;
    - Governo (Pubblica amministrazione);
    - Formazione di capitale (Investimenti fissi lordi, pubblici e privati);
    - Resto del mondo.
    Per ogni aggregato produttivo ed istituzionale vengono definiti i flussi in entrata e in uscita e "ciascuno di questi blocchi è suscettibile di ulteriore disaggregazione secondo dimensioni che dipendono sostanzialmente dagli obiettivi dell’analisi"2.
    I conti intestati ai settori istituzionali, oltre all’intero processo di formazione del reddito disponibile, permettono di evidenziare il ruolo delle istituzioni nella formazione dei consumi e degli investimenti, mentre, il conto intestato al Resto del mondo, consente di cogliere i flussi da e verso il resto del mondo.
    I flussi intestati all’operatore Lavoro riguardano i redditi da lavoro dipendente pagati ai lavoratori e pari alla somma di retribuzioni lorde e oneri sociali, mentre, i flussi relativi all’operatore Capitale, che presentano un totale pari al Risultato lordo di gestione al costo dei fattori, possono essere suddivisi in redditi da risparmio o investimento, nella riga dell’operatore Famiglia, in investimenti lordi, variazione delle scorte e ammortamenti, nella riga dell’operatore Imprese e infine, in contributi sociali in corrispondenza della Pubblica Amministrazione.
    I Consumi delle famiglie, ovvero il totale reddito relativo all’operatore Famiglie, si distinguono in contributi sociali, in acquisti di beni finali, relativamente ai macrosettori di attività considerati, in imposte dirette e contributi sociali come pagamenti del Governo, in risparmio, relativamente alla Formazione di capitale e in importazioni di beni finali al lordo delle tasse indirette, in corrispondenza del Resto del mondo.
    Per quanto riguarda i Consumi delle imprese, invece, il totale dei flussi di cassa delle Imprese viene distinto per colonna in prestazioni sociali e trasferimenti, in corrispondenza delle Famiglie, in consumi finali in corrispondenza dei Settori, in trasferimenti e imposte dirette come pagamenti alla Pubblica Amministrazione ed in risparmio nella riga intestata alla Formazione di capitale.
    La produzione intersettoriale relativa alla macro-branche Agricoltura, Industria e Servizi presenta come totale delle transazioni la produzione distribuita a prezzi ex-fabrica che, per colonna, si distingue in redditi da lavoro e da capitale, in scambi di prodotti intermedi di ogni macro-branca con le altre, in imposte indirette sui prodotti al netto dei contributi alla produzione, pagate alla Pubblica Amministrazione e nei pagamenti per le materie prime importate (al lordo delle tasse) in corrispondenza della riga relativa al Resto del mondo.
    Per quanto attiene ai Consumi della Pubblica Amministrazione, il totale flusso di cassa del Governo è determinato dal valore delle prestazioni sociali ed altri trasferimenti alla Famiglie e alle Imprese, dalle spese per i Servizi, dal risparmio del Governo, in corrispondenza della riga intestata alla Formazione del capitale, ed infine, dai trasferimenti erogati dal Resto del mondo.
    Relativamente alla Formazione di capitale, la strutturazione per colonna permette una distribuzione della Variazione delle scorte e degli investimenti fissi lordi totali attraverso le suddette macro-branche e il Resto del mondo.
    Il Resto del mondo, infine, racchiude il totale del flusso di cassa dalle Famiglie in consumi, redditi da lavoro dipendente, prestazioni sociali e versamenti ed effettua trasferimenti alle Imprese e pagamenti alle Attività economiche per i beni esportati.
    Un esempio di SAM è rappresentato in figura:

    _____________________________
    1Scandizzo P.L., (1994), I modelli di equilibrio economico generale e la valutazione dei progetti d’investimento, ISPE, Roma, cap. II, pag. 34.
    2Scandizzo P.L., (1994), I modelli di equilibrio economico generale e la valutazione dei progetti d’investimento, ISPE, Roma, cap. II, p. 31.


    Bibliografia
    Caramaschi E. (2004), Matrice di contabilità sociale e distribuzione del reddito. Un’applicazione al caso italiano. Irpet, Firenze
    D’Antonio M. (1980) Analisi delle interdipendenze settoriali: Teoria e applicazioni empiriche, Liguori Editore, Napoli
    Ministero dello sviluppo Economico (a cura di) (2009), La matrice di contabilità sociale: uno strumento per la valutazione, IPI, Roma.
    Pyatt, Round, 1985, "Social Accounting Matrices: A Basis for Planning", The World Bank
    Robinson S., Cattaneo A., El-Said M. (1998), Estimating a Social Accounting Matrix Using Cross Entropy Methods, International Food Policy Research Institute
    Scandizzo P.L., (1994), I modelli di equilibrio economico generale e la valutazione dei progetti d’investimento, ISPE, Roma
    Scandizzo P.L., Miali M., (2003) Italia: 1995/2000. Analisi e scomposizione strutturale della variazione dell’output attraverso l’utilizzo della tavola I-O e della matrice di contabilità sociale (SAM)

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  • MATRICE UNIFICATA DEI CONTI

    Sistema integrato delle segnalazioni periodiche che le banche devono trasmettere alla Banca d’Italia. Esso è strutturato secondo un modello matriciale che utilizza modalità di rappresentazione dei dati ispirate allo schema logico di una tabella a doppia entrata, nella quale le righe rappresentano i fenomeni rilevati, mentre le colonne riportano i caratteri che li qualificano. Con il modello matriciale la struttura di una statistica viene, in essenza, definita dai seguenti elementi: l’oggetto della rilevazione, che costituisce il fenomeno di interesse preso in esame dall’indagine (p.e. i depositi bancari); le variabili di classificazione, cioè i criteri secondo i quali tale fenomeno è ordinato (p.e. la settorizzazione economica, l’articolazione geografica ecc.). Le caratteristiche enunciate rendono il modello particolarmente adatto alla descrizione di sistemi statistici complessi quali, p.e., la situazione dei conti delle banche: esso permette infatti di rappresentare, secondo precise regole formali, qualsiasi tipodi rilevazione indipendentemente dalla natura dei suoi contenuti. La “matrice dei conti” viene prodotta da tutte le banche, indipendentemente dalle proprie peculiarità operative. La periodicità del flusso segnaletico è mensile; la frequenza delle informazioni varia da mensile ad annuale. I dati richiesti sono articolati in aree informative (sezioni) ulteriormente suddivise al loro interno, al fine di creare segmenti omogenei per contenuto e struttura delle informazioni trattate. Le prime tre sezioni (dati patrimoniali, partite viaggianti, dati informativi) e la settima(informazioni sull’andamento del conto economico) riguardano le unità operanti in Italia. La quarta sezione riguarda le unità operantiall’estero e accoglie dati di tipo patrimoniale e altre informazioni di dettaglio. Le sezioni quinta,sesta e ottava sono comuni a filiali italiane ed estere: esse prevedono, separatamente per ciascuno dei due gruppi di filiali, le rilevazioni su: a) esposizione paese, contenente elementi informativi per la conoscenza dei fondamentali rapporti attivi e passivi intrattenuti con i vari Stati esteri; b) dati di fine esercizio, consistenti nella riclassificazione dei dati patrimoniali sulla base delle valutazioni effettuate dai competenti organi aziendali in sede di bilancio; c) dati di conto economico, riguardanti i flussi di reddito e di costo, raccordati con le voci dello stato patrimoniale da cui esse hanno origine. La nona sezione ospita le informazioni per il calcolo del patrimonio utile ai fini di vigilanza e dei coefficienti prudenziali. La “matrice dei conti” si caratterizza per l’univocità della fonte: l’ampiezza delle informazioni in essa contenute consente infatti di soddisfare gran parte delleesigenze informative in materia di intermediazione creditizia. Per la produzione della matrice le banche utilizzano procedure che si basano su logiche e modalità elaborative ispirate in modo omogeneo nell’ambito di iniziative di cooperazione interbancaria e che nel loro complesso costituiscono la c.d. “Procedura unificata della matrice aziendale” (v. PUMA 2). A fronte delle informazioni rassegnate, gli intermediari segnalantiricevono dalla Banca d’Italia determinate “base dati” di ritorno, contenenti aggregati statistici a valori assoluti e particolari indicatori di gestione costruiti ponendo a rapporto tali aggregati. L’attenta interpretazione dei flussi di ritorno e la loro comparazione, anche a livello dinamico, con i dati rivenienti dagli strumenti di reporting interni permettono di migliorare le conoscenze aziendali circa il posizionamento sul mercato, di individuare i punti di forza e di debolezza dei diversi profili tecnici aziendali e di rendere più consapevole e incisiva l’azione di autocontrollo.

  • Mattarellum

    Legge elettorale redatta dal Ministro Mattarella, detta anche legge Minotauro, conseguenza dell'esito del referendum popolare del 1993 che chiese l'abolizione del sistema proporzionale con il quorum al 77% dei votanti.

    La legge n. 276 e 277 del 4.8.1993 introduce il meccanismo di attribuzione dei seggi per il 75% con sistema maggioritario e il 25% con recupero proporzionale per ogni camera. Nonostante i suoi limiti (es. favorire coalizioni, complessità di calcolo e attribuzione dei seggi) rappresentava un meccanismo elettorale che ha portato direttamente gli elettori a scegliere i candidati, supportati dai partiti.

  • MAV

    Acr. di: Mediante avviso, abbr. di “Pagamento mediante avviso”. È l’ordine di incasso di crediti in base al quale la banca del creditore (banca assuntrice) provvede all’invio di un bollettino denominato “avviso di pagamento” con il quale il debitore può effettuare il pagamentopresso qualsiasi sportello bancario (banca esattrice) e, in alcuni casi, anche presso gli uffici postali. La banca esattrice comunica alla banca assuntrice l’avvenuto pagamento attraverso una apposita procedura interbancaria elettronica. I saldi degli intermediari creditizi vengono calcolati per il successivo regolamento attraverso il sottosistema di compensazione dettaglio.

  • MDB

    Acr. di: Multilateral Development Banks. Denominazione collettiva con cui negli USA (e anche in ambito delle organizzazioni internazionali) vengono denominate le banche,intese come gruppo (cioè comprensive delle organizzazioni finanziarie collegate), per l’aiuto allo sviluppo e per il sostegno finanziario a condizioni di mercato o di agevolazione ai Paesi con medio e minimo livello di reddito. La denominazione è correntemente riservata alle MDB cui partecipano gli USA: BIRS, IDB (Inter-American Development Bank), AfDB (African Development Bank), AsDB (Asian Development Bank),BERS (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo), NADB (North American Development Bank) e l’IFAD (International Fund for Agricultural Development). L’Amministrazione Reagan ha sottoposto le relazioni con le MDB a stretto controllo per favorire gli sbocchi commerciali delle imprese statunitensi. È stato istituito nel 1985 il Multilateral Development Bank Operations Office-MDBO e ha fatto approvare dal Congresso nel 1988 l’Omnibus Trade and Competitiveness Act che impone al Department of Commerce di insediare presso tutte le MDB uno staff di foreign commercial service officers. Il Presidente degli Stati Uniti nomina i rappresentati dell’Amministazione USA negli executive boards delle Banche (US Executive Directors-USED). Sebbene questi siano alti dirigenti delle Banche (e pagate da queste) gli USED operano come gli occhi, le orecchie e la voce degli Stati Uniti in queste organizzazioni. Sebbene solitamente gli statuti delle MDB prevedano un periodo di tre-cinque anni per questi incarichi, gli USED restano al loro posto a discrezione del Presidente USA. Nel 1992 l’Amministrazione Bush ha fatto approvare l’Export Enhancement Act in forza del quale raddoppiato il personale del Department of Commerce. Il MDBO ha il compito di aumentare il numero delle imprese USA che ottengono contratti finanziati da MDB con particolare riguardo per le PMI interessate al commercio internazionale (v. anche: organizzazione finanziaria multilaterale).

  • MECCANISMO DI GARANZIA PER LE PMI

    Strumento finanziario (fr. Mécanisme de garantie PME ; ingl. SME Guarantee Facility) finanziato dalla Comunità europea nel quadro dell’Iniziativa comunitaria per la crescita e l’occupazione 1998-2000 (decisione 98/347/ CE del Consiglio dell’UE del 19.5.1998). Il campo di azione del meccanismo è stato allargato per il periodo 2001-2005 dal MAP (v. Programma pluriennale a favore dell’impresa e dell’imprenditorialità comunitario) e la sua gestione è stata poi affidata Fondo europeo per gli investimenti (FEI) per conto della Commissione europea a norma della decisione n. 1639/2006/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 2006, che istituisce un programma quadro per la competitività e l'innovazione 2007-2013 (PQCI). Esso adatta il dispositivo della garanzia dei prestiti del FEI alle PMI. In particolare per beneficiare delle garanzie UE è necessario avere meno di 250 dipendenti, avere un fatturato inferiore a 50 milioni di euro e/o un totale dello stato patrimoniale inferiore a 43 milioni di  euro ed essere considerata una PMI ai sensi delle norme dell’UE. Le garanzie hanno una durata di 5-10 anni e coprono una parte del rischio sopportato dagli intermediari nella concessione dei prestiti. Il FEI opera in nome proprio con intermediari nazionali specializzati nella concessione di garanzie, ma per conto e a rischio dell’UE, sul cui bilancio gravano le perdite derivanti dalle garanzie e tutti gli altri costi del meccanismo. Il FEI può così fornire controgaranzie e se necessario garanzie congiunte a quelli in vigore negli Stati membri e garanzie dirette nel caso della BEI o di altro intermediario idoneo. La copertura concedibili si estende, oltre al credito in genere alle PMI con potenziale di crescita, al "micro-credito" (prestiti di importo modesto), alle assunzioni di partecipazioni in fondi propri in PMI, comprese quelle effettuate da fondi locali o regionali di capitali di avviamento, al finanziamento dell’adozione delle applicazioni di Internet e dell’e-commerce per la modernizzazione delle imprese minori (hardware, software e formazione). Sono previsti anche aiuti supplementari agli intermediari, specie per i micro-crediti, per ridurre le spese di gestione degli interventi.

    Link: http://www.access2finance.eu/it/Italy/what_is_available.htm

    Redattori : Gian Carlo LORASCHI, Bianca GIANNINI
    © 2010 ASSONEB

  • MECCANISMO DI TRASMISSIONE DELLA POLITICA MONETARIA (Enciclopedia)

    I meccanismi di trasmissione della politica monetaria possono essere definiti prima facie come relazioni o canali, non mutuamente esclusivi, attraverso i quali l’evoluzione degli aggregati monetari modifica, spesso dopo intervalli variabili e non completamente prevedibili, il livello del prodotto e dei prezzi. Affinché le variabili monetarie influenzino le variabili reali, due condizioni debbono essere soddisfatte. Da un lato deve esistere il monopolio (delle banche centrali) nell’emissione di una attività finanziaria non sostituibile (moneta) e per cui vi sia una domanda da parte dei soggetti economici. Dall’altro debbono esservi delle forme di imperfezione dei mercati … quali ad esempio informazione asimmetrica e rigidità nominali … che impediscano o rallentino il naturale aggiustamento previsto dalla teoria classica.
    La letteratura economica ha individuato l’esistenza di almeno quattro diversi meccanismi attraverso cui la politica monetaria è in grado di influenzare il livello dei prezzi e del reddito nazionale: il tasso di interesse, i prezzi delle attività finanziarie, il credito interno ed il tasso di cambio (Mishkin, 1993). Analizziamo nel dettaglio il funzionamento di questi meccanismi, esaminando il caso di una manovra monetaria espansiva.

    1. Il canale del tasso di interesse

    Il funzionamento di questo meccanismo di trasmissione si basa sull’idea che i cambiamenti nell’offerta di moneta influenzino il livello e la struttura dei tassi d’interesse (Rabin e Yeager, 1997). Una manovra espansiva di politica monetaria () determina una subitanea riduzione dei tassi ufficiali (), riducendo dunque il prezzo che le singole banche commerciali debbono corrispondere alla Banca Centrale per accedere al rifinanziamento.1 In condizioni "normali", anche il tasso interbancario dovrebbe ridursi () generando un’espansione dei prestiti tra singole banche. Queste ultime, a loro volta utilizzeranno questo eccesso di liquidità acquistando attività finanziarie ed erogando maggiore credito al settore privato. Sul mercato dei titoli, l’aumento della domanda esercita una pressione al rialzo dei prezzi ed un’ulteriore contrazione dei tassi di interesse nominale che, a parità di aspettative di inflazione, si riflettono in una riduzione del tasso di interesse reale (). Tutto ciò favorisce l’andamento della domanda interna attraverso l’espansione di investimenti e consumi (). In simboli:

    In letteratura il meccanismo di trasmissione del tasso di interesse, il cui canale è reso efficace dalla presenza di rigidità di prezzi, fa riferimento alla cosiddetta money view.

    2. Il canale dei prezzi delle attività finanziarie

    Come accennato al punto precedente, una politica monetaria espansiva è in grado di esercitare una forte pressione al rialzo dei prezzi delle attività finanziarie (), aumentando il valore di mercato delle imprese in rapporto al costo di ricostituzione del capitale (la cosiddetta q di Tobin,) ed influenzando positivamente il valore della ricchezza mobiliare delle famiglie (). Ciò dovrebbe tradursi da un lato in un aumento degli investimenti da parte delle imprese () e dall’altro, assumendo che i consumi delle famiglie dipendano positivamente dallo stock di ricchezza, in un’espansione dei consumi privati (). In simboli:


    3. Il canale del credito interno

    Questo canale di trasmissione è legato all’attivo del bilancio delle banche commerciali e specificatamente alle poste relative ai finanziamenti concessi alle imprese e il portafoglio titoli finanziari. Quando la politica monetaria determina variazioni nei tassi di interesse, le banche commerciali possono trovare profittevole riallocare parte delle proprie attività fruttifere.2 In particolare, è stato chiarito come l’espansione monetaria operata dalla Banca Centrale abbia reso più liquide le banche commerciali aumentando le loro riserve (). Tra le varie modalità attraverso cui investire questa liquidità, abbiamo visto esservi l’erogazione del credito al settore privato (). Si tratta di una finalità istituzionale delle banche commerciali, la cui espansione determina effetti positivi sia sugli investimenti delle imprese che sui consumi delle famiglie. In simboli:

    In letteratura il meccanismo di trasmissione del credito bancario fa riferimento alla cosiddetta credit view che considera gli effetti delle imperfezioni nel mercato dei capitali; in particolare tale branca di ricerca si sofferma sul processo di determinazione dell’ammontare dei prestiti concessi dalle banche, finanziamenti questi ultimi considerati come non perfettamente sostituiti del finanziamento diretto alle imprese.

    4. Il canale del tasso di cambio

    La politica monetaria agisce ovviamente anche sul tasso di cambio. In particolare, si è visto come l’aumento della quantità di moneta in circolazione determini una riduzione del tasso di interesse nominale interno. Ciò determina un differenziale negativo tra i tassi di interesse (, dove con si indica il tasso di interesse nominale estero) e … in presenza di perfetta mobilità di capitali e perfetta sostituibilità delle attività finanziarie …un deprezzamento del cambio nominale () dovuto alla simultanea crescita della domanda di valuta estera e dell’offerta di valuta interna sui mercati valutari. Assumendo costanti il livello dei prezzi estero ed il livello dei prezzi interno (come è ragionevole credere che sia nel breve periodo), il deprezzamento del cambio nominale si traduce in un conseguente deprezzamento reale () che, qualora siano soddisfatte le cosiddette condizioni di Marshall-Lerner, esercita un influsso positivo sul saldo delle partite correnti () e dunque sul reddito aggregato. In simboli:

    Nell’ambito di ciascuno dei quattro meccanismi di trasmissione presentati, un ruolo non secondario è giocato dalle aspettative degli operatori sui prezzi.3 In un contesto caratterizzato da elevata incertezza gli operatori formulano delle previsioni sull’andamento delle variabili economiche fondamentali considerando tutto lo spettro di informazioni disponibili. Le aspettative sui prezzi e sui tassi futuri influenzano le curve dei rendimenti per scadenza e possono contribuire alla crescita delle variabili nominali quali i prezzi e i tassi. Tanto più la Banca Centrale è in grado di influenzare le aspettative dei agenti economici tanto più queste possono contribuire alla stabilità dei prezzi futuri.
    -------------------------------------
    1Nell’area dell’euro alcuni tassi sono fissati direttamente dalla Banca Centrale Europea (BCE) come quelli del cosiddetto corridoio. Quest’ultimo è determinato dagli spreadtra tassi sulle operazioni di rifinanziamento marginale e di deposito presso la BCE ed il tasso delle operazioni di rifinanziamento principali. Dall’ottobre del 2008 l’ampiezza del corridoio è stabilita in punti base. In precedenza era fissato a punti base. Altri tassi di mercato, a più lungo o a brevissimo termine, sono comunque fortemente condizionati dalla politica monetaria.
    2La possibilità per le banche commerciali di cambiare la composizione del proprio attivo e di ridistribuire su diverse attività i fondi dipende dalla struttura del mercato del credito e dei capitali e dal grado di sostituibilità tra le attività finanziarie.
    3Le aspettative talvolta sono considerate come un vero e proprio distinto canale (Berk, 1998)


    Bibliografia

    Balassa B., (1964), "The purchasing-power parity doctrine: A reappraisal", The Journal of Political Economy, Vol.72, pp. 584-596.
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    © 2009 ASSONEBB

  • MECCANISMO DI VIGILANZA UNICO - MVU (ENCICLOPEDIA)

    Abstract

    Nell'ambito del processo di rafforzamento dell'integrazione economica, finanziaria e fiscale dell’Unione Europea, nel settembre 2012 la Commissione europea ha presentato alcune proposte legislative volte alla creazione di un sistema di vigilanza bancaria unificata nell'area euro. Nello specifico, il Meccanismo di Vigilanza Unico (MVU), che promuove l’applicazione di un corpus unico di norme sulla vigilanza prudenziale degli enti creditizi, è stato istituito con il Regolamento UE n.1024/2013 nell’ambito del progetto dell’Unione Bancaria europea. Successivamente, il 16 Aprile 2014 il Regolamento UE n.468/2014 e il Regolamento n. 469/2014 della Banca Centrale Europea (BCE) hanno completato il quadro di cooperazione tra la BCE e le autorità nazionali competenti (vedi anche Vigilanza Bancaria: guida BCE). Il MVU è diventato operativo il 4 novembre 2014.

    Perché un Meccanismo di Vigilanza Unico?

    Dopo la crisi, innescata negli Stati Uniti dai mutui subprime nel 2007, una profonda revisione ed evoluzione dei sistemi di controllo sulle banche ha visto la luce nel quadro normativo dell’UE. Nonostante meccanismi di coordinamento a livello europeo, quando la crisi finanziaria si è diffusa in Europa nel 2008, ben 27 diversi sistemi di regolamentazione nazionali hanno dovuto far fronte al problema dei propri istituti di credito. Secondo il legislatore europeo, la crisi finanziaria ha fatto emergere le debolezze europee in materia di vigilanza bancaria, evidenziando le vulnerabilità di un quadro di regolamentazione che non è stato in grado di rispondere in maniera efficace e omogenea. Per ovviare a tali lacune, dopo la crisi economica, la Commissione europea ha presentato circa 30 proposte per creare, passo dopo passo, un solido e più efficace sistema finanziario attraverso la creazione di un’Unione Bancaria con l’intento di evitare nuove recessioni nella zona euro, affidando i poteri di vigilanza, in maniera preponderante, ad un unico ente, ovvero la BCE. Nei piani del legislatore europeo, uno dei pilastri fondamentali di questo nuovo progetto è proprio il Meccanismo di Vigilanza Unico che è divenuto operativo il 4 novembre 2014 nonostante un primo tentativo di livellamento delle prassi di vigilanza nella zone euro avvenuto già in ottobre con l’analisi della qualità degli attivi (AQR) delle principali banche europee.

    Il MVU comprende la BCE e le autorità nazionali competenti (ANC) degli Stati membri partecipanti ed è responsabile della vigilanza prudenziale di tutti gli enti creditizi negli Stati membri partecipanti.

    Quadro generale: Separazione dei poteri tra BCE e Autorità Nazionali

    Il MVU si fonda sulle competenze della BCE in materia di stabilità macroeconomica e finanziaria e sulle conoscenze e competenze delle ANC in merito alla vigilanza sulle banche delle rispettive giurisdizioni. Per assicurare una vigilanza efficiente, i ruoli e le competenze della BCE e delle ANC sono attribuiti sulla base della “significatività” dei soggetti sottoposti a vigilanza. Un istituto di credito è considerato “significativo” se soddisfa una delle seguenti condizioni:

    - il valore totale delle attività supera i 30 miliardi di euro, a meno che il valore totale delle attività sia inferiore a 5 miliardi, supera il 20% del PIL nazionale;

    - è uno dei tre enti creditizi più significativi in uno Stato membro;

    - riceve assistenza diretta dal meccanismo europeo di stabilità (MES);

    - il valore totale delle attività supera i 5 miliardi di euro e il rapporto tra le attività transfrontaliere in più di un altro Stato membro partecipante e le attività totali è superiore al 20% o il rapporto tra le passività transfrontaliere in più di un altro Stato membro partecipante e le passività totali è superiore al 20%.

    La BCE esercita la vigilanza diretta su tutti gli enti classificati come “significativi”, circa 120 gruppi che rappresentano approssimativamente 1200 soggetti vigilati con l’assistenza delle ANC mentre quest’ultime continuano a condurre le attività di vigilanza diretta sugli enti “meno significativi”, circa 3700 soggetti, sotto la supervisione della BCE. In qualsiasi momento, di propria iniziativa e previa consultazione con le ANC, la BCE può anche decidere di esercitare una vigilanza diretta su enti “meno significativi” ove ciò si riveli necessario.

    La creazione di un MVU, nella pratica implica che i processi di supervisione chiave siano generalmente gli stessi per tutti gli enti creditizi, sia “significativi” che “meno significativi”, e che coinvolgano sia la BCE che le ANC.

    La BCE ha, inoltre, istituito quattro Direzioni Generali (DG) apposite per svolgere i compiti di vigilanza conferitegli in cooperazione con le ANC (vedi figura 1):

    - le DG Vigilanza microprudenziale I e II sono responsabili della vigilanza diretta su base giornaliera degli enti significativi;

    - la DG Vigilanza microprudenziale III è incaricata della supervisione della vigilanza condotta dalle ANC sugli enti meno significativi;

    - la DG Vigilanza microprudenziale IV svolge funzioni orizzontali e specialistiche nei confronti di tutti gli enti creditizi sottoposti a vigilanza nell’ambito dell’MVU e mette a disposizione competenze specialistiche su particolari aspetti della vigilanza, per esempio i modelli interni e le ispezioni in loco.

    - Inoltre, un apposito Segretariato offre sostegno al Consiglio di vigilanza nello svolgimento delle sue attività, fornendo assistenza nella preparazione delle riunioni e per le questioni giuridiche correlate.

    Fig. 1: Direzioni Generali (DG)

    Fonte: BCE

    Processo Decisionale e Struttura

    Il MVU sarà composto dalla BCE e dalle autorità nazionali ma, secondo l’Art. 6 del Regolamento n.1024/2013, la BCE sarà responsabile del funzionamento “efficace e coerente” del MVU nel suo complesso. La pianificazione e l’esecuzione dei compiti di vigilanza attribuiti alla BCE verranno svolte dal Consiglio di vigilanza in quanto organo interno della BCE. Il Consiglio di vigilanza sarà composto di un presidente e un vicepresidente, quattro rappresentanti della BCE e un rappresentante dell’autorità nazionale competente di ciascuno Stato membro partecipante al MVU. Nella struttura organizzativa del MVU, oltre al Consiglio di vigilanza e ai Distretti Generali di cui sopra, sono previsti un Mediation Panel e un Administrative Board of Review.

    Il processo decisionale nell'ambito del MVU sarà basato su una nuova procedura nota come procedura di "non obiezione" (come mostrato nella figura 2). Il Consiglio di vigilanza proporrà le proprie decisioni al Consiglio direttivo della BCE e qualora il Consiglio direttivo non si opponga alla decisione entro un determinato periodo di tempo, questa si considera adottata. Inoltre, al fine di garantire una separazione tra la politica monetaria e i compiti di vigilanza, la BCE creerà un gruppo di esperti di mediazione (Mediation Panel) per risolvere le divergenze di opinioni riguardo obiezioni da parte del Consiglio direttivo su una decisione del Consiglio di vigilanza. Infine il Administrative Board of Review effettua revisioni amministrative delle decisioni prese dal Consiglio di vigilanza assicurando che tali decisioni siano conformi alle norme e procedure interne.

    Fig. 2 : Procedura di non obiezione

    Fonte: BCE

    Riguardo le misure da poter adottare, qualora siano stati violati gli obblighi normativi e gli enti creditizi e/o la loro dirigenza debbano essere sanzionati, l’autorità di vigilanza può imporre sanzioni. La BCE può, infatti, irrogare agli enti creditizi sanzioni amministrative pecuniarie fino al doppio dell’importo dei profitti ricavati o delle perdite evitate grazie alla violazione.

    Infine, l’MVU coopera strettamente con altre istituzioni europee come il Comitato europeo per il rischio sistemico (CERS),l’ Autorità bancaria europea (ABE), il meccanismo di risoluzione unico (SRM) e il meccanismo europeo di stabilità (MES).

    Bibliografia

    BANCA CENTRALE EUROPEA (2014) Progress in the operational implementation of the Single Supervisory Mechanism regulation, SSM Quarterly report, 3 maggio (http://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/other/ssmqr20142en.pdf)

    BANCA CENTRALE EUROPEA (2014) Regolamento UE n.468/2014 (http://www.ecb.europa.eu/ecb/legal/pdf/celex_32014r0468_en_txt.pdf)

    BANKING SUPERVISION, website https://www.bankingsupervision.europa.eu/home/html/index.en.html

    BCE, “Guida alla Vigilanza Bancaria”, (https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/other/ssmguidebankingsupervision201409it.pdf?fdd36c36a7fd62b4d36e1c8bf1d9bb85)

    BCE, Website, https://www.ecb.europa.eu/ssm/html/index.it.html

    CONSIGLIO EUROPEO, (2013), Regolamento n.1024/2013 (http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32013R1024)

    MANCINI M. (2013) Dalla vigilanza nazionale armonizzata alla Banking Union, Quaderni di ricerca giuridica Banca d’Italia, N. 73, Settembre (http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/quarigi/qeg_73/qrg_73)

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • MECCANISMO EUROPEO DI STABILITA' (ESM)

    Meccanismo permanente per la gestione delle crisi la cui costituzione è stata concordata dal Consiglio europeo del 28-29 ottobre 2010 ed è stata portata a termine l’11 luglio 2011 con la sottoscrizione del Trattato che lo istituisce da parte dei 17 paesi allora appartenenti all’area dell’euro, poi emendato il 2 febbraio 2012. È divenuto operativo nell’ottobre 2012 e ha sostituito gradualmente lo European Financial Stability Facility (EFSF). L’ESM può concedere sostegno finanziario ai paesi membri dell’area dell’euro che ne faranno richiesta a condizioni non di favore e previa un’approfondita analisi che verifichi la loro solvibilità; a questo scopo, potrà utilizzare gli strumenti di intervento già a disposizione dell’EFSF. Dopo l’avvio del Meccanismo di vigilanza unico, nel dicembre 2014 a tali strumenti è stata aggiunta la ricapitalizzazione diretta degli istituti bancari. La capacità di prestito dell’ESM è di circa 500 miliardi, garantita da un capitale iniziale di quasi 702 miliardi, di cui circa 80 miliardi conferiti dai singoli paesi in proporzione, salvo alcune correzioni, alla partecipazione al capitale della BCE e 622 miliardi sotto forma di capitale richiamabile.
    Fonte: Banca d'Italia

  • MECCANISMO EUROPEO DI STABILIZZAZIONE (MES) FONDO SALVA STATI

    Cosa è

    Anche detto Fondo Salva Stati.Ha sostituito il EUROPEAN FINANCIAL STABILITY FACILITY (EFSF).

    E' un ente finanziario di diritto internazionale, dotato pertanto di piena personalità giuridica e capacità giuridica, è uno degli strumenti del meccanismo di risoluzione delle crisi per i paesi della zona euro e mira a fornire sostegno alla stabilità attraverso alcuni strumenti di assistenza finanziaria a favore degli Stati membri che sono colpiti o minacciati da gravi problemi di finanziamento. "Il MES sarà la pietra angolare del firewall europeo e parte integrante della strategia per garantire la stabilità finanziaria della zona euro"(www.consilium.europa.eu).

    Ha assunto la veste di organizzazione intergovernativa (sul modello del Fondo Monetario Internazionale), a motivo della struttura fondata su un consiglio di governatori (formato da rappresentanti degli Stati membri) e su un consiglio di amministrazione e del potere, attribuito dal trattato istitutivo, di imporre scelte di politica macroeconomica ai paesi aderenti al fondo-organizzazione

    Nascita

    L'istituzione trae origine normativa dalla modifica dell'articolo 136 del TFUE, adottata con decisione del Consiglio dell'UE il 24 e 25 marzo 2011, secondo la procedura semplificata di revisione dei trattati, grazie all'inserimento del seguente paragrafo: "Gli Stati membri la cui moneta è l'euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell'ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità".

    Strettamente connesso a tale modifica, il Trattato istitutivo del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) è stato siglato in una prima versione l'11 luglio 2011, ma tenuto conto dell'esigenza di rafforzare il meccanismo in vista delle tensioni sui mercati internazionali un nuovo trattato internazionale è stato sottoscritto il 2 febbraio 2012. Esso è entrato in vigore il 27 settembre 2012 ed è stato ratificato da tutti gli Stati membri della zona euro. L'inaugurazione del MES ad opera del Consiglio UE risale all'8 Ottobre 2012. L'attività del MES, quale meccanismo permanente di stabilità, sostituirà il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF) ed il Meccanismo Europeo di Stabilizzazione Finanziaria (MESF), che sono stati creati nel 2010 e saranno mantenuti fino a Giugno 2013. "Il Meccanismo europeo di stabilità (MES) è stato lanciato a margine della riunione dell'Eurogruppo l'8 ottobre, quando il consiglio dei governatori del MES ha tenuto la sua riunione inaugurale". (www.consilium.europa.eu).

    Come opera
    Il MEs è globalmente la maggiore istituzione finanziaria internazionale, dotata di un capitale pari a 700 miliardi di EUR; di questo importo, 80 miliardi di euro saranno sotto forma di capitale versato fornito dagli Stati membri della zona euro, la restante parte sarà reperita sul mercato con emissioni obbligazionarie (se necessaria).
    L'accesso all'assistenza finanziaria dell MES è offerto sulla base di una rigorosa condizionalità politica nell'ambito di un programma di aggiustamento macroeconomico e di un'analisi della sostenibilità del debito pubblico effettuata dalla Commissione insieme al Fondo monetario internazionale (FMI) e di concerto con la Banca centrale europea (BCE). Condizione obbligatoria per poter accedere all'assistenza finanziaria del MES è che lo Stato membro abbia ratificato il Trattato sul Fiscal Compact. Lo Stato membro beneficiario sarà tenuto a realizzare una forma adeguata di partecipazione del settore privato in funzione delle circostanze specifiche e secondo modalità pienamente conformi alle prassi dell'FMI. La capacità effettiva di prestito del MES sarà pari a 500 miliardi di euro, soggetta a verifica periodica almeno ogni cinque anni. Si cercherà di integrare la capacità di prestito del MES attraverso la partecipazione del FMI alle operazioni di assistenza finanziaria, mentre gli Stati membri che non fanno parte della zona euro potranno anche partecipare su una base ad hoc. Inoltre, il meccanismo disporrà anche di una combinazione di capitale richiamabile impegnato e di garanzie degli Stati membri della zona euro per un importo totale di 620 miliardi di euro. La ripartizione dei contributi di ciascuno Stato membro al capitale sottoscritto totale del MES sarà basata sulla partecipazione al capitale versato della BCE, modificata secondo una chiave di conversione. Al fine di garantire efficacia al sistema decisionale del MES, esso opererà a maggioranza qualificata dell'85% del capitale, qualora la Commissione e la BCE decidano che occorrono decisioni urgenti in materia di assistenza finanziaria in caso di minaccia per la stabilità finanziaria ed economica della zona euro.

    Alcune utili fonti d'informazione
    www.esm.europa.eu

    www.consilium.europa.eu
    www.ec.europa.eu

    www.camera.it eur-lex.europa.eu

    Redattori: Marianna RONCHINI e Chiara OLDANI

  • MECCANISMO EUROPEO PER LE TECNOLOGIE

    Il MET (fr. Mécanisme Européen pour les technologies-MET; ingl. European Technology Facility-ETF), istituito dalla BEI nel 1997, è uno strumento di venture capital per promuovere la costituzione e lo sviluppo di imprese a elevato tasso di crescita e orientate all’alta tecnologia, con un bilancio di € 125 milioni (Lit. 242 miliardi). La gestione del MET era affidata al FEI. Il MET, o ETF, come più è conosciuto, rientrava nella “Finestra PMI” del Programma di azione speciale Amsterdam 1997-2000-ASAP della BEI, cessato alla scadenza nel 2000. Il programma era stato avviato in seguito alla risoluzione sullo sviluppo e l’occupazione del Consiglio europeo di Amsterdam del giugno 1997. Gli investimenti nel settore dell’alta tecnologia continuano ad essere finanziati dalla BEI attraverso l’Iniziativa 2000 Innovazione (“i2i”; fr. Initiative Innovation 2000, ingl. Innovation 2000 Initiative) avviato nel maggio 2000 e della durata di tre anni. Sul MET per l’avviamento v. ETF start-up facility (v. anche FEI; BEI).

  • MEDIA MOBILE

    Analisi tecnica. Tipico parametro che ha lo scopo di seguire in modo mediato l’evoluzione dei prezzi di quotazione di un titolo. L’incrocio tra la media mobile e l’andamento dei prezzi può essere utilizzato per ottenere e valutare segnali operativi di acquisto (quando il prezzo è superiore alla media mobile) o di vendita (quando i prezzi sono inferiori alla media mobile). Può essere semplice o esponenziale dando, in quest’ultimo caso, maggior peso ai dati più recenti.

  • MEDIATORE CREDITIZIO

    Il mediatore creditizio è la persona fisica o giuridica che professionalmente mette in contatto, anche attraverso attività di consulenza, banche o intermediari finanziari con la potenziale clientela per la concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma. Caratteristica dei mediatori è che possono svolgere la loro attività anche a titolo non esclusivo ovvero abitualmente e non sono legati alle parti da rapporti di collaborazione, di dipendenza o di rappresentanza. I mediatori creditizi iscritti all'albo, possono svolgere anche l'attività di mediazione e consulenza alla gestione del recupero dei crediti da parte delle banche o di intermediari finanziari di cui all'art. 107 del Testo unico bancario. Sono soggetti alla disciplina di trasparenza prevista dal testo unico bancario e dalle relative disposizioni attuative. L’albo dei mediatori creditizi è consultabile sul sito dell’UIC.
    Fonte: Banca d'Italia

  • MEDIATORE EUROPEO

    La figura del Mediatore europeo (fr. Médiateur européen; ingl. European Ombudsman), introdotta dal Trattato di Maastricht, è regolata dall’art. 195 TCE. Al Mediatore europeo possono rivolgersi tutte le persone fisiche (cittadini) o giuridiche (istituzioni, imprese), residenti o aventi la loro sede sociale nell’Unione, che ritengono di essere vittime di un atto di cattiva amministrazioneda parte delle istituzioni o organi comunitari (sono esclusi la Corte di giustizia e il Tribunale di primo grado nell’esercizio delle loro funzioni giurisdizionali). Egli procede, di propria iniziativa o in base alle denunce che gli sono state presentate direttamente o tramite un membro del Parlamento europeo, procede alle indagini che ritiene giustificate, tranne quando i fatti in questione formino o abbiano formato oggetto di una procedura giudiziaria. Se constata un caso di cattiva amministrazione, il Mediatore ne investe l’istituzione interessata, che dispone di tre mesi per comunicargli il suo parere. Il Mediatore trasmette poi una relazione al Parlamento europeo e all’istituzione interessata. La persona che ha sporto denuncia viene informata del risultato dell’indagine. Ogni anno il Mediatore presenta una relazione al Parlamento europeosui risultati delle sue indagini. Il Mediatore è nominato dopo ogni elezione del Parlamento europeo per la durata della legislatura. Il suo mandato è rinnovabile. Il Mediatore può essere dichiarato dimissionario dalla Corte di giustizia, su richiesta del Parlamento europeo, qualora non risponda più alle condizioni necessarie all’eserciziodelle sue funzioni o abbia commesso una colpa grave. Vale anche per lui il principio di indipendenza e nell’adempimento dei suoi doveri, egli non sollecita né accetta istruzioni da alcun organismo. Per tutta la durata del suo mandato, il Mediatore non può esercitare alcuna altra attività professionale, remunerata o meno.

  • MEDIAZIONE

    Contratto mediante il quale un soggetto, detto mediatore, mette in relazione due o più parti al fine di promuovere la conclusione di un affare. Il mediatore non ha legami di collaborazione, dipendenza o rappresentanza con le parti da lui messe in contatto: l’autonomia e l’imparzialità caratterizzano la sua figura e la distinguono giuridicamente da quella dell’agente, del rappresentante, delcommissionario o del lavoratore subordinato. Il mediatore professionale è soggetto agli obblighi particolari di cui all’art. 1760 c.c., ed in questo caso la mediazione è chiamata anche courtage. Il conferimento, da parte di un soggetto ad un altro, dell’incarico di una attività di mediazione non è fonte di effetti giuridici per le parti. Infatti, non solo il mediatore non è obbligato a porre in essere l’attività di mediazione, ma colui che ha conferito l’incarico rimane libero di concludere o meno l’affare con la persona presentatagli dal mediatore. Soltanto se l’affare viene concluso per effetto dell’intervento del mediatore sorge, rispettivamente, il diritto del mediatore alla provvigione e l’obbligo dei contraenti a pagarla (quindi, anche dell’altra parte che non ha conferito l’incarico, ma s’è ugualmente giovata dell’attività del mediatore, salvo patto o uso contrario). La provvigione è ripartita fra più mediatori se il contratto principale si è concluso per effetto del loro intervento. L’obbligo di imparzialità che fa carico al mediatore gli impone di comunicare alle parti tutti gli elementi di cui è a conoscenza e che possano influire sulla valutazione e conclusione del contratto principale. Tale imparzialità non viene meno se il mediatore è incaricato da una delle parti di rappresentarla nell’esecuzione del contratto conclusoper effetto del suo intervento. Se il mediatore tace ad uno dei contraenti il nome dell’altro egli non si trasforma in contraente, ma assume la responsabilità per l’esecuzione del contratto e, dopo l’esecuzione, subentra nei diritti verso il contraente non nominato.

  • MEDIO TERMINE

    Detto anche: medio periodo. Espressione che indica un’operazione commerciale o finanziaria che si realizza e scade tra i 18 e i 60 mesi (5 anni). Talvolta è abbinata a lungo termine bell’espressione medio- lungo termine per indicare ogni operazione al di là del breve termine. Nell’arco di tempo del medio termine rientra l’orizzonte entro il quale si stendono i piani industriali, si compiono le previsioni per la programmazione pluriennale e si svolge la vita utile dei capitali fissi.

  • MEDIOBANCA

    Abbr. di: Banca di credito finanziario spa. Principale istituto italiano specializzato nel credito mobiliare; ha sede a Milano. Nacque nel dopoguerra su iniziativa di Raffaele Mattioli (amministratore delegato della Banca commerciale italiana) e di Enrico Cuccia (che la diresse dalla costituzione, restandovi come Presidente d’onore sino alla sua scomparsa nel 2000), riprendendo in un momento cruciale della vita del Paese la funzione delle banche d’affari che tra la fine del XIX secolo e la grande crisi avevano avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo industriale del Paese. Venne costituita nel 1946; alla Banca commerciale italiana (ora Intesa San Paolo S.p.A.) si associò subito il Credito Italiano (ora UniCredit ) e successivamente il Banco di Roma (poi confluito nella Banca di Roma). Il Gruppo Mediobanca opera attraverso le divisioni " Corporate & Investment banking" (per i servizi di consulenza e finanza aziendale e per i collocamenti di titoli azionari ed obbligazionari sul mercato dei capitali, l’attività creditizia, le operazioni strutturate e i finanziamenti che richiedono un ricorso al mercato), "Principal Investing" ( riguarda principalmente gli investimenti in quote di minoranza/maggioranza del capitale azionario di società quotate/non quotate di media e grande dimensione) e "Retail & Private Banking" ( quest’area è coperta da, società controllate, nel campo del credito al consumo e dei prestiti personali, dei servizi bancari e dei finanziamenti ipotecari alle famiglie e del private banking sia on-shore che off-shore.


    Ha via via assunto partecipazioni in importanti imprese finanziarie, industriali e commerciali, prevalentemente quotate in Borsa (tra queste, le Assicurazioni Generali di cui Mediobanca è stata il maggiore azionista). Dal 1956 Mediobanca è quotata in Borsa. Nel 1988 viene definito un nuovo assetto azionario volto a stabilire l’equilibrio tra soci pubblici e privati mantenendo l’indipendenza gestionale precedentemente garantita da un patto di sindacato che univa le banche a controllo pubblico ad alcune tra le più affermate banche d’investimento internazionali. In tale ambito, le tre banche fondatrici riducono il loro possesso dal 57% al 25% del capitale; una quota di tali azioni (25%) viene rilevata da un gruppo di imprese private che così raggiungono una partecipazione equivalente a quella delle tre banche, stipulando con le stesse un sindacato di blocco; la restante quota del pacchetto (circa il 7%) viene collocata sul mercato nel novembre 1988. Nel 1990 viene costituita Mediobanca International, per operare sul mercato internazionale dei capitali, e nel 1992 è resa operativa Micos, ora CheBanca, per operare nel settore dei finanziamenti immobiliari. Nel 1998 viene costituita MB Finstrutture, incorporata nel 2005 in Mediobanca, per la consulenza e la realizzazione di progetti di investimento da attuare con il ricorso a soluzioni di finanza strutturata (ad es. "project finance", "securitization", "acquisition finance", "export finance", ecc.). La fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio vedono la privatizzazione dei maggiori gruppi bancari e industriali italiani ed un boom di quotazioni concentrate prevalentemente nei settori tecnologici. Mediobanca coordina in questo periodo le privatizzazioni di Banca di Roma, BNL, Telecom Italia, Enel e procede alla quotazione di numerose società. Nello stesso periodo anche il portafoglio partecipazioni di Mediobanca viene ampliato; in particolare, la quota in Assicurazioni Generali viene progressivamente incrementata sino al 12,5%, in parte tramite l’acquisto e successiva incorporazione nel 2001 dell’Euralux (Gruppo Lazard). Nell'aprile 2000 Banca Commerciale Italiana, divenuta parte del gruppo Intesa, cede la sua partecipazione in Mediobanca ad altri membri del sindacato di blocco. Negli stessi anni il gruppo entra nel comparto del "private banking" al fine di valorizzarne le sinergie con l’investment banking. Nel luglio 2000 viene costituita Duemme, in joint venture con Mediolanum, per operare nel private banking di fascia alta; la società, denominata poi Banca Esperia, diviene operativa nel luglio 2001 e nell’arco di pochi anni si afferma come importante operatore domestico. Nel maggio 2002 Mediobanca stipula un accordo di "put & call" per il rilievo da Commerzbank del 34% di Compagnie Monégasque de Banque (CMB), banca leader nel private banking nel principato di Monaco; l’anno successivo il possesso viene elevato al 61.64% e nel dicembre 2004 viene raggiunto il controllo totale. Nell'aprile 2003 il patto di sindacato di Mediobanca  viene modificato a seguito dell'adesione di un gruppo di investitori esteri comprendenti i Gruppi Bolloré e Groupama con una quota complessiva del 10%. Dallo stesso anno, che vede anche la nomina dell’attuale gruppo direttivo, viene dato nuovo impulso alla crescita delle attività bancarie al fine di completare la gamma prodotti, sviluppare la rete distributiva e raggiungere un maggior grado di internazionalizzazione. Nel luglio 2004 prende avvio la succursale di Parigi; nel 2006 viene aperto l’ufficio di brokeraggio a New York seguito, nel 2007, dall’apertura delle filiali di Madrid e Francoforte operative nell’attività creditizia e di advisory. A fine 2007, dopo la fusione con Capitalia, UniCredit ha ceduto le azioni Mediobanca che questa deteneva (9,37%). Le azioni sono cedute per il 7.4% a soci, anche nuovi, che le mantengono vincolate al patto, mentre il residuo 2% è ceduto a terzi sul mercato. Il patto di sindacato scende di conseguenza al 45.6% nel dicembre 2007. Sempre nel dicembre 2007, Mediobanca acquisisce Linea dal Banco Popolare e dalla Banca Popolare di Vicenza con un esborso di €405m. L’operazione avviene tramite la controllata Compass che raddoppia il suo portafoglio crediti e diventa così il terzo operatore specializzato nel credito al consumo in Italia. Nel 2008 diventa operativa la sede di Londra, focalizzata sulle attività di capital markets. Nel maggio 2008, seguendo il disegno strategico enunciato nel piano industriale 2009-2011 approvato nel marzo dello stesso anno, Mediobanca potenzia la sua presenza nel segmento retail: Micos Banca, tradizionalmente attiva nell’erogazione di mutui immobiliari, assume la nuova denominazione di CheBanca! ed amplia l’operatività a prodotti di risparmio e di conto corrente, adottando un modello di distribuzione multicanale (internet, call center,filiali).

    Link: http://www.mediobanca.it/index.htm

    Redattori:Redazione, Bianca GIANNINI
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  • MEDIOBANCA (Enciclopedia)

    (Si veda anche voce del Dizionario: MEDIOBANCA)
    Mediobanca rappresenta la più importante investment bank italiana. É organizzata in tre divisioni: a) corporate and investment banking, che presta servizi finanziari alle imprese di grande e media dimensione in Italia e all’estero attraverso le filiali di Londra, Francoforte, Parigi, Madrid, New York e Mosca; b) principal investing, che gestisce le principali partecipazioni del gruppo tra cui il 13% delle Assicurazioni Generali, il 14,9% di Rcs MediaGroup e l’11,6% di Telco (principale azionista della Telecom Italia); c) Retail and private banking, che comprende le attività nel credito al consumo (Compass), nel retail banking (Che Banca!) e nel private banking (Compagnie Monégasque de Banque e Banca Esperia). Le azioni Mediobanca sono diffuse tra 59 mila azionisti tra cui alcune delle maggiori imprese industriali e finanziarie riunite in un patto di sindacato che controlla il 42% del capitale. Al 31 dicembre 2012 il gruppo contava 3.500 dipendenti e un totale di bilancio pari a 79,6 miliardi di euro.
    Mediobanca, denominazione abbreviata per Banca di Credito Finanziario S.p.A., nacque il 10 aprile 1946 per iniziativa della Banca Commerciale Italiana (poi confluita in Intesa Sanpaolo) alla quale si associò subito il Credito Italiano (ora UniCredit) e successivamente il Banco di Roma (poi confluito nella Banca di Roma, quindi Capitalia, incorporata in UniCredit nel 2007). Lo scopo era «soddisfare le esigenze a media scadenza delle imprese produttrici» e stabilire un «rapporto diretto fra il mercato del risparmio e il fabbisogno finanziario per il riassetto produttivo delle imprese» (Relazione di bilancio Banca Commerciale Italiana 1945). Fu quindi uno strumento che consentì alle imprese italiane di finanziare con risorse permanenti prima la ricostruzione dei loro impianti danneggiati dalla guerra, poi lo sviluppo, anche all’estero, nel quadro della trasformazione dell’Italia in uno dei più importanti paesi industriali. Inizialmente, in conformità alle disposizioni allora vigenti, le operazioni dell'istituto furono limitate al medio termine. Nell'ottobre 1973 fu deliberato di estendere l'attività alle operazioni di finanziamento con scadenza fino a venti anni.
    Il principale impegno subito dopo la fondazione fu rappresentato dalla messa a punto di operazioni volte a facilitare la raccolta del risparmio a medio e lungo termine da indirizzare al finanziamento delle imprese. Fondamentale fu lo studio dei mercati, anche esteri, e l’applicazione delle migliori tecniche nella concessione dei finanziamenti e nella realizzazione dei collocamenti. Fin dalle origini fu introdotta la prassi di pubblicare prospetti informativi dell’attività degli emittenti dei titoli da collocare secondo gli usi internazionali, con l’obiettivo di consentire l’afflusso di capitali esteri in un Paese allora povero di risorse proprie. Negli anni ’50 del secolo scorso fu costituita una rete di trading companies estere (prevalentemente in Africa) per agevolare lo sviluppo delle attività mercantili italiane. Nello stesso periodo Mediobanca accrebbe le sue capacità di operare sui mercati esteri stringendo accordi con alcune importanti banche europee e americane (Gruppo Lazard con le sedi di New York, Londra e Parigi, Lehman Brothers, Berliner Handels Geselleschaft, Sofina). Nel 1956 Mediobanca fu quotata in Borsa, prima nel settore dopo la sparizione delle azioni bancarie dal listino seguita alla grande crisi degli anni ’30; fu lei stessa a ricondurvi nel 1970 le tre grandi banche del Gruppo Iri, sue fondatrici. Fino agli anni ’80 fu rilevante l’attività di concessione di crediti all’industria, nella quale l’istituto, grazie alle proprie competenze, rappresentò un unicum non subendo praticamente perdite per insolvenze dei clienti. Ugualmente importante fu l’opera di accompagnamento delle imprese alla quotazione in Borsa (30% di tutte le Offerte Pubbliche di Acquisto-IPO nel periodo 1983-93, 41% se misurate a valore), unitamente ad azioni volte a stabilizzare gli assetti di comando delle società più importanti (Olivetti, Montedison, Fiat, Snia, Pirelli, Italcementi), non disgiunte nelle fasi più critiche dalla selezione di manager efficienti. Mediobanca ebbe un ruolo chiave nella ristrutturazione dell’industria italiana, soprattutto a cavallo degli anni ’70 e ’80, rafforzando il proprio profilo di banca di riferimento dei maggiori gruppi del Paese.
    Nel 1988 l’assetto azionario dell’istituto, sino ad allora costituito da una ristretta compagine bancaria, venne modificato diversificandolo tra azionisti pubblici e privati. I primi, rappresentati dalle banche sotto controllo statale, furono poi a loro volta privatizzati a seguito del programma di smobilizzi intrapreso dal Governo italiano negli anni ’90. In quel periodo Mediobanca fu anche tra i maggiori player nei processi di privatizzazione con le principali operazioni rappresentate dai collocamenti di Telecom ed Enel.
    Dagli anni ’90, a seguito dei mutati scenari in Italia e all’estero e alla diversa regolazione del settore (fine della specializzazione e introduzione delle banche miste), l’istituto sviluppò maggiormente l’attività nella consulenza alle imprese e nel capital market, rafforzando l’investimento nelle partecipazioni e, tra queste, principalmente quello nelle Generali di cui divenne il maggiore azionista. Parallelamente, furono aperte sedi all’estero. Nel 2000 Mediobanca è intervenuta nel private banking promuovendo Banca Esperia (pariteticamente con Mediolanum), rilevando poi nel 2003 la Compagnie Monégasque de Banque. Negli ultimi anni è stato rafforzato l’impegno nel credito al consumo tramite la Compass, attiva nel settore sin dal 1960. Nel 2008 è stata resa operativa una nuova banca retail, Che Banca!, caratterizzata da un modello distributivo multicanale (internet, call center e filiali).
    Mediobanca ha basato la sua crescita sull’autonomia manageriale e sullo sviluppo delle risorse interne, arricchite continuamente delle nuove competenze necessarie per affrontare l’evoluzione dei mercati e delle imprese. Il fondatore, Enrico Cuccia, guidò la banca sino al 1982 restando sino alla sua scomparsa (2000) il grande mentore dei suoi allievi Silvio Salteri (1982-1988) e Vincenzo Maranghi (1988-2003); quest’ultimo ha lasciato il comando dell’istituto a due suoi collaboratori che ne reggono tuttora le sorti (Renato Pagliaro, Presidente, e Alberto Nagel, Amministratore Delegato).
    Link: http://www.mediobanca.it



    Redattore: Fulvio COLTORTI


  • MEDIOCREDITO CENTRALE - MCC

    Ente di diritto pubblico costituito in seguito alla l. 25.7.1952 n. 949 (provvedimenti per lo sviluppo dell’economia e l’incremento dell’occupazione) con la denominazione iniziale di Istituto Centrale di Credito a Medio Termine alle Medie e Piccole Imprese mediocredito Centrale (MCC), ha assunto la denominazione di Istituto Centrale per il Credito a Medio Termine con la legge di riforma 30.4.1962 n. 156 e successivamente quella di Mediocredito centrale. Compito inizialmente attribuitogli fu il finanziamento a tasso agevolato degli istituti regionali di mediocredito e degli altri istituti di credito a medio lungo termine designati dal Tesoro, per operazioni di credito a favore delle medie e piccole imprese industriali e commerciali. Successivamente gli sono stati demandati, con leggi speciali, altri compiti: finanziamento a medio termine dei crediti derivanti da esportazioni relative a forniture speciali; finanziamento degli istituti di credito a medio e lungo termine per operazioni nel settore del commercio; interventi a favore di imprese e privati danneggiati da pubbliche calamità; assistenza ai paesi in via di sviluppo. La l. 26.11.1993 n. 489 ha imposto la trasformazione in società per azioni del Mediocredito centrale, in linea con quanto previsto dalle recenti riforme legislative per la generalità degli istituti di credito di diritto pubblico. Tale provvedimento aveva, comunque, lasciato inalterata la molteplicità delle funzioni esercitate dal Mediocredito centrale. Con il d.lg. 31.3.1998 n. 143 ("Disposizioni in materia di commercio con l’estero"), dal 1°.1.1999 la gestione degli interventi di sostegno finanziario all’internazionalizzazione del sistema produttivo è stata attribuita alla SIMEST, che succede nei diritti, nelle attribuzioni e nelle situazioni giuridiche al Mediocredito centrale. Mediocredito centrale ha acquisito nel 1999 dal Tesoro il 62,84% del Banco di Sicilia ed è stato è stato a sua volta ceduto (al 100%) dal Tesoro alla Banca di Roma il 17.12.1999. All’interno del gruppo Bancaroma Mediocredito centrale si è specializzato nel corporate banking, principalmente in finanziamenti strutturati, investment banking, credito industriale, gestione incentivi allo sviluppo, private equity. Nel corso del 2000 è stata compiuta una scissione parziale di Mediocredito centrale con conferimento delle partecipazioni i controllo del Banco di Sicilia alla Banca di Roma. Nello stesso anno Mediocredito centrale ha incorporato Mediocredito di Roma. Dal 1 ottobre 2007, in seguito al percorso di integrazione tra Capitalia e UniCredit, la Banca entra a far parte del nuovo Gruppo Bancario. Dal 4 agosto 2008 la Banca assume la denominazione di UniCredit MedioCredito Centrale. Oggi UniCredit MedioCredito Centrale è la Banca del Gruppo UniCredit specializzata nel settore pubblico ed, in particolare, nella promozione e nella gestione delle agevolazioni pubbliche nazionali e regionali a favore delle imprese, nonché nel credito agevolato, a sostegno dello sviluppo economico.

    Link:http://www.mcc.it/

    Redattori: Fernando FORGHIERI , Bianca GIANNINI
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  • MEDIUM TERM NOTES

    Titoli di indebitamento a medio-lungo termine, aventi vincoli di durata temporale raramente superiori ai 5 anni.Nati negli Stati Uniti per soddisfare le particolari esigenze finanziarie di alcune aziende del settore automobilistico, sono assimilabili perstruttura tecnica alle obbligazioni, rispetto alle quali presentano, tuttavia, una serie di vantaggi legati al loro scarso livello di standardizzazione. Essi, infatti, consentono, agli emittenti primari, di arricchire lo spettro di scadenze dei propri passivi, prima costituiti prevalentemente da strumenti a breve termine, tipicamente eurocommercial papers e a lungo euro-bonds; agli emittenti di origine finanziaria, di pareggiare gli squilibri della struttura per scadenze dell’attivo e del passivo; a tutti gli emittenti, di gestire in maniera flessibile la curva dei rendimenti, traendo vantaggio dalle sue imperfezioni di natura contingente; ai tesorieri, di ottenere un soddisfacente grado di immunizzazione dalrischio di tasso d’interesse; ai mutuatari, di non essere penalizzati da sfavorevoli situazioni congiunturali, atteso che essi permettono di conciliare il fabbisogno dei prenditori di fondi con l’effettiva domanda degli investitori attraverso il confezionamento di prodotti “su misura” per le esigenze di questi ultimi.

  • MEMORIA

    Costituisce le parti di un elaboratore elettronico che memorizzano le informazioni. Si distinguono la memoria di lavoro (detta anche centrale o principale, che memorizza i dati e le altre informazioni necessari per l’esecuzione di un programma) dalla memoria di massa. a) La memoria di lavoro si divide in memoria RAM e in memoria ROM, la prima memorizza temporaneamente le istruzioni dei programmi che si stanno eseguendo e i dati su cui si sta lavorando e destinata alla cancellazione al termine della sessione di lavoro, la seconda, non cancellabile e non modificabile dall’utente, contiene le procedure necessarie al funzionamento del computer. b) La memoria di massa è una periferica di input e di output sulla quale i dati vengono memorizzate in modo non volatile e di regola modificabile successivamente e dalla quale gli stessi dati sono prelevati per l’elaborazione voluta (v. disco flessibile;disco rigido; disco ottico; nastro magnetico; PCMCIA). La memoria dei computer è misurata in byte, per comodità abbreviato in vari livelli: Kb (Kilobyte, 210 byte) per 1024 byte, Mb (Megabyte, 220 byte) per 1.048.576 byte, Gb (Gigabyte, 230 byte) per 1.073.741.824 byte.

  • MENDACIO E FALSO INTERNO BANCARIO

    L’art. 137 del TUBC prevede, al primo comma, il delitto di mendacio bancario, consistente nella condotta di “chi, al fine di ottenere concessioni di credito per sé o per le aziende che amministra, o di mutare le condizioni cui il credito venne prima concesso, fornisce dolosamente a una banca notizie o dati falsi sulla costituzione o sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria delle aziende comunque interessate alla concessione del credito”. La pena è della reclusione fino a un anno e della multa sino a lire dieci milioni. Il secondo comma prevede l’ipotesi contravvenzionale di falso interno bancario, che sanziona “chi svolge funzioni di amministrazione o di direzione presso una banca oltre che i dipendenti di banche che, al fine di concedere o far concedere credito ovvero di mutare le condizioni alle quali il credito venne prima concesso ovvero di evitare la revoca del credito concesso, consapevolmente omettono di segnalare dati o notizie di cui sono a conoscenza o utilizzano nella fase istruttoria notizie o dati falsi sulla costituzione o sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria del richiedente il fido” con l’arresto da sei mesi a tre anni e con l’ammenda fino a venti milioni di lire. Entrambe le ipotesi vengono prese in considerazione qualora il fatto non costituisca più grave reato. Mentre il 1° comma riproduce nelle linee essenziali l’art. 95 della vecchia legge bancaria, oltre che la disciplina dell’art. 37 d.lg. 481/92 che l’aveva sostituito, il 2° comma introduce un’ipotesi del tutto nuova. Le due disposizioni si caratterizzano per una soglia di tutela particolarmente avanzata, poiché i due reati si consumano già nella fase preliminare del rapporto di credito, a prescindere dalla idoneità delle false informazioni a trarre in inganno. In entrambe le ipotesi la condotta consiste in falsecomunicazioni in relazione alla concessione di un fido. Mentre, tuttavia, il 1° comma esige una condotta commissiva, il falso interno si configura anche con la semplice omissione. Ciò è dovuto al maggior disvalore che consegue a comportamenti ingannevoli posti in essere da soggetti qualificati dalla loro funzione nell’ambito della banca che eroga il credito. È proprio questa considerazione che fa ritenere incomprensibile, a fronte di una previsione delittuosa di mendacio bancario, la scelta legislativa di tutelare il falso interno con una contravvenzione, e la perplessità è ancora maggiore ove si ponga mente al fatto che la nuova ipotesi di cui al secondo comma è verosimilmente destinata a fungere da vera e propria norma di chiusura, in quanto chiamata a comprendere sotto il proprio ambito di operatività, in materia bancaria, le ipotesi che prima della l. 86/90 venivano punite a titolo di peculato per distrazione.

  • MERCATI IPOTECARI

    Mercati secondari dei titoli garantiti da prestiti ipotecari (v. mortgage- backed securities). Si sono sviluppati in alcuni paesi (USA, Francia, Canada, Giappone) a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, a sostegno della tendenza di molte istituzioni finanziarie a mobilizzare le proprie attività attraverso tecniche di cartolarizzazione dei crediti (v. securitization).

  • MERCATO AFTER HOURS

    In sigla: TAH, acr. di Trading After Hours. Mercato regolamentato, comparto della Borsa italiana, avviato il 15.5.2001 e disciplinato dal Regolamento dei mercati organizzati e gestiti da Borsa Italiana S.p.A. con le relative Istruzioni, entrambi in vigore dal 22.4.2002. È un prolungamento serale delle negoziazioni oltre l’orario di chiusura durante il quale vengono trattati, in orari diversi da quelli del MTA e del MCW, azioni quotate al MTA del MIB 30 e del MIDEX e alcune azioni del Nuovo Mercato che presentano i requisiti di liquidità stabiliti dalle Istruzioni e covered warrants. Possono esservi negoziate anche le azioni con una liquidità inferiore a quella stabilita su richiesta di almeno un operatore specialista (v. specialist) che si impegni a sostenerne la liquidità. Le negoziazioni avvengono ad asta per lotti minimi (aboliti per le azioni dal 14.1.2002; v. lotto minimo).

  • MERCATO AZIONARIO

    Mercato azionarioè il luogo in cui vengono scambiate le azioni. Il mercato azionario e’ un mercato secondario in cui le azioni precedentemente emesse vengono scambiate. Il mercato azionario può essere regolamentato e non (contrattazioni si borsa e contrattazioni OTC). I mercati azionari con contrattazioni di borsa sono, ad esempio, il New York Stock Exchange-NYSE, la Borsa di Milano, il London Stock Exchange-LSE. Il mercato azionario con contrattazioni OTC di maggior rilievo è il NASDAQ (National Association of Securities Dealers Automated Quotation). Si può dire che è il mercato più liquido per numero di scambi (misurato in volumi) di ogni altro mercato al mondo. Naque dalla National Association of Securities Dealers (NASD) proprio come mercato OTC in cui le contrattazioni erano totalmente elettroniche.
    In questi mercati vengono scambiate, con modalità diverse, nella regolamentazione e nello scambio, azioni di società quotate. Questi mercati si distinguono tra loro per le diverse regole che li governano e che portano ad una diversa liquidità (o ampiezza o profondità che dir si voglia).
    Esso ha come luogo fisico la borsa valori. Il mercato azionario è uno dei mercati che compongono il sistema più complesso del mercato finanziario di un paese. Il mercato azionario può essere sintetizzato attraverso un suo indice azionario che ne definisce, tra le altre, le caratteristiche di performance.

    Grafico. Andamento del mercato azionario sintetizzato attraverso il suo indice rappresentativo.

    Dal grafico si può notare come il mercato in questione viene rappresentato interamente attraverso il suo indice di riferimento. Si può dedurre immediatamente attraverso l’indice che il mercato ha rendimenti positivi se l’indice che lo rappresenta ha valori superiori rispetto al giorno precedente.
    Bibliografia
    Becchetti, L., Ciciretti, R., Trenta, U., 2007, Modelli di Asset Pricing I: Titoli Azionari, in Il Sistema Finanziario Internazionale, Michele Bagella, a cura di, Giappichelli, Torino

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  • MERCATO AZIONARIO GLOBALE

    Termine riferito all’insieme dei circuiti di collocamento e distribuzione di azioni emesse contemporaneamente in più mercati, domestici e/o internazionali, e denominate in valute a larga diffusione internazionale (dollaro, marco, ECU o yen). I titoli in circolazione sul mercato azionario globale hanno connotazioni specifiche derivanti dall’uso di schemi di contrattazione particolari.

  • MERCATO COMUNE DELL'AFRICA ORIENTALE E MERIDIONALE (COMESA)

    (ingl. Common Market for Eastern and Southern Africa). Il trattato istitutivo del Mercato comune è stato ratificato nel 1993. Il COMESA è costituito da 19 Paesi membri: Angola, Burundi, Comores, Repubblica democratica del Congo, Djibouti, Egitto, Eritrea, Etiopia, Kenia, Madagascar, Malawi, Isola Maurizius, Uganda, Rwanda, Seychelles, Sudan, Swaziland, Zimbabwe, Zambia. E’ una organizzazione economica dei paesi dell’africa orientale e meridionale.
    Il COMESA ha l'obiettivo di promuovere l'integrazione economica regionale dei suoi Stati membri attraverso lo sviluppo del commercio e degli investimenti e di costituire, entro il 2025, l’unione monetaria. Gli obiettivi a breve termine consistono nella realizzazione di una zona di libero scambio attraverso la soppressione delle barriere doganali interne e l'unione doganale tra i suoi paesi membri. Le aree d’intervento del COMESA riguardano: la politica commerciale, i consumatori, gli affari monetari; la promozione degli investimenti e lo sviluppo del settore privato; le infrastrutture; l'agricoltura, l'ambiente e le risorse naturali; le tecnologie dell'informazione; le questioni legali e istituzionali; la pace e la sicurezza; le pari opportunità, la cultura e la società; la ricerca e la programmazione strategica; il trasporto multilaterale; l'energia. www.comesa.int


    Redattore: Sara SAVASTANO

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  • Mercato dei pronti contro termine sui titoli di stato (MTS Pct)

    Istituito con d.m. 24.10.1997, avviato il 12.12.1997, è un segmento dell’MTS, organizzato e gestito dalla MTS spa. Le negoziazioni dell’MTS Pct si compiono sul circuito telematico dell’MTS attraverso la stipulazione di due tipologie di contratti (general collateral e special repo) su 13 scadenze, dallo spot-next a tre mesi. Il primo tipo di contratto, per il quale non viene indicato il titolo sottostante, ha come scopo la concessione di un finanziamento garantito da titoli; il secondo tipo, che presenta tassi di interesse solitamente più bassi, ha la finalità principale del prestito di un titolo specifico. Dalla sua costituzione il mercato ha mostrato una rapida crescita, per effetto anche dell’introduzione del regolamento automatico delle transazioni e la quotazione, dal mese di settembre 1998, della scadenza tom-next. L’ammissione di alcuni operatori istituzionali (società di gestione del risparmio e imprese di assicurazione) ha inoltre conferito maggiore liquidità al mercato. Esso ha fornito un notevole sostegno sia all’attività di scambio dei fondi tra gli operatori, affiancandosi al mercato dei depositi, sia al funzionamento del mercato secondario dei titoli, facilitando le operazioni di arbitraggio.

  • MERCATO DEI TITOLI A REDDITO FISSO: DI STATO/OBBLIGAZIONARI

    Mercato dei titoli a reddito fisso: di stato/obbligazionariè il luogo in cui vengono scambiati i titoli a reddito fisso. I titoli a reddito fisso sono emessi sul mercato primario e poi scambiati sul mercato secondario come avviene per il mercato azionario. Come per il mercato azionario qui tutti i titoli a reddito fisso sono contrattati secondo la loro scadenza e il rischio ad essi associato. Questo scambio da luogo a rendimenti descritti dalla struttura a termine dei tassi di interesse la cui rappresentazione grafica è conosciuta come curva dei rendimenti (vedi Titoli a reddito fisso, Titoli di Stato/Obbligazioni).
    Per la negoziazione dei titoli a reddito fisso, obbligazioni e titoli di Stato, in Italia è attivo il MOT (mercato telematico delle obbligazioni e dei titoli di Stato) e l’EuroMOT (mercato telematico delle euro-obbligazioni, delle obbligazioni di emittenti esteri e delle Asset Backed Securities). Questi due mercati sono organizzati e gestiti da Borsa Italiana (vedi anche Contrattazioni di borsa).
    Il MOT accoglie dal 1994 i titoli di Stato e le obbligazioni di emittenti privati. La creazione dell’euro-MOT si è resa necessaria in quanto l’innovazione finanziaria ha portato alla creazione di nuovi strumenti che hanno a loro volta portato alla definizione di strutture adatte alla loro negoziazione (vedi Mercato Finanziario). Una delle principali piattaforme elettroniche per la negoziazione dei titoli di stato italiani e altri titoli a reddito fisso è il Gruppo MTS-Società per il Mercato dei Titoli di Stato SpA. Anche essa una società facente capo a Borsa Italiana è di fatto l’unico mercato europeo per i titoli a reddito fisso presente in tutti i paesi dell’area euro.


    Bibliografia

    http://www.mtsspa.it;
    Fabozzi, F. J., 2006, Bond Markets, Analysis, and Strategies, Pearson Prentice Hall, Sixth Edition.

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  • Mercato dei Titoli di Stato CORPORATE

    Mercato telematico all’ingrosso gestito dalla MTS spa nel quale si negoziano le obbligazioni non governative, italiane ed estere e le obbligazioni emesse da organizzazioni internazionali. Le modalità di negoziazione, che hanno avuto inizio nel novembre 1999, sono le stesse utilizzate dall’MTS.

  • MERCATO DEL GIORNO PRIMA (MGP)

    Il Mercato del Giorno Prima (MGP) ospita la maggior parte delle transazioni di compravendita di energia elettrica. 
- Sul MGP si scambiano blocchi orari di energia per il giorno successivo. 
- Gli operatori partecipano presentando offerte nelle quali indicano la quantità ed il prezzo massimo/minimo al quale sono disposti ad acquistare/vendere. 
- La seduta del MGP si apre alle ore 9.00 del nono giorno antecedente il giorno di consegna e si chiude alle ore 9.00 del giorno precedente il giorno di consegna. Gli esiti del MGP vengono resi noti entro le ore 11.30 del giorno precedente il giorno di consegna.
- Le offerte sono accettate dopo la chiusura della seduta di mercato, sulla base del merito economico e nel rispetto dei limiti di transito tra le zone. MGP è quindi un mercato d’asta e non un mercato a contrattazione continua.
- Tutte le offerte di vendita e le offerte di acquisto riferite sia alle unità di pompaggio che alle unità di consumo appartenenti alle zone virtuali estere che sono accettate sul MGP vengono valorizzate al prezzo marginale di equilibrio della zona a cui appartengono. Tale prezzo è determinato, per ogni ora, dall’intersezione della curva di domanda e di offerta e si differenzia da zona a zona in presenza di limiti di transito saturati. 
- Le offerte di acquisto accettate e riferite alle unità di consumo appartenenti alle zone geografiche italiane sono valorizzate al prezzo unico nazionale (PUN), pari alla media dei prezzi delle zone geografiche ponderata per le quantità acquistate in tali zone.
- Il GME agisce come controparte centrale.

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  • MERCATO DELLA TERRA (Enciclopedia)

    La terra nel senso economico del termine significa non solo una porzione di superficie terrestre ma anche l’insieme delle risorse naturali quali i depositi di minerali, la fauna e la flora selvatici, la fertilità del suolo, le superfici d’acqua, l’energia solare che possono essere utilizzati nei processi produttivi. In generale, si può dire che la terra include tutti quegli elementi potenzialmente produttivi che non sono stati trasformati dal lavoro umano.
    La terra si presenta in economia come un fattore di produzione e come un mezzo per generare ricchezza se sviluppata attraverso appropriati investimenti. La terra contribuisce, pertanto, in maniera cruciale, alla crescita economica. Nei paesi in via di sviluppo, la terra è uno strumento che dona mezzi di sostentamento, può far accumulare ricchezza e trasferirla di generazione in generazione. I benefici apportati dalla terra sono importanti per i poveri non solo come bene di consumo (alloggio) ma anche come mezzo di produzione, risparmio e di accesso al mercato finanziario (formale e informale).
    I fattori produttivi tradizionali sono il lavoro, il capitale e la terra. Combinati fra loro, questi diversi fattori di produzione fanno in modo che la terra divenga una risorsa per generare reddito. Una volta detratti I costi dei fattori, ciò che resta si traduce in puro guadagno.
    Gli individui che sfruttano la terra a fini produttivi devono anche sostenere ulteriori costi relativi a:
    - il loro stesso lavoro o il lavoro salariato;
    - i macchinari;
    - i fertilizzanti e la tecnologia.
    Altre tipologie di uso della terra richiedono la messa a disposizione di altre risorse per la produzione di reddito. Ad esempio, gli usi a scopo commerciale, industriale e residenziale della terra richiedono maggiori capitali da investire; l’utilizzo a scopo ricreativo della terra richiede lo sviluppo dei siti e le relative attività.
    Come detto sopra, le caratteristiche principali dei fondi sono: immobilità, l’estensione fisica, l’indivisibilità e la durabilità. Esistono diverse finalità nello sfruttamento terriero: prodotti agricoli (cibo), legna, caccia, vita, lavoro. In base ai suoi usi differenti, la terra ha assunto differenti funzioni. E’ un fattore economico di produzione in agricoltura, silvicoltura, pascolo, estrazione e pesca. La localizzazione è un fattore importante ai fini dell’uso e nella determinazione del valore di un appezzamento terriero. Per esempio, i fattori climatici e la natura del suolo possono spesso influire sull’utilizzo della terra. Ad esempio, quando trattasi di vendita di prodotti agricoli, la distanza del fondo dal luogo di mercato - e dunque il tempo necessario a percorrere tale distanza - è molto rilevante, soprattutto nel caso di beni deperibili.
    Lungi dall’essere solo un fattore di produzione, la terra è motivo di prestigio sociale. Storicamente, il prestigio sociale è stato associato al possesso della terra: terra e aristocrazia, in particolare, sono stati concetti inseparabili. Nel passato e ancora oggi, specialmente nei paesi in via di sviluppo, la posizione sociale è associata al possesso della terra, specialmente se proveniente da asse ereditario. Nel medioevo, per esempio, sia i diritti che gli obblighi di una persona erano determinati dal suo status sociale. Il possesso di terra generalmente determinava un privilegio di cui un individuo disponeva. Dal medioevo al 1800, nel Regno Unito, la nobiltà ereditaria era basata sul possesso della terra e, al fine di preservare i vasti feudi da divisioni, il primogenito normalmente ereditava tutti i possedimenti terrieri. La maggior parte della popolazione mondiale, oggi, vive in villaggi dove la stratificazione sociale è basata sul possedimento della terra e sul lavoro agricolo.
    Il prestigio sociale o la stratificazione sociale sono spesso associati al concetto della terra come una fonte di potere politico. Le comunità che danno importanza al possesso della terra conferiscono uguale valore al potere politico. In Giappone, prima della seconda guerra mondiale, la società rurale era caratterizzata dal possesso terriero (Kawagoe, 1999). La maggior parte dei proprietari terrieri erano proprietari di piccoli appezzamenti derivanti da fondi più vasti che davano in affitto. Erano chiamati Jinushi (proprietari di terra) e godevano di un potere molto influente all’interno delle comunità rurali.
    La terra, inoltre, è importante per ragioni di natura politica, affettiva, storica, di prestigio familiare e non solo.
    Il modo in cui la terra è regolata e i diritti di proprietà attuati, determina gli incentivi e le opportunità per la fascia rurale della popolazione più povera al fine di:
    - assicurare la sicurezza alimentare alla famiglia;
    - guadagnare producendo surplus vendibili sul mercato;
    - accumulare capitale e beni;
    - avere accesso alle risorse finanziarie;
    - investire in strategie alternative per la produzione di reddito;
    - usare il proprio lavoro per il mantenimento delle risorse naturali;
    - costruire riserve per fronteggiare eventuali periodi di siccità e preservare i beni durante momenti difficili per la coltivazione.
    Nei paesi in via di sviluppo, la terra è un mezzo per generare il sostentamento, accumulare ricchezza e trasferirla di generazione in generazione. Le principali caratteristiche della terra sono: l’immobilità, la grandezza, l’indivisibilità e la durabilità. Pertanto, la terra (de Janvry, Gordillo, Platteau e Sadoulet, 2001) rappresenta:
    - una scorta di ricchezza contro l’inflazione: sia nei paesi in via di sviluppo dove le istituzioni finanziarie non sono ben sviluppate che nei paesi ad economia avanzata, persino quando l’inflazione non costituisce un problema serio, la terra costituisce un bene liquidabile per ridefinire le strategie a livello individuale;
    - una fonte per l’auto-consumo e la sicurezza alimentare;
    - una garanzia per il credito o un mezzo di accesso alle sovvenzioni: grazie alla sua immobilità, il basso deprezzamento, la sua capacità di non essere erosa dall’inflazione, la terra è spesso preferita dalle istituzioni finanziarie quale garanzia per la concessione del credito (Binswanger e Rosenzweig, 1986);
    - una garanzia di liquidità (può essere venduta o affittata per ottenere liquidità).
    L’accesso alla terra è di fondamentale importanza per le popolazioni più povere che vivono nelle zone rurali al fine di incrementare la qualità di vita, ed ha significative conseguenze sul benessere, la produttività e l’equità sociale. Come presupposto, il buon funzionamento del mercato fondiario è cruciale per garantire lo sfruttamento efficace della terra e, dunque, assicurare il rendimento e soprattutto l’equità sociale. E’ noto che, specialmente nei paesi in via di sviluppo, l’assegnazione della terra alla popolazione è, in generale, iniqua. Il risultato immediato è non solo un più basso rendimento terriero, ma anche una maggiore difficoltà riscontrata da quella parte della popolazione che non ha accesso alla terra, ad incrementare la propria qualità di vita.
    I più importanti mezzi di accesso alla terra (dimensione del fondo e diritti di proprietà) sono (de Janvry, Gordillo, Platteau e Sadoulet, 2001):
    - trasferimento intra-familiare;
    - accesso intra-comunitario;
    - mercato fondiario (mercato di vendita e canoni di affitto);
    - riforma agraria.
    Bibliografia
    Kawagoe, T., (1999), “Agricultural Land Reform in Post-War Japan: Experiences and Issues, World Bank Policy”, World Bank Research Working Paper 2111, Washington DC.
    IFAD, (2000), Rural Poverty Report, Rome, Italy.
    de Janvry, A., Gordillo, G., Platteau, J. P. and E. Sadoulet, (2001), Land Reform Revisited: Access to Land, Rural Poverty and Public Action, Oxford University Press.
    Binswanger, H. P. , and M. R. Rosenzweig, (1986), “Behavioural and Material Determinants of Production Relations in Agriculture” The Journal of Development Studies, Vol. 22, No. 3 (April): 503-539.


    Redattore: Sara SAVASTANO

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  • MERCATO DELLE MATERIE PRIME

    Con tale termine si definisce il mercato dove vengono scambiate le materie prime. Nel significato originale del termine commodity non vi è una relazione diretta con la traduzione italiana "materie prime" in quanto tale termine riguarda anche determinati prodotti che non rientrano strettamente nell’insieme delle materie prime. La classificazione riguarda principalmente tre categorie: soft (caffè, zucchero, tè, cacao, spezie, gomma, cotone, lana, riso, avena, legname, carne, bestiame, grano, mais), metalli (oro, argento, platino, iridio, palladio, rodio, rutenio, rame, stagno, piombo, zinco, alluminio e nickel), settore energetico (gas, petrolio ed i derivati di questi). Altre commodity sono le pietre preziose, le monete antiche, i materiali da costruzione, le proprietà intellettuali e i software. Queste materie sono scambiate nella borsa merci attraverso contratti standardizzati. Tali scambi avvengono in maniera fisica (scambio diretto) o attraverso lo scambio sul mercato dei derivati.
    Redattore: Claudio DICEMBRINO
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  • MERCATO DI BORSA

    “Borsa” per antonomasia è la borsa valori che indicava fino alla riforma del decreto Eurosim (d.lg. 1996/415) il mercato pubblico ufficiale per la negoziazione a contanti, a termine e a premio di titoli fungibili (azioni e titoli a reddito fisso), organizzato e gestito da organi della pubblica amministrazione e retto da norme di diritto pubblico. La Borsa valori si distingueva dal Mercato ristretto (istituito nel 1977), dal mercato all’ingrosso dei titoli di Stato (MTS), istituito nel 1988 e dai mercati liberi corrispondenti agli OTC americani (over the counter). Con la privatizzazione decisa dal decreto Eurosim, lo scioglimento delle vecchie strutture pubbliche e l’aumento del numero dei mercati regolamentati la nozione di “mercato di borsa” ha perduto definitezza. Nell’elenco dei mercati regolamentati italiani la Consob include (delibera n. 14947 del 15 marzo 2005) nella rubrica “Borsa” il mercato telematico azionario (MTA) con i due segmenti STAR e MTF. Nel Regolamento dei mercati organizzati e gestiti da Borsa Italiana spa si intendono per “Borsa” i comparti MTA, SeDeX, TAH, MOT, EuroMOT. Si può avere un ambito più esteso dei mercati di borsa se si considerano tali tutti i mercati organizzati e gestiti da Borsa Italiana spa. Oltre alla borsa valori esistono altre borse regolamentate: laborsa merci e la borsa noli. Inoltre viene nel linguaggio corrente denominato “borsa” ogni network organizzato per facilitare l’incontro da domanda e offerta di certi beni e servizi (borsa immobiliare, borsa turistica ecc.) e talvolta anche certi mercati specializzati (p.e.: borsa dei fiori, borsa dei francobolli) poco o punto regolamentati che, comunque, privi delle garanzie che, per la legge, deve possedere un mercato regolamentato. (al)

    1. Strumenti finanziari ammessi. Attualmente gli strumenti finanziari ammessi alle negoziazioni nei mercati regolamentati organizzati e gestiti da Borsa Italiana spa e le modalità di negoziazione sono stabiliti dai regolamenti deliberati dall’assemblea ordinaria della società di gestione del mercato e approvati dalla Consob (art. 62 TUF). I regolamenti deliberati da Borsa Italiana spa sono attualmente due: il Regolamento dei mercati organizzati e gestiti da Borsa Italiana spa con le relative Istruzioni per i comparti della quotazione ufficiale (MTA, SeDeX, TAH, MOT, EuroMOT, Mercato Expandi) e il Regolamento del Nuovo Mercato organizzato e gestito da Borsa Italiana spa con le relative Istruzioni. Possono essere negoziati in Borsa: per quantitativi minimi o loro multipli: le azioni, le obbligazioni convertibili, i diritti di opzione, i warrant e le quote di fondi mobiliari e immobiliari chiusi (nel MTA; le azioni quotate anche nel TAH); i covered warrant (nel SeDeX); i titoli di Stato e le obbligazioni diverse da quelle convertibili (nel MOT); le euro-obbligazioni, le obbligazioni di emittenti esteri e le asset backed securities (nell’EuroMOT) e, infine, i contratti a premio relativi ad azioni, obbligazioni convertibili, warrant quotati in Borsa e diritti di opzione ivi negoziati. Nel Mercato Ristretto si negoziano azioni, obbligazioni, warrant e diritti di opzione. Nell’IDEM si negoziano contrattifutures e contratti di opzione aventi come sottostante strumenti finanziari, tassi di interesse, valute, merci e relativi indici. Nel Nuovo mercato si negoziano azioni ordinarie, obbligazioni convertibili e warrant per qualunque quantitativo (con riserva da parte di Borsa Italiana spa di stabilire un quantitativo minimo, se opportuno). Le obbligazioni (comprese quelle convertibili in azioni) vengono quotate “a secco” e cioè “più interessi” e così pure i buoni del tesoro, mentre gli altri titoli dello Stato sono quotati tel quel (v. corso di un titolo).

    2. Intermediari ammessi. Sono legittimati ad operare nel mercato borsistico le SIM e le banche italiane autorizzate all’esercizio dei servizi di negoziazione per conto proprio e per conto terzi, le imprese di investimento comunitarie ed extracomunitarie autorizzate all’esercizio dei medesimi servizi, gli intermediari finanziari iscritti nell’elenco previsto dall’art. 107 del TUBC autorizzati al servizio di negoziazione per conto proprio e gli agenti di cambio autorizzati alla negoziazione per conto terzi, fino ad esaurimento del relativo ruolo (artt. 18 e 25 d.lg. 58/1998 e art. 3.1.1 Regolamento Borsa Italiana spa).

    3. Modalità di negoziazione. In passato la negoziazione dei titoli in Borsa avveniva col sistema dell’asta pubblica alle grida (art. 14 r.d.l. 30.6.1932 n. 815, abr. dal TUF). A partire dalla riforma attuata con la l. 2-1-1991 n. 1 questo sistema è stato sostituito da un più moderno sistema telematico di negoziazione costituito da una rete di elaboratori e terminali installati presso gli operatori autorizzati. Durante l’orario delle negoziazioni le contrattazioni si svolgono in modo continuato e i contratti vengono conclusi attraverso l’abbinamento automatico degli ordini di acquisto e di vendita, immessi dagli intermediari nel sistema. I contratti conclusi vengono automaticamente registrati nel sistema e sulla loro base viene automaticamente elaborato il listino ufficiale di borsa (v. listino di borsa).

    4. Linguaggio. L’andamento delle quotazioni effettuate nel mercato borsistico e le previsioni degli operatori sui corsi futuri danno luogo a diverse fisionomie del mercato stesso, che viene così definito: debole, quando registra una lieve tendenza al ribasso; fermo, se caratterizzato da un periodo di fermento ove i realizzi non sono avvertibili per le notevoli capacità di assorbimento; fermissimo, se le quotazioni presentano una notevole tendenza al rialzo (in tal caso la domanda interessa tutte le categorie del listino e determina nuovi massimi assoluti nei valori dei titoli quotati); pesante, se i corsi tendono al ribasso (la criticità delle posizioni in titoli e l’onerosità del reperimento del denaro possono quindi determinare un massiccio aumento delle vendite); al rialzo, quello caratterizzato da previsioni di aumento del corso dei titoli, che spinge gli operatori all’acquisto di valori mobiliari allo scopo di rivenderli ad un corso maggiore (se si prevede una diminuzione del corso dei titoli, si ha invece il mercato al ribasso); sostenuto,quello ove si registra una leggera tendenza all’aumento (si verifica così la presenza di speculatori occasionali che ritengono possibile un’oscillazione al ribasso o al rialzo nelle quotazioni);spinto, se le quotazioni sono in aumento e la liquidità è abbondante.

  • MERCATO DI UNITA' DI EMISSIONE

    La Direttiva 2003/87/EC istituisce un sistema per lo scambio di Unità di emissioni di gas ad effetto serra tra gli Stati membri dell’Unione Europea, al fine di promuovere la riduzione delle emissioni secondo criteri di efficacia dei costi ed efficienza economica. Tale sistema, denominato European Emission Trading Scheme (EU ETS), rientra tra i meccanismi individuati dal Protocollo di Kyoto per la riduzione delle emissioni di gas serra entro il periodo 2008-2012 in una misura non inferiore al 5,2% rispetto alle emissioni registrate nel 1990 (considerato come anno base). L’EU ETS, entrato in vigore dal 1 gennaio 2005, costituisce oggi il più importante meccanismo di negoziazione dei permessi di emissione presente al mondo.
    Il Mercato delle Unità di Emissione organizzato dal GME rappresenta la sede di negoziazione delle unità di emissione dei gas ad effetto serra ed offre agli operatori italiani ed esteri un utile strumento operativo per la commercializzazione e la gestione delle unità di emissione in loro possesso.
    Il Mercato consentirà agli operatori in possesso di un conto proprietà presso il Registro nazionale, organizzato e gestito dall’ APAT (con la legge 133/2008 ha assunto la denominazione di ISPRA - Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), o presso gli altri Registri europei, di ricercare sul mercato la controparte negoziale e di scambiare permessi di emissione secondo regole certe e predefinite, garantendo:
    - concorrenza tra gli operatori;
    - anonimato degli scambi;
    - trasparenza delle transazioni;
    - efficienza nella formazione dei prezzi;
    - sicurezza delle transazioni.
    La piattaforma informatica di mercato gestita dal GME prevede la negoziazione, con consegna “a pronti”, di EUAs (European Unit Allowances) con riferimento al primo (2005-2007) e al secondo (2008-2012) periodo di Kyoto, ed è anche predisposta per la contrattazione di crediti CERs (Certified Emissions Reductions) ed ERUs (Emissions Reductions Units) derivanti rispettivamente da progetti CDM (Clean Development Mechanism) e JI (Joint Implementation), come previsto dalla Direttiva 2004/101/CE (o Linking Directive).

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  • MERCATO ELETTRICO

    Mercato telematico in cui il prezzo dell’energia deriva dall’incontro di offerta e domanda rispettivamente tra produttori e consumatori. Entra in vigore il 31 marzo 2004 con il decreto legislativo n. 79/1999.
    Il mercato elettrico si compone del Mercato del Giorno Prima (MGP), del Mercato di Aggiustamento (MA) e del Mercato del Servizio del Dispacciamento (MSD).
    Sicuramente il MGP è il maggiore, in termini di volumi scambiati; ha per oggetto le contrattazioni di energia che si svolgono, per ciascun periodo rilevante (ora), tramite la selezione, attraverso asta implicita, delle offerte di vendita e di acquisto immesse dagli operatori. Gli scambi di energia sul MGP avvengono in un'unica sessione relativa al giorno successivo (giorno di consegna). A tale mercato partecipano i produttori, i grossisti, l'AU e il GRTN. Il MA ha per oggetto le contrattazioni di energia, attraverso la selezione, tramite asta implicita, di offerte di vendita e acquisto immesse al fine di modificate i programmi risultanti dal MGP. Il MSD ha per oggetto le contrattazioni di energia tramite la selezione, sulla base di un ordine di merito economico, di offerte di aumento o riduzione dell'energia da immettere o prelevare in ogni ora.
    A partire dal 2005 tutti i clienti (ossia coloro i quali hanno il diritto di contrattare liberamente le condizioni di fornitura di energia) hanno la facoltà di acquistare l’energia elettrica direttamente in Borsa. Tra i fautori di tale iniziativa troviamo il Ministero delle Attività Produttive (oggi Ministero dello Sviluppo Economico), l’Autorità per l’energia elettrica e il gas (AEEG), il Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale (oggi Terna), il Gestore del Mercato Elettrico (GME) e l’Acquirente Unico (AU). Attualmente è al vaglio l’introduzione del sistema "pay as bid" (effettivo probabilmente dal 2012), in grado di dare nuova flessibilità e capienza all'attuale borsa elettrica.

    Redattore: Claudio DICEMBRINO

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  • MERCATO EXPANDI

    All’interno della segmentazione dei mercati di Borsa Italiana, il Mercato Expandi (trasformazione del vecchio Mercato ristretto) accoglie in quotazione le piccole imprese (small cap) operanti in settori tradizionali con posizioni consolidate nei mercati di riferimento, che presentano un track record di risultati economico-finanziari positivi. Vi si negoziano azioni ordinarie, obbligazioni convertibili, warrant, diritti di opzione non ammessi alla quotazione ufficiale dell’MTA. Con il Mercato Expandi, gli emittenti di piccole dimensioni possono trovare un ambiente di mercato diverso da quelli di Borsa e del Nuovo Mercato e caratterizzato da requisiti di ammissione più semplici e da un processo di quotazione più agile.

  • MERCATO FINANZIARIO

    1. Luogo (non necessariamente fisico e puntualmente identificato) dove si realizza il trasferimento del risparmio finanziario tra settori che lo accumulano e i settori che ne fanno domanda indebitandosi per finanziarsi e la redistribuzione dei rischi economici tra agenti che ne chiedono la copertura e agenti che sono disposti ad assumerla dietro pagamento di un premio di assicurazione e, diregola, contro formazione di riserve tecniche da parte di chi si accolla il rischio. Il risparmio è il saldo tra reddito e spese correnti di un anno, cioè il reddito non utilizzato per le spese correnti. Quando le spese correnti eccedono il reddito, si ha risparmio negativo, più propriamente detto dissaving. Settori in attivo sono nell’insieme aggregato principalmente le famiglie, raramente le pubbliche amministrazioni, mai le imprese, sebbene esistono singole famiglie che si indebitano e singole amministrazioni pubbliche e singole imprese con avanzi finanziari, cioè con un risparmio di segno positivo. Dal punto di vista dello stock accumulato il risparmio finanziario consiste in attività finanziarie e dal punto di vista del suo trasferimento in prodotti denominatistrumenti finanziari.

    2. “Mercato finanziario” è un concetto collettivo che non esiste in qualche luogo e nemmeno come insieme di norme giuridiche uniformi. Concettualmente si suddivide in diversi rami secondo gruppi omogenei di prodotti: mercato creditizio; mercato monetario; mercato mobiliare; mercato assicurativo; mercato valutario. Nel mercato creditizio si negoziano operazioni di prestito personalizzate che non si incorporano in titoli destinati alla circolazione (comprendeil credito al consumo, il credito con garanzia ipotecaria, il factoring, le cessioni di credito pro soluto e pro solvendo, il credito commerciale incluso il forfaiting, il leasing). I crediti si distinguono in credito per cassa e credito di firma. Ilmercato monetario è un tipico mercato a breve dove si negoziano principalmente strumenti di rifinanziamento delle banche. Esso è il canale principale di trasmissione delle manovre di politica monetaria. Nel mercato monetario ha un posto di rilievo il mercato interbancario (l’“interbancario”), mercato over the counter, informale fino agli inizi degli anni Novanta, poi inserito nel nostro Paese in un circuito telematico e, dal 1999, organizzato dalla e-MID (v. MID). Nel mercato mobiliare si negoziazioni strumenti finanziari standardizzati e suscettibili di circolazione (donde l’aggettivo “mobiliare”). Esso è suddiviso in mercato dei capitali (distinto a sua volta in mercato azionario e mercato del reddito fisso) e mercato degli strumenti finanziari derivati. Nel mercato assicurativo si negoziano polizze di assicurazione, cioè strumenti atti a trasferire rischi su un intermediario specializzato, la compagnia di assicurazioni, che se li accolla dietro un pagamento di un premio e li copre con il meccanismo delle riserve tecniche. Infine, nel mercato valutario (detto anche mercato dei cambi) vengono negoziate le valute estere. Altra distinzione viene fatta secondo il momento della transazione tra mercato primario e mercato secondario. Secondo il grado di regolamentazione si distinguono imercati regolamentati dai mercati che non lo sono, o lo sono in grado minimo (v.over the counter). Tipo particolare m importante di mercato regolamentato è la borsa e, in particolare la borsa valori per gli strumenti finanziari. Da ricordare la borsa merci e le altre borse, più o meno regolamentate, per i servizi.

  • MERCATO FINANZIARIO INTERNAZIONALE (Enciclopedia)

    (Si veda anche la voce del Dizionario: Mercato finanziario)
    Mercato finanziario internazionaleè il luogo di scambio della ricchezza finanziaria. Esso può essere visto come l’insieme allargato di un sistema di regole e di istituzioni in cui i titoli vengono scambiati tra individui in surplus a individui in deficit e in cui le istituzioni ne regolamentano l’intero processo.
    Il mercato finanziario comprende i mercati in senso stretto (mercato azionario, mercato obbligazionario, mercato valutario, mercato dei derivati e mercato delle materia prime), le istituzioni che a vario titolo vi operano con diverse finalità/funzioni (Banca Centrale, Ministero del tesoro, Monte Titoli, Borsa italiana, CONSOB) e le politiche dirette/indirette volte a rendere il mercato finanziario il luogo (non per forza fisico e non per forza regolato, ma regolamentato) in cui si completa lo scambio dalle unità in surplus a quelle in deficit nel modo più efficiente possibile. Delle politiche ne fanno parte sia quelle legate alla politica monetaria, fiscale e quelle più strutturali che quelle direttamente inerenti la governance del mercato stesso.
    Le regole di governance presenti in un mercato finanziario possono essere sia a definite a livello microeconomico che macroeconomico.
    Le regole microeconomiche riguardano sia gli individui in senso lato che vi operano (singoli risparmiatori, agenti professionali, società) che il mercato stesso e la sua micro struttura. Le regole di governance macroeconomiche riguardano il mercato nel suo complesso. Queste ultime sono molto legate a loro volta alle politiche che regolamentano il mercato.
    A livello microeconomico la governance è importante, per un mercato finanziario, per definire tutte quelle regole di partecipazione al processo di scambio. Da quelle che regolamentano le borse valori o gli scambi OTC a quelle che definiscono gli stessi partecipanti al mercato. Inoltre è importante la microstruttura del mercato stesso dove per microstruttura si intendono le regole di formazione e definizione del prezzo di scambio dei titoli. Questo è un punto focale per il funzionamento del mercato. Dalle regole di formazione del prezzo a cui verrà scambiato il titolo in questione dipende quella che viene definita liquidità/spessore/profondità del mercato stesso. A livello microeconomico le fasi dello scambio di un titolo sul mercato finanziario sono: il LISTING, il TRADING (vero e proprio), e Post-trading che comprende a sua volta il CLEARING, il SETTLEMENT e la CUSTODY. Per chi opera nel mercato ognuna delle suddette fasi deve essere definita in modo da poter operare lo scambio al prezzo e nel tempo definito. Ognuna delle fasi ha delle sue regole volte a rendere chi opera nel mercato finanziario capace di definire le proprie strategie anche in base alle aspettative in vario modo definite. Dalla definizione di queste regole dipendono i rendimenti dei titoli scambiati. Ogni mercato ha le sue regole che riguardano la sua microstruttura. Mercati diversi hanno diversa liquidità proprio in base alle micro-regole che si sono dati. Queste regole valgono sia per le contrattazioni regolamentate che per quelle OTC.
    Altro tipo di regole di governance microeconomiche sono quelle che definiscono ad esempio chi è ammesso ad operare nel mercato e con quali modalità. Le regole microeconomiche riguardano anche il modo di operare delle istituzioni stesse presenti nel mercato.
    Altro è da intendersi per quello che riguarda le regole macroeconomiche dei mercati finanziari. Esse sono per lo più legate alle politiche ad ampio spettro del mercato stesso. Queste possono essere la definizione delle istituzioni necessarie al mercato e quindi la sua struttura, le finalità del mercato stesso e le politiche monetarie e fiscali che lo caratterizzano. Tutto questo rende un mercato finanziario unico rispetto all’economia in cui opera. Una delle caratteristiche di questa unicità è la trasparenza del mercato. Questa caratteristica può essere definita in base alle regole (di governance), alle istituzioni, agli agenti e alle politiche ad esso legate. Un mercato è tanto più trasparente quanto più gli individui possono ex-ante conoscere l’intero processo di completamento dello scambio dei titoli. Questo fa si che le aspettative siano si eterogenee per individui/agenti ma che, allo stesso tempo, riflettano l’informazione disponibile che poi viene elaborata in base alle diverse strategie di acquisto/vendita.
    Questo porta alla definizione delle aspettative. In un mercato finanziario definire il ruolo che le aspettative hanno ha una duplice finalità. La prima è definita a livello macroeconomico. Le aspettative vengono definite, da chi vi opera, rispetto alle politiche, alle regole che verranno adottate nel mercato stesso. Questo porta a definire le strategie di acquisto/vendita in base al ruolo che, per esempio, avrà l’inflazione nell’istante successivo t+1 date le politiche/regole definite in t. Questo tipo di aspettativa varia a seconda della discrezione che esiste nella definizione delle regole non solo a livello macroeconomico ma anche micro. La seconda finalità è microeconomica. Gli agenti formulano le loro aspettative per anticipare le variazioni dei prezzi degli asset in modo da determinare i rendimenti degli stessi. Questo punto si ricollega al concetto di liquidità precedentemente introdotto. Nelle fasi di scambio in un mercato finanziario il diverso livello di liquidità determina una diversa formazione delle aspettative. Così come la diversa discrezionalità nel fissare le regole macroeconomiche determina una diversa formazione per quello che riguarda la definizione delle aspettative di inflazione che poi ricadono sul mercato.
    Le regole macroeconomiche, come sopra definite, sono legate alle politiche (monetarie e fiscali che ricadono sul mercato finanziario). Le politiche a cui un mercato finanziario è soggetto dipendono in gran parte dalle istituzioni che lo regolamentano. Le istituzioni sono quindi allo stesso tempo soggette a regole di funzionamento e soggetti che, a vario titolo, fanno applicare le regole di funzionamento del mercato. Le regole sono determinate dalle istituzioni e a loro volta definiscono il campo di azione dell’istituzione stessa. Gli individui che vi operano sono soggetti a queste regole ma allo stesso tempo decidono di operare in un mercato in base alle regole che questo si da. La trasparenza, la liquidità e il ruolo delle aspettative aiutano gli individui a scegliere il mercato in cui operare per massimizzare la propria utilità (qualunque sia il modo in cui essa viene definita).
    Il mercato finanziario così preso in esame è un sistema complesso in cui interagiscono regole, individui e istituzioni. Questa complessità aumenta sempre più nel tempo e nello spazio (se parliamo del mercato finanziario internazionale). Nel tempo perchè i mercati finanziari ricoprono un ruolo sempre più importante nell’intermediazione del risparmio finanziario degli agenti sia a livello nazionale che internazionale. Nello spazio perchè gli strumenti a disposizione degli agenti diventano sempre più complessi e allo stesso tempo sempre più definiti. Questi strumenti sono utilizzati attraverso i mercati di riferimento (mercato azionario, mercato obbligazionario, mercato valutario, mercato dei derivati, mercato delle merci e mercato delle valute) che sono una parte fondamentale del mercato finanziario. Ognuno dei mercati ha delle caratteristiche che lo contraddistingue. Queste caratteristiche sono quelle che poi definiscono gli ambiti in cui operano gli agenti in base al rischio a loro associato.
    Bibliografia
    Campbell, J.Y., Lo, W.A., MacKinlay, A.C., 1997, The Econometrics of Financial Markets, Princeton University Press, Princeton New Jersey;
    Becchetti, L., Ciciretti, R., Trenta, U., 2007, Modelli di Asset Pricing I: Titoli Azionari, in Il Sistema Finanziario Internazionale, Michele Bagella, a cura di, Giappichelli, Torino.


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  • MERCATO FONDIARIO E DIRITTI DI PROPRIETÀ (Enciclopedia)

    L’esistenza e il funzionamento del mercato fondiario debbono essere analizzati tenendo presente l’evoluzione dei diritti di proprietà. Per quanto riguarda il diritto di proprietà e di possesso della terra si possono distinguere due differenti punti di vista.
    Da una parte, le differenze nelle legislazioni nazionali ed il diritto consuetudinario che regolano l'uso della terra, i diritti di proprietà e di successione sono considerate come una risposta endogena ai cambiamenti ambientali esterni (Swinnen, 1997). Secondo un’opinione corrente, si ritiene che tali discrepanze siano da imputare ad un insieme di fattori, quali le evoluzioni della tecnica e degli investimenti collegati al processo di crescita della densità abitativa, al progresso tecnologico, all’integrazione commerciale e alla riduzione del rischio. L’avvento del diritto di proprietà privato, ad esempio, è visto come una risposta endogena alla crescente scarsità di terreni disponibili. Sono inoltre da tenere presenti gli incentivi per gli investimenti fondiari e il progresso tecnologico nell’agricoltura (Boserup, 1965; Ostrom, 2000) o quelli per ridurre i rischi su reddito e consumo (Deininger e Feder, 2000). Nella sua opera pilota, il Boserup (1965) sottolineava che i diritti di proprietà fondiaria fiorivano con l’aumentare della densità abitativa. Quando il tasso di crescita della popolazione è basso, la principale tecnica seguita in agricoltura è la rotazione delle colture. I coltivatori non sono incentivati a promuovere gli investimenti sul miglioramento della fertilità del terreno in quanto, abitualmente, lavorano sfruttando il proprio terreno finché non si impoverisce. Successivamente, spostano la coltivazione su un altro appezzamento in modo da mettere a riposo il precedente per consentirne il recupero di fertilità. La pratica maggese (messa a riposo) non è dunque un’operazione improduttiva che lascia appezzamenti di terra inutilizzati. Al contrario, agli albori dello sviluppo, questa modalità di coltivazione è considerata un metodo utile a preservare la terra, al fine di favorirne il recupero della fertilità. In condizioni di bassa densità abitativa, la forza lavoro è scarsa per cui vi è maggiore disponibilità di terreni. A fronte di scarsità di forza-lavoro e di relativa abbondanza di terreni, la certezza derivante dal diritto di proprietà fondiaria non e’ un requisito indispensabile.
    Più importante dei diritti di proprietà sono i diritti di uso della terra: il diritto di coltivare la terra è rappresentativo dell’appartenenza a un gruppo tribale. E’ un diritto inalienabile di cui tutti i membri di una comunità tribale sono titolari. In questo tipo di organizzazione non si è spinti a reclamare diritti privati di proprietà fondiaria. Alle persone è riconosciuto il diritto d’uso della terra a lungo termine (in genere, fino a quando il terreno non è più fertile), successivamente l’appezzamento torna alla comunità e ciascun individuo può scegliere egli stesso un nuovo appezzamento di terra o farsene assegnare uno dal capo tribù.
    In contrasto con le tesi di Malthus, secondo le quali la crescita della popolazione è da collegare a quella della produzione agricola, Boserup vede la crescita della popolazione come la causa principale dell’incremento della produzione agricola. Agli inizi dell’attività agricola, la titolarità del diritto di proprietà non è considerata un fattore importante per spingere gli individui ad una maggiore produttività. Non si ravvede il bisogno di adoperarsi per preservare la fertilità del terreno perché la coltivazione effettuata sulla base del maggiatico assicura la ricostituzione della fertilità (Binswanger, Deininger e Feder, 1995). Ma con l’aumento della densità abitativa, è necessario migliorare le tecniche agricole dal momento che diminuendo la disponibilità di terra da coltivare, i contadini si vedono costretti a lavorare i fondi che sono stati coltivati a maggese in periodi di tempo sempre più brevi. Tali fondi tendono ad essere meno fertili per cui si rendono necessari maggiori investimenti e più intense metodologie di lavoro. In questo contesto, la certezza derivante dalla titolarità dei diritti di proprietà diviene un prerequisito per realizzare gli investimenti.
    Un’altra parte della letteratura si concentra sugli aspetti della distribuzione della terra (Baland e Platteau, 1998; Lipton, 1993). L’insorgenza dei diritti di proprietà è un processo dovuto a fattori esogeni. Ogni modificazione nella distribuzione della terra o nella ridistribuzione dei diritti di proprietà fondiaria implica anche un cambiamento del concetto di profitto, di benessere sociale nonché dell’assetto istituzionale e della politica (Binswanger, Deininger e Feder, 1995).
    Storicamente, i conflitti e le tensioni sociali sono stati associati alle tensioni derivanti dalla crescita della popolazione e dalla scarsa disponibilità della terra. Si verifica una concentrazione dei diritti sulla terra nelle mani di pochi potenti, imperialisti o colonialisti.
    La terra è una risorsa naturale. Il problema relativo ai diritti di possesso e di proprietà si presenta sotto vari aspetti: si suppone che le risorse naturali derivino o dalla natura o siano un “regalo di Dio” (Scandizzo, 2000). Si ritiene, comunque, che la terra appartenga all’intera comunità.
    Un valido sistema di diritti di proprietà deve presentare le seguenti caratteristiche:
    - universalità: l’appartenenza delle risorse deve essere piena, la titolarità (diritti di proprietà e di uso della terra) deve essere specificata tassativamente;
    - esclusività: i benefici e i costi che derivano, direttamente o indirettamente, dalla vendita ad altri dei diritti di proprietà e di uso, appartengono esclusivamente al proprietario;
    - trasferibilità: i diritti di proprietà sono trasferibili da un proprietario ad un altro su base volontaria;
    - esecutività: i diritti di proprietà sono tutelati contro la confisca o l’occupazione.
    Il concetto di proprietà rientra in una categoria di diritti sulla terra che il proprietario è libero di esercitare sia individualmente che collettivamente. Schlager e Ostrom (1992) hanno suddiviso la categoria dei diritti di proprietà in:
    - diritti d’uso, ivi compreso l’accesso (possibilità di accedere a un fondo, ad esempio, il diritto di attraversare una parte di territorio, di accedere a un canale o una foresta) e di rimozione (ad esempio il diritto di rimuovere una limitata quantità d’acqua, di accendere focolai, procurarsi mangime o pesce);
    - diritti di controllo, ivi compresa la gestione (modificare o trasformare un fondo, ad esempio piantare alberi o arbusti, allargare un canale o delimitare una parte di territorio che può essere mietuta), di esclusione (scegliere chi altro possa godere della terra) e di alienazione (trasferimento del diritto tramite vendita, donazione o eredità).
    A tale riguardo, ci sono cinque diritti principali riguardanti l’uso e il controllo delle risorse comuni (Scandizzo 2000). Essi sono definiti come segue:
    - accesso: il diritto di accedere ad un’area geografica definita e godere di benefici provenienti da beni non eliminabili (come praticare l’escursionismo, il canotaggio, riposare al sole);
    - rimozione: il diritto di rimuovere parti di risorse naturali o i prodotti delle risorse naturali (pesca, acqua);
    - gestione: i diritti a gestire i processi d’uso e di trasformazione delle risorse naturali apportando migliorie;
    - esclusione: il diritto di decidere chi potrà godere dei diritti e i modi di trasferimento dei diritti stessi;
    - alienazione: il diritto di vendere o di dare in gestione e cedere i diritti esclusivi.
    Tali diritti sono riconducibili a quattro caratteristiche tipiche dei diritti di proprietà:
    - libero accesso (diritti che appartengono a tutti gli individui);
    - diritti comuni (diritti che appartengono a una comunità o un gruppo di utenti);
    - proprietà privata (diritti individuali o relativi a “persone giuridiche”);
    - diritti statali (diritti che appartengono allo stato).
    Il libero accesso consiste nella messa a disposizione delle risorse naturali nei confronti di tutti senza restrizioni. A fronte di tale diritto, nessun individuo o gruppo ha il potere legale di restringere l’accesso alle risorse. Tuttavia, secondo tale principio, i primi che si dedicano allo sfruttamento delle risorse ne avranno sicuramente una maggiore quantità a disposizione. Inoltre, il paniere delle risorse comuni nel regime di accesso libero è facilmente soggetto ad esaurimento o a una probabile dissipazione della loro rendita. Tale sistema è caratterizzato, in effetti, da non esclusività e divisibilità (Tietenberg, 2000). La non esclusività implica che le risorse possono essere sfruttate da chiunque e la divisibilità significa che l’appropriazione di alcune di esse da parte di un gruppo riduce la quantità a disposizione di altri gruppi.
    La proprietà comune è un sistema in cui la proprietà appartiene ad un gruppo ben definito di individui che usa la terra secondo regole ben determinate, comunemente accettate e condivise. Nel regime di proprietà comune, si realizza un livello relativamente alto di controllo su chi ha il diritto di utilizzo delle risorse naturali e sul suo grado di intensità. I sistemi di proprietà comune sono caratterizzati da regole che definiscono i diritti individuali sulle risorse comuni. Il regime di proprietà comune non dovrebbe essere confuso con il regime dell’accesso comune. Le proprietà comuni possono essere spesso associate al procacciamento di facili guadagni o a una serie di comportamenti opportunistici da parte di un particolare gruppo di individui. E’ la cosiddetta “Tragedia delle comunità” descritta da Hardin (1968), nello specifico, come l’errore da parte degli individui di non considerare gli interessi della collettività all’interno della quale essi vivono. La logica della comunità prevale perché una decisione individuale inopportuna si riflette sull’intero gruppo sociale. Nonostante ciò, il problema derivante da uno scarso incentivo ad investire da parte del singolo individuo potrebbe essere superato dalla comunità di riferimento. La comunità potrebbe considerare, infatti, le risorse naturali come un bene comune e imporre tasse comunali per finanziare eventuali costi d’investimento.
    Il regime della proprietà privata è caratterizzato dal diritto del pieno possesso e dei relativi diritti d’uso che garantiscono al proprietario un sicuro profitto dal suo investimento. Tuttavia, il regime della proprietà privata attribuisce determinate responsabilità al proprietario, imponendogli sanzioni qualora egli ne sottragga (compensazioni, multe). Nel caso di proprietà fondiaria, lo stato può imporre restrizioni formali o sostanziali al mercato della vendita o dell’affitto. In alcuni paesi in transizione, sono state imposte restrizioni al diritto di possedere la terra a persone fisiche per impedire che i possedimenti terrieri si concentrassero nelle mani di individui o corporazioni sconosciuti. In altri paesi, come la Tanzania, le Filippine e l’Indonesia, sono in vigore alcune proibizioni sulla proprietà fondiaria da parte di stranieri e forti restrizioni sulle concessioni fondiarie.
    I diritti di proprietà assicurano al proprietario il diritto di uso della terra entro i limiti di legge e la garanzia che nessun altro al di fuori del proprietario stesso possa vendere, affittare, cedere o trasferire a terzi i diritti accessori (ad esempio la caccia o la raccolta). La proprietà privata probabilmente non esiste in forma assoluta. In tutti gli ordinamenti giuridici, le restrizioni di natura ecologica, le responsabilità sociali o le tasse fondiarie tendono a limitarne l’estensione.
    Quando la terra, o più in generale, una risorsa naturale, sono di proprietà dello stato, il governo normalmente mette in atto politiche che rispondono ai propri fini: obiettivi sociali e di ridistribuzione, modernizzazione e rendimento.
    Perché la tassazione e la certezza del diritto di proprietà sulla terra sono importanti? La certezza dei diritti è importante per incrementare la produttività agricola attraverso gli incentivi agli investimenti. Vi sono altresì diversi benefici ma anche costi che derivano dalla certezza del diritto di proprietà. (Deininger e Feder, 2000). Da una parte, la tassazione dei diritti di proprietà è un fattore importante per stabilire una serie di incentivi economici e non economici per lo sviluppo dei fondi (ad esempio, la domanda per gli investimenti, per la conservazione delle risorse e la fertilità del terreno) e, dunque, per la produttività della terra. Inoltre, la certezza del diritto di proprietà asseconda la trasferibilità della terra ai coltivatori che possono investire per il miglioramento della terra. La certezza dei titoli di proprietà e la libertà di effettuare transazioni fondiarie giocano un ruolo importante per il mercato monetario. Quando la proprietà terriera è garantita da un titolo sicuro e in assenza di restrizioni sulla trasferibilità fondiaria, la terra può essere facilmente usata come garanzia nel mercato creditizio. Tali benefici presentano però dei costi. I costi maggiori legati alla certezza dei diritti di proprietà sono associati alla necessità di regole ben definite, ad esempio relative alla precisa delimitazione dei confini degli appezzamenti terrieri nonché all’accuratezza nella tenuta di registri catastali meticolosi.
    Bibliografia
    Baland, J.M. and J.P. Platteau, (1996), Halting Degradation of Natural Resources: Is There a Role for Rural Communities? New York: FAO, Clarendon Press, Oxford University Press.
    Binswanger, H.P., Deininger, K., and G. Feder, (1995), “Power, Distortions, Revolt and Reform in Agricultural Land Relations”, Handbook of Development Economics (T.N. Srinivasan and J. Behrman, Eds), Vol. III., 2659-2772; also published as World Bank Policy Research Working Paper WPS 1164 (July), 1993.
    Boserup, E., (1965), Conditions of Agricultural Growth: The Economics of Agrarian Change under Population Pressure. New York: Aldine Publishing Co.
    Deininger, K. and G. Feder, (2000), “Land Institutions and Land Markets”, in Handbook of Agricultural Economics (B. Gardner and G. Raussser, Eds), Elsevier Amsterdam: 288-331.
    Hardin, G., (1968), ‘The Tragedy of the Commons”, Science, 162: 1243-1248.
    Lipton, M., (1993), “Including the Poor”, Proceedings of a symposium organized by the World Bank and the International Food Policy Research Institute.
    Ostrom, E., (2000), “Collective Action and the Evolution of Social Norms”. Journal of Economic Perspectives 14(3): 137…158.
    Scandizzo, P.L., (2000), “Ownership, Appropriation and Risk”, in Property Rights, Risk, & Livestock Development in Africa, McCarthy N., Swallow B., Kirk M. and P. Hazell, (eds.), pp. 211-239, IFPRI, Washington D.C.
    Schlager, E. and E. Ostrom, (1992), “Property-Rights Regimes and Natural Resources: A Conceptual Analysis”, Land Economics 68: 249-262.
    Swinnen, J., (1997), “Does Compensation for Disruptions Stimulate Reforms? The Case of Agricultural Reform in Central Europe”, European Review of Agricultural Economics, 24(2): 249-266.
    Tietenberg, T., (2000), Environmental and Natural Resource Economics, Fifth Edition. New York: Addison-Wesley Longman.


    Redattore: Sara SAVASTANO

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  • MERCATO GRIGIO

    Insieme delle contrattazioni di titoli non ancora quotati in borsa, cioè prima del collocamento presso il pubblico dei titoli stessi. È un mercato informale, non regolamentato, non soggetto a controlli dell’autorità di vigilanza dei mercati, riconducibile alla categoria dell’over the counter. Le quotazioni del mercato grigio possono dare indicazioni approssimate, ma utili, sul possibile prezzo di collocamento di un titolo.

  • MERCATO IMMOBILIARE

    Il mercato immobiliare (MI) si compone di tutti i beni immobili destinati a qualsiasi uso che possono essere oggetto di transazione a titolo oneroso tra due o più agenti economici. Il MI è costituito da una molteplicità di mercati che possono esser distinti in base alle destinazioni d’uso: residenziale, industriale, commerciale, ad uso uffici, turistico-ricettivo. La categoria elementare del settore immobiliare è costituita dal terreno che può esser qualificato come edificabili e non edificabili; solo su quelli definiti come edificabili è possibile considerare la possibilità di sviluppo del MI. Il MI differisce rispetto ad altri mercati, come quello azionario e/o quello delle obbligazioni, per alcune caratteristiche che lo contrassegnano essere un mercato poco liquido, con scarsa standardizzazione, poca trasparenza ed essere inoltre un mercato composto,tra gli altri, da beni che sono qualificati come beni primari (abitazione). Pur essendo caratterizzato da differenze concrete rispetto ad altri, il suo andamento è tuttavia influenzato oltre che dai comportamenti degli agenti economici che compongono la domanda e l'offerta di beni immobili anche dagli aspetti macro-economici del paese in cui lo si considera. Tra i fattori determinanti che influenzano le dinamiche dei valori dei beni immobili hanno un peso preponderante il contesto ambientale dove è collocato il bene, la densità edilizia e la rivalutazione speculativa.
    Tra i fattori più attuali che caratterizzano il MI e lo riconducono ad avere dei punti di contatto con il mercato azionario è il processo di "finanziarizzazione" del settore che ha osservato una progressiva introduzione di strumenti innovativi (fondi immobiliari, cartolarizzazioni, R.E.I.T. Real Estate Investment Trusts e S.I.I.Q Società di Investimento Immobiliare Quotata). Con il termine "finanziariazzazione" si intende il processo di integrazione tra il mercato finanziario e quello immobiliare, evidenziando in particolare un nuovo approccio alla valutazione di un bene immobile non più esclusivamente basato sulle caratteristiche fisiche ed architettoniche del bene (logica c.d. patrimoniale) bensì per la sua capacità economico-finanziaria quale quella di generare flussi di cassa (logica c.d. reddituale-finanziaria). La finanziarizzazione ha come risultato quello di consentire il parziale superamento di alcune delle caratteristiche del MI quali la standardizzazione e la scarsa liquidità. Con un tale approccio un bene immobile può esser oggetto di cartolarizzazione in determinati titoli il cui valore è funzione della capacità futura dell'immobile di generare reddito. Il processo di finanziarizzazione ha inoltre condotto delle sostanziali modifiche sia nel lato della domanda, attraverso l'ingresso di nuovi investitori come ad esempio i fondi pensione, e dal lato dell'offerta, attraverso l'utilizzo di pratiche di cartolarizzazione, fondi immobiliari, REIT, spin-off.
    Bibliografia
    Linneman P. (2004), "Real Estate finance and investments: risks and pportunities". Philadelphia.
    Tronconi O., Ciaramella A., Pisani B. (2007). "La gestione di edifici e patrimoni immobiliari". Milano. Il sole 24 ore.
    AA.VV. (2007). "Societa di investimento immobialire quotate". Milano. Il sole 24 ore.
    Degennaro E. (2008). "La finanziarizzazione del mercato immobiliare". Cacucci.


    Redattore: Alberto Maria SORRENTINO

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  • MERCATO INFRAGIORNALIERO (MI)

    Il Mercato Infragiornaliero (MI) consente agli operatori di apportare modifiche ai programmi definiti nel MGP attraverso ulteriori offerte di acquisto o vendita. Il MI si svolge in due sessioni MI1 e MI2.
- La seduta del MI1 si svolge dopo la chiusura del MGP, si apre alle ore 10.30 del giorno precedente il giorno di consegna e si chiude alle ore 12.00 dello stesso giorno. Gli esiti del MI1 vengono comunicati entro le ore 12.30 del giorno precedente il giorno di consegna.  
- La seduta del MI2 si apre alle ore 10.30 del giorno precedente il giorno di consegna e si chiude alle ore 15.00 dello stesso giorno. Gli esiti del MI2 vengono comunicati entro le ore 15.30 del giorno precedente il giorno di consegna.   
- Le offerte di acquisto e vendita vengono selezionate sulla base dello stesso criterio descritto per MGP.
- A differenza di MGP le offerte di acquisto accettate sono valorizzate al prezzo zonale. 
- Il GME agisce come controparte centrale.

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  • MERCATO INTERNO

    Detto anche: Mercato unico. Spazio senza frontiere interne nel quale è assicurata la libera circolazione delle merci. delle persone, dei servizi e dei capitali, secondo le disposizioni degli artt. 14 e 15 (ex artt. 7 A e 7 C). La nozione, introdotta dall’Atto unico europeo, è successiva a quella di Mercato comune, che, non espressamente definita dall’originario Trattato CEE, ma desumibile dagli artt. 2 e 3 in esso contenuti, si configura come uno spazio economico uniforme, all’interno del quale i cittadini e gli operatori economici (siano essi persone fisiche o giuridiche) sono in grado di operare liberamente, avvalendosi dei diritti loro conferiti dalle norme comunitarie. Interpretata in un’accezione meramente letterale la nozione di Mercato interno o di Mercato unico (espressione di uso più corrente sia a livello dei mezzi di comunicazione sia nei documenti ufficiali) sembrerebbe più limitata rispetto a quella di Mercato comune, in quanto l’art. 14 (ex art. 7 A) TCE fa riferimento unicamente alla realizzazione delle quattro libertà fondamentali della Comunità Europea (libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali). Tale interpretazione non corrisponde, tuttavia, agli obiettivi espressi dall’Atto unico europeo che ha integrato ed arricchito le norme fondamentali relative alla realizzazione del Mercato comune con nuove competenze e con una più ampia visione degli obiettivi da perseguire. Il Mercato interno si configura, infatti, come uno spazio autenticamente unificato, il più possibile simile a un vero e proprio Mercato interno, affrancato dalle dogane infracomunitarie,dalle barriere tecniche, fiscali, fisiche e in grado di acquisire, oltre a quella economica, altre dimensioni che lo approfondiscono e aprono nuove prospettive ai cittadini e agli operatori economici. La sintesi dei provvedimenti destinati all’avvio del Mercato interno è contenuta nel “Libro Bianco”, presentato dalla Commissione al Vertice di Milano nel giugno del 1985. Le procedure, cui le istituzioni hanno dovuto conformarsi per il raggiungimento di tale obiettivo, risultano ora espresse, dopo la riforma apportata al Trattato CEE dal Trattato sull’Unione Europea, dopo le modifiche apportate al Trattato CEE, dagli artt. 14 e 15 (ex artt. 7 A e 7 C) TCE. Il primo prevede che il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, su proposta della Commissione, definisce gli orientamenti e le condizioni necessarie per garantire un progresso equilibrato nell’insieme dei settori interessati. Il secondo, invece, obbliga la Commissione a tenere conto dell’ampiezza dello sforzo richiesto, nel corso dell’instaurazione del Mercato interno, da quelle economie contraddistinte da differenze di sviluppo, legittimando l’adozione di misure di intervento differenziale. La procedura per la realizzazione del Mercato interno ha previsto una distinzione tra settori per i quali è auspicabile un’armonizzazione legislativa e quelli per i quali è preferibile il ricorso al reciproco riconoscimento delle normative nazionali. Tuttavia, l’armonizzazione deve essere orientata all’approvazione di direttive che fissino solo i requisiti essenziali di adeguamento da parte degli Stati Membri. La realizzazione del Mercato interno ha comportato, in primo luogo, l’abolizione delle frontiere fisiche, cioè di tutte le forme di controllo (formalità, verifiche, ispezioni) alla stregua di quanto avviene in un mercato nazionale. Tuttavia, all’indomani della data-limite del l°.1.1993 si è constatato che, se erano stati eliminati i controlli che alle frontiere interne alla Comunità impedivano la libera circolazione di merci, servizi e capitali, rimaneva inattuata la quarta libertà, cioè la libera circolazione delle persone e il diritto di soggiorno senza riserve all’interno dello spazio comunitario. Per realizzare tale fine alcuni Stati Membri hanno proceduto alla firma di un accordo intergovernativo (Accordo di Schengen), Per quanto riguarda le merci, dal l’gennaio 1993 è stato realizzato l’obbiettivo della soppressione delle frontiere fisiche, tecniche, doganali e fiscali; ora ogni merce circolante nella Comunità è dunque considerata comunitaria. In particolare, lo smantellamento delle barriere fiscali ha permesso ditrattare vendite ed acquisti transfrontalieri esattamente allo stesso modo di vendite ed acquisti effettuati all’interno degli Stati Membri. Nel settore della sanità, della protezione del consumatore e dell’ambiente la Comunità ha proceduto ad un’armonizzazione legislativa basata unicamente su requisiti essenziali di uniformità. Alla luce delle modifiche apportate al TCE dal Trattato sull’Unione europea ora i settori summenzionati hanno, comunque, una precisa base normativa di riferimento. Inoltre, la creazione del Mercato interno dei servizi ha interessato il settore delle banche, delle assicurazioni, dei valori mobiliari, dei trasporti, degli audiovisivi e delle telecomunicazioni. Anche lavoratori, dipendenti o autonomi, hanno visto garantito il diritto di esercitare la loro attività professionale in uno qualsiasi degli Stati Membri, indipendentemente dal luogo di formazione, senza discriminazioni. L’impegno normativo comunitario, nella prospettiva del Mercato interno, è stato contraddistinto anche da iniziative legislative volte all’armonizzazione del diritto societario, alla progressiva apertura dell’aggiudicazione di appalti pubblici nazionali, all’affermazione di una più stretta cooperazione industriale, ponendosi, tra l’altro, l’obiettivo di raggiungere una dimensione finanziaria comunitaria, assicurando stabilità monetaria e favorendo lo sviluppo economico dei Paesi membri. Nel 1996 la Commissione Europea ha provveduto ad una valutazione quantitativa dello stato di completamento del mercato interno, similmente all’esercizio effettuato con il Rapporto sul costo della Non Europa nel 1988. In particolare, è emerso che il programma di completamento del mercato interno, a parità di altri fattori, ha: a) aumentato il prodotto interno dell’1 per cento; b) creato tra 300.000 e 900.000 nuovi posti di lavoro, in aggiunta a quelli che si sarebbero naturalmente creati in conseguenza del ciclo economico; c) contribuito a ridurre l’inflazione di 1-1,5 punti percentuali; d) stimolato gli investimenti complessivi in Europa di un ulteriore 2,5 per cento; e) contributo a ridurre le disparità nei tassi di crescita tra le aree più ricche e più povere dell’Unione.

  • MERCATO MONETARIO

    1. Mercato dove si negoziano strumenti finanziari a breve termine, convenzionalmente (nel nostro Paese) fino a 18 esi, ma altrove generalmente non oltre i 12 mesi. Tuttavia anche in Italia il segmento più attivo è quello da un giorno a 3 mesi. Il concetto è però esteso all’insieme delle negoziazioni di strumenti finanziari che sono fatte dagli operatori per aggiustare le proprie posizioni di liquidità (e cioè i temporanei brevi squilibritra entrate e uscite di moneta). Questo aggiustamento non può di regola essere compensato da scorte di moneta accumulate in precedenza. La moneta ha un rendimento nullo e un costoopportunità elevato. Gli operatori hanno quindiconvenienza a mantenere la cassa al minimo e a impiegare sul mercato le eccedenze temporanee o a prendere a prestito la liquidità necessaria a coprire temporanei fabbisogni di cassa. Un’impresa si indebiterà sul mercato emettendo, p.e., commercial papers e una banca può ottenere fondi vendendo BOT e altri titoli, riscontando effetti presso altre banche, negoziando prestiti sul mercato interbancario.

    2. La funzione principale di questo mercato è quella di rendere più efficiente la trasmissione dei fondi a breve e a brevissimo termine tra gli operatori economici in temporaneo avanzo e quelli in temporaneo disavanzo al minor costo possibile. L’incontro tra domanda e offerta di fondi avviene o al momento dell’emissione dei titoli (mercato primario), o con la negoziazionedi titoli già emessi (mercato secondario). Il mercato monetario è un mercato prettamente telefonico e telematico e non si svolge, quindi, in un luogo fisico particolare. Dato il volume degli scambi, esso assume la forma di mercato all’ingrosso. I prodotti del mercato monetariosono costituiti, in generale, da titoli a breve (come i BOT e i Treasury bills), ma possonoanche assumere forme tecniche differenti in funzione della tipologia e della specializzazione dell’emittente, come nel caso dei depositi interbancari, come avviene nel mercato interbancario. Gli operatori presenti sul mercato monetario italiano sono il Tesoro, principale richiedente fondi mediante i BOT, le banche e le imprese non finanziarie (che si pongono tanto come di richiedenti quanto come offerenti di fondi), gli investitori istituzionali e le famiglie (come offerenti), gli intermediari specializzati che pongono in contatto i richiedenti con gli offerenti fondi e la banca centrale.

    3. Il mercato interbancario è un segmento importante del mercato monetario. Nel mercato interbancario vengono scambiati depositi tra le banche (v. deposito interbancario) costituendo una forma di impiego a breve di surplus di tesoreria, da un lato e, dall’altro, una modalità di raccolta alternativa ai depositi della clientela e di rifinanziamento. È un mercato over the counter, svolto per telefono, per fax e, in passato, anche per telex tra gli operatori delle banche. Nel nostro Paese nel 1990 l’ABI ha promosso una convenzione tra circa 230 banche e intermediari finanziari per la formazione di una rete telematica tra gli aderenti per la negoziazione dei depositi interbancari, dando luogo a un mercato organizzato e autoregolamentato (v. e-MID; MID).

    4. Il mercato monetario svolge un ruolo importante come veicolo di trasmissione degli impulsi della politica monetaria. L’andamento di questo mercato è infatti un punto di riferimento per la banca centrale ed è su questo mercato che quest’ultima compie i propri interventi per il controllo delle riserve liquide bancarie e dei tassi d’interesse. Anzi, le origini del mercato monetario risalgono proprio dalla rete di operazioni che le banche intrattenevano (e intrattengono tuttora) con la banca centrale ovvero con l’istituto o gli istituti deputati a operare comelender of last resort (prestatori di ultima istanza) ai quali occorre rivolgersi per rifinanziarsi quando le altre banche e il mercato non sono iù in grado di farlo. La liquidità del mercato monetario è regolata dall’autorità monetaria, nel nostro Paese dalla Banca d’Italia e nell’ambito europeo dalla BCE.

  • MERCATO ORDER DRIVEN

    Un mercato si definisce order driven quando il prezzo è determinato dalle proposte di negoziazioni degli investitori che sono abbinate ed eseguite a livello centralizzato. La struttura organizzativa principalmente utilizzata in tale mercato è il meccanismo d’asta e per questo motivo è anche denominato "auction market". Gli ordini sono abbinati mediante l’applicazione di regole di priorità (priority rules) di tipo primario e secondario generalmente riferite al prezzo (price priority) e al tempo (time priority). Una regola secondaria verrà quindi applicata secondo l’ordine gerarchico solo nel caso in cui non sia stato possibile determinare il prezzo sulla base della regola primaria. Un esempio di mercato Order Driven è il MTA. La tipologia opposta di mercato è chiamata Quote Driven.


    Redattore: Bianca GIANNINI

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  • MERCATO PER IL SERVIZIO DI DISPACCIAMENTO (MSD)

    Il Mercato per il Servizio di Dispacciamento (MSD) è lo strumento attraverso il quale Terna S.p.A. si approvvigiona delle risorse necessarie alla gestione e al controllo del sistema (risoluzione delle congestioni intrazonali, creazione della riserva di energia, bilanciamento in tempo reale). Sul MSD Terna agisce come controparte centrale e le offerte accettate vengono remunerate al prezzo presentato (pay-as-bid).
    Il MSD si articola in fase di programmazione (MSD ex-ante) e Mercato del Bilanciamento (MB). Il MB si svolge in più sessioni, secondo quanto previsto nella disciplina del dispacciamento.
    Il MSD ex - ante si svolge in un’unica sessione nel giorno precedente il giorno di consegna. La seduta del MSD ex-ante per la presentazione delle offerte si apre alle ore 15.30 del giorno precedente il giorno di consegna e si chiude alle ore 17.00 del giorno precedente il giorno di consegna. Gli esiti del MSD ex-ante vengono resi noti entro le ore 21.00 del giorno precedente il giorno di consegna. Sul MSD ex-ante Terna accetta offerte di acquisto e vendita di energia al fine di approvvigionare riserva, risolvere le congestioni e mantenere il bilancio tra immissioni e prelievi di energia sulla rete.
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  • MERCATO PRIMARIO

    Il mercato mobiliare è il luogo nel quale trovano esecuzione tutte le operazioni aventi per oggetto valori mobiliari, ossia strumenti finanziari così denominati per la loro attitudine a circolare facilmente tra gli operatori essendo dotati di elevata mobilità e trasferibilità.
    In esso operano intermediari il cui compito principale è:
    - agevolare l’emissione di strumenti finanziari
    - agevolare la loro successiva negoziazione.
    Si suddivide in
    • mercato primario (dove hanno luogo le emissioni degli strumenti finanziari)
    • mercato secondario (dove si scambiano gli strumenti finanziari emessi)
    Il mercato primario individua il complesso di operazioni attraverso le quali i risparmiatori sottoscrivono strumenti finanziari (obbligazioni, azioni, etc.) di nuova emissione contro il versamento di denaro a favore degli emittenti.
    Pertanto, il mercato primario svolge prevalentemente la funzione di finanziamento degli emittenti.
    Attraverso le operazioni di mercato primario si alimenta il mercato mobiliare in quanto vi vengono "immessi" nuovi strumenti finanziari.
    L’emissione di strumenti finanziari può avvenire attraverso differenti tecniche.
    Le principali sono:
    • il meccanismo d’asta
    • la sottoscrizione mediante consorzi
    • gli aumenti di capitale
    Il meccanismo d’asta è una tecnica di emissione attraverso la quale si procede ad assegnare al pubblico gli strumenti finanziari sulla base delle proposte di sottoscrizione formulate dagli operatori.
    Solitamente la quantità di titoli offerti è fissa mentre varia il prezzo di sottoscrizione dei titoli in funzione delle proposte fatte dagli operatori ammessi alle aste.
    Nel mercato italiano sono note due differenti tipologie d’asta che trovano applicazione nell’emissione dei titoli di stato:
    • l’asta marginale (con la quale si emettono tutti i titoli di stato esclusi i BOT)
    • l’asta competitiva (con la quale si emettono solo i BOT)
    La sottoscrizione mediante consorzi è una tecnica di emissione attraverso la quale gli emittenti ricorrono all’intervento di un gruppo di intermediari (il consorzio) allo scopo di raggiungere il numero più elevato possibile di sottoscrittori degli strumenti finanziari.
    Generalmente sono oggetto di collocamento mediante tale tecnica i titoli di debito di emittenti diversi dal tesoro.
    Il consorzio viene organizzato da un intermediario (denominato capofila o lead manager) che invita altri intermediari (solitamente banche) a partecipare quali membri del consorzio sulla base della loro capacità di collocare strumenti finanziari presso il pubblico.
    L’aumento del capitale sociale è la tecnica con la quale sono emesse le azioni. Le azioni di nuova emissione devono essere offerte in opzione a coloro che sono azionisti della società in proporzione al numero di azioni da ciascuno possedute.
    Nell’esperienza italiana si possono avere aumenti di capitale:
    • a pagamento (quando le azioni nuove vengono emesse contro il pagamento di un prezzo)
    • gratuiti (quando le azioni di nuova emissione vengono emesse gratuitamente, senza pertanto dover corrispondere alcun prezzo all’emittente)
    • misti (quando parte delle azioni nuove vengono emesse contro il pagamento di un prezzo e parte vengono emesse gratuitamente)
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  • MERCATO REGOLAMENTATO

    Sono luoghi di negoziazione di prodotti e strumenti finanziari, nonché di taluni contratti su strumenti finanziari per i quali la legge prevede una specifica e dettagliata regolamentazione relativa all’organizzazione e al funzionamento.

    Esistono e operano nella legalità anche mercati non regolamentati (v. mercati OTC). La ragione della regolamentazione (cioè l’obiettivo politico del legislatore) è di assicurare uniformità organizzativa e standardizzazione degli strumenti negoziati

    1. Origini dei mercati regolamentati. L’istituzione e l’organizzazione dei mercati regolamentati ricadeva nell’ambito del diritto pubblico e la loro gestione era stata riservata a enti della Pubblica amministrazione fino all’entrata in vigore del decreto Eurosim (d.lg. 1996/415). In particolare in Italia sono esistite in questa forma diverse Borse valori per le quotazioni ufficiali nelle principali piazze. Un Mercato ristretto era stato, inoltre, ufficializzato a Milano nel 1977 e a cavallo degli anni Novanta sono comparsi l’MTS (1988), il MIF (1992) e l’IDEM (1994). Una prima riforma venne avviata dalla l. 2.1.1991 n. 1 con l’istituzione del Consiglio di borsa (operativo dal febbraio 1993) unico nazionale, organo sempre pubblico che si sostituì agli organi delle borse locali nelle competenze organizzative, tecniche e consultive, fermi restando i poteri di vigilanza, regolamentazione e autorizzazione della Consob. Col decreto Eurosim l’attività di organizzazione e gestione dei mercati regolamentati è definita attività d’impresa da esercitarsi da società per azioni (art. 46) da rimettere all’iniziativa privata e cioè alle società di gestione dei mercati regolamentati. Sciolte le vecchie strutture delle borse, i mercati esistenti vengono affidati a due società di gestione (Borsa Italiana Spa e MTS Spa) e la presenza pubblica viene ristretta alla vigilanza, al rilascio di autorizzazioni all’esercizio dell’attività (dopo l’accertamento dell’esistenza dei requisiti di legge da parte della società di gestione del mercato) e all’approvazione dei regolamenti dei mercati organizzati da parte della Consob.
    2. Ordinamento e Autorità. Nel nostro Paese, i mercati regolamentati sono oggi disciplinati dagli artt. 61-77 TUF, che riproducono, con alcune modifiche, gli artt. 46-54 del decreto Eurosim del 1996, e nella delibera Consob 29-10-2007, n.16191. A seguito di tali interventi legislativi si è compiuto un processo di privatizzazione dei mercati regolamentati caratterizzati, fin dalla loro istituzione (risalente, almeno per la borsa valori, alla l. 29.3.1913 n. 272), dall’avere natura pubblicistica, che ha portato, nella disciplina attuale, ad una concezione del mercato come impresa, gestita dagli stessi utenti attraverso gli organi di apposite società per azioni, anche senza scopo di lucro, chiamate società di gestione dei mercati regolamentati). In questa prospettiva il legislatore (art. 62 TUF) ha previsto che l’organizzazione e la gestione del mercato sono disciplinate da un regolamento deliberato dall’assemblea ordinaria della società di gestione, nel quale devono essere determinate le condizioni e le modalità di ammissione, di esclusione e di sospensione degli operatori e degli strumenti finanziari dalle negoziazioni; le condizioni e le modalità per lo svolgimento delle negoziazioni e gli eventuali obblighi degli operatori e degli emittenti; le modalità di accertamento, pubblicazione e diffusione dei prezzi; i tipi di contratti ammessi alle negoziazioni, oltre che i criteri per la determinazione dei quantitativi minimi negoziabili. Sono stati, altresì, ridimensionati i poteri dell’Autorità, in particolare quelli riservati alla Consob, il cui ruolo viene limitato al controllo, in sede di autorizzazione all’esercizio del mercato ai sensi dell’art. 63 TUF, della conformità del regolamento del mercato alla disciplina comunitaria e della sua idoneità ad assicurare la trasparenza del mercato, l’ordinato svolgimento delle negoziazioni e la tutela degli investitori (art. 63, comma 1, lett. b TUF), oltre che ai poteri di vigilanza ad essa riconosciuti dall’art. 73, comma 4, in forza del quale dovrà verificare l’effettiva idoneità del regolamento ad assicurare il conseguimento degli obiettivi precedentemente indicati, eventualmente richiedendo alla società di gestione modifiche idonee ad eliminare le disfunzioni riscontrate. Il legislatore ha inoltre previsto (art. 62, 3° comma TUF) che la Consob debba dettare disposizioni per assicurare la pubblicità del regolamento del mercato. La regolamentazione con le relative autorizzazioni e approvazioni dei regolamenti per i mercati all’ingrosso di titoli di Stato (MTS) sono state invece riservate al Ministro dell’economia e delle finanze, sentite la Banca d’Italia e la Consob (art. 66 TUF).
    3. Mercati regolamentati esistenti in Italia. Il decreto Eurosim (artt. 56 e 57) aveva previsto la privatizzazione mediante la costituzione di una o più società per azioni aventi per oggetto la gestione dei mercati esistenti e di quelli futuri da istituire. Sono attive al momento due società di gestione: Borsa Italiana spa e MTS spa. L’elenco dei mercati regolamentati italiani, previsto dalle norme comunitarie, è tenuto dalla Consob (art. 63, comma 2, TUF). L’elenco attuale dei mercati regolamentati italiani, adottato con delibera n. 17143 del 26 gennaio 2010, è il seguente:
    1) Mercati gestiti da Borsa Italiana S.p.A.:
    - Mercato Telematico Azionario ("MTA");
    - Mercato telematico degli OICR aperti ed ETC ("ETFplus");
    - Mercato telematico delle obbligazioni ("MOT");
    - Mercato telematico dei securitised clerivatives ("SeDeX");
    - Mercato telematico degli investment vehicles (MIV);
    - Mercato degli strumenti derivati ("IDEM") per la negoziazione degli strumenti finanziari previsti dall'art. 1, comma 2. lettere f) e i), del D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58.
    2) Mercati gestiti da MTS S.p.A.:
    - Mercato telematico all'ingrosso dei Titoli di Stato ("MTS");
    - Mercato BondVision per la negoziazione via internet all'ingrosso di Titoli di Stato;
    - Mercato all'ingrosso delle obbligazioni non governative e dei titoli emessi da Organismi Internazionali partecipati da Stati ("MTS Corporate").

    I mercati esteri riconosciuti ai sensi dell'ordinamento comunitario sono iscritti in un'apposita sezione dell'elenco (art. 67, comma 1,TUF). Infine, mercati esteri diversi dai precedenti possono essere riconosciuti dalla Consob sulla base di accordi stipulati con le corrispondenti autorità (art. 67, comma 2, TUF).

    4. Intermediari ammessi. Le imprese di investimento-Sim e le banche italiane autorizzate all'esercizio dei servizi e attività di negoziazione per conto proprio e di esecuzione di ordini per conto dei clienti possono operare nei mercati regolamentati italiani, nei mercati comunitari e nei mercati extracomunitari riconosciuti dalla Consob. Le imprese di investimento comunitarie ed extracomunitarie e le banche comunitarie ed extracomunitarie autorizzate all' esercizio dei medesimi servizi e attività possono operare nei mercati regolamentati italiani. Possono accedere ai mercati regolamentati soggetti diversi da quelli elencati se soddisfano i requisiti di onorabilità e professionalità, dispongono di un livello sufficiente di competenza e capacità di negoziazione, dispongono di adeguati dispositivi organizzativi e di risorse sufficienti per il ruolo che devono svolgere.
    5. Concentrazione degli scambi. Con l’entrata in vigore della delibera 16191/2007, in conformità con la Direttiva MiFid sono state abrogate le norme che prevedono la cd. concentrazione degli scambi (art. 7 del Regolamento Consob 11768/98). Il venir meno degli obblighi di concentrazione degli scambi comporta che gli ordini di acquisto e vendita di strumenti finanziari possano attualmente essere eseguiti utilizzando tre sedi diverse di negoziazione (trading venue) in concorrenza tra loro: i mercati regolamentati, i sistemi multilaterali di negoziazione e gli internalizzatori sistematici.

    Il 1° novembre 2012 è entrato in vigore il Regolamento (UE) 14 marzo 2012, n. 236/2012, del Parlamento Europeo e del Consiglio relativo alle vendite allo scoperto e a taluni aspetti dei contratti derivati aventi ad oggetto la copertura del rischio di inadempimento dell'emittente, o credit default swap.


    Redattori: Antonio SERRA, Andrea LORASCHI, Bianca GIANNINI, Monica COSSU,
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  • MERCATO REGOLAMENTATO DEI PRONTI CONTRO TERMINE

    È il mercato italiano telematico, gestito dalla società MTS, in cui vengono negoziati contratti pronti contro termine in titoli di Stato; è stato istituito con DM 24.10.1997 e le negoziazioni hanno avuto inizio il 12 dicembre 1997. I contratti pronti contro termine consistono in una vendita di titoli a pronti e contestuale impegno di riacquisto a termine (per la controparte, in un simmetrico impegno di acquisto a pronti e vendita a termine); il prezzo è espresso in termini di tasso di interesse annuo. Esistono due tipi di contratti: general collateral e special repo. Il primo, per il quale non viene indicato il titolo sottostante, ha come finalità la concessione di un finanziamento garantito da titoli, che permette di ridurre i rischi di controparte; il secondo tipo, che presenta di norma tassi di interesse più bassi del primo, ha come obiettivo principale il prestito di un titolo specifico.
    Fonte: Banca d’Italia

  • MERCATO RISTRETTO

    Mercato regolamentato, organizzato e gestito da Borsa Italiana spa, in cui si negoziano titoli (azioni, obbligazioni, warrant e diritti di opzione) di imprese operanti nei settori tradizionali non in possesso dei requisiti per l’ammissione alla quotazione di borsa al MTA o al Nuovo mercato.

    1. Il Mercato Ristretto iscritto nell’elenco di cui all’art. 63.2 TUF, è organizzato e gestito da Borsa Italiana spa ed è regolato dal Regolamento dei mercati organizzati e gestiti da Borsa Italiana S.p.A. con le relative Istruzioni deliberati da Borsa Italiana spa e approvati dalla Consob. Fino al 1977 la disciplina legislativa delle operazioni di borsa concerneva solamente il mercato ufficiale delle borse valori. Tuttavia era ammessa e comunque si svolgeva una contrattazione privata fuori dalla borsa (over the counter) per i titoli quotati al mercato ufficiale e per quelli non quotati. Di fatto si era creato un mercatino dove operavano agenti di cambio e banche soprattutto per titoli in attesa di essere ammessi alla quotazione ufficiale Con la l. 24.2.1977 n. 49, dopo che la Corte di Cassazione aveva sancito il divieto agli agenti di cambio di partecipare alle riunioni del mercatino, furono introdotte norme per la quotazione e la negoziazione di strumenti finanziari non ancora maturi per essere ammessi alla borsa ufficiale, pur essendo oggetto di numerosi scambi, o comunque legati a condizione particolari, quali clausole di prelazione e gradimento, tali da non consentire il regolare svolgimento delle negoziazioni di borsa. Con la l. 1977/49 fu, quindi, formalmente riconosciuto il Mercato Ristretto. I poteri regolamentari per disciplinare l’ammissione al mercato e il suo funzionamento vennero attribuiti alla Consob. I principi generali venero così fissati: trattazione dei titoli solo per contante e a mezzo degli agenti di cambio; ammissione non indiscriminata dei titoli alla negoziazione; formazione di un listino con valore ufficiale anche per tali contrattazioni; vigilanza della Consob, con facoltà di delegare i propri poteri agli organi locali; soggezione delle società ammesse a tale negoziazione a certi obblighi di informazione del pubblico. La l. 1977/ 49 è stata abrogata dal TUF, che demanda la disciplina di qualunque mercato regolamentato al regolamento adottato, ai sensi dell’art. 62 TUF, dalla società di gestione (v.mercati regolamentati), cioè a Borsa Italiana spa. I requisiti che gli emittenti e gli strumenti finanziari devono possedere per essere ammessi alle negoziazioni sono semplificati. a) Per quanto riguarda gli emittenti è condizione sufficiente la pubblicazione e il depositato del bilancio dell’ultimo esercizio annuale, sottoposto a revisione contabile ai sensi dell’art. 156 TUF (mentre per la quotazione al MTA è necessaria la pubblicazione ed il deposito dei bilanci degli ultimi tre esercizi). La società di revisione non deve aver espresso un giudizio negativo o dichiarato l’impossibilità ad esprimere un giudizio. L’emittente deve esercitare un’attività capace di generare ricavi. Non sono previsti requisiti minimi in termini di fatturato, di consistenza del patrimonio netto e di numero di azionisti ai fini della diffusione del titolo. È richiesta la nomina di uno sponsor che collabora con l’emittente nella procedura di quotazione e segue la società per almeno un anno dalla data di inizio delle negoziazioni. b) Per quanto riguarda gli strumenti finanziari i requisiti differiscono a seconda dello strumento considerato. Per le azioni, p.e., l’ammissione al Mercato Ristretto è subordinata ad una capitalizzazione di mercato prevedibile pari ad almeno un miliardo di lire (o corrispondente valore in euro), laddove per la quotazione in borsa è richiesta una capitalizzazione di dieci miliardi; mentre il requisito della sufficiente diffusione si presume, nel Mercato Ristretto, quando le azioni sono ripartite tra il pubblico per almeno il 20% del capitale, contro il 25% richiesto per la quotazione in borsa. Le obbligazioni devono essere rappresentative di un prestito obbligazionario con ammontare residuo almeno pari a 3 miliardi di lire o ad 1 miliardo di lire, nel caso di obbligazioni convertibili, che devono essere convertibili solo in azioni già quotate nel Mercato Ristretto. Le obbligazioni devono essere diffuse tra il pubblico, o presso investitori istituzionali, in modo da garantire il regolare funzionamento del mercato. I warrants devono circolare autonomamente dai titoli cui sono legati, devono riferirsi ad azioni di compendio ammesse alla negoziazione sul Mercato Ristretto e devono essere diffusi tra il pubblico, o presso investitori istituzionali, in modo da garantire il regolare funzionamento del mercato. (as-vs)

    2. Le negoziazioni hanno luogo, per esigenze di semplificazione motivate dalla contenuta liquidità dei titoli in esso trattati, con la sola modalità dell’asta di apertura e possono avere ad oggetto contratti di compravendita relativi ad azioni, obbligazioni, warrant e diritti di opzione. Il Mercato Ristretto presenta tuttora poca diversificazione settoriale, un numero limitato di società quotate (17 a fine 2001) e solo 2 obbligazioni convertibili, non tutte trattate giornalmente e con volumi di trattazione apparentemente in notevole declino. Nelle sue note Borsa Italiana spa osserva che “il Mercato Ristretto ha tradito le aspettative del legislatore ed oggi, delle caratteristiche originarie, conserva le norme di funzionamento e i requisiti di ammissione semplificati rispetto agli altri mercati”. (fc-dz) Nel 2003 il Mercato ristretto è stato rinominato Mercato Expandi rivolto alle piccole imprese operanti in settori tradizionali con posizioni consolidate nei mercati di riferimento, che presentano un track record di risultati economico- finanziari positivi.

  • MERCATO SECONDARIO

    Mercato mobiliare sul quale vengono scambiati titoli già in circolazione, ossia precedentemente collocati presso il pubblico degli investitori attraverso l'emissione sul mercato primario. Ogni mercato regolamentato è quindi un mercato secondario il cui funzionamento e la cui trasparenza sono controllati dalle autorità di vigilanza.

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  • MERCATO UNICO DEI SERVIZI FINANZIARI

    Mercato comune europeo con piena libertà di stabilimento delle banche e degli intermediari finanziari (effettiva il 1°gennaio 1993), liberalizzazione delle operazioni di valori mobiliari (effettiva il 1°gennaio 1996), liberalizzazione valutaria (completata con l’introduzione dell’euro) all’interno dei Paesi della Comunità. Si fonda su tre principi: l’armonizzazione delle norme fondamentali (v. armonizzazione comunitaria dei mercati finanziari), il riconoscimento reciproco, da parte delle autorità nazionali di vigilanza, delle normative in materia di controllo in vigore nel Paese d’origine delle organizzazioni creditizie e finanziarie (v. mutuo riconoscimento) e il controllo del Paese di origine (home country control), rafforzato dalla cooperazione (e dal coordinamento) delle autorità nazionali di vigilanza. Costituisce la struttura portante dell’attuazione dell’UEM ed attualmente comprende tre settori principali: il sistema bancario, le assicurazioni e i valori mobiliari. Non è da dimenticare tuttavia che, sebbene la politica europea in tale ambito abbia svolto prevalentemente una funzione normativa, quindi indirizzata direttamente agli operatori del settore ed agli investitori, l’obiettivo primario perseguito dall’UE è la protezione dei consumatori in settori specifici come quello dei servizi finanziari al dettaglio. Infine, conformemente alla politica di libera circolazione dei capitali anche la politica europea dei servizi finanziari è tesa a garantire il maggiore livello di sicurezza nel mercato tenendo conto sia del carattere transfrontaliero delle attività finanziarie che dell’elevato sviluppo dei servizi legati alle nuove tecnologie.


    Redattori: Redazione, Bianca GIANNINI

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  • MERCHANT BANK

    Istituzione finanziaria tipica del sistema bancario inglese, i cui originari principali compiti erano: l’accettazione di cambiali, l’emissione e il collocamento di prestiti e titoli, l’amministrazione di portafogli. Storicamente le banche mercantili si occupavano del commercio internazionale ed utilizzavano la loro conoscenza degli operatori per garantire le cambiali da questi emesse attraverso la concessione di un credito di accettazione, ricevendone in contropartita una commissione. Cambiali così accettate godevano di una maggiore fiducia e commerciabilità e potevano essere scontate sul mercato ad un tasso più favorevole. Il merchant banking è oggi conosciuto e sviluppato in tutti i paesi economicamente più avanzati e si caratterizza essenzialmente attraverso le seguenti attività: consulenza e assistenza nelle problematiche della finanza d’impresa; organizzazione delle operazioni per il reperimento di fondi, a titolo sia di capitale di rischio sia di capitale di credito, in favore di imprese; assunzione, anche mediante l’adesione a sindacati di collocamento e garanzia, di obbligazioni e azioni (e valori mobiliari in genere), normalmente in via temporanea e finalizzata al loro classamento, in particolare nel mercato ufficiale di borsa. Nel nostro Paese manca una disciplina specifica sul merchant banking. Alcune deliberazioni del CICR e della Banca d’Italia disciplinano la partecipazione degli enti creditizi alle società di merchant banking. In realtà, con l’entrata in vigore della l. 2.1.1991 n. 1 sulle SIM gran parte dell’attività di merchant banking tipica sembra rientrare in quella di intermediazione mobiliare come definita dalla legge citata. Si tenga tuttavia presente che attualmente l’attività di intermediazione finanziaria è disciplinata dal TUF (d.lg. 24,2.1998 n. 58), che ha abrogato la l. 2.1.1991 n. 1.

  • MERCI IN TRANSITO

    Destinazione doganale che possono ricevere le merci estere, le quali entrano nel territorio nazionale con il solo scopo di attraversarlo per giungere ad una destinazione estera. Si distingue nella pratica il transito diretto, dal transito indiretto; nel primo caso la merce proveniente dall’estero entra nel territorio italiano e continua subito il viaggio verso la destinazione estera stabilita; nel secondo caso la merce entra nel territorio italiano e viene immessa in punti franchi in attesa di definitiva destinazione. In Italia tali operazioni sono soggette al rilascio di licenza preventiva ministeriale. Al momento dell’entrata nel territorio nazionale, il transitario presenta una dichiarazione, e rilascia una cauzione alla dogana di entrata. Questa può essere sostituita da una fideiussione bancaria o da una polizza rilasciata a tale scopo da una compagnia abilitata al ramo cauzioni. La restituzione della cauzione avviene alla dogana di uscita dietro presentazione del certificato di scarico rilasciato dopo un’accurata verifica alle merci, tendente ad accertare che durante il viaggio nel territorio nazionale il carico non sia stato manomesso. Dopo la stipulazione di due importanti accordi internazionali TIF e TIR, il commercio di transito è stato molto agevolato. Con la convenzione TIF di Ginevra del 10.1.1952, infatti, si rese valevole per tutte le dogane dei paesi attraversati da linee ferroviarie, la dichiarazione rilasciata presso la dogana di partenza. Con la convenzione TIR stipulata a Ginevra il 15.1.1959 si estese la clausola TIF alle merci viaggianti su strada. Entrambe le convenzioni sono state approvate in Italia dopo qualche anno, la prima con l. 16.10.1956 n. 1132, la seconda con l. 12.8.1962 n. 1517. Assimilato al transito, era il regime di transito comunitario, disciplinato dal Regolamento 77/222/CEE che aveva lo scopo di semplificare le formalità relative all’attraversamento delle frontiere interne alla CEE. In tale regime era previsto un transito comunitario esterno (modulo T1) per le merci non originarie o non in libera pratica; e un transito comunitario interno (modulo T2) per merci in libera pratica o in libera circolazione nei paesi CEE. Ai fini dell’applicazione di tale regime, va ricordato, che si consideravano in libera pratica le merci originarie da paesi terzi che avessero assolto le previste obbligazioni di naturale in un paese membro della Comunità. La CEE ha emanato un nuovo Regolamento (90/2726/CEE) che ha abrogato il citato Regolamento 77/222/CEE e che è entrato in vigore il 1°.1.1993. Con esso sono stati aboliti gli uffici di passaggio ed ogni controllo e formalità. La procedura di transito comunitario interno vincola non solo la circolazione di merci comunitarie nel territorio doganale della Comunità, ma anche le spedizioni da una località ad un’altra della Comunità, di merci comunitarie che attraversano il territorio di paesi dell’EFTA, a condizione che l’attraversamento avvenga in base ad un titolo di trasporto unico emesso in uno stato membro. Il regime di transito comunitario interno non si applica ai trasporti di navi effettuati in base a carnet TIR, iniziati o da concludersi all’esterno della CEE o effettuati insieme a merci da scaricare in paese terzo o effettuati da una località all’altra della CEE attraverso il territorio di un paese terzo; in base a carnet ATA (v. convenzione ATA), manifesto renano o formulario 302 del Trattato del Nord Atlantico.

  • MERCOSUR

    Il Mercado Común del Cono Sur è nato formalmente il 1°.1.1995, alla fine di un periodo di transizione quadriennale previsto dal Trattato istitutivo firmato ad Asunción il 26 marzo 1996. Il Trattato di Asunción istituisce tra i quattro paesi membri (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) un’Unione Doganale. Gli obiettivi del Mercosur sono: a) la libera circolazione dei beni, dei servizi e dei fattori produttivi tra gli stati membri; b) l’adozione di una tariffa esterna comune; c) il coordinamento delle politiche macroeconomiche e settoriali al fine di garantire una libera e regolare competizione tra i sistemi paese degli stati membri; d) l’impegno alla modifica delle legislazioni interne in contrasto con gli obiettivi e i principi del Mercosur. Il funzionamento del Mercosur è garantito da un organo decisionale, il Consiglio del Mercato comune, composto dai ministri degli esteri e dell’economia dei paesi membri, e da un organo esecutivo, il Gruppo del Mercato comune, il cui compito è quello di trasformare in risoluzioni operative le decisioni del Consiglio. Il Gruppo coordina diversi sottogruppi di lavoro che redigono proposte di decisione da sottoporre al Consiglio e redigono pareri e studi su diverse questioni di interesse comunitario quali l’occupazione, la politica dei trasporti, la politica commerciale e doganale, le politiche monetarie, e così via. Tali organi sono poi affiancati da un Comitato Parlamentare congiunto (formato da un massimo di 64 membri, 16 per ogni stato) e da una Commissione Commerciale. Il Comitato parlamentare ha natura sia deliberante sia consultiva ed è stato creato con lo scopo di organizzare l’armonizzazione delle singole legislazioni nazionali. La Commissione commerciale, invece è un organo tecnico al quale spetta la gestione della tariffa esterna comune. Il Mercosur si è impegnato fin dagli inizi a perseguire una politica internazionale aperta, firmando accordi di cooperazione con l’UE, di integrazione economica con la Bolivia (1996) e creando un’area di libero scambio con il Cile (1996). Negoziati esplorativi sono in corso con altri paesi latinoamericani (Venezuela, Perù e Colombia) e con i paesi del Mercato Comune centroamericano e dei Caraibi (Caricom). Attualmente il Mercosur, primo esempio di integrazione economica di successo tra paesi appartenenti all’emisfero meridionale, è una Unione Doganale imperfetta nel senso che esistono eccezioni sia al libero scambio intra-area sia alla tariffa esterna comune. L’Unione doganale dovrebbe diventare effettiva per il 1° gennaio 2006. Tuttavia, la libera circolazione dei beni, dei servizi e dei lavoratori, prevista dal trattato istitutivo, pone le basi per la futura realizzazione di un mercato comune, mentre l’auspicato coordinamento dellepolitiche economiche nazionali fa intuire il desiderio di raggiungere addirittura una unione economica.

  • MERCURIALE

    Listino dei prezzi pubblicato, per le merci di vasto mercato, dalle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura. La pubblicazione è circoscrizionale, nel senso che ciascuna camera pubblica le mercuriali relative ai prezzi delle merci negoziate nella propria circoscrizione. La mercuriale, quindi, è un listino ufficiale, al quale il codice civile fa riferimento nell’art. 1471 in tema di determinazione del prezzo. In tal senso anche il listino dei prezzi redatto a chiusura delle negoziazioni nelle borse merci è una mercuriale.

  • MERITO CREDITIZIO

    Affidabilità economico-finanziaria di un soggetto. Tale concetto influisce sul rischio connesso alla concessione di credito a suo favore. In buona sostanza si tratta della valutazione effettuata dalle banche circa la capacità di rimborso del prestito da parte dei clienti affidati. I rating sono dei giudizi/valutazioni sul merito creditizio di un soggetto … impresa o privato … e incorporano il rischi di credito. Per la formazione di tale giudizio vengono valutate informazioni sia quantitative che qualitative.

    Redattore: Museo del Risparmio 2016

  • MESE BORSISTICO

    Ciclo operativo della borsa valori che, quando i contratti di borsa venivano eseguiti con liquidazione a termine,iniziava il giorno successivo a quello fissato per i riporti (giorno dei compensi). Il mese borsistico corrispondeva più o meno al periodo che va da una metà di un mese solare alla metà del successivo.

  • METODI DI VALUTAZIONE DEGLI INVESTIMENTI

    I metodi correnti nella scelta tra investimenti si distinguono in tre gruppi: a) metodi semplici, che non applicano l’attualizzazione; b) metodi che applicano l’attualizzazione; c) metodi che applicano la capitalizzazione. Nel primo gruppo rientrano il metodo del periodo di recupero e il metodo del tasso di rendimento semplice, ciascuno con diverse varianti secondo gli autori che li consigliano e gli operativi che li mettono in pratica. I metodi semplici utilizzano, di regola, dati di conto economico (di previsione), non il cash flow, e considerano il loro valore corrente, non quello attualizzato. Fino al termine dell’ultima guerra, questi metodi erano gli unici praticati (insieme al criterio abbreviato del costo equivalente) dalle imprese e fino agli anni sessanta solo le grandi imprese industriali statunitensi ad alta intensità di capitale (ma nontutte) impiegavano i metodi con attualizzazione per le scelte degli investimenti. Impiegano l’attualizzazione il metodo del valore attuale netto e il metodo dell’internal rate of return (v. anche IRR) e la capitalizzazione il metodo del costo equivalente.

  • METODO À LA LYONNAISE

    Criterio in base al quale il capofila di un sindacato di garanzia procede all’accollo dei titoli non classati ai partecipanti al sindacato stesso. È così denominato in quanto fu inizialmente seguito dal Crédit Lyonnais. Secondo tale criterio, ogni partecipante è tenuto a rispondere dell’esito del collocamento solo entro i limiti della propria quota di partecipazione al sindacato; sarà, cioè, obbligato ad accollarsi i titoli non sottoscritti solo se avrà collocato un numero di titoli inferiore a quello corrispondente alla propria quota, ma non sarà chiamato a rispondere dell’eventuale insuccesso dell’attività di collocamento svolta dagli altri partecipanti al sindacato. La responsabilità dei singoli membri, quindi, trova un limite superiore rappresentato dall’entità della quota di emissione da essi garantita.

  • METODO À LA PARISIENNE

    Criterio in base al quale il capofila di un sindacato di garanzia procede all’accollo dei titoli non classati ai partecipanti al sindacato stesso. È così denominato in quanto venne originariamente adottato dalla Banque de Paris et des Pays-Bas. Secondo tale metodo il totale dei titoli non collocati viene ripartito tra i partecipanti in relazione alla quota assunta nel sindacato, indipendentemente dal numero delle sottoscrizioni raccolte da ciascuno di essi. In altre parole, ogni partecipante è responsabile dell’esito del collocamento presso gli investitori finali in misura anche superiore rispetto alla propria quota, secondo uno schema che ricalca quello della responsabilità solidale.

  • METODO DEI PREZZI EDONICI (Enciclopedia)

    Il metodo dei prezzi edonici1 è una tecnica di valutazione indiretta che si basa sulla teoria delle preferenze rilevate attraverso l’analisi di mercati surrogati. Il mercato surrogato più comunemente usato per la realizzazione di questa tecnica è il mercato immobiliare. In questo caso il prezzo edonico dipende dalle informazioni fornite dalle famiglie per le loro decisioni di compravendita nel mercato immobiliare. Gli individui traggono piacere nel vivere in posti piacevoli e di conseguenza, più “bello” è considerato un posto, maggiore sarà il livello della domanda relativa e maggiore la disponibilità a pagare per l’acquisto di immobili nella zona. Per esempio, il valore dell'aria, dell'acqua o dell'inquinamento acustico ha un impatto diretto sul valore immobiliare delle case. Esaminando le variazioni di prezzo di un immobile nel tempo è possibile dedurre la disponibilità a pagare degli individui per la risorsa “qualità dell’aria” per esempio (Lancaster, 1966).
    Le applicazioni più comuni di questo metodo riguardano indagini sul rumore, sulla qualità dell’aria e la sicurezza.
    Se si considera il caso del valore della qualità dell’aria (o la perdita di valore derivante dall’inquinamento atmosferico) stimato sulla base dei prezzi di mercato delle case, allora il valore di una abitazione Ph dipenderà:
    1. dalle sue caratteristiche Si (dimensione, numero di stanze, presenza di un garage, presenza di un giardino, ecc.),
    2. dalle caratteristiche del luogo in cui si trova (accessibilità, densità abitativa, caratteristiche del vicinato, prossimità ai negozi, presenza dei mezzi pubblici, facilità di parcheggio, ecc.),
    3. dalle sue qualità ambientali Qk (livello di rumorosità, qualità dell’aria, vista, ecc.).
    Se si ha a disposizione un numero di dati sufficientemente elevato è possibile stimare, attraverso tecniche econometriche, quale relazione esiste tra tutte le variabili misurate. In formula:
    (1)
    Questa funzione è detta dei prezzi edonici (hedonic price function), perché la derivata del prezzo rispetto alla variabile qualità ambientale che si vuole analizzare (in questo caso la qualità dell’aria) rappresenta il prezzo implicito o edonico (detto anche rendita differenziale) della qualità dell’aria stessa, in altri termini è il valore che gli individui attribuiscono implicitamente (preferenza rivelata) alla qualità dell’aria. In formula:
    (2)
    Un prezzo implicito può aumentare o diminuire come conseguenza di una variazione marginale in aumento della qualità ambientale, in altri termini la formula (2) può essere positiva o negativa a seconda che la (1) abbia una derivata seconda positiva o negativa. Nel caso specifico della qualità dell’aria, se essa è sempre meno apprezzata man mano che cresce di livello di inquinamento, il prezzo implicito risulterà crescente.
    L’ultimo passo necessario riguarda la stima della curva di domanda che permette di calcolare il valore del miglioramento della qualità dell’aria. La curva di domanda può essere espressa come segue:
    (3)
    In questa funzione il prezzo edonico della qualità dell’aria dipende, dal livello di qualità dell’aria (o dal livello di inquinamento atmosferico), dal reddito e dall’età del soggetto valutato.
    Il pregio fondamentale di questo metodo è il fatto che utilizza le preferenze rivelate e quindi si basa su scelte effettivamente compiute dagli individui e non stimate o parametrizzate. I limiti, tuttavia, sono molteplici.
    La metodologia pone, innanzitutto, numerosi problemi di tipo econometrico, quali il rischio di omissione di variabili rilevanti nella costruzione delle funzioni, la possibile correlazione tra più variabili esplicative, la difficoltà di individuare la forma funzionale dell’equazione, inoltre la distorsione delle stime può dipendere anche dalla mancanza di una variabile che incorpori le aspettative dei soggetti sulla formazione dei prezzi che si stanno analizzando.
    Inoltre il metodo risulta distorto nel caso in cui i mercati siano segmentati e quindi non in equilibrio.
    Al fine di una corretta stima è necessario che gli utenti abbiano una buona percezione della caratteristica ambientale da valutare affinché le preferenze vengano riflesse dai prezzi. Ciò si ha nel caso del rumore (da cui il suo massiccio utilizzo per la valutazione di questa esternalità), mentre non è sempre vero nel caso dell’inquinamento atmosferico (Brookshire et al, 1982).
    Infine, il metodo del prezzo edonico non permette di stimare i valori di non-uso.
    _____________________________
    1La parola edonico deriva dal Greco e significa piacere.


    Bibliografia
    Brookshire, D.S., et al, (1982), "Valuing Public Goods: A Comparison of Survey and Hedonic Approaches," American Economic Review, American Economic Association, vol. 72(1), March.
    Lancaster, K., (1966), “A new approach to consumer theory”, Journal of Political Economy, vol. 74 (1).

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  • METODO DEI RATING INTERNI - IRB

    Il nuovo Accordo sul Capitale (cd. "Basilea 2") e la direttiva 2006/48/CE relativa all’accesso all’attività degli enti creditizi e al suo esercizio, prevedono che le banche possano avvalersi di tre diversi metodi per il calcolo della copertura patrimoniale minima obbligatoria a fronte del rischio di credito. In particolare, Banca d’Italia ha emanato le "Nuove disposizioni di vigilanza prudenziale per le banche" (Circolare 263 del 27 dicembre 2006) per il recepimento della normativa contenuta nelle Direttive 2006/48/CE e 2006/49/CE del 14 giugno 2006, in cui tali sistemi vengono regolamentati. Il metodo dei rating interni (cd. Internal rating … based approach, IRB) è una delle opzioni disponibili per le banche. Per le classi di attività diverse dalle esposizioni al dettaglio, il metodo dei rating interni si presenta in due tipologie distinte di calcolo in relazione ai parametri di rischio da stimare: "di base" e metodo " avanzato". La Banca d’Italia dopo aver verificato il rispetto di un insieme di requisiti organizzativi e quantitativi concede dunque alle banche l’autorizzazione cui è subordinato l’utilizzo dei metodi IRB ai fini del calcolo dei requisiti patrimoniali. A differenza rispetto al metodo standard che si basa principalmente sul rating esterno assegnato alla controparte, nei metodi IRB le banche effettuano internamente delle valutazioni sui debitori e stimano il capitale necessario per coprire la massima perdita che potrebbe registrarsi in un dato periodo di tempo con una certa probabilità. Vengo dunque calcolati i coefficienti di ponderazione tenendo conto dei seguenti elementi qualitativi:

    - l’esposizione al momento del default (Exposure At Default, EAD): il valore delle attività di rischio per cassa e fuori bilancio (garanzie rilasciate e impegni). Per queste ultime si fa ricorso ad uno specifico fattore di conversione creditizia (Credit Conversion Factor, CCF).

    - la probabilità di default (Probability of default, PD): probabilità riferita a ogni singolo debitore o ai pool (aggregati di attività) che passi allo stato di insolvenza in un orizzonte temporale di un anno.

    - la perdita in caso di default (Loss given default, LGD): valore atteso del rapporto tra la perdita relativa al default e l’importo dell’esposizione al momento del default (EAD). Per perdita si tiene conto dei flussi recuperati e dei costi diretti e indiretti collegati al recupero dei crediti, che devono essere attualizzati utilizzando un opportuno tasso di interesse;

    - la scadenza effettiva (Maturity, M): la media, delle durate residue contrattuali, per una data esposizione, ciascuna ponderata per il relativo importo.

    - La ponderazione dei rischi (Risk Weighting, RW)

    - L’aggiustamento per il grado di frazionamento del portafoglio (granularity, G): correzione da apportare al totale delle attività ponderate per rischio per includere nel sistema di calcolo il livello di diversificazione dell’attivo.

    Nel metodo avanzato le banche possono utilizzare direttamente le proprie stime, oltre che di PD, anche di perdita in caso di default (LGD), il fattore di conversione creditizia CCF o la maturity (M); nel metodo di base, solo la probabilità di default (PD).

    Tra i benefici per le banche relativi all’applicazione di tali metodologie in alternativa allo standard approach vi sono il maggior sfruttamento del vantaggio informativo delle banche, il perfezionamento delle tecniche di gestione del rischio che risultano da precise responsabilità poste in capo al management, la possibilità per i vertici aziendali di gestire in modo più informato la politica creditizia delle banche.
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  • METODO DEL COSTO DI VIAGGIO (Enciclopedia)

    Il metodo del costo di viaggio (MCV) è una metodo basato sulla teoria delle preferenze rivelate ed utilizzato in letteratura economica per la valutazione di benefici economici di quei beni per cui non è possibile la rilevazione diretta dei prezzi di mercato.
    La metodologia fu suggerita, per la prima volta, da Harold Hotelling nel 1947, ma formalizzata successivamente da Wood e Trice (1958) e da Clawson e Knetsch (1966). Il metodo è, infatti, spesso denominato “approccio Clawson-Knetsch”. Le prime applicazioni, negli anni anni ‘60, sono state implementate negli Stati Uniti nell’ambito di problematiche economiche inerenti alle risorse idriche e alle proprietà terriere. Nei due decenni successivi la maggior parte delle applicazioni si è focalizzata, invece, sulla stima del valore dei servizi ricreativi forniti in aree naturali o di interesse storico-artistico, in virtù di un miglioramento della qualità relativa. Successivamente, gli economisti hanno incentrato le loro ricerche sullo sviluppo del modello microeconomico per ottenere la stima del surplus del consumatore sulla base dei costi di viaggio a carico dei singoli visitatori di un territorio.
    Il principio fondamentale del MCV consiste nell’assumere che il valore attribuito dagli individui ad una risorsa di rilevanza ambientale o culturale (solitamente luoghi di ricreazione come parchi, laghi o siti di interesse culturale) può essere stimato attraverso la rilevazione dei costi sostenuti per godere della medesima. In questo modo è possibile stimare la curva di domanda per la risorsa in questione, e da essa, misurare il surplus del consumatore. È importante sottolineare come attraverso la stima del surplus del consumatore è possibile stimare il valore d’uso del bene, ma non necessariamente il valore di non uso o il valore intrinseco del bene stesso.
    Il MCV è dunque una metodologia di valutazione indiretta che stima il valore di beni non “di mercato” sulla base del comportamento dei consumatori in mercati surrogati, analoghi o relativi. In altre parole, il valore di una risorsa economica si stima attraverso i comportamenti di consumo in altri mercati necessari per godere della risorsa stessa. Tali consumi comprendono, nel caso di un parco, il costo del viaggio per raggiungerlo, l’eventuale biglietto di ingresso e le ulteriori spese che si sostengo in loco e il costo opportunità del tempo. Il metodo presuppone una complementarità fra la risorsa e la spesa consumata per fruire della stessa, e quindi può essere applicato anche per determinare l'utilità marginale del miglioramento della qualità della risorsa stessa.
    L’applicazione del metodo consiste nella realizzazione di una indagine statistica avente lo scopo di rilevare i costi sostenuti dagli individui nel loro tempo libero per attività ricreative. La stima di questi costi viene utilizzata per derivare la funzione di domanda della risorsa oggetto di analisi. Generalmente, più alti sono i costi da sostenere per la fruizione della risorsa, più bassa dovrebbe essere la domanda relativa. La curva di domanda dovrebbe assumere, quindi, una inclinazione negativa. Garrod e Willis (1999) descrivono la curva di domanda, come segue:
    (1)
    Dove V è il tasso di visita, P è il costo del viaggio e S è un vettore di costo del viaggio per risorse sostitute.
    Il MCV può essere applicato in due modi: il primo è definito “a zona”, il secondo è definito “individuale”.
    Il MCV “a zona” consiste nell’individuare le zone da cui provengono i visitatori della risorsa da valutare e nel determinare il numero medio di visitatori per ciascuna delle zone individuate. Il MCV “individuale” prende in considerazione solamente le spese di viaggio sostenute dai singoli individui.
    Il MCV “a zona” prevede, dunque, l’individuazione di diverse zone a diverse distanze dalla risorsa e assegna un costo monetario per ciascun km percorso fino al punto di arrivo. Il surplus del consumatore è quindi calcolato misurando, per ogni zona, l’area sotto la curva di domanda. Si assume che la disponibilità a pagare o il costo realmente sostenuto dal consumatore per raggiungere la risorsa in questione, equivalga al valore economico della risorsa per il consumatore stesso.
    Il secondo metodo si basa sulla definizione della curva di domanda sulla base del numero di visite effettuate da ciascun individuo, piuttosto che sul numero di visite per zona (Hanley e Spash, 1993).
    Il principale vantaggio del MCV è costituito dal fatto che si basa sull’osservazione diretta del comportamento degli individui ed è possibile trarre conclusioni attendibili anche da un campione relativamente piccolo di soggetti. Il principale punto debole della metodologia consiste invece nel fatto che non è in grado di stimare il valore di non uso della risorsa, ma solo il valore di uso. Questo comporta generalmente una sottovalutazione della stima del valore economico totale della risorsa in questione (Garrod e Willis, 1999).
    Inoltre, l’applicazione più semplice del MCV prevede la rilevazione dei costi sostenuti dai consumatori solamente per il raggiungimento del sito, tralasciando gli altri importanti fattori che possono influenzare la scelta del consumatore. Secondo Garrod e Willis (1999) le variabili di costo che gli analisti decidono di incorporare nel modello di valutazione influenzano in modo rilevante i risultati dell’analisi.
    Una delle principali variabili da considerare è la decisione di includere o meno nel modello di analisi, quindi nella definizione del costo totale di viaggio, anche il costo opportunità del tempo libero. Il tempo necessario a raggiungere il sito potrebbe essere, infatti, speso in attività alternative come, ad esempio, il lavoro. La problematica principale rispetto a questa variabile deriva dall’incertezza, presente nella letteratura, su come valutare questo costo opportunità. Nel caso si consideri come attività alternativa il lavoro, la scelta del salario come prezzo di riferimento unitario, potrebbe portare ad una sovrastima del valore della risorsa in questione perché molte persone non sono in grado di scegliere autonomamente il numero delle ore di lavoro.
    Una sovrastima del valore della risorsa si può verificare anche nel caso in cui non è possibile individuare risorse sostitute. Per esempio, un parco naturale può attrarre visitatori solo perché è l’unico disponibile in una determinata area.
    Inoltre, la congestione potrebbe essere un problema per l’applicazione del MCV. La congestione di un parco si verifica quando il numero totale dei visitatori raggiunge la capienza massima del sito. Questo fenomeno potrebbe portare ad un sottodimensionamento della domanda e ad una sottovalutazione del surplus del consumatore (Garrol e Willis, 1999).
    Infine, nel considerare i visitatori che percorrono una distanza più lunga per visitare il sito, bisogna tener conto che è probabile che il loro viaggio comprenda molte destinazioni, e quindi nel caso in cui si assegni l’intero costo al sito in questione il valore economico della risorsa potrebbe essere sopravvalutato.
    Bibliografia
    Clawson M. e Knetsch J.L. (1966). Economics of Outdoor Recreation. The Johns Hopkins University Press. Baltimore.
    Garrod, G. e Willis, G. (1999). Economic Valuation and the Environment, Edward Elgar.
    Hotelling, H. (1947). Multivariate Quality Control. In C. Eisenhart, M. W. Hastay, and W. A. Wallis, eds. Techniques of Statistical Analysis. New York: McGraw-Hill.
    Trice A.H. and Wood S.E., “Measurement of Recreation Benefits,” Land Economics, August 1958, vol. 34.


    Redattore: Carmen NOTARO

    © 2011 ASSONEBB

  • METODO DEL COSTO EQUIVALENTE

    Criterio abbreviato di scelta degli investimenti introdotto dagli ingegneri per valutare progetti alternativi (acquisto di macchine, realizzazione di impianti et similia) che svolgono la stessa funzione e che determinano ricavi attesi dello stesso ammontare (in pratica l’uguaglianza assoluta non è veramente richiesta e si ammette che funzioni e ricavi complessivi si avvicinino con accettabile grado di approssimazione). In questi casi il problema della valutazione si riduce a identificare la scelta che realizza il costo minimo. Il procedimento consiste nel calcolare per ogni progetto di durata n anni il valore attuale di tutti i costi, di determinare allo stesso tasso la rata di ammortamento in un periodo m=n di un capitale pari al valore attuale predetto. La rata di ammortamento è il costo annuo equivalente.

  • METODO DEL PERIODO DI RECUPERO

    In uso da tempo immemorabile nel mondo degli affari, il metodo del periodo di recupero (detto anche del periodo di restituzione, pay-back period method, PBK) non tiene conto del tasso d’interesse, considera solo il tempo richiesto perché il flusso dei profitti dei progetti di investimento ne ripaghi il costo e sceglie il progetto che abbia il periodo di recupero più breve. Il profitto è definito come l’utile netto dopo le imposte, più oneri finanziari e ammortamenti; gli investimenti possono includere o escludere i terreni e il circolante, per tener conto che gli uni non sono ammortizzabili e l’altro è autoliquidantesi. Inoltre, il periodo di pay-back può includere o escludere il tempo impiegato per la costruzione e partire, quindi, rispettivamente dall’inizio dell’investimento o dal suo avvio in produzione. Una variante di questo metodo è quello del periodo di pareggio finanziario, che impiega, in luogo del profitto, il cash flow netto. Esso è definibile quindi come il numero di anni necessari perché l’accumulazione dei flussi netti positivi generati dall’investimento eguaglino i flussi netti negativi iniziali. In altri termini, è l’arco di tempo entro il quale i mezzi finanziari impiegati nel progetto ritornino in forma liquida. In luogo dei flussi correnti, possono impiegarsi quelli attualizzati e allora si ha il metodo del periodo di pareggio (finanziario) attualizzato. L’indice del payback period ha due corrispondenti nel price/cash flow ratio e nel price/earnigs ratio, impiegati nelle valutazioni di borsa.

  • METODO DEL TASSO DI RENDIMENTO SEMPLICE

    Metodo semplice di valutazione degli investimenti, che impiega una misura di redditività, il profitto in per cento del capitale investito, calcolato per uno o più esercizi considerati normali e rappresentativi. Esso è detto in inglese accounting rate of return o average rate of return (ARR) ed è conosciuto in molte varianti. Le più note consistono nel calcolo di due percentuali: Ri sulla base dell’investimento complessivo K, oppure Resu quella dei soli capitali forniti dall’investitore (E: equity), secondo che si desideri conoscere il rendimento effettivo del progetto o quello dei mezzi propri. Il numeratore del rapporto è il profitto netto (NP: net profit) previsto dopo le imposte, al quale si aggiungono gli oneri finanziari (I) per il calcolo del primo dei due indici. Le espressioni sono rispettivamente le seguenti: Ri= 100 [(NP +I) /K; Re= 100 (NP/E). È preferito il progetto che presenta l’ARR maggiore. Solitamente il calcolo del rendimento è limitato agli esercizi considerati normali, o rappresentativi. Altro diffuso procedimento di calcolo di un rendimento semplice, sempre per esercizi normali, è quello di mettere al denominatore metà del valore dei beni ammortizzabili più la restante parte dell’investimento originario. Il rendimento semplice non è molto significativo perché i suoi risultati dipendono molto dalle convenzioni contabili e dall’assortimento degli elementi di computo (di modo che si potrebbe parlare di tante varietà di metodo del rendimento semplice quante sono le sue applicazioni), mentre la scelta dell’anno o degli anni normali è rimessa alla discrezionalità del valutatore. Inoltre la scelta di uno o più anni distribuiti nel tempo porta a sopravvalutare i redditi e i rendimenti degli anni più lontani.

  • METODO DEL VALORE ATTUALE NETTO

    Il metodo del valore attuale netto (VAN), detto anche del risultato economico attualizzato (REA) e, in inglese, del net present value (NPV), è il criterio di valutazione basato sulla differenza tra valore attuale di tutte le previsioni di flussi positivi e quello di tutte le previsioni di flussi negativi, ossia sul valore attuale del cash flow netto (donde la denominazione) originato dal progetto. Valore attuale lordo, VAL in sigla (gross present value, GPV) indica, invece, il valore attuale di tutti i flussi (compresi quelli per spese di rinnovamento che dessero un flusso negativo dopo una successione di flussi positivi), esclusi i flussi negativi iniziali, relativi all’investimento di partenza del progetto. Dal momento che il metodo è integrato da una serie di varianti, che impiegano varie componenti del cash flow netto, sempre attualizzate, nella letteratura anglosassone, specie statunitense, si parla di discounted cash flow (DCF) methodology o discounted cash flow techniques, che meglio esprimono la complessità concettuale del procedimento. Valore attuale di una somma è il valore che le si attribuisce a una data anteriore a quella in cui essa si renderà liquida e disponibile. Formule di matematica finanziaria consentono il calcolo del valore attuale in modo scientifico e uniforme mediante operazioni di sconto, semplice o composto. Nella valutazione degli investimenti è usualmente sempre applicato l procedimento dello sconto composto. La preparazione del calcolo del valore attuale netto consiste: a) nel tabulare ogni elemento di flusso in successione per data di realizzazione; b) nel calcolare per ognuno il valore attuale con l’espressione F/(1+r) n, dove F è il flusso, r il tasso di sconto (v analisi costi-benefici; analisi costi-efficacia), n il tempo decorso dall’inizio del progetto, (1+r) n al denominatore il fattore di sconto; c) nel sommare algebricamente tutti i valori attuali così ottenuti: la somma (che può essere di segno negativo, nulla o di segno positivo) costituisce il valore attuale netto. Tra più progetti viene prescelto quello con il valore attuale netto più elevato. Via via che i progetti comportano investimenti significativamente più diversi tra loro, l’evidenza della comparazione immediata con questo metodo si oscura e si ricorre, allora, al confronto dei rendimenti delle risorse investite con rapporti caratteristici (v. net present value ratio).

  • METODO DELL'INTERNAL RATE OF RETURN

    Questo metodo di valutazione impiegal’internal rate of return (IRR) (it. tasso interno di rendimento), cioè il tasso che, applicato per scontare il casti flow di un progetto, riduce il suo valore attuale a zero (si ricordi che per convenzione si attribuisce segno positivo agli introiti e segno negativo ai pagamenti). Per il calcolo dell’IRR il cash flow viene tabulato in successione per data di realizzazione, come nel metodo del valore attuale netto, quindi si procede all’attualizzazione per tentativi, applicando via via tassi crescenti o decrescenti fino ad azzerare la somma dei valori attuali. Il procedimento è semplificato, oggi, dai fogli elettronici o da semplici programmi di selezione iterativa. Senza di questi, si procede calcolando il VAN con tassi crescenti di un punto percentuale, finché, ottenuto l’ultimo valore positivo del VAN e il primo negativo, si determina approssimativamente l’IRR per interpolazione lineare. Mentre quello del calcolo del VAN è un tasso di sconto, da identificare col costo delle risorse impiegate, l’IRR va interpretato come tasso di interesse annuo che esprime il rendimento di queste risorse. Quindi, il criterio di scelta con l’IRR ricorre al confronto dell’IRR di un progetto con quello almeno del costo delle risorse e, se esiste, del miglior investimento alternativo. In altri termini, la misura dell’IRR va integrata con l’aiuto di un limite k, da intendere come costo delle risorse, ossia il tasso di sconto che il valutatore ha adottato o adotterebbe nell’applicare il metodo del VAN, di modo che, tra più progetti, si dovrebbero scartare subito quelli con IRR inferiore a k e preferire, tra i restanti, se ne esistono, quello con IRR più elevato. In certe configurazioni della serie del cash flow, possono esistere più tassi che azzerano il valore attuale netto, cioè il progetto ammette più IRR e il metodo non è utile per la scelta. Alcuni propongono correttivi per restituire al procedimento unicità di soluzione. Sembra, tuttavia, più giusto considerare il metodo dell’IRR come integrativo del metodo del valore attuale netto e del net present value ratio.

  • METODO DELLA VALUTAZIONE CONTINGENTE (Enciclopedia)

    1. Introduzione
    Il metodo della valutazione contingente (MVC) si propone di stimare il valore economico di beni “senza mercato” attraverso una indagine diretta che rileva le preferenze dei consumatori. Si basa sulla simulazione di un mercato ipotetico o contingente e ha lo scopo di stimare la Disponibilità a pagare (DAP) per ottenere un miglioramento del livello di benessere, ovvero la Disponibilità ad accettare (DAA) per rinunciarvi. Naturalmente i valori ottenuti sono “contingenti”, ossia dipendono dal mercato simulato.
    Il MVC è stato originariamente proposto da Ciriacy-Wantrup (1947) per la stima dei benefici economici derivanti da un progetto che si proponeva la prevenzione dell’erosione del suolo. Secondo i due autori il progetto era in grado di generare benefici “extra” di tipo ambientale, non catturabili con le analisi di valutazione tradizionale. Secondo loro questi benefici potevano essere stimati solamente attraverso una “indagine diretta” in grado di rilevare la disponibilità a pagare della collettività di riferimento. Il metodo è stato applicato empiricamente, solo successivamente, da Davis, nel 1963. Dagli anni ‘60 in poi numerosi economisti hanno applicato la metodologia, soprattutto in campo ambientale, per la stima del valore di non-uso, in particolare del valore di opzione e del valore di esistenza (Smith, 1993). Oggi, il metodo è applicato anche in settori diversi, quali la sanità, il trasporto pubblico e la cultura.
    2. Limiti del metodo della valutazione contingente
    Obiettivo del MVC è misurare le preferenze dei consumatori sulla base di un disegno ideale che replica una ipotetica situazione di mercato. Lo strumento di indagine è il questionario che dovrebbe rappresentare il più possibile una situazione realistica dell’oggetto da valutare.
    In realtà, le problematiche concettuali, empiriche e pratiche connesse allo sviluppo di stime del valore economico costruite sulla base di situazioni ipotetiche, sono costantemente dibattute nella letteratura economica. Le principali critiche al modello sono relative a due aspetti fondamentali: (a) la validità e (b) l’affidabilità dei risultati della stima (NOAA, 1993). In sintesi, per validità si intende precisione e per affidabilità coerenza o riproducibilità dei risultati della stima.
    Una delle più importanti critiche nell’applicazione del metodo deriva dalla non intercambiabilità nell’uso della DAP e della DAA per la stima delle preferenze individuali. Studi empirici hanno dimostrato, infatti, che le persone sistematicamente valutano di più la perdita di valore, misurata dalla DAA, piuttosto che l’aumento di valore, misurato dalla DAP. La scelta di una delle due possibili misure, considerate dalla teoria intercambiabili, potrebbe dunque portare ad un sovradimensionamento o sottodimensionamento della stima.
    Diversi sono gli errori (bias) derivanti dalle modalità attraverso le quali il metodo viene applicato.
    La prima fonte di errore è il cosiddetto “effetto inclusione” (embedding effect). Alcuni studi hanno infatti dimostrato che la stima del valore di un dato bene può variare in funzione del fatto che lo stesso venga valutato singolarmente o come parte di un bene complesso (Kahneman e Knestch, 1992).
    Una ulteriore fonte di errore è il cosiddetto “effetto sequenza” o “question order bias” (Mitchell e Carson, 1989). L’effetto sequenza si verifica quando il valore del bene varia in funzione dell’ordine in cui vengono presentate le domande nel questionario. Come per il problema di “embedding”, l’effetto sequenza si verifica nel caso di valutazione di più beni.
    Inoltre, è importante considerare che l’informazione gioca un ruolo cruciale nell’applicazione del metodo. La validità dei risultati della stima dipende principalmente dal livello e dalla natura delle informazioni fornite ai partecipanti attraverso la descrizione degli scenari ipotetici. La natura e la modalità in cui le informazioni vengono fornite può influenzare i risultati sia in senso positivo, sia in senso negativo (Bergsrtom et al., 1990).
    Infine, le ultime due fonti di errore da considerare sono definite come “strategico” e “ipotetico”.
    L’errore strategico si verifica quando i soggetti intervistati credono di poter ottenere vantaggi di tipo personale in funzione delle proprie risposte. Questa evenienza potrebbe indurli a rispondere in maniera ”strategica”, in modo cioè da ottenere il massimo risultato possibile. Questo problema si verifica solitamente quando nel questionario si presentano scelte di importo molto elevato rispetto alla media. Si distinguono due forme di comportamento strategico: il free riding e il fenomeno dell’overpledging (Mitchell e Carson, 1989). Il Free riding si verifica quando un individuo dichiara una DAP bassa per un bene pubblico perché si aspetta che gli altri paghino anche per lui. L’overpledging si verifica, invece, quando un individuo si convince che il valore dichiarato può influenzare l’offerta del bene in termini di prezzo, qualità o quantità ed è quindi portato a sovrastimarlo o sottostimarlo a seconda della situazione.
    Infine, l’errore “ipotetico” deriva dal fatto che la definizione dello scenario su cui viene applicata la stima si basa, in genere, su dati secondari e ipotetici, quindi lo scenario potrebbe essere poco vicino alla realtà. L’errore ipotetico, quindi, si verifica, se gli individui intervistati considerano lo scenario descritto poco realistico e di conseguenza sono portati a dichiarare valori di DAP o DAA non veritieri.
    3. Tecniche di elicitazione
    Una delle scelta fondamentali del MVC è la tecnica di elicitazione da utilizzare nell’indagine. In letteratura sono rinvenibili quattro principali tipologie: (a) l’asta, (b) le carte di pagamento, (c) l’open-ended (OE) (d) e la scelta dicotomica.
    Il metodo dell’asta (o bidding game) si basa sulla simulazione di una vera e propria asta in cui, dopo aver definito un prezzo iniziale suggerito dall'intervistatore, il prezzo stesso viene modificato iterativamente sulla base dell'accetta­zione o rifiuto dell'intervistato, fino a stabilire il prezzo massimo che quest'ultimo è disposto a pagare per aggiudicarsi il bene. Uno dei principali vantaggi di questa tecnica deriva dalla capacità di fornire risultati relativamente migliori, rispetto ad altre tecniche, in quanto costituisce una situazione di mercato favorevole per gli intervistati (Cummings et al., 1986). Inoltre, attraverso questa tecnica è possibile la stima della massima disponibilità a pagare. Uno dei principali svantaggi di questo approccio è, invece, costituito dal fatto che il prezzo definito dall’intervistatore potrebbe influenzare le dichiarazioni dell’intervistato.
    Il secondo metodo è costituito dalla carta di pagamento nella quale vengono riportati tutti i valori monetari che il bene può assumere, tra i quali l’intervistato dichiara il valore prescelto. In questo caso, gli intervistati sono agevolati dal riferimento, offerto dalla carta di pagamento, che contiene l’importo medio pagato dalle famiglie per analoghi beni pubblici. Anche questa tecnica ha il vantaggio di trovare la massima disponibilità a pagare. Il problema principale è costituito dal fatto che i valori dichiarati possano risentire di errori di range e di appiattimento al centro delle risposte (Mitchell e Carson, 1989). Inoltre, questa tecnica non può essere utilizzata in quelle aree geografiche dove gli individui hanno un’esperienza limitata nell’utilizzo di questo strumento.
    Con la tecnica open ended agli intervistati viene chiesto direttamente l'ammontare monetario massimo che sarebbero disposti a pagare per il bene (DAP) o ad accettare per il male (DAA). Questa tecnica è facilmente implementabile, non richiede la presenza di un intervistatore e non comporta la definizione di prezzi di riferimento (Walsh et al., 1984). Tuttavia, tende a generare un gran numero di evasione nelle risposte o a valutazioni estreme in quanto gli intervistati non hanno punti di riferimento e non sono incentivati a dichiarare valori realistici (Carson et al., 1996).
    In considerazione delle problematiche sopra esposte, Vescovo e Heberlein (1979) hanno introdotto un approccio definito “prendere o lasciare” (o approccio a scelta dicotomica). Esso comporta l’indicazione nel questionario del valore di riferimento della DAP o della DAA. Agli intervistati viene chiesto di indicare solo se si è d’accordo con il valore indicato (Mitchell e Carson, 1989). Il principale vantaggio di questa tecnica è la facilità per gli intervistati di completare il processo di valutazione. Inoltre, la distorsione strategica nei valori dichiarati può essere ridotta al minimo dato che questo approccio è compatibile alla introduzione di sistemi di incentivazione per indurre l’intervistato a rispondere in modo realistico (Carson et al, 1996;. Hanemann, 1994). Uno degli svantaggi di questa tecnica è costituito dal fatto che consente di stimare solo la massima DAP o DAA (Boyle et al., 1996). Inoltre è soggetto all’influenza dei valori di riferimento.
    Infine, una versione modificata del “prendere o lasciare” è l’approccio a scelta dicotomica con follow up. Questa tecnica comporta la definizione di un’ulteriore valore di riferimento da proporre agli intervistati in funzione della risposta data al primo valore indicato. Questo metodo è statisticamente più efficace rispetto all'approccio single-bounded perché consente di ottenere delle informazioni ulteriori di controllo (Kanninen, 1993; Hanemann, 1991). Il problema è che richiede un campione di dimensioni più grandi e sofisticate tecniche econometriche rispetto agli altri metodi, tutto ciò si traduce in aumento dei costi dell'indagine. Inoltre, i risultati derivanti da questo approccio sono vulnerabili all’influenza dei valori di riferimento.
    4. Linee guida per la conduzione di studi CV dell’analisi
    L’implementazione del MVC costituisce generalmente un processo complicato, lungo e costoso. Al fine di raccogliere i dati utili e di fornire risultati significativi, l’indagine deve essere:
    - progettata,
    - testata preliminarmente,
    - implementata.
    In considerazione delle limitazioni sopra brevemente descritte molti studiosi hanno fornito linee guida e suggerimenti per una efficiente ed efficace applicazione del metodo. In letteratura, si consiglia pertanto di fare riferimento ad una serie di regole e principi ormai consolidati, tenendo presente, tuttavia, che la particolarità del bene oggetto dell’indagine richiede un’attenzione maggiore e specifica. Di seguito viene presentata una lista delle linee guida principali presenti in letteratura.
    - Prima di progettare l’indagine, il ricercatore deve raccogliere accurate informazioni socio-economiche circa il bene o servizio oggetto dell’analisi.
    - Applicare il MVC solo per valutare beni o servizi conosciuti o facilmente conoscibili per gli intervistati.
    - Erogare il questionario ad un campione di soggetti con esperienza rispetto al bene o servizio da valutare.
    - Lo scenario deve essere reale, sufficientemente comprensibile, plausibile e familiare per l’intervistato.
    - L’uso della DAP deve essere privilegiato rispetto all’uso della DAA.
    - Il veicolo di pagamento deve essere realistico e adeguato al bene o servizio da valutare.
    - Utilizzare sia il formato “Open-ended”, sia quello “Dichotomous choice”, con l’obiettivo di mettere a confronto i relativi risultati. Questo modo di procedere permette di presentare i risultati entro un determinato range di valori, con informazioni estremamente utili per l’analisi dei dati.
    - In aggiunta alle domande sulla DAP, l’indagine dovrebbe specificare il meccanismo attraverso il quale sarà effettuato il pagamento, come per esempio con un aumento del livello di tassazione. L’intervistato deve credere alla realisticità dell’ipotesi valutata.
    - Ricordare agli intervistati di rispondere alle domande tenendo in debita considerazione il proprio vincolo di bilancio.
    - Specificare nell’indagine l’esistenza di beni o servizi sostituti disponibili nel mercato.
    - Nel caso di valutazioni di beni o servizi pubblici già offerti, lo scenario dovrebbe chiaramente indicare che l’oggetto della valutazione è l’incremento (o decremento) dell’offerta rispetto allo status quo. L’intervistato dovrebbe essere posto nelle condizioni di comprendere che nello stato attuale sta già pagando per un dato livello di offerta.
    - Le dimensioni del campione devono essere statisticamente significative.
    - È necessario definire un chiaro criterio di scelta tra le interviste “faccia a faccia” e quelle a distanza (via posta, per esempio) affinché la popolazione sia campionata correttamente. L’intervista “faccia a faccia” rappresenta la forma più costosa di somministrazione del questionario, ma è generalmente considerata la migliore, soprattutto nel caso in cui è necessario presentare materiali visivi.
    - Porre in essere test di verifica del questionario prima di dare avvio all’indagine per minimizzare gli errori potenziali.
    - Inserire nel questionario domande di convalida, per verificare la comprensione dello scenario da parte dell’intervistato, ma anche per verificare la veridicità delle risposte dello stesso sulla propria situazione socio-economica.
    - Quando possibile, valutare l'affidabilità dell’indagine ripetendo il test in una data successiva.
    - Riportare i risultati dell’indagine in modo completo, includendo tutte informazioni riguardo la costruzione dello scenario di riferimento, le statistiche rilevate, come anche il questionario erogato.

    5. Applicazione del metodo di valutazione contingente: i passi principali
    A. La definizione del mercato ipotetico
    Questa fase riguarda l'analisi e la descrizione del bene da valutare, incluse tutte le informazioni utili sulle risorse disponibili e sui possibili cambiamenti. Nella descrizione dello scenario di mercato, trova posto anche la descrizione della popolazione di riferimento e la descrizione del veicolo di pagamento (es. imposta sulla vendita, quota di iscrizione, diritto d'uso) che verrà utilizzato per finanziare la risorsa o, in alternativa, del contributo richiesto per compensare il degrado delle risorse. È essenziale che il bene da valutare sia descritto in uno scenario che risulti significativo per l’intervistato.
    B. La definizione del campione
    Questa fase prevede l’analisi della popolazione di riferimento da cui estrarre il campione che dipende dalla natura e l’ubicazione del bene da valutare e la definizione delle procedure di campionamento per selezionare un campione. Ciò comporta la costruzione di una base di campionamento in modo tale che la probabilità della selezione di ciascun soggetto sia nota. Il campione potrebbe essere estratto dalla totalità della popolazione se l’oggetto della valutazione è di interesse per la comunità globalmente intesa. In alternativa il campione potrebbe essere rappresentativo di qualche gruppo di interesse i cui membri più frequentemente utilizzano la risorsa.
    C. Elaborazione e implementazione della survey
    Questa fase è suddivisa in varie sottofasi: (a) interviste iniziali e/o focus group con l’obiettivo di comprendere le problematiche legate al bene da valutare, (b) Progettazione del questionario, (d) pre-test del questionario (e) attuazione dell'indagine.
    D. Analisi dei risultati
    Il passo finale è quello di raccogliere, analizzare e comunicare i risultati. I dati sono analizzati con tecniche statistiche appropriate per ogni tipologia di domanda.


    Bibliografia
    Bergsrtom J.C., Stoll J.R., Randall A. (1990), The impact of information on environmental commodity valuation decisions. American Journal of Agricultural Economics.
    Bishop R.C., Heberlein T.A. (1979), Measuring values of extra-market goods: are indirect measures biased? American Journal of Agricultural Economics.
    Boyle K.J., Johnson F.R., McCollum DW, Desvousges WH, Dunford R, Hudson S. (1996), Valuing public goods: discrete versus continuous contingent-valuation responses. Land Economics.
    Carson R.T., Flores N.E., Martin K.M., Wright J.L. (1996), Contingent valuation and revealed preference methodologies: comparing the estimates for quasi-public goods. Land Economics.
    Ciriacy-Wantrup S.V. (1947), Capital returns from soil conservation practices. Journal of Farm Economics.
    Cummings R.G., Brookshire D.S., Schulze WD (1986), Valuing environmental goods: a state of the arts assessment of the contingent valuation method.
    Davis R. (1963), The value of outdoor recreation: an economic study of the marine woods. PhD Thesis. Harvard University.
    Hanemann M.W. (1994), Valuing the environment through contingent valuation. Journal of Economic Perspectives.
    Hanemann M.W. (1991), Willingness to pay and willingness to accept: how much can they differ? American Economic Review.
    Kahneman D., Knestch J.L. (1992), Valuing public goods: the purchase of moral satisfaction. Journal of Environmental Economics and Management.
    Kanninen B.J. (1993), Optimal experimental design for double-bounded dichotomous choice contingent valuation. Land Economics.
    Mitchell R.C., Carson R.T. (1989), Using surveys to value public goods: the contingent valuation method. Washington, DC: Resource for the Future.
    National Oceanic and Atmospheric Administration (1993). Report of the NOAA Panel on contingent valuation. Federal Register.
    Ready R.C., Buzby J.C., Hu D. (1996), Differences between continuous and discrete contingent value estimates. Land Economics.
    Smith K.V. (1993), Nonmarket valuation of environmental resources: an interpretative appraisal. Land Economics.
    Walsh R.G., Loomis J.B., Gillman R.A. (1984), Valuing option, existence and bequest demands for wilderness. Land Economics.


    Redattore: Carmen NOTARO

    © 2011 ASSONEBB

  • METODO DI HOLT

    E' un metodo di stima delle serie storiche, sviluppato come evoluzione del Lisciamento esponenziale (exponential smoothing) e basato su due diverse costanti di lisciamento (smoothing) e quindi su due equazioni fondamentali:

    La prima determina una stima del livello Lt-1 come media pesata della serie osservata all'ultimo istante temporale disponibile e del valore previsto al periodo t-2.

    La seconda determina il trend Tt-1 come media pesata di due stime: l'ultima aggiornata per il trend, e quella del trend ottenuta dalla differenza degli ultimi due livelli stimati.

    Le costanti di lisciamento ? e ? possono essere determinate minimizzando la misura dell'errore di previsione.

    Redattore: Giuliano DI TOMMASO

  • METODO DI MISURAZIONE DELLA PERFORMANCE TIME-WEIGHTED

    Attraverso il metodo time-weighted di calcolo della performance di un portafoglio si cerca la performance che interessa è quella calcolata dal punto di vista del gestore, non del cliente, poiché cerca depurare la crescita del portafoglio dall’effetto delle decisioni a lui non attribuibili, tipicamente le decisioni di conferimento o prelievo effettuate dal/i cliente/i. Il valore pubblico del patrimonio pro quota di un fondo comune d’investimento, p.e., viene calcolato eliminando l’effetto delle nuove sottoscrizioni o dei riscatti: la performance della quota, dunque, è time-weighted in quanto è depurata dall’effetto delle decisioni di conferimento o prelievo, decisioni che non sono attribuibili al gestore del fondo comune. Esistono diverse metodologie riconducibili al metodo generale: di tutte la metodologia true time-weighted (spesso abbreviata semplicemente come TWRR, Time-Weighted Rate of Return) è ritenuta la più accurata per eliminare dalla performance l’effetto distorsivo dei conferimenti e prelievi. La formula generale è la seguente:
            n           V * (tk)
    rT = ∏  ___________  dove V*( t k )
           k =1       V (t k -1)

    valore del patrimonio al giorno tk prima dei conferimenti o prelievi e V( tk - 1)  =  valore del patrimonio al giorno tk - 1 dopo i conferimenti o prelievi al periodo precedente Il tasso rt è la media geometrica dei rendimenti (periodale su T ) di tutti quei sottoperiodi interni a T in cui si possono verificare conferimenti o prelievi. Per essere calcolato necessita della conoscenza delle date a cui si verificano i conferimenti o prelievi e della valorizzazione del patrimonio prima di essi alle stesse date. Non rappresenta, in effetti, un tasso di crescita del patrimonio in termini monetari, ma, piuttosto, il rendimento a cui il gestoreavrebbe potuto far crescere il portafoglio se non si fossero verificati conferimenti o prelievi. V. anche: GIPS.

  • MEX

    Indice informativo con base 03.01.1979= 1.000, composto da tutte le azioni ammesse alle negoziazioni nel Mercato Espandi di Borsa Italiana spa. Viene calcolato sulla base dei prezzi ufficiali e diffuso una sola volta al giorno al termine delle negoziazioni su tale mercato. È calcolato alla fine di ciascuna seduta di Borsa sulla base dei prezzi ufficiali.

  • MEX SETTORIALI

    Due indici informativi, MEX Bancarie e MEX Altre, calcolati su panieri che riflettono la suddivisione settoriale del Mercato Espandi di Borsa Italiana spa. Vengono calcolati alla chiusura di ogni seduta utilizzando i prezzi ufficiali dei rispettivi componenti.

  • MF/MILANO FINANZA

    Quotidiano economico- finanziario milanese con estesa circolazione (sono certificate circa 110.000 copie di diffusione giornaliera - Fonte ADS - e 500.000 lettori - certificati AUDIPRESS), primo newspaper finanziario puro in Italia, fondato nel 1986 da Paolo Panerai, che ne è tuttora il direttore responsabile.

    1. Milano Finanza, in edicola dal 29 novembre 1986, è stata la seconda testata pubblicata dal Gruppo Class Editori dopo il mensile Class. Nell’aprile del 1989, gli è stato affiancato MF (il quotidiano dei mercati finanziari), creando così il sistema Milano Finanza, per dare intera copertura ai mercati borsistici, oltre a cronaca e analisi approfondite, con edizioni in edicola dal martedì al sabato. Dal dicembre 1997 insieme a MF/Milano Finanza è pubblicato MF Fashion, primo quotidiano italiano dedicato alla moda e al lusso. Inoltre, in virtù di un accordo con Dow Jones & Company, dal febbraio del 2001 sono pubblicati in esclusiva per l’Italia gli articoli più interessanti di The Wall Street Journal Europe, rendendo ancora più completa l’informazione del newspaper con il meglio delle notizie prodotte dal più importante network di informazione economico-finanziaria del mondo. Nel gennaio 2005, MF/Milano Finanza è stato rinnovato nella grafica e nei contenuti, con l’obiettivo di seguire l’evoluzione dei mercati e di dare un’informazione più ricca ed esaustiva. Le principali innovazioni riguardano anzitutto la struttura della parte iniziale di Milano Finanza, che contiene gli articoli e le inchieste che danno peso al giornale, riordinata in modo da favorire una lettura rapida e intuitiva e migliorare la fruibilità del newspaper, coerentemente con la sua natura di servizio. Fra le altre innovazioni apportate a gennaio 2005, la sezione Mercato Globale, 5-6 pagine che riportano il meglio della settimana del Wall Street Journal, con le notizie più interessanti a livello internazionale. Infine, I Vostri Soldi, una Prima pagina che introduce le tre nuove sezioni, dedicate a chi segue in modo attivo i propri investimenti; In Gestione, 16 pagine dedicate a chi non gestisce direttamente i propri risparmi ma vuole controllare cosa ne viene fatto; Nel Mattone, per chi compra, vende appartamenti, uffici, box ecc., o gestisce attivamente il patrimonio immobiliare; Il Trader, tutte le informazioni per i lettori che gestiscono direttamente il proprio portafoglio.

    2. Contemporaneamente all’evoluzione della sua testata principale, negli anni Class Editori è evoluta divenendo una casa editrice totalmente multimediale che produce informazioni economico- finanziarie, di style life, lusso e moda, rivolte a un pubblico di consumatori e professionisti di fascia alta (Upper class). Oltre alla stampa quotidiana e periodica (MF/Milano Finanza, Italia Oggi, Class, Gentleman, Luna), opera nei settori della radio (Radio Classica Milano Finanza, circuito Milano Finanza-Classica), delle agenzie di stampa (MF-DowJonesNews) e della televisione, con i due canali Class/Cnbc, trasmesso sulla piattaforma satellitare Sky, e Class News, canale all-news del bouquet di Mediaset. Completano l’attività di Class Editori i newmedia: i sistemi di editoria elettronica per la trasmissione di dati e informazioni via satellite (MF SAT), le piattaforme di trading per le offerte Internet delle banche (MF Trading), oltre ai sistemi di video informazione (Telesia Sistemi) trasmessi negli aeroporti e nelle metropolitane e il portale Internet www.milanofinanza.it (250.000 unique visitors).

  • MIØ

    Sigla danese di: Environmental Investment Facility for Central and Eastern Europe. È uno strumento finanziario dell’Investment Fund for Central and Eastern Europe (IØ) di cui costituisce una gestione separata. Istituito nel 1995 ha per missione di favorire il risanamento dell’ambiente, di realizzare condizioni di salute e di sicurezza nel lavoro nei Paesi dell’Europa centrale e orientale e di promuovere e realizzare in questi Paesi le necessarie tecnologie per la gestione ambientale investendo in progetti economicamente vitali in cooperazione con imprese danesi. Ha una dotazione di 419 milioni di corone danesi.

  • MIB

    Acr. di: Milano Indice di Borsa. Indice di Borsa Italiana spa, relativo a tutte le azioni quotate in Borsa. Viene calcolato una sola volta al giorno al termine della seduta di Borsa utilizzando i prezzi ufficiali di tutti i componenti, in due versioni: a) MIB storico con base 2.01.1975=1.000; b) MIB corrente con base primo giorno di borsa aperta dell’anno uguale a 100. Entrambi sono duplici, comprendendo un indice generale e più indici settoriali (MIB settoriali) che rispecchiano la suddivisione settoriale del listino. Esistono 3 macrosettori: Industriali, Servizi e Finanziari. Al loro interno si distinguono 20 microsettori. Il Mib Industriali raggruppa 10 microsettori, descritti da altrettanti indici: Auto, Cartari, Chimici, Costruzioni, Elettronici, Impianti Macchine, Industriali Diversi, Minerali Metallurgici e Petroliferi, Tessili Abbigliamento ed Accessori. Nel Mib Servizi si distinguono 4 microsettori: Distribuzione, Media, Servizi Pubblica Utilità, Trasporti Turismo. Nel Mib Finanziari rientrano 6 microsettori: Assicurazioni, Banche, Finanziari di partecipazione, Finanziarie-diversi, Immobiliari, Servizi Finanziari. La revisione della composizione dell’indice attraverso l’aggiornamento del numero base delle azioni e del prezzo base (prezzo ufficiale alla data di revisione) di tutti i componenti avviene annualmente. La data di revisione coincide con l’ultimo giorno dell’anno di Borsa aperta. Trattandosi di un indice di tipo aperto, l’inserimento di nuove azioni quotate e l’esclusione di quelle revocate può avvenire in qualunque giorno dell’anno senza dover attendere la revisione annuale dell’indice.

  • MIB 30

    Indice di Borsa Italiana spa che è il sottostante dei contratti futures dell’IdemFIB 30 e MiniFIB e del contratto opzione su indice MIBO 30. È stato adottato dal Consiglio di borsa nell’ottobre 1994. È un sintetico elaborato su un campione di trenta titoli azionari quotati; sceltiper elevata liquidità ed elevata capitalizzazione. La composizione del campione è aggiornata due volte all’anno (marzo e settembre), salvo revisione anticipata per eventi eccezionali. Ha base 31.12.1992=10.000 e non prevede rettifiche per lo stacco di dividendi. L’indice viene calcolato giornalmente durante la negoziazione continua con frequenza di un minuto sulla base dei prezzi degli ultimi contratti conclusi su ciascuna azione componente. Variante di questo indice è il MIB 30-R calcolato con i prezzi di riferimento al termine di ogni giornata borsistica.

  • MIB 30- R

    È l’indice MIB30 calcolato con i prezzi di riferimento al termine di ogni giornata borsistica.

  • MIB 30-s

    Indice di borsa relativo a tutte le azioni componenti l’indiceMIB30, calcolato durante la fase di negoziazione continua del mercatoTAH di Borsa Italiana spa, con frequenza di un minuto sulla base dei prezzi degli ultimi contratti conclusi su ciascun componente.

  • MIB RNC

    Indice di Borsa Italiana spa con base 2.01.1989=1.000, relativo alle azioni di risparmio non convertibili calcolato una sola volta al giorno al termine della seduta di negoziazione utilizzando il prezzo ufficiale di tutti i componenti. Indice di nicchia, viene calcolato per seguire il comportamento di titoli particolari emessi nel periodo di boom di borsa 1985-86.

  • MIB STAR

    Indice di Borsa Italiana spa con base 29.12.2000=1.000 e relativo alle azioni nazionali quotate in Borsa nel segmento STAR, calcolato una sola volta al giorno al termine della seduta di negoziazione utilizzando il prezzo ufficiale di tutti i componenti.

  • MIB-R

    Indice di Borsa Italiana spa con base con base 2.01.1975=1.000), relativo a tutte le azioni quotate in Borsa e tutte le azioni estere incluse negli Indici MIB 30 o MIDEX ed è calcolato una sola volta al giorno al termine della seduta di Borsa.

  • MIBO 30

    Abbr. di: opzione sull’indice Mib. Opzione europea su indice, negoziata sull’IDEM dal 1995 e avente per sottostante l’indice di borsa MIB 30. Attribuisce all’acquirente, dietro pagamento di un premio, il diritto a riscuotere a scadenza un importo pari al valore assegnato a ciascun punto dell’indice (2,5 €) e la differenza tra lo strike price (valore dell’indice stabilito al momento della stipula del contratto) lo spot price (valore dell’indice alla scadenza.

  • MIBTEL

    Indice di Borsa Italiana spa con base 3.01.1994=10.000, relativo tutte le azioni quotate e a tutte le azioni estere incluse negli Indici MIB 30 o MIDEX e calcolato giornalmente durante la fase della negoziazione continua con frequenza di un minuto e sulla base dei prezzi degli ultimi contratti conclusi su ciascuna azione componente. Il MIBTEL è un indice generale che comprende tutte le azioni nazionali quotate in Borsa e che non ha versioni settoriali.

  • MIBTEL-s

    Indice di borsa relativo a tutte le azioni, calcolato durante la fase di negoziazione continua del mercato TAH di Borsa Italiana spa, con frequenza di un minuto sulla base dei prezzi degli ultimi contratti conclusi su ciascun componente.

  • MICROCREDITO (ENCICLOPEDIA)

    Abstract

    Il microcredito riguarda la concessione di prestiti di basso importo erogati senza che il beneficiario disponga di adeguate garanzie economico-patrimoniali. Nel prosieguo del testo si analizzeranno gli aspetti fondamentali del microcredito e in particolare i sistemi di garanzia "alternativi", quindi se ne illustrerà una breve storia: infatti, il microcredito nell’accezione moderna è relativamente recente e nasce negli anni ’70 in Bangladesh grazie all’esperienza della Grameen Bank fondata da Muhammad Yunus. Ci si concentrerà quindi sulla disciplina del microcredito in Italia, che di recente ha registrato un passo avanti importante grazie alla pubblicazione del decreto attuativo della legge di settore già esistente. Successivamente verranno forniti alcuni spunti su come inquadrare il microcredito, sulle sue potenzialità ma anche sulle possibili controindicazioni ad esso legate, infine saranno tratte alcune considerazioni conclusive.

    Definizione

    Le attività di microcredito possono essere definite come ‹programmi che accordano piccoli prestiti a persone molto povere per progetti di autoimpiego che generino un reddito che gli permetta di prendersi cura di loro stessi e dei loro famigliari› (Ferraguti, Hunt, Pellegrini, 2014, p. 48) o, in altre parole, ‹il prestito senza garanzia di una ridotta somma di denaro concesso da intermediari finanziari di diversa natura giuridica a persone (singole od organizzate in gruppi) che non possiedono i normali requisiti per accedere alle tradizionali linee di credito bancario, sia per lo sviluppo di un’economia, formale e informale, che per iniziative socio assistenziali› (Becchetti, Milano, 2009, p. 594).
    Sintetizzando, il microcredito riguarda la concessione di prestiti di bassa entità caratterizzati dall’avere scopo prevalentemente di investimento, teso all’apertura o al consolidamento di una piccola attività, e dalla mancanza di garanzie reali da parte del beneficiario, ragion per cui gli enti eroganti predispongono sistemi alternativi di garanzia (Becchetti, 2008; Ciravegna, 2003).

    Elementi salienti

    L’espressione Microcredito (Mc) comprende al suo interno una moltitudine di attività differenti per contenuto e contesto, ma tutte caratterizzate da elementi in comune, in primis due:
    il basso importo medio;
    la mancanza da parte del beneficiario di garanzie reali sufficienti a coprire l’ammontare della somma ricevuta.
    Specie quest’ultimo aspetto marca la differenza fra il microcredito e le altre categorie di prestiti: il fatto che il credito possa essere erogato anche in assenza di adeguate garanzie patrimoniali "rompe" il sinallagma di fatto ormai consolidatosi nell’odierno circuito bancario per cui usualmente si concede un prestito solo a fronte di garanzie patrimoniali ritenute consone. Questa tendenza consolidatasi ha creato in parte un "ossimoro", per cui si tende a prestare denaro solo a chi ha già risorse economiche, mentre si esclude chi non ne ha e invece ne avrebbe bisogno (Becchetti, 2008).
    Il microcredito ha quindi sia un grande valore di inclusione sociale che una forte valenza economica, poiché consente a chi abbia idee imprenditoriali feconde e buone capacità lavorative ma insufficienti mezzi di poter concretizzare il proprio business (Ciravegna, Limone, 2007).
    Va infine sottolineato che il microcredito si differenzia dalla microfinanza in quanto ne rappresenta solo una parte. La microfinanza si caratterizza infatti per l’erogazione di tutta una serie di servizi che, oltre a piccoli prestiti (appunto il microcredito), comprende la raccolta dei risparmi degli utenti, la stipula di microassicurazioni e microleasing ed altre prestazioni finanziarie (Microcredit Summit Campaign, What is Microfinance: http://www.microcreditsummit.org/what-is-microfinance2.html).
    Riguardo all’attività di microcredito in sé, se nei paesi in via di sviluppo i casi di attività economicamente di successo sono molteplici, nei paesi a sviluppo maturo ciò appare empiricamente essere più raro, a causa di molteplici fattori: maggior concorrenza da parte del settore creditizio tradizionale, domanda di microcredito che è proporzionalmente minore rispetto alla popolazione totale e di solito è anche meno concentrata e più "nascosta", costi operativi più elevati, legislazione più vincolante, etc. (Limone, 2007; Orsini, 2014).
    Il fatto che l’erogazione di microcredito debba puntare a essere svolta nel modo più efficiente possibile è un aspetto che sembra essere condiviso da ricercatori e addetti a lavori, mentre è aperto il dibattito tra chi sottolinea l’importanza di raggiungere prioritariamente la sostenibilità economica (requisito fondamentale per assicurare la concessione di Mc con costanza e nel lungo termine) e chi punta a massimizzare invece la ricaduta sociale dell’attività microcredito, anche a scapito del raggiungimento dell’autonomia sotto il profilo economico-finanziario (Becchetti, 2008; De Vincentiis, 2007).

    Forme di garanzie applicate

    L’assenza di beni patrimoniali sufficienti a coprire la somma presa in prestito porta gli operatori di microcredito di tutto il mondo a seguire "vie alternative", di volta in volta differenti a seconda del tipo di erogatore, della condizione del potenziale beneficiario e del contesto di riferimento.
    A grandi linee, tutti gli operatori compensano la mancanza di garanzie patrimoniali dando grande importanza sia all’analisi della persona, esaminandone cioè motivazioni, impegno e skills (da cui si torna al concetto originario di credito come "fiducia" riposta in un individuo), sia alle caratteristiche del progetto da finanziare, analizzando quindi in profondità il relativo business plan e la sostenibilità economico-finanziaria. A ciò, si possono aggiungere altri tipi di garanzie: in primis, vi sono le garanzie personali, come la fideiussione, concesse da uno o più soggetti terzi (che possono essere parenti, amici o colleghi d’affari del beneficiario, ma anche operatori quali ad esempio un confidi) che si impegnano a rispondere di persona del rimborso del debito in caso di inadempienza del destinatario (Isaia, 2007).
    In secondo luogo, vi sono le garanzie collaterali che, pur non avendo un valore economico tale da coprire l’ammontare del prestito preso ed essendo quindi insufficienti alla banca per rivalersi ni caso di inadempienza del ricevente, si rivelano molto utili per motivare il beneficiario a fare il massimo per ripagare il debito.
    Tali garanzie collaterali possono essere beni strumentali, presi a garanzia dalla banca, che hanno un valore strategico per il beneficiario e la sua attività (si pensi al camioncino di una persona che trasporta oggetti, o all’aratro per un agricoltore), ma anche di beni che hanno un forte valore affettivo per il destinatario (come oggetti tramandati in famiglia di generazione in generazione quali un servizio di ceramiche, un orologio, dei gioielli, un vestito da sposa) (Becchetti, 2008).
    In entrambi i casi, il valore nozionale del bene, ossia quello che esso ha agli occhi di chi riceve il microcredito, è molto alto ed è superiore all’effettivo valore di mercato, che può essere basso o nullo.
    Molto diffuso in altri contesti è l’erogazione di microcredito tramite gruppi, nei quali la responsabilità per il Mc assunto da ogni singolo membro può essere o meno condivisa dagli altri. Il prestito di gruppo è uno dei fulcri della "metodologia Grameen" adottata dalla Grameen Bank e propagata da essa nel mondo.
    Tuttavia questo metodo, adatto alla società rurale di molti paesi in via di sviluppo dove i vincoli sociali interni a una comunità sono molto forti, è molto meno consono a una società più individualista come quella occidentale ed è quindi di fatto non usato nel contesto europeo.

    Breve storia

    Il microcredito nell’accezione moderna del termine nasce in Bangladesh con Muhammad Yunus nel corso degli anni ’70, grazie alla fondamentale esperienza della Grameen Bank, la cosiddetta "Banca del Villaggio" che, erogando piccoli prestiti senza garanzia a piccoli gruppi di beneficiari, in gran parte donne, ha consentito nel corso degli ultimi quarant’anni di far uscire dalla miseria molteplici famiglie.
    Nel 1997 venne lanciata la Microcredit summit campaign: il primo summit fu tenuto a Washington (USA) dal 2 al 4 febbraio del 1997, mentre il 17° incontro si è svolto a Merida (Messico) tra il 3 e il 5 settembre 2014. In occasione del primo vertice nel 1997 fu lanciato l’obiettivo di raggiungere con il Mc 100 milioni di famiglie povere nel mondo proprio entro il 2005 (Microcredit Summit Campaign, http://www.microcreditsummit.org/).
    Tale anno fu poi proclamato dall’Organizzazione delle nazioni Unite (ONU) "Anno internazionale del microcredito" (ONU, 2003; ONU, 2004), consentendo al Mc di ottenere un importante riconoscimento internazionale come strumento di contrasto alla povertà.
    Tale ricorrenza segnò il fallimento del traguardo, mancato per poco, ma permise di comprendere la grande crescita della microfinanza e del microcredito nel mondo, che in tale data aveva raggiunto 92 milioni di famiglie, 66,6 milioni dei quali aventi a disposizione un reddito giornaliero inferiore al dollaro. Nel novembre del 2006 venne dichiarato l'obiettivo successivo della campagna, ossia arrivare a servire con il Mc entro il 2015 175 milioni di famiglie in estrema povertà, riuscendo a farne uscire da tale stato almeno 100 milioni (Microcredit Summit Campaign, http://www.microcreditsummit.org/). Il 2015 è stato scelto in quanto coincide con il timing degli obiettivi enunciati dai Millenium Development Goals (MDGs) dell’ONU1.

    Inquadramento europeo

    Secondo la normativa dell’Unione Europea (UE) il "microcredito" è semplicemente un prestito di importo massimo pari a 25.000 euro (Parlamento europeo, Consiglio, 2013).
    Nel 2011 la Commissione europea ha pubblicato un Codice di buona condotta per l’erogazione di microcrediti, codice che è stato aggiornato a Giugno 2013. Seppur non abbia carattere vincolante, il codice propone una serie di buone pratiche consolidate inerenti vari aspetti dell’attività di Mc riconosciute dagli attori del settore, il cui rispetto va a tutto vantaggio dei clienti, degli investitori, dei finanziatori, dei proprietari, delle autorità di regolamentazione e delle organizzazioni partner. Riguardo all’ambito di applicazione, ‹il codice di buona condotta si applica innanzitutto agli enti non bancari erogatori di microcredito che concedono prestiti di entità non superiore a 25.000 euro a microimprenditori› (Commissione europea, 2013)

    Disciplina italiana

    In Italia il Microcredito viene introdotto con il Decreto Legislativo 13 agosto 2010, n. 141, che ha modificato gli articoli 111 e 113 del Testo Unico Bancario (TUB), il testo base che disciplina il settore bancario, creditizio e dell’intermediazione finanziaria. Il Decreto Legislativo 19 settembre 2012, n. 169 ha poi dato ai predetti articoli la fisionomia odierna.
    La recente entrata in vigore (16 Dicembre 2014) del decreto pubblicato dal Ministero dell’Economia e delle finanze con le norme attuative ha fatto uscire la legge di settore da un limbo durato quasi quattro anni.
    L’ordinamento italiano riconosce due diversi tipi di microcredito: il Mc all’impresa, finalizzato all’avvio o all’esercizio di attività di lavoro autonomo o di microimpresa, e il Mc sociale o di solidarietà, volto a consentire l’inclusione sociale e finanziaria del beneficiario. Ambo le finalità sono declinate in dettaglio all’interno delle disposizioni attuative.
    Entrambi i tipi di microcredito devono essere erogati al beneficiario senza la richiesta di garanzie reali2ed a entrambi deve essere associata un’attività di assistenza al beneficiario lungo tutto il periodo di rimborso del credito, fornita dall’erogatore di microcredito o da un operatore specializzato. Tale attività di supporto è attinente agli aspetti tecnici, manageriali o commerciali della gestione di un’azienda per quanto riguarda il Mc all’impresa, mentre è incentrata sul bilancio famigliare per quanto concerne il Mc sociale.
    Il divieto di richiedere garanzie reali non si estende ad altre forme di garanzia, in primis quelle personali.
    In relazione all’ammontare massimo, il microcredito all’impresa può arrivare ordinariamente a 25.000 € e in taluni casi a 35.000 €, ed è espressamente reiterabile a un medesimo soggetto, mentre il microcredito sociale può giungere a 10.000 e deve essere erogato a condizioni più favorevoli di quelle prevalenti sul mercato.
    Passando ad analizzare brevemente gli erogatori di microcredito, essi si dividono in due grandi categorie: gli operatori creditizi tradizionali, ossia banche ed intermediari finanziari, e gli enti non bancari, disciplinati nel dettaglio dall’art. 111 del TUB e dal decreto attuativo. Questi ultimi devono rispettare precisi criteri ed assumere la forma giuridica di società di capitali oppure di società cooperativa.
    In relazione ai destinatari, per il microcredito all’impresa si tratta di persone fisiche, di società di persone o di cooperative, a patto rispettino criteri dimensionali, di indebitamento e di tempo di permanenza sul mercato ben definiti. Ne sono escluse le società di capitali, eccezion fatta per le società a responsabilità limitata semplificata (Srls) che, come previsto dall’art. 2463-bis del Codice Civile, hanno il vincolo di poter avere come soci solo persone fisiche.
    Il microcredito sociale è invece rivolto a tutte le persone fisiche che si trovino in condizioni di particolare vulnerabilità economica o sociale, parimenti ben delineate dal decreto ministeriale.
    Se la disciplina ministeriale che da attuazione alla legge di settore potrà fornire una forte spinta all’erogazione di microcredito in autonomia da parte di operatori privati, ad oggi la maggior parte delle grandi iniziative di microcredito in Italia ha visto la partecipazione della mano pubblica, in varie forme e con differenti gradi di intensità.

    Schema generale di intervento pubblico

    I vari programmi di microcredito messi in atto da soggetti pubblici seguono a grandi linee uno "schema di intervento quadrangolare" (Andreoni, Sassatelli, Vichi, 2013), dove vi sono quattro diverse categorie di attori: degli enti pubblici che erogano risorse ed in particolare forniscono usualmente fondi di garanzia sui microcrediti erogati; un operatore specializzato che gestisce la fase di istruttoria delle domande dei richiedenti; una banca la quale eroga effettivamente il microcredito; infine, degli operatori socio-assistenziali e del terzo settore che intercettano la domanda potenziale, fanno una prima selezione ed assistono i beneficiari anche durante il periodo di rimborso del prestito.

    Effetti del microcredito

    Di fronte a uno strumento innovativo come il microcredito, il rischio è di accrescerne pregi e risultati, diminuendone altresì le reali controindicazioni (Orsini, 2014).
    Vari sono gli effetti del microcredito: in primis, esso interviene sul tessuto socio-economico rafforzando i beni relazionali3 all’interno di una comunità, ossia la rete di relazioni fra i vari soggetti in essa operanti. Il Mc riporta il credito alla sua accezione originaria, ossia "dare credito" in quanto "dare fiducia" (Becchetti, 2008).
    Nel microcredito vi è uno scambio in cui il datore di danaro concede fiducia al beneficiario e, in caso di sua insolvenza, accetta di perdere la somma prestata, poiché questa non è coperta da adeguate garanzie. Dall’altra parte, il beneficiario è di solito un povero, spesso con problemi legati all’esclusione sociale: il fatto di non ricevere un dono, bensì di essere coinvolto in una transazione di mercato e destinatario di fiducia, da al povero un riconoscimento sociale e un ruolo nella società degno di affidabilità (Orsini, 2014). Ciò lo responsabilizza e lo porta tendenzialmente a dare il massimo per ripagare la fiducia ricevuta: infatti, se il dono pone il ricevente in una situazione di soggezione rispetto al donatore, il prestito pone erogante e destinatario in posizioni diverse ma di pari livello.
    Affinché tutto funzioni, risulta importante selezionare attentamente progetti e persone ritenuti meritevoli di ricevere microcredito: tale selezione rappresenta un elemento di meritocrazia, poiché questa avviene in base alle capacità personali e alla bontà del progetto, e non in base alle garanzie di cui si dispone e che in buona parte dipendono dalla propria situazione di partenza (Orsini, 2014).
    Il microcredito rappresenta uno strumento di empowerment della persona, al fine di ottenere una propria indipendenza economica e quindi una più elevata e stabile posizione sociale.
    Sovente, specie nei paesi in via di sviluppo, il microcredito è stato rivolto prettamente a imprenditrici di genere femminile, stante la condizione spesso secondaria della donna nelle rispettive società. Milioni di donne sono riuscite a rendersi economicamente indipendenti grazie a business partiti con risorse ottenute mediante Mc: oltre a migliorare le condizioni di vita delle rispettive famiglie, anche lo status di questa donne ne ha giovato.
    Dalle ricerche svolte risulta che tali donne, rispetto al contesto di riferimento, in media hanno maggior benessere, miglior salute e subiscono meno violenze domestiche da parte dei mariti (Bonaga, Tinessa, 2014).
    Riguardo alla disoccupazione, il microcredito non può da solo rappresentare una soluzione, ma deve essere affiancato da tutta una serie di provvedimenti, leggi e iniziative che costruiscano un ambiente fecondo per lo sviluppo del tessuto produttivo, la nascita di nuove realtà imprenditoriali e la creazione di posti di lavoro. Parimenti, il microcredito non può essere una soluzione per tutti i disoccupati, poiché solo alcuni di essi hanno la volontà e le capacità di iniziare una loro attività imprenditoriale, che deve essere economicamente utile e sostenibile: in quest’ottica, ancora più importante appare la fase di selezione delle persone e dei relativi progetti beneficiari di microcredito. Allo stesso modo, il microcredito non deve rappresentare una via per smantellare o indebolire il Welfare State (Orsini, 2014).
    Il microcredito, però, se inquadrato in un contesto ampio e strutturato di politiche a sostegno dell’occupazione, può essere un buon strumento di politica attiva del lavoro per una determinata fascia di inoccupati e disoccupati che abbiano sia le qualità morali e professionali sia l’idea imprenditoriale idonee a iniziare o consolidare una loro attività in proprio: il Mc consente di selezionare e far nascere progetti fecondi, contribuendo a creare nuova ricchezza, posti di lavoro e inclusione sociale. Il microcredito consente a piccole attività economiche, escluse dal tradizionale circuito creditizio, di avere accesso al credito, leva fondamentale per gli investimenti anche su piccola scala (Orsini, 2014).
    A parere dell’autore, il Mc non è sempre applicabile (anzi è nocivo in determinati casi), ma può aumentare efficienza e selettività di molti tipi di aiuti e sostegni economici, specie provenienti dal settore pubblico, poiché inserisce in essi meccanismi di mercato e responsabilizza i destinatari in quanto i microcrediti, essendo prestiti a tutti gli effetti, vanno rimborsati con il corrispettivo interesse. Ciò rappresenta un forte vantaggio rispetto ai sussidi a fondo perduto, la cui erogazione pesa notevolmente sul bilancio degli enti pubblici poiché questi per definizione non devono essere rimborsati, a differenza del Mc; per lo stesso motivo, i contributi a fondo perduto responsabilizzano meno il beneficiario a impegnarsi e farne il miglior uso possibile.

    Numeri del microcredito in Italia

    Al 31 dicembre 2012 risultano attivi in Italia 172 programmi di microcredito, dei quali 29 sorti proprio durante il 2012. In totale, tutti questi progetti microcreditizi hanno finanziato, dalla loro nascita a fine 2012, 12.418 soggetti, per un totale di 115.900.000 € erogati. Sintetizzando il profilo più frequente del beneficiario di microcredito, esso è una persona singola, residente nelle Regioni Calabria, Piemonte o Toscana, la quale richiede un prestito fino a 5.000 € per superare difficoltà finanziarie legate al bilancio famigliare.
    Sempre con dati risalenti a fine 2012, considerando che vi sono quattro differenti categorie di promotore dei progetti di Mc, ossia soggetti privati (fondazioni non bancarie, associazioni e Mag), istituzioni bancarie, enti religiosi e soggetti pubblici (statali, regionali o locali), risulta che la maggior parte dei programmi sono stati attivati da soggetti privati (53) e pubblici (51); lo stesso vale per i volumi di prestito, pari rispettivamente a quasi 42 milioni € ed a circa 39 milioni €. Con riferimento al numero di prestiti per categoria di promotore, 4.048 sono stati i beneficiari serviti da enti di Mc facenti capo a soggetti privati, 2.914 e 2.612 quelli che si sono rivolti rispettivamente a enti bancari e religiosi, 2.844 coloro che hanno beneficiato di progetti portati avanti da istituzioni pubbliche (CamCom Universitas Mercatorum, Borgomeo, 2014, pag. 68-69).
    Riguardo ai soggetti finanziatori che impegnano i propri capitali per la concessione di prestiti, gli istituti di credito risultano preponderanti rispetto sia ai fondi pubblici che privati: sul volume totale dei prestiti erogati, quasi 99 milioni € provengono da capitali degli istituti di credito, circa 16 milioni € da fondi pubblici e 1.020.000 € da privati.
    Analizzando i beneficiari e considerando sempre il volume dei prestiti erogati, le persone singole risultano preponderanti con circa 64 milioni €, mentre le persone giuridiche hanno beneficiato di microcrediti per soli 8.750.000 €; i microcrediti erogati a persone sia fisiche che giuridiche hanno invece avuto volume pari a poco più di 40 milioni €.
    Il prestito di gruppo in Italia si mostra invece marginale, in quanto su 116 milioni € erogati meno di 3 milioni € hanno sovvenzionato i business di persone riunite in gruppi di due o più unità; parimenti, su 172 progetti solo 19 sono specificatamente dedicati a questo target, di cui 9 nati proprio durante il 2012 e quindi molto recenti. Ben 106 progetti sono destinati a sole persone fisiche, 9 alle persone giuridiche, gli altri 38 a persone indistintamente sia fisiche che giuridiche.
    Riguardo alla diffusione regionale, Calabria, Toscana e Piemonte hanno finora (cioè fino al 31 dicembre 2012) erogato oltre 3.500 singoli microcrediti, seguite da Lombardia, Liguria, Veneto, Emilia-Romagna, Lazio e Sardegna con oltre 2.000. Tra le regioni con meno beneficiari, vi è stato un numero di destinatari di Mc inferiore a 500 nelle seguenti regioni: Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Umbria, Molise, Puglia, Campania. La gran parte dei progetti ha carattere al massimo regionale o provinciale, mentre solo 16 sono le attività microcreditizie di respiro nazionale (CamCom Universitas Mercatorum, Borgomeo, 2014: pag. 70-73).
    In ultima analisi, secondo un rapporto pubblico, tra il 2011 e il 2013 il microcredito ha sostenuto la creazione in Italia di circa 20.000 posti di lavoro (ENM, Lavoro: ENM, da microcredito oltre 20mila posti tra 2011-2013, http://microcreditoitalia.org/images/pdf/lavoro.pdf).

    Conclusioni

    Nel dibattito in corso, in piena evoluzione, sembra essere concorde che la sostenibilità operativa sia più facile da raggiungere per un ente specializzato nel settore microcreditizio, mentre appare più difficile pervenire a una sua piena sostenibilità finanziaria, nella quale i ricavi ottenuti tramite gli interessi maturati sui microcrediti erogati coprano in toto non solo i costi operativi ma anche il prezzo a condizioni di mercato del denaro raccolto dall’ente di Mc e poi dato a sua volta in prestito.
    Il microcredito, come ogni strumento, presenta potenzialità e controindicazioni: una sua corretta applicazione può massimizzarne l’efficacia e le ricadute positive, economiche e sociali, ma solo se i policy maker e gli operatori di settore riusciranno a contestualizzarlo all’interno dello specifico ambito di riferimento (nel nostro caso italiano) e ad affiancargli tutta una serie di provvedimenti atti a favorire sia la creazione di lavoro e d’impresa sia l’inclusione sociale.

    1Per un approfondimento sui MDGs, si reindirizza il lettore al seguente link: ONU, Millenium Development Goals, http://www.un.org/millenniumgoals/
    2Per un ulteriore studio sulle garanzie reali (pegno e ipoteca, privilegi), si rimanda al Codice civile , Libro VI, Titolo III "Della responsabilità patrimoniale - cause di prelazione - garanzia patrimoniale", articoli 2740-2906.
    3Per approfondimenti sui beni relazionali, si rimanda a: Gui B. (2009), Bene relazionale, in L. Bruni, S. Zamagni (a cura), Dizionario di Economia civile, Roma, Città Nuova.

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    Bibliografia

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    PARLAMENTO ITALIANO, (2010), Decreto Legislativo 13 agosto 2010, n. 141. Attuazione della direttiva 2008/48/CE relativa ai contratti di credito ai consumatori, nonché modifiche del titolo VI del testo unico bancario (decreto legislativo n. 385 del 1993) in merito alla disciplina dei soggetti operanti nel settore finanziario, degli agenti in attività finanziaria e dei mediatori creditizi.(http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2010;141)
    PARLAMENTO ITALIANO, (2012), Decreto Legislativo 19 settembre 2012, n. 169. Ulteriori modifiche ed integrazioni al decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 141, recante attuazione della direttiva 2008/48/CE, relativa ai contratti di credito ai consumatori, nonché modifiche del titolo V del testo unico bancario in merito alla disciplina dei soggetti operanti nel settore finanziario, degli agenti in attività finanziaria e dei mediatori creditizi.
    (http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2012;169)

    Redattore: Davide D’ANGELO

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  • Microcredito all'impresa: Profili normativi, Operatori non bancari e vincoli all'accesso

    Abstract
    La disciplina sul Microcredito (Mc) è stata resa pienamente operativa di recente. L’articolo offre spunti sul funzionamento del Mc, sul suo inquadramento e sui possibili problemi connessi al suo accesso. Dopo una prima analisi normativa, vengono esaminati i potenziali beneficiari ed i soggetti che possono erogarlo, in particolare gli operatori non bancari. Basandosi su tale analisi e sui risultati di una ricerca esplorativa svolta tramite database AIDA, si mostra come i vincoli normativi per accedere al Mc potrebbero fortemente limitare il bacino di potenziali beneficiari, escludendo soggetti ed imprese per le quali potenzialmente potrebbe rappresentare un’importante fonte di finanziamento. Di conseguenza, ciò pone anche delle criticità sulla piena operatività dei suddetti operatori non bancari appositamente istituiti, sia per i numerosi vincoli da rispettare, sia per la forte delimitazione del bacino di utenti da poter servire.

    Introduzione
    Il Microcredito (Mc) nell’ordinamento italiano è disciplinato dagli articoli 111 e 113 del Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia (TUBC) (Parlamento italiano, 1993) e dal decreto ministeriale 17 ottobre 2014, n. 176 del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), che ha reso pienamente operativa la normativa di settore (Visconti, 2014).
    Dopo un’analisi normativa del Mc, focalizzandosi sul cosiddetto microcredito all’impresa, la presente voce tratta dei soggetti che possono erogare Mc, concentrandosi sugli operatori non bancari, una nuova categoria di intermediari con caratteristiche peculiari. Basandosi sia sull’analisi normativa effettuata, sia sui risultati di una ricerca esplorativa svolta servendosi del database AIDA, si valutano quindi i potenziali effetti restrittivi che i vincoli posti per l’accesso al Mc possono avere in primis sul bacino dei potenziali beneficiari e, di conseguenza, anche sugli operatori non bancari che possono operare solo in ambito microcreditizio. Si offrono infine delle considerazioni conclusive. Scopo dell’articolo è fornire degli spunti sul funzionamento del Mc, sulla prospettiva in cui inquadrarlo e sui possibili problemi connessi al suo accesso ed alla piena efficacia degli operatori che sono stati istituiti per operarvi.

    Microcredito all’impresa
    Il nostro ordinamento disciplina due diversi tipi di microcredito: il Mc “all’impresa” ed il Mc “sociale o di solidarietà” (Basso, Capone, 2014).
    Circa il Mc “sociale o di solidarietà”, il quale differisce nettamente dal Mc all’impresa e deve rispettare propri specifici requisiti, si rimanda per approfondimenti al TUBC, art. 111, co. 3, ed alle conseguenti disposizioni ministeriali (MEF, 2014: art. 5).
    Passando al Mc “all’impresa”, questo deve rispettare principalmente le seguenti caratteristiche (TUBC: art. 111, co. 1):
    · i prestiti devono essere di ammontare non superiore a 25.000 euro e non devono essere assistiti da garanzie reali, come il pegno e l’ipoteca. Tuttavia, è possibile erogare singoli Mc di importo sino a 35.000 euro, ma solo al verificarsi di determinate condizioni (MEF, 2014: art. 4, co. 1). Si sottolinea che la norma italiana, citando espressamente le garanzie reali, non intacca la generale “responsabilità patrimoniale” (di cui all’artt. 2740 ss. del Cod. civ.) per cui un debitore risponde con tutti i suoi beni presenti e futuri all’adempimento delle obbligazioni verso il creditore. La differenza fondamentale del Mc sta nel fatto che il credito può essere erogato anche in assenza di adeguate garanzie patrimoniali;
    · i finanziamenti erogati devono mirare all’avvio o allo sviluppo di iniziative imprenditoriali, di lavoro autonomo o di microimpresa, oppure all’inserimento nel mercato del lavoro, secondo quanto prescrive il TUBC (art. 111, co. 1);
    · il Mc deve essere accompagnato ‹dalla prestazione di servizi ausiliari di assistenza e monitoraggio dei soggetti finanziati› (TUBC, art. 111, co. 1, lett. c)). La disciplina ministeriale ha previsto sette differenti tipi di servizi, che in sintesi sono di carattere gestionale, commerciale e tecnologico (MEF, 2014: art. 3, co. 1).
    Circa i potenziali destinatari di Mc all’impresa, le categorie di possibili beneficiari sono:
    · persone fisiche (imprenditori individuali e lavoratori autonomi, salvo limiti indicati successivamente);
    · società di persone;
    · società a responsabilità limitata semplificata (Srls) , che hanno la particolarità di poter avere come soci solo persone fisiche;
    · cooperative, comprese le cooperative sociali;
    · associazioni1.
    Risultano quindi esclusi tutte le società di capitali - eccetto le Srls -, i comitati e le fondazioni, ossia essenzialmente quelle persone giuridiche dove il capitale ed il patrimonio rivestono maggior importanza rispetto all’elemento umano. Ciò è coerente con la filosofia di base e la concezione stessa del Mc, che mette al centro le persone ed è appunto finalizzato alla loro inclusione socioeconomica all’interno del sistema produttivo.
    Tuttavia, la definizione italiana di microimpresa deriva direttamente da quella europea (Commissione europea, 2003), che fissa come parametri il numero di occupati (meno di 10) e l’ammontare del fatturato annuo o del totale di bilancio annuo (inferiore a 2 milioni di euro), senza tener conto della tipologia giuridica di impresa. Questo aspetto della norma, quindi, esclude dai beneficiari proprio una parte del presunto core target del Mc, ossia le microimprese che siano società di capitali (eccetto le Srls). Il decreto attuativo delimita ancor più l’alveo dei possibili beneficiari, escludendo pure (MEF, 2014: art. 1, co. 2):
    · lavoratori autonomi o imprese titolari di partita IVA da oltre cinque anni;
    · lavoratori autonomi o imprese individuali che dispongano di un numero di dipendenti superiore alle 5 unità;
    · società di persone, Srl o cooperative che diano lavoro a dipendenti non soci in numero superiore alle 10 unità;
    · imprese che al momento della richiesta presentino, anche disgiuntamente, requisiti dimensionali superiori a quelli previsti da specifico articolo della legge Fallimentare (Parlamento italiano, 1942 b: art. 1, co. 2, lett. a)-b))2 ed un livello di indebitamento superiore a 100.000 euro.
    Come già accennato, il legislatore ha delineato il Mc come uno strumento di sviluppo molto specifico, atto a far nascere o consolidare microbusiness e microimprese, ragion per cui sono stati inseriti molteplici vincoli da rispettare affinché un determinato soggetto imprenditoriale possa potenzialmente accedervi.

    Tabella 1 … Mc all’impresa e Mc sociale: principali differenze.

    Voci

    Microcredito all’impresa

    Microcredito Sociale

    Importo massimo

    € 25.000 (ove previsto, € 35.000)

    € 10.000

    Beneficiari

    Persone fisiche, associazioni, cooperative, soc. di persone, Srl, Srls

    Persone fisiche in condizioni di particolare vulnerabilità economica o sociale

    Vincoli all’accesso

    Sì: vedasi art. 1, co. 2 del D.M. 176/2014

    Sì: vedasi art. 5, co. 1 del D.M. 176/2014

    Scopo

    Avvio o sviluppo di iniziative imprenditoriali, di microimpresa o di lavoro autonomo; inserimento nel mercato del lavoro

    Inclusione sociale e finanziaria del beneficiario con l’acquisto di beni o servizi necessari per soddisfare bisogni primari

    Servizi ausiliari

    Sì: servizi di assistenza e monitoraggio del beneficiario

    Sì, servizi inerenti il bilancio familiare del beneficiario

    Durata prestito

    84 mesi (fino a 120 per corsi di formazione)

    Non superiore a 60 mesi

    Tasso di interesse

    Non vi sono vincoli, oltre a quelli di legge sui tassi usurai

    A condizioni più favorevoli di quelle prevalenti sul mercato

    Erogatori di microcredito ed operatori “non bancari”
    Fra le molteplici forme di finanziamento, gli istituti creditizi e quelli di intermediazione finanziaria possono chiaramente erogare anche Mc, nel rispetto delle norme prima illustrate.
    Per quanto concerne il Mc, l’art. 111, co. 1 del TUBC consente anche ad altri ‹soggetti iscritti in un apposito elenco› di poter ‹concedere finanziamenti› (TUBC: art. 111, co. 1). Tale norma in deroga costituisce la legislazione specifica per gli enti di microcredito che non siano istituti bancari né intermediari finanziari autorizzati: per semplicità, si utilizzerà da ora in avanti la dizione di operatori “non bancari” per indicarli.
    Gli operatori “non bancari” che erogano Mc seguono la disciplina in deroga di cui all’art. 111 del TUBC, ulteriormente dettagliata dal D.M. 176/2014. Tali operatori devono essere registrati all’interno di un apposito elenco (TUBC, art. 113) e possedere i seguenti requisiti (TUBC: art. 111, co. 2; MEF, 2014: art. 6):
    · forma societaria che rientri tra le società di capitali o cooperative;
    · ammontare del capitale versato non inferiore ad un certo limite, stabilito dal MEF;
    · possesso dei requisiti di professionalità e/o onorabilità da parte degli esponenti aziendali e dei soci di controllo o rilevanti (MEF, 2014: artt. 7-10);
    · oggetto sociale della società che sia limitato all’erogazione di Mc ed alle attività accessorie e strumentali. Di fatto, ciò esclude la possibilità di svolgere qualsivoglia altra attività, anche di microfinanza, come ad esempio le microassicurazioni;
    · la necessità di presentare un proprio programma di attività.
    Il TUBC afferma che un operatore non bancario di Mc può erogare microcredito sociale verso persone vulnerabili solo se congiuntamente eroga Mc all’impresa (TUBC: art. 111, co. 3, 3-bis), ed i prestiti erogati come Mc di solidarietà non possono ‹superare il 49% dell’ammontare di tutti i finanziamenti concessi› (MEF, 2014: art. 5, co. 7).

    Operatori di finanza mutualistica e solidale
    Il D.M. 176/2014 introduce una figura assente nel disposto dell’articolo 111 del TUBC ma che può rivestire un ruolo rilevante in prospettiva: gli operatori di finanza mutualistica e solidale (operatori FMS). Si definiscono tali i soggetti giuridici iscritti nell’elenco di cui all’art. 111, co. 1 del TUBC, costituiti in forma di cooperativa a mutualità prevalente ed il cui statuto preveda che (MEF, 2014: art. 16, co. 1):
    · i partecipanti al capitale, i dipendenti e i collaboratori siano tutti esclusivamente soci;
    · l’assemblea dei soci disponga della competenza esclusiva nel deliberare sulle scelte strategiche e gestionali;
    · i nominativi di coloro che partecipano al capitale, l’ammontare dei finanziamenti concessi e la natura dei beneficiari vengano resi pubblici;
    · la società non abbia scopo di lucro e non sia possibile distribuire dividendi in misura superiore rispetto al tasso di inflazione dell’anno di riferimento;
    · per ogni finanziamento sia condotta un’istruttoria socio-ambientale alla quale sia attribuito valore pari a quella economica, ai fini della valutazione sul concedere o meno il prestito.
    Oltre a poter erogare microcredito, questi operatori possono anche erogare, solo verso i propri soci, dei finanziamenti “particolari”, una sorta di Mc all’impresa in deroga, che si rifanno alla disciplina del “normale” Mc all’impresa ma appunto vi derogano per quattro elementi (MEF, 2014: art. 16, co. 2, lett. a)):
    · possono avere ammontare massimo fino a 75.000 euro;
    · l’arco temporale per rimborsare il finanziamento può arrivare fino a dieci anni;
    · possono essere erogati anche a soci che siano lavoratori autonomi, liberi professionisti o imprese in possesso di propria partita IVA da più di cinque anni;
    · il tasso effettivo globale (Teg) applicato a tali prestiti non può andar oltre all’ammontare dei costi di gestione della struttura e del costo di remunerazione del capitale in misura non superiore al tasso d’inflazione. Di fatto, non vi possono essere per l’operatore dei profitti, ma solo la completa copertura dei costi di gestione della struttura sostenuti ed una remunerazione tale che il valore del capitale prestato non si svaluti a causa dell’inflazione.
    Il fatto che questo tipo di Mc all’impresa possa essere erogato a realtà imprenditoriali, socie dell’operatore FMS, che possiedano la partita IVA da oltre cinque anni allarga sensibilmente la platea di potenziali beneficiari. Anche l’importo massimo del prestito sale da € 25.000 ad € 75.000 Tuttavia, i restanti vincoli previsti per erogare l’ordinario Mc all’impresa … in particolare, le imprese devono avere ricavi lordi annui non oltre i € 200.000, un attivo patrimoniale non superiore a € 300.000 e debiti non oltre € 100.000 - rimangono in vigore e ciò pone dei quesiti: ad esempio, ci si chiede quante siano le realtà imprenditoriali che rispettano tali parametri e possano aver effettivamente bisogno di finanziamenti fino a 75.000 euro. Di contro, vi è il rischio che la normativa tagli fuori moltissime realtà che avrebbero bisogno di prestiti di questo ammontare, ma eccedono i requisiti dimensionali fissati dal decreto ministeriale.

    Riforma degli intermediari finanziari
    Essendo gli operatori FMS delle cooperative a mutualità prevalente, essi devono svolgere la loro attività prevalentemente in favore dei soci (Cod. civ.: art. 2512, co. 1; n. 1); art. 2513, co. 1, lett. a). Ciò potrebbe costituire da un lato uno stimolo per tali cooperative a svolgere attività di proselitismo ed allargare il numero di soci (processo top-down); dall’altro (processo bottom-up), varie piccole attività con difficoltà di accesso al credito in una data area potrebbero creare una cooperativa che, in qualità di operatore FMS, conceda loro microcredito nelle varie forme ammesse.
    Riprendendo le riflessioni appena svolte, la riforma degli intermediari finanziari (Conso, Di Giorgio, 2015) tra i vari aspetti ha reso più rigidi ed elevati i paletti da superare per poter operare come intermediari finanziari autorizzati ed iscriversi al relativo albo di cui all’art. 106 del TUBC, escludendo di conseguenza tutti gli intermediari non più in grado di raggiungere tali standard. La disciplina del Mc e l’iscrizione al relativo elenco di cui all’art. 111 del TUBC rappresentano la principale alternativa possibile per questi soggetti. Tuttavia, tra Mc e libera intermediazione finanziaria vi è grande differenza, per cui vari ex intermediari finanziari si sono ritrovati in una “terra di mezzo”, fuori dai confini normativi e, quindi, dal mercato.
    Questa situazione ha coinvolto in primis le “Mutua Autogestione” (MAG), società cooperative che da anni operano nell'ambito della già citata finanza mutualistica e solidale. Le MAG, precedentemente iscritte nell’albo degli intermediari autorizzati, si sono trovate di fatto nell’impossibilità di soddisfare i nuovi requisiti richiesti per mantenere l’iscrizione al sopracitato albo. Il D.M. 176/2014 (art. 16) è andato in soccorso delle MAG, riconoscendo per la prima volta la finanza mutualistica e solidale portata avanti da queste cooperative non bancarie a mutualità prevalente e fornendo loro una nuova veste giuridica appunto come operatori di finanza mutualistica e solidale.
    Il contenuto del decreto ministeriale, se da un lato porta chiarezza normativa, dall’altro pone parecchi vincoli operativi e delimita rigidamente il raggio d’azione di tali cooperative, rischiando di pregiudicarne l’attività.

    5.1 Metodologia e scopi
    I vincoli previsti dal D.M. 176/2014 per poter accedere ad un finanziamento tramite Mc restringono notevolmente il bacino dei potenziali utenti di Mc, con un duplice effetto: da un lato si riduce l’insieme di coloro che possono beneficiarvi, dall’altro si limita il target cui gli enti che erogano Mc possono rivolgersi per offrire i propri servizi. Senza poter offrire un quadro esauriente sulle dinamiche future del Mc in Italia, la presente ricerca esplorativa offre alcuni spunti sulle ricadute che i predetti vincoli hanno sul bacino di coloro che possono accedervi. Per svolgere le elaborazioni a venire ci si è serviti del database Analisi Informatizzata delle Aziende Italiane (AIDA), il quale non consente di accedere ai dati di imprese individuali e società di persone, le componenti numericamente maggiori del tessuto imprenditoriale italiano e del bacino di potenziali beneficiari che possono accedere al Mc; tuttavia, AIDA permette analisi puntuali su un campione che all’incirca coincide con la popolazione italiana data dalle imprese cooperative e dalle società di capitali. Poiché possono accedere al microcredito sia le cooperative sia le società a responsabilità limitata semplificata (Srls), ci si concentrerà sulle imprese con tali forme giuridiche per svolgere le predette elaborazioni. Per ciascuna forma giuridica si mostrerà il numero di aziende attive contenute in AIDA; quindi, si calcolerà quante di esse possano accedere rispettivamente sia all’ordinario Mc all’impresa, sia al cosiddetto Mc all’impresa in deroga erogato a propri soci da un operatore FMS. Le elaborazioni sono state svolte inserendo dei filtri nel database AIDA, al fine di riprodurre i vincoli che la vigente disciplina nazionale prescrive, ossia, in sequenza (MEF, 2014: artt. 1, 16):
    · un numero di dipendenti non superiore a dieci unità;
    · un valore dell’attivo nello stato patrimoniale non eccedente 300.000 euro in ciascuno degli ultimi tre anni disponibili;
    · un valore dei ricavi lordi, dati dalle voci “ ricavi delle vendite e delle prestazioni” ed “altri ricavi e proventi” nel conto economico, non oltre € 200.000 in ciascuno degli ultimi tre anni disponibili;
    · un valore dei debiti presenti nello stato patrimoniale non superiore a 100.000 euro nell’ultimo anno disponibile;
    · una data di costituzione compresa fra 2011 e 20163.
    Per le elaborazioni sul Mc all’impresa in deroga non si è inserito il filtro relativo all’anno di costituzione dell’impresa. I dati delle elaborazioni sono stati estratti da AIDA in data mercoledì 16 marzo 2016.

    5.2 Risultati
    Riguardo le società a responsabilità limitata semplificata (Srls), in tutto risultano essere 28.008 le imprese con tale forma giuridica contenute in AIDA: di queste, 1.101 (il 3,93% sul totale) rispettano i requisiti per accedere all’ordinario Mc all’impresa e 1.111 quelli per accedere al Mc all’impresa in deroga concesso da parte di un operatore FMS (3,97%).

    Tabella 2 … Elaborazioni tratte da AIDA sul totale delle Srls attive in Italia e sul loro accesso al Mc all’impresa.

    SRLS Attive:

    Valore Assoluto

    Valore Relativo (%)

    …in totale

    28.008

    100%

    …che accedono al Mc all’impresa

    1.101

    3,93%

    ...che accedono al Mc all'impresa in deroga

    1.111

    3,97%

    I parametri posti dalle norme in vigore restringono sensibilmente il bacino di Srls attive che potenzialmente possono accedere al Mc: in relazione sia all’ordinario Mc all’impresa sia al Mc all’impresa in deroga, con i vincoli in vigore solo il 4% circa delle attuali Srls può accedervi. Tuttavia, tali parametri, considerati singolarmente, non hanno il medesimo effetto nel restringere la platea dei potenziali beneficiari: se i tre parametri su numero di dipendenti, livello di indebitamento e data di costituzione hanno ciascuno un effetto quasi nullo nel ridurre tali potenziali beneficiari, l’attivo patrimoniale ed i ricavi lordi fanno calare drasticamente tale numero.

    Tabella 3 … Effetto dei vincoli prescritti nel ridurre l’accesso al Mc da parte delle Srls.

    SRLS Attive:

    Valore Assoluto

    Valore Relativo (%)

    …in totale

    28.008

    100%

    …con non più di dieci dipendenti

    27.247

    97,28%

    …con attivo dello st. patr. non superiore a € 300.000 annui nell’ultimo triennio

    1.160

    4,14%

    ...con ricavi lordi non superiori a € 200.000 annui nell’ultimo triennio

    1.156

    4,13%

    …con debiti non superiori a € 100.000

    28.004

    99,99%

    …costituite tra inizio 2011 e marzo 2016

    27.985

    99,92%

    Passando alle società cooperative in generale, si osserva che su 70.915 imprese attive il 6,19% di esse (4.392 unità) rispetta i requisiti per accedere al Mc all’impresa, mentre il 57,01% (40.431) rispetta quelli per poter richiedere un Mc all’impresa in deroga ad un operatore FMS.

    Tabella 4 - Elaborazioni da AIDA sul totale delle soc. cooperative attive in Italia e sul loro accesso al Mc all’impresa.

    Società Cooperative Attive:

    Valore Assoluto

    Valore Relativo (%)

    …in totale

    70.915

    100%

    …che accedono al Mc all’impresa

    4.392

    6,19%

    ..che accedono al Mc all'impresa in deroga

    40.431

    57,01%

    Valutando ora uno ad uno i parametri da rispettare, se il livello d’indebitamento ha effetti quasi nulli, i tre su attivo patrimoniale, ricavi lordi e numero di dipendenti riducono ognuno in modo quasi analogo la popolazione di cooperative che potenzialmente può beneficiare di Mc, escludendo circa un quarto delle società cooperative in totale attive in Italia; ha infine notevoli ricadute restrittive il parametro sull’anno di costituzione, che lascia fuori i tre quarti delle società cooperative.

    Tabella 5 - Effetto dei vincoli prescritti nel ridurre l’accesso al Mc da parte delle soc. cooperative.

    Società Cooperative Attive:

    Valore Assoluto

    Valore Relativo (%)

    …in totale

    70.915

    100%

    …con non più di dieci dipendenti

    54.215

    76,45%

    …con attivo dello st. patr. non superiore a € 300.000 annui nell’ultimo triennio

    54.069

    76,24%

    ...con ricavi lordi non superiori a € 200.000 annui nell’ultimo triennio

    53.749

    75,79%

    …con debiti non superiori a € 100.000

    70.466

    99,37%

    …costituite tra inizio 2011 e marzo 2016

    17.701

    24,96%

    Inquadrando ora le sole cooperative sociali, nel complesso i valori percentuali sono simili a quelli sulle società cooperative in generale, con 198 realtà sulle 7.476 attive presenti in AIDA (il 2,65% sul totale) che possono accedere al Mc all’impresa e 4.039 (il 54,03%) che possono beneficiare di Mc all’impresa in deroga da un operatore FMS.

    Tabella 6 - Elaborazioni da AIDA sul totale delle cooperative sociali attive in Italia e sul loro accesso al Mc all’impresa.

    Cooperative Sociali Attive:

    Valore Assoluto

    Valore Relativo (%)

    …in totale

    7.476

    100%

    …che accedono al Mc all’impresa

    198

    2,65%

    ..che accedono al Mc all'impresa in deroga

    4.039

    54,03%

    Pure fra le cooperative sociali l’effetto dei diversi parametri è molto differente: il livello d’indebitamento non ha ricadute concrete sul numero di cooperative sociali che possono accedere al Mc, l’attivo patrimoniale ed i ricavi lordi hanno effetti molto limitati; invece, il numero di dipendenti fa calare sensibilmente le cooperative sociali che possono ricorrere al Mc e l’anno di costituzione riduce il bacino di beneficiari a meno di un decimo rispetto al numero di cooperative sociali attive in Italia.

    Tabella 7 - Effetto dei vincoli prescritti nel ridurre l’accesso al Mc da parte delle cooperative sociali.

    Cooperative Sociali Attive:

    Valore Assoluto

    Valore Relativo (%)

    …in totale

    7.476

    100%

    …con non più di dieci dipendenti

    4.722

    63,16%

    …con attivo dello st. patr. non superiore a € 300.000 annui nell’ultimo triennio

    6.664

    89,14%

    ...con ricavi lordi non superiori a € 200.000annui nell’ultimo triennio

    6.631

    88,70%

    …con debiti non superiori a € 100.000

    7.471

    99,93%

    …costituite tra inizio 2011 e marzo 2016

    564

    7,54%

    Le elaborazioni mostrate non danno indicazioni sulle imprese individuali e sulle società di persone, che costituiscono il target certamente più rilevante, almeno sotto il profilo numerico, per il Mc all’impresa. Tuttavia, quanto mostrato riguardo le Srls, le società cooperative e le sole cooperative sociali evidenzia che i vincoli contenuti nel D.M. 176/2014 hanno effetti rilevanti nel ridurre la popolazione dei soggetti che possono potenzialmente accedervi. In relazione all’ordinario Mc all’impresa, per nessuna delle tre forme giuridiche considerate la percentuale di coloro che possono accedervi arriva al 10%; riguardo il Mc all’impresa in deroga concesso da un operatore FMS, se per le Srls la corrispondente percentuale di potenziali beneficiari rimane molto bassa e quasi coincide con i beneficiari di ordinario Mc all’impresa, per le società cooperative e le sole cooperative sociali tale percentuale si alza e oltrepassa il 50%. Va comunque tenuto conto che quasi la metà di queste ultime ne è tagliata fuori e che accedere ad un Mc in deroga presenta ulteriori difficoltà, in quanto bisogna prima diventare soci di un operatore FMS, la cui presenza sul territorio nazionale è al momento limitata a poche realtà.

    Tabella 8 … Per ciascuna forma giuridica, percentuale di imprese che possono accedere al Mc all’impresa ed al Mc all’impresa in deroga.

    Imprese

    Imprese che accedono al:

    Forma Giuridica

    Mc all’Impresa (%)

    Mc all’Impresa in deroga (%)

    Srls

    3,93%

    3,97%

    Società cooperative

    6,19%

    57,01%

    Cooperative sociali

    2,65%

    54,03%

    Conclusioni
    Rispetto a quanto avvenuto nei paesi in via di sviluppo, dove il microcredito e più in generale la microfinanza costituiscono lo stadio organizzativo iniziale che assume l’intermediazione bancaria nell’andare oltre ad un quadro meramente informale, in Europa e fra i paesi a sviluppo maturo il Mc è sorto per colmare alcune lacune nell’offerta erogata dal sistema creditizio tradizionale, che tende ad escludere determinate categorie di utenti. Quindi, il Mc costituisce un complemento all’offerta creditizia esistente.
    In Italia il Mc appare essere uno strumento assai specifico, con target di destinatari che devono rispettare precisi parametri, un sistema di supporto pubblico a vari livelli e posto all’interno di una più ampia strategia di supporto al tessuto produttivo.
    In assenza di dati disponibili, non è stato possibile quantificare gli effetti di questi vincoli su attività di lavoro autonomo, imprese individuali e società di persone, numericamente la componente principale del bacino cui si rivolge il Mc. Tuttavia, servendosi del database AIDA, si è cercato di analizzare l’effetto che i vincoli posti dai recenti requisiti normativi hanno nel selezionare e nel restringere la platea dei potenziali beneficiari di Mc per quanto concerne le cooperative, le sole cooperative sociali e le società a responsabilità limitata semplificata. Riguardo alla sottopopolazione considerata di cui sopra, gli effetti restrittivi sono molto evidenti: le imprese italiane con tali forme giuridiche che possono accedere al Mc risultano meno del 7% sul totale in tutti e tre i casi. Allorché ulteriori studi confermassero una quota rilevante di soggetti esclusi, anche riguardo a lavoro autonomo, ditte e società di persone, ciò significherebbe che i vigenti paletti normativi riducono fortemente l’accesso al Mc.
    In una prospettiva più ampia, si rischia che al Mc, strumento potenzialmente molto utile in un tessuto economico come quello nazionale caratterizzato da una miriade di microimprese, possa accedere solo una parte, forse minoritaria, di coloro che appartengono ai target di interesse. Tuttavia, passando da una prospettiva più ampia ad una più specifica, se si guarda alle sole microimprese o ad attività di lavoro autonomo in fase di avviamento o di un primo consolidamento sul mercato, oppure alle politiche di sostegno dell’autoimprenditorialità, il Mc può rivestire un ruolo importante come canale privilegiato di finanziamento e contribuire efficacemente a far sorgere sul tessuto produttivo di un territorio nuove realtà; in tal senso, i servizi di assistenza e consulenza a vantaggio del beneficiario sono un valore aggiunto chiave. Se questa è la prospettiva entro cui valutare e giudicare il Mc, nel prossimo futuro sarà importante strutturare campagne di comunicazione ad hoc per veicolare correttamente questo messaggio.
    Non è facile avanzare delle conclusioni: se da un lato un target ristretto di potenziali beneficiari può consentire di tarare al meglio lo strumento del Mc per massimizzarne l’efficacia, dall’altro un bacino di utenti troppo ristretto rischia di escludere molte realtà che abbisognerebbero di finanziamenti in forma di Mc e di limitare in modo non trascurabile le ricadute sociali ed economiche del Mc, rendendolo un fenomeno marginale. Il prossimo futuro e le scelte che verranno prese dalla governance pubblica e dagli stakeholder interessati saranno fondamentali per capire le prospettive del Mc in Italia.

    1 A riguardo sussistono delle peculiarità normative che rendono la questione non così lineare. (Visconti, 2014).
    2 Ossia, considerando l’ultimo triennio, un attivo patrimoniale annuo superiore a € 300.000 e ricavi lordi annui superiori a € 200.000.
    3 Tale filtro mira a riprodurre il parametro dell’anzianità di possesso di partita IVA non superiore a 5 anni.

    Riferimenti bibliografici

    Analisi Informatizzata delle Aziende Italiane (AIDA), http://www.aida.bvdinfo.com
    BASSO R., CAPONE D. (2014), Microcredito: profili normativi, in Brunori L. (a cura), La complessa identità del microcredito. Una ricerca multidisciplinare, Bologna, Il Mulino, pp. 113-140.
    Commissione europea (2003), Raccomandazione della Commissione del 6 maggio 2003 relativa alla definizione delle microimprese, piccole e medie imprese, (2003/361/CE), Bruxelles (Belgio), Unione Europea. https://www.cliclavoro.gov.it/Normative/Raccomandazione_06_05_2003_n.2003-361_CE.pdf
    Ministero dell'economia e delle finanze (2014), Decreto 17 ottobre 2014, n. 176. Disciplina del microcredito, in attuazione dell'articolo 111, comma 5, del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385. (http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2014/12/1/14G00184/sg)
    Parlamento italiano (1942 b), Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267. Legge Fallimentare, Roma, GU n. 81 del 06-04-1942. (http://www.altalex.com/?idnot=2888)
    Parlamento italiano, (1993), Testo Unico Bancario. Decreto legislativo 01 settembre 1993, n. 385. Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia.(https://www.bancaditalia.it/vigilanza/normativa/norm_naz/TUB_aprile_2014.pdf)
    VISCONTI G. (2014), Il decreto del ministero dell’Economia n. 176 del 2014 che attua l’articolo 111 del testo unico bancario sul microcredito, articolo online del 29-12-2014, in LeggiOggi.it, http://www.leggioggi.it/2014/12/29/decreto-ministero-delleconomia-n-176-2014-attua-larticolo-111-testo-unico-bancario-microcredito/

    Redattore: Davide D'ANGELO 2017

  • MICROFINANZA

    Trad. it. dell’ingl. microfinance. Intermediazione finanziaria a favore di segmenti di mercato marginali, difficili da servire in modo efficace attraverso canali e modalità tradizionali di contatto con la clientela per le caratteristiche dimensionali, di struttura redditua- le, o per carenze di carattere informativo. Nelle economie sviluppate (advaced economies) si possono classificare come marginali i segmenti rappresentati a) da microimprese, specie se di carattere informale; b) da fasce di popolazione recentemente stabilite in tali economie (immigrati); c) dalle famiglie a basso reddito; d) dagli anziani a basso reddito. Nei Paesi in via di sviluppo, il fenomeno della finanza marginale assume dimensioni considerevoli in quanto larga parte della popolazione, specie nelle zone rurali o suburbane, è difficilmente servita dal sistema bancario tradizionale. Il termine microfinanza è relativamente nuovo, risale all’ultimo decennio, ma riflette un fenomeno non recente. La casistica riferita ai paesi in via di sviluppo è, infatti, amplissima. Modalità di risposta a fenomeni di marginalizzazione sono costituite, p.e., da forme di intermediazione a carattere cooperativo, da iniziative di carattere informale o promosse da organismi di cooperazione internazionale oltre che, specie in tempi recenti, dagli sforzi che anche le banche commerciali tendono a compiere in favore di questi segmenti. Un’esperienza molto nota è quella della Grameen Bank del Bangladesh; il fenomeno è però presente in forma massiccia nei paesi in via di sviluppo ed esperienze consolidate e di notevole successo si riscontrano anche in altri paesi. È usuale definire tali esperienze come forme di microcredito. Il termine microfinanza è però preferibile perché dà conto dell’intermediazione finanziaria nel suo complesso, non limitata all’attività di impiego ma estesa all’attività di raccolta ed ai servizi accessori. La mobilitazione del risparmio locale, infatti, è spesso elemento chiave per il successo delle esperienze di microfinanza. La microfinanza è da molti interpretata come manifestazione di orientamento etico dell’attività bancaria. Alcuni attribuiscono capacità di relazione con segmenti marginali solo a banche specializzate (ad esempio, le cosiddette banche etiche, o alternative). Pur richiedendo una certa specializzazione, questa attività può essere coltivata con successo anche dalle ordinarie banche commerciali.

  • MICROFINANZA (Enciclopedia)

    (Si veda anche voce del Dizionario: Microfinanza)
    Con il termine microfinanza (o finanza inclusiva) si intende l’offerta di prodotti e servizi finanziari forniti da alcuni istituti bancari a clienti che, per la loro condizione economico sociale, hanno difficoltà di accesso al settore finanziario tradizionale. Si tratta di piccole attività individuali o familiari, prive di garanzie e stabilità, considerate non solvibili e pertanto rifiutate dai comuni canali creditizi. In tal modo, la microfinanza permette alle fasce più povere della popolazione di accedere al credito, al risparmio, all’assicurazione e ad altri prodotti finanziari, creando i presupposti per un aumento del reddito ed un miglioramento delle condizioni di vita. Molti, infatti, non hanno la possibilità di accedere a servizi finanziari di base, grazie ai quali sarebbe in grado di avviare un’attività lavorativa ovvero migliorare quanto già fanno. Questo vale, in particolar modo, per milioni di persone nel mondo, specie nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo, che vivono in condizioni di povertà assoluta.
    Coloro che in misura maggiore usufruiscono dei servizi della microfinanza sono piccoli produttori, allevatori, artigiani e commercianti privi di mezzi o in difficoltà. L’ottenimento di un prestito, ad esempio, permette loro di generare un reddito da lavoro per poter assicurare cibo, cure mediche, assistenza scolastica ed una vita dignitosa ai propri figli, senza dover ricorrere all'emigrazione o allo sfruttamento.
    Una gestione oculata di risorse anche minime, può rivelarsi di vitale importanza per le persone che vivono in condizioni precarie, ma a causa del basso reddito, delle esigue somme di denaro richieste e del numero limitato di transazioni, è difficile che tali soggetti riescano ad ottenere prestiti da istituzioni finanziare tradizionali, anche in possesso di adeguate garanzie. In tali situazioni interviene la microfinanza quale strumento per la lotta alla povertà, garantendo credito, risparmio, assicurazione ed altri servizi finanziari di base. L’intervento di alcune istituzioni di microfinanza quali cooperative di credito ed organizzazioni non-profit, come ad esempio le banche dei poveri, permette di ottenere piccoli prestiti, ricevere rimesse da parenti che lavorano all’estero ed assicurare i propri risparmi. Istituti bancari di questo genere, operando in contesti economici particolarmente difficili come quelli dei paesi in via di sviluppo, offrono i loro servizi a quelle fasce di popolazione che, vivendo in regime di pura sussistenza sarebbero altrimenti costrette, per l'assenza di un sistema finanziario che offra loro un accesso equo al credito bancario, a rivolgersi al mercato nero del credito.
    1. Differenze tra microfinanza e microcredito
    La microfinanza rappresenta per milioni di donne e uomini delle aree rurali del mondo, una grande opportunità per il miglioramento delle condizioni di vita grazie all’accesso al credito, al risparmio, alla copertura assicurativa, a prestiti immobiliari, al trasferimento di rimesse e ad altri servizi finanziari. In particolare, il microcredito si riferisce esclusivamente a prestiti richiesti dai clienti, mentre, il termine microfinanza include una più ampia gamma di servizi finanziari che offrono un maggior numero di opportunità di successo. 
    Il lavoro svolto dalle diverse associazioni ha riscosso successo a livello internazionale, al punto che le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2005 Anno Internazionale del Microcredito; tale iniziativa nasce dalla necessità di sviluppare i settori finanziari e rafforzare l’elevato spirito imprenditoriale, spesso non valorizzato, presente in molte zone del mondo.
    La povertà di cui si parla si deve intendere ovviamente in termini di mancanza di strumenti atti a soddisfare i bisogni primari dell’individuo, quali alimentazione, vestizione, locomozione ed abitazione; a tal proposito il microcredito è oggi riconosciuto come strumento adatto a favorire la formazione di un reddito di base utile per soddisfare i bisogni delle famiglie nelle fasce di popolazione più svantaggiate. Tra i suoi obiettivi c’è anche quello di riuscire a dimezzare – con riferimento al periodo 1990-2015 – il numero delle persone con un reddito inferiore a 1 dollaro al giorno e delle persone che soffrono la fame.
    2. I beneficiari della microfinanza
    I soggetti esclusi dal sistema finanziario tradizionale, sia nelle economie avanzate, sia nei paesi in via di sviluppo, a causa dell’assenza di garanzie, degli alti costi di istruzione delle pratiche, della mancanza di informazioni relative alla loro storia creditizia, finiscono per rivolgersi alla finanza informale dove le operazioni non sono registrate, né regolamentate tassate e, nella peggiore delle ipotesi, per cadere nel giro dell’usura. La microfinanza interviene cercando di creare prodotti ad hoc, utilizzando un insieme di tecniche e di strumenti dei settori formale ed informale, al fine di ampliare l’offerta finanziaria a disposizione di coloro che ne rimangono esclusi. Inoltre, la microfinanza è uno strumento di sviluppo che sfugge alle logiche assistenzialistiche e che vede nei "poveri" un forte potenziale di sviluppo economico e sociale per le comunità a cui a appartengono.
    La documentazione attinente ai programmi di microfinanza rivela che i cosiddetti "poveri" costituiscono dei debitori molto affidabili, con un tasso di restituzione del debito superiore a quello dei beneficiari dei prestiti convenzionali; ad esempio, in paesi come Bangladesh, Benin e Dominica la percentuale di restituzione dei prestiti si attesta intorno al 97 per cento.
    Le banche dei poveri riescono a lavorare con questo tipo di clientela poiché, grazie alla totale assenza di iter burocratici, vengono ridotte al minimo le spese di gestione; sono gli stessi funzionari della banca che vanno personalmente nei villaggi a raccogliere il risparmio o ad erogare i prestiti dopo aver valutato attentamente ogni singola richiesta. I prestiti erogati vengono rimborsati con rate a scadenza settimanale, così da poter rilevare immediatamente situazioni di difficoltà ed intervenire per risolverle. Infine, per far fronte a momenti di difficoltà del beneficiario, i prestiti possono essere erogati a piccoli gruppi di persone che si impegnano moralmente ad aiutarsi l’uno con l’altro in caso di impedimenti alla restituzione.
    3. Lo sviluppo dei progetti di micro finanza
    La microfinanza opera con piccole cifre. Con un prestito di soli 50 o 100 dollari, un abitante di un villaggio in India può avviare una piccola impresa che comporterà un grande cambiamento delle sue condizioni di vita. Negli ultimi trent’anni si è assistito ad un’evoluzione della microfinanza; le sue origini vanno ricercate nei progetti di sviluppo che sperimentavano sovvenzioni di credito per il settore agricolo, nei primi anni ’50 del Novecento. La maggior parte di tali programmi di credito però, che miravano ad aumentare la produttività in aree marginali, si rivelarono un totale insuccesso; i prestiti sovvenzionati, infatti, non facevano altro che esaurire il capitale delle istituzioni che li erogavano e spesso non venivano restituiti, oppure non raggiungevano i contadini più poveri, finendo nelle mani di agricoltori benestanti che gestivano l’intero prestito. Negli anni ’70 si iniziò a sperimentare l’utilizzo di programmi più sostenibili, che avevano per oggetto la restituzione dei prestiti e prevedevano tassi di interessi adeguati a coprire i costi. L’economista e banchiere bengalese Muhammad Yunus, premio Nobel per la Pace nel 2006, conosciuto come "il banchiere dei poveri," è l’ideatore e realizzatore del microcredito. Nel 1974, la "Grameen Bank", di cui egli fu il fondatore, fu la prima banca al mondo ad effettuare prestiti ai più poveri tra i poveri, basandosi non sulla solvibilità, bensì sulla fiducia. Dall’inizio della sua attività, tale banca ha già erogato più di 5 miliardi di dollari ad oltre 5 milioni di richiedenti; per avere la certezza del rimborso, la banca destina i suoi finanziamenti a "gruppi di solidarietà", ossia piccoli gruppi informali, i cui membri si sostengono a vicenda ed hanno responsabilità solidale per il rimborso del prestito. Con il passare del tempo, la Grameen Bank si è evoluta al punto tale da riuscire a diversificare ed incrementare la sua offerta; oggi infatti, oltre ai classici finanziamenti di microcredito, la banca è in grado di offrire mutui per la casa o per la realizzazione di impianti di irrigazione e di pesca, nonché servizi di pura consulenza nella gestione di capitali a rischio. Sulla scia del successo della Grameen Bank, numerose altre istituzioni hanno iniziato ad offrire servizi finanziari ai poveri in più di 20 paesi considerati in via di sviluppo. Nelle Filippine ad esempio, il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) e la Banca Asiatica di Sviluppo hanno cofinanziato un progetto a livello nazionale; il piano prevede l’erogazione di prestiti a gruppi piuttosto che a singoli individui, senza la richiesta di garanzie collaterali e con un rimborso in rate settimanali. Una recente statistica ha evidenziato un dato singolare: il 98% dei clienti destinatari di finanziamenti è costituito da donne; tale politica è motivata dall'idea che i profitti realizzati dalle donne siano più frequentemente destinati al sostentamento delle famiglie. A testimonianza di tale peculiarità, numerosi sono i casi di donne povere delle aree rurali dell’Indonesia in gravi difficoltà economiche che sono riuscite a superarle grazie ad un progetto dell’IFAD chiamato P4K; tramite piccoli prestiti è stato possibile per queste donne avviare delle attività artigianali, o di altro tipo, piuttosto redditizie, con prodotti venduti a buon prezzo e soprattutto senza la necessità di altri tipi di indebitamento.
    La microfinanza è un mezzo concreto per contribuire alla lotta alla fame e alla povertà, soprattutto nelle aree rurali in cui l’impossibilità di accesso al credito è uno dei fattori principali che ostacolano lo sviluppo sia economico che sociale. In tal modo, si offre alle società più povere la possibilità di rendersi indipendenti sfruttando al meglio le risorse a disposizione, rispettando la dignità dell’uomo e valorizzando le potenzialità dei contesti locali migliorandone la gestione.
    Riferimenti Bibliografici
    Becchetti L., La Felicità Sostenibile. Economia della Responsabilità Sociale, Saggine, 2005.
    Becchetti L., Paganetto L., Finanza Etica. Commercio Equo e Solidale, Saggine, 2003.
    Morduch J., The Microfinance Promise, Journal of Economic Literature, Vol. 37, No. 4 (Dec., 1999), pp. 1569-1614.
    Rhyne, E. (1998), The Yin and Yang of Microfinance: Reaching the Poor and Sustainability, Microbanking Bullettin, Luglio.

    Redattore: Federica ALFANI
    © 2009 ASSONEBB

     

  • MICROPROCESSORE

    Circuito integrato contenente fino ad alcuni milioni di transistori (oggi fino a 42 milioni in Pentium 4 e Xeon) che coordina le attività di tutte le parti che compongono un computer (memoria e periferiche) e che esegue le istruzioni dei programmi, cioè le operazioni aritmetiche e logiche cui devono venire sottoposti i dati. Un microprocessore è composto da una CPU e da altri blocchi accessori differenti secondo il tipo di progettazione e di costruzione impiegato, il tutto alloggiato in contenitori standard. La velocità di un microprocessore (cioè la velocità con cui lavora), espressa in MegaHertz (milioni di cicli al secondo) è il numero di cicli elementari di istruzioneche il processore compie al secondo. Inventato da Gilet Hyatt nel 1968, il primo microprocessore commercializzato è stato realizzato per una calcolatrice da Federico Faggin per l’Intel nel 1974 col modello 4004 a 4 bit, 0,108 MHz e composto da 2.300 transistori. Successivamente le caratteristiche e le prestazioni sono state via aumentate. Le tappe descritte dai modelli principali Intel descrive bene i progressi compiuti dalla tecnologia dei microprocessori: 8088 del 1978 (16 bit, inizialmente 4,77 MHz, poi fino a 10 MHz, 29.000 transistori), 386 del 1985 (32 bit, fino a 33 MHz, 274.000 transistori), Intel 486 (32 bit, fino a 50 MHz, 1.200.000 transistori), la famiglia del Pentium, commercializzata nel 1993 col Pentium I con 1,3 milioni di transistori, oggi evoluta fino al Pentium 4 commercializzato a fine 2000 (32 bit, 1.700 MHz, 42 milioni di transistor), allo Xeon, commercializzato nel maggio 2001 (simile al Pentium 4).

  • MID

    Acr. di: Market for Interbank Deposits (in it.: mercato interbancario dei depositi). Mercato per la negoziazione di depositi interbancari attraverso il circuito telematico a cui possono partecipare le banche. Sul MID possono essere negoziati depositi overnight, sui quali si concentrano le negoziazioni, il tomorrow-next, lo spotnext, il call money, i depositi a tempo con valuta a pronti o differita (di due giorni) e i depositi vincolati a giorni (depositi fino a un massimo di 14 giorni di calendario). La direzione dei flussi tende normalmente a scorrere dagli operatori di minori dimensioni a quelli maggiori. Fino al 23.1.1998 il regolamento delle transazioni in base monetaria aveva luogo attraverso la procedura memorandum elettronico o mediante addebitamenti diretti sul conto di gestione. Dal 26 gennaio 1998 tali transazioni sono regolate in BI-REL. Nell’area euro si riscontra a tutt’oggi un’imperfetta integrazione tra i segmenti nazionali del mercato interbancario, che offre opportunità di arbitraggio tra i mercati nazionali della liquidità e che evidenzia il persistere di carenze dei meccanismi allocativi che si riflettono sulla formazione dei tassi a breve termine domestici rispetto al tasso medio Eonia. Queste inefficienze sono destinate a ridursi col proseguire del processo di convergenza delle caratteristiche di struttura dei mercati interbancarie col miglioramento delle piattaforme tecnologiche a supporto dell’attività di trading. Le principali differenze nel funzionamento dei mercati interbancari domestici riguardano le modalità di quotazione dei prezzi e le forme tecniche negoziate: mentre il mercato italiano adotta un sistema di quotazione telematico, con esecuzione immediata degli ordini, i mercati esteri operano tuttora essenzialmente come mercati telefonici over the counter utilizzando forme di negoziazione basate su repos (o pronti contro termine). Nel corso del 1999 il MID si è costituito in società per azioni e ha assunto la denominazione e-Mid spa (Electronic Market for Interbank Deposits), il cui capitale è detenuto da banche, associazioni di categoria nel settore creditizio e società che svolgono attività strumentali o di supporto.

  • MIDDLEWARE

    Software che consente di separare lo sviluppo di un’applicazione distribuita dalla complessità dell’hardware, del sistema operativo e delle regole di trasmissione. Il termine è spesso utilizzato anche per indicare un meccanismo per la comunicazione fra applicazioni distribuite.

  • MIDEX

    Indice di Borsa Italiana spa che è il sottostante del contratto futures FIDEX dell’Idem. Lanciata il 3.11.1997, ha base 31.12.1994=10.000 e riguarda un campione di mid caps, composto da 25 azioni nazionali quotate selezionate principalmente sulla base di criteri di liquidità e di capitalizzazione e classificatesi successivamente a quelle che rientrano nel MIB 30. L’indice viene calcolato giornalmente durante la negoziazione continua con frequenza di un minuto sulla base dei prezzi degli ultimi contratti conclusi su ciascuna azione componente. La composizione è rivista di regola due volte all’anno.

  • MIDEX-s

    Indice di borsa relativo a tutte le azioni componenti l’indiceMIDEX, calcolato durante la fase di negoziazione continua del mercatoTAH di Borsa Italiana spa, con frequenza di un minuto sulla base dei prezzi degli ultimi contratti conclusi su ciascun componente.

  • MIF

    Acr. di: Mercato Italiano dei Futures svolto nel logo come MIF Mercato Italiano dei Derivati sui tassi di interesse. Era incluso nell’elenco Consob dei mercati regolamentati come Mercato dei contratti uniformi a termine dei titoli di Stato che includeva il MIF vero e proprio e l’MTO. Era stato istituito con d.m. Tesoro 18.2.1992, poi modificato con d.m. del 24.2.1994. In seguito alla privatizzazione dei mercati (decreto Eurosim 1996/415) nel 1997 si era costituita la società MIF spa, acquistata il 12.5.1998 dalla Borsa Italiana spa nella quale si era fusa per incorporazione il 31.12.1999. Il MIF è stato chiuso con provvedimento della Borsa Italiana spa n. 2584 del 28 ottobre 2002 con effetto dal 31.12.2002 e cancellato dall’elenco dei mercati regolamentati con delibera della Consob n. 13975 dell’11.2.2004. Il MIF era uno dei due mercati dei derivati organizzati e gestiti daBorsa Italiana spa (l’altro è l’Idem per i derivati azionari). Era un mercato regolamentato per i contratti futures e contratti di opzioni aventi come sottostante titoli di Stato e tassi di interesse, disciplinato dal Regolamento del Mercato dei contratti uniformi a termine dei Titoli di Stato (l’ultimo è in vigore dal 15.7.2002) con le relative Istruzioni (in vigore dal 1°.7.2002). Sul MIF erano negoziati i contratti futures sul BTP a 30 anni e sul BTP a 10 anni e il contratto futures sul tasso Euribor a 1 mese.

  • MIFID I (Enciclopedia)

    MiFID è l’acronimo inglese di Markets in Financial Instruments Directive … in italiano "Direttiva sui Mercati degli Strumenti Finanziari" (Direttiva 2004/39/CE). Approvata dal Parlamento Europeo nell’aprile del 2004, la MiFID sostituisce ed abroga la precedente Investment Services Directive (Direttiva 93/22/CEE, cd. ISD), innovando radicalmente il quadro giuridico comunitario in tema di offerta di servizi di investimento. Insieme alla Direttiva in materia di abusi di mercato (cd. Market Abuse o MAD), alla Direttiva sui prospetti informativi e alla Direttiva sull’armonizzazione degli obblighi di informativa degli enti quotati, la MiFID costituisce parte integrante del Piano di Azione sui Servizi Finanziari adottato dalla Commissione Europea nel maggio del 1999 (Financial Services Action Plan … FSAP).
    In conformità con l’approccio proposto dal Comitato Lamfalussy, il sistema normativo della MiFID si articola su tre livelli:
    -il primo livello, rappresentato dalla citata Direttiva 2004/39/CE, che definisce i principi generali della regolamentazione;
    -il secondo livello, rappresentato dal Regolamento 1287/2006/CE (relativo alla disciplina dei mercati e in particolare alle questioni della trasparenza pre- e post-trade) e dalla Direttiva 2006/73/CE (che detta disposizioni in materia di condotta e organizzazione degli intermediari che prestano servizi e attività di investimento);
    -il terzo livello, corrispondente all’emanazione da parte del Committee of European Securities Regulators (CESR) di linee guida dirette ad assicurare un’omogenea ricezione ed applicazione a livello nazionale di tutti gli atti normativi adottati ai primi due livelli.

    Dalla ISD alla MiFID

    La differenza di approccio rispetto alla Direttiva ISD appare chiara fin dai primi Considerando della MiFID. Mentre la ISD mirava ad armonizzare soltanto "... i requisiti di autorizzazione iniziale e di esercizio per le imprese di investimento, comprese le norme di comportamento ...", oltre ad "...alcune condizioni riguardanti la gestione dei mercati regolamentati ...", la MiFID si propone di assicurare " ... il grado di armonizzazione necessario per poter offrire agli investitori un livello elevato di protezione e consentire alle imprese di investimento di prestare servizi in tutta la Comunità ... sulla base della vigilanza dello Stato membro di origine ..." (Direttiva 2004/39/CE, 1° e 2° Considerando). In altri termini, se la ISD appariva ispirata a principi di "armonizzazione minima", la MiFID e le relative misure di esecuzione segnano il passaggio ad un disciplina di armonizzazione molto ampia, individuata come lo strumento per dar vita ad un mercato finanziario effettivamente integrato ed unico. Anche quando l’intervento legislativo assume la forma della Direttiva, le norme appaiono assai dettagliate: ciò limita fortemente la possibilità per gli Stati membri di introdurre, in sede di recepimento, eventuali regole aggiuntive.

    Gli obiettivi della MiFID

    Pur nella complessità e varietà degli argomenti affrontati, emergono nella MiFID e relativi provvedimenti di attuazione alcuni obiettivi di fondo:
    -stimolare la concorrenza, abolendo gli obblighi di concentrazione delle negoziazioni nei mercati regolamentati e facilitando l’offerta cross border di servizi di investimento (libertà di prestazione di servizi nei paesi membri, altrimenti nota come "passaporto unico");
    -rafforzare l’integrità, l’efficienza e la trasparenza dei mercati, mediante la definizione di una normativa dettagliata di esecuzione degli scambi;
    -assicurare protezione agli investitori ed uniformare le regole di condotta nei rapporti tra gli intermediari e la clientela;
    -introdurre requisiti generali minimi uniformi di organizzazione e controllo degli intermediari.

    L’organizzazione dei mercati


    Già nel novembre del 2002, in sede di prima proposta della nuova disciplina, la Commissione europea segnalava che "... dall’epoca dell’adozione della ISD il mercato finanziario dell’UE è diventato più complesso e il confine tra mercati e intermediari si è fatto meno preciso ...". Ai sistemi tradizionali di negoziazione e raccolta ordini e ai mercati regolamentati si erano infatti affiancati sistemi alternativi di esecuzione delle transazioni: i cosiddetti alternative trading systems (ATS), noti nell’ordinamento italiano come Sistemi di Scambi Organizzati (SSO). Sulla linea di confine tra intermediari e mercati è intervenuta la MiFID, con scelte ambiziose e fortemente innovative. "E’ necessario - recita il 5° Considerando della Direttiva 2004/39/CE - stabilire un regime organico che disciplini l’esecuzione delle operazioni su strumenti finanziari, indipendentemente dai metodi di organizzazione utilizzati, in modo da garantire un’elevata qualità dell’esecuzione ... nonché l’integrità e l’efficienza globale del sistema finanziario ... E’ necessario prendere atto dell’emergere, a fianco dei mercati regolamentati, di una nuova generazione di sistemi di negoziazione organizzati, che dovrebbero essere sottoposti ad obblighi per preservare il funzionamento efficiente ed ordinato dei mercati finanziari".
    Per raggiungere gli obiettivi indicati, l’azione del legislatore comunitario si è sviluppata lungo diverse linee:
    -l’eliminazione della facoltà, in precedenza attribuita agli Stati membri, di imporre obblighi di concentrazione sui mercati regolamentati degli scambi di titoli quotati;
    -l’apertura alla internalizzazione degli ordini, cioè alla negoziazione in casa da parte dell’intermediario (cd.internalizzatore sistematico) in contropartita diretta con il cliente;
    -l’inclusione della gestione di sistemi multilaterali di negoziazione (multilateral trading facilities, o MTF) tra i servizi e le attività di investimento;
    -la previsione - a carico degli internalizzatori sistematici, dei gestori di sistemi multilaterali di negoziazione e dei mercati regolamentati - di regole di trasparenza pre e post-trade, al fine di evitare gli effetti negativi connessi alla frammentazione delle sedi di esecuzione.
    Il venir meno degli obblighi di concentrazione degli scambi comporta che gli ordini di acquisto e vendita di strumenti finanziari possano attualmente essere eseguiti utilizzando tre sedi diverse di negoziazione (trading venue) in concorrenza tra loro: i mercati regolamentati, i sistemi multilaterali di negoziazione e gli internalizzatori sistematici. Un elenco aggiornato delle trading venue autorizzate è consultabile sul sito Internet del CESR (http://mifiddatabase.cesr.eu/).

    Le relazioni con la clientela


    La relazione tra intermediario e cliente è disciplinata dalla MiFID mediante:
    -la definizione di un più complesso assetto delle regole di conoscenza del cliente e di valutazione delle sue disposizioni, facendo leva sulle nozioni di "adeguatezza" (suitability), "appropriatezza" (appropriateness) e "mera esecuzione degli ordini" (execution only);
    -l’introduzione di una diversa classificazione della clientela, articolata nei due livelli generali dei clienti al dettaglio e professionali e nella nuova categoria delle "controparti qualificate";
    -l’obbligo per gli intermediari di dotarsi di una procedura in grado di instradare gli ordini verso la sede di negoziazione che offre le condizioni migliori di esecuzione, "... tenuto conto del prezzo, dei costi, della rapidità e della probabilità di esecuzione e di regolamento ..." (cd. best execution, art. 21, comma 1 della Direttiva 2004/39/CE);
    -una stringente disciplina dei doveri di informazione da parte dell’intermediario nei confronti della clientela;
    -il divieto per le banche e le imprese di investimento di ricevere compensi, commissioni o prestazioni non monetarie (inducement) in connessione con la fornitura di un servizio di investimento, a meno che non ricorrano particolari condizioni;
    -l’estensione della nozione di strumenti finanziari e l’ampliamento del novero dei servizi di investimento, con inclusione tra questi ultimi della consulenza in materia di investimenti.

    Adeguatezza, appropriatezza e mera esecuzione degli ordini

    L’assistenza offerta dall’intermediario al cliente assume nell’impostazione della MiFID graduazioni diverse in relazione alla natura del servizio prestato (cfr. l’articolo 19 della Direttiva 2004/39/CE e relative disposizioni di applicazione). Nel caso dei servizi più complessi e a maggior valore aggiunto - cioè la gestione di portafoglio e la consulenza - sono richieste all’intermediario una conoscenza approfondita del cliente e una valutazione di "adeguatezza" delle operazioni consigliate o degli investimenti compiuti per suo conto. L’intermediario dovrà raccogliere informazioni utili a valutare il grado di esperienza del cliente in materia di investimenti, la sua situazione finanziaria e i suoi obiettivi. Di seguito, controllerà che il servizio proposto corrisponda effettivamente agli obiettivi dichiarati dal cliente e non ponga a suo carico rischi che non è in grado di comprendere o sopportare. Nel caso non ottenga le informazioni necessarie alla valutazione di adeguatezza, dovrà astenersi dal prestare i servizi di consulenza e gestione. Per i servizi finanziari diversi dalla consulenza e dalla gestione, l’intermediario è chiamato ad una valutazione di "appropriatezza". Deve cioè giudicare se il cliente disponga di conoscenze ed esperienza sufficienti a comprendere i rischi inerenti lo specifico prodotto o servizio proposto / richiesto, raccogliendo informazioni circa gli strumenti finanziari con cui ha maggiore dimestichezza, la frequenza delle operazioni realizzate nel passato, il livello di istruzione e la professione svolta. Nel caso in cui il cliente decida di non fornire informazioni sufficienti ad effettuare la valutazione di appropriatezza, l’intermediario lo avvertirà di non essere in grado di determinare se il servizio o prodotto richiesto è conforme alle sue caratteristiche; potrà comunque procedere a fornirlo, una volta effettuato tale avvertimento.Nel caso infine della "mera esecuzione di ordini", all’intermediario non corre l’obbligo di valutare che l’operazione sia appropriata alle caratteristiche del cliente: non è pertanto tenuto a raccogliere alcuna informazione. La modalità della mera esecuzione di ordini può essere applicata soltanto quando il servizio offerto abbia ad oggetto azioni quotate in un mercato regolamentato, strumenti di mercato monetario, obbligazioni ed altri titoli di debito, fondi armonizzati e altri strumenti finanziari non complessi.

    Clienti professionali, clienti al dettaglio e controparti qualificate

    I livelli di tutela offerti dalla MiFID appaiono articolati anche in relazione alla categoria di appartenenza del cliente. E’ definito come "professionale" ai sensi della Direttiva 2004/39/CE il cliente "... che possiede l’esperienza, le conoscenze e la competenza necessarie per prendere le proprie decisioni in materia di investimenti e valutare correttamente i rischi che assume ..." (Allegato II). Nella categoria rientrano di diritto gli enti creditizi, le imprese di investimento, le compagnie di assicurazione, gli OICR, le SGR, i fondi pensione, gli altri investitori istituzionali, i governi nazionali e regionali, gli enti incaricati della gestione del debito pubblico, gli enti dedicati alla cartolarizzazione degli attivi, le banche centrali e le istituzioni internazionali e sovranazionali (Banca Mondiale, FMI, BCE, BEI, etc.). Possono essere classificati come clienti professionali anche: a) le grandi imprese, al ricorrere di determinate condizioni 1; b) i clienti non rientranti nelle tipologie in precedenza citate, a condizione che rivolgano esplicita richiesta all’impresa di investimento (cd. "clienti professionali su richiesta") e che ricorrano i casi, le condizioni e le procedure descritte nell’Allegato II, Sezione II, della Direttiva 2004/39/CE 2. Le "controparti qualificate" si configurano nella MiFID come un sottoinsieme della categoria dei clienti professionali 3. L’attribuzione dello status di controparte qualificata risulta rilevante solo con riferimento alla prestazione di specifici servizi di investimento e dei relativi servizi accessori 4: la negoziazione per conto proprio, l’esecuzione di ordini per conto dei clienti, la ricezione e trasmissione di ordini. La categoria dei "clienti al dettaglio" comprende infine tutti i soggetti non compresi tra i clienti professionali e le controparti qualificate; include inoltre tutti coloro che richiedono di essere trattati come tali, in linea generale o per singole operazioni. La classificazione come controparte qualificata o come cliente professionale non pregiudica infatti la possibilità per il cliente di godere di un trattamento più tutelante, in via generale o per singola operazione; l’ottenimento del diverso status è soggetto al consenso dell’intermediario. E’ proprio il cliente al dettaglio a godere del massimo livello di tutela previsto dalla MiFID. La Direttiva 2004/39/CE specifica che, in tempo utile prima dell’erogazione del servizio, debbano essergli precisati tutti i termini della prestazione, unitamente ad una serie di informazioni circa l’impresa di investimento e i suoi servizi, la natura e i rischi dei prodotti finanziari, gli strumenti previsti a salvaguardia degli strumenti o fondi della clientela, i costi e tutti gli oneri connessi alla prestazione. Al cliente professionale dovranno invece essere fornite informazioni esclusivamente in relazione alla natura e ai rischi dei prodotti o servizi offerti, alla salvaguardia degli strumenti finanziari e dei fondi della clientela, all’esistenza e ai termini di eventuali diritti di garanzia o privilegi che l’impresa di investimento detiene o potrebbe detenere sui suoi strumenti finanziari o fondi. Prima di erogare servizi di consulenza e gestione patrimoniale, l’intermediario acquisirà dal cliente al dettaglio tutte le informazioni utili a consentirgli di effettuare una valutazione di adeguatezza; nel caso in cui la prestazione abbia ad oggetto servizi diversi dalla consulenza o dalla gestione, richiederà al cliente informazioni in merito solo alle sue conoscenze ed esperienze circa lo specifico prodotto o servizio proposto / richiesto (valutazione di appropriatezza). Quando la controparte è rappresentata da un cliente professionale, vige nella MiFID la presunzione che quest’ultimo disponga del livello di conoscenza ed esperienza necessario a comprendere i rischi inerenti i prodotti, le operazioni e i servizi in relazione ai quali è classificato come cliente professionale; con riferimento a tali servizi, la valutazione di appropriatezza potrà pertanto essere omessa. Qualora il servizio finanziario in oggetto consista nella prestazione di consulenza in materia di investimenti, l’impresa di investimento ha il diritto di presumere che il cliente professionale sia finanziariamente in grado di sopportare qualsiasi rischio ad essa connesso e compatibile con i propri obiettivi di investimento: la valutazione di adeguatezza risulterà pertanto semplificata rispetto a quella da effettuare nei confronti dei clienti al dettaglio. Alcune delle regole poste dal legislatore europeo a tutela dei clienti al dettaglio e professionali non trovano applicazione ai rapporti con le controparti qualificate. In particolare, quando prestino a tali controparti i servizi di negoziazione per conto proprio e per conto di terzi e/o di ricezione e trasmissione di ordini, le imprese di investimento non sono tenute ad osservare gli obblighi di cui agli articoli 19, 21 e 22 comma 1 della Direttiva 2004/39/CE - relativi alle norme generali di comportamento da rispettare in sede di prestazione dei servizi; all’obbligo di eseguire gli ordini alle condizioni più favorevoli; all’obbligo di applicare procedure che assicurino un’esecuzione rapida ed efficiente degli ordini.

    I requisiti organizzativi degli intermediari

    Come già si è accennato, tra gli obiettivi della MiFID rientra l’introduzione di standard uniformi di organizzazione e controllo degli intermediari. La questione è affrontata dalla Direttiva ricorrendo ad un approccio di tipo principle…based: il legislatore si limita cioè ad indicare obiettivi e requisiti minimi, lasciando gli intermediari liberi di strutturare in modo autonomo i propri modelli organizzativi e gestionali. L’assetto organizzativo e dei controlli deve peraltro risultare proporzionato alla natura, alla dimensione e alla complessità dell’attività svolta dall’intermediario, oltre che alla tipologia e alla gamma dei servizi prestati (cd. principio di proporzionalità). Le disposizioni in materia di organizzazione e controllo degli intermediari sono dettate dall’articolo 13 della Direttiva 2004/39/CE e dettagliati nel Capo II della Direttiva 2006/73/CE. In estrema sintesi, tali fonti definiscono gli obblighi degli intermediari in materia di requisiti generali di organizzazione; di continuità dell’attività; di organizzazione amministrativa e contabile, compresa l’istituzione della funzione di controllo di conformità alle norme; di gestione del rischio d’impresa; di audit interno. Vengono inoltre tracciate le linee guida per le definizione di procedure, anche di controllo interno, per una corretta e trasparente prestazione dei servizi; per il controllo di conformità; per la percezione e corresponsione di incentivi; per il trattamento dei reclami; per le operazioni personali. Si stabiliscono infine le condizioni per l’esternalizzazione di funzioni operative essenziali o importanti e la mitigazione dei rischi connessi.

    Il recepimento della MiFID nell’ordinamento italiano

    Il processo di recepimento della MiFID nell’ordinamento giuridico italiano ha preso il via con l’approvazione del Decreto Legislativo 17 settembre 2007, n°164, che ha apportato una serie di rilevanti modifiche al Testo Unico della Finanza: il Decreto è entrato in vigore il 1° novembre 2007. La trasposizione è proseguita in data 29 ottobre 2007 con l’introduzione da parte della Consob - a seguito di consultazione con il mercato - delle pertinenti modifiche ai Regolamenti Intermediari (n°16190) e Mercati (n°16191) e con la pubblicazione congiunta da parte di Consob e Banca d’Italia del "Regolamento in materia di organizzazione e procedure degli intermediari che prestano servizi di investimento o di gestione collettiva del risparmio" (cd. Regolamento congiunto). In ossequio agli obiettivi di ridurre al minimo i rischi di frammentazione e garantire un’effettiva parità di trattamento a tutte le imprese di investimento operanti nel mercato comunitario, le norme nazionali di recepimento evidenziano deviazioni minime rispetto al dettato del legislatore europeo.

    Il processo di valutazione e di revisione

    Il legislatore comunitario ha previsto un riesame periodico da parte della Commissione Europea dei contenuti della MiFID e delle relative disposizioni di applicazione. Al proposito si possono vedere l’articolo 65 (commi 2, 3 e 4) della Direttiva 2004/39/CE; gli articoli 44 (comma 5) e 51 (comma 5) della Direttiva 2006/73/CE; l’articolo 40 del Regolamento 1287/2006/CE. Già a partire dal 2008, il CESR ha avviato una verifica su alcuni aspetti dell’operatività della Direttiva, con la pubblicazione (congiuntamente al Committee of European Banking Supervisors - CEBS) del documento "CESR/CEBS’s technical advice to the European Commission on the review of commodities business" (CESR/08-752 e CEBS 2008 152 rev., 15 ottobre 2008). A questo rapporto hanno fatto seguito nel giugno del 2009 un documento di valutazione dell’impatto della Direttiva sul funzionamento dei mercati secondari ("CESR’s assessment on the impact of the Markets in Financial Instruments Directive - MiFID - on the functioning of equity secondary markets", CESR/09-355) e un secondo lavoro in tema di trasparenza dei mercati dei titoli corporate, dei prodotti di finanza strutturata e dei derivati del credito ("Transparency of corporate bond, structured finance product and credit derivatives markets", CESR/09-348). Sempre nel 2009, il Comitato ha iniziato il lavoro in vista della revisione di altri aspetti della Direttiva. Nel luglio 2010 ha visto la luce un primo set di documenti tecnici, relativi al mercato azionario ("CESR Technical Advice to the European Commission in the Context of the MiFID Review - Equity Markets", CESR/10-802), alla trasparenza dei mercati non azionari ("CESR Technical Advice to the European Commission in the Context of the MiFID Review: Non-equity Markets Transparency", CESR/10-799), agli obblighi di transaction reporting ("CESR Technical Advice to the European Commission in the Context of the MiFID Review … Transaction Reporting", CESR/10-808) e alla tutela degli investitori ("CESR Technical Advice to the European Commission in the Context of the MiFID Review - Investor Protection and Intermediaries", CESR/10-859) oltre alle risposte ad alcuni quesiti indirizzati dalla Commissione Europea al Comitato in merito al processo di revisione della Direttiva ("CESR’s Responses to Questions 15-18 and 20-25 of the European Commission Request for Additional Information in Relation to the Review of MiFID" - CESR/10-860). Un secondo gruppo di documenti tecnici è stato diffuso il 13 ottobre 2010. Vi si affrontano le tematiche connesse alla standardizzazione e organizzazione del trading di derivati over the counter ("CESR Tecnhical Advice to the European Commission in the Context of the MiFID Review … Standardisation and Organised Platform Trading of OTC Derivatives" - CESR/10-1096), agli standard di trasparenza post-trade per il mercato azionario ("CESR Tecnhical Advice to the European Commission in the Context of the MiFID Review … Equity Markets: Post Trade Transparency Standards" - CESR/10-882) e alla classificazione dei clienti ("CESR Tecnhical Advice to the European Commission in the Context of the MiFID Review - Client Categorisation" - CESR/10-1040). Chiude un secondo set di risposte ai quesiti posti dalla Commissione ("CESR’s Responses to Questions 1-14 and 19 of the European Commission Request for Additional Information in Relation to the Review of MiFID" - CESR/10-1254). Nel 2011 la Commissione Europea dovrebbe presentare una proposta di revisione delle norme MiFID di primo livello, destinata ad essere approvata entro la fine dell’anno. La revisione della normativa di secondo livello è attesa invece per il 2012.
    ____________
    1 Sono considerati clienti professionali le imprese di grandi dimensioni che ottemperano a livello di singola società ad almeno due dei seguenti criteri dimensionali: 1) totale di bilancio, 20 milioni di euro; 2) fatturato netto, 40 milioni di euro; 3) fondi propri, 2 milioni di euro.
    2 Il riconoscimento su richiesta dello status di cliente professionale presuppone che l’intermediario effettui " ... una valutazione adeguata della competenza, dell’esperienza e delle conoscenze del cliente ..." che ragionevolmente gli permetta di ritenere "... tenuto conto della natura delle operazioni e dei servizi previsti, che il cliente è in grado di adottare le proprie decisioni in materia di investimenti e di comprendere i rischi che assume" (Direttiva 2004/39/CE, Allegato II, Sezione II, punto II.1). Nel corso della valutazione, dovrebbero risultare soddisfatti almeno due dei criteri che seguono: 1) che il cliente abbia effettuato operazioni di dimensioni significative sul mercato in questione con una frequenza media di dieci operazioni al trimestre nei precedenti quattro trimestri; 2) che il valore del portafoglio finanziario del cliente superi la soglia dei 500 mila euro; 3) che il cliente lavori o abbia lavorato nel settore finanziario per almeno un anno, in una posizione che presupponga la conoscenza delle operazioni o dei servizi previsti. La richiesta deve essere resa dal cliente in forma scritta e può essere avanzata sia a titolo generale, che rispetto ad un particolare servizio, operazione o prodotto di investimento.
    3La definizione di controparte qualificata è recepita nell’ordinamento italiano dall’articolo 58, commi 1 e 2, del Regolamento Intermediari. Tale Regolamento individua come controparti qualificate: 1) le imprese di investimento, le banche, le imprese di assicurazione, gli OICR, le SGR, le società di gestione armonizzate, i fondi pensione, gli intermediari finanziari iscritti negli elenchi di cui agli articoli 106, 107 e 113 del TUB, le società di cui all’articolo 18 del TUB, gli istituti di moneta elettronica, le fondazioni bancarie, i Governi nazionali e i loro corrispondenti uffici, compresi gli organismi pubblici incaricati di gestire il debito pubblico, le banche centrali e le organizzazioni sovranazionali di carattere pubblico; 2) le imprese la cui attività principale consiste nel negoziare per conto proprio merci e strumenti finanziari derivati su merci; 3) le imprese la cui attività esclusiva consiste nel negoziare per conto proprio nei mercati degli strumenti finanziari derivati e - per meri fini di copertura - nei mercati a pronti, purché siano garantite da membri che aderiscono all’organismo di compensazione di tali mercati; 4) i soggetti come in precedenza elencati, residenti in Paesi non aderenti all’Unione Europea. Possono essere trattati come controparti qualificate i clienti professionali cd. di diritto di cui all’Allegato 3 del Regolamento Intermediari, Sezione I, punti (1) e (2), non inclusi nel precedente elenco: tra questi si segnalano gli agenti di cambio e le imprese di grandi dimensioni.
    4In conformità all’Allegato I alla Direttiva 2004/39/CE, rientrano tra i "servizi e attività di investimento" la ricezione e trasmissione di ordini; l’esecuzione di ordini per conto dei clienti; la negoziazione in conto proprio; la gestione di portafogli; la consulenza in materia di investimenti; l’assunzione a fermo di strumenti finanziari e/o il loro collocamento sulla base di un impegno irrevocabile; il collocamento di strumenti finanziari senza impegno irrevocabile; la gestione di sistemi multilaterali di negoziazione (Sezione A). Rientrano invece tra i "servizi accessori" (Sezione B): l’affitto di cassette di sicurezza e l’amministrazione di strumenti finanziari per conto dei clienti; la concessione di finanziamenti agli investitori per effettuare un’operazione relativa a uno o più strumenti finanziari; la consulenza in materia di capitale, strategia industriale e questioni connesse, nonché la consulenza e i servizi concernenti le concentrazioni e l’acquisto di imprese; il servizio di cambio, quando collegato a servizi di investimento; la ricerca in materia di investimenti e l’analisi finanziaria; i servizi connessi con l’assunzione a fermo.
    Link:
    CESR: http://www.cesr-eu.org/
    CEBS: http://www.c-ebs.org/
    CONSOB: http://www.consob.it/


    © 2010 ASSONEB

  • MIFID II

    La direttiva MiFID o Markets in financial instruments directive (2004/39/EC) ha disciplinato dal 31 gennaio 2007 al 2 gennaio 2018 i mercati finanziari dell'Unione europea.

    Dal 3 gennaio 2018 è entrata in vigore in tutta l'Unione la nuova direttiva MiFID II (2014/65/EU) che, insieme alla MiFIR o Markets in financial instruments regulation (regolamento EU n. 600/2014) ha preso il posto delle precedente regolamentazione europea.

    Spetta ai singoli Stati componenti l'Unione il recepimento delle nuove regole UE, con l'adattamento della disciplina nazionale.

    Si riportano di seguito i riferimenti principali alle modifiche introdotte nella normativa e nella regolamentazione italiana per effetto del recepimento della MiFID II: il Decreto legislativo n. 58/1998 (TUF), come modificato con D.Lgs. n. 129 del 3 agosto 2017 e i regolamenti attuativi Consob, in vigore dal 3 gennaio 2018.

    FONTE http://www.consob.it/web/area-pubblica/mifid-2

  • MINI-BOND

    I Mini-Bond sono uno strumento di auto-finanziamento per le aziende non quotate in borsa. Grazie ai Mini-Bond le aziende possono reperire fondi dagli investitori fornendo in cambio titoli di credito. Questa forma di auto-finanziamento permette alle aziende, in particolare alle piccole e medie imprese (PMI), di diversificare la fonte dei loro finanziamenti e diminuire la dipendenza dal sistema bancario (vedi anche Credit Crunch). La disciplina dei Mini-Bond si applica alle PMI come definite dalla Raccomandazione europea 2003/361/CE ovvero imprese con meno di 250 dipendenti ed un fatturato annuo inferiore a 50 milioni di euro, oppure con un totale di bilancio inferiore a 43 milioni di euro. L’utilizzo di questo strumento è stato reso possibile dalla nuova disciplina introdotta dal “Decreto Sviluppo” (decr. legge n. 83/2012) successivamente modificata dal “Decreto Destinazione Italia” (decr. legge n. 145/2013). Tale quadro di regolamentazione ha rimosso vincoli della normativa fiscale previgente che limitava la ricerca dei finanziamenti solo verso società quotate in borsa.

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • MINI-BOND, CAMBIALI FINANZIARIE E OBBLIGAZIONI PARTECIPATIVE: NUOVI STRUMENTI DI FINANZIAMENTO PER LE PMI (ENCICLOPEDIA)

    Abstract

    A fine 2012, il legislatore italiano è intervenuto per favorire l’emissione di strumenti di debito (Mini-Bond, cambiali finanziarie, obbligazioni partecipative) da parte delle Piccole e Medie Imprese (PMI), eliminando vincoli fiscali che ostacolavano l’emissione di capitale di debito da parte di imprese non quotate in borsa. Grazie al “Decreto Sviluppo” (decr. legge n. 83/2012) prima, e all’approvazione nel Consiglio dei Ministri del 13 dicembre 2013 del pacchetto “Destinazione Italia” (decr. legge n. 145/2013) poi, le società non quotate in borsa, nell’emissione dei titoli di credito, hanno la possibilità di avvalersi dei vantaggi legali e fiscali che erano riservati esclusivamente alle società quotate. In una fase di dipendenza finanziaria delle imprese dal settore bancario e parallelamente di credit crunch dovuta alla crisi del 2007, l’obiettivo del legislatore è stato quello di diversificare le fonti di finanziamento per le PMI e di garantirne altri canali di accesso. I due decreti in questione hanno eliminato la disparità di trattamento nella emissione di obbligazioni, presente nel mercato italiano, tra società quotate e società non quotate. A queste ultime, infatti, ad esclusione delle micro imprese, grazie alla nuova normativa è consentito emettere strumenti di debito sia a breve termine (cambiali finanziarie) e sia a medio-lungo termine (Mini-Bond e obbligazioni partecipative).

    Prestiti Bancari e Credit Crunch. Accesso al Credito Prima e Durante la Crisi

    In un Paese come l’Italia, dove l’accesso al credito è principalmente di tipo bancario, gli istituti di credito rappresentano l’interlocutore privilegiato per le imprese che richiedono capitali per finanziare i propri progetti. Tale funzione ha permesso alle banche di assumere un ruolo predominante nel sistema delle relazioni economiche del tessuto produttivo. I dati della Centrale dei Rischi (CR) mostrano un’elevata concentrazione dei rapporti bancari delle imprese italiane, infatti nel 2010 circa il 78% delle microimprese e il 32% delle piccole e medie imprese aveva rapporti con almeno tre banche. Attualmente però, la recente riduzione dei prestiti bancari ha riguardato le imprese di tutte le dimensioni, pesando in modo particolare proprio sulle PMI. Questa tendenza rispecchia, da una parte, la diminuzione della capacità produttiva delle imprese e, dall’altra, i parametri più restrittivi di erogazione del credito delle banche. Pertanto l’attuale contesto economico, fortemente alterato impone alle banche di riconsiderare il proprio ruolo. E’ noto, infatti, come dallo scoppio delle crisi finanziarie del 2007, la domanda di credito delle imprese si è scontrata con l’indisponibilità degli istituti bancari a concedere finanziamenti. Secondo il centro studi di Confindustria, in Italia la caduta dei prestiti bancari alle imprese è stata del 10,5% dal picco del settembre 2011, pari a -98 miliardi. Nel 2014 il credit crunch proseguirà con -8 miliardi, mentre nel 2015 si registrerà un aumento del 2,8% pari a +22 miliardi. Il calo dei prestiti alle imprese verificatosi in Italia rispecchia il trend europeo di riduzione della domanda e dell’offerta bancaria come mostrato nella Tab.1 dai dati della Banca Centrale Europea (BCE):

    In definitiva, in una situazione di forte razionamento del credito, la creazione di nuovi strumenti come Mini-Bond, cambiali finanziarie e obbligazioni partecipative è strettamente connessa alla necessità di reperire nuove forme di finanziamento alternative al tradizionale credito bancario. Questi strumenti, però, sono comunque complementari al sistema bancario. Infatti, ad esempio per la costruzione dei Mini-Bond sono necessari operatori finanziari, definiti sponsor, tra cui banche, intermediari finanziari iscritti nell’elenco previsto dall’articolo 107 del T.U. bancario e banche autorizzate all’esercizio dei servizi di investimento anche aventi sede legale in uno Stato extracomunitario, purché autorizzate alla prestazione di servizi nel territorio della Repubblica.

    Prestiti Obbligazionari. Quadro Generale Precedente la Nuova Normativa

    Nonostante la normativa previgente, attraverso la riforma del diritto societario con decreto legislativo n. 6 del 17 gennaio 2003, prevedesse già diversi strumenti cartolari di debito da emettere sul mercato per le imprese, le limitazioni patrimoniali all’indebitamento e gli adempimenti amministrativi richiesti ne hanno consentito di fatto la fruizione esclusivamente per le società quotate in borsa. Il “Decreto Sviluppo” e il “Decreto Destinazione Italia”, quindi, non introducono nel nostro ordinamento “nuove” forme di finanziamento ma, in realtà, ridisegnano il regime giuridico ed il trattamento fiscale di alcune tra quelle già esistenti. Ciò è avvenuto mediante la modifica delle previgenti norme di deducibilità degli interessi passivi delle obbligazioni, delle cambiali e titoli similari nonché del regime impositivo dei medesimi interessi in capo ai sottoscrittori. Tali interventi riformatori che hanno modificato la normativa precedente hanno riguardato:

    - L’articolo 32 del Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83 (“Decreto Sviluppo”), come successivamente modificato in sede di conversione (Legge 7 agosto 2012, n. 134);

    - L’articolo 36, comma 3, del Decreto Legge 18 ottobre 2012, n. 179 (“Decreto Sviluppo Bis” e assieme al Decreto Sviluppo i “Decreti Sviluppo”), come successivamente modificato in sede di conversione (Legge 17 dicembre 2012, n. 221), che ha apportato alcune modifiche all’articolo 32 del Decreto Sviluppo;

    - L’articolo 12 del Decreto Legge 23 dicembre 2013, n. 145 (“Decreto Destinazione Italia”), che ha modificato, inter alia, la Legge 30 aprile 1999, n. 130, l’articolo 46 del Testo Unico Bancario (T.U.B.) e l’articolo 32 del Decreto Sviluppo Bis.

    Prima dei Decreti in questione, l’emissione di un prestito obbligazionario da parte di una società non quotata si scontrava con l’art. 2412 del codice civile, il quale accordava alle società per azioni l’emissione di obbligazioni secondo alcuni requisiti:

    - L’importo totale dei prestiti non doveva essere complessivamente superiore al doppio del capitale sociale, della riserva legale e delle riserve disponibili risultanti dall’ultimo bilancio approvato;

    - Senza il suddetto limite, alla condizione che l’importo eccedente fosse destinato a investitori istituzionali e che, in caso di trasferimento successivo delle obbligazioni, l’ultimo soggetto cedente garantisse i successivi acquirenti (non investitori-professionali) della solvibilità della società emittente.

    Al contrario, secondo le norme dei “Decreti Sviluppo” e “Destinazione Italia”, l’emissione di un prestito obbligazionario può superare i limiti di cui sopra se:

    - Le emissioni obbligazionarie sono destinate a essere quotate in mercati regolamentati o in sistemi multilaterali di negoziazione, oppure danno diritto di acquisire o di sottoscrivere azioni.

    Di conseguenza, scompare il riferimento al fatto che una società interessata ad emettere un’obbligazione sia quotata o meno, lasciando spazio alla condizione che il prestito obbligazionario venga quotato in un mercato regolamentato o in un sistema multilaterale di negoziazione. Quindi se nel sistema normativo previgente le imprese non quotate in borsa incontravano molte difficoltà procedurali nell’accesso al mercato obbligazionario, rendendo l’emissione di obbligazioni una prerogativa delle imprese quotate in borsa, con le nuove disposizioni tali differenze vengono meno.

    Novità Introdotte da Decr. Legge n. 83/2012 (Decreto Sviluppo) e Decr. Legge n. 145/2013 (Destinazione Italia)

    In via generale, i cambiamenti più rilevanti introdotti dal nuovo quadro normativo di riferimento riguardano:

    - La modifica e nel superamento dell’articolo 2412 (Limiti all’emissione) del codice civile che fissa il limiti quantitativi all’emissione di obbligazioni;

    - L’eliminazione del diverso trattamento fiscale dei titoli emessi da società non quotate rispetto ai titoli emessi da società quotate e nell’eliminazione del trattamento penalizzante in termini di deducibilità degli interessi passivi;

    - La modifica della durata delle cambiali finanziarie, che dovranno avere una durata non inferiore a un mese e non superiore a 36 mesi;

    - La possibilità di de-materializzare tali titoli, favorendone la circolazione sul mercato;

    - L’estensione alle cambiali finanziarie del più favorevole regime fiscale applicabile alle obbligazioni.

    Inoltre, i recenti Decreti prevedono nuove fonti di finanziamento a disposizione delle PMI e nello specifico, tre diversi strumenti:

    1) Le cambiali finanziarie (titoli di debito a breve termine);

    2) Le obbligazioni di medio-lungo termine (cosiddetti Mini-Bond);

    3) Le obbligazioni partecipative (strumenti finanziari a medio termine).

    I soggetti che possono emettere questi nuovi strumenti sono:

    - Società non quotate (società di capitali, società cooperative e mutue assicuratrici diverse dalle banche e dalle micro-imprese);

    - Piccole e Medie Imprese. Secondo la classificazione europea sono: Medie imprese, quelle che hanno un organico inferiore ai 250 dipendenti e fatturato non superiore ai 50 milioni di Euro o totale di Bilancio non superiore ai 43 milioni di Euro. Piccole imprese, quelle che hanno un organico inferiore a 50 unità e totale di Bilancio o fatturato non superiori ai 10 milioni di Euro;

    - Restano escluse dall'applicazione delle nuove norme le Micro imprese cioè le imprese che hanno un organico inferiore a 10 unità e totale di Bilancio o fatturato non superiori ai 2 milioni di Euro.

    Mini-Bond

    I Mini-Bond sono titoli di credito, nello specifico obbligazioni, che possono essere emessi da una società non quotata in borsa con durata non inferiore a 36 mesi. Grazie ai Mini-Bond le aziende possono reperire fondi dagli investitori fornendo in cambio titoli di credito. Questa forma di auto-finanziamento permette alle aziende, in particolare alle piccole e medie imprese (PMI), di diversificare la fonte dei loro finanziamenti e diminuire la dipendenza dal sistema bancario. La disciplina dei Mini-Bond si applica società di capitali, società cooperative e mutue assicuratrici diverse dalle banche e dalle micro-imprese, come definite dalla Raccomandazione 2003/361/CE.

    I Mini-Bond al momento dell’emissione devono essere ammessi alle negoziazioni presso un mercato regolamentato (in Italia il mercato di riferimento è l’ExtraMOT PRO). I Requisiti per l’ammissione alle negoziazioni su ExtraMOT PRO prevedono che:

    - L’emittente deve aver pubblicato i bilanci di almeno due esercizi annuali;

    - Almeno l’ultimo bilancio deve essere stato sottoposto a revisione contabile;

    - L’emittente deve redigere e rendere disponibile sul proprio sito web un documento di ammissione redatto secondo le linee guida stabilite da Borsa Italiana.

    Le fasi principali verso l’emissione di Mini-Bond:

    - Emissione dei Mini-Bond da parte della società emittente subordinatamente all’assolvimento degli adempimenti normativi e regolamentari;

    - Ammissione dei Mini-Bond alla negoziazione sul Segmento ExtraMOT PRO;

    - Immissione dei Mini-Bond nel sistema di gestione accentrata presso Monte Titoli.

    La regolamentazione sui Mini-Bond prevede che l'emittente sua assistito da uno sponsor, cioè un soggetto finanziario che supporti la società nella fase di emissione e di collocamento dell'obbligazione e che mantenga in portafoglio fino a scadenza una quota dei titoli, facilitando la liquidità degli scambi dell’asset.
    Infine, la sottoscrizione di queste obbligazioni è riservata a investitori istituzionali professionali ed altri soggetti qualificati, non è prevista la diffusione ai piccoli risparmiatori. Le stime della Crif Rating Agency indicano in oltre 10 mila aziende il mercato potenzialmente interessato a questi strumenti.

    Cambiali Finanziarie

    Le cambiali finanziarie sono titoli di credito la cui funzione è quella di garantire la possibilità, alle imprese non abilitate ad emettere obbligazioni, di reperire capitale alternativo rispetto a quello derivante dal credito bancario. Le cambiali finanziarie hanno scadenza non inferiore ad un mese e non superiore a trentasei mesi dalla data di emissione. Possono essere emesse da tutte le società di capitali nonché da società cooperative e mutue assicuratrici (diverse dalle banche e dalle microimprese). Tuttavia, le società e gli enti non aventi titoli rappresentativi del capitale negoziati in mercati regolamentati o non regolamentati, possono emettere cambiali finanziarie se soddisfano una serie di requisiti fondamentali:

    -L’emissione deve essere assistita, in qualità di sponsor, da una banca, da un’impresa di investimento, da una società di gestione del risparmio (SGR), da una società di gestione armonizzata, da una società di investimento a capitale variabile (SICAV), purché con succursale costituita nel territorio dello Stato. Le società emittenti, che non siano classificabili tra le piccole e medie imprese possono rinunciare alla nomina dello sponsor.

    -L’ultimo bilancio della società emittente non quotata deve essere certificato da un revisore contabile o da una società di revisione iscritta nel registro dei revisori contabili.

    Infine, è previsto che le cambiali finanziarie emesse da società non quotate devono essere emesse esclusivamente in favore di investitori professionali che non siano, direttamente o indirettamente, soci della società emittente.
    Le cambiali finanziarie possono essere emesse in forma de-materializzata (vedi voce Cartolarizzazione).

    Obbligazioni Partecipative e Subordinate

    Le novità introdotte dai Decreti prevedono la possibilità per le società non quotate di emettere titoli obbligazionari che prevedano clausole di partecipazione agli utili di impresa e di subordinazione, purché la durata, come per le obbligazioni ordinarie, non sia inferiore a trentasei mesi. Le obbligazioni partecipative subordinate sono strumenti “ibridi” caratterizzati dall’assenza di diritti partecipativi di natura amministrativa. La clausola di partecipazione regola la parte del corrispettivo spettante al portatore del titolo obbligazionario, commisurandola al risultato economico dell’impresa emittente. Il tasso d’interesse riconosciuto al portatore del titolo non può essere inferiore al Tasso Ufficiale di Riferimento.

    La società emittente titoli partecipativi si obbliga a versare annualmente al soggetto finanziatore, entro trenta giorni dall’approvazione del bilancio, una somma commisurata al risultato economico dell’esercizio in percentuale pari a quella indicata nel regolamento dello strumento.

    La obbligazioni partecipative sono state introdotte allo scopo di finanziare le start up, i turnaround tecnologici o per il rilancio aziendale.

    Bibliografia

    AGENZIA DELLE ENTRATE (2013) “Regime fiscale di cambiali finanziarie e obbligazioni PMI e Project Bond”, Circolare No 4 (http://www.altalex.com/index.php?idnot=61947)

    ALBARETO G. … FINALDI RUSSO P. (2012) “Fragilità finanziaria e prospettive di crescita: il razionamento del credito alle imprese durante la crisi”, Banca d’Italia Papers, No 127, Luglio (http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/QF_127/QEF_127.pdf)

    BELLINA R. … CHIAPPA P. … D’AFFRONTO D. … GABBRIELLI M. (2014) “Dal Decreto Sviluppo al Decreto Destinazione Italia con i Minibond per il rilancio delle PMI italiane. Un’alternativa alla crisi”, Associazione Nazionale Direttori Amministrativi e Finanziari Paper (http://www.andaf.it/public/documenti/Articolo%20-%20Mini%20bond.pdf)

    CALUGI R. … PAGLIETTI G. (2013) “I Mini-bond. Istruzioni per l’uso”, Camera di Commercio di Milano Paper (http://www.consorziocamerale.eu/writable/documenti/DOC_20140305112625.pdf)

    DECRETO LEGGE 23 dicembre 2013, n. 145, “Decreto Destinazione Italia”, Gazzetta Ufficiale (http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2013/12/23/13G00189/sg)

    DE MITRI S. … DE SOCIO A.- FINALDI RUSSO P.- NIGRO V. (2013) “Le microimprese in Italia: una prima analisi delle condizioni economiche e finanziarie”, Banca d’Italia Papers, No 162, Aprile (http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/qef162/QEF_162.pdf)

    PIERRI A. (2013) “Finanziamenteo delle imprese tra finanza bancaria e finanza di mercato”, Gruppo SACE Working Paper, No 16, Giugno (http://www.sace.it/GruppoSACE/export/sites/default/download/HP/Il_finanziamento_delle_imprese_tra_finanza_bancaria_e_finanza_di_mercato.pdf)

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • MINICOMPUTER

    Elaboratore elettronico multiutente progettato per piccole aziende, uffici e dipartimenti di ricerca, collegabile in rete locale (LAN). Può essere usato contemporaneamente da più utenti.

  • MINIFIB

    Abbr. di: minicontratto futures su indice di borsa MIB 30. Contratto uniforme a termine negoziato sull’IDEM e avente per oggetto quale indice di riferimento l’indice di borsa MIB 30. È stato lanciato nel 2000 ed è uguale in tutto al FIB30, tranne che nelle dimensioni, che sono di un quinto rispetto al FIB30: 1 €, invece che 5 €, per prezzo del futures espresso in punti indice con movimenti minimi di prezzo (ticks) di 5 punti indice). La ridotta dimensione lo rende appetibile agli investitori retail.

  • MINIMALE

    Limite minimo di una tariffa di una retribuzione, dell’aliquota di un premio, in contrapposizione a massimale, Nell’assicurazione sociale il minimale rappresenta una pensione minima per tutti coloro che non hanno raggiunto contribuzioni ottimali per rata e importo. Nell’assicurazione privata può essere previsto un minimo di danni entro cui la società assicuratrice non è obbligata al risarcimento, quando l’assicurato se ne assume la responsabilità (franchigia) (v. assicurazione della responsabilità civile). Nella tariffa doganale doppia (v.tariffa doganale) si suole parlare di una serie di dazi minimi (tariffa minima) che possono essere scambiati contro concessioni di altri paesi, mediante trattati di commercio e di dazi massimi applicabili ai paesi con cui non sono stati stipulati accordi.

  • MINIMUM LENDING RATE

    Acr.: MLR. In UK è il tasso minimo al di sotto dei quali le banche non sono disposte a prestare denaro. È, anche, il tasso praticato alla clientela migliore. Il concetto è stato popolarizzato dalla Bank of England.

  • MINISTERO DEL BILANCIO E DELLA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA

    Uno dei quattro ministeri finanziari dello Stato in Italia, prima delle trasformazioni degli anni Novanta. Gli altri tre ministeri erano il Ministero del Tesoro, il Ministero delle finanze e il Ministero delle partecipazioni statali. È stato istituito nel 1947 con la denominazione di Ministero del Bilancio (d.lg.c.p.s. 4.6.1947 n. 407), col compito modesto di dare il concerto in alcuni casi previsti dalla legge. Le funzioni del Ministero del bilancio furono ampliate nel 1967, in previsione dell’avvio della programmazione economica (l. 27.2.1967 n. 48) e, con l’occasione, venne allungata la denominazione. Altri compiti venneroaggiunti successivamente. Il d.lg. 5.12.1997 n. 430 (in applicazione della delega dell’art. 7 della l. 3.4.1997 n. 94) ne ha disposto l’unificazione col Ministero del Tesoro, che ha assunto la denominazione di Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica (oggi Ministero dell’economia e delle finanze).

  • MINISTERO DEL TESORO

    Nell’ordinamento del Governo italiano il Ministero del Tesoro ha avuto un processo di separazioni e accorpamenti con altri ministeri: istituito per la prima volta nel 1877 per scissione del Ministero delle finanze, riunificato nel 1922, separato di nuovo nel 1944 e di nuovo riunificato e separato nel 1947, anno in cui alcune sue competenze sono state attribuite al nuovo Ministero del bilancio. Nel 1956 alcuni suoi compiti erano stati trasferiti alMinistero delle partecipazioni statali (soppresso nel 1993). Con d.lg. 5.12.1997, n. 430, in attuazione della delega contenuta nell’art. 7 della l. 3.4.1997 n. 94, ai fini di una razionalizzazione delle strutture amministrative e del potenziamento dell’azione del Governo in materia di politica economica, finanziaria e di bilancio, il Ministero del Tesoro e quello del Bilancio sono stati accorpati in un’unica amministrazione denominata Ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica. Infine il d.lg. 30 luglio 1999 n. 300, in attuazione della delega contenuta nell’art. 11 della l. 12.3.1997 n. 59 (modif. dall’art. 1 della legge 16.6.1998 n. 191 e dall’art. 9 della legge 8.3.1999 n. 50) ha unificato il Ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica con il Ministero delle finanze nel Ministero dell’economia e delle finanze a decorrere dall’inizio della XIV Legislatura iniziata nel 2001.

  • MINISTERO DEL TESORO (Enciclopedia)

    (si veda anche la voce del Dizionario: Ministero del Tesoro)
    Ministero del Tesorooggi Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) e’ l’istituzione preposta, tra le altre, alla tutela del risparmio nazionale. Il risparmio nazionale viene collocato nel mercato finanziario nazionale e poi tutte le istituzioni preposte svolgono le loro funzioni. Secondo l’articolo 47 della Costituzione "La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme: disciplina.....". Il MEF ha un ruolo di primo piano per quanto riguarda i rapporti economici tra cittadino e Stato. Infatti sono attribuite al MEF le funzioni e i compiti spettanti allo Stato in materia di politica economica, finanziaria e di bilancio, programmazione degli investimenti pubblici, coordinamento della spesa pubblica e verifica dei suoi andamenti, politiche fiscali e sistema tributario, demanio e patrimonio statale, catasto e dogane, programmazione, coordinamento e verifica degli interventi per lo sviluppo economico, territoriale e settoriale e politiche di coesione. Il Ministero svolge inoltre i compiti di vigilanza su enti e attività e le funzioni relative ai rapporti con autorità di vigilanza e controllo previsti dalla legge (2° comma art. 23 D.Lgs. 300/99).
    I Ministeri economici che si sono susseguiti in Italia si possono provare a sintetizzare come segue: il Ministero delle Finanze (dal 1861 al 2001), il Ministero del Tesoro (dal 1877 al 1922, dal 1944 al 1947, dal 1947 al 2001), il Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica (dal 1947 al 1996) e il Ministero delle Partecipazioni Statali (dal 1956 al 1993).
    Il MEF è quindi il risultato di un lungo percorso di armonizzazione (sia interna che per esigenze di adeguamento del Paese alla nuova realtà europea) iniziato con la creazione, nel 1947, del Ministero del Bilancio, quale Ministero senza portafoglio, sotto la guida di Luigi Einaudi. Si e’ passati poi per il Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica, con la legge n. 48 del 27/2/1967, con due altri ministeri che operano parallelamente: il M. del Tesoro ed il M. delle Finanze.
    Dopo gli insuccessi della programmazione economica degli anni settanta e ottanta, la legge n. 468 del 5/8/1978 affianca alla programmazione economica la programmazione di bilancio. Tutti gli interventi normativi che si sono avuti dal 1967 agli anni novanta non chiarirono il ruolo del Ministero dato che le competenze diventavano sempre più complesse e ampie difficili da integrare nel quadro istituzionale che si andava via via formando.
    Alla fine degli anni novanta quindi le forti esigenze di integrare la programmazione economica con quella di bilancio sia per coerenza interna al paese che per adeguarsi alla realtà europea viene deciso di istituire un unico centro decisionale di politica economica in senso lato. Con la legge n. 94 del 3/4/1997 si prevede l'accorpamento del Ministero del Tesoro con quello del Bilancio e della Programmazione Economica.
    Questo nuovo assetto riesce ad agevolare sia il conseguimento dei parametri di Maastricht che degli obiettivi di finanza pubblica. Inoltre si riesce ad integrare le differenti missioni affidate: quella dello sviluppo economico, quella dell’abbattimento della disoccupazione, del riequilibrio territoriale, della capacità concorrenziale e efficace gestione della finanza pubblica e del debito pubblico.
    In un contesto di definizione di una politica finanziaria ed economica comune per i Paesi europei e di una prospettiva di un sempre più ampio coinvolgimento dei soggetti competenti a livello settoriale e territoriale, il Ministero, così come delineato riesce a definire le scelte di politica economica e finanziaria coniugando la formazione e la gestione del bilancio dello Stato con gli obiettivi del riequilibrio finanziario, della convergenza con i paesi europei, della crescita e della coesione economica e sociale cosi come definiti nel trattato di Maastricht.
    Dopo la legge 94, il Ministero è riorganizzato su un modello di tipo dipartimentale prima con il Decreto Legislativo n. 430 del 5/12/1997 e poi con due D.P.R.; il primo n. 38 del 20/2/1998 e il secondo n. 154 del 28/4/1998.
    Il Ministero dell'Economia e delle Finanze (MEF) così come è oggi è stato istituito dal D.Lgs. 300/1999 emanato su delega della Legge 57/1999 (detta Legge Bassanini). Ad esso sono state trasferite le funzioni dei Ministeri del Tesoro, del Bilancio e Programmazione Economica e delle Finanze tranne quelle attribuite alle regioni, agli enti locali e alle autonomie funzionali.
    Alla Direzione Generale del Tesoro (DT) e la Ragioneria Generale dello Stato (RGS) vengono aggiunte altri due dipartimenti: il Dipartimento dell'Amministrazione Generale, del Personale e dei Servizi del Tesoro (DAG) e il Dipartimento delle Finanze (DF). Ai Dipartimenti e’ demandato l’esercizio organico e integrato delle aree funzionali e ai quali sono attribuiti compiti finali concernenti grandi aree di materie omogenee e i relativi compiti strumentali, compresi quelli di indirizzo e coordinamento delle unità di gestione in cui si articolano i dipartimenti stessi, quelli di organizzazione e quelli di gestione delle risorse strumentali, finanziarie ed umane ad essi attribuite.
    Il MEF oggi ricopre funzioni nelle seguenti aree funzionali:
    1. Politica economica e finanziaria, con particolare riguardo all'analisi dei problemi economici, monetari e finanziari interni ed internazionali, alla vigilanza sui mercati finanziari e sul sistema creditizio, all'elaborazione delle linee di programmazione economica e finanziaria, alle operazioni di copertura del fabbisogno finanziario e di gestione del debito pubblico e alla gestione di partecipazioni azionarie dello Stato, compreso l'esercizio dei diritti dell'azionista e l'alienazione dei titoli azionari di proprietà dello Stato.
    2. Politiche, processi e adempimenti di bilancio, con particolare riguardo alla formazione e gestione del bilancio dello Stato, compresi gli adempimenti di tesoreria e la verifica dei relativi andamenti e flussi di cassa, assicurandone il raccordo operativo con gli adempimenti in materia di copertura del fabbisogno finanziario, nonchè alla verifica della quantificazione degli oneri derivanti dai provvedimenti e dalle innovazioni normative ed al monitoraggio della spesa coordinandone e verificandone gli andamenti e svolgendo i controlli previsti dall'ordinamento.
    3. Programmazione economica e finanziaria, coordinamento e verifica degli interventi per lo sviluppo economico territoriale e settoriale e delle politiche di coesione, anche avvalendosi delle Camere di commercio, con particolare riferimento alle aree depresse, esercitando a tal fine le funzioni attribuite dalla legge in materia di strumenti di programmazione negoziata e di programmazione dell'utilizzo dei fondi strutturali comunitari.
    4. Finanze con particolare riguardo alle funzioni di cui all'articolo 56 del D.Lgs. 300/1999, all'analisi del sistema fiscale e delle scelte inerenti alle entrate tributarie ed erariali in sede nazionale, comunitaria e internazionale, alle attività di coordinamento, indirizzo, vigilanza e controllo previste dalla legge sulle agenzie fiscali e sugli altri enti o organi che comunque esercitano funzioni in materia di tributi ed entrate erariali di competenza dello Stato, al coordinamento monitoraggio e controllo del sistema informativo della fiscalità e della rete unitaria di settore, alla informazione istituzionale nel settore della fiscalità, alle funzioni previste dalla legge in materia di demanio patrimonio dello Stato, catasto e conservatorie dei registri immobiliari.
    5. Amministrazione generale, personale e servizi indivisibili e comuni del ministero, con particolare riguardo alle attività di promozione, coordinamento e sviluppo della qualità dei processi e dell'organizzazione e alla gestione delle risorse; servizi del tesoro e provveditorato generale dello Stato; gestione delle risorse necessarie all'attività delle commissioni tributarie.
    Infine, le funzioni operative dell'amministrazione finanziaria vengono attribuite a quattro Agenzie Fiscali: Agenzia delle Entrate con compiti in materia di entrate fiscali, Agenzia del Territorio con compiti in materia catastale e di conservazione dei registri immobiliari, Agenzia del Demanio con compiti in materia di gestione e tutela del demanio e Agenzia delle Dogane con compiti in materia doganale.
    Bibliografia
    http://www.mef.gov.it

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  • MINISTERO DELL'ECONOMIA E DELLE FINANZE

    Denominazione assunta con la XIV legislatura (iniziata nel 2001; d.lg. 30.7.1999 n.300, attuativo delle deleghe contenute nella legge Bassanini 1997/59, art. 11.1) dal ministero derivante dalla fusione del Ministero del Tesoro e del Ministero delle finanze (d.lg. 5.12.1997 n. 430, attuativo della delega contenuta nell’art. 7 della l. 3.4.1997 n. 94). Al Ministero del Tesoro era stato unito nel 1997 il Ministero del bilancio e della programmazione economica (d.lg. 1997/ 430) e, in precedenza, nel 1993 con l’abrogazione del Ministero delle partecipazioni statali, era stato attribuito l’esercizio dei diritti spettanti allo Stato in veste di azionista delle società con partecipazione statale, nel rispetto delle direttive formulate dal Presidente del Consiglio dei Ministri d’intesa il Ministro delle attività produttive. Al Ministero dell’economia e delle finanze restano attribuite le funzioni già assegnate dall’ordinamento ai soppressi Ministeri, fatta eccezione per quelle abrogate dal d.lg. 5.12.1997 n. 430 e dai successivi regolamenti organizzativi (d.p.r. 20.2.1998 n. 38 e d.p.r. 28.4.1998 n. 154) in quanto trasferite alle agenzie fiscali, oltre che i relativi uffici, personale e risorse finanziarie. Secondo il riordino operato dall’art. 3 del d.lg. 430/97, il Ministero ha competenza nei settori della politica economica, finanziaria, fiscale, di bilancio e di normativa tributaria, da esercitarsi, a norma dell’art. 3, d.lg. 1997/430, in funzione anche del rispetto dei vincoli di convergenza e stabilità derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea. Il Ministero ha inoltre competenza nel settore della programmazione degli investimenti pubblici e degli interventi per lo sviluppo economico territoriale e settoriale, oltre che in quello delle politiche di coesione, coordina la spesa pubblica e ne verifica gli andamenti, svolgendo i controlli previsti dalla legge. Infine, esercita le funzioni e i poteri attribuiti dalla legge in materia di gestione di partecipazioni azionarie, di esercizio dei diritti dell’azionista e di alienazione dei titoli di proprietà dello Stato. Le competenze sono divise in cinque Dipartimenti: a) Dipartimento del Tesoro, cui è preposto un dirigente generale denominato “Direttore generale del Tesoro”, ha competenza nel settore della politica economica e finanziaria, tra cui: studio e monitoraggio dell’andamento del sistema economico, finanziario e monetario interno e internazionale, elaborazione delle linee della programmazione, vigilanza del mercato e del sistema creditizio, gestione delle attività finanziarie e produttive esercitate dallo Stato, copertura del fabbisogno finanziario e gestione del debito pubblico e delle operazioni finanziarie dello Stato; b) Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, cui è preposto un dirigente generale denominato “Ragioniere generale dello Stato”, ha competenza per le politiche di bilancio, per il coordinamento e la verifica degli andamenti della spesa pubblica, provvedendo anche alla valutazione della fattibilità e della rilevanza economico-finanziaria dei provvedimenti e delle iniziative di innovazione normativa, anche di rilevanza comunitaria, alla verifica della quantificazione degli oneri e della loro coerenza con gli obiettivi programmatici in materia di finanza pubblica; c) Dipartimento per le politiche di sviluppo e coesione, che ha competenze in materia di programmazione, coordinamento e verifica degli interventi per lo sviluppo economico (territoriale e settoriale) e le politiche di coesione (programmare e realizzare investimenti in infrastrutture e in capitale sociale, incentivare iniziative industriali e di servizio nel territorio); tra gli strumenti: le intese istituzionali, i patti territoriali e i contratti d’area, i contratti di programma, i programmi operativi regionali e multiregionali, le assegnazioni di fondi CIPE; d) Dipartimento dell’amministrazione generale, del personale e dei servizi del tesoro, che ha ha principalmente queste competenze: gestione delle risorse umane; servizio centrale del Provveditorato generale dello Stato; servizio delle pensioni di guerra ed assegni vari a perticolari categorie; gestione della mobilità interna e formazione specialistica; e) Dipartimento per le politiche fiscali, che è competente per la definizione della normativa tributaria, per la stipula delle convenzioni con le quattro agenzie fiscali e per la vigilanza e il controllo sul loro operato. Oltre ai dipartimenti fanno parte del Ministero il Nucleo tecnico di valutazione e verifica degli investimenti pubblici, il Consiglio tecnico-scientifico degli esperti, la Commissione tecnica della spesa pubblica, il Centro nazionale di contabilità pubblica e la Cabina di regia nazionale. Quest’ultima (istituita con d.l. 23.6.1995 n. 244 conv. con modif. in l. 8.8.1995 n. 341; art. 5 d.lg 5.12.1997 n. 430) per il coordinamento e la promozione delle iniziative connesse all’utilizzazione dei fondi comunitari.

  • MINISTERO DELLE FINANZE

    Uno dei quattro ministeri finanziari dello Stato in Italia, prima delle trasformazioni degli anni Novanta. Gli altri tre ministeri erano il Ministero del Tesoro, il Ministero del bilancio e della programmazione economica e il Ministero delle partecipazioni statali. Storicamente questi tre ultimi sono derivati, per divisioni e accrescimenti successivi di compiti, dal Ministero delle finanze del Regno d’Italia, il quale, a sua volta, continuava il Ministero delle finanze istituito nel 1816 per il Regno di Sardegna. Nel 1877 vennero scisse dalle Finanze una serie di compiti conferiti al nuovo Ministero del Tesoro. Questo è stato riaccorpato nel Ministero delle finanze nel 1922, quindi di nuovo separato nel 1944 e, dopo una breve riunificazione, di nuovo separato nel 1947 fino alla l. 15.3.1997 n. 59 che ha delegato (art. 11) il Governo a riordinare, sopprimere e fondere ministeri. La delega è stata esercitata col d.lg. 30.7.1999 n. 300 che ha fuso le Finanze col Ministero del Tesoro, dando origine al Ministero dell’economia e delle finanze. La fusione ha avuto effetto con l’inizio della XIV Legislatura e cioè dal maggio 2001.

  • MINISTERO DELLE PARTECIPAZIONI STATALI

    Istituito con l. 22.12.1956, n.1589 diventando il quarto ministero finanziario dello Stato in Italia, prima delle trasformazioni degli anni Novanta (gli altri tre ministeri erano il Ministero del Tesoro, il Ministero delle finanze e il il Ministero del bilancio e della programmazione economica). Gli vennero assegnate competenze in materia di enti autonomi di gestione (v. ente autonomo di gestione) e società per azioni con partecipazione statale in precedenza attribuite a più ministeri, anche non finanziari. È stato soppresso con la l. 23.6.1993 n. 202 che ha trasferito le competenze relative agli enti di gestione al ministero dell’Industria e al Tesoro l’esercizio dei diritti dello Stato in quanto azionista. Dopo la privatizzazione o la liquidazione degli enti di gestione, il d.lg. 30.7.1999 n. 300 (art. 24.1 a) che) sulla riorganizzazione dei ministeri ha riservato al Ministero dell’economia e delle finanze la “gestione di partecipazioni azionarie dello Stato, compreso l’esercizio dei diritti dell’azionista e l’alienazione dei titoli azionari di proprietà dello Stato.”

  • MINISTERO PER LE POLITICHE AGRICOLE E FORESTALI

    Denominazione assunta a decorrere con l’inizio della XIV legislatura dal Ministero per le politiche agricole in seguito alla riforma dell’organizzazione del Governo disposta dal d.lg. 30.7.1999 n. 300 ai sensi degli articoli 11, comma 1, lettera a), e 12 della l. 15.3.1997 n. 59. A sua volta il Ministero per le politiche agricole era stato costituito dal d.lg. 4.6.1997 n. 143 dopo la soppressione del Ministero delle Risorse Agricole, Alimentari e Forestali istituito dalla l. 4.12.1993 n. 491, dopo la soppressione del Ministero dell’Agricoltura e Foreste decisa dal referendum 18.4.1993. Col conferimento alle regioni delle funzioni amministrative in materia di agricoltura e pesca disposta dal d.lg. 1997/143 i compiti del Ministero si sono ridotti a quelli di centro di riferimento degli interessi nazionali in materia di politiche agricole, forestali ed agroalimentari. Esso è competente, in particolare, nell’applicazione della regolamentazione comunitaria e di quella derivante dagli accordi internazionali e l’esecuzione degli obblighi comunitari e internazionali riferibili a livello statale e per gli adempimenti relativi al Fondo Europeo di Orientamento e Garanzia in Agricoltura (FEOGA), sezioni garanzia e orientamento, a livello nazionale e comunitario, compresa la verifica della regolarità delle operazioni relative al FEOGA, sezione garanzia; riconoscimento e vigilanza sugli organismi pagatori statali di cui al regolamento n. 1663/95 della Commissione del 7.7.1995. Il Ministero è composto di due Dipartimenti.

  • MINORANZE AZIONARIE

    Il d.lg. 1998/58 (TUF), nel capo II dedicato alle società con azioni quotate ha introdotto una specifica sezione intitolata “tutela delle minoranze”, venendo così incontro all’esigenza di offrire una particolare disciplina di tutela degli azionisti titolari di piccole partecipazioni. La legge delega aveva infatti previsto che l’intera modifica della disciplina relativa alle società emittenti titoli quotati dovesse avvenire “secondo criteri che rafforzino la tutela del risparmio e degli azionisti di minoranza” (art. 21, l. 6.2.1996 n. 52). È da premettere che, in difetto di una definizione, la nozione di “minoranza” è indeterminata e comprensiva di molteplici e distinte figure che comprendono sia il piccolo investitore disinteressato alla vita sociale che quello presenzialista, l’azionista imprenditore detentore di un pacchetto di minoranza qualificata; l’investitore istituzionale. La tutela si articola attorno ad una regolamentazione non sempre riconducibile ad una salvaguardia delle minoranze in senso stretto: disciplina delle assemblee; disciplina dell’informazione; disciplina della azione sociale e della denuncia al Collegio Sindacale e al Tribunale; disciplina del recesso; disciplina sul capitale. Quanto alle assemblee, è riconosciuto il potere di richiedere la convocazione dell’assemblea al 10% del capitale sociale o minore percentuale statutaria (contro il 20% previsto dall’art. 2367 cod. civ.) ma con possibilità di degli amministratori, considerati gli argomenti da trattare, di opporre rifiuto nell’interesse della società e conseguente decisione del presidente del Tribunale (art. 125 TUF). L’assemblea straordinaria è regolarmente costituita, in prima e in seconda convocazione, con la partecipazione di tanti soci che rappresentano rispettivamente più della metà o più del terzo del capitale. Il quorum costitutivo dell’assemblea straordinaria in terza convocazione è ridotto al 20% del capitale sociale, e quello deliberativo ai 2/3 (art. 126 TUF). Restano ferme per le società cooperative le disposizioni del codice civile. È possibile la previsione statutaria del voto per corrispondenza le cui modalità di esercizio e lo svolgimento dell’assemblea sono regolate dalla Consob (art. 127 TUF). I soci hanno diritto di prendere visione ed ottenere copia di tutti gli atti depositati presso la sede sociale per le assemblee già convocate (art. 130). L’azione sociale di responsabilità (art. 129 TUF) è stata introdotta con funzione surrogatoria a quella che la società stessa può esperire previa deliberazione assembleare Essa è esercitabile direttamente, senza il tramite della deliberazione assembleare, daparte dei soci iscritti nel libro soci da almeno sei mesi e rappresentanti il 5% del capitale sociale o la minore percentuale statutaria nei confronti degli amministratori, dei sindaci e i direttori generali, anche se la società è in liquidazione. La società può rinunziare all’azione o transigere purché non vi sia il voto contrario di tanti soci che rappresentano almeno il cinque per cento del capitale sociale. In caso di accoglimento della domanda, la società rimborsa agli attori le spese del giudizio che il giudice non abbia posto a carico dei soccombenti o che non sia possibile recuperare a seguito dell’escussione degli stessi. In tema di denuncia al collegio sindacale ed al tribunale è prevista la riduzione, salva ulteriore limitazione statutaria, del quorum dal 5% al 2% del capitale sociale per la denuncia al collegio sindacale ex art. 2408 cod. civ. di fatti ritenuti censurabili, con dovere del collegio di convocare l’assemblea se la denuncia appare fondata e vi è urgenza. È prevista anche la riduzione del quorum dal 10% al 5% per la denuncia al Tribunale ex art. 2409 cod. civ. onde ottenere l’ispezione e l’amministrazione giudiziaria della società. Resta esclusa l’applicabilità della predetta disciplina alle banche (art. 128 TUF). È riconosciuto il diritto di recesso dei soci dissenzienti in caso di assegnazione di azioni non quotate a seguito di fusione o scissione (art. 131 TUF). In caso di acquisto di azioni proprie, è previsto l’obbligo di concordare l’acquisto con la società di gestione del mercato in modo da assicurare la parità di trattamento tra gli azionisti, salvo si preferisca il lancio di offerta pubblica di acquisto o di offerta pubblica di scambio (art. 132 TUF). Le società con azioni quotate nei mercati regolamentati italiani, previa deliberazione dell’assemblea straordinaria, possono richiedere l’esclusione dalle negoziazioni dei propri strumenti finanziari, secondo quanto previsto dal regolamento del mercato, se ottengono l’ammissione su altro mercato regolamentato italiano o di altro paese dell’Unione Europea, purché sia garantita una tutela equivalente degli investitori (art. 133 TUF). È infine prevista la riduzione a 15 giorni del termine minimo di 30 giorni per l’esercizio del diritto di opzione per gli aumenti di capitale (art. 134 TUF). Per le società cooperative, tutte le percentuali di capitale richieste sono rapportate al numero complessivo dei soci (art. 135 TUF). Altra disposizione con cui si è voluto specificamente intervenire in materia, pur senza fornire alcuna indicazione di termini percentuali del capitale, è quella relativa al collegio sindacale per la cui nomina previsto che l’atto costitutivo debba contenere le clausole necessarie affinché un membro effettivo sia eletto dalla minoranza. Se il collegio è formato da più di tre membri, il numero dei membri effettivi eletti dalla minoranza non può essere inferiore a due (art. 148 TUF).

  • MINT: LE NUOVE ECONOMIE EMERGENTI (ENCICLOPEDIA)

    Abstract

    MINT è l’acronimo che identifica i nuovi paesi emergenti con le migliori prospettive di sviluppo nel futuro dell’economia mondiale, si tratta di Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia. L’ideatore dell’acronimo è Jim O’Neil, ex Chief Economist della Goldman Sachs, che già nel 2001 aveva coniato l’acronimo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). La nuova tesi di O’Neil sembra trovare riscontro anche nelle recenti analisi economiche del World Economic Outlook condotte dal Fondo monetario internazionale (FMI). Dal documento pubblicato il 7 ottobre 2014, che esamina gli sviluppi dell’economia mondiale, è, infatti, emerso che i paesi BRICS (Brasile, Russia, India e Cina) e i paesi MINT (Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia) hanno un prodotto interno lordo (PIL) di 37.800 miliardi di dollari, contro i 34.500 miliardi di dollari dei paesi dei paesi del G-7 (Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti).

    Da BRIC a MINT. Si allunga la lista di acronimi economico-finanziari per i paesi emergenti

    Inizialmente, il primo termine riferito ai paesi emergenti viene utilizzato nel 2001, ad opera di Jim O’Neill nella relazione della Banca d’Investimento Goldman Sachs dal titolo “Building Better Global Economics BRICs”, per descrivere le economie di Brasile, Russia, India e Cina (BRIC) e alle quali successivamente si è aggiunta la “S” del Sudafrica, trasformando il termine in BRICS.

    Jim O’Neil ha però recentemente aggiornato la classificazione dei paesi emergenti con l’innesto di nuove realtà che si affacciano nel contesto economico globale tanto da far concorrenza proprio ai BRICS. La sua tesi viene supportata da alcuni dati del FMI che mostrano le proiezioni di crescita di alcune economie, tra cui le nazioni che compongono il MINT, con un tasso di crescita del Pil pari o superiore a quello di Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia (come mostrato nella Tabella 1).

    Tab. 1: MINT

    I fattori che garantiscono il successo e l’ascesa dei paesi MINT sono molteplici: disponibilità di materie prime, tra cui petrolio, gas naturale, metalli preziosi, capacità di attrazione di investimenti esteri e di conseguenza know how e posti di lavoro. Inoltre, Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia godono di una popolazione molto numerosa che assicura sufficiente manodopera a prezzi bassi fino al 2050 e di una posizione geografica strategica che garantisce accesso ad ampi mercati.

    Più pessimista è invece la visione di Nouriel Roubini, l’economista che predisse la crisi del mutui subprime nel 2007, il quale sostiene che è difficile immaginare i MINT tra le prime 15 economie mondiali alla luce del loro stato attuale. I fattori che hanno trainato la crescita dei paesi emergenti BRICS e che caratterizzano in parte anche i MINT, come la situazione demografica, gli investimenti diretti esteri (IDE) e la riallocazione delle risorse da settori a basso rendimento (settore agricolo) a settori più dinamici (industria e servizi), potrebbero non bastare. Secondo Roubini (vedi “Is the emerging market boom over?”), il recente rallentamento dei mercati emergenti, dovuto al calo dei prezzi delle materie prime, alla frenata del PIL della Cina e agli squilibri nelle partite correnti e di disavanzi nei conti pubblici interni, ne è la prova evidente.

    Messico: Principali indicatori economici

    Nonostante il contesto di rallentata crescita economica globale, il Messico ha registrato un tasso del 3,9% nel 2011 e 2012 confermandosi un’economia dinamica. Nel 2013, la crescita è stata dell’1,2%, per la fine del 2014 si stima una crescita dell’economia messicana complessiva di circa il 3,5%. L'economia messicana ha dimostrato negli ultimi anni un forte dinamismo, con un buon andamento dei consumi interni, degli investimenti e delle esportazioni. Il Messico gode di una finanza pubblica sana e di un sistema bancario che registra un tasso di capitalizzazione elevato. E’ membro del G20 e dell'OCSE e partecipa a trattati di libero scambio con più di 40 Paesi, inclusi gli Stati Uniti (NAFTA) e i Paesi dell' Unione Europea (TLC U.E.-Messico), oltre alla recente Alleanza del Pacifico con il progetto di realizzare la Partnership Trans-Pacifica (TPP). Il Messico vanta una posizione geografica strategica, in quanto paese "cerniera" tra l’America del Nord e l’America Centrale, infatti, molte imprese scelgono il Messico come testa di ponte per servire poi tutto il mercato nordamericano, a cui vi e' facile accesso grazie al trattato NAFTA. Punti di forza del paese: stabilità macroeconomica; ampia disponibilità di risorse naturali; contiguità geografica con gli Stati Uniti; numerosi accordi commerciali preferenziali e una forza lavoro (46 milioni di persone) giovane, qualificata. Punti di debolezza: iniqua distribuzione della ricchezza; eccessiva dipendenza da asset produttivi collegati a fattori altamente variabili, quali petrolio, rimesse degli emigranti, turismo.

    Tab.2: Indicatori economici Messico

    Indonesia: quadro macroeconomico

    I dati fondamentali macroeconomici confermano il buon andamento dell’economia indonesiana, che dal 2008 continua a garantire tassi di crescita del PIL solidi e costanti, anche superiori al 5% annuo. Dal 2008 in avanti l'Indonesia ha registrato tassi di crescita sostenuti (+6% nel 2008, +4,6% nel 2009, +6,2% nel 2010, +6,5% nel 2011 e +6,4% nel 2012). A partire dal 2004, l'Indonesia ha registrato tassi di crescita stabilmente superiori al 5%, tra i più alti dell’area asiatica. La crescita interna è trainata dai consumi (54,6% del PIL) e dagli investimenti (34,9%). Ciò permette all'Indonesia di dipendere dagli andamenti dell'economia internazionale in maniera minore rispetto agli altri paesi dell’area grazie a una relativa resistenza rispetto a eventuali flessioni della domanda internazionale. Con una popolazione stimata attorno ai 240 milioni di abitanti, l’Indonesia rappresenta il più popoloso del Sud-Est asiatico. E’ fortemente integrata con i paesi dell’ ASEAN (Association of South-East Asian Nations). La crescita economica, coniugata alla stabilità politica del paese, ha contribuito a rafforzare la fiducia dei mercati internazionali nella sostenibilità di tale sviluppo nel medio-lungo termine.

    Tab. 3: Indicatori economici Indonesia

    Nigeria: la maggiore realtà economica dell’Africa occidentale e dell’Africa sub-sahariana

    La Nigeria ha una popolazione di oltre 160 milioni di persone e in termini di PIL è già la prima economia dell'Africa Occidentale e sub-sahariana, superando il Sud Africa (paese BRICS). Con una crescita economica trainata principalmente dall’estrazione del petrolio, l’economia nigeriana è dipendente dal settore petrolifero per il 95% delle esportazioni, per l’80% del bilancio e in media del 40% alla formazione del prodotto nazionale. Oltre al petrolio, però, la Nigeria è l’11° produttore mondiale di gas. Il rapporto debito/PIL è del 20,77%, al di sotto della soglia di sostenibilità del 40% indicata dal FMI (inoltre la Nigeria è stato il primo Paese africano a pagare l’intero debito nei confronti del Club di Parigi). L’inflazione è sotto controllo, tra il 9 e il 12% negli ultimi due anni. Il Governo persegue una politica protezionistica in favore dell'industria nazionale. Sono applicati divieti alle importazioni o dazi ingenti, particolarmente sui prodotti agricoli.

    Tab. 4: Indicatori economici Nigeria

    Turchia: Dal 2002 tassi di crescita elevati

    Dal 1999 la Turchia ha concretizzato il programma di risanamento definito insieme al FMI, conseguendo importanti risultati. Il Paese ha registrato altissimi tassi di crescita dal 2002, ad eccezione del 2008 e del 2009 a causa della crisi internazionale, e nel biennio 2010-2011 ha conosciuto tassi di sviluppo reali tra i più alti al mondo rispettivamente 9,2% e 8,5%. Caratterizzata da una crescita economica stabile, la Turchia è anche al 13° posto nel 2012 tra le economie più attrattive al mondo per gli Investimenti Diretti Esteri (IDE). Il paese è caratterizzato da un sistema bancario molto solido, fondato su rigidi criteri di disciplina dopo la grave crisi degli anni 2001-2002.Anche la Turchia, come gli altri paesi MINT, gode di una posizione geografica strategica essendo un “ponte naturale” tra Europa, Asia e Medio Oriente e disponendo di sbocchi efficienti verso i mercati più importanti di queste aeree (1,5 miliardi di persone per un valore di 25 trilioni di dollari di PIL) e, secondo dati ISTAT, la Turchia avrà anche un ruolo fondamentale per le rotte degli approvvigionamenti energetici futuri. Per quando riguarda gli accordi commerciali, è importante segnalare l’esistenza di un' Unione Doganale, tra Turchia e Unione Europea, in vigore dal 1996 che ha molto contribuito a rendere l'UE il primo partner commerciale del paese. Sempre in chiave europea, secondo le analisi del Ministero degli Affari Esteri italiano, il sistema economico turco deve l’ottima performance dell’ultimo decennio proprio alle riforme strutturali introdotte per il processo di adesione all’UE.

    Tab. 5: Indicatori economici Turchia

    Bibliografia

    AMBASCIATA DEL MESSICO IN ITALIA (2014) (http://embamex.sre.gob.mx/italia/images/pdf/ficha%20mexico%20italiano%202%20abril%202014.pdf)

    BBC (2014) The MINT Countries: Next economic giants?, BBC News Magazine, January (http://www.bbc.com/news/magazine-25548060)

    DA ROLD V. (2014) Dopo i BRICS arrivano i MINT: emergenti pronti alla ripartenza nonostante la recente frenata, Il Sole 24 ore, Aprile (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-04-07/-brics-arrivano-mint-emergenti-pronti-ripartenza-nonostante-recente-frenata--135648.shtml?uuid=ABPY008)

    INFOMERCATIESTERI WEBSITE, (http://www.infomercatiesteri.it/)

    INTERNATIONAL MONETARY FUND (2014) World Economic Outlook, World Economic and Financial Surveys, April (http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2014/01/pdf/text.pdf)

    O’NEILL J. (2013) From BRIC to MINT, Business standard, November (http://www.business-standard.com/article/opinion/jim-o-neill-from-bric-to-mint-113111301201_1.html)

    RAPPORTI CONGIUNTI AMBASCIATE/CONSOLATI/ENIT 2015

    ROUBINI N. (2013) Is the emerging market boom over?, the Guardian, July (http://www.theguardian.com/business/2013/jul/23/emerging-market-boom-over-nouriel-roubini)

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • MINUSVALENZA

    In contabilità generale, la minusvalenza è un componente negativo di reddito che viene realizzato cedendo un’immobilizzazione a un prezzo inferiore al suo valore netto contabile (cioè al costo di acquisto o di fabbricazione, rettificato dell’ammortamento). Nel conto economico si hanno due tipi di minusvalenze: a) quelle che si riferiscono alla cessione di immobilizzazioni connesse all’attività tipica aziendale e che figurano nei “costi della produzione”; b) quelle attinenti a immobilizzazioni che non rientrano nell’attività tipica aziendale e che sono inserite tra i componenti straordinari di reddito. Considerando un’impresa industriale, rientrano nel primo caso le cessioni di macchinari, mentre rientrano nel secondo caso gli investimenti immobiliari accessori od eventuali acquisti di titoli destinati a permanere durevolmente nel portafoglio dell’azienda.

  • MIPS

    Acr. di: Millions Instructions Per Second. È l’unità di misura convenzionale per indicare la potenza di un elaboratore misurata in numero d’istruzioni base svolte per secondo.

  • MISMATCHING

    Espressione anglosassone che qualifica una situazione di squilibrio nella struttura per scadenze degli attivi e passivi di bilancio (denominati in un’unica moneta) di un intermediario finanziario ed un conseguente grado di esposizione al rischio di tasso d’interesse non nullo. Le scadenze sono correttamente riferibili ai tempi di possibile o effettiva rinegoziazione delle condizioni di tasso, e non alle scadenze contrattuali dei crediti e debiti considerati. Se, viceversa, le strutture per scadenze dell’attivo e del passivo sono perfettamente speculari, nelsenso che ogni attività trova contropartita di pari importo in una passività di pari scadenza, il margine di interesse che si forma per differenza fra ricavi e costi da interessi rispettivamente attivi e passivi risulta immune alla variazione dei tassi di mercato ed il rischio d’interesse pari a zero, supposto che tale variazione sia uniforme. Un elevato mismatching può pertanto giustificare l’esigenza di pareggiare, in un’ottica integrata di asset-liability management, l’espressione al rischio di variazioni di tasso d’interesse, intervenendo sulle caratteristiche di durata e di determinazione dei tassi del portafoglio in essere di attività e passività. A tale scopo gli intermediari finanziari possono anche decidere di non procedere all’effettiva cessione/acquisto di debiti/crediti, ove ciò non sia tecnicamente possibile né economicamente conveniente, ma di porre in essere operazioni di swap di tassi d’interesse (v.interest rate swap) che consentono ugualmente di mutare le caratteristiche dell’attivo e passivo nel suo complesso.

  • Misura Neutrale al rischio o Misura Martingala Equivalente

    E' il valore della distribuzione di probabilità dei futuri playoff utilizzata nel pricing dei titoli, mediante il paradigma che nei complete market il prezzo di un asset è il valore atteso attualizzato dei futuri possibili risultati sotto un'unica misura neutrale al rischio rispetto alla propensione soggettiva di ogni agente.

  • MISURE CAUTELARI

    Procedimenti speciali disciplinati dal codice di procedura civile e caratterizzati dalla strumentalità rispetto alla tutela perseguita con l’azione principale. Sono predisposti onde evitare, in via preventiva, che la pronuncia eventualmente favorevole, chiesta al giudice con l’azione principale, possa essere resa inutile dal verificarsi di fatti materiali o di atti posti in essere dalla parte controinteressata. Essi sono: il sequestro giudiziario, tendente ad assicurare la conservazione, attraverso la custodia della cosa in contesa, e conservativo, per la garanzia del creditore sui beni del debitore; le denunce di nuova opera e di danno temuto, intese a prevenire danni alle cose, derivanti dall’altrui nuova opera ovvero dall’altrui edificio, albero o altro; i procedimenti di istruzione preventiva rivolti a garantire i mezzi di prova, di cui si teme la perdita, necessari per lite da iniziare; i provvedimenti d’urgenza diretti ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito, minacciati di pregiudizio imminente ed irreparabile. Si è registrato nell’ultimo ventennio un fenomeno di ipertrofizzazione del sequestro (ex art. 700 c.p.c.) con funzione virtualmente supplente delle carenze di rapidità del procedimento ordinario e deterrente della parte avversaria in vista dell’avvio di una controversia giudiziale vera e propria.

  • MITIGAZIONE DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO

    Tutte le azioni e mezzi in grado di ridurre le emissioni di gas ad effetto serra (GHG) nell’atmosfera e contenere il fenomeno del riscaldamento globale. L’anidride carbonica ad esempio è uno tra i più importanti GHG a causa della quantità immessa e presente in atmosfera pur non avendo il più alto tra i Global Warming Potential (GWP). L’uomo è in grado di influire sulla sua concentrazione in atmosfera modificando l’uso di combustibili fossili ed implementando attività di afforestazione/deforestazione. Le strategie di mitigazione si possono tradurre sia nella riduzione delle emissioni di GHG (o nella fattispecie di carbonio) che nel potenziamento e sviluppo del loro stoccaggio (di carbonio).
    Si possono identificare vari canali attraverso cui procedere alla mitigazione climatica come ad esempio lo sviluppo di nuove tecnologie, la riduzione della domanda per beni e servizi emission-intensive, il maggiore utilizzo di tecnologie a basso impiego di carbonio, l’incremento dell’efficienza energetica, il passaggio verso fonti di energia più pulite e la riduzione delle emissioni non-fossil fuel. Le politiche di mitigazione dell’ Unione Europea fissano un target alle emissioni in Europa al fine di mantenere l’innalzamento della temperatura entro i 2°C rispetto ai livelli pre-industriali. Tale target viene generalmente associato ad una concentrazione di diossido di carbonio di 400-500 ppm per volume.


    Redattore: Melania MICHETTI

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  • MOBILE BANKING

    Lett.: attività bancaria mobile. Col termine mobile banking s’intendono i servizi bancari attivabili mediante supporto mobile (tipicamente, i telefoni cellulari), con tecnologie di tipo Internet (es:WAP). Può trattarsi di servizi di tipo informativo o dispositivo, cui si accede mediante la digitazione di appositi codici, necessari per l’identificazione del cliente. I principali vantaggi sono rappresentati dall’accessibilità, dalla facilità d’uso e dalla rapidità nella disponibilità dei servizi, cui può contrapporsi il permanere di taluni problemi di ordine tecnologico (es: possibili difficoltà di connessione, legate all’assenza della banda larga). Ulteriore elemento di delicatezza è rappresentato dal profilo di sicurezza, connesso all’utilizzo di una tecnologia di tipo Internet piuttosto che di apparecchiature certificate e controllate dalle banche. Nel nostro Paese, l’elevato grado di diffusione dei cellulari presso la popolazione induce a prevedere la possibilità di un futuro, ampio utilizzo del mobile banking, in particolare per i trasferimenti di denaro person- to-person.

  • MOBILE COMPUTING

    Lett.: computerizzazione mobile (anche mobile and wireless computing). Rilevazione, trasmissione, elaborazione eventualmente con feedback a distanza in cui almeno una delle due apparecchiature di rilevazione, elaborazione e trasmissione è mobile, p.e. il mobile banking, il braccialetto elettronico per gli arresti domiciliari, il telerilevamento di animali selvatici premarcati. Altri esempi, alcuni allo studio o in sperimentazione, sono i sistemi di ATM mobili e quelli di localizzazione di individui in un certo ambito, di informazione sanitaria e rilevamenti medici su pazienti, per seguire e organizzare il lavoro di boscaioli in una foresta. La diffusione della telefonia cellulare di terza generazione a banda larga (UMTS) contribuirà verosimilmente a estendere le applicazione di mobile computing.

  • MOBILITÀ DEI CAPITALI

    Capacità di spostamento dei capitali in funzione della loro più economica distribuzione fra i diversi possibili impieghi. La mobilità dei capitali, da intendersi sia in senso geografico che in senso settoriale, è guidata fondamentalmente dalle convenienze offerte in modo spontaneo dal mercato. Sia nelle condizioni di concorrenza perfetta che in quelle di concorrenza monopolistica essa tende a rendere uniformi i saggi di profitto conseguibili nelle varie attività. Se in determinati settori o zone non si verificano convenienze di mercato, possono rendersi necessari interventi esterni diretti a favorire lo spostamento dei capitali in quei settori e quelle zone altrimenti esclusi dai meccanismi di mercato. Esempi di tali interventi sono stati rappresentati dalle misure volte a favorire lo sviluppo industriale del Mezzogiornoitaliano sia mediante la realizzazione di infrastrutture necessarie per creare un ambiente favorevole all’investimento industriale, sia con misure destinate a incoraggiare la mobilità del capitale privato (facilitazioni fiscali e creditizie), sia tramite lo spostamento diretto di capitali da parte della pubblica amministrazione (insediamenti industriali di aziende pubbliche). Sul mercato internazionale la mobilità dei capitali risulta inferiore a quella registrabile sul mercato interno e su essa esercitano una rilevante influenza ulteriori fattori come le variazioni dei tassi di cambio, il differenziale dei tassi di interesse nei diversi mercati monetari e finanziari, le variazioni nel tasso d’inflazione, oltre che i mutamenti del clima economico e politico dei paesi interessati. L’autorità pubblica può influire sul grado di mobilità internazionale dei capitali, ove lo ritenga opportuno in relazione al saldo della bilancia dei pagamenti, con appositi interventi consistenti in controlli valutari e in misure fiscali, amministrative e creditizie. Nel contesto del processo di integrazione europea si assiste peraltro a un notevole allentamento dei vincoli e degli ostacoli, in quanto la libera circolazione dei capitali costituisce il presupposto per la formazione di un mercato europeo integrato.

  • MOBILITA' SANITARIA

    Per mobilità sanitaria attiva si intende il flusso di fondi che entrano in una Regione per la compensazione di prestazioni erogate ad assistiti di altro ente o territorio. La mobilità passiva, invece, è il flusso di fondi che escono dalla Regione per la compensazione di prestazioni che enti al di fuori del territorio di competenza hanno erogato a propri residenti.

    La mobilità è un diritto dei cittadini, che possono scegliere una struttura ospedaliera, senza vincoli territoriali, per soddisfare i propri bisogni. Spesso però questo fenomeno induce un aumento di costi regionali, senza modificarne la qualità. L’assenza di vincoli da un lato garantisce una grande libertà al cittadino, ma dall’altro produce degli effetti negativi come ad esempio la sproporzione tra posti letto destinati ai residenti della propria Regione e posti letto riservati ai residenti di un’altra Regione oppure la grande difficoltà per i territori con alta mobilità passiva di programmare l’impatto economico degli spostamenti.

  • MOBILIZZAZIONE

    Operazione con cui un soggetto economico realizza, quando se ne presenti la necessità, un qualsiasi capitale investito. Non tutti gli investimenti di capitale sono realizzabili prontamente e senza perdite: la mobilizzazione del capitale investito da parte di un soggetto economico dipende, in misura notevole, dal tipo di investimento oltre che dal momento in cui essa si effettua. Nell’ambito della gestione bancaria il problema della mobilizzazione si può presentare quando si giudichi inadeguata la situazione di liquidità. In questo caso si cerca di accrescere il.grado di liquidità oltre che modificando le condizioni di interesse, di sconto, di provvigione ecc. e restringendo la concessione di fidi, anche mediante la mobilizzazione del credito di banca che si realizza secondo i seguenti procedimenti: una più estesa applicazione, nelle anticipazioni e nelle aperture di credito garantite, della clausola che consente all’istituto di credito di utilizzare i titoli ricevuti in pegno; la stipulazione di contratti di apertura di credito che prevedano la possibilità della disdetta da parte dell’istituto con semplice e breve preavviso; la richiesta ai propri debitori del rilascio di effetti di smobilizzo che l’istituto può utilizzare per realizzare le proprie atti

  • MODELLO BINOMINALE (Enciclopedia)

    Il modello Binomiale proposto in una prima versione da Cox, Ross e Rubinstein nel 1979 in "Option pricing a simplified approach", rivisto e completato da Cox e Rubinstein nel 1985 in "Option Market", è uno dei metodi più efficaci per stimare il valore di opzione. Questo modello si basa su un’impostazione discreta, nella quale il tempo che manca alla scadenza dell'opzione viene diviso in periodi, all'interno dei quali il prezzo del titolo sottostante può assumere solo due valori alternativi, uno favorevole (che corrisponde a un moltiplicatore identificato con la lettera u da up o sopra) e uno sfavorevole (corrispondente a un de-moltiplicatore identificato con la lettera d da down o sotto). La logica del modello è simile a quella adottata da Black e Scholes (B&S) con la differenza che il modello binomiale è costruito nel discreto.
    Si assume che il prezzo dell’attività sottostante l’opzione (indicato con S) si evolva secondo un processo binomiale moltiplicativo stazionario, del tipo descritto in figura 1.

    La figura mostra come il prezzo del sottostante possa assumere solo due possibili valori:
    Su > S
    Sd con u >1 e d <1.
    Se su questo sottostante viene emessa una opzione, per esempio una call europea, con prezzo (C) e durata (T), possiamo descrivere il processo con lo schema grafico della figura 2:

    che mostra come (C) vari al variare di (S), e possa assumere valore pari a (Cu) >C e valore (Cd)

    Si supponga ora di comporre un portafoglio acquistando azioni ed emettendo obbligazioni prive di rischio (ossia acquisendo prestiti a tasso d’interesse fisso e senza rischio), il cui pay off replichi esattamente il pay off dell’opzione. In particolare, se si definiscono le seguenti grandezze:
    Q = quota di azioni in portafoglio
    D = quota di obbligazioni in portafoglio
    R = tasso d’interesse privo di rischio
    i = 1+r = costo dell’indebitamento
    Si può utilizzare un albero binomiale, ad uno stadio, per descrivere l’evoluzione del valore del suddetto portafoglio:

    data l’ipotesi di replicabilità1, il valore iniziale dell’opzione è pari al valore iniziale del portafoglio, di conseguenza:
    C = Q*S+D
    con i payoff
    Qu*S+iD = Cu
    Qd*S+iD = Cd
    Risolvendo il sistema di equazioni così ottenuto, si possono derivare le quote Q di azioni e D di obbligazioni che permettono di ottenere un portafoglio con lo stesso comportamento stocastico dell’opzione:
    Q = (Cu - Cd)i / [(u - d)S]
    D = (uCd - dCu) / [(u - d)]
    Sostituendo opportunamente nelle equazioni sopracitate e risolvendo per C=QS+D si può ricavare il valore di opzione C:
    C = [pCu + (1-p)Cd]/i
    con
    p = (1 … d) / (u …d).
    Il peso p non rappresenta una probabilità vera e propria, perché esso non è stato specificato a priori, ma è il risultato della composizione del portafoglio replicante e dell’ipotesi di uguaglianza tra il valore del portafoglio stesso e quello dell’opzione considerata. Si può definire p come una "pseudoprobabilità", ossia un peso che corrisponde a una probabilità effettiva solo nel caso in cui l’opzione sia valutata da osservatori neutrali rispetto al rischio.
    L’espressione C = [pCu + (1-p)Cd]/i può essere generalizzata mettendo in relazione i due moltiplicatori con la varianza di un processo stocastico browniano, secondo l’espressione:


    dove:

    e = numero di Nepero
    = volatilità
    t = durata dell’opzione.
    In questo modo il processo binomiale descritto viene considerato come limite di un processo continuo, in cui l’evento favorevole e quello sfavorevole dipendono dalla varianza istantanea del processo stesso e dalla scadenza. L’espressione della pseudoprobabilità quindi diventa:

    Di conseguenza, dalla espressione di definizione del valore di opzione risulta evidente una proprietà fondamentale del valore di opzione che consiste nel fatto che in un mercato efficiente esso dipende solo da cinque fattori: il valore del sottostante, il tasso di interesse, il prezzo d’esercizio, la durata (scadenza dell’opzione) e la volatilità del sottostante.
    ______________________________
    1Replicabilità: il portafoglio deve essere interamente replicabile con attività acquistabili interamente sul mercato
    Bibliografia
    J. C. Cox, S. A. Ross and M. Rubinstein, Option Pricing: a Simplified Approach, Journal of Financial Economics, 7 (1979), pp. 229-263.
    J. C. Cox and M. Rubinstein, Option Markets, Englewood Cliffs, NJ: Prentice Hall, 1985.
    Pennisi, G. and Scandizzo, P.L. (2006) "Economic Evaluation in an Age of Uncertainty", Evaluation, Vol. 12, n.1, pp. 77-94.
    Pennisi, G. e Scandizzo, P.L. (2003) " Valutare l’incertezza: l’analisi costi benefici nel XXI secolo" G. Giappichelli Editore.

    © 2009 ASSONEBB

  • MODELLO BLANCHARD KIYOTAKY DI EQUILIBRIO ECONOMICO GENERALE CON CONCORRENZA MONOPOLISTICA (Enciclopedia)

    Il modello di equilibrio generale con concorrenza monopolistica di Blanchard e Kiyotaki (American Economic Review, 1987) rappresenta il modello di riferimento per gli economisti Neo Keynesiani (NEK)1 delle interazioni tra agenti in mercati imperfettamente concorrenziali e sotto ipotesi di informazione incompleta e asimmetrica. Il motivo risiede nella capacità degli autori di pervenire a risultati keynesiani dando al contempo una spiegazione alla presenza di rigidità nominali che sia anche coerente con l’ipotesi di razionalità degli agenti, nel rigore di un modello di equilibrio economico generale. Infatti, da quando Blanchard e Kiyotaki (BK) hanno riconosciuto la convenienza dell’uso dei modelli di concorrenza imperfetta di Spence (1976) e di Dixit e Stiglitz (1977) per l’analisi dei meccanismi di fissazione del prezzo da parte delle imprese in un’economia monetaria, la maggior parte dei modelli teorici sulla price stickyness hanno adottato varianti di questo modello. In realtà, il lavoro originario di BK si basa su una analisi completa circa il ruolo che ha la concorrenza monopolistica nello spiegare gli effetti reali di variazioni nella domanda aggregata. Tale analisi si articola su tre livelli distinti. Inizialmente, utilizzando come benchmark il modello di concorrenza perfetta, si dimostra che la presenza di concorrenza monopolistica nei mercati dell’economia descritta, genera delle esternalità di domanda. Tuttavia, la sola presenza di queste esternalità non è sufficiente a spiegare come delle variazioni della domanda possano avere effetti sull’output reale. Pertanto, l’analisi procede combinando l’ipotesi di concorrenza monopolistica con l’esistenza di altre forme d’imperfezioni nel mercato. In particolare, si ipotizzano costi di aggiustamento dei prezzi per le imprese operanti nel mercato imperfettamente concorrenziale (menu cost). Il risultato cui si perviene in questa seconda fase dell’analisi è che una ridotta variazione dei costi di aggiustamento è in grado di generare rilevanti effetti reali indotti da variazioni nella politica monetaria. Infine, nel terzo punto si dimostra, dando per assunto che movimenti della domanda aggregata abbiano effetti reali, come lo stesso modello con l’inclusione di costi fissi possa descrivere la risposta delle variabili economiche alle fluttuazioni nella domanda aggregata in modo più accurato di quanto consenta un modello alternativo di concorrenza perfetta.
    Il contributo alla letteratura macroeconomica moderna consiste dunque in un modello di equilibrio economico generale di concorrenza monopolistica basato sui seguenti elementi:

    1. Per consentire un’analisi del meccanismo di fissazione di prezzi e salari, il modello prevede due tipi di agenti: le famiglie e le imprese. Entrambi i mercati, sia quello del lavoro che dei beni, sono caratterizzati da concorrenza monopolistica. Infatti, in questa economia di tipo household-firm, ogni impresa offre un bene differenziato, così come ogni famiglia offre un tipo di lavoro differenziato da quelli presenti nel mercato, così da detenere un potere di monopolio.
    2. Nell’argomento della funzione di utilità sono inclusi i saldi monetari reali, in modo da invalidare la legge di Say. La moneta funge anche da numeraire good.
    3. Funzioni di utilità e di produzione à la Dixit-Stiglitz.
    4. Staticità del modello (uniperiodale).
    Il modello BK dunque, ipotizza che entrambi i mercati operino in regime di concorrenza monopolistica. Sotto questa ipotesi, l’equilibrio competitivo sarà caratterizzato da un’inefficienza, o una “aggregate demand externality”, ossia da un livello di output aggregato inferiore di quello che si avrebbe in regime di concorrenza perfetta. Il medesimo risultato può essere ricavato utilizzando delle versioni semplificate del modello. Ad esempio, e a fini semplificativi la rimozione della ipotesi di concorrenza imperfetta nel mercato del lavoro e una diversa caratterizzazione della production function, giungendo ad ottenere i medesimi risultati.?
    Di seguito ne sarà presentata una sintesi. Lo scopo è quello di derivare analiticamente, il primo dei risultati cui BK pervengono, ossia una spiegazione congruente con gli assiomi razionalità degli agenti, mediante il solo abbandono del framework di concorrenza perfetta, della presenza di rigidità nominali e di un livello inefficiente di occupazione in equilibrio.

    Struttura del modello?
    L’economia è composta da m imprese (indicate con il suffisso j = 1,…,m), ognuna delle quali produce un singolo bene percepito dai consumatori come sostituto imperfetto dei beni prodotti dalle altre imprese nel mercato. Pertanto ciascuna impresa detiene un certo grado di potere di monopolio. Inoltre vi sono n famiglie (indicate con il suffisso i = 1,…,n). Ciascuna famiglia offre l’unico input produttivo domandato dalle imprese, un generico lavoro L.

    Il problema di ottimo delle famiglie
    Le famiglie consumano, detengono moneta e offrono lavoro. Pertanto ciascuna di esse avrà una funzione di utilità che dipende negativamente dal lavoro L e positivamente dal consumo C e dal livello di saldi monetari reali M/P con la seguente specificazione:

    Ui = Cig (M/P)1-g - ?L?i(1)

    Il parametro g indica il peso relativo del consumo e dei saldi monetari reali nell’utilità dell’agente, mentre il parametro misura la disutilità del lavoro e si assume essere maggiore di uno.
    A sua volta, il consumo aggregato C è una funzione CES (Constant Elasticity of Substitution), in cui sono inclusi in modo simmetrico tutti i consumi individuali dei singoli beni:

    Ci = m 1/1-? (?j Cij (?-1/?))(?/?-1) (2)

    Il parametro ? rappresenta l’elasticità di sostituzione tra i beni. Sotto l’ipotesi di imperfetta sostituibilità tra i vari beni e di differenziazione dei prodotti, si assume che il parametro ?abbia valore finito. Intuitivamente, se il grado di sostituibilità tra i beni fosse molto elevato, ossia tendente ad infinito, il potere di monopolio esercitato sui consumatori dalle imprese gradualmente svanirebbe, sino ad arrivare alle condizioni di concorrenza perfetta nel mercato dei beni.
    Infine l’indice generale dei prezzi per questa economia è una funzione crescente dei singoli prezzi Pj fissati dalle m imprese per ciascun prodotto:

    P = (1/m ?j Pj1-? )1/1-? (3)

    Date le variabili del problema, la famiglia i cerca di massimizzare la propria utilità rispettando il proprio vincolo di bilancio. Infatti, la spesa complessiva individuale in consumo di beni e in termini di detenzione di moneta deve essere almeno pari al reddito disponibile Ri derivante dal reddito da lavoro (remunerato con lo stesso salario W per tutte le famiglie), dalla dotazione iniziale di moneta e dalla quota di profitti dell’impresa di cui la famiglia è proprietaria.
    Il problema di ottimizzazione è così definito:

    max (Cij,Mi,Li) Ui = Cig (M/P) 1-g - ?Li? (4)

    s.t. ?jPjCij + Mi = Ri (5)

    Ri = WLi +?j ?ij + Mi (6)

    Risolvendo 5 otteniamo le seguenti equazioni:

    Ci = g (Ri / P) (7)

    Mi= (1-g)Ri (8)

    Cij = (Pj/P)-? (g/m) (Ri/P) (9)

    Li = k (W/P)(1/?-1) (10)

    con k = ? (1/?-1)

    La (7) rappresenta la domanda di consumi complessivi, la (8) la domanda di moneta, la (9) domanda de bene j relativa alla famiglia i e infine la (10) rappresenta l’offerta di lavoro. Trattandosi di un agente rappresentativo la funzione di domanda del bene j sarà pari alla somma orizzontale delle singole funzioni di domanda per il bene j:

    Mentre la funzione di domanda di beni in termini reali sarà pari a:



    Sostituendo la (3) nella (11) e semplificando si ottiene la seguente equazione per la funzione di domanda:

    Y = gR / P (13)


    In equilibrio la domanda aggregata sarà pari alla produzione aggregata:

    Y = R/P - M/P (14)


    Sostituendo la (13) nella (14) e risolvendo per Y si ottiene la curva di domanda aggregata (AD) per questa economia:

    Y =(g/1-g) (M/P) (15)


    Da cui segue che la domanda di mercato del bene j è pari a:



    Pertanto dalla (15) e dalla (16) si deduce che nel modello la domanda aggregata di beni e la domanda di mercato del singolo bene j dipendono esclusivamente dalla dotazione complessiva e non dalle singole dotazioni delle famiglie di moneta. Infine l’offerta di lavoro complessiva è i prodotto dell’offerta di ciascuna famiglia per il numero complessivo di famiglie:

    L = n k (W/P)(1/?-1) (17)


    Il problema di ottimizzazione delle imprese

    L’impresa massimizza il profitto in funzione del prezzo che fissa per il bene j che produce sotto il vincolo di una funzione di produzione di tipo Cobb Douglas a rendimenti decrescenti:







    Assumendo che m sia molto grande, coerentemente con l’ipotesi di concorrenza monopolistica riguardo l’atomicità del mercato, variazioni del prezzo del bene j non modificano P, che risulta essere un parametro dato per l’impresa.

    Risolvendo il problema di ottimo si ottiene il prezzo per il bene j:



    Dato il livello generale dei prezzi, l’impresa monopolista fissa il prezzo relativo del singolo bene che produce. Si noti che un aumento del salario reale provoca una traslazione in alto della curva dei costi marginali, generando un aumento del prezzo relativo. Inoltre, un aumento della domanda aggregata incide positivamente sul prezzo, cosa che non avverrebbe sotto l’ipotesi di una funzione di produzione a rendimenti costanti. Dalla (21) si può ricavare il prezzo che l’impresa fissa per j che in termini di teoria dei giochi equivale alla funzione di risposta ottima (best response function) per l’impresa:



    Le due formulazioni per il prezzo del bene j implicano che vi sia complementarietà strategica nel senso che una variazione positiva del salario reale, del saldo monetario reale o dell’indice generale dei prezzi P inducono un aumento del prezzo fissato dalla singola impresa. Infatti in questo modello ipotizzando che non vi sia specializzazione nel consumo (le imprese utilizzano non solo i beni da loro prodotti ma anche quelli prodotti dalle m-j imprese operanti nello stesso mercato) ci troviamo in presenza di spillovers di domanda che in mercati imperfettamente concorrenziali danno luogo a interazioni tra i produttori. Si viene dunque a definire un gioco non cooperativo la cui variabile strategica è il prezzo. Pertanto la funzione di risposta ottima relativa a ciascuna impresa delinea, dato il salario reale e il saldo monetario reale, la relazione esistente tra il prezzo individuale e quello praticato dai concorrenti, che qui si assume essere di natura positiva. Va notato che la variazione del prezzo della singola impresa è meno che proporzionale rispetto all’aumento di P. Questa proprietà della funzione di risposta ottima, come si analizzerà nella parte dedicata all’equilibrio economico generale, produce un’esternalità nell’equilibrio di Nash che porta questa economia a collocarsi in un equilibrio caratterizzato da un’ allocazione Pareto inefficiente (perché se le situazioni più efficienti in senso paretiano non sono equilibri di Nash non potranno essere realizzate).

    Sostituendo la (21) nella (20) e utilizzando l’espressione per Y si ricava la quantità del bene j in equilibrio:



    Si tratta di una funzione che decresce all’aumentare del salario reale e che invece cresce all’aumentare del saldo monetario reale.
    Infine sostituendo la (23) nella funzione di produzione dell’impresa si ottiene la funzione di domanda ottimale di lavoro per l’impresa j con ? elasticità del lavoro rispetto al salario reale:

    L’equilibrio economico generale


    Data l’ipotesi di completa simmetria tra le imprese in equilibrio generale i prezzi delle singole imprese saranno uguali tra loro e pari all’indice generale dei prezzi P:

    a)Il mercato del lavoro

    Sostituendo la (25) nella (22)


    Sostituendo l’espressione utilizzata per e tenendo conto della formula ricavata per la curva AD si ottiene:



    Dove, pertanto l’equazione precedente diventa:



    Quindi se sostituiamo nella (26) l’ultima equazione trovata per il saldo reale monetario



    Infine, sostituendo quest’ultima equazione nella funzione di produzione, e aggregando per le m imprese si ottiene la domanda di lavoro aggregata in un mercato dei beni di concorrenza imperfetta, che indichiamo col suffisso CM:



    Pertanto in equilibrio, dall’uguaglianza tra domanda (30) e offerta aggregata di lavoro (17) si ricavano il livello di salario reale e occupazione di equilibrio, rispettivamente:





    Seguendo un analogo procedimento si possono ricavare i valori corrispondenti di salario reale e occupazione nel caso classico di concorrenza perfetta, che indichiamo col suffisso CP:





    Se ne deduce che la differenza tra le due situazioni di equilibrio nel mercato del lavoro è rappresentata dalla presenza del parametro che misura l’eccesso del prezzo sul costo marginale se l’impresa ha un certo potere di monopolio. Date queste relazioni si può concludere che il salario reale e il livello di occupazione di equilibrio nel caso di concorrenza monopolistica sono entrambi inferiori ai rispettivi valori di equilibrio nel caso di concorrenza perfetta. Come sottolineato in precedenza, l’interazione tra le imprese produce un’esternalità macroeconomica nel mercato. Infatti, se partissimo da un equilibrio di Bertrand-Nash simmetrico, in cui tutte le imprese applicano lo stesso prezzo mantenendo il prezzo relativo costantemente pari ad uno, un’identica e coordinata riduzione del prezzo di ciascuna impresa comporterebbe per tutte un aumento di profitti reali dovuto all’aumento della domanda aggregata (i consumatori godrebbero di un livello più alto di saldo monetario reale). Quindi un’azione coordinata sul prezzo darebbe luogo a un miglioramento in senso paretiano per tutte le imprese. Tuttavia, in questo modello nessuna impresa è incentivata a diminuire il prezzo in quanto, a partire dall’equilibrio simmetrico in cui il prezzo dell’impresa j è esattamente pari all’indice generale dei prezzi P, il beneficio che essa trarrebbe dall’aumento della domanda aggregata reale non compenserebbe l’impresa per la riduzione del suo prezzo unitario. Infatti, anche le altre imprese che non modificano i loro prezzi beneficerebbero di tale aumento di domanda. La possibilità di attuare un comportamento di free-riding da parte delle imprese spiega perché mancano gli incentivi a variare il prezzo. Questo risultato rappresenta un’estensione a livello macroeconomico della tipica situazione di fallimento di mercato evidenziata dalla teoria microeconomica in presenza di strutture di mercato non concorrenziali, utile a spiegare la rigidità del prezzo relativo. Tale esternalità negativa inoltre, inevitabilmente indurrà ad una perdita di benessere per l’intera economia. Va precisato, come si esporrà successivamente, che il livello di disoccupazione che caratterizza l’equilibrio di CM, ha natura esclusivamente volontaria (i lavoratori si trovano sulla loro curva di offerta), a differenza del generico risultato keynesiano che teorizza la presenza di disoccupazione involontaria nell’economia. In particolare, l’equilibrio di CM risulta Pareto-inefficiente in quanto persiste un gap tra salario reale e produttività marginale del lavoro, dovuto in ultima analisi alla sostituibilità imperfetta tra beni nella funzione di utilità.
    Una volta definite le curve di domanda si può ricavare l’offerta della singola impresa sostituendo la domanda di lavoro (30) della singola impresa nella funzione di produzione. A livello aggregato si avrà la seguente curva di offerta:



    Analogamente, in concorrenza perfetta si otterrà la seguente curva di offerta aggregata:



    Dunque, essendo il parametro minore di uno, la produzione per ogni dato livello di salario reale sarà superiore in concorrenza perfetta. Infine, sostituendo salario reale di equilibrio nei due casi nelle curve AS si ottiene l’offerta aggregata dei beni, da cui si determina il livello di output di equilibrio nei due casi:





    Dal confronto dei due equilibri si evince che l’output di equilibrio in CM è minore di quello Pareto-ottimale. Il livello generale dei prezzi, date le differenti curve di offerta, sarà più alto in CM. Infatti, in CM l’allocazione efficiente in senso paretiano con un livello di prezzi più basso, non è un equilibrio di Nash nel gioco di formazione di prezzo tra le imprese. Dunque, per prezzi più elevati si avrà un livello di scorte monetarie inferiori da cui dipenderanno minore produzione e occupazione. Un altro risultato che si evince è la neutralità della moneta. Infatti, il livello di output risulta determinato esclusivamente ed in modo esogeno dai parametri dell’economia Normal 0 14 false false false IT JA X-NONE /* Style Definitions */ table.MsoNormalTable {mso-style-name:"Tabella normale"; mso-tstyle-rowband-size:0; mso-tstyle-colband-size:0; mso-style-noshow:yes; mso-style-priority:99; mso-style-parent:""; mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; mso-para-margin-top:0cm; mso-para-margin-right:0cm; mso-para-margin-bottom:10.0pt; mso-para-margin-left:0cm; line-height:115%; mso-pagination:widow-orphan; font-size:11.0pt; font-family:"Calibri","sans-serif"; mso-ascii-font-family:Calibri; mso-ascii-theme-font:minor-latin; mso-hansi-font-family:Calibri; mso-hansi-theme-font:minor-latin; mso-bidi-font-family:"Times New Roman"; mso-bidi-theme-font:minor-bidi; mso-fareast-language:EN-US;} ?, ? e ?, rispettivamente lo stato della tecnologia, la propensione delle famiglie al lavoro e il grado di monopolio delle imprese nel mercato mentre una variazione della moneta M è in grado di modificare solo la curva di domanda. Ad esempio, una diminuzione della moneta provoca una diminuzione della domanda aggregata. L’impresa, risponderà diminuendo il prezzo e di conseguenza la domanda suo bene sarà relativamente superiore a quella dei beni delle altre. A questo punto quindi anche le altre imprese saranno indotte ad abbassare i loro prezzi fino a quando in equilibrio il prezzo di ciascuna impresa equivarrà all’indice generale dei prezzi dell’economia. Questa diminuzione del livello dei prezzi compenserà la diminuzione del salario nominale così da lasciare immutato il salario reale e quindi l’occupazione.

    Proprietà dell’equilibrio

    In conclusione, abbiamo derivato due risultati importanti nel panorama di ricerca NEK direttamente da una versione semplificata del modello BK. In primo luogo, l’introduzione dell’ipotesi di concorrenza imperfetta nel mercato del lavoro specifica correttamente l’esistenza di equilibri con livelli di occupazioni inefficienti, associati quindi a un livello di occupazione basso rispetto a quello determinato sotto ipotesi di concorrenza perfetta. In secondo luogo, la presenza di esternalità macroeconomiche spiega il fenomeno delle rigidità nominali tipicamente keynesiano. In particolare, la rigidità dei prezzi è coerente con le scelte effettuate da agenti razionali che massimizzano la propria utilità, un risultato impossibile da ottenere in mercati che operano in CP. Tuttavia, in questa prima parte dell’analisi nel modello si riscontra solo disoccupazione volontaria. Tale risultato, come la neutralità della moneta, è tutt’altro che in linea con la visione keynesiana. In altri termini, l’uscita dal paradigma della concorrenza perfetta non è sufficiente a spiegare l’impatto reale delle variabili nominali e invalidare la proposizione di inefficacia della politica economica (Ardeni PG., Boitani A., Delli Gatti D., Gallegati, M., 1996). Gli autori, pur riconoscendo i limiti derivanti dall’utilizzo di un modello statico, incorporando altre imperfezioni come i costi di aggiustamento dei prezzi, dimostreranno come il framework di concorrenza imperfetta possa dimostrare la non neutralità della moneta dando un valido contributo alla definizione di modelli che pervengano a risultati keynesiani ma che presentino al contempo una rigorosa microfondazione.

    Bibliografia
    Blanchard Olivier J. e Kiyotaki N. (1987), Monopolistic Competition and the Effects of Aggregate Demand, American Economic Review, Vol. 77, No. 4, pp. 647-666, Settembre.
    Boitani A. e M. Damiani (2003), Una nuova economia keynesiana, ed. Il Mulino, Bologna.
    Cooper R. e John A. (1985), Coordinating Coordination Failures in Keynesian Models, Cowles Foundation Discussion Papers 745R, Cowles Foundation for Research in Economics, Yale University, Luglio 1985.
    De Vincenti C. e Marchetti E. (2005), Temi di macroeconomia contemporanea, Carocci.
    Dixit A. e Stiglitz J. (1977), Monopolistic competition and optimum product diversity, American Economic Review, Vol. 67, No. 3, 297-308, Giugno.
    Mankiw N. Gregory (1985), Small Menu Costs and Large Business Cycles: A Macroeconomic Model, Quarterly Journal of Economics, MIT Press, vol. 100(2), pp. 529-38, Maggio.
    Messori M. (1996), La nuova economia keynesiana, Collana della Società italiana degli economisti, ed. Il Mulino, Bologna.
    Spence M. (1976), Product Differentiation and Welfare, American Economic Review, American Economic Association, vol. 66(2), pp. 407-14, Maggio.


    © 2011 ASSONEB

  • MODELLO DELL'INDICE SINGOLO

    Modello normativo sviluppato da Harris Max Markowitz (nato nel 1927; Nobel 1990 per l’economia) negli anni Cinquanta per l’individuazione del set di portafogli di attività finanziarie efficienti. Si fonda sul criterio della media/varianza dei rendimenti attesi sulle singole attività e richiede la stima della media e della varianza (o deviazione standard) dei rendimenti previsti per l’intero universo dei titoli soggetti a rischio, assieme alla determinazione dei parametri di variabilità congiunta (covarianza, o indice di correlazione lineare) afferenti ad ogni coppia di titoli. Per ridurre la mole delle stime e dei calcoli, il modello ipotizza un meccanismo di generazione dei rendimenti dei singoli titoli riferito a un unico fattore comune a tutto il mercato, il che consente di desumerela variabilità congiunta fra le diverse coppie di titoli dal confronto della sensibilità dei singoli titoli rispetto all’andamento dell’indice. Il meccanismo definisce il rendimento di periodo di un certo titolo come la sommatoria di tre addendi rappresentati rispettivamente a) da una componente costante, b) dal prodotto di una costante espressiva della sensibilità del rendimento rispetto ai valori dell’indice (coefficiente beta) per il valore dell’indice di riferimento nel periodo considerato e c) da un termine di errore rappresentativo di quella parte del rendimento non spiegata dai parametri che definiscono la relazione con l’indice. L’indice di riferimento non viene determinato in maniera univoca, potendo in concreto essere approssimato dalla grandezza che meglio soddisfa le ipotesi sottese al modello. Esso può essere individuato, p.e., nella variazione percentuale del prodotto interno lordo, dell’indice della produzione industriale o di un indice di borsa. Sono, inoltre, chiaramente esplicitati i requisiti che tale indice deve soddisfare: la relazione con l’indice deve rappresentare la determinante esclusiva dei rendimenti medi attesi da ogni titolo, dipendendo gli scostamenti rilevati ex post rispetto ai valori stimati soltanto da fattori specifici del titolo destinati a compensarsi nel tempo; la correlazione fra i termini di errore e i valori dell’indice è nulla (il che equivale a dire che la correlazione fra il rendimento di ciascun titolo e l’indice è integralmente definita dai termini costanti della relazione); la correlazione fra i rendimenti di ogni coppia di titoli è integralmente definita dalla loro correlazione incrociata con l’indice, da cui discende che le componenti del rendimento di due titoli non spiegate dal modello si determinano in relazione a fattori aleatori specifici dei singoli titoli e fra loro statisticamente indipendenti.

  • MODELLO DI BLACK & SCHOLES (Enciclopedia)

    Il modello di pricing delle opzioni più famoso e più generale è stato elaborato agli inizi degli anni settanta da Fisher Black e Myron Scholes (1973). In origine questo modello è stato sviluppato per prezzare le opzioni finanziarie di tipo Europeo (che cioè non possono essere liquidate prima della scadenza) e dalla prima versione ha contribuito e influenzato tutti i modelli di pricing successivi. Un importante contributo allo sviluppo definito del modello di Black e Scholes va senza dubbio a Merton che sulla base della versione del 1973 ha apportato modifiche e miglioramenti.
    Nel modello di Black & Scholes, come nel modello binomiale, l’ipotesi di base è quella della possibilità di creare un portafoglio equivalente all’opzione, costituito in parte da unità del sottostante e in parte da obbligazioni prive di rischio. La differenza principale rispetto al modello binomiale è che in questo caso l’ipotesi prevede che i rendimenti siano distribuiti tra infiniti stati della natura secondo una legge statistica normale. Il modello di Black e Scholes rappresenta il limite nel continuo del modello binomiale (che è discreto).
    Il modello di Black e Scholes permette di definire e valutare una opzione a partire dalla conoscenza di sei variabili fondamentali che sono:
    S = Valore dell’attività sottostante
    K= prezzo "strike" dell’opzione
    t = scadenza dell’opzione
    r= tasso d’interesse privo di rischio corrispondente alla vita dell’opzione
    = volatilità del sottostante
    Dati questi valori, Black e Scholes dimostrano che, in presenza di un processo stocastico Browniano di tipo geometrico (il processo stocastico che corrisponde all’ipotesi di lognormalità delle distribuzioni istantanee della variabile di riferimento), si ottiene il seguente risultato:
    Valore della opzione call
    con:


    N rappresenta una distribuzione normale standardizzata, vale a dire una distribuzione normale che ha media pari a 0 e deviazione standard pari a 1.
    Il metodo di Black e Scholes (B&S) si basa sull’idea del portafoglio replicante. Poiché in un mercato efficiente non vi sono possibilità di arbitraggio, questo portafoglio deve avere lo stesso valore dell’opzione dato da una combinazione di attività di credito e di debito e del sottostante priva di rischio.
    Il primo termine dell’equazione si può interpretare come il valore delle azioni da comprare mentre il secondo termine come quello delle obbligazioni da emettere. Il valore dell’opzione esprime quindi, la differenza tra un determinato valore di attività sottostante e il valore attuale dell’indebitamento .
    , il numero di quote del sottostante per creare il portafogli replica viene chiamato il delta di opzione. I valori e denotano le probabilità che l’opzione venga a scadenza con un valore del sottostante maggiore del valore dello strike (ossia "in the money" come si dice in gergo finanziario). Si noti, che, come nel modello binomiale, queste probabilità sono "pseudoprobabilità" e non corrispondono alle probabilità effettive eccetto che nell’ipotesi particolare in cui gli operatori siano neutrali rispetto al rischio. Analogamente al valore della call europea, si può ricavare il valore della opzione Europea che è pari a

    Il modello di Black e Scholes ipotizza: che l' andamento dei prezzi dell' attività sottostante può essere approssimato da un processo log-normale; che esiste un mercato perfettamente efficiente e senza frizioni (compresa l' assenza di tasse e di costi di transazione); che il tasso di interesse del mercato sia lo stesso per impieghi e prestiti e sia costante durante il periodo di durata dell' opzione; che la varianza del sottostante sia costante per il periodo di durata della opzione. Se il mercato risponde a queste caratteristiche, il modello in esame offre una base rigorosa per calcolare il valore e le caratteristiche di rischio di una osizione in opzioni. Il fattore fondamentale per tale calcolo è costituito dalle variazioni del prezzo del titolo. La sensitività del valore di una opzione rispetto al fattore prezzo è indicata dal coefficiente delta (derivata prima di C rispetto a S) che misura il rapporto tra le variazioni di C e quelle di S in costanza degli altri fattori. Il coefficiente delta consente di stimare l' impatto sul valore calcolato ex ante C di una data variazione del prezzo dell' attività sottostante (variazione di C = delta * variazione di S). Matematicamente, il delta si ricava dalla formula di Black e Scholes: delta = N(dΉ ). Il delta di una call varia in un intervallo compreso tra 0 e 1. Il suo valore è minimo quando S è molto inferiore a K e la scadenza dell' opzione è prossima. In tal caso, la probabilità di aumenti di prezzo tali da portare in the money l' opzione call alla scadenza è molto remota: il mercato si attende che l' opzione scada senza valore e pertanto il legame con il prezzo del titolo è molto debole. Il delta tende all' unità per prezzi (S) molto superiori a K, in quanto è molto probabile che l' opzione venga esercitata. Altri coefficienti derivabili dalla formula di Black and Scholes sono gamma, theta, vega e rho (q.v.) che misurano, rispettivamente, la sensitività: di delta a piccoli cambiamenti di prezzo dell' azione; del valore dell' opzione a piccoli cambiamenti del tempo fino alla scadenza; del valore dell' opzione a piccoli cambiamenti della volatilità: del valore dell' opzione al variare del tasso di interesse. Opzioni put. Nelle opzioni put di tipo europeo il prezzo teorico P è dato dalla formula ? = Ke ― rt N(-d²)-SN …(dΉ).
    Il delta risulta allora pari al complemento a 1 del delta di un' opzione call stipulata in eguali condizioni, vale a dire è : =|N(dΉ) - 1|
    Adattamenti della formula di Black and Scholes. La teoria finanziaria ha apportato diversi perfezionamenti della formula di Black and Scholes. Nel 1973 Robert Merton ha allentato l' assunto della non-distribuzione di dividendi nel periodo di esercizio dell' opzione. Nel 1976 Jonathan Ingerson ha allentato il vincolo dell' assenza di tasse e di costi di transazione e Rober erton ha rimosso il vincolo di un tasso di interesse costante. Sono stati anche elaborati diversi adattamenti per estendere la formula alle opzioni su valute, obbligazioni, futures e opzioni su tassi di interesse (caps; floors ecc.). Degli adattamenti empirici sono stati anche fatti per valutare le opzioni americane (che al contrario di quelle europee danno al detentore la facoltà di esercizio anticipato rispetto alla scadenza). Applicazioni alla valutazione dei rischi di mercato. Delta è una misura della sensitività del valore calcolato dell' opzione a piccole variazioni del prezzo dell' azione ed è quindi un indice del rischio di posizione. Il delta è il coefficiente impiegato per il calcolo dei requisiti patrimoniali per i rischi di mercato pendenti sulle opzioni, secondo uno (metodo delta-plus) dei tre procedimenti prescritti dalla Banca d' Italia. La formula di Black and Scholes è uno dei metodi prescrittidalla Banca d' Italia per il calcolo del delta (v. Istruzioni di vigilanza, Tit. IV, Cap. 3, Sez. IX, e Allegato D).
    Bibliografia
    Black F. and Scholes M. (1973), "The Pricing of Options and Corporate Liabilities", in Journal of Political Economy, 81 (May … June), 1973, pp. 637-659.
    Hull J.C. (1997), Options, Futures and Other Derivative Securities, Prentice Hall International; trad. it. a cura di Emilio Barone, Il Sole 24 Ore Libri, Milano.
    Merton, R. (1973), Theory of Rational Option Pricing, Bell Journal of Economics and Management Science 4 (1), 141-183
    Pennisi, G. and Scandizzo, P.L. (2006) "Economic Evaluation in an Age of Uncertainty", Evaluation, Vol. 12, n.1, pp. 77-94.
    Pennisi, G. e Scandizzo, P.L. (2003) " Valutare l’incertezza: l’analisi costi benefici nel XXI secolo" G. Giappichelli Editore.

    © 2009 ASSONEBB

  • Modello di correzione dell'errore (MCE)

    Abstract

    Il Modello a Correzione dell'Errore (MCE) è un modello grazie al quale si risolve il problema della regressione spuria che si verifica nella stima di relazioni in livelli tra processi integrati (non stazionari). Esso rappresenta un collegamento tra l'analisi delle serie storiche e la teoria economica, breve periodo e lungo periodo. Infatti, l'elemento principale del modello è il termine a correzione dell'errore in virtù del quale le variazioni della variabile dipendente sono dovute non solo alle variazioni della variabile indipendente, ma anche all'entità del disequilibrio determinatosi al tempo precedente. Il suddetto termine gioca quindi un ruolo stabilizzatore infraperiodale contribuendo a riportare la variabile dipendente, y, verso l'equilibrio. I modelli a correzione dell'errore si collocano nell'ambito di studio delle serie storiche non stazionarie.
    La non stazionarietà di una serie storica può essere ricondotta alla presenza di tre fattori (Hamilton, 1995): di un trend, del fenomeno della stagionalità e di variazioni delle ampiezze e del livello delle oscillazioni al variare del tempo. La struttura probabilistica di una serie storica non stazionaria varia nel tempo; il processo è eteroschedastico e serialmente correlato.

    Figura 1. Percorso


    Una serie storica, yt = {y1, y2, y3...,yt}, con t = 1,....,T, costituisce una sequenza di osservazioni su un fenomeno y effettuate in istanti o in intervalli (rispettivamente per le variabili di stock e di flusso) di tempo consecutivi e solitamente equispaziati (stock) o della stessa lunghezza (flussi). Esprimendo dunque la dinamica del fenomeno nel tempo, si usa rappresentare la coppia di valori (t, yt), descriventi l'andamento della serie, su un diagramma cartesiano con un grafico a tratto continuo, come se il fenomeno fosse rilevato con continuità. In letteratura esistono due approcci per l'analisi delle serie storiche temporali: quello tradizionale e quello moderno. Secondo l'approccio tradizionale si assume che il processo, Yt = f(t) + ut, generatore dei dati in serie storica relativi al fenomeno Y, abbia una parte deterministica f(t), che consente di scomporlo in componenti tendenziali, cicliche e stagionali, e una componente residuale (ut), data dalla differenza tra i dati teorici del modello deterministico ed i dati osservati. L'approccio moderno, al quale si farà riferimento in seguito, ipotizza che la parte sistematica manchi o sia già stata eliminata mediante stime o altri modelli, e studia la componente stocastica ut. Dunque si assume che il processo sia stato generato da un processo stocastico descrivibile mediante un modello probabilistico di tipo parametrico. Un processo stocastico è un insieme di variabili aleatorie (Xt)t?T definite su uno spazio di probabilità (?,F,P) a valori in (R,B(R)), dove T è un insieme di indici. Se T è un intervallo di R, allora il processo stocastico si dice continuo e si indica con {X(t) : t ? T}; se T ? N (Z), allora il processo stocastico si dice discreto e si indica con {Xt : t ? T}. Prendiamo in considerazione processi stocastici a tempo discreto, sapendo che le definizioni e i risultati valgono anche nel caso continuo. A questo punto si può ridefinire una serie temporale come una realizzazione campionaria di un processo stocastico (Proietti, 2011).

    L'analisi delle serie storiche può essere: 1) univariata, se mira a descrivere e interpretare sinteticamente l'andamento nel tempo di un fenomeno (grazie anche all'uso di grafici che mettono in evidenza eventuali valori anomali), tentando di spiegare il meccanismo dinamico che ha generato la serie e cercando di prevedere le sue realizzazioni future. L'informazione che viene sfruttata riguarda esclusivamente la coppia (t, yt), t = 1,...,T. Il punto fondamentale è che il passato ed il presente contengono informazioni rilevanti per prevedere l'evoluzione futura del fenomeno; 2) multivariata, se mira alla ricerca di connessioni e relazioni fra più serie storiche. È piuttosto raro che un fenomeno complesso come quelli che si studiano di solito in economia possa essere descritto da una sola variabile. Ci si trova molto più comunemente nella situazione in cui i fatti a cui ci si interessa non possano essere riassunti in modo soddisfacente se non usando più di una grandezza. Infatti, di solito si dispone d'informazioni su fenomeni collegati a quello da prevedere che andrebbero opportunamente incorporate al fine di migliorare la performance del modello di previsione. Questo conduce naturalmente all’uso di variabili casuali multiple. Per le ragioni sopra descritte, si può ritenere l'analisi univariata troppo limitativa. Ciò nonostante, quella univariata è un utile benchmark che consente di validare alternative più sofisticate. Inoltre, i risultati ottenuti nell'analisi univariata sono facilmente estendibili al caso multivariato.

    Il processo stocastico è noto se è nota la funzione di ripartizione P(Y1 ? a1, Y2 ? a2,....,Yt ? at) per ogni T-upla (a1,...,at), ossia se è nota la densità congiunta di ogni evento nello spazio reale a T dimensioni. Nelle applicazioni si dispone, per ogni t, di una singola realizzazione della variabile casuale yt, per cui il processo inferenziale presenterebbe complicazioni insuperabili se non venissero imposte due classi di restrizioni sulle caratteristiche del processo (Proietti, 2011):

    1. vincoli relativi all'eterogeneità temporale del processo stocastico (a questo tipo di restrizioni appartiene la stazionarietà);

    2. vincoli relativi alla memoria del processo stocastico (a questo tipo di restrizioni appartiene l'ergodicità).

    In letteratura sono state introdotte due diverse nozioni di stazionarietà; si parla, infatti, di stazionarietà in senso forte (o in senso stretto) e in senso debole (o del secondo ordine o in covarianza). Nel primo caso si richiede che la serie sia distribuita identicamente, si ha quindi un'omogeneità temporale perfetta. Precisamente, un processo stocastico è stazionario in senso forte se la distribuzione di probabilità congiunta di {Yt, Yt+1,...,Yt+r} è indipendente da t,
    ?r. Condizione necessaria e sufficiente perché ciò si verifichi è che tutti i momenti della variabile casuale multipla {Yt,Yt+1,...,Yt+r} siano finiti ed indipendenti da t. La struttura dinamica è dunque invariante nel tempo. Si tratta di una condizione molto restrittiva difficile da verificare in pratica perché fa riferimento alla funzione di distribuzione. In generale, è stazionario in senso forte un processo gaussiano per cui la densità congiunta dipende esclusivamente dal vettore delle medie delle variabili casuali Yt,Yt+1,...,Yt+r e dalla loro matrice di covarianza; pertanto, esso è stazionario se i suoi momenti fino al secondo sono finiti ed indipendenti da t, vale a dire

    E(Yt) = ΅ (1)

    E(Yt ?΅)2 = ?(0) < ? (2)

    E [(Yt ?΅)(Yt?k ?΅)] = ?(k) < ? (3)


    ?t,k, dove ?(k) denota l’autocovarianza tra Yt e Yt?k, che si assume essere funzione esclusivamente di k. Invece, per un processo stocastico non gaussiano i cui momenti ΅ e ?(k) sono indipendenti da t si parla di stazionarietà in senso debole (in covarianza). In tal caso la stazionarietà in covarianza non implica quella in senso forte, ma è generalmente sufficiente per ottenere i risultati più rilevanti. Un processo stocastico si definisce stazionario in senso debole se

    E(Xt) = ? (4)

    Var(Xt) = ?2 (5)

    Cov(Xt,Xt+h) = Cov(Xs,Xs+h) = ?(h) (6)


    cioè le covarianze tra gli elementi del processo sono determinate soltanto dalla distanza h tra gli indici temporali. y(h) si assume essere funzione esclusivamente di h. Un esempio di processo stocastico stazionario in senso debole è il white noise, una sequenza di variabili casuali incorrelate a media nulla e varianza costante. Esso viene indicato ?t ? WN(0,?2) dove E(?t) = 0, E(?t2) = ?2 (il processo è omoschedastico) e E(?t?t?k) = 0 (processo serialmente incorrelato), per k ? 0. Ricordiamo che l'incorrelazione non implica indipendenza che è un concetto più forte, l'unica eccezione è il processo gaussiano dove è vero anche il contrario.

    L'ergodicità richiede invece che la memoria del processo sia limitata così che eventi distanti nel tempo abbiano un basso grado di dipendenza. Un processo stocastico è ergodico

    K=0 ?? | ?(k) | < ? (7)

    dove ?(k) è la funzione di autocovarianza a lag K.

    In un contesto dinamico è necessario operare una generalizzazione definendo il concetto di processo stocastico multivariato (Johnson e Wichern 2002). Questo è un processo stocastico i cui elementi non sono variabili casuali semplici, ma multiple; si può pensare ad un processo stocastico multivariato come ad un vettore i cui elementi sono processi stocastici univariati. Tale definizione rende ovvia l’estensione al caso multivariato di molti dei concetti visti a proposito dei processi stocastici univariati: ad esempio, le definizioni di stazionarietà ed ergodicità rimangono immutate. Sia yt = (y1t,....,ynt)' un vettore NX1 di serie temporali, t = 1,...,T; yt è stazionario in senso debole se

    E(yt) = ? (8)

    E[(yt … ?) (yt-r … ?')] = ?'(?) (9)


    Come per il caso univariato la funzione di autocovarianza gode della proprietà ?(?) = ?'(-?). La stima dei momenti di un processo stazionario ed ergodico avviene attraverso i corrispondenti momenti campionari. Anche la definizione di white noise multivariato è molto simile a quella di white noise univariato. Il fatto che un processo multivariato sia un white noise esclude la correlazione fra ogni elemento del processo e la storia passata di tutto il processo, ma non esclude che possa esserci correlazione fra elementi contemporanei.

    Alla classe dei processi stazionari si applica un importante risultato noto come teorema di wold. Esso afferma che ogni processo stocastico stazionario in senso debole può essere scomposto in due processi stocastici mutualmente incorrelati, uno dei quali è lineare deterministico, c(t), ossia può essere previsto senza errore a partire dai valori passati di Yt; mentre l'altro indeterministico, è una sequenza infinita di variabili causali incorrelate (processo lineare):

    Yt = c(t) + ?t + ?1?t?1 + ?2?t?2 +···, (10)


    con ?|?j| < ? e E[c(t)?t?j] = 0, ?t, j. Il termine ?t è WN e rappresenta l’errore di previsione uniperiodale: ?t = Yt ? E(Yt|Yt?1,Yt?2,...), ed è anche detto innovazione. Solitamente la parte deterministica corrisponde alla media del processo, c(t) = ΅.

    La rappresentazione di Wold di un processo stazionario multivariato yt è

    yt = ? + ??j=0 ?j?t-j = ?(L)?t, ?t ? WN(0, ?) (11)

    con ?(L) = In + ?1L +...., e con ?j|?j| < ?

    Si assume che tale rappresentazione possa essere approssimata da un modello vettoriale autoregressivo (VAR) di ordine p:

    ?(L) yt = m + ?t, (12)

    con ?(L) = I … ?1L - … - ?pLp. Il processo VAR è stazionario se tutte le radici del polinomio |?(L)| sono in modulo superiori ad 1. Ad esempio in un VAR(1): yt = m + ?yt-1 + ?t, ?t ? WN(0, ?) il processo è stazionario se gli autovalori della matrice ? hanno modulo inferiore o uguale ad 1, o, in modo equivalente, se det(In … ?L) ? 0 per |L| ? 1.
    Per rappresentare algebricamente un processo, viene utilizzato, nelle serie storiche, l'operatore ritardo L (lag). Esso produce il valore ritardato di un periodo Yt?1: LYt = Yt?1. In generale,

    LkYt+r = Yt+r?k, k = 0, ±1,.... (13)


    Un polinomio di ordine m nell’operatore ritardo è definito: ?(L) = 1 + ?1L + ?2L2 +···+ ?mLm. Le radici del polinomio si ottengono ponendo ?(L) = 0 e risolvendo rispetto a L. Le radici saranno reali o complesse coniugate: si dice che esse giacciono al di fuori del cerchio di raggio unitario se il loro modulo è superiore a 1. In particolare, definendo il polinomio infinito ?(L) = 1 + ?1L + ?2L2 +.... possiamo riscrivere la rappresentazione di Wold in maniera sintetica yt = c(t)+ ?(L)?t.. Anche l’operatore L può essere applicato in modo del tutto analogo: Lxt = xt?1 anche nel caso in cui xt sia un vettore.

    L'importante conclusione che si può trarre dal teorema di Wold è che qualunque processo stazionario può essere espresso come una combinazione lineare di processi WN. Il problema che sorge nella rappresentazione del processo è che la struttura dei ritardi in ?t è di ordine infinito, e non possiamo ambire a stimare infiniti parametri a partire da una realizzazione finita. Per questo si introducono i processi autoregressivi che rendono possibile notevole parsimonia nel numero dei parametri richiesti per descrivere la struttura dinamica del processo. Indichiamo con AR(p) un processo autoregressivo di ordine p,

    Yt = m + ?1Yt?1 + ?2Yt?2 +···+ ?pYt?p + ?t (14)
    con ?t ? WN(0,?2). Si può riscrivere il processo applicando l'operatore ritardo, ?(L)Yt = ?t, dove ?(L) = 1 ? ?1L ?···? ?pLp è il polinomio autoregressivo di ordine p. Il processo è stazionario se le p radici del polinomio ?(L) sono in modulo superiori all'unità.

    Che succede quando il processo è non stazionario?
    Un processo stocastico è non stazionario se non rispetta i requisiti di stazionarietà in senso debole sopra descritti (Green, William, 2007). Il più elementare processo non stazionario è chiamato Random Walk:

    yt = yt-1 + ?t (15)
    dove ?t ? WN(0,?2). Il RW è un processo Markoviano del primo ordine e una martingala, in quanto E(yt|yt-1) = yt-1. La natura del processo RW (la varianza linearmente crescente) implica che esso possa vagare indefinitamente lontano dal valore iniziale con il procedere del tempo. Diversamente dal processo autoregressivo stazionario, non gode della proprietà di regressione verso la media (mean reversion). Il RW è inoltre un processo dalla memoria lunga in quanto il peso delle realizzazioni passate della variabile casuale ?t nella determinazione del presente rimane inalterato, mentre nel caso del processo autoregressivo stazionario decade in maniera esponenziale. Il processo RW può essere considerato come un processo AR (1) di parametro ? = 1, non stazionario. Da notare che uno shock passato ha effetti persistenti sul livello della serie (viene per intero accumulato, o integrato, nel livello). Il RW è un esempio di processo integrato del primo ordine yt ? I(1). Che cos'è l'ordine di integrazione di un processo?

    Ordine di integrazione: Il processo yt è integrato di ordine d, yt ? I(d), se le differenze d-esime ?dyt ammettono una rappresentazione di Wold stazionaria ed invertibile. In altre parole applicando d volte l’operatore differenza, ? = 1?L, si ottiene un processo stazionario ed invertibile, per il quale vale la tradizionale teoria asintotica.

    ?dyt = ? + ?(L)?t (16)

    con j=0 ? ? |?j| < ? Il comportamento dei processi integrati differisce da quello dei processi stazionari per molti aspetti. Uno di questi è sicuramente il fatto che la presenza di un termine costante in un modello autoregressivo non ha conseguenze drammatiche sulle sue proprietà temporali:

    yt = ΅ + ?yt?1 + ?t t = 1,2,...,T (17)

    yt è infatti un processo stazionario attorno a m = E(yt) = ΅/(1 ? ?), ed è noto che m e ? possono essere stimati in maniera (asintoticamente) indipendente; inoltre i momenti di ordine superiore al primo non sono affetti dalla presenza della media, la quale si configura come un parametro di disturbo eliminabile prendendo in considerazione il processo scarti dalla media. Nel caso ? = 1, invece, il processo

    ?yt = ΅ + ?t t = 1,2,...,T (18)

    è ancora I(1), ma le sue realizzazioni sono notevolmente diverse da quelle di un RW; mediante sostituzione successiva troviamo infatti che

    yt = y0 + ΅t + j=0???t?j (19) e che pertanto il valore medio del processo è un trend lineare deterministico attorno al quale le oscillazioni si fanno sempre più accentuate. Questo processo è denominato RW con drift. In molte circostanze ha rilievo determinare l’ordine di integrazione di una variabile. L’ordine di integrazione possiede un contenuto informativo autonomo sulle proprietà dinamiche della serie. Date le numerose differenze tra un processo stazionario e uno che non lo è diventa evidente la necessità di poter discriminare, tramite appropriati test, la natura del processo che si vuole esaminare. Nella letteratura econometrica, la classe dei test di radice unitaria sottopone a verifica l'ipotesi che yt sia stazionario nelle differenze, ossi che ?yt ha una rappresentazione di Wold stazionaria ed invertibile contro l'alternativa che sia stazionario attorno ad un processo deterministico. Ci sono due test in particolare il Dickey Fuller, che suppone ?t incorrelato e omoschedastio, e l'Agumented D-F, che invece postula l'autocorrelazione e l'eteroschedasticità. I test di radice unitaria hanno giocato un ruolo fondamentale nell'interpretazione del trend nelle serie storiche economiche (Kwiatkowski, Phillips, Schmidt, e Shin, 1992). Il modello ?(L)yt = dt + ?t, ?t ? WN(0, ?2), con dt componente deterministica (trend lineare), annida due contrapposte classi di processi stocastici, entrambi candidati ad interpretare la dinamica delle serie macroeconomiche reali.

    1. Processi Trend-Stationary (TS) : la cui componente evolutiva di lungo periodo è esprimibile in termini di una funzione deterministica del tempo e la cui componente di breve periodo è rappresentata da un processo stazionario a media nulla: yt = f(t) + ct. Nel lungo periodo il fenomeno ha un’evoluzione deterministica nella cui determinazione il presente ed il passato non hanno alcun ruolo, mentre l’informazione rilevante per la previsione è la posizione nel tempo.

    2. Processi Difference-Stationary (DS) : per i quali le differenze prime della variabile yt ammettono una rappresentazione AR stazionaria. Originano nel caso in cui dt = m e ?(1) = 1.

    Al fine di discriminare tra i due tipi di processo si effettua un test ADF dell’ipotesi ?? ? = 0 (?* = ? - 1) e ? = 0. Nel caso di accettazione dell’ipotesi nulla si concluderà che la serie appartiene alla categoria DS. E’ noto che l’accettazione dell’ipotesi nulla non esclude che l’alternativa sia vera. Nel caso in questione la potenza dei test per la presenza di radici unitarie (1 - P(H0|H1)) è estremamente bassa riflettendo la circostanza che in campioni finiti è difficile discriminare un processo con una radice unitaria da uno con radice 1??, ? > 0 qualsiasi. Le realizzazioni possono essere virtualmente identiche per dimensioni campionarie non elevatissime e pertanto sia i metodi basati sui momenti che sulla funzione di verosimiglianza non riescono a discernere le due situazioni.

    Problemi nella regressione tra due processi integrati

    Quando si fa inferenza con processi integrati, molte delle certezze che accompagnavano il mondo della stazionarietà cedono il posto a risultati inconsueti. Supponiamo che yt e xt siano entrambe I(1) e che esista una relazione causale unidirezionale x ? y; ci proponiamo allora di stimare una relazione econometrica tra l’endogena y e l’esogena x. L’ordine di integrazione delle variabili non è indifferente e concorre a determinare diversi modi di formalizzare la relazione tra le due variabili dal punto di vista econometrico. Partiamo dalla seguente rappresentazione ADL(r,s) (Autoregressive Distributed Lag):

    ?(L)zt = ΅ + ?(L)vt + ?t (20) dove ?(L) = 1??1L?...??rLr e ?(L) = ?0 + ?1L + ... + ?sLs. Il modello ADL è stabile se le radici del polinomio ?(L) giacciono tutte al di fuori del cerchio di raggio unitario; tale proprietà è importante per l’esistenza di una soluzione di lungo periodo. Se l' ADL è un modello nei livelli, si ha

    zt = yt e vt = xt. (21)

    Consideriamo per semplicità il caso di regressione statica:

    yt = ΅ + ?xt + ?t, ?t ? WN(0,?2) (22)

    in cui si ipotizza una dipendenza istantanea tra le due variabili; la presenza di integrazione può dar luogo al fenomeno che prende il nome di regressione spuria: se yt e xt sono generate da due random walk indipendenti la stima dei MQO di ? può risultare significativamente diversa da zero; inoltre si otterrà un coefficiente di determinazione R2 alto in presenza di un DW estremamente basso e prossimo a zero. Pertanto nella stima di relazioni in livelli tra processi integrati si va incontro al rischio che il “buon adattamento” del modello ai dati sia del tutto illusoria. È evidente che, sulla base di una regressione così, un ricercatore incauto, il quale non si ponga il problema dell’ordine di integrazione delle variabili, potrebbe “scoprire” relazioni fra variabili assolutamente inesistenti nella realtà: da qui l’espressione ‘regressione spuria’. Né vale il ricorso agli usuali test statistici in quanto la correlazione seriale esistente nei residui implica che i livelli di significatività dei test t ed F non risultino più corretti. Il fenomeno ha trovato una spiegazione formale in campo asintotico grazie a Phillips (1985), il quale ha dimostrato che per T ? ? il test DW tende a zero, R2 all’unità e che le usuali statistiche test divergono, con la conseguenza che la probabilità di rifiutare H0 : ? = 0 cresce al crescere di T. Questo risultato è piuttosto sconfortante dal punto di vista della teoria economica, la quale formula delle relazioni tra variabili in livello.

    Considerati i problemi posti dalla regressione statica in livelli si sono cercati possibili rimedi.

    1. Si potrebbe pensare di formulare una relazione econometrica tra le variazioni delle variabili; la differenziazione dei dati è una delle trasformazioni che viene solitamente suggerita per aggirare il problema: ? yt = ΅ + ??xt + ?t . Si noti che se le due variabili sono generate da RW indipendenti, la differenziazione consente di eliminare il problema di regressione spuria, poiché per il test t dell’ipotesi ? = 0 vale la tradizionale teoria distributiva. Tuttavia, anche questo approccio non va esente da critiche: innanzitutto non contiene alcuna relazione sui livelli, per cui, se esiste una relazione di equilibrio di lungo periodo y = cx, essa non può essere incorporata nel modello: infatti quando il sistema raggiunge lo stato di equilibrio stazionario, yt = ye e xt = xe, entrambe le differenze prime sono nulle.

    2.Regressione tra serie detrendizzate: la non stazionarietà può essere incorporata nel modello introducendo un trend lineare tra i regressori:

    yt = ? + ?t + ?xt + ?t (23)

    Tale procedura ha qualche probabilità di successo solo se le variabili sono processi TS; un importante risultato, noto come teorema di Frisch e Waugh, ha infatti stabilito che inserire un trend lineare equivale ad effettuare una regressione statica tra serie detrendizzate mediante l’eliminazione di un trend lineare. Pertanto se le variabili sono generate da RW indipendenti si incorre in una regressione spuria poiché la detrendizzazione ha effetto solo sul nucleo deterministico, lasciando inalterato quello stocastico.

    3.Un altro possibile rimedio alla regressione spuria può consistere nell’inclusione di valori ritardati delle variabili esplicative e della dipendente; nel caso dei RW indipendenti, ad esempio, aggiungendo tra i regressori il valore ritardato di entrambe le variabili,

    yt = ΅ + ?yt?1 + ?0xt + ?1xt?1 + ?t (24)

    esiste la combinazione con ? = 1, ?0 = ?1 = 0, tale che ?t ? I(0).

    Il più importante metodo per correggere la regressione spuria è il Modello a Crrezione dell'Errore (MCE). Si può pensare ad esso come ad un VAR riscritto in forma ECM (Engle e Granger 1987). I modelli ECM occupano giustamente un posto di primo piano nell’econometria moderna, proprio perché rappresentano lo snodo che collega analisi delle serie storiche e teoria economica, breve periodo e lungo periodo. Se in un sistema ci sono squilibri diversi da 0, si avrà un movimento tale per cui lo squilibrio tende a venire riassorbito. Un concetto che spesso si rivela utile per la comprensione di questa idea è quello di attrattore. Questo concetto è molto generale, ma si può rendere l’idea dicendo che un attrattore è un insieme di punti attorno ai quali un sistema dinamico tende a trovarsi. Prendiamo l'ADL (r, s) in livelli (introdotto sopra)

    ?(L)yt = ΅ + ?(L)xt + ?t

    con ?(L) = 1??1L?...??rLr, ?(L) = ?0 + ?1L + ... + ?sLs e ?t ? WN(0,?2). Questo può essere riparametrizzato nella forma “a correzione dell’errore”. Riscriviamo ?(L) = ?(1)L + ??†(L), ?(L) = ?(1)L+??†(L), dove ?†(L) e ?†(L), sono polinomi di ordine r?1 e s?1 rispettivamente. Sostituendo e riordinando i termini otteniamo:

    ?†(L)?yt = ΅??(1)(yt?1 ?cxt?1) + ?†(L)?xt + ?t, (25)

    ovvero:

    ?†(L)?yt = ??(1)(yt?1 ?m?cxt?1) + ?†(L)?xt + ?t, (26)

    dove m = ΅/?(1) e c = ?(1)/?(1) è il moltiplicatore totale che può essere validamente interpretato come il coefficiente di risposta di lungo periodo della relazione di equilibrio (statico) tra y e x; se le variabili sono espresse in logaritmi c rappresenta l’elasticità di lungo periodo di y rispetto a x. In equilibrio yt = ye e xt = xe: Sostituendo si ottiene la relazione di equilibrio y = cx; è evidente che yt?1?cxt?1 misura l’entità del disequilibrio realizzatosi nel periodo precedente; il primo termine al secondo membro si configura pertanto come un “meccanismo di correzione dell’errore” (MCE). La parametrizzazione con MCE presenta alcuni pregi: il primo, di natura interpretativa, consiste nel combinare opportunamente la dinamica di breve periodo con le proprietà di equilibrio di lungo periodo suggerite dalla teoria economica. Le variazioni di y dipendono non soltanto dalle variazioni di x e dal loro passato ma anche dall’entità del disequilibrio al tempo precedente che grazie all'effetto del termine a correzione dell'errore ci dice di quanto deve variare y per ristabilire l'equilibrio tra x e y (processo mean reverting). A titolo esemplificativo consideriamo un modello ADL(1,1), che ammette la parametrizzazione MCE:

    ?yt = ΅ + (?1 ?1)(yt?1 ?cxt?1) + ?0?xt + ?t, (27)

    con c = (?0+?1)/(1??1); se il modello è stabile (|?1| < 1) allora il secondo termine al secondo membro gioca un rilevante ruolo stabilizzatore: qualora nel periodo precedente y si fosse rivelata superiore (inferiore) al suo livello di equilibrio statico cx, il tasso di crescita di y risulterebbe diminuito (aumentato), contribuendo a riportare la y verso il sentiero di equilibrio. Un altro vantaggio di natura più strettamente econometrica sta nel fatto che le variabili originarie {yt,yt?1,...,yt?r, xt,xt?1,...,xt?s} costituiscono un insieme fortemente collineare, mentre la forma con MCE realizza un notevole ridimensionamento della multicollinearità. Se ?t ? WN(0,?2) allora, supposto noto c, i coefficienti possono essere stimati in maniera consistente ed efficiente mediante i MQO. In maniera quasi equivalente, nel caso multivariato si ha, considerando la scomposizione del polinomio AR:

    ?(L) = ?(1) L + ??*(L) (28)

    dove

    ?(1) = In … ?1 … ?p e ?*(L) = In … ?1*L - ….- ?p-1*Lp-1, ?*j = ?i=j+1 p?i

    Sostituendo possiamo scrivere :

    ?*(L) ?yt = m … ?(1)yt-1 + ?t (29)

    Si possono verificare tre casi:

    1)se ?(1) ha rango pieno (il det ? 0), allora yt è un processo VAR(p) stazionario nei livelli.

    2)se ?(1) ha rango zero (il det = 0), allora yt ? I(1) e ?yt ? I(0). Il processo ?yt ammette una rappresentazione VAR (p-1) stazionaria: ?*(L) ?yt = m + ?t

    3)se ?(1) ha rango r < N, allora possiamo scrivere ?(1) = - AB', dove A e B sono matrici N x r di rango colonna pieno.

    Nell'ultimo caso si ottiene la rappresentazione VECM (MCE vettoriale)

    ?*(L) ?yt = m + AB' yt-1 + ?t (30)


    la matrice B prende il nome di matrice di cointegrazione, mentre A contiene i coefficienti di aggiustamento verso l'equilibrio. Il termine zt = Byt è l'errore di equilibrio al tempo t. La matrice ?*(L) serve a modellare la dinamica del sistema nel breve periodo.

    Bibliografia

    Banerjee, A., Dolado, J., Galbraith, J.W., Hendry, D.F., Cointegration, error-correction and the econometric analysis of nonstationary data, Oxford 1993.

    Carlucci, F., Analisi delle serie storiche: i modelli stocastici, in Statistica economica (a cura di G. Marbach), Torino 1991.

    Engle, R. F. and Granger, C. W. J. (1987). Co…integration and error correction: Representation, estimation and testing. Econometrica, 55, 251…276.

    Fuller, W.A. (1996) Introduction to Statistical Time Series, John Wiley & Sons, New York.

    Granger, C. W. J. (1981). Some properties of time series data and their use in econometric model speci?cation. Journal of Econometrics, 16, 121…130.

    Green, William H. (2007), Econometric Analysis, Prentice Hall, 5th edition.

    Hamilton, J.D., Time series analysis, Princeton, N.J., 1994 (tr. it.: Econometria delle serie storiche, a cura di B. Stizia, Bologna 1995).

    Hannan, E.J., Multiple time-series, New York 1973.

    Johnson,R.A. and D.W.Wichern (2002), Applied Multivariate Statistical Analysis, 5th edition, Prentice Hall, Upper Saddle River.

    Kwiatkowski, D., Phillips, P. C. B., Schmidt, P., and Shin, Y. (1992). Testing the null hypothesis of stationarity against the alternative of a unit root. Journal of Econometrics, 54, 159…178.

    Lutkepohl, H. (2005). New introduction to multiple time series analysis. Springer- Verlag.

    Phillips, P. C. B. and Perron, P. (1988). Testing for a unit root in time series regression. Biometrika, 75, 335…346.

    Proietti T., Econometria Applicata, 2011.

    Redattore: Carmela CAPASSO


  • MODELLO DI DIAMOND

    Consideriamo un’economia in cui n imprese identiche debbano finanziare dei progetti di investimento che richiedano 1 unità di capitale il cui output sia stocastico e conosciuto senza costi solo dall'impresa. I finanziatori, in tale contesto di asimmetria informativa ex-post, possono conoscere l'output realizzato solo se pagano i costi associati al monitoraggio (il costo di una singola operazione di monitoraggio sia K). Tutti gli investitori si assumono piccoli rispetto al progetto in cui investono, ognuno dispone di 1/m unità di capitale, sono necessari m investitori per finanziare un progetto. In caso di finanziamento diretto, ogni investitore monitorizza l'impresa costo totale nmK.
    Nel caso di finanziamento tramite un intermediario finanziario che centralizzi le risorse e le investa per conto dei finanziatori individuali nei progetti delle imprese, il costo del monitoraggio sarà nK.
    Ma chi controlla l'intermediario? E' ovviamente inefficiente il controllo fatto dai singoli finanziatori ed è quindi preferibile che l'intermediario offra un contratto di debito standard in cui ogni depositante riceva un ammontare R/m per un deposito pari a 1/m indipendentemente dalla realizzazione dei ricavi dell'intermediario. Delegare l'attività di monitoraggio ad un intermediario è più efficiente quando risulta che i costi totali sono inferiori rispetto a quelli sostenuti nel caso di finanziamenti diretti: quando quindi nK + C < nmK. (essendo C i costi di delega dell'attività di monitoraggio all'intermediario). Se gli investitori sono "piccoli" rispetto ai progetti (m>1) , l'investimento profittevole in termini attesi (Ey>K+R) ed è necessario effettuare il monitoraggio per la presenza di asimmetrie informative, l'intermediazione è un meccanismo più efficiente rispetto al finanziamento diretto per un numero (n) sufficientemente grande di progetti da finanziare.
    Bibliografia:
    - Di Giorgio G. (2004) "Lezioni di economia monetaria", Cedam editore.

    Redattore: Alberto Maria SORRENTINO

    © 2009 ASSONEBB

  • MODELLO NEO-KEYNESIANO DINAMICO (Enciclopedia)

    Il modello Neo-Keynesiano Dinamico (DNK) rappresenta, ad oggi, la struttura teorica di riferimento per l’analisi della politica monetaria. Da un punto di vista filosofico e metodologico, esso raggiunge la sintesi tra la Nuova Macroeconomia Classica e la scuola Keynesiana.
    La Nuova Macroeconomia Classica aveva costituito una rivoluzione per la moderna macroeconomia, proponendo una nuova classe di modelli in grado, da un punto di vista metodologico, di superare la critica di Lucas ai modelli econometrici in forma ridotta, che erano stati popolari fino agli anni ’70.1 A questo scopo, questa nuova classe di modelli introduce tre caratteristiche principali. In primo luogo, piuttosto che postulare equazioni comportamentali che descrivano le relazioni tra variabili aggregate, questi modelli le derivano da principi primi, come soluzione dei problemi di ottimizzazione intertemporale che affrontano gli agenti economici, come famiglie e imprese.2 In secondo luogo, questa nuova classe di modelli sostituisce le tante, e spesso ad hoc, ipotesi circa la formazione delle aspettative, con il nuovo e rigoroso paradigma delle Aspettative Razionali, secondo cui gli agenti economici formano le proprie aspettative circa il futuro usando in maniera efficiente tutte le informazioni disponibili. In terzo luogo, l’attenzione si sposta da modelli di equilibrio "parziale" a modelli di equilibrio "generale". Il prototipo di riferimento di questa nuova classe di modelli è il modello del ciclo economico reale (Real Business Cycle, RBC). Da un punto di vista concettuale, questo nuovo filone della letteratura si basa sulle idee della scuola Classica, che i mercati sono privi di frizioni e raggiungono sempre un equilibrio, che tutti i fattori di produzione sono usati in ogni momento, completamente e in maniera efficiente, e che la moneta è neutrale. In conseguenza di ciò, la principale conclusione dei modelli RBC è che le fluttuazioni cicliche sono causate principalmente da cambiamenti nella produttività dei fattori, e riflettono la risposta dinamica ed efficiente di un’economia senza imperfezioni. Non c’è quindi nessun ruolo per politiche di stabilizzazione.
    La scuola di pensiero Keynesiana, d’altro canto, spinge l’idea che l’esistenza di frizioni nominali e reali possa impedire al sistema di raggiungere un equilibrio di pieno impiego nel breve periodo, e possa invece farlo convergere ad un equilibrio sub-ottimale ed inefficiente. In un’economia siffatta, le fluttuazioni cicliche possono essere influenzate e amplificate dalle rigidità nominali e reali che la caratterizzano, e queste ultime assegnano quindi alla politica monetaria un ruolo centrale per la definizione del livello di equilibrio delle variabili reali (come nel modello IS-LM di base).

    Il modello DNK combina questa visione filosofica del sistema economico con l’impostazione metodologica della struttura RBC. Per questa ragione, la letteratura spesso parla del modello DNK come della Nuova Sintesi Neoclassica (con un processo analogo, la "vecchia" Sintesi Neoclassica degli anni ’50 aveva generato il modello IS-LM).
    Con il modello RBC, quindi, il modello DNK condivide il cuore metodologico: un modello economico Dinamico, Stocastico, di Equilibrio Generale (DSGE) in cui il lato della domanda è caratterizzato dal comportamento ottimale di famiglie che scelgono il proprio profilo intertemporale di consumo e tempo libero in modo da massimizzare la propria utilità (lungo un orizzonte di pianificazione infinito) compatibilmente con un vincolo di bilancio intertemporale, e il lato dell’offerta è descritto dal comportamento ottimale di un continuum di imprese, che adoperano una tecnologia di produzione comune e interagiscono con le famiglie sui mercati dei fattori produttivi. Sia le famiglie che le imprese formano le proprie aspettative in maniera razionale. Su questa struttura metodologica di base, il modello DNK innesta una serie di caratteristiche tipiche della scuola di pensiero Keynesiana: concorrenza imperfetta e rigidità nominali. Diversamente dal modello RBC, quindi, le imprese non operano in regime di concorrenza pura, come price-takers. Al contrario, nel modello DNK esiste un insieme di beni differenziati, e ogni impresa che produce un particolare tipo di bene può beneficiare di un certo grado di potere di mercato, e decide il prezzo di vendita del bene, in maniera tale da massimizzare il flusso scontato dei profitti presenti e futuri. Inoltre, nella fissazione del prezzo, le imprese sono soggette a rigidità nominali (nella forma di vincoli sulla frequenza di aggiustamento o di costi di aggiustamento) che, di fatto, impediscono che il livello generale dei prezzi risponda in maniera flessibile agli shock che colpiscono l’economia. Di conseguenza, variazioni nel tasso di interesse nominale non si traducono in variazioni equivalenti del tasso d’inflazione, generando fluttuazioni nel tasso di interesse reale e quindi non-neutralità della politica monetaria.
    Queste ipotesi aggiuntive rendono il modello DNK profondamente diverso dal modello RBC, in termini di implicazioni sia positive che normative. Da un punto di vista positivo, le rigidità nominali agiscono da meccanismo di amplificazione, che rendono inefficiente la risposta dinamica dell’economia a shock strutturali, diversamente dal caso RBC, in cui le fluttuazioni sono efficienti. Da un punto di vista normativo, inoltre, queste inefficienze consegnano un ruolo per le politiche economiche (e monetarie in particolare) di stabilizzazione del ciclo. Il modello DNK, pertanto, ripropone le principali conclusioni del modello IS-LM-AS di base, all’interno di una struttura dinamica e micro-fondata, in cui la domanda e l’offerta aggregata non sono semplicemente postulate, ma derivate come conseguenza diretta del comportamento microeconomico ottimale di famiglie e imprese.

    Struttura del modello.

    Il modello DNK, nella sua formulazione di base che assume uno stock di capitale fisico costante e astrae dalla politica fiscale, si compone di tre blocchi principali, che rappresentano le tre classi di agenti che interagiscono nell’economia.
    Il primo blocco descrive il lato della domanda, e consiste di una famiglia rappresentativa, il cui orizzonte di pianificazione è infinito. La famiglia consuma un paniere di tutti i beni differenziati prodotti nell’economia

    ,

    (1)

    Dove misura l’elasticità di sostituzione tra due qualsiasi dei beni prodotti, e questi ultimi sono identificati dall’indice . Questa differenziazione è la prima deviazione del modello dalla struttura RBC, e implica un potere monopolistico per le imprese che producono tali beni. Al limite, quando va a infinito, questa differenziazione si azzera, ogni tipo di bene diventa un perfetto sostituto degli altri, e la forma di mercato converge alla concorrenza pura.
    La famiglia sceglie quanto consumare, risparmiare e lavorare, in modo da massimizzare il flusso atteso scontato dell’utilità derivante dal consumo e dal tempo libero, lungo un orizzonte infinito e compatibilmente con il proprio vincolo di bilancio intertemporale. Dal punto di vista formale, il problema può essere espresso come


    tale che valga

    ,

    (2)

    per ogni , che il consumo aggregato rispetti l’equazione (1) e sia garantita la solvibilità asintotica. Nella formulazione sopra, denota l’operatore aspettativa razionale condizionatamente alle informazioni disponibili al tempo ,è il fattore di sconto deterministico, il livello di consumo reale domandato al tempo t, l’ammontare di ore di lavoro offerte, il prezzo del bene di consumo di tipo -i, il livello aggregato dei prezzi, un’obbligazione priva di rischio a maturità un periodo, in cui la famiglia investe il proprio risparmio, il tasso di rendimento nominale di questa obbligazione tra t -1 e t, il salario orario nominale e i profitti nominale prodotti e distribuiti dalle imprese monopolistiche.

    La formulazione sopra si compone di due problemi di ottimizzazione distinti: il primo intra-temporale e il secondo inter-temporale.

    Il problema intra-temporale riguarda la combinazione ottimale di beni differenziati per ogni dato livello aggregato di consumo , in ogni periodo. La soluzione di questo problema implica, come condizioni di equilibrio, una curva di domanda per ogni tipologia di bene differenziato i, come funzione decrescente del proprio prezzo relativo

    ,

    (3)

    che evidenzia l’interpretazione di come elasticità della domanda al prezzo; e il livello generale dei prezzi

    . (4)

    Il problema inter-temporale, invece, riguarda la scelta ottima di quanto consumare oggi e quanto risparmiare per il consumo futuro, e la simultanea scelta tra quanto lavorare per finanziare il consumo e quanto beneficiare di tempo libero. La soluzione a questo problema implica due condizioni di equilibrio aggiuntive, che determinano l’evoluzione dinamica del consumo aggregato e il livello di equilibrio delle ore lavorate. In particolare, la scelta consumo-risparmio ottimale richiede l’uguaglianza tra il costo marginale (in termini di utilità) di rinunciare ad una unità di bene di consumo oggi per risparmiare, e il beneficio marginale atteso scontato (in termini di utilità) di consumare domani il rendimento del risparmio:

    ,


    (55)


    in cui denota l’utilità marginale del consumo al tempo t. A sua volta, la scelta consumo-tempo libero, per essere ottimale, richiede l’uguaglianza tra il Saggio Marginale di Sostituzione (SMS) tra consumo e tempo libero, e il loro prezzo relativo (dove misura il costo-opportunità di scegliere un’ora in più di tempo libero, in termini di salario orario cui si rinuncia):

    .

    (6)

    L’equazione (6) implica la curva di offerta di lavoro, che determina il livello ottimale di ore lavorate al tempo t, dato il salario orario reale nello stesso periodo e il livello di consumo desiderato. La forma funzionale dell’utilità U è tipicamente assunta "isoelastica"

    (7)

    nel senso che l’elasticità di sostituzione intertemporale del consumo e l’elasticità di Frisch dell’offerta di lavoro sono parametri primitivi costanti.

    Il secondo blocco del modello descrive il lato dell’offerta, e consiste di un continuum di imprese, identificate dall’indice , ciascuna delle quali produce un bene differenziato utilizzando il solo fattore lavoro, secondo una tecnologia a Rendimenti Costanti di Scala (CRS) del tipo

    , (8)

    in cui At è un indice di produttività aggregata, che evolve seguendo un processo stocastico log-stazionario:

    . (9)

    Ciascuna impresa sceglie l’ammontare ottimale di fattore lavoro da impiegare in ogni periodo, che, data la specificazione della tecnologia nell’equazione (8), richiede che i costi marginali reali uguaglino il salario reale per unità di efficienza (e siano quindi comuni per tutte le imprese):

    . (10)

    Il problema di ogni impresa i è di fissare il prezzo cui vendere il bene differenziato che produce, compatibilmente con due vincoli. Il primo è dato dalla domanda del proprio bene che deriva dalle famiglie, come implicato dall’equazione (3). Il secondo vincolo riguarda la frequenza di aggiustamento dei prezzi. Ogni impresa, infatti, può fissare il prezzo in maniera ottimale secondo una regola stocastica e time-independent: in ogni periodo, ed indipendentemente da quello che è successo nei periodi precedenti, ogni impresa ha la possibilità di fissare il prezzo in maniera ottimale con probabilità , mentre con probabilità è costretta a lasciare il prezzo invariato3. Per la legge dei grandi numeri, pertanto, in ogni periodo t un insieme di massa di imprese percepirà per i propri prodotti lo stesso prezzo del periodo precedente, mentre un insieme di massa potrà fissare il prezzo in maniera ottimale. In conseguenza di ciò, il livello aggregato dei prezzi (4) può essere espresso nella forma semplificata

    . (11)

    Questo meccanismo di fissazione del prezzo implica un grado di vischiosità del livello generale dei prezzi proporzionale a , nel senso che ogni perturbazione aggregata inattesa, che richiederebbe una variazione nei prezzi come risposta ottimale da parte di tutte le imprese, è seguita da una variazione effettiva soltanto per un sottoinsieme di massa di loro, mentre tutte le altre saranno costrette a rispondere variando il livello di produzione. Questa asimmetria nella risposta delle imprese a perturbazioni aggregate modifica in modo inefficiente l’allocazione delle risorse tra i settori che aggiustano i prezzi e quelli che aggiustano le quantità, e rappresenta l’origine dei costi sociali dell’inflazione in questo modello.4
    Quando un’impresa si trova nella possibilità di fissare il prezzo in maniera ottimale, terrà in considerazione il fatto che per altri k periodi dovrà mantenere il prezzo inalterato, con probabilità . Questa caratteristica del meccanismo di fissazione dei prezzi rende il problema della singola impresa un problema dinamico, perché il prezzo ottimale sarà fissato in maniera tale da massimizzare non solo i profitti correnti, ma piuttosto il valore atteso scontato dell’intero flusso di profitti futuri.
    Formalmente, il problema di una generica impresa che fissa il prezzo al tempo t è:

    (12)

    tale che

    , (13)

    i costi marginali reali rispettano l’equazione (10), e

    (14)

    denota il Saggio Marginale di Sostituzione Intertemporale (SMSI) del consumo, a cui le famiglie (che sono i proprietari ultimi delle imprese) scontando i flussi di cassa futuri. La soluzione di tale problema implica che tutte le imprese che hanno la possibilità di fissare il proprio prezzo al tempo t sceglieranno lo stesso livello

    , (15)

    in cui è il markup medio che ogni impresa applica ai costi marginali come conseguenza del proprio potere di mercato, e sono pesi temporali (decrescenti in k) che riflettono quanto le imprese scontano i flussi di cassa futuri. L’equazione (15), pertanto, implica che il prezzo ottimale per una impresa che ha la possibilità di fissare il prezzo, è pari ad un markup costante applicato ad una media ponderata dei costi marginali correnti e futuri (attesi). Nel caso limite di prezzi pienamente flessibili (quanto ), tutte le imprese possono fissare il prezzo in maniera ottimale in ogni periodo, e quindi solo i costi marginali correnti sono rilevanti per le scelte di prezzo:

    . (16)

    Il terzo e ultimo blocco descrive il comportamento delle autorità di politica monetaria. Nella specificazione senza moneta adottata in questa presentazione, la politica monetaria è tipicamente definita come il controllo diretto, da parte della Banca Centrale, del tasso di interesse di breve periodo , secondo una regola di feedback del tipo

    . (17)

    Questa specificazione della politica monetaria, proposta originariamente da Taylor (1993), implica che il tasso di interesse nominale al tempo t viene aumentato oltre il suo livello di lungo periodo rr, ogniqualvolta il tasso d’inflazione o il livello di prodotto reale osservati sono più alti dei rispettivi obiettivi che la Banca Centrale si pone (rispettivamente 0 e ), o per effetto di qualche altro obiettivo non esplicitamente descritto nel modello , e , sono i coefficienti di risposta, che misurano il grado di aggressività della politica monetaria verso il raggiungimento dei propri obiettivi.

    Equilibrio e Implicazioni

    Il modello descritto finora, in assenza di perturbazioni esogene al livello di produttività del lavoro, converge ad un equilibrio deterministico di lungo periodo, in cui il livello del tasso di interesse reale è legato al fattore di sconto temporale e il livello del prodotto reale è legato all’indice di produttività

    . (18)

    La prima implicazione del modello DNK è nella disuguaglianza (18). L’esistenza di una distorsione reale statica, dovuta alla concorrenza imperfetta, implica un livello di equilibrio del prodotto reale inefficiente. Infatti, l’equivalente modello RBC della specificazione usata in questa presentazione, che emerge quando , implica un livello di prodotto reale più alto,, come diretta conseguenza della concorrenza pura.
    Da un punto di vista dinamico, invece, le implicazioni del modello DNK riflettono la seconda distorsione, dinamica: le rigidità nominali. Queste implicazioni possono essere analizzate nel dettaglio utilizzando una approssimazione del primo ordine delle condizioni di equilibrio derivate in precedenza, che consente di ridurre il modello dell’economia ad un sistema di cinque equazioni lineari stocastiche, in cui variabili in minuscola denotano deviazioni logaritmiche dai rispettivi valori di lungo periodo. Il lato della domanda è descritto dall’equazione di Eulero (5) e dal vincolo delle risorse aggregato, che impone l’uguaglianza tra consumo aggregato e prodotto, dal momento che stiamo astraendo dalla spesa pubblica:

    . (19)

    L’equazione sopra è talvolta definita Curva IS dinamica stocastica, in quanto essa implica una relazione inversa tra prodotto e tasso d’interesse analoga alla Curva IS statica protagonista della Sintesi Neoclassica degli anni ’50, discussa in tutti i manuali universitari di macroeconomia. Val la pena, tuttavia, di sottolineare una importante differenza tra le due. Mentre nella Curva IS statica l’impatto negativo del tasso di interesse sul prodotto è innescato dall’effetto restrittivo sugli investimenti, nel caso del modello DNK l’effetto negativo opera attraverso la sostituzione intertemporale del consumo: un tasso di interesse più alto rende più conveniente consumare meno oggi, risparmiare di più e rimandare il consumo al futuro.
    Il lato dell’offerta è descritto dalla funzione di produzione aggregata, ottenuta aggregando l’equazione (8); dall’equilibrio nel mercato del lavoro, equazioni (6) e (10); dalla regola di fissazione del prezzo delle imprese, equazioni (11) e (15). Combinate, queste equazioni implicano la Curva di Phillips Neo-Keynesiana (NKPC) di breve periodo, che descrive la dinamica di equilibrio del tasso d’inflazione:

    , (20)

    in cui il parametro k è definito da e lo shock stocastico aggiuntivo cattura shock inflazionistici da costi.5 La terza equazione descrive il comportamento della Banca Centrale

    , (21)

    la quarta definisce il livello obiettivo per il prodotto reale, corrispondente al livello di equilibrio prevalente in assenza di frizioni (cioè quando ),

    , (22)

    e l’ultima descrive l’evoluzione dinamica dell’indice di produttività:

    . (23)

    Le principali implicazioni del modello DNK, pur nella versione di "scala ridotta" discussa in questa presentazione, sono radicalmente diverse da quelle della corrispondente versione RBC. In quest’ultima, fluttuazioni nel prodotto reale sono proporzionali all’evoluzione dinamica del solo indice di produttività, come implicato dall’equazione (22), e sono pertanto efficienti. La politica monetaria, pertanto, è completamente inefficace e la Curva di Phillips è verticale. Il sistema economico, in questo caso, si riduce alle equazioni (22) e (23), e dalla (19), da cui discende, data la (22), la dinamica del tasso d’interesse. Nella specificazione (più generale) DNK, tuttavia, la presenza di concorrenza monopolistica e rigidità nominali producono una serie di deviazioni dalle implicazioni del modello RBC.
    Innanzitutto, la dinamica del prodotto reale sono, in questo caso, il risultato di un meccanismo amplificativo innescato dalle rigidità nominali, attraverso l’interazione tra la NKPC, la Curva IS dinamica stocastica, e la regola di politica monetaria. Secondo, la NKPC assume una pendenza positiva, e implica un trade-off di breve periodo tra stabilizzazione del prodotto e stabilizzazione del tasso di inflazione. Terzo, la dinamica del livello dei prezzi è vischiosa, e dipende principalmente dalle deviazioni del prodotto reale dal suo livello corrispondente all’equilibrio privo di frizioni. Quarto, la politica monetaria, attraverso variazioni del tasso d’interesse nominale e reale, e i loro effetti di ripercussione sul consumo, è capace di esercitare effetti reali sul livello di attività economica aggregata, tanto di più quanto più vischiosi sono i prezzi al consumo.

    Bibliografia

    Calvo, G. A., (1983). "Staggered prices in a utility-maximizing frame work". Journal of Monetary Economics, 12 (3).
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    Galí, J., (2003). "New Perspectives on Monetary Policy, Inflation and the Business Cycle". In: Dewatripont, M., Hansen, L., Turnovsky, S. (Eds.), Advances in Economic Theory, vol. III. Cambridge University Press.
    Galí, J., (2008). Monetary Policy, Inflation and the Business Cycle, Princeton University Press, Princeton
    Goodfriend, M. and R. King, (1997) "The New Neoclassical Synthesis and the Role of Monetary Policy". In: Bernanke, B. and J. Rotemberg (Eds.), NBER Macroeconomics Annual 1997, MIT Press
    Long, J. B. and C. Plosser. (1983) "Real Business Cycles." The Journal of Political Economy, 91 (1)
    Lucas, Robert (1976), "Econometric Policy Evaluation: A Critique", in Brunner, K.; Meltzer, A., The Phillips Curve and Labor Markets, Carnegie-Rochester Conference Series on Public Policy, 1
    Nisticò, S., (2007). "The Welfare Loss from Unstable Inflation". Economics Letters, 96
    Rotemberg, J.J., (1982). "Sticky Prices in the United States". The Journal of Political Economy, 90 (6)
    Woodford, M., (2003). Interest and Prices: Foundations of a Theory of Monetary Policy, Princeton University Press, Princeton
    ___________________________________________

    1. "Given that the structure of an econometric model consists of optimal decision rules of economic agents, and that optimal decision rules vary systematically with changes in the structure of series relevant to the decision maker, it follows that any change in policy will systematically alter the structure of econometric models" (Lucas, 1976, p. 41): un modello econometrico in forma ridotta è inutile per inferire gli effetti di un cambiamento nella politica economica, perché i parametri del modello, condizionatamente ai quali si opera l’inferenza, sono a loro volta dipendenti dalla politica economica.
    2. In questo senso questi modelli superano la critica di Lucas: visto che i parametri del modello sono legati a principi primitivi come le preferenze o la tecnologia, essi sono indipendenti dalla politica economica, e consentono di essere utilizzati affidabilmente per prevedere gli effetti di cambiamenti in quest’ultima.
    3. Questa formulazione è stata introdotta da Calvo (1983), da cui il termine "Calvo rule".
    4. Un modo alternativo di introdurre rigidità nominali in modelli del genere è stata proposta da Rotemberg (1982), ed è basato sull’ipotesi che tutte le imprese possano fissare il prezzo in maniera ottimale in ogni periodo, ma nel fare ciò ciascuna di esse debba sostenere un costo per modificare i "listini", proporzionale all’aggiustamento effettivo. Nonostante la simmetria che questa specificazione implica, tuttavia, può essere dimostrato che le sue implicazioni positive e normative, in questa versione di base del modello DNK, sono equivalenti a quelle della "Calvo rule" (si veda, per esempio, Nisticò 2007).
    5. In questa presentazione questo termine è stato aggiunto ad hoc. Ciononostante, esso può essere facilmente derivato dalla struttura sottostante l’economia, ad esempio assumendo un’elasticità della domanda dei beni differenziati al loro prezzo che varia nel tempo.


    Redattore: Salvatore NISTICO'

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  • MODELLO ?MUNDELL-FLEMING? (Enciclopedia)

    Il modello Mundell-Fleming descrive il funzionamento di un’economia aperta alle transazioni commerciali e finanziarie con l’estero, e consente l’analisi degli effetti su tale economia di politiche monetarie e fiscali.
    La struttura di riferimento è un modello statico non-microfondato, che estende il modello keynesiano IS-LM. Con il modello IS-LM, che descrive il funzionamento di un’economia chiusa, il modello Mundell-Fleming, quindi, condivide l’approccio filosofico e metodologico, e la struttura di base: il modello è lineare e l’assunzione principale è che il livello dei prezzi è fisso. In effetti, il modello IS-LM costituisce un caso particolare del modello Mundell-Fleming, per una determinata parametrizzazione di quest’ultimo.
    Il punto di partenza del modello IS-LM è l’identità contabile del reddito, che richiede l’uguaglianza tra il reddito prodotto nell’economia, e la somma degli impieghi, costituiti dalla spesa privata per consumi (C) ad investimenti (I), e la spesa pubblica (G):
    . (1)
    Oltre ad essere un’identità contabile, tale equazione ha anche un’interpretazione comportamentale, definendo la composizione della domanda aggregata per i beni prodotti all’interno del sistema, e l’equilibrio sul mercato di tali beni. Ciascuna di queste componenti, infatti, descrive il comportamento di un particolare agente economico. La prima componente (C) descrive il comportamento delle famiglie, e può essere analiticamente rappresentato dalla seguente relazione lineare:
    . (2)
    Il consumo privato, quindi, è una funzione crescente del reddito percepito Y, al netto delle tasse versate all’erario T: un reddito più alto rilassa il vincolo di bilancio ed espande le possibilità di spesa. Il parametro c definisce l’elasticità della spesa per consumi privati al reddito disponibile, anche denominata “propensione marginale al consumo”, mentre rappresenta la componente esogena del consumo privato. La seconda componente (I) descrive il comportamento delle imprese, e può essere rappresentato dall’equazione
    , (3)
    secondo la quale la domanda per investimenti privati dipende negativamente dal tasso di interesse (un tasso d’interesse più alto riduce il numero di investimenti il cui tasso di rendimento è superiore, e quindi in grado di produrre profitto), con elasticità a.1 La terza componente, infine, descrive il comportamento dell’autorità di politica fiscale, che controlla il volume di spesa pubblica (G = G°), e le imposte, fissate secondo la regola
    (4)
    e consistenti di una componente lump-sum () e una proporzionale al reddito prodotto, dove t indica l’aliquota fiscale.
    Il modello Mundell-Fleming estende tale struttura ad un’economia aperta. Per il mercato dei beni, questo implica delle componenti aggiuntive della domanda aggregata. In particolare, in un’economia aperta, sia i beni di consumo che i beni d’investimento prodotti all’interno del paese possono essere domandati e acquistati da soggetti residenti all’estero. In questo caso si parla di “esportazioni” (X). Allo stesso modo, i residenti domestici possono domandare ed acquistare beni di consumo e d’investimento prodotti all’estero. In questo caso si parla di “importazioni” (M). La differenza tra queste due componenti misura le esportazioni nette (NX=X-M). L’identità del reddito in un’economia aperta tiene conto di questa componente aggiuntiva:
    . (5)
    In questo caso, infatti, C e I rappresentano la domanda complessiva degli agenti domestici per beni di consumo ed investimento, e come tale comprende sia beni domestici che beni esteri. D’altro canto, Y misura la produzione domestica, sia essa assorbita dalla domanda interna che da quella estera. Il termine NX corregge questa discrepanza, sottraendo la parte della domanda interna rivolta a beni prodotti all’estero (M) e aggiungendo la parte di domanda estera rivolta a beni domestici (X).
    Per comprendere appieno le assunzioni comportamentali che definiscono le esportazioni nette, è necessario a questo punto introdurre una nuova variabile macroeconomica, assente dal modello IS-LM perché caratteristica di un sistema aperto alle relazioni internazionali: il tasso di cambio (e). Il tasso di cambio nominale (e) definisce il prezzo della valuta domestica in termini di valuta estera.2 Data questa definizione, un aumento del livello di e implica un apprezzamento della valuta domestica (sono necessari più dollari per acquistare un euro), mentre una riduzione di e costituisce un deprezzamento della valuta domestica. Questa variabile aggiuntiva è cruciale per comprendere il comportamento degli agenti che interagiscono sui mercati internazionali, perché un consumatore domestico che acquista un bene prodotto all’estero dovrà pagare un prezzo denominato in valuta estera. Per valutare la convenienza di quel bene, rispetto ad un bene sostituto domestico, il consumatore dovrà paragonare i due prezzi dopo averli convertiti in una valuta comune, utilizzando, appunto, il tasso di cambio. Rispetto a tale variabile si definisce anche il regime monetario: in particolare, la Banca Centrale può lasciare il tasso di cambio libero di fluttuare in risposta a variazioni nelle condizioni economiche internazionali, ovvero può vincolarsi alla difesa di uno specifico valore (o intervallo di oscillazione) per la propria valuta. Nel primo caso parliamo di regime di tassi di cambio flessibili, nel secondo di regime di tassi di cambio fissi.
    Risultano intuitive allora le assunzioni comportamentali che il modello di Mundell-Fleming sottende: quando il tasso di cambio si apprezza le esportazioni si riducono (perché è più costoso per un consumatore estero acquistare beni domestici) e le importazioni aumentano (perché è più conveniente per un consumatore domestico acquistare beni prodotti all’estero). Analiticamente, quindi, possiamo rappresentare la funzione delle esportazioni nette con la seguente equazione:
    , (6)
    dove b e q catturano l’elasticità delle esportazioni nette al reddito e al tasso di cambio, rispettivamente, e NX° misura la componente esogena (dipendente, per esempio, dal reddito estero).
    Usando la condizione di equilibrio sul mercato dei beni (5), e le equazioni comportamentali che ne descrivono le rispettive componenti, possiamo scrivere la versione di economia aperta della curva IS come segue:
    (7)
    La curva IS di economia aperta è quindi una funzione decrescente sia del tasso di interesse (come in economia chiusa) che del tasso di cambio:

    Figure 1. La curva IS in economia aperta, come funzione del tasso di interesse (sx) e di cambio (dx)
    Variazioni nel livello del tasso di cambio generano variazioni nella domanda aggregata, e implicano movimenti lungo la curva IS, se questa è rappresentata nel piano (Y, e), mentre implicano movimenti della curva IS, parallelamente a se stessa, se questa è rappresentata nel piano (Y, i).
    Il mercato monetario è descritto dalle stesse equazioni che lo caratterizzano in economia chiusa. La funzione di domanda di moneta riflette i tre moventi keynesiani ed è quindi funzione crescente del reddito e decrescente del tasso di interesse:
    . (8)
    L’offerta di moneta, nella sua formulazione più semplice, è invece esogena e sotto il diretto controllo della Banca Centrale, ed è quindi lo strumento di politica monetaria (Ms =M°). La curva LM che descrive l’equilibrio sul mercato monetario (Md =Ms), definisce pertanto una relazione positiva tra reddito e tasso di interesse, esattamente come nel caso di economia chiusa:
    . (9)
    La posizione di tale curva nel piano (Y, i) è determinata dal valore dell’offerta di moneta.
    In economia chiusa, l’equilibrio simultaneo sul mercato dei beni e su quello monetario garantisce l’equilibrio macroeconomico (l’equilibrio sul mercato residuale, dei titoli di credito, è garantito dalla legge di Walras). In economia aperta, invece, l’equilibrio macroeconomico richiede in aggiunta anche il pareggio della Bilancia dei Pagamenti, che misura le transazioni commerciali e finanziarie con l’estero. Il saldo della Bilancia dei Pagamenti, infatti, si compone della somma algebrica dei due conti con l’estero: il conto corrente (o bilancia commerciale, che misura le transazioni commerciali internazionali) e il conto capitale (o “capital flow”, che misura le transazioni finanziarie internazionali). La bilancia commerciale corrisponde alle esportazioni nette, e dipende, come detto, dal reddito domestico e dal tasso di cambio. Il capital flow (CF), invece, dipende dal differenziale tra il tasso di interesse domestico e quello estero:
    . (10)
    Quando il tasso d’interesse domestico è superiore al tasso di interesse estero, i titoli denominati in valuta domestica rendono relativamente di più e si osserva pertanto un flusso di capitali finanziari in entrata (CF >0).3 Questo flusso in entrata è tanto più intenso, quanto maggiore è l’elasticità ?. L’equilibrio nei conti con l’estero, pertanto, è descritto dalla curva BB, che definisce la relazione tra reddito e tasso di interesse che garantisce il pareggio della Bilancia dei Pagamenti:
    . (11)
    Tale relazione è positiva, analogamente a quella descritta dalla curva LM.
    Sul settore estero, il modello di Mundell-Fleming impone delle assunzioni molto precise. In particolare, il modello assume 1. che il paese domestico è una piccola economia aperta, 2. che le attività finanziarie domestiche e estere sono perfettamente sostituibili tra loro, e 3. che non esistono restrizioni ai movimenti internazionali di capitali finanziari. Le dirette implicazioni di queste ipotesi sono che 1. il tasso d’interesse estero è esogeno rispetto alle condizioni domestiche, 2. il flusso di capitali dipende dal solo differenziale tra i tassi d’interesse, e 3. l’elasticità dei flussi di capitale al differenziale tra i tassi d’interesse ? è infinita. Queste tre implicazioni sono riflesse nella posizione e nella pendenza della curva BB, che descrive l’equilibrio nei conti con l’estero:

    Figure 2. La condizione di equilibrio nei conti con l’estero: la curva BB
    In particolare, la curva BB è una retta orizzontale, con intercetta pari al tasso d’interesse estero: un differenziale anche infinitesimale tra i tassi d’interesse domestico e estero, data la perfetta sostituibilità delle attività e l’assenza di barriere al movimento di capitali, produrrebbe infatti un flusso (o deflusso) infinito di capitali. L’equilibrio nei conti con l’estero, pertanto, si traduce nella condizione i = i*.
    L’equilibrio macroeconomico si raggiunge nel momento in cui tutti i mercati sono simultaneamente in equilibrio. Nel contesto del modello Mundell-Fleming, questo richiede una combinazione di tasso d’interesse, reddito e tasso di cambio in corrispondenza della quale le tre condizioni di equilibrio viste in precedenza (equazioni 7, 9, e 11) sono tutte soddisfatte. Dal punto di vista grafico, sul piano (Y, i) questo richiede l’intersezione delle curve IS, LM e BB in un unico punto:

    Figura 3. L’equilibrio macroeconomico nel modello Mundell-Fleming.
    Dal punto di vista analitico, la soluzione del modello dipende dallo specifico regime del tasso di cambio assunta. In un regime di tassi di cambio flessibili, il sistema ammette soluzione ricorsiva: l’equilibrio dei conti con l’estero determina il tasso d’interesse domestico (i =i*, e quindi la posizione della curva BB), l’equilibrio sul mercato monetario determina il livello di reddito , dato il tasso di interesse d’equilibrio (dall’intersezione tra LM e BB), e infine l’equilibrio sul mercato reale, dati i livelli di equilibrio di reddito e tasso d’interesse determinati in precedenza, implica il livello d’equilibrio del tasso di cambio (e quindi la posizione della curva IS che garantisca un unico punto di intersezione con LM e BB).
    In un regime di tassi di cambio fissi, la Banca Centrale si vincola a difendere uno specifico valore del tasso di cambio (per esempio ). Poiché lo strumento di politica monetaria nelle mani della Banca Centrale è l’offerta di moneta (Ms), questo vuol dire che quest’ultima sarà determinata in maniera endogena dal rispetto dell’obiettivo sul tasso di cambio. In queste condizioni, il sistema ammette di nuovo una soluzione ricorsiva, ma in un ordine differente: il pareggio della Bilancia dei Pagamenti determina il valore di equilibrio del tasso d’interesse, come sotto cambi flessibili, i =i*, dato questo valore di i, e il valore del tasso di cambio cui si vincola la Banca Centrale (), l’equilibrio sul mercato reale determina il reddito di equilibrio (dall’intersezione tra BB e IS, la cui posizione è determinata da ), e infine l’equilibrio sul mercato monetario determina il valore dell’offerta di moneta compatibile sia con il livello di equilibrio del reddito che con il livello del tasso di cambio fissato a (cioè determina la posizione della curva LM che garantisca un’unica intersezione con BB e IS).
    Lo specifico regime del tasso di cambio ha effetti rilevanti anche nell’analisi di politica economica. In un regime di tassi di cambio flessibili, la politica monetaria esercita la sua massima efficacia sul reddito, perché amplificata da fluttuazioni del tasso di cambio. Al contrario, la politica fiscale ha efficacia nulla, perché sterilizzata dagli aggiustamenti del cambio. Infatti, un’espansione monetaria sposta la curva LM verso destra in LM’. L’aumento di offerta di moneta provoca pressioni al ribasso del tasso d’interesse, che in un’economia chiusa induce un aumento nella domanda speculativa di moneta e riporta il mercato monetario in equilibrio. In un’economia aperta, invece, le pressioni al ribasso sul tasso d’interesse si traducono immediatamente (data l’infinita elasticità dei flussi di capitale al differenziale i-i*) in un deprezzamento del cambio conseguente al deflusso di capitali finanziari. Il deprezzamento a sua volta rende i beni domestici più convenienti sui mercati internazionali e ne espande la domanda estera: le esportazioni nette aumentano e la curva IS si sposta verso destra in IS’. L’espansione delle esportazioni nette incrementa il reddito di equilibrio da a Y’ e aumenta la domanda di moneta a scopi transattivi e precauzionali: il mercato della moneta torna i n equilibrio pur in assenza di variazioni effettive nel tasso d’interesse.

    Figure 4. Gli effetti di un’espansione monetaria in regime di tassi di cambio flessibili
    L’efficacia è maggiore che in economia chiusa perché il meccanismo di trasmissione lavora unicamente attraverso il tasso di cambio, senza variazioni nel tasso d’interesse: in economia chiusa, invece, il tasso d’interesse si riduce, espandendo investimenti e reddito, e l’eccesso di offerta di moneta si riassorbe attraverso un aumento della domanda di moneta sia speculativa sia transattiva e precauzionale.
    Al contrario, la politica fiscale perde completamente di efficacia. Un aumento di spesa pubblica, infatti, sposta la curva IS a destra in IS’, aumentando la domanda interna, ma in tal modo provoca pressioni al rialzo sul tasso d’interesse (a parità di offerta di moneta). Tali pressioni al rialzo si traducono in un apprezzamento del cambio, il quale riduce le esportazioni nette: la componente estera della domanda aggregata si contrae esattamente di quanto si espande quella domestica. La spesa pubblica, pertanto piazza completamente le esportazioni nette, e la curva IS si sposta verso sinistra in IS’’, che coincide con la IS. Il tasso di interesse e il reddito non subiscono, quindi, variazioni, e l’unico effetto che la politica fiscale esercita è un apprezzamento del tasso di cambio. Pur non provocando effetti sul reddito di equilibrio, tuttavia, val la pena sottolineare che un’espansione fiscale, in questo contesto, induce una redistribuzione di reddito tra i produttori di beni destinati al mercato estero e quelli che producono beni destinati al mercato interno.

    Figure 5. Gli effetti di un’espansione fiscale in regime di tassi di cambio flessibili.
    Le conclusioni di politica economica si ribaltano in regime di tassi di cambio fissi. La politica monetaria perde completamente efficacia in quanto l’offerta di moneta non può essere variata a meno di non violare l’obiettivo sul tasso di cambio. Un’espansione monetaria, inducendo una pressione al ribasso sul tasso d’interesse, provocherebbe infatti un deprezzamento del tasso di cambio, in violazione degli accordi assunti dalla Banca Centrale. Per onorare tali accordi, pertanto, la Banca Centrale sarebbe costretta a riassorbire l’eccesso di offerta di valuta nazionale sui mercati valutari (che il deprezzamento rivela) vendendo valuta estera contro valuta nazionale: l’offerta di moneta si riduce e la curva LM si risposta verso sinistra. Il reddito di equilibrio non varia, e non variano neanche il tasso d’interesse e il tasso di cambio: l’unico effetto dell’espansione monetaria in questo caso è di sostituire, tra le attività nel bilancio della Banca Centrale, valuta estera con obbligazioni domestiche.

    Figure 6. Gli effetti di un’espansione monetaria in regime di tassi di cambio fissi
    Un’espansione fiscale, al contrario, è amplificata dalla risposta che la Banca Centrale deve garantire a difesa dell’obiettivo sul tasso di cambio. Un’espansione di spesa pubblica, infatti, produce pressioni al rialzo sul tasso d’interesse e conseguentemente un apprezzamento del tasso di cambio. Tale apprezzamento induce la risposta della Banca Centrale che riassorbe l’eccesso di domanda di valuta nazionale comprando valuta estera contro valuta nazionale sui mercati valutari: la curva LM trasla verso destra, l’offerta di moneta si espande e accomoda la politica fiscale. Il reddito di equilibrio aumenta da a Y’, mentre né il tasso d’interesse né il tasso di cambio subiscono variazioni.

    Figure 7. Gli effetti di un’espansione fiscale in regime di tassi di cambio fissi.
    L’efficacia è maggiore che in economia chiusa perché l’obiettivo sul tasso di cambio obbliga la Banca Centrale ad espandere l’offerta di moneta,

    ________________________
    1Data l’ipotesi di prezzi fissi, il tasso d’interesse nominale e quello reale coincidono.
    2Anche con riferimento al tasso di cambio, ci sono due definizioni rilevanti: il tasso di cambio nominale, come definito nel testo, e il tasso di cambio reale, che invece misura il rapporto tra l’indice dei prezzi estero e quello domestico, in termini di una valuta comune. Data l’ipotesi di prezzi fissi, comunque, le due definizioni coincidono, a meno di una normalizzazione opportuna (analogamente a quanto detto per il tasso d’interesse).
    3In realtà nella valutazione comparativa di due attività finanziarie alternative, bisognerebbe considerare anche le aspettative di apprezzamento o deprezzamento del tasso di cambio, tra il momento di acquisto dell’attività e quello di maturazione del rendimento. In questo contesto, tuttavia, consideriamo un modo completamente statico, in cui quindi le aspettative sul livello del tasso di cambio futuro coincidono con il valore osservato nel presente. Di conseguenza, il differenziale tra i tassi di interesse coincide con il differenziale tra i tassi di rendimento ex-ante.impedendo al tasso d’interesse di aumentare e, in tal modo, di spiazzare gli investimenti privati, come invece succede in economia chiusa.

    Redattore: Salvatore NISTICO’

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  • MODEM

    Dispositivo realizzato nel 1958 dai Bells Laboratories per trasmettere e ricevere dati in forma binaria su una linea telefonica. In uscita dal computer il modem trasforma i segnali digitali in analogici modulati e in ricezione li demodula restituendoli in forma digitale (donde il nome modem, abbreviazione di modulator+demodulator).

  • MODIFICHE STATUTARIE

    Deliberazioni concernenti il mutamento della norme statutarie di società che debbono essere depositate presso il competente Registro delle imprese, istituito presso la Camera di Commercio, Industria, artigianato e agricoltura ed introdotto dall’art. 8, legge 29.12.1993 n. 580. Già la legge 580 cit. aveva determinato una sostanziale inversione dell’iter procedurale sancito dall’art.2330 c. c. richiedendosi che, divenuto efficace il decreto di omologa, l’iscrizione nel Registro delle Imprese operasse su impulso di parte (art.13) e non più in seguito all’ordine di iscrizione proveniente dal Tribunale, verificato l’adempimento delle condizioni di legge. Ma è con la legge 24.12.2000 n. 340 (c.d. legge di semplificazione 1999) che il procedimento di omologa degli atti societari e la successiva fase di iscrizione nel R.I. è stato profondamente novellato. Infatti, d’ora in poi l’iscrizione della società nel Registro delle Imprese verrà richiesta contestualmente al deposito dell’atto costitutivo. Il sindacato dell’Ufficio del Registro delle Imprese dovrà limitarsi all’accertamento della regolarità formale della documentazione presentata. Pertanto, i termini previsti con riferimento all’omologazione dell’atto costitutivo decoreranno dalla data di iscrizione nel Registro delle Imprese. Il controllo di legittimità sostanziale viene quindi delegato al notaio stipulante il quale, verificato l’adempimento delle condizioni di legge, richiede l’iscrizione contestualmente al deposito dell’atto costituivo o del verbale di assemblea straordinaria. Qualora, invece, il notaio ritenga non adempiute le condizioni di legge, ne dà tempestiva comunicazione agli amministratori, i quali, nel termine di trenta giorni, possono ricorrere al Tribunale per ottenere l’iscrizione ovvero ripetere l’atto conformemente al dettato di legge. Sono, infine, previste sanzioni disciplinari a carico del notaio che richieda l’iscrizione di atto societari dallo stesso rogati qualora risultino manifestamente inesistenti le condizioni richieste dalla legge (art.32, legge 340 cit.). Inoltre, in materia di fusioni e scissioni di società, non sono più soggetti alla pubblicità sulla Gazzetta Ufficiale il progetto, la delibera e l’atto di fusione, né il progetto di scissione. Gli effetti e gli atti del procedimento di fusione conseguono, pertanto, alla loro iscrizione nel Registro delle Imprese. I soci dissenzienti dalle deliberazioni che riguardano il cambiamento dell’oggetto o del tipo di società o il trasferimento della sede sociale all’estero, hanno diritto di recedere, ottenendo il rimborso delle proprie azioni (v. recesso da una società). È nullo ogni patto che esclude il diritto di recesso o ne rende più gravoso l’esercizio,Si ritiene che siano nulle le modificazioni che sopprimano diritti fondamentali del socio, gli utili, al voto o all’impugnazione. Per le banche, le modificazioni statutarie sono soggette all’approvazione della Banca d’Italia. Per gli enti creditizi le suddette formalità non possono compiersi senza la previa esibizione alle competenti autorità dell’originale o della copia dell’atto di approvazione della Banca d’Italia. Il certificato proveniente dall’Ufficio del Registro delle imprese, attestante l’avvenuta iscrizione delle modifiche, viene rimesso alla competente filiale della Banca d’Italia da parte della banca. Infine, in tema di corporate governance, il d.lg. 24.2.98 n. 58 (TUF) ha stabilito che l’assemblea straordinaria deliberi in prima, seconda e terza convocazione, con il voto favorevole di almeno i due terzi del capitale rappresentato in assemblea, salvo che l’atto costitutivo preveda un quorum più elevato (art.126).

  • MODO

    Il modo (od onere) è una disposizioneche può essere apposta soltanto ai negozi a titolo gratuito. Essa limita il vantaggio economico del beneficiario, imponendogli un obbligo: p.e., donazione di un capitale ad un istituto scientifico, con l’onere di destinarlo ad una particolare ricerca. L’onere differisce dalla controprestazione perché non costituisce un corrispettivo, ma piuttosto un limite dell’attribuzione, la quale resta perciò gratuita.

  • MOF

    Acr. di: Multiple Option Financing Facility. Forma tecnica di prestito sindacato che comporta (accensione di una linea di affidamento di media durata (5 anni, con possibilità di prolungamento per ulteriori 2 anni) tramite la quale i mutuatari possono ottenere finanziamenti a breve termine rinnovabili nella valuta desiderata, secondo le modalità ritenute più idonee ed alle migliori condizioni vigenti sul mercato nel momento in cui sorge il rapporto di credito. Con un contratto di MOF un gruppo di banche si impegna per un determinato periodo di tempo ad offrire, entro un plafond massimo contrattualmente predefinito e senza la concessione di garanzie accessorie, una certa gamma di prodotti di finanziamento. Un programma caratteristico prevede la definizione di un pacchetto di linee di affidamento intercambiabili a scadenza variabile tra il brevissimo ed il breve termine, utilizzabili sia per crediti per cassa sia per crediti di firma denominati in un numero di valute anch’esso predeterminato. Tra le forme di credito più diffuse si possono enumerare gli impegni ad accettare o scontare effetti e a garantire un back-up (v. back-up facility) al mutuatario per le emissioni di carta finanziaria (tipicamente commercial paper, v.). Le diverse linee possono essere utilizzate alternativamente o contemporaneamente, a discrezione del mutuatario, purché il montante degli utilizzi non rimborsati non ecceda mai l’affidamento globale periodicamente concesso.

  • MOFCOM


    Il MOFCOM è il Ministero del Commercio della Repubblica Popolare Cinese, ovvero l’autorità competente, anche attraverso le sue sedi periferiche, per l’approvazione di tutti i progetti di investimento stranieri in Cina (ha sostituto il MofTEC, ovvero il Ministry of Foreign Trade and Economic Cooperation, PRC).


    Ai sensi dell'articolo 18 della Legge Organica del governo centrale del popolo cinese in combinato disposto con la Circolare del Consiglio di Amministrazione del Governo centrale del popolo cinese (n ° 1, 1949), fu istituito il 2 novembre 1949 il Ministero del Commercio del governo popolare centrale Ministry of Trade under the Central People’s Government il quale aveva il compito di redigere i programmi generali del commercio dello Stato cinese, approvare i piani industriali e finanziari di società professionali e sorvegliarne l'attuazione, determinare il prezzo delle merci all'ingrosso delle imprese commerciali dello Stato nei principali mercati della Cina, guidare le imprese private del paese e promulgare norme nazionali per la contabilità commerciale; nell’agosto del 1952 fu istituito il Ministry of Foreign Trade of the Central People’s Government; nel 1979 lo State Import and Export Administration Commission, State Foreign Investment Administration Commission, nel marzo del 1982 ai sensi della risoluzione approvata dalla 22a sessione del Comitato permanente del quinto Congresso nazionale del popolo, il Ministero del Commercio Estero è stato fuso con il Ministero dell’economia straniera Ministry of Foreign Economic Liason, The State Import and Export Regulation Commission, divenendo il ministero delle Relazioni economiche e del commercio estero Ministry of Foreign Economic Relations and Trade; nel 1983 fu istituito il Ministry of Foreign Economic Cooperation and Trade, nel 1993 il Ministry of Trade and Economic Cooperation le cui principali funzioni erano quelle di formulare e attuare politiche e piani di riforma del commercio estero, la cooperazione economica e gli investimenti esteri; formulare proposte di leggi e regolamenti che disciplinano il commercio estero e la cooperazione economica per gli investimenti esteri, stabilire ed eseguire le regole di attuazione e dei regolamenti amministrativi; emanare leggi economiche e di commercio estero in conformità con i trattati e gli accordi internazionali;, formulare e gestire il catalogo dei prodotti di importazione e di esportazione, è responsabile per la determinazione e l'emissione delle quote e licenze; era responsabile per le questioni relative alle misure antidumping, compensativi e misure in materia di prodotti stranieri, secondo le leggi della Cina, guidare e coordinare la risposta alle inchieste antidumping avviate da imprese straniere sulle esportazioni cinesi; gestire gli affari relativi ad esportare prodotti dopo la registrazione del marchio, gestire l'importazione di tecnologia, apparecchiature di importazione, formulare ed eseguire le regole sugli investimenti esteri, partecipare a stabilire le strategie di sviluppo.


    Nel 2003, l'ex Ministero del Commercio Estero e della Cooperazione Economica (MOFTEC) ha riorganizzato tutta la struttura ed egli stesso fu rinominato Ministro del Commercio. Il ministero incorpora anche l’ex State Economic and Trade Commission (SETC) e il State Development Planning Commission (SDPC). L’attuale Ministro del MOFCOM è Gao Hucheng. I principali compiti del MOFCOM sono quelli di formulare le strategie, le linee guida e le politiche di sviluppo del commercio interno ed estero e provvedere alla cooperazione economica internazionale, anche attraverso progetti di leggi e regolamenti che disciplinano gli accordi commerciali tra la Cina e gli stati stranieri, si occupa infatti di vigilare sugli investimenti stranieri nella Repubblica Popolare Cinese, è l’ente predisposto all’approvazione di una Joint venture in Cina, infatti studia le tendenze di sviluppo della globalizzazione economica, nonché elabora misure per la regolamentazione delle merci di importazione e di esportazione, ovvero misure atte a facilitare la trasformazione del modello di crescita del commercio estero. Il MOFCOM assume un ruolo guida nella tutela dei diritti e degli interessi dei cittadini cinesi fornitori di lavoro o di servizi o che occupano posti di lavoro all'estero. Il principale ente che si occupa dell’ approvazione dei progetti per le imprese cinesi che intendono investire e creare stabilimenti all'estero. Il MOFCOM è responsabile dell’erogazione di aiuti a paesi stranieri. Gioca un ruolo importantissimo anche per quanto concerne i piani e le politiche con le regioni amministrative speciali di Hong Kong e Macao e la regione di Taiwan, ovvero è responsabile degli scambi commerciali tra il continente e le regioni sopramenzionate. Il MOFCOM si occupa, inoltre, di tutelare la concorrenza, vigilando le situazioni di concorrenza sleale.


    Bibliografia

    www.chiomenti.net
    www.uschina.org
    www.ilsole24ore.com
    www.ambpechino.esteri.it


    Redattore: Davide PONE

  • MOLTIPLICATORE

    L’impatto di una variazione esogena di spesa sul sistema economico dipende dai coefficienti della Matrice di Contabilità Sociale - SAM attraverso i cosiddetti "moltiplicatori".
    Con questo nome si designano gli effetti che una variazione unitaria di spesa di un operatore (settore esogeno) ha sui suoi operatori a monte (i suoi fornitori, i fornitori dei fornitori ecc.) e i suoi operatori a valle ( i suoi clienti, i clienti dei suoi clienti ecc.).
    Tanto più un sistema economico è "connesso", ossia tanto più numerosi sono i legami a monte e a valle dei suoi operatori, tanto maggiori sono i suoi moltiplicatori.
    Tanto più un sistema economico è specializzato, tanto minori sono i suoi moltiplicatori, eccetto che nelle filiere di specializzazione.

    © 2009 ASSONEBB

  • MOLTIPLICATORE DEL CREDITO E DEI DEPOSITI

    Misura della variazione complessiva dell’ammontare del credito, dei depositi e dei mezzi di pagamento indotta da un’iniziale variazione unitaria della base monetaria. Il concetto di moltiplicatore del credito si trae dall’analisi delle singole fasi attraversole quali la variazione della base monetaria si traduce nella variazione del credito. Un incremento della base monetaria inizialmente dà luogo ad un pari incremento del volume del circolante presso il pubblico, a sua volta interamente tradotto in depositi bancari, ad eccezione di quanto il pubblico desideri mantenere sotto forma di circolante. La percentuale delle corte monetarie detenute come circolante in relazione a quelle detenute come depositi, viene espressa da una costante (c). Le banche accumulano una percentuale dei depositi detenuti dal pubblico sotto forma di riserve, obbligatoria e libera, (ro, rl), trasformando la quota rimanente in nuovo circolante, tramite l’erogazione del credito. L’ammontare di questo verrà nuovamente ripartito dal pubblico tra depositi bancari e circolanti secondo la medesima percentuale. Se nel corso di tale processo le percentuali di accantonamento del pubblico da un lato e delle banche dall’altro restano relativamente costanti, gli incrementi finali del credito, dei depositi e della moneta risultano dei multipli esatti della iniziale variazione della base monetaria. In particolare il moltiplicatore dei depositi risulterà pari µ=1/(c+ro+rl); quello del credito e i mezzi di pagamento, rispettivamente µ=(1-ro-rl) e 1+µ,. Discende da tale analisi la conclusione che la manovra sulla base monetariada parte della banca centrale, oltre alla difficoltà di un non pieno controllo dei canali di creazione della base monetaria stessa, incontra l’ostacolo di un processo moltiplicativo delle variazioni di questa che in ampia misura dipende dal comportamento delle componenti private del sistema economico. Se il rapporto tra riserve obbligatorie e depositi si deve in misura pressoché esclusiva alle decisioni delle autorità monetarie, il livello delle riserve libere, determinato dalla politica di portafoglio delle banche, dipende dalle valutazioni di queste in relazione ai tassi di interesse sulle riserve e sulle forme di investimento a esse alternative, e dalle loro variazioni attese. Il rapporto tra circolante e depositi è anch’esso il risultato di una scelta di portafoglio, compiuta dal pubblico e influenzata in molo determinante dall’andamento del volume delle transazioni e dai tassi di rendimento delle diverse forme di impiego della ricchezza, vigenti e attesi. Il moltiplicatore dei depositi, del credito e dei mezzi di pagamento deve dunque considerarsi una grandezza altamente variabile, in relazione alle prevalenti condizioni economiche e allo stato delle aspettative degli operatori. Si determina una diversa efficacia della politica monetaria nelle differenti circostanze congiunturali attraversate da un sistema economico, in relazione al grado di adesione degli operatori privati agli indirizzi della banca centrale. Si può p.e. ricordare come di norma tale efficacia sia considerata superiore nel corso di una anovra restrittiva, che non di una manovra espansiva, essendo il comportamento e le attese del pubblico e delle banche più direttamente governati dagli interventi delle autorità monetarie nel corso della prima, che non della seconda.

  • MOMENTUM

    Analisi tecnica. Strumento tecnico che consiste in un oscillatore il quale, calcolato come rapporto tra il prezzo più recente ed il prezzo di una certa data precedente, cerca di individuare la velocità del trend seguito dal mercato.

  • MONETA

    Bene mobile particolare che nei sistemi economici ha quattro importanti compiti: di strumento di pagamento, di deposito di ricchezza, di intermediario degli scambi, di misura del valore (ovvero di unità di conto). Il numero dei mezzi adatti a questi compiti è cresciuto alquanto negli due secoli ultimi passati e l’evoluzione del diritto ha definito le caratteristiche di ciascuno, anche con accordi internazionali. Si è accresciuto nello stesso tempo il numero degli strumenti finanziari adatti a operare come deposito di ricchezza di modo che questo compito si è ristretto per la moneta al breve e brevissimo termine (tende a scomparire, come sembra, il fenomeno della tesaurizzazione). Si noti che ogni forma di moneta rientra economicamente nella più vasta categoria degli strumenti finanziari (mezzi con cui si trasferisce moneta nel tempo o nello spazio, ovvero si trasferiscono i rischi pendenti su incassi e pagamenti futuri). Tuttavia l’uso e il diritto tengono separati i due concetti e il TUF dichiara che i mezzi di pagamento non sono strumenti finanziari (art. 1, c. 4).

    1. Distinzioni e classificazioni. È conveniente distinguere quattro categorie di moneta: moneta legale (metallica e in banconote), moneta bancaria (nelle forme tipiche dell’assegno bancario, assegno circolare, giroconto, disposizione di pagamento o bonifico, disposizione permanente RID, carta di credito,carta di debito, moneta elettronica, versamento in conto corrente postale,vaglia postale, vaglia cambiario della Banca d’Italia; a metà strada tra moneta bancaria e moneta legale sono gli speciali titoli emessi dalla Tesoreria dello Stato, che però sono prevalentemente solo strumenti di pagamento), divise (impiegate nelle relazioni commerciali e finanziarie internazionali) emoneta elettronica (card-based e software-based). Quest’ultima è una specie comparsa negli ultimi dieci anni e ancora in formazione. Secondo la circolazione, principalmente dal punto di vista giuridico, si distinguono il corso fiduciario (cui corrisponde la moneta fiduciaria), il corso legale, il corso forzoso. Moneta fuori corso è quella dichiarata senza più corso legale dalla legge, ritirata e concambiata o non dalla circolazione. Altro aspetto (di grande interesse economico) è la convertibilità della moneta, che può essere vietata dalla legge. Altri lemmi relativi alla moneta sono: moneta divisionaria,moneta effettiva emoneta ideale, moneta di conto, moneta di riserva, moneta forte, moneta internazionale, moneta scritturale,moneta virtuale.

    2. Storia. La forma più antica di strumento di pagamento sono le merci (bestiame, cereali, pelli) date in cambio di altre merci nel baratto e la successiva specializzazione di qualche merce come bene accettato in cambio di altre merci e, quindi, come loro comune misura del valore (moneta merce). Con la scoperta della metallurgia, diventa più pratico l’uso dei metalli, specialmente il bronzo, l’oro, l’argento e le loro leghe, inalterabili, divisibili, facilmente trasportabili e relativamente scarsi. Impiegati inizialmente in pezzature di metallo grezzo (p.e. l’aes rude dei latini) accettati a peso, poi fusi in pezzi regolari di peso standard (a Roma antica rapportato a una libbra di 327,45 grammi: l’aes grave), usati tanto come mezzo di pagamento quanto come unità di misura per pesare, poi ancora certificati da un sigillo dello Stato (l’aes signatum introdotto da Servio Tullio, la monetazione di Creso e di Dario I nei secoli VI e V a.C.). La prima moneta con inciso il valore nominale è coniata dai Romani sul finire del III secolo a.C. e da questo momento nasce la vera moneta. Prima d’allora, i pezzi erano propriamente lingotti di fattura accurata e anche artistica, che circolavano in base al contenuto intrinseco e al titolo garantiti dall’autorità del sigillo di un monarca o di una polis. Con i romani, appare in embrione anche il corso legale, cioè l’attribuzione alla moneta di potere liberatorio legale in base al valore nominale, non a quello intrinseco del metallo contenuto. L’oro, l’argento, il rame coniati in varie pezzature e per lo più in lega hanno costituito la circolazione monetaria fino al XVIII secolo in regime dimonometallismo o bimetallismo e anche di plurimetallismo di fatto. Inalterabilità, malleabilità, duttilità, quindi coniazione agevole e conseguente garanzia di peso e lega da parte del Principe, poco ingombro, facilità di trasporto e di custodia sono le ragioni socio-economiche che hanno determinato la fortuna delle monete metalliche dall’Antichità. La carta moneta compare tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo. Agli inizi essa è moneta bancaria del tutto fiduciaria. Successivamente la circolazione della moneta cartacea evolve nel corso legale, all’inizio convertibile in moneta metallica, quindi soggetta al corso forzoso, infine, con la demonetizzazione dell’oro sul finire del secolo scorso, semplicemente moneta a corso legale convertibile in moneta forte o non convertibile. L’assegno, il vaglia hanno avuto un notevole sviluppo a partire dal XIX secolo. La carta di credito è comparsa a metà del XX. La carta di debito e la moneta elettronica sono state introdotte negli ultimi vent’anni.

    3. Sistemi di emissione e di gestione. Ci sono diversi sistemi di emissione della moneta, per lo più non praticati e solo di interesse storico (p.e.: facoltà dei privati di far coniare moneta alla Zecca fornendo l’oro e pagando un diritto di signoraggio e/o di brassage; carta moneta emessa da banche private su concessione statale o liberamente senza; carta moneta emessa da forze di occupazione). I sistemi evoluti, maturati negli ultimi due secoli, prevedono che l’emissione sia accentrata da una autorità monetaria (di regola con una certa indipendenza dal Governo e dal potere politico) che può operare in due regimi: di banca centrale e di currency board. Nel primo caso l’autorità monetaria e il Governo conservano pienamente i poteri di politica monetaria. Con il regime di currency board questi poteri sono molto ristretti, se non annullati.

    4. Requisiti e caratteristiche della moneta. I requisiti tecnici della moneta in senso stretto (narrow money) sono: valore facciale determinato e invariabile, trasferibilità perfetta, assenza di costi di transazione, l’essere espressa e divisa in multipli e sottomultipli (oggi ovunque decimali, ma in passato vigesimali e sessagesimali) di un’unità convenzionale avente corso legale, zero- maturity (cioè disponibilità e spendibilità immediata al valore facciale; il loro valore attuale coincide con quello facciale), rendimento nullo per il portatore. È inoltre importante l’elemento psicologico della fiducia di massa. L’insieme di questi requisiti, che rende la moneta generalmente accettabile nel sistema degli scambi e delle transazioni, può subire limitazioni in situazioni eccezionali. Circolano come moneta contrassegni e marche nei club e nei villaggi turistici e vera moneta cartacea emessa da ribelli o insorti nelle zone occupate. Si tratta però di titoli privi di riconoscimento legale e che non hanno corso fuori del loro ambito temporale e territoriale. D’altra parte, a onta del corso legale, in periodi di grave crisi i cittadini si disfano della moneta legale per provvedersi di monete forti straniere. Ciò che in fondo garantisce l’accettazione della moneta sono le aspettative della gente riguardo alla conservazione del suo valore nel prossimo futuro. Tra tutti i beni a disposizione dell’uomo la moneta è l’unica a possedere la peculiarità di essere capace di soddisfare un unicobisogno: quello di poter acquistare i beni che hanno la capacità di soddisfare gli altri bisogni.

    5. Moneta, potere d’acquisto e politica monetaria La conservazione della stabilità del valore della moneta, cioè del suo potere d’acquisto, costituisce un importante obiettivo della politica economica. In Italia la realizzazione di questo obiettivo è stato compito della Banca d’Italia e del suo Governatore fino all’adozione dell’euro. Con il passaggio all’euro talecompito è stato trasferito al Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e, concretamente, al Consiglio direttivo e al Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea (BCE). La sfi- ducia maturata nell’ultimo quarto del secolo scorso verso le politiche di tipo keynesiano in cui il primo obiettivo era la crescita del reddito e dell’occupazione da realizzare anche con forti disavanzi del bilancio dello Stato, ha indotto a negligere le manovre discrezionali di politica fiscale e ha portato al primo posto negli obiettivi di politica economica la stabilità dei prezzi e, nel governo dell’economia, gli strumenti di politica monetaria. Le manovre difine tuning con cui la politica keynesiana pensava di governare con precisione i livelli di produzione e di realizzare la piena occupazione sono apparse in realtà l’origine delle pressioni inflazioniste e dell’instabilità delle aspettative che hanno travagliato i Paesi industriali fino agli anni Novanta. Agli Stati membri che intendevano entrare nella terza fase dell’UEM la Comunità Europea ha imposto col trattato di Maastricht (7.2.1992) regole fisse sotto la specie di criteri di convergenza che riguardavano la politica fiscale (in particolare per il disavanzo e il debito pubblico), il tasso di inflazione, il cambio e il livello dei tassi di interesse. Il Trattato che istituisce la Comunità Europea pone all’art. 4 (ex art. 3A) il mantenimento della stabilità dei prezzi al primo posto nella politica economica subordinandogli le altre politiche. La realizzazione dell’obiettivo è assegnata con la stessa priorità dal successivo art. 105 al SEBC. Il principio è ripreso con le stesse parole dall’art. 2 dello Statuto del SEBC.

  • MONETA BANCARIA

    Strumenti di pagamento creati utilizzando depositi bancari o crediti bancari. Sono rappresentati da forme tipiche: assegno bancario, assegno circolare, giroconto, disposizione di pagamento (bonifico), disposizione permanente (RID), carta di credito,carta di debito,moneta elettronica. Assimilabili alla moneta bancaria sono il versamento in conto corrente postale, il vaglia postale, il vaglia cambiario della Banca d’Italia. Si tratta di una moneta smaterializzata che consiste nelle disponibilità detenute in conti correnti o in depositi altrimenti denominati costituiti presso le banche e il Bancoposta (nei Paesi in questo esiste) con facoltà del depositante di disporre a vista o a breve scadenza dei fondi depositati direttamente a favore di terzi. Il deposito costituisce un debito delle banche e del Bancoposta e, per il depositante, un credito che può essere trasferito a favore di un creditore di questi. Una forma antica di moneta bancaria oggi non più esistente nel nostro Paese era la carta moneta, o banconota, emessa dalle banche e accettata nella circolazione secondo la fiducia che la gente nutriva sulla solvibilità della banca emittente e sulla capacità di questa di convertirla in oro o argento a richiesta. La moneta bancaria è accettata come mezzo di pagamento in quanto gli operatori hanno fiducia che la banca rimborserà a vista il proprio debito in moneta legale. Per questo motivo tutta la moneta bancaria si fa rientrare nella categoria della moneta fiduciaria. L’utilizzo di moneta bancaria per adempiere a obbligazioni pecuniarie è possibile solo se il creditore l’accetta e ciò nei Paesi dove esiste una specifica moneta a corso legale come l’unico modo di estinzione delle obbligazioni pecuniarie. Nel nostro Paese questo principio è imposto dall’art. 1277 c.c. e l’adempimento con modalità diverse (principalmente la moneta bancaria, appunto, ma anche la cessione di crediti, il baratto) è liberatorio solo se c’è il consenso del creditore (artt. 1197 e 1198 c.c.). La moneta bancaria offre i vantaggi di una più sicura, comoda ed efficace possibilità di effettuare versamenti nello spazio e della possibilità di essere ottenuta a prestito, a differenza della moneta legale. Tuttavia l’incertezza sull’identità del debitore e sul legittimo possesso del titolo e il rischio sull’esistenza della copertura, specie per l’assegno bancario e la carta di credito, rendevano la moneta bancaria poco accettata nelle transazioni al dettaglio. Altre forme di moneta bancaria sono inadatte ai pagamenti al dettaglio per i limiti tecnici di impiego e i costi che gravano sulle operazioni (p.e. gli assegni circolari, i bonifici ecc.). Ciò spiega come mai il pubblico preferisca tuttora, specie in Italia, la moneta legale per questa specie di pagamenti. Nuovi sistemi di controllo e di sicurezza in tempo reale compiuti con le tecnologie dell’ICT nell’ultimo decennio nel campo delle carte di credito e di debito e della moneta elettronica stanno però diffondendo il ricorso delle famiglie all’uso della moneta bancaria. Il regolamento di transazioni con moneta bancaria dà luogo a un’operazione con moneta scritturale. Circa la capacità della banca di creare depositicon la propria attività di intermediazione v. moltiplicatore.

  • MONETA DI CONTO

    Unità contabile in termini della quale vengono concretamente misurate le transazioni economiche. Benché ordinariamente tale funzione, unitamente a quella di mezzo di scambio e di riserva di valore, venga assolta dal circolante, in circostanze particolari conviene agli operatori ricorrere a mere unità di conto vecchie o nuove, che sempre sono testimonianza diretta di disordine o di difficoltà economiche e finanziarie, sovente riconoscibili in elevati tassi di inflazione e in alta volatilità dei cambi. Tra le ultime monete di conto si può ricordare l’ECU, l’unità di conto europea cui non corrisponde alcuna forma di moneta circolante. Nella nostra era furono monete di conto importanti il denario romano dopo il III secolo d.C., il soldo carolingio di 12 denari, il marco fiorentino, il marco di Colonia e il marco banco di Amburgo.

  • MONETA DI RISERVA

    Denominazione, nelle lingue dei principali Paesi, di quelle che in it. sono denominatevalute di riserva (fr. monnaiede réserve; ingl. reserve currency: ted. Reservewährung; sp. moneda de reserva; port. moeda de reserva).

  • MONETA DIVISIONARIA

    Moneta di piccolo taglio coniata in metallo o in lega non particolarmente nobile (rame, bronzo, nickel, leghe diverse), destinata ai piccoli pagamenti. Per le monete divisionarie, durante il secondo Regno d’Italia (1861-1946) sono stati utilizzati il rame, fino al 1938 (da 1, 2, 5 e 10 centesimi), il nickel dal 1912 al 1940 (20 e 50 centesimi, 2 e 5 lire), il bronzital, lega composta da 82% di rame, 16% di alluminio e 2% di nickel, dal 1941 per 5 e 10 centesimi, l’acmonital, acronimo di Acciaio Monetario Italiano, lega composta da acciaio, cromo, nickel e vanadio, dal 1939 (5 e 10 centesimi, 1 lira). La Repubblica Italiana ha utilizzato l’italma, lega leggera composta da 96,2% di alluminio, 3,5% di magnesio e 0,3% di manganese dal 1946 al 1954 (1, 2, 5, 10 lire), l’acmonital dal 1955 (50 e 100 lire), il bronzital (20 lire dal 1957 e 200 lire dal 1976). Sin.: moneta divisionale, minuta, sussidiaria; spiccioli.

  • MONETA EFFETTIVA

    Un tempo era così detta la moneta reale, materialmente circolante in pezzi coniati di metallo o in banconote, contrapposta a moneta ideale. La comparsa dellamoneta bancaria, prima e, poi, della moneta virtuale amplia il concetto di moneta effettiva di modo che oggi si può distinguere la moneta effettiva in reale (monete, banconote, titoli materialmente circolanti) e moneta virtuale.

  • MONETA ELETTRONICA

    Sin.: moneta digitale, contante digitale, e-money, e-cash. Mezzo virtuale di pagamento di cui l’art. 1 della direttiva 2000/46/CE dà la seguente definizione cui si dovrà adeguare anche il nostro Paese nel ridisegnare l’ordinamento della materia: “un valore monetario rappresentato da un credito nei confronti dell’emittente che sia memorizzato su un dispositivo elettronico, emesso dietro ricezione di fondi il cui valore non sia inferiore al valore monetario emesso, accettato come mezzo di pagamento da imprese diverse dall’emittente.” La transazione che dà origine al pagamento non comporta necessariamente scritture in un conto corrente bancario.

    1. Evoluzione e caratteristiche. In ordine di tempo, la prima forma, di moneta elettronica sono state le carte prepagate multipurpose (aspendibilità generalizzata: borsellino elettronico, ma anche il Bancomat), precedute peraltro dalle carte monouso a banda magnetica (schede telefoniche, Viacard; v.card). A questa forma di moneta elettronica, basata sul supporto materiale di una carta di plastica (card-based product), l’IME aveva dedicato uno studio nel 1994. Successivamente, in pochi anni si è sviluppata una seconda forma di moneta elettronica, che impiega software specializzati installati su personal computer, che permettono il suo trasferimento in rete, p.e. su Internet. I prodotti di questa seconda specie, basati su un software (software-based products) costituiscono la software money e sono il tipico prodotto commercializzato dall’e-banking. È possibile che card-based products siano abilitati a compiere pagamenti anche attraverso reti di telecomunicazione. In tutti i casi in cui c’è trasferimento in rete, indipendentemente dalla specie del prodotto impiegato, si ha impiega l’espressione network money (ma anche access money, per la possibilità di accedere ai propriconti in rete mediante un telefono o un modem collegato a un personal computer. La moneta elettronica è caratterizzata dall’essere prepagata che ne permette la circolazione in forma anonima, da un’elevata innovazione tecnologica che ne consente l’offerta e l’utilizzo su reti di telecomunicazione e dai bassi costi di transazione che ne favoriscono l’utilizzo per pagamenti anche di modesto ammontare in sostituzione della moneta legale. Queste caratteristiche sono il punto di forza della moneta elettronica e giovano socialmente aumentando l’efficienza delle transazioni al dettaglio interne e internazionali. La software money, inoltre, è un mezzo di pagamento che può essere utilizzato per regolare le compravendite a distanza oltre che per movimentare, in teoria, qualunque importo a qualunque titolo (ma i rischi specifici che le sono associati inducono a contenere attualmente il massimo delle transazioni in importi abbastanza limitati). Sebbene ne sia per certi versi un’evoluzione automatizzata, la moneta elettronica si differenzia quindi dalla moneta bancaria, che ha caratteristiche opposte.

    2. Rischi connessi di interesse privato e generale. Problemi di politica monetaria. I rischi connessi alla moneta elettronica riguardano principalmente la possibilità di frode e contraffazione e l’utilizzo per il riciclaggio di proventi illeciti, particolarmente accentuati dalla possibilità di impiego in forma anonima. La moneta elettronica è, inoltre, capace di incidere sull’ordinato funzionamento del sistema dei pagamenti, sulla fiducia del pubblico nella moneta e negli strumenti di pagamento in generale (pregiudicando lo sviluppo di nuovi settori dell’economia, in specie dell’e-commerce), sulla stabilità del sistema finanziario e sulla tutela del consumatore. Essa introduce anche una nuova variabile di politica monetaria, in quanto può modificare la velocità di circolazione della moneta e rendere instabile il moltiplicatore in caso di mancato assoggettamento dei nuovi strumenti agli obblighi di riserva previsti per la raccolta bancaria. Questa possibilità è accentuata se gli emittenti consentono l’utilizzo di moneta elettronica a credito, cioè senza preventiva costituzione di provvista. Inoltre, in linea teorica, lo sviluppo di strumenti basati sulle nuove tecnologie potrebbe minare la funzione di unità di conto svolta dalla moneta. Per questi motivi la moneta elettronica è soggetta a regolamentazione e a vigilanza, sebbene la disciplina in proposito sia in buona parte tuttora in fieri.

    3. Normativa italiana. Per quanto riguarda il nostro Paese, si distingue tra attività di emissione e gestione di mezzi di pagamento con connessa raccolta di risparmio (ciò che comporta l’emissione di moneta bancaria) riservata alla banche (artt. 1, 2° c. lett. f e 11, c. 5 TUBC) e al Bancoposta (art. 2, 5° c. d.p.r. 14.3.2001 n. 144) e servizi di pagamento (art. 106, 1° c. TUBC), consentiti oltre che alle banche anche agli intermediari finanziari di cui all’art. 106 TUBC. Il d.m. Tesoro 6.7.1994 (all’art. 4 modif. dal d.m. Tesoro 1.9.1998) introduce un’ulteriore distinzione, includendo nelle prestazione dei servizi di pagamento l’emissione e la gestione di carte di credito, di debito e di altri mezzi di pagamento nel rispetto del divieto di raccolta del risparmio tra il pubblico (di cui agli art. 10 e 11 TUBC) ed escludendone l’emissione e la gestione di carte di credito prepagate e di carte di credito o di debito monouso. Queste ultime, quindi, possono continuare a essere emesse e gestite anche da agenti che non sono intermediari finanziari, i vari mezzi di pagamento possono essere emessi dagli intermediari finanziari di cui all’art. 106 TUBC se non comportano raccolta, mentre solo alle banche è consentita l’emissione e la gestione di mezzi di pagamento che comportano raccolta di risparmio (come travellers cheques, assegni circolari, assegni bancari) e cioè di moneta bancaria. Ma va notato che alcuni autori deducono dal comma 5 dell’art. 11 che l’emissione e la gestione di mezzi di pagamento multipurpose sono riservate alle sole banche.

    4. Normativa comunitaria. In sede comunitaria la BCE ha descritto le linee di una possibile vigilanza prudenziale in un Report on Electronic Money pubblicato nel 1998 e il Parlamento e la Commissione hanno emanato due direttive, la 2000/46/CE e la 2000/28/CE, entrambe del 18.9.2000. La prima direttiva definisce la moneta elettronica nel modo che si è detto all’inizio e ne riserva l’emissione alle banche e a una nuova figura tipica di intermediario, gli istituti di moneta elettronica, soggetti a certe limitazioni, ma legittimati anch’essi alla raccolta di risparmio e anch’essi fatti rientrare tra gli enti creditizi dalla seconda direttiva. Tuttavia l’art. 8 della direttiva 2000/46/CE concede agli Stati membri di permettere alle proprie autorità di vigilanza di dispensare gli istituti di moneta elettronica dal rispetto anche di tutte le disposizioni della stessa direttiva. Non è perciò possibile prevedere come la nuova disciplina comunitaria modificherà, quando verrà recepita, il quadro degli intermediari fissato dal TUBC.

    5. Moneta elettronica e moneta legale. La giurisprudenza è costante nel tener fermo il principio dell’art. 1277 c.c. che solo le monete metalliche e le banconote a corso legale hanno potere liberatorio nelle obbligazioni pecuniarie. Il principio corrispondeva alla preferenza della gente per il regolamento in contanti, specie al dettaglio (donde in origine la lenta e ritardata diffusione in Italia della carta di credito). La maggior sicurezza (non ultimo l’eliminazione della cassa contante per il negoziante) ha rovesciato negli ultimi anni questa inclinazione a favore del pagamento con moneta virtuale. Hanno inoltre incrinato la validità generale del principio le disposizioni antiriciclaggio del d.l. 3.5.1991 n. 143 (conv., con modif., nella l. 5.7.1991 n. 197) che vietano l’uso del contante e dei titoli al portatore per i trasferimenti di somme superiori ai venti milioni di lire e fanno obbligo in sua vece di ricorrere a mezzi di pagamento di intermediari finanziari abilitati. Altro elemento a favore del potere liberatorio della moneta elettronica (e scritturale in genere) è stato portato dall’art. 8 del regolamento 974/98/CE

  • MONETA FIDUCIARIA

    Denominazione abbastanza generica per tutti gli strumenti di pagamento che circolano accettati finche la gente ripone fiducia sull’emittente. E riferita specialmente alla moneta bancaria, ma si estende concettualmente a ogni mezzo di pagamento il cui valore intrinseco è notevolmente inferiore al valore nominale, p.e. la carta prepagata di emittenti non bancari (carte telefoniche ecc.), la carta di credito T&E, i contrassegni in uso nel villaggi turistici in luogo del contante e, anche, la stessa moneta a corso legale.

  • MONETA FISCALE

    Proposta da un gruppo di intellettuali, la Moneta Fiscale rappresenta un meccanismo di anticipo del credito dello Stato nei confronti del cittadino che paga le imposte (lavoratori, imprese).

    Non è moneta legale, contrariamente a quella emessa dalla Banca Centrale Europea - BCE (Enciclopedia), non permette di abbattere le passività dello Stato, poichè è un'anticipazione liquida e riduce di pari importo la spesa corrente.

    Alcuni economisti ne hanno spiegato le difficoltà tecniche, contabili e legali, tra cui R. Perotti.

  • MONETA FORTE

    Moneta di un Paese in costante domanda sui mercati finanziari internazionali e, quindi, di valore tendenzialmentestabile. Una moneta forte è generalmente accettata nelle transazioni internazionali ed è quindi una moneta internazionale (tale è, p.e., il dollaro USA). Si dice anche moneta forte la moneta di un Paese il cui cambio con le altre tende ad apprezzarsi nel medio-lungo termine. Le monete forti sono lo strumento preferito per le transazioni internazionali e per la formazionedelle riserve ufficiali. Sin.: valuta forte.

  • MONETA IDEALE

    Moneta che non esiste materialmente in pezzi di metallo coniato o in banconote effettivamente circolanti, ma solo concettualmente e ciononostante impiegata nella misura dei valori e come moneta di conto. Può nascere da monete effettivamente coniate un tempo, che, scomparse dalla circolazione, continuano a essere utilizzate nei conti (è stato così a lungo in passato in Inghilterra per la lira sterlina e, fino all’abbandono della base di calcolo sessagesimale e al passaggio a quella centesimale nel 1971, per la ghinea, moneta da 21 scellini non più coniata dal 1813, ma rimasta convenzionalmente in uso per i beni di lusso e gli onorari), oppure da unità monetarieconvenzionali, appositamente costruite (p.e. l’ECU, dal 1979 al 1998 e l’euro, dal 1°1.1999 al 31.12.2001). Da non confondere con la moneta virtuale.

  • MONETA INTERNAZIONALE

    Moneta, effettiva o ideale, usata, in quanto generalmente accettata, nelle transazioni tra Paesi con diversi sistemi monetari e, quindi moneta forte, preferita in quanto tale come moneta di riserva. .

    1. Il concetto è generico, non tecnico (non esiste una definizione giuridica o statistica di “moneta internazionale”). L’oro, monetato e non, è stata la prima moneta internazionale della storia, cui si sono affiancate nel Medioevo e in Età moderna monete di conto, in cui erano stilate le lettere di cambio, che evitavano i trasferimenti materiali di metallo e permettevano di trasferire il credito e di compensare (p.e. nelle fiere) debiti e crediti superando le difficoltà nascenti dalla diversità di unità monetarie in uso sulle diverse piazze. In età contemporanea alcune monete sono state o sono mezzi di pagamento di accettazione generale delle transazioni internazionali: la lira sterlina, il dollaro USA, il franco svizzero, ma anche il franco francese, il marco tedesco, lo yen, il rublo e il dollaro di Hong Kong. L’ambito plurinazionale degli scambi, entro cui simili valute esercitano il ruolo dominante e generalmente accettato di pressoché unico mezzo di pagamento, è un’area valutaria (detta anche zona valutaria) che prende il nome da tale moneta (area del dollaro, della sterlina, del marco ecc.). L’accettazione del rublo era imposta dalla posizione speciale dell’URSS nell’area del Comecon. Se si esclude questo egli altri possibili casi di dominazione politicomilitare (protettorato, vassallaggio, zona di occupazione, come per il Reichsmark durante la guerra 1939-45), la condizione indispensabile richiesta a una moneta per svolgere un ruolo di moneta internazionale è di essere liberamente convertibile (convertibilità della moneta). Ogni moneta convertibile circola nei regolamenti internazionali ed entra a far parte delle riserve ufficiali di un Paese. Ma solo alcune monete sono mezzi di pagamento di accettazione generale preferite di gran lunga alle altre e, come tali, costituiscono la moneta internazionale e costituiscono la maggior parte della moneta di riserva (correntemente detta in it. valute di riserva) cioè le riserve ufficiali di un Paese. Oggi la moneta internazionale più importante è il dollaro USA, che a fine 2000 costituiva il 68,2% del totale delle riserve ufficiali mondiali. Segue l’euro col 12,7 %, loyen col 5,3%, la lira sterlina col 3,9% e il franco svizzero con lo 0,7% (v. riserve ufficiali). Prima della conversione all’euro, nel 1998, la seconda moneta più preferita, dopo il dollaro USA, per la riserva valutaria era il marco tedesco col 12,2% del totale mondiale.

    2. Benefici e svantaggi per l’emittente di moneta internazionale. a) L’internazionalizzazione della moneta arreca al Paese emittente il notevole beneficio del signoraggio. Ciò si verifica anche nel caso di banconote, la forma contemporanea di moneta internazionale, in quanto il portatore delle banconote è anche portatore di un credito sul quale la banca centrale non corrisponde interessi. Questo beneficio è ragguardevole per gli Stati Uniti, per il quale si stima, sulla base dello stock di riserve ufficiali mondiali, che la circolazione di oltre due terzi dei dollari avviene all’estero, ma è oggi significativa anche per l’euro (12,7% delle riserve ufficiali mondiali) e, prima dell’euro per la Germania (l’area del marco tedesco si estendeva al Benelux, all’Europa dell’Est e ai Balcani), per il Giappone (yen 5,3%), per il Regno Unito (lira sterlina 3,9%) e per la Svizzera (franco svizzero 0,7%). Beninteso l’entità del beneficio del signoraggio dipende dal livello dei tassi di interesse. Può considerarsi anche come beneficio da signoraggio il valore aggiunto dell’incremento di attività delle banche del Paese emittente e il minor tasso di interesse sulle emissioni di obbligazioni e sui prestiti in moneta internazionale generalmente corrisposti dallo Stato e dalle imprese del Paese emittente la moneta internazionale. Altri benefici sono il risparmio di riserve ufficiali e quello del rilievo che lo status internazionale del Paese emittente acquisisce, poco quantificabile ma significativo in termini di immagine e di pressione politica. b) L’internazionalizzazione può portare però anche svantaggi quali la vulnerabilità del cambio e i limiti all’azione delle Autorità monetarie, chepossono essere costretto a politiche monetarie non in linea con gli interessi del Paese. P.e. la Federal Reserve degli Stati Uniti ha dovuto in diverse occasioni tenere bassi I tassi di interesse per aiutare i Paesi fortemente indebitati in dollari. Nell’insieme sembra che i benefici hanno finora superato gli svantaggi.

  • MONETA LEGALE

    Moneta avente corso legale, e cioè avente per legge il potere di liberare dalle obbligazioni. Sono considerati moneta legale i biglietti di banca, emessi dalla banca centrale, i biglietti di Stato e la moneta dìvisionaria che rappresentano un debito dello Stato. La moneta legale si contrappone a quella creditizia, che circola in virtù dell’accettazione da parte dei destinatari. Moneta legale è stata inItalia la lira(lira napoleonica del primo Regno d’Italia, lira nuova di Piemonte del Regno sardo, lira italiana dal 1861 al 31.12.2001) Dal 1°.1.2002 unica moneta legale in Italia è l’euro. La moneta è definita dalla legge, che ne regola l’emissione e il potere liberatorio dei tagli e stabilisce sanzioni contro i falsari e gli spacciatori di moneta falsa.

  • MONETA MERCE

    Metallo prezioso non coniato e ogni altro bene materiale impiegato come mezzo di pagamento ma che può avere, oltre a questo, anche altri usi secondo la sua natura. È forma arcaica di regolamento delle transazioni, del tutto abbandonata in periodi normali nei Paesi progrediti.

  • MONETA OZIOSA

    La parte del circolante tesaurizzata e sottratta, quindi al finanziamento di attività industriali e commerciali o non negoziata sul mercato monetario (v. tesaurizzazione). Ingl. è la denominazione più nota: idle money (anche inactive money).

  • MONETA SCRITTURALE

    Moneta smaterializzata che è impiegata in transazioni in cui non si realizza un trasferimento di un mezzo di pagamento legale materialmente circolante e che consiste solo in una registrazione (scrittura) in conti di coloro che partecipano alla transazione. Può essere espressa in una valuta legale effettivamente in circolazione oppure essere solo una moneta di conto. Sin.: moneta immaginaria, moneta di banco e (ant.) moneta di cartolario, di numerario.

  • MONETA SEGNO

    Moneta il cui valore dipende solo dalla decisione dell’autorità che la emette e/o dalla fiducia della gente, ha valore intrinseco nullo (o pressoché tale) e non possiede valore economico in quanto bene materiale.

  • MONETAGGIO

    Costo delle operazioni della zecca per la coniazione di monete. Il costo può essere assorbito dal margine tra valor nominale e quello effettivo del metallo impiegato. Altro significato del termine: monetazione. Sin.: brassage. Da non confondere monetaggio con signoraggio.

  • MONETARY TARGETING (MT)

    Monetary targeting (MT) è una semplice regola di politica monetaria secondo la quale la banca centrale per mantenere basso il livello dell’inflazione deve tenere sotto controllo gli aggregati monetari. Questa procedura operativa implica che il tasso di inflazione target non venga annunciato e che la banca centrale concentri il proprio intervento solo sugli aggregati monetari. In pratica, la banca centrale utilizza il tasso di interesse di policy al fine di controllare la dinamica del mercato monetario descritto dal classico schema quantitativo:
    MtVt = PtYt (1)
    dove:
    - Mt è l’offerta nominale di moneta;
    - Vt è la velocità di circolazione;
    - Pt è il livello generale dei prezzi;
    - Yt è l’output aggregato.
    Passando ai logaritmi e derivando rispetto al tempo si ottiene:
    (2)
    dove:
    - è il tasso di crescita dell’offerta di moneta target;
    - è il target inflazionistico;
    - è il tasso di crescita del reddito;
    - è la variazione percentuale della velocità di circolazione;
    L’equazione (2) definisce il money growth target (obiettivo intermedio) compatibile con il conseguimento dell’obiettivo finale (). La banca centrale, dunque, utilizza il tasso di policy al fine di mantenere l’offerta di moneta in linea con il target utilizzando una regola del tipo:
    (3)

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  • MONEY MARKET DEPOSIT ACCOUNT

    Particolare strumento finanziario offerto da una commercial bank o da una thrift institution sul mercato statunitense, appositamente ideato per entrare in diretta concorrenza con il money market mutualfund. Esso consta di un conto di deposito che presenta un livello di rendimento non vincolato da alcuna regolamentazione e sostanzialmente allineato a quello ottenibile dai fondi di mercato monetario, oltre ad una serie di caratteristiche tecniche che ne fanno un prodotto particolarmente attraente per il risparmiatore individuale e segnatamente: l’assoggettamento al regime di assicurazione dei depositi da parte della FDIC; la possibilità di eseguire un numero illimitato di prelievi o versamenti presso gli sportelli della banca, oltre che di spiccare sei ordini di trasferimento al mese (tre dei quali tramite assegno), anche per via telefonica o elettronica. I titolari di tali conti sono però obbligati a detenere un saldo medio minimo mensile superiore a 2500 dollari, per motivi connessi alla convenienza della banca a gestire uno strumento così sofisticato. Per il Money Market Deposit Account, inoltre, non è previsto alcun obbligo di riserva presso la banca centrale, il che contribuisce a favorirne lo sviluppo quale strumento di raccolta di fondi da parte del sistema bancario.

  • MONEY MARKET MUTUAL FUND

    Sottocategoria di short term investment pool di tipo aperto le cui attività sono quasi esclusivamente costituite da strumenti di mercato monetario (titoli pubblici, carta commerciale, certificati di deposito, accettazioni bancarie ecc.). La quota minima di partecipazione è accessibile a qualunque specie di risparmiatori, anche individuali, essendo in genere variabile tra 500 e 5000 dollari. Tali fondi consentono anche ai partecipanti l’effettuazione di prelievi sulle disponibilità in essi investite mediante assegni o via telefono/telex. Il valore di ogni singola quota di partecipazione è di regola pari ad un dollaro. Giornalmente viene calcolato il valore netto complessivo del fondo; dal rapporto tra tale valore e il valore della singola quota di partecipazione si ottiene il numero delle quote che compongono il fondo in quel giorno oltre che il numero delle quote da assegnare ai singoli partecipanti in proporzione del numero delle quote possedute il giorno precedente. Le variazioni del valore netto del fondo, quindi, si ripercuotono sul numero delle quote attribuite ai partecipanti, e non sul loro valore unitario. All’interno dei money market mutual funds sì riscontra una distinzione tra “fondi istituzionali” e “fondi non istituzionali”. I primi, in particolare, sono fondi disponibili solo a investitori istituzionali; il volume del loro patrimonio subisce quindi notevoli variazioni in aumento o diminuzione, in funzione dell’andamento del rapporto tra tassi d’interesse ottenibili attraverso i fondi monetari e tassi ottenibili investendo direttamente sul mercato monetario. La maggior dimensione media degli investitori istituzionali, infatti, rende accessibile e conveniente valutare l’alternativa dell’investimento diretto, implicando una diversa concezione del fondo monetario, considerato come alternativa d’impiego agli altri strumenti di mercato monetario e non ai depositi bancari (come avviene per gli investitori individuali).

  • MONEY MARKET PREFERRED SHARES

    Particolare varietà di azioni privilegiate a tasso variabile. Il dividendo è calcolato ogni 49 giorni con un’asta all’olandese(v. asta commerciale), durante la quale gli investitori lanciano offerte di acquisto e le azioni sono vendute al rendimento più basso in grado di assicurare la vendita di tutti i titoli emessi. La rotazione di 49 giorni ha motivazioni di natura fiscale.

  • MONEY SHOP

    Agenzia finanziaria che ha lo scopo di fornire i servizi tipici della banca, pur non presentando le caratteristiche di quest’ultima. Nella struttura costituisce infatti una via di mezzo fra l’istituto di credito ordinario e il negozio commerciale (di qui l’ulteriore definizione di negozio del denaro): somiglia alla banca poiché espleta tutta una serie di operazioni di intermediazione e assistenza finanziaria, proprie del sistema creditizio, mentre presenta parallelamente nell’aspetto esteriore i tratti salienti del punto di vendita mercantile con un tipo di arredamento notevolmente familiare ed accogliente. A caratterizzarla ulteriormente concorre altresì l’orario di apertura, molto più lungo di quello attuato presso gli istituti di credito. Tipiche manifestazioni del mercato finanziario più evoluto e sofisticato (in Gran Bretagna sono molto diffuse), i centri monetari sono generalmente gestiti dalle banche stesse che tendono ad abbinarle ad un grande magazzino di vendita al dettaglio o ad ubicarle in zone di intense contrattazioni commerciali; facilitano le transazioni di modesto impegno e concorrono a “lubrificare” il sistema economico provvedendo alle minute esigenze degli operatori cui soccorrono, con azione di filtro, nel più ampio contesto della funzione creditizia.

  • MONEY WEIGHTED RATE OF RETURN (MWRR)

    Il MWRR è il metodo più classico per il calcolo del rendimento di un fondo di investimento. Differentemente dal TWRR, l’interesse del cliente è quello di valutare complessivamente il rendimento effettivo del fondo, prendendo in considerazione, quindi, non solo la bravura del gestore ma anche i movimenti di cassa che l’investitore ha effettuato nel corso del periodo di osservazione.
    SI consideri "F" i flussi di cassa netti registrati nell’arco temporale di riferimento ; il patrimonio del fondo ad inizio periodo; V(T) il patrimonio del fondo a fine periodo e il patrimonio medio investito dal cliente.
    Il MWRR sarà pari a:
    MWRR =
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  • MONEYGRAM

    MoneyGram è un servizio di trasferimento di denaro all’estero in tempo reale gestito dal BancoPosta e inserito in un circuito internazionale che copre circa 150 Paesi. Inalcuni Paesi il trasferimento può richiedere un tempo superiore (massimo 5 giorni). Il servizio è attivo solo per le transazioni in emissione (cioè dall’Italia verso l’estero) ma sarà esteso entro il 2002 anche alle transazioni in ricezione (cioè dall’estero verso l’Italia). Per usufruire del servizio non è necessario avere un conto corrente postale o bancario. Al momento dell’emissione il mittente può inserire un messaggio gratuito di 10 parole (massimo 80 caratteri) che sarà comunicato al beneficiario nel Paese di ricezione all’atto del pagamento della somma inviata. Sarà cura del mittente comunicare al beneficiario del trasferimento di denaro l’importo e il codice di riferimento della transazione. L’importo massimo trasferibile è di 2.582,28 euro, ma è possibile effettuare più transazioni, nel rispetto delle norme previste dalla legge sull’antiriciclaggio (d.l. 3.5.1991 n. 143, conv. conv. modif. in l. 5.7.1991 n. 197).

  • MONITORAGGIO FISCALE

    Sistema di rilevazione ai fini fiscali di taluni trasferimenti, da e per l’estero di denaro, titoli e valori introdotto con il d.l. 28.6.1990 n. 167 convertito con modificazioni nella l. 4.8.1990 n. 227. Tale sistema, introdotto al fine di creare un meccanismo fiscale di controllo sui flussi di ricchezzeda e per l’estero sostitutivo di quello valutario venuto meno a seguito del compimento del processo di liberalizzazione valutaria) attuato nel maggio 1990, impone specifici obblighi di dichiarazione in capo sia agli intermediari che intervengono nei trasferimenti sia ai soggettiinvestitori. Questo istituto è stato revisionato con d.lg. 21.11.1997 n. 461, con lo scopo di introdurre tutte le disposizioni necessarie al più esteso controllo dei redditi di capitale e diversi, anche di fonte estera. In quest’ottica è stato anzitutto modificato l’ambito soggettivo di applicazione dei soggetti nei cui confronti sussistono gli obblighi di dichiarazione originariamente fissati dalla l. 4.8.1990 n. 227, escludendo da tale ambito le società di persone commerciali ed equiparate e confermando l’esistenza degli obblighi in oggetto in capo alle persone fisiche, alle società semplici ed equiparate e agli enti noncommerciali, residenti. È stato inoltre modificato l’ambito degli intermediari su cui gravano gli obblighi di rilevazione dei trasferimenti da e per l’estero effettuati per conto o a favore dei soggetti sottoposti a monitoraggio, ed in particolare è stato esteso lo stesso alle SIM ed alle Poste. Anche il profilo oggettivo delle operazioni che devono essere rilevate è stato modificato ed in specie ampliato fino a comprendere i trasferimenti da o verso l’estero effettuati mediante assegni postali, bancari e circolari. Ancora, il d.lg. 1997/461 è intervenuto individuando in maniera più circostanziata le attività di natura finanziaria e gli investimenti esteri che devono costituire oggetto di dichiarazione, precisando, in specie, che deve trattarsi solo di quelle attività estere di natura finanziaria e di quegli investimenti esteri attraverso cui possono essere conseguiti redditi di fonte estera imponibili in Italia (a loro volta definiti come i redditi corrisposti da non residenti o soggetti alla ritenuta di ingresso di cui all’art. 26, terzo comma, d.p.r. 29.9.1973 n. 600, oltre che i redditi derivanti da beni che si trovano fuori del territorio dello Stato). Da ultimo, sono state ridefinite le ipotesi nelle quali i soggetti sottoposti agli obblighi di monitoraggio sono esonerati dagli obblighi di dichiarazione previsti. In particolare, la sussistenza degli obblighi di dichiarazione è esclusa per i certificati in serie e di massa ed i titoli affidati in gestione o in amministrazione a intermediari residenti indicati dalla legge, per i contratti conclusi attraverso il loro intervento, anche in qualità di controparti, e per i depositi ed i conti correnti, a condizione che i redditi derivanti da tali attività estere di natura finanziaria siano riscossi attraverso l’intervento dei predetti intermediari.

  • MONOMETALLISMO

    Sistema monetario con circolazione di sole monete d’oro, oppure d’argento, oppure di bronzo o di rame. In origine tutti i sistemi monetari furono monometallici. Il metallo usato fu dapprima l’elettro, l’oro bianco degli antichi, lega naturale d’oro e d’argento in varia percentuale. Le tecniche di separazione dell’oro dall’argento e di estrazione dei metalli nobili condussero ai sistemi monometallici d’argento delle poleis. Nella Roma antica funzionò fino al 269 a.C. il monometallismo bronzeo, sussidiato però dalla circolazione però di monete d’oro e d’argento di importazione o battute dai notabili. Poi ovunque si scorse la convenienza ad avvalersi del bimetallismo e nell’impero romano anche dal plurimetallismo (oro, argento, oricalco e bronzo) Si ritornò al monometallismo argenteo nell’Alto Medioevo, con una circolazione estremamente limitata in quantità e in tagli (denaro e obolo). Con l’affermarsi dell’autonomia comunale e con il fiorire dei suoi traffici il bimetallismo tornò di nuovo in auge. Nell’epoca moderna e contemporanea il monometallismo non è stato puro, ma si è riferito all’unità base e ai suoi sottomultipli, accompagnati l’una e gli altri da monete di altro metallo di maggiore o di minore valore. In particolare, i sistemi a base argentea hanno avuto affiancata una circolazione di monete d’oro, utili per effettuare grandi pagamenti. Il loro corso non era fissato dai pubblici poteri, ma determinato dalle forze del mercato e la coniazione era libera pur sotto il controllo della zecca statale. In Russia per molto tempo funzionò un monometallismo con a base il rublo di rame, accompagnato da monete d’oro e d’argento a corso libero. Da ultimo, il gold standard è stato un sistema monometallico aureo, poggiante però su un insieme di monete in lega d’argento e divisionarie di altro metallo, aventi tutte limitato potere liberatorio.

  • MONOPOLIO FISCALE

    Diritto esclusivo di produzione, importazione, vendita o anche soltanto di intermediazione che lo Stato, direttamenteo tramite un ente pubblico o una società privata concessionaria, si attribuisce, per un dato bene o servizio, con il solo o prevalente scopo di assicurare nuove entrate alle proprie finanze ovvero di riscuotere più comodamente o economicamente un’imposta indiretta sul consumo dei medesimi beni e servizi. Sono in specie definiti “monopoli fiscali” quei proventi che l’ente realizza attraverso limitazioni dell’attività privata e la vendita (di diritto privato) dei prodotti o dei servizi di monopolio ai singoli, lucrando della differenza tra costi e ricavi. L’esborso che il singolo deve sopportare per acquistare il bene prodotto in regime di monopolio fiscale è superiore non solo al costo di produzione del bene stesso, ma in genere anche a quel margine di utile che spetterebbe normalmente al privato imprenditore. A titolo indicativo si ricordano i monopoli dei tabacchi e del gioco del lotto. Sono stati aboliti quelli sulle pietrine focaie, sulla vendita delle cartine e tubetti per sigarette, sulla vendita del sale oltre che sulla coltivazione, importazione e vendita dei tabacchi greggi. Per quello che concerne il monopolio dei tabacchi lavorati e delle sigarette, esso si riferisce alle sole ipotesi della fabbricazione, della introduzione e della vendita nello Stato del tabacco lavorato, talché esso si configura come un’imposta interna sul consumo e come una restrizione della libertà di vendita di certi prodotti, sia fabbricati dallo Stato, attraverso le proprie manifatture, sia dai privati autorizzati a importare i prodotti stessi. Una particolare figura ha poi il gioco del lotto pubblico, che può essere esercitato solo dallo Stato e quindi dà luogo a un monopolio del gioco, attraverso il quale lo Stato consegue un’entrata tributaria, costituita dal minore importo della vincita rispetto a quella cui il giocatore avrebbe diritto se il gioco si svolgesse in regime libero.

  • MONTANTE

    Importo a cui si perviene aggiungendo a un capitale l’interesse da esso prodotto durante il periodo d’impiego. Il tipo di funzione collegante il montante al capitale, al tasso d’interesse e al tempo [M=f(c, r, t) ], si definisce legge di capitalizzazione. La capitalizzazione può essere a interesse semplice, quando l’interesse non produce a sua volta interesse al termine del periodo di base (in genere, l’anno), o ad interesse composto, quando l’interesse produce a sua volta interesse al termine di ciascun periodo. Se si indica con C il capitale, con t il tempo espresso in anni e con r il tasso di interesse, le formule saranno M=C(1+rt), in regime di interesse semplice e M=C(1+r)t., in regime di interesse composto. Inoltre, si ha capitalizzazione composta frazionata, quando la capitalizzazione di C (prestito per un certo numero p dik-esimi di anno o semestri, trimestri ecc.) avviene p volte all’anno al tasso relativo r. In questo caso si avrà la formula M=C(1+rk) Pk oppure la formula M=C(1+re)t secondo il tasso annuo a cui C risulta effettivamente impiegato, cioè il tasso equivalente, che si ottiene eguagliando i valori finali (1+rk) k=1+re, da cui re=[(1+rk) k-1]  (v.: capitalizzazione, anche per il calcolo del montante con capitalizzazione continua).

  • MONTE DEI PASCHI DI SIENA

    Denominazione con cui correntemente si conosce la Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. (acr.: BMPS), nata nel 1995 col d.m. Tesoro 8.8.1995 per ricevere l’azienda bancaria del Monte dei Paschi di Siena (acr.: MPS), uno dei sei istituti di credito di diritto pubblico secondo la l.b. 1936.

    Il conferentesi trasformava il 28.8.1995 in Fondazione Monte dei Paschi di Siena, rimanendo istituto di diritto pubblico (però non più creditizio). Con l’approvazione del nuovo Statuto, l’8.5.2001, la Fondazione ha assunto personalità giuridica privata senza fine di lucro avendo per missione il perseguimento di finalità di assistenza e di beneficenza, oltre che di utilità sociale nei settori della ricerca scientifica, dell’istruzione, dell’arte e della sanità, soprattutto con riferimento alla città e provincia di Siena. La Banca conferitaria continua invece le tipiche operazioni creditizie, finanziarie e assicurative come banca universale, operando anche tramite le controllate.

    Il Monte dei Paschi di Siena è la più antica banca del mondo tuttora operativa. Le sue origini sono fatte risalire, infatti, al Monte pio di Siena, costituito dai Magistrati della Repubblica senese nel 1472 per l’esercizio del credito pignoratizio in favore delle classi più disagiate della popolazione in un momento particolarmente difficile per l’economia locale. Il Monte pio era finanziato con prestiti a tempo indeterminato e contributi a fondo perduto dello Stato senese, di confraternite e altre opere della città. Una prima riforma del 1568 estese i finanziamenti a istituti cittadini (p.e. l’Università) e ai coltivatori e agli allevatori della Maremma e attribuì al Monte giurisdizione penale. Nel 1580 venne assegnata al Monte il servizio di esattoria. Tra il 1619 e il 1624 il Granduca Ferdinando II di Toscana costituì il Monte non vacabile de’ paschi della Città e dello Stato di Siena assegnandogli compiti di vera banca per rilanciare l’economia stagnante della città e delle sue dipendenze. Alla raccolta del nuovo Monte fu concessa la garanzia granducale vincolando a tale scopo le rendite demaniali della Maremma (i cosiddetti “Paschi” da cui l’istituto ha preso il nome). Il Monte pio e il Monte de’ paschi furono fusi nel 1783 in un unico ente denominato Monti riuniti cui nel 1834 venne aggiunta come sezione una Cassa di risparmio. Con l’unità d’Italia l’area operativa e i campi di attività del Monte vennero via via ampliati. L’attuale denominazione di Monte dei Paschi di Siena è stata attribuita nel 1872 dal decreto di approvazione del nuovo statuto. Dopo la prima guerra mondiale il Monte ha avviato una fase di notevole espansione, aprendo un centinaio di filiali, assumendo molti servizi di esattoria, acquisendo alcune banche locali in difficoltà. Dalla fusione di due di queste, il Credito toscano e la Banca di Firenze, nacque la Banca Toscana, di cui il Monte si assicurò il controllo. La crescita è proseguita in modo accelerato nel secondo dopoguerra, attraverso l’apertura di nuove filiali e l’acquisizione di banche. Di rilievo, tra queste ultime, sono l’acquisizione del Credito lombardo dalla Compagnia di assicurazioni di Milano (1976 ceduto alla Banca Antoniana-Popolare Veneta nel 1995), del Credito commerciale dall’Italmobiliare (1979 ceduto alla Cassa di risparmio di Parma e Piacenza nel 1994), dell’Italian international bank di Londra (le cui attività confluirono nella filiale londinese del Monte), dell’Istituto nazionale di credito per il lavoro italiano all’estero-ICLE (incorporato nel 1992 dal Mediocredito toscano, altra controllata del Monte) dalla Banca Nazionale del Lavoro (BNL). Nel 1992 è stato acquisito il controllo della Cassa di risparmio di Prato-Cariprato, della Banque Atlantis di Ginevra e del Mediocredito toscano. Quest’ultimo, trasformato in S.p.A. nel 1992 è stato ridenominato MPS Merchant S.p.A. nel 2001. Nel 1997 il Monte ha acquisito una quota del San Paolo IMI, che si è assestata sul 5% e tra fine 1997 e l’inizio del 1998 ha lanciato un’OPA sulla Banca agricola mantovana-BAM, acquisendone il 70%, in parte poi rimesso sul mercato per il 19%.


    Il Monte ha successivamente acquisito nel 2000, in parte mediante OPA, quasi il 94% della Banca del Salento-Credito popolare salentino e, nel 2001, il 4,75% della Banca nazionale del lavoro (BNL). Una tappa fondamentale per l’intero Gruppo Monte dei Paschi di Siena è la quotazione delle azioni della Capogruppo Banca Monte dei Paschi di Siena alla Borsa Valori di Milano, avvenuta il 25 giugno 1999. Con la quotazione in Borsa, infatti, inizia un’intensa fase di espansione territoriale e operativa, caratterizzata non solo dall’acquisizione di partecipazioni banche regionali con forte radicamento territoriale ma anche dal potenziamento delle strutture produttive nei segmenti strategici del mercato, attraverso lo sviluppo di società prodotto (Consum.it nel comparto del credito al consumo, MPS Leasing & Factoring nel parabancario, MPS Finance nel settore dell’investment banking, MP Asset Management SGR nel risparmio gestito, MPS Banca Personale nella promozione finanziaria). Le attività nel settore del credito specializzato alle imprese e dei servizi di corporate finance vengono accetrate in MPS Banca per l’Impresa e si assiste ad un incremento della produttività commerciale attraverso modelli di servizio specializzati per segmento di clientela. Il Gruppo concentra inoltre la sua attenzione, in particolare, su alcune rea