IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO DAL 1900 AL FASCISMO

Negli esercizi finanziari 1896-97 e 1911-12 il bilancio dello Stato di parte corrente fu caratterizzato da saldi attivi; questo fu  un periodo di forte crescita delle attività economiche e delle riforme sociali che portarono ad un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Nel periodo 1898-1907 le spese dello Stato rimasero invariate mentre le entrate aumentarono dell’8% grazie alla crescita del reddito. Il debito pubblico, che nel 1897 aveva raggiunto il 120% del Pil, nel 1913 si era ridotto all’80% del Pil grazie all’aumento del reddito1. Questo miglioramento del bilancio dello Stato spinse ad attuare una riforma del sistema tributario ed un alleggerimento del debito pubblico. Il primo tentativo di riordino del debito venne effettuato nel 1894-95 ma non portò alcun risultato a causa delle difficoltà di bilancio e alla mancanza di incentivi nei confronti dei detentori di titoli pubblici di cui il governo voleva effettuare la conversione. Nel 1896-97 il ministro del Tesoro Luzzatti decise di effettuare delle operazioni di conversione di titoli redimibili in consolidato ma solo nei primi anni del 1900 gli avanzi di bilancio permisero di non fare ricorso a nuove emissioni di debito pubblico e fecero aumentare le quotazioni del consolidato al di sopra della pari. Nel 1902 si effettuò l’emissione di un nuovo consolidato del 3,50% netto utilizzato per la conversione di obbligazioni ferroviarie redimibili e buoni del Tesoro a lunga scadenza. Dato il successo dell’operazione, negli anni successivi, vennero effettuate altre operazioni di conversione. Dal 1861 al 1900 la consistenza del debito pubblico aumentò di 10.4932 milioni di lire. Tra il 1900 e il 1914 si riscontrarono quasi sempre avanzi di bilancio derivanti principalmente dalle emissioni di buoni poliennali del Tesoro utilizzati per finanziare la guerra in Libia ed il debito aumentò di 2.160 milioni.
Il consistente aumento del debito tra il 1861 e il 1914 si verificò nonostante l’aumento dell’imposizione fiscale e l’alienazione di beni patrimoniali ed ecclesiastici. Le spese dello Stato iniziarono ad aumentare rapidamente con lo scoppio della 1° guerra mondiale e le entrate non riuscivano a coprire il fabbisogno di spesa. Il costo della guerra venne pagato attraverso le imposte, il debito pubblico e l’emissione di carta moneta. Il sistema tributario in vigore era rimasto quasi totalmente invariato da quello creato dopo l’unificazione del Paese e ciò andò ad accrescere le difficoltà della finanza pubblica. La politica tributaria perciò si focalizzò sull’immediato rendimento fiscale con un conseguente rialzo immediato delle aliquote delle imposte. Nel periodo bellico le entrate tributarie non riuscirono a coprire i bisogni dello Stato infatti la copertura della spesa pubblica da parte delle entrate cadde al 48% nel 1915 fino a raggiungere il minimo del 29% nel 1917. Solo nel periodo postbellico le imposte vennero utilizzate per liquidare finanziariamente la guerra. Nonostante ciò fu comunque necessario ricorrere all’indebitamento; vennero emessi in modo continuativo buoni ordinari del Tesoro tra il 1914 e il 1917 ed inoltre vennero autorizzati cinque prestiti nazionali. Nel dopoguerra venne emesso il sesto prestito nazionale volto alla riduzione della circolazione monetaria e al consolidamento di una parte del debito fluttuante. Nel periodo tra gli esercizi finanziari 1914-15 e 1921-22 il debito pubblico subì un incremento del 429%  passando da 15.766 a 92.857 milioni di lire. La struttura dell’indebitamento subì una notevole trasformazione infatti i debiti a medio e lungo termine passarono dal 94,1% al 60,9% del totale. Il processo inflazionistico che si innescò durante la guerra e che esplose nel dopoguerra rese infatti poco convenienti i titoli di Stato a lunga scadenza.  La percentuale del debito fluttuante invece aumentò dal 5,9% al 39,1%. Il debito fluttuante quindi perse la sua funzione originaria di strumento  per  fronteggiare a temporanee esigenze di cassa soprattutto a causa dei buoni ordinari del Tesoro che aumentarono da 401 milioni nel 1914 a 24,1 miliardi nel 19223. Tutto ciò non fu sufficiente e l’Italia dovette procedere con il collocamento di prestiti all’estero emettendo speciali buoni del Tesoro.
Negli anni compresi tra il 1914-15 e il 1918-19 i prestiti esteri, insieme ai prestiti interni, fornirono circa i due terzi delle nuove risorse finanziarie di cui necessitava lo Stato. Il resto fu coperto tramite i tributi e le emissioni di carta moneta. Durante la guerra e nel dopoguerra il rapporto debito/Pil si mantenne su livelli non molto più elevati rispetto a quelli prebellici però, se si considera anche il debito estero, il rapporto debito/PIL raggiunse  il 125%4  nel 1920 che rappresentò il valore più elevato nel periodo preso in considerazione.

1 Ministero del Tesoro, Il debito pubblico in Italia 1861-1987, vol.1, pag.90
2 Fausto Domenicantonio, Lineamenti dell’evoluzione del debito pubblico in Italia (1861-1961), pag.79
3 Ministero del Tesoro, Il debito pubblico in Italia 1861-1987, vol.1, pag. 33
4 Ministero del Tesoro, Il debito pubblico in Italia 1861-1987, vol.1, pag. 90