FINANZA ISLAMICA (Enciclopedia)

I contratti finanziari islamici sono caratterizzati dal rispetto dei precetti della Muamalat, la parte della Shari’ah (la Legge Islamica) relativa ai comportamenti da tenere nell’economia e nella finanza. 
A livello dottrinale, per gli islamisti il problema della scarsità delle risorse rispetto ai bisogni della popolazione, è un problema dell’homo oeconomicus tradizionale, ma non dell’homo islamicus. Al contrario del pensiero capitalista, secondo il Corano, Dio ha creato ogni cosa nella giusta quantità per soddisfare i bisogni umani. Quindi la scarsità è frutto del comportamento umano e dell’avarizia dell’accumulazione. Per questa ragione, l’homo islamicus, mediante la rinuncia e il comportamento altruistico (contrapposto al comportamento massimizzante dell’homo oeconomicus), ovvia al problema della scarsità delle risorse. Il Corano nomina gli esseri umani come custodi di Dio nel mondo. All’interno di questo mandato, la proprietà privata è consentita anche se ogni attività patrimoniale detenuta da chiunque è da intendersi come un "prestito" da parte di Dio. Ne deriva che la gestione di ogni bene da parte dei musulmani deve seguire una "guida morale", evitando, senza alcuna eccezione, taluni comportamenti vietati. 
I cinque pilastri della finanza islamica intervengono nel rendere concreta tale "guida morale": divieto di percepire interessi (riba); divieto di introdurre elementi di incertezza o di speculazione nelle condizioni contrattuali (gharar); divieto di finanziare settori banditi dalla Shariah; principio dell’asset-backing, secondo il quale ogni transazione finanziaria deve far riferimento ad un asset sottostante, tangibile ed identificabile); purificazione della ricchezza (secondo il quale colui che possieda un ammontare minimo di ricchezza è obbligato a purificare sé stesso, o il suo patrimonio, con il pagamento di un’offerta. Le due tipologie di offerta sono: la zakat - obbligatoria, calcolata sul reddito e sul profitto e la sadaqat -volontaria, a discrezione del donatore). 
L’attività finanziaria islamica si pone obiettivi sia nel senso economico (conservazione del capitale, massimizzazione dei guadagni, equilibrio tra liquidità e profittabilità) sia religioso (rispetto dei precetti e degli standard comportamentali del Corano e della Shariah, considerazione dei soli beni legittimi -halal- evitando le attività proibite -haram-). 
Nella finanza islamica, il concetto di cooperazione (partnership) sostituisce quello tradizionale di concorrenza nella definizione del meccanismo di mercato. In particolare, le partnership sono basate sul principio del profìt-loss sharing (PLS). 
Le attività economiche che ne conseguono trovano finanziamento in tre tipologie di contratti finanziari islamici: a) prestiti sintetici (debt-based), realizzati con accordi di vendita-riacquisto di asset, o di vendita di asset detenuti da terzi per conto del debitore (back-to-back). Salam, e Murabaha sono tipologie di prestito sintetico; b) contratti di lease (asset-based), realizzati con un accordo di vendita-riacquisto in leasing (lease operativo) o mediante lease di asset acquisiti da terze parti con obbligazione al riacquisto (lease finanziario).  è una tipologia di lease; c) contratti profit-loss sharing (PLS, equity-based), nei quali solitamente una banca fornisce il finanziamento e l’imprenditore tempo e sforzo. Mudaraba e Musharakah sono contratti PLS.
La proibizione di un tasso di interesse crea difficoltà per le banche islamiche nella gestione della liquidità a causa dell’assenza di un mercato interbancario Shariah-compliant, unita all’impossibilità di investire nei titoli convenzionali a breve scadenza e a basso rischio (quali i titoli di Stato). La soluzione offerta per il rifinanziamento delle banche islamiche è rappresentata, allora, dall’ultima tipologia di contratti islamici, i , spesso definiti impropriamente come "obbligazioni islamiche" (una traduzione più accurata del termine arabo sarebbe "certificati azionari di investimento islamico"). 
In ogni strategia di integrazione una delle criticità più rilevanti è costituita dall’armonizzazione dei rischi di gestione. Generalmente le banche islamiche fronteggiano gli stessi rischi degli istituti finanziari operanti nel sistema convenzionale (il rischio legato alle insolvenze, il rischio legato alle fluttuazioni del prezzo delle materie prime, il rischio connesso alla gestione della liquidità del sistema, il rischio di mercato, i rischi legali e regolamentari). Ma il rischio tipico di un’attività di finanza islamica è il c.d. Shariah risk, ossia il rischio di non adempiere correttamente al principio di condivisione del rischio o alla conformità dei precetti religiosi.
Per motivi di copertura, anche nel settore degli hedge fund si stanno creando occasioni di investimento Shari’ah compliant. Nel dicembre 2007, la Dubai Financial Services Authority (DFSA), ente regolatore indipendente attivo nell’ambito del Dubai International Financial Center (DIFC), ha emesso il suo Hedge Fund Code of Practice, il primo del suo genere nella regolamentazione generale dell’industria degli hedge funds. Il Codice fissa gli standard di best practice per gli operatori in hedge funds nel DIFC, ed evidenzia alcuni rischi specifici associati all’uso degli hedge riflettendo l’impegno della DFSA all’introduzione di una regolamentazione. Ci sono nove principi di alto livello nel Codice che coprono aree chiave (in particolare, valutazione degli asset, funzioni di back office ed esposizione ai rischi di mercato). Ogni strategia di hedging deve essere certificata da uno studioso della Shari’ah tramite una fatwa. Nella strutturazione di hedge fund islamici, tre problemi devono essere risolti: la stock selection (tutti gli investimenti devono soddisfare certi criteri allocativi rispettosi della Shari’ah); leverage (un fondo islamico non può indebitarsi in maniera convenzionale, ossia corrispondendo interessi, bensì tramite l’uso di un prestito sintetico tipo salam o murabaha); short sale (ogni contratto di hedging che preveda una short sale di titoli dovrà rispettare il fondamentale principio della Shari’ah che "non si può vendere ciò che non si possiede"). 
I musulmani non possono utilizzare l’assicurazione convenzionale in quanto contrasta con due fondamenti dell’Islam, il divieto di incertezza (gharar) e di scommessa (maysir) nel contratto. Ad esempio, assicurare una casa equivale a trasferire il rischio ad una compagnia di assicurazione, la quale trasformerà i premi ricevuti in un reddito in assenza del verificarsi dell’evento assicurato. L’assicurazione islamica (takaful) consiste nel versamento di premi (in termini di donazione o contribuzione volontaria) da parte degli assicurati in un fondo comune, la cui gestione è delegata a un terzo, al quale viene pagata una commissione. Secondo il meccanismo contrattuale usato (mudaraba), né l’assicurato, né il gestore assumono alcun rischio singolarmente, ma vi è una condivisione dello stesso da parte dei partecipanti, nel pieno rispetto della Legge islamica.
Bibliografia
P. Regola, P. Savona (2009) Il ritorno dello Stato padrone. I fondi sovrani e il grande negoziato globale, Rubbettino. 

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