IL DEBITO PUBBLICO NEL PERIODO FASCISTA FINO ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE

Il primo governo a direzione fascista si formò nel dicembre del 1922 e Alberto De’ Stefani ricoprì la carica di ministro delle finanze fino a luglio del 1925. Il quadro delle finanze italiane non era di certo positivo; il bilancio era ancora in deficit e la situazione era appesantita da molteplici debiti a breve scadenza. De’ Stefani decise, quindi, di iniziare a ridurre le aliquote di molte imposte e ad eliminare molte fonti di entrata. La politica di De’ Stefani venne agevolata dalla legge del 3 dicembre 1922, n. 1.601 che forniva al governo pieni poteri in materia tributaria e amministrativa fino al 31 dicembre 1923. Nel periodo che intercorre tra il 1922 e il 1925 venne attuata una politica di contenimento dell’intervento dello Stato nell’economia che permise, congiuntamente allo stabilizzarsi delle entrate, di ottenere un avanzo di bilancio nell’esercizio finanziario 1924-25. De’ Stefani sottolineò più volte la riuscita della sua politica anche se il risanamento che si era attuato proveniva in realtà dall’esaurirsi delle spese di guerra, dalle politiche finanziarie dei governi precedenti e da numerosi espedienti di bilancio. Con il tempo la politica di De’ Stefani iniziò a mostrare i primi insuccessi; dopo la 1° guerra mondiale il debito era aumentato vertiginosamente e i buoni ordinari del Tesoro avevano contribuito fortemente a questo aumento.
Negli anni successivi venne messa in atto una politica di consolidamento del debito fluttuante infatti, nel febbraio 1924, venne emesso un prestito redimibile al 4,75% ma questa operazione non ebbe successo e causò ripercussioni anche sulla Tesoreria perché, nonostante un aumento dei tassi dei buoni ordinari del Tesoro, ci fu una forte richiesta di rimborso degli stessi. Per porre rimedio alla situazione De’ Stefani propose dei buoni postali fruttiferi caratterizzati da un tasso d’interesse molto elevato.
Il successore di De’ Stefani fu Volpi che divenne ministro delle finanze nel 1925. I principali obiettivi di Volpi furono quelli di indirizzare la politica del Tesoro verso il consolidamento del debito fluttuante, rivalutare la lira e far riprendere gli investimenti stranieri in Italia. Nel 1926 la continua svalutazione della lira rendeva sempre più onerose le importazioni di materie prime, grano e combustibili ma sempre nello stesso anno Mussolini annunciò l’intenzione di difendere il valore della moneta cercando inoltre di ridurre le importazioni e sviluppare la produzione interna di grano. Nel corso del 1927 venne attuata una politica di deflazione e rivalutazione della lira che mise in serie difficoltà le classi più povere; infatti i salari e gli stipendi vennero ridotti dal 10% al 20% e i lavoratori furono privati del diritto di sciopero e dei rappresentati sindacali. La cessazione del corso forzoso della lira fu dichiarata con il decreto legislativo del 21 dicembre 1927.  Nel periodo della rivalutazione, l’industria dovette sottoporsi ad un processo di razionalizzazione per diminuire i costi di produzione. Sotto la guida del ministro Volpi l’unico avanzo effettivo che si registrò fu quello dell’esercizio finanziario 1925-26. La rivalutazione monetaria provocò delle modifiche alla composizione del debito pubblico; alla fine del 1926 i buoni ordinari del Tesoro si mostrarono rischiosi per la pressione che esercitavano sulla cassa perciò si decise di procedere con il consolidamento del debito a breve termine mediante l’emissione di un prestito nazionale consolidato al 5% denominato 'Prestito Littorio'. Sia il prestito del 1924, sia il Prestito Littorio furono emessi in periodi in cui i tassi d’interesse erano molto alti quindi provocarono una depressione dei prezzi dei titoli. La perdita di credibilità fu talmente grande che per 10 anni lo Stato si trovò costretto a sospendere l’emissione di buoni ordinari del Tesoro. Tra il 1922 e il 1929 il debito pubblico diminuì da 92.857 a 87.134 e modificò la sua composizione; il debito consolidato tornò ad avere un ruolo di preminenza. A partire dal 1930 i bilanci mostrarono disavanzi notevoli a causa della diminuzione delle entrate e dello stanziamento di spese straordinarie. La depressione si fece più acuta nell’esercizio 1933-34 in cui le entrate diminuirono nuovamente e le spese aumentarono fortemente provocando un aumento del disavanzo che passò da 4.100 milioni dell’esercizio precedente a 6.153 milioni di lire.
Nell’esercizio 1934-35 si verificò un aumento delle entrate causato dal rialzo delle aliquote delle imposte e dalla ripresa economica; si registrò comunque un disavanzo pari a 3.213 milioni derivante dalle spese per l’imminente guerra in Etiopia. I disavanzi di bilancio registrati nel periodo compreso tra il 1929 e il 1935 causarono un aumento del debito pubblico che passò da 87.134 milioni a 105.710 milioni. Dall’esercizio finanziario del 1935-36 si iniziarono a registrare forti disavanzi causati principalmente dalle spese militari e dal crescente intervento nell’attività economica che era stata indirizzata all’autarchia. Tra il 1935-36 e il 1939-40 le spese finali superarono le entrate finali di oltre 70 miliardi e già nel primo esercizio di guerra (1940-41) la quota delle spese correnti coperte dalle entrate correnti si ridusse al 37,6%. Per fronteggiare questi disavanzi si decise di incrementare la circolazione e l’emissione di prestiti a breve e a lunga scadenza. Le necessità del Tesoro aumentarono fortemente con l’inizio della guerra in Etiopia perciò, a partire dall’esercizio finanziario del 1935-36, si ricominciò ad emettere buoni ordinari del Tesoro. Dal 1936 e il 1946 si registrarono sempre disavanzi crescenti e per la loro copertura lo Stato ricorse a debiti redimibili e a debiti fluttuanti. Le operazioni di debito redimibile riguardavano principalmente l’emissione di buoni poliennali del Tesoro mentre i fondi acquisiti attraverso il debito fluttuante provenivano dalle anticipazioni della Banca d’Italia. Nel 1946 il debito fluttuante rappresentava il 68,9% del debito totale mentre il debito consolidato si era ridotto al 5% del totale. Alla fine della 2° guerra mondiale la situazione del debito pubblico non destava preoccupazione infatti a causa della forte svalutazione della lira, la spesa per interessi era fortemente diminuita e il debito aveva subito un sostanziale ammortamento. Inoltre il debito fluttuante era costituito per la maggiore da anticipazioni della Banca d’Italia che non potevano definirsi come un impegno a breve scadenza. Nel 1946 il rapporto debito/PIL si era notevolmente ridotto al 32%. Questo rapporto aveva raggiunto il valore massimo nel 1920 arrivando al 125%, dopodiché tra il 1921 e il 1925 si era ridotto a causa dell’inflazione e tra il 1925 e il 1926 aveva subito un ulteriore diminuzione passando dal 96% al 63% a causa dell’eliminazione del debito di guerra. Tra il 1931 e il 1933 il rapporto aveva subito un incremento causato dalla contrazione dei prezzi e quindi del Pil nominale mentre l’aumento nel 1933 e 1934 era stato causato dall’aumento del deficit. Prima della 2° guerra mondiale ovvero negli anni compresi tra il 1935 e il 1939 il rapporto aveva subito una riduzione dovuta all’aumento dei prezzi e quindi del Pil nominale. Durante la seconda guerra mondiale il rapporto raggiunse il 106% nel 1941 e toccò la punta del 118% nel 1943. Con la caduta del regime fascista il rapporto debito/PIL subì un’importante contrazione.