FONDI PENSIONE (Enciclopedia)

1. Fondi pensione: definizione e classificazioni

Per Fondi Pensione si intendono quegli organismi che erogano trattamenti pensionistici complementari del sistema pensionistico obbligatorio. Essi sono caratterizzati dalla funzione previdenziale per la realizzazione, in concorso con la previdenza obbligatoria, degli obiettivi di cui all’art. 38 della Costituzione (per una ricostruzione della dottrina in merito all’inquadramento costituzionale della previdenza complementare v. BONARDI e la dottrina ivi richiamata; quanto alla giurisprudenza v Corte Cost. 3 ottobre 1990 n. 427; Corte Cost. 8 settembre 1995 n. 421;  Corte Cost. 28 luglio 2000 n. 393 e la ricostruzione di PERSIANI). I fondi pensione hanno, tuttavia, ulteriori finalità di tipo economico – finanziario: avendo a disposizione ingenti quantità di risorse finanziarie essi sono a ragione considerati investitori istituzionali di tipo collettivo, a lungo termine, assimilabili sotto tale profilo ai fondi comuni d’investimento (v. MARCHESI).
Tradizionalmente i fondi pensione sono distinti in chiusi e aperti, a seconda che siano istituiti e offerti dal datore di lavoro ai propri dipendenti (o nell’ambito di processi di contrattazione collettiva agli appartenenti ad una data categoria professionale), oppure che siano istituiti e offerti da intermediari finanziari abilitati alla generalità degli individui. Tale distinzione è invero superata, sia pure solo parzialmente, dalla disciplina dettata dal D.Lgs 252/2005 (di cui più ampiamente in appresso), recante la riforma organica della previdenza complementare. Tale Decreto, infatti, al fine di equiparare il regime giuridico applicabile a tutte le forme pensionistiche complementari, definisce due diverse macrocategorie: forme pensionistiche complementari collettive e forme pensionistiche complementari individuali, nelle quali sono ricompresi anche fondi pensione chiusi e aperti. Sono definite forme collettive sia i fondi pensione chiusi, sia i fondi istituiti dalle Regioni e dagli enti previdenziali privatizzati, sia i fondi aperti istituiti dagli operatori finanziari legittimati, limitatamente alle adesioni su base collettive; sono, invece, definite forme individuali quelle attuate attraverso l’adesione individuale ai fondi pensione aperti ovvero mediante contratti di assicurazione sulla vita. Di qui anche le problematiche inerenti la sopravvivenza della distinzione, di origine comunitaria, tra secondo e terzo pilastro
Conserva viceversa rilevanza, sia pure più teorica che pratica, l’altra distinzione basata sui criteri di ripartizione del rischio tra i soggetti coinvolti: e precisamente quella tra fondi pensione a contributi definiti (CD) e fondi pensione a benefici definiti (BD), nei quali ad essere determinati al momento dell’adesione, sono rispettivamente i contributi che lavoratori e datori di lavoro si impegnano a versare, ovvero le prestazioni che l’aderente riceverà al momento del pensionamento. Forme pensionistiche complementari a benefici definiti possono essere istituite solo per i lavoratori autonomi e per i liberi professionisti.

2. L’evoluzione della disciplina normativa

La prima disciplina organica della previdenza complementare risale al D.Lgs. 124/1993, denominato “Disciplina delle forme pensionistiche complementari”, sebbene già in precedenza esistessero “fondi pensione” interni ed esterni, per specifiche categorie di lavoratori o aziende. All’inizio degli anni novanta era, infatti, maturata la consapevolezza della necessità di una riforma dell’intero sistema pensionistico nell’ottica di ridurre l’entità delle prestazioni previdenziali erogate dallo Stato, assicurando comunque adeguati livelli sia di entrate fiscali sia di copertura previdenziale.
In linea con quanto sopra, al D.Lgs. 124/1993 (e alla relativa legge delega  n. 421/1992) va il merito di aver fissato i principi cardine della disciplina (volontarietà dell’adesione; rilevanza della contrattazione o iniziativa collettiva anche unilaterale dei lavoratori; capitalizzazione del risparmio; autonomia regolamentare; etc); principi rimasti inalterati nei successivi provvedimenti di riforma. D’altro canto, il trattamento fiscale ivi stabilito, e ritenuto penalizzante, ha costituito la premessa dei provvedimenti di modifica ed integrazione del D.Lgs 124/1993 (a partire dalla L. 335/95 al successivo D.Lgs. 47/2000, poi modificato e integrato dal D.Lgs. 168/2001) aventi quale scopo dichiarato quello di incentivare l’adesione a tali forme pensionistiche (con specifico riferimento all’evoluzione del regime fiscale dei fondi pensione v. MARCHESI e PANZERI – ANCIDONI; sul punto v. anche FORNERO).
Il limitato successo di tali interventi ha costituito la premessa del D.Lgs. 252/2005 (adottato in attuazione della Legge 243/2004), recante una riforma complessiva della previdenza complementare; riforma finalizzata allo sviluppo della previdenza complementare da realizzarsi anche attraverso l’incremento dei flussi di finanziamento a questa diretta (in primis con il conferimento del Trattamento di Fine Rapporto cd. TFR maturando, salvo esplicito dissenso del lavoratore).
D’altro canto gli elementi più qualificanti della riforma non si rinvengono tanto nelle norme che perseguono direttamente le finalità sopra indicate, quanto in quelle disposizioni che, ridisegnando l’assetto complessivo della previdenza complementare, equiparano le forme pensionistiche complementari sotto il profilo della libertà di adesione, portabilità dei contributi datoriali, disciplina di trasparenza, sistema di vigilanza, etc.

3. Fonti istitutive e fonti costitutive

Fonti istitutive per eccellenza delle forme pensionistiche complementari dei lavoratori subordinati del settore privato sono i contratti e gli accordi collettivi, anche aziendali e, in via residuale, gli accordi tra i lavoratori nonché i regolamenti degli enti/aziende. Fonti istitutive delle forme pensionistiche complementari dei lavoratori autonomi e delle casalinghe nonché dei soci delle cooperative sono gli accordi tra i lavoratori promossi rispettivamente dai sindacati o dalle associazioni di rilievo almeno regionale, e associazioni nazionali di rappresentanza del movimento cooperativo. Accanto a tali fonti istitutive l’art. 3 del D.Lgs. 252/2005, prevede le Regioni, le quali sono altresì chiamate a disciplinare i fondi pensione in conformità alle previsioni di cui all’art. 117 Cost., nel limite della normativa nazionale in materia, nonché i gestori dei fondi pensione aperti e le imprese di assicurazione, per quanto riguarda i piani pensionistici individuali oltre che gli enti previdenziali privatizzati.
Per il personale dipendente delle amministrazioni pubbliche (esclusi magistrati ordinari, amministrativi e contabili, avvocati e procuratori di Stato, personale militare ecc., per i quali fonti istitutive sono i rispettivi ordinamenti oppure, in mancanza, accordi tra i lavoratori stessi promossi dalle rispettive associazioni), i fondi pensione possono essere istituiti esclusivamente dai contratti collettivi competenti,  altresì, a determinare l’entità della contribuzione. I fondi pensione possono essere costituiti sia in forma di associazione (riconosciuta o meno) sia in forma di fondazione, ovvero all’interno delle società di capitali attraverso la formazione di un patrimonio di destinazione separato ed autonomo (art. 4 D.Lgs 252/2005). Tale ultima ipotesi è riservata ex lege, a fondi pensione aperti, alle forme pensionistiche individuali attuate mediante contratti di assicurazione sulla vita e alle forme istituite dagli enti privatizzati, nei quali, pertanto, il fondo non ha soggettività distinta dall’ente istitutore ma il suo patrimonio è comunque separato e indistraibile dal fine previdenziale. La forma di associazione riconosciuta è, invece, obbligatoria per i fondi costituiti nell’ambito di categorie, comparti o raggruppamenti, siano essi destinati a lavoratori dipendenti o autonomi. Il riconoscimento della personalità giuridica consegue al rilascio della necessaria autorizzazione all’esercizio dell’attività di fondo pensione da parte dell’apposita autorità di vigilanza, la COVIP, la quale è competente per la tenuta tanto dell’Albo delle forme pensionistiche complementari, quanto del registro delle persone giuridiche.

4. Adesione e contribuzione

L’adesione alla previdenza complementare è libera e volontaria. Tale libertà si coniuga sia nella libertà di decidere se aderire, sia nella libertà di scegliere la/le forma/e complementare/i cui aderire. La libertà di adesione è individuale e si realizza in capo a ciascun destinatario anche nel caso di adesione su base collettiva. D’altro canto l’adesione alla previdenza complementare è da sempre  incentivata dal legislatore attraverso la leva fiscale e il conferimento del TFR.
Destinatari delle forme pensionistiche complementari sono: a) tutti i lavoratori dipendenti pubblici e privati, a tempo determinato e indeterminato, ovvero assunti in base alle tipologie contrattuali previste dal D.Lgs 276/2003; b) i lavoratori autonomi; c) i soci lavoratori di cooperative anche unitamente ai dipendenti delle stesse; c) i soggetti che, in base alla relativa disciplina avrebbero titolo per iscriversi al Fondo di previdenza per le persone che svolgono, senza vincoli di subordinazione, lavori non retribuiti nell’ambito familiare (cd. casalinghe). Alle forme pensionistiche complementari individuali possono altresì aderire anche soggetti diversi da quelli elencati, quali i soggetti privi di reddito di lavoro.
Il finanziamento delle forme pensionistiche complementari si attua mediante il versamento di contributi posti a carico del lavoratore e (se esistente) del datore di lavoro, oltre che attraverso il conferimento del TFR. Nell’ottica di incentivare l’adesione, è previsto che l’entità della contribuzione sia liberamente determinabile dal lavoratore, sebbene le fonti istitutive delle forme collettive possano fissare misura minima e modalità della contribuzione a carico del datore di lavoro e dei lavoratori.

5. Gestione finanziaria ed erogazione delle prestazioni

In linea generale, per la gestione finanziaria delle risorse raccolte, i fondi pensione devono rivolgersi a soggetti esterni, in possesso di determinati requisiti di professionalità, selezionati nell’ambito di categorie tassativamente elencate, mediante la stipula di apposite convenzioni.
Infatti, la gestione diretta delle risorse è residuale e consentita ai fondi istituiti a favore dei dipendenti delle autorità preposte alla vigilanza dei gestori, nonché a tutti gli altri fondi, ma limitatamente all’investimento in determinati prodotti finanziari (azioni o quote di società immobiliari, quote di fondi comuni di investimento immobiliare chiusi, etc), nonché eccezionalmente, nelle more della stipulazione delle convenzioni di gestione.
Diverso il discorso per i fondi pensione aperti e le forme pensionistiche individuali, per i quali il soggetto istitutore (sia esso una SIM, SGR, banche e imprese di assicurazione) è legittimato a gestire direttamente le risorse raccolte.
I soggetti esterni ai quali le forme pensionistiche complementari a contributi definiti possono affidare la gestione finanziaria delle proprie risorse sono quelli autorizzati alla prestazione del servizio di gestione di portafogli, nonché le imprese assicurative e le Società di Gestione del Risparmio. Viceversa, la gestione finanziaria delle risorse raccolte dalle forme pensionistiche complementari a benefici definiti deve essere affidata a compagnie assicurative.
Nell’adempiere alla propria funzione, i gestori professionali sono sottoposti alla specifica disciplina per essi dettata oltre che alla vigilanza delle rispettive autorità, salva l’applicazione della disciplina speciale applicabile ai fondi pensione anche in materia di limiti agli investimenti.
I fondi pensione rimangono titolari dei valori e delle disponibilità conferiti in gestione, salva la facoltà di concludere accordi diversi con i gestori. In ogni caso, valori e disponibilità conferiti in gestione costituiscono patrimonio separato e autonomo, devono essere contabilizzati a valori correnti, non possono essere distratti dal fine cui sono destinati, né essere oggetto di esecuzione da parte dei creditori del gestore ovvero essere coinvolti in procedure concorsuali relative al gestore.
Le risorse dei fondi pensione affidate in gestione devono comunque essere depositate presso una banca depositaria distinta dal gestore e in possesso dei requisiti ex art. 38 Tu.F..
Analogamente a quanto avviene per la gestione finanziaria anche l’erogazione delle prestazioni avviene sulla base di convenzioni stipulate con una o più compagnie assicurative, all’esito di una procedura simile a quella stabilita  per la gestione.
Fanno eccezione  le forme pensionistiche complementari attuate mediante assicurazioni sulla vita e quelle a benefici definiti, per le quali la fase di gestione e la fase di erogazione coincidono in capo al medesimo soggetto. Inoltre, è prevista la possibilità che il fondo sia autorizzato dalla COVIP ad erogare direttamente le prestazioni, al ricorrere delle condizioni stabilite dalla normativa secondaria.
Requisiti e modalità di accesso alle prestazioni delle forme pensionistiche complementari sono determinate dalle fonti costitutive; tuttavia, il D.Lgs 25272005, prevede che il diritto alla prestazione si acquisisca al momento di maturazione dei requisiti di accesso alle prestazioni obbligatorie e a condizione che il lavoratore aderisca da almeno cinque anni al fondo pensione.
La prestazione pensionistica può essere erogata sia sotto forma di rendita periodica sia (al ricorrere di condizioni determinate), in forma di capitale nei limiti del cinquanta per cento del montante finale accumulato.

6. La Covip

Autorità di vigilanza sulle forme pensionistiche complementari è la COVIP, commissione composta da un Presidente e quattro commissari nominati con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro del Lavoro e delle politiche sociali sentito il Ministro dell’Economia e delle Finanze. La COVIP concentra in se la vigilanza su tutte le forme pensionistiche complementari, per la tutela degli iscritti e dei beneficiari e del buon funzionamento del sistema di previdenza complementare, a tal fine disponendo di poteri autorizzativi, regolamentari, informativi ed ispettivi. Essa opera nel quadro di “direttive generali” adottate , di concerto con il Ministero dell'Economia e delle Finanze, dal Ministero del Lavoro. A quest’ultimo compete, infatti, “l’alta vigilanza” sul settore della previdenza complementare.
Bibliografia
BONARDI O., Tassonomia, concetti e principi della previdenza complementare, in: La nuova disciplina della previdenza complementare, a cura di TURSI A., Padova, 2007, p. 577 e ss.
FORNERO E., Un processo di riforma incompiuto? Risultati e limiti di dieci (e più) anni di riforme previdenziali, in: MEFOP, Working Paper, n. 9/2005.
MARCHESI M., I fondi pensione e le altre forme pensionistiche complementari, in: Manuale di diritto del Mercato Finanziario, a cura di AMOROSINO; S., Milano, 2008.
MARCHESI M., I regimi europei di tassazione dei fondi pensione, in: Rivista di diritto tributario Internazionale, 1, 2004, p. 145 e ss.
PANZERI C.M. – ANCIDONI  G., La fiscalità della previdenza complementare, in: AA.VV., L’innovazione finanziaria, Milano, 2003, p. 701-753
PERSIANI M., La previdenza complementare, Padova, 2008, p. 16 e ss.
Redattore: Maddalena MARCHESI
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