L'UNIFICAZIONE DELL'ITALIA E LA NASCITA DEL DEBITO PUBBLICO

La nascita del debito pubblico italiano può essere collegata al periodo dell’unificazione politica del Paese. Il Regno d’Italia fu proclamato il 17 marzo 1861 e la prima delle leggi unificatrici riguardò l’istituzione del Gran Libro del debito pubblico in cui confluirono i debiti degli stati preunitari. L’emanazione di queste leggi unificatrici risultò necessaria per rispondere  ad  esigenze politiche; il riconoscimento da parte del Regno d’Italia dei debiti degli stati preunitari, fortificò il processo di unità nazionale ed accrebbe la fiducia degli Stati esteri. Vi furono, inoltre, esigenze di tipo economico-finanziario poiché il bilancio dello Stato era in dissesto. Il Governo fu costretto ad emettere il primo prestito di 500 milioni di lire.
I debiti degli Stati preunitari che vennero iscritti nel Gran Libro del debito pubblico provenivano dal Regno di Sardegna per una quota pari al 57,22%, dal Regno di Napoli e Sicilia per il 29,40% e da tutti gli altri Stati per la restate quota. Analizzando la finanza pubblica italiana dal 1861 al 1914 è possibile individuare tre fasi: il periodo del governo della Destra Storica fino al 1876 caratterizzato dal perseguimento del pareggio di bilancio, il periodo successivo fino al 1897 caratterizzato da bilanci inizialmente in disavanzo ed in seguito caratterizzati da oscillazioni tra avanzi e disavanzi ed infine il periodo dal 1897 al 1914 dove si assiste al decollo economico del Paese e si registra un tasso di sviluppo del reddito molto elevato. Si assisterà ad un’inversione di tendenza negli esercizi finanziari 1912-13 e 1913-14 a causa delle spese militari sostenute per la guerra in Libia.
Nel primo completo esercizio finanziario del 1862 le entrate correnti coprirono solo il 57,8% delle spese correnti e fino al 1864 si verificarono disavanzi di parte corrente superiori a 300 milioni di lire. Il deficit di parte corrente arrivò al culmine nel 1866 con un valore pari a 543 milioni. Questi anni misero a dura prova il nuovo Stato e per fronteggiare la situazione vennero attuati diversi programmi per il risanamento finanziario che, però, si dimostrarono poco efficaci. Lo Stato fu costretto a sancire la cessazione della convertibilità in oro della moneta cartacea e a partire dal 1867 si verificò un lento miglioramento del bilancio pubblico grazie alla diminuzione delle spese militari e all’incremento delle entrate. Il risanamento finanziario fu reso possibile attraverso le alienazioni patrimoniali, l’incremento dell’indebitamento e l’aumento dell’imposizione che andò a colpire particolarmente le classi più povere. Nel 1864 fu introdotta l’imposta sui redditi di ricchezza mobile e fu riordinata l’imposta fondiaria. Inoltre nel 1868 venne  istituita l’imposta sul macinato  e l’imposta sui redditi provenienti dai titoli di debito pubblico. Nonostante ciò tra il 1861 e il 1876 il debito pubblico aumentò di oltre tre volte per i seguenti motivi: deficit strutturali di bilancio, spese militari, debiti assorbiti dai territori annessi, finanziamento delle opere pubbliche e delle ferrovie e riscatto delle ferrovie Alta Italia. Dal 1861 al 1870 il rapporto debito pubblico/PIL passò dal 45% al 96% mentre nei tre anni successivi si verificò una diminuzione del rapporto che si stabilizzò al 70 % ma dal 1874 si verificò una nuova crescita che portò il rapporto al 95% nel 18761. Con il governo della Destra Storica il debito pubblico registrò un nuovo forte incremento seguito da una diversificazione delle fonti di finanziamento e da un forte ricorso al canale monetario. Infatti l’ultima operazione messa in atto dalla Destra Storica fu proprio l’apertura di un canale di finanziamento presso la Cassa Depositi e Prestiti (fondata nel 1863) che dava la possibilità di fornire fondi all’indebitamento degli enti locali ed inoltre creava un canale istituzionale di collocamento dei titoli di Stato alternativo rispetto a quello delle banche di emissione. Nel 1876 il governo passò alla Sinistra e la spesa pubblica di parte corrente subì un notevole incremento che però fu bilanciato da un aumento delle entrate. Tra il 1876 e il 1880 il debito pubblico subì una crescita più lenta che lo portò al 90% del Pil poi però negli anni successivi si verificò nuovamente una rapida crescita. Nel 1889 il rapporto raggiunse il 116% e nel 1897 arrivò al 120%2. L’operazione finanziaria più rilevante in questo periodo fu l’abolizione del corso forzoso nel 1883 che provocò un aumento del debito pubblico a causa della stipula del prestito internazionale in oro di 600 milioni di lire più altri 44 milioni per il pagamento di un mutuo in oro concesso dalla Banca Nazionale allo Stato per il riscatto delle ferrovie Alta Italia. L’aumento più significativo di debito dal punto di vista quantitativo fu però causato dalle spese per la pubblicizzazione e la costruzione delle ferrovie. Sempre in questi anni contribuirono all’aumento del debito pubblico le spese votate a favore di Roma nel 1881 e quelle a sostegno delle finanze del Comune di Napoli.

 

Fonte: Maura Francese e Angelo Pace, Banca d’Italia (2008)

1 Ministero del Tesoro, Il debito pubblico in Italia 1861-1987, vol.1, pag 90
2 Ministero del Tesoro, Il debito pubblico in Italia 1861-1987, vol.1, pag 90