nuovissima Enciclopedia di banca, borsa e finanza

Lettera selezionata: L

  • L'UNIFICAZIONE DELL'ITALIA E LA NASCITA DEL DEBITO PUBBLICO

    La nascita del debito pubblico italiano può essere collegata al periodo dell’unificazione politica del Paese. Il Regno d’Italia fu proclamato il 17 marzo 1861 e la prima delle leggi unificatrici riguardò l’istituzione del Gran Libro del debito pubblico in cui confluirono i debiti degli stati preunitari. L’emanazione di queste leggi unificatrici risultò necessaria per rispondere ad esigenze politiche; il riconoscimento da parte del Regno d’Italia dei debiti degli stati preunitari, fortificò il processo di unità nazionale ed accrebbe la fiducia degli Stati esteri. Vi furono, inoltre, esigenze di tipo economico-finanziario poiché il bilancio dello Stato era in dissesto. Il Governo fu costretto ad emettere il primo prestito di 500 milioni di lire.
    I debiti degli Stati preunitari che vennero iscritti nel Gran Libro del debito pubblico provenivano dal Regno di Sardegna per una quota pari al 57,22%, dal Regno di Napoli e Sicilia per il 29,40% e da tutti gli altri Stati per la restate quota. Analizzando la finanza pubblica italiana dal 1861 al 1914 è possibile individuare tre fasi: il periodo del governo della Destra Storica fino al 1876 caratterizzato dal perseguimento del pareggio di bilancio, il periodo successivo fino al 1897 caratterizzato da bilanci inizialmente in disavanzo ed in seguito caratterizzati da oscillazioni tra avanzi e disavanzi ed infine il periodo dal 1897 al 1914 dove si assiste al decollo economico del Paese e si registra un tasso di sviluppo del reddito molto elevato. Si assisterà ad un’inversione di tendenza negli esercizi finanziari 1912-13 e 1913-14 a causa delle spese militari sostenute per la guerra in Libia.
    Nel primo completo esercizio finanziario del 1862 le entrate correnti coprirono solo il 57,8% delle spese correnti e fino al 1864 si verificarono disavanzi di parte corrente superiori a 300 milioni di lire. Il deficit di parte corrente arrivò al culmine nel 1866 con un valore pari a 543 milioni. Questi anni misero a dura prova il nuovo Stato e per fronteggiare la situazione vennero attuati diversi programmi per il risanamento finanziario che, però, si dimostrarono poco efficaci. Lo Stato fu costretto a sancire la cessazione della convertibilità in oro della moneta cartacea e a partire dal 1867 si verificò un lento miglioramento del bilancio pubblico grazie alla diminuzione delle spese militari e all’incremento delle entrate. Il risanamento finanziario fu reso possibile attraverso le alienazioni patrimoniali, l’incremento dell’indebitamento e l’aumento dell’imposizione che andò a colpire particolarmente le classi più povere. Nel 1864 fu introdotta l’imposta sui redditi di ricchezza mobile e fu riordinata l’imposta fondiaria. Inoltre nel 1868 venne istituita l’imposta sul macinato e l’imposta sui redditi provenienti dai titoli di debito pubblico. Nonostante ciò tra il 1861 e il 1876 il debito pubblico aumentò di oltre tre volte per i seguenti motivi: deficit strutturali di bilancio, spese militari, debiti assorbiti dai territori annessi, finanziamento delle opere pubbliche e delle ferrovie e riscatto delle ferrovie Alta Italia. Dal 1861 al 1870 il rapporto debito pubblico/PIL passò dal 45% al 96% mentre nei tre anni successivi si verificò una diminuzione del rapporto che si stabilizzò al 70 % ma dal 1874 si verificò una nuova crescita che portò il rapporto al 95% nel 18761. Con il governo della Destra Storica il debito pubblico registrò un nuovo forte incremento seguito da una diversificazione delle fonti di finanziamento e da un forte ricorso al canale monetario. Infatti l’ultima operazione messa in atto dalla Destra Storica fu proprio l’apertura di un canale di finanziamento presso la Cassa Depositi e Prestiti (fondata nel 1863) che dava la possibilità di fornire fondi all’indebitamento degli enti locali ed inoltre creava un canale istituzionale di collocamento dei titoli di Stato alternativo rispetto a quello delle banche di emissione. Nel 1876 il governo passò alla Sinistra e la spesa pubblica di parte corrente subì un notevole incremento che però fu bilanciato da un aumento delle entrate. Tra il 1876 e il 1880 il debito pubblico subì una crescita più lenta che lo portò al 90% del Pil poi però negli anni successivi si verificò nuovamente una rapida crescita. Nel 1889 il rapporto raggiunse il 116% e nel 1897 arrivò al 120%2. L’operazione finanziaria più rilevante in questo periodo fu l’abolizione del corso forzoso nel 1883 che provocò un aumento del debito pubblico a causa della stipula del prestito internazionale in oro di 600 milioni di lire più altri 44 milioni per il pagamento di un mutuo in oro concesso dalla Banca Nazionale allo Stato per il riscatto delle ferrovie Alta Italia. L’aumento più significativo di debito dal punto di vista quantitativo fu però causato dalle spese per la pubblicizzazione e la costruzione delle ferrovie. Sempre in questi anni contribuirono all’aumento del debito pubblico le spese votate a favore di Roma nel 1881 e quelle a sostegno delle finanze del Comune di Napoli.

    Fonte: Maura Francese e Angelo Pace, Banca d’Italia (2008)

    1 Ministero del Tesoro, Il debito pubblico in Italia 1861-1987, vol.1, pag 90
    2 Ministero del Tesoro, Il debito pubblico in Italia 1861-1987, vol.1, pag 90

  • LA CRISI MONDIALE (a cura di) CRESCENZI A.

    La Regina Elisabetta II d’Inghilterra in occasione dell’inaugurazione di un nuovo palazzo della London School of Economics nel 2009 chiese al Direttore di LSE “come mai gli economisti non hanno saputo prevedere la recessione e la sua gravità?” La risposta della British Academy è stata che “nei recenti anni l’economia si è trasformata in un ramo della matematica applicata e come hanno lamentato numerosi premi Nobel ha perso ogni contatto col mondo reale”.
    Questo elegante scaricabarile è solo una spiegazione, tra le tante illustri, riportate nel volume curato dalla Crescenzi. Sicuramente gli economisti hanno dato largamente prova di essersi innamorati della bellezza delle loro eleganti teorie e di non aver immaginato le conseguenze reali delle stesse.
    Oltre alla cronaca della crisi finanziaria e della sua propagazione, la Crescenzi e gli altri autori documentano le manovre delle autorità internazionali volte ad alleviare il male globale.
    © 2011 ASSONEBB

  • La Financial Literacy in PISA 2012: Un’Analisi Dei Risultati E Il Ruolo Delle Famiglie in Italia

    La Financial Literacy in Pisa 2012: un'analisi dei risultati e il ruolo delle famiglie in Italia
    di P. MONTANARO e A. ROMAGNOLI (BANCA D'ITALIA)
    Pisa 2012 ha consentito per la prima volta di misurare, a livello internazionale, l’alfabetizzazione finanziaria dei quindicenni. Per l’Italia, il quadro che ne emerge è negativo, con un ritardo medio in financial literacy (FL) di circa il 7 per cento rispetto alla media calcolata dalla ORGANIZZAZIONE PER LA COOPERAZIONE E LO SVILUPPO ECONOMICO (OCSE) (Enciclopedia). Controllando per una serie di variabili di norma utilizzate per spiegare la performance degli studenti … tra cui genere, cittadinanza, condizioni socio-economiche e culturali della famiglia, indirizzo di studi … il ritardo permane. Le competenze in FL sono positivamente correlate con quelle in matematica e lettura; in Italia il legame è però più debole e si riduce più rapidamente al crescere dell’abilità in FL. Nel nostro paese è anche meno forte l’associazione tra FL e background familiare: circa il 40 per cento del ritardo degli italiani in alfabetizzazione finanziaria è riconducibile a studenti che, pur provenendo da famiglie relativamente benestanti, si caratterizzano per una FL inferiore alle attese. Evidenze descrittive suggeriscono che il ritardo degli studenti italiani possa essere spiegato anche da una loro minore responsabilizzazione sugli aspetti economico-finanziari.
    Lo studio è scaricabile a questo link.

  • LA NUOVA VIA DELLA SETA - BELT AND ROAD INITIATIVE

    Abstract
    La Nuova Via della Seta, Belt and Road Initiative (BRI) è un ampio programma infrastrutturale per migliorare la connettività e la cooperazione su scala transcontinentale promosso dalla Repubblica Popolare Cinese; i progetti di trasporto della BRI hanno il potenziale per accrescere sostanzialmente il commercio, gli investimenti esteri e le condizioni di vita dei cittadini nei paesi partecipanti. Nel marzo 2019 il Governo Italiano ha sottoscritto un protocollo d'intesa con la Cina per sviluppare il progetto BRI.



    Cos'è la Belt & Road Initiative … BRI
    Nel 2013 il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping ha proposto la Belt and Road Initiative (BRI) per migliorare la connettività e la cooperazione su scala transcontinentale. La Belt and Road Initiative potenzialmente coinvolge fino a 1/3 del commercio mondiale e del PIL e oltre il 60% della popolazione mondiale. L'infrastruttura potrebbe cambiare la forma del commercio, della produzione e della ricchezza nei prossimi decenni; essa è anche conosciuta come la Nuova Via della Seta, in seguito all'esperienza storica del colonialismo in Asia. Nel dettaglio, i collegamenti terrestri e ferroviari viaggerebbero su tre principali direttrici: la prima va dalla Cina all'Europa attraversando Kazakihstan, Russia e Polonia verso il Mar Baltico. La seconda segue la linea della Transiberiana, mentre l'ultima, più a sud, passerebbe per il Golfo Persico, toccando Islamabad, Teheran e Istanbul. Due, invece, le rotte marittime: la prima partirebbe dal porto cinese di Fuzhou e attraverso l'Oceano Indiano e il Mar Rosso toccherebbe l'Africa e giungerebbe in Europa, coinvolgendo in Italia i porti di Nord-Est; la seconda, sempre da Fuzhou punterebbe verso le isole del Pacifico; gasdotti e oleodotti si affiancherebbero queste reti di trasporto.
    Nel 2018 la Cina è il secondo partner commerciale dell’UE e il 70% degli scambi avviene via terra e il 25% per via aerea. Il trasporto ferroviario, più economico di quello aereo e più veloce di quello marino, potrebbe crescere grazie alla BRI.
    Sebbene non esista un elenco ufficiale dei paesi coinvolti nella BRI, la Banca Mondiale ha cercato di valutare l’impatto dell’infrastruttura sulle 71 economie situate geograficamente lungo i corridoi di trasporto della BRI, tra cui la Cina. Nel 2017, queste economie hanno ricevuto il 35% degli investimenti diretti esteri globali e hanno rappresentato il 40% delle esportazioni globali di merci. La quantificazione degli impatti della Nuova Via della Seta (BRI) è di per sé una grande sfida. In base a una ricerca della Banca Mondiale, se completati, i progetti di trasporto della Nuova Via della Seta (BRI) potrebbero ridurre i tempi di viaggio lungo i corridoi economici del 12%, aumentare gli scambi tra il 2,7% e il 9,7%, aumentare le entrate fino al 3,4% e sollevare 7,6 milioni di persone dalla povertà estrema che li affligge.
    I progetti di trasporto della Nuova Via della Seta (BRI) hanno il potenziale per migliorare sostanzialmente il commercio, gli investimenti esteri e le condizioni di vita dei cittadini dei paesi partecipanti, ma in base alle analisi della Banca Mondiale (Download Belt and Road Economics) questi effetti positivi si realizzerebbero a condizione che la Cina e le altre economie situate lungo il percorso adottino riforme politiche più profonde che aumentano la trasparenza, espandono gli scambi, migliorano la sostenibilità del debito e mitigano l'ambiente, il sociale e rischi di corruzione.
    Da maggio 2018, il Gruppo Banca mondiale ha prodotto una serie di 19 documenti di base (Download Belt and Road Economics) e un rapporto di sintesi che forniscono un'analisi indipendente dei collegamenti della BRI a commercio, investimenti, debito, approvvigionamento, ambiente, riduzione della povertà e infrastrutture. Per le 70 "economie di corridoio" (esclusa la Cina), si stima che i progetti in tutti i settori che sono già stati eseguiti, implementati o pianificati ammontino a 575 miliardi di dollari.
    La ricerca della Banca Mondiale presenta dati che consentono ai responsabili politici dei paesi lungo i corridoi della Nuova Via della Seta di effettuare valutazioni basate sull'evidenza empirica su come massimizzare i benefici e minimizzare i rischi della partecipazione alla BRI. La ricerca mira, inoltre, a informare i dibattiti pubblici sulla BRI, fondando la discussione sui dati e sull'analisi.
    Anche l'Istituto di ricerca belga Bruegel (https://bruegel.org/wp-content/uploads/2019/02/WP-2019-01final.pdf) ha studiato l'impatto della Nuova Via della Seta, concentrandosi su come i paesi potenzialmente coinvolti hanno reagito alla notizia della sua realizzazione; Garcia-Herrero e Xu (2019) hanno suggerito alcune delle ragioni delle perplessità sul progetto. La prima e più evidente è l’impatto sul commercio: i paesi coinvolti sembrano preoccupati dalla necessità di rivedere il proprio modello di specializzazione produttiva in seguito alla concorrenza delle importazioni di beni cinesi che si verrebbe a realizzare con la BRI. La seconda preoccupazione è data dall’aumento del debito pubblico fino a raggiungere livelli eccessivi nei paesi beneficiari della BRI; il nuovo debito generato dalla forte spesa pubblica in infrastrutture (ferroviarie, stradali e logistiche) potrebbe essere un ulteriore problema nel medio termine per quei paesi che hanno scarso accesso ai mercati finanziari.
    Ulteriore preoccupazione per alcuni paesi è la politica economica e industriale cinese, caratterizzata da con una forte presenza di aziende di Stato.
    I timori legati allo sviluppo della Nuova Via della Seta hanno portato a una serie di proposte alternative sia da parte degli Stati Uniti, attraverso la strategia indo-pacifica con Australia, India e Giappone, sia dell'Unione Europea, con il suo piano di connettività UE-Asia. Gli Stati Uniti affrontano principalmente gli aspetti geopolitici della BRI, concentrandosi sul coordinamento politico e militare tra gli Stati della regione indo-pacifica attraverso il dialogo di sicurezza quadrilatero (QUAD). La risposta dell'Unione europea, d'altra parte, è chiaramente più ristretta, concentrandosi sull'economia alla base della BRI, in particolare sulla connettività fisica. Al di là della strategia indo-pacifica, la guerra commerciale avviata dagli Stati Uniti nel 2019 potrebbe anche essere vista come una risposta economica alla crescita della Cina, non solo a livello nazionale, ma anche in altri paesi attraverso la Nuova Via della Seta. Dopo l’avvio della guerra dei dazi con gli Stati Uniti, la Cina ha apportato una serie di modifiche strategiche al progetto della Nuova Via della Seta. In primo luogo, ha aumentato i paesi che hanno firmato il memorandum di intesa (MOU) dagli originali 63 a 126. La chiave è rendere la Belt and Road Initiative meno mirata ad alleviare le preoccupazioni geopolitiche dell'Occidente riguardo a questo progetto.
    In secondo luogo, sta cercando di inserire il progetto in un quadro più multilaterale attraverso la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), una banca multilaterale di sviluppo con la missione di migliorare i risultati sociali ed economici in Asia, con sede a Pechino, nata nel 2016 e che a dicembre 2019 contava 102 aderenti in tutto il mondo. A settembre 2019 evidenzia un totale del attivo di 22 miliardi di dollari USA, in titoli, obbligazionari e azionari, prestiti e denaro; il passivo è di soli 2,7 miliardi di dollari USA, a causa del suo avvio recente. Obiettivo della AIIB è di investire in infrastrutture sostenibili e in altri settori produttivi in ??Asia per collegare meglio persone, servizi e mercati che col tempo avranno un impatto sulla vita di miliardi e costruiranno un futuro migliore.
    L’apertura a un contesto multilaterale permette di mantenere un sostanziale controllo da parte della Cina, ma allo stesso tempo offre spazio per la partecipazione di altri paesi sviluppati, in particolare i paesi europei e la Corea. In altre parole, la Cina è disposta a scendere a compromessi e condividere benefici con altri paesi, preservando tuttavia il controllo del progetto.

    La Nuova Via della Seta in Italia
    Il governo italiano ha firmato un protocollo d'intesa (MOU) con la Cina a marzo del 2019; altri paesi dell'UE, ovvero Grecia e Portogallo, hanno sottoscritto accordi simili, senza alcun sostegno esplicito da parte dell'Unione Europea.
    Il protocollo d'intesa tra Cina e Italia è un documento molto ambizioso (sebbene non giuridicamente vincolante), che mira a una partnership strategica che copra una vasta gamma di settori come commercio, investimenti, finanza, trasporti, logistica, infrastrutture, connettività, sviluppo sostenibile, mobilità e cooperazione, anche con paesi terzi. In particolare, l'area delle telecomunicazioni è stata esclusa dall'accordo a causa del perdurante scontro con gli americani per la tecnologia 5G.

    I rischi della Nuova Via della Seta
    In base agli studi della Banca Mondiale, elencati nel dettaglio in bibliografia, si evince che la Nuova Via della Seta presenta rischi che sono comuni ai grandi progetti infrastrutturali. Tali rischi potrebbero essere aggravati dalla scarsa trasparenza e apertura dell’iniziativa e dai fondamentali economici e di governance deboli di numerosi paesi partecipanti, non soltanto asiatici. In particolare, possiamo individuare le principali macro-aree di rischio: rischio di sostenibilità finanziaria del debito, rischio di governance, rischi ambientali e sociali.
    Il rischio di sostenibilità finanziaria del debito dipende dal fatto che tra le 43 economie di corridoio per le quali sono disponibili dati dettagliati, 12 già presentano livelli di debito pubblico elevati e potrebbero subire un ulteriore deterioramento a medio termine delle loro prospettive di sostenibilità del debito; i paesi che invece non mostrano un forte indebitamento nel 2019, ma hanno scarso accesso ai mercato finanziari dovranno modificare la propria politica economica e finanziaria per garantirsi migliori condizioni di accesso ai finanziamenti dal mercato e dalla AIIB.
    Il rischio di governance dipende dal grado di acquisizione delle buone pratiche internazionali come gli appalti pubblici aperti e trasparenti che aumenterebbe la probabilità che i progetti connessi con la Nuova Via della Seta siano assegnati alle imprese nella posizione migliore per attuarle e non in base a criteri clientelari o corruttivi.
    I rischi ambientali dipendono dal fatto che in base alle stime le infrastrutture di trasporto potrebbero far aumentare le emissioni di anidride carbonica dello 0,3 per cento in tutto il mondo, ma del 7 per cento o più in alcuni paesi man mano che la produzione si espande in settori con emissioni più elevate.
    I rischi sociali sono invece connessi con l’urbanizzazione e lo sviluppo, che spingono per aumentare l’afflusso di lavoratori collegati a un progetto di infrastruttura alimentando rischi di violenza di genere, malattie a trasmissione sessuale e tensioni sociali.

    Bibliografia

    ALICIA GARCIA-HERRERO e JIANWEI XU (2019) “Countries’ perceptions of China’s Belt and Road Initiative: A big data analysis”, Bruegel Working Paper.
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    MARCUS BARTLEY J. (2018) Trade Facilitation Challenges and Reform Priorities for Maximizing the Impact of the Belt and Road Initiative September
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    RAISER M. e RUTA M. (2019) Managing the Risks of the Belt and Road June
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    TRANG T. e KHER P. (03/15/19) How can countries better manage investment risks along the BRI?
    LOSOS E., PFAFF A., OLANDER L., MASON S., MORGAN S. (01/29/19) Is a Green Belt and Road Feasible? How to Mitigate the Environmental Risk of BRI Infrastructure Project
    ROCHA N., BANIYA S., RUTA M. (01/28/19) Hurry up! How the Belt and Road Initiative Changes Trade Times and Trade
    GHOSSEIN T., HOEKMAN B. e SHINGAL A. (12/20/2018) Public Procurement in the Belt and Road Initiative
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    XIAOYANG CHEN M. (10/11/2018) Foreign Investment Growth in the Belt and Road Economies
    KUNAKA C. (10/04/2018) Six Corridors of Integration: Connectivity Along the Overland Corridors of the Belt and Road Initiative
    BARTLEY JOHNS M., LATIMER CLARKE J., KERSWELL C. e McLINDEN G. (09/17/2018) Beyond Infrastructure: Trade Facilitation Priorities for the Belt and Road Initiative
    BASTOS P. (07/18/2018) Exposure of Belt & Road Economies to China Trade Shocks
    RUTA M. (05/31/2018) Trade Linkages Among Belt and Road Economies: Three Facts and One Prediction
    RUTA M. (05/04/2018) 3 Risks and 3 Opportunities of the Belt and Road Initiative

    Redattore: Chiara OLDANI

  • LA RISTRUTTURAZIONE DEL DEBITO PUBBLICO NON E' UNA BESTEMMIA ECONOMICA

    Alcuni economisti italiani invocano l’abbandono dell’euro per salvare il Paese; ma questo sarebbe inefficace senza una forte ristrutturazione del debito pubblico che grava sulle spalle delle generazioni future che non godranno della generosa spesa pubblica del passato.

    L’articolo completo è disponibile qui

  • LAFP

    Acr. di: Loan Arbitrage Free Pricing model, modello di intrinsic value pricing (v. pricing dei prestiti bancari) ispirato alla logica del RORAC (v. anche indici bancari, sub Innovazioni recenti), che consente di calcolare il tasso da applicare al singolo prestito conoscendo la probabilità di insolvenza e la percentuale recuperabile del prestito, il capitale a rischio, la provvista onerosa e il relativo costo, i tassi di mercato ai quali scontare i flussi prodotti dalprestito e l'aliquota d'imposta sul reddito della banca. Il modello non tiene conto dei costi operativi. Il tasso minimo da praticare, in particolare, è quello che consente di mantenere invariato il capitale a rischio del prestito. L'applicazione del modello al contesto italiano richiede alcuni aggiustamenti, necessari per tenere conto delle peculiarità di tale realtà e della concreta disponibilità delle informazioni necessarie. In particolare,non disponendo di un mercato obbligazionario che consenta la misurazione dei tassirichiesti per finanziamenti aventi rischiosità assimilabile a quella considerata, si suggerisce un espediente che consente di superare efficacemente l'ostacolo, ovvero il ricorso, quale tasso di attualizzazione dei flussi, al costo del capitale proprio della banca, stimato in base al rischio sistematico (coefficienti β). L'esistenza di un mercato di capitale bancario sufficientemente sviluppato, consente, in altri termini, di disporre comunque di indicatori che possono essere assimilati al premio per il rischio.

  • LAN

    Acr. di: Local Area Network. Denomina una classe particolare di reti per il collegamento, mediante un canale con accesso multiplo, di apparati elaborativi dislocati su un’area privata e geograficamente limitata. (v. MAN; WAN).

  • LAPTOP

    Computer portabile del tipo notebook evoluto, con schermo LCD in bianco e nero o a colori, dotato di microprocessore potente e di molti accessori.

  • LASTSCHRIFTEN

    Strumento di pagamento predisposto dalle banche tedesche per agevolare l’incasso in Germania di crediti in marchi vantati da creditori stranieri. Presuppone un accordo preventivo tra il debitore e il creditore con continui e frequenti rapporti d’affari per consentire al creditore di far addebitare l’importo del suo credito sul conto corrente bancario del debitore tedesco. Lastschriften è propriamente il nome del modulo standardizzato che riporta gli elementi necessari a identificare l’operazione (nome del debitore e della banca, estremi della fattura e relativo importo, estremi del cedente) utilizzato dal creditore per l’incasso tramite la propria banca. I Lastschriften sono sempre pagabili a vista, non possono indicare periodi o date di scadenza e non sono trasferibili.

  • LAUDATO SI - ENCICLICA

    Papa Francesco ha promulgato l'enciclica "Laudato Si" nel maggio del 2015. L'enciclica riprende le prime parole del cantico dei Cantici di S. Francesco, ipsiratore del papato di Bergoglio e si sofferma sul tema dello sviluppo sostenibile, della responsabilità sociale, sia dell'impresa (Responsabilità sociale d'impresa (Enciclopedia)) nel produrre senza sfruttare territorio, uomini e risorse in modo dissennato che per il consumatore che deve acquistare in modo consapevole, come atto morale.

    Questa enciclica, dopo la "Caritas in Veritate - Enciclica" di Papa Benedetto XVI promulgata nel 2009, rappresenta un contributo importante al dibattito globale sui temi economici nell'era moderna.

  • LAVORO INTERINALE O IN SOMMINISTRAZIONE

    Il lavoro interinale o in somministrazione, introdotto dalla L. 24.6.1997, n. 196, costituisce una forma di occupazione a termine, mediante la quale un’impresa utilizza per un periodo determinato l’opera di un lavoratore selezionato e assunto da un’altra impresa privata (agenzia). L’impresa utilizzatrice paga la prestazione lavorativa all’agenzia, che provvede a retribuire il lavoratore e a sostenere l’onere dei contributi previdenziali e assistenziali.
    Fonte: Banca d'Italia

  • LAVORO INTERMITTENTE

    Il lavoro intermittente, o a chiamata, introdotto dalla L. 14.2.2003, n. 30, costituisce una forma di occupazione mediante la quale un lavoratore si pone, dietro pagamento di una indennità mensile, a disposizione di un datore di lavoro che ne può utilizzare la prestazione lavorativa nei limiti previsti dalla legge. Sono previsti limiti minimi e massimi di età per il lavoratore dipendente, resi più stringenti dalla L. 28.6.2012, n. 92.
    Fonte: Banca d'Italia

  • LAVORO PARASUBORDINATO

    Comprende quelle forme di impiego che prevedono un rapporto di collaborazione continua e coordinata tra il committente e il lavoratore, in modo personale e senza vincolo di subordinazione. Rientrano in questa tipologia i contratti di collaborazione a progetto.
    Fonte: Banca d'Italia

  • LCD

    Acr. di: liquid-crystal display. Tecnologia di costruzione degli schermi che non impiega fosfori e che genera l’immagine attraverso la polarizzazione di un film di cristalli liquidi (inserito tra due lastre di vetro) le cui molecole sono sollecitate da un campo elettrico che attraversai cristalli in senso perpendicolare al piano visuale. v. schermo.

  • LCH.CLEARNET ITD (LCH)

    Società che opera come Controparte centrale sui mercati London Stock Exchange, Virt-x, LIFFE, London Metal Exchange e International Petroleum Exchange. Offre inoltre servizi di controparte centrale per le transazioni over-the-counter su titoli di Stato europei e altri titoli obbligazionari e su contratti swap.
    Fonte: Banca d'Italia

  • LDC

    Acr. di Least Developed Countries (fr. Pays les Moins Avancés-PMA). Sin. (ufficialmente non usato): Terzo mondo (fr. Tiers monde; ingl. Third World). Suddivisione della categoria delle developing countries in cui BIRS, FMI e OCSE classificano i Paesi per uso statistico e per le scelte di politica di assistenza alla sviluppo (v. p.e. DAC). La denominazione è impiegata dall’UNCTAD per indicare i Paesi con livello di reddito basso (misurato in base al la stima triennale del PIL pro capite che deve essere inferiore a $ 900 per l’inclusione e a $1.035 per l’esclusione), ritardo nello sviluppo del capitale unmmano (misurato in base a un indice composito, l’Augmented Physical Quality of Life Index-APQLI, basato su nutrizione, istruzione, salute e analfabetismo) e un criterio di vulnerabilità economi- ca (misurato da un indice composito dell’Economic Vulnerability Index-EVI, basato da indicatori dell’instabilità della produzione agricola, dell’export di beni e servizi, del peso economico delle attività non tradizionali, in specie dell’incidenza dell’industria manifatturiera sul PIL, della concentrazione dell’export di merci e dell’handicap della popolazione ridotta). A maggio 2005 gli Stati che rientravano nella categoria delle LDC erano 50 con una popolazione di circa 75 milioni e cioè: Afghanistan, Angola, Bangladesh, Benin, Bhutan, Burkina Faso, Burundi, Cambodia, Cape Verde, Central African Republic, Chad, Comore, Congo Dem.Rep., Djibouti, Equatorial Guinea, Eritrea, Ethiopia, Gambia, Guinea, Guinea- Bissau, Haiti, Kiribati, Laos, Lesotho, Liberia, Madagascar, Malawi, Maldives, Mali, Mauritania, Mozambique, Myanmar, Nepal, Niger, Rwanda, Samoa, Sao Tome and Principe, Senegal, Sierra Leone, Solomon Islands, Somalia, Sudan, Tanzania, Timor-Lesté, Togo, Tuvalu, Uganda, Vanuatu, Yemen, Zambia. L’elenco delle LDC è rivisto ogni tre anni dall’ECOSOC (Economic and Social Council). All’interno delle LDC si distinguono le Land-Locked Developing Countries (LLDC) cioè i Paesi senza sbocco sul mare e le Small Island Developing States (SIDS). Delle 50 LDC, le LLDC sono 15 (Afghanistan, Bhutan, Burkina Faso, Burundi, Republica Centrafricana, Ciad, Etiopia, Lesotho, Malawi, Mali, Nepal, Niger, Ruanda, Uganda, Zambia), 12 le SIDS (Cape Verde, Comore, Guinea-Bissau, Haiti, Kiribati, Maldives, Samoa, Sao Tome and Principe, Solomon Islands, Timor-Lesté, Tuvalu, Vanuatu). LLDC e SIDS comprendono però anche altri Stati che non sono LDC: in particolare la categoria delle LLDC comprende 30 Paesi e 44 quella delle SIDS.

  • LDT

    Acr. di Liquidazione dei titoli. Servizio di compensazione e di liquidazione su base netta delle operazioni su strumenti finanziari regolamentato (ex art. 52 del decreto Eurosim) e gestito dalla Banca d’Italia su base netta per consentire la compensazione e il regolamento delle transazioni su strumenti finanziari stipulate sui mercati regolamentati. Al servizio aderiscono gli agenti di cambio, le banche e le imprese di investimento. Il regolamento dei saldi finali in titoli risultanti dalla compensazione multilaterale avviene attraverso scritture nei conti accesi presso le istituzioni di deposito accentrato o con la consegna materiale dei titoli presso la Stanza di Milano. Il regolamento dei saldi finali in contante è effettuato su BI-REL.

  • LEAD-MANAGER

    È l’underwriter che in un sindacato di garanzia dirige e controlla il collocamento dei titoli. Gli altri underwriters sono detti co-manager.

  • LEADS AND LAGS

    Anticipazioni o ritardi nei regolamenti con l’estero, riflettenti un comportamento speculativo degli operatori economici, in vista di una possibile variazione nel corso dei cambi. La manovra può essere attuata sia dagli esportatori, sia dagli importatori. Gli esportatori tendono a ritardare il ritiro delle somme in valuta a loro credito, se prevedono una possibile rivalutazione; gli importatori, viceversa, anticipano in questo caso la provvista di valuta estera necessaria al pagamento dei loro acquisti, o i termini di pagamento. Nel caso in cui si preveda una svalutazione della moneta estera il comportamento degli operatori sarà, ovviamente, opposto. Le suddette forme di speculazione sono soggette però a due limiti: l’uno è il rischio sempre implicito nelle decisioni di ritardare le riscossioni o di anticipare i pagamenti, l’altro deriva dagli eventuali interventi dei pubblici poteri che restringono le possibilità di operare in tal senso.

  • LEASE BACK

    Il termine, di origine anglosassone (da to lease: affittare), indica una sottospecie di leasing finanziario o locazione finanziaria (v. leasing) nota anche come sale and lease back, lett. vendere e riaffittare. Si tratta del contratto con il quale un soggetto, di norma un imprenditore, vende, verso pagamento del prezzo,ad un altro soggetto specializzato, impresa di leasing, un bene mobile o, più frequentemente un immobile; lo stesso bene gli viene quindi concesso in godimento dalla stessa impresa di leasing acquirente per un periodo di tempo determinato verso pagamento di un canone periodico il cui ammontare complessivo è di regola superiore al prezzo di vendita iniziale dovendo coprire anche gli interessi sul capitale impiegato, il rischio e gli utili d’impresa. Alla scadenza del contratto, che ha normalmente durata abbastanza lunga, il venditore divenuto conduttoreutilizzatore ha la facoltà di riacquistare la proprietà del bene dietro pagamento di un prezzo di riscatto, normalmente modesto, predeterminato tra le parti in rapporto alla durata del contratto ed alla somma totale dei canoni versati. Il lease back è contratto atipico e innominato, riconducibile alla figura della locazione finanziaria. Sul piano della qualificazione giuridica si ripropongono le diverse tesi formulate a proposito del leasing finanziario: dalla vendita con patto di riscatto all’ipotesi di collegamento negoziale tra due diversi contratti, un primo contratto di vendita ed un secondo contratto di leasing. Sotto il profilo della liceità del contratto si è dubitato che il lease back possa integrare una ipotesi di violazione del divieto di patto commissorio, cioè di quel patto con il quale debitore e creditore convengono che, in caso di inadempimento del primo, il secondo acquisti la proprietà della cosa data in garanzia (art. 2744 c.c.). Il lease back si presenta come contratto con funzione di finanziamento per le imprese che ne traggono, tra gli altri, il vantaggio di dotarsi della strumentazione tecnica all’avanguardia senza impegnarsi in ingenti immobilizzazioni finanziarie e, quindi, senza perdere la liquidità di impresa oltre che il vantaggio fiscale rappresentato dalla possibilità di detrarre i canoni di locazione ai fini della determinazione del reddito di impresa.

  • LEASING

    Il termine, di origine anglosassone (da to lease: affittare), indica nel diritto italiano un’operazione economica e un corrispondente contratto caratterizzati da una struttura di base costante sulla quale si innestano elementi tra loro molto diversificati sulla base dei quali sono state individuate diverse tipologie contrattuali. Elemento costante del contratto è la concessione in godimento di un bene, mobile o immobile, da parte di un soggetto specializzato, impresa di leasing, ad un altro soggetto, di norma imprenditore, per un determinato periodo di tempo verso corresponsione d un canone periodico predeterminato, con la facoltà dell’utilizzatore, alla scadenza, di scegliere tra restituzione del bene, la rinnovazione del contratto od il riscatto del bene con l’acquisizione della proprietà dello stesso verso pagamento all’impresa di leasing del prezzo residuo nella misura predeterminata all’atto della stipulazione del contratto con riferimento alla durata dello stesso e al grado di usura del bene. Su di questo schema base si innestano vari elementi, in relazione ai quali si distingue tra leasing operativo e leasing finanziario. Nel leasing operativo il bene concesso in godimento è prodotto o comunque fornito all’utilizzatore direttamente dall’impresa di leasing nella cui disponibilità si trova con coincidenza delle figure della società di leasing e del fornitore. Si tratta normalmente di beni strumentali standardizzati e l’impresa di, in quanto produttore-fornitore, si obbliga anche ad una serie ad una serie di prestazioni collaterali, tra cui l’assistenza tecnica per la manutenzione della attrezzatura in buono stato di efficienza. La durata del contratto è normalmente più breve della locazione finanziaria e in alcuni casi è escluso il diritto di opzione per l’acquisto alla scadenza. Nel leasing finanziario il bene oggetto del contratto non è prodotto o fornito direttamente dalla società di leasing: l’utilizzatore sceglie direttamente presso il produttore- fornitore il bene che gli serve; l’impresa di leasing acquista presso il fornitore il bene scelto dall’utilizzatore e, infine, lo concede in godimento all’utilizzatore. Oggetto del contratto, in questo caso, sono beni anche non standardizzati e l’impresa di leasing non è obbligata ad altre prestazioni che non siano quelle di concedere il bene in godimento. In particolare, è escluso l’obbligo di manutenzione dell’attrezzatura. La durata del contratto è superiore a quella del leasing operativo e normalmente coincide o è di poco inferiore alla vita tecnico-economica del bene (v. vita). Con riferimento all’oggetto del contratto si distingue tra leasing mobiliare e leasing immobiliare. Nel secondo caso l’impresa di leasing si obbliga a mettere a disposizione di un altro soggetto, locatario o conduttore, per un dato periodo di tempo un bene immobile verso un corrispettivo periodico determinato in relazione al valore dell’immobile stesso, alla durata del contratto e ad altri immobili; tali immobili sono costruiti o fatti costruire ed acquistati dall’impresa di leasing, locatrice, su scelta ed indicazione del conduttore. Il leasing immobiliare è quindi una forma di locazione finanziaria caratterizzata dalla natura immobiliare del bene oggetto del contratto. Sottotipo di locazione finanziaria è anche illease back. Il contratto di leasing, nelle sue diverse forme e,in particolare il leasing finanziario, ha trovato per ragioni di carattere economico e per la sua idoneità a soddisfare varie esigenze di carattere imprenditoriale: dalla possibilità per le imprese di dotarsi di attrezzatura meccanica e tecnica all’avanguardia senza effettuare ingenti immobilizzazioni di liquidità che rimangono destinate alla riproduzione del ciclo riproduttivo, alla possibilità di evitare i rischi connessi all’usura e all’obsolescenza dei macchinari fino al vantaggio fiscale della detraibilità dei canoni ai fini della determinazione del reddito d’impresa. Sul piano giuridico il contratto di leasing si presenta come un contratto atipico innominato, non previsto e disciplinato in materia organica dal legislatore, che lo ha considerato solo sotto limitati profili e particolari fattispecie quali il leasing agevolato. Si ricordano comunque l’art. 17, l. 2.5.1976 n. 183, riguardante l’intervento straordinario nel Mezzogiorno per il quinquennio 1976-1980, ove si trova la nozione di locazione finanziaria; l’art. 1, d.p.r. 5.8.1981 n. 499 e l’art. 25 bis, l. 28.2.1983 n. 53. La più compiuta definizione, rispettivamente, di leasing mobiliare e di leasing finanziario è contenuta nella raccolta degli usi della Camera di Commercio di Milano, mentre la regolamentazione del rapporto contrattuale è di origine prevalentemente negoziale ed è tratta dalla modulistica contrattuale predisposta dalle varie imprese di leasing. La natura del contratto di leasing è molto controversa. Mentre non vi sono dubbi sulla qualificazione del leasing operativo come operazione di locazione pura, sul leasing finanziario si va dalla tesi della locazione a quella della vendita con riserva di proprietà, dalla teoria che riconduce il leasing al contratto di finanziamento a quella che vede un contratto di mutuo fino all’opinione dominante che lo qualifi ca come un contratto atipico con funzione di finanziamento. Sul piano strutturale il contratto è sempre bilaterale e intercorre tra concedente ed utilizzatore. Nel caso di leasing finanziario vi sono due contratti tra loro collegati: una vendita tra fornitore-produttore e di impresa di leasing e un contratto di leasing tra concedente ed utilizzatore.

    In Italia le società che svolgono leasing sono disciplinate alla particolare disciplina della l. 1991/97 e, dal 27 dicembre 2013, dellla legge n. 147 (legge di stabilità) che ha comportato, in particolare, modifiche al periodo minimo di durata dei contratti di locazione finanziaria per la deducibilità fiscale dei canoni da parte dell’impresa utilizzatrice. Da ultimo, si segnala che in materia è intervenuta la l. 14 luglio 1993 n. 259, legge di ratifica ed esecuzione della convenzione Unidroit di Ottawa del 28.5.1988 sul leasing finanziario internazionale (v. leasing internazionale). Tale convenzione ha per oggetto ogni operazione di leasing su beni strumentali, non rivolti all’utilizzo personale, familiare o domestico e si applica nell’ipotesi in cui il concedente e l’utilizzatore abbiano la loro sede di affari in Stati diversi ed a condizione che questi Stati o lo Stato nel quale il fornitore ha la propria sede di affari siano Stati contraenti ovvero il contratto di fornitura ed il contratto di leasing sono disciplinati dalla legge di uno Stato contraente. L’applicazione della Convenzione può essere esclusa o derogata con il consenso di ciascuna delle parti. A vent'anni di distanza dalla suddetta Convenzione, ha visto la luce un nuovo testo recante una definizione legislativa del leasing finanziario, con l'adozione il 13 novembre 2008 da parte dell'Assemblea Generale dell'Unidroit della legge modello sul leasing.

    Vedi anche:

    CLaris Leasing

    Leasing Strumentale Bapr - Leasing Immobiliare Bapr

    Leasing Carige

    Leasing Banca Popolare di Vicenza

    Leasing Bper

    Leasing Intesa Sanpaolo - Leasenergy

    UBI Leasing

  • LEASING ADDOSSÉ

    Operazione di leasing che consiste nella vendita di un bene da parte dell’azienda produttrice al locatore, il quale lo cede in uso alla produttrice che diviene locataria.

  • LEASING AGEVOLATO

    Pratica finanziaria introdotta originariamente con la legislazione straordinaria per il Mezzogiorno (l. 2.5.1976 n. 183) e prevista successivamente nelle altre norme di agevolazione creditizia. Grazie ad essa gli operatori sono messi in grado di scegliere, per il finanziamento di un investimento, l’opzione per essi più vantaggiosa tra il leasing e le altre forme di finanziamento (generalmente il mutuo), a parità di contributi agevolati.

  • LEASING IMMOBILIARE

    Particolare tipo di leasing finanziario avente per oggetto la locazione di beni immobili. Tali beni sono generalmente acquistati o, più raramente, costruiti o fatti costruire dalla società di leasing, nel luogo e con le caratteristiche richieste dal cliente. A causa del rilevante costo del bene oggetto del contratto, la cui durata è prevista in tempi lunghi (in genere nell’intorno dei 10 anni, ma con punte anche parecchio superiori), il canone è generalmente indicizzato all’andamento del costo della vita.

  • LEASING INTERNAZIONALE

    1. Termine generico che fa riferimento ad una gamma assai ampia e diversificata di schemi di finanziamento. È possibile, in particolare, isolare tre macro-classi di operazioni denominabili “leasing internazionale”: quella in cui il locatario risiede in un paese diverso da quello del locatore e del fornitore del bene (export leasing); quella in cui le tre parti coinvolte (produttore, locatore, locatario) risiedono in tre paesi diversi (foreign to foreign leasing); quella in cui, pur appartenendo formalmente sia il locatario che il locatore allo stesso paese, accade che il primo agisca in qualità di semplice “agente” di una società di leasing estera. Per quanto concerne il regime fiscale proprio del leasing internazionale va solo segnalato che molti dubbi esistono ancora al riguardo non essendosi né il legislatore fiscale italiano né la dottrina occupati che in modo frammentario della questione. I problemi che si segnalano, al riguardo, concernono tanto la disciplina propria del reddito d’impresa, nell’ipotesi di contratto di leasing stipulato con il locatore estero in relazione a beni esistenti sul territorio dello Stato, quanto la disciplina delle ritenute sui canoni pagati, quanto, infine, il regime IVA del rapporto considerate anche le recenti modifiche introdotte nell’art. 7, lett. d), d.p.r. 26.10.1972 n. 633 in tema di territorialità dell’imposta. Il leasing internazionale è particolarmente praticato dai paesi anglosassoni e dal Giappone, assai meno in Italia, dove per altro va progressivamente diffondendosi.

    2. Convenzione Unidroit sul leasing finanziario internazionale. Convenzione firmata ad Ottawa il 28.5.1988 e ratificata in Italia il 29.10.1993 sul leasing finanziario internazionale, entrata in vigore in Italia il 1° maggio 1995. Stabilisce norme uniformi per l’ipotesi in cui locatario e locatore risiedano in Stati contraenti diversi e il contratto, disciplinato dalla legge di uno Stato contraente, abbia ad oggetto beni strumentali non di consumo. Ai fini della Convenzione, il leasing finanziario presenta determinate caratteristiche: in particolare occorre che i canoni fissati nel contratto siano calcolati tenendo conto soprattutto dell’ammortamento totale o parziale del costo del bene. È invece irrilevante che il locatario abbia o meno l’opzione di acquistare il bene o che tale opzione possa essere esercitata per un prezzo o per un canone nominali. Con riguardo ai diritti e agli obblighi delle parti, è stabilito in particolare che i diritti reali del concedente sul bene sono opponibili al fallimento e ai creditori dell’utilizzante, anche qualora questi ultimi abbiano compiuto atti cautelari o esecutivi sul bene medesimo (fatte salve però le ragioni di coloro che vantano privilegi o garanzie mobiliari); è esclusa in linea di principio la responsabilità del concendente per danni arrecati dalla cosa; è inderogabilmente dovuta la garanzia di pacifico godimento contro chi vanti diritti incompatibili con quello dell’utilizzatore; è concessa, infine, all’utilizzatore azione diretta nei confronti del fornitore che non adempia agli obblighi assunti nel contratto di fornitura. In caso di inadempimento del concedente l’utilizzatore ha il diritto di rifiutare il bene, sospendere il pagamento dei canoni, ovvero risolvere il contratto di leasing (non è data invece azione di risarcimento dei danni); nel caso inverso di inadempimento dell’utilizzatore, il concedente può chiedere i canoni a scadere, se previsto dal contratto, ovvero risolvere il contratto e chiedere la restituzione del bene e il risarcimento dei danni.

  • LED

    Acr. di: Light Emitting Diode. Tecnologia di visualizzazione di pochi numeri, lettere o segnali luminosi basata su un semiconduttore che trasforma energia elettrica in luce o in radiazioni infrarosse con una frequenza determinata dalla sua composizione chimica. Il led è specialmente adatto per visualizzare poche lettere e numeri di strumenti digitali e per spie luminose di funzionamento di macchine, strumenti e apparecchiature diverse. Non è adatto per i terminali visivi di calcolatori. Una fonte di luce led è impiegata per i lettori manuali di marcature con un codice a barre.

  • Legal Entity Identifier

    Il Legal Entity Identifier (LEI) rappresenta l’identificativo univoco per i soggetti che operano nei mercati finanziari.
    Nasce come iniziativa del G20 nel 2012 per permettere di identificare in modo univoco le istituzioni e i soggetti che operano nel mondo finanziario.
    Le specifiche del codice sono normate dal protocollo ISO17442:2012.
    La codifica è composta da un insieme di 20 caratteri alfanumerici così formata:
    i primi 4 caratteri identificano chi ha emesso il codice (LOU)
    i caratteri 5 e 6 riservati, al momento 00
    i caratteri dal 7 al 18 rappresentano il codice univoco della legal entity assegnato dal LOU
    i caratteri 19 e 20 rappresentano il checksum di controllo (dipendono dai precedenti 18 caratteri)
    Per maggiori informazioni consultare il sito del LEI


    Redattore: Stefano Baldi Cantù

  • LEGALIZZAZIONE

    Dichiarazione con la quale un pubblico funzionario, al quale per legge è conferito il relativo potere, certifica la provenienza di un determinato atto amministrativo da un certo ufficio e acclara l’autenticità della sottoscrizione. La disciplina della legalizzazione, a seguito delle novità introdotte dalla l. 15 maggio 1997 n. 127 e dal d.p.r. 20.10.1998 n. 403 è stata successivamente raccolta e coordinata nel TU in materia di documentazione amministrativa emanato con d.p.r. 28.12.2000 n 445. L’art. 1 del d.p.r. 2000/445 definisce la legalizzazione di firma come “l’attestazione ufficiale della legale qualità di chi ha apposto la propria firma sopra atti, certifi- cati, copie ed estratti, oltre che della autenticità della firma stessa”. La legalizzazione viene richiesta ogni volta che si deve fa valere un atto fuori dall’ambito territoriale proprio dell’autore, attenendo perciò al solo profilo dell’efficacia spaziale dell’atto da legalizzare. Nelle legalizzazioni devono essere indicati il nome e il cognome di colui la cui firma si legalizza. Il pubblico Ufficiale legalizzante deve indicare la data e il luogo della legalizzazione, il proprio nome e cognome, la qualifica rivestita e apporre la propria firma per esteso ed il timbro dell’ufficio. Le ipotesi tassativamente previste dalla l. 4.1.1968 n. 15 e successive modi- ficazioni (oggi raccolte negli art. 32 e 33 d.p.r. 2000/445, TU in materia di documentazione amministrativa) riguardano: a) le firme dei capi delle scuole parificate o legalmente riconosciute sui diplomi originali o sui certificati di studio da prodursi ad uffici pubblici fuori dalla provincia in cui ha sede la scuola; b) le firme sugli atti e documenti formati in Italia e da valere all’estero davanti ad autorità estere e viceversa, oltre che le firme sugli atti e documenti formati in Italia e da valere in Italia rilasciati da una rappresentanza diplomatica o consolare estera residente in Italia. L’ambito di quest’ultima fattispecie si è notevolmente ristretto dopo la ratifica (avvenuta con l. 24.4.1990 n. 106) della convenzione relativa alla soppressione della legalizzazione di atti negli Stati membri delle Comunità Europee, firmata a Bruxelles il 25.5.1987.

  • LEGATO

    Successione a titolo particolare, cioè in rapporti giuridici determinati, a causa di morte. Oggetto del legato, quindi, è sempre un’attribuzione patrimoniale (a titolo gratuito) di un determinato bene o di un determinato diritto, al contrario dell’eredità, che consiste nella successione a titolo universale in tutti i rapporti attivi e passivi che facevano capo al defunto, o in una quota degli stessi. La legge tuttavia stabilisce che vi può essere successione a titolo universale (e quindi istituzione di erede) anche in caso di assegnazione di beni determinati a un particolare soggetto quando risulta che il testatore ha inteso attribuire quei beni come quota del patrimonio, e non come legato. La distinzione fra erede e legatario ha una rilevante importanza pratica. Innanzi tutto, il legatario non risponde dei debiti e dei pesi ereditari se non nei limiti di quanto ha ricevuto; inoltre acquista il legato senza necessità di accettazione e non ha diritto a chiedere la divisione o a parteciparvi; infine, al legato può essere apposto dal testatore un termine, sia iniziale che finale, o una condizione. Pur essendo invalida la disposizione che rimetta all’arbitrio di un terzo la designazione del legatario, è tuttavia valida quella che rimette la scelta fra più persone o appartenenti a famiglie o categorie determinate dal testatore. È pure possibile la determinazione da parte di un terzo dell’oggetto o della qualità del legato, ma la scelta deve avvenire secondo equità. I legati possono essere di specie o di genere. I primi hanno per oggetto una cosa determinata o un altro diritto già appartenente al testatore, i secondi una cosa che appartiene a un genere (genus) e che, pertanto, può non essere compresa nel patrimonio del testatore. In quest’ultimo caso il legatario acquista immediatamente un mero diritto di credito, mentre la proprietà sulla cosa si acquisisce al momento della sua specificazione.

  • LEGGE

    Fonte di diritto posta dal nostro ordinamentoin posizione di preminenza rispetto alle altre, subordinata esclusivamente alla Costituzione.Il termine “legge” indica atti normativi di diversa natura e in tal senso si distinguono le leggi in senso stretto, o formale, dalle leggiin senso materiale. Le prime sono atti normativi emanati dal Parlamento, le seconde sono atti del Governo ai quali è attribuita forza di legge e cioè: i decreti legislativi e i decreti legge. Le leggi in senso formale, a loro volta, si dividono in leggi ordinarie e leggi costituzionali. La prima fase del procedimento di formazione delle leggi ordinarie è quella di iniziativa che è attribuita dalla Costituzione a determinati organi, quali il Governo, i singoli membri del Parlamento, il corpo elettorale, i consigli regionali, e il consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.La proposta, che può essere presentata indifferentemente all’una o all’altra Camera, viene esaminata dalla Commissione competente e la discussione viene effettuata per articoli separati. Le Commissioni, quando esaminano il progetto riservandone l’approvazione all’assemblea, agiscono in sede referente, mentre, quando lo approvano, agiscono in sede deliberante. La legge, una volta approvata, è poi trasmessa all’altra Camera, che procede ad autonomo esame, con facoltà di emendare singoli articoli e di rinviarla alla Camera di provenienza. Dopo la definitiva approvazione, spetta al Presidente della Repubblica di promulgare la legge, il quale però può rinviarla alle Camere per un nuovo esame. Alla promulgazione segue la pubblicazione: da questo momento decorre il periodo sospensivo della vacatio legis (solitamente 15 giorni), trascorso il quale la legge acquista ef- ficacia nei confronti di tutti. Più complesso è il procedimento per la formazione delle leggi costituzionali (leggi di revisione ed altre leggi costituzionali, secondo l’art. 138 cost.). Queste devono essere approvate da ciascuna Camera con due deliberazioni successive, con un intervallo di almeno tre mesi e col voto favorevole della maggioranza assoluta dei componenti. Le leggi costituzionali, tranne che siano approvate con la maggioranza dei due terzi, possono essere sottoposte, entro tre mesi dalla pubblicazione, al referendum popolare di approvazione (c.d. referendum costituzionale). In conseguenza della posizione occupata tra le fonti del diritto, l’efficacia di una legge può venire meno solo in virtù di una legge successiva (di pari rango) che la abroghi (v. abrogazione) espressamente o tacitamente (vale a dire regolando successivamente l’intera materia, ovvero dettando norme incompatibili con la precedente disciplina).La Costituzione, tuttavia, prevedendo all’art. 75 il referendum popolare abrogativo, ha attribuito al corpo elettorale la facoltà di abrogare totalmente o parzialmente le leggi, fatte salve quelle che regolano determinate materie (p.e., leggi tributarie).

  • LEGGE AMATO-CIAMPI

    Denominazione corrente della l. 30.7.1990 n. 218 (Disposizioni in materia di ristrutturazione e integrazione patrimoniale degli istituti di credito di diritto pubblico).

  • LEGGE BANCARIA

    Con questa denominazione si intendeva fino all’emanazione del TUBC (d.lg. 1.9.1993 n. 385) la normativa riguardante l’attività bancaria risultante dal coordinamento di quattro testi del 1936-38 (r.d.l. 12.3.1936 n. 375; r.d.l. 17.7.1937 n. 1400; l. 7.3.1938 n. 141; l. 7.4.1938 n. 636) e dalla loro successiva modifi ca e integrazione a opera della l. 10.6.1940 n. 933 e del d.lg.c.p.s. 17.7.1947 n. 691. Ulteriori modificazioni erano stati introdotti successivamente: l. 10.2.1981 n. 23; d.p.r. 27.6.1985 n. 350; l. 4.6.1985 n. 281; l. 17.4.1986 n. 114; l. 10.10.1990 n. 287; l. 30.7.1990 n. 218; d.lg. 20.11.1990 n. 356. La materia è oggi regolata dal TUBC (d.lg. 1.9.1993 n. 385) e, per l’intermediazione mobiliare, dal TUF (d.lg. 24.2.1998 n. 58).

  • LEGGE BASEVI

    Denominazione del d.lg.c.p.s. 14.12.1947 n. 1577 sulla cooperazione, modif. dalla l. 17.2.1971 n. 127, dalla l. 17.2.1992 n. 207 e dalle leggi speciali riguardanti particolari tipi di cooperative (banche popolari, casse rurali, consorzi agrari, cooperative edilizie ecc.).

  • LEGGE BIAGI

    Con questo nome si intende sia la l. 14.2.2003 n. 30 (“Delega al Governo in materia di occupazione e mercato del lavoro”), sia il principale d.lg. 10.9.2003 n, 276 di attuazione (“Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30”). Altri decreti di attuazione sono il d.lg. 23.4.2004 n. 124 (“Razionalizzazione delle funzioni ispettive in materia di previdenza sociale e di lavoro, a norma dell’articolo 8 della legge 14 febbraio 2003, n. 30”) e il d.lg. 6.10.2004 n. 251 (“Disposizioni correttive del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, in materia di occupazione e mercato del lavoro”).

  • LEGGE BUCALOSSI

    Denominazione della l. 28.1.1977 n. 10 (recante norme per la edificabilità dei suoli.

  • LEGGE CASE PER I LAVORATORI

    È la l. 28 febbraio 1949 n. 43 con provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori.

  • LEGGE CRISPI

    Denominazione della l. 17.7.1890 n. 6972 sulle istituzioni pubbliche di beneficenza.

  • LEGGE DI BILANCIO

    Legge di approvazione del bilancio annuale di previsione dello Stato. La legge di bilancio è una legge formale che non può apportare modifiche alla legislazione materiale in vigore e non può introdurre nuovi tributi e nuove altre entrate e spese. Il Governo presenta la legge di Bilancio al Parlamento entro il 30 ottobre.

    Ai sensi del primo comma dell'articolo 81 della Costituzione, "ogni anno, le Camere approvano i bilanci e il rendiconto finale dei conti presentati dal Governo". Oltre a stabilire che il bilancio sia annuale, questo comma costituzionale suddivide chiaramente le competenze del Governo e del Parlamento, autorizza quest'ultimo ad approvare il bilancio, mentre si attribuisce al primo, e a nessun altro organismo, il potere (dovere) di presentare il bilancio. Dal punto di vista economico finanziario, le decisioni riguardo alla legge di Bilancio, sono collegate alla legge Finanziaria (sostituita dalla legge di Stabilità) che attua gli obiettivi programmatici delineati nel documento di programmazione economico finanziaria -DPEF (sostituito dalla Decisione di Finanza Pubblica -DFP).

  • LEGGE DI GRESHAM

    Legge economica che deriva il suo nome da Thomas Gresham (1519-79), agente finanziario della regina ElisabettaI, secondo cui “quando due tipi di moneta circolano in una nazione, dello stesso valore nominale ma non dello stesso valore intrinseco, quella di minor valore resterà in circolazione e l’altra, appena possibile, sarà tesoreggiata”. La legge di Gresham è più nota sotto il detto che “la moneta cattiva scaccia quella buona”. Se in un sistema bimetallico il rapporto di valore fra i metalli monetati (p.e. oro e argento) si altera (p.e. in seguito a un aumento dell’offerta d’argento il cui valore dovesse in ipotesi dimezzarsi), e il rapporto tra le due monete resta invariato, fissato com’è per legge, il debitore, potendo effettuare i pagamenti nell’una o nell’altra moneta, tenderà a farlo con quella moneta coniata nel metallo che sul mercato ha minor prezzo. Tenderà, cioè, a fondere le monete d’oro per scambiare questo metallo con l’argento che, portato alla Zecca, sarà trasformato in monete in un rapporto nuovo diverso da quello originario. Diffondendosi questa speculazione si assiste a una progressiva rarefazione della moneta “buona” e a un aumento di quella “cattiva”. Nel corso dei secoli di circolazione metallica si rileva anche un comportamento inverso, ossia la moneta buona scacciava la moneta cattiva. In giro per l’Europa, l’Africa e l’Asia fin nella lontana Cina si sono ritrovate le monete cosiddette suberate romane, ossia con l’anima di rame rivestita o placcata d’argento, mentre nell’impero romano circolavano monete a pieno titolo. In Europa, specie negli Stati del nord, circolarono le monete d’argento ad alto contenuto di piombo o di altri metalli vili coniate ed esportate dagli Stati tedeschi, quando la Germania era conosciuta come il mostro gotico.

  • LEGGE DI STABILITA'

    Dal 2009 la legge di Stabilità (l. n. 196/2009) sostituisce ufficialmente la legge Finanziaria (l. n. 468/1978). La legge di Stabilità insieme alla legge di Bilancio, costituisce la manovra di finanza pubblica per il triennio di riferimento e rappresenta lo strumento principale di attuazione degli obiettivi programmatici definiti con la Decisione di Finanza Pubblica (DFP). Il Governo deve presentare la legge di Stabilità e la legge di Bilancio entro il 15 ottobre. I termini di presentazione sono vicini a quello della DFP così da ridurre i rischi di disallineamento causati da eventuali mutamenti del quadro macroeconomico tra la definizione degli obiettivi e la predisposizione degli interventi. La legge di Stabilità deve tener conto del principio del pareggio di bilancio introdotto dalla Legge Costituzionale del 20 aprile 2012 n. 1. Tale modifica prende spunto dalla necessità di rafforzare l’impegno italiano a risanare le finanze pubbliche, in attuazione dei vincoli posti dal Fiscal Compact.

    Con la legge di Stabilità si vuole evitare genericità nel contenuto dei provvedimenti e l’esclusione di norme i cui effetti finanziari si producano oltre il triennio di programmazione. Si tratta di un provvedimento semplificato rispetto alle precedenti leggi finanziarie.

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • LEGGE FABBRI

    Denominazione corrente della l. 16.4.1987 n. 183 che stabilisce il quadro delle relazioni tra la politica nazionale e la politica comunitaria. Al titolo I la legge definisce gli organi del coordinamento delle politiche comunitarie, al titolo II disciplina le procedureper l’adeguamento dell’ordinamento interno agli atti normativi comunitari e al titolo III conferisce forza di legge ad alcune direttive e prevede per altre la delega al Governo per la loro attuazione.

  • LEGGE FINANZIARIA

    E' una legge ordinaria della Repubblica Italiana (l. n. 468/1978) presentata ogni anno al Parlamento dal Ministro dell'Economia e delle Finanze, contemporaneamente alla presentazione del disegno di legge di bilancio. La legge Finanziaria regola la vita economica del Paese per un anno, introducendo norme riguardanti le entrate e le spese e fissando anche il tetto di indebitamento dello Stato, tenendo conto dei vincoli del Patto di Bilancio Europeo (Fiscal Compact) derivanti dai parametri di Maastricht. E’ comunemente definita anche come “Finanziaria” ma dal 2009 è stata ufficialmente sostituita dalla Legge di Stabilità (l. n. 196/2009).

    La legge finanziaria contiene norme tese a realizzare effetti finanziari con decorrenza dal primo anno considerato nel bilancio pluriennale e in particolare:

    - Il livello massimo del saldo netto da finanziare e del ricorso al mercato per ciascuno degli anni considerati nel bilancio pluriennale;

    - Gli importi dei fondi speciali di parte corrente e di conto capitale;

    - Le quote annuali da iscrivere in bilancio relative alle leggi di spesa permanente recanti oneri sia di natura corrente sia di conto capitale la cui quantificazione sia rinviata dalla legislazione vigente alla legge finanziaria;

    - Le quote annuali da iscrivere in bilancio relative alle leggi di spesa pluriennale;

    - L'importo complessivo massimo destinato al rinnovo dei contratti del pubblico impiego e quello destinato alle modifiche nel trattamento del personale non contrattualizzato delle pubbliche amministrazioni;

    - Altre regolazioni meramente quantitative rinviate alla legge finanziaria dalla legislazione vigente;

    - Variazioni di aliquote, detrazioni, scaglioni; misure che incidono sulla determinazione del quantum della prestazione afferenti imposte indirette, tasse, canoni, tariffe e contributi con effetto dal 1° gennaio dell'anno cui essa si riferisce; correzione delle imposte conseguenti all'andamento dell'inflazione;

    - Rifinanziamenti per un anno di norme di spesa di conto capitale che presentavano, nell'ultimo esercizio, uno stanziamento di competenza; rifinanziamenti, ove previsti dalla legge, per uno o più anni compresi nel bilancio pluriennale di norme vigenti di spesa di conto capitale considerate di sostegno all'economia;

    - Riduzioni di autorizzazioni legislative di spesa per ciascun anno del bilancio pluriennale;

    - Modifiche normative che comportano aumenti di entrate o riduzioni di spesa;

    - Aumenti di spesa o riduzioni di entrate finalizzati al sostegno o al rilancio dell'economia, con esclusione di interventi di carattere localistico o microsettoriale;

    Redattore: Giovanni AVERSA

  • LEGGE GALASSO

    Denominazione corrente del d.l. 27.6.1985 n. 312 conv. in l. 8.8.1985 n. 431 (disposizioni urgenti per la tutela delle zone di particolare interesse ambientale). La legge Galasso è stata accorpata e coordinata insieme alla l. 29.6.1939 n. 1497 (Protezione delle bellezze naturali) dal d.lg. 29.10.1999 n. 490.

  • LEGGE GALLI

    Denomina la l. 5.1.1994 n. 36 contenente disposizioni in materia di risorse idriche.

  • LEGGE LA PERGOLA

    Denominazione abbreviata della legge l. 9.3.1989 n. 86 con cui sono stati precisati i procedimenti e le misure per l’adempimento degli obblighi comunitari nascenti dall’emanazione di regolamenti, direttive, decisioni e raccomandazioni oltreche da sentenze della Corte di giustizia europea che accertano l’incompatibilità di norme italiane con i trattati (v. diritto comunitario, sub Normativa interna d’attuazione).

  • LEGGE LA TORRE

    Denominazione corrente della 13.9.1982 n. 646, nota anche come legge Rognoni-La Torre, con disposizioni in materia di sicurezza pubblica (mafia e persone pericolose), di istituzione di commissione per lamentare sul fenomeno della mafia. Contiene (art. 21) anche misure di prevenzione di carattere patrimoniale, in particolare in materia di subappalto (art. 1656 c.c.) di opere riguardanti la pubblica amministrazione.

  • LEGGE MAMMÌ

    Denomina la l. 6.8.1990 n. 223 che contiene la disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato.

  • LEGGE MANCINO

    È la l. 12.8.1993 n. 310 contenente norme per la trasparenza nella cessione di partecipazioni, esercizi commerciali e nei trasferimenti di proprietà dei suoli.

  • LEGGE MARZANO

    Denominazione corrente della l. 5.7.2004 n. 166 che ha convertito in legge, con modificazioni, il decreto legge 3.5.2004 n. 119 “recante disposizioni correttive ed integrative della normativa sulle grandi imprese in stato di insolvenza”.

  • LEGGE NICOLAZZI

    É la l. 25.3.1982 n. 94 con norme per l’edilizia residenziale e provvidenza in materia di sfratti.

  • LEGGE OSSOLA

    Dal nome del ministro proponente, la l. 24.5.1977 n. 227 regola il sistema italiano di assicurazione dei crediti all’esportazione e i finanziamenti dei crediti a medio e lungo termine accordati dall’esportatore italiano al cliente estero con l’intervento dello Stato.

  • LEGGE PANDOLFI

    Denominazione della l. 16.12.1977 n. 904 (Disciplina dell’imposta sul reddito delle persone giuridiche, regime tributario dei dividendi e degli aumenti di capitale, adeguamento del capitale al minimo delle società e altre norme in materia fiscale e societaria).

  • LEGGE PONTE

    Denominazione corrente della l. 6.8.1967 n. 765, così chiamata in quanto ha disciplinato la materia urbanistica ed edilizia (riformando la l. 17.8.1942 n. 1150) con una normativa parziale e temporanea in attesa di una riforma organica.

  • LEGGE PRODI

    Noto anche come decreto Prodi, dal d.l. 30.1.1979 n. 26 conv. con modif. nella l. 13.4.1979 n. 95 contenente “Provvedimentiurgenti per l’amministrazione straordinaria delle gradi imprese in crisi” (legge Prodi).

  • LEGGE PRODI bis

    Indica il d.lg. 8.7.1999 n. 270 contenente la “nuova disciplina dell’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza”, emanato in forza della delega contenuta nell’art. 1 della l. 30.7.1998 n. 274 (“Disposizioni in materia di attività produttive”).

  • LEGGE QUADRO

    Legge che indica i criteri fondamentali con cui una data materia verrà successivamente regolata da altre leggi.

  • LEGGE SABATINI

    Denominazione corrente della l. 28.11.1965 n. 1329 sull’acquisto di nuove macchine utensili e il suo finanziamento agevolato.

  • LEGGE SULL'AUTOCERTIFICAZIONE

    È la l. 4.1.1968 n. 15 con le norme sulla documentazione amministrativa e sulla legalizzazione e autenticazione delle firme.

  • LEGGE SULLA PRIVACY

    Denominazione corrente della l. 31.12.1996, n. 675 (“Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali”, modif. dal d.lg. 28.12.2001 n. 467) relativa al diritto alla riservatezza.

  • Legge Temporale dei Processi Stocastici

    E' l'assegnazione delle funzioni di ripartizione di probabilità congiunte, di ogni famiglia finita di variabili aleatorie. Infatti, la caratterizzazione probabilistica di un processo stocastico Y(t) è ottenuta assegnando la distribuzione congiunta di ogni famiglia finita di variabili aleatorie. Quindi date le variabili aleatorie e l'indice temporale:

    la legge temporale è assegnata con:

    Bibliografia

    AA.VV., Matematica Finanziaria, Monduzzi Editore, 1998

    Grinstead M. C., Snell J. L., Introduction to Probability, American Mathematical Society, 1997

    Redattore: Giuliano DI TOMMASO

  • LEGGI BASSANINI

    Denominazione corrente per la l. 15 marzo 1997 n. 59 (Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplifi cazione amministrativa. Legge Bassanini); per la l. 15 maggio 1997 n. 127 (Misure urgenti per lo snellimento dell’attività amministrativa e dei procedimenti di decisione e controllo. Legge Bassanini-bis), per la legge 16 giugno 1998 n. 191 (Modifiche ed integrazioni alle leggi 15 marzo 1997, n. 59, e 15 maggio 1997, n. 127, nonché norme in materia di formazione del personale dipendente e di lavoro a distanza nelle pubbliche amministrazioni. Disposizioni in materia di edilizia scolastica Legge Bassanini-ter) e l. 8.3.1999 n. 50 (Delegificazione e testi unici di norme concernenti procedimenti amministrativi-Legge di semplificazione 1998. Legge Bassaniniquater).

  • LEGGI FORMICA

    Denominazione di due leggi, la prima (l. 29.12.1990 n. 408) relativa alla rivalutazione facoltativa per le imprese limitata ai beni strumentali (con esclusione delle scorte) applicando un’imposta sostitutiva, ridotta rispetto a quella normale, da pagarsi in due anni (Formica 1), la seconda (l. 22.4.1982 n. 168) recante misure fiscali per lo sviluppo dell’edilizia abitativa (Formica 2). È dovuta all’on. Formica, ministro delle finanze proponente, anche la legge manette agli evasori.

  • LEGGI MERLI

    Denominazione della l. 10.5.1976 n. 319 (con norme per la tutela delle acque dall’inquinamento), seguita dalla l. 24.12.1979 n. 650, nota come legge Merli bis.

  • LEGGI MERLONI

    Denominazione corrente per la l. 11.02.1994 n. 109, Legge quadro in materia di lavori pubblici (legge Merloni); per la l. 2.06.1995 n. 216, Conversione in legge, con modificazioni, del DL 3 aprile 1995, n. 101, recante norme urgenti in materia di lavori pubblici (legge Merloni-bis) e per la l. 18.11.1998, n. 415, Modifiche alla legge 11 febbraio 1994 n. 109 e ulteriori disposizioni in materia di lavori pubblici (legge Merloni-ter).

  • LEGGI TREMONTI

    Denominazione corrente del d.l. 10.6.1994 n. 357 (noto anche come decreto Tremonti e decreto Tremonti 1) conv. dalla l. 8.8.1994 n. 489 (Disposizioni per la ripresaeconomica e per la riduzione degli adempimenti per il contribuente, detta anche legge Tremonti 2). Viene chiamata Tremonti bis la l. 18.10.2001 n. 383 (Primi interventi per il rilancio dell’economia). È di iniziativa del ministro Tremonti anche la l. 7.4.2003 n. 80 di delega al Governo per la riforma del sistema fiscale statale (collegato alla legge di bilancio per l’anno2002) e il d.lg. 12.12.2003 n. 344 (riforma dell’imposizione sul reddito delle società, a norma dell’articolo 4 della legge 7 aprile 2003, n. 80).

  • LEGGI VISENTINI

    Denominazioni di tre leggi sulla rivalutazione monetaria: l. 2.12.1975 n. 576 (legge Visentini), l. 18.3.1983 n. 72 (Visentini- bis) e il d.l. 19.12.1984 n. 853, conv. conmodif. nella l. 17.2.1985 n. 17 (Visentini-ter).

  • LEGISLAZIONE ANTIMONOPOLISTICA

    Normativa che combatte le coalizioni limitatici della libera concorrenza. In diversi Paesi esistono leggi appositamente promulgate a questo fine: il primo esempio è dato dalla legislazione statunitense che risale allo Sherman Act del 1890. L’adozione di una normativa italiana di tutela della concorrenza è avvenuta solocon la l. 10.10.1990 n. 287, con decenni di ritardo rispetto all’esperienza degli altri paesi industrializzati e della stessa Comunità Europea che, con gli artt. 81-86 (ex artt. 85-90) del T.CEE e gli artt. 65-67 del Trattato CECA (cosi come modificati dal Trattato di Amsterdam del 2.10.97, ratificato dall’Italia con la l. 16.6.98 n. 209) s’era già dotata fin dalla metà degli anni Cinquanta di una legislazione in materia. In talia numerose proposte di legge in materia erano state presentate senza successo negli anni Cinquanta e Sessanta, bloccate dall’opposizione dell’industria pubblica, contraria ad assoggettarsi al regime di concorrenza e da quella del settore privato, comprensibilmente ostile a progetti che comunque prevedevano ampie esenzioni dalla normativa per le attività del settore pubblico. In questo ultimo caso, si sosteneva che, data al presenza di restrizioni alla concorrenza spesso derivanti da vincoli di carattereamministrativo e da politiche industriali volte a privilegiare specifici settori o categorie di imprese, ampie esenzioni risultavano discriminatorie nei confronti del settore privato. Le proposte di introduzione di una normativa antitrust che si sono susseguite negli anni Cinquanta e Sessanta erano motivate dall’esigenza che il tumultuoso processo di sviluppo che stava interessando il Paese non provocasse distorsioni allocative tali da danneggiare i consumatori. Nel 1979 il dibattito si riaprì con una proposta della Confindustria a cui seguì nel 1983 la proposta di “Statuto di impresa” della Commissione ministeriale Ferri. Entrambe le proposte, ispirate alla disciplina di tutela della concorrenza europea, non ottennero maggiore successo delle precedenti. Esse tuttavia vanno ricordate per la chiarezza con cui si proposero il problema di garantire parità di condizioni fra impresa pubblica e impresa privata e per l’ampio spazio che riservarono alla valutazione degli effetti anticoncorrenziali del sistema economico nazionale. Successo ebbero, per contro, l’introduzione di discipline settoriali antitrust riguardante le imprese operanti nei settori dell’editoria(l. 5.8.1981 n. 416, modificata dalla legge 25.2.1987 n. 67) e in quello radiotelevisivo (l. 6.8.1990 n. 223, legge Mammì) volta a garantire il pluralismo dell’informazione di massa e a impedire l’assunzione di posizioni dominati nei relativi mercati. È opportuno sottolineare, però, che normativa in questione ha avuto come obiettivo principale non la tutela della concorrenza, ma la salvaguardia del diritto all’informazione attraverso la regolamentazione degli assetti proprietari delle imprese editrici di quotidiani e delle emittenti radiotelevisive. La Comunità Europea, dal canto suo, ha sempre considerato la tutela della concorrenza uno dei suoi rincipali obiettivi (v. gli artt. 2-3 TCE) così come modificato dal Trattato di Maastricht e da ultimo dalla l. 16.6.1998 n. 209 di ratifica del Trattato di Amsterdam. Gli interventi in questa direzione sono tuttavia andati intensificandosi a partire dagli anni Ottanta, con una maggiore severità nell’applicazione degli articoli del Trattato di Roma riguardanti gli ostacoli posti alla concorrenza. In particolare, la Commissione della Comunità Europea ha eseguito una rigorosa politica di limitazione degli aiuti pubblici a sostegno di imprese e industrie nazionali (artt. 87-89 TCE, ex artt. 92-94). Nel dicembre del 1989 con l’adozione del Regolamento 89/4069/ CEE, relativo al controllo preventivo delle operazioni di concentrazione tra imprese operanti nel mercato comunitario, la Comunità Europea ha compiuto un passo ulteriore nell’ampliamento della gamma degli strumenti di cui dispone per tutelare la concorrenza. Il processo di completamento del mercato unico europeo, infatti, aveva messo in evidenza la difficoltà di estendere l’applicazione degli ex artt. 85 e 86 del TCE fino a comprendere tutte le operazioni di concentrazione potenzialmente pregiudizievoli della concorrenza. Con l’approvazione del Regolamento cit. veniva così recepita una proposta dibattuta all’interno della Commissione fin dal 1973, sostenuta con particolare enfasi dai rappresentanti tedeschi (v. Autorità antitrust). Da ricordare, anche, il d.lg. 25.1.1992 n. 74, modificato dal d.lg. 25.2.2000 n. 67, emanato in attuazione della direttiva 84/450/CEE, come modificata dalla direttiva 97/55/CEE in materia di pubblicità ingannevole e comparativa.

  • LEGITTIMA

    Parte del patrimonio ereditario, detta anche riserva, che va devoluta necessariamente a favore di determinati soggetti indicati dalla legge. La funzione svolta dall’istituto è pertanto quella di proteggere i diritti di coloro (legittimari) i quali, in base ad uno stretto vincolo di parentela col defunto, hanno ragione di attendersi di ricevere in successione i beni di quest’ultimo, per lo meno limitatamente ad una certa porzione. La legge determina sia le persone dei legittimari che l’entità delle porzioni loro riservate, di modo che non sono impugnabili le disposizioni successorie di chi in vita abbia disposto del proprio patrimonio, a suo piacimento, nel rispetto dei diritti dei legittimari fissati dalla legge. Viceversa l’inosservanza, da parte del testatore, di tali limiti fa sorgere un diritto in capo ai legittimari pretermessi o comunque danneggiati, che consente loro di prelevare dall’asse ereditario la porzione di patrimonio stabilita dalla legge. La tutela accordata ai riservatari si estrinseca prevalentemente attraverso l’azione di riduzione. Per poter esercitare detta azione e calcolare la quota di legittima è necessario che si ricostruisca l’attivo ereditario al netto dei debiti. Sono suscettibili di aggressione prima le disposizioni testamentarie e poi le donazioni effettuate dal defunto prima della morte in danno del legittimario; costui, però, può agire solo a condizione che non abbia ricevuto donazioni le quali abbiano eliminato il pregiudizio, oppure non abbia ricevuto un legato in sostituzione di legittima cui non voglia rinunciare. Le disposizioni in violazionedella quota di riserva non sono però nulle in assoluto, dal momento che solo il legittimario ha la facoltà di decidere se impugnarle o meno. Il nuovo diritto di famiglia, lasciando intatta la configurazione dell’istituto, si è limitato a stabilire che al coniuge vengano trasferite quote in piena proprietà e non più solo in usufrutto.

  • LEGITTIMAZIONE

    Requisito soggettivo occorrente per il valido compimento degli atti giuridici, che consiste nell’idoneità a porre in essere un determinato atto con gli effetti che la legge gli attribuisce. La legittimazione consiste nella relazione esistente tra il soggetto e la materia su cui l’atto incide, indicando il potere del soggetto di disporne e conseguentemente la possibilità di compiere validamente l’atto. P.e., perché un contratto di compravendita sia effi- cace, occorre che il venditore, oltre la capacità giuridica e la capacità d’agire, abbia anche la legittimazione a vendere. Egli deve cioè essere proprietario del bene o comunque deve avere il potere di disporne mediante alienazione (come nell’ipotesi di mandato a vendere), altrimenti la vendita sarà priva di valore giuridico. Nel campo processuale la legittimazione è considerata una condizione dell’azione e si distingue in legitimatio ad causam (cioè legittimazione ad esercitare quella particolare azione) e legitimatio ad processum (cioè a compiere in concreto gli atti processuali necessari).

  • LEGITTIMITÀ

    Rapporto di conformità tra l’azione amministrativa ed il modello normativo. Può essere accertato mediante un giudizio, che dovrà rilevare se il provvedimento amministrativo corrisponda o meno allo schema astratto previsto dalla legge per quel dato tipo di atto, in modo tale da presentarsi immune da vizi. Mentre nessuna legge indica espressamente le cause di nullità dell’atto amministrativo, il nostro ordinamento specifica tassativamente quali sono i vizi di legittimità che danno luogo alla sua annullabilità. Secondo l’art. 26 del r.d. 26.6.1924 n. 1054 sul Consiglio di Stato, tre sono le figure tipiche di annullabilità per vizi di legittimità: violazione di legge, incompetenza, eccesso di potere. Per violazione di legge si intende l’esistenza di un rapporto di contraddittorietà fra l’atto e una norma di legge, sia formale che materiale. Si ha l’incompetenza (v. competenza) quando un atto è emanato da un organo amministrativo diverso da quello avente potestà di provvedere. L’eccesso di potere, infine, consiste nella violazione dei limiti interni della discrezionalità da partedell’autorità amministrativa nell’esercizio appunto di un suo potere discrezionale (perseguimentodi un interesse diverso da quello pubblico, vizio di volontà e, in generale, emanazione dell’atto per uno scopo diverso da quello previsto dalla legge).

  • LEHMAN BROTHERS


    Lehman Brothers ha chiesto la protezione dai creditori ex art 11 della legge fallimentare americana il 15 settembre 2008. Ad ora è stato il più grande fallimento del sistema bancario americano. Gli altri intermediari bancari e finanziari in difficoltà durante la crisi subprime sono strati salvati dal Governo americano (Bear Sterns, Fanny Mae and Freddie Mac). La storia di Lehman Brothers parte nel secolo XVII quando i fratelli Lehman commerciavano in cotone, legni e altre materie prime. Si trasferirono dall’Olanda in America e fecero la loro fortuna nel commerciare con settori di mercato in sviluppo, non consolidati e in forte crescita. Nel secolo XX e XXI Lehman ha avuto un ruolo di leadership nelle fusioni e acquisizioni; in Italia è famosa per aver gestito in qualità di advisor l’operazione di acquisizione di Telecom Italia da parte di un gruppo di finanziatori capeggiati da Colaninno.

    © 2010 ASSONEBB

  • LETTER OF CREDIT BACKED MEDIUM TERM NOTE

    Programma di emissione di euro- medium term notes garantito dal rilascio di una lettera di credito da parte della banca che hacurato l’emissione. Tale tecnica è presa a prestito dal mercato della commercial paper, dove è prassi assai diffusa. Programmi di L/C backed medium term notes sono stati lanciati fino ad ora esclusivamente sul mercato statunitense, anche se è lecito attendersi un loro utilizzo in tempi brevi nel mercato internazionale.

  • LETTERA

    Espressione di borsa che indica il prezzo al quale il venditore è disposto a vendere un certo titolo o una certa valuta (corso lettera) (v. fare lettera). Designa, inoltre, la fase di mercato in cui prevale l’offerta di titoli e quindi le quotazioni sono in ribasso.

  • LETTERA DI ADDEBITAMENTO O DI ACCREDITAMENTO IN CONTO CORRENTE

    Comunicazione scritta con la quale la banca conferma al titolare di un conto corrente di corrispondenza l’avvenuto accreditamento o addebitamento di somme relative ad operazioni disposte dal correntista stesso. Si noti che detticonti correnti sono denominati “di corrispondenza” appunto perché a mezzo lettera vengono impartiti gli ordini di riscossione e di pagamento, così come, successivamente, viene comunicata l’esecuzione delle operazioni di versamento e di prelevamento effettuate. Le lettere di addebitamento o di accreditamento in conto corrente costituiscono sia un mezzo di informazione per il titolare del conto corrente, sia un documento probatorio dell’avvenuta esecuzione, secondo le istruzioni del cliente correntista, delle operazioni da lui stesso ordinate. In genere sono oggetto di comunicazioni per lettera: giroconti, bonifici, netti ricavi di effetti presentati allo sconto, acquisti o vendite di titoli pagamento o incasso di fatture e, comunque, tutte le operazioni che non rientrano tra quelle effettuabili allo sportello, comprovate dalle ricevute di cassa.

  • LETTERA DI CREDITO

    Documento contenente l’ordine dato da una banca ad una o più filiali o a corrispondenti, di mettere a disposizione del titolare della lettera una determinata somma di denaro, utilizzabile a sua richiesta, nei limiti e alle condizioni in essa stabilite. Essa d eve indicare il nome del beneficiario, la durata del credito, le modalità di utilizzo. La lettera di credito (o credenziale) attesta (esistenza di un’apertura di credito speciale, cui ricorrono coloro che, avendo bisogno di disponibilità monetarie su piazze estere, desiderano evitare il trasferimento diretto di valori. La banca emette la credenziale previo versamento, da parte del richiedente, della somma di cui quest’ultimo desidera disporre all’estero a meno che il richiedente non sia affidato presso la bancae la credenziale rientri nell’utilizzo del fido. La lettera di credito può essere semplice o circolare. È detta semplice (o diretta) quando è indirizzata ad una determinata banca, alla quale è stato inviatolo specimen della firma del benefi ciario (talvolta la lettera di credito non viene emessa e la banca si limita a trasmettere alla propria corrispondente un semplice ordine di accreditamento, con lo specimen della firma del cliente). La lettera di credito è circolare quando può essere utilizzata presso più corrispondenti. Con la c.d. credenziale di indicazione la lettera viene indirizzata indistintamente a tutte le corrispondenti della banca emittente. La lettera di credito può essere revocabile o irrevocabile a seconda che possa essere annullata o meno in qualsiasi momento. La irrevocabilità del credito, limitata al termine indicato, può tuttavia essere annullata con la lettera di proroga. L’utilizzazione parziale del credito viene annotata sulla lettera; l’utilizzazione integrale comporta il ritiro della stessa e la restituzione alfa banca emittente. Se la banca intende procurare al benefi- ciario della lettera anche una certa assistenza finanziaria e commerciale rilascia la credenziale di raccomandazione. Con la lettera di conferma la banca notificante, cioè la corrispondente estera, si dichiara disposta ad eseguire l’ordine della banca emittente. La banca percepisce una commissione di accreditamento all’atto del rilascio della lettera di credito calcolata in percentuale dell’ammontare messo a disposizione; ulteriori provvigioni e spese vengono poi corrisposte in relazione all’utilizzo alla banca emittente o alla banca corrispondente. Spesso la lettera di credito è richiesta dagli esportatori alla banca dell’importatore che rilascia loro la c.d. lettera di credito di negoziazione: gli esportatori la uniranno alla tratta spiccata sul compratore per chiederne la negoziazione presso la banca o le banche corrispondenti indicate nella lettera (v. credito documentario).

  • LETTERA DI GARANZIA

    Dichiarazione rilasciata da un istituto di credito a un terzo nell’interesse di un proprio cliente. Nella maggiorparte dei casi si tratta di una garanzia personale risultante da una semplice lettera riferita ad obbligazioni del cliente di dare, di fare e di non fare. Tali garanzie sono per lo più costituite da fideiussioni. In generale le garanzie possono riguardare la puntualità di un pagamento, il regolare adempimento di un contratto, la regolare osservanza di determinati obblighi, (adempimento delle mansioni inerenti ad un dato ufficio pubblico o privato. Le garanzie inerenti ai contratti possono avere carattere parziale, cioè essere limitate all’osservanza soltanto di alcune clausole.

  • LETTERA DI INTENTI

    Documento in cui sono fissate le principali clausole che le parti possono scambiarsi prima della conclusione di alcuni tipi di contratti (come quelli bancari e societari, o aventi per oggetto prestazioni di garanzia). Tale espressione della volontà ne-goziale si inserisce nell’ambito delle trattative e non dà ancora luogo alla conclusione del contratto preliminare. In questo stadio le parti, ancora libere di stipulare o meno il contratto, sono comunque tenute a comportarsi secondo buona fede e hanno quindi l’obbligo di indicare l’esistenza, o la possibilità di esistenza, di cause invalidanti. La violazione di tale principio, infatti, dà luogo alla responsabilità precontrattuale (fondamentalmente diversa da quella contrattuale) in base alla quale l’attore ha l’onere di provare oltre al fatto generatore del danno anche la colpa o il dolo dell’altra parte. Nei rapporti giuridici internazionali, la lettera di intenti viene rilasciata in occasione di prestiti finalizzati secondo gli impegni in esse assunti dal paese beneficiario del credito.

  • LETTERA DI PATRONAGE

    Documento redatto in forma di lettera che si sostanzia in figure anomale di garanzia personale ed e inviato dal patronnant ad una banca per indurla ad accordare, mantenere o prorogare un finanziamento o altre condizioni di natura finanziaria in favore di un terzo; generalmente il patronnant è una società titolare di una partecipazione azionaria più o meno ampia (e normalmente si tratta di società capogruppo o controllante) al capitale del terzo (impresa sovvenuta) e la “lettera” enuncia sempre il rapporto intercorrente tra le due società. Si ritiene, nella generalità dei casi, che il fenomeno non si risolve in un gentlemen’s agreement e che, al contrario, le dichiarazioni contenute nel documento producono effetti giuridici. Una volta affermatane comunque la giuridicità, le “lettere” si caratterizzano, nella prassi, per la variabilità del contenuto delle clausole nelle quali si articolano, consentendo così di graduare gli obblighi gravanti in capo al patronnant: a fronte di dichiarazioni di patronage “debole”, nelle ipotesi di assunzione di impegni particolarmente onerosi verso la controllata (p.e. nella c.d. dichiarazione di solvibilità e nella c.d. dichiarazione di divieto di svuotamento) si a è parlato di patronage “forte”. Gli interpreti hanno recentemente raggruppato in distinte categorie le “lettere” di conforto fiorite nella prassi commerciale: a) lettere di mera comunicazione, nelle quali il patronnant dichiara di conoscere e approvare il contratto esistente (o di prossima stipulazione) tra la banca e la società controllata e comunica l’impegno a non cedere la partecipazione azionaria prima dell’adempimento dell’obbligazione della società sovvenuta o, comunque, a darne previo e tempestivo avviso all’istituto di credito, b) lettere con impegno di vigilanza e controllo, nelle quali il patronnant si impegna, in virtù dei poteri che gli derivano dal ricoprire il ruolo di socio controllante, ad esercitare la propria influenza sulla società controllata affinché adempia esattamente le obbligazioni contratte con la banca; c) lettere con assicurazione circa il pagamento o la solvibilità, che contengono l’impegno del patronnant di fornire al sovvenuto i mezzi finanziari necessari al pagamento o sufficienti a garantirne la solvibilità. In tutti i casi sopra richiamati a fronte dell’inadempimento degli impegni assunti dal patronnant corrisponde la nascita di una obbligazione risarcitoria, rimanendo peraltro controversa la natura della responsabilità gravante in capo alla società controllante: certamente, nel caso sub a), non ricorrendo gli estremi della fideiussione o del mandato di credito, può rinvenirsi solo un illecito extracontrattuale per la comunicazione di informazioni inesatte, sanzionato ex art. 2043 c.c. Anche con riguardo alle restanti figure difficilmente sarà configurabile una responsabilità contrattuale del patronnant nei confronti della banca: da un lato in quanto quest’ultima è solo destinataria di una comunicazione e mai di una dichiarazione di volontà avente contenuto obbligatorio e, in secondo luogo, perché ciò equivarrebbe a frustrare la funzione delle lettres provocandone la scomparsa.

  • LETTERA DI PEGNO

    Dichiarazione rilasciata alla banca, che ha scontato cambiali garantite da documenti rappresentativi della merce, percostituire esplicitamente in pegno la merce rappresentata dai documenti. Nel commercio internazionale l’esportatore che vende merci concordando il pagamento su tratte documentate può evitare di far trascorrere un lungo periodo di tempo prima di incassare il prezzo, ottenendo da una banca lo sconto delle tratte documentate. I titoli rappresentativi della merce viaggiante vengono, quindi, girati alla banca che acquista diritti di pegno sulla merce. La lettera di pegno può ugualmente riguardare azioni e obbligazioni date in garanzia alla banca a fronte di anticipazioni di somme o di prestiti (v. anticipazione bancaria).

  • LETTERA DI TRASPORTO AEREO

    Documento mediante il quale si perfeziona il contratto di trasporto aereo. La lettera di trasporto aereo viene emessa in tre esemplari: l’originale, che, firmato dal mittente, è trattenuto dal vettore; il secondo esemplare, sottoscritto dal vettore e dal mittente, accompagna la merce; il terzo, firmato dal vettore, è rilasciato al mittente. La lettera di trasporto aereo, se la legislazione dello Stato lo consente, può essere nominativa, al portatore o all’ordine. In ogni caso contiene: denominazione sociale della società vettrice; numero e data di emissione; nominativo del destinatario e del mittente; aeroporto di partenza e di arrivo; descrizione della merce, con specifica dei colli, marche e numeri che li contrassegnano, valore della merce. A seconda che la spedizione riguardi un trasporto nazionale o internazionale, oltre ai tre originali vengono emesse delle copie per facilitare le formalità di, imbarco e sbarco e le operazioni doganali. In base al Codice di navigazione la lettera di trasporto aereo ha natura di titolo di credito rappresentativo delle merci (v. titolo rappresentativo di merce). In base al modello adottato dalla IATA (International Air Transport Association), viceversa, il documento porta l’indicazione not negotiable,come una ricevuta di spedizione. Nella prassi corrente la lettera di trasporto aereo non è usata, nella generalità dei casi viene utilizzato il modello IATA.

  • LETTERA DI VETTURA

    Documento che il mittente deve consegnare alla stazione di partenza per ogni spedizione in piccole partite o a carro, debitamente compilato nelle indicazioni di sua spettanza e da lui sottoscritto. È rilasciatonell’interesse prevalente del vettore contro il mittente e il destinatario. Nelle Ferrovie dello Stato la lettera di vettura, che è nominativa, prova la conclusione del contratto di trasporto ferroviario, ma non costituisce titolo rappresentativo delle merci. La lettera di vettura normale, predisposta per le spedizioni a carro, consta di quattro parti: a) originale (accompagna le merci dalla stazione di partenza a quella di destino e viene trattenuto dall’amministrazione ferroviaria); b) duplicato (detto anche ricevuta di spedizione o riversale ferroviaria) è la parte che, bollata e firmata dal vettore, viene rilasciata al mittente come prova della consegna delle merci all’amministrazione ferroviaria e, quindi, dell’avvenuto perfezionamento del contratto di trasporto; c) lettera di avviso (detta anche avviso di arrivo), segue, come l’originale, le merci fino alla stazione di arrivo, da dove viene inviata al destinatario delle merci per avvisarlo dell’arrivo di queste o della decorrenza del termine per il ritiro; d) bollettino di consegna (o svincolo) che accompagna le merci e viene consegnato al destinatario dopo che questi ha effettuato il pagamento di quanto eventualmente dovuto, affinché, esibendolo, possa ritirare le merci presso il magazzino dellastazione destinataria ovvero presentare reclamo per perdita, avaria o ritardi nella resa. Il mittente deve compilare la lettera di vettura nelle varie parti con le indicazioni di sua spettanza. L’amministrazione vi aggiunge gli estremi di accettazione della spedizione e le altre indicazioni di propria competenza. La lettera di vettura deve indicare: la stazione mittente, quella destinataria e, se occorre (cioè quando quest’ultima sia di “scambio”) la località defi- nitiva oltre la ferrovia; il cognome, il nome o la ragione sociale e l’indirizzo del mittente. Sulla lettera di vettura può essere indicato un solo mittente. Nel caso sia omessa l’indicazione del mittente, l’amministrazione ferroviaria considera tale a tutti gli effetti il presentatore della ricevuta di spedizione senza essere tenuta ad assicurarsi se il medesimo ne sia il legittimo possessore. Nella medesima ipotesi sulla lettera di vettura può essere indicato un domiciliatario ai soli effetti della comunicazione di eventuali impedimenti al trasporto o alla riconsegna; il cognome, il nome o la ragione sociale e l’indirizzo del destinatario. Sulla lettera di vettura può essere indicato un secondo destinatario - anche se in altra destinazione - a disposizione del quale dovrà essere posto il trasporto nel caso in cui il primo destinatario ne rifiuti lo svincolo o non vi provveda entro i termini stabiliti dalla legge; la natura della merce, la quantità, le marche e il numero dei colli, il modo di imballaggio ed, eventualmente, le dimensioni (per il bestiame sciolto, il numero dei capi); se il trasporto si effettua in porto affrancato o “porto franco” (pagato dal mittente) o assegnato (a carico del destinatario); il valore dichiarato nel caso in cui il trasporto abbia, per oggetto numerario, carte valori e oggetti preziosi; il luogo di consegna (stazione o domicilio del destinatario); l’indicazione del carro (coperto, scoperto, frigorifero ecc.) con l’eventuale richiesta di verifica della tara; la speci- ficazione dei documenti allegati alla lettera di vettura; la dichiarazione di riconoscimento di anormalità degli imballaggi, detta anche di garanzia, con la quale il mittente esonera l’amministrazione da ogni responsabilità per i danni derivanti da difetto di condizionatura; la data e la firma del mittente. Il mittente, inoltre, nella lettera di vettura può: richiedere l’applicazione di una particolare tariffa; indicare l’itinerario della spedizione; richiedere la verifica dei peso dichiarato; richiedere che la spedizione sia gravata di assegno. In tale caso la somma deve essere scritta in cifre e in lettere nell’apposito spazio. L’amministrazione ferroviaria riscuote dal destinatario, all’atto dello svincolo della spedizione, la somma indicata e la mette a disposizione del mittente entro 10 giorni, per i trasporti in servizio interno, o entro 15 giorni, per i trasporti in servizio cumulativo; il mittente deve presentare la dichiarazione di interesse alla riconsegna, indicando il valore che attribuisce alla tempestiva e regolare riconsegna delle merci a destino; richiedere all’amministrazione ferroviaria il versamento della somma corrispondente a “spese anticipate” per la spedizione (facchinaggio, trasporto alla stazione ecc.). Ricevuto l’importo, il mittente appone sulla lettera di vettura dichiarazione di quietanza in modo che la spesa pagata venga rimborsata dal destinatario al momento dello svincolo e chiede che gli sia rimessa la ricevuta di ritorno, quale prova dell’avvenuta consegna della merce al destinatario.

  • LETTRE DE CHANGE RELEVÉ

    Acr.: LCR. Negli anni Novanta le banche francesi si sono avviate sulla strada della dematerializzazione degli effetti circolanti all’interno, in modo da sostituire il supporto cartaceo con messaggi elettronici e accelerare il trattamento dei titoli al punto da operare in stanza di compensazione con data-valuta giorno di scadenza dei titoli. I nuovi titoli elettronici sono denominati lettre de change relevé, La procedura LCR è stata estesa di recente anche agli scambi internazionali, ovviamente se c’è l’accordo dei corrispondenti esteri delle banche francesi. I vantaggi del sistema sono l’avere un unico interlocutore bancario, l’incasso celere (s’intende sempre salvo buon fine), comunicazione tempestiva degli insoluti (in mancanza di segnalazioni entro il nono giorno lavorativo dalla scadenza, l’accredito si considera definitivo); riduzione dei costi, possibilità di trattare effetti con accettazione. Importanti sono anche i benefici nella gestione di tesoreria.

  • LETTURA OTTICA E OTTICO-MAGNETICA

    La lettura ottica e ottico-magnetica è il mezzo oggi più diffuso di identificazione automatica e consiste nel riconoscimento di caratteri codi- ficati apposti su qualsiasi supporto scrivibile e compatibile con i dispositivi di lettura La lettura è compiuta con apparecchiature a luce laser led (che utilizzano le riflessioni di un pennello di luce incidente sulla superficie del supporto) o mediante apparecchiature di lettura ottico- magnetica. Il procedimento a luce laser è lo stesso applicato dal riconoscimento ottico di testi (v. OCR). Esistono in commercio parecchi sistemi di lettura e di riconoscimento a lettura ottica e ottico magnetica specializzati a uso dell’industria, del commercio e delle banche. Tutti richiedono, per la sicurezza del riconoscimento, che il documento da leggere sia scritto con un certo tipo di caratteri e di contrassegni (font, cioè set completi di caratteri da stampa) prede- finiti di tipo speciale, a inchiostro magnetico e non, oppure con codici a barre (v. infra). Le tipiche applicazioni bancarie, tutte con speciali font, sono quelle per il trattamento di assegni e di altri documenti. I font standard impiegati sono l’OCR-A, l’OCR-B e la famiglia: MICR (Magnetic Ink Character Recognition) con le due versioni, l’E13B e il CMC7 che sono impressi con un particolare inchiostro magnetico. I programmi di tutti e quattro i set sono supportati anche da Windows e possono, quindi, essere stampati economicamente anche tramite un personal computer. OCR-A e OCR-B sono a lettura ottica, il primo di più facile lettura per le macchine, il secondo per l’uomo. L’OCR-B è impiegato in Italia per la marcatura degli assegni in coppia con il CMC7. Gli MICR sono a lettura magneto-ottica. Altre applicazioni specifiche di rilievo (con codici a barre) riguardano la codificazione della corrispondenza postale, quella ISBN (International Standard Book Number) per libri e periodici, l’EAN (European Article Numbering system) e l’UPC (Universal Product Code) per il commercio al dettaglio. Il codice a barre ha una elevata sicurezza di lettura, ma risente di limitazioni nel numero e tipo di caratteri rappresentabili e ciò spiega la sua larghissima diffusione al di fuori delle banche.

  • LEU ROMENO

    Codice ISO: ROL. Il leu romeno fu emesso per la prima volta il 14 aprile 1867 in seguito alla composizione della vertenza tra Russia, Austria e Turchia sull’assetto delle province della Romania e all’indipendenza della nazione romena. Il leu d’oro ebbe una parità definita in 0,290322 grammi di fino e il leu d’argento uscì nel peso di 4,5 grammi. Fu stabilita la parità di un leu con il franco germinale. Nel 1890 la Romania entrava in regime di gold standard, sospeso poi allo scoppio della prima guerra mondiale. Nel 1929 la stabilizzazione monetaria avvenne riducendo la parità a 0,009 grammi di fino, corrispondente a un cambio di 167,2 lei per dollaro Usa La stabilizzazione fu di breve durata e la parità fu rivista più volte prima di legare provvisoriamente il leu al marco tedesco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Nel 1941 in Bessarabia e nella Bucovina fu stabilito un cambio alla pari con il rublo sovietico. L’entrata in guerra della Romania a fianco dell’Asse e l’occupazione russa portarono a una caduta del leu, che nel 1944 valeva 1/100 di rublo. L’inflazione continuò a colpire il leu, che da un corso di 3.500 lei per un dollaro nel 1946 passò l’anno successivo a valori di iperinflazione. Nel luglio del 1947 il dollaro quotava oltre 2 milioni di leu. Nel successivo mese di agosto avvenne la stabilizzazione monetaria con il cambio dei biglietti, al corso di un nuovo leu contro 20 mila lei vecchi. Fu fissata una nuova parità di 0,00594 grammi di fi no corrispondenti a un corso di 150 nuovi lei per dollaro. Nel 1952 ci fu un altro cambio della carta moneta, con una parità rialzata a 0,079346 grammi di fino, corrispondenti a un cambio di 2,86 lei per rublo e di 11,2 lei per dollaro. Due anni dopo, nel 1954 la parità fu rialzata di nuovo a 0,148112 grammi di fino, cui corrispose un cambio di 1,5 lei per rublo e di 6 lei per dollaro. Anche questo intervento delle autorità monetarie si rivelò inutile e il leu continuò a inflazionarsi fino a quando nel 1957, entrato già nell’area del rublo, ne fu definito il corso con il dollaro a 12 lei. In seguito la moneta romena subì le vicende del rublo sovietico con cambi manovrati e di scarsa applicazione. Con il collasso del sistema sovietico il leu ha riacquisito completa autonomia, ereditando però una situazione pesante.

  • LEV BULGARO

    Codice ISO: BGL. Conquistata l’indipendenza, la Bulgaria emise nel 1880 la propria unità monetaria, il lev, alla pari con il franco germinale, come aveva fatto la Romania. La parità aurea fu fissata quindi in 0,290322 grammi di fino con piena convertibilità del biglietto di banca. In pratica la Bulgaria entrò in regime di gold standard. La convertibilità fu sospesa nel 1899 e fu ripristinata nel 1906, per essere sospesa di nuovo nel 1912. Seguì un periodo di deprezzamento della valuta, che proseguì durante e dopo la prima guerra mondiale. Nel 1924 fu tentata una stabilizzazione di fatto con controllo dei cambi, che non ebbe successo. Solo nel 1928 la parità fu ride- finita abbassandola a 0,01086956 di fino e in teoria avrebbe dovuto corrispondere a un cambio con il franco Poincaré di 5,42 leva, oppure di 138,4 leva per dollaro e di 673,65 leva per lira sterlina. Anche la nuova parità non poté essere difesa nei successivi anni ‘30, che viderosconvolgimenti monetari in tutto il mondo. Nel 1940 il lev fu legato al marco tedesco a un cambio di 32,75 leva, che dovette sopportare il peso della circolazione militare tedesca di occupazione, articolata sul Reichsfpenning. Nel 1944 la Bulgaria era occupata dall’Armata Rossa, che pose un cambio di 15 leva per rublo sovietico. Nel 1945 nei territori bulgari occupati dall’esercito iugoslavo ci fu un cambio della moneta al tasso di 10 leva per dinaro iugoslavo. Nell’ottobre del 1945 la Bulgaria pose un cambio provvisorio di 120 leva per dollaro, che rapidamente si deteriorò. Nel successivo dicembre il dollaro quotava 186,5 leva. Ebbe inizio un forte processo inflazionistico, che nel 1949 portò il cambio al record di 1.800 leva per dollaro. Nel maggio del 1952 avvenne un cambio della moneta con la creazione del nuovo lev cambiato al tasso di conversione di 100 vecchi leva, salvo salari, pensioni e debiti regolati con un tasso di 1 a 25. Fu inoltre definita una nuova parità aurea di 0,130687 grammi di fino, con un cambio di 1,7 leva per rublo e di 6,80 leva per dollaro. Tra il 1952 e il 1957 il lev si svalutò rispetto al dollaro ed entrato nell’area del rublo ebbe cambi non realistici anche se in linea con la riforma monetaria sovietica del 1961. A conferma di una politica monetaria tormentata la Bulgaria introdusse nel 1962 il lev pesante al tasso di conversionedi un nuovo lev per 10 leva vecchi. Ma la parità della nuova banconota fu però definita in 0,759548 grammi di fino e non come 10 volte quella del 1952, come doveva avvenire in base al tasso di conversione delle nuove banconote. Ne scaturirono cambi di 0,89 leva per rublo e di 1,17 leva per dollaro. Ma le condizionieconomiche del Paese non consentivano che la rivalutazione del lev potesse essere difesa e quindi il potere d’acquisto della moneta si deteriorò sistematicamente nell’ambito dell’area del rublo fino al collasso dell’economia sovietica. L’impatto con l’economia di mercato, con lo smantellamento dell’apparato valutario di economia accentrata, non poteva non avere riflessi sulla tenuta del cambio valutario. Da un corso centrale ufficiale di 24,49 lei per dollaro Usa nel 1991 il deprezzamento è stato progressivo, risultando alla fine degli anni ‘90 di oltre tre volte il corso del 1991.

  • LEVA FINANZIARIA

    Sin: leverage (termine di origine americana, ormai generalmente accettato; solo in Inghilterra è invece usuale gearing). Effetto moltiplicativo della differenza tra redditività del capitale investito e costo del capitale di prestito di un’impresa misurato dall’indice che porta lo stesso nome e cioè dal rapporto tra mezzi di terzi e mezzi propri. L’effetto è espresso dalla formula: ROE = ROI + K (ROI-i) dove: 

    ROI = risultato gestione caratteristica (reddito operativo)
                      Capitale investito (totale impieghi)
     
    ROE =   utile netto     ;         K = capitale di terzi  ;    i= costo
                Capitale netto                capitale proprio

    del denaro. K è l’indice della leva finanziaria, ROI e ROE significano rispettivamente Return on Investment (= redditività del capitale investito) e Return on Equity (= redditività del capitale proprio). Al crescere di K, se ROI<i l'utile tende a ridursi fino a divenire negativo, pur restando inalterata l'efficienza operativa dell'azienda; se ROI>i,  è possibile invece aumentare l’utile unicamente manovrando il capitale di terzi. Questa scelta comporta però rischi crescenti, sia sul piano dell’autonomia dell’azienda, sia in relazione alla difficoltà di ridurre i debiti nel breve termine nel caso in cui il ROI diventi inferiore al costo del denaro. La prima formula su riportata per il calcolo del ROE è semplificata poiché in essa non si tiene conto di: a) effetto paratasse (presenza di IRPEG e possibilità di “scaricare” sull’Erario una parte del peso economico dei finanziamenti di terzi); b) presenza di componenti positivi o negativi di reddito di natura extracaratteristica e che incidono sul ROE, ma non sul ROI (proventi finanziari per le imprese industriali e commerciali); c) possibilità di ottenere finanziamenti a costi inferiori rispetto a quello di mercato (crediti agevolati). È possibile riferire questa formula anche al reddito operativo globale, che includela gestione accessoria (v. conto economico riclassificato), riducendo così l’effetto delle limitazioni del punto d) ai soli componenti straordinari della gestione. Un indice di leva finanziaria positivo non necessariamente costituisce un invito ad ulteriore indebitamento, in quanto più si ccresce quest’ultimo più è forte il rischio che, in caso di “rovesciamento” della differenza tra ROI e il tasso di interesse, si amplifichi una situazione negativa per l’azienda. L’effetto del leverage, infatti, è di determinare in funzione dell’indebitamento un aumento o una diminuzioneiù che proporzionale del ROE in ragione dell’andamento del costo del denaro e, dal punto di vista degli azionisti, un aumento o una diminuzione più che proporzionale dell’utile distribuibile.

  • LEVA OPERATIVA

    Effetto sul risultato operativo della composizione strutturale dei costi di un’impresa misurato con l’indice che porta lo stesso nome, più noto con l’espressione americana operatine leverage. L’indice esprime il rapporto della variazione percentuale del risultato operativo e variazione percentuale dei volumi di attività (solitamente le vendite) in un dato intervallo generalmente diverso da 1. Ciò è determinato dall’incidenza dei costi fissi nella gestione aziendale che non è proporzionale alle quantità prodotte e vendute. Quanto maggiore è l’incidenza, tanto più elevata è la quota di ricavi necessaria per raggiungere il punto di pareggio con i costi (v. breakeven point). Una volta raggiunto e superato il breakeven point, un’azienda che presenta elevati costi fissi ritrae un incremento percentuale di redditività dall’espansione delle vendite maggiore rispetto ad un’altra con costi fissi più ridotti. Detto altrimenti, l’operating leverage è un indice dell’elasticità del risultato operativo (RO) rispetto a un dato volume delle vendite (V) che segnala quanto più il primo risente di una variazione delle seconde. Se, p.e., raggiunto un certo volume di vendite l’indice %RO/%V= 3, un aumento o una diminuzione del 20% delle vendite produrrà un aumento, o rispettivamente una diminuzione di 3x20%=60% del risultato operativo.

  • LEVARE IL PREMIO

    Dichiarazione con la quale il contraente a favore del quale è posta l’opzione in un contratto a premio (compratore), si obbliga a dare esecuzione al contratto precedentemente stipulato, trasformandolo da “a premio” in un contratto “a termine fermo”. In risposta premi (che deve essere data dal compratore nel giorno ed entro l’ora indicati dal calendario di borsa), il contraente facoltizzato, se “leva” il premio, nel caso di contratto dont manifesta la propria volontà di ritirare regolarmente in liquidazione i titoli al prezzo convenuto inclusivo del premio; trattandosi di un contratto a premio put o del venditore, il compratore assume l’impegno di consegnare i titoli oggetto della contrattazione al prezzo pattuito al momento della stipulazione del contratto. Nei contratti a doppia facoltà il premio va sempre levato nel senso che non essendo prevista la facoltà di recesso, il datore del premio può solo dichiarare se intende in liquidazione portarsi compratore o venditore dei titoli al prezzo pattuito nel contratto (stellage), ovvero se intende esercitare il diritto di ritirare o di consegnare un quantitativo di titoli multiplo rispetto a quello contratto a fermo (noch del compratore o del venditore).

  • LEVERAGED BUY-OUT

    1. Operazione mediante la quale una società acquista una società target. L’acquisto viene finanziato prevalentementecontraendo debiti che risultano garantiti (o che saranno ripianati) dal cash flow prodotto dalla società acquisita. La tecnica finanziaria normalmente utilizzata per l’operazione è la fusione per incorporazione (merger leveraged buy-out). Questa si concretizza mediante l’acquisto o la costituzione di una società dotata di capitale scarsamente rilevante che, in genere attraverso una merchant bank, si procura un prestito di danaro finalizzato all’acquisto delle azioni della società bersaglio (target company). Il contratto di finanziamento e quello di acquisto sono diversi e distinti ma vengono stipulati quasi contestualmente. Il primo viene generalmentesottoposto sia alla condizione, sospensiva o risolutiva, che abbia esecuzione una rapida fusione sia alla concessione di garanzie reali da parte della società risultante dalla fusione. Dopo l’acquisto viene deliberata la fusione per incorporazione delle due società, la quale determina il sostanziale trasferimento del debito originariamente contratto dalla prima società in capo alla società bersaglio il cui patrimonio, come detto, è al servizio della società incorporante. Ovviamente ciò determina un aumento dell’indebitamento della società acquisita che, dopo la fusione, risulterà maggiore rispetto a quello precedente all’operazione. Come è evidente, tale operazione si muove ai confini della legittimità in relazione al potenziale contrasto con le norme di cui agli artt. 2357 e 2358 c.c., i quali, come noto, impongono il divieto di concedere prestiti o forme di garanzia per l’acquisto di azioni proprie. (as-lp)

    2. Il leveraged buy-out è entrato nel diritto commerciale italiano con la riforma Vietti del diritto societario (d.lg 17.1.2003 n. 6) come fattispecie nominata all’art. 2501-bis a proposito della “fusione a seguito di acquisizione con indebitamento”.

  • LEVERAGED LEASING

    Particolare forma di leasing, caratterizzata dall’emissione di certificati di partecipazione (v. certificato di partecipazione)a canoni di leasing provvisti di privilegio sul bene locato, liberamente acquisibili da privati investitori, i quali finanziano così parzialmente l’acquisto del bene effettuato dalla società locatrice. Quest’ultima può pertanto godere di un effetto leverage sia sul piano finanzìario che su quello del rischio, e può sfruttare eventuali varchi nella normativa fiscale dei paesi di residenza dei soggetti partecipanti all’operazione.

  • LIBERALISMO (Enciclopedia)

    1. Origini e presupposti filosofici del liberalismo

    Il liberalismo è la filosofia e la teoria politica a difesa della liberà individuale di scelta conseguita tramite la limitazione e il controllo del potere politico. Le sue radici possono essere rintracciate già nell’antichità classica1, ma la sua forma moderna risale alla seconda metà del Seicento e si accompagna all’affermazione dei principi politici dei whigs inglesi. I quali rappresentano la razionalizzazione postuma di una situazione a cui aveva condotto in Inghilterra la lunga lotta tra la Corona e il Parlamento, conclusasi con il riconoscimento di sfere individuali di azione e di possesso di beni protette nei riguardi del potere coattivo del re.
    Tali principi trovano la loro classica formulazione nel Secondo trattato sul governo civile (1690) di John Locke, il primo grande pensatore liberale. Muovendo da premesse giusnaturalistiche, egli descrive lo stato di natura originario dell’uomo come uno stato di perfetta libertà e uguaglianza, governato da una legge di natura la quale "insegna agli uomini (…) che, essendo tutti eguali e indipendenti, nessuno può nuocere ad un altro nella vita, nella salute, nella libertà e nei beni" (Locke, 1960, p.242). Pertanto, il "contratto sociale", cui gli individui ricorrono per scongiurare il pericolo di una minaccia alle loro libertà, pone le condizioni per l’edificazione di uno Stato in grado di assicurare la pacifica convivenza fra gli uomini2. L'unico motivo per cui gli individui si vincolano col contratto sociale è infatti quello di ricevere maggiori garanzie circa la tutela della propria persona e il possesso dei beni di proprietà. Contrariamente ad Hobbes, che usò la metafora del contratto sociale per teorizzare uno Stato autoritario, Locke difende infatti l’idea secondo cui diritti soggettivi inalienabili ed imprescrittibili esistono fin da prima della nascita della società, e quindi anche dello Stato, il quale, di conseguenza, sorge per volontà degli stessi individui e non può violarne i diritti fondamentali. Egli pone così le basi per la prima teorizzazione dello Stato di diritto, quello in cui cioè i diritti dei cittadini non possono mai essere violati dal potere politico, che viene limitato dalla legge. I governanti, infatti, non sono i beneficiari del contratto, ma dei semplici contraenti dello stesso e come tali vi sono anche loro vincolati. Essi non possono andare contro i loro sudditi, tant'è che i cittadini hanno pieno diritto di opporsi al potere legislativo o esecutivo, anche con la forza (diritto di resistenza), quando questo diventa illegittimo.
    È tuttavia col contributo dei filosofi morali scozzesi del XVIII secolo (soprattutto Adam Smith e David Hume) che il mito di un legislatore onnisciente finisce per essere messo definitivamente in discussione. Il loro liberalismo, infatti, muove dalla premessa gnoseologica dell’ignoranza e della fallibilità dell’essere umano e perciò combatte la presunzione che ci possa essere una fonte privilegiata della conoscenza e la conseguente assunzione che tale fonte possa legittimare un potere politico illimitato, repressore dell’autonomia individuale.
    In tal senso, la legge di Hume, stando alla quale è logicamente impossibile derivare proposizioni prescrittive (dunque, valori) da proposizioni descrittive (cioè, fatti), rappresenta un’invalicabile barriera difensiva per la libertà di coscienza ed è assolutamente in contrapposizione con la possibilità, per esempio, di edificare uno Stato confessionale. E l’idea di Smith secondo cui la conoscenza umana non può che essere parziale, fallibile e dispersa tra milioni di individui, tant’è che è impossibile per chiunque centralizzarla e divenire così portatore esclusivo di un sapere superiore, costituisce una critica convincente ed efficace contro ogni forma di protezionismo o interventismo dello Stato amministrativo-assistenziale, il quale non può presumere di sapere quello che "ognuno, nella sua posizione locale, può giudicare meglio di qualsiasi uomo di Stato o legislatore" (Smith, 1975, p.584)3.
    Su quali dovessero essere in particolare i compiti dello Stato, sia sul piano più strettamente normativo, sia su quello economico, sono gli stessi Hume e Smith a fornirci delle indicazioni precise. Hume, ha affermato che le "tre leggi fondamentali" (Hume, 1982, p.557) della convivenza, e cioè la stabilità del possesso, la trasferibilità per consenso e il mantenimento delle promesse, non sono la statuizione deliberata di un Legislatore, bensì sono state inintenzionalmente create dagli uomini. Anche il diritto e la morale, infatti, così come tante altre istituzioni (il linguaggio, la moneta, il mercato, ecc.), si sono formati senza una previa programmazione dall’interazione tra soggetti4.
    Anche per Smith
    l'intervento delle pubbliche autorità è semplicemente di carattere residuale. Allo Stato, dunque, spettano solamente tre doveri: quello di difendere la società dai nemici esterni, di proteggere ogni individuo dalle offese che gli possano derivare dagli altri individui e di provvedere a quelle opere pubbliche che non potrebbero essere eseguite se affidate al profitto privato. Coerentemente con i presupposti del liberismo o liberalismo economico, lo Stato deve perciò limitarsi a garantire con norme giuridiche la libertà e a provvedere ai bisogni della collettività soltanto quando non possono essere soddisfatti privatamente.

    2. Poteri e funzioni dello stato liberale


    Per liberalismo si intende dunque quella concezione per cui lo stato ha poteri e funzioni limitate e come tale si contrappone sia allo stato assoluto sia allo stato sociale5.
    Quanto alla limitazione dei poteri, lo stato liberale si configura come "stato di diritto", con cui si intende generalmente uno stato in cui i poteri pubblici vengono regolati da norme generali e astratte (le leggi fondamentali o costituzionali) e debbono essere esercitati nell’ambito delle leggi che li regolano, salvo il diritto del cittadino di ricorrere a un giudice indipendente per far conoscere e respingere l’abuso o l’eccesso di potere.
    Principio cardine della dottrina liberale è tuttavia che i poteri, oltre che essere limitati, siano separati. Si deve a Charles-Louis de Montesquieu il merito di aver arricchito di nuovi e importanti contenuti il principio della limitazione dei poteri. Ne Lo spirito delle leggi del 1748, egli afferma che, al fine di impedire la prevaricazione e la concentrazione del potere e quindi la sua trasformazione in potere dispotico, occorre che i poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) siano separati anche se interagenti. In tal senso, i meccanismi costituzionali che precludono o ostacolano l’esercizio arbitrario e illegittimo del potere e ne impediscono o scoraggiano l’abuso devono consistere nel controllo del potere esecutivo da parte del legislativo, o più esattamente del governo cui spetta il potere esecutivo da parte del parlamento cui spetta in ultima istanza il potere legislativo e d’indirizzo politico; nell’eventuale controllo del parlamento da parte di una corte giurisdizionale cui è demandato il sindacato di costituzionalità delle leggi; in una relativa autonomia del governo locale in tutte le sue forme e gradi rispetto al governo centrale; e in una magistratura indipendente dal potere politico.
    La separazione dei poteri è un’applicazione della concezione del diritto come insieme di norme generali e astratte, perché solo norme di questo tipo, imponendo non un contenuto specifico bensì esclusivamente procedurale, fanno salva l’autonomia individuale. Se viene meno, per esempio, l’idea che il Legislativo debba produrre o riconoscere solo norme generali e astratte, qualunque provvedimento voluto dalla sovranità popolare può vedere la luce. E per quanto i poteri possano essere formalmente separati, nulla garantirebbe la libertà individuale. Pertanto non è semplicemente la separazione dei poteri a tutelare l’autonomia dei soggetti, ma è la sovranità della legge a consentire la separazione dei poteri e la libertà individuale6.
    Nella dottrina liberale tuttavia stato di diritto significa non solo subordinazione dei poteri pubblici di ogni grado alle leggi generali del paese - che è un limite puramente formale - ma anche subordinazione delle leggi al limite materiale del riconoscimento di alcuni diritti fondamentali considerati costituzionalmente, e quindi in linea di principio, inviolabili. Stando alla formula della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 (che all’articolo 2 recita che "lo scopo politico di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell’uomo"), ogni società nella quale non sia assicurata la garanzia dei diritti "non ha Costituzione". Anche in questo caso, però, conferire una speciale rilevanza o garanzia a certi diritti è solo un’applicazione particolare del principio generale secondo cui la coercizione deve essere limitata all’imposizione di norme generali e astratte, di norme cioè che, definendo solo i confini fra le azioni, lasciano uno sconfinato campo ai diritti individuali. Ciò significa che qualunque statuizione relativa a un particolare diritto non è fondativa di quel diritto, ma è solamente un posterius rispetto a una situazione di "sovranità della legge".
    Per il pensiero liberale la libertà individuale è altresì garantita, oltre che dai meccanismi costituzionali dello Stato di diritto, anche dal fatto che allo stato si riconoscono funzioni limitate. Lo Stato, sia pur necessario, non può che essere concepito perciò come "stato minimo", il quale deve interferire il meno possibile nella sfera d’azione dell'uomo.
    Nato per garantire la libertà e la proprietà degli individui che si associano per autogovernarsi, il potere civile non può assumere la forma e la dimensione di un governo paternalistico. Infatti, come affermava Immanuel Kant nel 1793, "un governo fondato sul principio di benevolenza verso il popolo, come il governo di un padre verso i figli, cioè un governo paternalistico (imperium paternale), in cui i sudditi, come figli minorenni che non possono distinguere ciò che è loro utile o dannoso, sono costretti a comportarsi solo passivamente, (...) è il peggior dispotismo che si possa immaginare" (Kant, 1956, p.255). Al contrario, il compito specifico dello Stato … scriveva nel 1792 Wilhelm von Humboldt, teorico dello "stato minimo" - è quello di promuovere esclusivamente la "certezza della libertà nell’ambito della legge" (Humboldt, 1961, p.113). Quella libertà "negativa", intesa come sfera di azione in cui l’individuo non è costretto da chi detiene il potere coattivo a fare quello che non vuole o non è impedito a fare quello che vuole, e in ogni caso accompagnata dalla garanzia che "gli affari privati non si traducano immediatamente in un’offesa al diritto degli uni da parte degli altri" (Ivi, p.63)7. Lo Stato liberale è cioè quello le cui leggi hanno per fine la garanzia dell’azione dei singoli consociati alla sola condizione che tale azione non violi i diritti fondamentali degli altri consociati. La condizione della cittadinanza liberale è dunque costitutivamente una condizione di eguaglianza delle chances di partenza di ciascuno. L’unico limite che le leggi liberali devono prevedere è quello che deriva dalla tutela di questa condizione egualitaria originaria di ciascuno8.
    La critica del paternalismo ha dunque la sua principale ragione d’essere nella difesa dell’autonomia dell’individuo e nel rifiuto di ogni forma di omologazione della società. L’ingerenza dello Stato nella vita spirituale, civile ed economica degli individui li rende infatti passivi e sostituisce l’iniziativa e la conquista autonoma con l’attesa di provvedimenti di assistenza, sviluppando una cultura dei "diritti" che non sono tali, trattandosi di forme di protezione e di assistenza che distorcono i meccanismi della concorrenza e limitano la libertà e l’autonomia degli individui. I quali, sempre più, si deresponsabilizzano e affidano la propria vita allo Stato anziché alle proprie energie e alla propria attività9.
    Ciò nondimeno, già alla fine del Settecento Honoré Gabriel de Mirabeau ammoniva che "il difficile è promulgare soltanto leggi necessarie e restare sempre fedeli a questo principio veramente costituzionale della società, di stare in guardia contro il furore di governare, la più funesta malattia dei governi moderni"10. Nei decenni successivi, infatti, l’ingerenza dello Stato è andata progressivamente aumentando.
    In particolare, l'allargamento della sfera dell’intervento pubblico si è realizzato nel momento in cui, parafrasando Friedrich A. von Hayek, il maggiore pensatore liberale del Novecento, alla "legge" si è sostituita la "legislazione", e cioè si affermata una nuova concezione del diritto, che non è più quello delle norme generali e astratte, ma è quello delle prescrizioni e norme statuite, progettate per raggiungere fini particolari e implementare ordini concreti11. Norme che, laddove violano il principio dell’uguaglianza di fronte alla legge, hanno finito per privilegiare gruppi particolari di interesse. E che hanno creato "le condizioni perché la classe politica potesse 'pagare' il consenso mediante la continua dilatazione del territorio dei beni pubblici, di finalità cioè perseguibili attraverso la 'mano invisibile' dello Stato" (Infantino, 2008, p.315).
    Questa tendenza è stata favorita peraltro dall'applicazione in campo economico di teorie (soprattutto quelle di ispirazione keynesiana) che hanno posto in discussione il principio del pareggio del bilancio pubblico, fino ad allora l'unico compatibile con una gestione responsabile e trasparente della cosa pubblica. Il saldo del bilancio è così diventato uno strumento di politica economica affidato alla discrezionalità (se non all'arbitrio) dei governanti. I quali, non essendo più vincolati dalla necessità di rispettare la regola del pareggio, hanno potuto deliberare nuovi e maggiori spese senza preoccuparsi eccessivamente del loro finanziamento12. Pertanto, l'esigenza economica di stabilità ha finito per tradursi "nel passaggio dalla prospettiva costituzionale, basata sull'imparzialità di regole volte a garantire responsabilità e trasparenza nelle decisioni di spesa, alla prospettiva discrezionale, in cui il saldo del bilancio e il finanziamento delle spese vengono affidati all'arbitrio delle autorità" (Martino, 1993, p.90).
    Il liberalismo è perciò contro l'interventismo dello Stato in campo economico e legislativo innanzitutto perché questo attenta al principio della sovranità del diritto e, con esso, all’intera concezione liberale della società.

    3. Liberalismo e approccio utilitarista

    La tendenza ad allargare la sfera dell’intervento pubblico è piuttosto in relazione con una diversa tradizione liberale, che è stata di gran lunga prevalente. Quella che trova espressione nella dottrina utilitaristica iniziata da Jeremy Bentham in Inghilterra nella seconda metà del XVIII secolo e giunta al suo massimo sviluppo con John Stuart Mill nel secolo successivo.
    L'utilitarismo è "la dottrina che ammette come fondamento della morale l'utilità o il principio della massima felicità" (Mill, 1981, p.58). Esistendo una propensione antropologica dell'uomo a massimizzare il piacere e a minimizzare le pene, le azioni umane devono essere considerate perciò necessariamente giuste o sbagliate nella misura in cui producono un saldo netto del piacere sul dolore, che viene addirittura misurato attraverso un "calcolo felicifico"13. Ne consegue che la stessa azione politica debba avere come primo obiettivo quello di promuovere la massima felicità e il massimo piacere per il maggior numero possibile di individui.
    Nell'ottica del rigido determinismo utilitaristico di Bentham questa posizione approda ad un costruttivismo sociale razionalistico. Il quale è riassunto da Hayek con queste parole: "L'uomo, dato che ha creato egli stesso le istituzioni della società e della civiltà, deve anche poterle alterare a suo piacimento in modo che soddisfino i suoi desideri e le sue aspirazioni" (Hayek, 1988, p.11). Esso, infatti, lungi dal concepire l’idea dei limiti e della dispersione della conoscenza, esalta la ragione, in quanto capace di intendere e di dominare tutto ciò che è nell’esperienza dell’uomo, e dunque vede nell’individuo un essere altamente razionale e intelligente e in tutto ciò che egli consegue il risultato di un piano deliberato della ragione stessa.
    Il razionalismo costruttivista postula, "dal punto di vista economico, la necessità della pianificazione o perlomeno, come nel caso della welfare economics, il proposito di costruire (e massimizzare) una funzione del benessere sociale" (Infantino, 2008, p.219n), destinata ad essere utile, quale guida per l’autorità preposta alla pianificazione di una società per raggiungere un massimo di benessere sociale nella gestione statale. Tale funzione deve, infatti, esprimere, sotto forma di rappresentazione numerica, e soddisfatte alcune condizioni di carattere tecnico, il giudizio di un "decisore sociale", vale a dire di un soggetto che abbia la piena responsabilità di compiere scelte in nome della società14. Dal punto di vista giuridico, invece, il razionalismo costruttivista approda al positivismo giuridico (che ha avuto prima in John Austin poi in Hans Kelsen due autorevoli esponenti) secondo cui la legge e il diritto derivano dalla volontà creatrice di un legislatore onnisciente alla cui volontà non si devono porre limiti perché ciò sarebbe in contraddizione con il principio generale di felicità15. Si tratta perciò di un’ideologia sorta dal desiderio di ottenere il controllo completo dell’ordine sociale e dalla fiducia nel nostro potere di poter determinare consapevolmente e nel modo voluto ogni aspetto di questo ordine sociale" [Hayek, 1986, p.250]. In tal senso, si spiega come dal "radicalismo filosofico" di Bentham e dei suoi seguaci siano nate varie correnti politiche di ispirazione socialista e anche l’idea della possibile coniugabilità fra liberalismo e socialismo16.
    Storicamente tuttavia questa tradizione "radical" del liberalismo, con particolare riferimento all'opera di John Stuart Mill, ha sostenuto le ragioni della democrazia quale organizzazione politica che garantisce a ognuno un margine di libertà ma soprattutto il più alto benessere individuale perché lascia gli individui liberi di competere e cooperare per rimuovere le loro insoddisfazioni. Una democrazia da intendere tuttavia, come ha insegnato anni dopo Karl Popper (1996, pp.160 e ss), non come "governo del popolo" bensì come "controllo del popolo sui governanti", per evitare quella tirannia della maggioranza contro quale già Tocqueville aveva messo in guardia e che Mill considerava la più grave minaccia della forma di governo democratica.
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    1Molti autorevoli studiosi ed esponenti del pensiero liberale sono concordi nell’affermare che già Atene e Roma antiche conoscevano questo tipo di libertà. Cfr, per esempio, Benjamin Constant (1966) e, in tempi più recenti, Bruno Leoni (1994).
    2Locke è, infatti, un esponente della corrente di pensiero nota come "contrattualismo". Fiorita in Europa tra l’inizio del Seicento e la fine del Settecento, essa riconduce l’origine della società e il fondamento del potere politico in un contratto, e cioè in un accordo tacito o espresso fra gli individui, il quale segnerebbe la fine di uno stato di natura e l’inizio dello stato sociale e politico. Tra i suoi massimi rappresentanti, oltre a Locke, annovera Thomas Hobbes, Baruch Spinoza, Samuel von Pufendorf e Jean-Jacques Rousseau. Sul contrattualismo esiste un’ampia letteratura. Cfr. la voce "contrattualismo" in Bobbio et al. (1990, pp.220-231).
    3L’obiezione gnoseologica che Smith muove all’interventismo economico del Legislatore, e della politica in genere, vale peraltro anche nei confronti dell’interventismo legislativo. Tema caro, questo, successivamente anche a altri autorevoli rappresentanti del pensiero liberale come Benjamin Constant, François Guizot, Alexis de Tocqueville che nel XIX secolo si sono spesi per affermare l'idea che la libertà nasce dalla limitazione del potere politico. Sul contributo di tutti questi autori alla demolizione del "mito del Grande Legislatore", cfr. Infantino (2008a, pp.113-160).
    4Questo approccio di tipo evoluzionistico è quello che, dalle riflessioni di Hume, Smith, e prima ancora di Bernard de Mandeville, giunge a Carl Menger e alla Scuola Austriaca di Economia. Ad essa si deve la formulazione di una teoria sociale che ha fatto dei risultati inintenzionali delle azioni individuali il proprio tema centrale, dimostrando per esempio che la maggior parte delle norme e delle istituzioni sono nate senza essere state progettate deliberatamente da qualcuno, cioè spontaneamente, quale risultato della composizione di azioni individuali dirette a scopi diversi rispetto a quelli effettivamente perseguiti. Per una breve sintesi, cfr. Fallocco (2002).
    5Cfr. Bobbio (1986, pp.13 e ss.)
    6In tal senso, Hayek (1986, p.110) si è spinto a scrivere che la "libertà degli inglesi", diversamente da quel che gli inglesi pensavano e da quanto Montesquieu insegnò al mondo, non è stato un prodotto della separazione dei poteri tra il legislativo e l’esecutivo, bensì il risultato del fatto che il diritto che governava le decisioni dei tribunali fosse la common law, un diritto cioè la cui esistenza era indipendente dalla volontà di chiunque.
    7La distinzione tra libertà "negativa", quella difesa dalla dottrina liberale, e libertà positiva ...deve la sua notorietà al discorso Sui due concetti li libertà pronunciato da Isaiah Berlin alla Conferenza di Oxford del 1958. Cfr. Berlin (1989).
    8L’uguaglianza sostenuta e difesa dalla dottrina liberale è quella "formale" per cui tutti i cittadini si equivalgono davanti alla legge. Essa, tuttavia, dal punto di vista giuridico, rappresenta una fictio iuris, perché non presuppone una reale e sostanziale uguaglianza fra le persone, ma si riferisce all’atteggiamento di imparzialità che lo Stato deve tenere di fronte ai suoi cittadini. L’uguaglianza sostanziale, che non è al contrario uguaglianza di opportunità quanto di punti di arrivo, è infatti assolutamente inaccettabile per un liberale perché non tiene conto delle diverse aspirazioni e delle peculiari attitudini delle persone e deresponsabilizza l’individuo nei confronti del suo operato. Cfr. (Antiseri, 2003, pp.67-72).
    9All’elogio della "varietà" su cui tanto aveva insistito per esempio Humboldt (1961, pp.65 e ss.) è riconducibile uno dei principi cardine del pensiero liberale, quello della competizione. Il liberale infatti crede fermamente nella fecondità dell’antagonismo, inteso come veicolo di innovazione e di crescita in una società dinamica ed aperta, dal momento che l’interesse di ciascun individuo a soddisfare i propri interessi in concorrenza con gli interessi di tutti gli altri è condizione necessaria e benefica del progresso materiale e morale della collettività. Cfr. Antiseri (2003, pp.43-46)
    10Citato come motto al primo capitolo in Humboldt (1961).
    11Cfr. Hayek (1986, pp.48-180).
    12Sugli effetti "perversi" delle teorie di ispirazione keynesiana, cfr. Buchanan e Wagner (1997).
    13Bentham ritiene che "la Natura abbia posto il genere umano sotto la guida di due sovrani assoluti, il piacere il dolore. A loro spetta di indicare cosa dovremmo fare, così come determinare ciò che effettivamente faremo. Sia la distinzione tra giusto e sbagliato da un lato, così come il nesso tra cause e effetti dall’altro, sono subordinati al loro potere. (...) Un uomo può, a parole, pretendere di sfuggire al loro controllo, ma nella realtà egli ne rimarrà soggetto nonostante tutto. Il principio di utilità riconosce questa soggezione e la considera come fondante di quel sistema, il cui oggetto è costruire l’edificio della felicità con i mattoni della ragione e della legge" (Bentham, 1998, p.90).
    14Il problema centrale dell’Economia del benessere è, in particolare, quello della produzione di decisioni pubbliche destinate ad allocare le risorse economiche in modo da ottenere il massimo benessere per i membri di una collettività. Com’è noto, tale problema era stato posto, alla fine dell’Ottocento, da Vilfredo Pareto, per il quale il benessere economico è in condizioni ottimali (da cui il criterio conosciuto come "ottimo paretiano") quando non è possibile aumentare il livello di utilità di uno o più individui senza, d’altro canto, ridurre l’utilità degli altri individui. Quando, durante gli anni ’30, diventarono di moda i modelli di "socialismo di mercato", che descrivevano come i governi potevano soppiantare il sistema dei prezzi allocando i beni in misura altrettanto efficiente di quanto avvenisse sul mercato, alcuni economisti - primi tra tutti, Abram Bergson e Paul Samuelson - cercarono di "costruire" una "funzione del benessere sociale". Per un'analisi critica, cfr. Arrow (1977).
    15Sul positivismo giuridico, cfr. Bobbio (1996).
    16Critico del comunismo, responsabile di distruggere qualsiasi spazio per le libertà individuali con l'assoggettamento del singolo nei confronti del potere, John Stuart Mill guardava, per esempio, con un certo interesse al socialismo cooperativistico di Fourier per la sua compatibilità con il sistema della proprietà privata e la concorrenza. Cfr. Mill (1953, pp.206 e ss).
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  • LIBERALIZZAZIONE DEL MERCATO DELL'ORO

    . L’operatività in oro è stata per lungo tempo l’unico monopolio rimasto nel quadro valutario italiano e ciò in palese contrasto con la normativa comunitaria e con le necessità del mercato italiano. La l. 17.1.2000 n. 7 ha sancito la definitiva abolizione di tale monopolio e introdotto la possibilità per tutti i residenti di acquistare o vendere oro. Per contro la citata legge ha introdotto norme per regolamentare l’esercizio in via professionale del commercio dell’oro e assegnato all’UIC funzioni circa la fissazione degli standard cui deve corrispondere l’oro grezzo per avvalersi della qualifi ca di buona consegna. Rimangono, peraltro, le disposizioni di legge di pubblica sicurezza in materia di commercio di oro. Di particolare interesse è la liberalizzazione per le operazioni f nanziarie sull’oro.

  • LIBERALIZZAZIONE VALUTARIA

    Processo di graduale eliminazione dei vincoli di ordine valutario, relativi alla regolamentazione dei trasferimenti di merci e servizi, degli investimenti e movimenti di capitali con l’estero, attuato in esecuzione delle Direttive CEE e collocato nella più ampia prospettiva dell’integrazione dei mercati, da realizzarsi compiutamente entro il 1°.1.1993. La legislazione valutaria, sorta nel 1917 a breve distanza dalla fine del Gold Standard, era fondata su due principi fondamentali: 1) tutto è vietato, eccetto ciò che è espressamente consentito; 2) il mercato dei cambi è oggetto di monopolio pubblico. Mentre il primo principio conobbe estensioni e restrizioni, in funzione delle vicende storiche e delle condizioni economiche del paese, il secondo è rimasto in vigore fino al maggio 1990. L’origine del processo di liberalizzazione attuale risale al Trattato di Roma del 1957, istitutivo della Comunità Economica Europea, che sanciva il principio della libera circolazione dei capitali. Il principio venne tradotto in una direttiva che ebbe scarso seguito, riproposto da una direttiva nel 1986 e, da ultimo, con la direttiva del 24.6.1988, che è alla base delle più recenti trasformazioni. Nel nostro paese il processo di liberalizzazione ebbe inizio con la legge- delega 26.9.1986 n. 599, che rovesciava per la prima volta il principio del “tutto è vietato”. Nel maggio 1987 venne avviata un’anticipazione di taluni aspetti della riforma e dal gennaio 1988 alcuni vincoli caddero o vennero attenuati, principalmente con le abolizioni dell’obbligo del deposito vincolato infruttifero sugli investimenti italiani all’estero, in vigore dal 1973 e di quello del finanziamento in valuta delle importazioni con pagamento anticipato, con l’ampliamento dei termini relativi ai conti valutari per consentirne un funzionamento più flessibile anche come strumento di copertura dei rischi di cambio, con le facilitazioni per il turismo, con la semplificazione della modulistica. La disciplina è stata raccolta nel t.u. del 1988 (d.p.r. 31.3.1988 n. 148 e relativo decreto di attuazione 10.3.1989 n. 105). Nel frattempo, la CEE adottava la direttiva del 4.6.1988 che imponeva un’accelerazione del processo di liberalizzazione e, soprattutto, lo smantellamento del monopolio pubblico dei cambi. In Italia la deregulation dei movimenti di capitale era già iniziata nel 1987 con quelli a medio-lungo termine e nell’ottobre 1988 con la rimozione dei vincoli all’indebitamento in valuta verso l’estero, mentre più difficile appariva l’abolizione delle norme sulla detenzione di attività estere da parte di residenti, come è ovvio per un paese che aveva sempre incoraggiato il formarsi di posizioni debitorie per ragioni di controllo del cambio e della liquidità. Agli inizi del 1990 vennero aboliti il divieto all’acquisto di titoli esteri a breve termine e l’obbligo della cessione della valuta di diretta acquisizione nei conti valutari. Infine, con il d.m. 27.4.1990 n. 91, entrato in vigore il 14.5.1990, vennero smantellati i residui vincoli. In particolare, è ormai consentito ai residenti aprire conti e depositi in valuta in Italia e all’estero, oltre che conti in lire all’estero; concedere a non residenti linee di credito in valuta e in lire; esportare mezzi di pagamento, titoli di credito, valori mobiliari in valuta e in lire; effettuare con contropartite estere operazioni in cambi a pronti, a termine e con opzione; regolare in valuta operazioni tra residenti. Cade altresì l’obbligo di cedere la valuta di giro su conti valutari, di depositare i titoli esteri posseduti presso intermediari autorizzati, di canalizzare le transazioni attraverso il sistema bancario. In conseguenza della liberalizzazione i residenti hanno la più ampia possibilità operativa, che si estende anche alla scelta della nazionalità dell’intermediario con cui operare. La liberalizzazione si estende anche all’operatività delle banche italiane, non più soggette ai tradizionali vincoli del pareggiamento della posizione in cambi, della posizione netta verso l’estero e del massimale pronti contro termine (v. anche: disciplina valutaria italiana).

  • LIBERISMO (Enciclopedia)

    1. Definizione di liberismo
    Il liberismo è una dottrina e una politica economica che considera come condizione ottimale di funzionamento del sistema economico quella risultante dalla libera iniziativa dei singoli individui, che nel perseguimento del proprio interesse non devono essere condizionati né ostacolati da nessun vincolo esterno imposto dall’interferenza dello Stato. Quest’ultimo infatti deve limitarsi a garantire con norme giuridiche la libertà economica e a provvedere ai bisogni della collettività soltanto quando non possono essere soddisfatti privatamente.
    In particolare, il liberismo si fonda sulla completa libertà di produzione e di scambio di merci e servizi, sia sul piano interno sia su quello internazionale contrapponendosi in tal senso a qualsiasi forma di interventismo e di protezionismo in campo economico. Esso difende cioè l’economia di mercato che significa innanzitutto proprietà privata dei mezzi di produzione e perciò garanzia di rispetto e di tutela delle libertà politiche e dei diritti individuali, giacché come ha scritto Friedrich von Hayek "chiunque abbia l’esclusivo controllo sui mezzi deve anche determinare quali fini debbono essere realizzati, quali valori debbano venir considerati come superiori e inferiori: in breve, cosa gli uomini devono credere e a che cosa aspirare" (Hayek, 1995, p.144).
    Il liberismo pertanto altro non è che l’applicazione in ambito economico del liberalismo, vale a dire la dottrina che pone al centro del suo interesse l’idea della libertà individuale di scelta, conseguita tramite la limitazione e il controllo del potere politico.
    Tale distinzione tra la teoria economica che teorizza il disimpegno dello Stato dall’economia e la dottrina politica che sostiene l’esistenza di diritti fondamentali e inviolabili dell’individuo e l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge non appartiene alla cultura anglosassone dove il liberalismo affonda le sue radici. Qui, infatti, il termine liberismo neppure esiste, né è possibile rintracciarlo nel pensiero dei padri fondatori del pensiero liberale. Smith, per esempio, non distingue affatto tra liberismo economico e liberalismo politico, ritenendo che l’individuo debba essere lasciato libero di perseguire il proprio interesse in ogni campo dell’esistenza umana e non unicamente in quello economico, dal momento che "ogni uomo è certamente, da ogni punto di vista, più capace e più adatto di ogni altra persona a prendersi cura di se stesso" (Smith, 1991, p.297).
    Al contrario, tale distinzione appare nell’ambito del dibattito culturale che si sviluppa in Italia nella seconda metà del XIX secolo a seguito, come sottolinea Francesco Ferrara, caposcuola dei liberisti italiani, dell'importazione di idee ispirate alle posizioni della Scuola Storica tedesca di economia e a proposito delle quali egli parlò dunque non senza ironia di "germanesimo economico" (Ferrara, 1972, p.566)1. Il riferimento è in particolare alle posizioni di alcuni autorevoli economisti del tempo, tra cui spicca il nome di Luigi Luzzati, Luigi Cossa, Fedele Lampertico, i quali affermavano la necessità di abbandonare il tradizionale indirizzo liberistico della politica economica italiana in favore di una politica economica che avrebbe dovuto prevedere il concorso determinante dello Stato2.
    Tale dibattito raggiunge però il uso apice in occasione della disputa teorica che, cominciata negli anni del regime fascista e durata fino al 1949, vede contrapposti due autorevoli intellettuali del XX secolo, Benedetto Croce e Luigi Einaudi, proprio sul rapporto tra liberalismo etico-politico e quello economico e che condiziona non poco lo stesso sviluppo del pensiero liberale italiano3.
    L’approccio crociano è squisitamente filosofico. Coerente con la sua filosofia idealistica, Croce non esita a sostenere che "l’idea liberale può avere un legame contingente e transitorio, ma non ha nessun legame necessario e perpetuo con la proprietà privata della terra e delle industrie". (Croce-Einaudi, 1988, p.139). Per lui, la libertà è essenzialmente un ideale morale che, pertanto, si può attuare attraverso i più diversi provvedimenti economici, finanche quelli emanazione di regimi non democratici, purché siano rivolti all’elevazione morale dell’individuo. Detto in altri termini, la libertà economica appartiene certamente al liberalismo, ma non si possono ascrivere necessariamente all’illiberalismo tutti quei sistemi che negano la libertà economica e addirittura politica. Dal momento che nessun sistema politico, neppure quello più repressivo, può privare l’individuo della sua libertà di pensare.
    Per Einaudi, da economista pragmatico che ben conosceva la lezione di Ferrara ed era stato allievo di De Viti De Marco, al contrario la libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica. E ci sono due estremi nei quali sembra difficile concepire l’esercizio effettivo, pratico, della libertà: da una parte, tutta la ricchezza posseduta da un solo colossale monopolista privato (monopolismo), dall’altra dalla collettività (collettivismo), ed entrambe le situazioni sono fatali alla libertà. Egli pertanto sostiene contro Croce la tesi secondo cui liberalismo etico-politico e liberalismo economico o liberismo sono indissolubili e dove non c’è il secondo non ci può essere neppure il primo, tant'é che la concentrazione del potere economico nelle mani dello Stato, nelle economie non di mercato, rischia di distruggere le fondamenta concrete della libertà individuale. In tal senso, la stessa "libertà del pensare è dunque connessa necessariamente con una certa dose di liberismo economico". (Ivi, p.130). La libertà infatti funziona solamente laddove è esercitata nella sua completezza; perciò, il vero "liberale" non può che essere anche "liberista" perché tenta di applicare una reale corrispondenza tra ideale di libertà e società concretamente libera. Al contrario, laddove non c’è libertà economica perché non c'è mercato ci troviamo di fronte a una società chiusa, perché il gruppo che detiene monopolisticamente le risorse economiche detta una gerarchia obbligatoria dei fini a cui tutti si devono adeguare. E chi non vuole adeguarsi a tale gerarchia è un nemico. Da questo punto di vista Einaudi si rifà dunque ai grandi maestri della tradizione liberale che da Mandeville e dai moralisti scozzesi del XVIII secolo (Hume e Smith), attraverso il contributo di pensatori politici come Constant, Guizot, Tocqueville, arriva agli esponenti della Scuola Austriaca di Economia (Menger, Böhm-Bawerk, Mises e Hayek) e a Karl Popper4. I rappresentanti cioè di quell’"individualismo vero" (Hayek, 1997, p.42) che muovono dal fondamentale presupposto dei limiti e della fallibilità delle conoscenze umane le quali rendono impraticabile la pianificazione economica centralizzata. E che si oppongono a una diversa tradizione liberale: quella che discende dai filosofi dell’Illuminismo francese (Voltaire, Rousseau, Diderot) e che ha avuto in Inghilterra i suoi continuatori in Jeremy Bentham, John Austin, James e John Stuart Mill. Una tradizione, questa, che non riconoscendo limiti ai poteri della ragione umana e non concependo alcun fenomeno e istituzione sociali se non come deliberatamente progettati dalla ragione e per essa intellegibili, demanda al potere politico il compito di edificare intenzionalmente l'ordine sociale a detrimento della piena tutela delle libertà individuali.

    2. Origini e sviluppi del liberismo
    Il liberalismo economico o liberismo ha due anime che mettono capo a due nozioni ben distinte di mercato e di libero scambio, le cui implicazioni socio-politiche sono ben diverse. Nella prima, quella del laissez faire, laissez passer, le virtù del mercato vengono esaltate indipendentemente da qualsiasi considerazione sulla cultura e il regime politico prevalenti. Al contrario, il liberalismo economico di ascendenza smithiana non può essere associato a un’interpretazione ingenua del laissez faire dal momento che si fonda sul convincimento che la libertà di mercato non possa che realizzarsi necessariamente in un contesto in cui sia garantita la libertà dell’individuo e la certezza del diritto.
    Ciò nondimeno, entrambe queste posizioni nascono e si sviluppano storicamente come reazione alle teorie (e alle politiche economiche) mercantilistiche che avevano avuto grande diffusione in Europa tra il XVII e il XVIII secolo5. Nella storia del pensiero economico, dunque, la critica verso qualsiasi forma di ingerenza da parte delle autorità pubbliche che limiti la libera iniziativa economica dei privati e impedisca il corretto funzionamento del mercato ha origini antiche e risale al dibattito promosso a partire dal XVIII secolo contro le dottrine intese ad affermare i vantaggi di politiche economiche protezionistiche.
    In Francia tale dibattito si sviluppa all’interno della scuola della Fisiocrazia lacui ferma idea della necessità di rimuovere gli ostacoli che impediscono il corretto funzionamento del mercato viene riassunta nella celebre massima del laissez faire, laissez passer6.
    I Fisiocratici fanno derivare le loro posizioni dai principi del giusnaturalismo, ritenendo che l’esistenza di leggi economiche oggettive e razionali che conducono all’armonia e all’ordine naturale delle cose presuppongano necessariamente la libertà di produzione e di commercio. A differenza dei mercantilisti secondo cui la ricchezza e il suo incremento sono dovuti allo scambio, essi trasferiscono nella sfera della produzione il potere di creare ricchezza e il surplus utilizzabile per l’accumulazione. In particolare, ritengono che l'unico fattore di produzione in grado di generare un surplus sia la terra e che pertanto, poiché l’agricoltura costituisce la sola forma di eccedenza, le misure protezionistiche introdotte dal ministro delle finanze Colbert in Francia per incoraggiare le industrie siano inutili, se non addirittura gravose, in quanto l’industria non crea valori ma li trasforma soltanto, e nessuna regolamentazione di questo processo di trasformazione può aggiungere qualcosa alla ricchezza della comunità. Da qui, la loro avversione verso qualsiasi forma di intervento statale7. Il che non gli impedisce tuttavia di teorizzare la bontà del "dispotismo illuminato" quale sola forma di governo che avrebbe potuto guidare gli individui al benessere.
    Il liberalismo economico o liberismo trova però la sua compiuta formulazione in Inghilterra con Adam Smith, le cui idee trovarono un terreno già fertile che era stato preparato dalle riflessioni in campo filosofico e politico dei precursori dell’economia politica8.
    Nonostante la comune critica al mercantilismo e a dispetto del luogo comune che lo considera debitore dei Fisiocratici, il pensiero di Smith non ha nulla a che vedere con la loro pretesa costruttivistica di edificare un ordine ideale tramite un piano razionale di intervento. Tutte le sue riflessioni muovono infatti da una premessa di carattere gnoseologico, quella secondo cui la conoscenza umana non può che essere parziale, fallibile e dispersa tra milioni di individui tant’è che è impossibile per chiunque centralizzarla e divenire così portatore esclusivo di un sapere superiore.
    Ed è proprio su questa premessa che egli ha fondato la sua critica della politica economica interventista dello Stato amministrativo-assistenziale difeso dai mercantilisti.
    Nel libro IV de La Ricchezza delle Nazioni, pubblicata nel 1776, Smith si oppone all’idea mercantilista secondo cui la ricchezza di una nazione consiste nella quantità di moneta o di metalli preziosi (oro e argento) accumulati, dal momento che considera
    la moneta nient’altro che uno strumento di facilitazione e di allargamento del mercato in quanto contribuisce all’accrescimento della quantità e della produttività del lavoro. La ricchezza pertanto non consiste nella quantità di metalli preziosi ma piuttosto nelle cose che il denaro può comprare e da cui assume tutto il suo valore per la precisa facoltà che ha di acquistarle. E’ dunque alla libera iniziativa di ciascuno, il quale nella sua posizione locale, può giudicare meglio di qualsiasi uomo di Stato o legislatore quale sia la specie d’industria interna che il capitale può impiegare (Smith, 1975, p.584) che Smith riconduce la crescita della ricchezza di una nazione, a potenziamento della quale non c’è bisogno di alcun intervento da parte dello Stato. A quest’ultimo, infatti, spettano solamente tre doveri: quello di difendere la società dai nemici esterni, di proteggere ogni individuo dalle offese che gli possano derivare dagli altri individui e di provvedere a quelle opere pubbliche che non potrebbero essere eseguite se affidate al profitto privato.
    A dare un fondamento scientifico al sistema imperniato sulla libertà del mercato, in cui lo Stato si limita a garantire con norme giuridiche la libertà economica e a provvedere ai bisogni della collettività soltanto quando non possono essere soddisfatti dall'iniziativa dei singoli, contribuiscono in seguito altri esponenti della scuola economica classica come David Ricardo e John Stuart Mill.
    A Ricardo spetta in particolare il merito di aver fornito attraverso la "teoria dei costi comparati" la spiegazione più convincente e tuttora indiscussa della convenienza a abbracciare i principi del libero scambio. Nei Principi dell’economia politica e delle imposte, pubblicato per la prima volta nel 1817, egli afferma per esempio che solo la divisione internazionale della produzione, resa possibile dal libero movimento internazionale delle merci, assicura che ogni nazione possa realizzare al meglio lo sfruttamento delle risorse naturali. Infatti, se "due uomini possono fare entrambi scarpe e cappelli e uno è superiore all’altro in entrambi gli impieghi; ma nel fare cappelli egli può eccedere di un quinto, o di un venti per cento, mentre nel fare scarpe può eccellere di un terzo, o trentatrè per cento", sarà interesse di entrambi che l’uomo superiore si occupi esclusivamente di fare scarpe e che quello inferiore si occupi esclusivamente di fare cappelli" (Ricardo, 1951, p.136). Questo, infatti, si traduce in un vantaggio nazionale, determinando una consistente spinta allo sviluppo del reddito nazionale senza che lo Stato abbia bisogno di intervenire nella realtà degli scambi.
    Tali principi sono riproposti negli anni successivi dagli scritti di John Stuart Mill, il quale nei Principi di economia politica afferma che "l’importazione di merci estere, nel corso ordinario del commercio, non ha mai luogo se non quando essa, dal punto di vista economico, è un vantaggio nazionale, perché fa sì che si ottenga lo stesso ammontare di merci con un minor costo di lavoro e di capitale per il paese. Quindi proibire questa importazione, o imporre dazi che la impediscano, significa rendere il lavoro e il capitale del paese meno efficienti nella produzione di quanto sarebbero stati altrimenti, e produrre forzatamente una distruzione della differenza fra il lavoro e il capitale necessari per produrre le cose con le quali la merce si può acquistare all’estero. La perdita nazionale prodotta in questo modo è misurata dall’eccedenza del prezzo al quale la merce è prodotta, rispetto al prezzo al quale si potrebbe importarla" (Mill, 1983, p.1197)9.
    L’apice del successo della dottrina e delle politiche economiche liberiste, che soddisfano le esigenze e i desideri dello spirito imprenditoriale, viene raggiunto durante la seconda metà del XIX secolo e dura almeno fine alla Prima Guerra Mondiale. Ciò riguarda però soprattutto i Paesi industrializzati del Nord Europa, e l’Inghilterra in particolare, dal momento che negli Stati meno avanzati i governi provvedono all’adozione di misure protezionistiche indispensabili per proteggere l’economia interna dalla concorrenza estera. Basti pensare, per esempio, all’adozione sul finire del XIX secolo in Italia di tariffe protezionistiche da parte dei governi della Sinistra storica in materia di commercio estero.
    Sconfitto sul piano della pratica politica dalla diffusione del protezionismo negli ultimi decenni dell'Ottocento, il liberismo viene messo in discussione sul piano teorico dal successo delle teorie keynesiane che predicano la necessità di proteggere le attività produttive nazionali mediante interventi statali ispirati alla logica del Welfare State.
    Nella situazione di grave crisi economica del Paese, John Maynard Keynes (1971), l’economista inglese massimo teorico di questo indirizzo di politica economica, non esita dunque a farsi portavoce nella sua opera più nota, Teoria generale dell’occupazione, interesse e moneta pubblicata nel 1936, della necessità dell’intervento dello Stato in campo economico per conseguire obiettivi che la libera iniziativa individuale non è in grado di perseguire. Intervento che avrebbe dovuto realizzarsi in particolare attraverso un programma di spesa pubblica mirante ad utilizzare i fattori inoperosi (politica anti-deflazionistica) oppure finalizzato a contenere la domanda nei limiti dei fattori disponibili (politica anti-inflazionistica).
    Il liberismo ha poi un nuovo momento di grande successo negli anni ottanta: tant’è che si è parlato di "neoliberismo" per indicare la dottrina economica che sostiene la liberazione dell’economia dallo Stato, la privatizzazione dei servizi pubblici, l’abolizione di qualsiasi chiusura doganale e che, proprio allora, trova una concreta applicazione con la politica economica sponsorizzata in America dal presidente Reagan (dove le misure adottate dall’amministrazione mirarono soprattutto alla diminuzione dell’imposizione fiscale a carico dei redditi più alti e alla diminuzione della spesa pubblica) e in Inghilterra con il primo ministro Margareth Thatcher (dove si persegue in particolare una politica di privatizzazione delle imprese pubbliche in alcuni settori strategici dell’economia).
    Ispiratrici e protagoniste di questa nuova stagione liberale sono soprattutto la Scuola Austriaca di Economia e la Scuola di Public Choice, assolutamente infaticabili nel dimostrare il carattere distruttivo, oltre che fallimentare, delle politiche keynesiane e, più in generale, di ogni politica interventista e statalista. Friedrich von Hayek, il più autorevole esponente della giovane generazione degli "Austriaci", ha speso tutta la sua vita di studioso a cercare le condizioni che rendono possibile la libertà individuale e che la preservano dai pericoli inerenti a tutte le forme di potere e di autorità. E coerente con gli insegnamenti della sua Scuola e di Mises, suo maestro, ha in tal senso difeso ad oltranza il principio della libertà economica di cui la libertà politica non è che il necessario corollario. E James Buchanan, primo tra gli studiosi della scuola di Virginia, ha demitizzato lo Stato-Leviatano10, dimostrando che è l’interesse ad acquisire consenso da parte della classe politica a spingere all’adozione di politiche economiche di ispirazione keynesiana che mirano ad allargare le competenze dello Stato nell’ambito della fornitura dei "beni pubblici" (cioè di finalità che i privati non sarebbero in grado di perseguire con profitto) mettendo addirittura in discussione la regola del bilancio pubblico in pareggio. Con la conseguenza di creare le condizioni per il continuo e rapido aumento della spesa pubblica e dunque per l’instaurazione di quella che è stata definita la "democrazia in deficit" (Buchanan e Wagner, 1997).
    Né può essere taciuto infine il contributo della Scuola di Chicago che, nelle sue formulazioni più radicali, afferma che alla logica razionale del mercato dovrebbe essere ricondotta anche la soluzione di problemi che generalmente sono affidati alla gestione pubblica, come sanità, assistenza, istruzione, custodia carceraria. Parafrasando il titolo di una delle opere di Milton Friedman11, figura eminente di questa scuola, la libertà viene intesa come la possibilità offerta a ogni individuo di poter definire da solo il proprio destino disponendo egli di un’adeguata dotazione di risorse iniziali con cui perseguire i suoi fini. Senza, pertanto, che qualcuno, men che mai lo Stato, frapponga alcun ostacolo al libero esplicarsi delle scelte individuali. Ma col rischio che, data l’ineguale distribuzione delle risorse, i concetti di libertà e di uguaglianza rimangano delle astratte petizioni di principio.
    Pensare che una società che abbia abbracciato la logica del mercato neghi la solidarietà è tuttavia un’interpretazione comune e affrettata del liberismo. L’economia di mercato è la base della libertà politica e la fonte più sicura del benessere più esteso, in quanto è l’economia di mercato che si è rilevato storicamente lo strumento più adeguato, tra quelli disponibili, per produrre ricchezza per il maggior numero di persone. Ma proprio perché è più ricca essa può permettersi di aiutare i più deboli. In tal senso, scrive Hayek, "assicurare un reddito minimo a tutti, o un livello sotto cui nessuno scenda quando non può più provvedere a se stesso, non soltanto è una protezione assolutamente legittima contro rischi comuni a tutti, ma è un compito necessario della Grande Società" (Hayek, 1986, p.429).


    3. Liberismo anarchico

    Nel liberismo classico lo Stato è accettato come un male necessario che deve essere conservato sia pur entro limiti il più possibile ristretti. Smith gli riconosce compiti di protezione dell’individuo come singolo e della collettività nel suo complesso di assoluta importanza. E, per venire a tempi più recenti, Robert Nozick, autorevole esponente del pensiero liberale contemporaneo e teorico dello stato minimo, considera l’esistenza dello Stato, sia pur estremamente ridimensionato nei suoi compiti, un valore da difendere. Hayek, lungi dal propugnare uno stato minimo, ritiene che in una società avanzata fondata sulla libertà di mercato le autorità di governo debbano perfino intervenire a garantire quei servizi che non possono essere forniti a tutti dal mercato.
    All’interno della grande famiglia liberale e liberista esiste tuttavia un’ala "estrema" di antica tradizione, che negli anni più recenti si è sviluppata soprattutto in America: quella nota come free market anarchism o anarco-capitalismo. Si tratta della posizione che oltrepassa la linea di confine fra liberismo ed anarchia e che teorizza una società senza Stato basata sulla libera associazione degli individui, nella quale il mercato esercita un ruolo fondamentale nell’assicurare l’armonia e la giustizia. Caposcuola di questa corrente di pensiero è l’economista americano Murray N. Rothbard il quale, muovendo dalle premesse della grande tradizione del libertarismo12, ha fornito una versione del pensiero liberale che rappresenta il superamento del liberalismo classico nella misura in cui punta alla totale abolizione delle funzioni dello Stato, la cui esistenza risulta assolutamente inutile potendo il mercato da solo provvedere alla fornitura dei beni e dei servizi. Allievo di Ludwig von Mises, da cui mutua l’idea del mercato come luogo della scelta e della libertà, nonché la critica ad ogni forma di interferenza della mano pubblica nell’economia, egli prende tuttavia le distanze dal suo maestro, sostenitore dello Stato minimo, e difende la demolizione sistematica di ogni parvenza di organizzazione statale le cui attività, anche solo quelle minime di "guardiano notturno", costituiscono "attività di aggressione criminale e di depredazione dei diritti di proprietà privata" (Rothbard, 1996, p.288) e che, pertanto, può essere sostituita da forme di associazione politica alternative … le cosiddette "agenzie di protezione". Queste ultime gestiscono e forniscono servizi di tipo collettivo, compresi l’amministrazione della giustizia e la difesa del territorio, su basi puramente negoziali e senza apparati di costrizione, ovvero in regime di concorrenza e di libero mercato. Rispetto alle associazioni di mutua protezione, "le associazioni protettive dominanti", teorizzate da Nozick (1981) che eserciterebbero comunque il monopolio legittimo della forza, avendo il diritto di impedire ad altri di offrire servizi giudiziari e di protezione dei diritti, le agenzie protettive a cui fa riferimento Rothbard operano in un regime di libera competizione per cui si trovano a concorrere tra loro per la vendita dei loro servizi ai cittadini i quali sono liberi di acquistarli dall’agenzia prescelta. Solo così, infatti, si può garantire la salvaguardia del principio basilare della società libera e cioè che non deve esserci alcun uso della forza fisica, che altro non sarebbe se non la possibilità legalizzata di aggressione della persona e della proprietà degli individui, eccetto che per la difesa contro coloro che usano la forza contro la persona o la proprietà.
    _______________________
    1La Scuola storica tedesca dell’economia (all’interno della quale spicca la figura di Gustav Schmoller) negava il primato dell’economia teorica, in difesa di un’economia intesa come storia di eventi economici unici e irripetibili. Tale negazione della scienza, al cui vaglio si sottrarrebbero i fatti economici, si accompagnava a un’eccessiva considerazione del potere politico, il quale può porsi pertanto come punto di vista privilegiato sul mondo, cioè come variabile indipendente all'interno del sistema sociale. In tal senso, essa legittimava l'interventismo dello Stato nell'economia e considerava il potere politico arbitro della società. Per un inquadramento storico-politico la Scuola Storica Tedesca si rimanda a Roll (1967, pp. 307 e ss.).
    2Per contrastare le posizioni di cui questi economisti si facevano portatori dalle pagine della rivista "Il Giornale degli economisti", Francesco Ferrara, giornalista, docente universitario, ministro del governo Rattazzi, fondò la rivista "L’Economista", organo editoriale della Società Adam Smith che divenne lo strumento attraverso il quale egli poté polemizzare, in difesa del liberismo, con tali "socialisti della cattedra" che sollecitavano un maggior controllo sull’industria, l’adozione di sistemi più idonei di assicurazione sociale, la statalizzazione di settori strategici dell’economia, ecc. Cfr. Faucci (1995).
    3Gli scritti di Croce e di Einaudi sono stati raccolti in Croce … Einaudi (1988).
    4Si consideri che Einaudi aveva avuto modo di conoscere, durante un suo viaggio in America negli anni venti, per esempio, Ludwig von Mises, autorevolissimo esponente della Scuola Austriaca di Economia, il quale nei suoi scritti aveva denunciato come, nei regimi socialisti che negano la proprietà dei mezzi di produzione e il mercato, la pianificazione economica centralizzata, con la sua pretesa di controllo capillare di ogni attività umana, sradichi ogni barlume di libertà dal momento che "lascia all’individuo unicamente il diritto di obbedire" (Mises, 1959, p.272).
    5Il Mercantilismo non costituisce un insieme di teorie organiche e coerenti che sia possibile ricondurre a un filone di pensiero unitario data la prevalente mancanza di sistematicità dei contributi dei pensatori che ne enunciarono teoricamente i principi. Le politiche ispirate a tali principi, primo tra tutti quello secondo cui la ricchezza di un Paese dipende dalla quantità di moneta e metalli preziosi accumulati nelle casse dello Stato, furono ad ogni modo adottate dai nascenti Stati nazionali per dare basi più solide all’unità statale e per fare dell’incremento della ricchezza nazionale lo strumento per accrescere la forza dello Stato nei suoi rapporti con l’estero. cfr. Groenewegen e Vaggi (2006, pp.50-180).
    6Ne La fine del laissez faire, pubblicato nel 1926, John M. Keynes (1991) afferma che l’espressione laissez faire deve essere tradizionalmente attribuita al mercante francese Legendre (1680) il quale, a Colbert che sul finire del XVII secolo gli domandava che cosa potesse fare per aiutare i mercanti, rispose "Lasciarci fare". Essa fu utilizzata i un documento scritto solo nel 1751 dal marchese d’Argenson (1694-1757), i cui manoscritti ebbero grande diffusione nella Parigi del Secolo dei Lumi soprattutto presso alcuni dei più autorevoli rappresentanti della scuola fisiocratica francese (Vincent de Gournay, Du Pont de Nemour, Mirabeau padre, Quesnay e Turgot), i quali rimasero colpiti dall’espressione di Legendre tanto da volerla assumere e arricchire con l’espressione laissez passer.
    7Per una sintesi del contributo dei Fisiocratici alla storia del pensiero economico, cfr. Roll (1967, pp.121 e ss.).
    8Si pensi, per esempio, agli scritti di John Locke (1992) in difesa della libertà e della proprietà che devono essere garantite dalla sicurezza che lo Stato può offrire. O a quelli di Sir Dudley North (2009) in difesa del libero scambio. O, ancora, al contributo pionieristico di Bernard de Mandeville (1994) che ha avuto non poca influenza sulla formazione di Smith soprattutto nel mostrare come i meccanismi di mercato siano in grado di generare inintenzionalmente situazioni vantaggiose per tutti a partire dalle azioni di individui interessati a conseguire i loro obiettivi e per questo portati spontaneamente a cooperare tra loro.
    9Sul piano dell’azione politica le riflessioni di Ricardo e Mill trovarono applicazione nelle battaglie che William Cobden, industriale, scrittore e politico inglese, portò avanti proprio in quegli anni per convincere il governo ad abbassare le tasse all’importazione e favorire il commercio. In particolare si deve a lui, insieme a John Bright, la formazione della Anti-Corn Law League, l’associazione che più si impegnò per l'abolizione (ottenuta poi nel 1846) delle leggi protezionistiche che in Inghilterra regolavano le importazioni e le esportazioni del grano mediante l'imposizione di dazi, e che avevano di fatto concesso ai proprietari terrieri un regime di monopolio del mercato interno del grano, che si traduceva nell’aumento del prezzo del pane e che causava perciò insofferenza e malcontento tra la popolazione.
    10Cfr. Buchanan (1998). Più in generale sulla Scuola di Public Choice, cfr. Mueller (2003).
    11Il riferimento è al saggio, scritto in collaborazione con sua moglie Rose, Liberi di scegliere, pubblicato nel 1980. Cfr. Friedman (1981). Per un approfondimento della figura e del contributo di Friedman, cfr. Martino (1994).
    12Il libertarismo è una corrente di pensiero che si costituisce, a partire dal XIX secolo, come versione radicale del liberalismo classico. Sia pur nell’ampia articolazione delle sue posizioni interne, essa affonda le sue radici nel giusnaturalismo di Locke e ha come riferimenti culturali i Padri del costituzionalismo americano ma anche alcuni economisti liberali francesi della prima metà dell’Ottocento, tra cui occupano un ruolo centrale Gustave de Molinary e Frédéric Bastiat considerati precursori dell’anarco-capitalismo contemporaneo. Cfr. Barry (1993).


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    Redattore: Simona FALLOCCO

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  • LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE DEI CAPITALI E LIBERTÀ DEI PAGAMENTI

    La materia costituisce una delle libertà fondamentali dei Trattati istitutivi delle Comunità europee. Il diritto originario ad essa relativo è stato modificato nella numerazione dal Trattato di Amsterdam (1997) e figura attualmente nel capo IV del titolo III (Capitali e pagamenti), agli articoli dal 56 al 60 del Trattato CE (ex artt. 73B/73G TCE). Il Trattato (art. 56 CE) sancisce il divieto assoluto di qualsiasi restrizione ai movimenti di capitali ed ai pagamenti tra Stati membri, oltre che tra Stati membri e Paesi terzi.

    1. Definizioni. La Corte di giustizia CE ha precisato le nozioni di movimento di capitali e di pagamenti correnti (sent. 31.1.1984 in causa Luisi). S’intende per movimento di capitali solo le operazioni finanziarie che non costituiscono pagamenti correnti, hanno per oggetto l’impiego di valuta e non la remunerazione di una prestazione; per pagamento corrente i trasferimenti di valuta che costituiscono controprestazione all’interno di una transazione.

    2. Normativa sui capitali. La libera circolazione dei capitali (e la libertà dei pagamenti) trova alcune deroghe in forza dell’art. 59 CE (ex 73F TCE) il quale prevede la possibilità che non i singoli Stati membri (come stabilito invece dall’art. 3 della direttiva 88/361) ma il Consiglio, su proposta della Commissione e sentita la Banca Centrale Europea, adotti delle misure di salvaguardia per non più di sei mesi, quando “in circostanze eccezionali, i movimenti di capitali provenienti da Paesi terzi o ad essi diretti causino o minaccino di causare difficoltà gravi per il funzionamento dell’Unione economica e monetaria”. Il principio della libera circolazione dei capitali resta un caposaldo del processo di integrazione comunitaria. A livello nazionale il nostro Paese ha dato attuazione alla direttiva 91/308 in materia solo con il d.lg. 30.4.1997 n. 125, Norme in materia di circolazione transfrontaliera di capitali, stabilendo la necessità di una mera dichiarazione all’UIC invece del previgente divieto per i residenti di esportare o importare al proprio seguito denaro, titoli o valori mobiliari per un valore superiore ai venti milioni. Con tale decreto il nostro ordinamento si è conformato agli orientamenti della Corte di giustizia secondo cui le norme concernenti la libera circolazione dei capitali sono da ritenere dotate di efficacia diretta (sentenza Bordessa del 23 febbraio 1995 nelle cause riunite C-358/93 e C-416/93 e sentenza Sanz de Lera del 14 dicembre 1995, cause riunite C-163/94, C-165/ 94 e C-250/94).

    3. Normativa sui pagamenti. Tra le norme di recente poste in essere in materia dalle istituzioni comunitarie, conviene ricordare la direttiva 97/5 sui bonifici transfrontalieri adottata dal Parlamento e dal Consiglio il 27 gennaio 1997, con l’obiettivo di rendere rapidi, sicuri ed economici i bonifici da uno Stato membro all’altro; tale direttiva prevede, per i bonifici di importo non superiore a 50.000 euro, una serie di obblighi minimi a carico degli enti che li eseguono, in particolare di offrire preventivamente le opportune informazioni ai clienti, di rispettare i tempi di esecuzione e di garantire il rimborso del bonifico in caso di non raggiungimento dello scopo. Con la Direttiva 97/9 del 3 marzo 1997, Parlamento e Consiglio hanno invece inteso offrire un’adeguata garanzia agli investitori attraverso sistemi di indennizzo con un denominatore comune negli Stati membri. Il Parlamento e il Consiglio hanno anche adottato il 19.5.1998 la direttiva 98/26 concernente il carattere definitivo del regolamento nei sistemi di pagamento e nei sistemi di regolamento titoli. Alla luce del rapporto Lamfalussy del 1990 i governatori delle banche centrali dei paesi del Gruppo dei Dieci avevano, infatti,messo in evidenza i rilevanti rischi sistemici insiti nei sistemi di pagamento che operano sulla base di una pluralità di forme giuridiche in materia di netting dei pagamenti, in particolare di netting multilaterale, e sottolineato come la riduzione dei rischi giuridici connessi con la partecipazione a sistemi con regolamento lordo in tempo reale fosse di importanza capitale, dato il crescente sviluppo di tali sistemi.La direttiva considera inoltre della massima importanza ridurre il rischio connesso con la partecipazione ai sistemi di regolamento titoli, in specie se vi è una relazione stretta tra questi e i sistemi di pagamento, e ciò con l’obiettivo finale di contribuire a rendere efficiente il sistema di pagamento transfrontaliero col regolamento dei titoli all’intero della Comunità europea.

  • LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE DEI FATTORI DELLA PRODUZIONE

    Sancita dal Trattato di Roma essa è stata realizzata con differenti gradi di intensità relativamente ai diversi fattori della produzione. Per quanto riguarda il lavoro, ai lavoratori dipendenti è concessa quasi completa libertà di movimento. La Pubblica amministrazione degli Stati membri ha conservato infatti il diritto a riservare pasti di lavoro ai propri cittadini, mentre per quanto riguarda il diritto di stabilimento (v. diritto di stabilimento) per i lavoratori indipendenti non si sono ancora fatti molti progressi, soprattutto a causa della complessità del problema dell’armonizzazione delle qualifiche professionali. Anche i capitali stanno raggiungendo la piena libertà di movimento (v. libertà di circolazione dei capitali e libertà dei pagamenti), poiché molti Stati membri, fra cui l’Italia, hanno provveduto a rimuovere le barriere alla libertà di movimento di questo fattore, a suo tempo introdotte in base alle clausole di salvaguardia contenute nel Trattato di Roma. La piena libertà di circolazione dei fattori della produzione, insieme con quella dei beni e dei servizi, rappresenta uno dei fattori fondamentali del Mercato comune. Con la piena entrata in vigore delle norme per la realizzazione del mercato interno a partire dal 1°.1.1993, si è realizzata nella CE la piena libertà di circolazione dei fattori della produzione.Se si prescinde da alcune restrizioni residue dovute a periodi transitori e a esigenze di tutela della sicurezza dei lavoratori, sul piano normativo, tutti gli ostacoli alla libera circolazione dei capitali e di persone sono stati rimossi (v. libertà di prestazione dei servizi; diritto di stabilimento; libertà di circolazione dei capitali e libertà dei pagamenti). Dal punto di vista economico, il perfetto funzionamento del mercato interno si scontra, di fatto, con i limiti dovuti a differenze nelle normative nazionali che regolano l’insediamento e l’utilizzo dei fattori in attività produttive.

  • LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE DELLE MERCI

    Si tratta della prima delle quattro libertà fondamentali (unitamente alla libera circolazionedelle persone, alla libera circolazione dei capitali, alla libera circolazione dei servizi) previste dal Trattato CE. Tale libertà trova fondamento negli artt. 23 e 24 CE (ex 9 e 10 TCE) dove è scritto che “la Comunità è fondata sopra un’unione doganale che si estende al complesso degli scambi di merci e comporta il divieto, fra gli Stati membri, di dazi doganali all’importazione e all’esportazione e di qualsiasi tassa di effetto equivalente”; e che “sono considerati in libera pratica in uno Stato membro i prodotti provenienti da paesi terzi per i quali siano state adempiute in tale Stato le formalità di importazione e riscossi i dazi doganali e le tasse di effetto equivalente”, stabilendo l’adozione di una tariffa doganale comune. Fin dal 1968 era stata raggiunta la soppressione dei dazi doganaliall’importazione e all’esportazione. Per ciò che concerne invece le tasse di effetto equivalente ai dazi doganali (quelle prestazioni, cioè, imposte unilateralmente da uno Stato per il solo fatto che le merci varchino i suoi confini) la loro eliminazione è avvenuta gradualmente in via giurisprudenziale, attraverso una serie di sentenze - alcune delle quali rimaste famose - della Corte di Giustizia delle Comunità europee (si vedano, segnatamente, la Van Gend & Loos del 5 febbraio 1963 o quella sul caso del “panpepato” del 14 dicembre 1962). Conviene tuttavia precisare che tra le tasse di effetto equivalente vietate dal diritto comunitario non rientrano quelle imposizioni che costituiscano contropartita di un servizio effettivamente reso o che siano da ricondurre a un regime generale di tributi interni; si tratta invero di imposizioni che non contrastano con il divieto sancito dall’art. 90 CE (ex 95 TCE), il quale stabilisce che “nessuno Stato membro applica direttamente o indirettamente ai prodotti degli altri Stati membri imposizioni interne, di qualsivoglia natura, superiori a quelle applicate direttamente o indirettamente ai prodotti nazionali similari”. La norma del trattato stabilisce poi che “nessuno Stato membro applica ai prodotti degli altri Stati membri imposizioni interne intese a proteggere indirettamente altre produzioni”, si pensi al caso, p.e., della Finlandia che, non producendo vino, imponga aliquote fiscali elevatissime su tale bevanda così da favorire il consumo delle proprie produzioni alcoliche, quali birre e super alcolici a scapito di quelle di altri Paesi produttori di vino. Con l’obiettivo della libera circolazione delle merci gli artt. 28 e 29 CE (ex 30 e 34 TCE) stabiliscono inoltre il divieto di ogni restrizione quantitativa, rispettivamente all’importazione e all’esportazione, e di qualsiasi misura di effetto equivalente. La Corte di Giustizia ha chiarito il concetto di “misura di effetto equivalente” con la sentenza Dassonville dell’11 luglio 1974 in cui ha affermato che “ogni normativa commerciale degli Strati membri che possa ostacolare direttamente o indirettamente, in atto o in potenza, gli scambi intracomunitari va considerata una misura di effetto equivalente a una restrizione quantitativa”. Con un’altra sentenza (Cassis de Dijon) del 20 febbraio 1979 la Corte di Giustizia delle Comunità europee ha modifi cato, temperandolo, il divieto contenuto nell’art. 28 CE. L’art. 36 TCE (oggi 30 CE), d’altro canto, consente delle deroghe ai principi sanciti negli articoli precedenti, ma solo in casi tassativamente indicati: moralità pubblica, ordine pubblico, pubblica sicurezza, tutela della salute e della vita delle persone e degli animali o preservazione dei vegetali, protezione del patrimonio artistico, storico o archeologico nazionale o tutela della proprietà industriale e commerciale, altre deroghe riguardano la protezione dell’ambiente naturale e dell’ambiente di lavoro. In materia di libera circolazione delle merci risulta altresì fondamentale la sentenza della Corte di Giustizia nel caso Simmenthal del 15 dicembre 1978: vi si afferma che l’art. 30 non mira ad attribuire agli Stati membri una competenza esclusiva in determinate materie, quanto a consentire delle eccezioni alla disciplina generale, ma solo nella misura in cui queste sia necessarie e imprescindibili per il raggiungimento delle finalità che le stesse norme stabiliscono. Il 1° gennaio 1997 è entrata in vigore la decisione del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione (n. 95/3052 del 13 dicembre 1995) con la quale è stata stabilita una procedura di mutua informazione, attraverso preventiva notifica alla Commissione, sulle misure nazionali che derogano al principio della libera circolazione delle merci, così da rendere intelligibile e trasparente il regime delle deroghe tra gli Stati membri. Con il regolamento 2679/98 del 7 dicembre 1998, infine, il Consiglio ha instaurato un meccanismo in base al quale è affidato alla Commissione il compito di intervenire d’urgenza per la salvaguardia degli scambi intracomunitari in caso di violazioni. In particolare, attraverso un ricorso alla Corte di Giustizia delle CE, la Commissione può giungere a far condannare lo Stato inadempiente al risarcimento dei danni eventualmente causati.

  • LIBERTÀ DI CONCORRENZA

    La libertà di concorrenza nel diritto comunitario è regolata dagli artt. 81-89 CE (ex 85-94 TCE) e ha per obiettivo, secondo quanto disposto dall’art. 3, lettera g), CE, la creazione di un “regime inteso a garantire che la concorrenza non sia falsata nel mercato interno”. Il concetto che sta alla base dell’art. 3 è che la concorrenza e le leggi di mercato garantiscono il buon funzionamento dello Spazio economico europeo. La politica comunitaria in materia di concorrenza consiste in cinque ambiti: a) divieto di pratiche concordate, accordi e associazioni tra imprese che possano pregiudicare il commercio tra gli Statimembri e che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato comune; b) divieto, fin dove può essere pregiudizievole al commercio tra Stati membri, dello sfruttamento abusivo di una posizione dominante sul mercato comune; c) divieto di aiuti alle imprese (e controlli su di essi) da parte degli Stati membri, concessi utilizzando risorse statali, sotto qualsiasi forma, che possano falsare la concorrenza favorendo determinate imprese o produzioni; d) controllo preventivo sulle operazioni di concentrazione di dimensioni europee, autorizzando o vietando le previste alleanze; e) liberalizzazione di alcuni settori in cui aziende pubbliche o private operano in una situazione di monopolio, quali il mercato delle telecomunicazioni e quello dei trasporti e dell’energia.Le regole applicabili alle imprese sono contenute negli artt. 81-86 CE (ex 85-90), mentre gli artt. 87-89 (ex 92-94) riguardano gli aiuti concessi dagli Stati (v. aiuti concessi dagli Stati). Con l’abrogazione dell’ex art. 91 scompare la figura del dumping intracomunitario, ora non più configurabile (v. dumping e sovvenzioni, diritto comunitario). Tra le norme sopra citate, l’art. 81 (ex 85) prescrive il divieto delle intese; l’art. 82 (ex 86) vieta l’abuso di posizione dominante; l’art. 86 (ex 90) riguarda le imprese pubbliche e le imprese incaricate della gestione di servizi di interessi economico generale; infine, gli artt. 83-85 (ex 87-89) riguardano aspetti di carattere procedurale. In linea generale, il dibattito circa l’applicabilitào meno alle banche e alle istituzioni finanziarie delle norme in materia di concorrenza è stato risolto in senso positivo dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee, con la sentenza 14.7.1981, in causa 172/80 Züchner.

    1. Divieto di pratiche concordate, accordi e associazioni tra imprese. Il divieto delle intese, di cui all’art. 85, riguarda gli accordi tra imprese e le pratiche concordate qualora: 1) possano pregiudicare il commercio tra gli Stati membri; 2) abbiano per oggetto e per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato comune (art. 81, n. 1). Le intese vietate sono nulle (art. 81, n. 2) e, in virtù del disposto del regolamento del Consiglio del 6.2.1962 n. 17, possono comportare il pagamento di un’ammenda (art. 15) e di penalità di mora (art. 16). Tuttavia, in base all’art. 81, n. 3, le intese di cui sopra possono essere esentate dal divieto, da parte della Commissione, qualora: 1) contribuiscano a migliorare la produzione o la distribuzione dei prodotti o a promuovere il progresso tecnico o economico; 2) pur riservando agli utilizzatori una congrua parte dell’utile che ne deriva (condizioni positive). Quanto sopra, purché tali intese evitino: 1) di imporre alle imprese interessate restrizioni che non siano indispensabili per raggiungere gli obiettivi prefissati; 2) di dare alle imprese la possibilità di eliminare la concorrenza per una parte sostanziale dei prodotti di cui trattasi (condizioni negative).

    2. Posizione dominante. L’art. 82 CE (ex 86) vieta lo sfruttamento abusivo di una posizione dominante sul mercato comune (ora mercato interno), o su una parte sostanziale di questo, qualora esso possa essere pregiudizievoleal commercio tra gli Stati membri. Le norme relative a questi due punti assumono rilevanza altresì sotto il profilo delle concentrazioni di imprese, ora disciplinate dal regolamento CE 89/ 4064 adottato dal Consiglio il 21.12.1989 (v. controllo delle concentrazioni).

    3. Divieto di aiuti alle imprese e controlli su di essi (art. 87, ex 92, e art. 88, ex 91, CE). Salvo deroghe espresse del Trattato CE, sono incompatibili con il mercato comune, nella misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza. La Commissione procede con gli Stati membri all’esame permanente dei regimi di aiuti esistenti in questi Stati e propone loro le misure richieste dallo sviluppo e dal funzionamento del mercato comune. Alla Commissione sono comunicati, in tempo utile perché presenti le sue osservazioni, i progetti diretti a istituire o modificare aiuti. Speciali procedure sono previste per intimare agli Stati la revoca degli aiuti (art. 88, ex 93, CE). Molteplici sono le norme in materia di aiuti concessi dagli Stati e significativi i casi di esenzione ed esonero dalla severa disciplina sulla materia.

    4. Controllo preventivo delle concentrazioni. v. controllo delle concentrazioni.

    5. Liberalizzazione dei servizi pubblici. L’art. 86 CE (ex 90 TCE) dispone l’applicazione delle norme sulla concorrenza anche alle imprese alle quali gli Stati riconoscono diritti speciali o esclusivi; esso dispone, inoltre, che siano sottoposte alle regole sulla concorrenza (nei limiti in cui tale applicazione non osti all’adempimento della missione loro affidata) le imprese incaricate della gestione di servizi d’interesse economico generale o aventi carattere di monopolio fiscale. In ogni caso, tuttavia, lo sviluppo degli scambi tra gli Stati membri non deve essere compromesso in relazione all’attività svolta dalle imprese predette in misura contraria agli interessi della Comunità. La Commissione, avendo accertato che, soprattutto nel settore manifatturiero, una considerevole quantità di aiuti è stata erogata alle imprese pubbliche, ma non notificata ai sensi dell’art. 88 n. 3 del Trattato, per dare piena attuazione all’art. 86 CE ha emanato, e successivamente modificato (Dir. 85/413, Dir. 93/84 e Dir. 2000/52), la Direttiva 80/723/CEE del 25 giugno 1980, relativa alla trasparenza delle relazioni finanziarie tra gli Stati membri e le loro imprese pubbliche e alla trasparenza finanziaria all’interno di talune imprese. In base a essa, gli Stati membri debbono tenere i dati relativi alle relazioni finanziarie con le imprese pubbliche, dagli stessi controllate, a disposizione della Commissione per cinque anni La Commissione ha inoltre previsto l’obbligo, a carico degli Stati membri, di fornire talune informazioni di carattere finanziario, sia a richiesta della stessa Commissione sia con periodicità annuale, concernenti le proprie imprese nel settore manifatturiero – in cui la produzione costituisca almeno il 50% del fatturato annuo -, Da ultimo la Commissione ha previsto l’obbligo della tenuta di una contabilità separata per quelle imprese che – con un fatturato netto annuo superiore ai 40 milioni di euro negli ultimi due anni – svolgano la loro attività in particolare in ambiti concernenti servizi d’interesse economico generale (cioè quei settori che in passato costituivano prevalentemente l’oggetto dell’attività di monopoli pubblici; sono comunque fatti salvi icasi di attività svolte a seguito di procedure trasparenti quali, p.e., i c.d. oneri di servizio pubblico).

  • LIBERTÀ DI PRESTAZIONE DEI SERVIZI

    In base al disposto degli artt. 49-55 (ex 59- 66) del Trattato CE, gli Stati membri si impegnavano a sopprimere gradatamente, durante il periodo transitorio (il cui termine era fissato al 31.12.1969), le restrizioni alla libera prestazione dei servizi. Contestualmente a quanto sopra gli Stati si impegnavano anche a non introdurre nuove restrizioni rispetto alla libertà raggiunta al momento dell’entrata in vigore del Trattato. I servizi sono a loro volta definiti, nell’art. 50 (ex 60), come le “prestazioni fornite normalmente dietro retribuzione, in quanto non siano regolati dalle disposizioni relative alla libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone”. Essi comprendono attività di carattere industriale e non, commerciale (e finanziario in genere), artigianale, delle libere professioni. Così come per la libertà di stabilimento, il Consiglio, entro la fine della prima tappa del periodo transitorio (1961), ha stabilito, come prevedeva l’art. 52 (ex 63) CE, un programma generale per la soppressione delle restrizioni esistenti all’interno della Comunità e relative alla soppressione dei servizi. Le norme concernenti la libertà di prestazione dei servizi prevedevano ancora, da un lato, che si applicassero alla materia le stesse eccezioni previste per la libertà di stabilimento (v. diritto di stabilimento), dall’altro lato, che fino al momento in cui le restrizioni alla libertà di prestazione dei servizi non fossero state soppresse, gli Stati membri le avrebbero applicate senza discriminazione di nazionalità e di residenza. Infine, in base all’art. 53 (ex 64) CE, gli Stati membri si dichiaravano disposti a procedere alla liberalizzazione dei servizi anche in misura superiore a quella obbligatoria in virtù delle direttive via via approvate dal Consiglio per l’attuazione del programma generale; quando ciò fosse lo consentito dalla situazione economica generale e dal singolo settore considerato.

    Liberalizzazione nel settore bancario. Per il settore bancario, la liberalizzazione dei servizi vincolati a movimenti di capitale, in base al disposto dell’art. 51, n. 2, CE (ex 61), doveva essere attuata in armonia con la liberalizzazione della circolazione dei capitali. Dopo la firma dell’Atto unico europeo (1986), la legislazione comunitaria in materia ha avuto un notevole sviluppo; si ricordano, in particolare, le direttive: sui conti annuali e conti consolidati delle banche (direttiva 86/635/CE dell’8.12.1986); sulla pubblicità dei documenti contabili delle succursali di enti creditizi (direttiva 89/117/CE del 13.2.1989); sui fondi propri degli enti creditizi (direttiva 89/299/CE del 14.4.1989 poi modi- ficata dalla direttiva 92/16/CE, del 16.3.1992); sui coefficienti di solvibilità degli stessi (direttiva 89/647/CE del 18.12.1989 poi modificata dalle direttive 91/31/CE del 19.12.1990 e 92/ 633/CE del 21.12.1992). Le prime due direttive sono state attuate, in Italia, con il d.l. 27.1.1992 n. 87. Fondamentale in materia è poi la seconda direttiva relativa al coordinamento delle disposizionilegislative, regolamentari e amministrative riguardanti l’accesso all’attività degli enti creditizi e il suo esercizio (direttiva 89/646/ CE del 15.12.1989). Essa si basa, infatti, da un lato, sul principio della libertà di stabilimento e di prestazione dei servizi degli enti creditizi nel territorio della Comunità; dall’altro lato, sul principio del reciproco riconoscimento delle autorizzazioni e dei sistemi di vigilanza e infine sul principio che la vigilanza sia in concreto esercitata da parte dello Stato di origine (Home Country Law). Con riferimento ai gruppi bancari multinazionali, la direttiva 92/30/ CE del 4.4.1992, relativa alla vigilanza su base consolidata degli enti creditizi, ha abrogato, a partire dal 1°.1.1993, la direttiva 83/350/CE del 13.6.1983, precedentemente in vigore. La normativa comunitaria è poi completata dalla direttiva 93/6/CE del Consiglio del 15.3.1993, relativa all’adeguatezza patrimoniale delle imprese di investimento e degli enti creditizi e dalla direttiva 94/19/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 30.5.1994 relativa ai sistemi di garanzia dei depositi. In ultimo, per quanto riguarda la circolazione dei servizi in materia di borse valori, v. direttive comunitarie sulle borse).

  • LIBERTÀ FONDAMENTALI

    Lo stesso che diritti fondamentali garantiti ai cittadini negli stati liberali e costituzionali: diritto di libertà personale, di inviolabilità del domicilio, di opinione, di religione, di stampa, di riunione e di associazione, di resistenza all’oppressione. Nel nostro Paese esse sono state sancite per la prima volta dallo Statuto Albertino del 1848. Altre libertà sono state in seguito riconosciute: di organizzazione politica e sindacale, di lavoro, di sciopero, di accesso all’istruzione ecc. Oltre che dalle costituzioni degli Stati, la maggior parte di queste libertà sono riconosciute in sede internazionale, principalmente dalla Convention de sauvegarde des Droits de l’Homme et des Libertés fondamentales, più nota abbreviatamene come Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, sottoscritta il 4.11.1950 (in vigore dal 3.9.1953; modif. da 12 Protocolli addizionali, l’ultimo del 2000) promossa e tutelata dal Consiglio d’Europa (q.v.). In ambito comunitariosi definiscono come libertà fondamentali le quattro libertà relative alla parità di trattamento per merci e persone e cioè: libera circolazionedelle merci (art. 28 TCE), libera circolazione dei lavoratori (art. 39, ex 48, TCE), libertà di stabilimento dei cittadini (art. 43, ex 52, TCE), libera prestazione di servizi (art. 49, ex 59, e art. 50, ex 60, TCE). I principi hanno avuto sviluppo nel corso dell’attuazione del Mercato comune e dell’UEM: v. libertà di circolazione dei capitali e libertà dei pagamenti, libertà di circolazione dei fattori della produzione, libertà di circolazione delle merci, libertà di concorrenza, libertà di prestazione dei servizi.

  • LIBID

    Abbr. di: London interbank bid rate. Tasso d’interesse interbancario applicato alle transazioni fra banche sulla piazza di Londra per prestiti a 3 o 6 mesi. E un tasso denaro, ossia un tasso al quale le banche si dichiarano disposte ad accettare prestiti.

  • LIBOR

    Abbr. di: London interbank offered rate. Tasso d’interesse interbancario applicato per le transazioni fra banche sulla piazza di Londra per prestiti a 3 o 6 mesi. È un tasso lettera, cioè un tasso al quale le banche si dichiarano disposte a concedere prestiti. Rappresenta il tasso di riferimento maggiormente usato nel mercato delle eurovalute, assieme al prime rate statunitense, e costituisce la base delle operazioni a tasso variabile (floating rate) effettuate aggiungendo al LIBOR un certo spread. Quando si parla di LIBOR tout court si fa normalmente riferimento al tasso al quale un campione preselezionato di banche attive sulla piazza londinese (le c.d. reference banks) sono disposte a prestare fondi sul mercato interbancario.

  • LIBRETTO DI DEPOSITO

    1. Documento rilasciato dalla banca all’atto della stipulazione di un contratto di deposito a risparmio. I libretti di deposito si distinguono in vari sottotipi a seconda della scadenza e dell’intestazione. Sotto il primo profilo e con riferimento al tipo di rapporto contrattuale sottostante all’emissione del libretto, si distinguono i libretti semplici o liberi o a vista, che consentono al depositante di chiedere il rimborso della somma depositata in qualunque momento e libretti vincolati o a termine, quando il depositante non può prelevare le somme depositate prima della scadenza ovvero, ove questa non sia stata indicata, prima della scadenza del termine di preavviso secondo le modalità ed i tempi stabiliti all’atto del deposito. Anche nei libretti vincolati il depositante può chiedere in qualunque momento la restituzione della somma anticipata ma, in tal caso, saranno detratti dall’importo restituito gli interessi anticipatamente accreditati. D’altro lato, anche nei libretti semplici o liberi si deve rilevare che le condizioni generali di contratto predisposte unilateralmente dalla banca emittente prevedono normalmente che la richiesta di restituzione debba essere preceduta da un preavviso variabile da uno a dieci giorni a seconda dell’entità della somma da prelevare, non potendo la banca esporsi al rischio di restituire, su richiesta dei depositanti, somme superiori al disponibile giornaliero.

    2. Con riferimento all’intestazione si individuano quattro tipologie di libretti di deposito: libretti al portatore, rilasciati senza indicazione del nome del depositante, libretti nominativi, sui quali, al momento dell’emissione, vengono indicati i dati identificativi del depositante; libretti al portatore ma con indicazione di un nome o di altro contrassegno, ove l’indicazione del nome, spesso di fantasia, o di altro segno distintivo, ha soltanto funzione di identificazione del libretto e non vale ad identificare il suo possessore; libretti nominativi ma pagabili al portatore, che sono sostanzialmente libretti nominativi tuttavia pagabili non solo al titolare ma a chiunque ne sia possessore. Il libretto di deposito è disciplinato in maniera lacunosa e insufficiente dagli artt. 1835 e 1836 c.c., mentre trova disciplina più completa ed articolata sul piano negoziale nelle condizioni generali di contratto predisposte dalla banca e riportate sul libretto stesso. Dei libretti di deposito trattano anche alcune leggi speciali per disciplinare aspetti particolari, quali il risparmio agevolato; tra le diverse leggi in materia va ricordato il t.u.c.r. Il libretto di deposito assolve prevalentemente una funzione probatoria: le annotazioni effettuate sul libretto da chi appare addetto al servizio e dallo stesso sottoscritte fanno piena prova nei rapporti tra banca e cliente depositante senza che la banca sia ammessa a fornire la prova contraria; le annotazioni relative ai prelievi ed ai versamenti non potranno essere contestate con nessun mezzo di prova né orale né documentale, e sono impugnabili solo per errore di fatto o violenza. Ogni patto volto a limitare l’efficacia probatoria del libretto è nulla. Il libretto di deposito ha, inoltre, funzione di legittimazione del suo possessore e la sua materiale presentazione è necessaria per il compimento di qualunque operazione.

    3. Per il principio di localizzazione delle operazioni bancarie, le operazioni di prelievo e versamento devono essere effettuate presso gli sportelli della sede o filiale ove sono state depositate le somme; le norme bancarie uniformi che regolano i contratti di deposito prevedono tuttavia che le operazioni e le conseguenti annotazioni possano compiersi presso ogni filiale della banca che lo ha rilasciato. Di regola tutte le operazioni sul libretto, sia versamenti che prelevamenti, devono farsi in contanti; la prassi bancaria consente anche il versamento di un assegno bancario sul libretto, nel qual caso l’istituto si assume il rischio dell’esito dell’assegno. La diversa qualificazione del libretto a seconda della intestazione incide sulla legittimazione della banca a restituire la somma depositata e legittimazione del possessore a pretenderne la restituzione. In caso di libretto al portatore, la banca che, senza dolo o colpa grave, restituisce la somma al possessore è liberata anche se il possessore stesso non è il depositante. Nonostante la questione sia controversa, è dominante l’opinione che il libretto al portatore è un titolo di credito. La medesima regola si applica in caso di libretto al portatore con indicazione di un nome o di altro contrassegno. Se il libretto è nominativo, la banca è liberata se paga alla persona indicata sul libretto: incombe quindi alla banca l’onere di provvedere alla identificazione del possessore ed alla verifica della corrispondenza tra questi e colui che appare indicato sul libretto, che non necessariamente coincide con il depositante. Infine, per l’ipotesi di libretto nominativo pagabile al portatore, la banca che paga al possessore del titolo paga bene anchese trattasi di persona diversa dall’intestatario: la clausola pagabile al portatore esonera la banca dall’obbligo di identificazione del portatore senza riconoscere a questo il diritto a pretenderne la prestazione.

    4. Il libretto nominativo può essere intestato ad una o a più persone e, in questo caso, con facoltà dei cointestatari di operare sul conto disgiuntamente gli uni dagli altri ovvero congiuntamente. Nella prima ipotesi ciascuno dei cointestatari può compiere da solo qualunque operazione di prelievo e di versamento. Nel secondo caso, invece, mentre si ritiene che le operazioni di versamento possano essere eseguite anche da uno solo degli intestatari, per i prele- vamenti occorre l’accordo e la presenza di tutti. Le norme bancarie uniformi disciplinano il caso della morte di uno dei cointestatari. Sono elementi necessari di ogni libretto di deposito l’indicazione della natura del libretto, del tipo di deposito, della banca o l’agenzia presso cui è stato eseguito il deposito e che ha emesso il libretto, della data di emissione. Ove manchi qualcuno dei suddetti requisiti il deposito può valere come deposito ordinario (v. deposito). In caso di smarrimento, sottrazione o distruzione di un libretto la l. 30.7.1951 n. 948 prevede una procedura speciale per il rilascio di duplicati, semplificata rispetto al procedimento di ammortamento dei titoli, La procedura si articola in due fasi. La prima, comune ad ogni tipo di libretto, inizia con la denunzia alla banca emittente, con conseguente fermo delle operazioni, ed esposizione nei locali dell’istituto di una diffida all’ignoto possessore di restituire il libretto o di notificare un’opposizione. La seconda fase è differenziata con riferimento ai diversi tipi di libretto. Se il libretto è nominativo, decorso il termine di 90 giorni dalla diffida senza che siano state presentate opzioni, il denunziante può ottenere dalla banca il rilascio di un duplicato. Per i libretti al portatore occorre invece un provvedimento giudiziario emesso a conclusione di un procedimento volto ad accertare il diritto del denunziante. Il rilascio del duplicato estingue i diritti del detentore nei confronti dell’emittente. Sui libretti possono essere costituiti vincoli, come pegno ed usufrutto; le modalità di costituzione variano a seconda dei tipi di libretti e delle teorie che si accolgono sulla loro natura giuridica. La pratica conosce forme particolari di libretti di deposito tra cui i libretti di piccolo risparmio, emessi dalle casse di risparmio e destinati ad incrementare il risparmio tra i piccoli risparmiatori ai quali si propongono importi minimi di deposito e tassi di interesse vantaggiosi; i libretti condizionati, ove non sono consentiti prelievi sino al verificarsi di determinate condizioni, quali p.e. il raggiungimento della maggiore età dell’intestatario; libretti circolari, che consentono di effettuare operazioni presso tutte le sedi della banca depositaria.

  • LIBRETTO DI RISPARMIO POSTALE

    Documento rilasciato, contestualmente all’apertura di una partita di conto corrente, dall’ufficio di Amministrazione Postale al momento della effettuazione di un deposito di denaro ovvero di cedole già scadute di titoli del debito pubblico. La disciplina dei libretti di risparmio postale è contenuta al libro terzo del Codice Postale, d.p.r. 26.3.1973 n. 155 e nel successivo Regolamento di esecuzione emanato con il d.p.r. 1.6.1989 n. 256. I libretti possono essere nominativi (emessi da qualsiasi ufficio postale) o al portatore (emessi soltanto dagli uffici autorizzati). Possono essere intestati a una o più persone (anche minori); consentono prelievi e versamenti su tutto il territorio nazionale e l’accreditamento della pensione. Per il prelievo in un ufficio diverso da quello di emissione occorre attendere la conferma telegrafica del credito dall’ufficio emittente.

  • LIBRI CONTABILI

    Registri che accolgono le scritture economico-finanziarie dell’azienda alfine di conservare memoria e documentazione dei fatti di gestione, secondo criteri di ordinata e corretta contabilità. In senso lato, comprendono l’intero campo delle rilevazioni amministrative, siano esse raccolte o meno in libri, o in schedari o in memorie elettromagnetiche. I libri contabili si distinguono in obbligatori, sela loro tenuta è imposta per legge, e facoltativi. Tra quest’ultimi, ricordiamo: il libro di prima nota o brogliaccio, il libro di carico e scarico di magazzino, il libro di carico e scarico di portafoglio, gli scadenziari, il libro copia fatture ecc. Le scritture contabili debbono essere tenute a norma dell’art. 2219 c.c. e conservate per dieci anni dalla data dell’ultima registrazione o, comunque, per il periodo previsto da leggi speciali. Le imprese commerciali, fatta eccezione per i piccoli imprenditori, debbono tenere il libro giornale e il libro degli inventari, oltre che le altre scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’azienda e conservare ordinatamente per ciascun affare gli originali delle lettere, dei telegrammi e delle fatture ricevute, oltre che le copie delle lettere, dei telegrammi e delle fatture spedite. In base alle disposizioni che regolano l’assicurazione obbligatoria del personale dipendente, in materia di previdenza, assistenza sanitaria e prevenzione degli infortuni sul lavoro, le imprese commerciali debbono tenere il libro matricola e il libro paga. A norma degli artt. 23, 24 e 25 del d.p.r. 26.10.1972 n. 633, i soggetti passivi dell’imposta sul valore aggiunto debbono tenere il registro delle fatture o quello dei corrispettivi e il registro degli acquisti numerati e bollati oltre che tenuti e conservati a norma dell’art. 39 del d.p.r. 1972/633, cit. Ai sensi delle disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi di cui al d.p.r. 29.9.1973 n. 600, e successive modificazioni: le imprese commerciali, le società e gli altri enti equiparati, sempreché non ammessi alla contabilità semplificata di cui all’art. 18, oltre il libro giornale, il libro degli inventari, i registri prescritti ai fini dell’imposta sul valore aggiunto e, se del caso, i libri sociali obbligatori, debbono tenere le scritture ausiliarie (libro mastro) e, in quanto ne ricorrano i presupposti, il registro dei cespiti ammortizzabili, oltre che il registro dei codici e procedure meccanografiche con l’inventario dei vari supporti meccanografici sia dei flussi dei dati che dei programmi; in quanto sostituti d’imposta, gli stessi soggetti, ammessi o meno alla contabilità semplificata, debbono indicare nel libro matricola, per ogni dipendente, il numero delle persone a carico e le detrazioni d’imposta, oltre che, nel libro paga, le somme e i valori corrisposti a ciascun nominativo e l’ammontare delle ritenute fiscali; i sostituti d’imposta che non fruiscano del regime di contabilità semplificata debbono registrare i compensi e le altre somme soggette a ritenuta di acconto a norma dell’art. 25 e del comma 5 dell’art. 26, in ordine cronologico e distintamente per causale, in appositi conti individuali intestati a ciascun percipiente, con l’indicazione della causale e dell’ammontare al lordo e al netto delle ritenute operate. La mancata tenuta dei libri obbligatori può comportare effetti sfavorevoli per l’imprenditore commerciale. Infatti, a norma dell’art. 217 r. d. 16.3.1942 n. 267, è punito con la pena da sei mesi a due anni (oltre alle pene accessorie), se è dichiarato fallito, l’imprenditore che durante i tre anni antecedenti alla dichiarazione di fallimento, ovvero dall’inizio dell’impresa, se questa ha avuto minore durata, non ha tenuto i libri e le altre scritture contabili prescritti dalla legge o li ha tenuti in modo irregolare o incompleto. Analogamente l’imprenditore, per essere ammesso alle procedure di concordato preventivo o di amministrazione controllata, deve dimostrare di aver tenuto una regolare contabilità nei due anni precedenti o dall’inizio dell’impresa, se questa ha avuto una minore durata. L’obbligo di bollatura (e della vidimazione iniziale) del libro giornale e del libro degli inventari è stato soppresso dall’art. 8 della l. 18.10.2001 n. 383 (Legge Tremonti-bis), ferma restando la formalità di numerazione progressiva delle pagine. Lo stesso articolo ha soppresso l’obbligo di bollatura e vidimazione anche dei registri previsti dalla legislazione tributaria, ai fini delle imposte dirette e dell’IVA.

  • LIBRI SOCIALI

    Registri che debbono essere tenuti, obbligatoriamente, dalle società commerciali. Queste, innanzi tutto, alla stregua di qualsiasi altro imprenditore commerciale, debbono conservare il libro giornale e le altre scritture contabili richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’impresa. In quanto soggetti all’imposta sul reddito delle persone giuridiche, sono assoggettate alla tenuta, per fini fi- scali, di altri libri, come il registro dei cespiti ammortizzabili ed in quanto soggetti IVA, alle tenute dei relativi libri per le fatture emesse e per quelle ricevute dai fornitori. Ai fini assicurativi e previdenziali, è obbligatoria la tenuta del libro matricola e del libro paga. Inoltre, la legge prevede che le società per azioni e quelle in accomandita per azioni debbono tenere altri libri obbligatori, e precisamente: libro dei soci, nel quale vanno indicati il numero delle azioni, le generalità dei titolari delle azioni nominative, i trasferimenti e i vincoli ad esse relativi; libro delle obbligazioni, che riporta l’ammontare delle obbligazioni emesse e di quelle estinte, le generalità dei titolari delle obbligazioni nominative, i trasferimenti e i vincoli ad esse relativi; libro delle adunanze e delle deliberazioni delle assemblee, che riportano la trascrizione anche dei verbali redatti per atto pubblico; libro delle adunanze e delle deliberazioni del Consiglio di amministrazione; libro delle adunanze e delle deliberazioni del Comitato esecutivo, se esiste tale organo; libro delle adunanze e delle deliberazioni del collegio sindacale; libro delle adunanze e delle deliberazioni delle assemblee degli obbligazionisti, se sono state emesse obbligazioni. I primi quattro libri sono tenuti a cura dagli amministratori, mentre gli altri dall’organo cui fanno riferimento. I libri suddetti prima di essere messi in uso devono essere vidimati, numerati progressivamente in ogni pagina e bollati (v. bollatura) in ogni foglio dall’Ufficio del registro delle imprese o da un notaio (v. vidimazione). Il diritto di esaminarli e di ottenerne estratti a proprie spese spetta ai soci per il libro dei soci e per quello delle adunanze e delle deliberazioni delle assemblee; al rappresentante comune degli obbligazionisti per il libro delle obbligazioni e per quello delle adunanze e delle deliberazioni delle assemblee; ai singoli obbligazionisti per il libro delle adunanze e delle deliberazioni delle assemblee degli obbligazionisti. L’obbligo di tenuta di detti libri sussiste anche per le società a responsabilità limitata, con esclusione dei libri relativi alle obbligazioni, non essendone consentita l’emissione, e al collegio sindacale, qualora questo organo non esista.

  • LIBRO DEGLI INVENTARI

    Registro obbligatorio, per le imprese commerciali, espressamente previsto nell’art. 2214 c.c. Prima di essere posto in uso, deve essere numerato progressivamente in ogni pagina e bollato in ogni foglio dall’Ufficio del Registro delle imprese o da un notaio (v. vidimazione), che deve dichiarare, nell’ultima pagina, il numero dei fogli che compongono il registro (art. 2215 c.c.). L’inventario, iniziale e annuale, va sottoscritto dall’imprenditore entro tre mesi dal termine per la presentazione della dichiarazione dei redditi ai finì delle imposte dirette (art. 7-bis, legge 489/94 modificativa dell’art. 2217 c.c.) e non necessita più della vidimazione annuale. L’inventario deve contenere l’indicazione e la valutazione, secondo i criteri stabiliti per i bilanci delle società per azioni, in quanto applicabili, delle attività e delle passività relative all’impresa, oltre che -nelle aziende individuali – delle attività e delle passività dell’imprenditore estranee alla medesima; l’inventario si chiude con il bilancio e con il conto dei profitti e delle perdite, il quale deve dimostrare, con evidenza e verità, gli utili conseguiti o le perdite sofferte (art. 2217 c.c.). Il libro degli inventari, tenuto secondo le norme di una ordinata contabilità, senza abrasioni, spazi in bianco, interlinee e tra sporti in margine (art. 2219 c.c.), deve essere conservato per dieci anni dalla data dell’ultima registrazione (art. 2220 c.c.).

  • LIBRO DEI CONTRATTI DEGLI AGENTI DI CAMBIO

    Registro delle scritture relative all’attività degli agenti di cambio. La materiaè stata regolata con il r.d.l. 26.2.1925 n. 176 e il relativo regolamento approvato con r.d. 9.4.1925 n. 376 che hanno stabilito l’obbligo della tenuta di: un libretto in carta libera (carnet) a fogli numerati progressivamente e vidimato in ogni foglio dalla deputazione di borsa, per l’annotazione delle singole operazioni al momento stesso della conclusione; un libro di prima nota, numerato, bollato e vidimato secondo le norme stabilite dal codice civile (artt. 2215 e 2216) per il libro giornale e il libro degli inventari degli imprenditori. Tale libro fa le veci dello speciale libro giornale dei contratti che il codice civile (art. 1760) prescrive per tutti gli altri intermediari; un libro copialettere, bollato e vidimato, per la copia in ordine cronologico dei fissati bollati (v. fissato bollato). È stata, inoltre, prevista da speciali norme la tenuta di particolari libri: infatti, quando sussiste l’obbligo della copertura per i contratti a termine (l. 4.12.1939 n. 1913) l’agente di cambio deve annotare sul giornale degli scarti legali (o giornale dei depositi a garanzia), in corrispondenza ad ogni operazione e in ordine cronologico, gli estremi del deposito ricevuto dal cliente e di quello da lui effettuato alla stanza di compensazione; inoltre, in relazione alle norme riguardanti la nominatività obbligatoria dei titoli azionari, l’agente di cambio è tenuto all’uso del giornale delle autenticazioni delle girate dei titoli azionari (r.d. 29.3.1942 . 239). Su tale libro bollato e vidimato devono essere quotidianamente eseguite le annotazioni relative all’autenticazione della firmadel girante dei titoli azionari oggetto del trasferimento ed al tipo di girata eseguito. (N.B.- In seguito alla l. 2.1.1991 n. 1, istitutiva delle SIM, non vengono più banditi concorsi per agenti di cambio e la professione è destinata a scomparire. Il registro dei contratti deve essere ancora tenuto solo dagli agenti di cambio iscritti nel ruolo unico nazionale a esaurimento).

  • LIBRO FIDI

    Libro previsto dall’art. 37, 2° comma, l.b. 1936 sul quale le banche dovevano trascrivere, secondo le Istruzioni della Banca d’Italia, le concessioni di fido, specificando il nome dei funzionari che le propongono. Il libro fidi rientrava tra le scritture contabili e l’omissione e la irregolarità della tenuta erano soggette alle normali sanzioni in materia di scritture contabili. L’art. 37 l.b. 1936 è stato abrogato dal TUBC (art. 161) che ha delegificato anche questa materia rimettendo alla Banca d’Italia di fissare in proposito regole di carattere generale (art. 53). Nelle Istruzioni di Vigilanza vigenti non si trovano indicazioni sull’argomento, di modo che l’obbligo di tenere il libro fidi non esiste più. Le informazioni che erano desumibili da questo documento sono comunque fornite con ben maggiore tempestività e completezza dalle rilevazioni contabili e statistiche computerizzate.

  • LIBRO GIORNALE

    Registro che deve indicare, giorno per giorno, le operazioni relative alla gestione aziendale. La sua tenuta è espressamente imposta, alle imprese commerciali, dall’art. 2214 c.c. L’obbligo di bollatura (e della vidimazione iniziale) del libro giornale e del libro degli inventari è stato soppresso dall’art. 8 della l. 18.10.2001 n. 383 (Legge Tremonti- bis), ferma restando la formalità di numerazione progressiva delle pagine. Tenuto secondo le norme di una ordinata contabilità, senza abrasioni, spazi in bianco, interlinee o trasporti in margine, il libro giornale deve essere conservatoper dieci anni dalla data dell’ultima registrazione. Le stesse regole debbono essere osservate per i c.d. “giornali sezionali o parziali”, in cui si registrano cronologicamente operazioni funzionalmente omogenee che vengono, poi, periodicamente, riepilogate per totali nel libro giornale generale. Esempi di giornali sezionali sono il giornale dei crediti verso clienti, il giornale dei debiti verso fornitori, il giornale di cassa, il giornale dei movimenti nei conti correnti bancari, ecc., oltre che, nelle aziende divise, i giornali divisionali accesi alle operazioni inerenti alle varie divisioni o filiali che compongono l’impresa.

  • LIBRO MASTRO

    Registro che raccoglie tutti i conti di un dato sistema di scritture per consentire la classificazione delle operazioni, già registrate cronologicamente nel libro giornale. Se la contabilità è tenuta secondo il metodo della partita semplice, il mastro comprende i soli conti accesi al denaro, ai crediti e ai debiti; se è adottato il metodo della partita doppia, come è normale nelle imprese di dimensione non minima, il mastro si estende fino a comprendere anche i conti accesi ai costi, ai ricavi, al capitale netto o alle sue parti ideali. Frequentemente il mastro si compone di schede mobili o, addirittura, di memorie elettromagnetiche. La moderna contabilità informatizzata rende del tutto superflua la tenuta di questo libro.

  • LIBRO MATRICOLA

    Registro dove debbono essere iscritti, nell’ordine cronologico della loro assunzione in servizio e prima dell’ammissioneal lavoro, tutti i prestatori d’opera per i quali è obbligatoria l’assicurazione previdenziale pubblica. Il libro deve indicare, per ciascun lavoratore, il numero d’ordine d’iscrizione, il cognome e il nome, la data e il luogo di nascita, la data di ammissione in servizio e quella di risoluzione del rapporto di lavoro,la categoria professionale e la misura della retribuzione. I sostituti d’imposta devono annotare nel libro matricola, per ciascun dipendente, il numero delle persone a carico e le detrazioni d’imposta. È obbligatorio per tutti gli esercenti di imprese o di aziende industriali e commerciali, che abbiano alle loro dipendenze persone soggette alle assicurazioni presso l’INPS e l’INAIL, anche nel caso in cui la competenza investa uno solo dei due istituti. L’obbligo è esteso ai proprietari di fabbricati per i portieri, custodi ed altro personale dipendente addetto alla manutenzione ed amministrazione. Il libro matricola, tenuto ai sensi dell’art. 2219 c.c., deve essere preventivamente vidimato dall’INAIL (dall’INPS, se nessun dipendente è soggetto all’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro). Deve essere conservato per almeno dieci anni dalla data dell’ultima registrazione.

  • LIBRO PAGA

    Registro che, per ogni dipendente, deve indicare: cognome, nome, numero di iscrizione nel libro matricola e numero d’ordine; numero delle ore in cui ha lavorato in ciascun giorno con indicazione distinta delle ore di lavoro straordinario; la mercede effettiva corrisposta in denaro e in natura, compresi la gratifica natalizia e i ratei maturati in caso di licenziamento; l’importo delle singole trattenute di legge e di contratto, oltre che la trattenuta effettuata ai pensionati dell’INPS; le altre indicazioni per i fondi adeguamento pensioni, disoccupazione e tubercolosi, gli assegni familiari e l’imposta sul reddito delle persone fisiche. Se il prestatore d’opera è retribuito con mercede fissa o a giornata intera o a periodi superiori, deve essere segnata giornalmente solo la presenza al lavoro. La scritturazione delle ore di lavoro o delle presenze va eseguita nel termine di un giorno; entro tre giorni dalla scadenza del termine di ricorrenza del pagamento della retribuzione questa deve essere registrata. Le norme relative all’obbligatorietà di tale registro, alla sua tenuta e vidimazione, oltre che alla sua conservazione, sono le stesse che regolano il libro matricola.

  • LICENSING

    Espressione inglese che designa il contratto in base al quale il licenziante, titolare di un brevetto, concede al licenziatario il diritto di utilizzare l’invenzione che ne costituisce l’oggetto (v. brevetto), dietro pagamento di un compenso. Poiché il brevetto conferisce al titolare il potere di vietare ad altri l’uso di un processo produttivo (brevetto di processo), la fabbricazione e la vendita del prodotto brevettato (brevetto di prodotto) o del pro- dotto destinato ad un nuovo uso (brevetto di uso), la cessione di licenza sì caratterizza per un contenuto negativo, come una rìmozione di un divieto generalmente posto in relazione ad una attività che sarebbe per sua natura lecita (utilizzazione di una conoscenza legittimamente acquisita). L’obbligo del licenziante, in altre parole, consiste nel consentire ad altri (licenziatario) di svolgere una determinata attività. Il contratto può tuttavia prevedere che il licenziante assuma obblighi addizionali aventi contenuto positivo: licenziare eventuali futuri miglioramenti del prodotto o del processo, perseguire gli attì di contraffazione, difendere il brevetto da azioni di invalidazione e opposizione, fornire know how non brevettato ad integrazione del brevetto stesso (il cosiddetto ancillary know how). Il licensing propriamente detto ha per oggetto esclusivamente la cessione di un brevetto, anche se l’espressione è spesso usata nella pratica anche per identificare la cessione di know how (la cosiddetta licenza di know how), che riguarda quella parte della tecnologia non tutelata da brevetto o da altri diritti di proprietà industriale. Molte clausole tipiche vengono utilizzate in entrambi i contratti. Spesso si hanno licenze su procedimenti tecnologici non brevettati o muniti di tutela molto labile, p.e. nel caso di cessione di impianti chiave in mano tra un produttore di un paese industrializzato e quello di un paese in via di sviluppo, in cui il processo trasferito presenta scarsi elementi di originalità. Un altro caso ricorrente è la licenza riguardante prodotti non brevettati: il ricorsi ad essa da parte del licenziatario può essere motivato dall’esigenza di disporre di tutte le informazioni tecniche necessarie e dei futuri miglioramenti del prodotto, di usufruire della consulenza e assistenza del licenziante, di utilizzare il marchio così via. Più in generale, il licensing è formula interessante per il licenziata in quanto consente di accedere a nuove tecnologie e di affacciarsi più facilmente sui mercati internazionali. Per quanto guarda il licenziante, il licensing gli consente di inserirsi in mercati per vari motivi inaccessibili all’esportazione o a investimenti diretti e presenta ulteriori vantaggi quali la minimizzazione dei costi di commercializzazione, una maggiore redditività degli investimenti in ricerca e sviluppo, una maggiore rapidità di diffusione delle innovazioni rispetto alla concorrenza. La conclusione di un accordo di licensing può essere richiesta da mutamenti in atto nel settore industriale o nell’ambiente internazionale (nei paesi dell’Est può essere una via per ottenere redditi meno soggetta a rischi monetari dell’esportazione, in quanto le royalties sono soggette a revisione) o ancora può essere imposta da imprese antagoniste, in presenza di sospetto di imitazione di brevetti, con uno scambio di licenze incrociate. D’altra parte il licensing presenta il rischio di favorire la nascita di nuovi concorrenti, specialmente nel caso in cui la tecnologia non sia sufficientemente salvaguardata da brevetti o consista in know how non brevettato.

  • LICENZA PER LE AGENZIE DI PRESTITO SU PEGNO

    Autorizzazione rilasciata alle organizzazioni che svolgono come attività principale la concessione di prestiti di importo ancheminimo, a miti condizioni, con garanzia di pegno su cose mobili (v. agenzia di prestito su pegno). L’art. 155, comma 3, del TUBC, confermando quanto già previsto dall’art. 44, comma 2, d.lg. 14.12.1992 n. 481, ha disposto l’assoggettamento elle agenzie di prestito su pegno alla disciplina dell’art.106 stesso testo unico, convertendole così all’esercizio di una o più delle attività finanziarie disciplinate da detta norma. In caso contrario, le agenzie possono limitarsi a svolgere l’attività di meri “tramitatori” ai sensi dell’art. 115 TU leggi di pubblica sicurezza. dotandosi dell’apposita licenza rilasciata dal questore e ormai abolita per le banche che operano il credito su pegno (art. 48, comma 2, TUBC).

  • LICENZE INCROCIATE

    Accordi che costituiscono un ampliamento della licenza di fabbricazione, allorché i partners compiono entrambi studi sui prodotti o processi oggetto dell’accordo. Il contratto solitamente prevede la reciproca e privilegiata informazione sulle nuove eventuali scoperte. Alle piccole e medie imprese un successivo perfezionamento del prodotto ed eventualmente l’ottenimento di un ulteriore nuovo brevetto possono dare la forza contrattuale per una conseguente autonomia dal concedente. Le licenze incrociate (o scambi di licenze) sono adottate anche da piccole e medie imprese che cercano nel partner una fonte di tecnologia e know how aggiuntivo per ampliare e diversificare la produzione. La formula è altresì diffusa tra società titolari di brevetti e centri di ricerca e sviluppo che intendono inserirsi in settori nuovi attraverso lo scambio in blocco di brevetti. Infine, tale strategia può essere “imposta” da un’impresa concorrente qualora quest’ultima ritenga che i suoi brevetti siano stati contraffatti (soprattutto nei settori di punta ad evoluzione tecnologica rapida), come soluzione più rapida ed economica rispetto al procedimento legale.

  • LIFFE

    Acr. di London International Financial Futures Exchange. Mercato a termine britannico istituito nel 1982, sul quale vengono trattati contratti futures su valute, tassi d’interesse e indici azionari oltre che alcuni tipi di opzioni. Contende al MATIF il ruolo di maggiore mercato europeo di contratti a termine ed occupa attualmente la terza posizione mondiale per volumi trattati dopo il Chicago Board of Trade e il Chicago Mercantile Exchange. Nel 1992 ha inglobato il London Traded Options Market, dando origine al London International Financial Futures and Options Exchange, che ha conservato la sigla originale LIFFE.

  • LIFO

    Acr. di: Last In First Out. Procedimento per la valutazione delle rimanenze, basato sul presupposto che la quantità entrata per ultima in magazzino sia la prima ad uscirne. AL termine del periodo di rilevazione, che varia in funzione degli effettivi tempi di permanenza dei vari livelli quantitativi di scorte (nel “LIFO continuo”) ovvero ha una durata convenzionale (nel “LIFO a scatti o discontinuo”), la giacenza finale si confronta con quella iniziale: se risulta maggiore, gli incrementi si valutano al costo unitario reale o medio verificatosi nel periodo; se, invece, è inferiore, i decrementi si imputano alle stratificazioni formatesi nei periodi precedenti, a cominciare dalla più recente. Se, p.e., la giacenza iniziale è così strutturata:

    1.000 unità a € 400 = € 400.000

    100 unità a € 450 = € 45.000

    100 unità a € 500 = € 50.000 1.200 unità = € 495.000

    possono essere ipotizzati due casi opposti: che la rimanenza finale risulti di 1500 unità, essendo di € 550 il valore unitario attribuibile all’incremento di 300 unità; che la rimanenza finale risulti di 900 unità, con un decremento di 300 unità. Nel primo caso, la giacenza finale sarà così valutata:

    valore della consistenza iniziale € 495.000

    più incremento:

    300 unità a € 550 € 165.000

    valore della consistenza finale € 660.000

    Nel secondo caso, la rimanenza finale verrà così valutata:

    valore della consistenza iniziale € 495.000

    meno:

    decremento imputabile all’ultima straficazione: (100 unità a € 500) € 50.000

    decremento imputabile alla penultima stratificazione: (100 unità a € 450) € 45.000

    decremento imputabile alla prima stratificazione: (100 unità a € 400) € 40.000

    valore della consistenza finale € 360.000

     

    In linea generale il procedimento LIFO, attribuendo ai decrementi quantitativi delle scorte i valori unitari più recenti, conduce a valutare la rimanenza ai prezzi più vecchi. In presenza di prezzi crescenti (o decrescenti), ciò determina una certa sottovalutazione (o sopravvalutazione) degli stocks rispetto al criterio del costo medio ponderato. Il “LIFO a scatti annuali”, ai sensi dell’art. 53 del TUIR, è adottabile, in sede di determinazione del reddito d’impresa fiscalmente imponibile, sia nella valutazione delle rimanenze di beni che nella valutazione dei titoli.

  • LIMITAZIONE DEI RISCHI

    Principio secondo il quale la banca determina l’ammontare massimo di fido concedibile al cliente affidatoentro una certa proporzione del fabbisogno finanziario complessivo di quest’ultimo. Esso differisce pertanto dal frazionamento del rischio, che comporta la diversificazione dei prestiti concessi dalla banca in relazione alle caratteristiche del proprio portafoglio e, più in generale, della propria situazione patrimoniale. Il principio del frazionamento è per taluni aspetti disciplinato dalla normativa sul limite di fido, mentre l’attuazione del principio di limitazione del rischio è lasciata alle scelte gestionali dell’ente erogante. La sua applicazione comporta che l’impresa distribuisca la propria domanda di credito fra più banche, ciascuna delle quali può ridurre la quota di rischio economicoe finanziario direttamente coperta: dato un certo importo del fabbisogno di credito bancario dell’impresa, tanto maggiore è il numero delle banche finanziatrici tanto minore è il rischio che ciascuna di esse si accolla. Quest’ultimo viene ulteriormente ridotto dal fatto che la singola banca può, se necessario, contare su una maggiore trasferibilità del fido concesso. La limitazione del rischio trova concreta attuazione anche per effetto di insuperabili costrizioni di ordine pratico: la banca non può in ogni caso finanziare integralmente il fabbisogno complessivo delle imprese clienti, a causa delle sue dimensioni, che dovrebbero essere immensamente superiori a quelle delle imprese stesse. E necessario però che la limitazione non divenga eccessiva e che le imprese instaurino rapporti privilegiati con un numero limitato di banche (v. Hausbank): un’eccessiva parcellizzazione dei prestiti diviene, infatti, potenziale fonte di instabilità qualora, come si è verificato in passato in taluni paesi fra cui l’Italia, comporti un esagerato ampliamento del numero dei rapporti bancari intrattenuti da ciascuna impresa e determini indirettamente una minore attenzione di ciascuna banca alla valutazione del merito di credito dell’impresa richiedente (v. fido multiplo).

  • LIMITE DELLA GARANZIA DEI SISTEMI DI GARANZIA DELLA CLIENTELA BANCARIA IN ITALIA

    Il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi e il Fondo di Garanzia dei Depositanti del Credito Cooperativo proteggono i depositi fino a 100.000,00 euro per depositante. Pertanto il limite si calcola con riferimento alla somma dei depositi e dei fondi che uno stesso cliente detiene presso la banca e non ai singoli conti o rapporti. Il predetto limite massimo di rimborso, nel caso di rapporti congiunti, si applica con riferimento a ciascuno degli intestatari e i conti si presumono ripartiti in eguale proporzione tra i medesimi.
    Esempio
    Nel caso di un cliente A - titolare di un deposito di € 70.000 a sé intestato e di un deposito di € 150.000 intestato congiuntamente a sè e al cliente B - il cliente A detiene la somma complessiva di € 70.000 + di 150.000 = € 145.000, mentre il cliente B detiene la somma di € 75.000 (1/2 di 150.000).
    In tal caso, i Fondi rimborseranno al cliente A € 100.000 (limite massimo) e al cliente B € 75.000.
    Fonte: Banca d'Italia

  • LIMITE DI FIDO

    1. Divieto imposto alle banche di concedere credito, inteso in tutte le sue forme tecniche, a un solo soggetto, in misura superiore ad un ammontare considerato prudente dalle autorità stesse e che tradizionalmente viene proporzionato all’entità del patrimonio dell’ente erogante. Tale provvedimento trova la sua ragion d’essere nella necessità di impedire un’eccessiva concentrazione degli impieghi bancari. Con esso si intende, infatti, arginare i pericoli che possono derivare da un legame troppo stretto tra gli enti creditizi e le imprese non bancarie, loro affidate. Il primo provvedimentoin materia (art. 16 del r.d.l. 6.11.1926 n. 1830), confermato successivamente dalla l.b 1936 (art. 35, lett. b), stabilì che la misura massima del fido concedibile da una banca ad unostesso obbligato non potesse superare il quinto del capitale versato (o del fondo conferito) e delle riserve (ordinaria e speciale) della banca, con possibilità di deroga da concedersi caso per caso dalla Banca d’Italia. Le richieste di autorizzazione preventiva che le banche inoltravano all’Organo di vigilanza si intensificarono, però, sempre più a causa dell’aumento della domand adi credito da parte della clientela e del contemporaneo mancato adeguamento del capitale delle banche. Tale situazione spinse il CICR a riformare la materia emanando le delibere del 30.3.1973 e del 4.6.1976 finalizzate ad assicurare maggiore autonomia e flessibilità operativa alle banche. Questa nuova disciplina, che è rimasta in vigore fino al recepimento della dir. 92/121/CE, faceva perno sulle nozioni di “fido eccedente”, “limite individuale di fido” e “massimale globale d’autonomia”. Per fido eccedente si intendeva un fido diretto (di cassa o di firma) o indiretto, garantito o non garantito, d’importo superiore ad un quinto del patrimonio della banca. Il limite individuale rappresentava, invece, il massimo fido che poteva essere accordato ad un singolo cliente senza l’obbligo di chiedere l’autorizzazione all’Organo di vigilanza ed era pari all’ammontare dell’intero patrimonio della banca. Infine, il massimale globale d’autonomia esprimeva il volume complessivo dei “fidi eccedenti” che potevano essere erogati dall’ente creditizio, anche in questo caso senza dover richiedere alcuna autorizzazione. L’ammontare di quest’ultimo era differenziato a seconda del livello del rapporto tra patrimonio emezzi fiduciari (grado di patrimonializzazione) presentato da ciascuna banca, con un massimo del 40% dei mezzi fiduciari per le banche aventi un rapporto pari almeno all’8% e un minimo del 25% per quelle caratterizzate da un rapporto pari al 3%. Esercitando una sorta di controllo automatico sulle condizioni di solvibilità della banca, esso mirava ad assicurare una proporzione armonica tra crediti per cassa e raccolta. L’ordinamento prevedeva, inoltre, limiti specifi ci, data la loro peculiare operatività, per le casse rurali e artigiane, le filiali di banche estere, gli istituti centrali di categoria e gli istituti di credito speciale.

    2. Con il passare del tempo, a seguito dell’evoluzione degli aggregati bancari e dell’aumento dei coefficienti patrimoniali, questa normativa perse ogni efficacia restrittiva: il massimale globale d’autonomia era proporzionato a livelli di rapporto tra patrimonio e mezzi fiduciari troppo ridotti rispetto a quelli che ormai caratterizzavano la gran parte delle banche. Inoltre non veniva presa in considerazione alcuna forma di consolidamento né si computavano, nel calcolo del massimale, gli impieghi fuori bilancio. La disciplina, dunque, non costituiva più un incisivo strumento di vigilanza prudenziale in quanto non assicurava un corretto funzionamento del portafoglio crediti. Di conseguenza, al fine di circoscrivere la concentrazione dei rischi bancari e di evitare, tra gli istituti dei vari paesi Membri, distorsioni concorrenziali derivanti da normative diverse, il 22.12.1986 venne emanata dalla CEE la raccomandazione “sulla vigilanza ed il controllo dei grandi fidi degli en- ti creditizi”. Successivamente, dopo una serie di modifiche in senso restrittivo, si è approdati alla dir. CE n. 121 del 21.12.1992, recepita in Italia con il decreto del ministro del Tesoro del 22.6.1993 (n. 242633) e, nell’ottobre del medesimo anno, con le Istruzioni di Vigilanza della Banca d’Italia in attuazione al decreto stesso. La direttiva, che si applica a tutti gli enti creditizi senza distinzione tra le varie categorie giuridiche, ha introdotto dei margini più restrittivi e alcune importanti novità. In primo luogo il carattere inderogabile dei limiti all’assunzione dei rischi. La normativa, infatti, considera “grande rischio” la posizione di rischio d’importo pari o superiore al 10% del patrimonio di vigilanza dell’ente creditizio e ne assoggetta la concessione a due limiti quantitativi: individuale e globale. Il primo prevede che l’ente creditizio non possa concedere a una singola controparte - cliente o gruppo di clienti collegati - fidi d’importo superiore al 25% del patrimonio di vigilanza. Il secondo prevede che l’ente creditizio non possa concedere grandi fidi per un ammontare cumulativamente superiore all’800% del patrimonio di vigilanza. Inoltre, rispetto alla precedente disciplina, viene ampliata la nozione di rischio a tutte le forme con cui le banche assicurano sostegno finanziario alla clientela. Assume pertanto notevole importanza qualsiasi tipo di finanziamento e di garanzia offerti alla controparte e comportanti un rischio di credito per l’ente creditizio (per l’individuazione analitica delle voci si fa riferimento agli aggregati previsti dalla dir. 89/647/CE sul coefficiente di solvibilità). Infine viene introdotto il principio del “doppio consolidamento” secondo il quale i grandi fidi devono essere determinati considerando da un lato i fidi accordati dalla banca non solo al singolo cliente ma anche alle altre entità del gruppo al quale esso appartiene (consolidamento dal lato del cliente) e dall’altro i fidi concessi al cliente dalla banca e anche dalle istituzioni finanziarie facenti parte del medesimo gruppo creditizio (consolidamento dal lato dell’intermediario). V. grandi fidi.

  • LIMITED LIABILITY COMPANY

    1. Ente societario di origine statunitense, creato dalla legislazione societaria e fiscale degli Stati Uniti al fine di agevolare la gestione delle joint ventures internazionali. Si tratta di una sorta di modello societario ibrido, perciò molto flessibile, che presenta contemporaneamente caratteristiche proprie delle società di persone e di quelle di capitali e che, avendo una diversa qualificazione giuridica nell’ambito delle norme fiscali italiane e statunitensi, permette ai soci residenti in tali Paesi di ottenere trattamenti fiscali particolarmente vantaggiosi nell’ambito della cooperazione internazionale fra imprese. Infatti, prima del riconoscimento normativo di questa figura, le imprese italiane e quelle statunitensi che intendevano costituire una joint venture tra loro non avevano a disposizione un adeguato strumento per poterla gestire e dovevano ricorrere a vari meccanismi, di carattere contrattuale e societario, che si rivelavano particolarmente complessi e poco funzionali ed omogenei. Fra le caratteristiche più importanti del modello, appare particolarmente rilevante il fatto che i soci possano beneficiare della responsabilità limitata per i debiti societari, oltre al fatto che l’ente, salvo alcune eccezioni, gode di un regime fiscale trasparente con conseguente tassazione diretta in capo ai soci (tipico delle ocietà personali), ferma la piena capacità giuridica dell’ente che può essere titolare di rapporti giuridici.

    2. La limited liability company deve essere costituita da almeno due persone (con l’eccezione di alcuni Stati), deve contenere nella propria denominazione l’indicazione “Limited Liability Company” oppure la forma abbreviata LLC, Limited, Ltd., Company ed è vietato aggiungere alla denominazione le parole Bank, Insurance, Trust, Trustee, Incorporated e Corporation. Salvo diversa disposizione dello statuto, normalmente è vietata la cessione della partecipazione sociale a soggetti terzi senza il consenso preventivo di tutti i soci (clausola che diventa particolarmente restrittiva in caso di joint ventures). La società, salvo diversa disposizione dello statuto, viene posta automaticamente in liquidazione in caso di fallimento, recesso, morte o liquidazione anche di un solo socio. Per quanto concerne l’amministrazione, questa può esser affidata ad uno o più soggetti, anche non soci, i quali possono delegare anche a non soci una o più funzioni amministrative (officers, o managers), ferma restando la facoltà di tutti soci di partecipare all’amministrazione, differenziandosi in ciò dalla nostra figura di soci accomandanti. Lo statuto può essere modificato con le maggioranze ivi richieste o, in mancanza di indicazioni esplicite, all’unanimità.

    3. La diversa ed anzi opposta qualificazione giuridica di questo ibrido istituto nell’ambito dell’ordinamento italiano e di quello statunitense, soprattutto in tema di disciplina fiscale, ne rende particolarmente conveniente l’utilizzo permettendo di superare, fra l’altro, la doppia imposizione che colpisce il reddito prodotto da una società di capitali operante negli USA, sottoposta a prelievo sia nel momento in cui produce il reddito sia in sede di dividendi percepiti dal singolo azionista (i soci americani di una joint venture operante negli USA, mediate la costituzione di una LLC manterrebbero la responsabilità limitata evitando la doppia imposizione). In realtà, anche altri strumenti previsti dall’ordinamento statunitense offrono un regime fiscale trasparente ma, tuttavia, gli stessi non si rivelano adatti alla gestione di una joint venture internazionale. Ci riferiamo alle partnerships (società di persone), le quali però non proteggono i soci dalla responsabilità illimitata e personale per i debiti societari; alle S Corporations le quali, per espresso divieto di legge, non possono avere fra i soci dei soggetti esteri, sotto pena della perdita del regime di tassazione trasparente.

    4. Alla luce di quanto sopra, solo la limited liability company si presenta come lo strumento ideale per le esigenze create dalla gestione delle joint ventures internazionali. Peraltro, anche i soci italiani di una joint venture statunitense possono trarre vantaggio dalla fattispecie collettiva in esame in quanto la loro partecipazione alla stessa sembrerebbe qualificata, dallalegge fiscale italiana, come una partecipazione in una società di capitali. Ciò, come noto, si tradurrebbe in una conseguente tassazione degli utili, in capo al socio italiano, solo al momento dell’effettiva percezione degli stessi, beneficiando, nel contempo e quasi sempre, di una totale esenzione d’imposta ai fini dell’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP) e di una parziale ma sostanziale esenzione di imposta ai fini IRES. Sotto il profilo fiscale statunitense, invece, la detenzione di una partecipazione in una limited da parte di un socio italiano viene considerata come una semplice gestione di affari negli Stati Uniti tramite una branch. Sebbene i profitti realizzati da questa siano normalmente assoggettati ad una trattenuta del 30% (c.d. branch profit), questa non si applica al socio italiano in virtù della disciplina contenuta nel trattato sulle doppie imposizioni fra Italia e Stati Uniti. Tali norme, emanate il 31.7.1997 ed entrate in vigore il 1.1.1998 stabiliscono che le aliquote ridotte in base all econvenzioni contro la doppia imposizione non si applicano ai redditi corrisposti da un ente ibrido ad un socio estero qualora tali redditi siano soggetti a tassazione nel paese estero ovvero qualora il percettore non ne sia l’effettivo beneficiario ma un semplice conduit. Pertanto, in virtù del regime fiscale trasparente, i redditi delle limited sono assoggettati ad imposta solo nel momento in cui si trasmettono in capo ai soci ed in tal caso, i soci italiani possono scegliere di essere trattati come residenti americani ai soli fini dei redditi conseguiti dalla limited, oppure la stessa sarà tenuta a pagare in anticipo, ogni trimestre, i redditi stimati su base annua. In definitiva, lo strumento in esame appare sicuramente vantaggioso nell’ambito di joint ventures italo-amaricane in quanto, per i soci statunitensi, il regime fiscale trasparente permette loro di evitare la doppia imposizione sugli utili mentre per i soci italiani è possibile ottenere un importante differimento dell’imposta, dato che, nel nostro ordinamento, gli utili della joint venture condotta con il meccanismo della limited non verranno tassati se non in sede di distribuzione ed è anche possibile ottenere una significativa ma parziale esenzione ai fini IRES e totale ai fini IRAP. Per i soci italiani i redditi non vengono assoggettati a ritenuta alla fonte negli Stati Uniti all’atto di distribuzione degli utili ma vengono sottoposti all’imposta progressiva sul reddito con un’aliquota molto inferiore a quella che sarebbe applicabile in Italia a parità di reddito. La normativa fiscale introdotta con il trattato contro la doppia tassazione, inoltre, può avere rilevanza anche per le joint ventures italo-americane che, in forma di limited liability companies operano in Italia. Infatti, consente ai soci americani di beneficiare del regime fiscale trasparente anche in sede di cessione della partecipazione, in quanto i profitti della joint aumentano il costo fiscale della partecipazione, con la conseguente riduzione della plusvalenza e del capital gains all’atto della cessione della partecipazione.

    5. In definitiva, i vantaggi correlati all’uso di una limited liability company sono molteplici sia sotto il profilo civile sia sooto quello fiscale. Dal punto di vista civilistico i soci, siano essi italiani o statunitensi, godono della responsabilità limitata per i debiti sociali. Le strutture societarie e le regole amministrative sono più congeniali alla gestione di una joint ventures internazionale. Inoltre, tutti i soci possono partecipare all’amministrazione non essendovi le esclusioni che solitamente accompagnano i soci accomandanti nelle strutture societarie dei sistemi civil law. Infine, in tema di bilancio, i risultati della limited possono essere inclusi nel bilancio consolidato del gruppo. Per quanto concerne i vantaggi di ordine fiscale, negli Stati Uniti, i soci beneficiano del sistema fiscale trasparente ed evitano il regime della doppia imposizione proprio della società americane a responsabilità limitata. In alcuni casi, i soci italiani che partecipano ad una limited americana possono avvantaggiarsidel sistema statunitense dei trattati contro le doppie imposizioni, a meno che non vi sia una clausola negli stessi che applica i benefici solo all’effettivo beneficiario del reddito. Comunque i soci italiani di una limited americana possono ottenere un differimento di imposta in quanto, se ai fini fiscali italiani i redditi non si considerano realizzati fino a quando non vengono percepiti, ai fini fiscali americani, in virtù del regime di trasparenza, sono attribuiti immediatamente ai soci esteri e quindi i redditi percepiti da un socio italiano possono godere di un’esenzione del 60% ai fini IRES e del 100 ai fini IRAP. Peraltro, multinazionali americane possono costituire una specifica limited americana per operare in Italia in forma di branch, avvantaggiandosi del regime fiscale e ottenendo la limitazione di responsabilità. Stesso discorso per la costituzione di una s.r.l. italiana che, ai fini fiscali americani, viene equiparata ad una limited, con il vantaggio che il socio americano della s.r.l. italiana può vantare un credito d’imposta indiretto per le imposte pagate in Italia dalla s.r.l. senza bisogno che gli utili vengano distribuiti al socio americano e vengano assoggettati alla convenzionale ritenuta. Allo stesso modo, un socio americano può utilizzare una limited come una holding company senza che essa dia luogo all’applicazione di complesse discipline fiscali note come “Subpart F Income”. Tramite una limited, i soci italiani possono donare e conferire immobili statunitensi minimizzando l’imposta federale sulle donazioni. I soci italiani, d’altra parte, possono conservare il pieno controllo dei loro investimenti d’oltre oceano detenuti tramite una limited, minimizzando in tal modo la loro esposizione alle imposte americane sulle successioni.

  • LIMPING STANDARD

    Modifica del gold standard con cui vengono immesse in circolazione monete d’argento da accettare come moneta legale, cioè avente per legge il potere di liberare dalle obbligazioni, ma non convertibile in oro. È detto anche: limited coinage, bimetallismo zoppo; bimetallismo gobbo.

  • LINEA DEL MERCATO DEI CAPITALI (LMC) (Enciclopedia)

    Secondo la teoria di Markowitz, in presenza di sole attività rischiose il portafoglio ottimo è uno tra quelli collocati lungo il tratto efficiente della frontiera e dipende dall’attitudine al rischio del soggetto. Poiché gli investitori non presentano una identica propensione al rischio, la scelta di ciascuno sarà diversa, ossia ognuno avrà un portafoglio composto da differenti combinazioni di titoli.
    Introducendo una attività risk-free che può essere acquistata e venduta allo scoperto (i.e., è possibile concedere ed ottenere prestiti ad un dato tasso), Tobin ha dimostrato la linearità della frontiera efficiente e la sostanziale indipendenza della scelta del portafoglio (composto esclusivamente da attività rischiose) dalla attitudine al rischio del singolo individuo (teorema di separazione).
    Tale portafoglio è sulla frontiera concava e presenta il più elevato valore del rapporto: per individuarlo è sufficiente tracciare la retta che interseca l’asse delle ordinate nel punto ed è tangente all’insieme concavo. Tutti gli investitori percepiscono lo stesso insieme di opportunità e quindi lo stesso portafoglio di tangenza. La LMC deriva quindi dalla porzione efficiente della frontiera a varianza minima a cui è stata aggiunta la possibilità per gli individui di acquistare/vendere un titolo non rischioso. La LMC è la retta che rappresenta l’intero mercato.
    Se le aspettative sono omogenee ed il tasso di interesse è unico, la frontiera concava e quella lineare coincidono tra i vari investitori; qualora essi tendano alla massimizzazione della utilità attesa del portafoglio, sceglieranno un unico mix P da combinare, secondo la propria attitudine al rischio, con l’attività risk-free al fine di ottenere il portafoglio ottimo.
    Se ogni investitore desidera possedere P (pur in combinazione con ), l’aggregato P dovrà includere tutti i titoli esistenti; l’esclusione di alcuni titoli da P (i.e., nessuno detiene tali strumenti finanziari) implica la esistenza di un eccesso di offerta, ossia uno squilibrio nel mercato. I suddetti titoli non compaiono nel portafoglio perché, dato il rischio, presuppongono un rendimento non adeguato, quindi il loro prezzo dovrà necessariamente ridursi di un importo sufficiente ad eliminare lo squilibrio esistente.
    Poiché gli investitori scelgono il medesimo mix rischioso P ed il tasso è unico, la frontiera lineare risultante dalla combinazione tra P e risulta anch’essa unica. Tale linea di separazione, composta da portafogli perfettamente diversificati ed efficienti per definizione, assume il nome di Capital Market Line (CML). Nel tratto della retta si collocano i mix ("lending portfolios") dei soggetti propensi ad investire una quota della propria ricchezza nell’attività priva di rischio. Il secondo tratto della frontiera inizia da P e include le combinazioni ("borrowing portfolios") scelte da chi manifesta un contenuto grado di avversione al rischio. Costoro si indebitano al tasso per finanziare l’acquisto di quote maggiori del portafoglio P. La CML recupera, dunque, il teorema di separazione e ne estende le implicazioni pratiche: in presenza di un titolo , l’investitore sceglie il portafoglio di attività rischiose P in modo indipendente rispetto alla propria attitudine al rischio, la quale determina esclusivamente la proporzione di ricchezza da destinare al mix P ed all’attività risk-free. In sintesi, l’individuazione del portafoglio P è separata dalle preferenze del singolo e, se le aspettative sono omogenee, ciascun investitore sceglierà un unico portafoglio rischioso (il portafoglio di mercato P) da combinare con l’attività senza rischio . Il mix rischioso dell’investitore "cauto" coincide con quello dell’investitore aggressivo: la distinzione si manifesta nella decisione riguardante la concessione o l’ottenimento di prestiti (ripartizione della ricchezza tra P ed il titolo non rischioso) al tasso . Pertanto, la strategia di portafoglio suggerita è "passiva": acquistare il mix P e considerare opportunamente l’attitudine al rischio dell’investitore.
    Nel piano la CML può essere individuata in maniera piuttosto semplice poiché l’intercetta è nota e l’inclinazione è ricavabile dividendo la distanza verticale tra P e per la loro distanza orizzontale L’equazione fondamentale è la seguente:
    .

    Figura. Rappresentazione grafica della Capital Market Line (CML).
    La CML disegna, dunque, la frontiera lineare formata dai portafogli/combinazioni tra l’attività priva di rischio ed il market portfolio P e descrive, pertanto, la relazione rendimento/rischio per mix efficienti e perfettamente diversificati. E’ lecito, in quest’ottica, chiedersi se la relazione per singoli titoli o per aggregati non opportunamente diversificati sia ancora di tipo lineare e quale sia la corretta misura del rischio in riferimento ad essi. L’investitore impegnato a comporre il portafoglio è interessato a conoscere il contributo offerto dal singolo titolo al rendimento ed alla varianza del mix.
    Secondo il modello di mercato del CAPM, l’investitore sceglie comunque il portafoglio di mercato P, la valutazione è condotta in equilibrio rispetto al rendimento ed al rischio di P. Relativamente al return, è di semplice constatazione la proporzionalità dell’apporto fornito ad dalla singola attività rispetto al proprio Trascurando l’impianto analitico della discussione, osserviamo che in equilibrio il contributo a dell’attività i deve essere compensato dall’apporto in termini di In virtù di quanto enunciato, se 2 titoli presentano il medesimo valore devono produrre un return analogo, altrimenti risulterebbe conveniente ridurre la quantità dell’attività meno remunerativa in favore del titolo con rendimento superiore. Identicamente, se 2 azioni manifestano eguale expected return devono presentare il medesimo livello di .
    Bibliografia
    Saltari, E., 1997, Introduzione all’Economia Finanziaria, NIS (La Nuova Italia Scientifica), Roma;
    Becchetti, L., Ciciretti, R., Trenta, U., 2007, Modelli di Asset Pricing I: Titoli Azionari, in Il Sistema Finanziario Internazionale, Michele Bagella, a cura di, Giappichelli, Torino.

    © 2009 ASSONEBB

  • LINEA DI CREDITO

    Entità del fido concesso da un’azienda bancaria ad un suo cliente che può procedere all’utilizzo in diverse forme tecniche, concordate con la banca.

  • LINEA DI CREDITO DI FIRMA

    Contratto con il quale la banca si impegna a garantire l’adempimento del suo cliente a favore di un terzo, percependo delle commissioni, generalmente calcolate in misura percentuale dell’impegno finanziario previsto. Pertanto l’effettivo esborso della somma di denaro a favore del terzo beneficiario, come contrattualmente previsto, si ha solo quando il cliente della banca non adempie l’obbligazione assunta nei confronti del terso e la banca è pertanto chiamata a pagare al terzo beneficiario della garanzia, trasformando conseguentemente il credito di firma in un credito di cassa, che il cliente garantito dovrà rimborsare.

    Redattore: Museo del Risparmio 2016

  • LINEA DI UN CONTO

    Scrittura relativa allo svolgimento di un conto corrente, meglio indicata, nella terminologia bancaria e commerciale, con il termine “partita”.

  • LINGOTTO

    Pane (massello, verga o blocco) di metallo (generalmente a forma prismatica a sezione trapezoidale), ottenuto per colata entro un’apposita forma (lingottiera), nella quale si versa il metallo fuso destinato a successive lavorazioni.Quando i metalli fusi in lingotti (soprattutto i metalli preziosi) vengono usati in lega con altri metalli per renderli più idonei alla coniazione delle monete e agli usi industriali, il lingotto deve recare impressa l’indicazione del peso e il marchio del titolo (cioè il rapporto tra il fino e i1 peso totale del lingotto stesso). Pertanto, altri suoi elementi caratteristici sono il grezzo (o peso totale del lingotto), il fino (o peso del metallo puro) e la lega (o peso del metallo inferiore aggiunto).

  • LINK

    Lett.: collegamento. Nella trasmissione dati indica la connessione fisica tra due apparecchiature che devono scambiarsi informazioni. In un documento ipertestuale (v. ipertesto) indica il legame che unisce una parola, una sigla o un’espressione a un altro documento in modo che, disponendo di un computer e del software adatto, è possibile aprire il secondo sullo schermo facendo click sul primo. I links sono rivelati da una marcatura (etichetta) con colorazione particolare (generalmente blu) e dalla sottolineatura. Per metonimia “link” indica l’etichetta stessa.

  • LIQUID YIELD OPTION NOTE

    Titolo obbligazionario offerto per la prima volta sul mercato statunitense per iniziativa della Merrill Lynch e caratterizzato da due elementi peculiari: l’assenza di cedola, secondo il modello delle zero coupon bonds, e la convertibilità del titolo in azioni della stessa società emittente.

  • LIQUIDAZIONE

    Operazione con la quale si determina l’esatto ammontare della posizione di dare o di avere pertinente alla controparte dell’azienda in un certo rapporto di affari (compravendita, prestito monetario, conto corrente, ecc). È subordinata al verificarsi di tutte le condizioni contrattuali in base a cui si matura, per il soggetto attivo del rapporto, il diritto a pretendere la prestazione pecuniaria secondo le modalità in precedenza convenute. Essa costituisce pertanto il presupposto per l’adempimento delle obbligazioni cui sono tenute le parti e per la cessazione della relazione giuridica intercorrente tra le stesse. Una partita contabile può dirsi liquida solo quando è definita nel suo ammontare ed è disponibile ed esigibile da parte del creditore. Si considera, p.e., il contratto di conto corrente: alla scadenza convenuta per la sua chiusura, accertata l’esattezza delle ragioni di credito e di debito in esso riportate, si procede alla compensazione delle singole partite e si individua la misura del saldo a carico dell’uno o dell’altro correntista; solo allora si deve ritenere liquidato il conto ed esigibile il credito. Analogamente si parla di liquidazione degli interessi per indicare la procedura con cui, al termine prestabilito, si calcola la somma dovuta a tale titolo su di un prestito in denaro.

  • LIQUIDAZIONE COATTA AMMINISTRATIVA

    Procedura concorsuale di tipo liquidatorio prevista dalla legge fallimentare per alcune categorie di imprese il cui dissesto può avere importanti ripercussioni di portata generale, o nelle quali lo Stato è direttamente impegnato, o per gli interessi che esse rispecchiano (artt. 194-237 l.fall.). Vige il principio che la liquidazione coatta amministrativa esclude il fallimento. Esistono però imprese per le quali leggi speciali prevedono la possibilità tanto del fallimento, quanto della liquidazione coatta amministrativa. Vale in questo caso il principio che tra i due istituti prevale quello che è stato richiesto per primo (principio di prevenzione). Sono presupposti della liquidazione coatta amministrativa lo stato di insolvenza; violazione di norme, o di atti amministrativi che comportano l’irregolare funzionamento dell’impresa; l’esistenza di motivi di pubblico interesse che, a giudizio insindacabile della Pubblica Autorità, impongono l’assoggettamento dell’ ente alla procedura liquidativa Il fatto che un’impresa sia assoggettata a liquidazione coatta amministrativa non impedisce l’accertamento dello stato di insolvenza da parte del tribunale del luogo ove l’impresa ha la sua sede principale, sì da consentire il soddisfacimento dei creditori con i medesimi mezzi previsti per il concorso fallimentare. Tale accertamento può essere anteriore o successivo al provvedimento di liquidazione ed è pronunciato con sentenza. Nel caso di accertamento anteriore la sentenza deve essere comunicata. all’autorità amministrativa competente che deve disporre la liquidazione.La liquidazione coatta amministrativa è sempre disposta dall’autorità amministrativa di volta in volta competente, di regola su proposta dell’organo cui spetta la vigilanza, con decreto da pubblicare in G.U. entro dieci giorni dall’emanazione. Sono organi della liquidazione coatta amministrativa il commissario liquidatore, l’autorità amministrativa di vigilanza e il comitato di sorveglianza. Con il decreto di messa in liquidazione i poteri e le funzioni dell’assemblea degli organi di amministrazione e di controllo sono sospesi e con servano solo il potere di proposta di concordato. La disponibilità e l’amministrazione dei beni sono trasferiti al commissario liquidatore. A lui spetta la stesura dello stato passivo e di provvedere alla liquidazione dell’attivo e alla distribuzione delle somme così ricavate.

  • LIQUIDAZIONE DEGLI INTERESSI

    Operazione contabile effettuata periodicamente al fine di determinare l’ammontare degli interessi a credito c/o a debito dell’intestatario del conto. È accompagnata sovente dalla capitalizzazione degli stessi, ovvero dalla loro trasformazione in capitale, unitamente alle competenze accessorie, che comporta l’aumento o la riduzione della posizione a credito o a debito in linea capitale. In ambito bancario tale procedura viene applicata con periodicità diversa a seconda dell’operazione bancaria cui si riferisce. Le competenze sui conti di deposito a risparmio vengono tradizionalmente liquidate alla fine dell’anno e portate in conto capitale con valuta 31 dicembre oppure il giorno di estinzione se il cliente estingue il deposito ad una data anteriore. Da qualche anno, tuttavia, molte banche hanno adottato la capitalizzazione frazionata, in particolare semestrale, che comporta, a parità di tasso nominale, un aggravio economico per le banche e correlativamente un beneficio per il cliente. Il calcolo degli interessi sui depositi a risparmio avviene secondo le regole computeristiche del conto corrente con chiusura presunta a fine anno, e generalmente con il procedimento a numeri (v.tenuta del conto corrente). Per i conti correnti dei clienti che risultano debitori, anche se solo saltuariamente c/o per valuta, la liquidazione e la capitalizzazione degli interessi a debito e delle competenze accessorie avvengono alla fine di ogni trimestre solare, con valuta corrispondente all’ultimo giorno del trimestre, mentre gli interessi a credito del cliente (al netto della ritenuta fiscale) vengono capitalizzati una sola volta all’anno (al 31 dicembre). Le competenze accessorie comprendono essenzialmente la commissione sul massimo scoperto, le spese di tenuta conto, oltre che le spese postali e i bolli. Gli interessi nei conti correnti vengono determinati applicando il metodo scalare con procedimento amburghese che prevede il computo dei numeri creditori e debitori considerando i giorni secondo il calendario civile.

  • LIQUIDAZIONE DELL'ATTIVO

    Fase della procedura fallimentare che ha per oggetto la riscossione dei crediti e la vendita dei beni del fallito ad opera del curatore fallimentare, Ha inizio dopo il decreto con cui il giudice delegato rende esecutivo lo stato passivo (v. accertamento del passivo). Le vendite vengono effettuate sotto la direzione del giudice delegato, sentito il comitato dei creditori e con l’ausilio del curatore. Per i beni mobili è il giudice che stabilisce le modalità della vendita. Questa può farsi all’incanto (nel qual caso l’asta è diretta dal giudice), o a mezzo del curatore o di un concessionario. Il giudice può anche disporre lavendita in massa di tutti i beni mobili per ragioni di necessità o di semplice utilità. Per i beni immobili la vendita viene disposta con ordinanza, che va notificata, per estratto, a tutti i creditori ammessi al concorso. La vendita, normalmente, avviene all’incanto; tuttavia il giudice, su proposta del curatore e sentito il comitato dei creditori, può ordinare la vendita senza incanto. In tal caso il consenso dei creditori ammessi è richiesto a pena di nullità. Analoghe norme sono dettate per il concordato preventivo con cessione dei beni e per la liquidazione coatta amministrativa, ma, in quest’ultimo caso, il commissario agisce sotto il controllo dell’autorità di vigilanza e non del giudice delegato.

  • LIQUIDAZIONE DI BORSA

    Esecuzione delle obbligazioni previste da un contratto di borsa, consistenti nella consegna dei titoli ed incasso del controvalore pattuito da parte del venditore,nel pagamento del prezzo e ritiro dei titoli da parte del compratore. La liquidazione di borsa avviene secondo modalità particolari, intese a ridurre al minimo gli scambi materiali di titoli e di denaro fra le controparti. Tutti i contratti vengono eseguiti tramite le “stanze di compensazione”, nelle quali sono compensate le partite di debito e credito di ogni singolo operatore, così che i movimenti di titoli e di capitali sono effettuati soltanto per la liquidazione dei saldi. Con la medesima locuzione si vuole indicare, inoltre,il giorno nel quale tutti i contratti stipulati in un determinato periodo di tempo trovano effettiva esecuzione. In un’accezione più ampia, per liquidazione di borsa si intende anche tutta la serie di scadenze tecniche nelle quali vengono effettuate le operazioni necessarie per procedere alla liquidazione vera e propria. Nel mercato a pronti come l’MTA, l’MCW, il Mercato after hours (TAH), il MOT, l’EuroMOT, il Mercato ristretto e il Nuovo mercato, la liquidazione avviene (secondo il caso) entro il terzo giorno di borsa aperto successivo alla stipula del contratto, ovvero per i diritti d’opzione (v. diritto di opzione) al termine stabilito da Borsa Italiana spa e, per i diritti inoptati, nel giorno di borsa successivo alla stipulazione. Per i contratti a premio nell’MPR la liquidazione avviene, relativamente al premio, il terzo giorno successivo alla stipulazione e, per la compravendita relativa all’esercizio della facoltà, il terzo giorno di borsa aperta successivo a quello in cui la facoltà è stata esercitata. Per i contratti sull’Idem la liquidazione avviene per contanti il primo giorno successivo alla negoziazione del contratto e, per la compravendita relativa all’esercizio della facoltà, il terzo giorno di borsa aperta successivo a quello in cui la facoltà è stata esercitata. Anche nel MIF la liquidazione del premio e della compravendita avviene negli stessi termini fissati per l’Idem.

  • LIQUIDAZIONE DI UN'AZIENDA

    Procedimento mediante il quale l’azienda cessa di esistere come complesso organico funzionante. I motivi per cui un’azienda viene posta in liquidazione possono essere il raggiungimento dei fini che l’imprenditore si era prefissato di raggiungere, la mancata convenienza a trasformare gli investimenti o alla cessione o alla fusione,disfunzioni aziendali non sanabili, impedimenti di legge a proseguire l’attività, la morte dell’imprenditore o la volontà di cessazione. Le liquidazioni si distinguono in volontarie, quando sono dovute alla libera volontà del soggetto economico dell’impresa (imprenditore indi- viduale o soci di aziende collettive) e in forzate o coatte, quando sono imposte da cause esterne, indipendenti cioè dalla volontà del predetto. La prima fase della liquidazione si concretizza nella redazione di un inventario nel quale i beni patrimoniali vengono stimati secondo il loro presumibile valore di realizzo ed i debiti in base al loro importo complessivo per capitale ed interessi. La gestione è la seconda fase della liquidazione, che dura finché tutto l’attivo non sia stato convertito in denaro e si sia in condizioni di procedere al riparto finale. Il piano di ripartizione consente, una volta trasformati in denaro tutti i componenti attivi del capitale, di procedere al pagamento dei debiti e all’eventuale assegnazione della rimanenza ai soci, se trattasi di società, o all’imprenditore se trattasi di azienda individuale. Nella fase di chiusura della liquidazione avviene la formazione del rendiconto finale di liquidazione e la sua approvazione. I liquidatori sono incaricati di gestire la liquidazione. Quando la liquidazione è volontaria essi vengono nominati dall’organo volitivo dell’impresa (assemblea straordinaria nel caso di società) e possono essere l’amministratore unico o il Consiglio di amministrazione o una parte di esso o un terzo; quando, invece, le liquidazioni sono coatte i liquidatori sono nominati dal tribunale che pronuncia la sentenza, in caso di fallimento, o dall’autorità amministrativa che ha la vigilanza sul settore in cui opera l’impresa nel caso di liquidazione coatta amministrativa. Per le imprese bancarie v. Liquidazione coatta amministrativa di banche. Alla chiusura definitiva della liquidazione, il liquidatoredeve chiedere la cancellazione dell’impresa dal registro omonimo, con domanda all’ufficio del registro delle imprese nel quale l’impresa era in origine iscritta.

  • LIQUIDAZIONE DI UNA BANCA

    Con la liquidazione vengono definiti i rapporti giuridici inerenti all’ente creditizio secondo le regole stabilite in relazione alla sua particolare qualifi cazione soggettiva. Va peraltro rilevato che gli Istituti di Diritto Pubblico cui non compete il potere di autosoppressione, non possono determinare il proprio scioglimento e liquidazione attraverso un atto di autonomia statutaria. Alle società per azioni nate dalla trasformazione di tali istituti (v. società bancarie derivanti da ristrutturazione di enti pubblici) non si applicano le norme che disciplinano l’organizzazione degli enti originari: la liquidazione volontaria è perciò ammessa secondo le regole ordinarie. La liquidazione non comporta alcuna modifica della posizione dei creditori: non si ha scadenza anticipata dei crediti, non diminuiscono le garanzie, rimangono integri gli strumenti di tutela e realizzazione del credito. La procedura, cui provvedono i liquidatori, si sviluppa attraverso vari momenti. Innanzitutto, viene redatto l’inventario che consiste nello stato iniziale idoneo alla identificazione degli elementi e dei dati necessari per la realizzazione dell’attivo e la eliminazione del passivo; i liquidatori procedono alla realizzazione dell’attivo e ad estinguere, ove possibile, il passivo compiendo peraltro solo operazioni compatibili con le finalità della liquidazione; il residuo attivo viene quindi determinato in conformità alla disciplina propria dell’ente, che viene inf ne cancellato. Norme particolari per la liquidazione delle banche sono contenute nel TUBC, come espressione del sistema pubblicistico e considerazione di rilevanti esigenze. In sede di liquidazione volontaria (art. 97 TUBC, aggiunto dall’art. 3 d.lg. 4.12.1996 n. 659) la Banca d’Italia può disporre la sostituzione dei liquidatori, oltre che dei membri degli organi di sorveglianza, quando la liquidazione non si svolga con regolarità o speditezza. Secondo la dottrina, la scarsa regolarità o speditezza deve ascriversi al comportamento negligente o professionalmente carente dei liquidatori,non rilevando, invece, le cause oggettive o comunque estranee alla loro sfera. L’intervento dell’Autorità di vigilanza è limitato alla nomina dei nuovi soggetti: è espressamente previsto (art. 97, comma 3, TUBC) che la sostituzione degli organi liquidatori non comportail mutamento della procedura di liquidazione. Quando, invece, le irregolarità di gestione sono di eccezionale gravità resta nella facoltà del Ministro del tesoro, anche nel corso di liquidazione ordinaria disporre la liquidazione coatta amministrativa della banca (art. 80 TUBC). La cessione delle attività di una banca in liquidazione a un’altra è pienamente libera: secondo l’art. 58, TUBC, così come modificato dall’art.12, d.lg. 4.8.1999 n. 342, la Banca d’Italia può però prevedere che le operazioni di maggiore rilevanza siano sottoposte alla sua autorizzazione. Sono prescritti adempimenti pubblicitari, i quali rendono efficace la cessione nei confronti dei debitori ceduti dai quali, entro tre mesi, i creditori ceduti hanno la facoltà di esigere il pagamento dei crediti dalla banca in liquidazione o dal cessionari; successivamente, è responsabile solo la banca subentrante. Tale disciplina è inoltre applicabile alle cessioni in favore dei soggetti diversi dalle banche, inclusi nell’ambito della vigilanza consolidata ai sensidell’art. 65 TUBC e in favore degli intermediari finanziari iscritti nell’elenco speciale previsto dall’art. 107 TUBC.

  • LIQUIDITÀ

    E’ la capacità che un mercato da ad un individuo/agente di vendere/comperare un asset al prezzo di vendita/acquisto scelto in un delta di tempo tra il momento in cui l’ordine viene immesso nel mercato e il perfezionamento delle scambio tendente allo zero. In altri termini è l’inverso della distanza (in tempo) per rendere moneta un asset. Questa capacità del mercato dipende dalle regole che definiscono la microstruttura. Infatti il processo con cui si perfeziona lo scambio è importante in quando definisce come da valori di libro (book values) sia di acquisto che di vendita si passa a definire sia il prezzo di scambio sia le modalità con cui una parte consegna l’asset all’altra. La liquidità dipende altresì dalla struttura del mercato. Quindi mercati concorrenziali hanno una liquidità diversa da mercati in cui il numero di operatori e il numeri di beni (asset) scambiati è soggetto a limitazioni. La liquidità può anche essere definita come spessore o profondità del mercato.
    Un modo per definire e misurare la liquidità di un mercato è il differenziale che esiste tra il prezzo bid e il prezzo ask proposti sul book value. Tanto più questo differenziale è ampio tanto più il mercato è illiquido. Questo avviene perchè è difficile far incontrare il prezzo di vendita proposto con il prezzo di acquisto. Questo genera una situazione in cui sia il venditore che l’acquirente devono modificare il loro prezzo sul book value per perfezionare lo scambio. Questo meccanismo si ripete fino al punto in cui i due prezzi, quindi il differenziale non diventa nullo, sono uguali. L’inverso del tempo necessario, quindi il delta di tempo-maggiore di zero, e’ una proxy della liquidità del mercato. Minore è questo delta maggiore è la liquidità. La liquidità è pertanto determinata anche dalla legge di formazione del prezzo di un asset a seconda della microstruttura esistente.
    Bibliografia:
    O’Hara, M., 1997, Market Microstructure Theory, Blackwell, Oxford, UK

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  • LIQUIDITÀ BANCARIA

    Disponibilità delle banche in moneta immediatamente convertibili in moneta le cui componenti sono: il margine disponibile in conto anticipazione concessa dalla Banca d’Italia; le valute convertibili; il contante che serve per le esigenze quotidiane di pagamento; le disponibili tà in conto corrente presso la banca d’e missione che sono tramutabili a vista i contante; i crediti a vista verso il Tesoro. Il livello desiderato di liquidità dipende dall’esperienza di ciascun sistema bancario, dalle esigenze particolari di ciascuna banca e dalle condizioni attuali e previste dal mercato della moneta, del credito e dei tassi d’interesse. La liquidità bancaria è correlata positivamente alla dimensione dei depositi ed al tasso ufficiale di sconto. Infatti le banche tenderanno a mantenersi più liquide tanto più cresce il costo del rifinanziamento presso la Banca d’Italia, cui devono ricorrere in caso di carenza c liquidità. D’altro canto la liquidità sarà inversamente correlata al tasso di rendimento sui crediti, perché le banche economizzerannomaggiormente le loro scorte liquide quanto più gli impieghi saranno remunerativi. Il grado di liquidità bancaria viene generalmente indicato con il rapporto tra i mezzi liquidi delle banche e l’ammontare dei depositi, e l’analisi di questo rapporto permette quindi di valutare se in un dato momento vi è carenza o abbondanza di liquidità nel sistema. Il 26.2.1990 è entrato in funzione in Italia il mercato telematico dei depositi bancari (v. e-MID, MID), che presenta il pregio di accelerare gli scambi di depositi tra banche e di crescere l’efficienza e la trasparenza del mercato. Le autorità monetarie possono influenzare in modo significativo la liquidità bancaria. Infatti queste posseggono diversi strumenti d’intervento per il suo controllo: il risconto e le anticipazioni della banca centrale alle banche ordinarie, le operazioni di mercato aperto, la manovra della riserva obbligatoria e la regolamentazione della posizione netta sull’estero. Il risconto e le anticipazioni della banca centrale assumono la forma di risconto di cambiali ordinarie, strumento comunque in diminuzione, o di anticipazioni in conto corrente, che hanno assumendo sempre più importanza, o a scadenza fissa garantite da titoli. Le banche, grazie a queste operazioni, recuperano la liquidità impiegata in operazioni di credito a breve termine o in acquisti di titoli pubblici o di obbligazioni modificando così il livello dei tassi d’interesse e dei loro impieghi. Le operazioni di mercato aperto consistono nell’acquisto e nella vendita da parte della banca centrale di titoli di Stato. In caso d’acquisto la banca centrale crea base monetaria immettendo liquidità nel sistema; in caso li vendita si sottrae liquidità al sistema, mutando così la composizione delle attività finanziarie dell’economia. Lo strumento della riserva obbligatoria consente alla banca centrale di riassorbire la liquidità in essere sul mercato e di porre:così dei limiti alla possibilità di espansione degli impieghi e dei depositi bancari. L’aumento del rapporto tra le riserve obbligatorie e l’ammontare dei depositi riducono il livello di liquidità delle banche e creano le condizioni per un aumento dei tassi d’interesse. Effetti opposti si hanno in caso di diminuzione del coefficiente di riserva obbligatoria. Per ultimo, la regolamentazione della posizione netta sull’estero consiste nell’applicazione di vincoli e di limiti amministrativi sulle posizioni nette di debito e di credito in valute estere convertibili dalle banche al fine di regolare i flussi di liquidità che hanno luogo tra il mercato nazionale e i mercati esteri. Anche riguardo a quest’ultimo punto la normativa italiana è stata recentemente modificata. Infatti è stata ridotta a zero l’aliquota di riserva obbligatoria applicata agli incrementi della posizione netta in valuta con l’effetto immediato di un miglioramento delle condizioni di liquidità delle banche. In un’ottica strettamente aziendale il concetto identifica l’attitudine della banca a far fronte correntemente e in condizioni di economicità agli impegni assunti, derivanti dai rapporti con i depositanti e dagli affidamenti accordati alla clientela. In altri termini, condizioni di liquidità si verificano quando la banca manifesta una capacità di generare flussi finanziari attraverso nuove operazioni di raccolta o costi economici o smobilizzando parte delle proprie attività senza sostenere perdite in conto capitale. In questa accezione, la liquidità viene a dipendere in larga misura dalla struttura del bilancio della banca e rappresenta un requisito indispensabile per salvaguardare il rapporto fiduciario che la lega ai depositanti ed ai debitori affidati.

  • LIQUIDITÀ DIFFERITE

    Attività liquide realizzabili a breve termine. Le più comuni sono i crediti con i clienti e le cambiali attive. Nell’ambit odel prospetto impieghi/fonti, tipico sia dello stato patrimoniale civilistico che di quelloriclassificato finanziariamente, le liquidità differite vanno calcolate al netto dei relativi fondi svalutazione (p.e.: fondo svalutazione crediti).

  • LIQUIDITÀ INFRAGIORNALIERA

    Disponibilità concessa durante la giornata dalla Banca d’Italia ai partecipanti al sistema BI-REL per agevolare il regolamento lordo delle operazioni nei propri conti accentrati. È concessa nella forma di anticipazione giornaliera garantita da titoli.

  • LIQUIDITÀ INTERNAZIONALE

    Insieme dei mezzi di pagamento idonei ad assicurare il regolamento monetario dei rapporti commerciali e finanziari tra paesi diversi. Componenti tradizionali della liquidità internazionale sono l’oro, le valute di riserva e le posizioni creditorie dei vari paesi verso il FMI. Queste costituiscono la c.d. liquidità incondizionata in quanto sono risorse mobilizzabili prontamente e non sottoposte a condizioni o limitazioni esterne. Sono invece considerate liquidità condizionate le disponibilità valutarie ottenute tramite concessioni di prestiti da parte di banche centrali o altre istituzioni monetarie internazionali (crediti, swaps, prestiti in eurovalute). L’acquisizione e l’utilizzazione di tali risorse sono vincolate all’impegno di perseguire determinate politiche economiche, intese a ristabilire e mantenere l’equilibrio della bilancia dei pagamenti del paese usufruente. Il fabbisogno globale di liquidità è strettamente connesso all’espansione del reddito e allo sviluppo del commercio mondiale per cui esiste il problema di adeguare costantemente la liquidità alle esigenze degli scambi internazionali. Non si conosce infatti, nell’attuale ordinamento monetario internazionale, un meccanismo che assicuri un automatico e progressivo aumento della liquidità a disposizione delle autorità monetarie dei vari paesi. Un conveniente volume di liquidità internazionale, equamente distribuita tra tutte le varie nazioni, costituisce dunque una condizione necessaria affinché non si manifestino fenomeni deflazionistici e inflazionistici a livello mondiale. Principali detentori dei mezzi di pagamento, accettati a livello internazionale, sono le banche centrali e, in misura inferiore, le banche commerciali. Una componente aggiuntiva della liquidazione e liquidità internazionale è costituita dal 1967 dai DSP presso il FMI. Essi possono essere utilizzati come mezzo di pagamento internazionale in quanto i paesi aderenti al fondo si sono impegnati ad accettarli, seppure entro certi limiti e con l’osservanza di determinate procedure. La creazione di un tale nuovo strumento di pagamento ha risposto alla necessità di svincolare gradualmente il problema della liquidità internazionale dal dollaro e, quindi, dalle vicende della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti.

  • LIQUIDITÀ PRIMARIA E SECONDARIA

    Espressioni con significati diversi: 1.-in economia monetaria e nelle statistiche monetarie o 2.- in economia aziendale e in economia bancaria.

    1. Nel primo caso si intende un aggregato monetario costituito, quanto alla liquidità primaria, dai biglietti e dalle monete metalliche, dai conti correnti bancari e postali (al netto dei conti correnti di servizio) e dai depositi a vista presso il Tesoro. La liquidità primaria, nota statisticamente come M1, rappresenta la componente più liquida delle attività detenute nel sistema economico ed è perciò utilizzata come ottimo indicatore dell’andamento delle attività monetarie rispetto a quelle reali, cioè del grado di liquidità dell’economia. Tale grado fornisce, inoltre, utili indicazioni circa il modo in cui i cittadini di un paese detengono la loro ricchezza. Un tasso di espansione della liquidità primaria superiore al tasso di espansione del PIL può indicare una preferenza del pubblico per gli impieghi in conto corrente rispetto ad investimenti di più lungo periodo. La liquidità primaria si distingue dalla liquidità secondaria (M2), che comprende invece i depositi a risparmio bancari e postali e altre disponibilità assimilabili quali i BOT e altri crediti a breve termine verso il Tesoro. Sommando le due classificazioni si ottiene un aggregato più ampio detto liquidità dell’economia (v. M0, M1, M2, M3, M4, M5, M10).

    2. In economia aziendale, liquidità primaria è l’insieme delle attività disponibili (denaro in cassa e in banca, valori di pronto realizzo e crediti a breve termine), liquidità secondaria quello delle attività disponibili più attività realizzabili (cioè include anche materie prime, merci e scorte). Queste grandezze sono utilizzate per misurare la capacità di far fronte prontamente alle obbligazioni assunte nel breve termine mediante gli indici di liquidità aziendale (quick ratio e current ratio). Nell’economia bancaria, o, meglio, nella tecnica bancaria, si distingue tra liquidità primaria (denaro liquido o attività convertibili in denaro liquido a vista o al massimo in brevissimo termine), che corrisponde al concetto di riserve libere delle banche della Banca d’Italia, liquidità secondaria (attività convertibili in denaro in breve termine) e anche una liquidità terziaria (risorse convertibili in valuta o nel medio termine). La Banca d’Italia denomina la liquidità primaria riserve libere delle banche (almeno così fino al 1998) nelle quali sono fatti rientrare biglietti della Banca d’Italia, monete del Tesoro (cosiddetta cassa contante); depositi liberi presso la Banca d’Italia e il Tesoro; margine disponibile in conto anticipazione ordinaria con la Banca d’Italia (quota non utilizzata del credito aperto), il tutto al netto delle disponibilità delle banche presso la Banca d’Italia da imputarsi alle procedure di contabilizzazione della liquidazione mensile di borsa.

  • LIQUIDITÀ, DOMANDA DI MONETA E POLITICA MONETARIA

    La liquidità è un elemento importante, agli occhi della gente, nelle scelte di allocazione del risparmio e nella domanda di moneta. Vi sono, secondo Keynes, tre ragioni che spingono a mantenere in forma liquida parte dei risparmi accumulati: motivo di reddito e degli affari (necessità di aver scorte monetarie sufficienti per far fronte agli sfasamenti tra il momento dell’incasso dei redditi e quello della spesa), motivo precauzionale contro i rischi di eventi sfavorevoli non facilmente prevedibili e motivo della speculazione, che nasce dall’aspettativa di un aumento dei saggidi interesse e più generalmente del rendimento degli impieghi fruttiferi del risparmio (la moneta M1 è per definizione infruttifera: v. moneta, sub “Requisiti e caratteristiche della moneta”; per M1: v. M0, M1, M2, M3, M4, M5). A causa del motivo della speculazione, per Keynes la domanda di moneta varia in funzione inversadel saggio di interesse, salvo in casi limite di livelli del saggio molto bassi (v. trappola della liquidità), vale a dire è tanto più elevata quanto più basso è il livello corrente dei tassi di interesse e viceversa. Ciò implica, nel modello keynesiano, che manovrando l’offerta di moneta si influisce sui tassi di interesse e, attraverso questa manovra, è possibile governare la domanda globale. L’analisi dell’allocazione del risparmio in attività patrimoniali con grado diverso di liquidità è compiuta dalla teoria del portafoglio.

  • LIRA

    Moneta base, accompagnata da multipli e da sottomultipli, di alcuni sistemi monetari odierni, tra cui quello italiano fino al 31.12.2001. Lira è l’unità monetaria di Malta, della Turchia (v. lira turca) e lo è stata per lo Stato della Città del Vaticano fino al 31.12.2001. Il termine lira ha origini lontane e incerte e molto probabilmente è derivato per caduta della consonante intermedia nelle parole equivalenti, sia di libra, in uso nel mondo romano, latino, italico, imperiale, bizantino e medievale, sia di λßτρα in quello della Sicilia antica e poi per trasformazione fonetica e scritturale di libra in livre (donde: in Francia Livre Tournois, Livre Parisis, Livre Colonial; in Olanda: Livre de Gros. in Germania: Livre di Schilling, Livre di Groschen). Altra trasformazione è stata quella di libra in pound (donde: in Inghilterra pound sterling = lira sterlina; in Egitto egyptian pound = lira egiziana; in Libano libanese pound = lira libanese; ecc.). Non è sempre esattamente notoquando queste trasformazioni siano avvenute e nemmeno quando in alcuni paesi si sia verificata la scissione tra il significato di unità ponderale di base e quello di piede monetario. Nel IX secolo della nostra era, quelle che passano per lire di Montecassino, di Pavia e di Venezia sono ancora librae e nel contempo piede monetario da cui ritagliare un certo numero di monete effettive, come sempre era accaduto fin dai tempi della Roma di Servio Tullio. In altri paesi, come p.e. in Germania, questa duplice identità è durata fino all’introduzione del sistema metrico decimale. Il marco d’oro del Bismarck ha avuto la libbra come piede monetario. Per lungo tempo, infine, la lira è stata anche moneta di conto e non moneta effettiva sotto forma di disco metallico liberamente circolante e successivamente di biglietto. La lira è sempre piede monetario non moneta di conto, come erroneamente si suppone, al tempo dei re merovingi e in tutta Europa nel X secolo durante le nuove invasioni barbariche. Allora la moneta coniata quasi uscì di scena e si ritornò in molte contrade all’economia naturale, ossia l baratto, oppure l’oro, l’argento e il bronzo erano dati in pagamento in peso, ossia in libbre e in once, alla stessa stregua del pagamento in sacchi di grano, in botti vino, in buoi e in pecore e in altri beni di consumo. In questa confusione ci fu l’intermezzo dei re carolingi. Durante il regno di Pipino il Breve, che cerca di accentrare nel Palazzo la monetazione dispersa in centinaia di zecche e in un numero ancor più elevato di monetieri (maggiore è la dispersione, minore è la quantità di moneta circolante) la libbra è quella romana di 327,5 grammi ed è peso e nel contempo piede monetario, dalla quale i suoi monetieri ricavano 264 denari in lega al 90% di argento fino e al 10% di rame. Dodici di questi denari formano un soldo d’argento non coniato, che non ha alcun aggancio con le monete d’argento bizantine, in particolare il miliaresion di circa 1/115 circa di libbra. D’altra parte, il quel periodo ell’alto Medioevo gli scambi internazionali e quelli interni di un certo importo, invero più che in quantità, si regolano soltanto con il solido d’oro (o nomisma) bizantino di 1/72 di libbra. Il soldo di Pipino è troppo caro per l’economia del suo regno e rimane quindi moneta di conto. Da una libbra di metallo si ricavano dunque idealmente 22 soldi e in concreto 264 denari di 1,24 grammi ciascuno. Il denaro è quello classico romano,scaduto a moneta di conto nel basso impero, scomparso e poi riapparso nell’impero bizantino e tra i popoli invasori in Europa, usato dai vandali e da altri popoli, tra cui i franchi e dal particolare loro gruppo dei merovingi. Nel periododella loro decadenza questi ultimi lo battono come 1/300 di libra. Il soldo d’oro è moneta effettiva bizantina ed è imitato dai popoli invasori dell’impero romano d’occidente. Questo soldo d’oro scade a un modesto triens, ovvero 1/3 di solido bizantino, ma a basso contenuto aureo. La libbra continua a essere peso e piede monetario. Carlo Magno, che, al contrario di suo padre e nell’intento di rafforzare il denaro, abbandona la libbra romana e prende a riferimento una nuova libbra, che con un conteggio in chicchi di grano turchino d’Aquitania (32 chicchi per spiga equivalenti a 1,5 scrupoli romani), in once di 24 scrupoli e dovendo lasciare immutato il taglio di 264 denari per libbra, la nuova libbra risultò di 396 scrupoli d’argento, pari a 16,5 libbre romane. Dovendo aggiungere due soldi di rame per alligare il metallo, la libbra risultò di 18 once romane, corrispondenti a 491,22 grammi. Da qui il novus denarius di 1,70 grammi in argento e di 1,86 grammi in lega. Come sottomultiplo fu battuto l’obolo, del valore di mezzo denaro, peraltro introvabile se non a Marsiglia. Il rafforzamento del denaro non sortì gli effetti sperati di dare respiro all’economia che si involveva giorno dopo giornonella miseria. Ma Carlo Magno fu contraddittorio. Vuole riordinare misure e pesi, giacché chi commercia usa una libbra piccola per vendere e una grande per acquistare, vuole stroncare la piaga dell’usura con il connesso prestito in natura e cerca di impedire il commercio dei chierici. Non trova di meglio che definire immorale tutto il commercio e istituire due giorni di digiuno obbligatori alla settimana. Il negozio era lecito solo nel caso di reintegro delle scorte familiari. Inconsapevolmente Carlo Magno privò la moneta del suo naturale ambito. Il re dei Franchi e poi dei Longobardi, che bramava e tramava per diventare imperator Romanorum, titolo che Bisanzio non gli riconosceva anche se alla fine, nell’812, gli viene riconosciuto dall’imperatore Michele I il titolo di βασιλlεýς et imperator come un qualunque re barbarico (da quel momento a Bisanzio sono gli imperatori afregiarsi del titolo di imperator Romanorum), porta a Palazzo i campioni dei nuovi e delle nuove monete, ma non riesce ad accentrare la monetazione, che si disperde di nuovo tra conti e abati. Anche il papa a Roma moneta per proprio conto. Anche il Papa batte moneta per proprio conto. A sua volta, suo figlio Ludovico il Pio, prigioniero di potenti abati, nel tentativo di rafforzare ulteriormente il denaro, lo fa batterecome 1/240 di libbra, corrisponde te a 2,04 grammi in lega, mentre il soldo diventa 1/20 dilibbra e rimane sempre moneta di conto. Normanni e sassoni rimangono fedeli a questa nuova suddivisione e la introducono in altre terre, tra cui la Britannia. Il penny si stabilizza a 1/ 240 di libbra, un peso questo che l’Isola ha conosciuto durante il basso impero e forse in periodi successivi. La scellino è il soldo tedesco. Nel frattempo gli altri re carolingi, a far data da Carlo il Calvo, ribassano sistematicamente il peso del denaro e quindi del soldo di conto. Anche nella fase iniziale e poi di pieno vigore dell’economia comunale si continua a parlare, come a Pisa, Lucca e Cortona, di librae come piede monetario, mentre si va affermando un altro piede monetario e precisamente il marco, il cui peso è di norma di 8 once delle varie librae in uso nell’Europa continentale. La libbra è diventata un piede monetario troppo elevato per l’economia dell’epoca e ci ripiega sulla mezza libbra, detta marco, del peso di norma di 9 o di 8 once Il marco è piede monetario che si scambia a peso sotto forma di un lingotto d’oro o d’argento che reca impressi il peso e il titolo, che per l’oro si esprime in carati e per l’argento in denari (in 24° per l’oro zecchino, in 12° per l’argento puro). Firenze batte fiorini d’argento e d’oro di 1/64 del suo marco, che pesa circa 226 grammi. Ci sarà una lira di fiorini, una lira di denari grossi, una lira di denari piccioli. È incerto il periodo in cui la libbra diventa moneta di conto e nel contempo rimane piede monetario più basso del marco di conto. Siamo al tempo dei Capetingi quando nasce la lira di Troyes, inventata dai banchieri che frequentano le fiere della Champagne. A questa lira si affiancano con Luigi IX di Francia la lira tornese, moneta di conto nazionale di Francia, e la lira parigina, rispettivamente di 81 e di 101 grammi. Si diffondono le lire italiane dalle quali si ritagliano soldi di denari grossi e soldi di denari piccoli. Verso la fine del XII secolo a Genova si stilano cambiali in lire e la lira genovese è circa un terzo del marco di Troyes. La lira continua però a essere moneta di conto e tale significato conserva quando si parla di lira di banco, di lira fuoribanco, di lira di cartulario ecc. La lira diventa moneta effettiva, dapprima d’argento e poi d’oro, a far data una ventina di anni prima della scoperta dell’America. Nel 1472 nasce la lira veneta, seguita da quelle di Milano e di Genova. La lira toscana di Cosimo I è coniata nel 1539. Dopo la metà del XVI secolo fioriscono lire un po’ ovunque. Sono da ricordare le lire della Savoia, di Mantova, di Modena e di Bologna. Con Napoleone I la lira diventa in Piemonte un pezzo d’argento di 5 grammi e 900 millesimi (4,5 grammi di fino), parificata al franco francese. Gli stati italiani si dotano, al pari di altri paesi, anche della moneta d’oro e cioè la lira oro. Con la Restaurazione post napoleonica la lira parificata al franco francese fu definita lira nuova di Piemonte con Regia Patente del re Vittorio Emanuele I 6.8.1816, rimanendo inalterata nel peso e nel titolo della lira napoleonica e nella doppia versione di lira oro e di lira d’argento nel rapporto di valore di 1 a 15,5. Con il procedere dell’unificazione del Paese il sistema monetario piemontese, ossia napoleonico, fu esteso alle altre regioni. Con l’elezione del nuovo Parlamento italiano la lira nuova di Piemonte fu sostituita con l. 24.8.1862 dalla lira italiana, parificata sempre al franco francese, alfranco svizzero e al franco belga.

  • LIRA A PRONTI

    Espressione che indica l’esecuzione immediata (non oltre il secondo giorno lavorativo) nei contratti di compravendita di valuta estera contro lire. L’operatore paga subita il controvalore in lire e ritira la divisa estera oppure incassa il controvalore in lire contro cessione della divisa estera. La negoziazione di divise con cambi a pronti, oltre a facilitare il commercio estero in generale ed a consentireil trasferimento del rischio di cambio dai singoli operatori ad imprese specializzate (banche), contribuisce alla stabilizzazione del mercato mondiale evitando punte massime sfavorevoli o favorevoli.

  • LIRA A TERMINE

    Espressione usata per indicare l’esecuzione differita nella compravendita di valuta estera contro lire italiane. L’operatore stipula un contratto di acquisto o di vendita di lire ad un prestabilito cambio, rinviando l’esecuzione effettiva ad una determinata scadenza. Il prezzo del cambio a termine è stabilito tra le parti liberamente; può adeguarsi al prezzo di cambio a pronti oppure essere maggiorato o decurtato di un premio che, normalmente, è commisurato all’interesse per il periodo di tempo intercorrente dal giorno del contratto a quello della scadenza.

  • LIRA DI CONTO ESTERO

    Disponibilità finanziarie di ogni genere (assegno, cambiale ecc.) espresse in lire, detenute da un non residente per effetto di un trasferimento da parte di un residente o di altro non residente. La lira di conto estero è perfettamente assimilabile a qualsiasi altra valuta di conto valutario, nella quale può essere liberamente convertita. Se un importo in lire di conto estero viene accreditato a un residente, le lire tornano a essere lire circolanti all’interno. La lira di conto estero ha costituito fino all’introduzione dell’euro il presupposto del mercato internazionale dell’eurolira che è stato un settore del mercato delle eurodivise (o xenovalute).

  • LIRA INTERBANCARIA

    Con questo termine si identifica l’insieme di scambi di fondi conclusi nel mercato interbancario interno (v. anche i sinonimi deposito interbancario e flusso interbancario). Il mercato della lira interbancaria è un mercato di depositi in lire negoziati tra banche per scadenze che possono variare da 24 ore ad alcuni mesi. I tassi della lira interbancaria (o tassi interbancari) sono liberamente contrattati dalle parti per tutte le scadenze tipiche ed identificano il prezzo al quale di tempo in tempo le banche sono disposte a scambiare fondi; il loro livello è indicativo nel grado di liquidità del mercato del credito. Di frequente il tasso della lira interbancaria è assunto quale parametro per definire il costo di operazioni di finanziamento a scadenza protratta, qualora esse comportino clausole di rivedibilità del tasso durante la vita del prestito. Attualmente, gli scambi conclusi nel mercato della lira interbancaria ed i relativi tassi sono quotidianamente rilevati attraverso un circuito telematico correntemente denominato mercato telematico dei depositi interbancari o MID.

  • LIRA ITALIANA

    Codice ISO: ITL. La lira italiana nasce con la l. 24.8.1862 e sostituisce la lira nuova di Piemonte, che era stata estesa agli Antichi Stati durante il processo di formazione del secondo Regno d’Italia. In quell’anno fu anche redatto il primo bilancio del Regno. Tra l’altro, si tenne conto dei debiti degli Antichi Stati trasformandoli in debito pubblico nazionale, che risultò di 3.128,8 milioni di lire dicapitale nominale, con l’onere di 150,8 milioni di lire per interessi e istituendo il Gran libro del debito pubblico. La legge confermò il bimetallismo napoleonico a circolazione metallica e cartacea. La lira oro ebbe quindi un contenuto di fino di 0,2903225 grammi, cui si contrappose una lira d’argento di 4,5 grammi di fino, sulla base di un rapporto oro argento di 1 a 15,5. In oro furono emessi i pezzi da 20, da 50 e da 100lire. In argento al titolo di 835 millesimi furono battuti i pezzi da mezza lira, da una e da due lire, mentre al titolo di 900 millesimi uscirono le monete da 5 lire, che fu il noto scudo, e quelle da 10 e da 20 lire. Gli spiccioli furono battuti in metalli non nobili, tra cui il bronzo, e si concretarono nei pezzi da 1 centesimo, da 5 centesimi, da 10 e da 20 centesimi. In parallelo circolano i biglietti di Stato (v. biglietto di Stato) e biglietti di banca denominati in lire, il cui taglio minimo fu di 100 lire. Furono anche riconosciute banche di emissione le omonime banche che erano tali negli Antichi Stati.

    1. Le monete degli Antichi Stati. La legge del 1862 sostituì le monete e i biglietti delle province annesse. Le operazioni di conversione furono difficoltose a causa delle numerose specie di monete e di biglietti. In alcune regioni questi ultimi dovettero essere prima cambiati in monete locali e queste a loro volta in lire italiane. A fronte della lira italiana di 4,5 grammi d’argento fino ed equivalente a 0,3225 grammi d’oro, stavano le seguenti principali unità monetarie: la svanzica nel Lombardo-Veneto, pari a 0,87 lire; la lira modenese in mistura e pari a 0, 30 lire; la lira lucchese equivalente a 0,75; il francescone a Firenze (v. lira toscana) pari a 5,60 lire italiane; il ducato di Parma uguale a 5,15 lire; il ducato a Napoli e in Sicilia, pari a 4,25 lire; lo scudo nella Romagna, nelle Marche e nell’Umbria, parificato a 5,32 lire. C’era inoltre la grande varietà di moneta pregiata in ogni Stato annesso.

    2. L’Unione Monetaria Latina e le crisi degli ultimi lustri del secolo XIX. Teoricamente la lira- carta nacque convertibile e nel 1865 entrò a costituire, insieme con il franco francese, quello belga e quello svizzero, l’Unione monetaria latina. Nonostante i Paesi costituenti, cui si aggiunse per ragioni politiche la Grecia, fossero in regime monetario comune, che era quello napoleonico, l’Unione, dopo l’euforia del momento, ebbe vita effimera e dopo pochi anni, mancando il cemento dell’unione politica, entrò in crisi irreversibile. Mancò un’autorità soprannazionale, che, tra l’altro, realizzasse le convergenze economico-sociali e sapesse pilotare l’unioneverso la scelta del tallone aureo, ovvero gold standard. Scarso o nullo influsso è da attribuire alla dichiarazione d’inconvertibilità della lira italiana in seguito alla terza guerra d’indipendenza. In regime di corso forzoso il Parlamento approvò il 20 aprile del 1874 la legge che limitò il diritto di emissione alla Banca Nazionale del Regno, alla Banca Nazionale Toscana, alla Banca Toscana di Credito, alla Banca Romana (per questi quattro istituti v. Banca d’Italia), al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia. Il corso forzoso fu abolito nel 1883, ma la convertibilità trovò opposizione passiva nelle banche, con la tacita approvazione del Governo. Dieci anni dopo, nel 1893, il fallimento per gravi irregolarità della Banca Romana aprì una crisi bancaria che scosse la fiducia nella lira. Il risanamento richiese tempo e impose subito una nuova disciplina sulle banche di emissione. Nel 1893 fu infatti costituita la Banca d’Italia, che assorbì la Banca Nazionale del Regno, la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito. Insieme con la Banca d’Italia continuarono a essere banche di emissione il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Intanto La crisi era giunta al culmine: il disaggio del biglietto toccava il 15% e la Rendita italiana alla borsa di Parigi scendeva alla punta minima di 78,70. La ripresa fu lenta a causa anche della politica coloniale dei governi Crispi.

    3. La ripresa e le vicende del primo ventennio del secolo scorso. Sul finire del secolo la situazione migliorò e poco dopo ebbe iniziò il periodo aureo della lira, da attribuire alla politica giolittiana, sì che la lira carta fece premio sull’oro. Data l’ampia fiducia sul biglietto, gli operatori economici trovavano più conveniente spedire tratte in lire, anziché sostenere i costi di spedizione e di assicurazione relativi ai pagamenti in oro. La guerra di Libia del 1911 non sembrò in apparenza appannare la robustezza della lira, ma ruppe l’equilibrio nel Mediterraneo e osservatori accorti videro fin dal 1912 oscurarsi l’orizzonte europeo anche sotto il profilo monetario. In quell’anno il Kaiser GugliemoII formulò il piano finanziario di guerra. L’accrescere delle tensioni portò allo scoppio della prima guerra mondiale. Ai primi di agosto del 1914 tutte le monete cartacee del mondo abbandonavano ilgold standard e si rifugiavano nel corso forzoso.

    4. L’inflazione post-bellica, “quota novanta” e il deprezzamrno del 1936. La guerra inflazionò in varia misura tutte le monete. Per l’Italia e la Francia l’aumento dei prezzi si avvicinò al 600 per cento. Negli Stati Uniti l’aumento si aggirò su 40 per cento e nel 1919 il dollaro ritornò convertibile al cambio prebellico. In Germania, in Austria, in Ungheria, in Polonia, in Turchia la moneta corse verso l’annullamento del suo valore. In particolare, in Germania l’iperinflazione fu fermata nel 1924, quando la circolazione cartacea aveva sfiorato i 474 quadrilioni di marchi (si ricorda che il quadrilione è pari al milione elevato alla quarta potenza). La nuova moneta, il Reichsmarck, fu posta al cambio di un bilione di vecchi marchi. La Gran Bretagna recuperò il cambio prebellico nel 1925, ma la lira sterlina entrò nel particolare sistema di gold bullion standard e l’economia subì una forte deflazione. In Russia la rivo- luzione bolscevica abolì la moneta e Lenin impose lo scambio obbligatorio e redasse tabelle di equivalenza dei vari i beni in termini soprattutto di grano. Lo scambio obbligatorio si trasformò in baratto ancestrale: bene contro bene secondo le esigenze individuali e la disponibilità di beni. Ci fu per uno stesso bene una miriade di prezzi. Per la lira, che, come ilfranco francese e altre monete, operava in regime di gold exchange standard, il momento di riequilibrare i corsi monetari fu procrastinato nel tempo e richiese una nuova disciplina monetaria e bancaria, che si impose per l’impossibilità di sostenere il cambio della lira. Il 13 maggio del 1926 gli interventi sul mercato dei cambi furono sospesi e nel successivo mese di luglio il dollaro saliva a oltre 31 lire e quello della sterlina si avvicinava a 154 lire.Circa un mese dopo, il 18 agosto, con il “discorso di Pesaro” Mussolini iniziava la “battaglia” in difesa della lira, nell’intento di portarne i cambi a 19 lire per il dollaro e a 90 lire per la sterlina. Era la famosa quota novanta, il cui conseguimento e la sua difesa produssero una deflazione, che penalizzò fortemente il settore agricolo. Intanto,sempre nel 1926 il settore bancario fu riordinato e il diritto di emissione dei biglietti di banca fu affidato in esclusiva alla Banca d’Italia. Alla fine del 1927 il contenuto di oro fino della lira fu abbassato a 0,07919113 grammi, corrispondenti a un cambio di 19 lire per il dollaro e a 92,46 lire per sterlina. La svalutazione fu contrabbandata dal governo come un successo. La crisi economica che colpì il mondo tra il 1929 e il 1934 fu contrassegnata da svalutazioni a catena, da misure dirigistiche nei paesi a regime dittatoriale e dal new deal negli Stati Uniti. Questo programma di Roosevelt fu la molla per superare la crisi economica e finanziaria statunitense, esplosa con il crollo di borsa nel 1929. In particolare, il dollaro fu svalutato nel 1934 del 40,9 per cento. Per questioni di mero prestigio il riallineamento della lira avvenne soltanto nel 1936 abbassando la parità aurea a 0,04677 grammi. Nel frattempo erano stati introdotti controlli sui cambi e restrizioni all’esportazione di valuta. Nel 1935 fu abbandonata ufficialmente la convertibilità del biglietto, peraltro mai operante da gran tempo. Nel marzo del 1936 fu creata la lira turistica con un deprezzamento del 31 per cento sul dollaro Usa, che portò il cambio a 24,89 lire, contro un corso ufficiale di 19 lire. La guerra per la conquista dell’Etiopia e l’impegno nella guerradi Spagna indebolirono la lira.

    5. La seconda guerra mondiale, la ricostruzione nel dopoguerra, il serpente monetario e lo SME. La seconda guerra mondiale congelò i cambi su posizioni dirigistiche in tutti i Paesi belligeranti e in quelli neutrali. Un nuovo cambio con il dollaro fu posto soltanto nel 1943 con lo sbarco delle truppe alleate in Sicilia, che imposero un corso di 100 lire per dollaro. Nelle regioni occupate dalle armate tedesche fu, invece, imposto un cambio di 10 lire per Reichsmark. Dopo la guerra il cambio uf- ficiale con la valuta Usa fu modificato e salì a 225 e 1° agosto del 1947 fu portato a 350 lire. Intanto le attese inflazionistiche e l’effettivo aumento dei prezzi indussero il Governo italiano a prendere misure per la stabilizzazione della lira tramite essenzialmente la costituzione della riserva obbligatoria delle banche, che sottrasse liquidità al mercato. Grazie al programma diaiuti del Piano Marshall, poi ERP, l’opera di ricostruzione del paese continuo con ritmo serrato. Intanto, l’Italia aderiva al Fondo monetario internazionale, faceva parte della Banca mondiale, dell’OECE, poi OCSE e dell’Unione dei pagamenti europea (UEP), volta a rendere convertibili le valute europee evitando al massimo i trasferimenti di valuta pregiata e di oro. Il 18 settembre del 1949 la lira sterlina fu svalutata del 30,5% trascinando nel crollo le monete europee e quelle della sua area. All’esportazione il cambio della lira con il dollaro si portò a 631 lire circa e il biglietto salì a 690 lire. Poi ci fu un ridimensionamento di questi valori, almeno ai corsi ufficiali. Il dollaro venne a quotarsi intorno a 625 lire. Questo cambio rimase sostanzialmente fermo e fu anche quello dichiarato al Fondo monetario internazionale nel marzo del 1960 sulla base di una parità aurea di 0,0014218736 grammi di fino, contro una parità aurea del dollaro Usa di 0,8886706 grammi sempre di fino in essere dal 1934. Tra il 1949 e il 1971 la lira fu moneta solida e nel 1959 ebbe l’Oscar come moneta più stabile. La rivalutazione, cui furono costretti il marco tedesco e il fiorino olandese, fu evitata aumentando le importazioni e le remunerazioni. Per cause varie si innestò una crisi di fiducia, che nel marzo del 1964 fu superata grazie a prestiti tra banche centrali. Sul finire degli anni Sessanta, a causa di un’eccessiva liquidità in dollari, il mercato internazionale attendeva un riallineamento generale delle valute legate dagli Accordi di Bretton Woods del 1944. Il prezzo di 35 dollari per oncia di oro fino non era più sostenibile. Il mancato riallineamento produsse una crisi valuta- ria, con la corsa all’oro, che portò alla dichiarazione di inconvertibilità esterna del dollaro Usa del 15 agosto del 1971. Con la fine del sistema dei cambi fissi ebbe inizio il periodo di fluttuazione dei cambi valutari. La lira fece parte del serpente monetario europeo, che si rivelò un sistema di fluttuazione congiunta delle valute europee del tutto velleitario di fronte agli sconvolgimenti della crisi energetica internazionale. Artificioso fu anche lo SME, entrato in funzione nel marzo del 1979, quando proprio l’Europa era colpita da un nuovo aumento del prezzo del petrolio. La lira vi entrò con un margine di fluttuazione del 6 per cento in più o in meno del tasso centrale di parità. Tenuto in vita con artifizi avulsi dal mercato e con una moneta di conto lo Scudo o ECU, testimonianza diretta, in quanto moneta di conto, del disordine monetario internazionale ed europeo in particolare, lo SME non resse alla prova della nuova crisi valutaria internazionale del 1992. L’allargamento dei margini di fluttuazione al 15 per cento in più o in meno del tasso centrale di parità di ogni valuta partecipante agli accordi, ha praticamente reso inoperante lo SME, dal quale la lira e altre monete sono uscite fin dal 1992. A quest’ultima data il cambio con il dollaro risultava di 1.232,3 lire, mentre il marco tedesco quotava 790,04 lire (al 16 agosto del 1971 il cambio medio e in cifre arrotondate era di 585 lire per il dollaro e di 177,6 lire per il marco tedesco).

    6. Maastricht e l’UEM. Negli anni successivi si è riproposto il tentativo dell’Europa di costituire una propria area monetaria. Si è arrivati al Trattato di Maastricht, al successivo Patto di stabilità, alla definizione della nuova valuta europea, l’euro appunto, e la sua entrata in circolazione in dodici dei quindici paesi dell’UE a far data dal 1°.1.2002, con un euro pari a 1936,27 lire. Questa data, indipendentemente dai due mesi (gennaio e febbraio) di doppia circolazione monetaria, segna la fine della lira italiana, come la segna per altre valute sostituite dall’euro, rivelatosi subito debole nei confronti del dollaro Usa, come lo era stato come moneta scritturale. Con il deprezzamento di quest’ultimo nei confronti del dollaro anche la lira si è deprezzata. Alla fine dell’anno 2001 il cambio è risultato di circa 2.170 lire per dollaro. A far data dalla fine di febbraio 2002 le lire italiane non convertite in euro saranno accettate soltanto dalla Banca d’Italia.

    Il potere d’acquisto della lira nel tempo. Dopo 140 anni di circolazione la lira esce di scena con un bilancio non certo brillante, ma nemmeno negativo e tanto meno disastroso, perché, tra l’altro, non ha conosciuto, come alcune monete considerate forti, tra cui il marco tedesco, crisi disastrose con cambi del nome e del valore della moneta fin quasi al suo annullamento. Dopo la seconda guerra mondiale la riforma monetaria fatta dagli alleati evitò al marco tedesco di precipitare nell’iperinflazione, come era accaduto dopo la prima guerra mondiale. Ma anche il franco francese, la lira sterlina e lo stesso dollaro USA non sono stati immuni da cadute pesanti. Si pensi al prezzo dell’oro espresso in dollari. Come tutte le valute, anche la lira si è deprezzata a causa soprattutto delle guerre e da ultimo delle ricorrenti crisi valutarie internazionali, tra cui preminente, come detto, la crisi petrolifera degli anni Settanta, che ebbe ripercussioni fin oltre la metà dei successivi anni Ottanta. L’inflazione si misurò a due cifre e raggiunse valori superiori al 20% l’anno, con punte mensili di oltre il 40%. Nel 1976 il signoraggio toccò la punta del 15% contro la media dell’1,6% per il periodo degli anni Cinquanta e Sessanta e il 3,6% per il lungo periodo 1862-1980. Per rapportare il potere d’acquisto delle lire del 1861 in lire del 2004 occorre moltiplicarle per 7.816 volte. Per altre date significative i coefficienti di svalutazione della lira sono i seguenti (fonte ISTAT):

    Coefficenti di svalutazione della lira al 2004
    Anni Coeff. Eventi
    1861 7.816,05 Secondo Regno d'Italia
    1862 7.768,68 Emissione delle prime Lire Italiane
    1866 8.280,57 Seconda guerra d'Indipendenza
    1893 7.113,39 Istituzione della Banca d'Italia
    1900 7.266,62 Fine secolo XIX
    1914 6.409,16 Inizio I guerra mondiale
    1922 1.546,99 Avvento del fascismo
    1927 1.356,72 Quota Novanta
    1936 1.737,84 Riallineamento della lira
    1945 61,64 Fine II guerra mondiale
    1971 14,02 Fine dei cambi fissi
    1979 4,80 Inizio SME
    1992 1,41 Uscita della lira dallo SME
    2000 1,10 Abbandono della lira
    lira italianalira pesantefranco francese

  • LIRA NUOVA

    Termine che identificava la nuova unità di conto di cui, per imitazione di quanto aveva fatto la Francia di de Gaulle, le autorità italiane avevano predisposto l’adozione (non attuata) nell’ambito di un processo di riordino della circolazione monetaria da esse promosso (nel 1986), rispondente all’obiettivo di perseguire una razionalizzazione del sistema dei pagamenti. Il progetto di conversione era motivato dal fatto che la vecchia unità monetaria “lira” aveva perso le caratteristiche di un buon strumento di misura, vale a dire l’adeguatezza e la significatività di multipli e sottomultipli dell’ordine di grandezza, e prevedeva di riportare la moneta a un valore nominale più adeguato (in ragione di uno a mille), eliminando le cifre delle migliaia.

  • LIRA NUOVA DI PIEMONTE

    Unità monetaria dello Stato sabaudo, istituita dopo la restaurazione post-napoleonica con regia patente 6.8.1816 da Vittorio Emanuele I. Nel 1820 ai nominali da 10 e da 20 lire oro, detta pezza, si aggiunsero quelli da 40 e da 80 lire, equivalenti ai corrispondenti pezzi del sistema monetario francese. Il centesimo in rame fu coniato nel 1825. La lira nuova di Piemonte equivaleva al franco francese del sistema monetario creato in Francia il 28.3.1803 su base bimetallica oro-argento nel rapporto di valore di 1 a 15,5. Al momento dell’unificazione dell’Italia la carta moneta era emessa in Piemonte dalla Banca Nazionale degli Stati Sardi, sorta nel 1850 dalla fusione della Banca di Genova e della Banca di Torino. I biglietti di banca erano emessi in vari tagli, tra cui il massimo da 1.000 lire e il minimo da 50 lire (questo a far data dal 1856). La circolazione della lira nuova di Piemonte fu estesa ai territori degli Antichi Stati annessi dal 1859 al 1861. La lira nuova di Piemonte fu però sostituita dalla lira italiana con l. 24.8.1862 n. 788. Il termine lira non era nuovo nel Piemonte (e in altre regioni italiane), perché vi circolava nel XVII la lira ducale e sul finire dello stesso secolo la Lira Nuova. Sempre nel secolo XVII furono emesse in alcune zecche piemontesi anche le monete cosiddette ossidionali, ossia monete d’assedio. Nel 1802 con l’abdicazione del re di Sardegna Carlo Emanuele IV, salito al trono nel 1796, aveva termine la monetazione sabauda pre-napoleonica. Sotto Carlo Emanuele IV furono emessi i seguenti nominali:a) in oro la doppia di 9,09 grammi e la mezza doppia; b) in argento il mezzo scudo di circa 17,5 grammi; c) in mistura i pezzi da 1 soldo, da 2,6 soldi e da 7,6 soldi; d) in rame la moneta da 2 denari. Questi nominali erano soltanto una parte della nutrita circolazione sotto Vittorio Amedeo III, la quale comprendeva oltre alle monete sopra citate anche il carlino da 5 doppie e il mezzo carlino in oro e lo scudo d’argento.

  • LIRA PAPALE

    Unità monetaria degli Stati Pontifici emessa nel 1866 sotto Pio IX, equivalente al franco francese e di fatto alla lira italiana e dal 1867 agganciata al franco dell’Unione monetaria latina. Furono emessi in oro i pezzi da 100, da 50, da 20 e da 10 lire; in argento quelli da 5 lire, da 2 lire e mezzo, da 2 e da 1 lira: In rame furono battute le monete da 4, da 2 e da 1 soldo, il centesimo e il baioccone. Il sistema monetario del 1866 sostituì quelle in essere dal 1835, che era basato sul sistema metrico decimale e si articolava nei pezzi in oro da 10, da 5 da 2,5 e da 1 scudo; in argento erano lo scudo da 100 baiocchi, il testone da 30 baiocchi, il papetto da 20, il paolo da 10 e, infine, il grosso da 5 baiocchi. La lira papale ebbe vita breve e dopo il 1970 non fu più coniata. Con il Concordatodel 1929 fu creata la lira vaticana, moneta legale dello Stato della Città del Vaticano accettata alla pari dallo Stato italiano. Per reciprocità la lira italiana fu accettata alla pari in Vaticano.

  • LIRA SINTETICA

    Strumento finanziario ottenuto con operazioni che combinano attività finanziarie esistenti con altre al fine di realizzare attività espresse in lire. Una delle modalità maggiormente diffuse per la produzione artificiale di titoli in lire consiste nella creazione di un finanziamento in lire sintetiche attraverso la combinazione di due operazioni, l’una di finanziamento in valuta, generalmente a breve termine, l’altra di domestic currency swap (v. currency swap).

  • LIRA STERLINA

    Codice ISO: GBP. Sterling (v. argento) fu il nome dato al sistema monometallico argenteo al tempo del re Enrico II d’Inghilterra(1154-1189), allorché la monetazione del regno fu affidata ai mercanti dell’Europa continentale, che provenivano dall’area compresa tra la foce del Reno e quella dell’Elba. Questo sistema si basava sulla libbra locale, il pound, che secoli prima aveva sostituito la libbra romana e poi quella importata dai normanni. Come altre libbre monetarie, anche quella importata aveva subito un processo di deterioramento. Un po’ ovunque nel Medioevo era invalso l’uso di due libbre: chi commercia usa una libbra grande per acquistare e una piccola per vendere. Guglielmo I il Conquistatore, incoronato re nel 1066, provvide, tra l’altro, a dare un certo ordine all’amministrazione del regno e fece depositare il campione della nuova libbra di circa 350 grammi nella Torre di Londra. Il suo penny, o denaro, essendo battuto come 11240 di libbra doveva pesare 1,45 grammi. Lo scellino o soldo di 1120 di libbra continuò arimanere moneta di conto. Libbra, scellino e denaro subirono gli effetti delle guerre e si ridussero progressivamente di peso. Sotto Edoardo III, tra il 1343 e il 1351, la libbra come piede monetario doveva pesare 280 grammi, lo scellino come moneta di conto 14 grammi e il penny 1,16 grammi circa. La prima emissione dello scellino avvenne a cavallo tra il XV e il XVI secolo al tempo di Enrico VII e non doveva pesare più di 7 grammi e mezzo. Nel 1601, al tempo di Elisabetta, la libbra d’argento si era ridotta a 111 grammi e lo scellino, che pesava5,6 grammi, diventò moneta base del sistema monetario inglese. Nel frattempo anche l’Inghilterra ha provveduto a coniare l’oro. A far data dal 1257, sotto Enrico III, è battuto un aureo del peso di 7,5 grammi in lega e quindi non ha la fortuna del fiorino fiorentino, che ha due importanti caratteristiche: è d’oro a 24 carati e pesa solo 3,53 grammi, per cui è perfettamente adatto alle esigenze dei commerci interni e internazionali dell’epoca. Soltanto nel 1465, al tempo di Edoardo IV, viene emesso un pezzo d’oro, detto angel, di 5,5 grammi. Nel 1489 l’Inghilterra di Enrico VII si dota di una moneta d’oro di uguale peso del pound, che come piede monetario per coniare monete d’oro si è ridotto nel frattempo a 16,59 grammi. La sterlina diventa dunque moneta aurea effettiva di 20 scellini e per le effigi che reca impresse viene comunemente detta la “sovrana”. Dal tempo di Enrico VIII, a far data forse dal 1526, questa sterlina, che si è ridotta a circa 11,40 grammi, è accompagnata dalla mezza e dal quarto di sovrana.Quest’ultimo pezzo d’oro prende il nome di “corona”, pesa 3,6 grammi e vale 5 scellini d’argento. Nel 1611, sotto Carlo II Stuart, viene battuta anche la “ghinea” del valore iniziale di 20 scellini, per poi aumentare di valore fino a 30 scellini e, infine, ribassata nel 1717 a21 scellini, ossia una sterlina e uno scellino. Intanto, pochi anni prima, nel 1704, il biglietto della Banca d’Inghilterra, creata nel 1694, era diventato moneta legale. Nel XVIII secolo, di nuovo anche in Inghilterra moneta d’oro, moneta d’argento, moneta di carta e moneta divisionaria subiscono, anche se in misura minore rispetto a quanto accade in altri paesi, un sistematico degrado, che si accentua durante le guerre napoleoniche. Quando l’Europa ritrovala pace la sterlina moneta di conto per l’argento si riferisce a un peso di 104 grammi, cui corrisponde una libbra per l’oro di circa 7,3 grammi. Tra il 1816 e il 1821, dopo approfondito dibattito, ha luogo la svolta storica nella monetazione britannica. È scelto infatti il tallone aureo e la sterlina pound di 7,3 grammi, sempre di 20 scellini, è trasformata in moneta effettiva in lega a 22 carati. L’esatto peso del fino è di 7,322382 grammi. Questa moneta è affiancata dalla sterlina di carta di pari valore e liberamente convertibile in moneta d’oro. Nasce così il nuovo sistema monetario noto come gold standard. Sterlina oro e sterlina carta rimangono strettamente unite e stabili fino allo scoppio della prima guerra mondiale, durante la quale la convertibilità è sospesa e la sterlina carta si in- flaziona. Dal 1919 ha inizio un sofferto processodeflazionistico, durato alcuni anni, per consentire alla sterlina carta di recuperare il suo valore originario in oro. Il 28.4.1925 si ripristina il cambio prebellico di 4,8664 dollari statunitensi, senza tuttavia poter operare come prima in regime di gold standard, che dopo la guerra è rimasto appannaggio solo del dollaro USA. La Banca d’Inghilterra non ha la forza per ripristinare la convertibilità del biglietto e per difenderla. Nasce pertanto il particolare regime di gold bullion standard, che consente la convertibilità solo per importi corrispondenti almeno al valore minimo di 400 once di oro fino, con un’oncia di 31,10 grammi. Il 21.9.1931 la Gran Bretagna è però costretta ad abbandonare il gold bullion standard e a creare l’Exchange Equalization Account (EEA) per la difesa del cambio valutario. Nel 1935, in seguito alla svalutazione del 40,94%o del dollaro effettuata da Roosevelt nel 1934, la sterlina deve essere svalutata del 43% circa. Quando nel settembre del 1939 scoppia la seconda guerra mondiale tutto l’oro della Banca d’Inghilterra è trasferito all’EEA, ma il cambio si deprezza nei confronti, del dollaro e delle altre valute neutrali. Terminata la guerra, la parità aurea dichiarata al FMI nel dicembre del 1946 in 3,58134 grammi, corrispondente a uncambio di 4,0299 dollari, non può essere difesa a lungo. Il tentativo di ritornare alla convertibilità effettuato il 15.7.1947 deve essere sospeso nel successivo mese di agosto per gravi perdite delle riserve valutarie. La valuta britannica, travagliata dal problema dei saldi dei paesi facenti parte della sua area, deve essere svalutata nel settembre del 1949 del 30,52%. La parità scende a 2,48828 grammi di fino e il cambio si collocasu 2,80 dollari. Ma anche questa nuova parità deve essere difesa, sia ricorrendo a particolari regimi di cambio, sia a cospicui prestiti del Fondo monetario e delle banche centrali dei paesi industrializzati. Il 18.12.1967, alle prime avvisaglie della crisi monetaria e valutaria internazionale, innescata da inusitate e crescenti passività degli Stati Uniti verso il resto del mondo, la sterlina deve essere svalutata di nuovo. La parità aurea è diminuita del 14,3%, per cui scende a 2,13281 grammi, con un cambio di 2,40 dollari. Nel febbraio del 1971 la sterlina abbandona la secolare divisione duodecimale e assume quella decimale. Essa si divide in 100 nuovi pence. Lo scellino non serve più e viene demonetizzato. Nello stesso anno lo sganciamento del dollaro statunitense dall’oro non provoca un mutamento della parità della sterlina, che anzi con lo Smithsonian agreement del dicembre si rivaluta dell’8,6% nei confronti della valuta USA. In linea con il progressivo avvicinamento della Gran Bretagna all’Europa comunitaria, nel maggio del 1972 la sterlina entra nel serpente monetario europeo per fluttuare congiuntamente con le altre valute, ma ne esce nel mese successivo per l’impossibilità di muoversi entro la fascia di oscillazione dei cambi. La sterlina fluttua liberamente anche durante la crisi energetica degli anni Settanta, ma la tendenza del movimento segna un sistematico deprezzamento nei confronti delle valute di volta in volta più forti, specie il marco tedesco. Negli anni Ottanta la partecipazione della Gran Bretagna si estrinseca nell’ambito monetario nell’ingresso della sterlina nello SME, in posizione però particolare. La sterlina entra nel paniere delle monete per la determinazione dei pesi attribuiti a ciascuna moneta, ma non fluttua congiuntamente entro i margini stabiliti. La partecipazione piena agli accordi monetari europei di cambio avviene solo a far data dall’ottobre del 1990. Una quotazione della sterlina in ECU ha tuttavia avuto luogo fin dal funzionamento dello SME nel marzo del 1979. A questa data, con riferimento al tasso centrale di parità, c’è l’equivalenza tra 0,663247 sterline e uno Scudo europeo. Successivamente il corso dell’ECU in sterline ha avuto un andamento oscillante con tendenza però di medio periodo al deprezzamento della valuta britannica. Alla data del pieno ingresso dell’escudo portoghese nello SME, nell’aprile del 1992, il tasso centrale è risultato di 0,696904 sterline. Nel successivo mese di settembre la sterlina è uscita dallo SME e fluttua liberamente. La Gran Bretagna, pur essendo uno stato membro dell’Unione Europea, non è entrata a far parte dell’Eurosistema e quindi la lira sterlina non è stata sostituita dall’Euro alla data stabilita per le altre valute che scompariranno dalla scena economica.

  • LIRA TORNESE

    La lira tornese è stata l’unità di conto del sistema monetario francese dal XIII al XVIII secolo ed è derivata dalla libbra romana, seguita da quella carolingia e infi-ne dalla lira parigina. Si divideva in 20 soldi e in 240 denari e quando il re San Luigi la scelsenel 1266 come moneta di conto si riferiva a un lingotto d’argento di 80,84 grammi e a uno d’oro di 8,271 grammi. Dal primo si ritagliavano le monete effettive in argento, tra cui il grosso e il denaro, mentre dal secondo si ritagliavano quelle in oro, tra cui il denaro allo scudo el’agnello. Nel secolo XVIII al tempo del re Luigi XVI la lira tornese d’argento si era ridotta a soli 4,5 grammi e quella in oro a 0,290 grammi. La lira tornese fu travolta dalla Rivoluzione francese, ma rivisse sotto altre spoglie nel franco d’argento di 4,5 grammi di fino e nel franco oro di 0,290.

  • LIRA TOSCANA

    Unità monetaria del Granducato i Toscana, detta anche lira della moneta buona. Fu emessa nel 1826, nel secondoanno del granducato di Leopoldo II di Lorena e aveva il valore di 20 soldi o di 240 denari. Il sistema monetario toscano post-napoleonico si articolò in 3 monete d’oro: il leopoldino di 10,5 grammi da 32.000 denari, il ruspone di 3,15 grammi da 9.600 denari, lo zecchino di 1,05 grammi da 3.200 denari; in 6 monete d’argento: il francescone di 27,3 grammi da 1.600 denari, il fiorino di 6,82 grammi da 400 denari, la lira di 4,05 grammi da 240 denari, il paolo di 2,73 grammi da 160 denari, la crazia di 0,34 grammi da 20 denari e il soldo di 0,20 grammi da 12 denari. Furono emesse anche 2 monete di rame: il quattrino da 4 denari e il picciolo da denaro. Si continuò tuttavia a tenere i conti nellavecchia maniera e cioè in paoli da 40 quattrini o di 160 denari. Questo articolato sistema monetario scomparve con l’unificazione monetaria dell’Italia, che avvenne sulla base della l. 24.8.1862. La Banca Toscana continuò fino al1864 a emettere biglietti denominati in lire toscane. Con l’occupazione della Toscana da parte di Napoleone, avvenuta nel 1801, era statointrodotto il sistema monetario francese o napoleonico ed era stata interrotta la monetazione granducale dei Lorena, che risaliva al 1737 con il passaggio della Toscana dai Medici alla casata dei Lorena-Austria. Questa monetazionesi articolava su 4 sistemi monetari di conto: a) sistema oro: lo scudo da7,5 lire, pari a 20 soldi, a 40 crazie e a 240 denari d’oro. b) sistema del ducato: il ducato (detto anche ducatone, scudo corrente, piastra) da 7 lire, o 20 soldi di ducato, o 80 crazie o 240 denari di lira. c) sistema della pezza: la pezza o livornino, pari a 5,75 lire, o 20 soldi di pezza, o 69 crazie o 240 denari. d) sistema della lira: il testone o doppia lira, o 3 paoli o giuli, o 24 crazie, o 40 soldi di lire, o 120 quattrini o 480 denari. In circolazione erano però le seguenti specie: a) in oro: il pezzo a 2 Doppie, la Doppia, Il Ruspone e lo Zecchino; b) in argento: il Francescone, il Francesco, il Ducato, il Tallero o Lanternina, la Pezza o livornino, il quilo; c) in mistura di argento e rame:il piastrino, il testone, il cavallotto, la lira,il paolo e la crazia; d) in rame: il soldo, il duetto e il quattrino. Tutte le monete erano di ottima fattura, come quelle dei Medici e avevano grossi diametri, dal massimo di 41 millimetri per il francescone al minimo di 17 millimetri per il quattrino.

  • LIRA TRASFERIBILE

    Espressione usata in passato per indicare la possibilità di convertire unità monetarie italiane in ogni altra valuta dei paesi aderenti al sistema multilaterale dei pagamentie di spendere tali unità in tutto il resto del mondo. Con d.m. 15.2.1957 e d.m. 16.2.1957 vennero istituiti i conti esteri multilaterali apribili presso le banche italiane, sui quali potevano essere versate lire trasferibili, ottenute con esportazione di merci e servizi e mediante arbitraggi e dai quali potevano essere effettuati prelievi per compiere, nell’area di spendibilità della lira, pagamenti direttamente in lire oppure in qualsiasi altra moneta acquistata contro lire sui mercati esteri dei cambi o su quello nazionale (v. valuta trasferibile.). La lira trasferibile era un allargamento della lira multilaterale operante nel regime dell’UEP. Cessò di circolare il 27.12.1958 con l’entrata in funzione dell’Accordo monetario europeo.

  • LIRA TURCA

    Codice ISO: TRL. La lira turca fu emessa dalla Banca imperiale ottomana nel 1881 con una parità di 6,6151183 grammi di fino in sostituzione del pezzo in oro di 7,2166 grammi denominato Medjidie. La lira si suddivideva in 100 piastre e in 4.000 para. Con l’emissione della nuova moneta la Turchia entrava in teoria in regime di gold standard. Nel 1884 veniva sospesa la libera coniazione dell’argento. Il gold standard fu sospeso con lo scoppio della prima guerra mondiale e la lira oro fu sostituita dalla lira carta alla pari econ l’obbligo della Banca imperiale ottomana di riscattarla in oro entro sei mesi dalla fine della guerra. Deprezzatasi durante il conflitto e dopo l’armistizio la lira precipitò da un corso di 3,18 dollari nel 1917 a uno di 0,48 dollari nel 1929.Nel settembre del 1930 avvenne la stabilizzazione monetaria al corso di 16,30 lire per lira sterlina. Ma esattamente un anno dopo in seguito alla svalutazione della sterlina, la lira turca prendeva riferimento il franco francese (franco Poincaré) al corso di 12,06 franchi per lira turca, contro 2,11 lire per dollaro Usa. Nel 1938 fu introdotto il kuru in luogo della piastra, sempre come un centesimo di lira. Nel 1936 in seguito alla svalutazione del franco francese la lira turca si legò alla sterlina al corso di 6,365 lire per sterlina. Nella seconda guerra mondiale la Turchia rimase neutrale e provvide con varie misure a regolare i cambi con i paesi belligeranti e con quelli neutrali.Nel 1947 la Turchia dichiarava la parità aurea al FMI con un contenuto della lira di 0,317383 grammi di fino e quindi con un cambio di 2,80 lire per dollaro. Dal 1950 al 1970 con una serie di misure valutarie e di cambi multipli le autorità monetarie turche hanno cercato di frenare il sistematico deprezzamento della lira, che nell’agosto del 1970 vide ridefinito il suo contenuto aureo in 0,0592447 grammi di fino con un corso di 15 lire per dollaro. Ma anche questa nuova parità non ha resistito e il deprezzamento della lira è proseguito vistosamente di anno in anno. All’inizio del 1989 il dollaro quotava la cifra tonda di 2.000 lire turche. Il deprezzamento è proseguito durante tutti gli anni Novanta, che hanno segnato un generale rafforzamento del dollaro in campo internazionale.

  • LIRA VERDE

    Valore attribuito alla lira negli scambi di prodotti agricoli fra i paesi membri della CEE. A partire dal 1973, quando venne meno il sistema dei cambi fissi, il rapporto tra la lira italiana e l’ECU nel quale sono espressi i prezzi agricoli comunitari, è passato attraverso successive svalutazioni.

  • LIRAZZA

    Moneta in mistura di argento e rame di Venezia nel XVIII secolo del valore di 1 lira di 10 soldi di rame, in circolazione con l’osella del valore di 3 lire di 18 soldi e la lira di 6 soldi. Era, invece, moneta di conto la lira da 20 soldi. Il Banco di Venezia usava comemoneta di conto la lira grossa del valore di 10 ducati

  • Lisciamento esponenziale (exponential smoothing)

    E’ un metodo di previsione, utilizzato nell’analisi tecnica delle serie storiche (non stagionali e senza trend sistematico) dei prezzi e derivato dal concetto di media mobile esponenziale. La previsione è ottenuta come media ponderata di tutte le osservazioni disponibili:

    I pesi della combinazione lineare sono scelti in modo da dare peso maggiore alle osservazioni più recenti e peso minore alle osservazioni lontane nel passato. I pesi sono definiti dalla successione esponenziale:

    E quindi:

    Il valore del prezzo previsto in T+1 (data l’informazione conosciuta in T) è ottenuto dal valore previsto in T (data l’informazione conosciuta in T-1), corretto dell’errore di previsione commesso in T (detto anche sorpresa) pesato ad un fattore ? (detto parametro di lisciamento).

    Il lisciamento esponenziale rappresenta, quindi, una regola di aggiornamento della previsione basata sul valore previsto al tempo precedente, corretto con un termine proporzionale all'errore di previsione compiuto. Il parametro di lisciamento darà peso massimo alla sorpresa con valore pari a uno e nullo con valore pari a zero. La nuova previsione può essere pensata come la media pesata, tra l'ultima osservazione disponibile e la vecchia previsione. Il valore di ? determina di quanto l'osservazione corrente influenza il valore futuro. Quanto più prossimo a zero è il valore di ? tanto meno il valore corrente influenza la previsione (cioè la nuova previsione sarà molto simile alla vecchia) e viceversa (cioè per ? tendente a uno la nuova previsione sarà molto vicina all'ultimo valore della serie).

    Considerando a ritroso l’intero asse dei tempi, possiamo generalizzare la formula sopra come:



    Si noti che, per un dato ?, qualunque previsione con un orizzonte k superiore ad uno è uguale al valore della previsione in T+1. Infatti:

    e sostituendo:



    e così via per un generico orizzonte k. L'espressione in funzione di k, rappresenta quindi, una funzione di previsione costante a partire da T.


    Redattore: Giuliano DI TOMMASO

  • LISTA DI ATTESA

    Ogni meccanismo con cui nelle procedure elettroniche le operazioni sono tenute in sospeso e non viene data loro esecuzione finché non si realizzano certe condizioni: p.e. sufficienti disponibilità sul conto dell’ordinante di un trasferimento di fondi nelle procedure di regolamento lordo, oppure disponibilità di posti sui voli nelle procedure di prenotazione aerea.

  • LISTINO

    In generale, elenco o catalogo periodico o giornaliero di ditte o altre organizzazioni commerciali, private o pubbliche, che riportano per determinati prodotti, servizi, merci, valute, valori mobiliari ecc. caratteristiche, prezzi o quotazioni e altre informazioni di rilievo.

  • LISTINO DEI PREZZI

    Elenco contenente l’indicazione dei prezzi, ad una certa data, di valori mobiliari, merci o divise. È ufficiale se redatto dall’organo competente per legge, in tal caso ha valore legale a tutti gli effetti. Assume particolare rilevanza il listino delle borse valori e delle borse merci, quest’ultimo detto anche mercuriale. Ai listini dei prezzi fanno riferimento molte disposizioni del codice civile.

  • LISTINO DEI TITOLI

    Elenco delle quotazioni, alla chiusura di borsa, dei valori mobiliari ammessi alla negoziazione. Tale definizione concerne il listino ufficiale dei titoli quotati nella borsa alla quale il documento si riferisce. I listini di borsa elencano, di solito, prima i titoli a reddito fisso (titoli del debito pubblico, obbligazioni garantite dello Stato, obbligazioni di società private) e poi le azioni.

  • LISTINO DELLE ESTRAZIONI

    Pubblicazione contenente l’elenco dei numeri delle obbligazioni sorteggiate per il rimborso nell’ambito di un determinato piano di ammortamento.

  • LISTINO DI BORSA

    Documento ufficiale contenente le informazioni relative ai contratti conclusi per ciascuno strumento finanziario che ogni giorno, al termine delle negoziazioni, laBorsa Italiana spa provvede a diffondere mediante supporto informatico (art. 6.1.1, comma 2 del Regolamento dei mercati organizzati e gestiti dalla Borsa Italiana spa). Le informazioni minime che il listino ufficiale devecontenere variano per ciascun tipo di mercato (v. mercati regolamentati). Fra i vari mercati nei quali è attualmente articolata la borsasi possono considerare, p.e., il mercato azionario, il cui listino deve indicare, per ciascuno strumento finanziario, il numero dei contratti conclusi; la quantità totale negoziata; i prezzi minimo e massimo e le relative quantità negoziate; i prezzi di apertura, ultimo, ufficiale edi riferimento; oppure il mercato delle obbligazioni e dei titoli di Stato, il cui listino deve invece riportare l’ultimo prezzo ufficiale, con l’indicazione della data di rilevazione; il prezzo di apertura e la relativa quantità negoziata; il prezzo medio di sottoscrizione per abbinamento e relativa quantità negoziata; il prezzo medio di sottoscrizione per applicazione e relativa quantità negoziata.

  • LITISCONSORZIO

    Si ha litisconsorzio ogni qual volta al processo partecipano, in qualità di attori o di convenuti, più parti (litisconsorzio attivo o litisconsorzio passivo). Il litisconsorzio può essere facoltativo o necessario. Si ha il primo quando tra le domande avanzate da più attori o contro più convenuti sussiste una connessione per titolo o per oggetto, oppure quando la decisione del giudice dipende, in tutto od in parte, dalla risoluzione di identiche questioni. Essendo il litisconsorzio facoltativo è possibile la separazione delle cause se vi è istanza di tutte le parti o se la continuazione della loro riunione ritarderebbe o renderebbe più gravoso il processo. Si ha invece litisconsorzio necessario quando la decisione, per sua natura, non può essere pronunciata se non nei confronti di più attori e/o di più convenuti (p.e., la domanda diretta ad ottenere la divisione va proposta nei riguardi di tutti gli eredi o condomini). In tali ipotesi, se il processo è stato promosso soltanto da alcune parti, il giudice ordina l’integrazione del contraddittorio in un termine perentorio da lui stabilito.

  • LITISPENDENZA

    La litispendenza si verifica quando la stessa causa viene proposta davanti a giudici diversi. In virtù del principio in base al quale sul medesimo oggetto non può svolgersi più di un processo, il giudice successivamente adito dichiara, anche d’ufficio, la litispendenza e dispone la cancellazione della causa dal ruolo. Unica eccezione è quella prevista dall’art. 3 c.p.c.: la giurisdizione italiana non è esclusa dalla pendenza davanti ad un giudice straniero della medesima causa.

  • LIVELLAMENTO DEI CAMBI

    Operazione avente lo scopo di portare alla medesima scadenza la divisa che si intende vendere o acquistare ed il cambio, aggiungendo o sottraendo gli interessi per il tempo che intercorre tra le due scadenze in base al tasso ufficiale di sconto della piazza estera (in cui la divisa è pagabile), normalmente indicato sul listino. In detta operazione occorre tenere conto del modo di quotazione: “incerto per certo” oppure “certo per incerto”. Il livellamento può essere effettuato operando sul cambio, sull’ammontare della divisa o sull’ammontare della divisa trasformato in moneta nazionale (controvalore), senza tener conto della diversità della scadenza. Per le piazze quotatrici che hanno l’“incerto”, il procedimento computistico di livellamento naturalmente non muta operando sulla valuta estera, su quella nazionale, o sul cambio; mentre per le piazze quotatrici che danno il “certo”, detto procedimento, se non muta operando sulla valuta estera o su quella nazionale, va però invertito se si opera sul cambio.

  • LIVELLI ESSENZIALI DI ASSISTENZA LEA

    I LEA individuano i diritti esigibili all’assistenza sanitaria degli individui (non solo italiani), che devono essere assicurati in ciascuna Regione italiana. Rappresentano le prestazioni che il Servizio Sanitario Nazionale SSN garantisce ai propri assistiti, in forma gratuita o tramite compartecipazione.
    I servizi forniti sono raggruppati in tre categorie:
    1. l’assistenza distrettuale;
    2. l’assistenza ospedaliera;
    3. l’assistenza collettiva.
    Ciascuna macroarea comprende le attività garantite dal SSN (pronto soccorso, degenza ordinaria, day hospital ecc.) e per ognuna di essa sono poi definite in modo più specifico le prestazioni erogabili, le modalità organizzative e i regolamenti.
    Oltre all’elenco delle prestazioni erogate, il Ministero della Salute ha predisposto due ulteriori liste: quella delle prestazioni parzialmente escluse, per cui sono forniti solo i servizi di urgenza e le cure a una determinata fascia di cittadini e la lista delle prestazioni totalmente escluse che contiene le medicine non convenzionali e i servizi che non hanno finalità di tutela della salute (fisioterapia, chirurgia estetica, ecc.).
    L’ultimo aggiornamento è avvenuto con l’importante Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) del 12 Gennaio 2017, considerato dal Ministro della Salute Beatrice Lorenzin un passaggio storico per la Sanità Italiana. Il nuovo decreto ha sostituito il DPCM del 29 novembre 2001, con cui erano stati definiti per la prima volta i LEA, ed ha stabilito che l’elenco delle prestazioni sarà aggiornato annualmente.
    Tra le novità più rilevanti, frutto della collaborazione tra Stato, Regioni e Società scientifiche, vi sono:
    - la definizione delle attività, i servizi e le prestazioni garantite ai cittadini con le risorse pubbliche del SSN. Un esempio è l’inserimento di servizi per la procreazione medicalmente assistita, fino ad oggi erogati solo in regime di ricovero;
    - l’innovazione dei nomenclatori della specialistica ambulatoriale e dell’assistenza protesica, introducendo prestazioni tecnologicamente avanzate ed escludendo quelle obsolete;
    - la ridefinizione e l’aggiornamento degli elenchi delle malattie rare e delle malattie croniche e invalidanti, con diritto all’esenzione da ticket, inserendo più di 110 entità tra cui 6 nuove patologie croniche;
    - la descrizione più dettagliata di prestazioni e attività già incluse nei LEA. Vengono per esempio offerti nuovi vaccini e individuati nuovi destinatari, viene introdotto lo screening neonatale per molte malattie e previste nuove prestazioni per la cura e il trattamento dei disturbi autistici.
    Il provvedimento è stato predisposto in attuazione della legge di stabilità 2016 (articolo 1, commi 553 e 554, legge 28 dicembre 2015, n. 208), che ha stanziato 800 milioni di euro per l’aggiornamento dei LEA (Ministero della Salute, 18 Marzo 2017).
    L’obiettivo è quello di creare un Servizio Sanitario Nazionale in linea con le innovazioni scientifiche e tecnologiche e con le esigenze dei cittadini. Per garantire il continuo rinnovamento è stata istituita la Commissione nazionale per l’aggiornamento dei LEA e la promozione dell’appropriatezza nel Servizio sanitario nazionale, con il compito di monitorare costantemente i LEA ed escludere o aggiungere prestazioni che nel tempo modificano l’efficacia delle cure sui pazienti (Ministero della Salute, 18 Marzo 2017).
    Ogni Regione opera in piena autonomia e può fornire qualsiasi prestazione, anche aggiuntiva rispetto ai LEA, purché sia finanziata con risorse proprie. Ognuna di esse definisce il fabbisogno regionale di assistenza e ottiene l’attribuzione di un’offerta da erogare. Il compito delle Regioni è infatti quello di garantire la corretta allocazione delle risorse e di raggiungere gli obiettivi di salute del Paese.

  • LLDC

    Acr. di Land-Locked Developing Countries (fr. Pays sans littoral ; it. Paesi senza accesso al mare). Nella classificazione della Banca Mondiale sono così classificati 28 Paesi in via di sviluppo (developing countries) chiusi senza accesso al mare e cioè (i Paesi contrassegnati con l’asterisco sono anche LDC, cioè least developed countries): Afghanistan*, Armenia, Azerbaijan, Bhutan*, Bolivia, Botswana, Burkina Faso*, Burundi*, Repubblica Centro Africana*, Chad*, Etiopia*, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Lao PDR*, Lesotho*, Malawi*, Mali*, Mongolia, Nepal*, Niger*, Paraguay, Rwanda*, Swaziland, Tadjikstan, Turkmenistan, Uganda*, Zambia*, Zimbabwe.

  • LLOYD'S

    Compagnia di assicurazione navale inglese, prima del genere, fondata a Londra nel 1601. Trae origine dal cognome del proprietario di un caffè della capitale dove si riunivano gli assicuratori marittimi. La compagnia ebbe un progressivo e straordinario sviluppo, parallelamente al crescente aumento della potenza navale inglese. Una legge del 1871 le accordò la personalità giuridica. Successivamente il nome fu mutuato anche all’estero da analoghi istituti di assicurazione e da alcune società di navigazione. La compagnia altre alla stipulazione di contratti di assicurazione in vari settori, provvede alla registrazione dei nomi, dell’anno di costruzione e dei principali dati delle navi costruite nel Regno Unito ed all’estero.

  • LOAN COMMITMENTS

    Lett.: impegni di affidamento. Sottocategoria di operazioni offbalance sheet molto articolata ed eterogenea, comprendente tutti gli impegni assunti in varie forme tecniche dalla banca verso la clientela di erogare in futuro. risorse finanziarie a titolo di prestito. La banca offerente è però in grado, di norma, di stabilire solo il limite massimo del proprio intervento, essendo modi e tempi di erogazione a discrezione completa del cliente affidato. In Italia si possono naturalmente considerare tali la linea di fido deliberata e lo scoperto di conto corrente concessi e non utilizzati. Per diversi motivi, tuttavia, tali impegni non possono a rigore rientrare tra le operazioni fuori bilancio; i primi, infatti, non sono affatto contabilizzati dalla banca, laddove i secondi sono contabilizzati come impieghi effettivi. Una forma tecnica di commitment è rappresentata dalle operazioni di pronti contro termine su titoli in contropartita della clientela ordinaria; queste ultime, d’altra parte, risultano diffuse in modo particolare nei rapporti tra banche ed istituto centrale e meno fra banche e privati.

  • LOAN SALE

    Contratto mediante il quale il venditore, in genere un’istituzione creditizia, cede all’acquirente i flussi di cassa associati ad un prestito concesso in precedenza ad una parte terza. In genere tale contratto non implica il trasferimento di alcun diritto od obbligo tra le parti inerente al contratto di prestito preesistente, di modo che il mutuatario rimane obbligato nei confronti del creditore originario, così come quest’ultimo conserva i propri diritti e obblighi nei confronti del mutuatario. Nella prassi, inoltre, il contratto di loan sale non offre alcuna garanzia né sul valore del credito ceduto, né sulla solvibilità del mutuatario. Sorte originariamente nel mercato statunitense nei primi anni Ottanta, le operazioni di loan sale hanno conosciuto in seguito un rapido sviluppo nel corso del decennio, estendendosi, sebbene non in egual misura, anche ai mercati dell’Europa continentale. Il loro successo deriva dal fatto che esse rappresentano una delle strategie messe in atto dalle maggiori banche internazionali in seguito alle pressioni concorrenziali e alle variazioni dei contesti regolamentari cui sono state progressivamente sottoposte negli ultimi anni, specie riguardo all’imposizione di stringenti vincoli di capitalizzazione. Tali operazioni, infatti, rimuovendo quote degli attivi di bilancio delle banche che hanno innescato i crediti, ne migliorano la situazione patrimoniale e generano redditi da commissioni suscettibili di incrementare il rendimento dell’attivo e dei mezzi propri. Le principali tipologie di operazioni di loan sale sono: l’assegnazione (assignment), la novazione (novation) e la sub-partecipazione (sub-participation). La prima tipologia, pur conservando, da un punto di vista strettamente giuridico, il contratto preesistente, comporta la traslazione in capo all’istituzione acquirente dei diritti del soggetto cedente relativi al prestito originario. Coerentemente il mutuatario, divenendo obbligato nei confronti di un diverso soggetto economico, viene informato dell’avvenuta cessione. Il trasferimento dei diritti implica, inoltre, l’impossibilità per l’acquirente di rivalersi sul venditore in caso di insolvenza del debitore ceduto. Il servizio del debito ricade sull’istituzione acquirente, che si occupa quindi della riscossione delle quote di capitale ed interessi previste; la remunerazione per la banca cedente assume la forma di una commissione unica (up front) corrisposta dall’acquirente al momento della cessione del credito. Con la novazione il contratto afferente al credito originario si estingue e viene sostituito da un nuovo contratto, uguale al precedente tranne che per l’identità del soggetto creditore. Il problema principale ad essa associato si ricollega al fatto che la stipulazione di un nuovo contratto impone non soltanto la conoscenza, da parte del mutuatario ceduto, dell’operazione di cessione, ma anche il suo preventivo consenso; tale circostanza ne giustifi- ca la scarsa diffusione. La forma di loan sale maggiormente utilizzata risulta essere, invece, la sub-partecipazione. Grazie ad essa, la banca creditrice cede i flussi di cassa connessi all’intero prestito, ovvero ad una sua quota, ad un soggetto terzo, il quale tuttavia non acquisisce la titolarità dei diritti relativi al credito ceduto propri della banca medesima. Il mutuatario rimane pertanto obbligato, per l’intero ammontare del prestito, nei confronti del creditore originario, così come questo conserva il diritto di rivalersi sul mutuatario in caso di sua insolvenza. Il contratto di sub-partecipazione si presenta quindi come un contratto di funding, scevro da effetti sulle relazioni sottese credito, con il quale l’acquirente fornisce alla banca i fondi necessari per il finanziamento del credito, ottenendo in cambio i flussi di cassa ad esso associati. mutuatario non viene in genere informato della cessione, da cui il termine di silent sub-participation. Nella maggior parte dei casi, inoltre, il prestito viene ceduto senza facoltà di ricorso da parte dell’istituzione acquirente nei confronti del soggetto venditore (on a non recours basis). Tale condizione è imposta dalle normative sui livelli di patrimonializzazione minima elaborate dagli organi di vigilanza bancaria dei principali Paesi industrializzati.

  • LOCALE APERTO AL PUBBLICO O DIPENDENZA

    La succursale dell'intermediario (come definita per le banche al titolo III, capitolo 2, delle Istruzioni di vigilanza per le banche) e qualunque locale dell'intermediario adibito al ricevimento del pubblico per le trattative e la conclusione di contratti, anche se l'accesso è sottoposto a forme di controllo.
    Fonte: Banca d'Italia

  • LOCAZIONE

    Contratto mediante il quale un soggetto (detto locatore) concede ad altri (detto locatario o conduttore) il godimento ce di un bene, mobile o immobile, di sua proprietà, contro il pagamento di un corrispettivo, detto canone o pigione. La locazione, quando eccede i nove anni, è atto di straordinaria amministrazione. Le principali obbligazioni del locatore sono costituite dalla consegna e dal mantenimento della cosa in buono stato locativo, con l’obbligo di provvedere alle riparazioni, eccettuate quelle di piccola manutenzione, e di garantire al locatario l’immunità della cosa da vizi che ne possano diminuire l’uso o che costituiscano pericolo per la salute, oltre che il pacifico godimento contro eventuali pretese avanzate da terzi. Il conduttore, invece, è obbligato a prendere in consegna la cosa, a servirsene per l’uso convenuto, o per l’uso normale, adoperando la diligenza del buon padre di famiglia e a pagare il canone convenuto. Rientra nella facoltà del conduttore, salvo patto contrario, sublocare, o col consenso del locatore, cedere il contratto. In caso di locazione spetta al locatore l’azione diretta contro il subconduttore, debitore per l’esazione del prez- zo non ancora versato. La locazione stipulata a tempo si esaurisce con lo spirare del termine, mentre è necessaria la disdetta, rispettando i termini di legge, quando è senza determinazione di tempo. La prosecuzione del rapporto al di là del termine e, nel caso di contratto a tempo indeterminato, la mancata disdetta comportano la rinnovazione tacita del contratto. Questo non viene meno, invece, salvo patto contrario, in caso di alienazione della cosa, ma in tale ipotesi l’acquirente, se vuole sciogliere il rapporto, ha il dovere di dare la disdetta, rispettando i termini del preavviso. Un particolare regime è dettato dalla legge per le addizioni e per i miglioramenti apportati dall’una o dall’altra parte. Sottospecie della locazione è l’affitto, che si ha quando oggetto del contratto è una cosa (mobile o immobile) produttiva. In tale figura, particolare importanza assume l’affitto di azienda, per il quale è previsto che l’affittuario deve esercitare l’impresa sotto la ditta che la contraddistingue e non deve modificarne la destinazione, conservando l’efficienza degli impianti e le dotazioni delle scorte, mentre la differenza tra le consistenze d’inventario, all’inizio e alla fine, è regolata in denaro in base ai valori correnti al termine del rapporto.

  • LOCAZIONE DI NAVE E DI AEROMOBILE

    Contratto in base al quale una delle parti si obbliga a far godere all’altra per un determinato periodo di tempo la nave o l’aeromobile verso un corrispettivo. Il proprietario che non utilizza direttamente la nave assume la veste di locatore e cede la nave a un armatore, che assume la figura del conduttore. Obblighi principali del locatore sono la consegna del veicolo in stato di navigabilità e fornito dei documenti necessari per la navigazione, il mantenimento di questo nelle condizioni convenute, provvedendo alle riparazioni necessarie e astenendosi da innovazioni che pregiudichino l’utilizzazione da parte del conduttore; la garanzia del pacifico godimento. Il locatore è altresì tenuto a risarcire i danni derivanti da difetto di navigabilità, a meno che provi che si tratta di vizio occulto non accertabile con la normale diligenza. Ove il difetto sia tale da diminuire l’idoneità del veicolo all’uso pattuito, il conduttore può chiedere la risoluzione del contratto od una riduzione del corrispettivo. Il conduttore è tenuto a prestare il corrispettivo convenuto nei termini pattuiti, restituire il veicolo all’estinzione del rapporto, provvedere alla conservazione ed eseguire le riparazioni che per legge o per contratto sono a suo carico. L’uso del veicolo deve avvenire in conformità a quanto previsto dal contratto, tenuto anche conto delle caratteristiche tecniche della nave o dell’aeromobile. In armonia con le regole generali, si possono avere la sublocazione del veicolo e la cessione del contratto, sempre che il locatore lo consenta. I contratti di locazione, di sublocazione e di cessione del contratto di locazione della nave o dell’aeromobile devono essere provati per iscritto, tranne che per le navi e i galleggianti minori e le imbarcazioni da diporto. Vengono utilizzati appositi formulari predisposti da Organizzazioni internazionali. Il contratto può riguardare la nave a scafo nudo o disarmata (contratto di imbargo) oppure armata e attrezzata.

  • LOCK BOX SYSTEM

    In alcuni Paesi esteri (in particolare USA, Germania, Inghilterra e Austria) è comune l’uso dell’assegno di conto corrente in moneta nazionale come mezzo di pagamento di operazioni commerciali nei confronti di controparti nazionali ed estere. Per eliminare i rischi e gli svantaggi del supporto cartaceo le banche (anche italiane) hanno predisposto una speciale procedura di incasso denominata lock box system. La procedura rende più sicuro l’incasso e ne accelera i tempi trasformando l’assegno in un bonifico e ha il seguente funzionamento: l’esportatore dà istruzioni ai propri debitori esteri che intendono pagare a mezzo assegno, di inviare gli assegni non in Italia, ma ad un indirizzo del loro Paese, generalmente una banca estera con cui la banca dell’esportatore italiano ha stipulato in precedenza un’apposita convenzione. La banca estera raccoglie gli assegni e li accredita sul conto in valuta della banca italiana con valuta di regola del giorno lavorativo successivo. Si noti che l’accredito è possibile in quei Paesi che non richiedono la girata del beneficiario quando l’importo dell’assegno gli viene comunque accreditato. Contemporaneamente la banca estera dà notizia dell’operazione, fornendo le informazioni connesse, alla banca italiana che provvede ad accreditare l’esportatore. I documenti cartacei vengono trasmessi successivamente.

  • LOMBARD LOAN

    Anticipazione su titoli o su merci da parte di una banca estera. Anche credito concesso da una banca centrale garantito da azioni o altri titoli. L’espressione è in uso specialmente in Inghilterra e in Germania (dove è detta der Lombardkredit, die Effektenlombardierung).

  • LOMBARD STREET

    Via della City di Londra dove erano insediati mercanti e banchieri di origine lombarda (ossia dei territori del Regno longobardo). L’espressione indica oggi il mercato monetario londinese, in quanto la maggior parte degli operatori in questo mercato hanno la sede in Lombard Street e dintorni.

  • LOMBARDBANK

    È così detta in Germania la banca specializzata nel prestito su pegno, ossia in operazioni di anticipazioni garantite da titoli o merci. Das Lombardgeschäft è l’operazione e der Lombardkredit il credito relativi, die Lombardscheine (o die Lombardzettel) la polizza di pegno.

  • LOMBARDSATZ

    Tasso di interesse su anticipazioni garantite da titoli o merci. Termine in uso in Germania (dove è detto anche derLombardzinsfuß). tradotto in ingl.: lombard rate).

  • LONDON CLUB

    Gruppo informale di banche commerciali che si riuniscono per decidere come negoziare i loro crediti perso Stati insolventi.

  • LONDON COMMODITY EXCHANGE (LCE)

    Il LCE è la borsa dove vengono scambiati titoli sulle materie prime. In precedenza conosciuta come London Fox (London Futures and Options Exchange), la borsa è stata rinominata London Commodity Exchange ed ora vengono scambiati contratti future e opzioni su merci quali cacao, zucchero, caffè, grano, patate e orzo. Nel 1991 si fonde con il BIFFEX (Baltic International Freight Futures Exchange) e nel 1996 con il LIFFE (London International Freight Futures and Options Exchange).

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  • LONDON DISCOUNT MARKET ASSOCIATION

    Acr.: LDMA. Costituita nel 1919 per rappresentare gli interessi delle disount houses. Queste banche erano un importante strumento di esecuzione della politica monetaria, in quanto acquistavano Treasury bills dalla Bank of England quando era necessario assorbire liquidità del sistema, ovvero glieli vendevano quando era necessario immettere liquidità. La riforma del mercato monetario attuata nel 1996 con decorrenza 3 marzo 1997 (v.discount houses) per allineare tali operazioni agli standards europei ha cambiato i compiti delle discount houses e ha portato alla dissoluzione della LDMA. Gli archivi della LDMS sono stati consegnati alla Bank of England.

  • LONDON DOLLAR CERTIFICATES OF DEPOSIT

    Certificati di deposito (v.certificato di deposito) attestanti l’esistenza di un deposito denominato in dollari presso una banca londinese.Sono tipicamente negoziati sull’euromercato e risultano caratterizzati da un elevato grado di liquidabilità, derivante dalla loro natura di titoli al portatore negoziabili in un mercato secondario sufficientemente ampio e trasparente. Ne esistono prevalentemente di due tipi, entrambi remunerati secondo un tasso fisso e predeterminato: i tap certificates of deposit, che vengono emessi in soluzione continua ogni qual volta una banca necessita di fondi, ed i tranche certificates of deposit, che vengono invece emessi in soluzione unica con il ricorso ad un sindacato di mero collocamento (v. sindacato finanziario), secondo una tecnica simile (anche se più semplice e meno costosa) a quella adottata per gli euro- bonds.

  • LONDON TRADED OPTIONS MARKET

    Mercato britannico delle stock options, creato nel 1978 e incorporato nel 1992 dal LIFFE che si è di poi chiamato per esteso London International Financial Futures and Options Exchange.

  • LONG CALL

    Posizione assunta dal compratore di una call option (v. opzioni), che offre a questi la prospettiva di un profitto illimitato in caso di apprezzamento dello strumenta di base, a fronte di una perdita limitata al premio in caso di andamento al ribasso.

  • LONG PUT

    Posizione assunta dal Compratore di una opzione put (v. opzioni) che offre a questi la prospettiva di un profitto illimitato in caso di deprezzamento dello strumento di base, a fronte di una perdita limitata al premio in caso di andamento al rialzo.

  • LORDISTI

    Termine di gergo degli operatori finanziari in relazione col diverso trattamento fiscali dei redditi di capitale a seconda dei soggetti. Sono lordisti i soggetti che, a differenza dei nettisti, possono incassare al lordo, cioè senza ritenuta fiscale o imposta sostitutiva gli interessi e gli altri frutti su titoli di Stato, obbligazioni emesse dalle banche e da società quotate nei mercati regolamentati con scadenza non inferiore a 18 mesi. Essi includono tali proventi nel loro conto economico e sono soggetti a tassazione sulla base del reddito imponibile che da questo risulta. Sono lordisti le società di persone, quelle di capitali, gli enti pubblici e privati che svolgono attività commerciale, i fondi comuni di investimento aperti e chiusi, leSICAV, le gestioni patrimoniali individuali che hanno optato per l’applicazione dell’imposta sostitutiva sul risultato di gestione e le stabili organizzazioni di società non residenti. Per poter conseguire i proventi al lordo bisogna che i titoli siano depositati per l’intero periodo di possesso presso un intermediario abilitato (banche, SIM, società fiduciarie, agenti di cambio e altri soggetti indicati dall’Amministrazione finanziaria).

  • LOTTO DI TITOLI

    Unità di negoziazione dei valori mobili in borsa. Le contrattazioni alle grida (v.negoziazioni alle grida), sia per contanti che a termine, venivano svolte in relazione a quantitativi minimi fissati dal Comitato direttivo degli agenti di cambio, avendo riguardo sia agli usi, sia alla capacità finanziaria degli operatori. Le contrattazioni in questione, quindi concernevano un lotto o multipli di esso, anche se eccezionalmente potevano essere trattate quantità inferiori. L’uso del lotto minimo è stato continuato da Borsa Italiana spa. L’entità di essa, di solito, viene espressa da un dato numero di titoli (come nel caso delle azioni o delle obbligazioni) oppure da un certo importo di valore nominale degli stessi (come per le rendite e per i prestiti redimibili). Il quantitativo di titoli inferiore al lotto minimo è detto spezzatura che viene negoziata in un apposito mercato delle spezzature. Dal gennaio 2002 il limite del lotto minimo nelle negoziazioni è stato abolito (v.lotto minimo).

  • LOTTO MINIMO

    Unità di negoziazione degli strumenti finanziari nei mercati. Borsa Italiana spa decide il lotto minimo di negoziazione in ciascun segmento dei mercati che essa organizza e gestisce secondo il criterio di consentire a tutti gli investitori di effettuare le negoziazioni, rispondendo ad esigenze di funzionalità del mercato e di economicità nell’esecuzione degli ordini. Il quantitativo inferiore al minimo è detto spezzatura (v. anche Mercato delle spezzature-MSP). L’ordine di negoziazione per quantitativi pari al lotto minimo o a un suo multiplo è detto proposta di negoziazione intera, quello relativo a una quantità di titoli diversa dal lotto minimo o da un suo multiplo si intende come proposta di negoziazione di spezzature (v. MSP). I lotti minimi sono indicati nel Regolamento dei mercati organizzati e gestiti da Borsa Italiana spa. Il lotto minimo è rappresentato dal numero minimo negoziabile, espresso in quantità, di ogni strumento finanziario nei mercati MTA,MCW e TAH; il valore nominale minimo delle obbligazioni convertibili negoziabili nei mercati MTA, EuroMot; il numero minimo di azioni, warrants e diritti d’opzione, oppure il valore nominale minimo delle obbligazioni convertibili che possono essere oggetto dei contratti a premio negoziati sul MPR. Lotti minimi erano previsti anche per il Mercato ristretto. Dal 14.1.2002 Borsa Italiana spa, adeguandosi alla pratica europea, ha abolito il lotto minimo per le azioni e le quote di fondi chiusi negoziate su MTA, TAH e Mercato ristretto che dunque possono essere negoziate per un quantitativo pari all’unità e ai suoi multipli. Le obbligazioniconvertibili negoziate su MTA o sul Mercato ristretto e i warrant negoziati su MTA al 14.1.2002 continuano a essere trattati per i quantitativi minimi e loro multipli attualmente stabiliti. Per le obbligazioni convertibili e i warrant ammessi alle negoziazioni successivamente al 14.1.2002 Borsa Italiana spa si è riservata di stabilire i quantitativi minimi negoziabili e i suoi multipli nel provvedimento di ammissione. Per il Mercato telematico all’ingrosso dei titoli di Stato (MTS) i lotti minimi sono di € 2,5 milioni per compravendita di titoli, di € 100.000 per operazioni di coupon stripping, di € 2,5 milioni per quelle sul manto (principal stripping).

  • LUNGO TERMINE

    Detto anche: lungo periodo. Periodo di tempo abbastanza indeterminato che va al di là del medio termine, convenzionalmente oltre i 5 anni. Diversi capitali fissi hanno una vita utile che si estende al di là del medio termine, ma ciò non è utile ai fini della programmazione in quanto nel corso del lungo termine l’avvenire diventa altamente incerto e indeterminato.

Lettera selezionata: L In lingua italiana

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