IMPRESA MULTINAZIONALE

Organizzazione produttiva, e/o finanziaria detta anche talvolta transnazionale che ha centri operativi in più paesi. Per costituire o allargare le consociate estere, l’impresa multinazionale compie operazioni di investimento diretto (ossia, effettua movimenti internazionali di capitale che assicurano il controllo di imprese all’estero). Il suo sviluppo è parallelo all’evoluzione della divisione internazionale del lavoro e ne costituisce una forma rilevante. Negli ultimi anni vanno affermandosi sempre più, da un lato, le imprese multinazionali “verticalmenteintegrate”, che distribuiscono in vari paesi differenti fasi del processo produttivo, dall’altro, le “finanziarie”, in cui la società-madre si trasforma in holding che assume partecipazioni di imprese “produttive” operanti in vari paesi e settori. Nel campo bancario lo sviluppo delle imprese multinazionali ha accompagnato e agevolato quello delle altre, particolarmente dopo la seconda guerra mondiale. Ciò comporta che il valore della produzione all’estero da parte delle imprese multinazionali è superiore a quello delle esportazioni mondiali e tende anche a crescere a saggi superiori. La maggior parte delle esistenti imprese multinazionali è di origine statunitense. Seguono per importanza gli investimenti diretti inglesi e poi quelli giapponesi. I 2/3 circa degli investimentidiretti nel settore manifatturiero sono localizzati nei paesi sviluppati, mentre nel terzo mondo è tuttora prevalente l’attività primaria nonostante che negli ultimi anni si siano accresciute le imprese multinazionali verticalmente integrate operanti nei paesi periferici. La struttura organizzativa dell’impresa multinazionale vede normalmente accentrate nella casa-madre le decisioni “strutturali”, concernenti, in particolare, il volume e la distribuzione degli investimenti, le spese di ricerca e sviluppo, la gamma di produzione di ogni consociata. Particolare rilievo assume la struttura finanziaria che va affermandosi negli anni più recenti, in parte per effetto della crisi monetaria internazionale. La costituzione nell’ambito dell’impresa multinazionale di cash centers con funzioni bancarie dà luogo ad una fitta rete di rapporti finanziari fra le varie unità del gruppo e ciò consente di trasferire rapidamente i fondi dalle unità in surplus a quelle in deficit, anche superando i controlli dei vari Stati nazionali. Lo sviluppo delle imprese multinazionali ha suscitato l’interesse degli economisti e dei politici, oltre che dei tecnici aziendali e dei giuristi, per gli effetti prodotti sui paesi di provenienza e su quelli “ospiti”. Per i paesi di provenienza, oltre l’effetto negativo immediato in termini di bilancia dei pagamenti- che viene più o meno rapidamente compensato da profitti distribuiti, royalties ecc., provenienti dalle consociate, una volta iniziata la produzione estera - si rilevano svantaggi in termini di riduzione dell’occupazione e dell’investimento interno. Tuttavia, non sempre l’investimento diretto si traduce in una riduzione di queste ultime grandezze. Ciò non avviene, p.e., per gli investimenti miranti a difendere o accrescere le quote di mercato all’estero. Gli effetti sui paesi ospiti sono spesso giudicati positivi in considerazione delle più avanzate tecniche produttive, amministrative e commerciali introdotte dalle imprese multinazionali. Tuttavia, accanto a questi effetti vanno considerati l’influenza politica oltre che economica, che il paese di origine può esercitare su quello ospite attraverso le sue imprese multinazionali e, inoltre, il potere oligopolistico i queste imprese. Spesso l’elevata profittabilità delle imprese multinazionali è attribuibile al loro potere di mercato e di contrattazione nei confronti degli operatori e dei governi locali, più che alla loro efficienza. Un ultimo punto che solleva perplessità sul ruolo delle imprese multinazionali è l’influenza spesso negativa sull’efficacia delle politiche economiche degli Stati nazionali. Le imprese multinazionali possiedono capitali e strumenti che le rendono capaci di eludere i controlli governativi. Uno strumento di particolare rilevanza per ridurre il carico fiscale, superare i controlli valutari e dei prezzi e aumentare la protezione doganale è dato dalla manovra dei prezzi relativi ai trasferimenti intra-aziendali (transfer pricing). Di fronte ai possibili vantaggi derivanti dall’attività multinazionale, stanno questi elementi negativi e secondo un’opinione diffusa i governi nazionali sono in ritardo sia nell’apprestare idonei strumenti di intervento sia anche, e preliminarmente, nella disponibilità delle informazioni rilevanti. L’attività delle imprese multinazionali è stata oggetto dell’attenzione degli organismi comunitari competenti durante la predisposizione delle misure per la realizzazione del Mercato unico del ‘92. A partire dagli anni Novanta, l’enorme impulso registrato dalla liberalizzazione del quadro normativo relativo ai flussi di investimenti diretti esteri ha contribuito ad accelerare la crescita di questi ultimi, coinvolgendo in misura sempre maggiore i Paesi in via di sviluppo e le economie in transizione dell’Europa centroorientale. Da questo contesto hanno progressivamente tratto vantaggio le imprese multinazionali, che sempre più tendono a riorganizzare le proprie attività su scala internazionale, delocalizzando le varie componenti della catena del valore aggiunto nei paesi dove le singole fasi possono essere più efficacemente e convenientemente eseguite. Alla fine degli anni novanta si stima che nel mondo operino almeno 53.000 imprese multinazionali che attraverso un network sempre più esteso su scala mondiale di circa 448.000 filiali produttive (di cui almeno 230.000 situate in paesi in via di sviluppo) detengono attività per un totale di 3.000 miliardi di dollari (circa il 10 per cento del PIL mondiale). La progressiva presa di coscienza dei benefici ma anche dei costi connessi con tale fenomeno non ha mancato di far montare il dibattito su quali dovessero essere le regole nazionali ed internazionali che possano giovare ad uno sviluppo economico duraturo e sostenibile. Verosimilmente, tali regole dovranno, da un lato, liberalizzare e tutelare giuridicamente gli investimenti delle imprese multinazionali, dato il contributo di queste allo sviluppo economico locale; le stesse norme dovranno però al contempo creare le condizioni per cui il Paese destinatario dell’investimento riesca a capitalizzare il più possibile sulla presenze delle imprese multinazionali, senza esporre necessariamente lo stesso ai rischi derivanti da una liberalizzazione non adeguatamente regolata.