FALSO IN BILANCIO

Reato di pericolo a presidio della trasparenza e dell’integrità del capitale sociale che, nella sua nuova formulazione (introdotta dal d.lg. 11.4.2002 n. 61 sulle disposizioni penali in materia di società e di consorzi emanate ai sensi della l. 3.10.2001 n. 366) si articola in due fattispecie: le false comunicazioni sociali (art. 2621 c.c.) e le false comunicazioni sociali in danno dei soci o dei creditori (art. 2622 c.c.).

1. False comunicazioni sociali. L’art. 2621 c.c. punisce la condotta dei responsabili della redazione del bilancio (oltre al bilancio di esercizio anche il bilancio straordinario e il bilancio consolidato) con l’arresto fino a un anno e sei mesi quando: a) espongono fatti materiali non rispondenti al vero sulle condizioni economiche della società (ancorché oggetto di valutazioni). La falsità non va individuata nella relazione fra valutazione delle poste in bilancio e reale valore dei beni, ma ragionando sul rapporto fra il valore dei beni iscritti in bilancio e il criterio relazionato che ne ha informato la stima.(ex art. 2423 bis c.c. relativo ai principi di redazione del bilancio); b) omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo alla quale essa appartiene. L’omissione di fatti concernenti le condizioni economiche della società riguarda la mancata indicazione di alcune delle voci prescritte per lo stato patrimoniale (art. 2424 c.c.), per il conto economico (art. 2425 c.c.) e degli elementi della nota integrativa (art. 2427 c.c.). La soglia della punibilità è più elevata rispetto alla disciplina previdente al d.lg. 2002/61. Il legislatore ha ritenuto opportuno limitare la responsabilità penale (contravvenzione) ai casi in cui l’idoneità del pericolo (quantitativa e qualitativa) sia rilevante e tale da alterare sensibilmente la rappresentazione economica della società. Sono poi previste delle soglie di non punibilità nelle ipotesi in cui “le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5% o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1%” o le valutazioni estimative, singolarmente considerate, “differiscono in misura non superiore al 10% da quella corretta”. L’incriminazione richiede una particolare caratterizzazione dell’elemento soggettivo in termini di dolo specifico (“conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto”).

2. False comunicazioni sociali in danno dei soci o dei creditori. L’art. 2622 c.c. (ipotesi “speciale” rispetto all’art. 2621 c.c.) punisce la condotta (descritta negli stessi termini di cui all’art. 2621 c.c.) dei responsabili della redazione del bilancio con la reclusione da sei mesi a tre anni quando cagiona un danno patrimoniale ai soci o ai creditori. La fattispecie non è più costruita sul modello del pericolo concreto “per categorie aperte” (art. 2621 c.c.), ma sullo specifico schema del reato di danno. Il reato è procedibile a querela perché l’interesse tutelato è il patrimonio del singolo e non quello generale del mercato (cd. “minimo etico degli affari”). L’art. 2622 c.c. contempla anche l’ipotesi in cui il reato possa essere commesso nell’ambito delle società quotate. In questo caso il delitto è procedibile d’ufficio e la pena è della reclusione da uno a quattro anni. Anche nella fattispecie del falso in bilancio in danno dei soci o dei creditori (art. 2622 c.c.) è previsto un meccanismo di valutazione dell’offensività della condotta basato su dati empirici e su un sistema di soglie così come delineato dall’art. 2621 c.c.